venerdì 5 novembre 2010

Catetere senza anestesia a un detenuto: indagato un medico del Regina Coeli

Il Messaggero




di Martina Di Berardino


ROMA (5 novembre) - Nel carcere di Regina Coeli continua la maledizione dei maltrattamenti sui detenuti. Dopo le vicende drammatiche che hanno portato alla morte di Stefano Cucchi e di Simone La Penna, a finire al centro di una nuova inchiesta della Procura di Roma è Rolando Degli Angioli, il medico che visitò lo stesso Cucchi al suo ingresso in carcere per possesso di droga. Ma stavolta la vittima, o presunta tale, è un’altra. Il pm che sta portando avanti le indagini, Francesco Scavo, ipotizza per lui e per un infermiere di Regina Coeli, i reati di violenza privata e abuso di autorità nei confronti di Julien Jean Monnet, il francese che nell’estate del 2008 venne arrestato a Roma per aver ridotto in fin di vita la figlia di quattro anni.

Era la sera del 19 luglio, quando il turista di 37 anni afferrò la testa della sua piccola Luna facendola sbattere con forza sul marmo del monumento ai caduti, all’Altare della Patria. Intervennero i carabinieri che lo arrestarono con l’accusa di tentato omicidio, mentre la bambina rimase a lungo tra la vita e la morte. L’uomo, che si trovava in un forte stato confusionale, venne curato al Fatebenefratelli e poi trasferito nel carcere di Regina Coeli, attirando su di sè la comprensibile avversione di qualsiasi padre di famiglia.

Nessuno, tuttavia, avrebbe immaginato quello che Monnet avrebbe subito, almeno secondo l’ipotesi accusatoria, una volta entrato in carcere. Lo raccontò lui stesso, in una denuncia presentata lo scorso luglio della quale si ignorava l’esistenza. Monnet raccontò che mentre era legato al letto, Rolando Degli Angioli lo avrebbe sottoposto ad una cateterizzazione inguinale senza anestesia, provocandogli gravi lesioni interne e, soprattutto, senza che fosse necessario quel tipo di intervento. Un comportamento che, se dovesse essere confermato dall’inchiesta in corso, getterebbe una luce diversa su questo medico che, qualche mese dopo, fu l’unico a definire il caso di Cucchi di estrema urgenza chiedendone l’immediato ricovero.

Subito dopo l’arresto di Monnet, i pm accertarono che aveva avuto problemi psichiatrici
e nel suo zaino vennero trovati degli psicofarmaci. Mentre la sua compagna dichiarò che era un uomo malato. La bambina venne ricoverata d’urgenza all’ospedale Bambino Gesù e sottoposta a un intervento neurochirurgico grazie al quale si riprese in extremis. Qualche tempo dopo, Monnet fu scarcerato e ottenuti i permessi necessari è tornato in Francia. Il processo a suo carico è ancora in corso, durante il dibattimento, però, sarebbe emerso che il ruolo dell’imputato, nell’incidente della bambina, non sarebbe stato così netto.

Ed è proprio a Parigi che in questi giorni si stanno scrivendo gli ultimi capitoli dell’inchiesta; su richiesta della Procura di Roma, i magistrati transalpini stanno svolgendo una rogatoria internazionale per ascoltare i diplomatici francesi che nel 2008 erano in servizio presso l’ambasciata a Roma. Domani verrà ascoltato anche Monnet, difeso dal penalista di fiducia Michele Gentiloni Silverj, il suo avvocato anche nel processo per tentato omicidio nei confronti della figlia. Ieri il legale ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione.

Degli Angioli sarebbe già stato sentito e avrebbe negato di essere stato lui a effettuare quell’operazione, mentre il suo infermiere ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. Nel fascicolo del pm, infine, c’è anche la testimonianza di un urologo che visitò Monnet nei giorni successivi a quell’operazione così simile ad una sevizia. Che ha messo a verbale le sue convinzioni dell’assoluta inutilità di un intervento del genere, confermando il sospetto che quella pratica avesse tutta l’aria di una punizione corporale.




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Droga nascosta nelle bottiglie di vino

Il Mattino



NAPOLI (5 novembre) - Otto trafficanti internazionali di droga sono stati arrestati oggi dalla Guardia di Finanza di Napoli in esecuzione di altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse nei confronti di elementi appartenenti a una organizzazione criminale con sede nel napoletano e con collegamenti in sud-America e Spagna.

Nel corso dell'operazione sono state anche sequestrati 255 chilogrammi di sostanze stupefacenti per un valore complessivo di oltre due milioni di euro. Secondo quanto accertato dalle Fiamme Gialle l'organizzazione era dedita all'importazione in Italia di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti.

L'operazione - riferisce la Guardia di Finanza di Napoli - rappresenta l'epilogo dell'operazione denominata «Pajarito».

La droga sequestrata (GUARDA IL VIDEO), secondo quanto hanno scoperto i finanzieri, era nascosta in:

- Due involucri metallici, contenuti in un pacco postale spedito via aereo dal Venezuela e destinato ad un soggetto napoletano con indirizzo inesistente;


- Un autocarro, che trasportava cassette vuote come carico di copertura, fermato presso il porto di Civitavecchia mentra era in procinto di imbarcarsi su un traghetto diretto in Sardegna;


- Un autocarro, che trasportava cassette di patate e cipolle come carico di copertura, fermato nella Capitale;


- Una valigia trasportata da un soggetto napoletano, proveniente dal Peru’, fermato presso l’aeroporto di Milano Malpensa; 


- Due bottiglie artigianali in vetro e ceramica, con decorazioni esterne tipicamente latino - americane, contenenti vino, trasportate da una donna argentina fermata presso la stazione ferroviaria di napoli centrale;


- Un serbatoio per moto, contenuto in un pacco postale spedito via aereo dalla colombia e rinvenuto presso lo scalo merci dell’aeroporto di roma – ciampino.




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La sinistra contesta Marchionne: "Vergognati" Ma l'ad di Fiat: "Rafforziamo le radici in Italia"

di Redazione



A Mirandola, dove ha ricevuto un premio, l'ad Fiat accolto dalla contestazione di centri sociali e sinistra: striscioni, fischi e slogan. Marchionne dal palco: "Travisate le mie parole in tv, l'azienda rafforzerà la presenza in Italia, responsbailità verso il Paese". Poi: "Le contestazioni non fanno bene a nessuno"

 
Modena - Contestato Marchionne, nel giorno in cui l'ad di Fiat riconferma l'impegno in Italia. Urlando gli slogan "Vergognati, vai via" e "La gente non ti vuole", una gruppo di giovani del centro sociale Guernica di Modena l'ha contestato al suo arrivo a Mirandola dove ha ricevuto il premio intitolato all’umanista del '500 Pico della Mirandola. Con i giovani del centro sociale, nella piazza davanti al teatro Nuovo si sono radunati rappresentanti dei Giovani Comunisti Italiani, Prc, Pdci, Sel, Partito dei comunisti italiani e Fiom. Gli attivisti del centro sociale, i più numerosi e rumorosi nella piazza, sono arrivati intorno alle 9.30 portando uno striscione con su scritto "I nostri sacrifici per i tuoi guadagni. Fuck austerity, verso lo sciopero generale" e urlando "Bonanni non parla più" e poi "Marchionne, Bonanni, fate solo danni". Tra i contestatori anche la Fcgi con un volantino con l'immagine del dirigente Fiat sorridente e la scritta "Indesiderato". Uno striscione anche per la Fiom dell’Emilia Romagna con lo slogan "Panda la macchina per fare. Quello che gli pare".

Marchionne: "Fiat resta" "Mi spiace constatare che un fiume di parole sia stato trasformato in un processo alle intenzioni". Dice dal palco l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne sottolineando che non è sua abitudine alimentare un certo tipo di dibattito, "ma per la prima volta ho accettato di partecipare a una trasmissione televisiva, per difendere" i progetti dell’azienda torinese. "Intendiamo rafforzare le nostre radici in Italia" assicura l’ad. "Lo possiamo fare - aggiunge Marchionne - perché abbiamo la forza e l’esperienza di un gruppo globale; perché conosciamo bene la realtà che ci sta intorno, conosciamo i mercati e le condizioni minime che sono richieste per continuare ad essere competitivi, soprattutto con i nostri vicini europei. Lo vogliamo fare - rincara - perché siamo un’azienda cresciuta nel mondo ma nata in Italia e sentiamo di avere una grande responsabilità verso il nostro Paese".

"Lavorare assieme" "Chiediamo che tutti i soggetti coinvolti siano disposti a lavorare insieme, nella stessa direzione. L'unica cosa che chiediamo è di condividere un percorso e di creare le condizioni perché i nostri stabilimenti possano lavorare al meglio, in modo normale e continuo" era stata la sua premessa.

