domenica 21 novembre 2010

Usarono bimbo come scudo umano Due soldati israeliani condannati a 3 mesi

Corriere della sera


Il Tribunale militare ha riconosciuto la scorrettezza
del loro comportamento, ma ha attenuato la pena

Si accende il dibattito politico. La famiglia del ragazzo: «E' uno scandalo»


MILANO- Avevano utilizzato un bambino di 9 anni come una sorta di «scudo umano», obbligandolo, nel corso dell'operazione «Piombo Fuso» a Gaza, ad aprire una borsa in cui sospettavano ci fosse dell'esplosivo. Ma per questo comportamento sono stati condannati oggi da un tribunale militare israeliano a tre mesi di reclusione con la condizionale. La sentenza sta suscitando notevoli polemiche negli ambienti politici israeliani. «Questa sentenza dimostra che la vita degli arabi in generale e dei bambini palestinesi in particolare viene tenuta in scarsa considerazione», ha lamentato il parlamentare arabo Ahmed Tibi. Di parere opposto il deputato di estrema destra Michael Ben Yair, secondo cui i due ex militari sono stati vittime di un «linciaggio» da parte della magistratura militare. «Meritavano semmai un encomio», ha aggiunto.

«È UNO SCANDALO» -I familiari del bambino hanno denunciato la mitezza della pena: «I due soldati avrebbero dovuto scontare almeno uno o due anni di carcere», hanno detto alla stampa. «È uno scandalo, incoraggia altri a continuare con questo comportamento che manda un segnale negativo sia alle vittime che ai soldati», ha tuonato la mamma del piccolo, precisando che la famiglia pensa ora a una azione legale civile.

LA VICENDA -Gli eventi esaminati oggi nel Tribunale militare di Kastina (Neghev) si riferivano al 15 gennaio 2009, quando una unità della brigata di fanteria Ghivati entrò in un edificio nel rione di Tel al-Hawa (Gaza), mentre nelle vicinanze infuriava uno scontro a fuoco. Dopo aver radunato i civili, i due imputati ordinarono ad un bambino - Majed Rabah, allora di 9 anni - di aprire un bagaglio sospetto trovato sul posto. Questi si rifiutò e alla fine i militari spararono sul bagaglio sospetto, che non esplose. «Ho pensato che mi avrebbero ucciso - ha raccontato il bambino -. Ho iniziato ad avere paura, mi sono fatto la pipì addosso. Non riuscivo più a parlare. Ho aperto una borsa quando (il soldato, ndr) ha puntato l'arma direttamente contro di me. Dentro alla valigia c'erano soldi e carte. L'ho guardato, stava ridendo». Il ragazzino tenta di aprire la seconda borsa ma non ci riesce: «Mi hanno preso per i capelli e dato uno schiaffo. Quindi (il soldato) ha sparato alla borsa. Ho pensato avrebbe sparato a me, ho gridato e mi sono messo le mani sulla testa. Un altro soldato mi ha detto di andare da mia madre. Sono corso tra le sue braccia, le ho detto che avevo i pantaloni bagnati, lei ha detto che era tutto a posto».

PENA PIÙ MITE - I giudici del Tribunale militare hanno stabilito che i due ex soldati si sono comportati in contrasto con le norme vigenti, ma hanno riconosciuto l'attenuante delle condizioni di elevata tensione in cui si trovavano in quel momento. In teoria i due militari rischiavano fino a cinque anni di detenzione, ma i giudici si sono accontentati di tre mesi di reclusione con la condizionale, la degradazione (da sergente maggiore a sergente) e l'iscrizione della sentenza nella loro fedina penale. Uno dei militari, che sperava di entrare nel servizio carcerario israeliano, dovrà adesso rinunciare a questi progetti. (Fonte: Ansa)


21 novembre 2010



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Giaccio, una pista dopo dieci anni Lupara bianca firmata dai Casalesi

Il Mattino



di Leandro Del Gaudio


NAPOLI (21 novembre) - Di «lupara bianca», di un errore di persona commesso dalla camorra se ne era parlato a lungo. Per anni si è ripetuta la storia di un ragazzo scomparso nel nulla, sequestrato al posto di un altro, vittima per errore della camorra.

Oggi quella storia torna ad affiorare in un’indagine di polizia giudiziaria, ma si arricchisce di particolari inediti che potrebbero aggiungere nuovi contenuti a un caso mai definitivamente archiviato: Giulio Giaccio, il muratore 26enne scomparso dieci anni fa a Pianura, sarebbe stato sequestrato e ucciso dai casalesi, all’epoca in stretti rapporti economici con il clan Lago. Una pista, quella della lupara bianca, dell’errore di persona, che spinge oggi più che mai a indagare su una «gomorra ante litteram», territorio destinato a finire al centro di attenzioni nazionali.

Indiscrezioni raccolte sul territorio, nuova luce sulla storia di Giulio Giaccio, dunque. Indagano i carabinieri, che provano a fare luce su una storia rimasta per anni lettera morta. Spunti inediti raccolti sul territorio, segno che qualcosa in questi mesi si è mosso. Da tempo e in modo insistente circola una voce, un’indiscrezione che gli inquirenti non intendono lasciare cadere: quella volta, all’esterno della chiesa Sacro cuore di Pianura, arrivarono persone «forestiere».

Cioé gente non del posto. Erano uomini dei casalesi, all’epoca alleati al clan Lago. Due cartelli - Casalesi e Lago - stessi business: cemento e rifiuti. Poi favori reciproci. Scambi di killer. Furono i casalesi, sta emergendo, a sbagliare persona, a prelevare un muratore incensurato al posto del vero obiettivo: pensavano di sequestrare uno dei Marfella, ma sbagliarono bersaglio e se la presero con un ragazzo che non c’entrava niente con la camorra. C’è un riscontro giudiziario: due mesi prima quel maledetto 30 luglio 2000 - giorno del sequestro - un uomo dei Marfella era stato ucciso.

Era il 13 maggio del 2000, omicidio di Gaetano Avolio, per il quale qualche mese fa sono stati arrestati Francesco Bidognetti, Enrico Verde, ma anche Rosario Marra e Salvatore Raciere. Delitto sull’asse Pianura-Casale, una prova del patto criminale. La pista che spiegherebbe molte cose. A cominciare dalla svista, dal sequestro sbagliato di killer provenienti da contesti criminali diversi da quelli frequentati dai pregiudicati di Pianura. Ma l’ipotesi del patto Lago-casalesi potrebbe spiegare anche altre cose: come la scelta della lupara bianca, soluzione delittuosa raramente usata dalla camorra cittadina, che meglio rispecchia modi di agire vicini alla mafia o alle cosche dell’hinterland. Voci, parole, rivelazioni.

E tanta voglia di vederci chiaro da parte del comando provinciale dei carabinieri guidati dal colonnello Mario Cinque. Accertamenti iniziati - rigorosamente sotto traccia - dal capitano della compagnia rione Traiano Federico Scarabello, mai come in questo caso deciso a riavvolgere il nastro. Punto di partenza obbligato, la tarda serata del trenta luglio di dieci anni fa.

Una domenica notte, quando da un’auto spuntano quattro sagome che raccontano di essere della polizia. Poche parole - secondo quanto spiegato da Paolo, amico di Giulio e unico testimone più volte ascoltato dalla pg -: sei tu «Salvatore»? Seguici lo stesso, siamo poliziotti, vieni in Questura.

