sabato 30 ottobre 2010

Dopo 60 anni incontrano i parenti Aperte le porte tra le due Coree

Corriere della sera


Un centinaio di sudcoreani ha riabbracciato i propri cari. Kim Hae-jung, 96 anni, ha finalmente visto la figlia


MILANO - Prima si sparano addosso, poi si abbracciano. Si potrebbe sintetizzare così - con una battuta un po' trash - quanto accaduto tra venerdì e sabato nelle due Coree. Dopo gli spari al confine che hanno fatto temere una escalation nel conflitto mai sanato tra le due parti del Paese, è arrivato il giorno tanto atteso da un centinaio di sudcoreani.

DOPO 60 ANNI - Sabato per loro (ma solo per loro) si sono aperti i confini, blindatissimi, e hanno potuto incontrare i parenti che vivono a nord e che non vedevano da 60 anni, ovvero dalla guerra tra le due Coree del 1950-53. Il regime di Pyongyang ha permesso loro di attraversare il confine e di raggiungere una località sul monte Kumgang: un appuntamento, organizzato da tempo, che avrebbe potuto essere annullato dopo lo scambio a fuoco di venerdì, ma gli spari sono stati probabilmente innescati da un «errore» di un soldato del Nord e la cosa sembra essere finita lì. Kim Hae-jung, a 96 anni, ha potuto riabbracciare la figlia, Woo Jeong-hae, lasciata bambina 60 anni fa e ormai donna matura: «Non ti ho mai dimenticata, ti ho sempre vista nei miei sogni».

SELEZIONATI - La riunione dura tutto il fine settimana, fino a lunedì, e riguarda 97 nuclei familiari degli oltre 80 mila sudcoreani che hanno chiesto di rivedere i parenti lontani. In totale sono state selezionate per partecipare agli incontri, secondo l'agenzia Yonhap, 403 persone tra i 12 e i 96 anni. Nei prossimi giorni sarà la volta di cento nordcoreani, che potranno finalmente oltrepassare il confine per rivedere i loro cari a Seul. Gli incontri (organizzati dalla Croce Rossa) dureranno una settimana e sembrano indicare la volontà di un allentamento della tensione tra i due Paesi, dopo l'affondamento a marzo della corvetta sudcoreana Cheonan che ha provocato la morte di 46 marinai. Seul ha accusato la Corea del Nord di aver affondato la nave con un siluro, ma Pyongyang ha sempre negato.

Redazione online
30 ottobre 2010



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Creato in provetta un mini fegato umano

Il Messaggero



ROMA (30 ottobre) - Per ora è troppo piccolo per le dimensioni del corpo umano ma è stato creato, in laboratorio per la prima volta, un fegato umano in miniatura che funziona come un fegato vero e che presto potrebbe essere testato su animali. L'annuncio arriva dal gruppo di ricerca di Anthony Atala che dirige il Wake Forest Institute for Regenerative Medicine di Winston-Salem in North Carolina, molto attivo nel campo dell'ingegneria dei tessuti per la creazione di organi in laboratorio. Il fegato è stato creato a partire da cellule umane: staminali adulte epatiche (cioè le cellule precursori del fegato di cui esiste una riserva nel fegato di ciascun individuo per svolgere processi di manutenzione ordinaria) e cellule endoteliali, cioè quelle che costituiscono i vasi sanguigni. Il fegato è cresciuto in un bioreattore, una sorta di incubatrice in cui vengono infusi ossigeno e nutrienti.

La medicina è sempre più orientata verso la ricostruzione di organi e tessuti in laboratorio, in modo da snellire le liste d'attesa trapianti e da risolvere il problema del rigetto dell'organo trapiantato. Se si riuscisse un giorno a ricostruire in provetta un dato organo a partire da cellule staminali del paziente stesso, ipoteticamente ciascuno di noi potrebbe avere i propri "pezzi di ricambio" a disposizione in caso di necessità. È già lunga la lista degli organi riprodotti in laboratorio. Per esempio lo stesso gruppo di Atala ha ricostruito il pene di conigli con tessuto erettile coltivato in provetta: gli animali col pene biotech hanno visto ripristinata la propria funzione sessuale e si sono riprodotti normalmente. Il traguardo è stato reso noto meno di un anno fa sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.

Il gruppo di Atala si era già distinto, era il 2007, per aver ricostruito la vescica di pazienti in un lavoro pubblicato su Lancet. E nel novero degli organi creati in laboratorio si deve ricordare anche la prima pelle «usa e getta» creata usando cellule staminali embrionali, che potrebbe essere usata sui grandi ustionati in attesa di trapianto come pelle temporanea. Resono noto sulla rivista Lancet circa un anno fa, il risultato è di Christine Baldeschi dell'INSERM e Institute for Stem Cell Therapy and Exploration of Monogenic Diseases presso Evry Cedex in Francia.

Molti sono poi gli esperimenti in atto per ricostruire il pancreas e anche i reni. Inoltre è solo di qualche mese fa l'annuncio, sulla rivista Science, della creazione del primo polmone funzionante che è stato già trapiantato con successo in ratti: il traguardo è del dipartimento di bioingegneria dell'università americana di Yale. Il fegato umano in miniatura segue questo filone della ricerca: in modo simile a come è stato ottenuto il polmone a Yale, il gruppo di Atala è partito da fegato di animali che ha poi privato di tutte le sue componenti cellulari con dei detergenti (processo di 'decellularizzazionè) rimanendo con un'impalcatura di collagene e vasi sanguigni, ripulita di tutte le cellule animali. Poi, attraverso un vaso sanguigno, gli scienziati hanno infuso nell'impalcatura cellule umane di fegato e endoteliari. Queste si sono posizionate ordinatamente e poi il tutto è stato messo in un bioreattore, una sorta di incubatrice in cui il fegato è stato nutrito.

Dopo una settimana il fegato è cresciuto e ha cominciato a dimostrarsi funzionale. Il prossimo passo sarà vedere se questo fegato, trapiantato in animali, funziona; e poi crearne uno di dimensioni compatibili al corpo umano. Intanto il fegato in miniatura servirà anche per testare nuovi farmaci in provetta, un modo di certo più veritiero che non i test cellulari che si eseguono oggi per verificare sicurezza ed efficacia di un farmaco. Il gruppo di Atala, intanto, continua a lavorare su più fronti nella rigenerazione di organi e tessuti e terapia cellulare: sono in cantiere anche pancreas e reni.






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Condannato per violenza e poi promosso: scandalo alla Provincia di Roma

Il Messaggero



di Davide Desario

ROMA (30 ottobre) - La Corte di Cassazione ad aprile del 2008 lo ha condannato a un anno e sei mesi per violenza sessuale aggravata dall’abuso d’ufficio. A giugno di quest’anno, il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, ha firmato l’ordinanza che lo nomina vicedirettore generale. E sulla vicenda nove consiglieri provinciali del Pdl mercoledì hanno presentato un’interrogazione scritta a Zingaretti. Ma proprio quel giorno lo stesso Zingaretti ha firmato un’altra ordinanza nella quale accoglie le dimissioni dall’incarico (non dall’amministrazione provinciale) presentate dal dirigente. Una storia che merita di essere raccontata.

Se tu dai una cosa a me. I fatti risalgono a molti anni fa quando il dirigente, R.D.S, lavorava al Comune di Roma. Secondo i giudici l’uomo avrebbe preteso “giochini erotici” dalle organizzatrici delle manifestazioni culturali che bussavano alla sua porta in cambio di permessi per l’Estate Romana. E per questo è stato condannato in primo grado e in appello. Lui nel frattempo ha partecipato a un concorso per dirigenti alla Provincia, lo ha vinto ed è stato assunto.

La sentenza definitiva. Ad aprile scorso, però, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna: un anno e sei mesi di reclusione per violenza sessuale aggravata dall’abuso di ufficio (pena sospesa con la condizionale). A questo punto gli uomini di Palazzo Valentini si pongono il problema: «Abbiamo aperto un procedimento disciplinare - spiega il direttore generale Antonio Calicchia - Ma dopo mesi di confronti con il dirigente e il suo avvocato abbiamo stabilito che non ci fossero gli estremi per il licenziamento».