"La verità è che esiste un problema di competitività", ha ribadito l’amministratore delegato di Fiat, spiegando che si tratta del problema «che ha spinto molte aziende ad abbandonare il paese e a trasferire all’estero le loro attività". Marchionne ha spiegato che "proprio perchè in Fiat vogliamo impegnarci per sanare l’inefficienza della nostra rete industriale qui, in Italia, dobbiamo partire dalla verità". Poco prima, riferendosi sempre all’intervista rilasciata su Raitre, aveva spiegato che "quando dico che in Italia, per il gruppo Fiat, è un’area in perdita, non significa che vogliamo andarcene dal paese come molti hanno voluto interpretare". Marchionne ha aggiunto che "il nostro progetto è pensato, studiato e tarato perchè la Fiat possa crescere in Italia e possa crescere con l’Italia. Ma ignorare i problemi, o peggio nasconderli sotto un facile ottimismo, è il rischio più grande che possiamo correre". 

"La Fiat non si è mai arresa, in tutta la sua storia. E non intende certo iniziare a farlo ora", ha spiegato. "Chi interpreta le verità che ho detto come una scusa, come un modo per mettere le mani avanti e sfilarci dal paese, si sbaglia di grosso. O forse non è del tutto in buona fede. Chi pensa che questo sia un modo per prendere tempo e rimandare gli investimenti, non si rende conto di quanti mesi abbiamo già sprecato tra comizi e operazioni mediatiche".

"Quando la Camusso lo chiederà la incontrerò" Nessuna preferenza a Cisl e a Uil e massima disponibilità ad incontrare il nuovo segretario della Cgil Susanna Camusso non appena lei lo chiederà. È categorico l’amministratore delegato di Fiat. A chi gli chiede la data di un incontro con il nuovo segretario della Cgil, Marchionne risponde: "Quando lo chiede... non ho ricevuto nessuna informazione fino adesso" per un eventuale incontro. "Ho fatto il mio dovere istituzionale - aggiunge - le ho fatto i complimenti per la nomina". E sull’incontro avuto ieri dall’ad di Fiat soltanto con i rappresentanti di Cisl e Uil, Marchionne taglia corto: "Hanno chiesto loro di incontrarmi, io non ho convocato nessuno. Se lei mi invita a cena e io mi presento, non mi posso arrabbiare perché gli altri non sono stati invitati. Non ho chiesto io di vederli. Mi hanno chiesto di vederli, sono andato e basta".

"Le contestazioni non giovano a nessuno" "Quelle bandiere rosse che abbiamo là davanti non fanno bene a nessuno", ha poi copmmentato Marchionne, uscendo dal teatro. 




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Chi beve latte dimagrisce meglio

Corriere della sera


Probabilmente è tutto merito di calcio e vitamina D, sostanze di cui questa amatissima bevanda è ricca


MILANO - Siete a dieta? Non rinunciate al latte pensando che sia troppo calorico, perché proprio bevendone regolarmente una bella tazza è più facile riuscire a smaltire i chili di troppo. Lo dimostra una ricerca pubblicata sull'American Journal of Clinical Nutrition, secondo cui chi beve circa due bicchieri di latte al giorno nel giro di due anni perde in media 5 chili e mezzo di peso, rispetto ai 3 chili persi da chi non consuma latte o latticini.

STUDIO - I dati arrivano da un gruppo di ricercatori israeliani che hanno coinvolto oltre 300 uomini e donne in sovrappeso, assegnandoli a seguire per due anni una dieta a basso contenuto di grassi, la dieta mediterranea o un regime con pochi carboidrati. A prescindere dal tipo di dieta, i medici si sono accorti che i partecipanti che introducevano la quantità più elevata di calcio (in media almeno 580 milligrammi, pari a circa due bicchieri di latte) alla fine dei due anni avevano perso in media 5 chili e mezzo, mentre chi prendeva poco calcio dalla dieta (in media 150 milligrammi, il corrispettivo di mezzo bicchiere di latte) aveva perso solo 3 chili. E per ogni bicchiere di latte in più al giorno (200 grammi circa) aumentava la probabilità di perdere più peso rispetto alla media. Dati da confermare, ma che sembrano suggerire l'opportunità di bere un po' di latte ogni giorno: del resto poco tempo fa una ricerca svedese ha dimostrato che i bimbi di 8 anni che bevono regolarmente latte sono in media 4 chili più magri rispetto ai coetanei che non bevono mai latte.

VITAMINA D - I motivi di questo effetto dimagrante non sono ben noti: in parte può dipendere dal fatto che bere latte "distoglie" dal bere succhi di frutta o altre bevande zuccherate, note per essere un attentato alla linea. Ancora, potrebbe essere merito del senso di sazietà offerto dal latte. Oppure, stando ai risultati degli israeliani, tutto potrebbe spiegarsi coi nutrienti per cui il latte è famoso, il calcio e la vitamina D: «I livelli di calcio e vitamina D sembrano essere correlati al successo nel perdere peso. E latte e latticini ne sono le fonti principali», osserva il coordinatore della ricerca, il nutrizionista Danit Shahar. La vitamina D è ormai protagonista delle cronache scientifiche: si sa da decenni che aiuta a mantenere le ossa sane, ma questa è solo una piccola parte della storia, ormai.

Questa poliedrica vitamina sembra infatti essenziale per avere un sistema immunitario efficiente e pare in grado di prevenire alcuni tipi di tumore, l'ipertensione, il diabete e altre patologie cardiovascolari. Ebbene, questi ultimi dati depongono pure a favore di un suo effetto dimagrante. «Per la prima volta abbiamo verificato che la vitamina D è più abbondante in chi perde più peso - dice Shahar -. Per questo, consumare latte e latticini è consigliabile anche a chi voglia dimagrire. Tre bicchieri di latte scremato o parzialmente scremato al giorno sono sufficienti per garantirsi un adeguato apporto di calcio e vitamina D senza eccedere con le calorie: 250 grammi di latte scremato ne danno appena 80».


Elena Meli
05 novembre 2010




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Nadia, spunta l'ex marito: "E' una grande bugiarda"

Il Resto del carlino

"L'ho conosciuta nel 2000 a Parma, in una discoteca. Per lei mi indebitai fino al collo". Secondo l'uomo, l'ex escort non cercherebbe mai il figlio che vive con il padre in Sicilia


Reggio Emilia, 5 novembre 2010.


"Nadia Macrì è una grande bugiarda, una donna irrequieta, insoddisfatta della vita, che cerca solo pubblicità". Lo dice all’Ansa l’ex marito dopo alcune interviste pubblicate dai quotidiani.

L’uomo vive in Sicilia, dove, con i nonni paterni, che l’hanno avuto in adozione, abita anche il figlio di sei anni, nato dal matrimonio con la ragazza che sostiene di aver avuto rapporti sessuali con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

"Nel 2008, quando la vidi l’ultima volta in tribunale, seppi che stava tentando di entrare a far parte della casa del ‘Grande Fratello’, ma non ci riuscì ed ora forse si sta vendicando. - aggiunge il 30enne - L’ho conosciuta nel 2000 a Parma, in una discoteca dove lei faceva la cubista".

"Io lavoravo come agente di commercio - prosegue - Facemmo amicizia e decidemmo di convivere a Reggio Emilia. Non mi piaceva il suo lavoro in discoteca. Così le aprii un bar con i soldi ricavati dalla vendita dell’appartamento che mio nonno mi aveva lasciato in eredità. Quell’esperienza però durò poco. Nel 2003, vendemmo il bar e acquistammo una profumeria. Mi indebitai fino al collo. Ma non fu una idea felice. Lei non era donna da stare in un negozio. Sette mesi dopo cessò l’attività. Rimase incinta e decidemmo di sposarci".

Secondo l'ex marito Nadia non cercherebbe nemmeno il figlio, si sarebbe dimenticata completamente di lui e non si curerebbe del danno che, a suo dire, ancora oggi gli starebbe arrecando con il clamore delle sue uscite su giornali e tv.

Sempre secondo l'uomo Nadia sarebbe andata in Sicilia una decina di volte, sempre con riluttanza e avrebbe anche maltrattato fisicamente sia lui che il bambino. Lui l'avrebbe denunciata e fatta arrestare e il bambino sarebbe stato dato per due anni e mezzo in affidamento provvisorio a una famiglia di Reggio Emilia, poi ai suoi genitori, definitivamente. Quando chiese il divorzio lei lo avrebbe minacciato dicendogli che gliela avrebbe fatta pagare.




