venerdì 19 novembre 2010

Rutti e bestemmie di esponenti leghisti e Pdl nella cattedrale di Monaco di Baviera

Quotidiano.net
Nel video, girato da uno degli stessi protagonisti della goliardata, appaiono anche alcuni consiglieri comunali di Opera, alle porte di Milano, che hanno provveduto poi a scusarsi

Milano, 19 novembre 2010 - Un gruppo di esponenti lombardi di Pdl e Lega Nord, in trasferta a Monaco, si sono distinti per imprecazioni, rutti, bestemmie e battute di pessimo gusto in un luogo di culto.
L'esercizio di classe è stato ripreso mentre entrano, birra alla mano, nella cattedrale della città bavarese dando vita a una scena “da osteria”, che ha immediatamente spopolato su Internet.
Nel video, girato da uno degli stessi protagonisti della goliardata, appaiono anche alcuni consiglieri comunali di Opera, alle porte di Milano, che hanno provveduto poi a scusarsi una volta che le immagini hanno cominciato a circolare sulla rete.




“Dopo ‘tagghiamo’ anche Don Danilo”, dice uno di loro scherzando mentre nella cattedrale dopo aver bevuto qualche boccale di troppo e munito di occhiali con la forma di una nota bottiglia di birra.
Tra di loro c’è anche un capogruppo leghista che si è detto “strapentito”, spiegando che “era un po’ ubriaco” quando è stato ripreso. “E’ stata una pessima goliardata”, ha commentato il consigliere, precisando però di non essere stato lui a bestemmiare.




Birra e volgarità, ubriachi in chiesa: si dimettono i consiglieri Pdl-Lega


Fabrizio Dalcerri e Antonio Buono hanno rimesso il loro mandato nelle mani del sindaco di Opera


MILANO - Fabrizio Dalcerri e Antonio Buono, rispettivamente capogruppo e consigliere comunale della Lega nel Comune di Opera (Milano) hanno rimesso il proprio mandato al sindaco Ettore Fusco. La decisione, comunicata dallo stesso sindaco, è giunta all'indomani della pubblicazione su YouTube di un video che ritrae i due esponenti leghisti mentre bevono birra e pronunciano volgarità, (si sente anche una bestemmia) nella cattedrale di Monaco di Baviera. «Dalcerri, in particolare - spiega il sindaco Fusco - non è più da oggi capogruppo del gruppo Pdl -Lega - Udc della maggioranza al Comune. Valuteremo a mente fredda il da farsi, ma mi pare che il fatto che i due abbiano già rimesso il proprio mandato sia una ammissione di responsabilità rispetto ad un fatto grave che è accaduto anche se i due consiglieri erano si nel gruppo da dove è partita una bestemmia, ma non hanno mai bestemmiato. Si sono scusati pubblicamente, si sono detti dispiaciuti e ora valuteremo il da farsi».

«LA FRITTATA E' FATTA» - «Come sempre in questi casi, quando la frittata è fatta ed è impossibile occultare o cancellare, si sceglie necessariamente la strada della minimizzazione - si legge in una nota del gruppo Consiliare centrosinistra Operese -. Il copione è già scritto: sono due stupidi di cui è stato subdolamente rivelato un momento di debolezza. I due sono affranti e pentiti, alle reprimende severe del sindaco, hanno solennemente promesso che non lo faranno mai più. No, così non può andare. Diciamo subito che non ci accontenteremo di questi logori piagnistei, che hanno l'unico scopo di prendere tempo e di dirottare l'attenzione generale su falsi bersagli».

Redazione online
19 novembre 2010





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«Il volo rende liberi», scritta choc al cancello dell'aeroclub di Treviso

Corriere della sera


L'associazione protesta contro l'Enac mutuando la scritta posizionata dai nazisti all'ingresso di Auschwitz «Arbeit macht frei». Rivolta della comunità ebraica



La scritta davanti al cancello del campo di Auschwitz (archivio)
La scritta davanti al cancello del campo di Auschwitz (archivio)


TREVISO - Per contestare l’Enac e la società di gestione Aertre, l’aeroclub di Treviso ha riprodotto sulla propria cancellata la scritta che sovrasta il cancello di Auschwitz, mutando la frase «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi) in Fliegen Macht Frei (Il volo rende liberi). Un’iniziativa che voleva essere provocatoria, ma che ha suscitato subito un mare di polemiche, riferisce il quotidiano La Tribuna di Treviso. «Il forte richiamo ai campi di concentramento è tutt’altro che una mancanza di rispetto verso i martiri del nazismo - prova a difendersi il presidente dell’associazione Volo Treviso, Francesco Montagner -, bensì un atto di devozione nei loro confronti». Per il rabbino capo della comunità ebraica di Venezia, Elia Richetti, però, si tratta di un messaggio di pessimo gusto in quanto banalizza l’Olocausto.

L’ associazione Volo Treviso (questo il nome dell’aeroclub), spiega Montagner, ha attuato una manifestazione di protesta perché «l’Enac e la società esercente Aertre Spa, controllata al 51 per cento da Save-Venezia, stanno portando la scuola di volo trevisana alla chiusura». In ogni caso, per Elia Richetti, rabbino capo della comunità ebraica di Venezia, una trovata di «pessimo gusto», anche se la protesta dell’aeroclub è complessa ed articolata. Dal 3 novembre scorso, spiegano i dirigenti dell’associazione, «una nuova barriera sovrastata da reticolati impedisce l’accesso ai visitatori e limita fortemente l’attività addestrativa degli allievi piloti e degli istruttori, obbligandoli a sottostare a umilianti quanto inutili procedure».

Con questa scelta di impatto mediatico alla Oliviero Toscani, l’aeroclub vuole sottolineare inoltre, dichiara Montagner, «i tempi esasperanti per il rilascio dei permessi di accesso, la continua indisponibilità delle aree di sosta per gli aeromobili, il costante lievitare dei costi di handling che vengono applicati indipendentemente dal fatto che i servizi aeroportuali siano erogati o meno, il muro di gomma delle autorità amministrative attraverso una burocrazia insostenibile sono evidenti strumenti di ostracismo per costringerci ad abbandonare l’aeroporto e a cessare ogni attività».(Ansa)

19 novembre 2010




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Campania, cachet di Elton John pagato coi fondi europei, la Ue li rivuole

Quotidiano.net


La Regione Campania dovrà restituire i 720 mila euro utilizzati per finanziare l'esibizione del cantante inglese. Quei fondi dovevano servire per un "progetto culturale più ampio"


Bruxelles, 19 novembre 2010 - La Commissione Ue ha chiesto alla autorità italiane il rimborso di 720 mila euro di fondi europei utilizzati per pagare il cachet per un concerto di Elton John in Campania.

I fondi utilizzati per finanziare il concerto di Elton John, ha spiegato il portavoce del Commissario per la politica regionale Johannes Hahn, facevano parte di un più ampio pacchetto da 2,25 milioni per un "progetto culturale più ampio".

Le autorità campane dovranno sottrarre da questo contributo la somma utilizzata per il solo concerto, evento di un festival a Piedigrotta nel settembre 2009, perchè "i fondi regionali Ue devono essere utilizzati per investimenti a lungo termine - ha precisato Ton Van Lierop - e questo non era il caso".

