venerdì 12 novembre 2010

I giornalisti italiani? Grandissimi ipocriti»

Corriere della sera

L'Ordine ha sanzionato Feltri per il caso Boffo
di Pierluigi Battista

Allarme delle Entrate: circola mail-truffa, promette rimborsi, ruba da carte credito

Il Messaggero



ROMA (12 novembre) - Allarme dell'Agenzia delle entrate su una truffa informatica perpetuata con l'indirizzo della stessa Agenzia. «E' stata segnalata - avverte l'Agenzia delle entrate - la circolazione di una "e-mail", con oggetto "Si dispone di un rimborso fiscale!" apparentemente proveniente dall'indirizzo "Agenzia delle entrate", che invita il destinatario a scaricare e compilare un modulo per ottenere un presunto rimborso, richiedendo, tra le altre informazioni, anche i dati della carta di credito».

«Questa comunicazione - prosegue l'Agenzia - è un tentativo di phishing,
una truffa informatica architettata per entrare illecitamente in possesso di dati sensibili. Si invita chiunque dovesse ricevere questo messaggio di posta elettronica a eliminarlo al più presto e a non aprire il suo allegato, in quanto potenzialmente pericoloso». L'Agenzia delle Entrate informa quindi di «essere del tutto estranea al fatto» e ricorda ai contribuenti che «sul sito internet www.agenziaentrate.gov.it, nella sezione "Home - Cosa devi fare - Richiedere - Rimborsi" si possono consultare le corrette modalità per ricevere un rimborso fiscale con l'accredito su conto corrente. «In nessun caso l'Agenzia richiede informazioni sulle carte di credito».





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Libero Furlan, serial killer neonazista di Ludwig

di Redazione


E' tornato definitivamente in libertà Mario Furlan, uno dei due fondatori della formazione neonazista Ludwig. Condannato nel '91 a 27 anni di carcere per 10 omicidi. Tra le vittime preti, omosessuali e clochard. Per il giudice di sorveglianza non è più pericoloso





Milano - E' libero definitivamente Marco Furlan, uno dei due fondatori della formazione neonazista Ludwig, condannato nel 1991 a scontare 27 anni di carcere per dieci omicidi commessi tra l'82 e l'84, tra cui barboni, prostitute, omosessuali e preti (per altri cinque venne scagionato). Il giudice di sorveglianza di Milano, Cristina Ceffa, ha revocato la misura di sicurezza della libertà vigilata richiesta dal pm Ferdinando Pomarici, sulla base della relazione dei servizi sociali. "L'ex componente di Ludwig - si legge nella relazione - è arrivato alla conclusione del suo percorso e dal punto di vista psicologico ha raggiunto un suo equilibrio". Non è più socialmente pericoloso, dunque.

Condanna Furlan era stato arrestato il 4 marzo del 1984, uscì per scadenza dei termini nell’88 e nel ’91 fuggì dalla dimora obbligata per essere poi nuovamente arrestato nel maggio del ’95 a Creta. Nel 1991, qunado fu emessa la condanna definitiva, i magistrati riconobbero la sua seminfermità mentale. Nell’aprile del 2008 Furlan, dopo 18 anni di cella (anche per via di alcuni condoni e della buona condotta) durante i quali si laureò in ingegneria informatica, venne scarcerato e affidato ai servizi sociali: cominciò a lavorare in una società di informatica.

Riabilitazione A settembre dell’anno scorso gli venne concessa al posto della misura di sicurezza del ricovero in casa di cura, la libertà vigilata. Ora vive a Milano e ha assicurato al giudice che la sua vita ha preso una determinata direzione: "Continuerò a lavorare e rimarrò in rapporto con gli operatori che mi hanno seguito finora".





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Vajont, acqua e business I sopravvissuti: «Mai»

Corriere della sera


Accordo privati-Comuni per lo sfruttamento del torrente



La diga del Vajont (archivio)

La diga del Vajont (archivio)


LONGARONE (Belluno) — Sulle acque del Vajont memoria e utilità tornano in competizione. Perché le società «En&En» e «Martini e Franchi» hanno, concessioni alla mano, le carte in regola per lo sfruttamento del torrente che scorre a valle della diga più tristemente famosa d’Italia, quella coinvolta 47 anni fa nella sciagura che seminò morte (quasi duemila vittime) e distruzione; e perché i Comuni interessati (Longarone, Castellavazzo, Erto e Casso), a corto di risorse economiche, sperano, tramite la Bim Gestione servizi pubblici (società che gestisce il servizio idrico) di portare a casa parte dei proventi derivanti dall’utilizzo delle acque per la produzione di energia elettrica. Ma per chi nel 1963 c’era e l’ha scampata il solo pensiero è blasfemo. «Tutto è iniziato con acqua e soldi - afferma Micaela Coletti del Comitato sopravvissuti Vajont - e in acqua e soldi rischia di finire. Dire che siamo contrari è poco: il posto è sacro e ha un valore che travalica i confini della nostra terra, un valore nazionale».

La materia è molto delicata e i sindaci lo sanno bene. «Ne parleremo anzitutto venerdì prossimo, 19 novembre, con sopravvissuti e superstiti - dichiara il primo cittadino di Longarone, Roberto Padrin -; si tratta di una questione morale, visto che i privati hanno le carte in regola». Anche se sono stati gli enti pubblici a farsi avanti con i privati. «In effetti - spiega i l presidente di En&En, Angelo Caneve - la concessione del Friuli Venezia Giulia (il prelievo d’acqua inizia 50 metri oltre il confine regionale, ndr) è vecchia di anni; se qualcosa si muove, è sotto la spinta dei Comuni. Hanno chiesto una quota pubblica al 60%; per noi va bene, ma stiamo a vedere, in attesa delle delibere dei consigli comunali: in linea teorica non ne avremmo bisogno, ma nella pratica non funziona così». I Comuni hanno delegato la questione alla Bim Gestione servizi pubblici. «Certo - spiega il presidente della società Franco Roccon - perché un recente decreto statale vieta ai Comuni con meno di 30mila abitanti di aderire a società. D’altra parte, noi portiamo know-how e i Comuni otterranno risorse per asili e scuole. E per tenere viva la memoria dei morti». Intanto la politica si divide. Se il consigliere regionale del Pd Sergio Reolon alza la voce («Non si può subordinare integrità di luoghi e persone al potere economico »), il deputato Pdl Maurizio Paniz cerca una sintesi: «Se do ascolto al cuore, dico no; ma con la ragione, sì. Ho enorme rispetto per le vittime, ma l’acqua scorre lo stesso; e non ha senso non sfruttare risorse che verrebbero comunque utilizzate da altri».