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Giovane-vecchio" in manette: i due volti di un misterioso 20enne

Corriere della sera


Si è camuffato e ha scambiato la sua carta di imbarco con quella di un cittadino americano

E’ salito sull’aereo Hong Kong-Vancouvercon con le sembianze di un anziano “bianco”


I due volti del ventenne arrestato
I due volti del ventenne arrestato
WASHINGTON
– E’ salito sull’aereo canadese con le sembianze di un anziano “bianco”. Ne è sceso, in manette, con i suoi veri connotati: quelli di un ventenne, di origine asiatica. Adesso la polizia sta investigando le ragioni dell’incredibile camuffamento. Il 29 ottobre il “vecchio” si imbarca sul volo Air Canada AC018 in partenza da Hong Kong e diretto a Vancouver. All’inizio del volo, l’anziano «con le mani di uomo più giovane» – precisa un rapporto degli investigatori rivelato dalla Cnn – si reca in bagno. Trascorrono diversi minuti e l’uomo torna al suo posto con le sue vere sembianze: un ventenne dai tratti chiaramente asiatici.

ARRESTATO, HA CHIESTO ASILO POLITICO - All'arrivo a Vancouver, il misterioso passeggero è intercettato dagli agenti e arrestato. La sua prima reazione è stata quella di chiedere asilo politico al Canada. Nel rapporto di “allerta” sull’incidente gli investigatori sostengono che il sospetto aveva i seguenti oggetti per il travestimento: una maschera in lattice, un cappello, un paio di occhiali, un cardigan. Quanto ai documenti di viaggio, l’uomo avrebbe scambiato la sua carta di imbarco con quella di un cittadino americano nato nel 1955. Questo, insieme alle mani, il punto debole della sua finta identità: il suo aspetto era certamente più vecchio di una persona del '55. I funzionari dell’immigrazione vogliono capire se si tratta di un caso di immigrazione clandestina o davvero di un rifugiato politico. Esclusa, per il momento, la pista terroristica, anche se sono in corso verifiche. Diffondendo le informazioni, le autorità hanno voluto mettere in guardia altri paesi sui trucchi che possono essere adottati da criminali o clandestini per non farsi riconoscere ai posti di frontiera.

Guido Olimpio
05 novembre 2010



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La madre di Vanessa Russo denuncia l'Atac: "Mi fanno lavorare dove è morta mia figlia"

Quotidiano.net


Rita Pozzato, la mamma della ragazza che venne ammazzata con un colpo d’ombrello dalla giovane romena Doina Matei, sporgerà denuncia contro l’azienda che gestisce la metropolitana

vanessa russo e la madre
vanessa russo e la madre

Roma, 5 novembre 2010

Le hanno cambiato mansione e l'hanno spostata a lavorare in un ‘’gabbiotto fatiscente’’ da dove avrebbe visto tutti i giorni il treno della metro B nel quale tre anni fa e’ stata uccisa sua figlia.

"Una proposta vergognosa’’, accompagnata da un ‘’prendere o lasciare’’.

Per questo Rita Pozzato, la mamma di Vanessa Russo, che venne ammazzata con un colpo d’ombrello dalla giovane romena Doina Matei, sta andando dai Carabinieri per sporgere denuncia contro l’Atac, l’azienda che gestisce a Roma la metropolitana.

La mamma di Vanessa lavorava da un anno all’Atac, dove era stata assunta come impiegata. Poi era stata lei stessa a chiedere di passare alla sorveglianza; un lavoro faticoso e per questo dopo qualche tempo ha presentato una domanda per poter tornare a fare l’impiegata.

‘’Mi sono state fatte tante promesse’’, racconta. Poi ieri, c’e’ stata la svolta: ‘’mi hanno convocato alla stazione della metro di Piramide. Ho spiegato che non potevo prendere la Metro B, dove e’ stata ammazzata mia figlia, ma non c’e’ stato nulla da fare. Mi hanno ricevuto in un tugurio, dove facevano capolino i topi e mi hanno mostrato quello che doveva essere il mio lavoro: in un gabbiotto fatiscente a fare fotocopie da dove avrei visto passare un treno della Metro B ogni cinque minuti’’.

‘’Mi state proponendo una cosa schifosa, non vi vergognate? ho detto ai funzionari dell’Atac - racconta ancora la donna - sono la mamma di Vanessa Russo non me la sento di guardare quel treno. Ma loro mi hanno risposto ‘non ce ne frega niente, prendere o lasciare’. A quel punto mi sono sentita malissimo, il cuore e’ andato a 3000; qualcuno dei colleghi ha chiamato un’ambulanza e mi hanno portato al Cto, dove intendevano trattenermi per 24 ore. Ma io ho firmato e sono uscita’’.

‘’Stavolta hanno ucciso me’’, dice ancora la donna che, dopo avere informato il sindaco di Roma Gianni Alemanno, sta andando a presentare denuncia alla stazione dei Carabinieri di Grottaperfetta.




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Obbligo catene, Milano ci sta ripensando

Corriere della sera


Malumori in Pdl e Lega, Palazzo Isimbardi pronto a ritirare l'ordinanza. Podestà deciderà nelle prossime ore


MILANO - Il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, deciderà nelle prossime ore. Le proteste degli automobilisti e quelle dei sindaci, le file dai gommisti e i malumori interni nella stessa maggioranza di centrodestra. L’ordinanza, già firmata, che imporrà da lunedì 15 novembre di circolare sulle strade provinciali con gomme invernali o con catene a bordo è a forte rischio.

Giovedì la voce s’era fatta insistente: Palazzo Isimbardi è pronto a ritirare l’ordinanza. Rumors rimasti poi senza conferma. Podestà si riserva la decisone finale entro le prossime 24-48 ore. Anche perché il ritiro tout court dell’ordinanza sarebbe soluzione assai complicata: ci sarebbe da fare i conti con la rivolta dei tantissimi automobilisti che gomme e catene le hanno già comprate.

Dipenderà poi dalla mappa, dalle decisioni cioè delle altre province lombarde. Varese alla fine s’è adeguata e così farà Como. Un no secco è arrivato invece da Monza e da Bergamo. Intanto c’è da segnalare il malumore di diversi consiglieri dello stesso Pdl. Gianni Stornaiuolo, fedelissimo di Ignazio La Russa, guida il fronte degli scontenti: «Spero che l’assessore ci ripensi. In ogni caso ho pronta un’interrogazione sul tema». E poi, notizia di ieri, il ricorso in autotutela presentato da Assoconsumatori contro l’ordinanza «anti-buonsenso».

Ci si muove anche in Comune. In questo caso è la Lega a guidare la rivolta. Il capogruppo Matteo Salvini promette una mozione «che passerà a larghissima maggioranza». L’assessore ai Trasporti Giovanni De Nicola non intende però fare retromarcia: «Non m’interessa lisciare il pelo all’automobilista indisciplinato e irresponsabile. Non ho bisogno di ottenere consenso con questi mezzi». De Nicola passa poi all’elenco di tutte le province che stanno «copiando» l’ordinanza milanese. Da Torino a Bologna, da Biella a Parma. «Perfino sulla Salerno-Reggio Calabra scatteranno gli obblighi».

Salvo contrordini dell’ultima ora, per i forzati dell’auto rimangono dieci giorni per mettersi in regola. Nelle officine è sold-out. Per cambiare le gomme il tempo d’attesa medio ha raggiunto i venti giorni. Le liste s’allungano, mentre gli stock in officina vanno esaurendosi. Anche il Pd «tifa» per un ripensamento dell’ultima ora. «Ci auguriamo che la Provincia sospenda o quanto meno rimandi l'entrata in vigore di un provvedimento che, per come è stato concepito, è vessatorio per i cittadini. E nel frattempo studi il modo di prevedere incentivi per l'acquisto delle gomme da neve», dice il capogruppo Matteo Mauri.

Andrea Senesi
05 novembre 2010



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Obama in India mette Pechino sotto pressione

La Stampa


Partnership con New Delhi per creare occupazione. Intesa con il Sud Est asiatico sul contenimento cinese
INVIATO A WASHINGTON


Barack Obama parte oggi per l’India dando inizio ad un viaggio di dieci giorni in quattro nazioni asiatiche destinato a mettere sotto pressione la Cina su tre fronti: rispetto della concorrenza sui mercati globali, dei diritti umani e della stabilità regionale. «Il presidente visiterà India, Indonesia, Sud Corea e Giappone ovvero quattro grandi democrazie dell’Asia nostre alleate - spiega Mike Hammer, portavoce del consiglio della Sicurezza nazionale - e l’obiettivo è sottolineare l’importanza della Cina per assicurare stabilità e prosperità regionale». Jeff Bader, consigliere per l’Asia del presidente, va oltre: «Nella regione dove stiamo andando, tutti hanno in mente la Cina, e gli Stati Uniti hanno interesse a chiedere a Pechino un’oscillazione della valuta sulla base dei mercati e un

maggiore impegno nel rispetto dei diritti umani» la cui necessità è stata evidenziata dalla recente assegnazione del Nobel della Pace a Liu Xiaobo, testimone della repressione avvenuta sulla Piazza Tiananmen nel giugno 1989. Durate l’ultimo weekend sono stati il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, Chuck Donovan, e il consigliere uscente per gli Affari economici, Larry Summers, a recarsi a Pechino per preavvertire gli interlocutori cinesi di quanto sta per avvenire.

