domenica 31 ottobre 2010

Salerno, il dramma dei carabinieri suicidi Due morti a distanza di qualche ora

Il Mattino


di Antonio Manzo

SALERNO (31 ottobre) - Dolore e strazio. O meglio, doppio dolore. Due tragedie con due suicidi di carabinieri nella stessa giornata. Due carabinieri, uno in servizio al comando provinciale di Salerno e l’altro, originario di Scafati ma in servizio a Messina, si sono tolti la vita perchè da tempo inseguiti dall’ombra minacciosa della morte, perseguitati in vita da due drammi in vita.

Per Valerio Iannucci, cinquantacinque anni, brigadiere e per Angelo D’Auria, trent’anni, la giornata di ieri è iniziata come l’ultima avventura di una vita senza più speranza. Il primo si è sparato un colpo di pistola in una stanza dell’archivio del comando provinciale di Salerno, l’altro in una stradina di campagna che collega Scafati a Poggiomarino. «Non può piovere per sempre......il sole è dietro quella nuvola........passerà prima di quanto pensi......credici sempre!».

E' questo l'ultimo messaggio che Angelo D'Auria aveva lasciato sulla bacheca del suo profilo facebook, una decina di giorni fa. Era il 21 ottobre scorso. E' stato quello l'ultimo suo pensiero condiviso con il popolo del social network. È la tarda mattinata di ieri. Valerio Iannucci, cinquantacinque anni, e da tempo prezioso addetto all’archivio del comando provinciale di Salerno, lascia la sua abituale stanza di lavoro e imbocca un lungo corridoio che conduce in un altro ufficio dove sono conservate pratiche d’annata. È già lontano dai suoi colleghi, dal suo lavoro e dalla vita. Decide di uccidersi con un colpo di pistola.

Grande dolore tra i suoi colleghi di lavoro che hanno rinvenuto il corpo senza vita. Sembra che Valerio Iannucci fosse tuttora inseguito dallo spettro di una malattia, poi positivamente risolta sei anni fa, che gli avrebbe oscurato il cervello e la ragione al punto tale da impugnare la pistola d’ordinanza e farla finita.

Ma è nella stessa giornata che viene ritrovato a via Lo Porto, dove la campagna di Scafati confina con Poggiomarino, il corpo senza vita di Angelo D’Auria carabiniere in servizio al Racis di Messina. È nella sua auto, che aveva acquistato pochi mesi fa, che il carabiniere ha scelto di togliersi la vita. Anche lui con un solo colpo fatto partire dalla pistola d’ordinanza alla quale, dopo aver inserito il proiettile in canna, aveva tolto il caricatore. Angelo D’Auria lascia la moglie e un bambino di due anni. Da cinque giorni era tornato a Scafati, sua terra d’origine per partecipare al matrimonio di una parente. Ma da mercoledì scorso i suoi familiari non avevano più notizie.

Da quella sera del 27 ottobre scorso non aveva fatto più rientro a casa. Sembra che avesse solo comunicato in due circostanze, via telefonino, con un fratello. Da anni si era stabilito a Messina, suo luogo di lavoro. Ed aveva scelto proprio di trasferire anche la sua famiglia in terra siciliana tanto da acquistare un appartamento.





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Il re dei cervi è stato ucciso»

Corriere della sera


MILANO - L’Imperatore di Exmoor è morto. E questa volta pare per davvero. Dopo la notizia che il magnifico esemplare di cervo rosso era stato abbattuto da un bracconiere a colpi di fucile, in Inghilterra si inseguivano da giorni le teorie cospiratrici che sostenevano che, in realtà, l’animale fosse ancora vivo e si fosse deciso di farlo passare per morto solo per proteggerlo dai cacciatori senza scrupoli. Una tesi che sembrava trovare conferma nel fatto che il corpo dell’Imperatore non fosse stato mai rinvenuto. Ma oggi il Mail on Sunday sembra aver stroncato le speranze pubblicando una serie di foto in esclusiva (abbastanza sgranate, per la verità) che mostrano un magnifico cervo che giace morto nella radura, mentre il bracconiere sembra tagliargli la gola, prima di chiamare un complice al telefono.

SPETTATORI - Le immagini sono state riprese da un fotografo (che ha chiesto l’anonimato al tabloid nel timore di rappresaglie da parte degli uccisori) alle prime luci dell’alba dell’8 ottobre scorso, mentre Johnny Kingdom, massimo esperto dell’Imperatore di Exmoor (e la cui nuova serie di Johnny Kingdom’s Year With The Birds prenderà il via mercoledì prossimo sulla BBC4), guardava attonito la scena: era in quella radura insieme con due «deer watchers» e una coppia del Kent che ha pagato 100 sterline per il «safari»).

E proprio Kingdom ha deciso di parlare al domenicale, per mettere così fine a tutte le mezze verità che giravano da giorni: a suo dire, il cervo ritratto nelle foto poco dopo essere stato ucciso vicino a Tiverton sarebbe proprio il mitico signore di Exmoor. La prima immagine mostra un uomo vestito di giallo (non si capisce se sia il bracconiere o il complice) che si avvicina all’animale caduto, mentre nella seconda lo si vede seduto accanto al cervo, con una delle corna in mano, probabilmente nell’atto di tagliargli la gola (un gesto compiuto per far drenare il sangue e preservare la qualità della carne). L’ultimo scatto ritrae, infine, lo stesso uomo semi-accovacciato per terra che parla al cellulare.

Un cervo della stessa razza dell'Imperatore
Un cervo della stessa razza dell'Imperatore
LA TESTIMONIANZA
- «Non ho dubbi, quel cervo ritratto nelle foto è l’Imperatore – ha spiegato Kingdom – . L’ho filmato e fotografato così tante volte che lo riconoscerei ovunque. Le corna sono enormi e con tante diramazioni. È vero, ci sono altri cervi grandi in giro, ma nessuno di loro è paragonabile all’Exmoor». L’esperto della Bbc ha poi ricostruito gli avvenimenti di quella tragica mattina.

«Verso le 7.20 ho sentito due spari, ma né io né qualcuno del mio gruppo ha visto cervi o cacciatori e così mi sono reso conto che potevamo essere in serio pericolo, perché ci trovavamo sulla traiettoria dei colpi. A quel punto, ho portato in salvo le persone che erano con me e ci siamo diretti verso una piazzola di sosta sulla strada che da Tiverton va a Barnstaple. Lì c’erano anche un furgoncino e un camion parcheggiati. Gli occupanti stavano guardando con i cannocchiali e credo che abbiano visto l’intera scena. Ho visto uno dei cacciatori accanto alla carcassa dell’animale.