La richiesta di rimborso è stata inviata ieri da Bruxelles "alle autorità campane che gestiscono i programmi operativi e in copia al ministero dell’Economia".





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Afghanistan gli Stati Uniti inviano a Helmand carri armati Abraham

Quotidiano.net


Per la prima volta dal'inizio del conflitto il generale David Petraeus, capo delle forze armate americane e di quelle Nato nel Paese asiatico ha autorizzato l'uso dei tank nel sud e in particolare a  Helmand



Abraham M1
Abraham M1

Washington, 19 novembre 2010 - I carri armati americani sbarcano in Afghanistan, per la prima volta dall’inizio del conflitto. A dimostrare quanto duri siano i combattimenti nel sud, in particolare a Helmand, il dispiegamento di 16 M1 Abraham è stato approvato dal generale David Petraeus, capo delle forze armate americane e di quelle Nato nel Paese asiatico con l’obiettivo, scrive il Washington Post riportando fonti anonime, "di mettere in condizioni le forze di terra di colpire i ribelli a una distanza più grande da quella resa possibile da qualsiasi altro veicolo".

agi





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Arrestato Errani: ha evaso 19 milioni

Libero







Fuori programma durante le prove libere del rally-show di Monza. I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza hanno arrestato Riccardo Errani, pilota e titolare della scuderia rally Errari Team con sede a Faenza, vicino Ravenna, e residente a Montecarlo. Secondo il Gip del Tribunale di Ancona, che ha emesso un provvedimento di custodia cautelare in carcere per Errani dopo le indagini della Procura della Repubblica dorica, l'uomo era al vertice di un'associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale nel settore delle sponsorizzazioni sportive nell'ambito di manifestazioni, esposizioni e competizione di rally.

L'operazione, denominata "World cup rally", è partita da una verifica fiscale eseguita nei confronti della società World cup S.a.S. di Senigallia, in provincia di Ancona, il cui prestanome non ha giustificato i prelivi giornalieri di 100mila euro in contanti da conti correnti bancari a lui intestati. Da qui è emersa una grossa frode fiscale facente capo ad Errani che, pur risultando nullatenente, ha percepito compensi in contante in evasione alle imposte pari a circa 19 milioni di euro. Nel periodo tra il 1998 e il 2010 ha prodotto un fatturato attivo nei confroni di sponsor, per interposte persone e società di comodo, pari a circa 34 milioni.

E' stata sequestrata l'intera scuderia di automezzi del Team, del saldo attivo di conti correnti bancari in Italia e all'estero ritenuti nella disponibilità del pilota e di immobili ubicati a Rimini e Faenza e intestati a società con sede a Montecarlo.

19/11/2010





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Sentenza choc alla Mecca, 4 ladri condannati al taglio delle mani

Quotidiano.net


Nel regno di re Abdallah vige la sharia, nell’interpretazione estremista della dottrina wahhabita. Per reati come l’apostasia, l’omosessualità e il furto sono previste pene come la fustigazione, l’amputazione della mano o la morte


Pena capitale in Arabia Saudita (internet)
Pena capitale in Arabia Saudita (internet)

Riad, 19 novembre 2010 - Polemiche per la nuova sentenza choc in Arabia Saudita di un giudice di un tribunale di Mecca, la città santa dell’Islam, che ha stabilito la condanna all’amputazione delle mani per quattro ladri già condannati in primo grado. Lo riferisce l’edizione odierna del quotidiano ‘Kabar’, secondo cui i quattro imputati sono stati riconosciuti colpevoli di rapina ad alcune gioiellerie del Paese del Golfo.

"La corte d’appello di Mecca ha confermato il verdetto di un tribunale di Asir (città del sud dell’Arabia Saudita, ndr) che prevede l’amputazione delle mani per quattro ladri che hanno confessato il loro crimine", si legge. Il quotidiano, tuttavia, non ha rivelato le identità dei condannati ni quando le esecuzioni avranno luogo.

Nel regno di re Abdallah vige la sharia, nell’interpretazione estremista della dottrina wahhabita. Reati come l’apostasia, l’omosessualità e il furto sono considerati violazioni del diritto di Dio. Per questa tipologia di crimini il codice penale saudita prevede specifiche punizioni quali la fustigazione e l’amputazione della mano, oppure addirittura la condanna a morte.





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Cina, condannata a un anno di lavori forzati per messaggio su Twitter

Quotidiano.net


Chen Jianping, 46 anni, si era presa gioco dei giovani nazionalisti che avevano organizzato manifestazioni contro il Giappone


twitter
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Pechino, 19 novembre 2010 - In Cina una donna di 46 anni e’ stata condannata ad un anno di lavori forzati per aver ridicolizzato i nazionalisti antigiapponesi attraverso il sito web Twitter con un messaggio. Lo ha reso noto il fidanzato della donna.

Hua Chunhui, ha raccontato che aveva mandato alla fidanzata Chen Jianping un ‘’tweet’’ - un breve messaggio che puo’ essere inviato anche con un telefono cellulare - nel quale si prendeva gioco dei giovani nazionalisti che avevano organizzato manifestazioni contro il Giappone, invitandoli ironicamente ad attaccare il padiglione giapponese all’ Expo di Shanghai, che era sorvegliato da un massiccio schieramento di polizia. Chen Jianping ha inoltrato il messaggio ad un altro amico, aggiungendo il commento. ‘’forza, giovani arrabbiati!’’.

I due sono in seguito stati fermati dalla polizia ma, mentre Hua e’ stato rilasciato dopo cinque giorni, Chen e’ stata condannata a trascorrere un anno in un di campo di lavoro, uno dei cosidetti ‘’laogai’’.

In Cina la polizia puo’ decidere di rinchiudere un cittadino nei ‘’laogai’’ per un massimo di quattro anni senza che sia necessario un intervento della magistratura. Si ritiene che attualmente circa 300mila persone siano detenute nei campi di lavoro. La vicenda dimostra, secondo il direttore regionale di Amnesty International Sam Zarifi, ‘’il livello della repressione contro la libera espressione su Internet esercitato dalla Cina’’.





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Una rete di donne proteggeva Iovine Si parla di una taglia da mezzo milione

Il Mattino

Il boss: «Non sono l'uomo descritto da giornali e tv»
Trovate le lettere dei familiari per chiedere soldi e regali
Il procuratore Antimafia, Grasso: ora incalzare i Casalesi



di Rosaria Capacchione

NAPOLI (19 novembre) - Due anni più giovane, altrettanti di latitanza. E un valore di mercato pari a un terzo di quello del collega siciliano. Inutile cercare conferme ufficiali, ma è certo che per la cattura di Antonio Iovine, 46 anni compiuti due mesi fa, erano stati destinati cinquecentomila euro da stornare dai fondi riservati. Per Matteo Messina Denaro, come aveva anticipato l’Espresso cinque mesi fa, la taglia sarebbe invece di un milione e mezzo di euro, ricompensa offerta dal governo a chi sarà in grado di rivelare il nascondiglio del quarantottenne boss di Trapani, ricercato dal 2 giugno del 1993. Un premio in denaro contante, da consegnare in anonime valigette con i sigilli del segreto di Stato. Come dire, con la garanzia del più totale anonimato.

