mercoledì 17 novembre 2010

Arrestato Iovine, capo dei casalesi Dia: legami cosche aziende lombarde

Il Messaggero


Il boss era latitante da 14 anni. Alfano: firmerò subito il 41 bis. Direzione antimafia: «Rifiuti, profondi interessi della camorra»



 

ROMA (17 novembre) - Il boss della camorra e capo storico del clan dei Casalesi Antonio Iovine è stato arrestato oggi dalla Polizia. Iovine era latitante da oltre 14 anni.

Iovine, capo del clan dei Casalesi era nella lista del Viminale dei 30 latitanti più pericolosi, assieme - tra gli altri - a Matteo Messina Denaro, numero uno di Cosa Nostra; Michele Zagaria, dei Casalesi; gli 'ndranghetisti Sebastiano Pelle e Domenico Condello; il bandito Attilio Cubeddu, coinvolto nel sequestro Soffiantini e fuggito nel 1997 dal carcere dove era detenuto.

«Firmerò subito la richiesta di 41 bis - ha detto Angelino Alfano, ministro della Giustizia - Una ulteriore conferma che la squadra Stato vince e l'antimafia giocata batte quella parlata».

Con il superlatitante Michele Zagaria, Antonio Iovine è considerato il capo storico del clan dei Casalesi.
Quarantasei anni, nativo di San Cipriano d'Aversa (Caserta), Iovine, soprannominato 'o Ninno, era nell'elenco dei trenta latitanti più pericolosi d'Italia. Latitante da 14 anni, Iovine deve scontare la pena dell'ergastolo comminata nei suoi confronti in sede di appello al maxiprocesso Spartacus, nel giugno del 2008. Componente con Zagaria della diarchia che dalla latitanza ha diretto gli affari criminali del clan, Iovine è considerato il "boss manager", la mente affaristica del sodalizio impegnato tra le altre attività anche nel business della spazzatura. A lui viene attribuita la capacità del clan di espandere i propri interessi ben oltre i confini campani. E' Iovine, per gli inquirenti, a rappresentare per anni la camorra che fa affari e che ricicla i proventi delle attività illecite, droga e racket su tutte, nell'economia pulita e nel business del cemento fino a costruire l'impero di "Gomorra", come testimoniato dai continui sequestri di beni disposti da parte della magistratura.

Saviano: aspettavo questo giorno da 14 anni. «Aspettavo questo giorno da quattordici anni. L'arresto di Antonio Iovine 'o Ninno, rappresenta un passo fondamentale nel contrasto alla criminalità organizzata - dice lo scrittore Roberto Saviano - Iovine è un boss imprenditore, in grado di gestire centinaia di milioni di euro. Ora spero che si possa fare pulizia a 360 gradi. Come dimostrato dalla relazione della Dia di oggi, bisogna aggredire il cuore dell'economia criminale, la Lombardia, dove le mafie fanno affari e influenzano la vita economica, sociale e politica».

Nel nord Italia e soprattutto in Lombardia c'è una «costante e progressiva evoluzione» della 'ndrangheta che, ormai radicata da tempo su quei territori, «interagisce con gli ambienti imprenditoriali lombardi». Lo sottolineal'ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia) al Parlamento e relativa al primo semestre del 2010. Secondo la Dia, la consolidata presenza in alcune aree di «sodali di storiche famiglie di 'ndrangheta» ha influenzato la vita economica, sociale e politica di quei luoghi. E serve un programma di prevenzione per bloccare possibili infiltrazioni in previsione delle opere per l'Expo 2015.

Mentre infuria la polemica fra il ministro dell'Interno Roberto Maroni e lo scrittore Roberto Saviano sulle infiltrazioni dell 'ndrangheta al Nord, la Dia afferma che la «consolidata presenza» in alcune aree lombarde di «sodali di storiche famiglie di 'ndrangheta» ha «influenzato la vita economica, sociale e politica di quei luoghi».

La relazione sottolinea il «coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore che, mantenendo fede ad impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l'assegnazione di appalti ed assestato oblique vicende amministrative».

La Dia ripercorre le fasi delle operazioni Parco Sud e Cerberus della Guardia di finanza di Milano ed evidenzia il «forte interesse delle cosche verso l'edilizia». Le indagini hanno consentito di individuare «nuove filiazioni delle 'ndrine Barbaro-Papalia di Platì, presenti nella zona Sud-Ovest del capoluogo lombardo, evidenziando ulteriormente la capacità militare e di assoggettamento ambientale».

Sono così affiorati, prosegue la relazione, «i legami con imprenditori ed amministratori, realizzati dai nuovi vertici criminali, che hanno portato all'arresto del vicepresidente di una società per azioni, di un ex sindaco di Trezzano sul Naviglio, vertice pro tempore del consiglio di amministrazione di aziende pubbliche operanti nel settore della tutela e gestione delle risorse idriche dell'area milanese, nonchè di un componente del Consiglio comunale e di un geometra dello steso Comune».

In sintesi, dice la Dia, «si è avuto modo di apprezzare la presenza sul territorio lombardo di esponenti della 'ndrangheta residenti nella regione che, con modalità diverse dalla consolidata prassi mafiosa del controllo ambientale, hanno conseguito più preganti interessi economici».

Rifiuti. Da parte dei clan camorristici del napoletano e del casertano ci sono «profondi interessi» sia sul trattamento dei rifiuti solidi urbani sia per l'illecito smaltimento di quelli speciali, particolarmente pericoloso per la salute pubblica, segnala ancora la Dia. A ciò, rileva la Dia, «sono correlate, secondo il criterio di massimizzazione del profitto, sia la gestione di discariche abusive realizzate in cave o terreni agricoli, con conseguente devastazione dell'ambiente e inquinamento del falde acquifere, sia una rinnovata presenza della criminalità organizzata, con le sue imprese di riferimento, nella realizzazione e gestione delle opere di bonifica dei siti contaminati».




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Anche Avvenire duro contro Saviano «Prediche squinternate e faziose»

Corriere del Mezzogiorno


Il quotidiano dei vescovi attacca il programma di Fazio: «La Chiesa è stata il vero bersaglio dei loro attacchi» 

 

La prima pagina di Avvenire: «Tv eutanasica, senza voce i malati e le loro famiglie» e poi «Successo di ascolti e realtà deformata»
La prima pagina di Avvenire: «Tv eutanasica, senza voce i malati e le loro famiglie» e poi «Successo di ascolti e realtà deformata»


NAPOLI – Se ieri è stato Roberto Maroni oggi a scagliarsi contro Vieni via con me è il quotidiano Avvenire. Al giornale dei vescovi non è andato giù l’ampio segmento dedicato da Roberto Saviano al tema del suicidio assistito e dell’accanimento terapeutico con le testimonianze di Mina Welby e Beppino Englaro. Con ben due editoriali a firma di Davide Rondoni e Lucia Bellaspiga, il quotidiano romano ritiene che il vero bersaglio della trasmissione di Fazio e Saviano sia stata la chiesa cattolica.

«L’unico bersaglio vero, tenacemente e persino violentemente cercato, è stato la Chiesa. Fatta passare per una realtà assurda che disonora i giusti, asseconda i potenti e i ladri, viola le coscienze e non vuole i poveri tra i piedi. La Chiesa evidentemente va bene, ma solo se la pensa come loro», scrive Rondoni, che chiama in causa don Andrea Gallo (uno degli ospiti della trasmissione, ndr) per «essersi prestato a fare in tv da scendiletto delle loro prediche squinternate e faziose», e la Rai, che «coi nostri soldi ha permesso loro di celebrare la liturgia dell’attacco fazioso, del pensiero a senso unico su questioni drammatiche e discusse, su ferite aperte per migliaia di famiglie. Ha permesso di pontificare con sussiego su questioni gravi».

L'EDITORIALE - Nel secondo editoriale viene imputato al servizio pubblico invece l’aver concesso «la tribuna oltre che a Saviano anche a Beppino Englaro e a Mina Welby senza contradditorio alcuno». «Nessuno toglie loro il diritto di avere certezze e convinzioni più o meno fondate – scrive la Bellaspiga - ma nessuno può nemmeno imporle a noi come fossero Vangelo, eppure questo è stato fatto ancora una volta ai milioni di telespettatori», secondo l’Avvenire, che pone in evidenza il fatto che da quando la Cassazione in seguito alla vicenda Englaro ha spianato la strada all’eutanasia ad oggi «nessuno lo ha fatto». Intanto, non accenna a placarsi il fronte polemico aperto ieri dal ministro Maroni in seguito alle descrizioni di Saviano sull’infiltrazione della ‘ndrangheta al Nord con il coinvolgimento della Lega.

Francesco Parrella
17 novembre 2010





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Prosciolto il “cecchino” di Guidonia: «Era incapace di intendere e di volere»

Il Messaggero

di Silvia Valente



ROMA (17 novembre) - Non è colpevole. Ha tolto la vita a due persone e ne ha ferite altre sette, però, in quei drammatici istanti di tre anni fa, era incapace di intendere e di volere il “cecchino” di Guidonia. Si è conclusa così, con l’assoluzione la vicenda giudiziaria che vedeva coinvolto Angelo Spagnoli, l’ex ufficiale dell’esercito che il 3 novembre 2007 diede vita a un vero e proprio giorno di ordinaria follia imbracciando fucile e pistole, sparando sui passanti dal balcone della sua casa in via Gualandi.