Da allora tante indagini e tanto silenzio. Fino a quando qualcuno, nel quartiere emblema dell’emergenza rifiuti e cemento abusivo, decide di aprire uno spiraglio di luce: quella volta, quel ragazzo, finì nelle mani sbagliate. «E a sbagliare furono quelli di Casale».




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Parcheggiatori all'assalto E i vigili scaricano le vittime

Il Tempo


Reportage. In piazzale del Verano agli abusivi non bastano gli spiccioli. Gli agenti municipali: non compete a noi, andate dalla polizia.


Parcheggiatori abusivi a Roma



I parcheggiatori abusivi taglieggiano gli automobilisti. E le vittime non hanno modo di difendersi. I vigili che dovrebbero aiutarli non fanno niente: «Non è compito nostro». Tradotto: arrangiatevi. È venerdì sera, manca un quarto d'ora a mezzanotte. Il piazzale del Verano è stracolmo di macchine nonostante la pioggia battente. I vigili urbani stanno multando tutte le auto fuori dalle strisce. Siamo in cinque, cerchiamo un posto dove lasciare la macchina. Dopo dieci minuti riusciamo a trovare un parcheggio regolare davanti al cimitero. Ecco che spunta un posteggiatore abusivo. È straniero, parla male l'italiano. Ci indica il posto libero. Noi parcheggiamo. Appena scesi, si avvicina e ci chiede i soldi. Proviamo a dirgli che non abbiamo intenzione di pagare. Lui insiste, con fare minaccioso. Allora cerchiamo qualche spicciolo nelle tasche. Gli diamo cinquanta centesimi. Lui li prende e fa il gesto di buttarli per terra. Poi inveisce: «Poco, poco!». Gli diamo un altro euro. Non basta ancora. Arriviamo a due euro. Solo allora si accontenta e se ne va. I vigili urbani sono ancora sull'altro lato del piazzale, hanno appena finito di elevare le contravvenzioni. Li fermiamo mentre se ne stanno andando, convinti che interverranno: «Scusate, dall'altra parte della piazza ci sono alcuni parcheggiatori abusivi. Hanno preteso almeno due euro. Sono laggiù. Se andate subito li trovate ancora». La risposta del vigile è lapidaria: «Non dovete dirlo a noi. Andate in commissariato e sporgete denuncia». Inutile cercare di convincerli: «Non è un reato che compete a noi».

Non compete ai vigili? Non è proprio così: la polizia municipale può multare i parcheggiatori abusivi (709 euro di sanzione) e confiscare il ricavato del racket. Spesso, a dire il vero, lo fa. Ma non l'altra sera al Verano. Il vigile, anche di fronte all'evidenza, è irremovibile: «Non possiamo fare niente. Vi ripetiamo: sporgete denuncia. Arrivederci». Non ci scoraggiamo e andiamo a cercare un'altra pattuglia. La troviamo su via Tiburtina all'angolo con via dei Sardi, a San Lorenzo. Stavolta, almeno, troviamo più cortesia. Ma la sostanza non cambia: «Possiamo passare a vedere se stanno ancora là e nel caso li allontaniamo. Poi tanto tornano non appena ce ne andiamo». Insomma, pare sia impossibile fare qualcosa. Il vigile è realistico: «L'unico modo è andare lì in borghese e coglierli in flagrante. Ma dobbiamo pianificare un'operazione in massa. Se ci vedono arrivare in divisa scappano subito». Insomma, volenti o nolenti, i parcheggiatori abusivi continuano nel loro racket indisturbati. E i cittadini pagano.



Dario Martini
21/11/2010




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Ho tolto il riscaldamento però gioco in Borsa" Vita del signor Risparmio

di Stefano Lorenzetto



Gianfranco Vitolini in pieno inverno spende solo 35 euro di gas. "Ho da parte legna per quattro anni Me la regalano, la taglio a mano: con la sega elettrica salirebbe la bolletta Enel"



Gianfranco Vitolini ha trovato una soluzione radicale al problema della rata del riscaldamento, quella che tutti gli anni, ai primi freddi, tanto angosciava Enzo Biagi insieme con l’acquisto dei libri scolastici e i cappotti dei figli diventati troppo corti: ha eliminato il riscaldamento. Via la caldaia, via il boiler. I radiatori no, «mi sarebbe costato troppo toglierli», e lui non è certo il tipo da spese superflue. Oddio, un po’ di metano per casa gli gira ancora, stando alle bollette di Eon energia: dal 3 marzo al 3 luglio, 44 metri cubi, pari a 43 euro. Del resto non può pretendere che la moglie Luigia faccia bollire l’acqua per la pasta sulla stufa di ghisa anche a Ferragosto. Però l’anno scorso, in pieno inverno, per tre mesi di gas ha speso appena 35 euro.

Mai comprato legna, il Vitolini, per riscaldarsi: «Cesserebbe lo scopo». Tra cantina, garage e cortile, ha scorte per i prossimi quattro anni: bancali («non mi scriva pallet, siamo in Italia!»), cassette della frutta, ramaglie. «Ho dovuto supplicare i vicini di non portarmi più le potature: non saprei dove metterle». Tutta roba tagliata rigorosamente a mano, ogni mattina: «Le pare che uso la sega elettrica per poi pagare la bolletta all’Enel? Non capisco i miei coetanei che per mantenersi in forma vanno in palestra a fare il pilates a pagamento». Mi guarda: «Gliel’ha mai detto nessuno che lei ha del Colaninno?».

Lui invece mi ricorda Luigi Gelmini, un netturbino padre di sei figli maschi. Ne raccontai la storia una trentina d’anni fa su Bolero: staccando i punti dalle scatole dei prodotti trovati ogni mattina nell’immondizia, era riuscito a costruirsi una villetta. Lampo d’invidia negli occhi di Vitolini: «Figa! Io non avrei mai potuto eguagliarlo: ho sempre comprato all’ingrosso». La carta igienica, per dire, è ancora quella «con su il dinosauro, insomma di marca ignota», che acquistò nel 1980 al Carrefour di Paderno Dugnano, alle porte di Milano, dove abita: «C’era una bella offerta “Compri 3 paghi 2”. Ne presi una vagonata».

Tra un sacrificio e l’altro, e con una pensione di 1.200 euro mensili, non può certo dire di passarsela peggio dello spazzino: due dei quattro appartamenti del piccolo condominio sono suoi e a Fila, frazione di Trivero, nell’Alto Biellese, è pure riuscito a sistemarsi una casetta di vacanza («è lì che tengo le scorte di carta igienica»). Non basta: stamane ha litigato con l’agenzia di Intesa Sanpaolo per l’offerta pubblica di azioni Enel Green Power. «Ne ho prenotate 54.000. Troppe. Di solito in questo genere di ordini si eccede. Chi andava a immaginare che me le avrebbero assegnate tutte? Adesso mi trovo un po’ scoperto.

Poco male: vendo le Italcementi che sono al 3%. Per cui ho chiesto all’impiegata: mi può avvisare dell’andamento delle quotazioni in mattinata? Risposta: “Mi è impossibile”. Sono cose da dirsi? Non sa che in passato, con una bella letterina al presidente Rainer Masera, ho fatto segare il direttore che era arrivato a Paderno da appena due settimane e mi aveva combinato un pasticcio sulle Snia». Ve l’ho detto che segare è la sua specialità.