Marco de Francesco
12 novembre 2010



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Germania, il paziente è neonazista E il chirurgo ebreo non lo opera

Corriere della sera


È uscito dalla sala operatoria quando ha scoperto che l'uomo aveva tatuato lo stemma del Terzo Reich

L'operazione è stata eseguita da un altro MEDICO


BERLINO - Un chirurgo ebreo ha abbandonato la sala operatoria dove si preparava a operare un paziente quando ha scoperto che l'uomo aveva lo stemma del Terzo Reich tatuato su un avambraccio. Secondo quanto scrive venerdì il tabloid Bild, il chirurgo, 46 anni, si è accorto del tatuaggio del paziente (36 anni) - l'immagine di un'aquila imperiale sopra una svastica - quando era già tutto pronto per l'intervento.

COSCIENZA - A quel punto, il chirurgo ha spiegato che la sua coscienza non gli permetteva di eseguire l'intervento, ha lasciato la sala operatoria e ha detto alla moglie dell'uomo: «Non opererò suo marito, sono ebreo». L'operazione è stata eseguita da un altro chirurgo, conclude il giornale. (fonte: Ansa)


12 novembre 2010



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Uccise la moglie con 60 coltellate Assolto il campione di culturismo

Corriere della sera


«Totale incapacità di intendere e di volere». Farà 10 anni in un ospedale psichiatrico giudiziario


MILANO - Assolto per totale incapacità di intendere e di volere Mauro Rozza, l’ex campione italiano di pesi massimi e body building che il 17 aprile 2009 uccise la moglie con una sessantina di coltellate, in seguito a un litigio ritenuto banale dagli inquirenti. I giudici della prima corte d’assise hanno deciso per lui il ricovero obbligato, per 10 anni, in un ospedale psichiatrico giudiziario. Subito dopo il delitto, avvenuto nell'abitazione dei coniugi in via Bolama nel quartiere di Villa San Giovanni (Milano) l'uomo, 44 anni, era andato a costituirsi facendosi accompagnare dal padre e dicendo di non ricordare più nulla di quello che aveva fatto.

ERANO IN VACANZA - I coniugi Mauro Rozza e Maria Casamassima, coetanei, vivevano di solito a Miami Beach, in Florida, in un appartamento nelle «King David Towers», e stavano a Milano solo nei periodi di vacanza. Sembra che l'uomo soffrisse di uno stato di profonda depressione. Era accusato di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, dai futili motivi e dal fatto che la vittima fosse sua moglie.

IL PM AVEVA CHIESTO 20 ANNI - Il pubblico ministero Giancarla Serafini aveva chiesto la condanna a 20 anni di reclusione nel procedimento con rito abbreviato, sulla base di una precedente perizia psichiatrica svolta con la formula dell’incidente probatorio all’avvio dell’inchiesta che aveva concluso per la «semi incapacità». I giudici della prima corte d’assise, che successivamente hanno fatto svolgere una nuova perizia su richiesta del difensore, hanno disposto nei confronti dell’imputato la misura di sicurezza del ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario per 10 anni.

Redazione online
12 novembre 2010



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Tokyo, debutta in teatro l'attrice robot

di Redazione

Si chiama Germinal F. ed è la prima androide a salire su un palcoscenico. Parla e si muove grazie a 12 motori e un pc che gli permette di riprodurre i gesti umani. E' costato un milione di euro



 

Tokyo - Non avrà mai paura di salire su un palcoscenico. Questa è l'unica cosa certa, per il resto la sua interpretazione ha lasciato molti dubbi. Capelli castani, occhi scuri, lei si chiama Germinal F, ed è l'ultima creatura del prestigioso quanto geniale disegnatore di robot dell'università di Osaka, Hiroshi Ishiguro. Un'attrice robot che sorride, parla, recita, in compagnia di un'altra attrice (vera). Il debutto è avvenuto in un teatro di Tokyo alla presenza di qualche coraggioso spettatore, come riporta elmundo.es.

La rappresentazione E' andata in scena una tragedia, nella quale l'androide rappresentava una sorta di badante chiamata ad accudire una giovane ragazza malata terminale. Il robot, durante lo spettacolo, rimane sempre seduta su una sedia a recitare poemi e monologhi. Parla, sembra quasi che respiri, accompagna le sue parole con un movimento del collo. E' capace di sorridere, anche se l'espressività del suo volto non è proprio delle più reali. Tutto questo è reso possibile grazie ai dodici motori che albergano nel suo corpo metallico e all'ausilio di una donna (vera) che da una stanza vicina parla e gesticola.

Tecnologia Le sue parole e i suoi gesti vengono poi registrati da una telecamera ed elaborati da un computer che li fa riprodurre all'androide. Secondo alcuni spettatori presenti allo spettacolo, l'interpretazione e le qualità della neo-attrice lasciano un po' a desiderare, ma il suo creatore si dice ottimista e sicuro che nel futuro riuscirà a ottenere robot di eccellente qualità per recitare.
"Fisicamente gli androidi possono assomigliare molto agli attori umani- ha detto il disegnatore giapponese- ma la cosa più importante è che siamo capaci di creare un attore superiore, che riunisce tutte le migliori qualità di un essere umano". Anche per l'attrice in carne e ossa l'esperimento non è andato male. "Non c'è molta interazione, non è semplice perché non senti la presenza dell'altro, ma è una sperimentazione, e quindi è emozionante", ha spiegato l'attrice.