Che siano stati promessi, in Campania come in Sicilia, è sicuro. Se siano stati anche pagati non si saprà mai, anche perché in questo caso l’indagine tecnica della Squadra mobile di Napoli ha avuto la meglio sui sistemi «antichi» e per altro non contemplati dall’ordinamento italiano.

Ma la tempistica del blitz a Casal di Principe, così come la lunghissima attesa tanto a lungo andata delusa, hanno alimentato le voci di una trattativa riservata per la cattura di uno dei due capi in libertà del cartello Casalese. Anche perché Antonio Iovine troppe volte, negli ultimi anni, è riuscito fortunosamente a scappare. Tre volte solo quest’anno: l’11 marzo, al vico secondo Trieste, dall’abitazione di Maria Di Puorto; il 12 maggio, dalla casa di Danilo Locusta, in via Negri a Casal di Principe; e luglio, subito dopo l’arresto in via Caprera, a Casal di Principe, di Nicola Schiavone. Un’altra volta il 2 gennaio del 2009, dalla casa di Corrado Carcarino, in via Iannone a San Cipriano.

Ma quella più clamorosa porta la data di fine febbraio 2004, documentata dalla viva voce dei protagonisti: i telefoni rilanciarono le voci allarmate di familiari e amici di Iovine, e anche del proprietario della casa di via Boccaccio, a San Cipriano d’Aversa, che nascondeva un vano blindato trovato però quando era ormai vuoto, due mesi dopo. I carabinieri di Caserta non erano mai riusciti a digerire lo smacco ed erano tornati nell’abitazione intestata a un imprenditore, Pasquale Pagano.

Con mazze di ferro e martello pneumatico avevano sondato pareti e solai, fino a quando non avevano trovato un finto solaio che scorreva su binari e che veniva mantenuto al suo posto da una dozzina di calamite potentissime: era la copertura di una camera blindata nella quale Iovine aveva mangiato, dormito, incontrato i familiari.

Risalgono a quel periodo le lettere dei parenti, soprattutto la cognata Rosanna De Novellis che chiedeva soldi e regali per se stessa e i due figli. Orestino vuole l’auto nuova? Ecco pronta la letterina: la Mégane non gli piace, inutile comprarla perché vuole la Mini Cooper. La figlia Filomena deve festeggiare il compleanno? In un’altra lettera chiede il denaro per la festa, per i vestiti e per pagare il locale.
Con la donna, vedova del fratello Carmine ucciso nel 1993, era passato da una relazione molto affettuosa al disprezzo, quando lei aveva iniziato a frequentare un uomo estraneo all’ambiente.

Ancora con donne, moltissime, ha avuto rapporti durante la sua lunga latitanza: di confidenza, di affetto, di tenerezza, da fratello maggiore e forse anche qualcosa di più. O almeno così si racconta perché di telefonate con la sua voce non ce ne sono più da tredici anni, di foto e filmati neppure.

Una donna, la figlia di Marco Borrata, lo ha accompagnato nella casa di Casal di Principe dove è stato arrestato. E una donna, un’agente della Catturandi di Napoli, lo ha discretamente seguito durante gli ultimi mesi di ricerche.

Tracce scritte, dicevamo. Lettere private trovate dagli investigatori della Squadra mobile di Caserta e dai carabinieri nel corso degli anni, preziosi documenti di vita quotidiana del boss e dei suoi parenti.

Lettere ricomparse sulla scena anche mercoledì pomeriggio, nella villetta alla quinta traversa di via Cavour dove Antonio Iovine si era fermato a bere un caffè e dove è stato arrestato dai poliziotti della Mobile di Napoli. Sono oggetto di indagine e di analisi, come la memoria dei due pc trovati nell’abitazione del muratore Borrata. Sono di Iovine o della giovane figlia del manovale?

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Ieri il ministro dell’Interno Maroni , dopo essere stato a Napoli, è andato a Casal Di Principe. La cittadina è divisa dopo la cattura: c’è chi inneggia a Saviano e chi raccoglie firme contro di lui. Mentre la figlia di Borraca, l'uomo che ospitava il boss grida dal balcone di casa: «Mio padre è innocente».

Il tutto mentre trapelano le poche parole che Antonio Iovine avrebbe detto poco dopo l'arrivo in Questura:
«Non sono quel che dicono i giornali e la tv».

Entusiastici i commenti del presidente Napolitano e di Maroni sul risultato raggiunto con la cattura del boss: «Straordinario».

In un’intervista il procuratore Grasso avverte: i Casalesi vacillano, è il momento di incalzare Zagaria.





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Nella guerra anti Lega di Roberto Saviano sono stati arruolati pure Vendola e L'Espresso

di Gian Maria De Francesco

Il settimanale pubblica i teoremi dello scrittore: "Il federalismo? Riforma pro clan". E il governatore pugliese ora rilancia: La lombardia è la regione più famosa d'Italia". La Russa: "Solo bassa propaganda". Formigoni furioso: "Si vergognino". Intanto l'autore di Gomorra lavora alla fiction sul libro



 

Roma - L’operazione «Carroc­cio mafioso», volta a scredita­re la Lega Nord insistendo su presunte collusioni con la cri­minalità organizzata, è arriva­ta alla fase- 2. Iniziata lunedì se­ra­ a Vieni via con me da Rober­to Saviano, incurante dell’arre­sto del boss Antonio Iovine, è proseguita ieri con le anticipa­­zioni dell’ Espresso , che ha rida­to diritto di tribuna all’autore di Gomorra e ha pubblicato al­cuni int­ercettazioni senza rile­vanza penale. A far da grancas­sa ci ha pensato il governatore pugliese Nichi Vendola che ha liquidato la Lombardia, culla del leghismo, come «la regio­ne più mafiosa d’Italia».

La ’ndrangheta al Nord? «Certo, cerca di interloquire con la Lega», ha ribadito Savia­no al settimanale. «Le inchie­ste- ha aggiunto- mostrano co­me in tutte le regioni le mafie scommettono sul federali­smo » e tutto ciò «dovrebbe in­dignare il ministro dell’Inter­no ». La spiegazione dello scrit­tor­e si articola molto sintetica­mente: «In Lombardia la Lega è forza di governo e oggi gli uo­mini delle cosche calabresi, at­tivi nella regione da decenni, puntano a investire i loro capi­tali nei cantieri dell’Expo 2015». Il sillogismo è facile faci­le: «Proprio perché per entra­re negli appalti hanno biso­gno della politica che control­la la spesa sul territorio, la cri­minalità organizzata guarda con favore a una riforma fede­ralista del Paese». Il federali­smo, perciò, è una riforma «mafiosa» che «potrebbe far di­ventare Campania, Calabria e Sicilia davvero “cose nostre”».