Ieri il gup del tribunale penale di Tivoli Pierluigi Balestrieri, ha prima riaperto il caso revocando la sospensione del processo (decisa nel marzo scorso sulla base di perizie che affermavano l’incapacità dello Spagnoli stare in giudizio, condizione di salute poi recuperata come esposto in un nuovo esame medico-legale depositato in ottobre dal dottor Fabrizio Iecher) poi ha proceduto con rito abbreviato emettendo la sentenza.

Silenzio in aula al momento della lettura della formula: «In nome del popolo italiano, il giudice assolve Spagnoli Angelo per i reati prescritti poiché commessi da persona non imputabile. Applica nei suoi confronti misure di sicurezza con ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario per anni dieci». Le perizie riconoscono all’uomo indicato come “altamente pericoloso sotto il profilo sociale”, rinchiuso nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, l’incapacità determinata da un disturbo paranoide e schizofrenico della personalità da cui soffriva da diversi anni, a quanto pare esploso in quel tragico sabato sera. Sgomento, incredulità e lacrime dei familiari delle vittime, alcuni presenti in aula.

Amarezza nelle parole dell’avvocato di parte civile Pietro Nicotera: «Non è escluso - avverte - che proporremo ricorso per valutare l’effettività del proscioglimento per tutti i capi d’imputazione o solo per quello di strage».

Il cecchino, infatti, avrebbe dovuto rispondere anche per i reati di costruzione di ordigni micidiali, detenzione abusiva di esplosivo e violazione delle leggi sulla detenzione di armi per aver costruito cinque lanciafiamme: aveva trasformato la casa in una trincea con postazioni da cui sparare. L’ex ufficiale militare, ritenuto folle, del resto era in possesso della licenza di caccia, ottenuta con certificato medico nel 2006. «Le responsabilità vanno cercate a monte - continua Nicotera - e nel processo-bis che coinvolge la mamma e la sorella dello Spagnoli (accusate di riflesso per omicidio e lesioni colpose) ci batteremo per avere spiegazioni sul rilascio di quelle autorizzazioni alla detenzione di armi rilasciate da pubblica autorità, ossia dalla Asl. Chiederemo i danni a chi non ha vigilato davvero su un personaggio malato da parecchi anni».




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Ridateci Cris», scomparso di serie B

Corriere del Mezzogiorno


Per Sarah, giustamente, tutti mobilitati, magistratura e media. Il giovane napoletano, invece, dimenticato

 

La mobilitazione per Cris
La mobilitazione per Cris


NAPOLI - Per la povera Sarah Scazzi, giustamente, ci si mobilitò immediatamente. Amici, parenti (eh, quelli...) genitori, inquirenti e mass media: tutti attivi, com'è naturale che sia, nella ricerca dell'adolescente tarantina volatilizzatasi il 26 agosto. Sul giovane Cristofer, dopo il trambusto iniziale di giornali e tv, per la verità al minimo sindacale, è calato il silenzio. Cristofer Oliva, che tutti chiamano Cris, abitava al Rione Alto a Napoli: è scomparso il 17 novembre 2009. Una sera è uscito di casa senza portare con sé il telefono cellulare. Non ha portato neanche i documenti, né il passaporto, né il biglietto aereo per il Brasile. Doveva partire per il Sudamerica di lì a sette giorni insieme al padre e a un amico. Da quella sera non ha più dato notizie di sé. Irrintracciabile.

«VOGLIAMO LA VERITA'» - Stamattina, ad un anno esatto dalla scomparsa, familiari e conoscenti di Cris si sono radunati sotto la Galleria Umberto di Napoli con tanto di cartelloni. Il grido, strozzato ma ancora tenacemente colmo di speranza, urlato dai fogli bristol colorati può riassumersi così: «Vogliamo la verità»

Alessandro Chetta
17 novembre 2010





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Saviano: Maroni mi ha sfidato come Sandokan Schiavone. Il ministro: querelo

Il Messaggero

Ancora polemiche su Vieni via con me. Ruffini: nessuna offesa, ci mandi una replica scritta o filmata. Oggi cda Rai





ROMA (16 novembre) - Non si placano, anzi si accendono ulteriormente, le polemiche dopo la puntata di lunedì di Vieni via con me, che ha fatto registrare un nuovo record di ascolti per Rai 3. Il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha definito «infamanti» le parole di Roberto Saviano, che ha parlato di rapporti tra 'ndrangheta e Lega al nord. «Se la Rai mi impedirà di replicare, giro la questione al Capo dello Stato», ha tuonato il titolare del Viminale, chiedendo l'intervento anche dei presidenti delle camere. Oggi la questione sarà in discussione in cda a Viale Mazzini.

«Si potrebbe fare molto di più anziché prendersela sempre con chi racconta. Si dovrebbe guardare i fatti, andare oltre, non limitarsi a tirare un sospiro di sollievo perché il consigliere regionale leghista non è stato arrestato. Chiedersi perché gli 'ndranghetisti cercano di interloquire con la Lega. Dire la verità, ossia che c'è un Nord completamente infiltrato», afferma lo scrittore rispondendo all'«attacco immotivato» del ministro dell'Interno. Intervistato da Repubblica, Saviano definisce «inquietanti» le parole di Maroni che lo ha invitato a ripetere le stesse cose dette in tv guardandolo negli occhi. «Mi ha sfidato - spiega - allo stesso modo di Sandokan Schiavone».

L'autore di Gomorra si dice comunque «pronto al confronto con Maroni quando vuole, posso guardare negli occhi tutti. Il ministro ha sbagliato canale». «Non ho fatto altro - precisa - che raccontare l'inchiesta di Ilda Boccassini e di Pignatone. E ho segnalato che il leghista incontrato dal boss Nieri non è stato arrestato. Non cerco lo scontro ideologico - aggiunge - non sono entrato nel merito della vicenda politica». Sul premier Silvio Berlusconi, Saviano poi afferma: «Se vuole venire a fare un elenco come gli altri, nessun problema» mentre definisce «un miracolo», il successo della trasmissione.

«Sono incredulo, confido ancora in un refuso e chiedo quindi a Saviano di smentire, riservandomi ogni azione utile». È dura la reazione del ministro dell'Interno al paragone con Sandokan Schiavone fatto da Saviano.

«Se il ministro Maroni, ritiene di rilasciare una dichiarazione scritta o filmata di precisazione, di rettifica o di replica a quanto affermato» lunedì nel corso di Vieni via con me, «questa troverà posto all'interno della prossima puntata», ha detto il direttore di Raitre, Paolo Ruffini. «Non è sembrato che le parole di Roberto Saviano fossero in alcun modo offensive né della persona del ministro né del movimento politico al quale il ministro appartiene. Ma che abbiano posto come in Gomorra, un altro tema: il tentativo delle mafie di infiltrare il tessuto economico, sociale e politico delle comunità», ha aggiunto Ruffini.

Gli ascolti sono «importanti, un fatto positivo. Ma in un servizio pubblico non sono l'unico metro di misura possibile». «C'è una questione di regole che un servizio pubblico ha l'obbligo di osservare:
equilibrio, contraddittorio e pluralismo», dice invece al Corriere della Sera, il direttore generale della Rai, Mauro Masi, e su Maroni osserva che ha diritto e titolo a chiedere uno spazio in trasmissione. Oggi se ne parlerà in Cda Rai.

«Vedrò oggi il filmato e deciderò se querelare Saviano»,
afferma intanto il consigliere regionale leghista della Lombardia Angelo Ciocca che spiega di non aver visto la trasmissione di Fazio e Saviano, ma di essere rimasto «stupito e indignato» dal riferimento fatto dallo scrittore di «Gomorra». «Pensavo di aver chiarito tutto, di aver spiegato: non sono indagato e non centro nulla con la 'ndrangheta: domani vedrò il filmato e deciderò se querelare Saviano».




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Le frasi di Saviano che hanno scatenato l'ira di Maroni

Il Messaggero


ROMA (17 novembre) - «La 'ndrangheta al Nord, come al Sud, cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega». E' uno dei passaggio del monologo di Roberto Saviano a Vieni via con me che ha scatenato la rabbia del ministro dell'Interno Roberto Maroni.
L'intervento di Saviano lunedì sera era dedicato alle infiltrazioni delle organizzazioni criminali nel tessuto politico, economico e sociale nelle regioni settentrionali, in particolare in Lombardia. «La Lega da sempre ha detto che non vuole qui le manette o la repressione - ha sottolineato l'autore di Gomorra - ma non basta, perché sono i soldi legali che irrorano questo territorio, è lì che il fenomeno deve essere contrastato».