Il costo dell'androide L'obbiettivo dell'esperimento, secondo il direttore dell'opera, Oriza Hirata, non sarebbe quello di sostituire del tutto gli attori umani, ma integrare il mondo teatrale con questi nuovi tipi di attori. Attualmente l'impresa sembra uin po' ardita, a giudicare almeno dai prezzi del robot. Geminoid F. è costato all'incirca 900mila euro, ma gli esperti di robotica prevedono che nel giro di dieci anni gli androidi saranno più accessibili e funzionali e diventeranno compagni di abitazione. Per ora, di sicuro c'è solo che nessuno degli spettatori ha chiesto il bis.






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Mamma, le bambole non fanno la nanna Sono cattive, ecco perché le picchio»

Corriere della sera


Ai bambini che rifiutavano il cibo sberle sulla bocca e sulla nuca. Ed erano insultati mentre venivano cambiati




A testimoniare i presunti maltrattamenti sui piccoli, una donna ha girato un video con il telefonino
A testimoniare i presunti maltrattamenti sui piccoli, una donna ha girato un video con il telefonino
MILANO -
Una sera Anna, mentre metteva il pigiama alle sue bambole, cominciò a strattonarle e a prenderle a schiaffi. «Iniziò a picchiare le bambole con cui stava giocando perché, diceva lei, non volevano andare a nanna». E quando la mamma le si avvicinò e accarezzandole la testa le chiese «perché fai così? La mamma non lo fa mai con te...» lei rispose: «Mamma no... Franci». La maestra Franci Francesca Pamfili che, entrando il giorno dopo all'asilo, la piccola Anna indicò alla mamma «come colei che picchiava i bambini che non volevano dormire».
Il racconto della mamma di Anna, uno scricciolo di nemmeno due anni la cui identità è nascosta dietro un nome di fantasia, è contenuto insieme a quello di un'ex educatrice e di due dipendenti nelle sei pagine del decreto con cui il gip del tribunale di Pinerolo, Alberto Giannone, ha ordinato il sequestro dell'asilo nido «Nel paese delle meraviglie». Quel «nido della serenità», recita un depliant pubblicitario, gestito dalle tre educatrici ora indagate per maltrattamenti in concorso nei confronti di 37 bambini, 12 dei quali ritirati all'inizio del nuovo anno scolastico in seguito ai primi sospetti e malumori finiti sulle pagine dei giornali locali.
La teste numero uno dell'inchiesta avviata a febbraio è un'ex educatrice che ha lavorato nell'asilo dal maggio 2007 all'agosto 2010. L'insegnante ha riferito ai carabinieri del capitano Paolo Iacopini, coordinati dal pm Ciro Santoriello e dal colonnello Antonio De Vita, di «maltrattamenti sia fisici sia psicologici», attuati dalle responsabili dell'asilo «con assiduità e particolare cattiveria»: «insulti sistematici» che accompagnavano i piccoli «mentre venivano cambiati o messi a dormire in locali non attrezzati per questo»; «schiaffi e pugni, sulla bocca e sulla nuca» che venivano usati per punire «i bambini che non mangiavano e sputavano cibo». Nell'ordinanza si legge anche di una «condotta particolarmente violenta e odiosa» adottata nei confronti di una bambina: «La piccola veniva messa a dormire per terra con il lettino capovolto a mo' di gabbia su di lei, sì da impedirle di muoversi».

Video


Video : Un genitore : «Avevamo dei sospetti. Alcuni si erano già ritirati»

Anche la testimonianza di un'ausiliaria addetta alla mensa parla dello «stato di abbandono e dell'assoluta mancanza di controllo in cui erano lasciati i bambini quando venivano messi a dormire». La dipendente ha riferito di aver sentito «in più occasioni le tre socie insultare i bambini, soprattutto quando si rifiutavano di mangiare, apostrofandoli con parolacce o frasi offensive, per motivi assolutamente futili». Di averle viste «gettare loro addosso dei giocattoli, delle palline». E anche lei ha sottolineato: «Lo facevano con insolita cattiveria o violenza». Come quando lanciavano «le ciabatte addosso ai bambini che recavano un po' di capricci». Fino ad arrivare alle punizioni esemplari, come: «chiudere i bambini nel camino»; metterli «a dormire sotto il lavandino del bagno posto accanto alla mensa, soli e al buio». Una punizione che, sta scritto nel decreto, «indusse la donna a effettuare un filmato poi consegnato ai carabinieri».
Stesse punizioni e stessi maltrattamenti si ritrovano nel racconto di un'altra dipendente dell'asilo, un'impiegata parente dell'addetta alla mensa. A sua volta la donna «ha confermato che le tre socie erano solite percuotere e insultare i bambini (e indirettamente i loro genitori) per motivi futili». Un particolare, quello degli insulti indiretti ai genitori, che viene sottolineato anche nella prima pagina dell'ordinanza dove si legge che le tre educatrici «maltrattavano ripetutamente la maggior parte dei bambini picchiandoli..., offendendoli con epiteti e frasi ingiuriose, come "...puzzi come tua madre"». Non solo: «Sottoponendoli a vessazioni, costringendoli a mangiare il cibo che in precedenza il bambino aveva vomitato». E ancora: «Facendo dormire alcuni di loro in stanze chiuse al buio e in condizioni di assoluto isolamento, facendoli piangere per lungo tempo senza provvedere ad alcuna forma di consolazione e senza informarsi del loro stato di salute».