All’Espresso , ovviamente, non bastava il sermone Go­morra- style. E nel numero in edicola oggi viene pubblicato un brano di intercettazioni ac­quisito dai pm milanesi e non rilevante penalmente nelle quali un imprenditore calabre­se in odor di ’ndrangheta par­la con un maresciallo della Fi­nanza, stretto collaboratore del pm antimafia Gratteri. Il sottufficiale chiede: «Ieri sera mi sono visto con Pino Gala­ti... rimangono dei candidati in alcuni paesi... abbiamo la possibilità di candidare qual­cuno noi? ». Pino Galati è un de­putato calabrese del Pdl ed è il marito della leghista Carolina Lussana (che annuncia quere­la). Fare due più due è un gio­co soprattutto se l’imprendito­re viene beccato a dire: «Que­sta gente ci serve». Nel dossieraggio manettaro dell’ Espresso e di Saviano si è buttato a capofitto Nichi Ven­dola.

Che dalla Grande Mela ha pontificato: «In Italia non si è mai voluto affrontare davve­ro il tema della criminalità or­ganizzata. È un sistema di po­tere radicato dentro lo Stato. Non dimentichiamoci che la regione più mafiosa d’Italia non è la Sicilia, ma la Lombar­dia. Forse è tempo che il gover­no si ponga queste doman­de ». Le repliche non si sono fatte attendere. «Chi dice che il fede­ra­lismo possa favorire la crimi­nalità dimostra di non sapere di cosa si stia parlando», ha ri­sposto a Saviano il ministro della Semplificazione Rober­to Calderoli ribadendo come le mafie abbiano proliferato sugli sperperi del centralismo. «Saviano si è prestato a un’ope­razione di bassa propaganda politica», gli ha fatto eco il mi­nistro della Difesa La Russa.

Il vicesindaco di Milano, Ric­cardo De Corato, ha definito le parole di Vendola un esempio di «basso sciacallaggio» giac­ché «è risaputo che le mafie vengano attirate dalla ricchez­za della Lombardia ». «Si vergo­gni! Siamo tra i primissimi ad essere corsi ai ripari», ha rin­tuzzato il governatore lombar­do Roberto Formigoni. «La si­nistra sta orchestrando una mirata e scientifica campagna mistificatoria per far credere che il problema siano la Lom­bardia e la Lega», ha rilevato il sottosegretario Giovanardi, cercando di bloccare la «mac­china del fango».





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Ecco perché in Tv la destra non esiste

di Marcello Veneziani


Non ho visto il pro­gramma di Fazio e Saviano per sin­cero disinteres­se. Ma non mi vanto di questo, perché per ragio­ni professionali certi fe­nomeni mediatici biso­gna osservarli. Perciò non mi occuperò dei suoi contenuti e nemmeno della sciagurata macchi­na del fango di quel pro­gramma sulla Lega a pro­posito della criminalità. Mi limito solo a dire che Saviano, proprio lui, si è assunto una grave respon­sabili­tà nel tentativo di de­legittimare il leghista Ma­roni che sta conducendo una battaglia efficace con­tro la criminalità organiz­zata.

Ma non è di questo che vorrei parlarvi. Vorrei pormi senza pre­giudizi una domanda semplice che esige rispo­ste complicate. Perché programmi come questo o Annozero hanno un gran successo di pubbli­co? Sarebbe facile sbriga­re la faccenda dicendo che il populismo paga sempre, indipendente­mente dai contenuti, per­ché semplifica le cose, al­za la voce e indica il nemi­co. Paga in politica e paga negli ascolti. Dunque, voi tenetevi Berlusconi al go­verno e voi non lamentate­vi di Fazio e Santoro in tv. Amen.

Si potrebbe poi de­durre una sorta di leg­ge ge­nerale dell’opinione pub­blica secondo cui a critica­re sono più bravi quelli di sinistra, a governare sono più adatti quelli del cen­trodestra. Per fare un esempio: la sinistra ama le denunce di libri e film contro la camorra, la de­stra preferisce gli arresti e le confische. La tv berlusconiana re­sta forte nell’intratteni­mento, la tv di sinistra è forte nell’attacco,critico o satirico, al potere. Del re­sto, la gente che votava ie­ri Dc e oggi centrodestra non vuole una tv ansioge­na ma preferisce una tv d’evasione;meglio le pas­sioni private che i pubbli­ci furori.

Ma bisogna pure chie­dersi perché non ci sono programmi di segno op­posto che sfondano con quegli ascolti, benché il paese sia spaccato a metà tra due correnti di opinio­ni pubblica. Non si capi­sce perché nell’arco di questi anni non sia emer­so alcun Santoro o Report «di destra», alcun antiFa­zio, che non vi sia una sati­ra efficace con bersagli opposti. E non è possibile che un re della tv, un lea­der mediatico come Ber­lusconi, non abbia mai fa­vorito una tv in questo senso. A parte alcuni ospi­ti efficaci, solo un paio di personaggi non confor­mi hanno sfondato come conduttori, Ferrara e Sgarbi; ma da solisti, pri­vi di sostegno mediatico e di polemiche




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Il palazzo con tutti i popoli del mondo

Corriere della sera


Porto Recanati, l'edificio di notte pullula di spacciatori


Video


PORTO RECANATI - Trentaquattro etnie diverse in 480 appartamenti. Un edificio di diciassette piani abitato da duemila persone che durante la stagione estiva diventano quattromila: è l’Hotel House o meglio, «il mondo in un palazzo». Sulla statale Adriatica, appena superata Civitanova Marche in direzione Ancona, una mole di cemento spacca in due la brulla campagna. Se domandate ai Maceratesi cosa sia, vi risponderanno storcendo il naso: «È la nostra piccola Scampia». Non è del tutto vero naturalmente, nel palazzo ci abitano famiglie di onesti lavoratori, con figli che giocano nei cortili interni, persone perbene insomma, ma in questo luogo appena scende la notte tutto cambia. All’imbrunire, quando i lavoratori stranieri rincasano, questo gigantesco condominio- paese diventa una piazza di spaccio secondo il migliore stile Scampia. Almeno dieci persone prendono il controllo della situazione. Vendono tutti i tipi di droghe presenti sul mercato e se il malcapitato non è un loro cliente, rischia come minimo botte. Gli abitanti, ogni sera, assistono impotenti a scene di violenza con tanto di coltellate e feriti. Sono loro i primi ostaggi degli spacciatori, abbassano le tapparelle e alzano il volume delle televisioni, e se qualcuno di loro chiama la polizia, il giorno dopo si ritrova con la macchina distrutta. Accade d’inverno ma ancora di più lungo l’estate. Da tutta l’Italia arrivano centinaia di venditori ambulanti nord africani. Quelli che camminano per chilometri di spiaggia vendendo dalle collanine alle borse, dai tappeti ai dvd, tutta merce taroccata. A rifornire l’Hotel House di droga e merci contraffatte sono i clan della camorra. Nel parcheggio appena fuori dal cancello d’ingresso, arrivano i camion dalla Campania carichi di T-shirt, borsette, Dvd ed eroina. Ogni tanto ci scappa il morto. L’estate scorsa, Paolo Persici un uomo di trentanove anni, è deceduto dopo essersi fatto un buco di eroina tagliata. L’uomo, un neolaureato in medicina, è stato trovato nel parcheggio ancora con la siringa infilata nel braccio. Come accade nelle periferie, la cocaina e l’eroina sono tagliate con calcinaccio o altro.

