lunedì 15 novembre 2010

Piloti Canadair senza stipendio da 3 mesi Interventi antincendio a rischio

Corriere della sera


«Non possiamo garantire le operazioni». Martedì la protesta alla sede della Protezione civile a Roma


ROMA - Poche settimane fa una medaglia dal governo sovietico per aver lavorato allo spegnimento degli incendi in Russia. Oggi un altro governo - quello italiano naturalmente - che rescinde l'appalto, lasciando senza stipendio da due mesi circa 300 persone, con il rischio di danneggiare un patrimonio di circa 600 milioni di euro. Tanto vale la flotta dei 19 Canadair della protezione Civile che, in caso di un qualsiasi incendio, non potrebbero comunque alzarsi in volo per svolgere il proprio delicatissimo compito. L'ossatura del servizio antincendio dello Stato italiano è proprio tutta qui: i velivoli Cl- 415 di proprietà del dipartimento della protezione civile in grado di scaricare oltre 6mila litri d'acqua per sconfiggere le fiamme più indomabili. Poi, di solito, arrivano sugli incendi gli altri aerei ed elicotteri con capacità minore, ma più agili e precisi per i lavori di «rifinitura». A gestire la flotta due società: una che ha in carico i piloti, l'altra i tecnici.

PATRON IN MANETTE - Il mancato rinnovo dell'appalto assegnato dal governo alle due società Soren e Sar, rispettivamente dedite alle fasi operative ed a quelle manutentive, si è abbattuto su 90 piloti e sui tecnici, a causa dell'arresto del proprietario - Giuseppe Spadaccini - sotto accusa per una frode fiscale colossale.



IMPOSSIBILE VOLARE - Si legge in una nota sindacale e congiunta di Ugl trasporti e Ipa: «Piloti e tecnici hanno fino a questo momento garantito la disponibilità ad effettuare le operazioni antincendio. Tuttavia, anche se i piloti appartenenti alle due sigle confermano la disponibilità ad andare in volo, le operazioni antincendio non possono essere effettuate per l' assenza del presupposto di aeronavigabilità e del titolo sull' operatore. Alla data odierna, dal Dipartimento della Protezione Civile sono pervenute solo vaghe promesse, mentre permane l' assenza di un impegno che offra concrete garanzie sul mantenimento dei livelli occupazionali del personale Sorem e San».

LA PROTESTA -Martedì mattina, dalle ore 9, i piloti e le altre maestranze protestano a via Ulpiano davanti alla sede della Protezione civile. «Vogliamo porre questa vicenda all'attenzione di tutti»; dice il pilota e sindacalista Massimo Lucioli.

Michele Marangon
15 novembre 2010





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Mille anni di Europa in cinque minuti

Corriere della sera

Spopola sul web la video-mappa che mostra storia e confini che hanno trasformato il Vecchio Continente. Vista da oltre 375.000 persone in 10 giorni


MILANO - Nel corso degli ultimi mille anni la cartina geografica dell'Europa è mutata continuamente. Invasioni, conquiste e sanguinose battaglie hanno spostato periodicamente i confini delle nazioni del Vecchio Continente: alcune tra queste sono nate dopo guerre di religione o di liberazione e poi con il tempo hanno assestato le loro frontiere. Altre invece, sono scomparse dopo nuove invasioni. Lo racconta in modo singolare il video-mappa 10 Centuries In 5 Minutes (10 secoli in 5 minuti), filmato postato sul web lo scorso 26 ottobre che in poco più di 10 giorni è stato visto da oltre 375.000 utenti.



CONFINI DAL MILLE - Il filmato interattivo, in soli 5 minuti, racconta progressivamente i cambiamenti territoriali avvenuti nel Vecchio Continente. La prima immagine che si nota all'inizio del video mostra la cartina dell'Europa nell'anno Mille, in pieno Medioevo. Il nostro continente è dominato dal Sacro Romano Impero, nato nel 962 D.C. dopo che Ottone I di Sassonia si è fatto incoronare imperatore da papa Giovanni III. Il suo potere si estende su un agglomerato politico che tiene assieme territori tedeschi e italiani. Il giovane Impero, che nel corso dei secoli si espanderà e si rafforzerà, durerà quasi 900 anni, fino a quando nel 1806 Napoleone Bonaparte ne decreterà formalmente la fine. Nella stessa immagine compaiono i primi stati-nazione come la Francia e l'Inghilterra che sebbene non abbiano l'estensione territoriale attuale, dimostrano di avere alle spalle una lunga storia unitaria. In basso invece si nota la Spagna quasi completamente assoggettata al dominio musulmano.

L'EUROPA DI OGGI - Con il passare dei minuti ecco che il volto dell'Europa diventa sempre più familiare. I musulmani sono progressivamente cacciati via dalla Spagna e Granada, l'ultimo avamposto islamico in terra iberica, è liberata e la "Reconquista" è portata a termine. Gli stati-nazione, dopo la pace di Westfalia (1648) cominciano a farla da padrone nel Vecchio Continente. Dopo la rivoluzione francese e l'avventura napoleonica, i confini europei sembrano essere fissati definitivamente nel 1815 con il Congresso di Vienna. Ma nuove rivoluzioni patriottiche metteranno in crisi il sistema di alleanze ideato dal cancelliere austriaco Metternich e a metà ottocento nasceranno nuovi stati-nazione, tra cui l'Italia e la Germania. Il video termina con i mutamenti successivi alla caduta del Muro di Berlino. Scompare l'Unione Sovietica e ritorna la Russia. La Germania per oltre 40 anni divisa in due stati, diventa un'unica grande entità territoriale europea. Infine, le recenti guerre in Bosnia, Kosovo e Serbia ridisegnano la mappa della penisola balcanica.

COMMENTI - Il video-mappa è stato apprezzato dalla maggior parte degli utenti che l’hanno ammirato: «Davvero stupefacente» - commenta uno di questi che usa il nickname "Umibenokafka" su Youtube - Ma come hanno fatto rilevare altre persone, sarebbe ancora più bello se ci fosse un cronometro temporale capace di mostrare progressivamente il trascorrere degli anni e se comparissero anche il Nord Africa e il Levante per avere un quadro d'insieme più completo». Per "jamie1707" il video permette di capire come è cambiata velocemente la storia di alcuni territori: «È incredibile -spiega l'utente - quanto caos vi sia stato nei territori che oggi conosciamo come Italia e Germania. Sarebbe davvero bello vedere in primo piano i mutamenti di questa grande area. C'è chi invece pone l'accento sulle tragedie prodotte dai cambiamenti territoriali: «Chissà - scrive changiz110 - quante persone sono morte per tutto questo»

Francesco Tortora
15 novembre 2010

Supermulta dell'Antitrust per il sito Easydownload Rubavano soldi agli utenti

di Redazione

L'Antitrust ha inflitto multe per complessivi 960 mila euro alla società Euro Content Ltd, titolare del sito. I software da scaricare erano gratuiti, ma i naviganti pagavano 8 euro al mese per un anno



 
 
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Roma - L'Antitrust ha inflitto multe per complessivi 960 mila euro alla società Euro Content Ltd, titolare del sito www.easydownload.info, per pratiche commerciali scorrette a danno di migliaia di consumatori. Secondo l'Antitrust, Euro Content ltd, società con sede a Francoforte, avrebbe indotto i consumatori con meccanismi ingannevoli e ricorrendo all’utilizzo di siti ponte, a scaricare dal proprio sito software solitamente disponibili gratuitamente in rete, senza chiarire che si trattava di operazioni a pagamento. In questo modo, nota l'Autorità, i consumatori hanno attivato inconsapevolmente un contratto di abbonamento della durata di 24 mesi, per 8 euro al mese, che non avrebbero altrimenti sottoscritto. Il contratto prevedeva il pagamento anticipato, pari a 96 euro per la prima annualità, tramite bonifico bancario.

Otto euro al mese per 12 mesi Una volta "agganciati" i consumatori Euro Content, secondo quanto accertato dall’istruttoria dell’Autorità, inviava, solo dopo la scadenza dei termini per l’esercizio del diritto di recesso, una mail con cui esplicitava la natura di contratto a pagamento. Agli utenti che si rifiutavano di pagare, la società prima opponeva che i 10 giorni per recedere dal contratto erano ormai scaduti e poi minacciava il ricorso ad azioni legali e l’eventuale segnalazione del mancato pagamento ad «agenzie di credito». Secondo l’Antitrust Euro Content ha messo in atto due distinte pratiche commerciali scorrette: la prima consistente nel far ritenere che i software potessero essere scaricati gratuitamente, la seconda nell’esercitare un notevole grado di pressione psicologica nei confronti di chi non pagava minacciando le vie legali. Sono oltre 5mila le segnalazioni arrivate da cittadini, e trasmesse anche tramite il Contact Center dell’Autorità, e le associazioni dei consumatori, (Codacons, Aduc, Altroconsumo, Adiconsum, Federconsumatori, Unione Nazionale Consumatori e Associazione Europea Consumatori Indipendenti). 






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Saviano, peccato di omissione

Il Pdl all'attacco di Fini: "Lasci la presidenza"

di Redazione


Capezzone: "Salirà al Colle, per esprimere un parere, lo stesso Fini che è stato causa ed artefice della crisi, e che l’ha provocata proprio facendo leva sulla sua funzione di terza carica dello Stato". Lupi si domanda: "Parlando con Napolitano si muoverà da presidente della Camera o da leader politico?"



 

Roma - Non va giù, al Pdl, che a gestire la crisi, chiamato dal presidente della Repubblica Napolitano, vada colui che oltre a essere la terza carica dello Stato è, di fatto, un capo partito, responsabile, tra l'altro, della spaccatura della maggioranza. Una questione di correttezza istituzionale prima che politica. "Lo spettacolo che andrà in scena domani è una grande umiliazione per chi crede in un minimo di tutela delle istituzioni, al di là degli scontri politici contingenti", denuncia Daniele Capezzone, portavoce Pdl. "Dunque, domani salirà al Colle, per esprimere un parere (immaginiamo super partes...), lo stesso Gianfranco Fini che è stato causa ed artefice della crisi, e che l’ha provocata proprio facendo leva sulla sua funzione di terza carica dello Stato", è la tesi di Capezzone.