Proprio durante uno di questi momenti di anarchia e abbandono la piccola Anna, che dormiva nel suo lettino, sarebbe stata morsicata da un compagno di giochi più grande di lei. «Quei morsi, al volto e al corpo, non sono parole ma una certezza refertata al pronto soccorso», ha detto la mamma della bambina limitando i commenti per non esporsi a nuove polemiche. La sua denuncia ha portato a lei insulti e solitudine. Ma agli investigatori la certezza che nell'asilo al centro dei pettegolezzi di paese - l'indagine è partita dalla denuncia di un cittadino senza figli in quella scuola - i bambini non venivano curati come si deve. «Venivano lasciati senza alcuna custodia per lungo tempo così che finivano per farsi male perché si aggredivano tra loro» si legge nelle ultime righe del decreto in cui si motiva l'iscrizione nel registro degli indagati delle tre educatrici. Non solo: piccoli come sono, tutti tra gli otto mesi e i tre anni di età, «finivano per farsi male anche in ragione della loro naturale e prevedibile incapacità di provvedere a se stessi».



Alessandra Mangiarotti
12 novembre 2010


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Traffico d'armi in Nigeria: coinvolti due pasdaran iraniani

Corriere della sera


Sequestrati 13 container ad Apapa. Tensione all'interno degli apparati di sicurezza di Teheran



Le armi sequestrate
Le armi sequestrate
WASHINGTON – Si sono fatti beccare. E adesso cercano di tirarsi fuori dai guai. Sono dei pasdaran iraniani, coinvolti in una imbarazzante operazione di traffico d’armi in Nigeria. Una manovra – parte del cosiddetto «Piano Africa» – emersa con il sequestro nel porto di Apapa (Lagos) di 13 container pieni di armi. Un carico – come ha rivelato il Corriere nei giorni scorsi – destinato a diversi gruppi estremisti: Hisba, movimento integralista che agisce nel nord della Nigeria; Boko Haram, i talebani dell’Africa; guerriglieri del Mend, responsabili di rapimenti e attacchi nel Delta; ribelli senegalesi della Casamance. Ad organizzare la spedizione – sempre secondo le nostre informazioni ora confermate da un rapporto nigeriano - Azim Agajany e Sayed Tahmasebi, due ufficiali dei pasdaran e un nigeriano, Ali Abbas, alias Abu Geja. Quest’ultimo è stato arrestato dalla polizia locale mentre i due iraniani si sono nascosti all’interno della loro ambasciata ad Abuja.
SI MUOVE MOTTAKI - Smascherati, i khomeinisti hanno mobilitato intelligence e diplomazia per uscire dall’angolo. Con due obiettivi: ottenere la restituzione delle armi e riportare a casa Agajany e Tahmasebi. Nelle ultime 48 ore si è mosso persino il ministro degli Esteri Manoucher Mottaki che ha raggiunto la capitale nigeriana – Abuja – dove ha avuto contatti diretti con le autorità. Ha offerto collaborazione ma avrà dovuto anche dare spiegazioni. Non è però chiaro se abbia ottenuto il via libera per gli ufficiali rifugiatisi nella sede diplomatica.
LA SPEDIZIONE - Dall’inchiesta è emerso in modo chiaro come i due pasdaran abbiano organizzato la spedizione sotto la copertura di una società per costruzioni, la International Trading and General Construction. Inoltre sono entrati nel Paese con un visto sponsorizzato dalla stessa ambasciata dell’Iran. Tutti elementi che si sono tramutati in prove a loro carico. E che hanno provocato – secondo nostre informazioni – tensioni all’interno degli apparati di sicurezza iraniani. Una fonte ci ha confermato sullo svolgimento di riunioni di emergenza coordinate da un alto funzionario dell’intelligence, Sarhang Reza Shamshiri, incaricato di chiudere al più presto la vicenda. L’ufficiale non ha però mancato di sottolineare gli errori commessi dagli agenti. Una «scarsa professionalità» emersa anche dal rapporto nigeriano: dimostrando di non sapere la geografia, Agayani aveva chiesto che il carico fosse trasportato via nave ad Abuja. Peccato che la capitale non si trovi sulla costa. I container erano stati imbarcati su una nave gestita da una società francese nel porto di Bandar Abbas. Dopo una sosta in India, il cargo ha scaricato le armi, in luglio, nel porto di Apapa (Lagos). Gli iraniani le hanno lasciate in deposito ma la dogana le ha scoperte. Il caso è doppiamente delicato per Teheran. L’invio delle armi rappresenta una violazione delle risoluzioni Onu e costituisce, poi, una manovra destabilizzante all’interno della Nigeria.
Guido Olimpio
12 novembre 2010



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Maiali, è tempo di November Porc

Corriere della sera


Il mariolone più grosso, la cicciolata più grande e lo strologhino da Guiness. Torna il November Porc, il festival di Sua Maestà il maiale. Culatello, cotechino e panini McPorc. Tra tornei di tiro al salame e vino a volontà

Norcini&Maiali al November Porc
Norcini&Maiali al November Porc
Guance rubiconde e ventri abbondanti. I corpulenti norcini si rimboccano le maniche per non deludere i voraci (e veraci) estimatori di Sua Maestà il maiale. Torna anche quest’anno, puntuale come la nebbia, il November Porc, quattro weekend (fino al 28 novembre) per la grande abbuffata collettiva a base di maiale e dei suoi derivati. Una maratona gourmand che non ammette diete, rinunce o sazietà: al Re Suino (o “al Nimel” come lo chiamano a Parma) non si dice mai di no. Un'occasione da non perdere per rimpinzarsi tanto e bene ma anche per rivivere l’atmosfera delle antiche sagre autunnali quando i norcini andavano all’alba nelle corti avvolte dalla bruma per macellare i maiali e tirar fuori culatelli, prosciutti, strolghini, spalle crude, cotechini, mariole, cappelli del prete, cicciolate e salami. Le opere d’arte della gastronomia nostrana.

Si inizia a Sissa (6-7 novembre), il piccolo comune a due passi dal Po che ha fatto della Spalla Cruda il suo vanto. E proprio a lei è dedicato il Palio di Palasone-Sissa, la gara culinaria che premia le più buone (sabato, ore 15.30, piazza Roma). Shopping a go-go tra gli stand allestiti per le vie del centro e tappa d'obbligo in piazza Scaramuzza per provare l’ormai celebre takeway McPorc, il fastfood all’emiliana che sforna panini american style ma con gli ingredienti della Bassa.