Nativo di Polignano, frazione di San Pietro in Cerro (Piacenza), operaio diventato carabiniere («per elevarmi di rango»), congedato col grado di vicebrigadiere dopo sei anni trascorsi fra Roma, Genova, Paderno, Velletri, Firenze e Moncalieri, una figlia di 34 anni laureata in economia («e in che cosa, sennò?») alla Bocconi e ora manager finanziaria a Dallas, in Texas, dove ha sposato un funzionario del Dipartimento di Stato americano, Vitolini è senza alcun dubbio la persona più adatta per affrontare l’argomento del giorno: lo spreco. A cominciare da quello alimentare, il più scandaloso, che dal 1974 a oggi è aumentato del 50%.

Ogni anno nel nostro Paese finiscono nella spazzatura 20 milioni di tonnellate di alimenti, per un valore di 37 miliardi di euro (12 in più dell’ultima manovra finanziaria), pari al 3% del Pil, con una perdita di 550 euro per famiglia. È una quantità di cibo che consentirebbe di mettere a tavola tre volte al giorno 44.472.914 persone, cioè i tre quarti della popolazione italiana. «E lo viene a dire a me, che al supermercato compro 4 baguette in offerta a 1 euro per non dargli la soddisfazione di pagare 56 centesimi per una sola?». Vede molto spreco in giro?

«Guardi, non è che la gente abbia ridotto i consumi per via della crisi economica, sa? Semplicemente cerca di sprecare un pochino meno. Ieri ho notato, e non è la prima volta, che l’illuminazione pubblica era accesa in pieno giorno. Devo andare a protestare dal sindaco. E in banca? Mi sembra di tornare in caserma, quando identificavo i criminali. Per entrare devo appoggiare l’indice e mi prendono l’impronta digitale col metodo Bertillon. Appena dentro mi arriva in faccia un soffione boracifero. Caldo della madonna. Finestre spalancate in pieno inverno. Il vicedirettore che fa fresco all’impiegata col ventilatore portatile. Ma siamo diventati tutti matti?».
Un pochino.

«Poi chiedi a una dello sportello di passare un ordine per l’acquisto di azioni e quella mi risponde che non è capace di farlo. Ho chiesto: scusi, signorina, ma lei sa dove lavora? Risposta: “Qua, purtroppo”. Si rende conto? “Purtroppo”, ha avuto il coraggio di dire». Lei è sempre stato abituato al risparmio.

«È un principio di natura, non una necessità. Ce l’ho nel sangue. A 9 anni la Ines dal pustëin, la figlia del postino, mi rivoltò il cappotto che era stato di mio nonno. Bellissimo. Vabbè, mi arrivava ai piedi, però m’è durato fino a quando sono partito per la naia. Le scarpe? Sempre di due numeri più grandi. “Così ti durano”, mi dicevano i miei. Bastava mettere un gomitolo di cotone in punta perché il piede non scivolasse in avanti». E per cena? «Si friggevano le patate e ci rompevi sopra un uovo. Mi sembra d’essere cresciuto sano lo stesso, visto che nel corso della vita ho donato 18 chili di sangue e mi hanno pure dato la medaglia d’oro».

Quanto pesa il suo sacchetto della spazzatura? «Tra secco e umido, 10 chili a dir tanto. Al mese, eh. Insomma, tre etti al giorno». Le capita mai di sprecare del cibo? «Ma sta scherzando? Intanto ho quattro gatti da sfamare. E poi qui non si butta via neanche una michetta. Io il pane lo mangio anche se ha tre giorni. Oppure lo grattugio». Perché ha rinunciato al riscaldamento? «Era scoppiata la guerra del Golfo, gennaio 1991. Mi son detto: vediamo se riesco a far senza del petrolio di Saddam Hussein. Una mattina che mia moglie e mia figlia erano fuori casa, ho tirato giù tutto. Poi sono andato da un ferramenta e mi sono preso una parigina a legna. M’è costata 313.000 lire, 350.000 con i tubi. L’ho messa in cucina, così la usiamo anche al posto del fornello».

Ma non ha freddo nelle camere? «Ma quale freddo! Sono 18 gradi costanti». Un clima tropicale.
«Più preso raffreddori. Questo è il primo inverno che indosso il pigiama. Moscatelli, la famosa bottiglieria milanese di corso Garibaldi, mi metteva da parte i tappi di sughero e i fondi di caffè. Ci facevo una miscela pressata che manteneva vivo il fuoco per ore». Invece adesso lo spegne.

«Ovvio! Alle 10 e mezzo di sera scatta il coprifuoco. Vorrà mica che mi alzi di notte a infilare la legna della parigina? Tanto alle 5 e un quarto sono già in piedi». Ha calcolato quanto risparmia?
«Mah, metta che prima avrò speso l’800% in più rispetto a oggi. Lei pensi solo che in una stagione tiro fuori con la calamita dalla cenere 150 chili di chiodi. Un tempo li raddrizzavo. Adesso mi tocca darli al rottamaio gratis. E ringraziar Dio che se li prende! Dopo vent’anni s’è sdebitato regalandomi due vecchie ruote di bicicletta.

Le userò per costruirmi un carrettino: mi serve nella raccolta delle cassette di legno che restano per strada alla chiusura del mercato settimanale». Non brucia carta e cartoni? «Contengono troppi veleni: inchiostri, solventi, colle. Un tempo tenevo in ammollo i quotidiani e poi li pressavo in balle che, una volta secche, facevano un bel fuoco». Nella sua vita s’è mai concesso un lusso? (Rimane tramortito. Riflette). «Ho preso una Fiat 500 usata da un tizio che era finito nelle mani di un carrozziere strozzino. Poi l’ho data da vendere a mio cognato. Ci ho smenato qualcosa. Però mi sono tolto la soddisfazione di non lasciare quella persona nelle grinfie dell’avvoltoio. È stato un lusso». Le fa molto onore.

«Un’altra volta, trent’anni fa, ho acquistato quattro vestiti doppiopetto, tutti uguali. Lo stock comprendeva un cappotto di cammello e un giubbotto di pelle. Ho speso in tutto 700.000 lire. Ma sono capi che indosso ancora». Scarpe? «Sono dieci anni che non me ne compro un paio». Con che cosa si rade? «Schiuma Proraso nella ciotola, pennello e rasoio Bic a una lama. In cantina ne avrò 200, di rasoi, presi in offerta. Ne adopero due contemporaneamente: con quello vecchio faccio la prima passata, con quello nuovo il contropelo. È l’unico strumento usa e getta che trova in questa casa». Sulle tombe dei suoi cari che cos’ha portato per la ricorrenza dei defunti? Crisantemi?

«Per chi mi ha preso? Ma se da giovane portavo i fiori di campo persino alla mia futura moglie! Poi però le regalai un anello di fidanzamento che mi costò 75.000 lire. Stiamo parlando di 40 anni fa. Oggi sarebbero 600 euro. I suoi genitori lo fecero stimare da un gioielliere per capire se ero una persona seria». Guarda la televisione? «Poca. Sono per l’ecologia del cervello». Il canone Rai è un lusso. «Altroché! E pensi che volevano farmelo pagare anche per l’appartamento di mia figlia, che vive negli Usa. Però per vedere i listini di Borsa, Rai Storia e Voyager mi tocca».Che effetto ha la pubblicità su di lei? «Nessuno. Compro quello che mi serve, non quello che mi consigliano». Quanti soldi le occorrono al giorno per vivere?

