martedì 16 novembre 2010

Addio a Roberto Stracca

Corriere della sera


Scomparso a 40 anni per un male incurabile
Su Corriere.it curava il blog «Dentro lo stadio»

LUTTO


Roberto Stracca
Roberto Stracca
MILANO - Da qualche tempo, nella parte bassa di questo sito, c'è un blog che non veniva più aggiornato con l'abituale puntualità: è «Dentro lo stadio», di Roberto Stracca. E, purtroppo, il post del 4 ottobre , dedicato alla tessera del tifoso, era e resterà l'ultimo post aggiunto. Roberto Stracca è morto oggi, a 40 anni, dopo una terribile malattia che ha combattuto a lungo, tra sconforto (poco) e coraggio (tantissimo).

APPASSIONATO - Per i lettori di corriere.it è il giornalista che ha cercato di raccontare il mondo ultrà, una realtà che conosceva come pochi altri in Italia, e infatti i suoi articoli resteranno fra i pochi capaci di uscire dal luogo comune e dal già noto in materia di tifo e violenza negli stadi. Per questo, nella redazione sportiva del Corriere «di carta», Roberto era oggetto di sistematiche prese in giro, perché ci si divertiva a dargli - appunto - dell'ultrà, a dire che nessuno l'aveva ancora picchiato perché era «uno di loro» e così via. E la risposta era sempre dello stesso tipo, ma ogni volta diversa: ironia fulminante e poi - immancabilmente - la difesa delle proprie ragioni, del proprio articolo e della voglia di spiegare un mondo che (Roberto ne era profondamente convinto) sarebbe stato un errore gravissimo paragonare a una qualsiasi altra forma di criminalità comune.

COMPETENTE - E in questo esempio c'è tutto Roberto Stracca: in primo luogo la competenza, infinitamente più ampia rispetto a quella sul mondo ultrà. Roberto sapeva scrivere di calcio, di pallavolo (tra i suoi mille lavori prima di approdare al Corriere c'era stato anche un incarico alla Federvolley) e di nuoto. Ma, per esempio, era bravissimo a muoversi nei corridoi della politica sportiva, per scovare prima e meglio di altri notizie di ogni tipo. Non a caso, il Coni ha subito ricordato Stracca con una nota: «Il presidente del Coni, Giovanni Petrucci, unitamente al segretario generale, Raffaele Pagnozzi, ai membri della Giunta e del Consiglio nazionale, ha inviato un messaggio di cordoglio alla famiglia ed ha espresso le sue più sentite condoglianze all'intera redazione sportiva del Corriere della Sera. Tra gli ultimi appuntamenti seguiti da Roberto Stracca il Coni ricorda la giornata della celebrazione al Quirinale per i 50 anni di Roma 1960 e i Campionati mondiali di volley dello scorso ottobre».

APERTO - Ma, pur appassionato soprattutto di competizioni e gesti tecnici, Roberto Stracca aveva saputo (in pochissimo tempo) rimodularsi come narratore di costume dello sport, della sua ultima evoluzione legata al gossip, alla moda, al divismo. Non a caso, puntuale ogni sera alle 23.30 - subito dopo la chiusura delle pagine - arrivava la sua mail che conteneva ogni giorno proposte nuove, aggiunte a quelle dei giorni precedenti che (per una ragione qualsiasi) non si erano trasformate in articoli. Roberto era anche questo, infatti: tenacissimo, quando era il caso, ma sempre con un garbo e una gentilezza non comuni, nei giornali come nel resto del mondo.

PREZIOSO - Era arrivato a Milano nel 2007. Collaborava col giornale da Roma, e - per una felice intuizione del capodesk dello Sport Daniele Dallera - aveva ottenuto un contratto a termine di un anno. Ma bastarono pochi giorni per capire che sarebbe stato necessario fare di tutto perché quel contratto si trasformasse in un'assunzione definitiva. Non fu necessario combattere più di tanto: tutto il Corriere si era accorto di quanto prezioso fosse il suo apporto. E tutto il Corriere gli fu vicino nella lunga malattia che, prima di lui, colpì il padre e che fu per lui un'esperienza resa ancor più terribile dalla lontananza, dal non poter fare più di tanto, lui figlio unico impossibilitato ad aiutare la madre nell'assistenza al marito. Ne parlava poco. Ma la sofferenza fu enorme. Poi la seconda mazzata, arrivata prima ancora di compiere 40 anni. E una consapevolezza precoce di quello che sarebbe stato il suo destino. Quanti cercavano di confortarlo non lo facevano con parole di circostanza, perché sembrava impossibile e incredibile che una cosa del genere potesse davvero succedere. Era vero, invece. Atrocemente, insopportabilmente vero.

Tommaso Pellizzari
16 novembre 2010



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Avetrana, ombre sul nipote di Misseri Il fratello di Sarah contatta Lele Mora

La Stampa


Gli inquirenti sospettano che Cosimo Cosma fosse sul luogo dove è stato trovato il cadavere.
Claudio Scazzi tenta la strada della tv, ma l'agente dei vip gli dice "no"





È terminato dopo oltre tre ore l’interrogatorio di Cosimo Cosma, meglio conosciuto come Mimino, nipote di Michele Misseri, che il 26 agosto scorso, data della scomparsa di Sarah Scazzi, ha incrociato molte telefonate con lo zio. Gli inquirenti vogliono capire se l’uomo era sul luogo dell’occultamento del cadavere, così come sospettano, oppure se, come ha sempre sostenuto lo stesso, era a casa sua e si è solo sentito con Michele Misseri, come in una normale conversazione tra zio e nipote. È un’attività investigativa che prosegue e che si aggiorna di ora in ora perché gli inquirenti vogliono riuscire a chiudere il cerchio nel più breve tempo possibile e ricostruire con esattezza gli ultimi minuti e soprattutto il momento della morte della quindicenne di Avetrana.

Venerdì l’incidente probatorio a cui sarà sottoposto Michele Misseri - l’uomo reo confesso che ha chiamato in correità la figlia Sabrina - potrebbe dare il là alle indagini blindando una volta per tutte le dichiarazioni che l’uomo continua a rendere davanti ai magistrati e che potrebbero consentire di chiudere definitivamente il caso. Non è escluso che per questo motivo nella giornata di domani e di dopodomani gli inquirenti e gli investigatori possano sentire altre persone già interrogate per chiudere definitivamente il quadro indiziario e presentarsi così all’appuntamento con il Gip Martino Rosati in situazione di vantaggio. Lo stesso Gip ha convocato per le ore 12 di venerdì nella cappella del carcere di Taranto, l’unica sala che può contenere tante persone che hanno titolo a partecipare all’udienza che si può definire decisiva.

Intanto il fratello di Sarah Scazzi "bussa alla porta" di Lele Mora per fare tv. «Sto a Milano e ho chiesto a Mora se aveva in mente qualcosa per me. Non mi dispiacerebbe la televisione», ha dichiarato al settimanale Oggi, in edicola da domani, Claudio Scazzi, che ha incontrato il notissimo agente dello spettacolo. «Credo di avere delle potenzialità e per questo mi sono rivolto a Mora. Se non lo sa lui cosa farmi fare...», dice il ragazzo. A Oggi, Claudio nega di voler tentare la strada dello spettacolo cavalcando la popolarità raggiunta a causa di una tragica storia di cronaca: «A un'agenzia di Torino, che mi proponeva di diventare il nuovo Azouz Marzouk (la cui famiglia fu sterminata nella strage di Erba) ho già detto no».

E non nasconde la delusione per la risposta di Lele Mora: «Dice che non vado bene, non sono fatto per la Tv». Mora si sarebbe detto disponibile, durante i suoi eventi, a consentire al giovane di presentare il progetto di un canile da realizzare in memoria di Sarah e di raccogliere fondi. Secondo il settimanale, la bocciatura che il «professor» Mora ha pronunciato sul suo futuro televisivo non avrebbe convinto Claudio Scazzi. Che, accompagnato dal padre e da un legale, avrebbe visitato altre agenzie milanesi.



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Strage di Brescia: assolti i 5 imputati

Corriere della sera


Revocata la misura cautelare nei confronti dell'ex ordinovista Delfo Zorzi che vive in Giappone

terminato il processo per l'attentato in piazza della Loggia del 28 maggio 1974


MILANO - I giudici della Corte d'assise di Brescia hanno assolto tutti i cinque imputati al termine del processo per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti e oltre 100 feriti). L'assoluzione è intervenuta in base all'articolo 530 comma 2 assimilabile alla vecchia insufficienza di prove. Revocata la misura cautelare nei confronti dell'ex ordinovista Delfo Zorzi che vive in Giappone.


16 novembre 2010



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Record di ascolti per Fazio e Saviano Maroni attacca: voglio diritto di replica

Corriere della sera

Collusioni tra Lega e 'ndrangheta, ira del ministro. Mazzetti (RaiTre): «Può parlare tutti i giorni in tv e dire la sua. Se abbiamo detto cose non vere, ci quereli»


ROMA - Nove milioni e 31 mila telespettatori per la puntata di ieri sera di «Vieni via con me», pari al 30.21% di share: è l'ascolto record assoluto per Raitre della seconda puntata del programma con Fabio Fazio e Roberto Saviano.

