sabato 13 novembre 2010

Idea per i divorzi: polizza per assicurare gli alimenti mensili se non vengono versati

Quotidiano.net


La proposta viene dalla Francia, entusiasti i matrimonialisti: basta con i padri sotto i ponti e madri che non ricevono assegni per i figli

Roma, 13 novembre 2010 


L’Associazione avvocati matrimonialisti italiani accoglie con favore l’idea che arriva dalla Francia di una polizza per assicurare gli alimenti mensili non versati in caso di divorzio. "Sono d’accordo perchè il 30 % degli assegni di mantenimento sono oggetto contesa - sottolinea l’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente nazionale dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani - o vengono versati in quantità ridotta o non vengono proprio erogati. La morosità di molti mariti è nota ed è diventato un dramma sociale".

"Dopo le separazioni spesso si generano due situazioni estreme: padri sotto i ponti e madri che non ricevono assegni per i figli. L’assicurazione per gli assegni di mantenimento sarebbe importante -rileva Gassani- per garantire a una donna e ai suoi figli di andare avanti".





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Reclusione per chi non versa l'IVA un anno dopo da quello di riferimento

La Stampa


Stretta della Cassazione sull’evasione fiscale. È punibile con la reclusione da sei mesi a due anni chi non versa l'Iva dichiarata, se il mancato pagamento si estende oltre il 27 dicembre dell`anno successivo a quello di riferimento. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (38619/10).

Il caso
Un tribunale aveva applicato l`indulto nei confronti di un uomo che aveva omesso di versare l`iva dichiarata nel 2005. Il procuratore generale presso la Corte d`appello aveva presentato ricorso affermando l`inapplicabilità di tale beneficio, in quanto il reato si era consumato nel vigore della nuova normativa, la quale prevede, per coloro i quali omettono il pagamento dell`iva, un trattamento sanzionatorio equivalente a quello previsto per il sostituto che non versa le ritenute d`acconto. La Suprema Corte ha stabilito che «per la consumazione del reato non è sufficiente un qualsiasi ritardo, ma occorre che l`omissione del versamento dell`imposta dovuta si protragga fino al 27 dicembre dell`anno successivo al periodo d`imposta di riferimento».





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Sicurezza stradale, da domani etilometro obbligatorio nei locali

La Stampa

Dovranno dotarsene i titolari di tutti gli esercizi aperti oltre la mezzanotte: per i trasgressori in arrivo multe fino a 1200 euro





DANIELA LANNI (AGB)
TORINO
Dalla notte tra domani e domenica, i titolari di esercizi pubblici e locali di intrattenimento di tutta Italia che restano aperti oltre la mezzanotte dovranno dotarsi, all'uscita, di un apparecchio di rilevazione del tasso alcolemico per i clienti che vogliono conoscere il proprio stato di idoneità alla guida. Il provvedimento è stato introdotto dal nuovo codice della strada e interessa bar, ristoranti, pub, pizzerie, osterie, agriturismi, discoteche e alberghi.

Sono esclusi solo quegli esercizi che chiudono prima delle 24 e le strutture ricettive dove non vengono somministrate bevande e alimenti. Ma non bisogna sgarrare. In caso di controllo da parte delle forze dell'ordine, chi non rispetta l'orario di chiusura rischia una multa, mentre i locali trovati privi dell'etilometro dovranno pagare una sanzione che varia da 300 a 1200 euro. Non sono mancate le polemiche.

A Torino, l'Ascom, Associazione commercianti della città ed Epat, gli Esercizi Pubblici Associati del capoluogo subalpino e provincia, fanno sapere che i clienti che consumeranno alcolici in bar e ristoranti, aperti anche dopo la mezzanotte, troveranno etilometri e tabelle per capire quanti bicchieri di vino sono consentiti, in base all'altezza e al peso, per guidare in sicurezza. In una lettera scritta al prefetto, al questore, al comandante della Polizia Municipale e pubblici amministratori hanno però chiesto di «tenere conto di eventuali, possibili disguidi da rodaggio». I presidenti delle due associazioni, Maria Luisa Coppa e Carlo Nebiolo, in particolare, hanno posto l'attenzione sul fatto che «non si parta subito con una caccia alle streghe, in modo da poter avere i primi giorni per completare l'aspetto informativo, permettere alle aziende di mettersi in regola e valutare bene le scelte in merito alla dotazione dei prodotti previsti per legge».

La scelta delle macchinette, infatti, varia: da quelle più semplici, portatili e meno costose, ad altre più sofisticate, il cui costo oscilla dai 40 ai 1400 euro. Il limite di legge da non superare per potersi mettere al volante della propria auto e non incorrere in forti ammende, in caso di controllo da parte delle forze dell'ordine, è quello di 0,5 grammi per litro di tasso alcolemico. Va ricordato che i livelli di alcolemia possono essere diversi: c'è differenza fra uomini e donne, a seconda dell'età, della massa corporea, dell'assunzione o meno di cibo, della presenza di malattie o di condizioni psico-fisiche e anche dell'assunzione di farmaci di uso comune.

Le sanzioni per i trasgressori variano da 300 a 1200 euro, il ritiro della patente e nel caso in cui il consumatore supera il livello di 1,5 di alcolemia, gli viene anche confiscata l'auto.




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Pinerolo, nuove denunce per l'asilo La struttura sarà affidata al Comune

La Stampa


Presto i bambini torneranno nel nido posto sotto sequestro.
Il procuratore Amato: «Accuse fondate, bisognava chiuderlo»
Minacce alle maestre indagate





Torino

L’ asilo sotto sequestro di Pinerolo sarà presto riaperto e affidato alla gestione del Comune. Lo ha annunciato il procurato capo Giuseppe Amato. «Abbiamo raggiunto un accordo con il sindaco Paolo Covato: la struttura  sarà riaperta il prima possibile e verrà affidata, in via provvisoria, a personale del Comune. È nostra intenzione chiudere la vicenda giudiziaria in tempi brevissimi». E ha aggiunto: «Tutte le accuse e gli indizi raccolti sono fondati: chiudere la struttura era un atto dovuto».

Barricate in casa le maestre minacciate
Hanno paura, non escono da casa e sono disperate: è così che le tre maestre indagate stanno vivendo la vicenda che ha portato al sequestro dell’asilo nido «Paese delle meraviglie». Stefania Di Maria, Francesca Panfili e Elisa Griotti, indagate dalla Procura della Repubblica di Pinerolo per maltrattamenti, hanno ricevuto ieri molte minacce, comprese alcune di morte giunte via mail, e «naturalmente - ha detto stamani il loro legale, l’avv. Mirella Bertolino - hanno paura».

Proprio per il clima che si è creato dopo il sequestro dell’asilo le tre maestre hanno deciso di non uscire dalle loro case. «Sono disperate - ha raccontato l’avv. Bertolino - per questa tegola che è caduta sulla loro testa, sconvolgendo la loro vita sia sul piano personale, sia su quello professionale». Le tre maestre - ha ribadito il legale - disconoscono tutto quello che è stato raccontato sull’asilo da loro gestito e «stanno cercando di razionalizzare l’intera vicenda. Stiamo analizzando e valutando le iniziative più adeguate da mettere in campo», ha concluso l’avv. Bertolino. Fra le ipotesi, che non saranno definite prima della prossima settimana, vi è anche quella di un pool difensivo a tutela delle tre insegnanti che ieri hanno ricevuto la solidarietà di un gruppo di genitori, riunitosi davanti alla struttura posta sotto sequestro.


Nuove denunce
E intanto altre due famiglie hanno presentato denuncia ai carabinieri contro l’asilo. Con quelle presentate stamani salgono dunque a 14 gli esposti per presunti maltrattamenti nei confronti dei bambini ospiti dell’asilo. Al momento del sequestro della struttura, c’erano quattro denunce nel fascicolo d’inchiesta; altre otto si erano aggiunte ieri. La vicenda ha diviso non solo le famiglie, ma l’intero paese in innocentisti e colpevolisti. Un gruppo di genitori ieri ha organizzato un presidio davanti alla struttura posta sotto sequestro per esprimere solidarietà alle tre maestre indagate.








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Sentenza Cassazione 'Spione' e 'ruffiano'? Non è diffamazione Anche in tribunale

Quotidiano.net


Un avvocato, in aula, aveva apostrofato con questi termini il vicino di casa del suo assistito. L'uomo, sentendosi diffamato, aveva chiesto un risarcimento. Piazza Cavour ha respinto il ricorso


Roma, 13 novembre 2010 - Si può dare dello 'spione' e 'ruffiano' al vicino di casa, se lo merita. E se la lite condominiale finisce in tribunale, gli appellativi - dice la Cassazione - possono essere ripetuti in un’aula di giustizia per dimostrare che la persona in questione è stata così etichettata perché ha cercato di 'adulare' l’inquilino. È per questa ragione che la Quinta sezione penale ha bocciato il ricorso di un 63enne di Gaeta, Gennaro D.C., che si era sentito diffamato e per questo chiedeva di essere risarcito dal legale del vicino di casa Leonardo M. che in aula aveva detto: “se gli altri confinanti fossero stati degli spioni o ruffiani come lo stesso Gennaro D.C....”.
 

La lite tra i due vicini di casa, ricostruisce la sentenza 39618, risale addirittura a trent’anni fa. Nel 1980, infatti, il signor Gennaro si era preso la briga di andare a riferire al vicino Leonardo M. che i confinanti avevano illegittimamente aperto una servitù di veduta. Una 'soffiata'che, come annotano gli ‘ermellini', solo in apparenza era stata fatta per fare cosa gradita a Leonardo. In realtà Gennaro D. C. voleva solo “fare i suoi interessi”. La vicenda è finita davanti al Giudice di pace di Gaeta che, il 6 luglio 2009, aveva assolto l’avvocato Antonio D. “perché il fatto non costituisce reato”.


