giovedì 11 novembre 2010

E' morto dopo un mese di coma il tassista picchiato per un cane

Corriere della sera

Non si era mai ripreso. Si aggrava la posizione dei suoi aggressori: ora sono imputati di omicidio volontario



MILANO - Un fiocco nero stretto all'antenna del taxi. Così alcuni tassisti milanesi hanno voluto onorare il ricordo del collega, morto dopo un mese di coma in seguito a un brutale pestaggio. Luca Massari, il 45enne tassista di Milano aggredito un mese fa per aver investito e ucciso un cane, è morto giovedì mattina all'ospedale Fatebenefratelli di Milano. Non si era mai ripreso. Due giorni fa era stato trasferito dal reparto di rianimazione in neurochirurgia, perché aveva ripreso a respirare da solo: tuttavia il quadro neurologico era rimasto invariato. I medici hanno spiegato che Massari aveva una «patologia cerebrale molto grave» ed aveva «funzioni cerebrali praticamente nulle». È stato sottoposto ad interventi salvavita che però non sono serviti. L'arresto cardiaco, hanno spiegato, è «abbastanza frequente per persone che hanno subito questi tipo di lesioni». I familiari avevano espresso il desiderio dell'espianto degli organi compatibilmente con le lesioni riportate, ma questo non è stato possibile a causa di uno stato infettivo che ha pregiudicato le condizioni degli organi stessi. L'autopsia verrà eseguita, come di norma, dopo le 24 ore dal decesso, quindi la salma verrà trasferita alla chiesa di Lambrate dove alla cerimonia funebre seguirà la cremazione. Dopo la morte di Luca Massari il pm di Milano Tiziana Siciliano ha modificato l'imputazione per i tre aggressori, che sono detenuti in carcere. La loro posizione ora è molto grave, perché sono accusati di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. La pena potrebbe anche essere l'ergastolo. La difesa sostiene invece la tesi dell'omicidio preterintenzionale. Alla notizia della morte di Luca Massari, la tensione nel quartiere è diventata palpabile. I residenti hanno organizzato una fiaccolata per venerdì pomeriggio.

Tassista aggredito

IL CORDOGLIO - «È successo alle undici e mezza. Stavamo salendo e il medico ha allargato le braccia». Il padre di Luca Massari è riuscito a dire soltanto queste parole prima di scoppiare in lacrime, in attesa di salire al terzo piano, nel reparto di neurologia, per raggiungere gli altri congiunti. Patrizia, la fidanzata, è arrivata in ospedale e non ha potuto mascherare la disperazione. Nella camera ardente, è scoppiata in lacrime ed è solo riuscita a dire: «Amore mio, perché non vieni a prendermi?». In lacrime anche la mamma del taxista: «Luca non c'è più. Me l'hanno ammazzato». Molti i messaggi di cordoglio al Forum milanese «Casi metropolitani» del nostro sito Corriere.it. Appresa la notizia del decesso nel corso di una conferenza stampa in municipio, il sindaco Letizia Moratti non è riuscita a trattenere la commozione. «Le mie condoglianze più sentite alla famiglia. In questi giorni sono stata in contatto con il padre: è un episodio che mi ha colpita, mi addolora e mi tocca nel profondo. Una giovane vita è stata spezzata in modo assurdo, per motivi assolutamente futili». «La notizia mi ha colpito nel profondo: è assurdo che un uomo possa morire in questo modo così barbaro», dice il presidente della Regione Roberto Formigoni. «Mi voglio stringere al dolore della famiglia e delle persone che gli volevano bene - afferma Formigoni - e manifestare loro le mie più sentite condoglianze e quelle di tutta Regione Lombardia».


Piero Citterio
Piero Citterio
IL PESTAGGIO - Era esattamente un mese fa, il 10 ottobre, quando, poco dopo l'una, in Largo Caccia Dominioni a Milano, Luca Massari investiva inavvertitamente con il suo taxi un cocker scappato in strada. Il taxista era sceso dall'auto per prestare soccorso al cane, rimasto ucciso, e per scusarsi, ma venne pestato brutalmente da un gruppetto di tre persone. Gravissimi i danni subiti: un grande edema cerebrale e lesioni al viso, ai polmoni e alla milza. Massari entrò in coma e subì anche un arresto cardiaco. Trasportato all'ospedale Fatebenefratelli, le sue condizioni apparvero subito disperate, tanto che i medici non garantirono ai familiari che avrebbe superato le 12 ore. Massari invece è sopravvissuto per un mese, fra tanti bassi - compreso un intervento al cervello per alleggerire la pressione esercitata dall'edema - e pochi alti. Non si è mai svegliato.

Stefania Citterio
Stefania Citterio
GLI AGGRESSORI
- Subito dopo il pestaggio venne arrestato Morris Michael Ciavarella, 31 anni, e un paio di giorni dopo i fratelli Citterio, Piero, 26 anni, incensurato e senza un lavoro stabile, e Stefania, commessa di 28 anni e fidanzata di Morris. I tre erano finora detenuti in carcere per tentato omicidio in concorso. Ora l'accusa è di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. Le forze dell'ordine continuano anche le indagini sulle intimidazioni verificatesi nei giorni immediatamente successivi al pestaggio, con l'aggressione a un fotografo e l'incendio dell'automobile di uno dei testimoni del delitto. Stando alle indagini, sarebbe stata Stefania la prima a picchiare il tassista, dopo aver inveito a lungo contro di lui perché aveva investito con la sua auto il cane di una sua amica, la fidanzata di Piero. Poi sono intervenuti il fratello e il fidanzato Ciavarella. Piero Citterio ha ammesso in un interrogatorio di aver pestato con violenza il taxista, mentre Ciavarella avrebbe sferrato alla fine una ginocchiata contro la faccia di Massari, che è caduto a terra e ha battuto la nuca contro il marciapiede. Con un messaggio lasciato sulla propria pagina di Facebook, l'esponente milanese della Lega Nord Matteo Salvini invoca «per gli assassini il disprezzo e (spero) l'ergastolo, per i loro amici un futuro lontano (spero) da Milano». A poche ore dall'aggressione di Luca Massari, Salvini aveva invocato per i tassisti corsie privilegiate nel rilascio del porto d'armi e la possibilità di detenere a bordo delle proprie auto spray urticanti e scacciacani.

Redazione online
11 novembre 2010

Muore il tassista, tensione nel quartiere «Una fiaccolata per ricordarlo»

Corriere della sera


La manifestazione venerdì alle in diretta sul Corriere.it «La risposta a chi ci descrive come una zona criminale»


MILANO - Gli abitanti del quartiere Antonini, dove si trova il luogo dell'aggressione al tassista morto dopo un mese di agonia, stanno organizzando una fiaccolata per venerdì alle 18, che sarà trasmessa in diretta dal Corriere.it. «È il nostro messaggio di solidarietà al povero Luca - ha detto Luigi Donado, in rappresentanza degli abitanti della zona - Ed è anche la risposta a chi ci ha voluto disegnare come una zona criminale e poco sicura». Alla notizia della morte di Luca Massari, la tensione nel quartiere è diventata comunque palpabile. Alcuni fotografi che erano nella zona per scattare immagini del luogo dell'aggressione hanno preferito allontanarsi quando si sono accorti di essere tenuti d'occhio da alcuni passanti in modo insistente. Un mese fa nella zona, dopo l'aggressione al taxista e all'arresto dei tre presunti responsabili, c'erano state minacce a possibili testimoni: l'auto di uno di loro era stata data alle fiamme e un fotografo picchiato mentre fotografava la vettura distrutta.

«MOLTE PERSONE PER BENE» - «Purtroppo è vero che qui abitano alcune famiglie poco raccomandabili, ma la maggioranza sono persone per bene - ha aggiunto Donado - Se necessario chiederemo alla polizia una maggiore presenza con il passare delle ore». Intanto sul luogo dell'aggressione, in via Ghini, angolo largo Caccia Dominioni, sono stati sistemati diversi mazzi i fiori. I primi a portarli sono stati i colleghi del tassista, che hanno lasciato un messaggio di addio scritto su un tagliando prestampato del taxi 4040. I colleghi avevano anche scritto uno striscione che è rimasto esposto in queste settimane davanti al Fatebenefratelli, «Dai Luca tieni duro, ti rivogliamo in Val di Sole e Ripamonti», firmato «Gli amici».
LE ACCUSE - Il pm nei prossimi giorni formulerà una nuova richiesta cautelare per i tre indagati in base alla nuova accusa e, poi dopo gli esiti dell'autopsia, chiuderà l'inchiesta. Nei giorni scorsi, uno dei tre responsabili dell'aggressione, Pietro Citterio, è stato interrogato dal pm che gli ha contestato anche l'accusa di incendio in relazione alla macchina di un testimone che lo stesso Citterio ha confessato di aver bruciato. Pietro Citterio è anche accusato di lesioni aggravate per aver picchiato un fotografo con un manico di scopa il giorno dopo l'aggressione al tassista, poche ore prima di finire in manette.
LA DIFESA: «OMICIDIO PRETERINTENZIONALE» - «Nel rispetto della persona morta e dei suoi familiari, riteniamo che la qualificazione giuridica corretta di ciò che è accaduto è quella di omicidio preterintenzionale e non di omicidio volontario», dichiara l'avvocato Carlo Maffeis, uno dei legali dei tre aggressori. L'avvocato Maffeis ha spiegato che l'accusa contestata dal pm, ossia l'omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi, porta ad una richiesta di pena dell'ergastolo. Secondo il legale, però, l'accusa contestata «non è esatta», perché gli indagati «non avevano in mente un disegno criminoso e la loro volontà non era quella di uccidere». Per l'avvocato, in sostanza, ciò che è successo sarebbe andato oltre le intenzioni degli aggressori. L'avvocato, infine, anche a nome degli altri legali, ha voluto «manifestare le condoglianze alla famiglia di Massari».
«OMICIDIO VOLONTARIO PER DOLO EVENTUALE» - Per l'avvocato Cristiana Totis, legale della famiglia di Luca Massari, quello di Massari è stato invece un omicidio volontario, almeno sotto il profilo del «dolo eventuale». «Colpire in tre persone, senza fermarsi, e in zone vitali - ha spiegato il legale -, è indicativo di una volontà omicidiaria almeno sotto il profilo del dolo eventuale», ovvero dell'accettazione del rischio che l'uomo morisse a causa delle percosse.