Dalle stalle alle stelle. Dall’eventuale licenziamento si è passati alla “promozione”. Il 21 giugno di quest’anno il presidente Zingaretti, su proposta proprio di Calicchia che lo ha scelto tra vari dirigenti, ha firmato l’ordinanza numero 137 con la quale nomina R.D.S. vicedirettore generale della Provincia di Roma. «Nessun aumento di stipendio, nessun premio» assicura Calicchia, ma sicuramente un ruolo di maggior responsabilità e potere.

La fuga di notizie. La nomina resta quasi sotto silenzio. Fino ai giorni scorsi quando i consiglieri Simonelli, Tomaino, Bertucci, Lancianese, Scotto Lavinia, Petrella, Indicco, De Angelis e Stefani hanno cominciato a muoversi per vederci chiaro. E mercoledì 27, quando finalmente hanno avuto in mano un po’ di carte, hanno presentato un’interrogazione scritta a Zingaretti. Il caso ha voluto che proprio due giorni prima R.D.S avesse dato le dimissioni dall’incarico per “troppe competenze”. Dimissioni che il presidente della Provincia ha accolto proprio mercoledì 27. Zingaretti, ieri, non ha commentato. «Quel dirigente è un validissimo professionista - conclude Calicchia - Ho la massima fiducia in lui. E poi bisogna leggere bene la sentenza. Non ha violentato nessuno. Ha solo tentato di dare un bacetto sul collo ad una signorina».





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Non adeguatevi all'ora solare» Lo consigliano gli scienziati inglesi

Corriere della sera


«Più luce corrisponde a più salute». Il guadagno sarebbe di 300 ore all'anno per gli adulti e 200 per i bambini


lancette indietro di un'ora la notte del 31 ottobre


L'ora solare scatta la notte del 31 ottobre: le lancette si spostano dalle 3 alle 2
L'ora solare scatta la notte del 31 ottobre: le lancette si spostano dalle 3 alle 2
MILANO - Il ritorno all'ora solare vi manda in crisi? Semplice, la notte del 31 ottobre non spostate le lancette dell'orologio. Il consiglio (in realtà una provocazione) arriva da Mayer Hillman, professore emerito del Policy Studies Institute dell'University of Westminster di Londra ed esperto di tutela dell'ambiente e qualità della vita. «Più luce del giorno corrisponde a più salute - spiega lo scienziato sul British Medical Journal - perché si può svolgere un maggior numero di attività all'aperto». Insomma, il consiglio è semplicemente quello di adottare l'ora legale per tutto l'anno.

ESERCIZIO FISICO - La proposta di Hillman si basa su due studi pubblicati dal Policy Studies Institute (uno del 1988 e uno recentissimo) e su un dato di fatto: in Gran Bretagna (ma non solo) una delle cause principali della diffusione di patologie croniche è la carenza di esercizio fisico. Secondo gli esperti, gli adulti dovrebbero fare mezz'ora di attività motoria al giorno e i bambini almeno un'ora, ma in pochi rispettano le indicazioni, tanto che secondo le previsioni più nere nel 2050 più di metà della popolazione inglese potrebbe essere obesa. Secondo il noto studioso, l'allungamento "forzato" della giornata potrebbe contribuire a migliorare la situazione. Anche perché molti sono consapevoli dei benefici dell'attività fisica (contro patologie cardiovascolari, obesità, diabete, ipertensione e alcune tipologie di tumore), ma hanno poco tempo o poche occasioni per praticarla, mentre per i bambini a scuola l'ora di "ginnastica" è insufficiente.

Non solo. Le ricerche indicano che chi fa del movimento si sente più felice, energico e in salute nelle lunghe giornate estive, mentre questo benessere tende a calare nelle brevi e uggiose giornate invernali. Ecco dunque la proposta di Hillman, secondo cui l'adozione dell'ora legale permetterebbe di guadagnare 300 ore all'anno di luce per gli adulti e 200 per i bambini. E molti inglesi - sostiene - sono d'accordo a spostare le lancette dei propri orologi, non solo d'inverno (un'ora avanti), ma anche d'estate (ben due ore avanti). Un piccolo cambiamento che porterebbe dei benefici a costo zero: in tempi di crisi non è cosa da poco. Secondo un altro studio dell'Università di Cambridge inoltre, non cambiare l'ora durante l'inverno farebbe risparmiare ai britannici mezzo milione di tonnellate di emissioni di anidride carbonica l'anno.

L'ESPERTO - «In passato alcuni chiedevano di abolire l'ora legale, ora qualcuno propone di mantenerla tutto l'anno. Gli argomenti a favore delle due opposte proposte sono ugualmente fondati su evidenze scientifiche psicologiche e cronobiologiche, ma esagerati - spiega il professor Cristiano Violani, docente di Psicologia della salute all'Università La Sapienza di Roma -. La prima proposta si basava principalmente sugli effetti connessi alla piccola sfasatura - una sorta di jet lag - che si determina fra orologi sociali e orologi biologici, si tratta di una sfasatura di una sola ora che, con qualche accorgimento, si recupera in solo giorno.

La seconda proposta si basa sulla crescente importanza che viene riconosciuta all'esposizione alla luce solare (non ai raggi ultravioletti, s'intende) nell'influenzare il benessere soggettivo nell'uomo che, non va dimenticato, è una specie diurna. Tuttavia d'inverno l'aumento del fotoperiodo assicurato dall'ora legale è piccolo e può essere compensato da una maggiore esposizione alla luce solare al mattino presto e, certamente, riducendo il tempo anche diurno trascorso in ambienti illuminati poco o male».

COSì IN ITALIA - Ma secondo un sondaggio Codacons l'idea di Hillman piace a molti italiani: il 50% vorrebbe abolire l'ora solare. Il motivo? L'accorciamento delle giornate porterà dei disturbi a un italiano adulto su sei secondo Massimo Biondi, direttore del Dipartimento di scienze psichiatriche e medicina psicologica dell'Università La Sapienza di Roma. «Il 15% degli adulti proverà un aumento del senso di fatica, irritabilità, aumento di umore nero, mal di testa, difficoltà ad addormentarsi, effetti dovuti a un passaggio brusco a una giornata più buia» spiega. È la cosiddetta depressione stagionale. Ma, precisa, «non si tratta naturalmente di effetti di rilievo sulla salute: sono transitori e rientrano nel giro di tre o quattro giorni in media. La soluzione migliore è dormire di più per qualche giorno».

La Coldiretti consiglia di mangiare latte e riso per combattere gli effetti del rientro nell'ora solare, alimenti utili nel coadiuvare una buona regolazione del ritmo del dormiveglia. Tra i cibi da evitare, almeno la sera, quelli troppo piccanti o conditi. In generale è meglio restare leggeri. Un bicchiere di vino non è controindicato, a patto di non eccedere. Problemi anche per i bambini piccoli, che rischiano insonnia e notti agitate, anche se per un tempo molto limitato. È però vero che il cambio di ora ci consentirà domenica di dormire un'ora in più, recuperando così il sonno perso il 29 marzo. Sette mesi in cui, fa sapere la società Terna, sono stati risparmiati oltre 85 milioni di euro grazie al minor consumo di energia. L'ora legale tornerà alle 2 del 27 marzo 2011.

UN PO' DI STORIA - In Italia il primo passaggio dall'ora solare a quella legale è avvenuto nel 1916 (anche se l'idea, di Benjamin Franklin, risale al 1784), quando per la prima volta si spostarono le lancette avanti di un'ora. Un cambio d'ora rimasto in uso fino al 1920 perché da quell'anno l'alternarsi fra ora legale e solare fu abolito e ripristinato diverse volte tra il 1940 e il 1948 a causa della Seconda Guerra Mondiale. Con una legge del 1965, in pieno periodo di crisi energetica, il cambio tra ora solare e ora legale fu usato con continuità anche se con modalità diverse negli anni. Dal 1966 al 1980 venne stabilito infatti che l'ora legale dovesse rimanere in vigore dalla fine di maggio alla fine di settembre, mentre dal 1981 al 1995 si stabilì di estenderla dall'ultima domenica di marzo all'ultima di settembre. Il regime definitivo di passaggio dall'ora solare all'ora legale è entrato in vigore nel 1996 quando, a livello europeo, si stabilì di prolungare l'ora legale ulteriormente, passando dall'ultima domenica di marzo all'ultima di ottobre. Lo spostamento all'indietro delle lancette non è scandito in modo uguale nei diversi Paesi del mondo, anzi in alcuni non avviene affatto, basti pensare al Giappone o ai Paesi dell'area equatoriale.