Sempre a Sissa, grande attesa per l’appuntamento annuale di domenica 7 novembre quando, come vuole la tradizione, si estrae dal paiolo ribollente l'enorme Mariolone, una sinfonia di carni magre (spalla e stinco) tritate e insaccate con un po’ di cotenna nell’intestino cieco del suino. Perché si sa, del maiale non si butta via niente. A condire il tutto, torta fritta, fiumi di Lambrusco e le canzoni in vernacolo della Minestron band. Un nome un programma.

Il weekend successivo (13-14 novembre) ci si sposta più giù, sugli argini del Grande Fiume, a Polesine Parmense per la cottura del gigantesco Prete, una variante del cotechino, che viene sollevato e tagliato da quattro robusti “barbùter”, gli eredi dei barcaioli del Po. E mentre la nebbia spadroneggia (si spera), Mc Porc continua a sfornare panini e gli avventori a mangiare.

È a Zibello, la mecca del Culatello, la terza tappa del tour (20-21 novembre). Qui lo spettacolo è da Guiness, con la presentazione ( e successiva degustazione) dello Strolghino più lungo del mondo, quasi 500 metri di lunghezza di salame, prodotto con le rifilature magre del culatello e del fiocco di prosciutto. Il November Porc finisce il 28 novembre nel paese natale di Giovannino Guareschi, Roccabianca, dove l'aria sa già di Natale. Ultimi "sforzi" per gli stomaci degli irriducibili con ciccioli e cicciolata, due dei prodotti più antichi della tradizione parmense, accompagnati da polenta calda e malvasia frizzante. Poi, forse, la dieta.

Francesco Colla e Alessandra Turci



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Multe, via internet la “risposta” ai ricorsi Pochi click e le file diventano un ricordo

Il Messaggero




di Luca Lippera

ROMA (11 novmebre) - Qualche clic al computer e il “gioco” è fatto. Nel pianeta geneticamente ostile delle multe è avvenuto un miracolo senza precedenti. Lo hanno confezionato senza forse pubblicizzarlo quanto meritava il Ministero dell’Interno e la Prefettura di Roma, mettendo in piedi un sistema che permette ai cittadini di scoprire via internet che fine ha fatto il ricorso presentato al Prefetto contro un verbale. Basta collegarsi al sito http://sana.interno.it e il resto viene da sè. Se la contestazione è stata accettata, si può addirittura stampare una copia dell’ordinanza di accoglimento. Cose impensabili bisogna ammetterlo rispetto all’era disgraziata delle “multe pazze”.

Il servizio vale per i ricorsi inoltrati dal 2007 in avanti e per ora solo per quelli della Polizia Municipale e di quella Provinciale. Entrando in http://sana.interno.it (“sana” sta per sanzioni amministrative) si tira un sospiro di sollievo: le file in via Ostiense 131 e la caccia alle scartoffie sono archeologia. Il futuro, anche se tutto è migliorabile, è arrivato anche per le contravvenzioni. Nel sito c’è un percorso guidato. Il ricorrente entra da “Sana per il cittadino” e di lì viene portato per mano. Bisogna indicare la Prefettura di Roma, selezionare il criterio di ricerca (o per numero di verbale o per numero di protocollo), indicare l’organo che fece la contravvenzione (vigili urbani o altro), la data della multa, un codice che appare al video e poi attendere la risposta.

Se vi è andata bene, dopo che avrete digitato il tasto “Conferma”, apparirà l’ordinanza di accoglimento, con tutto l’iter che l’ha preceduta. In caso contrario ci sarà quella di rigetto. «Ma il sistema dicono in Prefettura fornisce anche altre informazioni: ad esempio la data di un’audizione se il cittadino l’ha chiesta o lo stato del fascicolo». Il sistema funziona non solo per le multe elevate a Roma. «Si stanno aggiungendo altri comuni continua la funzionaria che segue lo sviluppo di Sana Ci sono già Bracciano, Santa Marinella, Monteporzio Catone e presto ne entreranno un’altra settantina».

Il sito presto darà informazioni anche sui ricorsi al Prefetto nati da multe dei carabinieri e della Polizia Stradale. Ma i progetti in cantiere sono molti. «Si sta valutando spiegano i dirigenti della Prefettura se possa essere utile consentire l’inoltro stesso dei ricorsi per via telematica. Ma da una parte c’è un problema di costi. Dall’altra ci sono alcuni aspetti tecnici sui quali si sta ancora riflettendo. Ci siamo presi un po’ di tempo per riflettere».

L’utilità di http://sana.interno.it è innegabile. Immaginate che la Gerit vi abbia spedito una cartella esattoriale per un ricorso che nel frattempo è stato accolto dal Prefetto. Sebbene l’ordinanza di accoglimento stampata al computer non sia l’originale, la concessionaria del gruppo Equitalia in genere la accetta (anche via fax) per il discarico degli importi. File e tempo risparmiati. Ma c’è di più. Nel sistema c’è anche un’area per gli organi accertatori (mettiamo i vigili) e per gli uffici giudiziari. Ai primi basta entrare nel sito per controllare lo stato di un ricorso, magari cancellando il verbale dai ruoli di riscossione, anticamera delle cartelle esattoriali. Insomma, a Cesare quel che è di Cesare e tanto di cappello.




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Clinton e il moralista, amici per le corna

di Marcello Foa


Newt Gingrich è stato il principale accusatore dell’ex presidente, chiese l’impeachment per lo scandalo Lewinsky. Ora si scopre che la sera i due diventavano compagnoni, uniti da un’unica passione: le relazioni extraconiugali



 

Forse è solo ipocrisia, tipica del mondo politico. O forse prova soltanto l’imprevedibilità della natura umana. Di certo la notizia è clamorosa. Ricordate lo scandalo Lewinsky del ’98, meglio noto come Sexgate? La scappatella con una giovane stagista portò Bill Clinton sull’orlo dell’impeachment. Il mondo non parlava d’altro. E a guidare la campagna moralistica contro un presidente (democratico) troppo sensibile al fascino femminile, era Newt Gingrich, l’ideologo repubblicano che inventò il «contratto con l'America» e che presiedeva la Camera dei Deputati. Il peggior nemico di Bill, un accusatore implacabile. In teoria. In realtà un uomo che proprio in quei giorni divenne uno dei suoi migliori amici, unito dalla stessa passione, quella per le relazioni extraconiugali.