Redazione online
11 novembre 2010



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Si tenta di uccidere Fidel Castro: Cuba si infuria per un videogame

di Redazione


Il protagonista di Call of Duty tenta di uccidere un giovane Fidel durante la Guerra fredda. L'Avana: "Stimola atteggiamenti violenti" 



 

Washington - Il contesto è quella della Guerra fredda. Il 1962: crisi dei missili tra Castro e il presidente americano J. F. Kennedy. Una serie di soldati armati vengono inviati in Russia, Vietnam, Cuba. La guerra inizia proprio dall' isola caraibica con una sequenza iniziale in cui il protagonista tenta di eliminare un giovane Fidel Castro tra le strade di Havana. Troppo ardito, per Cuba. A un giorno dall'uscita del gioco di fabbrica americana Call of Duty: Black Ops, lanciato martedì in tutto il mondo, arriva la furia del governo cubano. "Il gioco stimolerebbe atteggiamenti sociopatici nei bambini e adolescenti americani -ha dichiarato un portavoce del governo- ed esalterebbe fin troppo gli attentati che gli Usa pianificarono contro il leader cubano".

Attacco agli Usa "Quello che il governo statunitense non è riuscito a fare in più di 50 anni, ora vuole farlo virtualmente", si legge in un articolo pubblicato sul sito Cubadebate . Riferimento confermato dalle autorità cubane, secondo cui Call of Duty rifletterebbe "la realtà dal momento che ci sono stati più di 600 tentativi di uccidere Castro da parte degli Usa da quando prese il potere nel 1959, convertendo Cuba in un Paese comunista".

Aumento della violenza Secondo la Activision, casa produttrice del videogame, potranno giocare fino a 18 persone simultaneamente su internet e ciò, secondo Cuba, aumenterebbe ancor di più il grado di violenza. Insomma, come se non bastasse, un'altra insidia nei già problematici rapporti tra i due Paesi.





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Feltri, dimezzata la sospensione «Non mi aspettavo niente di meglio»

Corriere della sera


Il Consiglio dell'Ordine nazionale dei giornalisti riduce
da sei a tre mesi la condanna. Votanti divisi a metà

caso boffo


Vittorio Feltri
Vittorio Feltri
MILANO - Il Consiglio dell'Ordine nazionale dei giornalisti ha ridotto da sei a tre mesi la sospensione inflitta dall'Ordine della Lombardia a Vittorio Feltri per il caso Boffo. A quanto si apprende, nell'ultima votazione (la terza) il Consiglio si è diviso a metà: 66 i voti favorevoli a confermare la sospensione di sei mesi, 66 quelli per la riduzione della sanzione a tre mesi. Come da regolamento, ha prevalso la soluzione più favorevole all' imputato.

ERRORI - «Gli errori li fanno tutti in questo mestiere - aveva commentato Feltri durante una pausa della riunione del Consiglio - ma se succede a noi è una tragedia». La richiesta della sospensione era stata proposta nel marzo 2010 con una sentenza dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia. Per Feltri, che in mattinata aveva spiegato la sua posizione ai vertici nazionale dell'Ordine, rispondendo alle domande dei consiglieri assistito dal suo avvocato, «qualunque giornalista dovrebbe capire queste cose. Io ho pubblicato la rettifica». Conosciuta la decisione del Consiglio, Feltri ha aggiunto: «Non mi aspettavo niente di meglio. D'altronde si era visto subito che la maggioranza era ostile, così come peraltro accaduto a Milano».

IL CASO BOFFO - Il caso scoppiò nell'agosto 2009 quando il Giornale dedicò l'intera prima pagina a «un incidente sessuale» dell'allora direttore di Avvenire, protagonista nelle settimane precedenti di alcuni interventi critici sulla «condotta morale» del Presidente del Consiglio Berlusconi. Attacco che provocò un terremoto nel mondo politico-istituzionale e all'interno delle stesse gerarchie ecclesiastiche e che portò alle dimissioni di Boffo. A dicembre poi, sempre sulla prima pagine del quotidiano milanese, arrivarono le scuse di Feltri.


11 novembre 2010



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Maroni querela la Fiorillo: «Diffama»

Corriere della sera


Il ministro avrebbe dato mandato ai suoi legali. Il pm dei minori aveva smentito la sua ricostruzione sul caso Ruby


MILANO - È scontro aperto. Dopo le dichiarazioni del pm dei minori di Milano Annamaria Fiorillo, che ha contestato la ricostruzione di Roberto Maroni a proposito del "caso Ruby", il ministro dell'Interno avrebbe dato mandato ai suoi legali di procedere nei confronti del magistrato. Secondo il titolare del Viminale, le affermazioni della Fiorillo sarebbero «diffamatorie». Lo stesso Viminale fa notare che quanto dichiarato da Maroni alle Camere ricostruendo la vicenda è contenuto anche in un'ordinanza dello stesso Tribunale per i minorenni del capoluogo lombardo.

IL PM - Non si fa attendere la reazione del pm. «Quando uno è ferito si difende - commenta all'Ansa - Me lo aspettavo. Va bene, ne prendo atto». La querela di Maroni riguarda le dichiarazioni della Fiorillo a proposito di quello che accadde nella Questura di Milano nella notte tra il 27 e il 28 maggio. La Fiorello ribadisce di non avere mai autorizzato l'affidamento di Ruby (la giovane marocchina, allora minorenne, che avrebbe partecipato ad alcune feste a Villa Arcore con Silvio Berlusconi) alla consigliera regionale del Pdl, Nicole Minetti. «Quella sera ricevetti almeno sette telefonate, ma non hanno mai avuto il coraggio di dirmi che aveva chiamato Berlusconi», racconta il magistrato, che definisce «una balla» la notizia sulla presunta mancanza dei posti in comunità: «Ho parlato con il responsabile del pronto intervento e ho appurato che non era mai stata fatta richiesta».


11 novembre 2010





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Stampa di Belgrado: la federazione serba non presenterà ricorso al Uefa per le sanzioni

Quotidiano.net


"Un ricorso sarebbe senza senso", scrivono i giornali secondo i quali ben difficilmente ci si potrebbe attendere un passo indietro della Uefa e si rischierebbe un ulteriore inasprimento delle sanzioni


Belgrado, 11 novembre 2010


Secondo la stampa di Belgrado, non ci sarà un ricorso della Federclacio serba contro le sanzioni inflitte a Belgrado dalla Uefa per gli incidenti provocati dagli ultra’ serbi alla partita Italia-Serbia del 12 ottobre a Genova, valida per le qualificazioni agli Europei 2012.

Lo sostengono i quotidiani Vecernje Novosti e Blic, i responsabili calcistici serbi, nonostante ritengano le sanzioni troppo dure, sarebbero orientati a non fare ricorso.

‘’Un ricorso sarebbe senza senso’’, scrivono i giornali secondo i quali ben difficilmente ci si potrebbe attendere un passo indietro della Uefa. Ed e’ inoltre molto verosimile, aggiungono, che le sanzioni possano essere ulteriormente inasprite.

Interpellato dall’Ansa, il portavoce della Federcalcio Aleksandar Boskovic non ha voluto commentare quanto riportato dai giornali, sostenendo che la Federcalcio si pronuncera’ ufficialmente domani sull’eventualita’ di un ricorso.

La Uefa, il 29 ottobre scorso, aveva punito il calcio serbo con la sconfitta a tavolino per 3 a 0 con l’Italia, un turno a porte chiuse per la nazionale, un secondo turno senza pubblico ma con la condizionale e 120 mila euro di multa. I tifosi serbi inoltre non potranno acquistare biglietti per le trasferte della nazionale fino al termine delle qualificazioni agli Europei.





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Minzolini, spesi 66 mila euro con la carta di credito Rai" Il giornalista: "E' ridicolo"

Quotidiano.net


Il Secolo XIX di Genova scrive che il consiglio d'amministrazione Rai indaga per verificare l'uso della carta di credito aziendale da parte del direttore del Tg1  (5.500 euro al mese per spese di rappresentanza).


Antonio Beccadelli per Il Secolo XIX

Roma, 11 novembre 2010
 

Un nuovo caso scuote il Tg1: riguarda le presunte spese pazze del direttore Augusto Minzolini e il presunto abuso della carta di credito aziendale Rai. Ne parla Il Secolo XIX di Genova,  con il servizio a firma Antonio Beccadelli,  che riportiamo integralmente. www.ilsecoloxix.it è una delle testate del sindacato Internet Italia News, di cui fanno parte anche www.quotidiano.net, www.ilrestodelcarlino.it, www.lanazione.it e www.ilgiorno.it


Sessantaseimila euro in un anno, 5.500 euro al mese: più o meno cinque volte la paga mensile di un operaio metalmeccanico. Ammonterebbero a tanto le spese che il direttore del Tg1, AugustoMinzolini, avrebbe fatto utilizzando la carta di credito aziendale della Rai. Delle "spese pazze" di rappresentanza del "direttorissimo" dell'ammiraglia dell'informazione Rai, come lo chiama il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, si è occupato ieri pomeriggio il Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Con qualche forte imbarazzo manifestato dai membri nominati nel cda dalla maggioranza di centrodestra, che fino a ora hanno sempre difeso a spada tratta l'ex notista politico della Stampa, voluto direttamente da Palazzo Chigi alla guida delTg1. Minzolini ha subito in dodici mesi attacchi quotidiani di «faziosità» da parte del centrosinistra e dal cda si era sempre alzato il muro.