BOOM DI CONTATTI - La trasmissione ha registrato quasi 20 milioni di contatti. Un'audience clamorosa, alimentata probabilmente dal grande battage di polemiche che l'ha preceduta: il direttore generale della Rai, Mauro Masi, aveva criticato la decisione dei conduttori di invitare il leader di Futuro e Libertà, Gianfranco Fini, e il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, affinché leggessero ciascuno un elenco di valori relativi all'essere di destra e all'essere di sinistra. E proprio i loro interventi, così come il primo monologo di Saviano sulle infiltrazioni della 'ndrangheta al Nord, hanno avuto un seguito medio di oltre 10 milioni di spettatori. Tra gli altri momenti significativi, quello dedicato alla vita e alla morte, con gli interventi della vedova di Piergiorgio Welby e del padre di Eluana Englaro.

L'AFFONDO DI MARONI - Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha chiesto di poter essere invitato alla trasmissione per un diritto di replica. Il capo del Viminale non ha gradito alcuni passaggi dell'intervento di Saviano. «Vorrei - ha aggiunto il ministro - un faccia a faccia con lui per vedere se ha il coraggio di dire quelle cose guardandomi negli occhi». Maroni ha parlato di accuse infamanti e non ha gradito in particolare il racconto fatto dal giornalista di approcci della criminalità organizzata con un consigliere regionale leghista. «Chiedo risposta - ha spiegato il ministro - anche a nome dei milioni di leghisti che si sono sentiti indignati dalle insinuazioni gravissime di Saviano e quindi auspico che mi venga concesso lo stesso palcoscenico per replicare ad accuse così infamanti che devono essere smentite».

LA REPLICA: «IL MINISTRO SI ORGANIZZI» - La replica del capostruttura di RaiTre Loris Mazzetti, tuttavia, chiude la porta a un faccia faccia tra Maroni e Saviano in tv. «Se il ministro Maroni - ha dichiarato Mazzetti a CnrMedia - ha qualcosa da dire e si è sentito offeso, essendo un ministro ha la possibilità di parlare in tutti i programmi e in tutti i telegiornali, quindi si organizzi in qualche maniera. Noi stiamo facendo un programma culturale e quindi non credo che ci sarà la possibilità di replicare. Se noi abbiamo detto cose non vere, cose smentibili se lo abbiamo ingiuriato o offeso, si rivolga direttamente alla magistratura».

«INTIMIDAZIONE INACCETTABILE» - La presa di posizione di Maroni non è però piaciuta all'Italia dei valori: «Nessuno tocchi Saviano - dice il portavoce, Leoluca Orlando -. Dal ministro Maroni arriva un'intollerabile intimidazione ad uno scrittore che vive sotto scorta per la sua denuncia coraggiosa di tutte le mafie. Il ministro dell'Interno, invece di reagire in maniera scomposta, faccia pulizia all'interno del suo partito e cacci i disonesti».

LE CRITICHE DEL PDL - Il Pdl si era affiancato alla protesta dell'amministratore delegato della Rai e ieri sera aveva subito commentato criticamente l'intervento dei due leader. In seno al Cda di viale Mazzini era nato uno scontro tra i consiglieri legati all'area della maggioranza e quelli della minoranza e si era arrivati addirittura a parlare di una possibile sospensione o del divieto di far partecipare esponenti politici (o, ancora, di riequilibrare ex post la situazione con analoghi inviti per Bossi, Berlusconi e Casini). Alla fine, però, il programma è andato regolarmente in onda e con la scaletta prevista dagli autori. Ancora oggi il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha parlato della trasmissione come un misto di «settarismo e mediocrità». E Maurizio Gasparri ha bollato l'intervento di Fini sui valori della destra come un «compitino di quinta elementare».

«MASI SI DIMETTA» - Di diverso tono il commento di Articolo21, Giuseppe Giulietti: «Non siamo particolarmente appassionati alla guerra dei numeri ma di fronte ai risultati conquistati con le unghie e con i denti e persino con il gruppo dirigente della propria azienda che remava contro non si possono che ringraziare gli autori, Raitre e tutti quelli che ci hanno regalato una serata di qualità e di impegno civile e gli oltre nove milioni di italiani che hanno scelto la trasmissione e che, con il loro gesto, hanno dato un segno inequivocabile contro tutti quelli che vorrebbero mettere bavagli e censure a quei programmi che non piacciono al signor padrone del conflitto di interessi». «I cittadini - dice ancora Giulietti - hanno già dato espresso il loro voto di sfiducia al direttore generale. In qualsiasi altra azienda non sarebbe neanche necessario chiedere le dimissioni, sarebbero già state consegnate. Oggi è un'ottima giornata per farlo».

Redazione online
16 novembre 2010

Pordenone, F16 in difficoltà sgancia i due serbatoi: uno cade a 200 metri da azienda

Il Mattino


 

PORDENONE (16 novembre) - Un F16 di stanza alla base Usaf di Aviano (Pordenone), si è trovato ieri sera in difficoltà in fase di atterraggio, e ha sganciato i due serbatoi sul Dandolo, una zona a circa 15 chilometri da Pordenone, senza causare danni a cose o persone. Secondo quanto si è appreso l'aereo, per cause ancora da accertare, si è venuto a trovare in una situazione di difficoltà. Il pilota ha così chiesto alla torre di controllo l'autorizzazione, poi concessa, a sganciare i due serbatoi prima dell'atterraggio sulla pista di Aviano.

Il recupero dei due serbatoi - trovati in via Pola - è stato effettuato questa mattina dai vigili del fuoco e dai carabinieri di Pordenone. Uno è stato recuperato a circa 200 metri da una azienda agricola.





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Napoli, il Comune acquista piazza Garibaldi

Il Mattino



di Luigi Roano

NAPOLI (16 novembre) - Il Comune acquista piazza Garibaldi per 6,6 milioni di euro. Lo annunciano il sindaco Rosa Russo Iervolino e il suo vice Tino Santangelo. Palazzo San Giacomo ha atteso 80 anni per riprendersi un pezzo della città «che è uno dei cuori di Napoli» sottolinea la Iervolino. Il passaggio di consegne dalle Fs è avvenuto ieri con tanto di firma in sala giunta.

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L’acquisto è stato possibile con fondi Cipe, già nel bilancio del Comune e previsti nel progetto di riqualificazione della piazza in seguito alla realizzazione della nuova metropolitana. Piazza Garibaldi è uno dei siti più grandi del Paese, 50mila metri quadrati, di cui 35mila da riempire di funzioni. Come prevede il progetto di Dominique Perrault ormai vecchio di un lustro e che doveva essere cosa concreta nel 2008.

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«L’acquisto della piazza è un dovere dell’amministrazione - spiega il sindaco - ci consentirà di creare un consorzio con la Metropolitana, le Fs e i commercianti, per la manutenzione e sicurezza della piazza stessa». Insomma saranno i napoletani, la società civile, i commercianti con l’ausilio delle forze dell’ordine a governare e custodire un sito da sempre sinonimo di caos. «L’obiettivo - spiega Santangelo - è di riqualificare l’area attraverso la valorizzazione di un nevralgico nodo d’interscambio che costituisce anche una delle porte principali della città». Il progetto di riammodernamento e riqualificazione affidato all’architetto francese parte dalla statua di Garibaldi e divide la piazza in due grandi aree: nella prima si trova uno spazio aperto destinato a giardini, la piazza della Stazione Centrale, gli accessi al parcheggio Fs e alle linee metropolitane 1 e 2; il secondo spazio coperto, consente il traffico pedonale degli utenti provenienti o diretti alle diverse destinazioni servite dalle Ferrovie dello Stato, dalla Metropolitana e dalla Circumvesuviana. Il tutto dovrebbe terminare nel 2012.

Il condizionale è d’obbligo. Perché se la novità è l’acquisto della piazza e la volontà di costituire un consorzio di persone di buona volontà per tutelare il sito, è anche vero che la piazza al momento è un cantiere aperto che viaggia con 4 anni di ritardo. Siamo ad aprile del 2004, Perrault è in sala giunta al suo fianco ci sono la Iervolino e l’allora vicesindaco Rocco Papa. Il famoso e bravo architetto francese dalla sua matita tira fuori la trasformazione di uno spazio informe in appunto due piazze. Spesa prevista 42 milioni di euro, consegna della piazza anno 2008.

Un progetto bellissimo che se mai verrà concretizzato darà di Napoli, ai viaggiatori che sbarcheranno via treno - se ne prevedono 500mila al giorno - una immagine di città finalmente europea. Il progetto prevede un tunnel sotterraneo con il quale linea 1 e stazione centrale si collegheranno, sulla stregua di quanto Alvaro Siza sta progettando per la stazione del metrò di piazza Municipio che sarà collegata alla stazione marittima pronta anch’essa entro due anni. Galleria pedonale sotterranea che come quella di Siza prevede aperture sul lato superiore perché vi entri la luce del sole. Tunnel dentro il quale troveranno posto soprattutto le attività commerciali. «Bisogna organizzare quello che adesso è caos, mettere in connessione questo enorme spazio con il tessuto vivo di Napoli» le parole dell’architetto sei anni fa.