Mai arrivati a tanto in 60 anni "In sessant’anni in cui pure l’Italia ha visto tante anomalie, mai si era arrivati a questo punto, a uno strappo di simile gravità. Non so se il presidente Fini se ne renda conto: ma il precedente che ha creato consentirà ad ogni futuro Presidente di un ramo del Parlamento qualunque tipo di scorribanda faziosa e di parte", conclude Capezzone. 

Lupi: Fini politico o presidente? "Con quale criterio Fini prenderà delle decisioni alla Camera dei deputati? Come presidente della Camera o come leader politico?", si domanda il vicepresidente Pdl della Camera Maurizio Lupi che, ai microfoni di Radio24, aggiunge: "Chi deciderà nelle prossime settimane se affrontare le discussioni sulla mozione di sfiducia o di fiducia al governo? Chi decide ha l’oggettività dell’interesse dei cittadini? L’intera Camera è parziale o imparziale?".





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Le stragi e lo stop al carcere duro «La mafia pensava di aver vinto»

Corriere della sera


Le rivelazioni dell’ex ministro Conso e i dubbi di Pisanu sulla trattativa

Il mistero del «papello» di Riina: fu fotocopiato e poi sparì (30 ottobre 2010)


ROMA
— Il presidente della commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu l’aveva già scritto a fine giugno, nella relazione in cui sostiene che ci fu una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, o almeno «qualcosa del genere». Quattro mesi prima delle rivelazioni dell’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, che oggi rivendica il mancato rinnovo, a novembre ’93, di 140 decreti che imponevano il «carcere duro» sancito dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario ad altrettanti boss mafiosi.

Nella sua ricostruzione delle stragi che insanguinarono quell’anno, Pisanu mette in fila le date delle bombe e quelle dei provvedimenti ministeriali. Il 27 maggio c’è l’attentato di Firenze a via dei Georgofili (5 morti e 48 feriti), ma a luglio 325 «41 bis» vengono rinnovati. Passano pochi giorni e fra il 27 e il 28 luglio avvengono le esplosioni di Roma e Milano (5 morti e 12 feriti), seguite da inedite rivendicazioni spedite ai giornali. «Il 1° novembre del 1993 - scrive Pisanu proseguendo la sua cronologia - scade un altro blocco di provvedimenti 41 bis, ma nel frattempo Cosa nostra tace. Imprevedibilmente, tre giorni dopo quella scadenza, il 4 e il 6 novembre il ministro di Grazia e Giustizia non proroga il 41 bis a 140 detenuti. Se ne può desumere che la "trattativa -ricatto" abbia prodotto i suoi effetti tra il 29 luglio e il 6 novembre?».

Il presidente dell’Antimafia non risponde, ma commenta: «E’ comunque plausibile ritenere che l’organizzazione mafiosa avesse interpretato quella revoca come un cedimento o una concessione dello Stato per i colpi subiti e che, pertanto, la campagna stragista dovesse andare avanti». Anche perché il 31 gennaio bisognava decidere se confermare o meno il «41 bis» a capimafia del calibro di Gerlando Alberto, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Luciano Liggio, Francesco Madonia e tanti altri. Se l’ipotesi di Pisanu fosse corretta, la strage allo stadio Olimpico di Roma programmata per domenica 23 gennaio ’94 e fallita per un problema tecnico rivelato da uno dei mancati esecutori, il pentito Gaspare Spatuzza, sarebbe coerente con gli eccidi precedenti.

Quattro giorni più tardi il boss Giuseppe Graviano - lo stesso che confidò a Spatuzza un presunto accordo con Berlusconi e Dell’Utri - fu arrestato a Milano insieme al fratello Filippo. E non scoppiarono più bombe. Oggi l’ex ministro Conso conferma che la revoca dei «41 bis» a novembre fu da lui decisa proprio «per vedere di frenare la minaccia di altre stragi». Aggiungendo di aver deciso «in assoluta solitudine». Ma con tutto il rispetto per la sua autorevolezza, è difficile immaginare che un insigne giurista come lui, di fronte a una scelta così delicata e dalle complesse implicazioni, non abbia ricevuto indicazioni o non si sia consultato con qualcuno. Conso fu nominato Guardasigilli il 12 febbraio 1993 a seguito delle dimissioni di Claudio Martelli, il ministro che aveva voluto al suo fianco Giovani Falcone e che la motte del 19 luglio ’92, poche ore dopo l’omicidio di Paolo Borsellino, firmò personalmente i decreti di trasferimento dei capimafia all’Asinara e Pianosa, ulteriore inasprimento del «41 bis» varato all’indomani della strage di Capaci.

Con lui alleggerimenti o revoche del «carcere duro» erano esclusi, mentre lo stesso giorno dell’insediamento di Conso, al comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza il capo della polizia Parisi espresse «riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario». Lo spiega l’allora direttore generale delle carceri, Nicolò Amato, in un appunto del 6 marzo ’93, in cui scrisse che pure il ministro dell’Interno Mancino aveva suggerito la sospensione per i detenuti degli istituti napoletani. E lo stesso Nicolò Amato non nascose le sue perplessità sul «carcere duro», fin dall’inizio della sua applicazione. Lo ricordano ancora oggi molti di coloro che lavoravano al ministero della Giustizia, e proprio Amato sarà il primo testimone chiamato dai pubblici ministeri di Palermo che indagano sulla trattativa fra Stato e mafia. Il 4 giugno del’ 93 Nicolò Amato fu improvvisamente e inaspettatamente rimosso dalla direzione delle carceri; al suo posto arrivò un magistrato già anziano, il settantenne Adalberto Capriotti. Affiancato da un collega più giovane e determinato nelle strategie antimafia, Francesco Di Maggio. Sfavorevole ad alleggerimenti di qualunque sorta.

Sull’agenda dell’allora colonnello Mario Mori - che nel ’92 aveva intavolato un confronto con l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino anche attraverso il figlio Massimo, divenuto controverso testimone nonché indagato di quella vicenda - alla data del 27 luglio ’93 è segnato un incontro con Di Maggio «per prob. detenuti mafiosi», e al 22 ottobre una nuova visita a Di Maggio, insieme al colonnello Ganzer. Su tutto questo indagava il pubblico ministero Gabriele Chelazzi, quando è morto nel l ’ aprile 2003. Da allora nessuno ha proseguito quell’inchiesta. Impervia allora e ancor più oggi che sono passati altri sette anni.

Giovanni Bianconi 


15 novembre 2010





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Debutta il primo treno privato Arenaways da Torino a Milano

Il Giorno


Una partenza tra le polemiche, perchè vengono presentati tre ricorsi: all’Antitrust, all’Ufficio di regolazione dei servizi ferroviari del ministero dei Trasporti e alla Commissione europea. Arenaways non accetta di non poter fare fermate intermedie


Il primo treno di un operatore privato Arenaways
Il primo treno di un operatore privato Arenaways

Milano, 15 novembre 2010


È partito alle 7.10 in punto dalla stazione torinese del Lingotto, diretto a Milano Porta Garibaldi il primo treno dell’operatore privato Arenaways. Ed è arrivato nel capoluogo lombardo addirittura con una decina di minuti di anticipo. A bordo circa una ventina di passeggeri, tra cui anche il fondatore e amministratore delegato della società alessandrina, Giuseppe Arena. Questa sera, invece, sul treno delle 18 in partenza da Milano faranno un viaggio, per testare il servizio, alcuni rappresentanti di una associazione dei consumatori. 

Arena ha detto: "Certo non è la partenza che avremmo voluto, visto che non possiamo effettuare fermate intermedie, ma infine ce l’abbiamo fatta. Dal punto di vista storico se non altro ci siamo guadagnati una paginetta nella storia delle ferrovie italiane. Perché oggi è la prima volta che sui binari delle nostre ferrovie presta servizio un operatore privato con carrozze di sua proprietà".

Però, una partenza tra le polemiche. Arenaways oggi stesso presenterà tre ricorsi: all’Antitrust, all’Ufficio di regolazione dei servizi ferroviari del ministero dei Trasporti e il terzo alla Commissione europea. Ad Arenaways non accettano infatti di non poter fare fermate intermedie nella tratta Torino-Milano. L’amministratore delegato della società ha spiegato: "Anche perchè i treni della Deutsche Bahn, che provengono dal Brennero, fanno fermate intermedie in Italia. E in quel caso la Regione Trentino non ha remato contro, perchè si tratta evidentemente di un servizio in più ai viaggiatori".

A bordo del treno è possibile anche fare la spesa: si ritira la scheda prenotazione prodotti nella carrozza con snack bar e minimarket, si fa la crocetta accanto ai prodotti scelti, si paga il conto e la borsa si ritira al ritorno in stazione. Si puo’ scegliere tra prodotti da forno, pasta, affettati, formaggi, ministre e passati, verdura, carni e dolci. "L’idea di dare la possibilità di effettuare la spesa a bordo - ha spiegato Patrizia De Bernardi, coordinatrice dei servizi sui treni Arenaways - ci è venuta perchè abbiamo visto, da una indagine effettuata, che la maggioranza dei pendolari è  single. Offriamo anche il servizio di lavanderia: si lasciano i vestiti e si ritirano tre giorni dopo sul treno o in tre punti in città".





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Inferno Shanghai, brucia grattacielo 8 vittime e c'è chi si butta giù

Il Mattino


SHANGHAI (15 novembre) - Sono almeno 8 le vittime dell'incendio scoppiato nel primo pomeriggio in un palazzo in rifacimento nel centro di Shanghai. L'edificio, di 28 piani, fa parte di un complesso di tre edifici, nel quartiere di Jing'an, che ospita per la maggior parte insegnanti, molti dei quali in pensione. Erano circa le 14,30 ora locale quando un incendio è scoppiato intorno al 10/o piano, per cause ancora da accertare. Nel palazzo vivono 156 persone. In quel momento nell'edificio c'erano pochi residenti e c'erano alcuni operai impegnati nei lavori di ristrutturazione dell'edificio. Il palazzo è da giorni completamente circondato da impalcature, sia di legno che di ferro, che sono servite ad alcuni residenti per mettersi in salvo.