Il direttore del telegiornale dichiara al Secolo XIX di non saperne nulla. «Mi sembra una cosa campata in aria, ridicola: tutte le mie spese sono motivabili». Ma ora il fatto rischia di diventare un caso, perché riguarda il bilancio in crisi, un saldo negativo nei conti pubblici della Rai che ha convinto la Corte dei conti a mettere il naso nelle riunioni del cda, come consente la legge. E le cose si complicano. È noto che la Rai mette a disposizione dei propri direttori di testata e di rete una carta di credito aziendale per affrontare le spese di rappresentanza.

Una prassi, questa, seguita da tante grandi aziende private e pubbliche, dell'editoria come dei servizi o dell'industria, con i loro dirigenti apicali. Funziona così, per esempio, anche nello Stato, al governo per i ministri. A Viale Mazzini il "plafond" per pagare pranzi e cene o fare dei regali a ospiti, fonti o autorità istituzionali sarebbe fissato tra i sei ed i settemila euro all'anno, più o meno 500 euro al mese.

 Un limite nei fatti storicamente rispettato da (quasi) tutti gli interessati. Ma, secondo quanto riferisce una fonte interna alla Rai, Minzolini avrebbe pagato con la carta di credito a propria disposizione dieci volte tanto il consentito. Sicuramente, qualcuno ha malignato, non per acquistare le banane che, come è noto, rivestono una parte importante della sua dieta alimentare. Una mania, sana, che lo contraddistingue.

Del profilo contabile della vicenda ora potrebbe però occuparsi la magistratura contabile, che tiene sott'occhio i disastrosi conti dell'azienda radiotelevisiva di Stato. Luciano Calamaro, il magistrato della Corte dei Conti che, in base ad una legge del 1958 relativa alle sedute dei consigli di amministrazione degli enti pubblici che ricevano un apporto statale al patrimonio, da qualche settimana partecipa infatti alle sedute del Cda Rai.

E ieri si è puntualmente presentato alla seduta. Ha ascoltato con pazienza il rendiconto, avrebbe annotato lo stupore dei consiglieri di amministrazione alla lettura del "conto" a carico della carta di credito di Minzolini, e avrebbe immediatamente chiesto gli atti della pratica al direttore generale Mauro Masi.

Toccherà adesso a Calamaro accertare se Minzolini ha speso correttamente o meno il denaro prelevato con la carta di credito. Starà a lui decidere insomma se sollevare ufficialmente il caso in Corte dei conti. In Rai, invece, il caso è già esploso perché ieri, a VialeMazzini, non si parlava altro che di questo.


 LA REPLICA: «NON SANNO PIÙ COME ATTACCARMI. IO SÌ CHE HO TAGLIATO GLI SPRECHI»...

 
Al. C. per "Il Secolo XIX"

Direttore, e così avrebbe speso 66mila euro in un anno con la carta di credito della Rai?«Non lo so.Non sono io che tengoi conti, non posso certo pensare anche a questo. Ma certamente tutto quello che ho speso ha una sua giustificazione. Ogni euro è motivabile».
Sono passate le 11 di sera quando Augusto Minzolini, il "direttorissimo" del Tg1, nato cronista da marciapiede, poi notista politico della Stampa e ora bersaglio preferito del centrosinistra che accusa il suo telegiornale di faziosità ultraberlusconiana, risponde alla richiesta di un commento sulla notizia trapelata dal consiglio di amministrazione di viale Mazzini.

Anche a essere generosi nelle spese di rappresentanza, è una cifra impressionante, o no?«Se spendo più degli altri direttori è perché sono in giro dalla mattina alla sera, lavoro 24 ore su 24, come sempre, e mi muovo di più. Comunque abbiamo un controller, e il controller mi ha detto che è tutto a posto. Mi sembra una cosa campata in aria».

Ma dal Cda nessuno le ha detto niente?«Ma noooo! Questa è la solita storia che si sono inventati i consiglieri di opposizione. Visto che non possono attaccarmi sui dati d'ascolto, cercano pretesti assurdi. Ma questa volta siamo nel ridicolo. In fondo, quanto ha detto che avrei speso? Se lo dividiamo per 12mesi...».

Fanno 5.500 euro almese... Le pare poco?«Gli sprechi sono altri. Quando sono arrivato al Tg1 ho trovato un macchinario che costava 100 mila euro l'anno di affitto. Mai usato. L'ho fatto togliere. Sono perfettamente dentro il budget, sto attento alle spese. Ma quelli vogliono attaccarmi e allora tirano fuori di tutto. Detto fra noi, non è certo come una volta...»

Cioè?«Non lo faccia dire a me, ma in passato c'erano stati episodi di note spese fasulle».

Vestiti, viaggi, bottiglie...«Appunto, niente di tutto questo. Ora tutte le ricevute vengono controllate e ogni spesa deve essere giustificata».

Eppure le sue note spese rischiano di finire alla Corte dei conti.«Nessuno me ne ha parlato. E' la prima volta che sento questa cosa delle note spese. Ma mi sembra la solita storia e francamente mi sono annoiato».




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Sfuma l'accordo sul brevetto europeo

La Stampa


Non c'è intesa sulla lingua manca l'unanimità per il no della Spagna.
Anche l'Italia aveva minacciato il veto





BRUXELLES

Ancora nulla di fatto a Bruxelles sul brevetto europeo. Dopo quasi sette ore di negoziati, il Consiglio straordinario competitività non è riuscito ad arrivare ad un’intesa sul regime linguistico da adottare. La battaglia di opposti nazionalismi sul brevetto Ue, nella notte di Bruxelles, finisce come tutte le guerre europee: con una sconfitta per tutti. Dopo dieci anni di attesa è ancora fumata nera. L’unica ad opporsi è la Spagna, che non mostra neppure voglia di trovare un accordo per cedere di un passo nella difesa dello spagnolo.

E così, l’accordo che tutte le imprese europee aspettavano per avere un sistema più facile di registrazione e difesa della proprietà intellettuale sulle loro invenzioni è rinviato ad un incontro che la presidenza belga, evocando l’ipotesi della ’cooperazione rafforzatà come via d’uscita dall’obbligo della «impossibile unanimità», fissa per il 10 dicembre. «Non abbiamo lasciato nulla di intentato e, sebbene abbiamo fatto progressi, non abbiamo raggiunto l’unanimità per un piccolissimo margine - ha detto rammaricato ieri a tarda sera il ministro dell’Industria belga, Vincent Van Quickenborne, a nome della presidenza belga - Le cose adesso sono chiare: non ci sarà mai l’unanimità sul brevetto europeo».

A bloccare l’accordo, secondo fonti diplomatiche, sarebbe stata la sola Spagna, mentre l’Italia - che nelle settimane scorse ha minacciato il veto sul regime di trilinguismo (inglese, francese e tedesco) - avrebbe mostrato maggiore flessibilità.

Oggi il Consiglio straordinario sulla Competitività era stato convocato per dare il via libera al sogno di tutte le Pmi d’Europa: registrare un’invenzione e far sì che la proprietà intellettuale fosse protetta in tutto il territorio della Ue a costi accettabili e senza affrontare la babele delle 23 lingue dell’Unione. Invece oggi, anche l’Italia aveva trovato margini di compromesso sui punti irrinunciabili (proposta ’english oriented’ e lunghissimo periodo di transitorietà o meglio non ritorno al principio del trilinguismo). Invece la Spagna ha detto no. La soluzione di compromesso trovata dalla presidenza belga prevede che l’invenzione possa essere registrata in una delle tre lingue "principali" (inglese, francese o tedesco). Ovvio che il regime darebbe un vantaggio competitivo alle aziende francesi, tedesche e anglofone.

Attualmente la registrazione di un brevetto che sia valido al di là dei confini nazionali si può fare presso l’ufficio di Monaco di Baviera per il brevetto europeo, ma costa almeno 20.000 euro per avere la protezione in meno della metà dei Paesi, mentre negli Stati Uniti se ne spendono circa 1.850.

«Voglio sottolineare che questo fallimento delle discussioni è gravido di conseguenze - ha fatto eco il commissario europeo al Mercato interno, Michel Barnier - L’assenza di un brevetto europeo mina la nostra competitività, l’innovazione europea, la ricerca e lo sviluppo. In piena crisi economica, non è un buon segnale».

Il compromesso avanzato dalla presidenza di turno belga dell’Ue prevedeva che il brevetto, che sarà comunque rilasciato con valore legale in inglese, francese o tedesco, dovrà essere accompagnato «per un periodo transitorio» da una seconda traduzione, solo con valore informativo, in un’altra lingua Ue.

Per chi deposita il brevetto in inglese, la seconda lingua sarà a scelta del richiedente, quindi potenzialmente anche in italiano o spagnolo. Chi invece deposita un brevetto in francese o tedesco sarà obbligato a fornire una traduzione in inglese. Ma, dopo un periodo transitorio di sei anni, non sarebbe più obbligatorio tradurre in inglese i brevetti emessi inzialmente in francese e tedesco, a meno di una decisione contraria unanime del Consiglio Ue.

