sabato 6 novembre 2010

Salerno, corteggiatore via Facebook preso a botte dall'ex fidanzato geloso

Il Mattino



di Petronilla Carillo

SALERNO (6 novembre) - Un messaggio di troppo in bacheca, un tentativo di abbordaggio via Facebook che è riferito all’ex fidanzato scatenando la sua gelosia. E una reazione violenta: una spedizione punitiva per ”avvisare” l’aspirante pretendente che quella ragazza è “proprietà privata”. Accade così che un diciassettenne è picchiato in strada da un gruppo di giovani.

E tutto questo per aver corteggiato una ragazza. Accade in via Robertelli, a Torrione, sotto lo sguardo di decine di persone. Ma nessuno ha il tempo di intervenire: i tra aggressori, difatti, agiscono con grande velocità. Arrivano a bordo di degli scooter, bloccano il ragazzo, lo riempiono di botte e poi scappano via. Alcuni passanti si fermano per soccorrere la vittima quando, nel corso di un normale servizio di pattugliamento a piedi, arrivano anche i poliziotti di quartiere (agli ordini del vicequestore aggiunto Rossana Trimarco).

Gli agenti notano un capannello di persone e si avvicinano. È così che gli agenti vedono il ragazzo riverso al suolo, pieno di lividi. Lo soccorrono e lo identificano. Il giovane, 17 anni, presenta vistose ferite al volto. Passo dopo passo i poliziotti riescono a ricostruire quanto accaduto, movente compreso e quindi ad identificare gli aggressori tutti della stessa famiglia. Si tratta di due fratelli, uno dei quali l’ex geloso, e di un cugino. Identificati e rintracciati, solo stati per ora solo segnalati all’autorità giudiziaria perché uno dei tre è reo confesso ma avrebbe scagionato gli altri, accusati invece dall’aggredito. I fatti. La vittima aveva conosciuto una ragazza su Facebook.

Tra i due vi era stato uno scambio di messaggi in bacheca. Uno degli ”amici” della ragazza riferisce il fatto all’ex fidanzato. Questi contatta il rivale prima su Facebook chiedendogli l’amicizia e poi via chat, offendendolo e minacciandolo nella speranza di intimorirlo e spingerlo a interrompere i contatti con la ragazza. Non contento, poco dopo, decide di passare dalle parole ai fatti. Va sotto caso della vittima e citofona, invitandolo a scendere con le maniere forti.

Ma non è da solo. Insieme a lui vi erano (secondo la testimonianza del ragazzo) ad altri tre giovani giunti a bordo di due scooter, un Beverly ed un Liberty. Appena varca il portone di casa i quattro lo aggrediscono picchiandolo con violenza e procurandogli ferite e lesioni, tra cui una frattura al setto nasale, poi giudicate guaribili in 20 giorni dai medici del pronto soccorso dell’ospedale San Leonardo. I poliziotti di quartiere attivano le indagini e riescono a risalire all’identità degli aggressori, grazie al numero di targa dei due scooter memorizzato da alcuni testimoni.

Poco dopo, infatti, i due ciclomotori vengono ritrovati parcheggiati in via Raffaele Schiavone, a Pastena. I due guidatori sono stati identificati mentre erano ancora in sella ai motorini. Si tratta di due fratelli G.A., di 17 anni e M.A., di 23, quindi di F. I., loro cugino e coetaneo. In particolare G.A. ha dichiarato ai Poliziotti che era stato lui ad aggredire il ragazzo per gelosia scagionando fratello e cugino i quali non avevano partecipato all’aggressione ma anzi erano intervenuti per dividere i due contendenti e porre fine alla lite.





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Subiaco, uccide la figlia e si toglie la vita: delitto scatenato da una foto su Facebook

Il Messaggero



di Antonio Scattoni

SUBIACO (6 novembre) - Quella foto che la figlia tredicenne aveva messo sul “profilo” di Facebook non gli era proprio andata giù e la ramanzina in famiglia era stata persino annunciata e fissata per le 18 di giovedì. Pochi minuti dopo il maresciallo Lucio Cappelli ha ucciso con un colpo di pistola Angelica e ha inseguito l’altra figlia di 15 anni che fuggiva per le scale ferendola con tre pallottole che per miracolo non l’hanno ammazzata. Poi il militare si è sparato alla tempia.

Nella Subiaco in ginocchio per il dolore prende corpo la ricostruzione del raptus
che ha distrutto una famiglia e lasciato senza parole tutta la comunità. Nel pomeriggio dell’altro ieri il maresciallo, 40 anni, è ”smontato” dalla stazione di Subiaco dove era vicecomandante: pochi passi ed è salito nell’appartamento nel centro del paese, in via XX Settembre. Il figlio più piccolo, 10 anni, era in strada a giocare e la moglie, maestra nella scuola elementare a Tivoli, era ancora fuori per una riunione di lavoro. Le figlie, Angelica e la sorella maggiore, invece, si trovavano nell’appartamento e non per caso. Il giorno prima al telefono, il militare, stato di servizio impeccabile, figlio di un carabiniere e fratello di altri due carabinieri, si era infuriato con le figlie per quelle ore passate davanti al computer. In particolare non gli era piaciuta una foto che Angelica aveva inserito nel suo “spazio” sul social network più diffuso. Sono liti all’ordine del giorno in ogni famiglia, ma il maresciallo questa volta è apparso molto determinato nel ricordare i rischi di un’eccessiva esposizione: alcune amiche avevano invitato le figlie a uscire passando a prenderle, ma lui glielo aveva impedito «perché dovevano parlare». Che cosa sia scattato nella mente del carabiniere non si saprà probabilmente mai: le figlie hanno difeso la loro voglia di chattare e navigare sulla rete e lui ha impegnato la Beretta d’ordinanza.

Non c’è stato nulla da fare per Angelica, che sarà seppellita lunedì accompagnata da tutto il paese in lutto, come ha voluto il Comune. La sorella, ferita all’addome e una gamba, se la caverà: è ancora vegliata dalla madre nell’ospedale di Subiaco, accanto a loro le psicologhe dei carabinieri che si sono prese cura anche del figlio più piccolo. L’inchiesta della Procura di Tivoli punta anche a individuare eventuali dissapori familiari: non sembra possibile versare tanto sangue per una lite sull’uso del computer, ma in paese non trapela nulla. «Era una famiglia modello racconta, Alessandro, il cognato una coppia innamorata, splendidi figli: mia moglie aveva parlato con Lucio due ore prima della tragedia, era sorridente e gioviale come sempre».





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Morto il boia di Bolzano

Corriere della sera

Michael 'Misha' Seifert, l'ex caporale delle SS, era stato condannato all'ergastolo e scontava la pena in Italia

CRIMINI NAZISTI

MILANO - E morto la scorsa notte alle 4:00, nell'ospedale di
Michail Seifert in una foto del 2000
Michail Seifert in una foto del 2000
Caserta dov'era ricoverato da alcuni giorni, l'ex caporale delle SS, Michael 'Misha' Seifert, meglio conosciuto come il «boia di Bolzano». La notizia è stata confermata all'Ansa dal suo legale, l'avvocato Paolo Giachini. A parte Erik Priebke, Seifert - estradato dal Canada - era l'unico ex criminale di guerra nazista condannato all'ergastolo, che stava scontando la pena in Italia.

06 novembre 2010





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Morto il ragazzo ricoverato per abuso di droghe dopo la festa al Leoncavallo

Corriere della sera


La causa del decesso del 17enne è un'epatite fulminante scatenata da ecstasy e cannabis


La famiglia del giovane ha dato l'assenso alla donazione degli organi



MILANO - È morto questa mattina il ragazzo di 17 anni, di Lucca, ricoverato in condizioni disperate dal 31 ottobre scorso all'Ospedale Niguarda di Milano dopo un'epatite fulminante scatenata da un abuso di ecstasy e cannabis al centro sociale Leoncavallo di Milano. Il giovane si era sentito male durante una festa per celebrare Halloween. La famiglia del ragazzo ha dato l'assenso alla donazione degli organi. (Fonte Ansa)


06 novembre 2010



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Sarah Scazzi, nuovo sopralluogo del Ris Misseri fa ritrovare anche la corda

Corriere della sera


Era nascosta nell'auto usata dalla moglie. Trovato anche il mazzo di chiavi che la nipotina aveva con sé.


AVETRANA (TARANTO) - L’ha prima descritta, e successivamente ha indicato dov’era nascosta la corda che ha ucciso Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana sparita lo scorso 26 agosto e ritrovata morta in fondo a un pozzo nella notte fra il 6 e il 7 ottobre. La corda era nascosta all’interno dell’Opel Astra usata dalla moglie di Michele Misseri, Cosima, la cui situazione giudiziaria si starebbe aggravando di ora in ora.

LE CHIAVI - Misseri venerdì nel corso di una lunghissima dichiarazione spontanea agli inquirenti ha ritrattato la confessione circa l’omicidio della nipote quindicenne, addossandone la responsabilità sulla figlia Sabrina, fin qui indagata solo per concorso, e dichiarandosi colpevole solo di occultamento di cadavere. Nel corso dei sopralluoghi effettuati sabato mattina in sua presenza fra la casa in via Deledda e il pozzo dove fu nascosta Sarah, ha fatto ritrovare anche il mazzo di chiavi che la nipotina aveva con sè.

IL RIS - In via Deledda sono arrivati anche gli specialisti del Ris dell’arma dei carabinieri per nuovi rilievi tecnici. Ma nella ricostruzione dell'uccisione di Sarah Scazzi non sarebbe in discussione il luogo dell'omicidio, che resterebbe il garage di casa Misseri. Lo si è appreso da fonti giudiziarie. L'ipotesi che la quindicenne di Avetrana sia stata uccisa in casa non trova al momento alcuna conferma, anche se si attendono i risultati degli ulteriori accertamenti in corso in queste ore alla luce della nuova ricostruzione fatta dallo zio reo confesso, Michele Misseri, che ha indicato nella figlia Sabrina l'esecutrice materiale del delitto. Al termine del sopralluogo l'uomo è stato fatto risalire sull'automezzo fuoristrada di colore nero, con i vetri oscurati, che si è allontanato da via Deledda seguito dalle vetture di tutti gli inquirenti. Redazione online

06 novembre 2010



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Annullato il concorso per diventare notai

Il Tempo


Il ministro ha deciso di cambiare la commissione e di spedire il dossier alla Procura. Il presidente Laurini: "Ridata fiducia e serenità ai candidati".