Trasformare lo spazio informe in più agorà presuppone un vero e proprio fronte, cioè installare al centro della piazza almeno due edifici a mo’ di delimitazione del territorio. Edifici da destinare a usi pubblici, ma anche privati, potrebbero essere uffici, alberghi o case oltre che gallerie commerciali. Una frontiera che segna lo spazio per almeno due piazze. Quella che alla stazione centrale va verso appunti gli edifici. E quella che dagli edifici va oltre la statua di Garibaldi.





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Eolico: invasione-pale a Sant'Agata, e quelle del sindaco valgono il doppio

Il Messaggero


dal nostro inviato Nino Cirillo


SANT'AGATA DEI GOLFI (16 novembre) - Questa è terra di briganti e di cantanti, e di troppe pale eoliche. Troppe anche per questo gioiellino svevo - la Loggia delle Puglie, in pieno Sub Appennino Dauno, a ottocento metri d’altezza - che ha dato i natali sia a Giuseppe Schiavone, lo Sparviero, fucilato dai militari piemontesi dopo essere stato tradito dall’amante, sia a Tony Santagata, nomen omen, che qualche traccia nella musica leggera italiana l’avrà pure lasciata. Troppe, perché Sant’Agata di Puglia si estende per 115 chilometri quadrati -che non sono pochi- e ha già visto issarsi nel suo cielo 150 pale eoliche. Ben più di una per chilometro quadrato, ben più di qualsiasi progetto sia stato concepito nello stesso, ventosissimo Nord Europa.

Ma fosse qui il problema. Sant’Agata di Puglia è ben altro, è un pozzo di interessi, di abusi sfrontati, di intrecci familiari che l’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Foggia nella primavera scorsa ha appena scoperchiato. Il fondo non si vede, e chissà mai se si vedrà, ma in superficie c’è l’intera amministrazione comunale indagata per abuso d’ufficio, falso ideologico e violazioni delle norme edilizie e paesaggistiche. Tutti già rinviati a giudizio, udienza il 29 di questo mese.

Guardiamoci dentro, perché questo è un paradigma -la magistratura che entra a piedi uniti su un’amministrazione comunale troppo disinvolta nel gestire il business dell’eolico- che magari potremo vedere applicato altrove, in un futuro piuttosto prossimo. Chissà quante altre Sant’Agata di Puglia potrebbero spuntare di qui a poco.

Cominciamo dai soldi: il Comune di Sant’Agata nel 2001 ha contrattato con la Api Holding -che è proprietaria di 51 pale, in contrada Taverna La Storta e alla Selva del Vento -che originalità-, una compensazione pari all’uno e mezzo per cento dei proventi derivati dall’energia prodotta. E non le ha mai rinegoziate, queste royalties, non s’è mai sognato di farlo. Con il risultato che nella casse comunali sta entrando la metà o poco più di quello che invece sono riusciti a spuntare tutti i comuni vicini: Faeto prende il 2 per cento, Troia il 2,5, Candela è appena passata dal 2,5 addirittura al 5 per cento. Ma in tutta Italia, a cominciare dal vicino Molise - e fatti salvi tutti i dubbi sulla bontà stessa dell’operazione - ogni comune contratta questi «ristori ambientali» incamerando percentuali quasi sempre tra il 2,8 e il 3 per cento. Perche Sant’Agata neanche si è accontentata così facilmente?

C’è più di una risposta a queste domande. E davvero si scopre l’impensabile. Ad esempio, si viene a sapere -scorrendo le pagine della denuncia presentata alla Procura di Foggia- che le pale piazzate sui terreni dell’attuale sindaco, Lorenzo Russo, segretario di scuola media in pensione, come in un incubo orwelliano valgono almeno il doppio delle pale di tutti gli altri santagatesi. Perché il sindaco Russo prende 25mila euro l’anno per il disturbo, 12.500 euro a pala, contro i 5-6.000 euro che tutti gli altri comuni mortali - compreso l’assessore all’Urbanistica Contillo, “detentore” di ben quattro pale -, sono riusciti a spuntare.

Direte voi: perché il sindaco è stato un negoziatore più abile di altri. Saremmo portati a crederlo, se la denuncia alla Procura non raccontasse anche un’altra incredibile storia, se non ci dicesse che il sindaco Russo fece mettere a contratto i suoi 12mila euro a pala in data 10 ottobre 2007, e il contratto lo stipulò con l’impresa Ser di Palermo che in quel momento non aveva proprio nessun titolo per essere lì. Fu il 24 gennaio 2008, tre mesi e mezzo dopo, in una riunione di giunta, che si scoprì l’arcano. Tutti beatamente votarono - l’allora vicesindaco Russo, l’allora sindaco Cristiano, che oggi sono a ruoli invertiti alla guida del comune, e tutti gli assessori e consiglieri di maggioranza - proprio il trasferimento dell’autorizzazione comunale da Api Holding a Ser. Stupefacente esempio di preveggenza, ma soprattutto di modestia. Perché quel trasferimento venne concesso senza nessuna contropartita, nessun ritocco alle royalties.

Chi si mosse per primo fu il dottor Vincenzo Roca, un neurologo oggi in pensione, per giunta capogruppo di maggioranza ma per niente convinto di quel pasticcio. Chiese formalmente la revoca della delibera, adottata in barba a ogni più elementare «obbligo di astensione», sempre da osservare quando ci sono da votare provvedimenti che toccano interessi personali o anche familiari fino al terzo grado. Perché ci sarebbe da andare bene a vedere -e la Procura lo sta facendo- non solo chi ha le pale sui propri terreni ma anche chi le ha fatte mettere sul terreno della cognata, chi su quello della mamma...

Ma al dottor Roca nessuno rispose, perché di questo senso di impunita è fatta la vita a Sant’Agata di Puglia. E lui sbatté la porta. Oggi passeggia sconsolato tra i viali alla periferia di Foggia e mormora tra sé e sé, con la convinzione del galantuomo vecchio stampo: «Io quello che dovevo dire ai magistrati l’ho detto. Ho detto tutto».

Queste allegre riunioni di consiglio e di giunta andarono avanti tranquille, almeno fino al 26 agosto del 2009, quando vennero “sdemanializzati” alcuni terreni per liberarli dagli usi civici e quindi consegnarli belli e pronti ai futuri appetiti eolici. Anche lì - figli, cognati e compagnia bella - votarono compatti un provvedimento che invece avrebbe meritato ben altra attenzione: si possono sbloccare gli usi civici, dice la legge, solo quando sia ampiamente comprovato che l’uso agricolo di quei terreni non esiste più da molto tempo. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: la Procura di Foggia puntò i riflettori su Sant’Agata, aprì l’inchiesta e andò a finire come oggi è davanti agli occhi di tutti.

Il dottor Roca, intanto, ha scoperto di essere in buona compagnia. S’è ritrovato al suo fianco un’insegnante di Lettere, Pina Cutolo, segretaria del Pd del paese, e un commercialista vicino all’Udc, Gerardo Marchese, tutti e due oggi consiglieri di minoranza. Cutolo ha una sua idea: «Questo paese, purtroppo, ha avuto sempre una pazzesca capacità di intercettare fondi pubblici. E oggi intercetta il business dell’eolico. S’è creata una rete di piccoli favori, di scambi, di ricatti talvolta, che tiene tutto insieme, che impedisce il nascere di qualsiasi forma di protesta o anche solo di riflessione. Omertà, come vogliamo chiamarla?».

Marchese, invece, china la testa sui suoi foglietti pieni di conti e biascica parole amare: «Lo sa chi paga le feste del patrono, le feste di San Rocco, in questo paese? Le multinazionali del vento. Sì, arrivano anche a questo e non badano a spese. E lo sa cosa accade a Sant’Agata quando le casse del Comune sono vuote? Che magicamente arriva qualche benedetto anticipo proprio da loro, proprio dalla aziende delle pale. Tanto metteranno tutto in conto...». Ma un conto aperto c’è già, e salatissimo. Tutte queste pale, tutti questi soldi, tutti questi sberleffi alla legge, hanno sconvolto, devastato la vita pubblica di Sant’Agata. Al punto da temere che non si possa più tornare indietro.