Questo poi il passaggio del monologo di Saviano in cui ha fatto riferimento all'inchiesta di Pavia e, indirettamente, al consigliere Angelo Ciocca, consigliere regionale in carica della Lega Nord al Pirellone, eletto con 18 mila preferenze, un numero record in Lombardia. Il nome di Ciocca, che non è indagato, comparve nell'inchiesta della Dda che a Pavia eseguì numerosi arresti per infiltrazioni della 'ndrangheta negli appalti. «Accade che l'organizzazione, come al sud, cerca il potere della politica. E la 'Ndrangheta, anche al nord, cerca il potere della politica, cerca di interloquire con il potere della politica. 


E al nord interloquisce, come dimostra l'inchiesta, con la Lega. Pino Neri incontra un consigliere regionale della Lega Lombarda, della Lega Nord, non indagato e non arrestato, per chiedergli un favore, un favore politico. Loro hanno bisogno di arrivare ovunque. Arrivano per esempio nella sanità, mi ha sempre colpito che il direttore della Asl di Pavia, una Asl che gestisce più di 700 milioni di euro quindi stiamo parlando di capitali giganteschi, interrogato dai magistrati per certe sue affermazioni fatte nelle telefonate, dichiara: «Sono morbosamente affascinato dalla voglia di far credere di essere malavitoso, dico certe cose per vedere che effetto fa sugli altri».

Lo scrittore ha citato poi un brano di un'intervista a Gianfranco Miglio in cui l'ideologo della Lega si definiva a favore del «mantenimento anche della mafia e della 'ndrangheta» e sottolineava che «bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate». «Insomma - ha commentato - Miglio diceva che le mafie devono essere costituzionalizzate».

Contrastare le organizzazioni criminali «è fondamentale - ha aggiunto Saviano - ma ci sono leggi che possono favorirle: con lo scudo fiscale, per esempio, il rischio è che siano i loro capitali a tornare in Italia». Lo scrittore ha poi concluso il suo monologo con un messaggio di ottimismo e di speranza. «In realtà non è tutto scuro, il fatto che stasera ne stiamo parlando è già un miracolo. Una delle cose che le organizzazioni temono di più è l'agire da uomini, il non piegarsi. Nel momento in cui ognuno di noi non fa il male, sta facendo arretrare loro e sta forse sognando un'Italia diversa».




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Califano ricevuto, bambini diabetici no» Rabbia delle mamme contro la Polverini

Il Messaggero


La protesta è scattata perché il cantautore è stato ricevuto subito mentre l'associazione dei malati aspetta da mesi

di Marco Giovannelli


ROMA (16 novembre) - Califano sì, i bambini diabetici no. L’invito di Renata Polverini che ha ricevuto il cantautore martedì scorso, ha suscitato la reazione composta ma decisa dell’Associazione diabete infantile e giovanile del Lazio che aspetta da mesi di poter parlare con la presidente della Regione. Califano venne ricevuto nella sede della giunta Regionale all’indomani della richiesta di aiuto, rinnegata però pochi giorni dopo dallo stesso cantante.

«Certi episodi ci rammaricano, disgustano e umiliano le nostre famiglie, i medici pediatri diabetologi e il nostro lavoro - si legge nella lettera di Raffaella Sommacal, presidente dell’associazione - Ci occupiamo da più di 30 anni di bambini e ragazzi con diabete insulino dipendenti. In questi anni abbiamo cercato di varcare l’insormontabile accesso ai piani alti della Regione Lazio, per farci sentire, per far capire e conoscere a chi ci rappresenta cosa significhi il diabete nel bambino, quanti problemi esso comporti nella gestione sanitaria, familiare e sociale. Abbiamo chiesto un incontro alla presidente Polverini per esporre la grave situazione che si sta evidenziando rispetto alla cura, all’assistenza ospedaliera e sociale dei nostri figli: ad oggi non abbiamo ricevuto alcun cenno da parte della Regione Lazio di volontà di incontrarci. Ecco che allora l’immediato incontro concesso al signor Califano ha fatto scattare la rabbia, la frustrazione e incredulità».

La presidente Raffaella Sommacal racconta i problemi delle famiglie che assistono un bambino con il diabete a scuola o quando pratica sport. «Molte mamme costrette ad abbandonare il lavoro per fare l’insulina a pranzo ai propri figli - sostiene - ma siamo anche a un sistema di appropriatezza dei ricoveri imposto dalla Regione Lazio che fa sì che l’ospedale non potrebbe ricoverare le chetoacidosi se non in ragione di un certo numero di day hospital e visite ambulatoriali. Questa posizione, fuori da qualsiasi linea guida e ragionevolezza, comporterà che veramente nessun ospedale riuscirà a ricoverare le chetoacidosi al di fuori di un pronto soccorso, non lasciando spazio a riequilibri adeguati e il tempo per la necessaria educazione della famiglia».

Il numero dei casi di bambini affetti da diabete è in continuo e preoccupante aumento, il trend per i prossimi anni lo è ancor più (i dati dell’incidenza dei casi di diabete di tipo 1 nella popolazione di Roma e del Lazio nel periodo 2004-2009, nella fascia di età fino a 14 anni, ci indica 15,68 nuovi casi all’anno ogni 100.000 abitanti, contro 7,9 e 8,8 rispettivamente negli anni 1989-1993 e 1990-1999 con un picco massimo di incidenza osservato nella fascia d’età 5–9 anni).




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Poste, nuovi cap per 269 località: 21mila strade e 600mila famiglie coinvolte

Il Messaggero


ROMA (16 novembre) - Poste Italiane aggiorna il codice di avviamento postale in 269 località, fra comuni e frazioni, di 5 regioni: Lombardia, Trentino, Emilia Romagna, Marche e Puglia.

I cambiamenti, spiega Poste in una nota, sono determinati dall'istituzione delle nuove province di
Monza e della Brianza (Bm), di Fermo (Fm) e di Barletta-Andria-Trani (Bt), diventate operative a seguito dell'elezione dei consigli provinciali. Inoltre i Comuni di Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant'Agata Feltria e Talamello sono passati dalla regione Marche all'Emilia Romagna e ora fanno parte della provincia di Rimini (Rn).

Tra i cambiamenti anche l'istituzione dei nuovi comuni di Ledro e Comano Terme in provincia di Trento (Tn), nati dalla fusione di più comuni; mentre il cap del comune di Neviano degli Arduini (Pr) è stato attribuito anche a tutte le sue frazioni. Sono stati inoltre attribuiti nuovi cap ad alcuni comuni di Ascoli Piceno. Complessivamente il cambiamento di Cap riguarda 21.000 strade e circa 627.000 di famiglie.

Per conoscere i nuovi cap della propria zona ci si può comunque rivolgere all'Ufficio Postale, chiamare il call center di Poste Italiane al numero gratuito 803.160 oppure consultare www.poste.it.




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Scompare l'appuntato Stelluti di «Pane, amore e fantasia»

Corriere della sera


L'attore Roberto Risso tra pochi giorni avrebbe compiuto 85 anni

Faceva girare la testa alla «Bersagliera» Gina Lollobrigida


Risso e Lollobrigida in Pane amore e fantasia
Risso e Lollobrigida in Pane amore e fantasia
Lutto nel mondo del cinema. È scomparso Roberto Risso, il timido appuntato dei carabinieri Pietro Stelluti, che con il suo accento veneto faceva girare la testa alla «Bersagliera» Gina Lollobrigida in Pane amore e fantasia. Il successo ottenuto con la commedia di Luigi Comencini del 1953, e confermato dal successivo Pane amore e gelosia, rese popolare Risso a livello internazionale. Il suo vero nome era Pietro Roberto Strub e aveva debuttato nel 1950 con Il leone di Amalfi di Pietro Francisci. Ha lavorato con il regista francese Léonide Moguy in Domani è un altro giorno e al fianco di attrici come Giovanna Ralli e Giulietta Masina. Era nato a Ginevra, ma aveva vissuto a lungo a Roma, per poi stabilirsi definitivamente a Milano. Il prossimo 22 novembre avrebbe compiuto 85 anni.






Paolo Conti
17 novembre 2010



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Traffico illecito di rifiuti: sequestrato l'impianto della Riso Scotti Energia

Corriere della sera


Ai domiciliari anche Giorgio Radice, presidente del consiglio di amministrazione


MILANO - L’impianto di coincenerimento Riso Scotti Energia S.P.A., una delle società della galassia del gruppo Riso Scotti, nel Comune di Pavia, è stato posto sotto sequestro: utilizzava nella produzione di energia elettrica e termica, oltre agli scarti biologici della lavorazione del riso (lolla), anche rifiuti misti di varia natura - legno, plastiche, imballaggi, fanghi di depurazione di acque reflue urbane ed industriali ed altri materiali misti - che per le loro caratteristiche chimico fisiche superavano i limiti massimi di concentrazione dei metalli pesanti - cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo ed altri - previsti dalle autorizzazioni. Il presunto traffico illecito di rifiuti, scoperto dal Corpo Forestale, ha generato un giro d’affari di circa 30 milioni di euro nel solo periodo 2007-2009 e ha portato al sequestro dell’impianto di coincenerimento della Riso Scotti Energia a Pavia, situato in via Angelo Scotti e di più di 40 mezzi, all’arresto di 7 persone ed alla esecuzione di 60 perquisizioni. Ai domiciliari anche Giorgio Radice, presidente del consiglio di amministrazione della Riso Scotti Energia. Questo il risultato della maxi operazione «Dirty Energy», frutto di un anno e mezzo di accurate indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Pavia – diretta dal procuratore capo Gustavo Adolfo Cioppa – e condotte dai sostituti Roberto Valli, Luisa Rossi e Paolo Mazza.