«Cinque euro. E ne avanzo 3. Non sono come mio nipote di 22 anni, che ha le placche nel culo. Studia da ingegnere. Da bambino si faceva comprare gli ovetti Kinder solo per le sorpresine. Una volta i suoi genitori mi hanno portato qua un paio di chili di cioccolato che il figlio aveva rifiutato».
Come mai sprechiamo tanto? Che cosa ci è successo? «Vogliamo mostrarci una spanna più alti. Ha presente quando negli anni Settanta la gente riempiva di carne i carrelli del supermercato per far vedere che poteva finalmente permettersi il lesso? Ecco, ora che siamo sazi di carne li riempiamo di telefonini». Se lei avesse un figlio adolescente e non gli comprasse il cellulare ne farebbe un asociale. «Guardi che mia figlia aveva la sua auto quando ancora andava al liceo. Presa con i suoi risparmi». Mi prende in giro?

«No, ora le spiego. Fin da bambina a Elisabetta ho sempre dato la sua paghetta: 1.000 lire. Solo che me la restituiva immediatamente. In cambio io le versavo un interesse del 20%. Risultato: con 200 lire di mancia tirava avanti una settimana e io le mettevo in banca 1.000 lire. Ti sei fatta un capitale, le dicevo. Appena più grandicella, ho cominciato a prenderle i Cct, con le loro belle cedoline, non come quelli di adesso che sono dematerializzati. Alla scadenza la portavo in banca a incassare gli interessi. È così che le ho fatto capire il valore del denaro».

Ma se tutti seguissero il suo esempio, e smettessero di comprare, finirebbero licenziati o in cassa integrazione anche i lavoratori che pagano la sua pensione, non crede? «Noi viviamo in un’economia innaturale. Ci dicono di non tenere gli elettrodomestici in stand by per non sprecare energia elettrica, ma io so per certo che il modo migliore per distruggere un televisore è accenderlo e spegnerlo tre volte al giorno. Quindi, in realtà, puntano a farcelo cambiare ogni 5 anni anziché ogni 20. E allora a che gioco stiamo giocando?».

Mai chiesto un prestito? «Sì, a miei genitori: 5 milioni, senza interessi, per comprarmi la casa nel 1973. Per arredarla ho firmato pacchi di cambiali da 142.000 lire, che ritiravo a 120.000 lire prima della scadenza. Accettavano tutti: uno sconto di 22.000 lire in cambio dei soldi subito, sicuri». Ha l’auto? «Una Panda».Quindi contribuisce all’esaurimento dei giacimenti petroliferi. «Una macchinetta ci vuole. Gli arabi hanno cominciato durante la guerra del Kippur a dire che ci sarebbero state riserve solo per 30 anni. Ne sono passati da allora 37 e adesso affermano che ci sono scorte per altri 50. Boh. Comunque l’intelligenza dell’uomo ha sempre trovato una soluzione per tutto». Sono uno spreco anche quasi 1.000 parlamentari, non crede?

«Non mi faccia parlare. Da carabiniere sono stato di guardia al Quirinale, alla Camera e al Senato. Nemmeno i bambini dell’asilo si comportano come i politici. Una volta mi hanno spedito a una manifestazione al castello di Stupinigi. C’erano Giancarlo Pajetta, Guido Bodrato e Renato Altissimo, Pci, Dc e Pli. Li ho sentiti con le mie orecchie accordarsi fra loro: “L’importante è far vedere che ci scontriamo”».

Vogliamo stilare un decalogo del risparmio per le famiglie italiane attanagliate dalla crisi?
«Primo: darsi da fare. Secondo: spendere con oculatezza. Terzo: insegnare ai figli il valore del denaro. Quarto: sobrietà nei comportamenti. Quinto: mai dire ai nipoti che ci pensa il nonno; s’arrangino da soli. Sesto: abbassare le pensioni, così noi vecchi la smettiamo di mantenere una generazione di sfaticati». Ne mancano quattro. «Basta così. Settimo e ultimo: risparmiare anche sulle parole».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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Ecco l'ultima furbata dei professori: lo sciopero pagato

di Giuseppe Marino


Riforma universitaria, martedì scatterà la protesta anti Gelmini all’ateneo di Pisa. Ma invece di proclamare un’agitazione, il Senato Accademico ha decretato lo stop alle lezioni. Così l’adesione sarà obbligatoria e i "baroni" eviteranno la trattenuta sullo stipendio



 

Poi dicono che nell’università italiana non si fa più ricerca. Macché: se ne inventano una al giorno. L’ultima è lo sciopero senza sciopero, l’agitazione con stipendio garantito. Geniale, da far morire d’invidia i Cobas più accaniti.

Martedì l’università di Pisa fermerà le lezioni per protestare contro il decreto Gelmini, ma nemmeno uno dei docenti ci rimetterà un euro in busta paga. Non è una novità: già in occasione della precedente mobilitazione dell’«Onda» studentesca diversi atenei avevano adottato l’ingegnoso sistema: invece di dichiarare uno sciopero, l’autorità dell’Università, nel caso specifico il Senato Accademico, dichiara la sospensione delle attività didattiche, spesso motivandola con una richiesta degli studenti. Come dire che, per permettere ai dipendenti di incrociare le braccia senza disturbi, l’azienda fa una serrata.

Si ottiene così un duplice risultato. Da una parte l’adesione allo stop è automaticamente del cento per cento, visto che è imposta dall’alto. Dall’altra, i docenti dribblano con eleganza la trattenuta sullo stipendio cui nessun’altra categoria sfugge. Anche perché quel sacrificio economico non è solo un accessorio del diritto di sciopero, ma ne è una parte sostanziale: è il contraltare al danno che si vuol procurare all’azienda. Ecco perché due anni fa, quando il Giornale denunciò questa pratica scoppiò una polemica infuocata. Chissà forse a Pisa pensavano che la cosa sarebbe passata inosservata, nel calderone delle proteste studentesche di questi giorni. O forse è il solito senso di impunità dei prof, categoria che non timbra il cartellino e non è sottoposta a controlli di presenza.

Così il Senato accademico dell’Università di Pisa ha liquidato la decisione in una delibera di una paginetta. Un atto politico, visto che nel documento si chiede «il ritiro del Ddl Gelmini» e si invita persino «quanti ricoprano cariche istituzionali a valutare come forma di dissenso anche la rimessione dei propri incarichi in caso di approvazione del Ddl». Dunque, subito una mattinata libera pagata per i prof, lasciare le poltrone poi, con calma, dopo attenta valutazione.

Tanto fervore ideale però non si traduce in una trasparente partecipazione all’agitazione. Si liquida invece lo stop alle lezioni come un fatto burocratico, «al fine di agevolare le iniziative di mobilitazione delle diverse componenti dell’ateneo». Poveri prof, costretti da forza maggiore a incrociare le braccia. Senza rimetterci un soldo, ovvio.
Una bella ipocrisia. Condita con un paradosso. La delibera del Senato «valuta negativamente l’introduzione del Fondo speciale per il merito e del prestito d’onore, e la conseguente trasformazione del diritto allo studio in diritto all’indebitamento». Vade retro merito. E pure il prestito, strumento usato in tutto il mondo universitario. Con predica finale sui debiti fatta da chi ha aperto voragini nel proprio bilancio. L’anno scorso il ministero del Tesoro dovette mandare a Pisa i suoi ispettori per imporre di rimettere a posto i conti disastrati.