Una sentenza assolutoria non gradita dal vicino di casa etichettato come 'spione' e 'ruffiano' che ha fatto ricorso in Cassazione per chiedere i danni patiti anche sulla base del fatto che gli appellativi erano finiti agli atti. Piazza Cavour ha respinto il ricorso di Gennaro D.C. e ha evidenziato che l’appellativo 'ruffiano' è stato utilizzato “in senso figurato, volendo indicare una persona che cerca di acquistarsi il favore altrui con l’adulazione o con atteggiamento di ostentata sottomissione”.
 

In effetti, osserva ancora la Suprema Corte, legittimamente il Giudice di pace “ha ritenuto che l’espressione usata fosse funzionale all’esercizio del diritto di difesa e direttamente collegata all’oggetto della causa”. In pratica, il legale dei Leonardo M., spiegano i supremi giudici, si era riferito ad un “episodio di diversi anni prima quando fu proprio Gennaro D. C. ad avvertirlo che alcuni vicini avevano aperto una servitù di veduta: in tale contesto si spiegavano i termini ‘spione' e ‘ruffiano'”.





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Birmania, San Suu Kyi liberata dopo sette anni di arresti

Il Messaggero

Il Premio Nobel per la pace si commuove davanti a migliaia
di sostenitori in festa: «Lavoriamo insieme per i nostri obiettivi»



 

ROMA (13 novembre) - Aung San Suu Kyi è libera. La leader dell'opposizione birmana è stata rilasciata intorno alle 17.15 di oggi (le 11.45 in Italia) dopo sette anni consecutivi di arresti domiciliari, tenendo poi un brevissimo comizio di fronte ad alcune migliaia di sostenitori corsi a riabbracciarla all'esterno della sua villa-prigione di University Avenue, a Rangoon, in un'atmosfera di euforia collettiva. «Dobbiamo lavorare insieme, all'unisono, per raggiungere il nostro obiettivo» sono state le prime parole del 65enne premio Nobel per la Pace - visibilmente commossa per la felicità - a una folla sempre più rumorosa per l'eccitazione, tanto che per diversi minuti Suu Kyi non è riuscita a parlare. La donna ha poi invitato i suoi sostenitori a tornare ad ascoltarla alla sede del suo partito domani a mezzogiorno. «C'è un tempo per il silenzio e un tempo per parlare» ha detto prima di rientrare in casa, mentre all'esterno proseguivano ancora i cori in suo onore e la gente continuava ad affluire nell'area.

Dopo un'attesa durata oltre 24 ore, tanto che molti cominciavano a temere possibili complicazioni in merito alle condizioni del rilascio di una donna, nota per non accettare compromessi con il regime, alcuni funzionari sono entrati nella residenza per leggere al premio Nobel per la Pace l'ordine con cui la giunta militare ha disposto la liberazione, proprio nel giorno in cui scadeva l'ultima estensione di 18 mesi dei suoi arresti, per aver dato breve ospitalità nel maggio 2009 a un intruso americano. Suu Kyi, 65 anni, ha trascorso 15 degli ultimi 21 anni in detenzione.





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Ciampino, sequestrato carico di porta-targhe taroccate anti-Autovelox

Corriere della sera

Arriva dalla Cina l'ultimo escamotage contro le multe: erano destinati al mercato napoletano

 

ROMA - Un semplice clic sul telecomando, dall'interno dell'auto, e una paratia nera scende sul numero della targa nascondendola all'occhio dell'autovelox. È l'ultimo escamotage «made in China» scoperto dalla polizia che, nell'ambito dei sempre più severi controlli sulle merci trasportate via aerea e su segnalazione della locale dogana, ha sequestrato all'aeroporto di Ciampino un carico di porta targhe «taroccati» importati dall'Asia e destinati al mercato napoletano.

Si tratta di numerose confezioni in cartone con due porta targhe ciascuno, caratterizzate dalla presenza di un congegno elettromeccanico (micromotore) che attraverso un piccolo telecomando, dall'interno dell'autovettura, consente di calare una paratia in tessuto plastico nero lucido: la paratia, una volta calata, occulta interamente i dati identificativi contenuti nella targa dell'auto. All'interno di ciascuna confezione, un vero e proprio kit necessario per il montaggio del porta targhe «taroccato», al posto di quello omologato dal codice della strada, con tanto di centralina, spinotti, cavi e manuale d'istruzione.

«I congegni acquistati in Cina - spiegano gli investigatori - se immessi sul mercato non solo avrebbero potuto consentire di eludere i rilevatori di velocità (autovelox e tutor) su strade ed autostrade, ma nei casi più gravi, di mantenere l'anonimato durante la commissione di reati». In corso ulteriori indagini finalizzate al blocco della importazione dei dispositivi ed al sequestro di quelli già presenti nel napoletano. (Fonte: Agi)

13 novembre 2010

Regione con maxideficit, ma ai consiglieri uffici di lusso, viacard, telefoni e I-Pad

Il Mattino



 
di Paolo Mainiero

NAPOLI (14 novembre) - Frigobar. Ipad. Computer a scelta, ma sempre dei tipi più innovativi. E ancora telepass, viacard, due tesserini di riconoscimento e uffici di superlusso, con poltrone e arredi di prima scelta: nella Campania del deficit alle stelle, i sessanta consiglieri regionali possono contare su dotazioni di tutto rispetto, del costo di mezzo milione. L’elenco dei benefit è folto e a dire il vero si presenta anche alquanto bizzarro, ma è assicurato da una precisa delibera approvata il 28 settembre scorso, con la quale l’ufficio di presidenza della Regione Campania ha regolamentato all’unanimità l’assegnazione di arredi e attrezzature.

E non manca neanche il disco auto «Regione Campania» da poter esibire per passare ovunque senza problemi. Ma tra tagli e concessioni, quello dei benefit e dei rimborsi concessi ai consiglieri appare essere il filo rosso che assimila un po’ tutte le Regioni italiane.


Il lusso è anche quello di poter scegliere: meglio il computer portatile, il notebook per la precisione, o l’Apple ipad? È il dubbio che in queste ore vivacizza la vita dei consiglieri regionali. Gli uffici hanno lasciato un’ampia libertà di scelta. «I rispettivi costi sono abbastanza simili», precisa in una lettera datata 8 novembre il dirigente del settore. Il tradizionale computer o il più innovativo ipad, dunque?

«Quisquilie e pinzillacchere», direbbe il grande Totò se potesse leggere l’elenco dei beni (o dei benefit) in dotazione ai sessanta consiglieri della Campania. L’elenco è folto e anche bizzarro ed è il contenuto della delibera numero 54 del 28 settembre 2010 con la quale l’Ufficio di presidenza (unico assente il questore Francesco Nappi) ha regolamentato all’unanimità l’assegnazione di arredi e attrezzature.
I consiglieri che ricoprono incarichi istituzionali (i sette componenti dell’Ufficio di presidenza, i dodici presidenti di commissione, gli otto capigruppo) si sfregano le mani perchè possono avere di più dei consiglieri semplici. La bandiera, per esempio. Anzi, le bandiere: ai big spetta un trittico Italia-Regione-Unione europea.

E vogliamo parlare del frigobar? Poichè è scomodo chiamare il bar al piano -1 (peggio ancora alzarsi e scendere) per sorseggiare un drinkerino o mangiare uno yogurt meglio tenere tutto a portata di mano. Un bitter? Prego, c’è il frigobar. Ma non finisce qui. Passi per il televisore e il fax e pure per due telefoni fissi digitali (di cui uno con la linea Isdn) e passi pure per il computer fisso. E passi anche per il telefonino. Ma lo studio dirigenziale? Ne hanno diritto tutti i consiglieri. È così composto e la cosa ci ricorda l’esilarante Fantozzi ragionier Ugo che racconta dell’ufficio del megadirettore generale: scrivania, trittico di poltrone in pelle, divano a due posti in pelle, mobile basso a quattro ante, appendiabito, armadio libreria. Ci manca solo la pianta di ficus.

Ovviamente questo studio dirigenziale va corredato di optional. Ecco allora un bel completo da scrittoio. In pelle ovviamente. Sì, l’oggetto in pelle è uno status symbol, forse fa sentire più importanti: in pelle è infatti anche il tesserino di riconoscimento. Uno dei due tesserini, in verità, perchè per farsi riconoscere i consiglieri hanno in dotazione pure il più proletario badge...




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Il test di Alessandra Mussolini: mocio no, macho sì

Il Messaggero


di Mario Ajello

Mentre impazza la crisi di governo, spopola il test del mocio. Che cos'è? L'ha appena lanciato con successo Alessandra Mussolini, in una trasmissione mattutina di RaiTre, «Agorà», e serve a sancire non se sei di destra o di sinistra, se vuoi la caduta del governo Berlusconi o la sua stabilità, se tifi per le elezioni subito o invece per l'esecutivo tecnico-istituzionale, ma più semplicemente se sei un maschio che aiuta in casa o se ne infischia delle incombenze domestiche e obbliga mogli e compagne a sbrigarsela da sole. Dopo che l'Istat ha detto che in casa fanno tutto le donne e che mariti e fidanzati si dedicano al massimo a giochicchiare con la prole ogni tanto, plotoni di maschi imbufaliti hanno mandato le loro proteste in giro per i media: «Siamo dei fantuttoni, non dei fannulloni». Ah, sì? Allora in tivvù la Mussolini ha voluto passare alla verifica. «Se siete dei veri collaboratori domestici, ditemi che cos'è il mocio». I maschi rispondono: «Il micio?». «Il muco?». «Il moco?», «Il maco?». No, il mocio: che è - come sanno tutte le donne del mondo ma i loro uomini no - uno straccio per pulire per terra che si strizza più facilmente ed è attaccato a un bastone. Mocio, no. Macho, sì.




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Il partigiano Bocca impallina Saviano

Il Tempo


Lite in casa l’Espresso-Repubblica. Giorgio contro il divo Roberto. L'accusa peggiore: "In Gomorra la mafia è troppo divertente per essere vera".