Alcuni residenti si sono lanciati dalle finestre. Altre persone e diversi operai si sono invece riparati sul tetto del palazzo, da dove sono stati portati in salvo da tre elicotteri dei vigili del fuoco. Dopo tre ore di lavoro, 25 brigate dei vigili del fuoco e 61 autobotti sono riuscite a spegnere l'incendio fino al 20/o piano. In conferenza stampa, poco fa, le autorità di Shanghai hanno riferito che dei 90 feriti iniziali, la maggior parte è stata trattata per aver inalato troppo fumo, ma nessuno dei 50 ancora in ospedale, sarebbe in pericolo di vita.

Almeno 100, tra residenti e operai, sono stati tratti in salvo sia grazie agli elicotteri, mezzo importante in dotazione ai soccorritori in una città che conta oltre 15.000 grattacieli, che alle scale innalzate dai vigili del fuoco. Al momento non si conoscono le cause dell'incendio, ma alcuni testimoni hanno riferito alla televisione che a scatenare l'incendio sarebbero stati alcuni materiali da costruzione che hanno preso fuoco e lo hanno trasmesso all'intera struttura, provocando un enorme fumo nero visibile da diverse parti della città.

La polizia ha evacuato i palazzi intorno e chiuso l'intera zona, per permettere alle ambulanze e ai mezzi di soccorsi di raggiungere più facilmente il luogo dell'incendio. Il condominio, Teachers Apartments, ospita almeno 500 famiglie. Il forte caldo sprigionato dall'incendio, ha fatto scoppiare alcuni vetri dei palazzi limitrofi, interrotto l'energia elettrica e bloccato le connessioni internet.


 Inferno di Cristallo a Shanghai, riprese agghiaccianti
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Pickup si ribalta con decine di persone a bordo: è strage in Kenya

Il Mattino


NAIROBI (15 novembre) - Chi viaggia in Africa sa che quello di gremire i mezzi di trasporto è uno dei modi per spostarsi: nel vide girato da alcuni turisti su un pickup ci sono almeno 30 persone. A un certo punto il mezzo comincia a sbandare: l'autista tenta disperatamente di riprendere il controllo. Tutto inutile. Il pcjup si ribalta. E' una strage.

 Il video da YouTube



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Il gatto coraggioso mette in fuga l'alligatore

Il Mattino


NEW YORK (15 novembre) - Il gatto più coraggioso che ci sia non fa neppure un passo indietro al cospetto di un alligatore. Anzi, quando vede che il rettile non si smuove, avanza persino. Succede in Louisiana, il felino sfida un rettile e lo convince a tornare in acqua. L'alligatore chiama rinforzi e torna alla carica con un compagno ma l'indomito gatto non si arrende e costringe entrambi gli alligatori alla fuga. Imperdibile

 Il video da YouTube



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Dal 1953 il Quirinale ha escluso elezioni per una sola Camera

Il Mattino


di Claudio Sardo

ROMA (15 novembre) - L’ipotesi, o meglio la minaccia, di scioglimento della sola Camera vale, più che altro, come termometro della tensione politica. Berlusconi la agita anche per replicare a chi contesta che si presenti per la fiducia prima in Senato. Tuttavia lo scenario politico-istituzionale, delineato ieri dal Cavaliere, ha un contenuto così irrealista da apparire persino un segno di debolezza.

Lo scioglimento delle Camere, infatti, è una prerogativa che la Costituzione (art. 88) affida al presidente della Repubblica e non al presidente del Consiglio. E non ci sono dubbi che si tratti di un atto presidenziale esclusivo, benché condizionato alla consultazione preventiva dei presidenti delle due Camere (non del premier). E’ vero che il primo comma dell’art. 88 non esclude la possibilità dello scioglimento di una sola Camera, tuttavia non sembrano esserci ragioni logiche, sistemiche o istituzionali che possono indurre al voto anticipato nella sola Camera dove Berlusconi non dispone più di una propria maggioranza.

La Costituzione del ’48 prevedeva che la legislatura del Senato durasse sei anni e quella della Camera cinque. Ma proprio per evitare una compressione dei diritti degli elettori, Luigi Einaudi nel ’53 e Giovanni Gronchi nel ’58 decisero di sciogliere anticipatamente il Senato per far coincidere le elezioni dei due rami del Parlamento.

Cosa sarebbe successo infatti se la vecchia maggioranza fosse stata sconfessata nelle elezioni della sola Camera? Che una nuova maggioranza non avrebbe potuto governare, mantenendo la vecchia un’ipoteca sul Senato. Nel ’63 una legge di revisione costituzionale votata pressoché all’unanimità sanò l’anomalia e «perfezionò» ancor più il nostro bicameralismo. Si può dire che il precedente, fino a future riforme, sia così impegnativo da escludere di fatto lo scioglimento separato. Non è un caso che in oltre 60 anni si sia votato sempre insieme per Camera e Senato. Anche l’ultimo governo Prodi fu
sfiduciato in Senato, mentre disponeva di una maggioranza alla Camera: ma la chiacchiera dello scioglimento del solo Senato non ebbe mai la minima dignità istituzionale.

Peraltro, nello scenario delineato ieri da Berlusconi, bisognerebbe sciogliere la Camera e non il Senato. E va ricordato che, nel nostro sistema, solo per la Camera è chiamato a votare l’intero corpo elettorale (i giovani tra i 18 e i 25 non possono farlo per il Senato). Quindi, se mai si realizzasse una simile ipotesi, si arriverebbe all’assurdo che il corpo elettorale, nella sua composizione più ampia, sarebbe limitato nella libertà politica: anche se il premio di maggioranza scattasse infatti a favore della coalizione anti-Berlusconi, questa non sarebbe in grado di esprimere il proprio governo causa il Senato.

Finché sono solo parole, i fatti competeranno al Capo dello Stato. Diverso, e ben più inquietante, sarebbe invece il caso di resistenza del premier, cioè di un conflitto portato nel cuore del sistema costituzionale. Il decreto di scioglimento delle Camere è un atto che richiede la controfirma del presidente del Consiglio. Atto dovuto, secondo la dottrina. Ma se, nel caso di scuola, il premier si ostinasse nell’ostruzionismo, il presidente della Repubblica e/o il Parlamento sarebbero costretti a sollevare un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale. Ovviamente, la premessa di tutto ciò è il voto di sfiducia alla Camera, che comporta (art. 94) l’obbligo delle dimissioni per il presidente del Consiglio.

Il Capo dello Stato, per insediare un nuovo governo, deve avere la ragionevole aspettativa che questo esecutivo ottenga la fiducia in entrambe le Camere. Ma, se vedesse all’orizzonte un possibile conflitto sul decreto di scioglimento, nulla gli impedirebbe di far giurare comunque il nuovo premier. Precedenti in questo senso (presidenti del Consiglio inviati alle Camere con la previsione di un voto negativo e il mandato di «governo elettorale») non mancano.






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Fece un 13 milionario nel 1981, si perse la matrice. «Ora mi faccio giustizia da solo»

Corriere del Mezzogiorno


Un sessantenne di Martina Franca, dopo anni di ricorsi e di inchieste aperte, decide di passare a metodi «spicci»

Martino Scialpi
Martino Scialpi
TARANTO - «La magistratura punisca i responsabili o sarò costretto a farmi giustizia da solo». È ormai al limite della sopportazione Martino Scialpi, il sessantenne ambulante di Martina Franca (Taranto) che il primo novembre del 1981 realizzò un 13 al Totocalcio da oltre un miliardo di lire, ma non ha mai incassato la vincita perchè la titolare della ricevitoria smarrì la matrice della schedina. Da allora ha affrontato un calvario giudiziario che dura da 29 anni e, malgrado 23 anni fa il Tribunale di Taranto abbia attestato l’autenticità del tagliando, il Coni è tornato a contestare e a mettere in dubbio la genuinità della schedina. La vincita oggi varrebbe dieci milioni di euro oltre al risarcimento dei danni morali e materiali.

FUNZIONARI DEL CONI - Il commerciante ritiene che vi siano anche responsabilità di funzionari del Coni nella falsificazione di un documento sulla cessione dell’attività del ricevitore da un proprietario all’altro e quindi del rilascio della concessione (già dimostrata da una perizia disposta dal gip di Bari nel 2004). Per questo aspetto della vicenda è in corso un procedimento penale per frode processuale a carico degli ex vertici del Coni. Scialpi ha depositato anche una relazione del commercialista Luigi Perrini che certifica l’esborso di denaro che ha dovuto sostenere in questi anni per viaggi, spese legali e di cancelleria, quantificato in 383mila euro a partire dal 1987.

INCHIESTA SUI MAGISTRATI DI TARANTO - A luglio la procura di Potenza aprì un fascicolo di indagine sui magistrati di Taranto che nell’arco di oltre vent’anni si sono occupati della vicenda di Scialpi. L’apertura dell’inchiesta a carico dei magistrati tarantini risulta dal provvedimento con cui la stessa procura di Potenza, attraverso il pm Anna Piccininni ha trasmesso alla procura di Roma per competenza territoriale. Si tratta di atti relativi alla denuncia presentata dallo scommettitore nei confronti della titolare della ricevitoria, Maria Luisa Taiana, degli ex funzionari del Totocalcio di Bari Mario Bernacchia e Rocco De Vivo, degli ex segretari generali del Coni Mario Pescante e Raffaele Pagnozzi e del coordinatore degli affari giuridici del Coni Leonardo Zauli, per associazione per delinquere e altri reati. La denuncia di Scialpi si riferisce a comportamenti e dichiarazioni rese dai protagonisti della vicenda fino al 2005 e sostiene che i rappresentanti del Totocalcio hanno esibito un documento, inerente la cessione dell’attività di ricevitore da un proprietario all’altro e quindi del rilascio della concessione, risultato manipolato. A supporto di questa tesi Scialpi dispone di una doppia perizia grafica e merceologica. Tale circostanza, secondo Scialpi, farebbe scattare la responsabilità extracontrattuale del Coni.