Dalle corna posso dire che si trattava di un cervo enorme e in cuor mio ho capito subito che era l’Imperatore. Altrettanto immediatamente ho realizzato che quelli erano dei bracconieri e si sa che questa gente non ama essere vista da nessuno. Così mi sono tolto dalla loro visuale il più velocemente possibile e sono tornato indietro con la macchina prima di incontrare un’auto che viaggiava in senso opposto. Il guidatore, che indossava un cappello da caccia, ha abbassato il finestrino e mi ha salutato con un «ciao Johnny, che ci fai qui?». Non lo avevo mai visto prima, ma credo mi abbia riconosciuto dalla tv. Gli ho risposto che speravo non avesse appena ucciso l’Imperatore e questi ha replicato che non lo avrebbe mai fatto. Poi si è allontanato verso il campo dove giaceva la carcassa dell’animale. Credo che stesse lavorando con i cacciatori».

TEORIE - E la tesi che vuole l’Exmoor abbattuto dai bracconieri piuttosto che da cacciatori con regolare permesso è avallata anche dalla famiglia di Richard Frankpitt, proprietaria della Little Rackenford Farm, che è adiacente al prato dove sarebbe stato ucciso il cervo rosso. «Non riconosco l’uomo delle foto – ha spiegato Richard Frankpitt –, è uno straniero per me». «Abbiamo parlato con i nostri cacciatori abituali – ha raccontato la moglie Norma – e nessuno di loro sa qualcosa di questa storia. Ecco perché è probabile che si tratti dell’opera di un bracconiere, anche perché noi in quei giorni eravamo in vacanza».

Fra le teorie cospiratrici girate negli ultimo giorni una ha riguardato anche il fotografo naturalista Richard Austin, a cui si deve il nome dell’Imperatore, che l’anno scorso aveva ritratto l’animale in una serie di scatti, tenendo però segreto il luogo per la sua sicurezza. Stando ad alcuni critici, la notizia della morte dell’Exmoor sarebbe stata messa in giro da lui per aumentare la vendita delle foto. «Qualcuno dice che è colpa mia se l’Imperatore è stato abbattuto – ha spiegato al settimanale – perché non avrei dovuto fotografarlo.

Ma questo è il mio lavoro, io sono un fotografo naturalista e non faccio le cose per ottenere dei vantaggi per poche foto che vengono usate. Non ho dubbi sul fatto che l’Imperatore sia morto. Fintanto che è rimasto nella foresta è stato al sicuro, perché la caccia lì non è permessa, ma non appena è uscito all’aperto (questa è la stagione degli amori, ndr), è finito nel mirino di qualcuno». Altra voce circolata nell’ultima settimana vorrebbe un ricco uomo d’affari quale mandante dell’uccisione del cervo.

«Non ci sono prove a sostegno di questa tesi – ha continuato ancora Kingdom – e potrebbe pure essere stato un abitante del luogo, qualcuno che sapeva bene che l’Imperatore abitava lì. Di certo, la storia più ridicola che si possa raccontare è che sia ancora vivo perché i locali lo vedevano spesso e da tre settimane, ovvero da quando si dice sia stato abbattuto, non lo hanno più visto». Il maestoso cervo, alto più di due metri e mezzo per quasi 140 kg di peso, potrebbe valere 2.000 sterline come trofeo di caccia, mentre la sua carne si potrebbe vendere per oltre 300 sterline.

Simona Marchetti
31 ottobre 2010



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La Gran Bretagna fa il tifo per Craig, l'uomo che sposerà la Supermamma

Corriere della sera


La sua fidanzata ha già 15 figli dal precedente matrimonio. E un 16esimo è in arrivo...

La stampa inglese lo ha già ribattezzato l'uomo più coraggioso del Regno Unito


Uno scorcio del profilo Facebook di Joanne
Uno scorcio del profilo Facebook di Joanne
MILANO - IlDaily Mail lo definisce l'uomo più coraggioso della Gran Bretagna, per la sua scelta di legarsi ad una donna divorziata e con ben 15 figli a carico. Probabilmente è così. Probabilmente è l'uomo p'iù coraggioso del mondo. Oppure, semplicemente, il più innamorato. Craig Le Sauvage, 34 anni, coordinatore di un centro per il tempo libero, non sembra temere la sfida. E la sua compagna, Joanne Watson, 39 anni, si dice la donna più felice che ci possa essere sulla terra. Tra l'altro, grazie a Craig, diventerà mamma per la 16esima volta: la coppia aspetta infatti un bambino che nascerà tra 16 settimane, anche se il look perfetto della signora non lascia affatto sospettare l'ennesima gravidanza. E del resto già in passato era finita sotto i riflettori dei media britannici per la sua silohuette impeccabile nonostante la sua assidua frequentazione delle sale parto.


AMORE DI RITORNO - I due si conoscono da una quindicina d'anni, essendo stati in passato vicini di casa. Ma la scintilla dell'amore è scoppiata solo nei mesi scorsi, in quella che a detta loro era nata solo come una infatuazione estiva. Era il 28 giugno quando sulla bacheca del profilo Facebook della donna compariva il cuoricino rosso ad indicare un cambiamento nella «situazione sentimentale», una delle voce che gli utenti del social network possono decidere se rendere oppure no pubblica: «Joanne è passata da "single" a "impegnata"». Quando la donna ha aperto il proprio profilo risultava separata da meno di un anno. «Sono la mamma di 15 bambini - spiegava senza nascondere nulla ai possibili interlocutori - e adesso sono forse in cerca di un uomo o di un amico».


«LE SVOLTE DELLA VITA» - Detto, fatto. L'amicizia con Craig si è fatta via via sempre più intensa, fino a diventare una relazione stabile. «E' divertente come a volte la vita subisca delle svolte - ha spiegato, sempre via Facebook, in un messaggio postato lo scorso 10 settembre: sono così innamorata di un uomo di cui sono stata vicina quindici anni fa. Mi fa ridere tanto. E adesso sono alla 13esima settimana di gravidanza del suo bambino». Bambino o bambina. Il suo ultimo post risale a giovedì scorso e tradisce l'attesa per l'esito di un'ecografia: «Non riesco ad aspettare fino a lunedì per conoscere quale sarà il sesso di nostro figlio». La sua storia, insomma, sta diventando una sorta di soap opera nazionale che chiunque, almeno fino ad ora, ha avuto la possibilità di seguire via web. La disponibilità con cui lei, Craig e tutta la banda di Joanne, tra cui spiccano ben nove femmine di varie età che le assomigliano come gocce d'acqua, si sono fatti ritrarre davanti ad un muretto dal fotografo del Mail, lascia però pensare che l'attenzione mediatica non dispiaccia loro più di tanto e che la coppia non si sottrarrà più di tanto all'interesse dei media.