D’altra parte l’appena terminata missione del Segretario di Stato Hillary Clinton in nove Paesi dell’Estremo Oriente è servita per attestare il sostegno di Washington a nazioni come il Vietnam, la Malaysia e il Giappone che negli ultimi mesi sono state al centro di tensioni con Pechino a causa di contenziosi nelle rispettive acque territoriali. «L’impatto della crescita della Cina è uno dei temi che Obama affronterà nell’agenda dei colloqui e nei discorsi pubblici» sottolinea Bader, ricordando come «da tempo» gli Usa si sono detti a favore di una stretta cooperazione strategica con Pechino ma a patto che ciò avvenga «nel quadro delle regole della comunità internazionale» violate dal fermo di pescherecci nipponici come dall’occupazioni di isolotti nell’arcipelago conteso delle Spratly.

L’accento della Casa Bianca sulle tensioni con la Cina è anche la conseguenza di una campagna elettorale per il Congresso che ha visto i candidati di entrambi i partiti individuare la «concorrenza sleale» di Pechino come una delle ragioni della disoccupazione negli Stati Uniti. Non a caso proprio ieri Obama, incontrando i ministri alla Casa Bianca, ha detto che il viaggio in Asia «punta ad aprire nuovi mercati alle nostre aziende per creare posti di lavoro».

È un approccio destinato a sottolineare la partnership economica con l’India, con la quale saranno siglati importanti accordi nel settore dello sviluppo dell’alta tecnologia e delle energie rinnovabili. Ad avvicinare Washington e New Delhi sono la cooperazione antiterrorismo e gli equilibri strategici: «Se la Cina punta a farci concorrenza in Asia, il partner naturale dell’America è la democrazia indiana» osserva Robert Kaplan, il politologo del «Center for American Security» autore del recente libro «Monsoon» nel quale sostiene che il rinnovamento della potenza globale americana nel XXI secolo «passa per l’Oceano Indiano».

Dopo la tappa in India, Obama andrà in Indonesia - la nazione dove ha vissuto da piccolo - per pronunciare da Giacarta un «discorso all’Islam» e poi ripartire alla volta di Seul dove a margine del summit del G20 vedrà il presidente cinese Hu Jintao per discutere la complessa agenda bilaterale prima della fine del viaggio a Yokohama, in Giappone, per il vertice dell’Apec dove è atteso un incontro con il presidente russo Dmitri Medvedev.

La partenza per l’Asia è segnata a Washington da vivaci polemiche sui costi del viaggio. Numerosi blogger, citando alti funzionari indiani a Mumbai, parlano di spese pari a «200 milioni di dollari al giorno» dovuti ad una carovana aerea di 60 velivoli, allo schieramento nell’Oceano Indiano di 40 navi da guerra - inclusa una portaerei - e alla scelta di portare da Washington sei limousine blindate assieme ad una Cadillac «per controllare l’arsenale nucleare» oltre alla creazione a New Delhi e Mumbai di due centri hi-tech dell’intelligence per seguire via satellite ogni spostamento di Obama, che viaggia accompagnato da Michelle e dalle figlie. Per Hammer «sono indiscrezioni senza fondamento sulla cui reale origine stiamo indagando».




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L'uomo che inventò i cantautori

La Stampa


E' morto Vincenzo Micocci: ha prodotto i dischi di Dalla, De Gregori, Venditti e Gaetano





ROMA

È morto stamattina a Roma Vincenzo Micocci, uno dei più importanti personaggi della storia della discografia italiana. Micocci è stato l'inventore del termine cantautore e attraverso il suo lavoro con l'Rca e con la sua etichetta It ha prodotto i dischi di Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Antonello Venditti fino a Rino Gaetano e Mario Castelnuovo. Un autentico protagonista degli anni d'oro della musica italiana, un punto di riferimento che da poco aveva pubblicato la sua autobiografia intitolata "Vincenzo io ti ammazzerò", dal titolo delle canzone che gli aveva dedicato Alberto Fortis.




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Il Nord? Da solo funzionava molto meglio

di Redazione



Nel nuovo libro di Romano Bracalini i dati e le cifre che dimostrano quanto l’unità del Paese penalizzò le aree più ricche, senza peraltro premiare il Sud. A dispetto delle tesi «meridionaliste»


Romano Bracalini 

 
L’unità si era compiuta senza una precisa nozione del passato e una vera coscienza del presente. Giustino Fortunato diceva che nessuno immaginava che mezza Italia, poco difforme dalla Turchia, ad essa così prossima, sarebbe stata come un vaso di terracotta accanto a uno di ferro. Aggiungeva che l’altra mezza Italia, «dalla Toscana in su, benché divisa da opposte costituzioni, dalla repubblica democratica di Firenze alla potente oligarchia di Venezia, al principato assoluto del Piemonte, dai mille floridi comuni, alle cento splendide Signorie, serba intatto il carattere sociale di un Paese essenzialmente omogeneo, la cui connessione si fonda sull’autonomia del Municipio. Al contrario l’Italia meridionale dal Lazio e dagli Abruzzi in giù, attraverso tutte le età, con qualsivoglia forma di governo, soggetta o no allo straniero, rimane immota, come un solo corpo intorno a un centro solo, ora Benevento, ora Napoli, e sempre organizzata feudalmente, anche quando il feudo, politicamente e giuridicamente, tende a sparire».

Costantino Nigra nella sua relazione a Cavour, il 20 maggio 1861, aveva messo il dito nella piaga: «Si può dire con tutta verità che ogni ramo di pubblica amministrazione fosse infetto dalla più schifosa corruzione. Libertà nessuna, né a privati, né ai municipi. Piene le carceri e le galere dei più onesti cittadini, commisti ai rei dei più infami delitti. Gli impiegati in numero dieci volte maggiore del bisogno. Gli alti impiegati largamente pagati, insufficientissimi gli stipendi degli altri. Ammessi agli stipendi governativi ragazzi appena nati, così che contavano gli anni di servizio dalla primissima infanzia. Nelle carceri, nell’esercito, nelle amministrazioni, in tutti i luoghi pubblici esercitata la camorra, il brigantaggio nelle province, il latrocinio dappertutto ».

La tesi di taluni storici e economisti che la mancata unificazione abbia rallentato lo sviluppo del Paese non regge: i numeri dimostrano esattamente il contrario. Nei primi decenni dell’Ottocento, rispetto ai Paesi europei più progrediti, l’Italia del Centro-Nord era al quinto posto per reddito pro-capite dopo l’Inghilterra, i Paesi Bassi, l’Austria e il Belgio. A Firenze erano sorte le prime banche e istituti di credito. L’Italia del Centro-Nord era più o meno allo stesso livello di Danimarca, Francia, Germania, Svezia. Ma nel 1870, ossia nove anni dopo l’unità, l’Italia settentrionale, dal quinto posto, era scivolata all’ottavo posto dietro la Francia, la Danimarca e la Germania per effetto del rallentamento dovuto all’aggancio del Mezzogiorno.

Secondo uno studio accreditato, nel 1811 il 90% della popolazione del regno di Napoli era classificata «povera e indigente, ai livelli minimi di sussistenza». Non c’era borghesia moderna, la società era divisa come nel Medio Evo in nobili, latifondisti e plebe analfabeta. Non strade, non porti, sui fiumi spesso in piena non vi sono ponti, non utilizzo delle poche acque del regno. L’unificazione aveva messo in contatto le due parti della penisola nel modo più traumatico e artificiale. Si impose subito una scelta di vita. Rosario Romeo scrive che «la subalternità del Sud fu la condizione dello sviluppo del Nord». Fortunato aggiunge che senza l’unità il Mezzogiorno sarebbe diventato un Paese balcanico. Era naturale che le grandi opere pubbliche (strade, ferrovie, porti) dovevano essere fatte laddove lo sviluppo industriale le rendeva più urgenti e necessarie.