Video

LA NOTTE VIOLENTA - Una donna di origine sudanese stufa del clima violento, ci spiega che gran parte dei clienti che ogni notte accorrono all’Hotel House, sono italiani, commercianti della zona, volti noti insomma. Ma come si vive all’interno di questa periferia delle periferie? La vita tra le diverse comunità è armoniosa. Al piano terra c’è la moschea, dove i musulmani pregano in silenzio e nello scantinato, nella rumorosa chiesa pentecostale del pastore Austin, si prega per i tossici e le prostitute. I circa cinquecento ragazzi dell’Hotel House riempiono gli istituti scolastici di Porto Recanati, senza di loro le scuole avrebbero chiuso o sarebbero semivuote. Ci troviamo nella città con il più alto tasso di extracomunitari d’Italia, ci spiega Rosalba Ubaldi, sindaco in quota Udc. Nato negli anni settanta come lussuoso residence per le famiglie benestanti delle Marche, l’Hotel House, con il passare degli anni, è stato assalito dal degrado, e con la decadenza sono arrivati i malavitosi. Oggi, le cinquecento famiglie di extracomunitari, che in questo posto ci vivono tutto l’anno, chiedono maggiore sicurezza. I controlli da parte dello stato, sono quasi inesistenti, e come ci racconta il pakistano proprietario dell’unico internet point di questa specie di cittadina, mostrandoci una mazza, “qui siamo stati lasciati da soli, e da soli dobbiamo difenderci”. Un appello alla sicurezza, quello degli extracomunitari dell’Hotel House, insolito. Se si pensa a tutti quegli italiani che non vedono e non sentono quando un taxista viene picchiato a morte a Milano o alle uccisioni di mafia al sud, in cui non si trova mai un testimone e regna l’omertà. Ruben H. Oliva

18 novembre 2010



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I mezzi «militari» dei narcos messicani

Corriere della sera


Alcuni vengono blindati per resistere agli scontri con l'esercito che possono durare anche ore

In gran parte sono veicoli rubati dai concessionari o dai camion che li trasportano


WASHINGTON – Giganteschi pick up americani, fuoristrada e a volte camion. Sono i mezzi preferiti dai narcos messicani che li impiegano nei raid contro rivali ed esercito. Colonne di veicoli – a volte diverse decine – si muovono in città e nelle campagne per ingaggiare conflitti a fuoco. E non parliamo di brevi scaramucce ma di battaglie che possono durare ore. Per le autorità i trafficanti hanno le loro preferenze.

Video

RUBATI - In testa alla classifica, rivelata dalla polizia, ci sono i pick up: Ram della Dodge, Chevrolet Cheyenne, Ford Lobo. Poi i suv Chevrolet Traverse e Grand Cherokee, il pullmino Nissan Largo. La maggior parte delle auto sono rubate. I narcos assaltano i concessionari o, per far prima, tendono agguati ai camion che le trasportano. Una volta finite nelle mani delle gang possono subire modifiche per renderle più adatte agli scontri. Alcuni mezzi sono blindati in modo da resistere ai proiettili di Kalashnikov e Ar 15: una trasformazione che può costare fino a 70 mila euro. In altri è creata una «cellula» interna protetta dove è montata una mitragliatrice. Una variante è quella che prevede l’uso del micidiale Barrett, un fucile di precisione e di grande potenza. I soldati hanno anche intercettato delle jeep dotate di tettuccio apribile – per favorire l’uso delle armi – e un auto simile alla Aston Martin di James Bond. Aveva un dispositivo per spargere chiodi e olio.

«IL MOSTRO» - I veicoli – notano gli esperti – non hanno solo uno scopo difensivo, ma anche offensivo. Perché è a bordo di questi mezzi che i narcos entrano nel territorio nemico. Devono essere potenti, veloci e in grado di ospitare sia i «sicari» che carichi di droga. In un’occasione i Los Zetas hanno cercato di sorprendere gli avversari con un camion – blindato - trasformato in ariete. Il famoso «Mostro», bloccato in una battaglia nella regione di Taumalipas. I banditi clonano furgoni di ditte private, ambulanze e mezzi dell’esercito. Copie perfette poi usate per trasportare stupefacenti, avvicinarsi all’obiettivo senza farsi notare, creare posti di blocco facendosi passare per soldati.

DUELLI - I duelli da veicolo a veicolo condizionano l’armamento dei banditi. Non c’è troppo spazio nell’abitacolo e i tiratori preferiscono mitra con il calcio pieghevole o comunque ridotto. Frequente il ricorso a lanciagranate. Il «parco macchine» sembra a volte migliore di quello delle forze dell’ordine. Il governo non ha mezzi blindati a sufficienza da assegnare a funzionari e magistrati, veri bersagli viventi. In un agguato è stata proprio la jeep protetta a salvare Minerva Bautista, una donna responsabile della sicurezza nello Stato di Michoacan. Per oltre dieci minuti è rimasta sotto il fuoco dei gangster che hanno sparato quasi 2.700 colpi, 350 dei quali hanno centrato la vettura. Sopravvissuta, è rimasta in carica per alcuni mesi, poi ha lasciato. Furiosi, i narcos si sono vendicati assassinando un meccanico che aveva migliorato la «corazza».

MEZZI PIÙ ROBUSTI - Da alcuni mesi esercito e polizia hanno schierato mezzi più robusti, in grado di incassare il fuoco delle gang. Elaborazione delle Hummer e di pick up statunitensi, così come un furgone simile a quelli adibiti al trasporto valori. Dotate di feritoie, blindato, il veicolo è stato di recente impiegato nel conflitto a fuoco costato la vita al boss Tony Tormenta, uno dei leader del Cartello del Golfo.


Guido Olimpio
18 novembre 2010(ultima modifica: 19 novembre 2010)



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Operaio torturato in fabbrica per dieci anni dai colleghi di lavoro

Corriere della sera


Un video documenta le sevizie subite dall'uomo. Venticinque persone sotto inchiesta


MILANO - Dentro quelle quattro mura della fabbrica belga di Bergen ha subìto e sopportato ogni sorta di vessazione, abuso e umiliazione. Per dieci lunghi anni. Preso di mira e tormentato dai suoi colleghi di lavoro. Durante il turno di giorno e durante il turno di notte. È il calvario che ha dovuto sostenere Daniel, un operaio di 54 anni. Per paura o imbarazzo ha aspettato anni prima di denunciare i suoi aguzzini. Le crude immagini che documentano le sevizie sono state trasmesse dai media del Paese. E hanno sconvolto l'opinione pubblica.