Il ministro della Giustizia Alfano


Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha annullato il concorso nazionale per notai. Non era mai successo. La terza prova era stata sospesa dalla commissione, formata da magistrati, professori universitari e notai, venerdì 29 ottobre dopo le proteste dei candidati, in tutto 3.300 per 200 posti. Tanti partecipanti si erano accorti che la traccia assegnata il giorno precedente, che prevedeva la stesura di un testamento, era identica a quella data il 6 ottobre durante un'esercitazione alla scuola notarile di Roma e comparsa anche su un sito internet. La presunta irregolarità ha acceso gli animi dei candidati che hanno protestato fino a quando la commissione non ha sospeso il concorso «per motivi di ordine pubblico».

I due testi sotto accusa sono stati pubblicati interamente da Il Tempo che ha mostrato le strane «coincidenze». Stessi protagonisti, stesse situazioni, stesse espressioni: piccoli e, in alcuni casi, stravaganti i cambiamenti, dai nomi (Prisco invece di Frisco) ai beni (in un caso quattro cavalli nell'altro quattro auto antiche). Dopo una settimana il ministro Alfano ha deciso di annullare quelle prove ma di salvare il bando. Nello stesso tempo, però, ha dato disposizioni di rinnovare per intero la commissione e trasmettere gli atti in possesso del dicastero della Giustizia alla Procura di Roma, che ha aperto un'inchiesta.

«Ho attentamente studiato gli atti che mi sono stati trasmessi dalla commissione - sottolinea Alfano - e mi sono risoluto alle seguenti determinazioni». Innanzitutto «salvare il bando di concorso per evitare che tanti laureati siano penalizzati da ulteriori ritardi derivanti dalla pubblicazione di un nuovo bando che tarderebbe oltremodo la data del prossimo concorso». In secondo luogo, il ministro ha deciso di «annullare le prove celebrate e, in questo senso, inviterò il direttore generale a procedere immediatamente». Inoltre, è stato stabilito di «rinnovare per intero la commissione esaminatrice che ha provveduto all'individuazione delle tracce e presieduto allo svolgimento delle prove, pur non nutrendo alcun dubbio sulla buona fede dei suoi componenti». Per il Consiglio nazionale del notariato «si tratta di una soluzione che conferma l'affidabilità del sistema concorsuale di selezione dei futuri notai e restituisce serenità ai candidati». Insomma, spiega ancora il presidente del notariato, Giancarlo Laurini, «la decisione, peraltro tempestiva, del ministro ridà fiducia a tanti giovani».

Non solo. «È stato evitato - conclude Laurini - che la nostra categoria perdesse credibilità». In ogni caso resta un pasticcio: è la prima volta che viene annullato il concorso per notai. Nei giorni scorsi è stata la Lega a sottolineare la presenza in commissione di magistrati, professori e notai unicamente del centro-sud e a proporre, addirittura, la «regionalizzazione» dei concorsi. Mentre il Codacons ha annunciato che presenterà un ricorso collettivo al Tar del Lazio per chiedere il risarcimento dei danni materiali e morali subiti dai candidati. Va avanti anche l'inchiesta. Abuso d'ufficio commesso da chi ha diffuso la traccia «mortis causa», cioè quella sul testamento, è l'ipotesi di reato formulata dalla Procura. Il procuratore Giovanni Ferrara e l'aggiunto Alberto Caperna hanno affidato il fascicolo al pm Attilio Pisani che stava già indagando per resistenza a pubblico ufficiale e rifiuto di comunicare le proprie generalità dopo i disordini scoppiati in aula, secondo un rapporto presentato a piazzale Clodio dalla polizia penitenziaria.



Albrto Di Majo

06/11/2010





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Le Brigate Balle di Santoro e Repubblica

Di Maurizio Belpietro





E' stato un tempo in cui le Brigate rosse erano chiamate sedicenti. Per ottusità o malafede, giornalisti anche illustri accreditarono l’idea che il gruppo terrorista non fosse una costola criminale della sinistra, ma un’organizzazione creata dai fascisti o dai servizi segreti al soldo degli americani o della Dc. La storia si è incaricata di smentire gli ottusi e i bugiardi con una lunga scia di sangue. Nonostante ciò, nonostante sia provato che ancora esistono gruppuscoli violenti che in nome del comunismo sono pronti a compiere attentati, gli ottusi e i fabbricatori di menzogne sono ancora al lavoro.

Ne ha dato prova l’altra sera Michele Santoro, cercando di spargere dubbi sulla vicenda di cui sono stato involontario protagonista un mese fa. La cosa non mi stupisce: il conduttore di “Annozero” ci aveva già provato una settimana dopo il fatto, tentando di dimostrare che il tizio con la pistola sul ballatoio di casa mia altri non era che un fantasma. Il telepredicatore, per altro, è in buona compagnia, visto che anche un quotidiano come la Repubblica si è impegnato nell’operazione di ridurre tutto a una burletta. Vale dunque la pena di spazzar via tre o quattro balle raccontate da questi signori e i lettori mi scuseranno se mi occupo di un caso che mi riguarda da vicino.

Cominciamo dal quotidiano di Ezio Mauro, sul quale è stato scritto che appena due settimane dopo l’episodio il questore ha deciso di ridurmi la scorta che mi era stata assegnata in conseguenza della sparatoria, trasferendo ad altro incarico l’agente di polizia che aveva esploso i colpi contro il malintenzionato. Pur senza farne cenno in modo esplicito, Repubblica lasciava capire che si era trattato di una messinscena, opera probabilmente del caposcorta, e dunque l’allarme era ingiustificato. Peccato che le notizie del quotidiano progressista fossero false. Il dispositivo di sicurezza ordinato dal questore la sera del 30 settembre è tuttora in vigore: un’auto della polizia con due agenti sosta 24 ore su 24 di fronte al palazzo in cui abito e quattro persone mi seguono ovunque. E il poliziotto che quella sera ha sparato non è mai stato trasferito.

Sono ingiustificate tutte queste misure? Può darsi, ma io non le ho chieste: me le hanno imposte, costringendomi a modificare le mie abitudini e limitando i miei spostamenti. Evidentemente chi ha la responsabilità ritiene ciò che è successo tutt’altro che un’invenzione.

E veniamo ora al «fantasma», quello su cui Santoro ironizza e che vorrebbe vedere in faccia. Fin dal principio lui e altri si sono impegnati a dimostrare che del passaggio del misterioso uomo armato non vi era traccia. Né sulle scale né sul muro del cortile. Balle. Come è ovvio, lungo le scale sono state trovate tantissime impronte: purtroppo nessuna è riconducibile a personaggi già segnalati nell’archivio della polizia.

Ma cosa si aspettava il conduttore di “Annozero”? Che ci fosse venuto Curcio a casa mia? Quanto poi al muro, Michele e i suoi compari seguitano a sostenere che non ci sono segni della fuga, aggiungendo che scavalcarlo è un’impresa quasi impossibile. Altre balle. Quella sera, senza essere particolarmente attrezzati, il muro lo hanno saltato almeno due agenti delle volanti intervenuti subito dopo il fatto. Dunque, non solo è possibile fuggire da quella via, ma è certo che segni del passaggio di qualcuno ci sono. Ma queste sono solo quisquilie. La verità è che questi signori avrebbero considerato credibile l’attentato contro di me soltanto se fossi stato colpito da un proiettile.

Perché mi sono addentrato in questioni così interne all’inchiesta da interessare solo chi vi è coinvolto? Per dimostrare come per questi signori sia facile manipolare la realtà. Le mie vicende sono sicuramente trascurabili. L’opera di falsificazione che da anni compiono Santoro e la stampa di sinistra invece no.

06/11/2010







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L'ex pugile Galvano arrestato per usura‎ Picchiava senza pietà chi non pagava

Il Mattino



ROMA (6 novembre) - Aveva appeso al chiodo i guantoni per vestire i panni del «cravattaro». Dopo aver lasciato il ring da campione del mondo dei pesi super medi Wbc , il pugile Mauro Galvano ha cominciato a prendere a pugni le vittime cadute nella trappola della banda di usurai, di cui lui era il braccio violento e perno centrale. Il boxeur è stato arrestato dai carabinieri.

Domiciliari per gli altri quattro della banda. In manette anche un carabiniere del gruppo di Fiumicino, Giovanni Morelli, amico di Galvano e appassionato di boxe, il quale è accusato di aver rivelato al pugile segreti d'ufficio relativi ad alcune indagini non collegate all'operazione antiusura. In tutto sono 32 le persone denunciate perchè coinvolte nelle attività illecite.

Galvano, che a 46 anni viveva a Fiumicino con la sua compagna e gestiva diverse palestre sul litorale Romano, compiva vere e proprie spedizioni punitive aggredendo le vittime che non pagavano, sfasciando i negozi dei commercianti debitori nelle zone di Roma, Ostia, Acilia, Fiumicino e Pomezia. Gli altri componenti della banda sono Augusto Mascetti, 60 anni, di Fiumicino, finanziatore; Luca Giuroli; Bogdan Neavu, romeno di 26 anni che prendeva parte alle spedizioni punitive con Galvano; Fabrizio Fantini, intermediatore finanziario di Acilia, 50 anni, che riciclava denaro anche intestando versamenti ad alcuni prestanome.

Negli ultimi tempi anche Galvano era tra i finanziatori. Le vittime erano commercianti e imprenditori, che pagavano interessi fino al 70%. Le indagini dei carabinieri di Ostia sono partite da una denuncia del 2007 di un commerciante di Acilia, vittima degli strozzini, che inizialmente aveva chiesto un prestito di 4.000 euro.

«Sono il pugile Galvano, ti conviene pagare», diceva il boxeur alle vittime che in cinque casi sono state aggredite e a cui spesso venivano rotte le vetrine e sfasciati i negozi.