L'INCHIESTA - Dopo che la procura di Potenza aveva trasmesso gli atti a Roma su una parte dell’indagine trattenendo per sè quella sui magistrati tarantini, la procura romana ha chiesto l’archiviazione nei confronti della titolare della ricevitoria e dei funzionari dell’ente olimpico. Scialpi ha presentato opposizione. «Sono stanco - disse già allora l'ambulante - di rincorrere una giustizia che non ha ancora fermato chi ha commesso o dichiarato il falso per impedirmi di incassare una vincita sacrosanta e che in passato ha creato una vera anomalia nel sistema giustizia italiano con poteri forti che hanno coperto le responsabilità del Coni».

UN MARE DI FOTOCOPIE - L’opposizione all’archiviazione è corredata da sei fascicoli e 8500 fotocopie che raccontano una odissea giudiziaria che si trascina da 29 anni. «Nel 1983 - osserva ora Scialpi - mi accusarono di aver cercato di truffare lo Stato, ma una perizia dimostrò che la schedina era genuina e che costituiva valido titolo per il pagamento della vincita. Poi sono emerse varie irregolarità amministrative nella concessione della ricevitoria da parte del Coni, che quindi avrebbe dovuto subito pagarmi». «Devono corrispondermi quella vincita, ne ho diritto - conclude oggi l'ambulante - dalle carte emergono gravi responsabilità, chiedo alla magistratura di fare finalmente giustizia». Altrimenti provvederà «a modo suo».


Redazione online
15 novembre 2010




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L'Oman e il nodo della successione

La Stampa


Il Sultano Qabus compie 70 anni, ma il Paese ancora non conosce il nome del suo erede





Da quarant’anni è il Sultano dell’Oman. Grazie a lui l’antico stato asiatico ha intrecciato relazioni internazionali, liberalizzato i giornali, creato università, costruito autostrade, aperto alberghi e centri commerciali. Il popolo gli è leale: «Siamo fortunati perché il nostro leader è onesto coi sudditi e il Paese», racconta Fahmi al Harthy, direttore dell’Oman Daily Observer . Ciononostante, Qabùs bin Said non è eterno. Questa settimana il monarca assoluto compirà 70 anni e ancora non si conosce il nome del suo successore. «Ciò provoca grande agitazione», commentano alcuni diplomatici.

Educato nell’Accademia militare britannica di Sandhurst, Qabus si impossessò del potere dopo aver rovesciato il padre Taymur. Con lui ebbe inizio quella che fu battezzata l’età del “rinascimento”. Grazie ai ricchi giacimenti di petrolio, l’Oman cominciò a intrattenere rapporti con l’Occidente, sviluppò la propria economia e migliorò i servizi pubblici: «Oggi anche le zone più remote del Paese possiedono ospedali, scuole, elettricità e acqua potabile», spiega Fahmi al Harthy.

Un terzo dei 3,2 milioni di abitanti è costituito da immigrati (tra questi ci sono 600 mila indiani e 200 mila pachistani). Il tema dei diritti umani resta un tabù, ma, assicurano fonti diplomatiche, gli stranieri riescono a integrarsi molto meglio qui che in altri Paesi della Penisola arabica. Inoltre, gli abitanti dell’Oman professano l’Ibadismo, un ramo particolarmente tollerante dell’Islam. Alle minoranze è infine garantito il diritto ad avere propri luoghi di culto e l’apertura al turismo ha favorito gli scambi culturali. «Facciamo le cose a modo nostro, non vogliamo essere una copia degli altri Paesi», insiste al Harthy.

L’Oman sembrerebbe così sulla strada giusta per la globalizzazione, ma il difficile nodo della successione potrebbe farlo precipitare in anni di guerra civile. Il rischio è che il risultato incerto scateni una lotta sanguinaria tra i membri della dinastia e i militari, provocando un blocco letale delle esportazioni di petrolio.



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Tv in lutto, morto il maestro Pregadio la spalla musicale di Corrado nella Corrida

Il Mattino



ROMA (15 novembre) - E’ morto stamattina dopo una breve malattia il maestro Roberto Pregadio. Lo annunciano i suoi familiari. Nato a Catania il 6 dicembre 1928 fu musicista, direttore d’orchestra e compositore, ma la celebrità gli venne dalla tv alla Corrida dove è divenne anche un personaggio


Roberto Pregadio, era nato a Catania il 6 dicembre del 1928 e dopo il diploma al Conservatorio di Napoli (in pianoforte), divenne pianista nell'Orchestra di Musica Leggera della Rai nel 1960. Accompagnò Claudio Villa in un famoso concerto alla Carnegie Hall di New York nel 1961. Alla fine degli anni '60 l'incontro con Corrado: fu la sua spalla storica alla Corrida, radiofonica e televisiva e divenne lui stesso un personaggio molto amato dal pubblico per i suoi commenti mimici alle esibizioni dei dilettanti allo sbaraglio, condividendo con Corrado una bonarietà molto venata di ironia e sarcasmo.


In radio ha lavorato in vari programmi, tra cui Tutta la città ne parla (con Turi Ferro), Le piace la radio?, Il microfono è vostro (presentato da Nunzio Filogamo). Negli anni '80 ha formato un sestetto di swing, il Sestetto Swing di Roma, con Franco Chiari al vibrafono, Baldo Maestri al clarinetto, Carlo Pes alla chitarra, Alessio Urso al contrabbasso e Roberto Zappulla alla batteria; il gruppo ha inciso per la Fonit-Cetra l'album Five Continents.


Quando Gerry Scotti ha ripreso nel 2002 la Corrida, morto nel '99 Corrado, il maestro Pregadio tornò in tv, su Canale 5. Ma nel 2009 con grande clamore, dopo ben 41 anni alla guida dell'orchestra del programma, decise di non parteciparvi più, dopo diverbi con la produzione e in particolare con la curatrice Marina Donati, la vedova di Corrado, che voleva affiancargli, vista l'età, il maestro Vince Tempera. Nonostante gli 'appelli' di Scotti, dispiaciuto per l'amarezza dell'anziano musicista, Pregadio lo scorso anno accettò di far parte del cast fisso dei Raccomandati di Carlo Conti su Raiuno.

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Caserta, dipendenti dell'Acms sabotavano i bus per favorire ditte private: 7 arresti

Il Mattino


CASERTA (15 novembre) - La Polizia Stradale di Caserta sta eseguendo dalle prime ore di oggi misure cautelari, emesse dalla magistratura di Santa Maria Capua Vetere, nei confronti di una cinquantina di dipendenti dell'azienda di trasporto pubblico Acms di Caserta, ritenuti responsabili a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla truffa mediante la falsificazione di cartellini marcatempo, al peculato, alla illecita concorrenza per aver favorito altre ditte del trasporto privato operanti sul territorio, del sabotaggio di automezzi di servizio, di furto continuato di carburante e di turbativa d'asta. Per alcune persone sono stati disposti gli arresti domiciliari, per altre il divieto di dimora, altre ancora risultano indagate.

La Polstrada sta eseguendo, inoltre, il sequestro preventivo di beni e strutture di 9 aziende di trasporto private del casertano, che risultate beneficiarie della truffa. I mezzi pubblici sabotati la sera dai dipendenti - hanno spiegato gli investigatori - venivano sostituiti, la mattina seguente da quelli delle ditte private coinvolte nelle indagini.




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Romeno pestato, caso in Parlamento I carabinieri: «Da noi nessuna denuncia»

Corriere della sera

Il deputato Melis ha annunciato un'interrogazione urgente. Il comandante Dell’Agnello: «Aggressione fulminea non abbiamo fatto in tempo a intervenire»


ROMA - Pestato sotto gli occhi dei carabinieri dall’autista di un carro attrezzi. Sul caso di Mihai M., il romeno di 62 anni aggredito un mese fa a Fabrica di Roma, oggi sono attesi i primi atti d’indagine. L’uomo, che si è sentito vittima di «discriminazione in quanto romeno», ha presentato denuncia alla Procura di Viterbo tramite l’avvocato Giancarlo Germani, consegnando al magistrato anche un video di 5 minuti che documenta il pestaggio. «È stata un’aggressione fulminea, durata 5-10 secondi, i carabinieri non hanno avuto modo di intervenire anche perché stavano facendo il verbale per il precedente intervento. E comunque a noi non è arrivata alcuna denuncia da parte del cittadino romeno», ha detto il comandante provinciale di Viterbo, Gianluca Dell’Agnello. La lite era iniziata per un divieto di sosta. Il deputato Guido Melis, presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Romania, ha annunciato un’interrogazione urgente ai ministri della Difesa e dell’Interno «per fare chiarezza». Episodio «di una gravità intollerabile» per Umberto Marroni, capogruppo del Pd in Campidoglio.

Fabrizio Peronaci
15 novembre 2010

Tariffe, a Milano l'acqua costa meno È Cagliari la più cara per i rifiuti

Corriere della sera


Firenze, Genova e Bari i comuni in cui l'acqua costa di più




MILANO - Milano è tra le città più convenienti per il costo dell'acqua: una famiglia tipo di 3 persone spende annualmente nella città della Madonnina meno di un terzo di quanto paghi un analogo nucleo familiare a Firenze. Mentre per i rifiuti a Cagliari si spende 2,5 volte quanto si sborsa a Campobasso. Sono alcuni dei risultati che emergono dal monitoraggio ancora in corso sulle tariffe locali condotto dall'Osservatorio «Prezzi e Mercati» di Indis, Istituto dell'Unioncamere specializzato nella distribuzione, che fornisce un'idea chiara dei differenziali di spesa e di andamento da un territorio all'altro.
LE CIFRE - Il monitoraggio, che è ancora in corso, si concentra sugli anni 2008/2009 e riguarderà circa 50 capoluoghi di provincia, che rappresentano circa il 30% della popolazione complessiva. Fra i principali capoluoghi di regione ad oggi monitorati - spiega la nota - Cagliari, Milano e Palermo sono le città in cui le famiglie pagano le tasse per i rifiuti solidi urbani più elevate. Firenze, Genova e Bari quelli in cui l'acqua costa di più. I dati mostrano che, per quanto riguarda la tariffa dei rifiuti solidi urbani pagata dalle famiglie, la variazione del 4,6% rilevata dall'Istat nel 2009 sintetizza tassi di crescita delle diverse città compresi tra il -1% e il +57%. In termini di livelli, la spesa per una famiglia tipo composta da tre componenti varia sul territorio con un rapporto da 1 a 2,5, dal valore più basso, pari a 130 euro annui, di Campobasso fino al più alto, pari a 330 euro, di Cagliari. Anche sull'acqua potabile le differenziazioni territoriali sono ampie. La variazione del 5,9% rilevata dall'Istat nel 2009 sintetizza tassi di crescita compresi tra il -13% e il +33%.
PER FAMIGLIA - In termini di livelli, fra i capoluoghi di regione la spesa per una famiglia tipo composta da tre componenti varia sul territorio con un rapporto da 1 a 4, dal valore più basso, pari a 81 euro annui, di Milano fino al più alto, pari a 317 euro, di Firenze. Per quanto riguarda, infine, le tariffe pagate dalle utenze non domestiche (pmi) si riscontrano sul territorio differenze ancora più ampie. Su 96 capoluoghi di provincia, per un profilo tipo di un albergo, ad esempio, la tariffa dei rifiuti solidi può variare dai 1.000 euro l'anno fino a 16.000, con un rapporto di 1 a 15. Per la tariffa dell'acqua potabile la spesa oscilla dai 7.000 euro l'anno fino a 38.000, con un rapporto di 1 a 20. Ecco di seguito le due tabelle sulle tariffe dei rifiuti e dell'acqua potabile (spesa annua tutto compreso per famiglia di tre componenti nel 2009).