Video

TORTURE SUL POSTO DI LAVORO - Il caso è ora nella mani della giustizia belga. Sono venticinque le persone sotto inchiesta. L'odissea di Daniel inizia nel 1996, quando varca la porta della società Mactac Europa, a Bergen, azienda leader nel settore degli adesivi. Il suo posto nella fabbrica, situata al confine con la Francia, è agli imballaggi. Un lavoro faticoso. Per qualche anno tutto sembra andare per il meglio. Fino a quando i colleghi cominciano ad assillarlo. Primo fra tutti Sebastiano, il suo supervisore. E poi a ruota gli altri. Non è mobbing psicologico, ma vero e propria violenza fisica. Attacchi ripetuti e avvilenti. Documentati dagli stessi operai che filmano tutto. Uno degli impressionanti episodi che risale al 2002 è stato pubblicato ora dall'edizione belga di Paris Match e trasmesso dalle tv. Il cinquantaquattrenne, sposato e padre di una bambina, viene legato a mani e piedi con lo scotch e fissato a una pedana. I colleghi, uomini e donne, lo riprendono mentre sulla sua faccia scarabocchiano parole offensive con un pennarello indelebile e simulano la pratica della fellatio. In altre circostanze l'uomo viene rinchiuso in una gabbia di ferro; ricoperto di polvere di talco; bagnato con acqua ad alta pressione; brutalmente spogliato di fronte alle colleghe donne. Tra gli insulti e i gridolini di gioia del gruppo di lavoro. In alcuni casi l'uomo esce dalla fabbrica coi vestiti strappati, con l'orologio spaccato e persino con un pollice rotto e uno strappo ai legamenti della caviglia.

CALVARIO - Già nel 2002 il lavoratore segnalò al direttore dello stabilimento quel comportamento "molesto" dei suoi colleghi. Non ci fu risposta. Daniel si rivolse dunque agli uffici di medicina del lavoro. Invano. Solo nel 2007, dopo aver tentato un gesto estremo, confessa tutto alla moglie Chantal e alla figlia Sandrine. Poco dopo presenta finalmente una denuncia. Tuttavia, la sua vita ora è cambiata radicalmente: i medici gli hanno diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress. A causa dei continui abusi è tormentato da pensieri suicidi; da tre anni non esce praticamente mai dalla sua abitazione. Balbetta ed è visibilmente invecchiato, ha riferito alla emittente Rtl il neuropsichiatra che lo ha in cura. Il suo caso arriverà in tribunale a gennaio del prossimo anno. Nel frattempo la direzione dell'azienda, seppur tardivamente, ha annunciato che si tratta di un "singolo caso". Ha licenziato i colleghi aguzzini e assicurato a Daniel tutto il supporto necessario. Elmar Burchia
19 novembre 2010



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Nuovo attacco a Bondi: «Ha assunto il figlio della compagna»

di Redazione

Roma

La richiesta di dimissioni è anticipata di dieci giorni: il ministro Sandro Bondi se ne vada «immediatamente», prima che la Camera discuta la mozione di sfiducia. È lui, Bondi, l’uomo da abbattere per l’opposizione. L’amo lo offre il giornale vicino all’Italia dei Valori, il Fatto Quotidiano. L’Idv aspetta qualche ora dall’uscita in edicola e poi fa partire l’attacco: «Dopo il crollo della Domus dei Gladiatori a Pompei, ora viene fuori la storia che il figlio della compagna lavora, guarda caso, per il ministero dei Beni Culturali, nella direzione generale del cinema. È una vergogna». Nell’articolo del Fatto si parla del figlio della deputata del Pdl, Manuela Repetti, compagna del ministro. Laureando in architettura, il giovane ha un contratto interinale in scadenza non con il ministero, ma con il Centro sperimentale di cinematografia di Roma. «Nepotismo», grida l’Idv con il capogruppo in commissione Cultura e vicepresidente dei deputati dipietristi Fabio Giambrone. E su Bondi torna a sparare anche il Pd, che ha depositato un’interpellanza urgente per il ministro in cui gli si chiede «se non ritenga eticamente inammissibile una commistione tra legami privati e incarichi pubblici».

La deputata del Pdl compagna di Bondi ha affidato la sua replica alle agenzie di stampa: «È vergognosa la richiesta dell’Idv di dimissioni al ministro Bondi per avere, secondo loro, assunto mio figlio al Mibac - premette - Si informino meglio, perché mio figlio non è mai stato assunto al Mibac». Manuela Repetti spiega che il contratto, non a tempo indeterminato, è stato firmato con il centro sperimentale, che è «una fondazione privata». Ma l’Italia dei Valori non si accontenta certo: il Fatto ricorda che il centro sperimentale riceve un finanziamento annuo dal ministero di 10 milioni di euro per alcuni servizi garantiti in convenzione. Il direttore generale dei Beni culturali, sezione cinema, Nicola Borrelli, chiarisce che il ragazzo collabora con la direzione generale «alla realizzazione della piattaforma online per la presentazione delle domande di finanziamento che sarà messa in rete entro fine mese». Per il Pd Bondi deve dunque anche fugare possibili «sospetti» sul fatto che vi possano essere «canali privilegiati di accesso ai finanziamenti» per il cinema, e deve chiarire la vicenda indipendentemente dal tipo di contratto del ragazzo.

Repetti spiega ancora: «Mio figlio è un ragazzo come tanti altri che, in attesa di laurearsi a breve, sta lavorando con un semplice contratto a tempo determinato per mantenersi gli studi». Conclude: «Si vergognino dunque tutti quei personaggi da quattro soldi che strumentalizzano anche fatti non veri per meschini fini politici». «L’amore di mamma non può certo giustificare la pratica», tuona di rimando la senatrice dell’Idv Giuliana Carlino: «Fortunato il figlio di Manuela Repetti che prima di laurearsi riesce a trovare un lavoro ben retribuito». E il Pd non molla l’osso, cavalcando l’onda dei tagli alla cultura. Nell’interpellanza a Bondi si chiede anche se il ministro «non ritenga scandaloso assumere, con i finanziamenti del Fus decurtato del 36,6% per il 2011 il figlio di un deputato».



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The day after a Casal di Principe Viaggio nel paese del Ninno

Corriere del Mezzogiorno

Il pasticciere, l'ex sindaco, il giornalaio: «Cambia qualcosa? Speriamo, ma qui non c'è solo malavita»


CASERTA - «Il roccobabà piace ai buoni e ai cattivi, mica mi metto a chiedere la fedina penale dei clienti». Nicola è mastro pasticciere «orgoglioso di essere nato a Casale». Col papà Emilio s'è inventato una mousse al cioccolato degna di Scaturchio: il roccobabà, appunto, copyright di Casal di Principe, tortino brevettato a cui avrebbe dato il nome addirittura lo stilista Rocco Barocco. Gomorra si squaglia davanti alle delizie che «minacciano» il palato di chi ama i dolci ma è a dieta. E chi lo sa, forse Antonio Iovine, che sarebbe stato tradito dalla voglia matta di un panettone pre-natalizio, avrà fatto scorpacciate del roccobabà di Nicola in questi 15 anni di latitanza in zona. Il pasticciere naturalmente si limita a servire e distribuire il prodotto che, ribadisce, «piace ai buoni e può piacere ai cattivi ma sicuramente - aggiunge - contribuisce a fare una cosa positiva: per una volta fa circolare il nome di questa cittadina non per fatti di malavita». Casal di Principe, il giorno dopo la cattura del superboss del cartello camorrista, arrestato dalla mobile di Napoli. Piove. Un po' di monnezza in strada, ma mai ai livelli napoletani. Però coi sacchetti la carreggiata già ridotta a sei metri d'asfalto (in larghezza) si restringe ancora.