40 MILA TONNELLATE DI RIFIUTI - Dalle indagini svolte è stato possibile accertare il coinvolgimento di diversi impianti di trattamento dei rifiuti provenienti dal circuito della raccolta urbana, dall’industria e da altre attività commerciali dislocati in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Puglia, impegnando oltre 250 Forestali su tutto il territorio. L’ingresso delle circa 40.000 tonnellate di rifiuti gestiti illecitamente dalla Riso Scotti Energia S.p.A. veniva reso possibile ed apparentemente regolare attraverso la falsificazione dei certificati d’analisi, con l’intervento di laboratori compiacenti e con la miscelazione con rifiuti prodotti nell’impianto, così da celare e alterare le reali caratteristiche dei combustibili destinati ad alimentare la centrale. Oltre al traffico illecito di rifiuti e alla redazione di certificati di analisi falsi si ipotizza una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato, visto che tali rifiuti non potevano essere utilizzati in un impianto destinato alla produzione di energia da fonti rinnovabili che ha goduto di pubbliche sovvenzioni. L'inchiesta è stata sviluppata dal Nucleo Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale di Pavia del Corpo forestale dello Stato, in collaborazione con personale della Polizia di Stato - Gabinetto Regionale della Polizia Scientifica di Milano e Direzione Centrale Anticrimine di Roma.


LOLLA DI RISO MISCELATA CON POLVERI - Tra i materiali combustibili impiegati c'era anche la lolla di riso, proveniente dall’adiacente riseria e convogliata nell’impianto sequestrato dalla Forestale attraverso una condotta aerea. La lolla veniva frequentemente miscelata, all’interno dell’impianto, con polveri provenienti dall’abbattimento dei fumi, fanghi, terre dello spazzamento strade ed altri rifiuti conferiti da ditte esterne. A seguito della miscelazione, la lolla perdeva le caratteristiche di sottoprodotto e diventava un rifiuto speciale, anche pericoloso, che non poteva più essere destinato alla produzione di energia pulita, ma avrebbe dovuto essere smaltito presso impianti esterni autorizzati. Gli accertamenti eseguiti hanno permesso di accertare che ingenti quantitativi di lolla di riso, anche di quella miscelata con i rifiuti, sono stati venduti illecitamente ad altri impianti di termovalorizzazione, ad industrie di fabbricazione di pannelli in legno e ad aziende agricole ed allevamenti zootecnici (pollame e suini) - dislocati in Lombardia, Piemonte e Veneto - che la utilizzavano per la formazione delle lettiere per gli animali.


INQUINAMENTO DELL'ARIA - Tenuto conto della miscelazione con i rifiuti, l’incenerimento della lolla all’interno dell’impianto Riso Scotti Energia S.p.A., molto vicino alla città di Pavia, pone seri interrogativi sul probabile superamento dei limiti imposti per quanto riguarda le emissioni in atmosfera, e di conseguenza sulla qualità dell’aria. In questo modo, si traevano illeciti vantaggi sia dalla vendita della lolla di riso come sottoprodotto, sia dal risparmio sui costi di smaltimento dei rifiuti prodotti dall’impianto, che periodicamente venivano miscelati alla lolla di riso, sia dalla vendita di energia allo Stato a prezzo vantaggioso.


Redazione online
17 novembre 2010





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Napoli, furto con spaccata al Vomero Ladri svuotano negozio

Il Mattino



di Marisa La Penna

NAPOLI (17 novembre) - Furto con spaccata, l’altra notte, in via Piscicelli al Vomero. Nel mirino della banda di predatori è finito il negozio di abbigliamento femminile Gaya. I malviventi, col volto coperto da passamontagna, sono entrati in azione alle 4,46. E hanno fatto razzia in soli due minuti portando via centinaia di capi di abbigliamento. È stata la guardia giurata in servizio in zona ad accorgersi del furto. E ha avvisato il titolare del negozio che si è precipitato sul luogo, al civico 106, insieme con la polizia. Il filmato del raid (il negozio è dotato di sistema di videosorveglianza) è stato immediatamente visionato.

GUARDA IL VIDEO DEL FURTO

Ma è emerso che i banditi erano assolutamente irriconoscibili perché, ben consapevoli di essere ripresi dalle telecamere dislocate nel negozio, si erano mascherati con sciarpe e passamontagna. Per penetrare nel negozio i ladri avevano dapprima rotto la saracinesca, poi avevano infranto le vetrine. Il raid era stato fulmineo e due minuti dopo l’irruzione la macchina su cui avevano caricato la merce rubata era ripartita a tutto gas. Sull’episodio indagano gli agenti del commissariato Vomero. Il proprietario del locale - che non è coperto da assicurazione contro il furto - ha riferito ai poliziotti di aver subito, negli ultimi anni, altri due assalti dei ladri negli altri due negozi di cui è titolare, sempre al Vomero.


Nel momento in cui la gang della spaccata ha fatto irruzione nel negozio di via Piscicelli è entrato in funzione il sistema di allarme. Ma il raid è stato cosi veloce che quando sono arrivati i metronotte il furto era stato già consumato e i ladri avevano fatto perdere le proprie tracce. Il filmato del furto è ora nelle mani degli investigatori. Non si esclude che da qualche dettaglio i poliziotti possano risalire a ricostruire l’identità dei banditi. In quanto all’entità del furto, il proprietario non ha ancora quantificato il danno. «Non abbiamo ancora effettuato l’inventario del materiale depredato. Sta di fatto che si tratta di capi griffati, alcuni dei quali molto costosi» ha dichiarato ieri Diego Dorsi, titolare del negozio saccheggiato. Il commerciante ha riferito ai poliziotti dei precedenti furti subiti.

E si è riservato di produrre l’elenco di tutto ciò che è stato trafugato dal suo negozio dai predatori della notte. L’episodio di ieri riconferma che il fenomeno delle «spaccate» si sta ripresentando dopo un paio di anni di assenza dallo scenario criminale cittadino.





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Ci chiama fabbrica del fango poi ci manipola contro Miglio

di Redazione


L’intervista del senatore al "Giornale" nel ’99 stravolta nello show di Fazio e Saviano. L’ideologo accusato di voler legalizzare le cosche era solito fare ragionamenti provocatori. Secondo la sua tesi il Sud avrebbe dovuto "costituzionalizzare alcune manifestazioni tipiche"



 

L’ultima invenzione della premiata ditta Fabio Fazio & Roberto Saviano: far dire a un morto che la Lega è l’alleata naturale della mafia. È accaduto, a spese dei teleutenti Rai, nell’ultima puntata di Vieni via con me. Come? Riesumando un’intervista col professor Gianfranco Miglio che Stefano Lorenzetto raccolse per Il Giornale nel marzo del 1999, nella tenuta di Domaso, sul lago di Como, un anno e mezzo prima che l’insigne costituzionalista cessasse di vivere. E riportata dall’autore anche nel libro Dimenticati (Marsilio). Un’intervista dai toni volutamente surreali, in cui Miglio, com’era nel suo stile, duellava con Lorenzetto spargendo iperboli e paradossi a ogni risposta.

E Roberto Saviano che fa? Senza citare la fonte (e come avrebbe potuto riferire ai suoi supporter che stava attingendo dall’odiata «macchina del fango» del Giornale? avrebbe irrimediabilmente inficiato tutto il suo ragionamento), estrapola un’unica frase per sostenere che l’ideologo della Lega si definiva a favore del «mantenimento anche della mafia e della ’ndrangheta». «Insomma», ha concluso l’autore di Gomorra, «Miglio diceva che le mafie devono essere costituzionalizzate».

Sarebbe bastato leggere che cosa precedeva quel botta e risposta di 11 anni fa per capire come Miglio estremizzasse il suo pensiero per il solo gusto della provocazione.
Non avendolo fatto la faziosissima compagnia di giro di Vieni via con me, provvede Il Giornale. Qui di seguito alcuni estratti.

Che cos’hanno di tanto diverso nordisti e sudisti?
«Il modo stesso di concepire la vita. Noi abbiamo nelle vene sangue barbaro, siamo legati al negotium, al lavoro. I meridionali invece vivono per l’otium, il dolce far nulla, i sollazzi, un totale disprezzo per la fatica. Questa è la storia dei due popoli. Una differenza antropologica, inutile star lì. Detto questo...».

Detto questo?
«Riconosco che i meridionali sono stati danneggiati dall’unificazione. Il loro inserimento nel Regno è avvenuto soltanto per effetto della spedizione garibaldina. Da lì in avanti lo Stato unitario li ha sempre fregati. Ogni volta che appariva all’orizzonte una prospettiva finanziaria, il Nord se ne appropriava. È dalla fine degli anni Cinquanta che cerco una via per raddrizzare questo Stato unitario».

L’ha trovata nel federalismo?
«Tutti ne parlano e nessuno sa che cos’è, neppure i vescovi del Veneto».