 IL CASO Per l'Authority Santoro è equilibrato, il Tg1 fazioso


Giorgio Bocca


E alla fine il partigiano Giorgio è sbottato. Lui che ha fatto la Resistenza, su pei monti piemontesi c’è andato senza scorta e un colpo di schioppo nella schiena l’ha rischiato davvero. Lui che dalle pagine patinate dell’Espresso, col cipiglio del duro e puro, assesta con la Lettera 22 stilettate a chi non gli garba. Lui che di libri ne ha scritti, ma di soldi non ne ha mica guadagnati come ha fatto quel Roberto in quattro e quattr'otto, e con la Mondadori, mica con Feltrinelli.

Roberto, chi? Roberto Saviano. Quello che un giorno sì e l'altro pure scrive in prima pagina su la Repubblica, il quotidiano che il partigiano Bocca tenne a battesimo. E che è una costola dell'Espresso, la rivista dove Giorgio scodella ogni settimana puntuti editoriali. A quel paese tutti, i direttori dioscuri Manfellotto Bruno e Mauro Ezio. E pure i sodali di sempre, Scalfari Eugenio e De Benedetti Carlo. «Saviano? È uno che recita. L'autore di "Gomorra" non è né di destra né di sinistra, ma solo molto savianesco». Ecco, Giorgio l'ha detto, il macigno dallo scarpone resistenziale se l'è tolto. E mica in un pourparler con i colleghi, mica al cellulare, ché magari lo intercettavano, ma sarebbe stato in privato. No, lo smascheramento dell'énfant prodige della narrativa d'inchiesta è partito coram populo.

Dai microfoni di RadioRai 2, trasmissione «Un giorno da pecora». Incalzano Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro. E Bocca, a conferma del suo stile senza briglie: «Saviano è uno che recita, è un bravo attore, un bravo scrittore. Ma a me gli artisti non piacciono tanto. Sono un personaggio d'altri tempi, mi piacciono le cose concrete». Quindi anche Gomorra è una recita, affondano il coltello nella piaga gli intervistatori. «È una mafia esagerata, un po' letteraria. Troppo divertente per essere vera. Una mafia colorata». Adesso, ve l'immaginate Roberto il tenebroso? Steso dal gancio più infido. Smascherato in quella che spaccia come la sua maggior virtù: raccontare la verità, rifilare all'Italia e al mondo reportage ineccepibili.

Più fratelli coltelli di così dentro il giornale-partito non si riesce. E più indisciplinato di così l'ottantenne Bocca - che cominciò fascista e poi finì sull'altra sponda - non può essere. Pane al pane e vino al vino. Sulla scia del «revisionista» Giampaolo Pansa, con il quale però il cuneese arcigno ha litigato proprio per via di quel «Sangue dei vinti» che sulla Resistenza, a suo autorevole parere, non la conta giusta. Viene da chiedersi: allora chi è che scrive davvero la verità? Il partigiano Giorgio o il divo Roberto? E tra il patinato l'Espresso e l'armato la Repubblica chi vince in trasparenza? Intanto il divo col girocollo scuro come la faccia mai sbarbata ha beccato la ramanzina dal padre fondatore. Ma un po' se l'è meritata l'uomo che discetta di camorra e accusa i giornali di Caserta e dintorni di essere bugiardi e fiancheggiatori della mafia. Gli piace troppo stare sotto i riflettori. Muore Saramago e Saviano ricorda che era suo amico e gli ha insegnato a scrivere. Cantano gli U2 e Saviano scambia baci e abbracci con Bono. Santoro e Fabio Fazio hanno uno sgabello vuoto e Saviano ci si arrampica subito sopra. Roberto chi? Il «nonno» Bocca alla fine non ne ha potuto più. Scappellotto.


Lidia Lombardi
13/11/2010




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Per l'Authority Santoro è equilibrato, il Tg1 fazioso

Il Tempo


Annozero e Minzolini sullo stesso piano. Anzi, peggio. A pensarla così non sono i militanti del popolo viola o gli attivisti più accaniti del Pd. Bensì l'Autorità delle Comunicazioni.


Michele Santoro ad Annozero


Santoro e Minzolini sullo stesso piano. Anzi, peggio. Molto peggio. Se il Tg1 va sanzionato con diffida, Annozero è ben equilibrato. Tranquilli, a pensarla così non sono i militanti del popolo viola. E gli attivisti più accaniti del Pd. Bensì l'Authority delle Comunicazioni. Un'autorità indipendente. Che dovrebbe essere indipendente. Che cosa è successo? Nella riunione di due giorni fa della commissione prodotti e servizi è stato archiviato un esposto presentato dai tre coordinatori del Pdl (Bondi, La Russa e Verdini) contro la prima puntata della trasmissione di RaiDue andata in onda il 23 settembre. In studio quella sera c'erano Di Pietro, il leghista Castelli e il futurista Bocchino. Non c'era nessuno del Pdl. Non solo, ma i tre coordinatori lamentavano il fatto che nemmeno un esponente del loro partito era stato invitato sebbene si parlasse espressamente di Berlusconi. Nell'esposto si lamentava anche il fatto che «nonostante mancassero in trasmissione rappresentanti del Popolo delle Libertà sono state innumerevoli le insinuazioni pretestuose su un'attività di dossieraggio relativa alla casa di Montecarlo che sarebbe stata compiuta da persone vicine al premier Silvio Berlusconi e persino su un asserito mandato di quest'ultimo».

E più avanti si contestava il fatto che «con argomenti a dir poco faziosi anche Michele Santoro ha messo in dubbio l'indipendenza dell'indagine giornalistica compiuta da alcune testate italiane». E si riportano anche delle parole dette in trasmissione dal conduttore quella sera di settembre: «Dicevano i mafiosi che non serviva commissionare delitti, bastava far capire che c'era un certo fastidio, insomma, la responsabilità c'è anche se è l'entourage che l'ha fatto». Per l'autorità è tutto ok. In commissione la denuncia è stata archiviata con quattro voti a uno. Perché, è stato sostenuto, l'equilibrio va considerato nel suo complesso e non solo per una puntata.

In quella successiva, infatti, in studio c'era Ignazio La Russa e dunque nell'arco della programmazione il Pdl è stato rappresentato. A favore di Santoro si è espresso Sebastiano Sortino (Pd), Michele Lauria (Pd), Luigi Magri (Udc) e persino il presidente Corrado Calabrò. Contro il pdl Antonio Martusciello. E qui si apre un tema non secondario, di lento e inesorabile scivolamento dell'Authority verso sinistra. Infatti Magri è entrato a far parte dell'organismo quando l'Udc era nella maggioranza del centrodestra: ora vota stabilmente con la sinistra. E anche il presidente si è espresso. Archiviato invece un esposto di Idv contro il Tg1. Ma solo perché Minzolini è stato già sanzionato due settimane fa.



Fabrizio dell'Orefice
13/11/2010




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Il Paese alla rovescia

Il Tempo


I nemici del premier ridono e godono urlando ai quattro venti che c’è un tiranno e la democrazia è in pericolo. Berlusconi, l’uomo che telecomanda gli italiani non riesce neppure a fare zapping sulla Rai, mentre Santoro, Fazio, Saviano tirano uova marce in faccia al direttore generale Mauro Masi.


Mauro Masi


Viviamo nel Paese alla rovescia. Il Dittatore che controlla la Rai non conta un fico secco e i suoi presunti martiri lo fanno a pezzi, dando il megafono ai suoi nemici. Ridono e godono urlando ai quattro venti che c’è un tiranno e la democrazia è in pericolo. Berlusconi, l’uomo che telecomanda gli italiani non riesce neppure a fare zapping sulla Rai, mentre Santoro, Fazio, Saviano tirano uova marce in faccia al direttore generale Mauro Masi e sghignazzano per il sottosopra che si realizza in diretta. Viviamo nel Paese alla rovescia. La stampa di sinistra asfalta Berlusconi, i suoi alleati e persino i giornalisti non allineati al pensiero unico. Ogni giorno la catapulta progressista lancia palle di fuoco e pece bollente. Io dico, fate pure, ma lasciate che a questo gioco da trincea partecipino anche i giornali che la pensano diversamente. Cosí, visto che vi piace tanto la rivoluzione, rendiamo la cosa più vivace. No, non è possibile. E allora a Vittorio Feltri, direttore del Giornale, viene negato il diritto di scrivere per tre mesi. Manca l’intervento della buoncostume, ma non disperiamo, prima o poi contesteranno a Feltri anche il colore delle mutande.

Viviamo nel Paese alla rovescia. Il presidente della Camera fonda un partito e si erge a novello moralizzatore. Applausi a scena aperta. E guai e minacce a chi racconta che la suocera aveva un appalto alla Rai, che il cognatino vive in una casa in affitto a Montecarlo che era di An, che la carica istituzionale non prevede l’immunità dalla critica. Ora sfascerà il governo nel pieno di una speculazione globale sul debito sovrano. E tutti applaudiranno lo Statista a prescindere.

Viviamo nel Paese alla rovescia. Da sedici anni Berlusconi è sulla scena politica, è stato spesso al governo ma se guardiamo il regime, l’establishment e chi conta davvero, il Cav è un dilettante colpevole di esserlo: ha lasciato crescere i suoi avversari, li ha premiati e coccolati. E chi ha sostenuto l’idea vincente e l’ha fatto usando l’arma dell’intelligenza e della libera circolazione della cultura è ancora là che aspetta Godot. Non s’è mai visto sulla terra un movimento più inetto, ingiusto e ignaro della meritocrazia nella selezione della classe dirigente e nello spoil system. Si sono fatti governare dai nemici e pugnalare dagli amici. Che bello, il Paese alla rovescia.



Mario Sechi
13/11/2010




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Arriva l’ennesima condanna per l’«incensurato» Travaglio

di Redazione


Marco Travaglio era andato giù pesante: «C’è David Costa, assessore regionale arrestato perché considerato il figlioccio del boss Bonafede. In una telefonata dice di essere pure il pupillo di Casini». Ora si scopre che quell’affermazione, entrata nelle case degli italiani dal pulpito di Annozero il 16 novembre 2006, non era vera. Per questo Travaglio è stato condannato, in sede civile, a risarcire Costa, già assessore regionale dell’Udc, con quindicimila euro.