(3-continua)





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Sakineh in tv col volto oscurato Confessa: "Sono una peccatrice"

Quotidiano.net


L’iraniana condannata a morte per complicità nell’omicidio del marito, intervistata dall'emittente pubblica di Teheran, accusa la leader del comitato contro la lapidazione. 'Confessano' anche il figlio e l'avvocato



Teheran, 16 novembre 2010 - "Sono una peccatrice". Cosl Sakineh Mohammadi Ashtiani, l’iraniana condannata a morte per complicità nell’omicidio del marito, ha aperto l’intervista trasmessa stanotte dal canale della tv pubblica iraniana ‘Channel 2’.
Sakineh, per la terza volta in video da quando il suo caso si è imposto all’attenzione della comunità internazionale, ha puntato il dito contro Mina Ahadi, portavoce del Comitato Internazionale contro la lapidazione, accusandola di avere strumentalizzato la sua vicenda per fini personali.
Per tutta la durata dell’intervista, andata in onda in lingua azera e sottotitolata in farsi, il volto dell’iraniana è stato oscurato. Prima della sua apparizione in video, le autorità hanno presentato Sakineh accusandola di omicidio, ma tralasciando la condanna alla lapidazione comminata in primo grado nel 2006.
Nel servizio 'Channel 2' ha accusato, inoltre, l’ex avvocato della donna, Mohammad Mostafaei (attualmente in Norvegia), e il legale che ufficialmente ancora la assiste, ma al momento in carcere, Javid Houtan Kian, "di avere cercato scuse per chiedere asilo nei Paesi occidentali".
Nella stessa trasmissione sono state mandate in onda anche le confessioni del figlio, Sajjad Ghaderzadeh, e dell'avvocato, entrambi arrestati il mese scorso. Il figlio ha ammesso di avere detto "menzogne" alla stampa straniera quando ha affermato che sua madre era stata torturata in carcere, e ha aggiunto di averlo fatto su consiglio di Javid Hutan-Kian. Quest’ultimo ha anch’egli 'confessato' questa circostanza.
Intanto Malek Ajdar Sharifi, capo dell’apparato giudiziario della provincia dell’Azerbaigian dell’Est, ha spiegato che i due tedeschi arrestati mentre intervistavano il figlio di Sakineh e il legale sono accusati di spionaggio. "Abbiamo le prove che si tratta di spie e che sono venuti in Iran per creare baccano contro la Repubblica islamica", ha detto all'agenzia Fars.
I nomi dei due non sono mai stati resi noti né dall’Iran né dalla Germania. La stampa tedesca ha scritto che si tratta di giornalisti, ma nemmeno questo è stato confermato dai due governi.




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Capriole e tuffi nella Fontana di Trevi: multato l'ubriaco: «Ce l'ho col mondo»

Il Mattino





ROMA (16 novembre) - Capriole, piroette e poi giù nell’acqua. Uno, due, tre tuffi acrobatici nell’acqua bassa della Fontana di Trevi. Protagonista di quest’ultimo atto vandalico è stato un cittadino romeno, probabilmente ubriaco, conosciuto con il soprannome di Attila (già in passato autore di gesti simili).

Increduli i turisti che hanno assistito alla scena e hanno fotografato e filmato le sue acrobazie. A fermare le sue evoluzioni davanti a numerosi spettatori sono stati gli agenti della Polizia municipale del Gruppo Centro Storico: e per il romeno è scattata una contravvenzione di 160 euro. «Ce l’ho con il mondo», ha urlato Attila dopo esser stato fermato dai vigili.




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Islam, sacro e profano: pellegrinaggio alla Mecca come un viaggio da ricchi

di Gian Micalessin


Adesso è una vera e propria Mecca. Un po' meno santa, ma certamente assai più proficua. Il pellegrinaggio di quest'anno rischia di essere ricordato come il definitivo passaggio dalla tradizione agli affari



 

Adesso è una vera e propria Mecca. Un po’ meno santa, ma certamente assai più proficua. E non tanto per le casse delle moschee e degli imam, ma per quelle del regno saudita e dei suoi principi. L’Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, di quest’anno rischia di essere ricordato come il definitivo passaggio dalla tradizione agli affari, dalla fede al business. Una transizione disegnata dalle silhouette dei grattacieli cresciuti come funghi intorno alla città più santa dell’islam. Un passaggio festeggiato a suon di dollari nelle hall e nelle suite di scintillanti alberghi appena inaugurati. Un cambiamento celebrato nelle sale di lussuosi quanto esosi ristoranti. Chiamatelo, se volete, il trionfo dell’interesse sulla religione. Definitelo, se credete, turismo di lusso travestito da viaggio religioso. Consideratelo, se vi pare, il trionfo del dollaro sulla fede. Una cosa è certa, il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca, il quinto pilastro dell’islam obbligatorio almeno una volta nella vita per ogni fedele musulmano capace di permetterselo, è ormai un altra cosa.

Da questo fatidico 2010 l’ultimo elemento di sobrietà in grado d’accomunare i pellegrini musulmani è l’ihram, i due stracci bianchi imposti dal Corano come indumento unico a tutti i protagonisti della santa processione. Il resto è soltanto guadagno, interesse e affari. Per capirlo i quasi tre milioni di pellegrini appena giunti alla Mecca devono soltanto affacciarsi sul corridoio di vallate e montagne che conduce alla Città Santa. Là dove un tempo s’incontravano soltanto sassi, sabbia e aride colline svettano le cime di grattacieli. E in mezzo a quella nuova distesa di torri di cemento risplende - visibile da quasi cinquanta chilometri - la torre dell’orologio, la gigantesca struttura destinata a regalare ai viaggiatori l’illusione di essere al centro del mondo e del tempo. Sotto i 600 metri delle sue lancette non scorrono soltanto le ore.

Sotto a loro pulsa, prende vita, s’allarga l’Abraj al Bait, la distesa di hotel, grandi magazzini, centri benessere, e negozi concepita per cambiare il volto della Mecca e le abitudini dei suoi visitatori. Edificata al costo di due miliardi e 200 milioni di euro su un area di un milione 400mila metri quadrati questa nuova «lussopoli» raccoglie 15mila abitazioni, un albergo a sette stelle, circa 70mila metri quadrati di spazi commerciali e due piattaforme per elicotteri. Per farle spazio la casa reale non ha esitato a approvare l’abbattimento della cittadella di Ayad, la fortezza ottomana costruita per difendere la città santa, e livellare la collina di Bouboul su cui era stata costruita. Grazie a quel sacrificio i pellegrini vestiti di lenzuola possono ora accomodarsi nelle suite da 4.326 euro a notte dell’hotel a sette stelle, ordinare raffinate selezioni di praline e cioccolate da 200 euro a porzione, sfondarsi di cibo assai poco tradizionale nei ristoranti appena aperti. «Quando hai fatto quanto prescritto per l’hajj nulla ti vieta di mangiare aragoste o di dormire su un letto anziché per terra. Non spetta a me dire dove e come devono alloggiare le persone», spiega al quotidiano inglese The Guardian il signor Hadi Hela, un pragnatico agente responsabile della commercializzazione degli sfarzi e dei lussi dell’Abraj al Bait. A suo dire tutto dipende da quanto uno può pagare. «Marocchini, tunisini, turchi, inglesi, algerini e sud africani amano il confort ed il lusso. Chi viene in questi hotel è pronto a pagare per dormire il più vicino possibile ai luoghi simbolo come la pietra nera della Kabah o la fonte di zamzam».

I conti del resto parlano chiaro. Mentre i turisti pronti a spendere per visitare l’Arabia Saudita diminuiscono costantemente la percentuale del miliardo e 800 milioni di musulmani pronti a tutto pur di rispettare il quinto pilastro dell’islam aumenta anno dopo anno. Soltanto grazie a loro le entrate del turismo hanno già toccato 13 miliardi di euro e promettono di crescere all’invidiabile ritmo del 6,7 per cento l’anno. Quanto basta - anche nella terra sacra dell’islam - per guardare po’ meno ai precetti e un po’ di più agli interessi.




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Caro Tremaglia da Salò, come puoi perfino tu rinnegare i vecchi ideali?

di Gianfranco de Turris


Berlusconi ti salvò dal pregiudizio che ti ghettizzava come repubblichino. Ora tu lo attacchi e gli preferisci chi parla di fascismo come "male assoluto" e di "partigiani eroici"



 
Egregio onorevole Mirko Tremaglia, lei ha concluso il suo intervento allo storico incontro di Bastia Umbra con un «alla faccia di Berlusconi!», facendo venire giù il fastoso e tecnologico teatro (già, ma chi ha pagato tutta quella berlusconiana grazia di Dio?) per gli applausi.
La cosa mi ha lasciato un po’ perplesso. Forse alla sua veneranda età ha dimenticato un particolare non proprio trascurabile. È solo grazie al disprezzato Berlusca che lei, un «ex ragazzo di Salò», è potuto assurgere ai fasti di un ministero ancorché senza portafoglio nel 2001-2006; e per di più l’abominevole uomo di Arcore la difese quando veniva accusato di aver fatto giungere al governo il primo «ex repubblichino» nella storia della Repubblica italiana «nata dalla resistenza». Ed è grazie a questa insperata poltrona che lei è riuscito a coronare il sogno della sua lunghissima vita: quello di concedere il voto agli italiani all’estero, benché con una legge tanto pessima nel suo meccanismo e nella sua attuazione pratica che riuscì a portare - con sospetto di brogli - più voti al centrosinistra che al centrodestra nelle elezioni del 2006, contribuendo concretamente a far vincere l’Ulivo di Prodi & C. Nonostante ciò, non venne cacciato a pernacchie dal centrodestra medesimo.
Oggi, dunque, onorevole Tremaglia, lei prorompe in un «alla faccia di Berlusconi!» per lasciare il Popolo della libertà e passare a Futuro e libertà. Benissimo. Ma si è mai chiesto chi è che guida il Fli? Non sarà per caso quel signore che ha portato lei e tanti altri in questo stesso Pdl sciogliendo Alleanza nazionale, e con questo Pdl vincere le elezioni del 2008 e farla rieleggere in Parlamento? Forse sì. E illustre onorevole, caro, vecchio, smemorato «ragazzo di Salò», padre di quell’unico e insostituibile Marzio che il fato ha sottratto a lei e a noi troppo presto, non si ricorda per ipotesi cosa questa guida, questo condottiero, questo duce democraticissimo, ha affermato in merito a certi argomenti ai quali lei dovrebbe essere particolarmente sensibile? Ad esempio, il fascismo: «Fu il male assoluto», ebbe a dire nel 2003.
Ad esempio, rincarando la dose, la Repubblica sociale nelle cui file armate lei militò: «Una pagina vergognosa della storia italiana». E infine, per chiudere degnamente il cerchio: «L’antifascismo è un valore» e sinonimo di democrazia, e la resistenza anch’essa lo fu, a parte qualche trascurabile eccezione che voleva farci diventare un Paese stalinista. Però, nonostante tutto, come costui ha scritto all’Anpi di Bologna pochi giorni fa, «commemorare gli eroici combattenti partigiani che si opposero ai rastrellamenti degli antifascisti è un dovere delle istituzioni».
Onorevole Tremaglia, devo dedurre che anche lei la pensi ormai così, nonostante che a tali rastrellamenti magari ha pure partecipato. Sicché, non ritiene, onorevole fillino, che suo figlio Marzio, che quale assessore alla Cultura della Regione Lombardia volle creare - forse anche pensando a suo padre - un istituto per la storia della Rsi, oggi diretto dal professor Roberto Chiarini, si stia rivoltando nella tomba?