SUPERMUM & SUPERDAD - Joanne del resto potrebbe essere la testimonial perfetta per un gruppo pro-life: «Non mi sento affatto diversa quando sono incinta - spiega al cronista del quotidiano londinese -. Amo davvero la gravidanza, mi dà una forte carica di energia». E non potrebbe essere diversamente, visto che per lei mandare avanti a famiglia significa già ora organizzare qualcosa come 56 cicli di lavatrice ogni settimana, preparare almeno 35 pasti da asporto per quelli che vanno a scuola. I figli hanno età comprese tra i 22 mesi della piccola Indianna, nata quando la donna già aveva interrotto la relazione con l'ex marito John tagliando i ponti con lui al settimo mese di gravidanza, e i 21 anni della primogenita Natasha. Non a caso in molti le hanno attirbuito il soprannome di Supermum, super mamma. Giocoforza, anche Craig dovrà diventare un super papà. E un super nonno: due delle figlie di Joanne, la 21enne Natasha e la 18enne Shanice ( le sole assieme ad un terzo fratello, Braldley, 20 anni, ad avere lasciato la casa ) hanno infatti già un figlio. Lui sembra pronto alla sfida: da «cristiano rinato» crede molto nella provvidenza ma anche nei valori della famiglia e della Chiesa. E per questo ha deciso che si stabilirà a casa di Joanne solo dopo avere formalizzato il matrimonio, la cui data non è ancora stata decisa.


Al. S.
30 ottobre 2010(ultima modifica: 31 ottobre 2010)

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Preti pedofili, sit-in contro il Vaticano

Corriere della sera


Nel corso della manifestazione contestato padre Lombardi. Ma lui minimizza: non è successo nulla


Guarda il video


ROMA - Sono arrivati da tredici Paesi per manifestare, a Roma, contro la pedofilia nella Chiesa. I rappresentanti delle organizzazioni delle vittime di pedofilia, guidati dagli americani di Survivors Voice, hanno dato vita a un sit-in davanti a Castel Sant’Angelo e poi intendono procedere in fila indiana in direzione di San Pietro anche se la loro manifestazione non è autorizzata. Nel corso della manifestazione hanno contestato padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, che si era avvicinato ai manifestanti. Lombardi ha poi detto alle agenzie di stampa di essere passato per esprimere solidarietà e ha precisato che «non c'è stato nessun problema e nessun incidente con i partecipanti alla manifestazione».

DA OGNI PARTE DEL MONDO - Sono venuti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Paesi Bassi e Australia. Presenti anche alcuni italiani, di Verona e Francesco Zanardi, di Savona, in sciopero della fame da 11 giorni contro il vescovo della sua città, monsignor Vittorio Lupi, perché «provveda a denunciare i preti pedofili». Nel sit-in alcuni cartelli con scritto: «Giù le mani dai bambini», «Chiesa senza abusi», «Il Papa protegge i preti pedofili». «E’ venuto il momento di agire pubblicamente – spiegano gli organizzatoriu della manifestazione -. Vogliamo aiutare i ragazzi che ancora possono essere vittime di abusi nel mondo», aggiunge Bernie McDaid, cofondatore di Survivors Voice e lui stesso vittima di abusi da parte di un sacerdote quando era bambino. «Il nostro non è un attacco alla fede o alla religione, chiediamo solo più trasparenza, questa è una questione di condotta morale», ha spiegato Marco Lodo Rizzini, portavoce dell’associazione delle vittime dell’istituto Antonio Provolo, di Verona. E ancora: «Troppi bambini di troppi Paesi sono stati violentati. Oggi siamo qui per portare un messaggio di speranza e per chiedere al mondo di sposare la nostra causa», dice Gary Bergeron cofondatore di Survivors Voice.


«PROTEGGERE I BAMBINI»- In mattinata i fondatori di Survivors Voice avevano incontrato alcuni alunni dell'istituto per sordi veronese Provolo, investito da uno dei principali casi scoppiati in Italia nel campo della pedofilia nella Chiesa. «Quello che è capitato a noi – ha aggiunto Bergeron - potrebbe capitare anche ad altri bambini. Siamo qui per chiedere aiuto al mondo, per chiedere al mondo di sposare la nostra causa». «La nostra presenza qui – ha sottolineato McDaid - è più potente di quanto si possa credere. Dobbiamo dire a tutti di proteggere i bambini. Anche da quello che potrebbe capitare loro navigando su internet».


Paolo Brogi
31 ottobre 2010



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Gragnano, i maestri del "panuozzo": «Siamo alla fame, arrestateci tutti»

Il Mattino



GRAGNANO (31 ottobre) - Viola i sigilli, riapre la pizzeria che è sotto sequestro. Un 38enne artigiano del panuozzo, il tipico pane cotto di Gragnano, ha sfidato la legge: siamo rimasti senza lavoro. E così sono scattate le manette. Ma il suo caso ha fatto risalire la tensione sui Lattari, dove è in atto una vera e propria rivolta del panuozzo: trenta i locali chiusi perché costruiti in zona a rischio e insanabili secondo le norme urbanistiche.

E tutti si sono dichiarati pronti, in nome dell’arte del panuozzo, a seguire l’esempio del collega. Ieri mattina i carabinieri del nucleo operativo della compagnia di castellammare di Stabia hanno notificato a G.D. l’ordinanza di custodia cautelare emessa dai giudici della Procura della Repubblica di Torre Annunziata. Si tratta del titolare di una delle numerose attività ristorative situate nella zona rossa (a forte rischio idrogeologico) di Sigliano e, quindi, lungo la provinciale 366 agerolina.

Il 38enne, incensurato, ha beneficiato degli arresti domiciliari. La notizia ha subito fatto il giro del paese. E in molti adesso si dichiarano pronti a seguire le orme dell’imprenditore arrestato, alzando le saracinesche delle pizzerie fuorilegge, incuranti dei provvedimenti di sequestro notificati da carabinieri e Asl negli ultimi due mesi. «A questo punto ci faremo arrestare tutti – affermano i fautori della protesta -. Non molleremo questa battaglia e, se sarà necessario, resteremo aperti per fame, anche a costo di violare la legge e finire in galera». Il clima a Gragnano resta dunque rovente, con i titolari delle pizzerie chiuse che fanno fronte comune per difendere le loro attività.

Sono circa 200 intanto le persone, tra dipendenti dei ristoranti e indotto, rimaste senza lavoro. Una conseguenza inevitabile dei controlli incrociati di carabinieri e Asl che hanno portato, negli ultimi due mesi, alla chiusura di 20 attività sprovviste di agibilità edilizia. Un dato sicuramente allarmante, che ha spinto i ristoratori in rivolta ad annunciare altre clamorose forme di protesta, come il blocco di via Vittorio Veneto previsto durante la prossima conferenza di servizi in programma giovedì 4 novembre al Comune.

«Abbiamo chiesto al sindaco di fare qualcosa – continuano -, ma non abbiamo avuto alcuna risposta. Innanzitutto aspettiamo l’esito della riperimetrazione della zona rossa ma, in particolare, vogliamo che chi può sanare il proprio abuso sia messo nelle condizioni di farlo quanto prima possibile».