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Mosca, aggredito giornalista: è in coma Si occupava dei partiti di opposizione

Il Mattino


Medvedev ordina inchiesta: «Va seguita in modo speciale»
Amnesty international: allarme per i sostenitori diritti umani



ROMA (6 novembre) - Un giornalista russo che lavora per il quotidiano Kommersant e che si è occupato delle manifestazioni dell'opposizione, è stato gravemente ferito da due sconosciuti davanti alla sua casa di Mosca ed è ricoverato in coma. Lo riferiscono lo stesso giornale e la polizia. «Oleg Kashin è stato gravemente ferito ed è ricoverato in ospedale. Nei prossimi giorni sarà posto in coma artificiale» si legge in un comunicato della Kommersant. Nell'aggressione, il giornalista ha riportato fratture multiple alle due tibie, alla mascella ed è stato ferito alla testa e alle mani. «E' evidente che i responsabili non amano quello che dice e scrive - ha detto il capo redattore Mikhail Mikhailin alla radio Echo di Mosca - Gli sono state spezzate le dita, e il telefono, i documenti e i soldi non sono stati portati via». Secondo Mikhailin l'aggressione «è legata alla sua attività professionale». Sull'episodio è stata aperta un'inchiesta per tentato omicidio.

Medvedev: inchiesta speciale. Il presidente russo Dmitri Medvedev ha incaricato il procuratore generale General Yuri Chaika e il ministro degli Interni Rashid Nurgaliyev «di seguire in maniera speciale l'inchiesta sul crimine commesso ai danni del giornalista di Kommersant Oleg Kashin»: lo riferisce il servizio stampa del presidente. Medvedev ha inoltre chiesto al procuratore e al ministro di «prendere tutte le misure necessarie per risolvere questo crimine».

Amnesty International si è rivolta oggi alle autorità russe esortandole a condurre indagini accurate e puntuali sull'aggressione di Oleg Kashin. «Ci aspettiamo che Oleg Kashin si riprenda. Ci aspettiamo che le autorità russe diano una risposta puntuale e professionale» ha detto oggi a Interfax Sergei Nikitin, responsabile dell'ufficio di Amnesty a Mosca. «Sono allarmato dai nuovi attacchi ad attivisti della società civile, giornalisti e sostenitori dei diritti umani in Russia - ha detto Nikitin - Oleg Kashin è un giornalista di talento che scrive, tra le altre cose, sulle attività di organizzazioni pubbliche. Crediamo che le autorità dovrebbero fare ogni sforzo necessario per trovare i responsabili. Sfortunatamente vediamo che le autorità russe fino ad ora non hanno avuto grande successo nel trovare i responsabili dei crimini contro attivisti. Ricordiamo Natalya Estemirova, Anna Politkovskaya, e Anastasia Baburova».





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Napoli, anziano ruba ex voto dalla chiesa di San domenico Maggiore: denunciato

Il Mattino


 

NAPOLI (6 novembre) - Ruba ex voto dalla chiesa di San Domenico Maggiore, a Napoli, e quando tentano di fermarlo, lui minaccia con un coltello. Denunciato dai vigili urbani un ex insegnante 78enne, di Casavatore.

A notare il furto è stato un dipendente della Napoli Servizi. Ha visto che l'anziano aveva rubato dei quadretti contenenti degli ex voto, ha cercato di fermarlo ma l'ex insegnante ha reagito minacciandolo con un coltello. L'uomo ha, così, chiamato la polizia municipale che ha trovato in possesso dell'anziano sette quadretti.

Dalle indagini è emerso che già nei giorni scorsi erano avvenuti furti simili nella chiesa del Gesù Nuovo, da dove erano stati portati via circa un centinaio di ex voto. Indagini sono in corso per verificare se l'anziano sia coinvolto anche in quei furti.





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A 8 anni manda in ospedale 2 maestre

Il Messaggero


Il primo cittadino di Zero Branco lo ha allontanato da scuola
per tre settimane. Genitori in rivolta contro il suo rientro



di Mauro Favaro

TREVISO (5 novembre) - I bambini della seconda elementare di Zero Branco, comune vicino a Treviso, sono pronti a "scioperare" contro un compagno violento. I genitori pensano infatti di tenere i figli a casa. E la protesta non si fermerebbe qui: alcuni di loro sarebbero decisi anche a querelare l'Usl e l'Ufficio scolastico provinciale. Insomma, un terremoto.

All'origine della sollevazione c'è la presenza in classe di un bimbo di 8 anni. Irrequieto e aggressivo a dir poco, visto che ha già mandato all'ospedale due maestre, oltre alle botte riservate ai compagni. «Così non si può più andare avanti - si sfogano le madri - per colpa di questa situazione ci sono dei bambini che non sanno ancora leggere e che riescono a contare solo sino a quaranta». Il piccolo irrequieto, infatti, avrebbe assorbito tutte le forze degli insegnanti, che per seguirlo hanno pure sospeso le uscite. I genitori degli altri alunni non ce l'hanno con lui, ma con l'Usl e il Provveditorato che, nonostante il sindaco l'abbia allontanato dalla scuola per 3 settimane in accordo con la neuropsichiatria infantile dell'Usl trevigiana, in un anno e mezzo non hanno ancora trovato una soluzione.

«Non c'entra il razzismo o il bullismo», sottolineano le famiglie degli altri 24 alunni. «L'allontanamento concordato con l'Usl (a cui si è aggiunta una sospensione di 3 giorni per motivi disciplinari, ndr), doveva servire per risolvere la questione - spiega il sindaco, Mirco Feston - ai livelli alti l'ordinanza non è piaciuta, ma io devo rispondere alla gente». L'ordinanza non è piaciuta e non è nemmeno servita. L'unico controllo del servizio di neuropsichiatria infantile, a quanto pare, è stato piuttosto grossolano. E ora, finite le sospensioni, il bambino (non certificato) tornerà in classe senza insegnanti di sostegno e senza altri aiuti. Il solo intervento tentato nel tempo ha coinciso con un ragazzo in servizio civile, laureando in Scienze politiche, informalmente spacciato come educatore. Troppo poco perché il bimbo, così come la famiglia, non si senta abbandonato a se stesso. «Domani (oggi, ndr) ci sarà un nuovo sopralluogo dell'Usl da cui dovrà uscire una soluzione - è l'ultimatum che lancia Feston - l'alunno non può più stare in quella classe». I genitori sono disposti ad attendere un altro giorno. Poi faranno incrociare le braccia - e tenere le cartelle chiuse - ai loro figli.






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Sequestrati tanga fatti di caramelle colorate: l'Asl chiede maxi multa

Il Messaggero


Violerebbero la normativa sull'alimentazione
Imprenditore 34enne di Arco presenta ricorso



  

TRENTO (5 novembre) - Sequestrati a un imprenditore trentino indumenti intimi commestibili, fra cui tanga realizzati con caramelline colorate. L'Azienda sanitaria ha rilevato una serie di violazioni sulla normativa degli alimenti e chiede una maxi-multa da 12 mila euro. L'imprenditore, un informatico laureato in fisica di 34 anni, non ci sta e ha dato mandato al suo avvocato di opporsi alla sanzione. La causa piccante finirà così davanti al Giudice di pace.

La vicenda - narrata dal quotidiano L'Adige - è iniziata quando i carabinieri del Nas si sono presentati al capannone di Arco di proprietà dell'imprenditore e hanno sequestrato numerosi prodotti a base di cannabis, cioccolata e the, lecca lecca sexy e un certo quantitativo di reggiseni e mutande commestibili, soprattutto tanga da uomo e da donna, formate da un filo cui sono attaccate caramelline colorate, con un prezzo variabile da 7,5 a 8 euro.

Secondo i carabinieri, questi prodotti non avevano l'etichettatura prevista dalla normativa alimentare, con l'indicazione di ingredienti e data di scadenza. L'imprenditore ribatte che le etichette ci sono, anche se in lingua straniera.





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La messa è finita: smascherato dopo 20 anni falso prete

Il Messaggero


VERONA (6 novembre) - Vent'anni di messe e confessioni ma non era prete: è sotto shock le gente di Fane, piccola località veronese arrampicata sulle colline di Negrar abituata ad accogliere con affetto e simpatia padre Tommaso che ogni estate veniva a dare una mano al parroco.

Padre Tommaso li ha ingannati tutti, compreso l'ultimo parroco di Fane don Adrian Cristinel Bulai, il giovane sacerdote di origini romene arrivato circa un anno e mezzo fa. È stato proprio lui a rivelare la verità: dopo la messa ha letto un comunicato e i fedeli hanno saputo che l'anziano padre Tommaso non è un sacerdote, non lo è mai stato.

Il falso prete è stato smascherato per caso quando è andato all'ospedale di Negrar per alcuni accertamenti e il giovane parroco ha tentato di mettersi in contatto con i superiori di 'padre Tommasò. Il castello di bugie è caduto e si è scoperto che il suo vero nome sarebbe Italo G., 84 anni, che risulta residente a Perugia, dove pare che fino al 2009 comparisse nelle liste dei bisognosi di un contributo assistenziale. «Io l'ho incontrato una volta sola ma ci sono rimasto ugualmente molto male - commenta il sindaco Giorgio Dal Negro sui giornali locali - Il parroco don Adrian ha dimostrato molto coraggio nel dire pubblicamente la verità». L'assessore Federico Marangoni, invece lo ha conosciuto molto più da vicino: «Ha confessato anche me, sono ancora allibito. Ho assistito alle sue messe, sembrava proprio un prete. In giro ci sono tante voci e domina l'amarezza. Non so perchè l'ha fatto, di certo però ci ha imbrogliato tutti».

Il falso padre Tommaso non risponde più al telefono e di lui si sono perse le tracce, anche se qualcuno dice che potrebbe essere tornato a Perugia.




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Napoli, Banca del Sud: i familiari di Cacciapuoti bloccati in aeroporto

Il Mattino



di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (6 novembre) - È stata bloccata all’aeroporto di Fiumicino la moglie di Raffaele Cacciapuoti, il patron della Banca popolare del Meridione che ha fatto perdere le sue tracce lo scorso agosto. Pochi minuti dopo le nove di giovedì mattina la donna, che aveva con sé sette valigie, gli attestati scolastici dei figli e due computer, è stata fermata dagli uomini della Finanza del nucleo di pg della Procura di Napoli. Roberta Cacciapuoti, che al momento non risulta indagata, sarebbe dovuta partire alle 10,30 per fare scalo a Madrid e arrivare infine a Santo Domingo, dove probabilmente il marito aspetta gli esiti della vicenda giudiziaria che lo riguarda. Scortata da sua madre, la donna è tornata nel suo elegante appartamento di via Chiaia. «basta clamore, ho solo perso un aereo», ha detto.