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Il cacciatore di militi ignoti

La Stampa


Da trent'anni il belga Roelens cerca di dare un nome e una sepoltura ai caduti




MARCO ZATTERIN

La pioggia fa apparire lucida la punta del vecchio scarpone schiacciato dal tempo e dalla terra. Qualche centimetro più in là, in mezzo allo scavo, spunta il frammento d'un cranio. C'è odore di umido e nient'altro, dai resti avvolti in quello che rimane dei verdi pastrani della tenuta invernale non esala più nulla, la morte li ha svuotati da 96 anni. Sono sei soldati, tutti britannici. Li ha ammazzati il fuoco tedesco nell'inverno del 1914 sul fronte occidentale e qualcuno li ha seppelliti in tutta fretta, uno a fianco dell'altro, in una fase della Grande Guerra in cui i nemici si davano ancora l'attimo per farlo. Hanno riposato indisturbati sino al 2007. Sinché un aratro ha graffiato qualcosa di insolito. E un bottone è emerso dal suo solco. Li ha scoperti Patrick Roelens, 47 anni, un belga che da sempre scava sui vecchi campi di battaglia della Grande Guerra. Durante la settimana lavora in un fabbrica di mattoni, ma quando è libero si dedica all'archeologia bellica. Quando ha visto le piccole reliquie affiorate in un terreno arato di Comines-Warneton, un villaggio all'estremo occidente della Vallonia sul confine francese, ha capito subito che la storia non finiva lì. «Sapevo che sotto c'erano dei corpi», ammette oggi. E' entrato in scena con la sua équipe di scavatori solo sulla carta dilettanti, il fratello Philippe, l'amico Emmanuel Bril, il fotografo Jean-Michel Vaneslande. Dalle zolle hanno estratto un primo fante che una mostrina ha identificato, era uno dei «Leoni» del reggimento King's Own Royal Lancaster.

Il diciannovesimo della lista degli eroi ritrovati dai quattro cacciatori di militi ignoti. Un processo più lungo del previsto ha portato il numero a 25 appena due settimane fa. Patrick e i suoi hanno trovato un altro fante del Royal Lancaster, due del Lancashire Fusiliers, e due ancora senza un'appartenenza precisa. A quasi un secolo dal conflitto i campi del fronte occidentale continuano a consegnare i loro morti, una decina ogni anno. «Trovarne sei in un colpo solo è stata una circostanza straordinaria», racconta il belga. Straordinaria e non certo facile. La prima scarpa è apparsa nel dicembre 2007, con qualche osso e del cuoio. «Abbiamo chiesto il permesso per continuare gli scavi - ricorda il belga -, però in primavera la polizia ci ha bloccato, per tre anni. Solo quest'estate ci hanno consentito di riprendere le ricerche». Comines-Warneton è appena un punto sulla carta, un'enclave vallona fra la Francia e le Fiandre. A cavallo fra il 1914 e il 1915 è stato il palcoscenico di una delle infinite carneficine del terribile conflitto. Entrambi i villaggi furono azzerati, ma non prima che l'imperatore Guglielmo venisse in visita alle sue truppe e che un giovane Adolf Hitler vi stazionasse in numerose occasioni. A Ploegsteert, località ora assorbita dal doppio comune, apparve all'inizio del 1916 anche Winston Churchill, ricordato con tanto di sigaro in bocca da una targa in marmo. Nel 1918 non c'era praticamente più un muro in piedi. Era stato un altro massacro.

Roelens è nato qui. «Quando ero bambino passavo spesso nella casa di campagna dei miei nonni. Mi tenevano tranquillo con le storie della guerra e, quando non avevano più tempo, mi dicevano di andare fuori nei campi, perché lì avrei trovato le tracce dei combattimenti». Non aveva neanche nove anni quando ha strappato all'erbaccia una moneta di rame da un cent di Napoleone III. Da allora non si è fermato. Ha imparato a osservare, a comprendere dove la terra potesse nascondere qualcosa. «Camminiamo nei campi, guardiamo; basta una piega o un oggetto ad attirare la nostra attenzione», assicura. Il primo soldato lo ha scovato a Warneton, nel 1981. Un inglese. Per incontrare un tedesco ha atteso sino al 2004. Gli hanno anche dato un nome e lo hanno seppellito con onore, il che è un successo in più. Era a pezzi, stracciato dal combattimento. «Credo che tutto questo sia un dovere nei confronti della memoria», riflette il cacciatore di militi ignoti. Ritiene che un archeologo come lui «debba riuscire a mettere insieme le cose, accendere una luce su uomini che hanno compiuto il più grande dei sacrifici, per liberarci nel nome della Pace».
Assicura di non essere un collezionista, cataloga tutto e scrive lunghi rapporti per la sua Société d'Histoire de Comines-Warneton. «Una volta mi hanno chiesto come mai a Ypres i soldati non hanno mai nulla indosso e qui c'è sempre qualcosa», concede con orgoglio mentre mostra un orologio a cipolla arrugginito. «Vuole un mezzo segreto?», domanda. «Negli archivi del reggimento dei Lancashire Fusiliers ho scoperto che solo tre fanti sono morti e sono stati sepolti a Warneton, li misero nella massicciata di una linea ferroviaria, due soldati semplici e un sottufficiale». Gli brilla la voce, al belga. «Qui ne abbiamo trovati due e un terzo non si sa. Avvolti in una sorta di tela cerata. Chiaro che sono loro, ma mi hanno pregato di non dire i nomi, prima bisogna fargli la prova del Dna. Sa, gli inglesi...». Alla fine di una procedura mai breve fatta di analisi e scartoffie, chi ritroverà un'identità sarà sepolto a Ypres. Patrick ha un'aria compunta. «Lei non immagina quante famiglie aspettano ancora di sapere», dice. Così la domanda, l'ultima, viene spontanea. Crede davvero che ce ne siano molti altri? «E' sicuro - replica rapido -. Adesso classifichiamo questi e poi li andiamo a cercare».




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Caso Orlandi, le rivelazioni di Giorgetti: «Ora racconto la verità sulla scomparsa»

Il Mattino


L'ex galeotto legato ad ambienti dell'estrema destra, svela:
secondo me è viva e si trova tra la Grecia e la Turchia



di Cristiana Mangani


ROMA (20 novembre) - «Il rapimento di Emanuela Orlandi è stato deciso e realizzato dalla Banda della Magliana. La ragazza è stata rapita con l’obiettivo di recuperare 15 miliardi di lire appartenenti a Manlio Vitale, ex testaccino, detto “Er Gnappa”, arrestato di recente a Caserta». Sono le ultime rivelazioni di Maurizio Giorgetti, 56 anni, da sempre legato all’estrema destra di Paolo Signorelli e Adriano Tilgher, con un passato vissuto tra operazioni finanziarie spericolate e il carcere. Un bel giorno, qualche mese fa, Giorgetti decide di raccontare «quello che sa». Chiede consiglio all’avvocato Pietro Nicotera e poi si reca dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Simona Maisto che lavorano da anni alla ricerca della verità sulla misteriosa scomparsa della giovane cittadina vaticana. I quali lo ascoltano, inizialmente con qualche diffidenza, poi decidono di prendere in considerazione la ”sua” verità.

Lunga barba bianca, fisico imponente, rolex d’oro al polso, Giorgetti dice cose che appaiono esagerate, mette dentro il Vaticano, i grandi misteri d’Italia, persino la morte di Raul Gardini. La procura sembra credergli e registra la sua testimonianza per ben due volte. Del resto, perché quest’uomo che ormai ha praticamente scontato i suoi obblighi con la giustizia, dovrebbe rimettersi al centro di un vortice come quello del sequestro Orlandi? Quale potrebbe essere il suo interesse?

Signor Giorgetti, perché ha deciso di parlare dopo così tanti anni?
«Non sto bene in salute e volevo togliermi questo peso dalla coscienza».