Francesco Saverio Nitti, come altri meridionalisti, ma lui più di tutti, tentava di accreditare la leggenda di un Sud ricco, prospero e felice, finché non erano arrivati i piemontesi a depredarlo. Ma Giustino Fortunato lo smentiva . Le leggi scoraggiavano ogni attività economica che non fosse di carattere militare. Il lavoro non aveva distinzione di decoro. Capitali e risparmi giacevano improduttivi. Scrive l’economista liberale piemontese Luigi Einaudi che «nel regno delle Due Sicilie le opere pubbliche si facevano solo se lo consentivano le spese ordinarie di bilancio, e in ogni caso bisognava far credere che esse fossero dovute alla generosità del sovrano».

Nel 1839 era stata solennemente inaugurata la ferrovia Napoli-Portici, di 33 chilometri. Era la prima in Italia e la pubblicistica meridionale ne ha fatto un vanto eccessivo senza dire che per lungo tempo rimase l’unica. Inoltre non si diceva che era stata interamente costruita da una società francese e che le prime due locomotive erano state importate dall’Inghilterra. Le carrozze erano prive di servizi igienici e di sedili, si viaggiava in piedi; quando il treno sostava nelle stazioni i viaggiatori prendevano d’assalto le latrine. Il servizio veniva sospeso nei giorni festivi e durante la settimana santa.

Le terze classi rimasero senza sedili fino al 1860. Al momento dell’unità le ferrovie napoletane non superavano il centinaio di chilometri e oltre Vietri non andavano. Nel Nord Italia erano in esercizio 1757 chilometri di ferrovie, di cui 803 in Piemonte, 202 in Lombardia, 298 nel Veneto. A Roma, quando le ferrovie non furono più considerate «opere del diavolo», e il nuovo papa Pio IX ne consentì la costruzione anche nello Stato Pontificio, i romani fecero a gara per esservi assunti con la raccomandazione del Sacro Collegio.



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Le escort e la mafia

di Alessandro Sallusti


Chi ha armato e pilo­tato la nuova sta­gione delle escort? La domanda non è banale. Sembra essere tornati alla stagione di Tangentopoli, quando le Procure sfornavano un’accusa al giorno. Escortopoli viaggia sullo stesso asse di allora, quel Milano-Palermo che ha poi condizionato tutta la vita politica della Secon­da Repubblica in chiave antiberlusconiana e pro­sinistra. Solo una coinci­denza? Possibile, ma re­sta inspiegabile come, an­nunciate da un tam tam dietro le quinte dei palaz­zi della politica e delle procure, spuntino escort come funghi. I loro rac­conti sono improbabili, i riscontri pressoché nulli.

Tutte sono ragazze con problemi economici e personali non più rinvia­bili, quindi facilmente, doppio senso a parte, ab­bordabili da qualcuno in grado di promettere solu­zioni rapide. Chi potreb­be essere l’oscura mani­na che sta dirigendo le operazioni? La mafia, di­ce Berlusconi, per vendi­carsi dei colpi subiti da questo governo. È una ipotesi. Ma ce ne sono al­tre. Colpisce una seconda coincidenza. Quest’ulti­ma offensiva mediatico­giudiziaria arriva infatti alla vigilia delle scadenze decisive per il futuro del­la legislatura e forse an­che dell’era Berlusconi.

In questo senso il piano giudiziario è secondario. Prevale quello psicologi­co: seminare il panico e lo sconforto nelle file del Pdl, sia quelle parlamen­tari che elettorali. Non a caso, parallelamente, vie­ne enfatizzata l’alternati­va legalitaria del neonato Fli, le cui contraddizioni politiche, ipocrisie eti­che e buchi neri penali vengono coperti da una cortina fumogena di gran­di giornali e salotti televi­sivi. Una trappola, insom­ma, per evitare la quale ie­ri Berlusconi - mettendo da parte il suo noto orgo­glio - ha fatto la prima mossa di formale apertu­ra a Gianfranco Fini.

Gli ha parlato in pubblico, sia pure per pochi secon­di, poi di fatto gli ha rico­nosciuto un ruolo politi­co all’interno della mag­gioranza, invitandolo contemporaneamente a dire chiaro e subito se vuole continuare a fare parte della compagnia oppure no. Il discorso, let­to all’assemblea del Pdl, non è farina del suo sac­co. È stato pensato e scrit­to per lasciare al Fli uno spiraglio nel quale infilar­si­per evitare la fine antici­pata della legislatura. La prima risposta è pesante­mente negativa: propo­sta insufficiente e tardi­va.

Ma non è l’ultima. La scadenza è tra quarantot­to ore, quando Fini dovrà uscire allo scoperto nella sua prima assemblea co­stituente. C’è chi prevede che neppure domenica arriverà una parola deci­siva. Perché la verità è che Fini non sa più cosa fare. Gettarsi tra le brac­cia della sinistra per un governo tecnico che per altro non è detto che Na­politano conceda? Far ca­dere Berlusconi e affron­tare le urne da solo? Ab­bozzare e continuare an­cora un po’ il viaggio col Pdl, concedendo qual­che cosa ma diventando così ancora più inaffidabi­le agli occhi dell’opposi­zione e dell’opinione pubblica? Chi tiene in ostaggio go­verno e Paese, quindi, non sono le escort ma Gianfranco Fini. Che non riesce a decidere a chi vendersi e a che prezzo.




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Quelle ragazze bugiarde che fanno le moraliste

di Stefano Zurlo



Chi le ha conosciute in tempi non sospetti sa che non si può credere ai loro racconti

 
Chi l’ha conosciuta bene in tempi non sospetti, come Lucio Rota, la smentisce: «È totalmente inaffidabile». La Procura di Palermo, che pure l’ha ascoltata, la ridimensiona: il suo racconto è incompiuto e omertoso. Persino il suo avvocato è costretto a contraddirla e annullare la conferenza stampa che lei aveva convocato il giorno prima. Ma, timoroso di mettere la mano in un nido di vipere, addossa la responsabilità del contrordine al procuratore Edmondo Bruti Liberati che è costretto, suo malgrado, a difendere la libertà di parola delle escort: «Non c’è nessun veto alla conferenza stampa di Nadia Macrì». 

Il racconto di Nadia fa acqua, così come quello di Perla Genovesi, la sua amica che ha chiamato in causa Berlusconi, don Verzè e il deputato Enrico Pianetta, e così come le dichiarazioni di Ruby che sembra aver detto tutto e il contrario di tutto. Risultato: lo spettacolo è capovolto rispetto ai modelli cui eravamo abituati; non sono le escort a inseguire le indagini, ma le indagini a inseguire le escort, con risultati stupefacenti. Le bellissime azionano il turbo, si rimpallano l’universo mondo in un carosello di letti, tangenti, ministri, droga. Un turbinio di affermazioni che lasciano fredda, anzi gelida, persino la procura di Milano che di solito è pronta a scaldarsi per molto meno. «Berlusconi non è indagato», ripete da giorni il capo dell’ufficio Edmondo Bruti Liberati. 

E certo, Bruti, con la sua consumata esperienza, prova a tenere a distanza quell’intreccio inestricabile e scivolosissimo di mezze bugie e frammenti di verità ridipinti all’insegna del verosimile. Non vuole finire dalle parti del ridicolo, il procuratore. Le Nadie, le Perle, e le Ruby forse hanno fatto girare la testa a più di un potente, ma ora rischiano di far uscire di testa squadre di investigatori. Meglio bloccare. Meglio raffreddare. Meglio tenere la lingua a freno. Del resto Elisa Alloro, autrice di un libro audace fin dal titolo, Noi, le ragazze di Silvio, svela un episodio che consegna un altro tratto della tortuosa personalità di Nadia: «Era la Pasqua del 2009, eravamo in Sardegna, a Villa Certosa, ricordo che con me c’erano altre ragazze. 

A un certo punto Nadia, che era presente, cominciò a prendere malamente in giro il Cavaliere che ci rimase molto male. Allora lui ci prese da parte e ci spiegò che in precedenza lei gli aveva raccontato, dopo uno scatto di nervi e con le lacrime agli occhi, la sua storia difficilissima. E aveva confessato di essere arrivata fin lì spacciando una bugia grossolana: un’amicizia inesistente con Emilio Fede. Nadia fu rispedita a casa, adesso ci dice che un anno dopo, ad aprile 2010, Berlusconi la invitò di nuovo e addirittura andò a letto con lei ricompensandola con cinquemila euro. Tutto può essere, ma questa storia mi pare inverosimile dall’inizio alla fine». 

Però loro, le escort e le loro amiche, parlano di tutto. Fanno la morale al Cavaliere, affidano a Facebook giudizi taglienti sui leader che avrebbero allietato, mescolano addirittura sesso, tangenti e droga in un guazzabuglio in cui persino magistrati abilissimi, come quelli di Milano e Palermo, perdono la rotta come in un labirinto. Perla Genovesi, l’amica di Nadia che riusciva contemporaneamente ad essere assistente parlamentare del deputato Enrico Pianetta e corriere della cocaina dal Sudamerica, mette a verbale il malaffare: al San Raffaele furono dati fondi per costruire ospedali all’estero, ma quei soldi presero altre strade, molto meno nobili. 