TELECAMERE IN GIRO - Diverse telecamere si affacciano in strada. Il giornalista del tg chiede: cosa cambia adesso per voi cittadini? Le risposte sono di circostanza. «Eh, speriamo cambi qualcosa, chi può dirlo, vedremo, aspettiamo». Accusare il paese di omertà e collusione con la latitanza del "Ninno" come hanno ventilato i magistrati è però «estremamente sbagliato e fuorviante» secondo l'ex sindaco Renato Natale. «La paura - dice - è qualcosa che non controlli, difficile da spiegare a parole. Ma la paura non significa omertà. Perciò non si può - prosegue - criminalizzare un intero paese, non è giusto. Qui c'è tanta gente che dell'anticamorra fa una battaglia costante». Gli fa eco il giornalaio, che spara in vetrina oltre ai titoli del Corriere e della Gazzetta di Caserta («Preso Antonio Iovine», e il più escatologico «'O Ninno, la fine») anche una foto di Angelo Vassallo, il sindaco legalitario di Pollica assassinato a settembre. «Cambierà qualcosa? Più che soffermarmi sul singolo arresto di un latitante io guarderei alle mancanze della politica che poco fa, anzi nulla fa, per un territorio che ha bisogno di sviluppo, lavoro e speranza».
IL POSTINO - In fondo alla quinta traversa di via Cavour c'è la villetta, con telecamera esterna, dove soggiornava, saltuariamente, Iovine. Passa il postino, in scooter. «Ha mai consegnato lettere in quella casa? Al cognome "Boratta" (quello del muratore che dava ospitalità al boss, ndr)?». Risposta: «No, non mi pare, mai».

Alessandro Chetta
18 novembre 2010




CHI È| Amori e omicidi del «delfino» del boss SandokanLa storia e la carriera di un latitante assai longevo
Casal di Principe il giorno dopo l'arresto di «'o ninno»
Audio| Cantone: il riso del boss? Nervosismo e atto di sfida
La «casalesi-story» raccontata da De Raho, pm segugio dei boss

Wikipedia, l'allarme di Jimmy Wales: 16 milioni di dollari per rimanere liberi

Il Messaggero





ROMA (18 novembre) - La libera enciclopedia online più famosa al mondo, certificata anche da Wired.it che l'ha definita attendibile come Umberto Eco, chiama nuovamente a raccolta gli utenti della rete: servono soldi per «sostenere e proteggere» il lavoro di Wikipedia. A scendere in campo, proprio il fondatore Jimmy "Jimbo" Wales. «Ogni anno, in questo periodo, ci facciamo vivi per chiedere a te e a tutti i membri della comunità di Wikipedia di aiutarci a sostenere il nostro progetto comune con una piccola donazione di 20, 35, 50 euro o quello che vuoi o puoi dare», scrive Wales nel suo appello, una lettera aperta visibile attraverso un link nell'homepage del sito.

Il tetto da raggiungere, secondo indiscrezioni in rete, sarebbe 16 milioni di dollari, esattamente il doppio rispetto a quelli raccolti lo scorso anno quando si era registrato un pericoloso esodo di quasi 50mila volontari - indispensabili per alimentare e aggiornare le pagine del sito - tanto che lo stesso Wales si era dichiarato possibilista sull'introduzione in un ipotetico futuro anche della pubblicità, che si sa porta soldi. Su questo piano, invece, c'è un dietrofront totale, visto che la chiamata a raccolta di Wales ha proprio come punto principale il concetto che «insieme si può riuscire a mantenere il sito gratuito e libero dalla pubblicità».

«Ogni mese più di 380 milioni di persone usano Wikipedia, quasi una su tre di tutte quelle che si connettono a Internet - sottolinea Wales -. È il quinto sito web più popolare del mondo. I primi quattro sono stati creati e vengono mantenuti grazie a miliardi di dollari di investimenti, a enormi staff aziendali e a continue campagne di marketing. Wikipedia invece è qualcosa di completamente diverso da un sito web commerciale. È il risultato del lavoro di una comunità, scritta da volontari un pezzettino per volta».

«Niente pubblicità, nessun guadagno, nessun obiettivo finale recondito», ribadisce dunque il fondatore nell'appello, alla cui destra appaiono chiare le modalità di contribuzione nel caso in cui, leggendo l'appello, fosse venuta voglia di mettere mano al portafoglio. Si può donare tramite carta di credito, bonifico bancario, Paypal e si può anche beneficiare della deducibilità fiscale. «Wikipedia dimostra come la gente come noi possa fare cose straordinarie. Persone come noi scrivono Wikipedia, una parola dopo l'altra. Persone come noi la aiutano a sostenersi, una piccola donazione per volta. È la prova di come insieme abbiamo la possibilità di cambiare il mondo», questo ancora il messaggio accorato di Jimmy Wales.

Il fondatore è consapevole che se venisse a mancare l'ossigeno dei donatori, la piattaforma potrebbe chiudere i battenti anche temporaneamente come è accaduto qualche mese fa a Wikileaks (da qualche settimana agli onori della cronaca), che nulla c'entra con Wikipedia, ma che resta in piedi proprio grazie ai sostenitori.




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La Via Lattea ha catturato un pianeta di un'altra galassia

Corriere della sera

Intercettata una corrente di stelle di una galassia nana già inglobata a 2 mila anni luce dalla Terra

Un caso di «cannibalismo galattico»



MILANO - Gli astronomi hanno scoperto il primo pianeta proveniente da un’altra galassia. Il risultato ottenuto da un gruppo di scienziati europei con il telescopio da 2,2 metri dell’Eso sulle vette di La Silla in Cile. La scoperta, riferita da Science, è importante per due motivi e ha risvolti intriganti. Innanzitutto dopo anni di delusioni nella caccia a pianeti extrasolari appartenenti a galassie che non fossero la nostra Via Lattea finalmente la cattura è arrivata. E ciò grazie a un comportamento di estrema violenza della nostra isola stellare la quale ha compiuto un atto di «cannibalismo galattico» come lo chiamano gli astronomi.

GALASSIA NANA - Nel cosmo è abbastanza frequente. Così è accaduto che abbia intercettato una corrente di stelle in viaggio nelle vicinanze e che l’imponente forza gravitazione della Via Lattea ha finito per divorare, inglobandole. Esse appartenevano a un galassia nana già «mangiata» dalla Via Lattea tra sei e nove miliardi di anni fa. Il secondo aspetto riguarda la stella (HIP 13044) e il suo pianeta catturati, che si trovano a 2 mila anni luce dalla Terra nella costellazione meridionale della Fornace. Si è infatti scoperto che l’astro-madre è una gigante rossa, cioè una stella alla fine della sua vita che già si è espansa dopo aver bruciato tutto l’idrogeno che la faceva brillare ed ora si alimenta con l’elio rimasto. È quello che succederà anche al nostro Sole fra circa 5 miliardi di anni decretando la morte della vita sulla Terra. Anzi ciò si verificherà molto prima, perché quando la stella muore espandendosi, lancia nello spazio un fiume di particelle e gas che spazzerebbero mortalmente l’ambiente terrestre. Inoltre lo spingerebbero anche più lontano.