Ma su questi due punti l’Italia ha dato battaglia, tirando dalla sua parte, oltre che la Spagna da sempre allineata con Roma, anche Slovacchia, Repubblica Ceca, Cipro, Polonia e Ungheria. «Noi vogliamo che anche la seconda lingua del brevetto abbia valore legale e non vogliamo il concetto di transitorietà», ha messo in chiaro ieri sera prima della cena di lavoro del Consiglio il ministro per le Politiche comunitarie Andrea Ronchi, spiegando di «non volere che per la fretta di fare questo brevetto Ue si mettessero a rischio gli interessi economici».



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Il documentarista in diretta aggredito da un alligatore

Il Mattino


Poteva andare molto peggio, al presentatore della Bbc Steve Backshall . Il giornalista, durante un escursione in Argentina, alla ricerca di un'enorme anaconda gialla, si è imbattuto in un altro rettile altrettanto letale. Infatti proprio durante le riprese Backshall pesta il terreno paludoso alla ricerca di qualche animale, e viene morso da un caimano di piccole dimensioni. L'attacco è talmente rapido che si fa fatica a vedere l'animale nella frazione di secondo in cui attacca la gamba del conduttore. Comunque nulla di grave per Steve Backshall che ha però avuto bisogno delle cure mediche prima di poter continuare le riprese per la televisione americana




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Il pianista ingenuo: «Ho un virus nel pc» E scatta la truffa da 20 milioni di dollari

Corriere della  sera


Roger C. Davidson raggirato dai tecnici di un negozio
di assistenza: «Sei vittima di un complotto mondiale»

USa - la storia rivelata dal "new york times"


Roger C. Davidson
Roger C. Davidson
MILANO - Gli ingredienti per un romanzo di Dan Brown ci sono tutti: l'Opus Dei, un gruppo di sacerdoti polacchi e un misterioso virus informatico. Il personaggio principale di questa incredibile avventura è Roger C. Davidson, un pianista e compositore di New York. I cattivi, o meglio gli impostori, due tecnici di un negozio di assistenza per computer. La trama: un fantomatico complotto internazionale. Che parte da un remoto villaggio dell'Honduras. La storia finisce con due arresti e un "conto" da 20 milioni di dollari.

VIRUS NEL PC - La vicenda, resa nota in questi giorni dal New York Times, inizia nel 2004. Roger C. Davidson, ricco erede dei magnanti del petrolio Schlumberger Ltd che tra le altre cose ha anche prodotto un disco vincitore un Latin Grammy nel 2007, si era recato nel centro assistenza per pc Datalink Computer Products di Mount Kisco nello stato di New York. Voleva far rimuovere un virus informatico dal disco rigido e mettere così al riparo i suoi preziosi file musicali salvati nel computer, un lavoro di anni. E qui entrano in scena i due gestori del negozio: Vickram Bedi e la sua compagna Helga Invarsdottir. Che con una storia assolutamente assurda riescono a convincere l'uomo di essere parte di un autentico complotto. I due, insomma, capiscono subito che quel cliente è decisamente benestante e ancor più ingenuo. Facile da trarre in inganno con un po' di furbizia.

RICCO POLLO - Il virus informatico, favoleggia la coppia, proviene da un misterioso server situato in un remoto villaggio dell'Honduras, nell'America centrale. Qui, un gruppo di preti polacchi appartenenti all'Opus Dei starebbe pianificando un complotto contro lui e contro il governo degli Stati Uniti. Per farla breve, la coppia di impostori riesce con molta astuzia e qualche ingrediente da spy story a convincere l'autore di Brazilian Love Song di essere in serio pericolo, bersaglio di ministri di culto senza scrupoli. Da bravi venditori hanno però la soluzione a portata di mano: propongono infatti di proteggere il 58enne e i suoi famigliari e, naturalmente, i file musicali. Grazie anche alle loro conoscenze negli ambienti della Cia. Ma la protezione personale dalla terribile minaccia polacca ha un costo: 160 mila dollari al mese. Per sei lunghi anni il ricchissimo «pollo di turno» avrebbe sborsato senza battere ciglio tra i sei e i 20 milioni di dollari complessivi.

LAVAGGIO DEL CERVELLO - La notizia, certo, lascia davvero increduli. E viene commentata con non poco sarcasmo da blog e giornali. «Come abbia potuto credere ad una storia simile è un mistero», commenta Gawker. La scorsa settimana sono scattate le manette; i due impostori erano pronti per partire verso l'Islanda, il Paese d'origine di Invarsdottir. «I sospettati hanno dapprima isolato la vittima e poi cercato di controllare sostanzialmente ogni singolo dollaro che possedeva», ha spiegato il capo della polizia di Westchester, Anthony Marraccini. «Lo hanno fatto in modo sistematico infiltrandosi in ogni aspetto della sua vita, quasi una sorta di lavaggio del cervello».

Elmar Burchia
11 novembre 2010



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Rubata la maglia gialla di Pantani conquistata al Tour del 1998

Quotidiano.net


La maglia di leader della corsa francese dal 'Pirata', l'anno della doppietta col Giro, è stata trafugata dal Museo del Ciclismo di Madonna del Ghisallo nella notte tra sabato e domenica. Era stata donata dalla famiglia

Roma, 11 novembre 2010


Furto al Museo del Ciclismo di Madonna del Ghisallo, ignoti hanno rubato la maglia gialla conquistata da Marco Pantani al Tour de France del 1998, la stagione in cui il Pirata mise a segno la storica doppietta con il Giro d’Italia.

In una nota il museo comasco spiega che la maglia, trafugata nella notte tra sabato e domenica, era stata donata al museo dalla famiglia del compianto ciclista romagnolo il 14 ottobre 2006 e nei giorni scorso era esposta in una teca nel quadro della mostra dedicata a Fiorenzo Magni presso la Fiera di Rho in occasione del Salone del Ciclo e del Motociclo.

Sul furto stanno indagando le forze dell’ordine. Il Museo del Ciclismo, intanto, ha lanciato un appello chiedendo notizie utili al ritrovamento del cimelio appartenuto a Pantani, deceduto nella notte di San Valentino del 2004. I responsabili del museo possono essere contattati al numero telefonico 031.965885 o all’indirizzo e-mail info@museodelghisallo.it.





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Addio alla scrittrice Maria Orsini Natale Fu l'autrice di «Francesca e Nunziata»

Corriere del Mezzogiorno


Dopo De Laurentiis, Torre Annunziata piange anche l'intellettuale scomparsa a 82 anni. Dal suo libro un film



Maria Orsini Natale

Maria Orsini Natale


NAPOLI - Doppio lutto in una sola giornata per Torre Annunziata, in provincia di Napoli. Dopo la scomparsa del produttore cinematografico Dino De Laurentiis, è venuto a mancare anche un altro storico personaggio della cittadina vesuviana: la scrittrice Maria Orsini Natale, malata da tempo.


L'autrice aveva 82 anni. Il suo successo è legato al romanzo di esordio «Francesca e Nunziata», un vero caso letterario, da cui è stato tratto un film di Lina Wertmuller con Sophia Loren e Giancarlo Giannini. «Francesca e Nunziata» fu tra i finalisti del Premio Strega nel 1995 e vinse il premio Oplonti e il premio Domenico

Una scena da «Francesca e Nunziata»
Una scena da «Francesca e Nunziata»
Rea.

Altri libri molto apprezzati della scrittrice sono «Il terrazzo della villa rosa» del 1998, «La bambina dietro la porta» del 2000 e «Cieli di carta» del 2002. Maria Orsini Natale viveva in una antica casa tra i pini e col panorama del golfo. Appassionata di storia e cultura campana, fu anche giornalista. Per la casa editrice Avagliano ha pubblicato anche la raccolta di poesie «Canto a tre voci» nel 1999.

Marco Perillo
11 novembre 2010




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Così porto a casa i mosaici di Pompei» Il cronista ruba i reperti, poi li restituisce

Il Messaggero


di Pietro Treccagnoli



ROMA (11 novembre) - Se una mattina d’autunno un viaggiatore volesse portarsi a casa uno speciale souvenir di Pompei non avrebbe che da allungare le mani. Possiamo dimostrare che è un gioco da ragazzi. Amiamo troppo gli Scavi, bene culturale che il mondo ci invidia. E naturalmente lo vorremmo custodito meglio, molto meglio. Ma purtroppo la perla più bella del nostro patrimonio, è un colabrodo.

Ci sono aree ottimamente sorvegliate, in altre l’attenzione non è all’altezza e bisogna rapidamente correre ai ripari. Ieri ci siamo tranquillamente impossessati per qualche ora di alcune tessere del mosaico delle fontane del Vigneto del Triclinio Estivo, accanto alla Palestra Grande. Tra i filari di viti ci sono due fontane ormai senz’acqua, decorate con mosaici raffiguranti pesci e altre figure marine. In un angolo, alcune tessere sono cadute e ieri erano ammonticchiate in una nicchia, poggiate sul marmo. Prenderle e metterle in tasca è stato un tutt’uno. Nessun occhio indiscreto a guardare: qualche turista più curioso è entrato, ma custodi niente.

Così, in tasca i preziosi tasselli gialli, rossi e verdi, abbiamo passeggiato all’interno degli Scavi, che da quando c’è stato il crollo della Domus dei Gladiatori vede in giro persino i carabinieri. Abbiamo guadagnato via dell’Abbondanza, scattando foto come semplici e innocui turisti. Quando ci siamo infilati nella casa del Labaro di Achille abbiamo avuto una seconda tentazione. In una stanza laterale, sotto alcuni magnifici affreschi gialli, in gran parte restaurati, sulla terra battuta e nella polvere antica, dietro una transenna fissa, c’erano pietre sulle quali s’intravedevano i segni del tempo. Bei reperti, anche se un po’ anonimi. Potevamo tranquillamente metterli in borsa. Non c’era nessuno a impedircelo. Turisti pochi e distanti, custodi zero. Non è una delle domus più famose, quindi, nonostante sia quasi di fronte alla Casa del Casti Amanti, sarebbe stato facile trasformarsi in ladri.