Una narrazione dettagliata, naturalmente, ma non di prima mano: perché Perla Genovesi trasmette ai pm lo sfogo, presunto, di Pianetta. Allo stesso modo instrada i magistrati verso l’amica che piange, Nadia. Perla più che un testimone è un vigile che regola il traffico verso le procure. Nadia conferma, ma Pianetta, dopo qualche giorno di silenzio, ora prova a mettere un argine a quel gorgo: «Cosa vuoi rispondere a queste cose qua? Sono cose farneticanti prive di qualsiasi fondamento». E Bruti, dopo essersi cimentato su Berlusconi e i diritti costituzionali delle escort, è costretto per la terza volta nella stessa giornata a precisare il nulla: «Non c’è nessun fascicolo sul San Raffaele».

Come si mette le mani nei capelli Renato Brunetta che parla di «dichiarazioni fuori dalla grazia di Dio» a proposito della sua presunta notte d’amore con Nadia e querela in simultanea lo spagnolo El Mundo e il popolare Cronacaqui per averlo tirato a forza dentro questi filmini a luci rosse.
Nadia, come e più di Ruby e di Perla, si sfoga su Facebook manco fosse una precaria: «Silvio hai rotto». Però risulta iscritta alla pagina che inneggia al premier. E vai, con un’altra giravolta.




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L'Ecuador rinuncia all'immunità: il pirata sarà giudicato in Italia

Il Messaggero





ROMA (5 novembre) - Resterà in Italia e si lascerà giudicare Gabriel Louis Cervallos Castro, 28 anni, il ragazzo che si è costituito la notte scorsa agli agenti del commissariato Flaminio per la morte del centauro romano Marco Bartoccioni.

Il ragazzo, non gode di nessuno status diplomatico né di immunità, ed è figlio dell’addetto alla difesa dell’ambasciata dell’Ecuador. Lunedì scorso era lui alla guida dell’Alfa (intestata al padre), che ha investito e ucciso il giovane motociclista Marco Bartoccioni.

I vigili urbani intanto continuano con gli accertamenti. «Vogliamo essere sicuri che al volante ci fosse proprio lui e ricostruire la vicenda», spiega il comandante della polizia municipale. Il magistrato che indaga si è preso 24 ore di tempo per decidere sui provvedimenti da adottare nei confronti del giovane.

Intanto ieri c'è stato l’incontro in Capidoglio tra il sindaco Gianni Alemanno e l’ambasciatore dell’Ecuador in Italia Carlos Vallejo Lopez. «Dopo che si è costituito il ragazzo che ha provocato l'incidente a Castro Pretorio l'ambasciatore è venuto a sottolineare che la sede diplomatica non si è mai voluta avvalere dell'immunità», ha detto il sindaco. «Do atto del comportamento leale - ha aggiunto Alemanno - perché in passato, in circostanze analoghe, altre ambasciate non si sono comportate allo stesso modo: ci sono stati diplomatici o parenti di diplomatici che si sono avvalsi dell'immunità per trasformarla in impunità. Cosa per noi inaccettabile». Oggi «la magistratura italiana potrà giudicare il ragazzo - ha sottolineato il sindaco - ricostruendo quanto accaduto e dare la sentenza che riterrà opportuna secondo la legge italiana. Il fatto che non sia stata usata l'immunità è importante per l'equilibrio che c'è fra Roma e le ambasciate. Possiamo dire ai genitori del ragazzo morto che avrà giustizia».

Profondo dolore è stato espresso dall'ambasciatore dell'Ecuador per l'incidente. «Il padre del ragazzo - ha spiegato l'ambasciatore - sarebbe dovuto ripartire ma invece rimarrà qui. Anche il ragazzo alla guida dell'auto non andrà via da Roma e si lascerà giudicare».

I parenti della vittima: «Non donate fiori, ma soldi per gli orfani in Ecuador».


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Letame davanti a Palazzo Santa Lucia L'ingresso cosparso di escrementi

Corriere del Mezzogiorno

Sgradita sorpresa stamani per i dipendenti e le guardie giurate della Regione. Analogo raid già il 21 ottobre


NAPOLI – Ancora letame contro la sede della Regione Campania. Questa volta ad essere imbrattato da escrementi è stato l’ingresso di Palazzo Santa Lucia. Ignoti sarebbero giunti a bordo di uno scooter e dopo il raid si sarebbero dileguati. E’ avvenuto intorno alle 7.30 di questa mattina. Il gesto secondo quando si è appreso sarebbe attribuibile ai movimenti organizzati dei senza lavoro. La scoperta è stata fatta dai dipendenti e dalle guardie giurate della sede regionale. A causa del cattivo odore che aleggia nel palazzo, sono state distribuite delle mascherine per attutire il disagio. Già il 21 ottobre scorso, due palazzi della Regione furono presi di mira con le stesse modalità. In quel caso ad essere imbrattate furono gli edifici A6, sede degli Assessorati al Lavoro, Agricoltura e Urbanistica, e F13, sede del Consiglio regionale della Campania, al Centro direzionale di Napoli.

Francesco Parrella
05 novembre 2010





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Lo scandalo dei disoccupati con due sussidi

Il Mattino


NAPOLI (5 novembre)

Risultano disoccupati, scendono regolarmente in piazza per protestare ma percepiscono il doppio sussidio, e in alcuni casi risiedono fuori Campania. È quanto risulta da una radiografia sul «pianeta Bros» fatta dall’assessorato al Lavoro della Regione.

Alle liste Bros risultano iscritti disoccupati residenti a Firenze, Foggia, Mantova, Modena, Pieve Emanuele (Milano), Reggio Emilia, Ravenna, Rimini, Selvazzano Dentro (Padova), Torregrotta (Messina), Vignola (Modena). Ci sono 11 ultra65enni, che dovrebbero stare in pensione. In 874 casi è stato erogato il contributo a due o più componenti della stessa famiglia; 114 iscritti oltre al contributo Bros percepivano anche il reddito di cittadinanza; 179 iscritti avevano il trattamento Inps per altro lavoro.

E varie famiglie, a Napoli come ad Acerra o a Pomigliano, hanno almeno tre componenti iscritti alle liste Bros con lo stesso indirizzo.




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Da Parigi a Bagdad: terroristi pronti

di Gian Micalessin



In tutto il mondo, con intensità raramente vista dall’11 settembre 2001, pesa la minaccia di al Qaida: dalle cittadelle cristiane in Irak e in Egitto a New York e alla Francia, dove ieri due arresti hanno permesso di scoprire un piano d’attacco


Un’unica grande piovra pronta colpire. Uno stato d’assedio esteso da Parigi a New York, dalle chiese cristiane di Bagdad alle cittadelle copte dell’Egitto. Raramente dall’11 settembre s’erano registrati segnali così preoccupanti, così allarmanti e così vasti. E non tanto per l’intensità di un possibile singolo attacco, ma per la molteplicità dei complotti e l’ampiezza dello scenario. 

Per capirlo basta dare un’occhiata ad avvenimenti e minacce delle ultime 24 ore. In Europa il segnale più inquietante è l’arresto sul territorio francese di due sospetti terroristi. La loro detenzione è riconducibile - secondo il ministro degli interni di Parigi - alla scoperta di un sofisticato piano terroristico d’ispirazione islamista. A livello globale il numero due di Al Qaida Ayman al-Zawahiri preannuncia – intanto - nuovi attacchi contro l’America per rappresaglia contro la detenzione negli Usa di Aafia Siddiqui, la scienziata pakistana catturata in Afghanistan e condannata ad 86 anni di carcere per terrorismo. «Non smetteremo di darvi la caccia» dichiara il braccio destro di Bin Laden in un nuovo messaggio interpretato come il tentativo della vecchia dirigenza di Al Qaida di amplificare l’allarme pacchi bomba in partenza dallo Yemen. 

Sull’agitato scenario mediorientale si riacutizza invece la persecuzione anti cristiana. Una persecuzione sviluppata su un unico fronte esteso dal Bagdad fino Al Cairo. Un fronte monopolizzato da un oscuro ultimatum di Al Qaida. I terroristi dopo l’attentato di domenica alla chiesa Assira di Bagdad, costato la vita a 57 persone, minacciano di colpire nuovamente se i copti d’Egitto non lasceranno libere le mogli di due loro sacerdoti convertite all’islam. 