Parola di un repubblicano che conosceva bene Gingrich, Dick Armey, e a sua volta ex leader della Camera Bassa, che in un’intervista al settimanale cristiano World, ha svelato la vicenda. Fu proprio Clinton a scoprire, durante i primi mesi del Sexgate, che Gingrich aveva un’amante, di ben 23 anni più giovane di lui. Una sera lo invitò alla Casa Bianca. Probabilmente per ricattarlo. Gli disse: «So tutto, tu ed io siamo uguali». Ovvero: stai attento a quel che dici o spiffero tutto. Avrebbero potuto litigare, rompere, minacciarsi vicendevolmente. E invece l’incontro, di cui nessuno finora ha saputo nulla, si concluse nella maniera più improbabile. Con l’inizio di una grande, segretissima amicizia.

Gingrich, il quale, era felicemente spostato, in pubblicò non indietreggiò di un millimetro e continuò a denunciare le abitudini indegne e fedifraghe del Comandante supremo della Nazione. Clinton si difese strenuamente, ma non alluse mai alla vita parallela del suo implacabile inquisitore.

Di giorno, nemici. La sera, lontano dalle telecamere, complici come solo due uomini che condividono un segreto imbarazzante possono essere. Newt e Bill iniziarono a incontrarsi spesso. Si sedevano di fronte al caminetto, sorseggiando vino e fumando sigari di qualità. E parlando, a voce bassa. Di donne, delle rispettive avventure galanti. Si scambiavano battute, di cui non è difficile immaginare il tenore. Alcol e fumo, donne e sesso. Un classico. Newt divenne il confidente intimo di Bill, e viceversa.

All’alba tornavano a essere quelli di sempre. Tanto diversi, eppure, nell’intimità, così simili. Qual era il vero Bill e quale il vero Newt? Ah, saperlo. Di certo, con loro, il destino è stato beffardo. L’uomo che doveva cadere, Clinton, è rimasto alla Casa Bianca e con la stessa moglie, Hillary. Colui che aveva davanti a sé un grande futuro politico, Gingrich, si è dimesso dopo le elezioni di Mid Term del ’98, ha divorziato e ha sposato l’amante.

Non si sa quali siano, oggi, i rapporti tra i due ex nemici-amici, ma è probabile che siano eccellenti. Come capita in politica molto più spesso di quanto si immagini. Soprattutto negli Usa. Pochi sanno, ad esempio, che quasi tutti i ministri della Difesa e del Tesoro sono membri del Council on Foreign Relations, il quale è un rispettabile istituto di politica internazionale, ma anche la fucina delle élites politiche - e spesso anche economiche - degli Stati Uniti. Democratiche e repubblicane. Escono quasi tutti da lì, in posti di primissimo piano (si contano anche diversi presidenti), o come sherpa dietro le quinte. Politici, che, come Bill e Newt, di giorno litigano, ma la sera si ritrovano. A parlare. Non certo solo di donne.





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Ruby, la carta dei giudici che smentisce il pm

di Anna Maria Greco


Nel provvedimento del tribunale dei minori c’è l’ok di un magistrato all’affidamento della ragazza al consigliere Pdl Minetti. Il ministro Maroni denuncia la Fiorillo dopo l’accusa di "falso". E anche la Cassazione indaga sull’affaire




Roma - Anche la Procura generale della Cassazione indaga sull’«affaire Ruby». E potrebbe avviare azioni disciplinari sulle toghe coinvolte. «Accertamenti conoscitivi», soprattutto sul ruolo della pm dei minori, Anna Maria Fiorillo.
Dopo le dichiarazioni del procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati e del ministro dell’Interno Roberto Maroni in parlamento, sembrava tutto chiarito sulla correttezza di polizia e magistratura la notte tra il 27 e il 28 maggio in Questura.
Ma la Fiorillo ora accusa il titolare del Viminale di aver fornito una ricostruzione falsa dei fatti. Maroni risponde con una querela per diffamazione. «Quando uno è ferito, si difende - replica la pm - me lo aspettavo. È la ciliegina sulla torta. Divertente. Come indagato potrò dire tutto e rinuncio anche all’avvocato».
Il Csm, al quale la Fiorillo si è rivolta per avere tutela rivela a questo punto che dal 2 novembre si è già mosso il Pg della Cassazione Vitaliano Esposito, titolare dell’azione disciplinare come il guardasigilli. A lui, che fa parte del Comitato di presidenza di Palazzo de’ Marescialli, viene trasmessa la relazione in cui la pm insiste di non avere mai autorizzato l’affidamento di Ruby alla consigliera regionale Pdl Nicole Minetti. Il Csm, già perplesso sui suoi spazi d’intervento, ha così un buon motivo per non muoversi ed aspettare.
Ma Il Giornale è in possesso di un documento che sconfesserebbe la Fiorillo. Un atto ufficiale, del Tribunale dei minori, in cui il 30 giugno il collegio di 4 toghe presieduto da Anna Zappia nega l’affidamento di Ruby (chiesto a metà mese) alla famiglia di Lele Mora. La ricostruzione dell’intera vicenda rivela anche dettagli nuovi. Vi si legge che il 27 il pm per i minorenni ha deciso l’identificazione e fotosegnalamento di Ruby «e di collocarla in comunità». Ma aggiunge che il giorno successivo, il 28, gli agenti hanno accompagnato la marocchina a casa dell’amica brasiliana per prendere le sue cose, ma non c’era nessuno. Al ritorno in Questura, hanno trovato lì la Conceicao Santos con un’altra brasiliana e la Minetti. «Avendo constatato che nelle comunità per minori contattate - scrivono i magistrati - non vi era allo stato disponibilità di accoglienza, sentito il pm minorenni, hanno redatto verbale di affidamento provvisorio della minore alla Minetti», che la doveva tenere a disposizione del pm e vigilare sul suo comportamento. Il nome della Fiorillo non c’è, ma potrebbe trattarsi di un altro pm? La decisione finale sarebbe stata presa il giorno dopo e di quell’uscita dalla Questura finora non si era parlato.
Sulla base di questo e altri documenti Bruti Liberati, evidentemente, ha ritenuto che l’iter fosse corretto. E l’attacco della Fiorillo colpisce lui, oltre che Maroni. Il procuratore ha annunciato la chiusura dell’inchiesta interna il 2 novembre. È lo stesso giorno in cui dalla Cassazione parte la richiesta al Pg della Corte d’appello di Milano di una relazione sulla vicenda.
La Fiorillo ha probabilmente saputo dell’iniziativa. Forse si è messa in allarme, temendo di finire vittima dell’ingranaggio e così potrebbe spiegarsi la sua foga di venire allo scoperto per difendersi. Non solo nella lettera al Csm, ma nelle interviste a tv e giornali. «Hanno aggirato le mie disposizioni». «Maroni è andato in parlamento a calpestare la verità e questo non lo posso permettere». Contro di lei, le affermazioni del commissario Giorgia Iafrate: «Evidentemente ricorda male. Io invece ricordo benissimo e non cambio una virgola di quanto già detto. Ho seguito la prassi, come ogni notte».