Qualcosa in realtà dovrebbe muoversi la prossima settimana, con la conferenza dei servizi convocata dal sindaco Annarita Patriarca. Sul tavolo ci sarà la discussione del nuovo studio morfologico che punta alla riperimetrazione del vincolo paesaggistico. Ma, soprattutto, si valuterà la modifica dell’articolo 32 bis del regolamento comunale edilizio, al fine di dare il via libera al cambio di destinazione d’uso dei locali. In poche parole, i ristoratori in possesso di certificato di abitabilità e in grado di provare la sanabilità dell’abuso edilizio, potrebbero beneficiare di questo provvedimento.

L’obiettivo è trasformare la destinazione d’uso degli edifici che, da abitativi, diventerebbero commerciali. Ma non sono queste le uniche soluzioni possibili. Tra le ipotesi al vaglio di politici e funzionari comunali c’è anche la delocalizzazione delle pizzerie, così come suggerito in settimana dallo storico gragnanese Giuseppe Di Massa, in aree non a rischio idrogeologico. Intanto, i controlli delle forze dell’ordine non si fermano. La situazione resta critica e il numero dei locali da chiudere sembra ancora destinato a crescere.

Secondo un’ultima indagine effettuata negli uffici del Comune infatti, sarebbero almeno altre 10 le pizzerie e panozzerie a rischio sul territorio comunale. Si tratta di edifici situati indistintamente al centro e nelle periferie di Gragnano che nei prossimi giorni verranno passati al setaccio.

Francesco Fusco





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Casalesi, ecco il bunker wi-fi dei latitanti Era il covo per la «Primula rossa» Iovine

Il Mattino



CASERTA (31 ottobre) - I lavori erano quasi terminati. E l’ingresso del covo era occultato da 15 balle di fieno. Ma una volta entrati, gli agenti della Mobile di Caserta hanno trovato un bunker appena rifinito con mattonelle chiare per dare luminosità a un luogo senza luce.

Il bunker serviva per ospitare latitanti del clan dei Casalesi in fuga da tempo, e probabilmente è stato preparato soprattutto per Antonio Iovine, la Primula rossa del clan. In un locale di Nicola Apicella, di 53 anni, fratello del noto Pasquale condannato a trent’anni di carcere nel maxiprocesso Spartacus I, il covo ha svelato vari comfort e la connessione internet già predisposta.





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L’antisemitismo fascista? Era nelle coscienze degli italiani

di Giordano Bruno Guerri



Nel suo nuovo saggio - Il fascismo e la razza. La scienza italiana a le politiche razziali del regime (il Mulino, pagg. 444, euro 29) – Giorgio Israel dà la mazzata finale alle residue speranze che gli italiani, nel 1938 e negli anni successivi, non siano stati razzisti. A lungo, e tuttora, si è tentato di spiegare quel razzismo «come una manifestazione dell’odio di classe (...) un “fenomeno secondario” che aveva poco a che vedere con quello nazista, perché il fascismo discriminava, non perseguitava». Prova ne sia, prosegue Israel, che dopo la guerra molti degli «autori dei misfatti razziali e quanti si erano compromessi furono assolti con grande generosità. Furono loro restituite le posizioni di potere di cui avevano goduto negli anni del fascismo». E non solo dal potere democristiano.

È vero, non abbiamo avuto Auschtwitz, ma «essere cacciati dal posto di lavoro per motivi di razza» non era un gioco di società, come sottolinea Israel. Il quale fornisce una documentazione minuziosa e radicale di come in tutte le attività del regime e del Regno d’Italia, scienziati, burocrati e impiegati, commercianti e militari, gerarchi e intellettuali abbiano applicato – in maggioranza e con tranquilla coscienza - leggi che oggi appaiono inaccettabili.

Un esempio che mi ha colpito direttamente è quello di Giuseppe Bottai, personaggio che studio da quarant’anni. La prima edizione del mio libro, del 1976, si intitolava Giuseppe Bottai, un fascista critico, perché in quell’epoca un fascista intelligente, fattivo e onesto non poteva che essere «critico»; la seconda, del 1996, si chiamò Giuseppe Bottai, fascista, a testimoniare che un simile, positivo personaggio, poteva anche essere fascista; la terza, che sta per uscire, si chiamerà semplicemente Giuseppe Bottai, perché il gerarca e intellettuale si è ormai conquistato un posto nella storia d’Italia ben al di là del suo essere fascista.

Insisto su Bottai perché il libro di Israel lo sottopone a una disamina spietata, sottolineandone ogni mossa, come ministro dell’Educazione nazionale, per epurare quanto di ebraico ci fosse nella scuola, nell’università e nella cultura italiana. L’eccellente, ineccepibile lavoro di Israel ha finito per confortare la mia idea sul comportamento di Bottai e degli italiani durante le leggi razziali fasciste. Soprattutto sui motivi profondi – quasi ancestrali - di quel comportamento. Quanto al gerarca fascista sarebbe ancora facile dimostrare quanto l’antisemitismo fosse culturalmente lontano dalla concezione di vita di Bottai: e che la sua visione del mondo non si sposava affatto con le azioni intraprese per quella battaglia. Sarebbe anche facile evidenziare quanto la sua rivista Critica fascista ospitasse le più canzonatorie ironie verso chi auspicava già dalla metà degli anni Trenta l’istituzione di un razzismo italiano. Ma ciò non basta, né è utile una specie di inchiesta difensiva.

Può essere un attenuante il fatto che lo zelo dimostrato contro gli ebrei dal ministero fosse paradossalmente motivato, anzitutto, dall’efficientismo di Bottai? Varate in estate, le leggi razziali dovevano essere applicate subito per avviare un anno scolastico in regola con le nuove norme. Di certo, la stragrande maggioranza degli intellettuali italiani si allineò alla politica razziale con una solerzia che sfiorò la più ottusa e adulatoria abnegazione; che fu proprio la classe culturale la più pronta a aderirvi con un’acquiescenza che si valeva di appigli ideologici, ancorché variegati e fumosi.

Lo stesso Israel dimostra che gran parte del mondo scientifico – dall’eugenetica all’antropologia alla demografia – contribuì in modo attivo alla politica razziale, con impegno di studi, teorie e iniziative. Il problema, insomma, investe tutta l’intellettualità e la storia italiana. Inoltre, l’antisemitismo in salsa italiana finiva per contagiare proprio quegli ambienti, ammalati di antiborghesismo a tutti i costi, che attribuivano all’ebreo - più che tare biologiche - le tendenze più spregevoli del conservatorismo sociale e dell’egoistica, parassitaria difesa di ricchezze e privilegi atavici.