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Fini predica onestà e dignità: le cerchi in Rai e a Montecarlo

di Salvatore Tramontano



Il leader Fli fa il moralista, ma invece di dimettersi si autoassolve di tutto. Per il caso Tulliani, per le raccomandazioni e per aver tradito gli elettori 



 

Fini ormai è un parados­so vivente. Si alza la mattina e parla di dignità, onestà e sen­so di responsabilità politica. Dignità? Proprio lui che non ha spiegato come mai la casa di An a Montecarlo sia abita­ta dal cognato. Onestà? Lui che non ha esitato a racco­mandare la suocera in Rai. Responsabilità? Lui che ha fatto sloggiare i propri mini­stri e chiede con insistenza le dimissioni del premier, ma fa finta di non vedere l’assurdi­tà di essere allo stesso tempo leader di partito e presidente della Camera. Forse un giorno il suo caso verrà studiato come anomalia istituzionale sui testi di scienza della politica. Non servono tanti giri di parole. La questione purtroppo è palese.
Il presidente della Camera è stato eletto con una maggioranza che ha rinnegato. Da quando è avvenuto lo strappo non nasconde più, nemmeno pro forma, di essere il capo di un partito. Non ha mai avuto la dignità e l’onestà di dimettersi. Al punto da far nascere una situazione che dovrebbe creare imbarazzo a tutti, ma sulla quale opinionisti e costituzionalisti chiudono gli occhi. Fini firma la mozione di sfiducia contro Berlusconi ma si aspetta di essere riconosciuto come organo super partes. È l’arbitro e l’avversario.È l’attore arrogante che pretende di recitare tutte le parti nella commedia. Non è un caso che il leghista Roberto Castelli fotografi con una manciata di frasi l’inganno del Fini uno e trino. «Napolitano convoca il presidente della Camera e del Senato. Sicuramente Fini andrà con appuntato al petto il distintivo del suo nuovo partito, ma parlerà con grande obiettività della situazione politico istituzionale del Paese, come si addice al suo ruolo super partes».
Ma le parole di Castelli finiranno nel vento. L’onorevole Gianfranco Fini è di bronzo. Non si lascia scalfire da nulla. Ha messo sul volto una maschera che non sa arrossire. Non si vergogna di nulla. È come quei puritani pronti a minacciare l’inferno verso gli umili peccatori, ma che non si scandalizza per i suoi peccati. E se qualcuno prova a rammentargli le sue evidenti debolezze parte con una predica alta e nobile. Cose di questo tipo: «Tra le responsabilità della classe dirigente c’è anche quella di aver smarrito quel senso della dignità, della responsabilità e del dovere che dovrebbero essere proprie di chi è chiamato a ricoprire cariche pubbliche ». Appunto. E la sua dignità dove è finita onorevole Fini? E il suo senso di responsabilità e del dovere che fine ha fatto? Davvero lei crede normale accreditarsi come maggior avversario di questo governo e definirsi al di sopra delle parti? Ma le sembra possibile? È la logica dei sepolcri imbiancati. Se non si sente co-sì, abbia il coraggio e l’onestà di dimettersi. Non lo farà. Anzi alzerà la voce per dire che la sfiducia va discussa prima alla Camera e poi al Senato.
In questo modo Fini e i suoi alleati sperano di sfruttare il vantaggio della battuta. Peccato che la Costituzione lascia al governo la prerogativa di scegliersi la Camera dove cominciare la partita. E questo fatto sta facendo impazzire gli antiberlusconiani. Sta accadendo di tutto. Qui non ci sono più ragioni politiche. Non c’è un normale confronto tra maggioranza e opposizione. C’è solo la rabbia di chi vuole sfrattare Berlusconi, premier scelto dagli elettori, con qualsiasi mezzo. Tanto che Franceschini, senza più ipocrisie, invita Fini a stoppare Berlusconi su questa storia del «prima il Senato» e a non preoccuparsi di apparire partigiano. Niente manfrine. Questo è uno scontro che non vieta i colpi bassi. È per questo che diventano sempre più fastidiosi gli appelli moralistici del presidente della Camera. Sanno di presa in giro, di furberia con il ditino alzato, di pregiudizio senza orgoglio.
È una miseria istituzionale. Fini farebbe meglio a gettare la maschera. Non è super partes e ci risparmi i moralismi. Con quale faccia si presenterà al Quirinale e poi davanti agli elettori? Si dimetta. È una parola che oltretutto conosce bene. È lui quello che ordina le dimissioni di tutti: di Berlusconi, dei suoi mini-stri, di Feltri e di tutti i giornalisti che non gli stanno simpatici. Cominci lui. È quello che ha più motivi. Quali? Montecarlo, i contratti in Rai della suocera e la sua mancanza di senso istituzionale a Montecitorio



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Report va tutelato come bene comune

Corriere della sera


L a Rai dovrebbe fare un monumento a Milena Gabanelli: se la nozione di servizio pubblico ha ancora un minimo senso lo si deve a programmi come Report, che hanno il coraggio di fare delle inchieste, di svelare alcuni perversi meccanismi del potere, di assumersi delle responsabilità.

A volte potrà peccare di eccessi ideologici, a volte dovrà mettere in conto qualche errore di valutazione, ma una trasmissione così va tutelata come un patrimonio comune. Il segretario dell'Usigrai Carlo Verna dovrebbe non solo prendersela, come fa, con Augusto Minzolini, ma spronare i suoi colleghi a fare inchieste simili a quelle di Report: perché anche il coraggio è dote preziosa. Ci sono troppi programmi (anche a sinistra) i cui conduttori si fanno belli con il posteriore degli altri (la famosa frase di Stefano Ricucci è più volgare, anche se molto più efficace).

Con un'inchiesta di Bernardo Iovine, Report ha fatto luce su una delle istituzioni più delicate del nostro sistema democratico: l'Authority. Com'è noto, queste autorità di garanzia sono nate per tutelarci dai monopoli di mercato, dalle irregolarità che grandi gruppi economici attuano a discapito dei consumatori, o dalle violazioni della nostra privacy.

Servirebbero a far funzionare meglio un paese democratico, proteggendo i più deboli.
Le caratteristiche principali di un membro dell'Authority dovrebbero essere due. Anzi, devono essere due: la competenza e l'indipendenza. Le Authority stanno in piedi, diciamo così, per la buona volontà dei presidenti, visto che i membri delle autorità di garanzia sono tutti di nomina partitica.

Sono cioè bellamente lottizzati. In questi anni abbiamo visto cose inimmaginabili (leggi fondamentali ispirate da membri delle autorità; interventi sulla privacy assolutamente difformi da un caso all'altro; la Consob che è ancora senza presidente dopo oltre quattro mesi), non proprio consone a un paese che si dice democratico.


Aldo Grasso
16 novembre 2010



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Quanti pm disposti a venire via con voi