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L’Inquisizione dei giornalisti, un’arena per faide politiche

di Redazione


Per formazione, i giornalisti sono abituati a pensare che la loro sia un’attività libera. Rispondono alla propria coscienza e hanno due fari: il primo è l’articolo 21 della Costituzione - «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero» - che li conferma nella loro idea di esprimersi come più gli piace. L’altro è la legge penale che li ammonisce invece a non superare limiti precisi.

Purtroppo per loro, però, è nato nel 1963 l’Ordine dei giornalisti che ha introdotto un elemento di confusione in un quadro trasparente. Cos’è l’Ordine? Dopo quasi mezzo secolo di esistenza, le somme che se ne tirano sono meschine. Al dunque, è una macchina che succhia soldi agli iscritti con le quote annuali e svolge una sola funzione di rilievo: organizzare gli esami di accesso alla professione.

Questo ente quasi inutile si arroga però anche il diritto di giudicare la moralità dei giornalisti. Ha eretto al suo interno una specie di Inquisizione per giudicare gli iscritti che «si rendono colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale o di fatti che compromettono la propria reputazione o la dignità dell’Ordine». Ossia, ha introdotto un principio estraneo a quello costituzionale della libertà di pensiero e un limite ulteriore a quello ovvio del rispetto della legge penale. Quali siano però i «fatti non conformi» non è scritto da nessuna parte. L’intollerabile conseguenza è che tutto è lasciato al capriccio dei componenti pro tempore del Consiglio dell’Ordine, l’Inquisizione di cui sopra. Mancando un criterio oggettivo, le procedure punitive sono aperte a capocchia: quando i consiglieri se ne ricordano o hanno un interesse partigiano a farlo. Il potere disciplinare dell’Ordine si è dunque trasformato in un’arena in cui i giornalisti consumano le loro faide.

La maggioranza dei consiglieri è, da anni, di sinistra. Gli imputati sono prevalentemente del centrodestra. In questo scenario, si inserisce il processo a Vittorio Feltri. Il direttore editoriale del Giornale era già stato sottoposto a giudizio una decina di anni fa per la pubblicazione (su Libero) di alcune foto di minori vittime di pedofili. L’Ordine della Lombardia gli comminò la massima pena: la radiazione. In appello, l’Ordine nazionale cassò la sentenza, trasformandola nella più mite censura. Della stessa «colpa» si era macchiato anche Gad Lerner, giornalista progressista, che dirigeva il Tg1. L’Ordine non fece nulla e si accontentò delle dimissioni dal Tg. Due pesi e due misure.

Attualmente, Feltri è accusato di un triplice «delitto» commesso sulle pagine di questo giornale: il caso Boffo, un’allusione a festini a luci rosse tra seguaci di Gianfranco Fini e avere fatto firmare Renato Farina, nonostante la radiazione del deputato-giornalista. Tre spade di Damocle, anche sei ieri il direttore è stato sanzionato solo per il caso Boffo. Il solito Consiglio lombardo lo ha condannato in marzo a sei mesi di sospensione. Ieri, quello nazionale l’ha ridotta a tre mesi. Che sono sempre tanti e odiosi per diversi motivi.

Il principale è che non si capisce quale idoneità tecnica abbiano i giudici improvvisati a infliggere condanne. Sono un’accozzaglia di oltre cento colleghi, molti professionalmente oscuri e della cui personale moralità non sappiamo nulla. Tra loro - presumibilmente - nessuno ha mai diretto un grande giornale e tutti ne ignorano problemi e complessità. I rovelli di ciò che è pubblicabile o no, non li hanno mai sfiorati. Come possono ergersi a giudici? Non possono. Le loro sentenze sono perciò dettate dalla personale simpatia o antipatia per il giornalismo di Feltri o, più probabilmente, dallo schieramento cui appartengono. Dunque, decisioni farlocche come quelle delle toghe politicizzate che rappresentano la vergogna della giustizia. Ma con una differenza che accentua l’anomalia. I giudici veri, anche i peggiori, sono autorizzati dalla legge e devono fare riferimento a norme precise. Gli inquisitori dell’Ordine sono invece autoproclamati e applicano regole di loro invenzione, soggette agli umori, alle convinzioni politiche, nel migliore dei casi giornalistiche. Fuffa, in netto contrasto con la libertà di pensiero e di parola.