In concreto: tre cantoni, Nord, Centro e Sud?
«Esatto. Il reddito complessivo della Basilicata è un quarantesimo di quello della Lombardia. Ci vuole un equilibrio fra i componenti della federazione e il contenitore federale. Altrimenti le differenze producono differenze».

Quindi poveri con poveri e ricchi con ricchi?
«Non è proprio così. Diciamo che la Lucania deve batter cassa con le regioni del Sud. Del resto non è colpa nostra se il Nord gode di condizioni geoeconomiche migliori. La Padania l’ho inventata io negli anni Sessanta e adesso la Fondazione Agnelli ha dimostrato che se stesse per conto suo sarebbe la più ricca regione d’Europa».

Però accanto ai tre cantoni lei continua a prevedere le cinque regioni a statuto speciale. Perché?
«Perché hanno combattuto per la loro indipendenza. La Sicilia contro l’armata di Nino Bixio. La Valle d’Aosta contro l’esercito di De Gaulle. L’Alto Adige contro l’ottusità di Roma. Tutti dimenticano che gli statuti speciali sono in realtà armistizi, concessi a queste regioni prima della Costituente».

Professore, da quarant’anni predica il federalismo ma non c’è verso di vederlo fiorire. Come mai?
«Perché gli italiani sono ignoranti. Io gli ho cucinato il piatto in tutti i modi. Non vogliono saperne di mangiarlo».

Ogni cantone avrebbe le sue leggi?
«Certo. Non si può dare lo stesso diritto civile e penale a tutte le regioni. Lei capisce che la vendetta per tradimento, consumata abitualmente al Sud, non è concepibile al Nord».

Mi faccia capire: il codice meridionale dovrebbe consentire a un marito cornificato di farsi giustizia da solo?
«Di più. Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ’ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate» (...)
Fin qui Miglio. Va detto che, passati 15 anni, il crac vaticinato non c’è ancora stato. Per fortuna. Altrimenti Fazio e Saviano avrebbero incolpato la Lega anche di quello.

RI



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Iraq, Tareq Aziz salvo Il presidente Talabani non firma la condanna

di Redazione


Il presidente iracheno non firmerà la condanna a morte dell'ex numero due di Saddam Hussein. Talabani: "Non firmo perchè è cristiano ed è anziano". Aziz era stato condannato il 26 ottobre, la decisione aveva suscitato le proteste della comunità internazionale



 

Bagdad - La condanna a morte dell'ex numero due di Saddam Hussein, aveva scatenato un coro unanime di condanna da parte di tutta la comunità internazionale. In prima fila anche l'Italia che con il ministro Frattini aveva cheisto di sospendere l'esecuzione. Oggi il presidente iracheno Jalal Talabani ha comunicato che non firmerà l’atto di condanna a morte nei confronti dell'ex vicepremier. È stato lo stesso Talabani ad annunciarlo in un’intervista. "No - ha detto -,non firmerò perchè sono socialista. Sono dalla parte di Tareq Aziz perchè è un cristiano iracheno e in più è un anziano signore di oltre 70 anni". Aziz era stato condannato a morte il 26 ottobre. 





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La Tulliani chiede 10 milioni di euro al Giornale, Libero e Panorama

Corriere della sera


Risarcimento danni per gli articoli di quest’estate sulla querelle con Gaucci e sulle case della sua famiglia


MILANO — Per gli articoli di quest’estate sulla querelle con Gaucci e sulle case della sua famiglia, Elisabetta Tulliani, compagna di Gianfranco Fini, ha chiesto 10 milioni di euro di danni al «Giornale» di Vittorio Feltri, a «Libero» di Maurizio Belpietro e al settimanale «Panorama» di Giorgio Mulè.

LA SCHEDINA - L'atto di citazione, se ne occupa il tribunale civile di Roma, contesta i pezzi sulla vincita al superenalotto della Tulliani. Fu lei la fortunata o Gaucci? Il quotidiano Libero dedica alla notizia una pagina intera sottolineando che sull'atto di citazione non si legge mai (se non sbagliano) la parola beneficenza: «Dieci milioni. Gesù, - scrive il quotidiano di Belpietro - peggio della Sisal».


17 novembre 2010





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Caso Cucchi, le ultime parole di Stefano

Corriere della sera

La voce durante interrogatorio: ««Mi scusi, non riesco a parla' tanto bene... Soffro di epilessia e celiachia»


MILANO - «Posso scusi... Sono Cucchi Stefano, nato a Roma l’1 ottobre 1978. Mi scusi, non riesco a parla' tanto bene... Lavoro con mio padre, sono celibe. Ho precedenti, non per droga». Sono le «ultime parole» di Stefano Cucchi da uomo libero, pronunciate durante l'udienza di convalida dell'arresto il 16 ottobre del 2009 e pubblicate sul sito abuondiritto.it di Luigi Manconi per il quale «Stefano appare già provato, in grave difficoltà, con voce sofferente».
L'INTERROGATORIO - Nella registrazione Cucchi chiede chiaramente di essere assistito dal proprio avvocato di fiducia («richiesta che non viene accolta allora e nemmeno dopo», commenta Manconi) e specifica di soffrire di epilessia, celiachia e anemia. Durante l’interrogatorio il magistrato chiede a Stefano dove voglia che arrivino gli atti del processo se verrà scarcerato e lui risponde, riferendosi al legale presente, «presso il mio nuovo avvocato, vorrei nominarlo gentilmente come avvocato di fiducia». Poi Stefano fa delle dichiarazioni spontanee: «Mi scusi... un’altra cosa: io mi dichiaro tossicodipendente» e quanto alle accuse che gli vengono rivolte dice: «Mi dichiaro innocente per lo spaccio, colpevole per la detenzione, per uso personale». Infine, a domanda degli inquirenti, precisa di essere stato «seguito al Sert di Torpignattara, però il metadone lo compro, non vado al Sert perché ho discusso con certe persone che stanno lì fuori e non ci posso andare. Il metadone lo compro in piazza. Non ci vado più in questi posti, non sono più segnato al Sert anche se ho ancora la esenzione per tossicodipendenza e epilessia, perché soffro di epilessia. Vabbè poi ho pure la celiachia e l’anemia».

17 novembre 2010

Quello che lo scrittore non dice sulla ’ndrangheta e la sinistra

di Pier Francesco Borgia


Gian Marco Chiocci

Come ogni bravo cronista, Roberto Saviano sa perfettamente che non fa notizia il cane che morde l’uomo ma il contrario sì. Quindi non può colpire l’attenzione del lettore (o dello spettatore tv) la collusione di un partito con la mafia. Roba già vista. Se, però, il ministro dell’Interno fa parte di quel partito colluso, allora le cose cambiano. Figuriamoci poi se è portato sugli scudi da tutti perché sotto la sua gestione, al Viminale, sono stati sequestrati alla mafia beni per 18 miliardi di euro e assicurati alle patrie galere 29 dei 30 latitanti più pericolosi. E fa notizia, ovviamente, il racconto carico di pathos della riunione dei boss di ’ndrangheta in un circolo culturale intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino. Altro che uomo che morde il cane: Lega nord, ’ndrangheta, lo sfregio ai giudici uccisi dal tritolo. L’audience è assicurata. Ma come la volta scorsa, il Savonarola di Terra di Lavoro omette verità pruriginose per il centrosinistra di cui, ormai, è icona e megafono.

Il riferimento al summit di mafia del 31 ottobre 2009 nel circolo Falcone e Borsellino è da brividi, ma è monco. Non dice, il Nostro, che quel circolo è dell’Arci, associazione da sempre vicina al Pci-Pds-Ds-Pd, e il cui presidente (quello che aveva disposto i tavoli a ferro di cavallo ai trenta convenuti per eleggere il capomafia del nord) è il consigliere del Pd di Paderno Dugnano, Arturo Baldassarre. Si dirà: ma Baldassarre non è indagato, non è stato arrestato. Giusto. Anche il consigliere regionale della Lega che avrebbe incontrato il boss Pino Neri di Taurianova non è stato indagato, non è stato arrestato, ma è stato comunque «mascariato» da Saviano.

Il quale, ovviamente, a proposito di ’ndrangheta, di infiltrazioni al Nord, di politici in contatto con personaggi calabresi, s’è ben guardato dal tirare fuori brutti scheletri. Citando a caso. Non ha fatto alcun riferimento all’operazione «Parco Sud» che a novembre portò in cella 14 affiliati alla famiglia Barbaro e che sfociò nell’arresto del sindaco Pd di Trezzano sul Naviglio, Tiziano Butturini, un ex Ds. Non ha ricordato che nel maxi-blitz del 13 luglio contro le cosche in Lombardia ci finì impigliato, per la conoscenza con un imprenditore vicino agli Strangio, un ex rappresentante della giunta di centrosinistra guidata da Penati, ovverosia Antonio Oliverio. Non ha rispolverato il caso di un altro ex assessore provinciale nella stessa giunta, Bruna Brembilla, indagata (e poi prosciolta) perché avrebbe chiesto voti ai calabresi immigrati.