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Giugliano, blocchi e cortei contro discarica Manifestante si stende sotto un camion

Il Mattino



NAPOLI (6 novembre) - I manifestanti che protestano contro la riapertura del sito di Taverna del Re hanno bloccato il traffico lungo via Santa Maria a Cubito, a Giugliano. Qui si sono ritrovati i cittadini e gli amministratori dell'agro aversano che ora si dirigeranno verso il sito.

Un altro corteo, invece, partirà da Ischitella dove si ritroveranno i residenti della fascia costiera. A Giugliano centro, invece, sono scesi in piazza gli studenti che attraverseranno le vie del centro storico per poi ritrovarsi dinanzi al Comune.

Manifestante sotto camion. Lucia De Cicco, una delle leader della protesta contro l'apertura del sito di stoccaggio di Taverna del Re, si è da stesa sotto un autocompattatore nel tentativo di bloccare la colonna di automezzi carichi di spazzatura diretta al sito. I mezzi sono giunti da Ischitella protetti da un ingente schieramento di forze dell'ordine. De Cicco negli anni scorsi si diede fuoco per sollecitare la chiusura del sito.





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Casalesi, il Tar Lazio sospende sfratto e confisca dei beni del clan

Il Mattino


di Rosaria Capacchione

CASERTA (6 novembre) - Lo Stato contro lo Stato, paradosso giudiziario che rischia di bloccare ancora a lungo il trasferimento effettivo di un bene sottratto alla camorra. Il Tar del Lazio (sezione prima/ter), con decisione del 3 novembre scorso, ha sospeso l’efficacia della «sentenza n.930/08 della sezione specializzata agraria del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere con la quale si condanna il ricorrente al rilascio del fondo e dei fabbricati del complesso agricolo ”Tenuta la Balzana”», rinviando la trattazione nel merito al 25 novembre. Un atto abnorme, è stato rilevato dall’Avvocatura dello Stato, visto che il Tribunale amministrativo non può sospendere l’efficacia di una sentenza.






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Napoli, pregiudicato denuncia alla polizia: «Gambizzato dopo la rapina del rolex»

Il Mattino


NAPOLI (6 novembre) - Ferito alla gambe con colpi di arma da fuoco dopo che gli è stata rapinato un orologio Rolex: secondo quanto ha riferito alla polizia un pregiudicato di 52 anni, è accaduto ieri sera a Napoli.

L'uomo - la sua versione è al vaglio degli investigatori - ha detto di essere stato avvicinato da due persone a bordo di uno scooter, in piazza Mazzini, che lo hanno minacciato con una pistola.

Poi i due, dopo avergli portato via il rolex, lo hanno ferito e sono scappati. La vittima ha precedenti per ricettazione e droga, tra l'altro.




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Tornano i dirigibili da guerra come ai tempi dello Zeppelin

di Andrea Nativi

Il Pentagono pronto a spedire i velivoli più leggeri dell’aria in Afghanistan: serviranno agli 007 per sorvegliare i talebani



 

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I dirigibili tornano di moda. Li vuole il Pentagono, ma non soltanto: i velivoli più leggeri dell’aria sono e saranno sempre più utilizzati da diversi Paesi. Nessuno si sogna di far rivivere i fasti degli Zeppelin, i dirigibili che la Germania utilizzò nella prima guerra mondiale come bombardieri strategici ante-litteram, subendo perdite pesantissime a opera di caccia e contraerea. No, i moderni dirigibili svolgeranno missioni molto diverse: andranno a integrare i satelliti in ruoli di sorveglianza, allarme, intelligence, comunicazioni.
Le missioni potranno durare settimane o mesi e quindi si vuole limitare o possibilmente eliminare la presenza di un equipaggio umano a bordo. I dirigibili voleranno in modo autonomo o saranno controllati a distanza e non andranno dove il nemico può abbatterli.

Il programma forse più significativo è condotto dall’esercito statunitense, che ha affidato a Northrop Grumman un contratto del valore di 517 milioni di dollari per realizzare tre grandi aeronavi, denominate Lemv, lunghe 100 metri e alte 18, formate da due involucri fusiformi affiancati, al centro dei quali si trova la gondola con l’equipaggio, i sistemi di sorveglianza e di supporto. La propulsione è assicurata da quattro motori diesel, che consentono all’aeronave ibrida (perché l’elio che ne riempie l’involucro fornisce soltanto una parte della spinta per mantenerlo in volo) di volare a una velocità di crociera di 54 km/h, con punte di 144 km/h. Il Lemv è concepito per restare in cielo per tre settimane, volando a una quota di almeno 6.000 metri e trasportando sistemi di sorveglianza per un peso complessivo di 1,1 tonnellate. Se lo sviluppo non incontrerà problemi, il Lemv, completata le prove di volo e Inghilterra e in Arizona, comincerà a operare in Afghanistan dal 2012.

Se l’esercito si fa il dirigibile, la Marina non è da meno: per il programma Isis la Us Navy sta sviluppando un dirigibile/radar integrato, in base a un programma da 400 milioni di dollari assegnato a Lockheed Martin/Raytheon. Un dimostratore in scala ridotta sarà pronto per le prove in volo nel 2013. L’Isis definitiva avrà un radar con una enorme antenna di 6.000 metri quadri, potrà rimanere in volo per un anno o più, volando a quote superiori ai dieci chilometri Isis scoprirà missili in volo fino a 600 chilometri di distanza ed un soldato a piedi a 300 km e persino una jeep nascosta sotto gli alberi alla stessa distanza.

Questi sono solo due dei progetti in corso. I dirigibili non sostituiranno i satelliti, ma li integreranno e lavoreranno anche assieme ai velivoli senza pilota da alta quota e lunghissima autonomia in corso di sviluppo, in modo da realizzare un «grande occhio», composto di più sistemi le cui informazioni saranno poi «fuse insieme.
E in attesa dei nuovi dirigibili i militari intanto si «consolano» con un’altra vestigia del passato: i palloni frenati, anche questi dotati di radar, sistemi di sorveglianza, apparati per telecomunicazione. Sono in servizio in Afghanistan, in Kuwait, in Israele. E anche l’Italia alla fine degli anni ’90 per qualche tempo ne ha utilizzato uno, piazzato in Puglia dalla Marina.
Dirigibili e palloni, grazie alle nuove tecnologie stanno dunque conoscendo una seconda giovinezza. E questa volta la loro carriera sembra davvero promettente.




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Eja eja Camilleri: «Quando c’era Lui si stava meglio»

di Luigi Mascheroni


Andrea Camilleri è nato nel 1925, un anno dopo l’assassinio Matteotti. Aveva 13 anni quando furono varate le leggi razziali, 15 quando Mussolini trascinò l’Italia in una guerra a fianco dei nazisti, era già maggiorenne quando il Paese precipitò nella guerra civile, e ne aveva venti quando la tragedia fascista si compì.

Camilleri il Ventennio lo conosce bene perché ci visse dentro, non per racconti raccontati. Cosa, questa, che rende ancora più inquietanti le dichiarazioni rilasciate ieri al festival di Roma davanti a una platea di ragazzini. Ai quali, sfruttando l’autorevolezza il fascino dello scrittore di successo, ha impartito la più pericolosa e stupida delle lezioni: commentando le scene di alcuni film legati alla sua giovinezza, girati sotto il fascismo, ha detto: «All’epoca ero molto più libero di voi oggi. L’unica cosa che posso dirvi è di farvi condizionare il meno possibile da una società che finge di darti un massimo di libertà e che in realtà ti sottopone a un massimo di condizionamenti». Aggiungendo: «Potrà sembrare un paradosso ma ai miei tempi, sotto il fascismo, si era molto più liberi di oggi».

Cattivo maestro travestito da buon nonno di famiglia, Camilleri con una sola frase - errata dal punto di vista storico, cretina da quello logico e inaccettabile da quello morale - ha distrutto mezzo secolo di leggenda antifascista pur di criticare, fuori contesto peraltro, l’illiberale Italia berlusconiana.

Violentando la propria intelligenza e l’altrui ingenuità, come già in passato Alberto Asor Rosa quando si disse «incline a pensare» che Berlusconi sia peggio del fascismo, Camilleri con una simile uscita, ridicola nel suo incarognito antiberlusconismo ossessivo-compulsivo, dimostra così di essere (delle due l’una): o fascista - se davvero preferisce l’Italia littoria a quella attuale - o stupido - se antepone l’odio ideologico alla coscienza storica che pure siamo certi possiede.

Lo ha già detto, anni fa, il suo politico di riferimento, Gianfranco Fini, quando in Israele proclamò che «il fascismo è il Male assoluto». Sminuirlo, adesso, rispetto a qualcosa d’altro - fosse pure Berlusconi - significa rimettere in discussione un giudizio storico ormai riconosciuto da tutte le parti politiche.

Camilleri è una star intellettuale che scrive su giornali e riviste, pubblica per due case editrici (delle quali una incidentalmente proprio del tiranno contro il quale si scaglia), è ospitato in qualsiasi trasmissione e invitato a tutti i festival. Ha un’età veneranda e una popolarità indiscussa. Noi dobbiamo rispetto alla sua persona e alla sua opera. Lui lo deve ai suoi lettori e al suo pubblico.

Far credere ai nostri ragazzi che l’Italia della dittatura del Duce, dell’Ovra, delle leggi razziali, dell’alleanza con Hitler e della guerra fosse un’Italia più libera dell’attuale, è mostruoso. Non solo perché distorce la verità e la storia, ma perché alimenta l’odio e l’ignoranza.
Per quello che ha detto, Camilleri può solo fare un gesto di scuse. Oppure, per coerenza, il saluto romano.



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Salvator Gotta: fortuna e oblio dell’autore di "Giovinezza"

di Francesco Perfetti

I suoi libri hanno venduto più di un milione di copie, ma è stato dimenticato. Perché monarchico e compromesso col regime. Si avvicinò a Mussolini con qualche diffidenza. Ma poi scrisse l'inno



 

Sul finire del 1959, nell’anno centenario della seconda guerra d’indipendenza, la Rai trasmise in prima serata un bellissimo sceneggiato di Anton Giulio Majano in cinque puntate dal titolo Ottocento. Si trattava di un lavoro appassionante, ben curato sia per l’attenta ricostruzione degli ambienti e degli arredi, sia per il cast che comprendeva nomi di rilievo, da Sergio Fantoni nella parte di Costantino Nigra a Mario Feliciani in quella di Napoleone III fino a Lea Padovani in quella dell’imperatrice Eugenia e a una giovanissima Virna Lisi. Lo sceneggiato era tratto dall’omonimo romanzo di Salvator Gotta dedicato alle vicende del Risorgimento rivissute attraverso la figura di Costantino Nigra.