A livello europeo l’arresto di due fratelli sospettati di essere le pedine di un complesso attentato fa temere l’infiltrazione nel Vecchio Continente di cellule pronte a colpire. «Sono stati fermati per associazione criminale di stampo terroristico, le accuse a loro carico sono gravi... li stiamo interrogando», spiega il ministro degli Interni Brice Hortefeux dopo l’arresto dei sospettati, due fratelli, alla periferia di Parigi. Stando al ministro gli arresti per terrorismo sul suolo francese sono già 85 dall’inizio dell’anno, con almeno 27 persone ancora dietro le sbarre. 

Dopo il moltiplicarsi delle minacce di attentati alla Francia e l'individuazione di pacchi bomba indirizzati al presidente Nicolas Sarkozy, l’allarme si è intensificato spingendo le autorità a rafforzare il controllo dei passeggeri sugli aerei diretti in Francia. L’aspetto più drammatico delle dichiarazioni del ministro francese riguarda, però i pacchi bomba bloccati negli Stati Uniti. Secondo Hortefeux - che cita informazioni riservate ottenute dagli investigatori americani - uno dei due plichi destinati a colpire Chicago sarebbe stato disinnescato appena 17 minuti prima dell’esplosione. 

I timori dell’Europa sono poca cosa rispetto alle paure dei cristiani d’Irak e dei copti d’Egitto, diventati i principali bersagli di Al Qaida. All’origine di tutto, a dar retta ad Al Qaida Irak, vi sarebbe la detenzione di Camilia Chehata e Wafa Constantine, due mogli di sacerdoti copti convertitesi all’islam e trattenute in un convento egiziano. La chiesa copta smentisce tutto, ma questo non impedisce ai terroristi di tener in scacco l’intera comunità cristiana mediorientale. 

«Tutti i centri, organizzazioni, istituzioni, dirigenti e fedeli cristiani sono bersagli legittimi per i mujaheddin e possono essere colpiti ovunque», annuncia un comunicato della cellula irachena diffuso dopo lo scadere dell’ultimatum di 48 ore seguito alla strage di domenica nella chiesa di Bagdad. E così mentre i cristiani iracheni si chiudono in casa, le autorità egiziane dichiarano l’allarme rosso moltiplicando le misure di sicurezza. Per Shaba Matoka, arcivescovo siro-cattolico di Bagdad, la strage di domenica e il clima di terrore sono purtroppo solo l’ultimo capitolo di una persecuzione che «sta spingendo i cristiani a lasciare il Paese e a cercare rifugio lontano da questo Paese».




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Annozero, la gogna a luci rosse contro il premier Ghedini riesce a smontare il teorema in diretta tv

di Guido Mattioni




Santoro si rituffa sulle escort per processare Berlusconi. L’avvocato e deputato Pdl lo smaschera: "Dalla Macrì solo bugie: è provato che il premier si trovava all’estero"


«C» come cubista. O «E» come escort. E magari anche «G» come gnocca. Fermiamoci qui, per decenza, senza voler arrivare a decriptare altre iniziali, collocate un po’ più verso il fondo dell’alfabeto, nonchè nelle zone basse della morale corrente. Roba tipo la «P», la «T» o la «Z», alle quali sarebbe esercizio molto facile - da caserma - aggiungere il seguito dell’appellativo. Singolare, femminile.

È stato comunque più o meno questo il pruriginoso abbecedario sfogliato ieri sera da Michele Santoro ad Annozero, apparso subito visibilmente amareggiato per la mancata intervista alla cubista Nadia Macrì, la sedicente frequentatrice di casa Berlusconi. Perché era lì che si doveva arrivare. Ovvero a un’altra lettera, a un’altra iniziale, quella contenuta nel titolo della puntata, ovvero «L’Amore ai tempi di B.». Dove «B» è abbastanza chiaro a chi potesse corrispondere.

Per difendere il premier dalle accuse, perché è ovviamente lì che si voleva andare a parare, sulla video-graticola di Annozero si è seduto ieri sera il suo avvocato, l’onorevole Niccolò Ghedini. Il quale, in considerazione del fatto che la miglior difesa è l’attacco, ha subito smontato in poche parole la millantata visita della ragazza ad Arcore.

«Lei è molto abile - ha premesso Ghedini simulando di voler blandire Santoro - facendo un racconto che dà per scontate cose dette dalla Macrì che però scontate non sono. È la stessa ragazza a smentirsi. Dice di essere andata ad Arcore due giorni prima del terremoto d’Abruzzo. Peccato che in quei giorni, ovvero il 3, il 4 e il 5 aprile del 2009 il presidente del Consiglio fosse a Strasburgo e poi a Praga per impegni istituzionali.

E il presidente Berlusconi ha indubbiamente grandissime doti, ma non ancora il dono dell’ubiquità. Il primo punto è quindi totalmente sconnesso - ha riassunto Ghedini - circa il resto, sono tutte cose che avete dato per scontate, mentre sono tutte da vagliare. Mentre alla possibilità che in casa Berlusconi possano entrare stupefacenti - ha tagliato corto l’avvocato - questo mai e poi mai, con i controlli continui che ci sono. Tutto questo dovrebbe indurre un po’ di prudenza in chi sta parlando».

Lo stesso Antonio Di Pietro, inveendo contro l’avvocato con la solita aggressività boriosa di quando faceva il pm, e questo per il semplice fatto che Ghedini aveva osato contraddirlo, si è trovato costretto suo malgrado ad ammettere che la questione dell’altra vicenda, quella della marocchina Ruby, non è giudiziaria. Può essere anche moralmente riprovevole, ma reato non è.

Non si tratta di un reato, bensì di un delitto politico che sarà soggetto al giudizio della storia», ha nientepopodimeno pontificato di rimbalzo, in vistoso e disagevole debito di prove giudiziarie anche la direttora dell’Unità, Concita De Gregorio, avventurandosi a tessere un ardito parallelo tra la situazione di cui si parlava e una remotissima realtà legata all’ancor più remoto Venezuela.

«Ma ci sarà qualcuno che gli vuole bene, al Cavaliere? «Si è preoccupato invece accademicamente l’ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, adombrando che dietro a questa generazione di ragazze sveglie e spregiudicate ci sia qualcuno, una sorta di «suggeritore». Con tutti i possibili pericoli del caso.


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Il prestigiatore Travaglio smentisce se stesso pur di condannare Silvio

di Gabriele Villa


L’Houdini del giornalismo italiano, al secolo Marco Travaglio, questa volta ha superato persino se stesso. Sul «suo» Fatto Quotidiano, che ieri nelle edicole avrà causato i soliti assembramenti, ci ha regalato due splendidi esercizi, uno di illusionismo e l’altro di straordinaria acrobazia. Che, se fossero stati compiuti faticando un po’ e non solo mettendosi comodo, davanti al pc, avrebbero suscitato, senza dubbio, una certa invidia nel celebre mago ungherese, bravissimo a ribaltare a suo favore situazioni impossibili.
Sotto lo spiritosissimo titoletto «Voi Bruti, noi Liberati» (ma dove la troverà, ogni mattina, tutta questa ironia?

Nel cappuccino o nella farcitura della brioche?) il maestrino dalla penna rossa rivela finalmente, una riga dopo l’altra, il suo sogno inconfessabile: indossare una toga e sostituirsi ai giudici. I giudici, pensate un po’. Quei giudici, intesi come categoria, che lui di solito difende e incensa quando vanno a ficcare il naso nella biancheria intima di Berlusconi, lo spiano dal buco della serratura e fanno intendere, passando qualche carta sottobanco, a lui direttamente o a certi suoi amici, che qualcosa contro il premier si può sempre scrivere o dire. Magari anche in tv, magari anche ad Annozero. Quale è dunque la sorprendente tesi sostenuta da Travaglio-Houdini? «Semplicemente» questa: il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati ha sbagliato ad anticipare, citiamo testualmente, «le conclusioni di un inchiesta in pieno corso, anzi appena iniziata».

L’inchiesta, che secondo Travaglio è in pieno svolgimento ma che per il procuratore di Milano è invece già abbondantemente finita, è quella che riguarda l’oramai famosa Ruby e la telefonata in Questura per il suo affidamento, fatta, a suo tempo, dal presidente del Consiglio. Non c’è niente ne sotto né sopra il tavolo, le carte sono chiare la polizia ha operato correttamente, dice il procuratore di Milano, ergo: non c’è trucco non c’è inganno, ergo bis: chiudiamola e facciamola finita con le illazioni. Ma attenzione, perché è qui che arriva il gioco di prestigio del maestrino dalla penna rossa. Se al posto del signor B, come ama chiamarlo Travaglio, ci mettete il signor F, cioè Fini, le conclusioni cui giunge Bruti Liberati sembrano la fotocopia delle conclusioni scritte e riscritte, con dovizia di aggettivi e avverbi, dallo stesso Travaglio, giusto fino a ieri a proposito della vicenda della casetta a Montecarlo «affidata» dal presidente della Camera al cognatino Tulliani.