Il processo al Giornale - di cui Feltri è il capro espiatorio - è scaturito da un esposto all’Ordine dell’Associazione Pannunzio, che paradossalmente si definisce «per la libertà di opinione». Il gruppo, vicino ai radicali legati a doppio filo col Pd, ha tra i massimi animatori giornalisti. Questo conferma lo spirito di faida dell’iniziativa. A spingerli, l’indignazione per la pubblicazione di una vicenda su Dino Boffo, l’ex direttore dell’Avvenire. Le notizie erano vere. Alcuni particolari - stando allo stesso Feltri - no. Il Giornale, appena lo ha saputo, ne ha dato atto. Boffo non si è rivolto alla giustizia. La faccenda era chiusa. Perché l’Ordine ha voluto impicciarsene? Per strafare, mettendosi indebitamente di traverso tra i due unici imperativi del giornalismo: la libertà costituzionale di esprimere il pensiero e i limiti posti dalla norma penale che, nel caso Boffo, sono stati rispettati.

La pretestuosità dell’intervento dell’Ordine è ancora più evidente negli altri due capi d’accusa. I festini degli amici di Fini sono una notizia vera, già apparsa sulla stampa. Il presidente della Camera se ne è egualmente adontato e ha querelato. Poiché la palla era passata ai tribunali, cosa ha spinto l’Ordine a invadere la competenza delle toghe? L’unica ipotesi è il malanimo. E detto per inciso, poiché Fini è giornalista, perché invece l’Ordine non schiera contro di lui il plotone di esecuzione per la casa di Montecarlo? Perché questi zelantoni non gli chiedono le spiegazioni che finora non ha dato? Non ha forse compromesso con gli atti e con i silenzi «il decoro e la dignità» della professione? Ancora due pesi e due misure.
Per Farina, infine, siamo all’assurdo. È radiato, d’accordo. Ma l’Ordine - per fortuna - non può condannarlo al silenzio. È deputato, sa scrivere, piace. Può, dunque, intervenire e firmare quanto vuole. O forse per lui, signori inquisitori, non vale l’articolo 21? Una norma che, applicata davvero, dovrebbe incenerirvi all’istante.




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Il commento Ennesima intimidazione Gli fanno pagare le verità su Fini

di Redazione


Quali sono i peccati che la moderna inquisizione rimprovera a Feltri? Di avere fatto un’inchiesta parzialmente documentata su Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, giornale della Cei, conferenza episcopale italiana. Il presidente della Cei è monsignor Bagnasco, uomo sensibile e intelligente, s’è distinto negli anni scorsi per la sua dichiarata avversione alle unioni gay e alle manifestazioni del gay pride. È stato, per quelle posizioni, insultato e maledetto, come Benedetto XVI chiamato Maledictus XVI, e minacciato fino ad essere tutelato da una scorta.

Per coerenza nessuno discute che a dirigere Chi sia stato scelto Alfonso Signorini (dichiaratamente gay) ma sembrerebbe inopportuno che dirigesse l’Avvenire. Per coerenza, dico, non per inadeguatezza professionale. Si tratta di adeguare le funzioni ai principi. Potrebbe un musulmano dirigere Civiltà Cattolica? Potrebbe un cristiano dirigere la rivista degli atei? Tutto è possibile, ma soltanto la malignità del destino potrebbe consentire un così evidente ribaltamento. Se dunque la Cei avversa non l’omosessualità ma la sua legittimazione, può apparire incoerente che a dirigere l’Avvenire sia un omosessuale.

Cosa ha fatto dunque Feltri se non evidenziare una contraddizione? E, al di là delle imprecisioni, è vero o non è vero che Boffo è gay e che alcuni suoi comportamenti sono stati sanzionati da una condanna? E perché Boffo s’è dimesso dall’Avvenire? La contraddizione c’era o non c’era? Averla indicata, o anche sospettata, senza una denuncia per diffamazione può motivare una sospensione di tre mesi dall’attività di giornalista? Quale diritto ha l’Ordine di ostacolare, intimidire, impedire la ricerca della verità? Che informazione è quella che nasconde e impedisce di far conoscere la verità? Per ipocrisia, per opportunismo, per quieto vivere. Il cardinale Bagnasco si è poi redento davanti al mondo gay difendendo Boffo e la sua indiscussa professionalità.

Ma il tema è un altro. E Feltri lo ha evidenziato non con il pettegolezzo (che pure è una forma di giornalismo) ma con una serie di verifiche, accertamenti, fonti giudiziarie. La «velina» avvelenata non era un elemento essenziale rispetto alla verità dei fatti. Non so, poi, se nei tre mesi di condanna ci sia anche la colpa di avere detto la verità, confermata dai magistrati, sulla famiglia Tulliani e sulla evidente circonvenzione non di un uomo ingenuo ma del presidente della Camera. Un’inchiesta precisa, punto d’arrivo di una serie di intelligenti osservazioni sul mutamento genetico-politico di Fini da due anni a questa parte.

Solo Feltri e Il Giornale l’avevano segnalato. E infatti vediamo ciò che è avvenuto. Feltri andrebbe premiato per avere, rispetto a ogni altro giornalista, intuìto quello che Fini e i suoi hanno poi realizzato. Una formidabile intuizione storica che ha anticipato le vicende attuali della politica italiana. Dunque chi vede bene e vede meglio degli altri dev’essere punito, anche e soprattutto se la realtà conferma le sue interpretazioni, dando all’informazione non un ruolo passivo ma una capacità di avvertire lo spirito dei tempi.

Pannella da anni propone l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti. L’attuale condanna di Feltri è un onore per il giornalista ed è una medaglia che premia la libertà di pensiero e la libertà di stampa. Dopo questa decisione l’Ordine dovrebbe estinguersi, sparire e le persone libere meditare all’infinità di pettegolezzi, di insinuazioni e di diffamazioni che la stampa libera si consente, senza punizioni, e che soltanto Feltri paga.




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