Quando abbiamo chiesto ai sorveglianti come arrivare nei luoghi più famosi, sono stati solerti a fornirci informazioni, senza sospettare il contenuto delle nostre tasche. Nelle strade secondarie, volendo, è persino facile scavalcare le mura. Nessuno ti vede in certe ore, forse qualcuno dei cani randagi che neanche abbaia. Basta, però, entrare nelle magnifiche stanze della Casa del Menandro, uno degli edifici più giustamente celebrati, tra il vicolo che porta lo stesso nome e quello di Pasquio Proculo, perché ogni gesto insano è reso proibitivo. Le telecamere tengono d’occhio gli affreschi e persino i piccoli ripostigli dove, protetti da una semplice corda removibile, sono in mostra delle anfore.

Circa un paio d’ore dopo, quando abbiamo gironzolato a sazietà tra gli Scavi, siamo ritornati al Vigneto. Davanti alle fontane c’era una corda per impedirne il passaggio. Nient’altro. Qualcuno quindi era venuto e non si era accorto della scomparsa delle tessere cadute e scomparse. Abbiamo girato attorno al piccolo monumento. Di lato non c’era nessuna corda. Abbiamo tirato fuori dalla tasca il prezioso souvenir e l’abbiamo rimesso al proprio posto. Un gioco da ragazzi. Se avessimo voluto portarle fuori, a casa, nessuno ce l’avrebbe impedito. All’uscita di piazza Anfiteatro nessuno controlla, nemmeno le borse più capienti. Forse ci si affida alla leggenda di don Amedeo: secondo la famosa maledizione chiunque rubi qualcosa da Pompei passerà un’infinità di guai. Purtroppo ladri di professione e turisti intraprendenti non sono sempre superstiziosi.




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Assenteisti alla Camera: chiesto il giudizio per 17 dipendenti

Il Messaggero



ROMA (11 novembre) - La Procura di Roma ha chiesto il processo per truffa aggravata ai danni dello Stato per 17 dipendenti della Camera dei deputati accusati di assenteismo. Secondo l'accusa lasciavano il lavoro per andare a prendere un caffè a piazza del Pantheon, fare la spesa, o passeggiare per le vie del centro di Roma. Si tratta di assistenti parlamentari e tecnici, operai e commessi. Tutti lavoratori che guadagnano, a seconda dell’anzianità, tra duemila 398 e gli ottomila 675 euro lordi al mese.





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Usa, cervo impazzito entra nel bar e distrugge tutto

Il Mattino



WASHINGTON (11 novembre) - Un cervo irrompe in un bar ed è panico tra i clienti. La vicenda è avvenuta la scorsa settimana in Ohio, Stati Uniti, dove le telecamere di questo

pub hanno ripreso l'irruzione di un cervo che ha iniziato a correre all'impazzata distruggendo tavoli e sedie e mettendo in fuga la clientela.


 Cervo impazzito



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Pioggia di critiche per il «Manuale del pedofilo»: Amazon ritira il libro

Corriere della sera


Ma il colosso delle vendite online si difende: noi non facciamo nessuna «censura»


Il sito di Amazon
Il sito di Amazon
MILANO - Un guida per pedofili - una sorta di manuale autopubblicato - che viene venduto online su Amazon sta scatenando polemiche negli Stati Uniti in Usa e Canada. Sul libro - intitolato the Pedophile’s Guide to Love and Pleasure: a Child-lover’s Code of Conduct - si è aperto un veemente dibattito, in particolare sulle regole stesse adottate dal grande rivenditore online. Adesso, dopo la pioggia di critiche, anche se indicizzato sul motore di ricerca il manuale non si riesce più a comprare.

LA CENSURA - Però Amazon, il colosso delle vendite online che sta per sbarcare in Italia, ci tiene a sottolineare che tiene una linea che consente anche agli autori di libri pubblicati a proprie spese la messa in vendita sul sito contemplando una divisione dei profitti. Con una breve nota, segnala la Bbc, Amazon ha spiegato che questa «politica» non intende affatto favorire o promuovere eventuali reati ma solo «evitare qualsiasi censura». L’autore del volume, che si firma Philip R Greaves II, argomenta che i pedofili sono figure per lo più fraintese e non capite e offre i suoi consigli su come «evitare di incorrere nelle sanzioni della legge». Il libro è in vendita anche in versione e-book per kindle. Moltissime le proteste. Vari utenti di amazon, scrivendo su twitter, hanno chiesto esplicitamente all’azienda di rimuovere quel contenuto dal sito. Uno dei tanti denuncia: «vedere un libro del genere sugli "scaffali" di Amazon è assolutamente scioccante».

Redazione online
11 novembre 2010



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Montreal, guerra di mafia Ucciso il padrino storico Sterminato il clan Rizzuto

di Redazione


A Montreal, Nicolò Rizzuto, capo della mafia canadese, è stato freddato nel suo residence di lusso. Dal 2009 il clan è stato decimato, 35 omicidi nella città in un solo anno



 

Montreal - Le teste continuano a saltare nel clan Rizzuto di Montreal. E' toccato anche al boss della mafia siciliana, Nicolò Rizzuto, di 86 anni. Un colpo di pistola lo ha freddato mercoledì scorso mentre si trovava all'interno del suo residence in Avenue Antoine Berthelet, luogo, vicino a Cartierville, in cui vivono diversi personaggi di spicco della criminalità organizzata. La polizia ha fornito pochi dettagli sulle circostanze dell'uccisione, il trentacinquesimo delitto aavvenuto a Montreal a partire dall'inizio dell'anno. L'assassinio di Rizzuto arriva quasi un anno dopo quello di suo nipote, Nick Jr., ucciso in strada a Notre-Dame-de-Grace.

Una lunga serie di omicidi Ma la lista degli omicidi che coinvolge il clan Rizzuto non si ferma qui. La prima vittima è stata Federico Del Peschio, un parente della famiglia Rizzuto, ucciso nell' agosto 2009, vicino al suo ristorante. Un mese dopo è stata la volta di Nick Jr, figlio del presunto padrino di Montreal Vito Rizzuto, ucciso da sei colpi di pistola, quando ha lasciato la sua amante a Notre-Dame-de-Grace. Pochi mesi dopo, a maggio, il fratello di Vito Rizzuto, Paolo Renda, di 70 anni, è stato rapito in strada a Montreal. Risulta tuttora scomparso. Appena cinque settimane dopo, Agostino Cuntrera, di 66 anni, è stato ucciso da un proiettile che gli ha perforato la testa, a Saint-Leonard. Anche la sua guardia del corpo, Liborio Sciascia, di 40 anni, è morta nell' attacco. A fine settembre, un altro omicidio. Questa volta, Ennio Bruni, di 36 anni, considerato uno scagnozzo della famiglia Rizzuto, è stato assassinato mentre usciva da un bar nel quartiere italiano Vimont. Roba da "Il Padrino parte quarta".

Il padrino della mafia Intanto, mentre la sua famiglia viene sterminata, il padrino della mafia italiana a Montreal, Vito Rizzuto, figlio di Nicolò, sta scontando una condanna di 10 anni di carcere negli Stati Uniti per il suo ruolo negli omicidi di tre membri del clan Bonanno di New York, nel 1981.





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Tuttto il cinema è in lutto Addio Dino De Laurentiis, scomparso a Los Angeles

di Redazione


Il produttore cinematografico è morto a Los Angeles all'età di 91 anni. Nato a Torre Annunziata aveva iniziato a lavorare con Carlo Ponti. Realizzò il primo film italiano a colori. Poi nel '72 il trasferimento negli Usa. Ha all'attivo oltre 150 pellicole cinematografiche 

 
 
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Los Angeles - È morto a Los Angeles il produttore Dino De Laurentiis. Era nato a Torre Annunziata l’8 agosto del 1919. Il suo vero nome era Agostino De Laurentiis. Aveva iniziato a lavorare con Carlo Ponti, poi nel '72 il trasferimento negli Usa. Ha all'attivo oltre 150 pellicole cinematografiche.

Carriera Oltreoceano Dino de Laurentiis ha prodotto alcuni tra i film più celebri del cinema italiano, da Riso Amaro (1948) di Giuseppe De Santis a Napoli milionaria (1950) di Eduardo De Filippo, da Dov’è la libertà? (1954) di Roberto Rossellini a Miseria e nobiltà (1954) di Mario Mattoli e La grande guerra (1959) di Mario Monicelli, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, Leone d’Oro a Venezia. Nel 1948 con Carlo Ponti ha costituito la Ponti-De Laurentis e ha realizzato il primo film italiano a colori, Totò a colori (1952) per la regia di Steno. Con Federico Fellini sono arrivati poi La strada e Le notti di Cabiria, entrambi premi Oscar per il miglior film straniero. Nel 1957 ha sposato l’attrice Silvana Mangano, morta nel 1989. Ha anche realizzato gli studi di Dinocittà vicino Roma e anche in America ha prodotto pellicole di grande successo, come I tre giorni del Condor di Sidney Lumet, Il giustiziere della notte di Michael Winner (1974, con Charles Bronson), i remake di King Kong di John Guillermin (1976) e di Il Bounty di Roger Donaldson (1984, con Mel Gibson) oltre all’Anno del dragone di Michael Cimino. Tra le pellicole più recenti, Hannibal di Ridley Scott.