Salvator Gotta, del quale ricorre quest’anno il trentennale della scomparsa avvenuta nella riviera ligure dove si era ritirato, è stato non un scrittore non solo prolifico ma anche fra i più amati della prima metà del Novecento. Molti suoi romanzi - una settantina di titoli - superarono le 100mila copie, furono tradotti in una decina di lingue e furono apprezzati anche da critici severi e attenti come Giuseppe Ravegnani. È stato calcolato che le vendite dei suoi volumi abbiano superato il milione di copie. Quando Tommaso Monicelli lo convinse a scrivere per il rotocalco Novella il romanzo La signora di tutti, la rivista registrò un balzo: da 180mila a ben 250mila copie. E dal romanzo venne tratto un film, poi presentato e premiato al festival di Venezia.

Oggi lo scrittore piemontese (nacque in provincia di Ivrea nel 1887) è quasi dimenticato e da tempo non più presente nei cataloghi di editori che sulle sue opere costruirono una fortuna. A tale destino hanno contribuito, certamente, il mutamento del gusto, ma anche certe preclusioni di natura più propriamente “politica” che tendevano a considerare obsoleti il “messaggio” e i valori, “nazionali”, trasmessi nei romanzi di questo scrittore gentiluomo, caparbiamente legato alla storia dell’Italia risorgimentale, sabauda.

In una delle ultime opere, L’almanacco di Gotta, gustoso excursus autobiografico ricco di aneddoti e notizie sul mondo culturale dell’Italia del primo novecento, egli liquidò con poche parole la questione: «Non intendo nascondere - ciò che del resto è risaputo - la mia fede monarchica e sabauda. Piemontese di sangue e di spirito, non potrò mai distruggere il legame (non meno forte di una religione) che mi tiene avvinto ai secoli di storia durante i quali la Casa di Savoia resse paternamente e gloriosamente le sorti del mio Paese». A Mussolini e al fascismo si avvicinò gradualmente, per intercessione dello scrittore Giuseppe Brunati, dopo qualche iniziale diffidenza, all’indomani dello «sciopero legalitario» dell’agosto 1922 e nella convinzione che nel fascismo potessero trovare casa, una volta abbandonata la «tendenzialità repubblicana», anche coloro che, come lui, si nutrivano del culto del Risorgimento.

Per il fascismo Gotta scrisse, nel 1925, su incarico del Direttorio Nazionale del Pnf e dietro compenso di cinquecento lire, ma anche su richiesta del carissimo compagno di studi e compositore Giuseppe Blanc, l’inno Giovinezza. Blanc ne aveva composto la musica nel maggio 1909 in sole quattro ore su un testo buttato giù in tutta fretta, da Nino Oxilia. L’inno, scritto e composto per un pranzo di laurea, ebbe l’onore della stampa: Blanc ne fece tirare 150 copie. Si trattò, insomma, di un «commiato goliardico» che ebbe fortuna. Fu adottato dagli alpini, che lo udirono suonare e cantare dall’autore al corso allievi ufficiali. Blanc lo inserì all’interno di un’operetta, Festa di Fiori, e se lo ritrovò poi stampato come Inno degli arditi firmato con il nome di un presunto autore.

A questo punto fece valere i suoi diritti su quella musica che gli era cara. Mussolini in persona intervenne perché Blanc avesse «la legittima soddisfazione artistica alla quale aspira e alla quale ha evidentemente diritto». Così fu coinvolto Gotta per la stesura del testo.
Gotta e Mussolini non ebbero molti incontri. L’ultimo avvenne ai primi di luglio del 1943, quando lo scrittore, su richiesta del Duce, si recò a Palazzo Venezia per portargli i tre volumi del romanzo Ottocento. Mussolini osservò che, descrivendo Costantino Nigra, aveva omesso di sottolinearne l’appartenenza alla massoneria che poteva spiegarne il successo nella cerchia di Napoleone III. E aggiunse scherzosamente: «Hai avuto paura di me, della censura. E non volevi mettere il tuo bel personaggio in cattiva luce». Poi osservò che lo riteneva, da tempo, maturo per l’Accademia d’Italia della quale non era ancora entrato per la gelosia dei colleghi scrittori che, sdegnando la popolarità, gli rimproveravano il fatto di aver pubblicato romanzi a puntate su riviste popolari.

Che Gotta fosse uno scrittore “di consumo” è fuor di dubbio. Ma i suoi romanzi erano ben diversi dalla letteratura popolare, quella dei Luciano Zuccoli, dei Lucio D’Ambra, dei Michele Saponaro e via dicendo, se non per altro almeno per il gusto di una narrazione complessa e articolata che aspirava a tratteggiare un mondo, quello della borghesia e dell’aristocrazia piemontese prima e italiana poi, attraverso il racconto di vicende familiari che si distendono nel tempo e si intrecciano con i fatti storici. Sotto questo profilo, fu una delle espressioni più significative del romanzo “ciclico” e “storico” che non ebbe mai, in Italia, quella fortuna che al genere arrise per esempio Oltralpe secondo una linea che va dalla Comédie humaine di Honoré de Balzac a Les Thibault del premio Nobel Roger Martin du Gard, passando per il ciclo dei Rougon-Macquart di Emile Zola.

Cresciuto e formatosi nella Torino d’inizio del secolo alla scuola di Arturo Graf e del mondo che circondava questo illustre poeta e critico letterario, Gotta esordì come romanziere con Il figlio inquieto, pubblicato nel 1917, in piena guerra mondiale e destinato ad essere inserito nel ciclo narrativo dei Vela, che segue le vicende di una famiglia piemontese dal Risorgimento fino all’età contemporanea e al quale è rimasta legata la sua fama di scrittore. Ma è forse proprio il più breve ciclo di Ottocento quello che attesta - con una ricerca meticolosa di fonti storiche, con una ricostruzione minuta di ambienti e situazioni, con una attenzione alla psicologia dei personaggi e con una scrittura classica e lineare - la statura di scrittore di Salvator Gotta. Uno scrittore che meriterebbe di essere riproposto, se non riscoperto, proprio in occasione delle celebrazioni dell’Unità d’Italia.



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La madre e l'ex marito contro Nadia: "Una bugiarda che cerca pubblicità"

di Marcello Foa


L'inchiesta sulle escort. Un legale conferma la versione di Brunetta: "Mi chiese di aiutarla nell'affidamento"



 

Una madre che non la ripudia, una madre che soffre con lei e per lei, ma che ha le idee chiare su quanto sta accadendo: «Nadia sta facendo tutto questo per farsi pubblicità». L’ex marito che, con molto imbarazzo, rivela che l’ex moglie non solo non vede da molto tempo suo figlio, il quale oggi ha sei anni di età, ma nemmeno chiama per sapere come sta. L’ex compagna di camera che si rifiuta di stare con lei «perché la ragazza è fuori e mi fa paura».

Ora dopo ora, il mosaico si compone e diventa nitido. Nadia Macrì, l’escort emiliana che sostiene di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con Silvio Berlusconi, viene descritta, da chi la conosce bene, come una donna turbolenta, volubile, instabile, portata alla megalomania. Insomma, una testimone tutt’altro che granitica, come dimostrano le novità sull’altro fronte, quello che riguarda Brunetta. L’avvocato Liborio Cataliotti, consigliere comunale a Reggio Emilia del Pdl, ha confermato la versione del ministro: «Chiamò per chiedermi se mi potevo interessare del caso di Nadia Macrì, dato che lei gli aveva detto che era già mia cliente». Altro che storia lunga...

Tra tutte le testimonianze emerse ieri, la più significativa è quella della madre, rintracciata a Torre del Greco, dove è tornata a vivere dopo 30 anni trascorsi a Reggio Emilia. Maria Luigia Peluso ha 51 anni e un temperamento molto diverso da quello della figlia. «Sono più umile», afferma, e non è difficile crederle. «Da quando Nadia è uscita di casa, a 18 anni, non l’ho più capita. Ha commesso una serie di errori, rovinando la vita a sé e ai suoi cari», afferma. Non nomina mai il nome di Berlusconi, ma spiega che sua figlia «ha sempre avuto il pallino di entrare nel mondo dello spettacolo, della televisione in particolare. E so che avrebbe fatto di tutto pur di raggiungere questo traguardo. Per questo le notizie di questi giorni mi amareggiano ma non mi sorprendono».

E ancora: «L’ho chiamata io, ho voluto capire cosa ci fosse di vero. E ho ancora una volta compreso che Nadia sta prendendo tutto troppo alla leggera. Mi ha detto di non preoccuparmi. Ripeto, non ho capito quanto di vero ci sia, ma sono certa che comunque tutto nasce da un tentativo di farsi pubblicità».
Un ritratto che collima con quello dell’ex marito, il trentenne Tony Di Bella, che ora vive in Sicilia con il figlio. «Nadia è una grande bugiarda, una donna irrequieta, insoddisfatta della vita, che cerca solo visibilità. Nel 2008, quando la vidi l’ultima volta in tribunale, seppi che stava tentando di entrare a far parte della casa del Grande Fratello, ma non ci riuscì ed ora forse si sta vendicando». Nadia sognava la popolarità e forse l’ha trovata.

Sulla sua pagina di Facebook continua a presentarsi come un’eroina che si batte contro i mali del mondo. «Non mi preoccupo di quello che mi succederà - afferma solennemente - io vado avanti, combatterò fino alla fine!». Ma poi ricorre all’immagine di gatto Silvestro: «Dirò sempre ciò che sento... e farò sempre ciò che penso... Decisa! ». E aggiunge: «L’onestà e la verità devono trionfare», «Non mi farò intimidire dall’ipocrisia», «I cattivi non vinceranno con i buoni». Un’eroina. Ma da fumetto di terza categoria. E, soprattutto, dell’ultima ora.
La sua amica e show girl, Elisa Alloro, autrice del pamphlet Noi le ragazze di Silvio, la ricorda bene: «Una un po’ fuori dalle righe, strana e di umore altalenante. Un momento rideva, poi piangeva. Un giorno la sua compagna di stanza, una russa, uscì dalla camera in lacrime dicendo: “Io con quella lì non ci sto. È fuori, ho paura”».