di Anna Maria Greco


Roma - Se volessimo adottare lo stile Fazio-Saviano potremmo stilare un elenco da aggiungere agli altri, nella trasmissione Vieni via con me: quello delle toghe-star di tv e giornali. Un elenco lungo, soprattutto negli ultimi anni.
Forse, il «via libera» lo ha dato il pool di Mani pulite, quando nel 1993 affossò il decreto Conso con un proclama televisivo. Lo lesse Francesco Saverio Borrelli e l’elenco potrebbe iniziare da lui. Subito dopo, Antonio Di Pietro, trasformatosi da pm a leader di un partito. Anche Gerardo D’Ambrosio è sbarcato in politica. E volti ben noti sono quelli di Piercamillo Davigo, Ilda Bocassini, Gherardo Colombo, Francesco Greco.
I riflettori attraggono irresistibilmente le toghe e anche Anna Maria Fiorillo si è fatta sedurre. La pm dei minori del caso Ruby ha voluto difendere le sue posizioni in tv, dopo le interviste sui giornali, ed è andata alla trasmissione della Annunziata. Una sfida aperta, visto che il suo capo Frediani le aveva ricordato poco prima ufficialmente che i rapporti con la stampa sono riservati al Procuratore della Repubblica.
La regola è stata fissata nel 2005 dalla riforma dell’ordinamento giudiziario e ribadita da una risoluzione del Csm. Violarla è un illecito disciplinare, ma il fenomeno continua. Forse, però, non in modo così clamoroso.
Il caso più vicino, l’ha ricordato la stessa Annunziata, è stato quello della gip di Milano Clementina Forleo, salita agli onori delle cronache per il caso della scalata Bnl. I giornali non le bastavano e nel 2007 è finita nell’abbraccio mortale di Santoro. Fu quasi uno choc vederla ad Annozero, con il collega di Catanzaro Luigi De Magistris (già sotto indagine disciplinare al Csm e oggi al fianco di Di Pietro nell’Idv), a lanciare accuse ai «poteri forti» e denunciare intimidazioni e pressioni. La Forleo fu trasferita al Cremona, fece ricorso al Tar, ottenne l’annullamento. Nel circo mediatico ogni tanto riappare, quest’anno per parlare di intercettazioni telefoniche.
Henry John Woodcock è riuscito a diventare una star con più furbizia, grazie alla spettacolarizzazione delle sue inchieste. Altro presenzialista è il pm palermitano Antonino Ingroia, che passa con disinvoltura da Santoro a «Domenica in». Nel settore antimafia la strada l’ha indicata l’onnipresente Giancarlo Caselli. Adesso Ingroia impazza grazie al suo ultimo libro, in cui racconta che gli è bastato uno sguardo per capire che il pentimento di Spatuzza è autentico.
Da Di Pietro a De Magistris, da D’Ambrosio all’ex pm veneziano Felice Casson, il protagonismo spesso getta le basi di una carriera politica.
Cadono spesso nel vuoto gli ammonimenti dall’alto. Giorgio Napolitano ai giovani magistrati ha raccomandato: «Guardatevi dal protagonismo!». E l’ha ripetuto al Csm. Già all’ultima inaugurazione dell’Anno giudiziario il Presidente della Cassazione Carbone e il Procuratore generale Esposito avevano indicato l’attrazione per i mass media come uno dei mali della magistratura.




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Dagli aerei ai ristoranti Avanza il fronte «no kids»

Corriere della sera


«Gli insofferenti» arrivano in Italia: ingresso vietato ai bimbi



MILANO - In Italia il testimonial ideale potrebbe essere Alessadro Piperno, l'autore di Persecuzione, l'unico che ha avuto il coraggio di ammettere nel salotto buono di Daria Bignardi: «I bambini mi irritano anche ai ristoranti». In Germania si sono portati avanti. Infatti gli annunci immobiliari promettono senza remore: «Neu für ältern ohne kinder», nuovo per adulti senza bambini. La tendenza si è già estesa a ristoranti, alberghi e caffè, gaiamente kinder verboten, dove cioè le piccole pesti (ma anche quelle angeliche) sono bandite. E non si tratta dell'evoluzione postmoderna di lontani divieti impronunciabili. Semplicemente di una ricerca del silenzio, della tranquillità: come quando la Svizzera ha predisposto carrozze senza cellulari, pur lasciando, evidentemente, quelle per i telefonino-dipendenti.
Anche nella «children-amichevolissima» Svezia molti hotel non accettano prole sotto i dodici anni. In Spagna, ha raccontato ItaliaOggi, la catena Iberostar accetta ospiti a partire dai 14 anni. La Sandals dai diciotto. In Austria l'albergo Cortisen è vietato ai bambini ed è sempre pieno. La compagnia inglese Thomas Cook Airlines vola già due volte alla settimana per Creta e Gran Canaria solo con adulti, perlopiù diretti verso villaggi e hotel che condividono la stessa filosofia. E negli Stati Uniti la National Transportation Safety Board ha scritto alla Federal Aviation Administration per far introdurre la regola «un passeggero-un posto». Più che un sistema antirischio, un dissuasore di mobilità infantile.

Forse è l'effetto della generazione No Kid, cui si era appellata nel 2008 la scrittrice francese Corinne Maier, peraltro mamma due volte, che in un libro aveva elencato quaranta ragioni per non avere figli. «Da noi nessuno lo vorrà mai ammettere, ma garantisco che nei locali più trendy il bambino non è mai ben visto. Ricordo quando a Massimiliano Ossini fu impedito di entrare al Coast Music Bar di Porto Cervo all'ora dell'aperitivo perché era in compagnia dei figli piccoli», racconta Roberto Piccinelli, autore dell'annuale Guida al piacere e al divertimento.
Barbara Casillo, direttore di Confindustria Alberghi, assicura che «non è possibile vietare l'ingresso ai bambini, lo proibisce la legge. Un albergatore è tenuto a respingere un cliente soltanto se non ha con sé un documento di identità». Però aggiunge: «Tecnicamente non mi scandalizzo all'idea che un esercente possa decidere di investire su un particolare target». Come, per esempio, l'Alpin Garden in Val Gardena, il Palazzo Hedone a Scicli, la Scalinatella di Capri, che non fanno mistero di prediligere i clienti adulti.

Del resto, che l'Italia non sia un Paese per piccoli non lo dice solo quel risicato indice di natalità - 1,2 - che ci inchioda all'ultimo posto tra le nazioni industrializzate. Luca, papà di quattro bambini, il 20 luglio scorso ha denunciato sul sito dell'Associazione nazionale famiglie numerose che «un noto ristorante a Sottomarina Chioggia (Venezia)» gli ha negato un tavolo sostenendo che era tutto già prenotato. Peccato che a una seconda telefonata, omettendo la presenza dei bambini, il tavolo sia comparso magicamente. La curatrice del sito, Regina Maroncelli, di Bergamo, anche lei quattro figli, ricorda invece di quella volta a Santa Margherita Ligure che fu cacciata fuori da un negozio di giocattoli (sic!) a causa della prole numerosa. E Cristina Bazzani, romana, ha messo in evidenza tutte le difficoltà a trovare un appartamento in affitto nella capitale con otto figli. Suo marito Mauro ora dice: «Le iniziative tedesche e svedesi non mi scandalizzano. Loro almeno da quarant'anni hanno messo in piedi politiche per la famiglia, adesso possono permettersi di fare delle cose per chi è senza figli».


Elvira Serra
16 novembre 2010



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Sacrosante polemiche

di Andrea Tornielli


Con il suo intervento sulle vergognose leggi razziali nel quale ha criticato la Chiesa per non aver reagito, Gianfranco Fini ha rivelato «i suoi gratuiti preconcetti e la sua singolare disinformazione». Lo scrive il cardinale Giacomo Biffi, 82 anni, arcivescovo emerito di Bologna, una delle menti più acute dell’episcopato italiano degli ultimi decenni, che vive da oltre un lustro ritirato e silente (dopo aver lasciato la guida della diocesi, nel dicembre 2003, non ha mai più rilasciato interviste) sulle colline della città felsinea.

È una delle tante parti aggiunte o riscritte dell’autobiografia del porporato, Memorie e digressioni di un italiano cardinale (Edizioni Cantagalli, pagg. 688, euro 25), in libreria nei prossimi giorni. Un libro che attraversa la Storia e la storia della Chiesa del Novecento. Una delle pagine ampliate riguarda le leggi razziali e la reazione cattolica. Il cardinale ha voluto aggiungere un riferimento al presidente della Camera, pur senza nominarlo direttamente. Ne indica però la data di nascita. «C’è stato recentemente chi (dall’alto di una delle massime cariche dello Stato) – scrive Biffi – in un intervento pubblico del tutto immotivato, ha parlato di un deplorevole silenzio della Chiesa in quella circostanza. Certo, essendo egli del 1952, ha l’attenuante che all’epoca non era ancora nato; ma ha l’aggravante di aver voluto ciò nonostante intervenire nel merito, rivelando al tempo stesso i suoi gratuiti preconcetti e la sua singolare disinformazione».

L’arcivescovo emerito di Bologna, quando ha scritto questa pagina, non poteva sapere della crisi di governo che proprio il presidente della Camera avrebbe aperto dopo la nascita del suo nuovo partito, Futuro e libertà. E dunque sarebbe del tutto improprio attribuire a Biffi interventi a gamba tesa nel (confusissimo) agone politico. Ma è certo che il cardinale non ha digerito le parole pronunciate da Fini il 16 dicembre 2008, a Montecitorio, inaugurando un convegno per i settant’anni da quell’infamia nazionale con la quale il fascismo cercò di mettersi in pari con l’alleato di Berlino. Il presidente della Camera in quella occasione aveva affermato che «l’ideologia fascista da sola» non bastava a spiegare «l’infamia» e c’è da chiedersi «perché la società italiana si sia adeguata, nel suo insieme, alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica».

Il giorno dopo, una nota pubblicata su L’Osservatore Romano rilevava: «Di certo, sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo — che dell’infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze — chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico». In effetti il Papa Pio XI fu l’unica autorità a pronunciarsi pubblicamente contro il «Manifesto della razza» nel corso di tre discorsi, e il Vaticano, attraverso i suoi canali diplomatici, fece il possibile per arginare le leggi razziali. Ci furono certo differenziazioni, reazioni distinte, atteggiamenti tiepidi, ma è innegabile la contrarietà della Chiesa.