Che sa del sequestro di Emanuela Orlandi?
«So quello che ho detto al magistrato e cioè che mi trovavo al ristorante “Il porto” di Lungotevere a Ripa, quando, al tavolo accanto al mio, Angelo Cassani “Ciletto” (ora indagato con Sergio Virtù e Gianfranco Cerboni per il rapimento) e Giuseppe De Tomasi (per gli inquirenti, il telefonista
Mario) stavano parlando di una ragazzina da prelevare perché bisognava recuperare del denaro. Le stesse persone che - come è noto - erano molto vicine a Enrico De Pedis, le ho incontrate qualche giorno dopo al ristorante l’Antica Pesa, a Trastevere, e lì dicevano che era necessario portare via da Roma questa persona e che l’avrebbe fatto Ciletto con la sua Bmw».

Ai pm ha anche parlato di un monsignore che sarebbe stato in contatto con Cassani.
«Sì era monsignor Edward Prettner Cippico, praticamente l’ideatore dello Ior, tesoriere della finanza vaticana. Lo conoscevo perché ci facevo operazioni finanziarie a Formosa. Un giorno parcheggiai sotto casa sua e vidi la macchina di Ciletto. In casa non l’ho incontrato ma ho trovato la porta della biblioteca chiusa, cosa che non accadeva mai. C’era qualcuno dentro e per me era proprio Cassani».

Ma può provare quello che dice?
«Non faccio le cose a caso. Ho in Svizzera molta documentazione, agende, appunti importanti su quaranta anni di storia italiana. Le ho messe al sicuro e, a breve, andrò a prenderne una parte. Dovevo partire proprio questo fine settimana con il mio avvocato, ma ho dovuto rinviare. Le sembro uno sprovveduto? Mi sono tutelato. Finanzio l’estrema destra e me stesso, e mi fido di pochissime persone».

Lei non si nasconde, si è fatto riprendere anche dalla trasmissione Chi l’ha visto?. Non è che, per caso, sta cercando di mandare un messaggio a qualcuno?
«Non mi nascondo perché non ho paura. Ho vissuto tutta la vita così. Non intendo chiedere di entrare nel regime di protezione né altri benefici. È solo arrivato il momento di dire quello che so. Ho fatto affari con tutti, ho una gioielleria a Saint Moritz, ho comprato una nave che è affondata a Gioia Tauro. Tre anni fa sono stato insignito di una laurea honoris causa in Scienze economiche all’Università vaticana».

Una laurea all’Università vaticana?
«Faccio anche del bene, e sono un grosso esperto di società e finanza».

Di recente ha denunciato un’aggressione. Qualcuno l’ha colpita con il calcio della pistola nella sua casa a Soriano del Cimino.
«So chi è stato e l’ho riferito anche ai carabinieri, dei quali mi fido ciecamente. Quello che mi ha colpito mi ha guardato in faccia e mi ha detto: “Questo è per conto di Vitale”».

L’avvocato Nicotera ha chiesto alla procura di poter cristallizzare le sue dichiarazioni in un incidente probatorio, teme per la sua vita?
«Lo ripeto: io non ho paura. Però sono malato di cuore, ho il diabete. La salute potrebbe farmi brutti scherzi».

Lei sa che fine ha fatto Emanuela Orlandi?
«E’ un parere assolutamente personale, ma io credo che sia viva e stia in un paese che si chiama Kastoria, in Grecia, al confine con la Turchia».




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Il Lazio "gira" a Moretti 500 mila euro

Il Tempo

Stanziamenti previsti dalla Giunta Marrazzo. A quel tempo "scaduta": la delibera è stata firmata 5 giorni prima delle elezioni.


Nanni Moretti incassa 500 mila euro dalla Regione Lazio. La delibera è stata firmata il 23 marzo 2010, nell’ultima settimana della Giunta di centrosinistra. Un tempismo perfetto: cinque giorni dopo, il 28 marzo, ci sono state le elezioni, vinte dalla candidata del centrodestra Renata Polverini. I soldi sono stati «girati» alla Sacher Film srl (che al 31 dicembre 2009 era in rosso di 8.187 euro con debiti verso le banche per 597 mila). I cinquecento mila euro del Lazio sono stati un contributo alla realizzazione della pellicola «Habemus Papam», prodotta, oltre che dalla società di cui il regista è fondatore e presidente, anche da Fandango e Rai Cinema. Dunque se attori e registi se la prendono con il governo e, in particolare, con il ministro Bondi e criticano le riduzioni alla cultura, il mancato rinnovo degli sgravi fiscali per il cinema e il taglio al fondo unico per lo spettacolo, si rifaranno con i soldi delle Regioni. Almeno alcuni.

Il Lazio, nella legislatura passata, non ha badato a spese e ha puntato parecchio su fiction e cinema. Soltanto la società Filas, attraverso cui la Regione finanzia interventi per la promozione delle imprese e delle tecnologie, ha impegnato più di 8 milioni di euro. Prima dell'estate erano stati erogati 4 milioni 908 mila 382 euro. Si sa, le amministrazioni pubbliche hanno i loro tempi. I quasi 5 milioni già pagati dal Lazio sono stati usati interamente per finanziare film. Alcuni conosciuti al grande pubblico, tanto che si stenta a credere che avessero davvero bisogno dei soldi della Regione Lazio. Altri, invece, sconosciuti, che non sono stati nemmeno distribuiti.

Il film «Perturbazioni» ha ottenuto 50 mila euro come «Rebuilding Rome». Poco di più, 60 mila euro, «Celio Azzurro». Mentre «Ti ho cercato in tutti i necrologi», «Il premio (sott'acqua)» e «L'amore cortese» sono arrivati a 100 mila euro ciascuno. «Appartamento ad Atene», «Dalla vita in poi» e «La strategia degli affetti» hanno portato a casa 150 mila euro ognuno. Hanno conquistato di più «I fiori di Kirkuk», «Amaro Amore», «La scelta», «Il padre e lo straniero», «Il fuoco e la cenere», «Laria», «Almeno tu nell'universo», «La voce», «Il prossimo tuo»: 200 mila euro ciascuno. L'ex amministrazione di centrosinistra è stata molto attenta all'Esquilino. Mica fesserie multiculturalismo e integrazione. Così la Filas ha finanziato due «progetti audiovisivi» specifici: uno s'intitola «Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio», che ha ottenuto 300 mila euro.

All'altro, «I diari dell'orchestra di piazza Vittorio», la Regione Lazio ha dato 100 mila euro. Poi ci sono quelli che hanno conquistato contributi più elevati. «Io Claudia vita di un'italiana» ha ottenuto 250 mila euro, «Pinocchio», della Cometa film srl, 500 mila euro. Come, appunto, l'ultimo film di Nanni Moretti che si è ispirato alla vicenda di papa Celestino V. La pellicola sarà nelle sale nel 2011. I protagonisti sono Michel Piccoli, che interpreta il pontefice, lo stesso Moretti, nella parte dello psicanalista del papa, Margherita Buy e Franco Graziosi. Benché il regista non abbia avuto il permesso di girare in Vaticano (non l'ha mai avuto nessuno), ha potuto realizzare alcune riprese esterne in piazza San Pietro durante l'Angelus. Del resto la pellicola strizza l'occhio al Vaticano, che ne avrebbe gradito la sceneggiatura. Il film, ovviamente, è costato parecchio, circa 8 milioni di euro. Le riprese sono terminate a metà giugno. Per festeggiare Moretti ha portato a cena tutto il cast in un piccolo ristorante di Ardea. Avrà pagato con i soldi della Regione Lazio?