Così fuori da interrompere Silvio Berlusconi, a Villa Certosa, dandogli del «vecchio» perché ripete una barzelletta. La Alloro non ha mai visto circolare droga nella residenza del premier, il quale viene descritto come «un salutista che non fuma nemmeno tabacco». E che la sera predilige le tisane, come conviene a ogni vero mandrillo.



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Quando Tonino disse: meglio le donne che i gay

di Gabriele Villa



Oggi definisce "battuta da bettola" la frase di Berlusconi, ma due anni fa diceva le stesse cose da vero macho mediterraneo: "Sono tombeur de femmes, non d’hommes". Una normale rivendicazione, nessuno lo accusò di discriminare gli omosessuali


«Meglio tombeur de femmes che tombeur d’hommes». Siamo tranquilli. Antonio Di Pietro, paladino dell’Italia dei Valori, ha il suo, personalissimo, valore aggiunto: gli piacciono le donne.

E per esternare la sua vocazione eterosessuale se la cava con quella battuta che riportiamo tra virgolette nel nostro incipit. Lo dice, anzi lo ha detto un po’ di tempo fa, rispondendo ad una serie di domande rivoltegli da Klaus Davi, in una puntata di KlausCondicio - il canale internettiano inventato dal pubblicitario-scrittore su Youtube. L’illuminante video è naturalmente ancora visibilissimo ondine (http://www.youtube.com/watch?v=Jj-yGyRjpTY) e quindi può essere apprezzato in tutte le sue sfumature, risatine del leader dell’Idv comprese, quando, per esempio, Davi gli fa notare che pur essendo lui un macho, è stato votato ed è apprezzato anche dagli omosessuali.

Ma il punto non è questo. Il punto è che l’onorevole Di Pietro la pensa esattamente come Silvio Berlusconi, uomo con cui non ha, propriamente, un’identità di vedute e a cui non risparmia attacchi quotidiani, ma che, dopo questa sua sorprendente rivelazione, diventa uomo proprio come lui è uomo e macho. Quindi: con le sue stesse identiche e tanto deprecate debolezze in fatto di gusti sessuali. Di Pietro e Berlusconi uniti, almeno, dalla passione per le donne è già una notizia, ma un Di Pietro che, nell’armadio delle sue dichiarazioni, nascondeva anche una battuta simil-berlusconiana è una notizia che fa ancora più notizia.

Già, perché ancora l’altro giorno, dopo le vane detonazioni, innescate dall’opposizione sul caso Ruby, quando gli ortodossi lessicali d’ogni dove si scagliavano contro il premier per la sua uscita goliardica fatta all’inaugurazione del Salone del ciclo e motociclo («Meglio guardare le belle donne che essere gay») Di Pietro è stato subito fra i primi a sgomitare per dire la sua. Fra i primi a criticare severamente il presidente del Consiglio per quelle sue parole ironiche sui gay. Di Pietro ancora una volta nei panni del Grande Moralizzatore che arrivava prontamente a bacchettare il Cavaliere. A gridare allo scandalo. Ricordate? Suvvia, impossibile non ricordare.

Le parole di Antonio Di Pietro, pronunciate con quel tono grave che la circostanza richiedeva, rimbombano ancora nelle orecchie di molti: «Il posto ideale per Berlusconi non è certo Palazzo Chigi ma una bettola di periferia. Oggi, infatti, abbiamo avuto l’ennesima prova dell’inadeguatezza del signor Silvio Berlusconi a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio. Berlusconi vive ancora nell’età della pietra, anzi, è peggio: vive nell’era delle discriminazioni razziali, sessuali, etniche e religiose», tuonava il leader di Italia dei valori. Che per l’occasione regalava al premier anche una lezioncina politica: «Bisognerebbe ricordargli che, nel frattempo, il nostro Paese ha ratificato il trattato di Lisbona che ha riconosciuto il diritto alla non discriminazione basata anche sull’orientamento sessuale. Essere gay è solo un diverso modo dell’essere e non una condizione di cui vergognarsi».

Mai parole più vere furono pronunciate. Solo che, evidentemente, la memoria ogni tanto fa, come dire, difetto al Grande Moralizzatore. Che, non da una bettola di periferia, ma dal salotto di casa sua, conversando con un giornalista e non con il vicino di pianerottolo, se ne era uscito con la battuta del «tombeur», di cui sopra, in cui esprimeva l’identico concetto espresso dal presidente del Consiglio, cioè: meglio guardare e frequentare le donne che essere gay. Forse onorevole Di Pietro, lei è convinto che - solo perché detta in francese - la sua frase abbia tutto un altro allure. Non si illuda. Tutt’al più possiamo concederle che, anziché da bettola, la sua venga considerata una battuta da bistrot.




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Manganello radical chic

di Paolo Bracalini


Vieni via con me che ti spiego cos’è il buon giornalismo, mi lasci giusto due orette sulla Rai, indisturbate, al riparo da Masi e vecchi merletti (sennò è censura) e ti racconto io, che sono tradotto in 28 lingue, cos’è questa moderna macchina infernale, questa macchina del fango, insomma questo schifo di stampa berlusconiana. Vai con loro, con Saviano e Fazio, con siparietto comico e canzone pop, e lo sputtanamento è da premio Oscar o Pulitzer. Anzi no, macché sputtanamento, è giornalismo civile, inchiesta seria, supergriffata tra l’altro, il nostro, quello sì che è putrida melma, fango che neppure tonifica la pelle come fa quello di Repubblica, vellutato al tatto e pieno di minerali salutari.

Poi dice che il centrodestra fa male a perdere Saviano, ma qui è lui che si sta perdendo nello showbiz del culturame televisivo chic. Ci rinfaccerà il metodo Boffo, questo luogo comune che ormai abbonda sulla bocca dei cretini, monologando come un vate nel salottino parrocchiale di Che tempo che fa, mentre squadernerà con maestria, come si conviene al servizio pubblico, il metodo Fazio, inteso come Fabio. Che poi è una variante subdola del metodo Santoro, il quale almeno prevede l’autodifesa del malcapitato servo berlusconiano.

Lì no, nell’autocompiacimento da tv intelligente si perpetra il manganellamento soft, educato e dalle buone letture, additando il nemico (i sottoscritti, peraltro) al pubblico ludibrio, ma ironico e cortese. Una volta era l’autore di Gomorra, tanto tempo (che) fa, prima che gli autogrill e le offerte «tre al prezzo di due» lo tramutassero nella controfigura di se stesso. O forse chissà, in una controfigura di Fazio e altri maestri di correttezza tv, un pretesto nobile per dare del bandito a chi non va. Saranno contenti i camorristi, che tra un po’ manco più si ricorderanno di minacciarlo tanto è diventato inoffensivo, più o meno come uno Scalfari (sì ma già trombone a 31 anni?).

Dagli affari dei Casalesi agli articoli del Giornale su Fini, ma che è successo a Saviano? No, forse siamo prevenuti, qui nella fabbrica del fango, e ci prefiguriamo che lo scrittore celebrato cada nella banalità militante, lì in tv a ripetere uno schema da bar dello sport. La macchina del fango, il grande tema civile a cui consacrare l’agognato show, tratterà pure di Repubblica, senza dubbio, delle soffiate e delle veline che si trasformano in inchieste, e delle campagne del Fatto sui mafiosi che fanno baciamano al Pdl, delle panzane su contorti traffici immobiliari ad Antigua (talmente contorti che non se n’è cavato nulla), della prurigine tipo Le Ore sulle mignotte mezze matte che raccontano tutto e il suo contrario, però prese come oracoli. Di fango ce n’è, forse non bastano due ore, ma Saviano è quello giusto, esperto com’è del business monnezza e contraffazione. Ci mancherebbe solo che uno così si mettesse a spacciare sermoni-tarocchi.



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Il debutto Fazio-Saviano? Fango sul "Giornale"

di Laura Rio



L’attesissima prima puntata di "Vieni via con me" lunedì sera su Raitre sarà dedicata a bollare le inchieste dei quotidiani di centrodestra come dossieraggi. Nel mirino pure Berlusconi: ad attaccarlo su vita pubblica e privata una task force di sinistra da Benigni a Paolo Rossi


Ecco di che cosa parleran­no lunedì Fabio Fazio e Rober­to Saviano: di noi. Cioè del Gior­nale e dei giornali «berlusconia­ni » che hanno un compito: co­struire la macchina del fango. Trovare, creare, pubblicare e ri­pubblicare in maniera martel­lante notizie contro coloro che si mettono di traverso sulla stra­da del premier. Da Boffo in avanti, passando per Fini, cam­pagne di stampa bollate come attacchi ai nemici del padrone e non come giornalismo. Que­sto sarà l’argomento, o almeno uno degli argomenti, della pri­ma puntata di Vieni via con me , in onda dopodomani su Raitre in prima serata, il programma tanto atteso realizzato dal con­duttore di Che tempo che fa in­sieme al più noto scrittore italia­no del momento, Saviano. Un tema caro all’autore di Gomor­ra , che già altre volte ospite da Fazio ha parlato del ruolo nega­t­ivo di parte della stampa italia­na (in quei casi concentrando­si sull’aspetto reverenziale dei giornali locali nei confronti del­la camorra).

A dar man forte interverrà il premio Oscar Roberto Benigni che non mancherà di rincarare la dose contro il Presidente del Consiglio. Del resto, le crona­che di questi giorni che descri­vono nei minimi dettagli la vita privata del Cavaliere, sono ghiotte per qualunque comico, figuriamoci per un maestro co­me­il protagonista di indimenti­cabili recitazioni teatrali dei canti dell’Inferno lussurioso dell’Alighieri. In più, tra gli altri ospiti, i comici Paolo Rossi e An­tonio Albanese. Insomma, una task force dell’intellighenzia di sinistra schierata in prima sera­ta per mostrare come in Italia parte della stampa non assolva al proprio dovere ma sia assog­gettata a un presidente del Con­siglio proprietario di una gran­de fetta dei media stessi.