È comunque attribuibile a Bottai la responsabilità di provvedimenti, alcune volte accettati pedissequamente dall’alto altre sollecitati in prima persona. Basti pensare al censimento da lui disposto nel secondo semestre del 1938, per accertare la razza dei membri che popolavano accademie e istituti di cultura. Iniziativa, tanto per cambiare, accolta per lo più con zelante spirito di collaborazione, se è vero che a dissociarsene pubblicamente fu il solo Benedetto Croce. Di questo e di altro, Bottai – a cose fatte – ebbe piena percezione. Lo dice la sua stessa esperienza biografica: quella di un uomo che sentì il bisogno di emendarsi delle sue responsabilità, non mistificandole ma affrontando il doloroso confronto con la sua coscienza. Gli anni della Legione Straniera, dal ’44 al ’48, si spiegano proprio con questo onesto desiderio di un duro lavacro di se stesso.

Quanto a una storia più generale, è sbagliato credere, come accade spesso, che il regime fascista abbia emanato le leggi razziali per un passivo scimmiottamento della Germania. Certo, l’esempio tedesco servi da stimolo, ma Mussolini aveva – fin dalla nascita del regime – obiettivi precisi, ben prima che anche Hitler conquistasse il potere. Il principale era la trasformazione degli italiani: ovvero farne un popolo guerriero, con un alto senso dello Stato e della collettività, orgoglioso e fiero di sé e del proprio Paese. In questo quadro si inserisce anche la lotta alla borghesia che – se aveva portato il duce al potere – non si dimostrava abbastanza sensibile verso la figura di quell’«italiano nuovo», duro, combattente, che si voleva formare. Proprio nel 1938, lo stesso anno delle leggi razziali, Mussolini comunicò al Consiglio Nazionale del partito di avere «individuato un nemico del nostro regime.

Questo nemico ha nome borghesia». In seguito avrebbe dato questa definizione: «Il borghese è quella persona che sta bene ed è vile». Le leggi razziali, più a che perseguitare l’esigua minoranza ebraica, miravano a formare negli italiani uno spirito da razza guerriera, dominante e inflessibile. I giovani furono affascinati soprattutto dalla visione di una nuova cultura in funzione antiborghese che sarebbe nata dal concetto di razza: solo dei “puri” e dei “forti”, infatti potevano permettersi di sentirsi razzialmente superiori. Non furono pochi gli italiani a esercitarsi nell’ignobile arte della denuncia di ebrei; né è consolatorio che lo facessero più per motivi di invidia sociale o di concorrenza commerciale che per vero razzismo.

Va da sé che tutto ciò non allevia, casomai rende più grave, l’applicazione delle leggi. Né consola che la Chiesa di allora, a differenza di quella di oggi, continuasse a ritenere l’intero popolo ebraico «deicida». Un elemento che contribuì alla passività della legislazione razziale fu l’atteggiamento del Vaticano. A partire dal ’38 molte testate razziste riproposero integralmente vecchi e recenti articoli antisemiti della Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, e Roberto Farinacci poté dire, in un discorso: «Se, come cattolici, siamo divenuti antisemiti, lo dobbiamo agli insegnamenti che ci furono dati dalla Chiesa durante venti secoli (...) Noi non possiamo nel giro di poche settimane rinunciare a quella coscienza antisemita che la Chiesa ci ha formato lungo i millenni».

Erano stati i papi, secoli prima a costringere le comunità ebraiche nei ghetti, e obbligarle a portare segni infamanti, a limitare la loro possibilità di guadagno a lavori che avrebbero suscitato disprezzo verso di loro, come il prestito a usura o la raccolta di stracci. Per secoli i papi avevano mantenuto un rito consistente nel dare un pubblico calcio (neanche tanto simbolico) a un rappresentante della comunità ebraica. E solo molti anni dopo le leggi razziali, e il fascismo, è stata eliminata dal messale l’espressione «perfidi giudei».
La Chiesa si oppose alla politica antiebraica esclusivamente quando ledeva il suo ambito di azione, ovvero quando impedì il matrimonio – cristiano – fra un cattolico e un ebreo. Difese, cioè, i proprio diritti, non quelli dell’essere umano, e tanto meno quelli degli ebrei.
Conclusione: un razzismo di fondo era sedimentato nella coscienza del popolo italiano.

www.giordanobrunoguerri.it



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Da 24 ore Fini tradisce la parola data agli italiani Montecarlo, ancora dubbi: dieci domande ai pm

di Salvatore Tramontano

Tuona contro gli indagati in politica ma lui, indagato pe rtruffa, non lascia. Aveva detto: mi dimetto se il proprietario della casa a Montecarlo è Giancarlo Tulliani. Invece resta la suo posto. La lettura degli atti non chiarisce le perplessità: altre dieci domande ai pm



 

L’abuso e la menzogna:met­tete queste due colpe sulla bi­lancia. Da una parte c’è un premier che telefona in que­stu­ra per aiutare una ragazzi­na sbandata, che nella vita si arrangia come può. Non è un ordine. Non è un diktat che arriva dall’alto. È solo un modo per non rispedir­la in comunità, da dove è già scappata più vol­te. È un abuso di potere che offre un’altra possibilità a chi ha una vita già molto complica­ta. L’altra è la menzogna di un uomo che ha fatto in fretta a iscriversi al partito dei giusti. Uno che fa il moralista di pro­fessione ma non trova scan­daloso dare le chiavi di casa al cognato, una casa che il suo partito ha ricevuto in ere­dità da una vecchia signora che sperava così di sostenere la sua causa e i suoi ide­ali. Fini, dicono ora i pm, ha truffato solo se stesso. E per questo hanno chiesto di archiviare tutto. Sarà il gip a decidere. Ma Gianfranco resta ancora indagato. Un presidente della Camera indagato. È stato furbo: ha blandito i giudici, si è iscritto al loro partito e in cambio ha otte­nuto quel segreto istruttorio che a gente come Berlusconi non spetta mai. Tutto l’affare Montecarlo è rimasto sotto co­perta, per lunghi mesi il procedimento era solo per ignoti. Il Fini indagato era un fantasma, una spruzzatina di bian­chetto. E così lui, i Bocchino, i Granata potevano alzare la testa e dire: chi è inda­gato deve stare fuori dalla politica. La ve­rità su Fini, su Fini indagato, si è svelata quando ormai non faceva più male. Ma questo non fa del cognato di Tulliani un uomo d’onore.