Laura Cuppini
30 ottobre 2010



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Il "bunga bunga" in 3D Da Hong Kong

Corriere della sera

Caso Ruby rivisto al computer

 

Pulizie a Palazzo della Ragione Cancellata per errore l'opera-choc

Corriere della sera


Lavate le macchie di sangue disegnate dall’artista sul pavimento



La mostra a Palazzo della Ragione (archivio)
La mostra a Palazzo della Ragione (archivio)


Feti impiccati e preti pedofili La mostra delle polemiche

VERONA — Facile scherzare sulle opere d’arte contemporanea, sulla loro voglia di stupire, di provocare, di andare fuori dagli schemi. E certe volte, l’incomprensione tra espressione artistica e «fruitore» raggiunge livelli paradossali. Come nel caso del discusso lavoro di Umberto Vaschetto «dedicato » allo spinoso tema della Ru486, la pillola abortiva, esposto al palazzo della Ragione fino a lunedì. L’opera rappresenta un feto che tenta di evadere dal corpo materno utilizzando un bisturi. La completa un particolare, un tocco d’artista: una pozzanghera di «sangue» (una vernice rimovibile, la stessa utilizzata dagli attori nelle scene «splatter») sul pavimento, che sembra appena colata dalla ferita sul pancione. Giovedì mattina la macchia, in tutto parte integrante dell’opera, era sparita nel nulla: lavata via, come del resto è stato ripulito il resto della sala. Chi sia il responsabile per ora resta un mistero. In molti sospettano della solerte addetta alle pulizie che, quel giorno, aveva terminato i lavori poco prima della riapertura della mostra.

La gallerista, Sabrina Sottile, dice però di fidarsi dell’inserviente, cui avrebbe espressamente raccomandato di non ripulire quell’anomala macchia sul pavimento. Eppure proprio in previsione di «incidenti », l’Agec delega agli espositori il compito di pulire le aree della mostra. «Sappiamo che possono capitare di questi inconvenienti - dice Luigi Peloni, dirigente dell’azienda comunale - e in questo caso sarà stato probabilmente un errore delle addette». Artista e gallerista l’hanno presa sul ridere: la macchia è stata ricreata nel corso della stessa mattinata da Vaschetto, per puro caso a Verona. «Altrimenti l’avremo dovuta tenere così - spiega Sabrina Sottile - di certo non si può passare davanti alla mano dell’artista, in casi del genere». «Questioni di interpretazioni - scherza Vaschetto - l’arte è bella anche per questo.

Quella macchia ha reso perplessi anche altri visitatori: in diversi hanno pensato che fosse colata accidentalmente un po’ di vernice fresca». Insomma, non ci sarà il clamore (e i danni economici) del caso che coinvolse l’opera d’arte firmata Mauro Facheris, la scultura di un cavallo privo di testa (ma dal valore di 38mila euro) che finì triturata in discarica, raccolta da uno spazzino dopo essere stata abbandonata erroneamente in via Mazzini per qualche minuto,mala vicenda della mostra «Artistica 2010» riporta alla luce un rapporto forse difficile tra la città e l’arte contemporanea. «Siamo un po’ stupiti dalla reazione del pubblico veronese - spiega Sottile - due delle tre opere realizzate da Vaschetto le avevamo già presentate a Torino e non era successo niente. Al contrario qui ho visto articoli sui giornali, prese di posizione, un dibattito che ci ha fatto anche piacere. Però sembra che ci sia un atteggiamento non molto favorevole all’arte concettuale». E a quelli che lo accostano a Maurizio Cattelan, vero e proprio maestro del movimento, Vaschetto risponde: «Sono lusingato, non oserei mai paragonarmi a lui. Allo stesso modo però ritengo di non "scopiazzare" da nessuno, come invece ha detto qualcuno, ma di creare».


Davide Orsato
30 ottobre 2010

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Dall'Italia a Shanghai senza guidatore Il team italiano vince la sfida

Corriere della sera


I quattro camioncini, alimentati ad energia solare, hanno percorso 15mila km con un sistema di visione artificiale

iniziativa di VisLab, lo spin off dell'Università di Parma


Uno dei camioncini alimentati a energia solare
Uno dei camioncini alimentati a energia solare
MILANO - Erano partiti a luglio dall'Italia. Sono arrivati a Shanghai due giorni fa, nel pieno rispetto della tabella di marcia. Il team di VisLab, lo spin off dell'Università di Parma, ce l'ha fatta: i quattro camioncini arancioni, alimentati ad energia solare, hanno percorso i 15mila lunghissimi chilometri che separano la Cina dall'Italia. Senza guidatore. Un'impresa che sembra incredibile e che è invece è il frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori italiani, capitanati dal professor Alberto Broggi, che per il loro progetto hanno ricevuto un finanziamento di 1,7 milioni di euro dal Consiglio Europeo delle Ricerche. I quattro furgoncini-prototipo hanno superato brillantemente la prova. Grazie alle videocamere intelligenti e a una serie di sensori sono arrivati puntuali all'appuntamento con la chiusura dell'Expo di Shanghai. Il tutto senza l'ausilio di strumenti per la localizzazione: niente mappe o navigatori.

VISIONE ARTIFICIALE - Tutto era nelle "mani" di GOLD (Generic Obstacle and Lane Detector), il sistema computerizzato di visione artificiale messo a punto da VisLab. Un viaggio sulle orme di Marco Polo, attraverso l'Europa Orientale, la Russia, il Kazakhstan e il deserto dei Gobi, con l'intento di sottoporre i veicoli a quante più sollecitazioni esterne possibili dal punto di vista del clima, del traffico, del manto stradale. Missione compiuta, dunque, anche se qualche intoppo c'è stato. Alle frontiere, ad esempio, dove l'aspetto "misterioso" dei veicoli ha creato non pochi problemi, facendo accumulare ritardi smaltiti con qualche ora di guida manuale. Oppure sulla tangenziale di Mosca, dove il traffico si dispone su tre corsie, nonostante la carreggiata sia composta solo da due. Anche in quel caso è dovuta subentrare la guida umana. Il computer guidava secondo le regole, i moscoviti no. E si rischiavano incidenti. Sempre a Mosca, i van arancioni sono sconfinati in un area pedonale, rischiando di diventare i primi veicoli senza guidatore a ricevere una multa. Il momento più difficile è stato quando uno dei veicoli ha perso il controllo, andando a sbattere contro un ostacolo ai lati della strada. Salvo poi scoprire che la "colpa" era stata di un giornalista, che salito a bordo, aveva inavvertitamente disattivato il pilota automatico.

IMPATTO ZERO - Accolti come delle star all'arrivo a Shanghai, gli ingegneri italiani ha ricevuto manifestazioni di affetto e di curiosità durante tutto il percorso. Ora torneranno in Italia, con un enorme mole di dati da analizzare, che serviranno per rendere il trasporto automatico e a impatto zero una realtà quotidiana nelle città. Forse, a fronte del grande interesse suscitato a livello mondiale per la loro impresa, è proprio dall'Italia che l'impresa di VisLab, il cui sito internet è riuscito a movimentare lo 0,04‰ del traffico globale di internet nel momento di lancio dell’iniziativa, ha ricevuto meno attenzione, anche dal punto di vista mediatico. Del resto è un fatto che la maggior parte dei finanziamenti con cui il gruppo parmense porta avanti le proprie ricerche arrivano dall'estero. Le partnership con aziende italiane impegnate nel settore dell'automotive non mancano, ma il contributo più consistente arriva da imprese straniere. Mentre le istituzioni italiane non hanno investito un euro in VisLab. E anche se il team di Broggi rimarrà nel nostro Paese, il rischio è che il frutto del loro lavoro finisca in mani straniere. «Nessuno si accorge che quando i finanziamenti arrivano dall'estero, i risultati se ne vanno all'estero. I nostri brevetti e i nostri risultati vengono utilizzati da industrie straniere che chiaramente non aiutano certo a migliorare la competitività italiana» è l'amara conclusione del professor Broggi. Far sì che questo non accada sembra essere più complicato di un viaggio di 15mila chilometri senza conducente.