Nella sua autobiografia, prima dell’affondo contro Fini, il cardinale Biffi rievoca i fatti di quei giorni del 1938 che l’avevano «profondamente colpito» benché non avesse ancora undici anni. E ricorda: «Si levò a Milano una voce – era la prima e rimase l’unica – che ebbe il coraggio di prendere apertamente le distanze da tanta follia. Il 13 novembre il cardinal Schuster dal pulpito del duomo di Milano, per l’inizio dell’Avvento Ambrosiano, pronunciò un’omelia che fin dalle prime parole, invece di richiamare il contesto liturgico, affrontò sùbito l’argomento che più lo preoccupava: “È nata all’estero e serpeggia un po’ dovunque una specie di eresia, che non solamente attenta alle fondamenta soprannaturali della cattolica Chiesa, ma materializzando nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di Nazione e di Patria, rinnega all’umanità ogni altro valore spirituale, e costituisce così un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo. È il cosiddetto razzismo”».

È difficile oggi, continua Biffi, «rendersi conto dell’impressione suscitata da quelle parole di critica nei confronti del pensiero e comportamento di un governo che, ormai da decenni, non tollerava neppure la più tenue espressione dissonante. Esse non rimasero confinate entro la pur solenne atmosfera di una cattedrale affollata: furono stampate nella Rivista Diocesana Milanese e, due giorni dopo che erano state pronunciate, divulgate ne L’Italia, il quotidiano cattolico che entrava nelle nostre case». Schuster non fu lasciato solo: «Da parte del Papa arrivò un messaggio a firma del segretario monsignor Carlo Confalonieri: “Il Santo Padre esorta il cardinale di Milano a sostenere con coraggio la dottrina cattolica, poiché non si può cedere su questo punto, né il giornale L’Italia può cambiare indirizzo”...».

«Ero solo un ragazzo – conclude – ma da quella vicenda ho capito quale fortuna “laica” e razionale sia, quando sopraggiunge l’ora della generale pavidità e del conformismo accondiscendente, la presenza nel nostro paese della Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità». Una memoria da ravvivare, secondo il porporato di origini ambrosiane, soprattutto al presidente della Camera, dopo il suo «intervento pubblico del tutto immotivato».

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Fini va da Fazio e lancia la campagna elettorale E Saviano accusa la Lega: è complice della mafia

di Marcello Foa


Il presidente della Camera apre la campagna elettorale insieme al leader del Pd Bersani: un discorso politico nello show di Fazio. Intanto Saviano sforna un nuovo teorema: "Al Nord la ’ndrangheta si arricchisce grazie alla Lega". Contraddittorio? Zero. Fini predica onestà e dignità: le cerchi in Rai e a Montecarlo 



 

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Milano - La destra è la destra, la si­nistra è la sinistra. Una è al go­verno e rappresenta la mag­gioranza degli elettori, l’altra all’opposizione in difesa del­le idee e degli interessi di una minoranza. Si chiama demo­­crazia, da sempre o, perlome­no fino a ieri sera. Il duo Fazio-Saviano ne ha battezzata una nuova versione, molto televi­siva benché poco berlusco­niana, nella quale la destra non è più la destra e staall’op­posizione. Con la sinistra. Ma si presenta lo stesso sotto l’effigie della destra. E la sini­stra fa di tutto per essere un po’ moderna, dunque un po’ di destra. Storditi? Disorientati? Come non esserlo...
Ieri sera a Vieni via con me , su Raitre, è andata in onda una trasmissione singolare, suggestiva e forse profetica. Quella della democrazia paritaria e al contempo, selettiva. Ci spieghiamo. Per giustificare l’esclusione di Berlusconi e di Bossi, Fazio ha letto l’elenco sterminato dei partiti italiani, sostenendo che non poteva invitarli tutti in una volta, anzi in due puntate. Il ragionamento non fa una grinza: il Pdl votato da anni da oltre il 30% degli italiani e la Lega Nord, scelta dal 10%, valgono quanto «Io sud» o i partitini di Sbarbati, Nucara, Staderini. Dunque possono essere esclusi. Una par condicio assoluta, esemplare. Eppure non esaustiva; poiché non vale per alcuni partiti. Non vale per Bersani, che, per ragioni che ieri non sono state spiegate, ha titolo per rappresentare tutta la sinistra. E non vale per Gianfranco Fini, verosimilmente per diritto divino.
Il suo Futuro e libertà non ha affrontato nemmeno una volta il giudizio delle urne, eppure viene considerato l’unico degno di spiegare al popolo italiano che cosa sia la destra. Il tutto secondo una schema ormai collaudato. Il secondo intervento della serata, letto da Silvio Orlando, è una sequenza di battute scontate e di allusioni alle «macchine del fango». Il terzo viene affidato a Roberto Saviano, che dopo le sbandate su Falcone, ha puntato sui temi che lo hanno reso famoso, quelli della camorra e della ’ndrangheta , che si infiltra a nord e che, naturalmente, gode di ampie e consolidate complicità politiche. Di chi? Ma della Lega, naturalmente. Cita un vertice delle cosche durante le quali i boss avrebbero deciso di avvicinare e dunque di arruolare un politico locale. Quale, Saviano non lo dice, ma precisa che è un esponente del partito di Bossi. E poi allude, ammicca, sempre in una sola direzione. Ascoltandolo l’ascoltatore ha l’impressione che il nord sia nella mani della mafia e che in fondo Varese o Milano o Brescia non siano così diverse da Napoli o Reggio Calabria o Caserta.
Il mondo è marcio, anche il nord è marcio. I politici sono pavidi e corrotti. Tutti i politici, anche, soprattutto, quelli di destra, di questa destra, che non ha diritto di cittadinanza. Perché solo lui, solo gente come lui, combatte davvero il male. Parola di uno scrittore trasformatosi in guru, ma a cui il successo non ha dato profondità, né spessore culturale. E poi sono arrivati loro, Bersani e Fini; l’eterno perdente e l’eterna promessa. Tre minuti di frasi fatte, buone per ogni stagione. Buone, soprattutto, per strappare l’applauso a una platea amica ed entusiasta. Sentite Bersani: «La sinistra è che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli lo rendi migliori», «stai bene se anche gli altri stanno bene». Giura, leggendo come uno scolaretto, che «il lavoro non è tutto, ma questo può dirlo solo chi il lavoro ce ce l’ha». La malavita? Ovviamente «fa male all’economia». Bisogna «lasciare il pianeta in condizioni migliori di come lo abbiamo trovato». Sembrava di ascoltare Ferrini di Quelli della notte . E poi è toccato a Fini, il quale anziché elencare, parla, illustra, con toni da letterina natalizia delle buone intenzioni. Ma le finalità sono chiaramente politiche. Più che un elenco di valori sembra un mini comizio elettorale.
Calibrato male, però. Fini, di solito oratore efficace, annoia, affoga nelle banalità. Debutta dichiarando che «per la destra è bello, nonostante tutto, essere italiani». La ragione? «Abbiamo un patrimonio paesaggistico e culturale». Profondo e, soprattutto, originale. Secondo il presidente della Camera l’uomo di destra è «generoso e altruista », «combatte gli abusi e i malcostumi», «respinge i clientelismi e le ingiustizie».
Assicura che «chi sbaglia deve pagare, gli onesti devono essere premiati» e che «senza istituzioni non c’è democrazia». Il concetto di patria, a cui un tempo era molto affezionato, è cambiato. Ora le priorità sono altre: «Il figlio degli immigrati deve diventare l’italiano di domani». Sono le stesse parole di Bersani. E forse non è un caso.





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Destra vuol dire legge uguale per tutti» «Sinistra significa economia più equa»

Corriere della sera

Fini e Bersani da Fazio leggono i valori ispiratori della propria area politica. Cicchitto: programma settario


MILANO - Il segretario del Pd, una carriera politica nata nel Pci, ha letto l'elenco dei valori della sinistra; il presidente della Camera, già segretario dell'Msi e di An, ha fatto altrettanto, leggendo la lista dei valori della destra. Come da programma, Pier Luigi Bersani e Gianfranco Fini hanno preso parte, nonostante le polemiche della vigilia, alla seconda puntata di «Vieni via con me», il programma di Raitre condotto da Fabio Fazio e Roberto Saviano. E si sono limitati a elencare quelle che a loro dire sono le ragioni e le identità che accomunano le rispettive aree politiche di appartenenza.

SINISTRA E DESTRA - Nessuna sorpresa nel listone di Bersani: dalla difesa della Costituzione e dei valori del 25 aprile all'economia solidale («Se pochi hanno troppo e troppi hanno poco l`economia non gira perché l`ingiustizia fa male all`economia. Ci vuole un mercato che funzioni, senza monopoli, corporazioni e posizioni di dominio. Ma ci sono beni che non si possono affidare al mercato: la salute, l'istruzione, la sicurezza») alla lotta al precariato («Il lavoro non è tutto, ma questo può dirlo solo chi il lavoro ce l`ha. Il lavoro è la dignità di una persona. Sempre»).

Qualche concetto che potrebbe fare discutere, invece, nelle parole di Gianfranco Fini che è invece partito dall'idea di patria, dall'orgoglio per l'opera dei militari italiani impegnati all'estero, dalle pari opportunità per tutti ma in un'ottica di organizzazione dello stato che premi la meritocrazia. E, ancora, l'italianità vista con gli occhi di oggi, con «i figli degli immigrati che sono italiani, perché la patria non è più solo quella dei padri». Non solo: «Destra vuol dire etica pubblica, cultura dei doveri. E' lo stato che deve garantire che la legge è davvero uguale per tutti. Un'Italia migliore non va costruita dal nulla, c'è già ».