Nel monologo di Saviano, dunque troveranno probabil­mente spazio le inchieste pub­blicate da questo Giornale e da altri come Libero , Panorama ( e poi riprese da tutti i grandi quo­tidiani) come la condanna del direttore di Avvenire con relati­ve dimissioni e l ’affaire casa di Montecarlo-Tulliani -cognato di Fini. Ma forse anche la valan­ga d­i indiscrezioni sui festini av­venuti nella villa del premier ad Arcore, nel caso in cui que­ste vengano considerate ine­renti la «macchina del fango». Il condizionale sull’argomento trattato lunedì è d’obbligo visto che attori e conduttori stanno provando a porte chiuse negli studi Rai di via Mecenate a Mila­no e la sicurezza, soprattutto per lo scrittore, è questione vita­le. E non si sa mai che si cambi idea all’ultimo momento e s’in­vertano i temi: da settimane in­­fatti gli autori stanno rimugi­nando sulla sequenza degli ar­gomenti da trattare nelle quat­tro puntate: dalla mafia, ai rifiu­ti, alla ricostruzione del dopo terremoto all’Aquila.

Del resto,Fazio in un’intervi­sta a Sette, aveva dichiarato: «Il nostro è un Paese in cui è al­l’opera un’autentica macchina del fango e della delegittimazio­ne. Si usano fatti privati a scopo di estorsione, per condiziona­re i comportamenti dei perso­naggi pubblici. Forse è questo che non si voleva sentire in tele­visione ». Il conduttore si riferi­sce­al braccio di ferro con i verti­ci Rai che stentavano a firmare i contratti per il programma. Ec­co, lunedì, «questo» si potrà sentire forte e chiaro. E vedre­mo se, come ha detto Saviano, sempre a Sette : «Noi non siamo ossessionati da Berlusconi, non pensiamo di fare una tra­smissione contro qualcuno, perché vogliamo parlare a tut­ti, a sinistra come a destra».



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Quante macchie nell’album della famiglia Fli

di Massimo Malpica



Come autocandidato al titolo di «partito della legalità», Futuro e libertà non sembra avere esattamente il curriculum giusto. Nella corsa all’arruolamento le truppe finiane da un lato insistono con slogan tra moralismo e duropurismo, dall’altro pensano a far numero, senza andare per il sottile. Così, a sfogliare nel Facebook di Fli, tra rappresentanti in parlamento e amministratori locali, vien fuori che più d’un esponente del nuovo movimento politico finiano è scivolato, in carriera, in piccoli o grandi incidenti, sotto forma di seccanti magagne giudiziarie o di banali inciampi d’immagine.

In fondo lo stesso leader, Gianfranco Fini, è in attesa che un gip romano decida in merito alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta sull’affaire di Montecarlo. Che lo vede ancora indagato (insieme al senatore Francesco Pontone, Fli pure lui) per l’ipotesi di truffa. Comunque vada, probabilmente il presidente della Camera riconsidererà forse certe sue affermazioni riguardo all’«inopportunità che gli indagati mantengano cariche politiche». In fondo, lui l’ha mantenuta.

Anche uno dei suoi fedelissimi, Italo Bocchino, non disdegna gli annunci nel segno della fermezza: «Sulla politica non ci deve essere nemmeno un centimetro quadrato di ombra», ha dichiarato in primavera. Poco meno di due anni fa, Bocchino si trovò invischiato nell’inchiesta napoletana sugli appalti «Global Service». Le toghe partenopee miravano all’imprenditore Alfredo Romeo e a una buona parte dell’amministrazione comunale della Iervolino (che si ritrovò con una giunta da rimontare), ma anche l’attuale presidente dei finiani alla Camera si ritrovò indagato per associazione per delinquere e concorso in turbativa d’asta, tutto colpa di una telefonata con l’imprenditore, in cui Italo replicava alle ansie di Romeo su un appalto spiegando che aveva «seguito tutto» e che non c’era «nessun problema». Ma era solo una chiacchiera tra amici, uno politico e l’altro imprenditore, sugli affari di quest’ultimo. Niente di rilevante penalmente, come ha detto anche la procura, ma semmai un po’ inopportuna. Niente macchie, ombre chissà.

Un finiano con poltrona nel governo, il viceministro allo Sviluppo economico, Adolfo Urso, s’è ritrovato sotto i riflettori - nell’estate monopolizzata dall’affaire monegasco - proprio per una questione di mattone. Secondo Dagospia, i pm di Roma avrebbero infatti messo gli occhi sull’acquisto dell’attico romano sul lungotevere di Urso, sospettando che il prezzo fosse inferiore a quello di mercato. Immediata la smentita del viceministro (e l’alzata di spalle della procura), già mesi prima chiamato a rendere conto dalla stampa di come poteva permettersi di rimborsare mutui per 2,5 milioni di euro, accesi per acquistare due appartamenti. Urso chiarì che con quello che guadagna tra scranno parlamentare e posto da viceministro di soldi ne avanzavano pure.

Tra i recenti «acquisti» del gruppo Fli alla Camera c’è anche Giampiero Catone. Il nove maggio 2001 Catone, candidato in Veneto per l’Udc, venne arrestato su richiesta della procura di Roma per associazione per delinquere finalizzata alla truffa, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata. Catone, liberato pochi giorni dopo, era già indagato, dal 1996, per il fallimento di una azienda di pannolini, l’Abatec. Nel 2007 viene anche rinviato a giudizio per estorsione ai danni di una multinazionale, la Merker. Per l’Abatec, nel 2008, Catone viene assolto. Il suo nome ha fatto scattare l’attenzione di Marco Travaglio, che dell’ex democristiano aveva già scritto, con Peter Gomez, in Onorevoli wanted, ripercorrendone le gesta.

Ieri Travaglio sul Fatto, punzecchiando Fli proprio per la politica delle porte apertissime, critica questa «new entry», osservando che Catone «dice di aver risolto tutti i guai con la giustizia, ma il suo curriculum resta da paura». Ma non c’è solo la rappresentanza di Palazzo a mostrare qualche incongruenza con i «principi» che Fli rivendica. È di pochi giorni fa l’accusa lanciata dalla coordinatrice del Pdl a Benevento, Nunzia De Girolamo, contro i consiglieri passati a Fli: «Uno condannato per insolvenza fraudolenta, un altro ha una serie di rinvii a giudizio, un terzo ha illuso un sacco di lavoratori con una fabbrica di scarpe che era un bluff».



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Quei rapporti pericolosi di Strano il finiano legato ai boss catanesi

di Gian Marco Chiocci


Non c’è una sola fonte d’imbarazzo per Gianfranco Fini nell’inchiesta del Ros e della Dda di Catania che ha decapitato i vertici di Cosa nostra etnea eredi del clan Santapaola. A essere indagato per mafia, infatti, non è solo il governatore siciliano Raffaele Lombardo, sostenuto da Fli e dalle forze di centrosinistra, ma anche Nino Strano, plenipotenziario del presidente della Camera in Sicilia, aspirante assessore del Lombardo quater poi «silurato» solo perché nel nuovo esecutivo regionale il governatore ha deciso dovessero entrare solo «tecnici», niente politici. Nelle carte dei pubblici ministeri dell’antimafia che sono alla base della richiesta d’arresto per 47 persone, il nome dell’ex onorevole Pdl, noto alle cronache per aver sventolato fette di mortadella all’annuncio della caduta di Prodi, viene accostato a una famiglia - i Marsiglione - considerati i reggenti del gruppo di fuoco del clan Santapaola. In particolare i magistrati evidenziano i suoi stretti legami con uno degli indagati principali dell’inchiesta, Francesco Marsiglione.

Il capitolo dove si ampio riferimento a Nino Strano lo troviamo a pagina 329 della richiesta dei pm e s’intitola «Marsiglione mantiene rapporti con politici». Sotto osservazione dei magistrati antimafia sono i frequenti rapporti tra l’arrestato e Nino Strano, senatore nella precedente legislatura, già assessore al Turismo e, come detto, ad oggi ancora in attesa di sistemazione. «Tale circostanza – scrivono i pm - risulta coerente con la posizione ricoperta dal Marsiglione all’interno dell’associazione atteso che lo stesso sin dagli anni Novanta si è occupato del settore “affaristico” dell’organizzazione».

Nelle informative del Ros è definito «peculiare» il fatto che il 25 dicembre del 2007 Nino Strano «si recava presso il carcere di Bicocca ove, utilizzando le sue facoltà di parlamentare, aveva un colloquio con il detenuto Francesco Marsiglione, posto che l’onorevole Strano è amico di Francesco Marsiglione e la facoltà data ai parlamentari di incontrare i detenuti è funzionale ad un controllo delle condizioni degli stessi e non ad un visita ai propri elettori o amici». Dopo l’incontro in carcere con il rappresentante di Fini in Sicilia, Marsiglione «nei successivi dialoghi con i propri familiari – si legge sempre nelle carte dell’accusa - faceva più volte riferimento a tale visita indicando Strano come “frati Nino”.

Che il riferimento sia all’assessore finiano e non al fratello di Marsiglione stesso, che si chiama appunto Antonio, per i pm lo si evince con chiarezza da tre circostanze rivelatrici». La prima: «Dal colloquio del 9 gennaio 2008 nel quale Marsiglione chiedeva ai propri familiari se si fossero recati da “me frati Nino”, il quale quando si era recato a Bicocca gli aveva detto che i suoi parenti potevano andare a trovarlo quando volevano, e Marsiglione non risulta avere effettuato colloqui con il proprio fratello mentre, come si è detto, Nino Strano, in data 25 dicembre 2007, effettuava un colloquio con il detenuto».

Seconda: «Risulta da numerosi riferimenti a Nino e “frati Nino” con riguardo all’aspettativa di favori da parte dello stesso Francesco Marsiglione, quali, ad esempio, l’assunzione della figlia (...) presso l’(...) di Catania, la presentazione di un curriculum da parte del figlio (...), la questione relativa al trasferimento lavorativo di una non meglio identificata signora». Terzo: «Dalla proposta e dall’interesse di zio Nino per la candidatura di Danilo, figlio di Riccardo Marsiglione, come consigliere di quartiere, ipotesi avversata decisamente dall’indagato che riteneva inopportuno che un Marsiglione entrasse in politica, anche a tutela dello stesso onorevole Strano. Marsiglione Francesco - continuano i pm - riteneva preferibile la candidatura del fidanzato della figlia (...) che non portava lo stesso cognome».