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La nipote di Mubarak? E io sono Nefertiti»

Corriere della sera

La pm Fiorillo: «Non mi dissero della telefonata del premier». Ma la funzionaria smentisce: «Ricorda male»


MILANO - «Quello che ha dichiarato in aula Maroni non mi va giù. Non mi è sembrato possibile che un ministro vada in Parlamento a dire queste cose. Io che ero là non posso permetterlo». In due interviste a Repubblica e al Messaggero e in un colloquio con il Corriere della Sera, il pm dei minori di Milano Annamaria Fiorillo - che mercoledì ha presentato un ricorso al Csm chiedendo un chiarimento sulle dichiarazioni di Maroni e del procuratore Bruti Liberati - ribadisce di non avere mai autorizzato l'affidamento di Ruby alla consigliera regionale del Pdl Nicole Minetti, e ricostruisce con la sua versione quanto accaduto nella notte tra il 27 e il 28 maggio.


QUELLA SERA - Quella sera «ricevetti almeno sette telefonate, ma non hanno mai avuto il coraggio di dirmi che aveva chiamato Berlusconi», racconta il magistrato, che definisce «una balla» la notizia sulla presunta mancanza dei posti in comunità: «Ho parlato con il responsabile del pronto intervento e ho appurato che non era mai stata fatta richiesta». A quel punto, prosegue, «ho detto che la ragazza doveva restare in questura fino al mattino. Hanno riposto: non possiamo tenerla in camera di sicurezza. Che non è vero. Ho detto che potevano tenerla su una delle poltrone degli uffici». Non è quindi mai stato concesso l'affidamento a Minetti, che «mi venne presentata come consigliera presidenziale, una carica che non avevo mai sentito prima». Che Ruby fosse la nipote di Mubarak, afferma Fiorillo, «non me la sono bevuta. Ho risposto: e allora io sono Nefertiti, la regina del Nilo. Dopo le loro insistenze ho aggiunto: se è proprio così, che facciano mandare una conferma scritta dall' ambasciata egiziana».

UN SOLO ERRORE - Il pm dice di aver commesso «un solo errore: non ho rassicurato la funzionaria della Questura Iafrate. Era tutta irrigidita, parlava come se recitasse un copione. Con lei - dichiara - ho avuto un alterco. Ho pensato: come si permette di essere così testarda? Si assumerà tutte le responsabilità. E invece hanno mandato avanti lei». Fiorillo spiega di non essere mai stata sentita dalla procura: «Si sono basati sulla relazione del mio capo, e sulla mia». Nelle dichiarazioni di Maroni, aggiunge, «c'è un'altra cosa non vera. Ha detto che gli atti di quella notte ci sono stati trasmessi. In realtà sono arrivati con moltissimo ritardo, dopo giorni, e dopo che Ruby si era picchiata con la brasiliana. Altrimenti non sarebbero mai arrivati, temo».


Giorgia Iafrate
Giorgia Iafrate

LA FUNZIONARIA - Ma la funzionaria Giorgia Iafrate replica «Ricorda male. Lei era d'accordo». Se nega di aver dato il proprio assenso all' affido di Ruby, il pm dei minori di Milano Annamaria Fiorillo «evidentemente ricorda male. Io invece ricordo benissimo e non cambio una virgola di quanto già detto. Ho seguito la prassi, come ogni notte». La funzionaria della Questura milanese, il commissario Giorgia Iafrate, smentisce le le dichiarazioni del magistrato minorile e, intervistata dal Messaggero, ribadisce di non aver subito pressioni per il rilascio di Ruby.

«Nessuno mi ha mai detto di rilasciarla. L'unica sollecitazione fu quella di fare presto. Ma sempre nel rispetto della prassi», racconta il commissario. «Tra l'altro a prendere la ragazza venne un consigliere regionale, Nicole Minetti, una persona che offriva valide garanzie». Sulla ricerca di una sistemazione in comunità, «a quell'ora non risponde mai nessuno. Già dopo le 17 è difficile trovare qualcuno». Iafrate spiega di non aver firmato il rapporto perché non le spettava. «Io sono supervisore, mentre spettava ai colleghi che hanno operato - gli agenti della volante che hanno fermato Ruby - sottoscriverlo. Ovviamente è stato compilato vicino a me e anche io ne ho condiviso il contenuto».

Redazione online
11 novembre 2010

Gaffe di Michelle Obama: stringe mano a ministro indonesiano. Ma non può

Il Messaggero




GIAKARTA (10 novembre) - Il rispetto e l'oltraggio delle tradizioni. La visita di Michelle Obama (ovviamente, al fianco del marito Barack) ha significato entrambe le cose.


La first lady statunitense ha dimostrato grande rispetto per l'Islam e i costumi del paese meta del viaggio presidenziale, indossando il velo, ma anche fatto una gaffe che ha scatenato una vera e propria bufera mediatica. Michelle ha teso la mano all'ultraconservatore ministro dell'Informazione indonesiana,Tifatul Sembiring. E lui gliel'ha stretta. Il gesto, però, va contro i dettami dell'Islam.

«Mi ha costretto a farlo» si è giustificato il ministro, che faceva parte della delegazione che ha accolto gli Obama a Giakarta. Lo riferisce la stampa indonesiana. Il ministro è solito non stringere la mano alle donne con cui non ha stretti legami di parentela, come da precetto dell'Islam più tradizionalista. Ieri però, Sembering faceva parte della delegazione che ha accolto gli Obama al loro arrivo a Giakarta. La stretta di mani con Michelle è finita su Youtube, scatenando un putiferio mediatico e costringendo il ministro a rispondere ai suoi sostenitori, via Twitter. «Ho cercato di evitare (di essere toccato) ma la signora Michelle teneva le mani troppo tese verso di me, ci siamo toccati», ha detto Sembering alle decine di migliaia di persone che lo seguono su Twitter.

Tra i tanti che hanno commentato, per la gran parte si tratta di sostenitori irati per il gesto, anche una giornalista indonesiana alla quale finora il ministro ha rifiutato di stringere la mano: «Sono certa che ora non potrà più evitarlo». Il ministro dell'Informazione, presidente del partito della giustizia e della prosperità (Pks), è molto popolare nel Paese: la sua ultima iniziativa è una legge, entrata in vigore l'11 agosto scorso, che bandisce il porno dal web, imponendo ai provider indonesiani il blocco dei contenuti 'hot'.




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Protesta di Teodori: indirizzo sbagliato

di Alessandro Sallusti


Signor direttore Alessandro Sallusti, leggo dal Fatto Quotidiano online («La sindrome di Salò e l’ultima legione del capo») una sua affermazione che mi riguarda improntata alla falsità: «Il Teodori tirato fuori dai cassetti e riproposto in tv con la scusa di parlare di Obama, a patto che in realtà parli (male) di Berlusconi è lo stesso Teodori che fino a poco tempo fa telefonava un giorno sì e l’altro pure a il Giornale, più che disposto a scrivere (bene) di Berlusconi purché lo si facesse scrivere, ovviamente non gratis?». Quanto da lei affermato è totalmente falso, e dovrebbe ben saperlo. Non ho mai avuto il piacere di telefonarle, né poco tempo fa, né in passato: evidentemente ha avuto un delirio. Ho scritto come editorialista de il Giornale, richiesto nel tempo da Vittorio Feltri, quindi da Mario Cervi e da Maurizio Belpietro (con cui c’è stata una lunga e felice collaborazione), fino all’estate 2008. Ho interrotto volontariamente la collaborazione con la direzione di Mario Giordano. Il mio ultimo editoriale porta la data dell’8 settembre 2008, quindi sono stato richiesto 3 volte (ottobre-novembre 2008) di pareri sulle elezioni americane che ho fornito indicando la mia preferenza per il candidato presidenziale Obama non ancora eletto. Ognuno si qualifica per lo stile che adopera, e il suo si definisce da solo. Massimo Teodori

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Signor professore, non ho mai avuto il piacere di conoscerla, al telefono né di persona. Ovvio quindi che la cosa sia reciproca. Se «il Fatto Quotidiano» attribuisce arbitrariamente e falsamente a me cose scritte da altri (uno dei colleghi che ricevevano le sue telefonate) non sono problemi miei. La sua lettera quindi si basa su un falso, evidentemente ha avuto un delirio. Lei ha proprio ragione: ognuno si qualifica per lo stile che adopera, e il suo si definisce da solo. Alessandro Sallusti



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Roma, tre gatti avvelenati con la stricnina 5000 euro di taglia per scoprire il killer

Il Messaggero





ROMA (10 novembre) - Tre gatti morti in tre giorni, alle stessa ora. Il 4, 5 e 6 novembre, sempre alle 18. Ammazzati con la stricnina, ha sentenziato l'autopsia. Per stanare il maniaco che sta facendo strage di felini in un condominio di via Marylin Monroe 150, a l'Eur, l'associazione animalista Aidaa ha messi una taglia di 5mila euro che verranno dati a chi sarà in grado di fornire informazioni che permettano di trovare il colpevole. I tre gatti sono morti in uno spazio condominiale ed i proprietari hanno fatto fare l'autopsia presso un pronto soccorso veterinario.