È vero che Costa era stato arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, ma poi il processo gli ha portato in dote l’assoluzione. E l’appello ha confermato la sua innocenza. E la sua estraneità al boss Natale Bonafede. Travaglio, invece secondo il tribunale di Marsala è andato troppo in là: «Ha utilizzato un’espressione (“figlioccio”) - si legge nella sentenza del giudice Sara Quittino - evocativa di uno scenario cinematografico certamente suscettibile di maggior presa sul pubblico televisivo; espressione tale da insinuare nel telespettatore la percezione che Costa fosse accusato di essere un affiliato - per di più in posizione apicale, atteso lo strettissimo legame di protezione e appoggio reciproci intercorrente fra padrino e figlioccio - a Cosa nostra». Insomma, quello scenario cinematografico nella realtà non stava in piedi. Travaglio, prosegue il giudice, «ha travalicato l’impianto accusatorio delineato nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare, violando così il canone della verità della notizia, per come restrittivamente inteso dalla Suprema corte». Dunque, Travaglio è stato condannato a pagare quindicimila euro, più gli interessi e le spese legali. Il tribunale ha invece assolto il conduttore Michele Santoro e Claudio Fava, giornalista, politico e sceneggiatore che pure, quella sera, aveva parlato di Costa.



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Calciatori, lo sciopero è confermato Beretta: "Una logica senza senso"

di Redazione



Definitivamente saltata la trattativa con la Lega serie A per il rinnovo del contratto collettivo. L'Aic: "Sciopero deciso, data da stabilire"




Roma - Lo sciopero alla fine si farà. Per un fine settimana gambe incrociate e niente partite di serie A. L’Aic ha annunciato oggi che i calciatori hanno confermato il mandato all’associazione di comunicare "la loro decisione, in segno di protesta, di non scendere in campo in una delle prossime giornate di campionato". L’Aic comunica che attenderà fino al 30 novembre per annunciare la data dell’astensione dalle partite.
Sciopero dei calciatori "I calciatori di serie A - si legge nella nota diffusa oggi dall’Aic - hanno preso atto dell’atteggiamento della Lega che ha respinto la proposta del presidente della Figc Abete, condivisa dall'Aic, di limitare solo a sei punti le trattative sull’accordo collettivo, con esclusione degli altri due (calciatori fuori rosa e trasferimenti coatti), fin dall’inizio non accettati dall’Aic. Attraverso i loro rappresentanti hanno quindi confermato il mandato all’associazione calciatori di comunicare la loro decisione, in segno di protesta, di non scendere in campo in una delle prossime giornate del massimo campionato. L’Aic, mantenendo l’impegno assunto nell’incontro con Figc e Lega del 21 settembre, - conclude la nota - attenderà fino al 30 novembre per annunciare la data dell’astensione dalle partite".
La Lega "La logica dello sciopero non ha nessun senso". Lo ha detto il presidente della Lega di serie A Maurizio Beretta in conferenza stampa replicando all’Assocalciatori che ha confermato l’intenzione di sospendere il campionato in una delle prossime giornate per protesta contro il mancato rinnovo dell’accordo collettivo. Dopo aver chiarito le proposte della Lega per i fuori rosa e l’obbligo di trasferimento all’ ultimo anno alle stesse condizioni di ingaggio e prestigio, Beretta ha aggiunto: "Non prendere atto della situazione di difficoltà del sistema calcio dopo un periodo molto favorevole per i ricavi è davvero una scelta molto miope e produce danni al mondo del calcio professionistico della serie A: la logica dello sciopero non ha nessun senso. Ho la sensazione che la nostra serena ricerca di soluzioni di stabilità per il futuro venga elusa con slogan impropri per non andare al confronto di merito - ha continuato Beretta -: penso che oggi avremmo tutti i tempi e gli strumenti per definire l’accordo complessivo entro il 30 novembre. Però non si può parlare di alcuni punti e non di altri: l’idea di mettere pregiudiziali e invocare solo la mobilitazione generale non aiuta".
La trattativa "Ogni trattativa ha delle fasi, ma adesso le fasi della polemica si sono esaurite. Non proseguire nella trattativa è una grave abdicazione e una sconfitta per tutti" prosegue Beretta a proposito del negoziato con l’Assocalciatori per il rinnovo dell’accordo collettivo. "Non condivido l’iniziativa di chiamata allo sciopero dell’Aic, ma responsabilmente offre tre settimane per raggiungere un’intesa - ha osservato Beretta -. Prendo atto che è stato mantenuto il periodo protetto da qui al 30 novembre: ed esprimo l’auspicio che tutti quanti in questo periodo si assumano le proprie responsabiltà e si segua un negoziato vero, in cui si discuta un accordo che ha una sua complessità". Beretta ha precisato che un nuovo accordo è urgente perché "non veniamo da una fase di difficoltà del settore che da 15 anni ha visto un’esplosione di ricavi senza precedenti. Ma - ha continuato - un simile exploit sarà difficile da replicare in futuro. E i club devono adeguarsi al financial fair play".




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Esce di casa vestito da Spiderman, ucciso per errore da una gang

Corriere della sera


Los Angeles in lutto per il piccolo Aaron, 5 anni, colpito alla testa da due killer che hanno sparato a caso

la tragedia durante i festeggiamenti per halloween


L'ultima foto di Aaron Shannon jr, 5 anni, in costume da Spiderman
L'ultima foto di Aaron Shannon jr, 5 anni, in costume da Spiderman
WASHINGTON – Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Si chiamava Aaron Shannon jr ed aveva solo 5 anni. Lo hanno ucciso per errore due membri di una gang di Los Angeles. Ieri, circa 400 persone si sono radunate per dargli l’ultimo saluto. Quella di Aaron è la storia di come un innocente possa morire nella «città degli angeli». Siamo alla vigilia di Halloween, nelle case americane ci si prepara per la festa. Cestini con dolciumi e caramelle vicino alla porta, addobbi per chi se li può permettere, altrimenti una semplice zucca a far colore. Oppure nulla. Aaron è felice. Ha avuto il costume che desiderava, quello di Spiderman, l’uomo ragno. Lo voleva già l’hanno prima, ma i suoi genitori non avevano i soldi per acquistarlo. Questa volta ci ha pensato il nonno a fargli il regalo. Il 2 novembre il bimbo lo indossa il costume e va fuori a giocare. Aaron è la mascotte nella strada, la 84esima Est, quadrante sud di Los Angeles. Area difficile, terra di bande giovanili.
Allegro, scherzoso, Aaron non è ancora abbastanza grande per sapere che in quella zona il pericolo può davvero essere dietro l’angolo. Ed è quello che accade. Il bimbo è sul retro dell’abitazione insieme allo zio e al nonno. Quest’ultimo gli sta scattando una foto: Aaron è in posa, con le braccia in alto a fare i muscoli. Poi corre via imitando il suo eroe. E’ scatenato, felice da impazzire. Fa un capitombolo e dice: «Mi sono fatto male ad una mano». Il nonno lo tranquillizza: «Nessuno può far male a Spiderman».
Da lì a poco capirà quanto sia sbagliata questa frase. Due giovani si avvicinano alla casa e, senza dire una parola, sparano: Aaron è centrato da un proiettile alla testa, restano feriti in modo lieve il nonno e lo zio. Portano il bimbo all’ospedale Ucla-Harbour e lì si chiude la breve vita di Aaron Jr. Spira alle 22. La polizia, grazie ad una segnalazione, arresta i killer. Marcus Denson, 18 anni, e Leonard Hall jr, 21, entrambi membri della gang Kitchen Crips. Sono entrati nella zona di una banda rivale per uccidere qualcuno a caso, una vendetta per un attacco subito il giorno prima. Ed hanno preso di mira le persone sbagliate. Un gesto da codardi pagato da Aaron, il bimbo che voleva essere per una notte l’Uomo Ragno.
Guido Olimpio
13 novembre 2010



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La fiaccolata per il tassista ucciso nel quartiere del pestaggio

Corriere della sera

Il sindaco di Torrevecchia: «Questo è un quartiere di operai, di gente onesta, non prendetevela con loro»


MILANO - Tante luci nella penombra della sera per ricordare Luca Massari e la sua assurda morte a seguito di un litigio per via di un cane investito. E' stato così, con una sentita e commossa fiaccolata, che il quartiere Antonini ha voluto ricordare il tassista, morto dopo essere rimasto in coma per un mese. Tra pochi giorni avrebbe compiuto 45 anni. C'era anche un messaggio di cordoglio della famiglia Citterio, scritto probabilmente dalla madre di due degli aggressori, Piero e Stefania. «È stato il nostro modo di esprimere solidarietà al povero Luca - ha detto Luigi Donado, in rappresentanza degli abitanti della zona -. Ed è anche la risposta a chi ci ha voluto disegnare come una zona criminale e poco sicura». Donado ha anche chiesto alla giunta comunale un incontro per affrontare tutti i problemi di questo quartiere di periferia. Alla fiaccolata hanno partecipato anche una trentina di tassisti, con le loro auto bianche «in lutto», con un nastro nero legato all'antenna.

«NON C'E' STATA OMERTA'» - Nel corso della commemorazione hanno parlato tra gli altri il parroco del quartiere, il messicano padre Manuel, e il sindaco di Torrevecchia (Pavia), il paese dove era nato Luca Massari. «Questo è un quartiere di operai, di gente onesta, non prendetevela con loro, ha detto il sindaco, che qui è cresciuto, suscitando gli applausi dei presenti. Il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato ha elogiato i coraggiosi testimoni che hanno permesso l'identificazione dell'aggressore e delle persone che erano con lui al momento del pestaggio: «Si è parlato di omertà, ma sbagliando, perché se quei tre delinquenti sono stati arrestati è stato perché tre cittadini sono andati a testimoniare, a rischio di avere la macchina bruciata». Quanto agli aggressori, ha detto ancora De Corato, «mi auguro che rimangano in galera per tutta la vita». «Troviamoci attorno a un tavolo e parliamo di tutti i problemi di questo quartiere», ha chiesto a De Corato l'organizzatore della fiaccolata, Luigi Donado. Presenti anche i consiglieri comunali Carmela Rozza e Aldo Ugliano.