Elvira Pollina
30 ottobre 2010

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Il mistero del «papello» di Riina: fu fotocopiato e poi sparì

Corriere della sera


Due carabinieri riaccendono il «giallo» della perquisizione del 2005 a casa di Massimo Ciancimino


PALERMO—Messe insieme, sono due testimonianze che infittiscono il mistero delle carte sparite dalla casa di Massimo Ciancimino; oppure lo svelano, a seconda dei punti di vista. Di certo ci sono due carabinieri che raccontano una strana circostanza a proposito della perquisizione in una villa sul lungomare dell’Addaura affittata dal figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, nel febbraio 2005, avvenuta in assenza del padrone di casa che stava a Parigi. In quell’occasione — a detta di Ciancimino jr, testimone fluviale ora indagato per concorso con Cosa nostra—curiosamente non furono trovati il famoso «papello» con le richieste di Totò Riina allo Stato al tempo delle stragi del ’92 e altri documenti del padre da lui conservati.

L’ufficiale dei carabinieri che guidò l’operazione del 2005, l’allora capitano Antonello Angeli, è inquisito per favoreggiamento dalla Procura di Palermo e nell’ultimo interrogatorio ha preferito non rispondere alle domande dei pubblici ministeri che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia. Il 6 ottobre scorso un altro carabiniere, il maresciallo Saverio Masi, ha invece testimoniato su alcuni colloqui avvenuti tra lui e Angeli. In particolare, si legge nel verbale riassuntivo, «su quanto riferitogli dal capitano Angeli a proposito di una perquisizione domiciliare a Ciancimino Massimo, durante la quale egli (Angeli, ndr) ebbe ad avvisare telefonicamente il suo superiore comandante del reparto operativo del rinvenimento di documentazione relativa ai rapporti tra istituzioni e Cosa nostra (cosiddetto papello), nonché del perentorio ordine da questi ricevuto di non procedere al sequestro poiché si sarebbe trattato di documentazione già acquisita».

Angeli disse anche a Masi «di avere proceduto comunque a fare una fotocopia di detta documentazione, a mezzo di un suo fidato collaboratore, e di averli poi riposti nel luogo ove erano stati rinvenuti». Prima di Masi, un altro maresciallo presente alla perquisizione del 2005, Sebastiano Lecca, aveva già raccontato qualcosa di simile. Non per sentito dire, ma perché ne fu diretto protagonista. Mentre rovistavano a casa del figlio dell’ex sindaco, il capitano Angeli ordinò di guardare anche in un magazzino lì vicino. E lì, racconta Lecca, lui stesso trovò, «all’interno di un grosso scatolo di cartone, copiosa documentazione dattiloscritta e manoscritta». Lecca non la esaminò, ma è sicuro che c’erano molti fogli, «in particolare ricordo a quadretti, manoscritti a penna». Mostrò il materiale al capitano il quale, «dopo averlo visionato, si allontanò verso l’esterno per fare una telefonata. Immediatamente dopo tornò verso di me — racconta Lecca — mi chiese se conoscessi una copisteria dove poter andare velocemente a fotocopiare quei documenti, di fare presto e di portare il materiale (in originale e in fotocopia) presso la sua stanza in ufficio». Lecca, «sorpreso da quella richiesta», eseguì. Nemmeno mentre andava in copisteria guardò fra quelle carte, spese diciannove euro per le fotocopie, tornò in caserma e consegnò tutto personalmente ad Angeli. Poi partecipò alla repertazione dei documenti sequestrati, e oggi precisa: «Non ho più visto la documentazione che avevo portato al capitano Angeli». Nella quale, ricorda, c’erano «certamente manoscritti a penna su fogli a quadretti, nonché post-it sui quali vi erano annotazioni manoscritte».

Per gli inquirenti questo è un riferimento significativo, perché sul famoso «papello» (scritto su carta bianca, non a quadretti) secondo Massimo Ciancimino c’era proprio un post-it giallo sul quale suo padre aveva annotato di averlo consegnato personalmente al generale Mario Mori, oggi imputato di favoreggiamento e indagato per concorso in associazione mafiosa. Mori ha sempre negato di averlo mai visto. In realtà non c’è certezza che quel foglietto adesivo sia sempre stato attaccato al «papello» consegnato da Ciancimino jr agli inquirenti solo nel 2009. E nelle sue numerose testimonianze, comprese quelle in aula al processo contro Mori, l’ex-rampollo ha detto che il foglio con le richieste di Riina allo Stato era conservato in una cassaforte, non perquisita nonostante le indicazioni date telefonicamente da lui stesso. Il maresciallo Lecca, che sostiene di aver guardato sia al piano terra che a quello superiore della villa affittata dal giovane Ciancimino, ha detto ai pubblici ministeri: «Non ho personalmente notato l’esistenza di casseforti di qualsiasi genere».

Questo è un altro mistero: nel verbale di perquisizione del 2005 non si fa cenno ad alcuna cassaforte, mentre nel 2009 altri investigatori spediti nella stessa casa l’hanno vista e fotografata. I verbali dei due carabinieri sono ora depositati agli atti del processo Mori, come altre deposizioni. Comprese quelle di due generali in pensione, Giuseppe Tavormina e Francesco Delfino. L’ex ministro Martelli ha testimoniato che nel ’92 si lamentò col primo, all’epoca capo della Dia, degli anomali contatti tra Mori e Vito Ciancimino per cui i carabinieri avevano chiesto «copertura politica », mentre il secondo gli promise, ad agosto dello stesso anno, che per Natale gli avrebbero «regalato» l’arresto di Riina (catturato il 15 gennaio ’93). Entrambi hanno smentito i racconti di Martelli.

Giovanni Bianconi
30 ottobre 2010

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Blob denunciato per bestemmie. Ruffini: un errore, possiamo solo scusarci

Il Messaggero



 

ROMA (29 ottobre) - L'Aiart ha dato mandato al proprio legale, avvocato Elisa Maria Caltagirone, di presentare un esposto-denuncia alla Procura di Roma contro la trasmissione "Blob" per violazione dell'articolo 528 del codice penale che vieta gli spettacoli osceni. Lo afferma una nota dell'associazione di telespettatori cattolici. «Mercoledi "Blob" - si legge in una nota dell'Aiart - ha mandato in onda bestemmie, insulti razzisti, turpiloquio. Abbiamo quindi presentato un esposto-denuncia contro la direzione di Raitre e gli autori di Blob. Abbiamo inoltre inviato una selezione al presidente della Rai Garimberti, al presidente dell'Autorità Calabrò, al presidente della Vigilanza Zavoli e al presidente del Comitato Media e Minori Mugherli. Ci auguriamo che intervengano».

Ruffini: chiediamo scusa. Un errore del quale chiedere scusa: è il "mea culpa" di Paolo Ruffini, direttore di Raitre, per la puntata di mercoledì scorso di Blob finita nelle polemiche per le accuse di blasfemia. «Quando si sbaglia - sottolinea Ruffini in una nota - c'è una sola cosa corretta da fare ed è ammettere l'errore, chiedere scusa, e operare in modo che quanto avvenuto non abbia a ripetersi; senza per questo pensare di avere la regola dell'infallibilità. Questo è quello che come direttore di Raitre ho il dovere di fare, per la responsabilità che mi compete. Considero Blob un programma intelligente, irriverente, geniale a volte, sempre spiazzante; ho sempre difeso e intendo continuare a difendere la sua libertà e la sua collocazione oraria nel palinsesto di Raitre, di cui è parte integrante da oltre 20 anni. Non è mai intenzione di Blob offendere qualcuno o non rispettare regole e sensibilità. Ma gli errori vanno ammessi».