Sull'argomento è intervenuta Monica Cirinnà, consigliere Pd al Comune di Roma: «Negli scorsi anni quando veniva segnalato lo spargimento di sostanze velenose in luoghi pubblici, a cura dell’ufficio animali, l’intero quartiere veniva informato attraverso l’affissione di avvisi per tutelare cittadini e animali dal pericolo incombente. In particolare, la prima accortezza è quella di tenere i cani con la museruola e non far uscire i cani nei giardini.
Mi stupisce che sia intervenuta l’associazione animalista Aidaa da Milano con il suo presidente Lorenzo Croce, con una taglia di 5000 euro per scoprire l’avvelenatore dei gatti, e che invece da parte del Comune di Roma ci sia il totale silenzio».




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Ciancimino jr a La7: "Mio padre incontrò Berlusconi a Milano"

La Stampa


L'ultima delle rivelazioni in tv
«Si sono visti in un ristorante per investimenti immobiliari»




«Mio padre incontrò Silvio Berlusconi a Milano tra gli anni Settanta e Ottanta. Gli incontri, duo o tre, avvennero in un ristorante vicino a piazzale Diaz e ad uno di questi incontri partecipò mia madre, che lo ha riferito lo scorso settembre ai magistrati di Palermo».

Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, va in tv e tira in ballo il presidente del Consiglio. Il primogenito dell’ex primo cittadino condannato per mafia a “L’Infedele” di Gad Lerner ha parlato di incontri relativi a investimenti immobiliari. L’incontro tra Vito Ciancimino e Berlusconi a cui avrebbe assistito Epifana Scardino, la moglie dell’ex sindaco democristiano, era riferibile, secondo il racconto di Massimo Ciancimino, a investimenti immobiliari del padre, che attraverso i prestanome Buscemi e Bonura avrebbe investito un miliardo e mezzo di lire nell’operazione immobiliare di Milano 2. «Negli anni Settanta - ha detto Massimo Ciancimino - mio padre non era un mafioso».



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Targa in autostrada per l'ultrà ucciso

La Stampa

Il sì dopo 24 ore di polemiche. Soddisfatta la famiglia Sandri



ROMA

Gabriele Sandri avrà una targa in sua memoria nella stazione di servizio di Badia al Pino sull’A1 dove il giovane tifoso della Lazio fu ucciso, l’11 novembre di tre anni fa, dal proiettile di un poliziotto. Il via libera è arrivato dopo 24 ore di polemiche, suscitate da un primo stop di Autostrade, che aveva opposto questioni di ordine pubblico.

«Non la vogliono - aveva detto amareggiato Giorgio Sandri, papà di Gabbo - perchè creerebbe un precedente. Perchè altrimenti, sostengono, bisognerebbe ricordare tutti i morti per gli incidenti. Ma la morte di mio figlio, con tutto il rispetto, mi sembra abbia qualcosa di diverso».

Con la famiglia Sandri e con la proposta, sottoscritta da 25 mila persone, di esporre una targa nell’area di servizio in provincia di Arezzo, si erano da subito schierati il sindaco di Roma Gianni Alemanno («Invierò una lettera al presidente di Autostrade Fabio Cerchiai, la morte di Gabriele resta una ferita ancora aperta per Roma») e la presidente della Regione Lazio Renata Polverini, che in mattinata ha contattato l’ad della società Giovanni Castellucci e il capo della Polizia Antonio Manganelli.



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Il carcere dell'orrore ha i lettini solari

La Stampa


Butyrka, prigione di Mosca, si rifà il look. Ma esplode la polemica: le cure termali e Skype non sono certo la priorità dei prigionieri




ALICE CASTAGNERI
MOSCA

Torture, abusi, condizioni sanitarie pessime: così Butyrka, lo storico carcere situato nel centro di Mosca, è passato alle cronache come una vera e propria fortezza degli orrori. Ora, però, ha deciso di rifarsi il look, mettendo a disposizione dei detenuti lettini solari e servizi extra come l'uso di Skype. L'improvvisa preoccupazione per la salute dei prigionieri è sembrana strana a molti, considerando che tanti "ospiti" nel corso degli anni hanno subito un trattamento tutt'altro che umano.

In passato, infatti, le sbarre di questa super prigione hanno tenuto rinchiusi personaggi come il nipote di Hitler, Heirich, catturato dai russi sul fronte, lo scrittore dissidente Alexander Solzhenitsyn e il drammaturgo Isaak Babel, che per ordine di Stalin venne fucilato proprio in questo edificio. Nel 2009, poi, è stato oggetto di inchieste per il suo degrado. Indagini legate alla morte dell'avvocato Serghiei Magnitsky, che vi ha trascorso parecchi dei suoi ultimi mesi di vita. Il legale, che un tempo lavorava come consulente per il il fondo d’investimento Hermitage, sarebbe stato rinchiuso illegalmente senza ricevere cure mediche. In quella vicenda l’amministrazione carceraria russa ammise una parziale responsabilità nella morte di Magnitsky.

Ora, ad un anno da quel caso, Butyrka vuole a tutti i costi rivalutare la sua immagine. «Stiamo aggiungendo servizi sanitari supplementari. Entro la fine dell'anno verranno installati anche lettini solari, che saranno impiegati per scopi medici», ha detto alla stazione radio Vesti Fm Serghiei Telyatnikov, direttore del carcere-bunker. Il capo della fortezza ha spiegato che i nuovi servizi Internet permetteranno ai prigionieri di avere maggiori contatti con i familiari, migliorando così le loro condizioni di vita. Inoltre, verranno messi a disposizioni strumenti medici più sofisticati e cure termali tipiche delle Spa. In Russia, però, è subito scoppiata la polemica. Il sito Kasparov.ru ha bocciato le novità: «Stanno facendo di tutto per provare che le condizioni in cui vivono i detenuti sono migliorate». In molti credono che "i lettini solari non siano una priorità". Zoya Svetov, esperto di strutture carcerarie, ha detto all'Afp: «Suona come una farsa». E sembra davvero uno scherzo in un posto dove manca anche l’acqua calda.




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Usa. Incredibile touchdown: gli avversari spiazzati da un colpo di genio

Il Mattino


AUSTIN (10 novembre) - Jason Garza, giovanissimo quarterback della squadra di football della Driscoll Middle School in Texas, i Driscoll Defenders, ha messo a segno una meta incredibile spiazzando gli avversari con un colpo di genio. A inizio azione, con le due squadre schierate una di fronte all'altra, si è fatto mettere la palla in mano dal compagno; una maniera inconsueta rispetto allo "snap", il consueto passaggio che vede la palla passare tra le gambe del giocatore centrale verso il quarterback alle sue spalle. Non solo: ricevuto l'ovale ha cominciato a camminare con nonchalance tra gli avversari che si scostavano stupefatti. Dopo qualche metro però è scattato, chiudendo la sua corsa in touchdown tra il pubblico in delirio. Il video è stato visualizzato oltre sei milioni di volte in pochi giorni.

 La giocata magica




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Scampia, blitz nell'oasi del buon pastore Pusher arrestato dalla polizia

Il Mattino
 

NAPOLI (10 novembre) - Un immigrato polacco, Humberto Kosek, di 33 anni, è stato arrestato dalla polizia, che gli ha sequestrato un quantitativo di marijuana ed hashish.

L'uomo è stato sorpreso all'alba, durante un'operazione di controllo del territorio dagli agenti del comissariato Scampia al viale della Resistenza, lotto P mentre consegnava dosi di droga ad un compratore.

Gli agenti gli hanno sequestrato il sacchetto che aveva tra le mani contenente poco più di 140 grammi di marijuana e 190 grammi di hascisc. Sequestrati anche i 195 euro che aveva in tasca.



Blitz nell'Oasi del Buon Pastore (NewFotoSud - Alessandro Garofalo)




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Dalla scena del crimine alla Tv, il doppio lavoro della criminologa

Corriere della sera

È nata una stella, si chiama Roberta Bruzzone, ora è anche la consulente di Michele Misseri

il mattino è in tribunale ad assistere il suo cliente, il pomeriggio nell'etere


Roberta Bruzzone
Roberta Bruzzone
È nata una stella, si chiama Roberta Bruzzone, viaggia sulla quarantina, finta bionda, sguardo magnetico, uno spiccato accento ligure. Su Facebook piace a 1.007 persone (qualcuna in più da quando è stato scritto questo pezzo), vanta un fan club. Da giorni è balzata agli onori della cronaca per i suoi ripetuti interventi sul giallo di Avetrana, quello della povera Sarah Scazzi.
Ospite assidua dei talk, che come belve feroci si sono buttati sulla preda, aveva sostenuto la tesi di un secondo livello non ancora emerso. Così, in quattro e quattr'otto, è stata nominata consulente di parte dello zio di Sarah e, intervistata da Monica Maggioni, ha descritto il suo cliente come una persona con un «legame solidissimo con la sua famiglia» e che per questo «ha risentito molto sul piano emotivo di tutto quello che è successo».
Dalla sua biografia ufficiale veniamo a sapere che è autrice e conduttrice del programma La scena del crimine, alla sua terza edizione sull'emittente Gbr-Teleroma 56 (canale 877 di Sky) e di Donne mortali, giunto alla sua seconda edizione, su Discovery Real Time (canale 118 di Sky). È inoltre consulente scientifico di numerosi programmi che trattano tematiche relative a fatti criminali. Insomma, nel giro di poco tempo, la finta bionda ha soppiantato i colleghi criminologi arruolati come star televisive, tipo Massimo Picozzi, Francesco Bruno e tanti altri. Per non parlare di psicologi, magistrati, tuttologi. Negli ultimi anni, grazie ai salotti di Bruno Vespa e di Matrix, il criminologo è diventato un personaggio tv: lo abbiamo visto all'opera, infervorato e dottorale, nel «Novi Ligure show», nel «Cogne Show», nell'«Erba show», nel «Garlasco show» e in tanti altri spettacoli. Spesso in una situazione imbarazzante, perché coinvolto direttamente o indirettamente nel caso. Diciamo anche che per alcuni di loro la tv è diventata un'ottima vetrina per dare lustro alla loro attività, a scapito forse di ogni deontologia professionale.
Ma il caso Bruzzone ci fa fare un ulteriore passo in avanti: il mattino è in tribunale ad assistere il suo cliente, il pomeriggio nell'etere a spiegare quello che è stato detto e fatto. Entra ed esce dalle carceri e dagli studi televisivi come fossero la stessa cosa. Del resto si dice esperta di ricostruzioni di 3D della scena del crimine e ama farsi fotografare con un berrettino dell'Fbi. Insomma, per lei, realtà e rappresentazione sembrano la stessa cosa.