Ragionando come ragiona il Savonarola casalese, si dovrebbe poi appiccicare la patente di mafioso anche a un politico dell’Udc del «nord» che indagato per mafia non è: Rosario Monteleone, presidente del consiglio regionale della Liguria e coordinatore del partito di Casini, il cui nome compare in una telefonata fra calabresi arrestati. E che dire di Pasquale Tripodi, già assessore «in trasferta» di Loiero, coinvolto due anni fa nel blitz della Dda di Perugia (arrestato e poi scarcerato dal Riesame, archiviato) su infiltrazioni del clan Vadalà nell’Umbria rossa. E che dire di quelle elezioni per il consiglio comunale di Cologno Monzese supervisionate dal clan Valle che tanto hanno imbarazzato i Riformisti ed il Pd. E che dire, inoltre, di Cinzia Damonte, candidata alle regionali liguri per l’Idv, non indagata, sorpresa a distribuire santini elettorali a una cena organizzata da calabresi come Onofrio Garcea, 70enne di Pizzo Calabro, oggi latitante, presente nelle maggiori inchieste sulle ’ndrine di Genova e dintorni. L’elenco a tema è lungo, da non leggere in tv perché finirebbe per smontare il gioco del novello professionista antimafia. Accreditare la sua tesi servendosi delle provocazioni culturali di Gianfranco Miglio (che non può protestare per questa strumentalizzazione) equivale a chiedere a una leggenda del Quattrocento di farsi documento giudiziario incontrovertibile. L’audience è una cosa, la fazio-sità cos’è?



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Fenomenologia dei Cigni Fanfaroni

di Stefano Lorenzetto



E' l'anagramma di Gianfranco Fini. Un leader che si serve della gestualità per apparire ciè che non è: autorevole. Enfatico nei comizi e sussiegoso nei discorsi ufficiali, ma poi va a celebrare Borsellino masticando chewing-gum



 
Poiché sono nato nella città natale di Cesare Lombroso, padre del­la fisiognomica, ho preso da tempo l’insana abitu­dine di osservare la postura, la mimica, l’oratoria, i vezzi, i tic del presidente della Camera e sono giunto alla conclusione che la sua gestualità corri­sponda in pieno all’anagram­ma di Gianfranco Fini, che è Cigni Fanfaroni. Del cigno, la terza carica del­lo Stato ha l’incedere maesto­so. 

È un vero peccato che sia nato a Bologna anziché a Bus­seto. Pur privo della barba bianca di Giuseppe Verdi, vuole mostrarsi ieratico.
Gli si attaglia in pieno ciò che Luigi Bertet (presidente dell’Auto­mobil club di Milano) disse un giorno all’amico Carlo Ca­racciolo (editore dell’ Espres­so e della Repubblica ) a propo­sito di Eugenio Scalfari, un al­tro anseriforme barbuto che nella vita ha fatto di tutto per svettare e sembrare autorevo­le: «Emana sicurezza. Cammi­na eretto. Porta in giro la testa come il Santissimo». Si vede a occhio nudo che Fini studia da Padreterno in terra, cioè da presidente della Repubblica. Tanti auguri, Adonai.

Però qualcuno dovrebbe assumer­si­il pietoso compito di avvisar­lo che per quella carica s’è già prenotato, a sinistra, uno dei suoi predecessori sullo scran­no più alto di Montecitorio: Luciano Violante. Per non par­lare di tutti gli altri pretenden­ti al trono. Del fanfarone, Fini rivela la perfetta conformità con la de­finizione che ne dà lo Zingarel­li: «Chi ingrandisce a dismisu­ra la portata delle sue vere o più spesso presunte qualità». Non è colpa di nessuno se, so­prattutto al Nord, fanfarone coincide per assonanza con fannullone.

Da questo punto di vista va detto che nel profilo biografico pubblicato sul sito del presidente della Camera (eh sì, in Internet lui s’è inse­diato, chissà perché, in una magione informatica tutta sua, diversa da quella degli onorevoli deputati) non si rin­viene traccia alcuna, a parte «giornalista professionista», di un qualche lavoro svolto da Fini nel corso della sua vita, a meno che non si voglia consi­derare la politica un mestiere.
Sul tono delle orazioni pub­bliche dell’inquilino di Mon­­tecitorio, bisognoso di accre­ditarsi come credibile soprat­tutto dopo lo scandalo di Mon­tecarlo, si potrebbe scrivere un trattato. 

Tribunizio, decla­matorio, enfatico, sostanzial­mente tronfio - un gargari­smo, se confrontato con la viri­le assertività del suo padrino Giorgio Almirante - quando conciona davanti alle platee amiche, siano esse radunate a Mirabello piuttosto che a Ba­stia Umbra; sommesso, mo­nocorde e sussiegoso quando legge discorsi ufficiali e indi­rizzi di saluto nella Sala della Lupa piuttosto che nella Sala dei Busti. Il meglio di sé lo offre quan­do vede assiso al centro della prima fila, sulla poltrona lac­cata d’oro e foderata di velluto rosso, il suo interlocutore pre­diletto: Giorgio Napolitano. In quel caso,l’alone di mistici­s­mo istituzionale che Fini pro­mana è rafforzato da una luce fioca sul leggio; in teoria do­vrebbe solo rischiare i profon­dissimi concetti scolpiti per lui dai ghostwriter di Palazzo, in realtà estende il suo effetto flou alle rughe dello statista in erba. Tutto in lui è studiato per trasmettere solidità. Quel­la che non ha.

POSTURA I mutamenti di po­stu­ra sono molto più espressi­vi dei discorsi grondanti retori­ca d’accatto. È l’unico leader capace di ruotare il busto, mentre parla, ora di 45 gradi a destra ora di 45 gradi a sini­stra, disegnando ogni due mi­nuti un angolo retto che vor­rebbe apparire ecumenico nei confronti dell’uditorio e in­vece sembra la sintesi perfetta di una carriera politica che lo ha visto tenere il piede in due staffe e cambiare opinione con preoccupante ciclicità.

DITA I movimenti delle mani di Fini sono la prosecuzione con altri mezzi del Tg1 per non udenti. Indici della de­stra e della sinistra che dise­gnano in sincronia bolle nel­l’aere. Indici che arrivano a congiungersi di punta, come se l’Adamo di Futuro e libertà dovesse darsi una scossa o ad­dirittura infondersi da solo la vita, alla maniera del Dio mi­chelangiolesco nella Cappel­la Sistina. Indici che si levano ammonitori verso il cielo se­condo l’usanza degli ayatol­lah o che vengono minaccio­samente branditi a mo’ di manganelli (ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, insolentito platealmente in diretta tv du­rante la direzione del Pdl al gri­do «Che fai? Mi cacci?»). Pal­mi esibiti al pubblico. Palmi ri­volti verso il basso. Palmi che combaciano nello stile dei mo­naci zen, più che di Bernadet­te in preghiera davanti alla grotta di Massabielle. Pugni che si serrano. Pugni che si aprono. Una mano in tasca, per dissimulare disinvoltura, e una che lampeggia a inter­mittenza, manco stesse sag­giando i testicoli di un toro im­maginario.

SEGNALI L’etologo Desmond Morris li chiama «segnali di ac­centuazione ». Il presidente della Camera, che dispone di una laurea in psicologia, sa­prà di che parlo. Si tratta di tut­te quelle azioni che enfatizza­no il ritmo delle parole. Per mascherare la contradditto­rietà dei suoi pensieri, can­gianti a seconda delle stagioni e delle convenienze, Fini ne usa un armamentario illimita­to. C’è la «presa di potenza» (tutti e cinque i polpastrelli di una mano rivolti a cucchiaio verso di sé, come se dovesse avvitarsi una lampadina sul petto), tanto cara a Charles De Gaulle, si parva licet. C’è la «presa di precisione a vuoto» (pollice e indice che si con­giungono ad anello, come nel­­l’ok degli americani) per sotto­lineare l’esattezza dei concet­ti. Ci sono i palmi in su, con cui implora il consenso del­l’uditorio. Ci sono i palmi in dentro, con cui abbraccia i propri concetti, quasi stringes­se a sé un invisibile compa­gno. Ci sono i pugni chiusi per evidenziare il senso di incrol­labile determinazione. C’è,in­somma, tanta scena a coprire il vuoto d’idee.

LOCUZIONI Quando i «segnali di accentuazione» non basta­no, Fini fa ricorso a vezzi lin­guistici assai rivelatori, come quel «per davvero» che Vitto­rio Sgarbi ha già criticato da par suo sul Giornale , ripetuto per ben quattro volte nei pri­mi 40 secondi del discorso di Bastia Umbra e poi replicato in modo asfissiante. Anche qui viene in soccorso lo Zinga­relli: « Per davvero , sul serio: non minaccio per scherzo, ma per davvero ». Si avverte sotto traccia che l’uomo nutre un di­spe­rato desiderio d’essere cre­duto. Preso sul serio, appun­to. La stucchevole locuzione avverbiale fa il paio con insisti­ti «e allora, amici», espressio­ne che vorrebbe avere la defi­nitività dei classici e invece non possiede nemmeno l’at­tualità dei contemporanei. Ambisce a mettere un punto fermo nelle umane vicende: ti­pico del delirio d’onnipoten­za.