«Il finale di Blob di mercoledì scorso - ricorda Riffini - conteneva un monologo del film di Spike Lee la 25ª ora. Un film non vietato ai minori, che le segnalazioni cinematografiche del centro cattolico cinematografico riassumono così: Spike Lee mette in scena una storia di peccato lungo un percorso di espiazione, un cammino irto di difficoltà, fatto di tentazioni, carico di offese e di male parole, segnato da sentimenti difficili da afferrare. Rientra in questo quadro l'invettiva contro tutti e contro tutto, financo contro se stessi, ripresa da Blob. Un'invettiva che né nel film né in Blob avrebbe voluto mai essere interpretata con una bestemmia. Il senso, il significato, il montaggio volevano dire tutt'altro. Ma siccome sono state ferite sensibilità che meritano rispetto è stato comunque un errore».

«In tv come nella vita - dice ancora Ruffini - gli errori si commettono. E bisogna avere il coraggio di ammetterli. Ne ho parlato con Enrico Ghezzi, che concorda con me. Ma a chi dovesse ritenere Blob un problema della tv italiana, o pensare che un errore possa cancellare una storia, credo sia giusto ricordare sommessamente che semmai da quando esiste Blob ha sempre esercitato una funzione di critica della tv più corriva».

Rao: da Ruffini comportamento responsabile.
«Ammettere gli errori - dice Roberto Rao, capogruppo Udc in commissione Vigilanza Rai - e chiedere scusa come ha fatto oggi il direttore di Raitre, Paolo Ruffini, non è segno di debolezza, al contrario è un comportamento da persona seria, rispettosa del proprio ruolo, dei suoi doveri e consapevole del delicato lavoro che svolge chi opera nel servizio pubblico radio-televisivo. In tanti che operano nella Rai, ad ogni livello, invece di addurre fantasiose giustificazioni quando compiono errori, dovrebbero prendere esempio da quanto ha fatto oggi il direttore di Raitre, ne guadagnerebbe l'immagine dell'azienda e il confronto interno diventerebbe più sereno e costruttivo».




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Decuplicata la taglia sul boia serbo (ma nessuno la vuole)

di Redazione


Per catturarlo sono pronti a pagare qualsiasi prezzo. O meglio un prezzo fisso ma da capogiro: 10 milioni di euro. Dieci volte la taglia di ieri l’altro che era di un milione, cioè due miliardi delle vecchie lire. Evidentemente troppo pochi per fare gola. O per vincere la paura, la ritorsione, la rappresaglia. Perchè Ratko Mladic, sparito dagli occhi del mondo e dalla giustizia internazionale ormai da quattrordici anni, mette ancora i brividi. Nonostante per catturarlo siano stati impegnati finora non meno di 10 mila uomini: «Lo prenderemo al massimo entro la fine dell’inverno» si dice sicuro il procuratore serbo per i crimini di guerra Vladimir Vukcevic.

E da dove gli venga tutta questa sicurezza non si sa, se non dal fatto che il suo arresto e la successiva estradizione al Tribunale penale internazionale dell’Aia è conditio sine qua non per il proseguo del cammino europeo della Serbia. Ratko Mladic è l’ultimo grande criminale di guerra serbo ricercato su cui anche il Dipartimento di Stato americano che aveva offerto 5 milioni di dollari per l’arresto. É accusato di genocidio e crimini contro l’umanità per l’assedio di Sarajevo nella guerra di Bosnia (1992-1995) che provocò diecimila morti e per il massacro di ottomila musulmani a Srebrenica nel luglio 1995.

Il simbolo stesso della pulizia etnica, così come Goran Hadzic, ex capo politico dei serbi di Croazia, l’altra primula rossa che però vale un bel po’ meno visto che la sua taglia è passata in contemporanea da 250mila a un milione di euro. Molti sono convinti che Mladic si nasconda ancora in Serbia, ma se pensate che il suo popolo se ne voglia liberare sbagliate di grosso. Due sondaggi condotti nelle ultime ore dai media serbi alla domanda «denuncereste Mladic per 10 milioni di euro» hanno avuto lo stesso risultato: no. Almeno per la stragrande maggioranza di cui non fa parte il presidente serbo Boris Tadic: «Faremo di tutto per prenderlo sia che si nasconda da noi che all’estero, e non per l’Unione europea o il tribunale internazionale, ma per noi stessi e per la politica di riconciliazione nazionale». «Io non denuncerei Mladic neanche per 100 milioni di euro - dice invece la gente ai tg del canale tv B92 - non è un criminale di guerra ma un eroe che ha difeso il popolo serbo». Questa è l’aria che tira. E nessuno degli interpellati era Ivan il terribile di nero vestito.

Il procuratore Vukevic una spiegazione di questa lunga latitanza ce l’ha: i principali responsabili del mancato arresto di Ratko Mladic sono l’ex premier conservatore Vojislav Kostunica e l’ex direttore dei servizi segreti serbi Rade Bulatovic. Nel 2006 per esempio il generale era a un passo dalle manette a Novi Sad, ma qualcuno fece fallire l’operazione. «A quell’epoca il procuratore capo del Tpi Carla Del Ponte sosteneva che a Belgrado non vi fosse la volontà politica per l’arresto di Mladic. Mi è difficile pensare a chi altro si riferisse, se non a Kostunica».
Per Belgrado poi non esiste una scadenza entro la quale arrestare il boia di Srebrenica nonostante circoli voce che alla Serbia sarebbe stato dato tempo fino al 2011. «Non ho sentito parlare di alcun tipo di scadenza - parola ancora di Vukevic - Penso che sia fuori posto parlare di queste cose, perchè questo significherebbe che non facciamo tutto quello che possiamo fare per assicurarlo alla giustizia. Il che è falso». Jovo Stojic, capo gabinetto del direttore dei servizi segreti della Serbia, è convinto che stavolta, con 10 milioni di taglia, ci sarà ora un aumento delle segnalazioni al 9191. E si sa che il tempo è denaro.




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Juliet, sei anni alla sbarra in Usa per aver travolto un'anziana in bicicletta

Quotidiano.net


La vittima si ruppe il femore e in seguito morì. Una sentenza che farà discutere, quella secondo la quale la piccola, nonostante la giovane età, sia penalmente perquisibile

 NEW YORK, 30 ottobre - L'anno scorso Juliet aveva solo sei anni, quando in bicicletta investì  una donna di 87 anni. La poveretta mpsì tre giorni dopo l’incidente. Ora la Corte Suprema di New York ha stabilito che la bimba, nonostante sia così giovane, è legalmente perseguibile.
Una sentenza destinata a sollevare non pochi interrogativi. Tutto è successo nell'aprile del 2009: la piccola Juliet finì addosso con la sua biciclettina a Claire Menagh. Come spesso capita, l'anziana nella caduta si ruppe il femore, fu operata ma tre giorni più tardi il suo cuore cedette. Un incidente involontario, e certo la morte è legata all'età della vittima, ma per il giudice, Paul Wooten, il fatto che Juliet sia solo una bambina di sei anni non conta: per lui un bambino al di sopra dei quattro anni può essere chiamato a rispondere dei suoi atti davanti alla legge.

Questa sentenza dà ora la possibilità ai familiari della signora  vittima Menagh a intentare una causa nei confronti di Juliet e di un coetaneo che pare sia coinvolto nell'incidente.



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La Stampa




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Conosciamo questa ragazza non portatela in un centro»

Corriere della sera


Berlusconi chiamò in questura per Ruby: è una parente di Mubarak, meglio affidarla a una persona di fiducia


ROMA - Fu Silvio Berlusconi a dichiarare al capo di gabinetto della questura di Milano che Ruby era la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Fu lui, esponendosi in prima persona, a mentire sulla reale identità della giovane e a chiedere che fosse subito affidata al consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti. Il testo della telefonata, così come è stato ricostruito dallo stesso funzionario Pietro Ostuni, è agli atti dell'inchiesta della magistratura che procede per favoreggiamento della prostituzione nei confronti della stessa Minetti, di Emilio Fede e di Lele Mora.

È il 27 maggio 2010, le 23 sono appena passate. Nella stanza del fotosegnalamento c'è Ruby, 17 anni, marocchina, fermata perché è stata denunciata da una sua amica per il furto di 3.000 euro. Lei cerca di difendersi, giura che quei soldi sono suoi. E quando le chiedono come mai è a Milano da sola, dice di essere in lite con la sua famiglia che vive a Messina. «Sono andata via, perché ho problemi con i miei genitori», chiarisce.