Alberto Di Majo
21/11/2010




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Padova, le Poste "usano" l'alluvione per pubblicità: è polemica

Il Mattino di Padova


Un cartello appeso in molti uffici postali della provincia di Padova per promuovere il servizio assicurativo: "Cos'altro deve succedere ancora?" e le foto dell'alluvione. E' polemica sul web, proteste tra i clienti



PADOVA. Più che una pubblicità è un clamoroso autogol quello degli uffici postali della provincia di Padova, che hanno utilizzato le immagini dell'alluvione per promuovere i servizi assicurativi dell'azienda. Una scelta che non è piaciuta a tantissimi residenti delle zone alluvionate, che si sono visti consegnare a mano anche volantini con le stesse immagini.

Strade e case allagate, le immagini di Vicenza e della Bassa Padovana sott'acqua, accompagnate dalla scritta: "Cosa deve succedere ancora? Proteggiti subito con PostaProtezioneCasa". Questo il cartello incriminato.

Le prime proteste sono piovute su Facebook, nel gruppo "Sos Alluvione Veneto", che ha denunciato il fatto, raccogliendo in poche ore quasi un centinaio di commenti sdegnati. L'epiteto più diffuso nei confronti delle Poste è proprio "sciacalli", e in rete si moltiplicano gli "avvistamenti" dei cartelli incriminati.

18 novembre 2010




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Morta Maria Bondesan, vide il miracolo predetto da padre Leopoldo

Il Mattino di Padova


Aveva 101 anni. Fu testimone della guarigione di Antonio Geremia, un bambino in fin di vita che era stato curato da suo marito, il professor Enrico Rubaltelli. Proprio per quel miracolo padre Marco D'Aviano fu fatto beato




PADOVA. La donna che vide il miracolo è morta a 101 anni. Maria Bondesan era nata ad Assisi l'11 aprile 1909, terza di tre figli. Aveva conosciuto molto giovane il professor Enrico Rubaltelli, medico chirurgo nato a San Polo d'Enza (Reggio Emilia) e trasferitosi a Padova per praticare la professione di otorinolaringoiatra.

Nell'ambiente religioso, la signora Bondesan era conosciuta come «La donna del miracolo». Nel 1934 Maria aveva conosciuto il frate cappuccino padre Leopoldo Mandic, che diventò poi il suo confessore e confidente. Di padre Leopoldo Maria Bondesan conservava, in un cassetto di casa, una lettera autografa datata 1941.

Fu proprio padre Leopoldo a suggerirle di pregare padre Marco D'Aviano (predicatore e religioso nato nel 1631 e morto a Vienna nel 1699) per far guarire un bambino, Antonio Geremia, paziente di suo marito Enrico, che si trovava ricoverato in fin di vita e senza alcuna possibilità scientifica di guarigione. Padre Leopoldo annunciò, infatti, a Maria Bondesan che sarebbe stata testimone di un miracolo.

Il bambino, che per i medici non aveva appunto alcuna possibilità di salvarsi, guarì inspiegabilmente. Maria Bondesan venne in seguito chiamata anche dalla Santa Sede come testimone dell'accaduto. E grazie proprio a quel miracolo, previsto da padre Leopoldo, padre D'Aviano fu fatto beato.

20 novembre 201




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Il pentito anti Cav? Per i giudici è un falsario

di Gian Marco Chiocci



Nelle motivazioni della sentenza Dell’Utri, la Corte d’appello di Palermo demolisce la deposizione di Gaspare Spatuzza, promosso a eroe dalla sinistra. Le rivelazioni del teste chiave dell’accusa vengono definite "inconsistenti e frutto di inammissibili congetture"





Inattendibile. Inaffidabile. Incontestabilmente falso. Sono ai minimi storici le quotazioni del tanto osannato killer pentito Gaspare Spatuzza che sulla scia delle rivelazioni sulla strage di via d’Amelio s’è arrogato il diritto di dire il falso su Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra. Il fedelissimo dei boss Filippo e Giuseppe Graviano, pluriergastolano da quaranta omicidi, è un bluff. Aveva sei mesi di tempo per dire tutto, e non l’ha fatto. A tempo scaduto ha accusato senza prove il senatore e il premier. La Corte d’appello di Palermo che ha condannato Dell’Utri liquida così la sua partecipazione al processo: «Il contributo offerto è sostanzialmente inconsistente. Le sue dichiarazioni, al di là del risalto mediatico oggettivamente assunto, si sono palesate prive di ogni effettiva valenza probatoria» anche perché frutto di «inammissibili congetture».

Deduzioni, nulla più. Un esempio: «Richiesto di riferire se fosse a conoscenza di interessi economici comuni tra i fratelli Graviano, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, Spatuzza ha risposto sostanzialmente con una mera deduzione quanto mai generica riferita ad un magazzino Standa aperto negli anni ’90-’91 a Palermo nel quartiere Brancaccio». L’unica Standa, precisa Spatuzza, quand’invece ce n’erano altre cinque. Una circostanza sballata, una delle tante che portano i giudici a scrivere: «Il preteso contributo alla verifica delle accuse oggetto del presente giudizio (...) si è connotato invece conclusivamente per la sua assai limitata, se non del tutto insussistente, consistenza oltre che per la manifesta genericità».

Ma ciò che ha caratterizzato il giudizio negativo sul collaboratore di giustizia «sotto il profilo dell’attendibilità (...) è stato soprattutto l’oggettivo ed ingiustificato ritardo con cui i pochi fatti riferiti alla Corte erano stati dallo Spatuzza portati a conoscenza dell’autorità giudiziaria ben oltre il termine dei 180 giorni che la legge sui collaboratori impone per riferire le notizie relative ai fatti di maggiore gravità ed allarme sociale». Come quella, fondamentale, dell’incontro al bar Doney di Roma dove Graviano avrebbe confidato a Spatuzza che il Paese era stato consegnato nelle mani di Cosa nostra da Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.

Nel controesame di Spatuzza in aula «è emersa con oggettiva chiarezza ed incontestabile nitidezza, l’ingiustificato e rilevante ritardo con cui Gaspare Spatuzza ha ritenuto di parlare di Dell’Utri e Berlusconi, ritardo che induce a dubitare più che fondatamente anche della credibilità delle sue rivelazioni sul punto». Spatuzza s’è difeso dicendo che si era riservato di farlo successivamente al riconoscimento del programma di protezione ed anche perché Berlusconi era tornato al governo con a fianco il ministro Alfano definito da Spatuzza «un vice del signor Marcello Dell’Utri». Tutte scuse. «Con assoluta chiarezza ed incontestabile evidenza traspare che Gaspare Spatuzza, contrariamente a quanto vuol fare credere, non si riservò affatto di rispondere riguardo a determinati argomenti, ma rispose a tutte le domande fornendo informazioni che egli ammette oggi fossero invece assolutamente false».

Alla fin fine Spatuzza «non ha riferito altro che le poche parole che assume di avere sentito pronunciare a Giuseppe Graviano» su Dell’Utri e Berlusconi. La cosa strana è che non chiese mai niente, al boss, con cui era in confidenza. Le sue sono dunque «deduzioni» fondate su elementi non riscontrati. Solo quel «c’è di mezzo» un tale Dell’Utri, circostanza smentita da Filippo Graviano che ha negato di conoscere Dell’Utri. Così come «l’inconsistente valenza accusatoria delle poche parole che Spatuzza assume di avere sentito pronunciare da Giuseppe Graviano» è confermata soprattutto dal rilievo che la pretesa euforia che animava il boss per avere ormai «il Paese nelle mani» grazie alla serietà delle persone (Berlusconi e Dell’Utri) che ciò avevano voluto e consentito, era destinata a svanire subito se proprio quello stesso Giuseppe Graviano, appena qualche giorno dopo quelle tanto entusiastiche quanto infondate previsioni, è stato arrestato a Milano assieme al fratello Filippo».