(fonte: Ansa)




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D’Avanzo: le bufale del segugio di Scalfari Se i veri killer danno a Feltri del sicario

di Stefano Filippi



La firma di punta di Repubblica s’è specializzata in pettegolezzi e teoremi anti Cav: un lungo elenco di balle spacciate per verità. Se i veri killer danno a Feltri del sicario / Massimo De' Manzoni
La rabbia per il bavaglio a Feltri:"Aboliamo l'ordine dei censori". La solidarietà dei lettori



 

Una monocroma assemblea di sepolcri imbiancati ci sta spiegando che quando parliamo delle lenzuolate di Giuseppe D’Avanzo discutiamo di Pulitzer mancati. Nell’assembramento eccelle il commissario Davanzoni medesimo (copyright Dagospia), tornato a dispensare la sua «prosa truculenta» (copyright Antonio Polito) come verbo rivelato. Anche ieri egli si è lanciato in un’intemerata contro Vittorio Feltri e la «macchina del fango» del Giornale, buon secondo dopo l’esternazione televisiva di Eugenio Scalfari che di Feltri auspica la radiazione e del nostro quotidiano la chiusura. A corredo dell’articolessa che occupava un’intera pagina interna più un francobollo in prima, D’Avanzo ha piazzato una foto con la seguente didascalia: «Il falso del Giornale sul caso-Boffo».

Tuttavia l’immagine riproduceva un titolo di Libero. Peccato veniale, di fronte al suo vasto curriculum di cantonate.
Polito, che lo conobbe cronista a Napoli e lo ebbe collega a Repubblica, lo inquadra così: «Uno che una volta trovava notizie di prima qualità e ora passa il tempo a fabbricare teoremi». L’ultimo sforzo teoremico è stato la ricostruzione del dossier che non esiste: quello che Il Giornale avrebbe fabbricato su Emma Marcegaglia.

Non l’hanno trovato neppure i carabinieri, ma il principe dei segugi sì. Il suo ragionamento è il seguente: la mancata smentita di Berlusconi ne convalida l’esistenza. Il suo silenzio «conferma come dietro le aggressioni del suo giornale ci sia sempre la sua volontà». Con lo stesso sillogismo malato, D’Avanzo aveva teorizzato che sempre Berlusconi avesse incastrato Marrazzo, perché non riuscendo a piazzare a nessuno il video con le trans-prodezze aveva tentato di venderlo all’ex governatore stesso, e quindi il Cavaliere doveva essere condannato come ricettatore.

E che dire dell’omicidio di Mauro Rostagno? D’Avanzo assieme ad Attilio Bolzoni firmò un libro per la berlusconiana Mondadori intitolato «Rostagno: un delitto tra amici», nel quale gli assassini erano Francesco Cardella e la compagna Chicca Roveri, a lungo rinchiusi in carcere su richiesta del pm Antonino Ingroia di cui il volume era specchio fedele. Indagini successive chiarirono che quello fu un delitto di mafia, ma la ritrattazione della strana coppia non è pervenuta. Oggi però Davanzoni scrive di «assassinio mediatico di Dino Boffo» compiuto da Feltri, e sbaglia due volte: primo perché Feltri ha rettificato la parte errata della notizia, secondo perché Boffo è ancora vivo e lotta insieme a noi dirigendo con merito la tv dei vescovi.

Il divieto di rettifica per D’Avanzo è un’abitudine. Capitò anche quando, con Carlo Bonini, pubblicò una serie di interviste sul caso Mitrokhin: egli garantì che i colloqui erano «on the record», cioè registrati su nastro, mentre erano stati soltanto stenografati e poi trascritti in bella copia per Repubblica. E quando gli interessati chiesero di stampare smentite e precisazioni, furono ignorati.

Ma il fustigatore dell’«Italietta del quieto vivere» non va troppo per il sottile. Nel 1989 squalificò come «frollato» e «piccolo uomo sbriciolato dall’invidia e dalla gelosia» il magistrato palermitano Alberto Di Pisa (ora procuratore capo di Marsala) additandolo come il «corvo» della procura siciliana. Era invece innocente anche lui, come il lapidato Cardella. L’anno scorso fu addirittura Roberto Saviano a smentire le ricostruzioni davanzonesche sulla strage di Castelvolturno, che ipotizzavano prima un’azione razzista e poi una vendetta sui «neri che chiedono più Stato», mentre si trattava di un feroce regolamento di conti tra la camorra dei casalesi e la mafia dei nigeriani.

Ultimamente la sua specialità sono le minorenni. Ruby è storia recente, con una fiction romanzesca sbattuta in prima pagina (compreso il nome della minore) smentita dagli sviluppi investigativi mentre ancora bruciava la ferita dello scoop del Fatto quotidiano: il commissario Davanzoni lamentò che l’inchiesta fosse stata compromessa «da un’accorta fuga di notizie». Un’arte di «casa Repubblica» nella quale egli è maestro e vorrebbe restare incensurato detentore unico.

Il meglio di sé lo diede con Noemi Letizia e il tormentone delle dieci domande a Berlusconi, dal quale voleva sapere se fosse malato, quanto e come lo faceva, se toccava le carni fresche delle fanciulle e altre faccende di Stato. Uno dei suoi testimoni chiave fu Gino Flaminio, fidanzato-accusatore della ragazza, un tipino che aveva sulle spalle una condanna per rapina taciuta da D’Avanzo, il quale però lo assolse quando la faccenda si riseppe: sarebbe stato ingiusto «screditare un ragazzo per la sua unica colpa».

Sacrosanto. Fece altrettanto con Di Pietro e il figlio, scagionandoli immediatamente quando finirono nell’inchiesta napoletana sul procuratore Mario Mautone. Purtroppo lo stesso metro misericordioso non viene applicato con chi la fedina penale ce l’ha immacolata. Il Giornale, tanto per non far nomi, che sarebbe «un letale dispositivo di potere che si alimenta di menzogne distruttive», «una storia di sicari» che ammazza Boffo e addirittura si permette di «scuotere la tomba» di quel contribuente modello che fu l’avvocato Agnelli. «Il lavoro pubblicitario di un giornalismo servile»: mai auto-definizione è stata più azzeccata.



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Assenteismo alla Asl: per visitare pazienti "privati" e a pagamento

Corriere della sera

Ventiquattro arrestati e 45 indagati. Provocavano lunghe liste d'attesa nel servizio pubblico


Brindisi

MILANO - I Carabinieri del NAS di Taranto stanno eseguendo 24 provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di medici, infermieri, tecnici di radiologia, impiegati amministrativi ed addetti alle pulizie, tutti dipendenti o convenzionati con la ASL di Brindisi, responsabili di truffa aggravata e continuata in danno del Servizio Sanitario Nazionale. I destinatari delle misure facevano smarcare il proprio cartellino marcatempo ai colleghi o a persone estranee, assentandosi arbitrariamente dal luogo di lavoro, per dedicarsi ad incombenze personali ovvero per svolgere attività sanitaria privata. Nella stessa operazione sono indagate altre 45 persone per analoghi reati.
LE ASSENZE CONTAGIOSE - Le assenze dei dipendenti dell'Asl di Brindisi assenteisti si sono riflesse «sull' efficienza di quel presidio pubblico». Lo rilevano gli investigatori sottolineando che la struttura sanitaria, «nel disattendere le alte funzioni socio-assistenziali demandate, ha progressivamente eluso le richieste di esami diagnostici in tempi ragionevoli». Ciò ha determinato «la migrazione degli utenti verso strutture convenzionate con conseguenti incidenze finanziarie sul Servizio sanitario nazionale, ovvero il ricorso a professionisti privati con aggravi economici per i singoli pazienti». Le persone raggiunte dalle misure cautelari sono quattro medici, nove infermieri, un tecnico radiologo, otto impiegati e due addetti alle pulizie. Successivamente alla prima fase dell'indagine, sono state eseguite ulteriori verifiche che hanno permesso di accertare, oltre alla persistenza delle condotte illecite, il propagarsi delle violazioni ad altri dipendenti per nulla dissuasi dalla pubblicazione sulla stampa locale di alcune notizie riguardanti casi di assenteismo. Il malcostume ha di fatto inciso sull'efficienza del presidio pubblico che, nel disattendere le alte funzioni socio-assistenziali demandate, ha progressivamente eluso le richieste di esami diagnostici in tempi ragionevoli, determinando la migrazione degli utenti verso strutture convenzionate con conseguenti incidenze finanziarie sul sistema sanitario nazionale, o il ricorso a professionisti privati con aggravi economici per i singoli pazienti.