In un altro ufficio squilla il telefono del capo di gabinetto Pietro Ostuni. A chiamare è un uomo. Si qualifica come il caposcorta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E subito chiarisce il motivo della telefonata: «So che da voi c'è una ragazza che è stata fermata. È una persona che conosciamo e dunque volevamo sapere che cosa sta succedendo». Fornisce le generalità della giovane, si informa su quanto è accaduto. Ostuni inizialmente resta sul vago. E allora il caposcorta è più esplicito: «Anche il presidente la conosce, anzi aspetta che adesso te lo passo». Il funzionario rimane incredulo. Capita spesso che le personalità chiamino il gabinetto delle questure sparse in tutta Italia per i motivi più disparati, ma certo non si aspettava di parlare con il capo del governo. E invece è proprio Berlusconi a chiarire la situazione. Il resoconto della sua telefonata è nelle relazioni di servizio che sono già state depositate agli atti dell'indagine.

«Dottore - spiega Berlusconi - volevo confermare che conosciamo questa ragazza, ma soprattutto spiegarle che ci è stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak e dunque sarebbe opportuno evitare che sia trasferita in una struttura di accoglienza. Credo sarebbe meglio affidarla a una persona di fiducia e per questo volevo informarla che entro breve arriverà da voi il consigliere regionale Nicole Minetti che se ne occuperà volentieri». Ostuni chiarisce che la procedura di identificazione è ancora in corso, ma assicura che si provvederà al più presto. E subito dopo chiede di accelerare lo svolgimento della pratica. Poi avvisa i poliziotti che si stanno occupando della ragazza, dell'imminente arrivo della Minetti. Genericamente spiega che la questione interessa Palazzo Chigi. Non immagina che una funzionaria riferisca ai colleghi di questo «intervento». E invece la notizia fa presto a diffondersi. Soltanto il questore Vincenzo Indolfi viene informato che è stato Berlusconi in persona a chiamare, ma comunque si capisce che Ruby ha qualcuno «importante» che l'aiuta.

Ruby

Qualche minuto prima della mezzanotte
Minetti arriva in via Fatebenefratelli. Le viene spiegato che bisogna attendere il via libera del magistrato di turno al tribunale dei minori, la dottoressa Anna Maria Fiorilli. Nei casi di fermo di un minore, c'è l'obbligo di informare l'autorità giudiziaria del provvedimento e poi di attendere le sue decisioni circa la destinazione dell'indagato. Ed è quanto avviene anche quella sera, così come risulta proprio dalla relazione inviata al ministro dell'Interno Roberto Maroni. Al consigliere regionale viene comunque concesso di vedere la ragazza. Ruby le va incontro, l'abbraccia, la ringrazia per quanto sta facendo. Alle 2, esattamente otto ore dopo il fermo, la giovane marocchina torna libera. Agli atti rimane la firma di Nicole Minetti che dichiara di accettare il suo affidamento. Un impegno che - evidentemente - non ritiene di continuare ad onorare.

Una settimana dopo, il 5 giugno, Ruby litiga con una sua amica brasiliana. Interviene la polizia, la giovane viene portata in ospedale dove rimane qualche giorno. Al momento della dimissione la trasferiscono in questura proprio perché si tratta di una minorenne. Si decide di contattare il consigliere Minetti proprio perché possa andare a prenderla, visto che risulta affidataria. Ma per due volte la donna non risponde e a quel punto - dopo aver nuovamente contattato il magistrato per il "nulla osta"- arriva il provvedimento per trasferirla in una casa-famiglia a Genova. Nella sua informativa al ministro, Indolfi chiarisce che «nessun privilegio è stato concesso alla ragazza perché tutte le procedure sono state rispettate». Caso chiuso per il Viminale, come chiarisce in serata Maroni che si dice «pronto anche a riferirne in Parlamento». Ma l'indagine della procura di Milano è tutt'altro che conclusa. Moltissimi sono gli interrogativi ancora aperti.

Bisogna innanzitutto fare riscontri su chi effettivamente avvisò il presidente Berlusconi che Ruby era stata fermata ed era in questura per accertamenti: non è ancora escluso che abbia chiamato personalmente il caposcorta. In altre indagini sulle frequentazioni private del capo del governo, alcune ragazze avevano dichiarato di essere state autorizzate dallo stesso premier a contattare - in caso di necessità - direttamente il caposcorta o comunque qualcuno della segreteria. Una prassi che sarebbe stata seguita diverse volte e che anche Ruby potrebbe aver deciso di sfruttare quando ha compreso di trovarsi nei guai. E pure Nicole Minetti dovrà chiarire quale sia la reale natura del suo rapporto con Ruby, visto che prima accettò di firmare il decreto per l'affidamento della minore e poi decise di non occuparsene più.


Fiorenza Sarzanini
30 ottobre 2010

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Le regole di un Cavaliere

Il Tempo


Una volta accettata la sfida di guidare un Paese non si è più immersi nella sola dimensione personale. Berlusconi può legittimamente dire "non cambio stile di vita" ma deve anche valutare il fatto che la sua vita privata è di fatto potenzialmente tutta pubblica.


Il premier Silvio Berlusconi


Quando è scoppiato il caso del «Bunga Bunga» abbiamo ripescato dalla libreria un’opera di William Faulkner. S’intitola «Privacy», il Nobel per la letteratura la scrisse nel ’55. È una critica durissima al sistema dell'informazione, un vero e proprio libello originato dalla pubblicazione di una sua biografia non autorizzata sulla gloriosa rivista Life. Faulkner considerava quell'articolo una vera e propria intrusione nel suo privato.

Ecco un passo significativo del libro: «Quando potenti federazioni e organizzazioni e concentrazioni come le grandi società editoriali e le sette religiose e i partiti politici e le commissioni legislative possono liberare anche solo una delle loro unità operative dalle restrizioni della responsabilità morale, per mezzo di slogan quali "Libertà" e "Salvezza" e "Sicurezza" e "Democrazia", sotto la cui totale assoluzione i singoli professionisti stipendiati sono essi stessi liberati dalle responsabilità e limitazioni individuali, allora dobbiamo stare in guardia». Mi sono chiesto: e se Faulkner avesse ragione? Se nel grande circo dell'informazione - a destra e a sinistra - stessimo sbagliando tutto e infilandoci in un tunnel che ci porterà alla frantumazione della convivenza civile in nome di una libertà astratta in grado di distruggere quella di un altro? Abbiamo provato a porci altre domande, cercato di pensare al concetto di privacy rispetto alla storia sociale e all'evoluzione dei mezzi di comunicazione.

Faulkner scriveva nel 1955, più di mezzo secolo fa, in una società che oggi appare distante anni luce. La televisione e la radio erano già ampiamente diffuse, ma il sistema planetario dell'informazione in tempo reale, della diretta, dei bit, di internet, della mail, dei social network a quei tempi era una fantasia degna della penna di Jules Verne. L'idea di privacy di allora non può valere per il mondo contemporaneo e soprattutto per la politica dei giorni nostri, imperniata su leadership individuali, plasmata sulle storie personali, metafora del successo di uomini e donne che nell'istante della discesa nel campo della politica diventano icona, speranza e racconto collettivo. Berlusconi può legittimamente dire «non cambio stile di vita» ma deve anche valutare il fatto che la sua vita privata è di fatto potenzialmente tutta pubblica e dunque oggetto di discussione e valutazione da parte dei media che questo fanno fin dalla loro nascita. É il prezzo che si paga quando si decide di assumere una posizione di governo. Sappiamo che è un conto salato per chiunque e siamo consapevoli del fatto che in molti non condivideranno le nostre idee in materia, ma pensiamo che a un grande onore debba corrispondere un grande onere. Il potere esecutivo non è «irresponsabile» perché ha un mandato popolare ed è sottoposto a un continuo monitoraggio anche da parte dell'informazione.