Chi salverà Fini dalle sue menzogne? Perché Fini ha mentito a se stesso, al suo passato, alla sua storia, ai suoi compa­gni di partito, a tutti quelli che hanno cre­duto in lui, sostenendolo e finanziando­lo. Ha rinnegato i suoi ideali. Ha conti­nuato a mentire anche quando i suoi elettori chiedevano: ma perché quel si­gnorino di Tulliani sta lì a Montecarlo? Come c’èfinito in quella casa che appar­teneva ad An? Nulla. Il presidente della Camera non ha mai dato una risposta convincente. Prima ha alzato le spalle sprezzante. Poi ha messo giù su un fo­glio di carta otto scuse. Quindi come Bin Laden ha lanciato via web un messaggio urbi et orbi. Il concetto era più o meno questo: se la casa è veramente di mio co­gn­ato mi dimetto da presidente della Ca­mera. Bene, le carte dei pm dicono che la firma del locatore e del locatario è la stessa. Tulliani in pratica fa due parti in commedia. Fini da ieri lo sa ufficialmen­te. Ma non si è dimesso. Fini a mollare la poltrona non ci pensa assolutamente. La verità è che la sua bugia non interessa a quelli che contano. I giornali dei giusti non ne parlano più: Fini deve restare al di sopra di ogni sospetto. Non importa che abbia preso in giro gli italiani.

Tirare in ballo Montecarlo è qualcosa di scon­veniente, è dossieraggio, è porcheria. Tutte queste accuse hanno un solo sco­po: coprire una menzogna, non sporca­re la faccia del neo antiCav. La differenza è che Fini non è come il Cavaliere. Non è Berlusconi da sbattere sempre in prima pagina.Non è da tre lu­stri sempre l’uomo da battere. Berlusco­ni è colpevole anche per uno starnuto. Fini è il nuovo anti Berlusconi che va pro­­tetto e tutelato in ogni modo. È per que­sto che l’abuso di Berlusconi non varrà mai la menzogna di Fini. Questa è la giu­stizia dei due pesi e delle due misure.





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Ecco la libertà di censura della sinistra: adesso il Pd vuole chiudere il Giornale

di Alessandro Sallusti


Il "democratico" partito di Bersani chiede al Garante di infliggerci pesanti sanzioni. La nostra colpa? Non attacchiamo Berlusconi e critichiamo la sinistra e l'ex leader di Alleanza Nazionale. L'esposto presentato da Gentiloni chiede drastici provvedimenti perché nei titoli citiamo il premier come "Silvio"



 

Milano - Il Pd ha scoperto, dopo una seria e approfondita indagine, che questo gior­nale simpatizza per Silvio Berlusconi e sostiene la sua azione di governo. La pro­va? A volte, nei titoli, «lo cita in modo confidenziale col nome di battesimo». Cioè scriviamo Silvio invece che Berlu­sconi. La cosa è grave al punto che i verti­ci del partito hanno deciso di inoltrare un esposto al Garante delle comunica­zioni, chiedendo di aprire un'indagine e adottare le sanzioni conseguenti, non esclusa la chiusura della testata. Il docu­mento, quattro cartelle su carta intesta­ta del Pd, è firmato da un vero democrati­co, l'ex ministro e attuale responsabile dell'informazione, Paolo Gentiloni Sil­veri, già cofondatore negli anni Settanta del Pdup (Partito di unità proletaria), na­to da una scissione del Pci ritenuto all' epoca poco comunista. Gentiloni non è certo l'unico a essere passato dalle barricate di piazza contro il potere borghese ai lauti stipendi dei governi borghesi.
La sua rivoluzione l'ha baratta­ta con i­quindicimila euro net­ti al mese dello stipendio di de­putato, il doppio cognome l'ha tenuto come vezzo, così come ha diretto una rivista ecologica di sinistra ( La nuo­va ecologia ) ovviamente paga­ta con i contributi pubblici. In sostanza, da buon comunista, non ha quasi mai guadagnato un soldo che venisse dal mer­cato ma si è fatto sempre man­tenere dai contribuenti. Per Gentiloni il fatto che un giornale scriva bene di Berlu­sconi e male della sinistra è inammissibile: «A giudizio del­lo scrivente- si legge nell'espo­sto - la condotta ascrivibile al­la direzione del quotidiano Il Giornale configura in tutta evi­d­enza una fattispecie di soste­gno privilegiato al presidente del Consiglio... il quotidiano ha giocato un ruolo di soste­gno sistematico alle posizioni del premier ma di attacco con­tinuato alle posizioni dei sog­getti politici considerati quali suoi avversari... per tutto que­sto si chiede a codesta autorità di aprire una istruttoria...». Ci avesse telefonato, gli avremmo chiarito direttamen­te il suo sospetto. È vero, soste­niamo, quasi unici nel panora­ma della stampa italiana, Sil­vio Berlusconi e il suo gover­no. Sì, critichiamo anche aspramente la politica di Ber­sani, di Di Pietro e di chi me­glio crediamo. Il perché è sem­plice: ci piace così, siamo libe­ri, crediamo in quello che fac­ciamo, non vogliamo vivere in un Paese dove un Gentiloni qualsiasi, alla pari di qualche pm in malafede e in cerca di gloria, possa tappare la bocca a giornali e giornalisti. Gentiloni Silveri, a nome di Bersani, pensa, e scrive, che noi sosteniamo Berlusconi perché pagati dalla famiglia Berlusconi. Non lo sfiora nep­pure il contrario, per lui non è ammissibile che un gruppo di persone la pensi come Berlu­scon­i e quindi lavori spontane­amente e volentieri negli unici mezzi di informazione dove è possibile sostenere le proprie tesi.
Avanti di questo passo il Pd chiederà l'interdizione dal voto per i tredici milioni di ita­liani che alle ultime elezioni hanno messo la croce sul sim­bolo del Pdl. Per i tre milioni di disgraziati corrotti e prezzola­ti che alle recenti europee han­no osato addirittura scrivere sulla scheda il nome di Silvio Berlusconi come candidato preferito, Bersani farà un espo­sto in tribunale (i pm amici non gli mancano) per chieder­ne l'arresto. La sinistra sogna un mondo dove non si possa parlare be­ne di Berlusconi, male di loro, di Fini, di Di Pietro. In compen­so l'inverso deve essere un di­r­itto garantito dalla Costituzio­ne. Il concetto è simile a quel­lo degli integralisti islamici che ogni tanto ci allietano con aerei e pacchi bomba nelle no­stre città: noi esigiamo mo­schee e diritti in Occidente, voi cristiani se vi becchiamo a pregare Dio dalle nostre parti vi condanniamo direttamen­te a morte. Ma senza scomodare Bin La­den basta fermarsi a Romano Prodi. Sette giorni dopo esse­re stato eletto premier, licen­ziò sui due piedi il direttore del Tg1, Clemente Mimun, per fare posto all'amico Gian­ni Riotta e ai suoi editoriali filo governativi. Gentiloni, allora ministro delle Comunicazio­ni, nulla ebbe da obiettare. An­zi, sembrava pure contento, sia della scelta che degli edito­riali. Oggi invece l'ex ministro grida allo scandalo perché su quella poltrona c'è seduto Au­gusto Minzolini, al quale il Pd vuole negare anche la possibi­lità di dire la sua. Il Garante delle comunica­zioni, per quanto ne sappia­mo, non è intenzionato a pro­cedere sull'esposto targato Pd. Anche lui sarà di parte. Op­pure ha capito che è vero che Silvio Berlusconi ha un enor­me conflitto di interessi, ma nel senso che ha gli stessi inte­ressi del 35 per cento degli ita­liani. Si chiama democrazia e lei, caro Gentiloni Silveri, non può farci nulla. Si rassegni e cerchi almeno di essere un po' meno ridicolo.