15 novembre 2010




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Caso Ruby, la Pm dalla Annunziata fa la martire in tv. Ma non spiega

di Luca Fazzo



Smentita da Viminale, Questura, Procura e da un fax scovato dal Giornale che prova che sapeva dell’affido. Lei però insiste: "Mai dato l’ok"



 

Milano Annamaria Fiorillo non molla. Catapultata sulla ribalta del «Rubygate» - l’inchiesta sui rapporti tra la giovane marocchina Karima El Mahroug, alias «Ruby Rubacuori», e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - la dottoressa Fiorillo pare abbia deciso di difendere a tutti i costi la sua versione dei fatti. E ieri va in televisione a ripetere la sua verità: pur sapendo di rischiare un procedimento disciplinare, visto che il suo capo, il procuratore Monica Frediani, le ha appena scritto una lettera per ricordarle che non è consentito ai singoli pubblici ministeri andare a parlare dei loro fascicoli ai mezzi di informazione. Ma la Fiorillo insiste: la notte del 27 maggio scorso - dice ieri nel corso di «In mezz’ora», il programma di Lucia Annunziata - non ho affatto autorizzato l’affidamento di «Ruby» alla consigliera regionale Nicole Minetti. Per me, dice, la ragazzina doveva andare in comunità. Fine. Quel che è avvenuto dopo è accaduto contro le mie disposizioni.

La pm Fiorillo ha parole severe per tutti quelli che dicono il contrario: a partire dal ministro degli Interni Roberto Maroni («parla per ragion di Stato»), per la commissaria Giorgia Iafrate («era molto rigida, come se non potesse fare e dire altro»), per i vertici della questura («hanno fatto quello che volevano loro»). Ma ha anche qualche accenno di autocritica. «Forse quella notte avrei dovuto insistere di più, avrei dovuto chiedere alla Iafrate di passarmi i suoi superiori», ammette. E soprattutto si rimprovera la prima relazione che lei stessa ha inviato ai suoi superiori, quella in cui sembrava non avere ricordi precisi di quanto accadde alla fine: «Scrissi: non ricordo di avere autorizzato l’affidamento della minore. E forse avrei dovuto scrivere: ricordo di non avere autorizzato l’affidamento».

La differenza è sostanziale: tanto che Lucia Annunziata definisce quel «non ricordo» della dottoressa «la corda con cui la stanno impiccando». Ora, invece, la memoria della Fiorillo si è fatta più precisa. «Quella notte ho dato le disposizioni che avrebbe dato qualsiasi magistrato - ha spiegato Fiorillo - effettuare i rilievi dattiloscopici, identificare cioè la minore perché non aveva documenti e affidarla a una comunità protetta. In caso di mancanza di posti in comunità, come mi venne detto quella sera, di trattenerla in Questura fino alla mattina dopo, per poi riprendere la ricerca dei posti in comunità».

Si potrebbe ricordarle che ormai a dire che quella note non fu violata nessuna regola non ci sono solo il ministro e i poliziotti, ma anche la magistratura. C’è il procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati, che ha già chiuso con il filone di indagine relativo alla notte del 27 maggio accertando la «regolarità delle procedure». E c’è ancora prima il tribunale dei minorenni, che già il 2 luglio scorso - come ha rivelato il Giornale - aveva scritto che l’affidamento di «Ruby» alla Minetti era avvenuto «sentito il pm». Ma a questo la super ospite televisiva non risponde. Insomma, la dottoressa Fiorillo appare quasi isolata anche all’interno della sua categoria. Ma questo non sembra spaventarla: «Sono una persona comune che ricopre un ruolo importante», dice, con il suo orgoglio di donna che solo a 47 anni è riuscita a coronare il sogno di fare lo stesso mestiere del padre, anch’egli pretore a Milano. E se questa sua battaglia solitaria dovesse costarle qualche rogna, non si tirerà indietro. Chiede la giornalista: teme di fare la fine di Clementina Forleo? «L’ho messo in conto. Ma ci sono cose più grandi che dobbiamo seguire».




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Lo show di Rai3: Fini, Saviano e la banalità della lista faziosa

di Vittorio Macioce



"Vieni via con me" rilancia l'ultima dittatura radical-chic: fare elenchi su tutto. Stasera anche i leader di Fli e Pd si sottoporranno al gioco




Non lo sapevamo, ma eravamo tutti piccoli geni. Quando giocavi a «nomi, cose, città, fiumi, animali» stavi in realtà scrivendo la televisione del futuro, quella colta, bella, geniale, nuova, pulita, post post moderna, etica, impegnata, futurista, l’ultima frontiera contro le invasioni barbariche. Il segreto era tutto lì: liste, elenchi, tassonomie, erudizione, nozionismi, definizioni. E tu che pensavi che perfino Linneo fosse un po’ noioso con quella storia di voler catalogare l’universo mondo. Invece no. Fazio e i suoi amici ci hanno fatto capire che per essere davvero moderno devi saper snocciolare, o almeno leggere, la lista di qualsiasi stronzata ti venga in mente. Dalle più comuni definizioni di Roberto Saviano (un autore di successo, un eroe, un pazzo, un impostore, un vile, un porco, un professionista dell’antimafia, un sex symbol, un messia, il papa straniero) alle sorprese dell’ovetto Kinder (Coccodritti, Ranoplà, Miaogizi, Happypotami, Tartallegre, Hamantaro, piccoli criceti e così via). A quest’ultima Fazio ancora non ci ha pensato, ma ci arriverà. Magari la farà leggere a Bondi.
Il nuovo vate del pensiero italiano spiega che questo metodo innovativo, che risale più o meno a Omero, ma Fazio ne verrà informato la prossima volta che vede Umberto Eco, ti narra la realtà che stiamo vivendo, ti svela marcio e virtù di questa Italia derelitta ma non ancora dannata. Tu fai le liste e il mondo diventa più bello. Non importa se Giorgio Gaber aveva già preso in giro i teorici delle liste binarie: la doccia di sinistra, il bagno di destra. Non importa se questi elenchi ricordano i maiali della Fattoria degli animali: quattro gambe buono, due gambe cattivo. Questo è il futuro e così sia. Uno guarda i geni e sta zitto, mica può anche pretendere di capire.
Il guaio è che questa storia delle liste sta diventando una mania. Ti fermi all’autogrill, ordini un caffè e senti qualcuno che sta declamando tutti i nomi dei panini in vendita: Rustichella, Ischia, Camogli, Ghiotto, Icaro, Ulisse, Rimini. Vai allo stadio e ti becchi le generalità dei più famosi e sciagurati mangiagol degli ultimi quarant’anni: Calloni, Chiodi, Muraro, Luther Blisset, Hakan Sukur, Ian Rush periodo bianconero, il Pandev di qualche giorno fa. Vai in farmacia e la farmacista si sbizzarisce sulle marche delle pillole anticoncezionali: Arianna, Armonet, Belara, Yasmin, Fedra, Dueva, Estinette, Gracial, Miranova, Ginoden, Minulet, Loette. Insomma, sarà pure il massimo della cultura, ma questa listmania sta diventando un incubo.
Adesso ci dicono che anche Bersani e Fini andranno a leggere la loro lista. Tutte le case che Fini ha affittato al cognato? Ma no, che avete capito. Siete i soliti beceri. Questa è roba seria. I due si eserciteranno nel mettere in colonna i valori della destra e della sinistra. Ed è un evento mondiale. Così finalmente possiamo sapere, ancora una volta rispondendo a Gaber, dove stanno la destra e la sinistra. È una cosa definitiva. Non l’hanno mai fatta neppure a New York, dove pure questo tipo di letture colte, dicono, stia spopolando alla grande. Da oggi in poi se tu dici che tacco a spille e minigonna sono di destra sei un eretico. E a sinistra va bene solo se sei anagraficamente uomo.
Capite che è un problema. Se le tue idee sono fuori dalla lista sei fottuto. Non hai patria. Sei un qualunquista, un bastardo, uno da radiare. Fazio potrebbe accusarti, citando addirittura Francesco Bacone che di queste cose se ne intende, che il tuo pensiero è un rimasuglio medievale e anti scientifico. Oppure potrebbe non riconoscerti come cittadino della dialettica hegeliana, che solo per caso secondo Popper era alla base del totalitarismo storicista. Il discorso è che se non rientri nella lista non sei nessuno. Fuori, peggio di una nota a piè di pagina.
L’ultima speranza per chi non sta né con Fini e né con Bersani è vendicarsi con Mastro Gioacchino Belli, che sugli elenchi era più bravo e gustoso di loro, snocciolando la Madre de le sante. «Chi vò chiede la monna a Caterina, Pe ffasse intenne da la gente dotta, Je toccherebbe a dì: vurva, vaccina. E dà giù co la cunna e co la potta. Ma noantri fijacci de miggnotta dimo cella, patacca, passerina, spacco, fissura, bucia, grotta, fregna, fica, ciavatta, chitarrina. Sorca, vaschetta, fodero, frittella, Cicia, sporta, perucca, varpelosa, chiavica, gattarola, finestrella...».




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Da Montecarlo ai Parioli: An ha buttato via soldi

di Redazione

L’ex senatore di An, Ettore Bucciero, denuncia il caso di un altro immobile di pregio ereditato dalla contessa Colleoni: l'appartamento è di 300 metri quadrati e potrebbe fruttare 7mila euro al mese di affitto. "Vale un patrimonio, il partito lo ha lasciato inutilizzato"

 
 
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Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Montecarlo, e non solo. Alleanza nazionale presieduta da Gianfranco Fini ha avuto in mano, in questi anni, un appartamento situato in una delle zone più esclusive di Roma. Invece di affittarlo o venderlo (oggi vale minimo due milioni di euro) lo ha abbandonato a se stesso facendo perdere al partito una montagna di soldi. Milioni di euro. L’immobile rientrava nella donazione della contessa Anna Maria Colleoni al partito di via della Scrofa, e faceva parte del medesimo «stock» della casa del Principato in uso al cognato del presidente della Camera, Giancarlo Tulliani. Di questo locale ambitissimo, e delle «perdite» economiche, parla al Giornale Ettore Bucciero, ex senatore barese di An, che dopo aver seguito la vicenda monegasca dei Tullianos, ha deciso di raccontare quest’altra stupefacente storia immobiliare con protagonisti i «soliti noti». Una storia che s’intreccia, giust’appunto, con quella dell’appartamento in Boulevard Princesse Charlotte 14 e che spiegherebbe anche perché l’ex tesoriere di An, Francesco Pontone, avrebbe rilasciato false dichiarazioni ai pm romani raccontando di essere entrato nella casa di Montecarlo quando molti altri testimoni, sempre a verbale, l’hanno brutalmente smentito.