ABITUDINI Purtroppo le prete­se di autorevolezza sono vani­ficate da abitudini imperdo­nabili in un uomo di Stato. An­che volendo tralasciare il de­precabile vizio di masticare in pubblico la gomma america­na, persino negli appunta­menti istituzionali e durante le commemorazioni dei de­funti (è accaduto di recente a Palermo, alla cerimonia in onore del magistrato Paolo Borsellino assassinato dalla mafia),Fini appare afflitto dal­l’horror vacui delle asole. Non avendo mai potuto, per ragioni anagrafiche, riempir­le con la cimice, il distintivo del Partito nazionale fascista d’ordinanza durante il Ven­tennio, oggi rimedia appun­tandosi sui revers delle giac­che spillette d’ogni tipo. La più gettonata è quella delle Re­pubbliche marinare. Per un appassionato di immersioni subacquee potrebbe anche starci,ma stona con l’incarico ricoperto, che dovrebbe im­porgli, nell’Italia dei campani­li, equidistanza formale da Ve­nezia, Genova, Pisa e Amalfi. Però mi è capitato anche di ve­derlo ostentare una specie di gladio che avrebbe fatto la feli­cità di suo padre Argenio, vo­lontario nella X Mas. Un’illu­sione ottica, voglio sperare: magari si trattava di un basto­ne di Asclepio donatogli da qualche Ordine dei medici. Ma la bizzarria rimane.

ACCESSORI Denota infantili­smo anche la scelta dei visto­sissimi gemelli con cui il presi­dente della Camera usa ador­nare le asole dei polsini delle camicie, rigorosamente dop­pi come si confà a uno statista. Di solito raffigurano stemmi araldici e greche generalizie. La butto lì: se avesse avuto dei figli maschi, secondo me gio­cherebbe con loro a soldatini. Affinché i pacchiani accessori d’abbigliamento possano ri­saltare in tutto il loro splendo­re, nelle occasioni ufficiali do­v’è soltanto ospite Fini suole tenere le braccia conserte, «in cortesia» come si dice dalle mie parti.

Sarei pronto a giura­re che darebbe qualsiasi cosa per potersi fregiare dei gemel­li con il Seal, il simbolo del pre­sidente degli Stati Uniti d’America, quello con l’aqui­la che st­ringe nell’artiglio sini­stro 13 frecce e nell’artiglio de­stro una fronda d’olivo con 13 rami e 13 olive, e che ha 13 stel­le intorno alla testa, e 13 stri­sce bianche e rosse sullo scu­do, e 13 lettere nel motto «E pluribus unum», ossessiva ri­petizione del numero associa­to alla ribellione di Lucifero.

Per il momento ho notato che talvolta si accontenta di una pietra preziosa blu recante un punto interrogativo d’oro. Posso aver visto male: magari i gemelli rotondi s’erano girati nell’asola e si trattava solo di un rampino da macellaio. AURA Del cigno, fanfarone o no che sia, Fini ha soprattutto l’altezzosità. Se scende dal­l’autoblù per recarsi nella se­de di Farefuturo e incoccia in una troupe del telegiornale, il Lord Brummel di Montecito­rio dà subito volume al nodo delle sue cravattone pastello­se, afferra i polsini della cami­cia e li sistema in modo tale da farli sporgere dalle maniche della giacca quel tanto che ba­sta per credersi elegante, infi­ne impartisce un lieve fremito di degnazione alle labbra sigil­landole «a culo di gallina» (cfr. Alberto Sordi, Il prof. dott. Gui­do T­ersilli primario della clini­ca Villa Celeste convenzionata con le mutue ).

Una deviazione dei radi capelli - da destra ver­so sinistra, ça va sans dire, per chi guarda - ha il compito di marcare la differenza anche tricologica dal Cavaliere. Fronte del riporto che un tem­po fu Fronte della gioventù. In­fine gli occhiali senza monta­tura: dovrebbero conferire a Fini un’aura di intelligenza,ri­spettabilità, prestigio. Dovreb­bero. Solo una volta, davanti alle telecamere, il leader che si cre­de carismatico non gesticolò. Fu quando gli toccò registrare un videomessaggio sul brutto affare della casa di Montecar­lo finita nella disponibilità del «cognato». Nove minuti con le mani adese alla scrivania, il busto rattrappito, l’occhio fis­so sul gobbo da cui nel timore di tradirsi leggeva la sua auto­difesa, virgole comprese: «Se dovesse emergere con certez­za che Tulliani è il proprieta­rio, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera». In­fatti. Ma sarebbe troppo pre­tendere dai Cigni Fanfaroni che rispettino le promesse, me ne rendo conto. 


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Imbroglio Fli: assalto al premio di maggioranza

di Marcello Foa



Se fanno cadere il governo i finiani tradiscono lo spirito della legge elettorale, appropriandosi di seggi che sono stati dati loro proprio per garantire la stabilità dell’esecutivo. All’estero i ribaltonisti vengono espulsi, in Italia sono difesi



 
E se domani nascesse, sulle ceneri del governo Berlusconi, un esecutivo tecnico, che ne sarebbe dei deputati eletti con il premio di maggioranza? Domanda innocente, eppure, potenzialmente, incendiaria, che ci riporta ai fondamentali della politica. Secondo logica, quei deputati dovrebbero rimettere il mandato. Ma la logica, in politica e in Italia, raramente trionfa.

Urge breve promemoria. L’attuale legge elettorale, per quanto criticata e certo perfettibile, attribuisce alla coalizione vincente un pacchetto di seggi supplementari, che permette di raggiungere circa il 55% dei seggi della Camera. Il principio è applicato anche al Senato, sebbene su base regionale e con calcoli complessi, che possono generare dinamiche fuorvianti, come avvenuto, ad esempio, ai tempi dell’ultimo governo Prodi. 

Lo spirito della legge Calderoli, nota anche come «porcellum», comunque, è chiaro: mira a garantire al governo una maggioranza confortevole per sottrarre il primo ministro ai ricatti e alle devianze tipiche della Prima Repubblica.

Dunque, teoricamente, se il governo legittimamente eletto venisse rovesciato in aula, il premio di maggioranza dovrebbe essere ricalcolato, estromettendo o, comunque, punendo i ribaltonisti.

La realtà, però, è diversa. In Italia chi tradisce la volontà popolare nel corso della legislatura non rischia assolutamente nulla. Per merito (o, meglio, per colpa) dell’articolo 67 della Costituzione, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», spiega a il Giornale il costituzionalista Paolo Armaroli.
Per intenderci: in alcuni sistemi elettorali il cambio in corsa non è permesso. Se un deputato, per qualunque ragione, si dissocia dal partito che lo ha candidato, il seggio viene revocato immediatamente e la parola torna agli elettori, che possono premiare o punire il ribelle.

In Italia, invece, vige ancora una consuetudine che risale alla Rivoluzione francese e che di fatto libera il deputato o il senatore da qualunque responsabilità. «La volontà popolare non è imperativa, né vincolante», continua Armaroli, che definisce l’articolo 67 della Costituzione «la foglia di fico dei ribaltoni». Una volta eletti a Montecitorio o a Palazzo Madama, deputati e senatori devono rispondere unicamente alla propria coscienza. Fino a fine legislatura.

E questo spiega la tranquillità di Fini e dei suoi 45 parlamentari. Possono fare quel che vogliono, persino appropriarsi di fette consistenti del premio di maggioranza. D’altronde, anche ipotizzando di scorporare da Futuro e Libertà la quota ottenuta con il premio di maggioranza, sarebbe necessario procedere a calcoli complicatissimi e arbitrari, considerato che il «porcellum» non contempla il voto di preferenza. Insomma, una soluzione non percorribile.

Sarebbe molto più saggio, invece, rispolverare un progetto di legge presentato nel 1999 dallo stesso Armaroli, all’epoca deputato di Alleanza nazionale, che proponeva di abolire il principio del divieto di mandato imperativo, rendendo inscindibile il patto politico con gli elettori. Ma la sua richiesta fu respinta dal centrosinistra e boicottata da diversi esponenti del centrodestra, che non gradivano l’obbligo di coerenza e il rispetto della parola data. Preferivano non privarsi dell’arte più subdola e pervasiva della politica italiana; quella del trasformismo. Con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti.




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Sakineh: "Sì, sono una peccatrice" Confessione farsa sulla tv iraniana

La Stampa


L'intervista sul canale di Stato. Stranieri accusati di spionaggio





VIDEO
Sakineh va in tv;
"Sì, ho peccato"
Polemica in Iran



TEHERAN

«Sono una peccatrice». Questa la "confessione" di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna condannata alla lapidazione per adulterio in Iran, che la televisione di Teheran è tornata a mostrare in una trasmissione sulla sua vicenda andata in onda ieri a tarda sera. E insieme alla sua, l’emittente ha trasmesso le "confessioni" di suo figlio, del suo avvocato e di due tedeschi arrestati con loro il mese scorso mentre li intervistavano.