«QUALCOSA NON FUNZIONA NELLA SOCIETA'» - «Quello che è accaduto qui poteva accadere anche in piazza Duomo», ha detto sempre De Corato al Corriere, a margine della manifestazione. «Quando due uomini e una donna, una madre di una bambina, ammazzano un uomo in strada, vuol dire che qualcosa nella società non funziona più. Ci vuole la collaborazione di tante istituzioni per far sì che quello che è accaduto non accada più». «Milano è una città dove non c'è omertà», ha ribadito De Corato. Il parroco padre Manuel ha parlato del progetto di costruire nel quartiere un nuovo oratorio: «Stiamo investendo molto nel migliorare l'educazione dei ragazzi in oratorio». Il rappresentante dell'Asco Vigentino ha parlato a difesa dei ragazzi del quartiere: «Non sono violenti, non era mai accaduta una cosa del genere. Qualche episodio di bullismo, ma niente di più».

LUTTO CITTADINO - Il sindaco di Milano Letizia Moratti ha deciso di proclamare il lutto cittadino nel giorno in cui saranno celebrati i funerali di Luca Massari. «Siamo vicini alla famiglia di Luca - ha affermato Letizia Moratti - e rispettiamo tutte le scelte per quel che riguarda le modalità e i tempi delle esequie. Ho proclamato con profondo dolore il lutto cittadino nel giorno dei funerali». Letizia Moratti è tornata anche oggi a condannare l'aggressione risultata fatale per Luca Massari. «Un nostro concittadino - l'ha ricordato il sindaco - morto mentre faceva il suo mestiere e stava svolgendo un servizio pubblico per la nostra città». Le organizzazioni di categoria dei tassisti hanno intanto indetto uno sciopero di due ore che si svolgerà in concomitanza con lo svolgimento della cerimonia funebre.

Redazione online
12 novembre 2010(ultima modifica: 13 novembre 2010)

Io, ebrea, vi dico: avrei operato il malato neonazi

di Fiamma Nirenstein


Per essere chiari: io l’avrei operato, per senso di responsabilità come medico e di pietà come essere umano, e, se si vuole, anche perché in un ebreo, religioso o laico come me, il rispetto per la vita è un precetto primario. La vita viene prima di tutto, persino prima dello shabbat, il Sabato di santo riposo in cui per salvare la vita propria o altrui, tuttavia, anche (...)
(...) chi osserva i precetti può agire senza peccato fuori dalle norme. Un attimo però, non stiamo comunque parlando di un irresponsabile: il dottore ebreo-tedesco che a Paderborn nel Nord Reno-Vestfalia ha rifiutato di operare il paziente trentaseienne con una vistosa svastica e un’aquila reale tatuate su un braccio, non l’ha abbandonato alla morte. Il paziente sta bene, operato da un sostituto. Ma la questione resta seria: vale da giustificazione che un ebreo abbia nella mente la pur immensa, straripante memoria dello sterminio nazista per rifiutare le cure a un neonazista, un antisemita, un malvagio idiota, tatuato con la svastica? La risposta, come dicevamo, è talmente palese da essere banale: sono passati più di 60 anni, il paziente ha 36 anni, e inoltre il medico cura sempre e comunque, e soprattutto chiunque.

Adesso che l’abbiamo ripetuto, cerchiamo anche di capire il dottore: a 46 anni può essere figlio o nipote, come sono quasi tutti quanti gli ebrei in Europa, di genitori e nonni gasati ad Auschwitz, sterminati con l’acqua bollente (così era a Sobibor), con le botte, con la fame. E sempre nel segno di quel simbolo che ha balenato cupo dal braccio del paziente. E soprattutto, se una persona legge appena i giornali o vede la tv, alla sua vista non può che venire assalito da una rabbia tutta contemporanea, che non ha a che fare solo col passato, ma con il presente. Il dottore, possiamo pensare, non è solo arrabbiato col passato, ma allarmato dal presente.

Se prendiamo la Germania e guardiamo l’ottimo indicatore della rete web vediamo che i siti neonazisti sono passati da 800 l’anno scorso a 1.872 in quest’anno ancora in corso. Un ragazzo di quindici anni su 20 appartiene a un gruppo neonazista. I messaggi neonazisti dedicati ai bambini e ai giovani fan della musica rock basati sull’odio verso gli ebrei, sempre in Germania, sono passati da 750 nei relativi web, a 6.000. Il nostro medico di 46 anni deve stare molto attento a cosa leggono su Facebook o ascoltano su YouTube i suoi bambini. Nella Germania orientale i neonazisti stanno addirittura organizzando kindergarten ideologici autogestiti. Il rap neonazista che incita a uccidere ebrei e neri è molto di moda,come lo sono i messaggi che insistono che l’Olocausto è un’invenzione degli ebrei per perpetrare i loro crimini, o giustificare la criminosa esistenza dello Stato di Israele, ormai l’oggetto centrale degli attacchi.

Il medico che colpevolmente non ha voluto operare il neonazista potrebbe essere molto preoccupato, o arrabbiato, perché è venuto in contatto con le migliaia di attacchi antisemiti che spazzano l’Europa, specie da quando l’immigrazione ha trasportato da noi una quantità di islamismo politico che volentieri fa comunella con i neonazisti sul terreno dell’odio antiebraico, anche quando la destra estrema è xenofoba. Tutti gli studi confermano, e la polizia tedesca ne ha fatto un elemento basilare, che i gruppi neonazisti e quelli jihadisti lavorano insieme nel campo antisemita, con risultati esponenziali.

Un cimitero ebraico la settimana (dati reali) viene vandalizzato, i graffiti e la violenza sono cresciuti da 36 a 183, le sinagoghe vengono attaccate, a Hannover alla Fest internazionale in cui tutti cantavano, dagli afghani ai turchi, un coro ebraico si è salvato a stento dall’ira della folla.

Non so se il medico sappia, ma può essere, che gli incidenti antisemiti nel mondo nel 2009 hanno raggiunto il numero più alto dalla seconda guerra mondiale, nel 2009 1.129 attacchi violenti contro i 78 del 1989, che ci sono nel mondo ormai antisemitismi genocidi esattamente come quello di Hitler; sa che Ahmadinejad promette di distruggere lo Stato ebraico, o della carta di Hamas che spiega come sia necessario ammazzare gli ebrei, in tutto il mondo. Il giovane Ilan Halimi fu ucciso dopo 24 giorni di torture ritmate dalla lettura del Corano solo perché era ebreo, ed è accaduto nella civilissima Parigi. Anche là non si cammina per la strada con una stella di David al collo, a Amsterdam si rischia di essere pugnalati, da Malmo in Svezia molte famiglie ebraiche se ne sono già andate, in Ucraina cresce il neonazismo. Il nostro dottore ha ragione di essere nervoso quando vede una svastica. Piace a troppi.

C’è chi si organizza, come nei giorni scorsi più di 50 Parlamenti, fra cui il nostro, che hanno mandato i loro rappresentanti a Ottawa alla Conferenza per combattere l’antisemitismo da cui è uscito un Protocollo che definisce e indica strade. Ma un ebreo, un medico, un uomo di questo mondo, di questa Germania, che a tu per tu col paziente cui è tenuto a porgere la maggiore solidarietà, vede d’un tratto sulla sua spalla una svastica tatuata si sente solo e disorientato. Vogliamo condannarlo?



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Opportunismo in scena per cavalcare l'occasione

Corriere della sera


Il ceto medio riflessivo ha il suo nuovo Michele Santoro. Si chiama Fabio Fazio. Confortato dal successo della prima puntata, rincuorato dalla reale difficoltà in cui si trova il premier, incoraggiato da Loris Mazzetti, capostruttura di Raitre responsabile del programma (è capace di pensare la tv solo in termini ideologici, esattamente come Antonio Marano e Mauro Masi), Fazio ha deciso di invitare Gianfranco Fini e Pier Luigi Bersani alla prossima puntata di Vieni via con me.

Staremo a vedere, ma il rischio che il programma prenda una connotazione tutta politica, tale da stravolgerne la natura, almeno così come ci era stato presentata, è forte. In un'atmosfera da martirio mediatico, ricordiamo ancora le parole di Roberto Saviano a proposito del suo desiderio di sfidare il mezzo televisivo, di confrontarsi con una nuova scrittura dove gli ospiti avrebbero dovuto funzionare da punteggiatura e i movimenti di scena da predicati verbali.

Tutto finito, tutto sacrificato sull'altare dell'audience e sull'opportunità di cavalcare l'occasione. Forse insperata. Basta confrontare i commenti del giorno dopo la messa in onda del programma: erano tutti di carattere squisitamente politico, a ben pochi interessava la riuscita del programma. Saviano è stato efficace, si è davvero confrontato con una nuova scrittura? Benigni ha dato il meglio di sé? Certi duetti erano già andati in onda? Ma a chi importano queste bazzecole?

Gli interventi di Saviano e di Benigni sono stati giudicati da un solo punto di vista: straordinari per i militanti di sinistra, penosi per quelli di destra. Quell'idea che, a caldo, avevamo avuto sulla prefigurazione del primo programma tv di un possibile governo di unità nazionale (ripresa poi da altri) non era dunque del tutto peregrina. Adesso, per aggirare l'ipocrita legge della Rai che vieta la presenza dei politici in certi programmi si risponde con un'altra ipocrisia: Vieni via con me è un programma di approfondimento culturale e non un varietà, esattamente come Che tempo che fa. A parte il fatto che ci sarebbe molto da discutere tra la promozione culturale (ogni opera presentata da Fazio è un capolavoro, mai sentita una qualsiasi obiezione) e cultura, resta il fatto che è imbarazzante vedere Don Abbondio vestire i panni di Don Rodrigo.