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Corridoi vuoti

La Stampa


YOANI SANCHEZ

Dieci della mattina. Lungo quei corridoi, dove una settimana fa la gente si accalcava e conversava in orario lavorativo, oggi non passa un’anima. Che cosa è successo nei 17 piani del Ministero dell’Agricoltura? Perché nessuno passa fuori dagli uffici? La risposta è semplice: molti temono di essere inseriti nell’elenco dei prossimi licenziamenti, per questo evitano di farsi vedere fuori dal posto di lavoro e di far capire che sono persone sostituibili. Se prima gironzolavano da un lato all’altro con le braccia incrociate, la strategia del momento è quella di sembrare occupati, anche se per realizzare la finzione devono trattenersi dietro la scrivania per otto ore.

Non sto esagerando. Me l’ha raccontato un’amica che lavora in un ufficio statale dove l’eccesso di personale è un male cronico. Mi spiega che neppure dove servono da bere si vede la lunga coda d’una volta, ma neanche questo potrà salvarli dalla disoccupazione. Il datore di lavoro ha reso noto che resteranno solo gli indispensabili e già ad alcuni è stato notificato il licenziamento. La mia amica abbassa gli occhi e sorride. “Di sicuro non metteranno per strada il direttore, né il segretario di sezione del Partito Comunista e meno che mai la donna che dirige il sindacato”, conclude con sarcasmo.

Mi sorprende il mix di sdegno e timore con cui i cubani hanno accolto la drastica riduzione di personale che si sta già attuando. Da un lato, nessuno vuol perdere il proprio posto di lavoro, ma dall’altro si pensa che la disoccupazione non può essere peggiore che lavorare per lo Stato. Quando suggerisco alla mia amica di prendere una licenza come lavoratrice privata per foderare bottoni o costruire attaccapanni, salta in piedi e nega con vigore. “Se ci sarà il mio nome nel prossimo elenco – afferma – farò uno scandalo che si sentirà nell’ufficio del ministro e in tutti i corridoi”. Ma non le credo, come molti altri preferisce nascondersi piuttosto che reclamare.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Da figlio di NN vi dico: legge benedetta

di Giordano Bruno Guerri



Giordano Bruno Guerri racconta la propria esperienza personale: "Mio padre aveva già un matrimonio e per lo Stato non poteva avere altri bimbi. Che umiliazione ogni volta che sulle pagelle leggevo: "Nessun padre". Lui c'era ma non poteva esistere. L'equiparazione dei diritti dei figli nati fuori dalle nozze è un risarcimento anche per me. I discendenti naturali avranno anche gli stessi doveri



 

Quella prima pagella, alle elementari, non la scorderò mai. Non perché i voti fossero tanto brutti o tanto belli, ma perché in prima pagina, in calligrafia arzigogolata, c'era scritto: «Giordano Bruno Guerri, figlio di Gina Guerri e di N.N.»: cioè di nessuno. Figlio di padre ignoto. Invece io il babbo ce l'avevo, eccome, e tornava a casa tutte le sere, e mi copriva di coccole e mi voleva bene. Solo che in quegli anni - parlo dei metà Cinquanta - il diritto di famiglia era crudelissimo, spietato.
Mio padre aveva avuto un matrimonio, di divorzio neanche a parlarne, ed esisteva una tremenda legge sul concubinaggio per cui se avesse riconosciuto un figlio convivente e nato fuori dal matrimonio sarebbe finito in galera, come un delinquente qualsiasi. Ora, a mezzo secolo di distanza, non farò del colore lacrimoso sulla mia umiliazione e i miei tormenti di bambino, su come la faccenda dell'N.N. si riseppe subito in classe, su come la crudeltà degli altri bambini infierisse e su come per anni - anni, tutta la mia infanzia - io abbia aspettato le pagelle come uno schiaffo pubblico dal quale non mi potevo difendere. Neppure il mio forte, grande babbo, mi poteva difendere, perché lui non esisteva, era N.N., nessuno.
È orribile pensare a quale ferocie possano arrivare uno Stato, una società, nell'intento di difendere la moralità pubblica, il perbenismo, la famiglia-base-del-consorzio-civile: infierire su un bambino - facendolo sentire diverso e in una condizione di minorità - per quanto in famiglia gli si spieghi che non è vero, che gli si vuole bene lo stesso. Finché un bel giorno, troppi anni dopo, quello stesso Stato si accorge che si tratta di una legge sbagliata, iniqua: nel doppio significato di non equa e di infame. E la cambia. Mio padre mi potette riconoscere, dopo qualche anno, ma continuai a non poter portare il suo cognome.
Per fortuna gli Stati hanno tali e tante leggi, che insieme a quelle stravaganti e inique, ce ne sono altre che permettono di riparare in qualche modo il torto subito dal cittadino. Accadde che venne approvato il divorzio, quando io avevo poco più di vent'anni. Mio padre avrebbe potuto finalmente divorziare e darmi il suo cognome, però preferì non farlo: una buona legge dello Stato stabiliva che i «figli unici di madre nubile» erano esentati dal servizio militare. Io stavo studiando, e anche se non avessi studiato non avevo nessuna voglia di prestare servizio armato in difesa di chi mi aveva definito figlio di nessun padre. Così i miei aspettarono che fossi fuori dal pericolo della leva. E io ottenni una specie di risarcimento, dopo vent'anni, per quel'insulto che lo Stato e la scuola mi avevano rivolto ogni tre mesi, implacabili.
I miei si sposarono poco dopo il cessato pericolo, e feci il fotografo alle loro tardive nozze, in Comune. A quel punto scrivevo già libri e sui giornali. Cambiare nome per assumerne uno che mi piaceva meno sarebbe stato scomodo, ma non volevo dare un dispiacere al babbo, che sognava quel momento da quando ero nato. Dunque aggiunsi a Guerri il suo cognome, Anselmi, che compare in tutti i documenti e gli atti ufficiali, creandomi altri problemi. Ma lo porto con orgoglio, come lo porterà con orgoglio mio figlio.
Il quale Nicola Giordano Guerri Anselmi, poco più lungo del suo nome, ha avuto la fortuna di crescere in una società meno bigotta e per certi versi meno impositiva. È nato - pensate - fuori dal matrimonio, ma avrebbe potuto aggiungere ai suoi molti nomi anche quello della madre (che generosamente gliel'ha risparmiato). E nessuno gli dà fastidio o lo interroga su tutto ciò.
Il disegno di legge approvato ieri è un altro passo avanti verso una società più giusta: assicura una sostanziale equiparazione dei diritti dei figli legittimi con quelli dei figli naturali, quelli nati nel matrimonio e quelli nati «fuori». Insomma, si è riconosciuto che sempre esseri umani sono, con gli stessi diritti di quelli certificati da un atto ufficiale. Sia data lode. È anche un altro risarcimento a quel bambino stupefatto e ferito che sono stato.