I due tedeschi, che secondo la stampa di Berlino sono giornalisti - una circostanza che nè la Germania nè l’Iran hanno confermato - sono accusati di «spionaggio», secondo quanto ha reso noto un responsabile dell’apparato giudiziario. Una donna presentata come Sakineh è stata mostrata in televisione con il volto sfumato per renderlo irriconoscibile, mentre le sue dichiarazioni, fatte in lingua azera, erano sottotitolate in persiano. La donna è infatti della provincia iraniana dell’Azerbaigian dell’Est, dove l’uso dell’azero è molto diffuso. Non è possibile dire se si tratti di una ’confessionè recente o di una fatta in occasione di altre apparizioni in televisione, nei mesi scorsi. «Non li conosco, non devono sostenermi», ha detto l’intervistata, riferendosi probabilmente alle organizzazioni per i diritti umani che si sono mobilitate per la sua salvezza o ai suoi avvocati.

I due tedeschi, gli unici il cui volto sia stato mostrato chiaramente, hanno accusato Mina Ahadi, una dissidente iraniana che guida il Comitato internazionale contro la lapidazione, con sede in Germania, di averli ingannati mandandoli in Iran con la consapevolezza che sarebbero stati arrestati. Il tutto, ha detto uno di loro, «a scopi di propaganda». L’altro ha affermato che, una volta tornato in Germania, avvierà «un’azione legale contro la signora Ahadi». «Non è vero che ho organizzato il viaggio dei due giornalisti tedeschi», ha risposto dalla Germania la Ahadi, aggiungendo che essi «sono stati costretti a dire ciò che hanno detto perchè erano sotto pressione». Durante la trasmissione il figlio di Sakineh, Sajjad Ghaderzadeh, ha detto di avere «mentito» quando ha detto ai mezzi d’informazione internazionali che la madre era stata torturata e non poteva ricevere visite in carcere. «Ho detto queste cose perchè consigliato dall’avvocato Javid Hutan-Kian, ma ora sono pentito», ha aggiunto il giovane. «Queste bugie sono state dette su mio consiglio - ha detto da parte sua il legale - ma l’ho fatto a fin di bene».

Il capo dell’apparato giudiziario per la provincia dell’Azerbaigian dell’Est, Malek Ajdar Sharifi, ha detto all’agenzia Fars che la magistratura ha «le prove» che i due tedeschi arrestati sono delle «spie». Mentre il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Ramin Mehman-Parast, ha detto che gli inquirenti «stanno ancora esaminando il caso» e che «quando saranno arrivati ad una conclusione, essa sarà resa nota».



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Eco: «La storia? Fatta da grandi falsi»|Il video 16:52 C

Corriere della sera
Da "Malcom Decimo" agli antisemiti, dai borboni ai massoni. «I lettori? Alcuni sono matti»
di P.Panza

Il chitarrista dei Metallica prende al calci un bimbo sul palco

Il Mattino


 

SYDNEY (16 novembre) - Un bambino è stato preso a calci sul palco dal chitarrista dei Metallica, Kirk Hammett, durante un concerto. È successo a Sidney, Australia. Il gruppo metal stava eseguendo la celebre Seek and Destroy, su un palco pieno di palloni neri.


Un bimbo del pubblico, inseguendo il palloncino, si è ritrovato proprio ai bordi del palcoscenico, di cui Hammett stava percorrendo parte del perimetro, dando calci ai palloni. Uno di questi ha coperto per intero il piccolo fan che ha così ricevuto un calcio involontario dal musicista, per poi essere portato via dalla scurezza.

 Il calcio involontario che fa cadere il bambino



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La trattativa dello Stato con la mafia? Sta a vedere che la fece il governo Ciampi

di Marcello Veneziani


Nel nome del popolo sovrano, andiamo alle urne. La partita ormai è chiara, al di là dei nomi: oligarchie contro sovranità popolare. Un blocco di potere, lungo e articolato come un treno, composto di svariati vagoni, vorrebbe lanciare dal treno in corsa il governo in carica senza fermarsi in stazione e lasciare scendere e salire i passeggeri. Questo treno coincide con la partitocrazia, ma nei vagoni di prima classe c’è pure la carrozza giudiziaria, la carrozza editoriale-culturale e la carrozza dei poteri economici. La destinazione di questo treno è ignota, perché ognuno ha una sua meta; ma il collante che tiene insieme questa compagnia di ventura è l’idea di buttare via Berlusconi, ma in corsa, senza mai fermarsi. Chi si oppone a cambiare il conducente del treno in corsa, senza fermata elettorale, è additato al pubblico disprezzo come populista. Eccoli, i populisti. Berlusconi in testa, naturalmente. Ma anche Bossi. Ma anche Di Pietro. Ma anche Vendola. Sono quelli che per ragioni diverse credono al primato del popolo sovrano.

Vendola, col suo candidato Pisapia, ha sconfitto ancora una volta alle primarie l’apparato partitocratico del Pd. Accadde già in Puglia, accade a Milano. Nichi (...)

(...) non è entusiasta del ribaltone di Fini e di un’alleanza con lui; preferisce scommettere sul popolo di sinistra. Di Pietro chiede pure lui elezioni anticipate. Sarà perché sa che il suo partito perde la sua ragione sociale se buttano Berlusconi, sarà perché è populista. E Bossi sa che le urne non possono che rafforzare la Lega, movimento popolano prima che populista. Certo, non si può governare un Paese contro le classi di potere, ma quando le classi di potere si schierano contro il popolo sovrano, bisogna scegliere. E poi, magari, cercare un’intesa con la parte più ragionevole di quel blocco di potere.

Chiamatelo populismo, ma se l’alternativa è l’oligarchia, meglio il populismo (che però va reso efficace, selettivo oltre che elettivo, meritocratico e comunitario, rivolto cioè alla testa e al cuore e non solo alla pancia). I cittadini tornano sovrani se una minoranza decisiva rompe il patto con gli elettori e cambia versante, rendendo ingovernabile l’Italia, o governabile in senso inverso rispetto all’indicazione espressa dagli elettori.

Qualcuno insiste dicendo che non è il popolo sovrano, ma è la legge elettorale a favorire Berlusconi e Bossi. A parte l’elementare considerazione che comunque il partito di Berlusconi prende più voti di tutti i partiti in campo, si sa che in democrazia la maggioranza non è quasi mai assoluta. Nella più grande democrazia occidentale, gli Stati Uniti, il presidente è eletto dal popolo di solito con poco più di un quarto degli elettori, i restanti tre quarti del Paese sono divisi tra astensione e voto al concorrente.

Chi dice che Berlusconi ha perso la maggioranza del Paese non ha che da provare la sua affermazione su strada, lasciando che sia il popolo sovrano a dirlo. Ma il pacco che vogliono preparare a Berlusconi è di transitare da un governo tecnico, meglio se guidato da un berlusconiano che acconsente, per varare una nuova legge elettorale.

La cosa sporca, che fa davvero schifo, è la motivazione con cui spiegano alla gente di voler riformare la legge elettorale. Dicono di volerlo fare per due motivi santi: restituire agli italiani il diritto di scegliere i propri candidati, quando loro sono stati coautori della vergognosa cancellazione del diritto di indicare il proprio candidato. E poi dicono: vogliamo evitare che una forza politica possa andare al governo senza avere il 50% più uno dei consensi.

Questo vuol dire tornare all’Italia ingovernabile e partitocratica della Prima Repubblica, ai governicchi di durata breve e di fiato corto, esposti ai ricatti di tutti gli aghetti della bilancia e soprattutto deboli per consentire ai poteri forti di far la parte del leone. Il premio di maggioranza, invece, permette a una democrazia di essere anche efficace, cioè permette di governare e di avere una maggioranza vera, salvo tradimenti della volontà elettorale (le leggi non possono disporre della volontà degli uomini, però possono scaricare sulle loro spalle le responsabilità dei loro atti).

Con un governo solido e duraturo, si dovrebbe poi rimetter mano alla riforma elettorale, ma nel senso di portare a coerenza il maggioritario, evitando la differenza tra premi di maggioranza tra Camera e Senato, e reintroducendo l’indicazione del candidato, col voto di preferenza o almeno il collegio uninominale. Meglio ancora sarebbe passare dal premierato implicito della legge attuale, con l’indicazione del premier, all’elezione diretta del capo del governo col mandato di cinque anni.

Dobbiamo salvare la governabilità e l’alternanza tra due poli. E per non sacrificare la rappresentanza, dovremmo magari prevedere anche quello che in alcune democrazie si chiama diritto di tribuna, cioè una quota di seggi non determinanti, riservati a rappresentare in Parlamento anche forze minori e outsider non entrati nelle due coalizioni di competitori, ma che hanno una rispettabile fetta di elettori e magari una lunga storia alle spalle.

Però ora si è rotto il patto con gli elettori che sosteneva questo governo con questo premier. E allora non resta che andare al voto subito dopo la Finanziaria, lasciando al governo uscito dalle urne di condurci alle urne. Chiamatelo populismo, io lo chiamerei semplicemente democrazia.
P.S. Ma come farà il governo ad andare avanti ora che ha perso due statisti del calibro di Ronchi e Urso? L’assenza dei due statisti finiani lascia un grande vuoto nel governo, quasi quanto la loro presenza.



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