Aldo Grasso
11 novembre 2010



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Fondi Ue per Elton John a Napoli Indagine sul maxi compenso

Corriere della sera

Al cantante 750 mila euro. Bruxelles: iniziativa effimera


BRUXELLES - Paul McCartney, 800 mila euro promessi sull'unghia, all'ultimo momento ha rinunciato a quelli, e pure ai «tricche tracche», ai petardi della caratteristica festa: c'erano troppi dubbi, su quel compenso milionario per quattro canzoni cantate alla sagra napoletana di Piedigrotta, e così alla fine il posto del Beatle pensionato è stato preso da un attore assai meno esigente, una controfigura di Giuseppe Garibaldi. Ma prima di Paul, un anno prima, qualcun altro non si era tirato indietro: Elton John, detto anche Rocket man non solo per il titolo della sua celeberrima canzone anche per i compensi stellari che rastrella in tutto il mondo. Lui, alla festa di Piedigrotta, dietro promessa (adempiuta) di 750 mila euro, c'è venuto davvero, l'11 settembre 2009. E per questo, ora, la Commissione europea ha annunciato che vuol vederci chiaro: perché, dicono voci tanto maliziose quanto insistenti, almeno una parte di quella somma potrebbe essere stata pagata con i fondi strutturali che la Ue assegna allo sviluppo economico e sociale del nostro Sud, come di altre parti meno fortunate del continente.

È stata un'interrogazione dell'eurodeputato leghista Mario Borghezio, a far venire ieri allo scoperto la Commissione europea. Che procederà ora sulla scia di un'altra indagine, penale, aperta in agosto dalla magistratura italiana per una (prima) ipotesi di abuso d'ufficio. Borghezio, come sempre di eloquio fumantino, aveva parlato - e parla - di «vergognoso utilizzo di fondi europei per il concerto tenuto alla festa di Piedigrotta». E il commissario europeo alle Politiche regionali Johannes Hahn ha risposto alle curiosità dei giornalisti: «Tutte le constatazioni vengono prese molto seriamente ed indaghiamo». Ancora più esplicito, Hahn lo era stato nella risposta fornita a Borghezio, e più tardi diffusa dall'eurodeputato: «La Commissione intende verificare scrupolosamente la regolarità e la rimborsabilità di tali spese visto il valore aggiunto dell'iniziativa nonché l'impatto effimero e non strutturale sull'attività turistica nella regione» (traduzione: fra due anni, che sarà rimasto a Giugliano dei gorgheggi di Elton?). E ancora: «Qualora le condizioni previste non risultino tutte soddisfatte, l'autorità di gestione dovrà decertificare (sic) le somme in questione e stornarle dalla prossima richiesta di pagamento». Ma sarà «arduo», fa eco il solito Borghezio, «per i responsabili di questa incredibile utilizzazione dei fondi strutturali sottrarsi al rischio di dover decertificare le somme in questione».

Naturalmente gli organizzatori della festa difendono la bontà delle loro idee, o il beneficio di immagine ottenuto comunque da Napoli e dintorni. E non è provato che i soldi spesi provenissero davvero dai fondi Ue. In tanta baraonda, l'unico imperturbabile resterà probabilmente lui, Elton. Non è la prima volta, che dà qualche pensiero agli amministratori locali italiani: a settembre, per esempio, è stato invitato a tenere un concerto davanti alla meravigliosa cattedrale di Trani, in Puglia; e pare che a chi lo aveva invitato, cioè alla deputata del Pdl Gabriella Carlucci, "Rocket man" abbia chiesto una cosina facile facile, cioè che fossero bloccati sul segnale verde tutti i semafori, dalla scaletta del suo aereo fino alla porta del suo albergo.

Luigi Offeddu
11 novembre 2010


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Crolli senza padre se al potere c’è il centrosinistra

di Paolo Bracalini



Tiro al bersaglio su Bondi, per l'opposizione è lui responsabile dei danni. Solo un pretesto per colpire il Cavaliere: quando a cedere a ripetizioni furono le Mura Aureliane nessuno chiese la testa di chi gestiva i Beni culturali, dalla Melandri al sindaco Veltroni



Certo, si sarebbe potuto fare di più e prima. Per esempio, seguire la geniale idea del sindaco di Pompei, l’ex piddino (da poco Udc) Claudio D’Alessio, che il 31 ottobre scorso, una settimana prima dell’incidente, aveva proposto questa felice intuizione per la tutela dell’area archeologica: far scorrazzare i cavalli da corsa nelle rovine («Sogno una gara ippica tra gli scavi»). Quisquilie passate inosservate, perché quel che conta è impallinare il governo, farlo cadere con una mozione qualsiasi, ora che la crisi è dietro l’angolo. Quella sulle dimissioni di Bondi, ad esempio, l’unico e supremo colpevole del crollo a Pompei. A Ballarò il ministro è stato linciato, trattato come un incapace, sbeffeggiato.
«Di chi è la colpa, se non del responsabile dei Beni culturali, eh?» gli hanno chiesto, parandosi dietro la difesa del patrimonio culturale, nota passione degli archeologi Di Pietro e Urso. Bondi, praticamente circondato, ha reagito debolmente, ricordando che «crolli ce ne sono stati molti in passato, senza che nessuno chiedesse le dimissioni del ministro». Ma l’arena dei talk show è molto più dura di quella dei gladiatori pompeiani, e quindi l’effetto è stato nullo. Peccato, perché il povero Bondi avrebbe anche ragione. Basta una ricerca negli archivi del suo ministero ed esce un elenco che dimostra un fatto evidente: la tutela del patrimonio artistico interessa alla politica solo quando serve a dare la colpa all’avversario, specie se è un governo di centrodestra, specie se capita in un frangente di crisi, specie se al ministero preposto c’è Bondi.
Nell’aprile 2001, stante la veltroniana Giovanna Melandri ministro dei Beni culturali, vennero giù venti metri di Mura Aureliane all’altezza della Porta Ardeatina. «Roma si è svegliata senza un pezzo della sua storia», scrisse il Messaggero. Intervennero prontamente i pompieri, anche quelli cartacei filogovernativi di Repubblica, che diede mezza pagina alla scandalosa prova di incuria ma spense subito ogni possibile addebito alla ministra diessina: «Crollo Mura Aureliane. Colpa di una infiltrazione», cioè colpa di nessuno. E poi sotto «Una commissione studierà le cause del crollo», come dire: aumma aumma, non ne parliamo più. Neppure l’ombra di una richiesta di dimissioni, anzi, la Melandri non fu nemmeno nominata.
Stessa cosa nel 2007, ancora governo ulivista (Rutelli ministro della Cultura, Veltroni sindaco di Roma), ancora Mura Aureliane. Crolla un capitello, vroom, nessuno fiata. Stesso mutismo qualche mese dopo, novembre 2007, quando crollarono altri 10 metri di Mura Aureliane («Lo stesso tratto di parete era stato transennato il mese scorso su consiglio dei Vigili del fuoco», scrisse il Messaggero, testimoniando l’incuria). Mozioni contro Rutelli? Nemmeno mezza. Anche su Pompei c’è qualche dato da ricordare. Le pareti delle domus non crollano da sole appena sanno che Bondi si è insediato al ministero, ma tendono a farlo sempre, causa totale disinteresse delle amministrazioni, soprattutto locali.
Il direttore degli Scavi di Pompei Antonio D’Ambrosio ha fornito un elenco dei crolli che fa impressione. Ogni anno ha la sua croce, se non di più. Nel 2003 si stacca parte del soffitto del Thermopolium, crolla un pezzo di muro dell’Insula Occidentale, si infiltra dell’acqua che danneggia la Casa della Regina Margherita e l’ingresso dei Teatri, crolla un intonaco della Casa degli scienziati. Nel 2004, altro crollo all’Insula Occidentale e parziale crollo di muratura in altra parte del sito; 2006, viene giù parte di un muro del Vicolo delle Nozze d’argento. Nel 2008 ancora un altro cedimento, nel 2009 altri due. Mai nessuna polemica o richiesta di dimissioni.
Neppure nel febbraio 2010, cioè epoca Bondi, quando crolla parte della Domus degli Augustali a Pompei, o a marzo, quando cede il soffitto della Domus Aurea a Roma. Ma non c’era crisi di maggioranza, e allora perché interessarsi del patrimonio storico-artistico? Ma Bondi non dà i soldi, e anzi taglia, si dice, dimenticando che è il Tesoro a gestire le risorse.  Non solo, il Sole24Ore racconta che il Sud ha usato solo il 5% dei 5,9 miliardi dei fondi Ue per i beni culturali. «È il risultato di veti e interessi contrapposti tra lobby stratificate a livello locale», scrive il Sole, che aggiunge: «Bondi fa bene a evidenziare un problema di capacità gestionale delle risorse». Però, se lo dicesse dopo essersi dimesso sarebbe ancora meglio. Perché più, molto più del crollo di Pompei, interessa il crollo di Berlusconi.




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