Se dunque, per il ciarliero Spatuzza, il Paese era nelle mani della mafia grazie all’accordo con Berlusconi, per i giudici «non si riesce davvero a comprendere perché né i capi dell’associazione mafiosa, ormai tutti in galera, che avrebbero dovuto beneficiarne, né soprattutto Giuseppe e Filippo Graviano, da oltre 15 anni detenuti con le gravose restrizioni di quell’articolo 41 la cui modifica asseritamente costituiva uno dei punti fondanti del patto politico-mafioso, abbiano mai in tutti questi lunghi anni preteso e reclamato il rispetto delle garanzie e degli impegni assunti dai due esponenti politici in quell’ormai lontano gennaio del 1994, che anche per tali considerazioni devono ritenersi invece mai avvenuti».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it



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Arrestato 'occhi di ghiaccio' Acri, uno dei boss della ‘ndrangheta Aveva il covo nel Ferrarese

Il Resto del carlino


Il 31enne, capo della 'ndrina calabrese di Rossano, era ricercato dal 2007; è condannato a tre ergastoli. E' stato preso a Borgo Panigale. "Siete carabinieri? Complimenti", ha detto al momento dell'arresto. Era noto per la sua spietatezza


Nicola Acri (foto dei carabinieri)
Nicola Acri (foto dei carabinieri)




Bologna, 20 novembre 2010 - È stato arrestato oggi dai carabinieri Nicola Acri, considerato un esponente di spicco della ‘ndrangheta, soprattutto nell’area ionica del comprensorio di Rossano, nel Cosentino. L’uomo era ricercato da diversi anni.

Nicola Acri, 31 anni, è stato arrestato dai carabinieri del raggruppamento operativo speciale oggi pomeriggio a Bologna. Ritenuto il capo della ‘ndrina calabrese di Rossano, ricercato dal 2007 per associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidi ed altri reati, al momento del fermo non ha opposto resistenza. Il latitante, già condannato a tre ergastoli, è stato catturato assieme a due fiancheggiatori che ne coprivano la latitanza. Acri, tra l’altro, è accusato di essere stato il mandante del delitto di Luciano Converso, assassinato a Rossano il 12 gennaio del 2007.

"Siete carabinieri? Complimenti siete stati bravi. Sono Nicola Acri". Cosi’ il boss di Rossano, si e’ rivolto agli uomini dei Ros dei carabinieri che lo hanno arrestato a Borgo Panigale. Acri e’ stato bloccato dopo tre giorni ininterrotti di pedinamenti da parte degli investigatori del Ros. L’indagine della Dda di Catanzaro che ha portato i Ros sulle tracce di Acri e’ durata due anni e’ stata condotta solo con pedinamenti, intercettazioni e la verifica dei tabulati telefonici. In Emilia Romagna, Acri non era di passaggio ma, molto probabilmente, per curare i propri interessi nella zona.

'Occhi di ghiaccio'. Cosi’ Nicola Acri e’ conosciuto nell’ambiente criminale. Non solo per il colore azzurro dei suoi occhi ma per lo sguardo "gelido e spietato". "E’ uno dei piu’ spietati, abili e temuti killer della ‘ndrangheta" dice di lui un investigatore. Una definizione che, rivelano le stesse fonti, trova riscontro anche nelle parole di diversi pentiti che hanno parlato del terrore che Acri riusciva ad incutere anche ai suoi affiliati.

AVEVA IL COVO NEL FERRARESE
Nicola Acri, detto ‘Occhi di ghiaccio', da un paio di mesi si era trasferito nella zona di Comacchio, in provincia di Ferrara. I carabinieri del Ros di Bologna lo avevano individuato grazie ad attività tecniche e lo avevano agganciato all’inizio di questa settimana. Questi giorni li aveva trascorsi insieme alla moglie e al figlio con i quali era stato ripreso dalle telecamere di videosorveglianza di un centro commerciale della provincia di Ravenna. In queste ore i carabinieri stanno perquisendo il suo covo ferrarese. Quando oggi pomeriggio ha capito che il cerchio si stava stringendo intorno a lui, Acri ha cercato di scappare ma è stato inutile. La Ford Focus su cui viaggiava, intestata a un uomo residente a Rossano Calabro, è stata bloccata e per lui sono scattate le manette.

Erano da poco trascorse le 16 quando il boss, tra i cento ricercati più pericolosi, è stato arrestato in piazza Pasteur, a Borgo Panigale, alla periferia di Bologna. Con lui c’erano Franco Tedesco catanzarese di 46 anni residente del capoluogo emiliano, e Antonio Carbone 29enne di Locri, entrambi già noti alle forze dell’ordine, ed entrambi arrestati per favoreggiamento personale. I due erano appena scesi dalla vettura e si stavano allontanando a piedi quando i circa 15 militari del Ros di Bologna e Catanzaro hanno fatto scattare il blitz. Per bloccare la Focus, un ufficiale ha dovuto esplodere un colpo di pistola a uno pneumatico. Nessuno dei tre era armato e Acri è stato trovato in possesso di documenti falsi. A carico di Acri ci sono tre ergastoli. È accusato di aver commesso quattro omicidi e un tentato omicidio dal 2000 al 2001. Molti dei delitti che gli vengono contestati, secondo gli inquirenti, sarebbero stati commessi anche in nome delle alleanze che aveva stretto con altre ‘ndrine. Addosso Acri aveva anche due telefoni cellulari su cui sono in corso accertamenti.

GRASSO: 'ALTRO GRANDE SUCCESSO'


"Poco fa mi e’ stato comunicato un altro successo. E’ stato arrestato un latitante condannato all’ergastolo che sfuggiva da diversi anni alla cattura: Nicola Acri. I carabinieri del Ros lo seguivano da tempo e adesso lo hanno catturato". Con queste parole il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso ha commentato l'arresto avvenuto a Bologna. E lo ha fatto davanti alla platea del 14esimo vertice antimafia organizzato dalla Fondazione Antonino Caponetto a Villa Montalvo di Campi Bisenzio (Firenze). La notizia e’ stata accolta da un lungo applauso della platea riunita nella sala.

LOMBARDO: 'ERA IL LATITANTE PIU' IMPORTANTE DI CATANZARO'


Nicola Acri è stato considerato dal procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo «il latitante più importante del distretto di Catanzaro». Lo ha detto nel corso della conferenza stampa che si è tenuta alla caserma dei carabinieri Paolo Grippo di Cosenza, alla quale hanno partecipato anche il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, il comandante provinciale dell’Arma colonnello Ferace e il comandante del reparto operativo Vincenzo Franzese.

«Lo Stato ha vinto ancora, anche su Nicola Acri», ha rimarcato il capo della Dda, che ha posto l’accento su uno degli efferati delitti di cui Acri è accusato, quello dell’imprenditore di Rossano Luciano Converso. «In primo grado c’è una condanna all’ergastolo comminata a tutti e tre gli imputati. Nel corso del processo ci sono stati diversi tentativi di condizionamento sui testimoni. Ora probabilmente si andrà avanti ma con più serenità». Secondo il procuratore Lombardo, Acri si era rifugiato a Bologna «perchè sul suo territorio avevamo fatto terra bruciata, sia su di lui che sui reticoli attorno a lui».




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