www.giordanobrunoguerri.it






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Padova, il mezzobusto del Tg ha la maschera di Halloween e l'Ordine apre un'inchiesta

Il Mattino di Padova


Al telegiornale dell'emittente La8 il conduttore indossa una maschera di Halloween. Un gesto che l'Ordine dei giornalisti del Veneto non gradisce. "Il Tg è una cosa seria", spiega il presidente Amadori


PADOVA. L'Ordine dei giornalisti del Veneto ha aperto un fascicolo in relazione a quanto accaduto ieri durante l'edizione del Tg dell'emittente televisiva La8, nel corso del quale le notizie sono state lette da un conduttore che indossava la maschera di Halloween.

L'edizione in questione risulta essere stata condotta da una persona non iscritta all'Ordine dei giornalisti e sarà il direttore responsabile a dover rispondere dell'accaduto.  ''Il telegiornale è una cosa seria, che non si presta a mascherate", stigmatizza il presidente dell'Ordine dei giornalisti del Veneto, Gianluca Amadori. Che aggiunge: "L'informazione, per essere credibile e autorevole, non può e non deve confondersi con lo spettacolo. I direttori responsabili hanno l'obbligo di farsi garanti della correttezza dei telegiornali, nel rispetto delle norme deontologiche della professione''.

VIDEO Il mezzobusto mascherato

L'Ordine dei giornalisti del Veneto si riserva di avviare ulteriori iniziative per tutelare l'immagine della categoria.



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Bunga bunga», materiale d’accatto anzi D’Avanzo

di Paolo Granzotto



Aiuto, caro Granzotto! Il «bunga bunga» sarà il tormentone della stagione antiberlusconiana per il 2010-2011?


Ho proprio paura, caro Mussi, che dovremo sorbircelo a lungo, il «bunga bunga». Scocciatura che tuttavia accetto senza un lamento perché senza quello, senza il «bunga bunga», avrei mancato una magistrale lezione di giornalismo. Mi riferisco alle due pagine intere, fitte fitte, firmate da Giuseppe D’Avanzo e comparse sulla Repubblica a miracol mostrare. In quell’occasione il D’Avanzo, principe dei cronisti d’inchiesta liberi, indipendenti e sinceramente democratici, ci ha intrecciato un lenzuolo, sul «bunga bunga».

Manco fosse una tricoteuse. Sa, caro Mussi, quelle donnette che a Parigi, ai tempi del Terrore, trascorrevano la giornata in Place de la Liberté (oggi de la Concorde) per assistere al lavoro della louisette, la ghigliottina. E che alzavano la testa dai loro tricotages solo quando sentivano il sibilo della lama, questo per non perdersi lo spettacolo delle teste che rotolavano, decollate, nel cesto. D’Avanzo è fatto così. Non alza lo sguardo sui mali del mondo, eppure meritevoli d’attenzione specie per un inquisitore della sua portata.

Aspetta che rotoli la testa (campa cavallo, D’Avanzo!) chino a ricamare mutande e lenzuola di baccanali sfrenati, e senza trascurare i particolari. Il Sanbitter per aperitivo, chi sedeva a tavola e chi non vi sedeva, chi si idromassaggiava e chi no, la griffe dell’abito di quella e di quell’altra. In perfetta sintonia con gusti e curiosità della casalinga di Voghera, D’Avanzo scava, dissotterra, riesuma tutto il riesumabile esaltando virtù e bellezza del personaggio femminile che meglio conosce e che forse più ama (qui nel senso di inclinazione istintiva, va da sé): la escort.

Se poi trattasi di escort minorenne o ai limiti della maggiore età, D’Avanzo dà di matto (qui nel senso di furia e applicazione professionale, ovvio). Però tocca ammetterlo: nel suo spettacolare affresco sui fasti del «bunga bunga» egli fa sfoggio di quello che si chiama grande giornalismo. Tanto grande che mi ci gioco il cotechino di Natale che l’articolessa finirà per essere materia di studio nelle facoltà di Scienza (scienza?) della comunicazione. Se non lo è già.

Dove il D’Avanzo sbaraglia i passati e presenti maestri del giornalismo facendoli neri con la sua prodigiosa penna è proprio quando, dopo averci girato intorno, dopo esserselo palleggiato meglio di Kakà, viene (dopo 25mila parole) al dunque. È chiaro, è evidente che del «bunga bunga» il titano del civil journalism non sa un tubo. E allora cosa fa? Inalberando un’inopinata verecondia riferisce, ammiccando, dicendo e non dicendo così da non scandalizzare i costumati lettori, quanto da Ruby notificato - e qui è dura perché tocca credergli sulla parola - «agli esterrefatti pubblici ministeri milanesi» raccontando «con molta vivezza, addirittura con troppa concreta vivezza che cosa si faceva e chi lo faceva».

Capito il mestiere? Tenendole nel vago il D’Avanzo lascia sì stuoli di casalinghe di Voghera a bocca asciutta, ma avendo fornito loro materiale quanto basta per fantasticare, immaginare e forse sognare l’incommensurabile mole di porcate che s’accompagna al «bungabungismo». Cioè allo sport praticato dal Male Assoluto: Silvio Berlusconi. Non presente, per altro, alla seduta bungabungista evocata dalla disinvolta Ruby, ma che differenza fa, se uno è un maestro di giornalismo? Berlusconi non è indagato, Berlusconi non ha commesso reati, Berlusconi non ha abusato di Ruby - di anni «diciassette e novantacinque giorni» come da par suo puntualizza il D’Avanzo. E allora? Quando mai s’è resa necessaria la notitia criminis per istituire un processo mediatico (e non) al Cavaliere? Per dedicargli due pagine fitte fitte di fango repubblicones?



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Lo spillo

di Redazione

Non che ci aspettassimo davvero che Giuseppe D’Avanzo si esibisse in un mea culpa. Quando ieri abbiamo rilevato che, scrivendo nome e cognome della diciassettenne Ruby, contravveniva alla «Carta di Treviso» (codice deontologico dei giornalisti posto a protezione dei minori, cui deve sempre essere garantito l’anonimato), ci saremmo accontentati che il reporter d’assalto di Repubblica non lo facesse più. E invece niente. Anche ieri il baffone più anti Cav dei media italiani ha riscritto in prima pagina il nome completo della ragazza. Si vede che lui può: l’avessimo fatto noi del Giornale saremmo già sotto processo all’Ordine dei giornalisti.




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