Nessuno vuole censurare nessuno:
vadano Fini, Bersani e tutti quelli che
gli autori decideranno di invitare; del resto abbiamo una Rai così politicizzata
e così pesantemente squilibrata che è difficile scorgere le pagliuzze negli occhi degli altri. Un solo favore: risparmiateci la manfrina del programma culturale e ripensate alla promessa del «nuovo» che Roberto Saviano avrebbe dovuto mostrarci.


ALDO GRASSO
13 novembre 2010



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Sabrina Misseri resta in carcere

Corriere della sera


La decisione del tribunale del Riesame nei confronti della 22enne accusata con il padre dell'omicidio della cugina


MILANO - Il tribunale del Riesame ha rigettato la richiesta dei difensori di Sabrina Misseri che chiedevano la scarcerazione della loro assistita. Secondo il tribunale del Riesame, sono giustificate le esigenze cautelari in carcere e pertanto è stata confermata la misura di custodia cautelare per la cugina di Sarah Scazzi, accusata dell’omicidio assieme al padre Michele Misseri. La sentenza sarà depositata nella cancelleria del Riesame, al primo piano del palazzo di Giustizia di Taranto, tra l’altro l’unica aperta in questa giornata prefestiva. La cancelleria trasmetterà la decisione al Carcere di Taranto, dove si trova detenuta Sabrina, e contestualmente notificherà ai magistrati la decisione. Il Tribunale del riesame, (presidente De Tommasi, a latere Di Michele, che è anche relatore, e Ruberto) ha depositato il solo dispositivo della decisione: le motivazioni saranno rese note entro 5 giorni.

LE ECCEZIONI - Erano 19 le eccezioni sollevate dalla difesa per scagionare Sabrina Misseri: nell’elenco i tentativi della 22enne di depistare le indagini inviando un sms al cellulare della cugina Sarah Scazzi e di indicare false piste; la costruzione di un alibi; la convalida del fermo eseguita con notevole ritardo, da parte del gip Martino Rosati; l’uso delle dichiarazioni di Sabrina nel corso di precedenti interrogatori, ai quali la ragazza era stata sottoposta come persona informata sui fatti. Punto particolarmente controverso l’ultimo interrogatorio in carcere di Michele Misseri, svolto con delle modalità fuori dal normale. In particolare, è stata contestata la presenza della criminologa Roberta Bruzzone, che secondo la difesa non aveva titolo a partecipare all’interrogatorio, ma soprattutto non poteva fare domande e suggerire risposte allo stesso Misseri.



Redazione online
13 novembre 2010




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Spese folli contro Feltri: bavaglio da 80mila euro La solidarietà del Pdl e dei lettori del Giornale

di Gian Maria De Francesco



Tanto è costato alloggiare, sfamare e pagare i 130 consiglieri dell’Ordine che hanno decretato la sospensione del direttore editoriale del Giornale. 

La solidarietà della politica




 
Gian Maria De Francesco
Emanuela Fontana


Roma
- Quasi ottantamila euro bruciati in un solo giorno, per giudicare Vittorio Feltri e sospenderlo dalla professione per tre mesi. Diecimila euro all’ora, 1.660 euro al minuto, 27 euro al secondo. È questo il costo del processo a Feltri, ovvero la spesa di una giornata di seduta del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti a Roma, riunitosi giovedì nella sala Risorgimento dell’hotel Massimo D’Azeglio di via Cavour. Nel calcolo sono compresi i gettoni di presenza, i rimborsi spesa per alloggio, cena e pranzo, i rimborsi per gli spostamenti e l’affitto della sala. 

In più, le giornate di lavoro pagate dalle aziende-testate giornalistiche, con i contributi all’ente di previdenza, ma non lavorate dai giornalisti consiglieri in quanto in permesso retribuito. Il consiglio nazionale si è riunito anche ieri, per esaminare altre questioni. La giornata di giovedì è stata dedicata interamente a Feltri (nove ore, otto togliendo la pausa pranzo), e dunque la spesa calcolata riguarda esclusivamente il processo al direttore editoriale del Giornale.

Fare il consigliere all’Ordine nazionale dei giornalisti non è un’opera di volontariato. Si percepisce infatti un gettone di 150 euro lordi a seduta. I consiglieri che hanno partecipato alle votazioni su Feltri sono stati 130. E dunque la spesa da parte dell’Ordine, a questa voce, è stata di 19.500 euro. Con l’affitto della sala - il prezzo di listino è di 1.050 euro - si superano i 20mila euro.

Ogni consigliere non residente a Roma dispone poi di un budget di 250 euro al giorno per alloggio, cena e pranzo. Tolti i consiglieri romani, la «diaria» viene utilizzata da un centinaio di giornalisti in trasferta. La stanza singola nell’hotel romano in convenzione costa 130 euro, il pranzo del processo era generoso e composto da due primi, secondo, contorno, dolce, frutta e bevande. 

Il prezzo per consigliere è leggermente inferiore ai 250 euro, ma i giornalisti romani non sono stati ovviamente tenuti a digiuno nel lungo giorno del giudizio contro Feltri. È sufficiente usare la calcolatrice per aggiungere ai 20mila euro abbondanti di gettoni e maxisala altri 25mila euro. Siamo a 45mila.

A parte sono conteggiate invece le spese per i viaggi (auto, treno, aereo, taxi). Si può calcolare una media di 120 euro a consigliere in trasferta a Roma, e dunque ecco altri 12mila euro che l’Ordine ha speso per una giornata di consiglio dedicata a Feltri. Il totale a questo punto risulta 57mila euro. Un anonimo consigliere confida: «Per treni e aerei si paga molto di più...».

Passiamo quindi agli stipendi, versati per giornate di lavoro non lavorate. Un redattore ordinario percepisce mediamente 100 euro al giorno lorde. Nel caso dei consiglieri, sono pochi i galoppini di redazione, molti hanno gradi di vice o di caporedattore. 

Non è fantasia sostenere che la media dei compensi si aggira quindi sui 150 euro lordi. Altri 19.500 euro, di spese non dirette, ma comunque parzialmente a carico dell’ente di previdenza dei giornalisti. Totale dei costi del processo Feltri: 57mila più 19.500. Uguale 76mila e 500. 

Ride al telefono l’ex presidente dell’Ordine dei giornalisti (dal 95 al 2001), Mario Petrina, che non commenta ma non smentisce queste cifre, anzi: «Negli ultimi anni - racconta - l’Ordine ha organizzato iniziative dispendiose di discutibilissima utilità per i colleghi».

Qui si parla infatti «solo» di una giornata da 50-60mila euro, ma, racconta Petrina, ora nel consiglio di amministrazione della Casagit (la cassa di assistenza integrativa) «negli ultimi anni sono state fatte per esempio tante pubblicazioni, che sinceramente erano più di carattere clientelare all’interno del consiglio...». Petrina non ha problemi a sparare sull’Ordine: «Ho sostenuto fin da quando ero ancora in carica che se l’Ordine era quello che appariva, era meglio chiuderlo. Per me dovrebbe essere selezionato ed avere una funzione tipo il Csm. 

In ogni caso va profondamente riformato. Se si svolgesse un’indagine sul giornalismo economico o sportivo e se si dovessero applicare le norme disciplinari con un controllo più serrato non so quanti giornalisti rimarrebbero a galla...». Infine uno spunto di riflessione molto interessante: «Nel ’99 ospitammo 20 giornalisti cinesi. Ci invitarono a loro volta e noi andammo a Pechino in cinque. Limitai il gruppo per far risparmiare. Da allora l’Ordine ha preso l’abitudine di ripetere questo tipo di iniziativa, sono una decina d’anni che vanno in Cina tutti gli anni». In quanti? «Non lo so, una comitiva».





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Il ladro scappa dalla finestra e un passante lo fotografa: arrestato

Il Mattino





TRENTO (12 novembre) - Un rapinatore, dopo un colpo in banca, è stato individuato e arrestato grazie ad un passante che lo ha fotografato con il telefonino nel momento della fuga.

Questo scatto, grazie ad altri elementi investigativi, ha consentito ai carabinieri del Comando provinciale di Trento di individuare uno dei presunti responsabili di una rapina compiuta il 7 aprile di quest'anno alla Cassa Rurale di Strembo, che aveva fruttato oltre 23 mila euro. Si tratta di Giuseppe Di Matteo, 53 anni di Seriate (Bergamo), già in carcere a Torino dopo essere stato arrestato in flagranza di reato per un'altra rapina messa a segna il 22 aprile a Chivasso (Torino).

I suoi complici erano stati bloccati dai carabinieri il giorno dopo a Milano dopo un conflitto a fuoco. Nella banca trentina - hanno ricostruito gli inquirenti - Di Matteo era entrato assieme ad un complice con un coltello e il viso parzialmente coperto. Dopo aver arraffato i contanti i due, dopo aver vanamente tentato di scappare dalla porta bloccata prendendola a pugni e calci, a fatica erano riusciti ad arrampicarsi su una finestrella dell'anticamera della banca e poi si erano calati all'esterno dell'edificio raggiungendo l'auto per la fuga.

Tutta la loro azione era stata però immortalata nei fotogrammi delle telecamere a circuito chiuso della banca e dal passante-fotografo, che aveva ritratto uno di loro appollaiato sulla finestra. Uno dei rapinatori inoltre, nel prendere a pugni la vetrata, aveva lasciato impronte di sangue sull'auto, poi ritrovata dai carabinieri.




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Italiani, svegliatevi vogliono espropriarvi

di Marcello Veneziani



Italia svègliati. Non puoi accettare che un governo liberamente e democraticamente voluto dagli italiani stessi cada per il capriccio personale di un voltagabbana che ha deciso di portare con sé nella tomba il premier e il suo governo. Non puoi accettare che un Paese difficile, nel pieno (...)