Cominciamo dall’inizio. L’immobile romano di cui parla Bucciero si trova ai Parioli, nell’elegante via Paisiello. È grande: 13 vani, quasi 300 metri calpestabili. Valore al metro quadro: 8-10mila euro, mentre per l’affitto, una casa così, cinque agenzie immobiliari della zona consultate dal Giornale stimano - per difetto - una cifra vicina ai 6-7 mila euro al mese. Moltiplicati per nove anni fanno un cifra di tutto rispetto che An non ha mai incassato perché, tranne che per un primo, breve periodo, quella casa è rimasta lì, ferma, abbandonata per anni, com’è tutt’ora. «Ricordo che gli inquilini restarono lì ancora qualche mese - dice il senatore Pdl Antonio Caruso - poi non rinnovarono e lasciarono l’immobile. Provai a piazzarci la sede legale e di rappresentanza del Pdl ma nel partito mi dissero che non era possibile perché era in cattive condizioni».

La solita, bizzarra, scusa. Come a Montecarlo. Il partito non vende perché le mura sono sporche e il parquet è saltato qua è là. «Nell’elenco delle prossime cose da fare - prosegue Caruso - il senatore Franco Mugnai (successore di Pontone al comitato di gestione, ndr) ha in cantiere proprio la soluzione dell’inutilizzata abitazione via Paisiello che è ancora a bilancio». Bucciero la prende alla lontana: «Quando morì la Colleoni andai con Pontone a prendere possesso della casa di via Paisiello, su due piani, ai Parioli. Un appartamento bellissimo. La casa, quando entrammo, era abbandonata a se stessa nonostante fosse stata abitata fino a poco tempo prima. Ricordo che invitai l’autista del partito, Benito, a rimediare un paio di guanti in lattice per sollevare documento e fotografie. La contessa ci campava bene con quell’affitto. Ero interessato a vedere se tra i ricordi della contessa vi fossero foto o scritti del partito - insiste Bucciero - perché era mia intenzione scrivere un libro sulla storia del nostro movimento».

Scoppiato il caso dell’immobile di Montecarlo («che Pontone mi impedì di andare a vedere nonostante le mie ripetute insistenze») Bucciero apprese «con rammarico» che anche la casa di via Paisiello era stata gestite male: «Nessuno ha approfondito il danno che gli amministratori del partito hanno fatto al partito stesso, evitando di affittare o vendere quell’immobile. Trecento metri quadrati a 10mila euro al metro, ma facciamo anche la metà, avrebbero fruttato fior di quattrini. Dopo Montecarlo, un’altra stranezza».
Bucciero non nasconde di essere rimasto sorpreso dal comportamento passato e presente di Pontone: «Non capisco perché non l’ha venduto come ha venduto tutto il resto dell’eredità Colleoni, Montecarlo esclusa. Non capisco perché, nel 2006, dei “vecchi” il partito salvò soltanto lui e costrinse gente come me, che aveva avuto il record delle preferenze, di destra e di sinistra, a lasciare spazio ai “giovani”. Non capisco perché ha detto di essere entrato nella casa di Montecarlo con il senatore Caruso, quando questo non è risultato vero. Non capisco, dunque, perché ha parlato di casa fatiscente non avendoci mai messo piede dentro. Forse, chissà, ha mischiato i ricordi di via Paisiello con quelli, riferiti da altri, di Montecarlo. Non capisco perché si comporti così, lui che è sempre stata una bravissima, onesta, e retta persona».
(ha collaborato Luca Rocca)




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Califano ci ripensa: sui soldi ci sputo, sto bene e non ho bisogno di niente

Il Messaggero




ROMA (14 novembre) - Franco Califano fa dietrofront: «Non ho mai chiesto la legge Bacchelli. Non ho bisogno di niente. Chi mi conosce sa che sui soldi ci ho sempre sputato». Invitato a parlare a Domenica Cinque dall'amica Barbara d'Urso, il "Prevert di Trastevere" smentisce di aver chiesto un sussidio statale, come invece aveva raccontato al Corriere della sera e al Tg1.

Seduto sul divano della sua casa romana («pago l'affitto, non ho una casa mia»), dice: «Sto bene, a parte le vertebre che mi impediscono di muovermi. Ho il busto. Cinque mesi sono caduto dalle scale. Sono stato a letto per tre mesi». Prima di entrare nel vivo della polemica di cui è stato protagonista, il cantautore romano parla dei suoi rapporti sentimentali: «L'80 per cento dei rapporti sono ipocriti. Io invece prendevo e me ne andavo. Ho sempre lasciato le case alle mie ex compagne». Poi sorprende la D'Urso: «La donna incinta? È il massimo. Mi ha sempre fatto impazzire. Ora diranno "Califano, 'sto zozzone!". Ma io non sono capace di fare la persona perbene finta».

Poi il dietrofront: «Non ho chiesto nulla. Una sera si parlava di case, di chi ce l'aveva e chi no. Ero l'unico che a non averla, e mi ero appena fratturato le vertebre. Potevo anche non poter cantare e lavorare più. Quattro amici hanno pensato di aiutarmi facendo di testa loro. Ma io i soldi di altri non li voglio, potrei anche smettere di lavorare oggi e campare altri 20 anni senza chiedere niente».

Immediata la reazione dei giornalisti in studio, che citano un suo intervento radiofonico in cui diceva il contrario: «Fatemelo sentire. Io la legge Baccelli - dice storpiandone il nome - l'ho conosciuta in questa occasione. Non ho mai detto di essere povero. Il giornalista che l'ha scritto ha scritto un sacco di fesserie». E poi: «Adesso io dichiaro che non voglio nulla. E se ho detto qualcosa di sconveniente, posso aver sbagliato e chiedo scusa».
Commentando poi le accuse dei fan di aver sperperato i suoi soldi, osserva: «Chi mi conosce sa che sui soldi ci ho sempre sputato». A quel punto entra in studio Isabella Biagini, ex bionda della tv anni Sessanta caduta in disgrazia, che esordisce: «Ce vogliono portà all'ospizio, ma noi siamo anime libere». Amica di Califano, ricorda di quando il cantautore accudiva sua figlia piccola. Racconta: «Ho la pensione ma ho lavorato fino a 30 anni fa. Ho provato a chiedere la Bacchelli ma hanno fatto orecchie da mercante. Comunque non la merito, non sono un'artista al livello di Califano». Lo difende: «Lui è sempre stato generoso, ha sistemato tanta gente e non l'ha mai detto. È una persona perbene, ha un cuore così». «L'unica persona che mi conosce veramente è Isabella e la ringrazio veramente di cuore», interviene Califano, che conclude: «Mi vogliono mettere in casa di cura. Ho regalato tanti di quei soldi, e ora sono sotto processo. Sono odiato perchè ho successo e finchè sarà così, i titoli dei giornali saranno sempre inventati».

«Dammi i soldi a me», gli chiede la Biagini: «Una mano te la posso dare. I soldi della Bacchelli dateli alla mia amica Biagini». La quale tra gli applausi commenta: «No grazie, voglio fare la fame, ma essere libera».





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Governo, il giorno del “trasloco” finiano Urso: voteremo per Camera e Senato

Il Messaggero





ROMA (15 novembre) - E’ il giorno del trasloco, così come lo avevano promesso da giorni: i ministri di Futuro e Libertà lasceranno il governo. Gli scatoloni sono pronti così come libere le menti che guardano oltre il governo Berlusconi. «Finalmente abbiamo le mani libere per fare la nostra politica», è lo stato d’animo prevalente fra i finiani. «Non vedevo l’ora» osserva il sottosegretario all’agricoltura Bonfiglio. E anche il vice-ministro Urso commenta: «Da oggi c’è soltanto il partito». La pattuglia di dimissionari è completata dal sottosegretario Menia e dal ministro alle politiche europee Andrea Ronchi.

Le dimissioni tecnicamente saranno presentate questa mattina: il ministro scriverà al presidente della Repubblica e al capo del governo, i vice-ministro e i sottosegretari rivolgeranno le dimissioni ai titolari dei loro dicasteri e al premier. «In un Paese in cui nessuno si dimette mai - dice Carmelo Briguglio - vedere quattro membri dell’esecutivo che vanno via tutti insieme non è una cosa da ogni giorno».

Urso: Berlusconi arroccato. «Determineremo la crisi politica per aprire una nuova stagione. Magari con un nuovo governo di Centrodestra. Berlusconi è arroccato su posizioni lontane dai problemi della gente. Il dibattito su questa fase politica deve iniziare alla Camera dove è stata presentata una mozione di sfiducia. Se arriveremo al voto, state tranquilli, si voterà per la Camera e il Senato».

Lo scioglimento della Camera. L’idea del premier di sciogliere solo la Camera dei deputati sembra aver irritato il Quirinale che ha questa prerogativa al contrario del capo del governo. Ipotesi che anche i finiani bocciano. «Votare solo per la Camera? E una previsione che non ha alcun senso. Berlusconi lo propone solo per tranquillizzare i senatori», dice Italo Bocchino.




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Russia, il massacro dei reporter scomodi

La Stampa


Già 8 giornalisti uccisi nel 2010.
E i pestaggi sono sempre più frequenti






MARK FRANCHETTI
MOSCA

Il filmato offuscato girato da una telecamera di sicurezza mostra Oleg Kashin, stimato giornalista di uno dei migliori quotidiani russi, mentre rincasa a piedi. È sabato sera, il 6 di novembre. Un uomo che porta un mazzo di fiori improvvisamente si ferma di fronte a Kashin e gli sferra un pugno sulla faccia, facendolo cadere a terra. L’aggressore poi tira fuori una spranga di ferro nascosta tra i fiori mentre un altro uomo lo affianca e inchioda a terra il giornalista. Seguono almeno 40 colpi assestati selvaggiamente con la spranga. L’aggressore colpisce Kashin metodicamente e brutalmente su tutto il corpo. Priva di ogni possibilità di difendersi, la vittima viene abbandonata esanime in strada. (http://www.lifenews.ru/news/42779)

A una settimana dal feroce attacco, Kashin, che aveva apertamente criticato alcuni funzionari russi e aveva scritto in merito alla controversa proposta di abbattere una foresta per costruire una redditizia autostrada per San Pietroburgo, si trova in coma indotto da farmaci. Ha subito un grave trauma cranico e fratture multiple, alle mascelle, a una gamba e a diverse dita. In Russia il suo caso ha sconvolto molti ed è stato duramente condannato dal governo e dal Cremlino. Ma molto più inquietante della terribile sorte subita da Kashin è che nella Russia di oggi quello che è successo a lui sta diventando la norma. A quasi vent’anni dal crollo dell’Unione Sovietica, oggi la Russia è uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti.