FINE - Ora è stato osservato che il nuovo pianeta, simile come taglia e caratteristiche a Giove, è vicinissimo all’astro-madre. Ciò è attribuito all’espansione dell’astro e al suo contenuto effetto di spostamento. In conclusione, non solo si è scoperto il primo pianeta di un’altra galassia ma si è visto pure nella realtà quello che succederà in futuro al nostro sistema solare. Studiarlo, dunque, è una grande opportunità anche se questo non fermerà l’inesorabile fine: almeno ne conosceremo meglio i dettagli.

Giovanni Caprara
18 novembre 2010




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Un corteo di taxi listati a lutto per i funerali di Luca Massari

Corriere della sera

Locate Triulzi: la bara del tassista morto in seguito a un pestaggio portata a spalle dai colleghi


MILANO - Decine di taxi con un nastrino nero legato all'antenna, in segno di lutto, si sono incolonnati sulla statale della Valtidone da Milano verso Locate Triulzi, per seguire i funerali di Luca Massari, il tassista morto dopo un mese di coma in seguito al pestaggio del 10 ottobre scorso a Milano. A scortare il feretro anche alcuni agenti motociclisti della polizia locale di Milano. Ad attendere la salma, sul sagrato davanti alla chiesa di San Vittore Martire, c'erano centinaia di persone tra parenti, amici e concittadini. La bara, coperta di rose bianche e arancioni e portata a spalle da alcuni colleghi di Massari, è stata accolta dalla folla con un lungo applauso e dalle grida «Luca, Luca» di molti dei quasi 200 colleghi arrivati per le esequie nella cittadina. Dietro la bara la fidanzata Patrizia, disperata, sorretta dai genitori e dal fratello di Luca, Marco. Di fianco al portale della parrocchiale le numerose corone inviate dai consorzi di Radiotaxi, dai sindacati di categoria, dagli amici e conoscenti del paese e dall'amministrazione comunale. In molti sono rimasti fuori dalla chiesa piena. Nelle prime file i familiari e i rappresentanti delle istituzioni, tra cui l’assessore lombardo ai Trasporti Raffaele Cattaneo, il presidente del consiglio provinciale Bruno Dapei, l’assessore comunale al Decoro Urbano e Verde, Maurizio Cadeo l’assessore regionale alla Sicurezza Romano La Russa e l’assessore provinciale ai Trasporti Giovanni De Nicola. Tra la folla c'era anche l'avvocato Giuliano Pisapia, vincitore delle primarie del centrosinistra a Milano.

LUTTO CITTADINO - A Locate Trulzi era stato proclamato il lutto cittadino: nelle vie attorno a piazza della Vittoria, dove si trova la chiesa di San Vittore Martire, tutti i negozi e le attività commerciali erano rimaste chiuse fin dal mattino, come anche nel resto del paese. Anche bar e le trattorie hanno abbassato le saracinesche alle 15, orario d'inizio del funerale. «Non tocca a me alcun giudizio, ma certamente sento nel profondo del cuore di esortare tutti a recuperare una schietta e decisa volontà di umanità», ha detto il parroco don Domenico De Bernardi durante l’omelia. «Luca amava incontrare le persone», ha aggiunto il parroco, che ha esordito sottolineando che la grande partecipazione alle esequie è stata «una cosa bella e preziosa, un momento di saluto e preghiera per Luca e tutti noi». «Da quando è successo questo fatto in tanti hanno pregato - ha continuato don Domenico -. Non credo sia stata una formalità e mi auguro che questo momento assimili il ricordo di Luca nel suo sforzo di vita bella. Ai tanti amici e rappresentanti qui presenti dico che dell’incontro di oggi rimanga la domanda di responsabilità nel rispetto, nella stima e nella cordialità dei rapporti». Al termine della celebrazione il fratello di Luca è salito sull'altare. «Volevo ringraziare tutti i presenti - ha detto - ma soprattutto volevo ringraziare mio fratello, grazie Luca».



«LO CONOSCEVANO TUTTI» - «Quello che è avvenuto è certamente un dramma della follia, ma probabilmente è necessario che la società si interroghi sull'aggressività latente in tante, troppe persone, e la generale ricadute dei freni inibitori», ha detto ai giornalisti il sindaco di Locate Triulzi, Severino Preli. «Luca Massari era nato e cresciuto a Locate Triulzi fino a qualche anno fa - ricorda il sindaco - quando si era stabilito nel comune di Torrevecchia (Pavia). Aveva passato qui da noi tutta l'adolescenza e la maturità e quindi era conosciutissimo, come stimata è la sua famiglia che vive a poca distanza da qui».

LA RABBIA DEI COLLEGHI - Fra i colleghi del tassista molte le voci preoccupate e rabbiose. «Qui ce sono tanti che rischiano di fare la stessa fine», dice un taxista di mezza età. «È vero, è stata un'aggressione assurda - gli fa eco un altro ma tra rapine, passeggeri che si rifiutano di pagare e liti stradali, il nostro lavoro ci espone a un grave rischio, tutti i giorni». «Io me ne sono andato in pensione da poco - racconta un altro autista -. Non vedevo l'ora perché sono stato rapinato decine di volte, e nell'ultimo anno in cui ho lavorato, l'anno scorso, ben quattro volte». «A me ieri uno mi ha preso a martellate al momento di pagare - racconta un altro taxista -. Per fortuna aveva solo il manico del martello. Un pazzo, sicuramente - prosegue -, però intanto adesso dovrò andare a farmi una tac alla spalla che mi fa male». «Non so cosa stia succedendo alla gente - riassume uno per tutti -, ma è evidente che la aggressività brutale di cui è stata vittima Luca è un problema diffuso che rischia di sfuggire di mano a tutti. Noi, in questo senso, siamo uno dei termometri della società».

I TASSISTI DI ROMA E VERONA - Cordoglio per Luca Massari anche da parte dei colleghi tassisti di altre città. Mentre a Milano il 20% dei conducenti delle auto pubbliche oggi non ha preso servizio, e le bandiere del Comune sono state abbassate a mezz'asta in segno di lutto, a Roma si è svolta una manifestazione promossa dall'Uri e da Eurotaxi: dieci minuti di «fermo» e silenzio. «Ci hanno detto di spegnere la radio alle 14.55 e di riaccenderla dopo dieci minuti - ha spiegato un tassista in piazza Venezia -. Non penso abbiamo creato disagi ai turisti o ai cittadini». «È una disgrazia - commenta un collega -, ma c'è pure da dire che noi stando tutto il giorno in giro corriamo dei rischi. Si può sempre incontrare un pazzo come è successo al collega di Milano». Anche i taxisti di Verona si sono radunati in piazza Bra per un momento di raccoglimento e preghiera con il cappellano del carcere di Verona, fra' Beppe Prioli.

IL CORO - Al termine del funerale, le centinaia di persone rimaste all’esterno sotto la pioggia battente hanno urlato il nome di Luca in coro. Alcuni palloncini colorati attaccati al carro funebre sono stati liberati prima della partenza di una lunga colonna di taxi con nastri e drappi neri appesi all’antenna. La salma è stata portata a Lambrate per la cremazione. La famiglia ha però poi disposto la tumulazione dell'urna nel cimitero di Locate.

Redazione online
18 novembre 2010