(...) di una crisi internazionale, nel pieno di una legge finanziaria e in mezzo ad alluvioni e catastrofi, venga spinto al buio nell’abisso, solo per eliminare Berlusconi: perché qui non c’è un governo alternativo alle porte, c’è solo lo sfascio del presente, è l’unico collante che unisce le opposizioni vecchie e nuove. Non puoi accettare che in piena emergenza ambientale venga processato e delegittimato in tv, in piazza e in Parlamento chi si occupa della Protezione civile in modo fino a ieri ritenuto efficace.

Non puoi accettare che un ministro, su cui possono divergere i giudizi, debba essere sfiduciato dal Parlamento, se crolla un’impalcatura di cemento a Pompei, come purtroppo è sempre accaduto. Non puoi accettare che un grande giornalista che dirige un grande giornale, debba pagare, unico tra tanti, un clima d’odio e di giornalismo militante con l’impedimento di far sentire la sua voce ai tanti lettori che lo seguono. Mi rivolgo alla pancia d’Italia e nel senso descritto nel suo vivace pamphlet da Beppe Severgnini, al ventre profondo del nostro Paese, la maggioranza silenziosa a cui si nega il diritto di avere opinioni diverse da quelle somministrate dai poteri mediatico-giudiziari.

Italia svègliati, e questa non è un’invocazione retorica o generica, ma realista e specifica. È giunto il momento di una presenza visibile ed energica di quell’Italia sfiduciata che non viveva con euforia i giorni della vita pubblica nostrana, che ha vissuto poi con disagio le sue involuzioni e ora vive con fastidio questa macchina da guerra che si è messa in moto per azzerare la dignità, la libertà, la rilevante quota di sovranità popolare e nazionale espressa da questa larga e profonda Italia. Questo non è un appello all’insurrezione, non è l’invocazione di un altro 25 aprile, come ha sciaguratamente scritto la Repubblica e come ha sensatamente denunciato Giampaolo Pansa.

No, è l’invito alla maggioranza silenziosa del paese a mostrare la sua calma e civilissima indignazione per l’esproprio che sta subendo davanti ai suoi occhi della sua facoltà di decidere e a ribadire la sua lucida determinazione a non aprire crisi al buio. Occorre una protesta vera e civile, anche in piazza, anche per strada, per respingere una crisi assurda e priva di sbocchi. In questo bruttissimo momento del nostro paese in cui sembrano civili e moderati nei toni e nei propositi perfino Tonino Di Pietro e i comunisti, è necessario che gli italiani liberi e non militanti facciano sentire tutto il loro disagio. Che chiedano loro, gli italiani, di decidere nelle sedi proprie se e quando mandare a casa Berlusconi e il suo governo, se e quando non leggere Feltri e il suo giornale. E non siano i pronunciamenti di giudici, ordini, associazioni mafiose e caporioni.

È giunto il momento che qualcosa di simile al Tea party si formi anche in Italia, per restituire vitalità e cittadinanza attiva alla mitica e nascosta società civile, da troppo tempo addormentata e avvilita. Un movimento di base e non di partito che non risponda all’incattivimento con pari aggressività, anche solo verbale; ma risponda con la temperata forza dei ragionamenti e delle libere opinioni. È necessario che riemerga nel nostro paese quella borghesia sana e perbene, intelligente e anche educata che si disse moderata; e con lei quel popolo italiano che non vuole più sentir parlare di guerra politica e di strappi.

Non mostrate i muscoli, l’unica prova di forza sia il numero, semmai. Mostrate il volto vero del paese che non vuole più vivere questo clima di guerra che porta alla paralisi. Un paese che difende il governo che ha eletto, ma che non appartiene a nessuno, nemmeno a Berlusconi; ma a se stesso, alle sua città, alle sue famiglie. E che faccia capire a tutti che solo l’interesse del Paese può essere superiore a tutto, non quello di una parte o di un’altra, di un potere o di un altro, di un leader o di un altro. Basta con i casi personali. Un popolo civile che reputa una benedizione il bipolarismo perché serve a garantire la responsabilità dei ruoli e la governabilità; ma che non vuole applicare il bipolarismo al popolo, ai valori, a tutto quanto. Il bipolarismo va circoscritto all’assetto politico-parlamentare.

Non va applicato ad altezza d’uomo e all’universo mondo. Perché non si può vivere la vita in bianco e nero, perché non ne possiamo più di guerre civili, di razzismi politici e culturali, di odii feroci e di milizie in campo. Il mondo non si divide in due, e da nessuna parte ci sono solo i buoni o solo i cattivi; il bipolarismo è solo un sistema politico-elettorale, non può diventare un criterio di giudizio universale. Altrimenti non è bipolarismo, è manicheismo. Mi piacerebbe che nascesse dal basso una forza larga e tranquilla nel Paese, che avesse questi obiettivi e che difendesse il voto espresso dagli italiani, l’interesse superiore del Paese e l’esigenza suprema di avere un governo. E che non gridasse al lupo al lupo, alle dittature in corso o alle porte, perché poi, anche i lupi più lontani e sordi, alla fine, si svegliano.



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Dino De Laurentiis creò la Mangano E geloso la distrusse

Quotidiano.net


Tre matrimoni, un amore da copertina finito nell'infelicità. La morte del figlio Federico  fu il colpo di grazia per la diva già stremata da geli e rancori


Una vita da maschio italiano: lavoro, donne e famiglia. Anche se si è famosi e ricchi non si muore a novant’anni, circondato dall’affetto sincero di una giovane moglie, se non si è buoni manager della propria vita privata. E Dino aveva programmato molto bene la sua. Quando Silvana Mangano all’epoca del suo massimo splendore, in shorts e chewing-gum, decise di accettare la sontuosa corte del produttore De Laurentiis, soffocando la passione ancora viva per lo scapestrato Mastroianni, seppe intuire l’accorto uomo d’affari ma forse non il gelido amministratore di sentimenti.

L’ex-piazzista di pasta - prodotta comunque dal padre - già aspirante attore del Centro Sperimentale, aveva già esaurito i bollori del bellimbusto all’italiana quando lasciò in pochi giorni la prima moglie Bianca Maria de Paolis, figlia di un bancario che non poco aveva contato nella fortuna delle sue prime produzioni, per unirsi (civilmente) alla avvenente bellezza di “Riso amaro”. Il primo matrimonio venne annullato dalla Sacra Rota. Con la freddezza di chi sa che i sentimenti sono pedine anche loro di un grande risico, Dino fece quel che il collega e socio Carlo Ponti aveva fatto con la Loren: giocò alla coppia giudiziosa, mondana al punto giusto, ma soprattutto dedita alla reciproca convenienza di carriere. Dino non esitò a fare dell’ex concorrente di Miss Italia (seconda alla Bosè) una lady sofisticata, quasi scontrosa. Non rese felice la moglie ma rese felicemente ricercata l’interprete tanto da farle assumere i panni, lei inizialmente terragna nella beltà corporea, dell’eterea signora di Visconti e Pasolini. Il progetto servì anche a nascondere una proverbiale gelosia: quella che, tra l’altro, impedì alla Mangano di assumere il ruolo che fu poi di Anouk Aimèe nella “Dolce vita”. Peccato non veniale.

Lo sfolgorio dello schermo di Silvana fu pagato del resto con il buio della vita privata soffocante e lussuosamente anonima. Nonostante i quattro figli di Dino la freddezza divenne la compagna di vita dell’attrice che chiamava per cognome il marito e si chiudeva per lunghi periodi in un mutismo snervante. Un risentimento verso il mondo che aumentò al momento della tragica morte in un incidente aereo del quarto figlio, Federico, a 26 anni. La Mangano tentò allora anche il suicidio appena nascosto dalla complicità di media all’epoca assai discreti. Morì in seguito a soli 59 anni, stroncata da un tumore.

Mentre lei soffriva Dino era già lontano, via dalla pazza folla, via dalla ingrata Italia nei lidi accoglienti di Hollywood. Dopo qualche chiacchierata relazione in cui il manager punta più alle gratificazioni immediate che al planning familiare, Dino, un quasi re dei blockbuster, sposa alle soglie dei settant’anni la giovane produttrice Martha Schumacher con cui avrà ancora tre figli e dividerà giorni di proficuo lavoro.

Dino, per sua confessione, fu legato alla vitalità della esistenza che, in codice mediterraneo, significa un moderato dongiovannismo. Certo, da vecchio, seppe essere un saggio patriarcale capo di famiglia. Capace persino di riflettere sulle ombre del proprio passato.

di Andrea Martini





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I 31 «pollicini» abbandonati da mesi Anm: «A Napoli usurati troppo in fretta»

Corriere del Mezzogiorno

Comprati con 8 milioni di fondi Ue sono fermi da marzo
L'azienda comprerà nuovi minibus a diesel «Euro 5»



NAPOLI - Trentuno minibus elettrici, di cui ventuno "ibridi", i cosiddetti «pollicini», sono abbandonati da otto mesi a marcire nel deposito dell’Anm di piazza Carlo III. Furono acquistati dal Comune di Napoli, con fondi dell’Unione Europea, e pagati 250 mila euro l’uno, per un totale di oltre 8 milioni di euro. Piccoli, agili, silenziosi e soprattutto non inquinanti, facevano servizio nei vicoli napoletani: rione Sanità, Forcella, quartieri spagnoli. Adesso sono inutilizzati e in attesa di essere demoliti. Questo perché l’azienda di trasporti non ha rinnovato il contratto con la Tecnobus, la ditta che si occupava della loro manutenzione, e non ha nessuno che sappia ripararli. Gli otto operai addetti al servizio sono stati licenziati. L’Anm ha motivato l'interruzione del servizio con il fatto che le batterie dei minibus non riuscivano più a garantire il servizio giornaliero perché troppo usurate.