Chi vuole far parte del mondo dei titani che reggono le nostre vite, deve rinunciare a gran parte del suo essere privato. É la prima regola del gioco. Può non piacere, ma per sfuggirvi c'è un solo modo: non entrare in politica o lasciarla se si pensa che non ne valga la pena, che il sacrificio sia troppo grande. Ma una volta accettata la sfida e l'incarico di guidare un Paese, entrano in campo altre forze e responsabilità con le quali bisogna confrontarsi. Improvvisamente, non si è più immersi nella sola dimensione personale, non si opera pensando di essere un'isola, si compiono azioni che sono nel dominio pubblico e nella storia collettiva di una nazione. Ecco perché Berlusconi dovrebbe continuare ad essere se stesso ma «regolare» i suoi comportamenti, dargli una «misura», un peso e un contesto in relazione non solo a se stesso e alle legittime convinzioni, ma a quel che rappresenta e incarna nell'immaginario dei suoi elettori e dei cittadini che rappresenta in quanto capo del governo. La sua libertà individuale ha un limite «politico», la sua vita e le sue imprese personali non devono diventare il centro dell'azione dell'esecutivo e l'argomento sul quale si sviluppa il dibattito pubblico e si alimenta la battaglia politica. Altrimenti il rischio concretissimo - pienamente realizzato in questo momento - è quello di ritrovarsi con un governo che in non pochi casi fa un buon lavoro ma è completamente oscurato da altre vicende.

Ieri Giulio Tremonti e Berlusconi hanno raggiunto un importante obiettivo sul fronte dei conti pubblici, ottenendo che il risparmio privato, lo stato di salute della contabilità delle famiglie, faccia parte degli indicatori utili per stabilire se un Paese è in salute o meno. Per l'Italia, paese di navigatori, santi, poeti e risparmiatori è un gran risultato. Ma tutto viene oscurato e ridotto a niente rispetto al clangore di ferraglia rugginosa delle inchieste giudiziarie e giornalistiche sullo «stile di vita» del Cav. Ecco, le inchieste e lo stile di vita. Da quando in qua si guarda nella camera da letto di un capo di Stato? Da molto tempo un po' ovunque, ma in Italia questo non era mai avvenuto fino a quando Repubblica non ha premuto il piede sull'acceleratore e ha svoltato sul gossip politico hard con il caso di Noemi Letizia. Da quel momento tutto è cambiato e, francamente, crediamo sia un punto di non ritorno per l'informazione. I giornali hanno metabolizzato questo passaggio, facendo proprio uno stile proprio dei quotidiani anglosassoni. Vale per il Cav e qualsiasi altro politico. Il presidente del Consiglio questo aspetto deve tenerlo sempre a mente, anche quando rivendica con orgoglio da maschio latino la sua libertà di «distrarsi ogni tanto». Deve ricordare che ogni volta che alza la palla, gli avversari vanno a schiacciare sotto rete

(T)
30/10/2010




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I favori dei pm a Gianfranco, indagato per un giorno solo

di Redazione


«Le nostre risposte sono nelle carte processuali e negli atti che abbiamo raccolto. Quando cadrà il segreto istruttorio le domande a noi rivolte troveranno risposta». Così ha replicato la procura di Roma alle dieci domande rivolte giovedì dal Giornale sulle lacune, a nostro avviso gravi, nell’inchiesta più rapida e «riservata» della storia giudiziaria capitolina. Ora che il segreto istruttorio è caduto, oltre a non trovare risposte alle prime nove domande (concernenti l’improvvisa decisione di ritenere di competenza civile questioni a lungo affrontate perché ritenute d’interesse penale) siamo costretti a formulare un’altra domanda rispetto all’ultima, delle dieci, che avevamo posto provocatoriamente a proposito del diverso trattamento riservato all’indagato Gianfranco Fini, rispetto all’indagato divenuto subito «pubblico» a Roma, Silvio Berlusconi, per i diritti Mediaset. Perché oggi apprendiamo che Fini è stato indagato, sì, ma solo il giorno in cui i pm hanno chiesto anche l’archiviazione.

Possibile? Più che possibile, è certo. Certificato dall’atto di iscrizione datato 26 ottobre 2010 a firma del procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani. Ma che senso ha una decisione del genere? Trattasi di «cortesia istituzionale» riservata a una persona informata sui fatti monegaschi che per quel che avrebbe potuto dire a verbale, come testimone, rischiava magari di finire indagato? Ed è anche questo il motivo per il quale il signor Gianfranco Fini non è stato preso a verbale a differenza del coindagato Pontone? Oppure ha il senso di mettere al riparo il presidente della Camera da una possibile fuga di notizie (non nuova negli uffici di piazzale Clodio allorché sott’inchiesta ci finiscono esponenti del centrodestra, vedi caso P3) che lo avrebbero portato a divenire un’«anatra zoppa» non più in grado di reggere alla pressante richiesta di dimissioni, richiesta da lui stesso sollecitata, ad esempio il 27 luglio, per l’indagato «pitreista» Denis Verdini. Eppoi, da profani del diritto quali siamo, che senso ha contestare a Fini e a Pontone la truffa «in concorso», senza pensare di contestarla anche al protagonista principe dell’affaire immobiliare che ha concorso insieme al cognato eccellente a svendere a non più di un terzo del valore l’immobile donato ad An dalla contessa Anna Maria Colleoni? Parliamo ovviamente di Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta. L’uomo che non si sa come seppe di quell’appartamento a Montecarlo, che propose a Fini di venderlo alla società off-shore Printemps, che fissò (o almeno comunicò) il prezzo a Fini che a sua volta lo sottopose all’attenzione dei suoi fedelissimi, che andò a vivere proprio in quell’appartamento dove è in affitto con un contratto che ha la medesima firma dalla parte del locatario e del locatore. Per non dire poi dei riscontri arrivati da Santa Lucia.

È ormai tutto chiaro, limpido, solare. I magistrati non potevano, obiettivamente, fare di più. Con la scusa del nuovo partito faccia un beau geste, lasci la poltrona e dica nuovamente a suo cognato di lasciare la casa che fu della contessa e degli iscritti del suo ex partito.



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Pontone: "Vendere a 300mila? Fu Fini a stabilire quel prezzo"

di Redazione


Tutti interrogati, tranne Fini e il cognato di Fini. Ecco i verbali con le deposizioni dei protagonisti dell’affaire monegasco.


PONTONE: «ARRIVARONO OFFERTE»
Partiamo con l’ex tesoriere Francesco Pontone, ascoltato come testimone il 14 settembre scorso. Pontone da un lato smentisce clamorosamente Fini sulle offerte d’acquisto e dall’altro lo indica come colui che gli indicò a quale prezzo alienare l’immobile alla società off-shore: Pm: Vi furono fatte pervenire richieste di acquisto dell’appartamento? Vi furono offerte di somme per poterlo acquistare? Pontone: «Posso dire che pervennero alla sede del partito telefonate da persone residenti in Montecarlo che si informavano se l’appartamento fosse in vendita. Debbo dire che, sulle prime, noi ascoltammo queste richieste per sapere se vi fossero concrete offerte di acquisto. Siccome si trattava di informazioni generiche, fu risposto che non era intenzione del partito vendere (...), nel corso delle telefonate non furono mai indicate cifre concrete, tutto ciò accadeva fra il 2000 e il 2001. Successivamente vi fu qualche altra sporadica telefonata al riguardo, ma fu subito confermato che non vi era intenzione di vendere» (...). Pm: Ricorda le circostanze che portarono alla vendita dell’appartamento? Pontone: «Il presidente Fini mi contattò per dirmi che l’appartamento di Montecarlo si vendeva e che il prezzo di vendita era di 300mila euro. Io fui informato nella mia qualità e perché dovevo interessarmi all’atto di vendita (...). Successivamente parlando con Donato Lamorte questi mi disse che era stato richiesto dal presidente Fini di un parere sul valore dell’immobile in quanto il Lamorte è preposto in materia perché geometra e in passato immobiliarista. Lamorte spiego che l’indicazione di 300mila euro era congrua per le fatiscenti condizioni dell’immobile (...). Fino alla stipula del contratto non ho saputo chi fosse l’acquirente (...)».