Per i magistrati tanto basta per sentenziare: «Le conversazioni nelle quali il Marsiglione, dialogando con il fratello e con il figlio, parla di Nino Strano, denotano una disponibilità del politico nei confronti di tutta la famiglia Marsiglione e un interesse dello stesso politico per l’apporto che potrà ricevere in occasione di competizioni elettorali». A supporto delle loro conclusioni, i pm riportano alcune intercettazioni. Come quella in cui Francesco Marsiglione dice «quello, Nino, è venuto qua... mi ha salutato, mi ha abbracciato... dice... ma perché non vengono i tuoi, mi fai cercare... va dice... fammi cercare perché ora dice... sono qua questo periodo...»; oppure quella di Girolamo Marsiglione: «Lo zio Nino mi ha detto, giorno 22, noi ci sentiamo... mi fa che dobbiamo parlare dieci minuti...».

O ancora quella dello stesso Francesco Marsiglione: «Per te papà... omissis... fatti il curriculum... senza data e senza niente... in modo che poi tu... come per dire così... c’è qualche cosa... fammi sapere cu to frati Nino comuuuu...». Per gli inquirenti si tratta dunque di un chiaro e conveniente do ut des tra il fedelissimo di Fini e i mafiosi più pericolosi di Catania: «I favori del politico in ordine alla “sistemazione” dei figli di Marsiglione hanno come contropartita la disponibilità dell’indagato e di tutta la sua famiglia in occasione della campagna elettorale anche con il reperimento di voti a favore dello stesso».

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it



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Casa di Montecarlo, Fini incastrato dal catasto

di Stefano Zurlo



La rivelazione nell’ultimo libro di Vespa: il valore fiscale dell’immobile nel 2000 all’atto della registrazione era di 381mila euro. Molto più alto di quanto incassato dal partito nel 2008 dalla società off-shore Printemps. Che fa capo a Giancarlo Tulliani. Quei rapporti pericolosi di Strano, il finiano legato ai boss catanesi



Per trovare il capitolo sulla casa di Montecarlo bisogna scollinare oltre pagina settecento, perché quest’anno un fluviale Bruno Vespa ha scritto una sorta di Guerra e pace, portandoci per mano attraverso centocinquant’anni di storia italiana, da Mazzini e Garibaldi alle convulsioni del Pdl e alla nascita di Futuro e libertà. Ma Il cuore e la spada, Mondadori, già in libreria, non delude: Vespa ricostruisce puntigliosamente tutta la storia e aggiunge anche qualche prezioso dettaglio, finora inedito. L’informazione più suggestiva e interessante è proprio all’inizio, quando il lettore inciampa «nel piccolo quartierino in un elegante palazzo all’interno del quadrato d’oro di Montecarlo, l’area più pregiata del principato di Monaco». Siamo nel 1999, la contessa Colleoni è morta e An ha ereditato l’appartamento di boulevard Princesse Charlotte 14.

Il senatore Francesco Pontone scrive una lettera alla Dotta Immobilier, amministratrice del palazzo, la Dotta risponde valutando quei locali, pari a circa 70 metri quadri commerciali, 450 milioni di lire, ovvero 229.000 euro; Pontone e il suo collega di partito Antonino Caruso vanno a Montecarlo e per il disbrigo delle pratiche si appoggiano al notaio Paul-Louis Aureglia, un professionista di grande esperienza e tradizione. Ed è precisamente a questo punto che Vespa spara la sua rivelazione:

«La cifra concordata per la denuncia ai fini fiscali fu sensibilmente più alta di quella indicata da Dotta Immobilier». Sorpresa: «Nell’atto - prosegue Vespa - si parla di 2 milioni e mezzo di franchi, pari a 381.155 euro». Dunque, 381.155 euro. Ovvero una cifra molto più importante dei trecentomila euro incassati da An otto anni dopo, quando il partito cedette l’immobile alla Printemps, una società off-shore dei Caraibi. Ma come mai si arrivò a quota 381.155 euro? «Il notaio - tira le fila Vespa - fece presente che il valore avrebbe dovuto avere un minimo di credibilità e che una cifra più bassa non sarebbe stata sostenibile».

Si sa, di solito il valore ai fini fiscali è più basso del prezzo al momento della vendita. Qui, in un’interminabile successione di paradossi, accadde il contrario e anche di più: perchè i 381mila euro sono più alti dei 300mila incamerati da An otto anni dopo. Una situazione davvero unica. Gestita in modo incomprensibile dal principio alla fine. «A cavallo fra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 - riprende il filo Vespa - Caruso ricevette una telefonata da un sedicente inquilino dello stabile di boulevard Princesse Charlotte o, più probabilmente, dall’architetto dello studio Dotta che si era occupato delle pratiche relative all’appartamento e alla piccola manutenzione necessaria, il quale disse che c’era qualcuno disposto a comprarlo per 6 milioni di franchi, pari a cira 915.000 euro. Caruso si fece lasciare il numero di telefono dell’offerente e lo passò a Pontone, ma questi lo informò che non era ancora stata presa nessuna decisione circa la vendita dell’immobile».

Dunque, già fra il 2001 e il 2002 c’era qualcuno disposto a versare oltre 900mila euro. Ma non se ne fece nulla. «Improvvisamente, all’inizio dell’estate 2008, Fini chiamò Pontone e gli disse semplicemente: “Francesco, vendiamo Montecarlo a 300.000 euro. La segretaria ti farà sapere con chi prendere contatto”. E lui, uso a obbedir tacendo, non fece domande: la disposizione era chiara e il presidente aveva indicato anche il prezzo, chiarendo che la casa andava ristrutturata». Più chiaro di così.
Dopo aver lasciato cadere, contro ogni logica, un’offerta da 900mila euro e oltre, sei-sette anni dopo Fini ordina a Pontone di vendere e di vendere a trecentomila euro. Il senatore, come è evidente dal racconto, non sa nulla e s’inchina ad una decisione che il leader di An ha preso sopra la sua testa. E infatti l’11 luglio Pontone viene paracadutato a Montecarlo nello studio del notaio Aureglia. «Lì incontrò due persone che erano fiduciarie dell’acquirente, la società Printemps Ltd con sede a Santa Lucia, paradiso fiscale, come si dice, nelle Piccole Antille: Bastiaan Anthonie Izelaar e James Walfenzao, entrambi residenti nel principato di Monaco. Il notaio - chiosa Vespa - si meravigliò nel constatare che il venditore non conoscesse i compratori».

Insomma, il pasticcio di Montecarlo non quadra dall’inizio alla fine. Peraltro Vespa ci dà un’altra notizia, o meglio gliela gira lo stesso Pontone. «Interpellato, Pontone rivela che, al momento dell’elezione a Presidente della Camera, Fini si riservò il controllo dell’amministrazione del partito e del Secolo d’Italia: “Esiste un documento e La Russa lo sa”, sostiene». La Russa smentisce, ma Pontone sembra sicuro di sé. Stiamo parlando di un patrimonio che lo stesso Vespa radiografa con precisione: «Settanta milioni di euro in contanti e immobili per un valore di 400 milioni». Dunque, un portafoglio molto importante che Fini continua a gestire in prima persona.

Il caso è ancora aperto e Vespa, pur seguendolo in tempo quasi reale, deve ai primi di ottobre staccarsi dalla cronaca per consegnare il tomo alla stampa. Ma prima di congedarsi, il giornalista formula una domanda malandrina ritornando alla sua scoperta: «C’è un punto che resta, tuttavia, oscuro. Rifacendosi alla valutazione della Dotta Immobilier, Fini sostiene correttamente che l’appartamento fu venduto al 30 per cento in più, ma sapeva che il valore catastale dichiarato al fisco era di 381mila euro?». I conti non tornano, nemmeno per il conduttore di Porta a porta.




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Da oggi carta d’identità elettronica per tutti. Compresi i neonati

di Nino Materi


Sarà il primo «bancomat» della loro vita. Che però non servirà per ritirare soldi, ma a documentare chi sei. Addio a quei due foglietti con foto e «generalita» destinati a ingiallirsi in men che non si dica: i neonati dalla classe di ferro 2010 in poi la carta di indentità ce l’avranno «elettronica». Eccola lì, la parolina magica: elettronica, che fa tanto tecno-generation. L’annuncio - dai toni solenni (usati, in passato, anche dal ministro Brunetta)- è venuto dal ministro dell’Intrerno, Roberto Maroni: «Abbiamo posto fine alla sperimentazione della carta d’identità elettronica e che andava avanti da 10 anni e che ha comportato una spesa di 300 milioni di euro. Apriamo un capitolo nuovo e cioè l’introduzione della carta d’identità come documento di sicurezza per tutti a costo zero a partire da quando si è neonati».

«Attraverso la registrazione delle impronte digitali nei Comuni - ha continuato il ministro - speriamo di arrivare anche prima della fine della legislatura all’utilizzo completo di questo nuovo strumento. Il nostro obiettivo resta quello di poter utilizzare questo documento per il voto elettronico».

Il documento di riconoscimento elettronico sostituirà tutti i dati identificativi e le informazioni ufficiali relative alla nostra persona, sarà come avere un fascicolo personale in soli 8 centimetri di lunghezza, circa. Non solo, funzionerà anche come carta di servizi, grazie alla quale, in futuro, saremo in grado di prenotare un visita ai musei, accedere alla nostra storia sanitaria, pagare multe, votare e molto altro ancora. Tutto ciò - per ora - in teoria, perché - in pratica - quyeste meraviglie restano ancora nel libro dei sogni.

Per poter avere la carta eletronica sarà necessario che il proprio Comune abbia precedentemente fatto richiesta al ministero dell'Interno secondo il procedimento previsto dall'articolo 9 del decreto del Presidente del consiglio dei ministri numero 437 del 1999: adempimento che, a tutt’oggi, molti municipi pare ancora non abbiano fatto.
Al momento del rilascio della carta, il cittadino riceverà tre codici personali segreti. Il Pin: una sequenza di numeri personali e segreti che permette il riconoscimento dell’utente in tutta sicurezza; il Puk: il codice per sbloccare il PIN nel caso in cui il cittadino ne sbagli la digitazione per tre volte o dimentichi il proprio numero; il Cip: per impedire l'uso del Pin ad altri se la carta viene smarrita o rubata e garantire la propria privacy.

Importantissimo. Va ricordato che non tutti i Paesi riconoscono il documento di rinnovo della carta d’identità elettronica. La circolare numero 27 del 4 dicembre 2009 emanata dal Ministero dell'Interno indica le nazioni che non accettano la proroga di questo documento: Egitto, Turchia, Tunisia, Croazia, Macedonia, Romania, Bulgaria e Svizzera. Per recarsi in questi Paesi è meglio, dunque, munirsi di passaporto. Buon viaggio.




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