Ma come? Travaglio che rinnega Travaglio? Vanno bene le anticipazioni delle Procure quando dicono che il presidente della Camera non ha fatto niente di male e si va verso l’archiviazione dell’inchiesta sull’appartamentino (anche se Fini era indagato, come abbiamo appreso ma solo, per delicatezza, a fine inchiesta) e non vanno invece bene adesso quelle che riguardano Berlusconi, considerato oltretutto che il premier non è nemmeno indagato? Alla faccia della coerenza. Ma il mago di Torino sa fare anche di meglio nel passaggio successivo di questa sua terribile reprimenda al procuratore Bruti Liberati: «...come se la catena di menzogne e abusi di potere emersi in questa storia e candidamente ammessi dai protagonisti fosse acqua fresca solo perché non è (ammesso e non concesso che non sia) un reato.

Il comunicato del procuratore sembra fatto apposta per venire incontro alla curiosa linea adottata dal capo dello Stato, così loquace quando c’è da raccomandare prudenza ai magistrati e così silente quando i fatti segnalano, diciamo così, qualche impudenza del premier...». Possibile che non ci sia reato? Guardate che si tratta di Berlusconi, quindi il reato ci deve essere per forza, guardate meglio, aspettate a tranquillizzare gli italiani, invoca, disperato, l’illusionista da scrivania.
Persino il capo dello Stato non gli va bene, giusto perché non strimpella ai quattro venti qualcosa contro il premier. E, in un crescendo straordinario che offre la misura della sua vena apodittica, Mister giornalismo tira la sua conclusione, riferendosi ovviamente alla conclusione di Bruti Liberati: «Che cos’è, una nuova forma di rito abbreviato? E vale per tutti o solo per qualcuno?». Come dire, se interpretiamo bene, caro Travaglio-Houdini, che con qualche piroetta, rovesciando la prospettiva e sostituendo personaggi e interpreti, si può sempre arrivare dove si vuole. E dove può arrivare un segugio come lei se non a casa Berlusconi, anche se Berlusconi stavolta non è in casa.



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Scaricata» la segretaria di Bersani

di Redazione


La Regione Emilia-Romagna ci mette una riga sopra: cancella un ufficio distaccato a Roma e così la segretaria storica di Pier Luigi Bersani esce definitivamente di scena. E soprattutto dalle tasche dei contribuenti emiliani. La signora Zoia Veronesi infatti era titolare dell’ufficio per il «Raccordo con le istituzioni centrali e con il parlamento» che la Regione le aveva affidato nel 2008 e che aveva provvidenzialmente sede proprio là dove si trova il segretario Pd. Peccato, però, che la busta paga venisse emessa da Bologna. Questa serie di ragioni, in marzo, avevano fatto approdare la vicenda in procura. Un esposto del Pdl insinuava che il posto fosse stato creato ad hoc per permettere alla segretaria di Bersani di stargli accanto ma continuando a gravare sui costi della Regione. Ebbene, dal 6 settembre l’ufficio è stato definitivamente chiuso.

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Ad Arcore le ragazze scattavano foto e dicevano: un giorno saranno utili»

Corriere della sera


Nell'agosto scorso c'è stato un tentativo di forzare la porta e un armadio dell'ufficio del capo dei gip


Testimonianza La versione della marocchina. La Procura: non abbiamo immagini


Ruby
Ruby
MILANO -
Perché la Roma politica ha così paura che nell'inchiesta milanese sul favoreggiamento della prostituzione dietro le feste di Arcore esistano fotografie o filmati, se anche ieri il procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati ha ribadito che agli atti non ve ne sono? E quante sono le giovani donne che possono imbarazzare o mettere nei guai il presidente del Consiglio con immagini e video? E quanto sono permeabili i controlli di sicurezza alle residenze del premier? Sono gli interrogativi suggeriti da un passaggio delle deposizioni rese come testimone al procuratore aggiunto Pietro Forno e al pm Antonio Sangermano dalla 17enne marocchina accompagnata il 27 maggio in Questura dopo essere scappata dalla comunità per minorenni nella quale era stata collocata dal Tribunale dei Minorenni di Messina, aver trovato asilo a Milano nella cerchia dell'impresario tv Lele Mora, ed essere stata fermata per un sospetto furto di 3 mila euro.


Gli autoscatti
È infatti proprio la ragazza nordafricana, che dice di non aver avuto incontri sessuali a pagamento con il premier ma afferma di aver assistito ad ardite performance sessuali nelle occasioni in cui fu ospite di feste a casa Berlusconi ad Arcore, a fare presente nei suoi verbali che alcune altre ragazze, partecipanti con lei a quelle occasioni mondane nel 2010, avrebbero praticato la tendenza all'autoscatto già inaugurata a Palazzo Grazioli (ad onta dei dispositivi di sicurezza del premier) da Patrizia D'Addario, Barbara Montereale e Lucia Rossini la notte dell'elezione di Obama nel 2008.

Ora la ragazza marocchina, che solo da pochi giorni ha compiuto 18 anni e i cui interrogatori sono al vaglio dei pm che ne soppesano sia talune conferme sia molte incongruenze, giura di non aver effettuato né conservato foto o filmati: ma racconta che alle feste a casa di Berlusconi circolavano ragazze che invece fotografavano, eccome. Anzi, quel che più conta, se si presta credito al racconto della giovane, è che a suo dire le altre scattavano foto o giravano video con i telefoni cellulari avendo già in mente un utilizzo futuro di quelle immagini (non è chiaro se ritraenti solo gli interni di Arcore o anche eventuali scene hard) nel caso in cui - dicevano - non avessero ottenuto ciò che si proponevano di ricavare da queste feste. Se ciò fosse vero, suonerebbe cupi rintocchi per l'entourage del premier, esposto alla circolazione (se non commercializzazione) di numerose immagini in mano ad ancor più numerose ragazze.

Allarme-scasso a metà.
Rassicurante non è stato anche un episodio accaduto in agosto nell'Ufficio dei gip di Milano: un fatto vero, ma che, in un primo tempo collegato ad un altro evento apparso sospetto nello stesso ufficio giudiziario prima che fosse ridimensionato, ieri a scoppio ritardato ha destato un allarme che al momento non pare invece poter essere giustificato in rapporto all'indagine sulle feste di Arcore. Il primo fatto, vero e a tutt'oggi non chiarito, è che un giorno d'agosto il presidente dei giudici delle indagini preliminari milanesi Gabriella Manfrin (quelli che nella fase iniziale delle indagini valutano le richieste dei pm di prorogare le intercettazioni) dopo colazione fece fatica ad aprire la porta della propria stanza, apparsa fuori asse, e si accorse che qualcuno aveva cercato in maniera rudimentale di aprire anche un armadio della vicina stanza della segreteria. Nell'armadio di questa segreteria c'erano solo libri e circolari del Csm, nella stanza del capo dei gip non c'era alcun atto dell'inchiesta sulle feste di Arcore; del resto, l'ultimo posto dove si può trovare qualche incartamento di indagine è proprio la stanza del capo dei gip, peraltro abitualmente aperta dai lavoratori precari delle cooperative di pulizia che ogni sera girano per il Tribunale armati di un mazzo di chiavi di tutti gli uffici.

Il secondo fatto è che, sempre in agosto, un giorno la cancelliera del giudice Cristina Di Censo, gip dell'inchiesta sulle dichiarazioni della minorenne marocchina, trovò a terra un faldone di atti (non di questa indagine): l'iniziale preoccupante pensiero di un duplice assalto ai segreti dell'indagine sulle feste di Arcore, svelato ieri dall'Espresso, si ridimensionò però dopo che i dirigenti dell'ufficio rilevarono che il faldone stava sulla mensola di un armadio in posizione instabile dalla quale poteva essere caduto da solo. Peraltro, il giudice era in ferie, dunque non attivo sull'indagine, e comunque il lavoro di un gip nella fase di proroga delle intercettazioni si esaurisce quasi sempre nella giornata stessa della richiesta da parte del pm: con la conseguenza che le carte dei pm (quarto piano) salgono ai gip (settimo piano) per ridiscendere subito dopo la decisione del giudice, senza dunque che in questa fase sia pensabile trovare chissà quali carte giacenti nella stanza del gip. Gli atti non sono stati trasmessi alla Procura di Brescia, che sarebbe competente per ipotesi di reato ai danni di magistrati milanesi.


Luigi Ferrarella
Giuseppe Guastella


05 novembre 2010

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