LAMORTE: «NON CI FU STIMA»
Dopo aver spiegato ai magistrati che l’appartamento, da lui visitato insieme nel 2002 alla segretaria di Fini, Rita Marino, «era in pessime condizioni», il finiano Lamorte afferma: «L’onorevole Fini mi comunicò che aveva ricevuto la proposta di acquisto dell’appartamento a Montecarlo da parte di una società che offriva 300mila euro. Parlandone mi chiese che cosa ne pensassi. Io dissi immediatamente che il cespite non aveva interessa e che ritenevo potesse essere venduto. Valutai, comparativamente con le vecchie lire che si trattava di un’offerta di 600 milioni di lire. Conclusi che l’offerta di 300mila euro poteva pure andare». Quanto alle precisazioni di Pontone sulla competenza immobiliare di Lamorte, è proprio quest’ultimo a smentire il collega di partito: «Voglio però precisare che non si è trattato certamente di una stima. Faccio, infatti, presente che l’appartamento era in Montecarlo e che per stimarlo effettivamente bisognava conoscere il mercato del posto e fare tutti i rilievi del caso, io certamente non ero informato al riguardo. Fosse stato un appartamento a Roma potevo certamente orientarmi meglio. Il mio fu solo un parere sulla base di quanto avevo visto e sulla impressione negativa che ne avevo tratto». Pm: Lei ha esperienza di immobili?. Lamorte: «Certamente no. Posso dire che la mia attività professionale l’ho espletata, in qualità di geometra, alle dipendenza della società generale immobiliare di utilità pubblica e agricola (...). I miei compiti furono nel tempo prima di topografo (...) e successivamente addetto al catasto».

CARUSO: «QUEI 900MILA EURO...»
A scompaginare le ricostruzioni già di per sé scompaginate dei fedelissimi di Fini, arriva il senatore Antonio Caruso che all’inizio, con Pontone, trattò l’eredità Colleoni. Verbalizza Caruso: «Ebbi modo di trattare con più persone collegate alla pratica, e cioè il notaio Aureglia, il signor Dotta, l’addetto al suo studio, credo un architetto (...). Ricordo che verso le ultime fasi della procedura a Montecarlo (inizi anni 2000, ndr) ricevetti una telefonata da qualcuno dei tre (...) che ritenendo che io potessi disporre dell’appartamento mi rappresentò che era intenzionato ad acquistarlo o a fare da intermediario perché altri lo acquistassero. Mi disse che l’offerta era intorno ai 6 milioni di franchi francesi (pari a 900mila euro, ndr). Ricevuta tale notizia la riferii al senatore Pontone perché potesse valutarla (...). Debbo dire che a quel tempo il senatore Pontone era alle prese con i problemi sorti tra An e gli eredi della Colleoni (...) ed essendo controversa la situazione, non diedi seguito all’informazione che gli avevo dato circa la richiesta di acquisto dell’appartamento (...). Posso però dire che sicuramente riferii la telefonata al senatore Pontone che mi disse che in quel momento An non era intenzionata a vendere (...)».
LA SEGRETARIA DI FINI E L’OFFERTA

Anche Rita Marino, storica segretaria del presidente della Camera, coi Pm si sofferma sulle precarie condizioni dell’immobile. Quanto all’offerta d’acquisto «posso dire che Fini mi disse di comunicare al senatore Pontone che vi era una richiesta di acquisto (...). Ho colto per caso una conversazione fra Fini e Lamorte in cui il primo diceva all’altro se ritenesse l’offerta congrua o meno (...). Lamorte rispose che lui per quell’importo non l’avrebbe acquistata stante le condizioni di fatiscenza dell’immobile. Concluse che l’offerta poteva considerarsi congrua, anche in virtù della sua esperienza pregressa in materia immobiliare». Ma Lamorte non aveva detto che non aveva alcuna esperienza nel settore immobiliare?

GMC-MMO



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In procura la prova: la casa è di Tulliani I favori dei pm a Fini: indagato 1 giorno

di Redazione




Nella registrazione e nel contratto d’affitto dell’appartamento le firme di proprietario e inquilino sono le stesse. Anche i pm di Roma, che avevano smentito il Giornale, ora sono costretti ad ammettere: "Appaiono identiche". I favori dei pm a Fini: indagato per un giorno solo. Pontone: "Vendere a 300mila? Fu Fini a stabilire il prezzo"



 

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Roma - Ricordate la storia delle firme gemelle sul contratto d’affitto a Tulliani della casa di Montecarlo? Per gli inquirenti non erano poi così uguali. Solo che a volte le smentite diventano boomerang. E finiscono per danneggiare proprio chi miravano a proteggere. Ma facciamo un salto indietro, per raccontare tutto con ordine.
«Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera». Gianfranco Fini, nel videomessaggio con cui il 25 settembre ha cominciato a riconoscere che qualcosa, nell’affaire immobiliare monegasco, non tornava, è arrivato a sbilanciarsi. Impegnandosi a mollare la terza carica dello Stato nel caso in cui Tulliani, oltre ad abitare nella casa che aveva convinto Fini a svendere, risultasse esserne il vero proprietario.
Di indizi come è noto ce n’erano già diversi. La lettera del governo di Saint Lucia, riconosciuta come autentica dal ministro dell’isola-Stato che l’aveva scritta, che identifica nel «cognato» il reale beneficiario di Timara e Printemps, per esempio. Oppure l’e-mail tra il broker James Walfenzao, che firmò per conto di Printemps l’acquist della casa, e Michael Gordon, il titolare dello studio di Saint Lucia che ospita la sede delle due società offshore. Missiva resa pubblica da Valter Lavitola con un discreto colpo di scena proprio a Saint Lucia, ma di certo mai smentita da nessuno, e sulla cui esistenza tra le carte dell’inchiesta di Saint Lucia, anzi, arrivò la conferma del locale ministro della giustizia. Nel documento, Walfezao accenna al collega del braccio di ferro in corso in Italia tra Fini e Berlusconi, e manifesta preoccupazione perché la sorella del «cliente» ha un «forte legame» con uno dei due politici. Ancora, lo strano dettaglio per cui le bollette della luce della casa monegasca, pur intestate a Tulliani, sono domiciliate proprio a casa di Walfenzao.
E, poi, appunto, rieccoci al giallo delle firme gemelle. Sulla clausola integrativa del contratto d’affitto tra il locatore Timara e il locatario Tulliani, che il Giornale ha pubblicato il 18 settembre, sotto gli spazi per le firme di «locatario» e «locatore» appaiono due firme identiche. Dettaglio che induceva a pensare a un’identità, appunto, anche tra padrone di casa e inquilino. Tra gli indizi, forse, è il più pesante, insieme alla lettera del governo caraibico.
A diluire l’importanza della prova, però, ha provveduto due giorni dopo proprio la procura di Roma, che aveva appena ricevuto dal Principato il plico con i documenti della prima rogatoria. Tra questi c’erano sia il documento del Giornale, cioè l’atto integrativo, che il contratto di affitto «originale». E il 20 settembre i magistrati romani danno alla stampa una smentita molto precisa, relativa proprio a quest’ultimo documento, una smentita ben riassunta dal titolo di un «lancio» dell’Ansa: «Casa An: su originale contratto affitto firme non identiche». Un colpo di scena che cambiava e non poco le carte in tavola, allontanando i sospetti di identità tra Tulliani e proprietario di casa. Infatti la «precisazione» della procura, il particolare che gli inquirenti avrebbero «accertato» la diversità delle sigle, il giorno dopo trovava ampio spazio su molti quotidiani. Tutto ridimensionato? No, perché il fatto che le firme sul contratto «originale» siano diverse è una balla colossale. Sono uguali. E lo dice la procura.

Ecco cosa scrive Pierfilippo Laviani, pm romano titolare del fascicolo d’indagine, nella sua richiesta di archiviazione: «Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara ltd, priva dell’indicazione della persona fisica che lo rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani, nato a Roma il 19 aprile 1977, reca sotto le diciture “locatore” e “locatario” due firme che appaiono identiche, così come quelle apposte sulla clausola integrativa».
A questo punto il giallo è un altro. Perché la procura, quel 20 settembre, diede alla stampa una notizia falsa?

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it
- massimo.malpica@ilgiornale.it



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