L'ELENCO DI FAZIO - I due elenchi erano stati preceduti da quello dei «luoghi comuni sulla politica», letti dallo stesso Fabio Fazio. Che a inizio di trasmissione si era dedicato ad un altra lista: «quella dei segretari e dei presidenti di partito che, a voler essere precisi, se fossimo una tribuna politica, dovremmo invitare nelle prossime puntate, che però, sono solo due: Berlusconi, Bossi, Di Pietro, Cesa, Rutelli, Pionati, Melchiorre, Lombardo, Sbarbati, Nucara, De Luca, Staderini, Poli Bortone, Pizza... ma io ho solo due puntate». Roberto Saviano, dal canto suo, aveva preceduto la lettura degli elenchi da parte dei due leader politici con un lungo monologo sulle ramificazioni della 'ndrangheta e i suoi legami stretti con il mondo economico e politico del nord Italia, della Lombardia e di Milano in particolare.

LE CRITICHE DEL PDL - A pochi minuti dalla fine dei due interventi, le agenzie di stampa registrano subito il commento critico di Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera: «La trasmissione "Vieni via con me" è di un settarismo più unico che raro, dall'inizio alla fine. Fazio e Saviano hanno fatto dei mediocri comizi senza facoltà di contraddittorio». Nessun accenno però alle parole di Bersani e di Fini. Lo fa invece Daniele Capezzone, portavoce del Pdl: «Gianfranco Fini e Pierluigi Bersani hanno avuto una grande opportunità: quella di parlare al Paese, a molti milioni di italiani, in un'atmosfera per loro favorevole, calda, irripetibile. E invece? E invece da loro è venuto un compitino banale e deludente, un temino da alunno che non si applica. Tutto qui? Un calcio di rigore tirato in tribuna...»

IL PDCI: «ORA NIENTE ACCORDI» - Alle parole di Bersani ha invece replicato il Pdci: «I principi elencati da Bersanidevono diventare i fondamenti della coalizione per battere Berlusconi e la destra». «Mi auguro - ha detto Fabio Arzarello, della segreteria del partito - che dopo essere andato da Fazio a spiegare le 'ragioni della sinistra', mentre Fini ha spiegato 'le ragioni della destra', il segretario del Pd non decida, come alcuni esponenti del suo partito hanno dichiarato oggi, di mettere in campo un'alleanza con il partito di Fini: sarebbe la fine della politica e certamente sarebbe contro la sinistra».

Redazione Online
15 novembre 2010

Londra risarcisce gli ex di Guantanamo

Corriere della sera


Milioni di euro per i detenuti della prigione
americana dopo le rivelazioni sulle torture inflitte

GRAN BRETAGNA


Prigionieri nella base Usa di Guantanamo
Prigionieri nella base Usa di Guantanamo
LONDRA - Il governo di Londra ha deciso di versare sostanziosi risarcimenti agli ex detenuti della prigione americana di Guantanamo che hanno raccontato di essere stati torturati con la complicità dei servizi segreti britannici. Lo riferiscono alcuni media d'Oltremanica. A quanto pare, uno di questi detenuti otterrà oltre un milione di euro. Una dichiarazione ufficiale del governo è attesa per oggi in Parlamento.

LA DECISIONE
- Dopo una lunga battaglia giudiziaria, la giustizia britannica aveva ordinato a luglio la pubblicazione di alcuni documenti relativi ai trattamenti inflitti all'etiope Binyam Mohamed, detenuto a Guantanamo per oltre quattro anni prima di essere trasferito in Gran Bretagna. Il Foreign Office aveva inizialmente impedito la pubblicazione dei documenti forniti dai servizi segreti americani invocando la «sicurezza nazionale» e la necessità di preservare la riservatezza delle comunicazioni scambiate tra Londra e Washington. Sono sei gli ex detenuti di Guantanamo -Binyam Mohamed, Bisher al-Rawi, Jamil el Banna, Richard Belmar, Omar Deghayes et Martin Mubanga - che hanno accusato alcuni membri del MI5 di complicità nelle torture. Secondo gli osservatori, la decisione di versare milioni di euro di risarcimento è arrivata al termine di settimane di negoziazioni. Il governo intende così evitare lunghe e costose procedure giudiziarie.

Redazione online
16 novembre 2010



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Ufo miliardari nei cieli cinesi

La Stampa

Traffico in tilt per i "voli fantasma" dei super-ricchi. Sfrecciano con gli aerei privati e pagano le multe



ILARIA MARIA SALA

HONG KONG

Misteriosi oggetti volanti solcano i cieli cinesi, ritardando e deviando voli e facendo perfino chiudere aeroporti. I controllori aerei in diverse località cinesi hanno più volte lanciato l’allarme: oggetto volante non identificato. E gli aeroporti in questione sono stati chiusi per più di un’ora. Ma per quanto la Cina sia uno dei Paesi al mondo maggiormente entusiasti all’idea dell’esistenza degli alieni, guardando più da vicino il problema si scopre che l’allarme non è dato dall’arrivo improvviso di creature dallo spazio, bensì da voli illegali compiuti senza preavviso da jet privati ed elicotteri: ultimo capriccio dei superricchi cinesi, che preferiscono pagare l’eventuale multa (che va dagli 800 euro circa fino a un massimo di novemila) che non dover sottostare a lungaggini burocratiche e prenotazioni del corridoio aereo.

L’undici settembre scorso, l’aeroporto di Baotou, nella Mongolia Interna, è stato chiuso per più di un’ora – il dodicesimo avvistamento di un Ufo da parte dei controllori aerei da giugno, in varie aree della Cina interna e costiera. Anche città importanti come Shanghai si sono viste chiudere entrambi gli aeroporti – Hongqiao e Pudong – dopo che un elicottero privato aveva reputato opportuno farsi un bel volo senza avvertire nessuno. Gli aneddoti riportati dalla stampa cinese sono numerosi: Liu Boquan, cantonese, si è avventurato in cielo con il suo elicottero privato dopo aver visto due ladri scippare un passante, e non essere riuscito ad acchiapparli rincorrendoli con la sua Porsche.

Così, ha preso l’elicottero (che, specifica il Quotidiano del Sud , di Guangzhou, Liu utilizza «per mandare a scuola il figlio quando la città è bloccata dal traffico») e si è lanciato all’inseguimento in stile hollywoodiano, dato che uno dei due ladri si era nascosto in uno stagno. Nella fretta, Liu non si è premurato di avvertire i controllori di volo, ma poco importa: la città di Dongguan, dove tutto ciò è avvenuto, gli ha conferito un premio al coraggio, chiudendo un occhio sul volo illegale. Poi c’è la proprietaria di un bar vicino a Xiamen, nel Fujian, che racconta che ha ottenuto la licenza di volo grazie al suocero che era nell’aviazione militare prima della pensione, ma che se non facesse voli illegali sarebbe «impossibile volare» a causa dell’eccessiva burocrazia. I voli clandestini sono chiamati «voli neri», e sono stati definiti dal South China Morning Post , di Hong Kong, come un «segreto pubblico» fra i piloti nazionali.

Il problema sarebbe di natura burocratica e militare: in Cina infatti lo spazio aereo è riservato a voli militari o commerciali, e per poter compiere un volo privato bisogna fare domanda sette giorni prima per un solo volo, e ottenere l’autorizzazione. Per cui, chi ha a possibilità di volare privatamente ormai decide di volare prima, e vedersela con la legge poi. Così, si moltiplicano i voli - in particolare in elicottero - privi di autorizzazione e a bassa quota, in modo da non essere reperiti dai radar. Tutti, sia i nuovi miliardari che i produttori di elicotteri e aerei da diporto, si lamentano che la regolamentazione cinese sia eccessiva e fuori passo rispetto alle «nuove esigenze dei ricchi». In realtà, il settore aerospaziale è in piena espansione, e uno di quelli su cui punta il governo per passare a un’economia trainata dall’alta tecnologia invece che dai prodotti a basso costo.

Proprio oggi apre i battenti lo Zhuhai Airshow China, il più importante salone dell’aerospazio in Cina, che metterà in vetrina velivoli di tutte le dimensioni, compresi quelli appetibili dalla classe imprenditoriale emergente. Ma un altro miliardario, il cinquantaduenne Zhu Songbin, di Wenzhou (regione del Zhejiang), dopo aver ricevuto una multa per «voli neri», si è lamentato con il settimanale Xinmin in un’intervista raccontando che ben due dei suoi velivoli sportivi non hanno ottenuto la licenza dalle autorità. Ha detto a Xinmin : «Le autorità hanno rifiutato di registrare i miei due elicotteri, e non ho potuto essere accolto in un parcheggio per aerei preesistente, né ricevere il permesso per costruire un parcheggio personale. Mi condannano a volare illegalmente». I passeggeri che possono permettersi solo un biglietto di linea sono invece condannati a ritardi sempre maggiori agli aeroporti cinesi, fra congestione del traffico aereo e nuovi ricchi volanti - che i controllori di volo continuano a dover descrivere come «oggetti volanti non identificati»: Ufo.




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