Dal 2000, poco dopo l’ascesa al potere dell’attuale primo ministro russo Vladimir Putin, nel Paese ci sono stati 19 omicidi irrisolti di giornalisti, oltre a decine di brutali pestaggi. Solo quest’anno sono già stati ammazzati otto giornalisti. In quest’ultima settimana altri due sono stati ferocemente aggrediti. Le due vittime più famose di questa tragica caccia ai miei colleghi sono Anna Politkovskaya e Paul Klebnikov. La prima era una tra le più stimate giornaliste investigative russe, che aveva scritto molto sui crimini e sulle violazioni dei diritti umani in Cecenia. Fu uccisa quattro anni fa, il 7 ottobre, giorno del compleanno di Putin. Il secondo, il direttore americano dell’edizione russa della rivista economica Forbes, fu ucciso due anni prima.

Il Cremlino ha più volte promesso di consegnare gli assassini alla giustizia, ma nonostante due processi di alto profilo entrambi gli omicidi restano irrisolti. Conoscevo la Politkovskaya e incontrai Klebnikov per la prima volta a una lunga cena a Mosca appena cinque giorni prima che fosse ucciso. Non sta a me suggerire quello che potrebbero pensare, ma l’istinto mi dice che non sarebbero sorpresi di sentire che i loro assassini sono ancora liberi. Non c’è prova che il Cremlino abbia avuto un ruolo in uno qualsiasi di queste aggressioni o omicidi. Ma la leadership russa, non riuscendo mai a risolvere questi crimini, è responsabile per la cultura di impunità che ha creato.

Ogni delitto, ogni aggressione viene fortemente condannata. Vengono fatte promesse, aperte inchieste e persino vengono celebrati processi. Ma le condanne sono rarissime. Il messaggio per chi prende di mira i giornalisti non potrebbe essere più chiaro - si può dare la caccia ai reporter troppo curiosi. In fondo ricorrere alla violenza per farli tacere comporta un rischio minimo di essere arrestati. Qualsiasi forma di seria indagine giornalistica è diventata estremamente pericolosa per i giornalisti russi. Svelare la corruzione, rivelare traffici loschi, o anche criticare apertamente un funzionario statale è potenzialmente troppo rischioso. L'elenco delle persone e delle organizzazioni che i giornalisti fanno meglio a lasciare in pace non ha fine.

Il presidente russo Dmitry Medvedev ha promesso di portare gli aggressori di Kashin in tribunale «anche se venisse fuori che sono alti funzionari statali» - un chiaro riconoscimento di ciò che la maggioranza dei russi sa fin troppo bene: che molti funzionari in Russia dovrebbero essere dietro le sbarre e non al potere. Basta parlare con chiunque sia abbastanza al corrente delle indagini sul brutale omicidio, avvenuto 18 mesi fa, di Natalia Estemirova, un’impavida attivista e giornalista che si batteva per i diritti umani in Cecenia, che è stata rapita, uccisa e gettata in un campo. E sentirete che la giustizia viene ostacolata in quanto gli indizi portano alle autorità locali. Una delle piste nel caso di Kashin riguarda la grande battaglia su un bosco a Khimki, una cittadina alla periferia di Mosca, che dovrebbe venire raso al suolo per costruire un’autostrada.

Gli ambientalisti e molti altri gruppi critici del governo si sono aspramente opposti al progetto. In quella che appare una vittoria di Pirro, il progetto è stato temporaneamente sospeso da Medvedev. Data la grande corruzione che affligge il settore delle costruzioni e i governi locali in Russia, le somme in gioco sono enormi. L'attacco contro Kashin può essere o no stato provocato dalla sua attenzione alla polemica su Khimki. Ma con ogni probabilità non lo sapremo mai. La violenta aggressione a Mikhail Beketov, tuttavia, è quasi certamente collegata a Khimki dove il 52enne pubblicava un giornale locale di opposizione che accusò il sindaco di Khimki, Vladimir Strelchenko, di corruzione. Beketov è stato aggredito e picchiato brutalmente due anni fa.

Da allora ha subito otto operazioni, compresa l'amputazione di tre dita e della parte inferiore di una gamba, e un intervento per estrarre schegge del cranio frantumato dal suo tessuto cerebrale. Non può più parlare ed è condannato a vivere su una sedia a rotelle. E i suoi aggressori? Sono ancora a piede libero. Beketov invece? Con scioccante cinismo mercoledì 10 novembre l’ex giornalista è stato giudicato colpevole da un tribunale di Khimki per aver diffamato Strelchenko ed è stato multato di 120 euro.
Medvedev dirà pure tutte le cose giuste, ma il caso Beketov è la realtà russa. E fino a che le parole del Cremlino non saranno seguite da azioni, la Russia diventerà sempre più pericolosa per i giornalisti che cercano solamente di fare il loro lavoro.




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Ecco la squadra che tifa per il golpe perfetto

di Gian Maria De Francesco

Perfino il "Messaggero" e il "Sole24Ore" si aggiungono al coro dei ribaltonisti, insieme a "Repubblica" e "Unità". La trimurti Fini-Rutelli-Casini e il leader piddino Bersani possono contare pure sull’appoggio della tv di Stato



Roma - Nella galassia del «golpe perfet­to » ci sono molti pianeti in continuo movimento. Alcuni sono lì fermi nel buio degli anni luce, altri invece sono entrati da poco in questo sistema sola­ri attratti da una misteriosa forza di gravità e da una malcelata ambizio­ne: pugnalare tutti assieme allegra­mente il Cav per rifarsi di sedici anni di sconfitte e mediocrità.
Nella galassia del «golpe perfetto» nessuno si espone in prima persona, nessuno si assume responsabilità, ma tutti collaborano per scalzare Ber­lusconi da Palazzo Chigi. Fini, Casini, Rutelli e Bersani sono il sole immobi­le. Aspettano che il governo tecnico, di responsabilità, di salute pubblica sia preparato da altri, attori insospet­tabili del circo mediatico e del côté tec­nico- politico delle riserve della Re­pubblica. Altrimenti come spiegare l’improvviso cambio di rotta della na­vic­ella Messaggero di Roberto Napole­tano. Il corpulento direttore del quoti­diano di Via del Tritone, sempre at­tentissimo a soppesare e virgole e punti e virgole con ogni partito non prendendo mai posizione, «folgora­to » dalla genialità politica di Pier Fer­dinando Casini (genero dell’editore Francesco Gaetano Caltagirone), si è ormai convertito al governissimo e non passa giorno che i suoi lettori sia­no edotti sulla necessità di un «patto per la Nazione». Con la n maiuscola. Ovviamente.
Ma non è la sola voce. La costellazio­ne editoriale della galassia del «golpe perfetto» può già contare sul grande carro (funebre) guidato da Repubbli­ca e dall’ Unità che non mancano di gridare all’«emergenza democrati­ca », al «crollo dell’impero» e temono il ricorso alle urne più della peste bub­bonica. Tant’è che Eugenio Scalfari nella sua omelia domenicale ieri s’è sostituito al capo dello Stato soste­nendo che non ci sarebbe un vulnus nel formare un nuovo governo con Terzo polo e Pd poiché i parlamentari non hanno vincolo di mandato. Il giornale di Concita De Gregorio tiene bordone a un Pd che non ha più nien­te da dire e che cerca nel golpe la ra­gione della sua stessa sopravvivenza. Ma c’è un passaggio del sermone di Barbapapà che non è irrealistico: «lo scioglimento delle Camere non è uti­le alle forze sociali, sindacali e Confin­dustria che da tempo reclamano un governo che governi».
A parte le inge­nerose accuse all’esecutivo, c’è del ve­ro: una parte di Viale dell’Astrono­mia, la minoranza degli industriali più propensa agli inciuci che al lavo­ro in azienda, vuole scaricare il Cava­liere. Non a caso Il Sole 24 Ore ha dato spazio alla lettera con la quale Fini ha cercato di spiegare i suoi vagheggia­menti economici che farebbero trasa­lire anche un bambino di terza ele­mentare. Ma Gianni «Johnny» Riotta li ha presi sul serio e li ha pubblicati e forse lo stesso vale per il presidente Emma Marcegaglia che da qualche settimana non risparmia stoccate. Nostalgia degli «aiutini» governativi e di un esecutivo teleguidato da Viale dell’Astronomia. Nella galassia c’è posto anche per loro. C’è anche la supernova sindacale. Ma si tratta di un discorso diverso.
I due sindacati dialoganti, la Cisl di Bo­nanni e la Uil di Angeletti, sono guida­ti da sinceri democratici ma è indub­bi­o che per loro sarebbe meglio un go­vernicchio golpista facilmente in­fluenzabile rispetto a un governo che li ascolta ma sa dire anche «no». Un golpe che si rispetti si consuma occupando Ostankino (la sede della tv russa; ndr ), ma in questo caso non ce ne sarebbe bisogno perché l’astro­nave Raitre di Paolo Ruffini manda già in onda la tv del ribaltone: Vieni via con me con Fini e Bersani, In mez­z’ora con il pm Fiorillo (quello del ca­so Ruby), un Tg3 che rappresenta la politica italiana come rotante attor­no all’astro di Gianfry che vi parla quotidianamente attraverso i feldma­rescialli Bocchino e Granata. La disin­formatija prosegue con l’immancabi­le veltron-buonismo di Parla con me . A questa galassia manca solo un pianeta: Luca Cordero di Monteze­molo e la sua Italia Futura, think-tank che gioca di sponda con tutte le Fon­dazioni in campo a partire dalla finia­na FareFuturo. L’avvocato si chiama fuori e aspetta. L’unico movimento è lo sguardo benevolo della Stampa a questo magma in ebollizione.



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