I LAVORATORI LICENZIATI - «Se questo è successo è solo perché l’azienda ha comprato, forse per risparmiare, delle batterie scadenti. Prima i bus avevano un’autonomia di 16 ore e potevano completare tranquillamente il loro percorso giornaliero. Poi le batterie, alla fine del loro ciclo di attività, sono state sostituite con altre non originali e più scadenti e questo ne ha dimezzato i tempi di funzionalità» spiega Mario Marigliano, uno degli otto operai licenziati. Il 28 febbraio scorso i lavoratori hanno perso il lavoro e contemporaneamente il servizio si è interrotto: «L’Anm non ha rinnovato il "full service" con la Tecnobus dicendo che avrebbe potuto provvedere autonomamente alla manutenzione e noi siamo stati licenziati. Noi abbiamo lasciato tutti i veicoli in pienissima efficienza, revisionati dalla motorizzazione. Eppure dopo una settimana non sono più partiti e adesso ci sono otto famiglie in mezzo alla strada. L’Anm avrebbe anche potuto assumerci direttamente in modo che avremmo potuto continuare ad assicurare il servizio. Invece niente. E ora vogliono comprare dei nuovi bus a gasolio spendendo altri soldi per veicoli che sono anche inquinanti in una città che, per quanto riguarda lo smog e l’immondizia, è già allo stremo. Una cosa assurda».

L'ANM - Secondo il direttore operativo dell'Anm, l'ingegner Fabrizio Cicala, era impossibile continuare a utilizzare quei mezzi: «I dieci minibus elettrici sono stati acquistati nel 1997, e gli "ibridi" nel 2001, è chiaro che ora sono vecchi e non funzionano più bene. La loro tecnologia poi adesso è obsoleta. Certo in altre città come Milano e Firenze gli stessi mezzi hanno avuto una durata maggiore ma a Napoli si sono usurati prima proprio a causa della conformazione della città, delle tante salite e discese. Per questo la manutenzione ci veniva a costare troppo». Adesso però bisogna utilizzare mezzi a diesel molto più vecchi, ingombranti e inquinanti. «Ma stiamo già preparando con il Comune l'appalto per comprare nuovi mezzi - conclude Cicala - Non saranno elettrici ma a diesel con tecnologia euro cinque. Sono più economici e anche meno inquinanti di quelli ibridi e hanno costi di manutenzione molto più bassi».

Alfonso Bianchi
12 novembre 2010

Omicidio Via Poma, Volponi racconta in aula la sua verità

Corriere della sera


L'ex datore di lavoro all'udienza del processo per il delitto della Cesaroni: «Busco? Non l'ho mai conosciuto, so che non andava d'accordo con Simonetta»


ROMA - Per tre volte non si era presentato al processo, temendo la curiosità dei giornalisti. Ma nell'udienza del 12 novembre del processo per l'omicidio di Simonetta Cesaroni è arrivata la testimonianza dell'ex datore di lavoro, Salvatore Volponi, durata poco più di un'ora. Non ha negato molto, ma ha ribadito più volte di «non ricordare». L'ex datore di lavoro di Simonetta Cesaroni, uccisa il 7 agosto del ’90, a Roma, in via Poma ha detto, rispondendo alle domande del pm Ilaria Calò. «Non nego di aver detto ’bastardo’ appena dopo aver visto il corpo di Simonetta. Perché chi aveva fatto una cosa del genere è stato un bastardo. Senza dubbio. Non mi rivolgevo ad una persona in particolare. Non avrei detto ’bastardi’ o ’bastarde’. Era una imprecazione. Ero molto agitato quella sera». Nel processo è imputato Raniero Busco, fidanzato all’epoca dei fatti con Simonetta. «Non lo conosco. Non l’ho mai visto - ha detto Volponi - Non posso definirlo in alcun modo. Non lo conosco».

LA RICOSTRUZIONE - «Una volta Simonetta mi disse che aveva un ragazzo, ma aggiunse anche che non ci andava d’accordo. Non chiesi ulteriori particolari, non avevo titolo per chiedere. Lei me lo disse più di una volta. C’era tra noi una confidenza di lavoro, professionale direi». Così ha continuato Volponi rispondendo alle domande del pubblico ministero Ilaria Calò. Riguardo al fatto che potesse conoscere l’ubicazione degli uffici dell’Aiag, dove la Cesaroni fu uccisa, Volponi ha sottolineato più volte: «Non sapevo l’indirizzo di via Poma. Quando la sorella di Simonetta, insieme con il suo ragazzo, venne a chiedere informazioni, andammo nello studio di via Maggi. Cercammo sugli elenchi della Sip. Poi chiamai il mio socio e lui ci diede l’indicazione decisiva». Poi ha proseguito: «Quando arrivammo in via Poma il portone era chiuso, ma decidemmo di scavalcare. Andai verso la guardiola, ma non c’era nessuno. A quel punto mi indirizzai verso una finestra da dove filtrava della luce. C’era una donna anziana e un ragazzo. Chiesi aiuto. Pregai. Cercai di spiegare che una ragazza da diverse ore non si trovava più. E così ad un certo punto mi dissero che loro avevano le chiavi dell’ufficio e che ci avrebbero accompagnato».




RANIERO BUSCO: LA MIA COSCIENZA È PULITA - Nell'udienza è intervenuto anche Raniero Busco, l'ex fidanzato imputato per l’omicidio di Simonetta Cesaron. Per poco più di mezz’ora ha risposto alle domande del pm e degli avvocati di parte civile. «Quella notte i poliziotti mi vennero a prendere sul lavoro, all’aeroporto. Quando arrivammo in Questura mi hanno interrogato per molte ore. Mi schiaffeggiarono, mi gettarono le foto del corpo di Simonetta sul tavolo. Ho pensato che fosse una loro prassi rivolgersi in quel modo alle persone».

Redazione online
12 novembre 2010




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L’Ordine dei giornalisti ormai è diventato più fascista dei fascisti

di Paolo Granzotto


Le scrivo per dirle che sono disgustato per il trattamento riservato al nostro fantastico direttore Feltri da parte dell’Ordine dei giornalisti. Per mesi e mesi i giornali di sinistra hanno gettato fango e notizie false su Silvio Berlusconi, ma non c’è stato nessun provvedimento, e abbiamo dovuto assistere ad uno sputtanamento del Cavaliere anche su fatti strettamente privati. Caro Granzotto, perché non fate una raccolta di firme per l’abolizione dell'Ordine dei giornalisti?
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Come lei ricorderà, caro Alio, ad abolire l’Ordine ci si provò col referendum promosso nel 1997 dai Radicali. Ma senza esiti perché non fu raggiunto il quorum (in ogni modo, il 65,5 per cento dei votanti si disse favorevole all’abolizione, contro il 34,5 dei contrari). Fu un bel guaio perché un’occasione così chissà quando si ripresenterà. Né si può sperare che possa prenderne il posto una raccolta di firme, la cui corrispondenza è solo morale e può immaginare quanto gliene importa, ai vertici dell’Ordine, della questione morale.

Qualcosa, però, bisognerà inventarsi perché fa spavento che l’organo rappresentanza della quintessenza del dettato costituzionale sulla libertà di pensiero e di espressione intervenga per limitarla e, addirittura, per privarla. Salvo che nella Corea del Nord, in Cina, a Cuba e una volta nel Sudan di Idi Amin Dada, nessun altro Paese ha mai accettato qualcosa come l’Ordine con iscrizione obbligatoria e il sindacato unico dei giornalisti. Che poi è una creatura fascista, voluta per tenere disciplinatamente in riga e sotto controllo i giornalisti.

Guarda caso, il fondatore di questo giornale, Indro Montanelli, ne fu una delle pochissime vittime. Inviato dal Messaggero a seguire la guerra di Spagna, alla caduta di Santander telegrafò un articolo che cominciava così: «Una lunga passeggiata e un solo nemico: il caldo. Un caldo a picco, insistente, brutale. Un’avanzata tirata avanti, invece che a furia di fuoco, a furia di acqua». Giudizio impietoso per un’azione che vide coinvolti i nostri legionari e che con timbro trionfalistico il regime fascista aveva già eletto a gloriosa impresa che cancellava l’umiliazione di Guadalajara (dove il contingente italiano del generale Roatta subì una sonora sconfitta).

Il regime la prese molto male: Montanelli fu richiamato in patria per essere sottoposto a giudizio, il cui esito era scontato: sospensione dall’Ordine (che allora si chiamava Albo) per un arco di tempo da stabilirsi. A presiedere il consiglio d’accusa (l’equivalente di quello che ha processato Feltri) era quell’Antonino Tringali-Casanova che in seguito diede il meglio di sé al processo di Verona. Montanelli si difese con l’unico argomento che gli parve appropriato all’occasione: «Signori miei, io riferisco quello che vedo e il mestiere mi ha insegnato a credere solo alle cose che vedo». Fu tutto inutile, ovviamente, ma qui viene il bello, caro Alio.

I fascistissimi membri dell’allora fascistissimo Ordine non se la sentirono di firmare la sospensione di due anni inflitta a Montanelli. Loro, giornalisti, non trovarono tanto bronzo da averne la faccia necessaria per sanzionare chi aveva fatto, in modi criticabili o meno, il giornalista. Pertanto ricorsero a una di quelle gabole nelle quali noi italiani siamo maestri: chiesero che fosse il partito a sospendergli la tessera. E siccome senza tessera del Pnf non si poteva avere quella dell’iscrizione all’Albo il risultato fu lo stesso: Montanelli venne sospeso e per mettere insieme il pranzo con la cena dovette trascorrere un paio d’anni in Estonia, in qualità di lettore di italiano all’Università di Tallin. Ecco, caro Alio, questo mi premeva sottolineare: l’altro ieri i membri Consiglio dell’Ordine che hanno sanzionato Vittorio Feltri, quel bronzo l’hanno trovato, e in abbondanza. Mostrandosi alla fine assai più fascisti dei fascisti che cogliendo l’enormità illiberale della sanzione almeno passarono la mano.



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