venerdì 29 ottobre 2010

Oscurati i siti che hanno denunciato le torture agli indigeni di Papua

Corriere della sera


Survival International, che aveva mostrato le prove contro i soldati indonesiani: «Operazione sofisticata»



I video che mostrano le torture che i soldati indonesiani infliggono agli indigeni della Papua Nuova Guinea, diffusi dall'associazione Survival International, a qualcuno non sono piaciuti. Il sito dell'organizzazione per i diritti umani, e altri quattro di associazioni umanitarie che avevano diffuso le immagini, sono stato oscurati da un attacco hacker. Contro il sito principale inglese di Survival (vedi quello della sezione italiana) è poi scattata una massiccia offensiva attraverso un attacco di tipo “Denial of Service”: molte migliaia di computer in tutto il mondo hanno bombardato simultaneamente il sito di Survival, facendolo collassare. L’attacco è tutt’ora in corso. Hanno subito attacchi cybernetici anche altre organizzazioni che hanno pubblicato lo stesso video delle torture. Survival aveva già subito simili offensive durante la campagna condotta contro il governo del Botswana, responsabile di aver sfrattato i Boscimani dalle loro terre ancestrali.

INIZIATIVA CONTRO I DIRITTI UMANI - «Non si tratta di un sabotaggio ideato da un paio di ‘smanettoni in un garage - ha dichiarato il Direttore di Survival Stephen Corry - bensì di un attacco molto costoso e sofisticato classificabile come cyberterrorismo. Il danno arrecato a Survival International potrà anche essere considerevole, ma non è ovviamente nulla rispetto a quello inflitto alle tribù di Papua o ai Boscimani del Botswana. Non stiamo parlando solo di una battaglia locale per la sopravvivenza degli ultimi cacciatori Boscimani rimasti in Africa o degli oltre 1 milione di indigeni oppressi nel Papua Occidentale; questa è un’offensiva diretta anche contro tutti coloro che osano combattere il predominio del denaro e dei governi sui diritti umani. Le forze schierate contro di noi sono colossali, e potrebbero aver vinto questo round, ma noi non molleremo mai».


29 ottobre 2010



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Montecarlo, i pm: "Nel 2008 triplicato il valore" L'appartamento stimato oltre 800mila euro

di Redazione

Resi noti punti citati dai pm romani nella richiesta di archiviazione per Fini. Ma i pm ammettono che il valore di mercato dell’appartamento di Montecarlo ereditato di An sarebbe divenuto, nel 2008, di 819mila euro prima dei lavori di restauro completo (90mila euro)



 

Roma - Il valore di mercato dell’appartamento di Montecarlo ereditato di An "sarebbe divenuto, nel 2008, di 819mila euro prima dei lavori di restauro completo (90mila euro)". Questo uno dei venti punti citati dai pm romani nella richiesta di archiviazione per l’attuale presidente della Camera, Gianfranco Fini, e per l’ex tesoriere di An, Francesco Pontone. Una valutazione che la procura ha definito "effettuata in astratto, senza tener conto delle condizioni concrete del bene". La cifra in questione costituisce un valore triplicato rispetto a quello, 273mila euro, indicato nell’atto di successione. Nelle quattro pagine della richiesta di archiviazione sono indicati altri 19 punti che sintetizzano tutta la vicenda processuale.





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Così funziona il "metodo" Repubblica

di Vittorio Macioce


Quando si tratta del Cavaliere il quotidiano-partito di Ezio Mauro confeziona fango spacciandolo per giornalismo d’inchiesta: allusioni, dubbi e condanne già scritte. Una vera e propria ossessione: da 15 anni i maestri della pubblica gogna vogliono solo far dimettere il premier



 

Il fango non è uguale per tut­ti. Dipende da chi lo tira e a chi arriva in faccia. Quello che parte da Repubblica e col­pisce Silvio Berlusconi puz­za sempre di sacrosanta veri­tà. È industriale. È confezio­nato bene. Non ammette dubbi. È succulento. Non im­p­orta se ti arriva in busta chiu­sa direttamente dalle mani fantasma di qualche Procu­ra. Non ci sarà mai un becchi­no o un moralista che avrà il coraggio di accusarti di dos­sieraggio. Anzi, si fa capire che Il Fatto , con la fuga di no­­tizie, ha inquinato le prove. Come dite? Forse perché ha battuto Repubblica sul tem­po. Può darsi.  Ma Repubblica ci mette il romanzo. Non c’è nessuna remora a fare no­mi e cognomi, tirare in ballo questo o quell’ospite seduto a cena, raccontare il menù e gettare lì un bel «bunga bun­ga » con effetto mediatico ga­rantito. Basta dire «bunga bunga» e l’inchiesta che gli stessi Pm definiscono carica di dubbi, incompleta, tutta da verificare, con un registro de­gli indagati incerto e ballerino si trasforma in un tormentone da hit parade. Il bunga bunga è un’arma di sputtanamento micidiale.

L’ingrediente pic­cante per provare ancora una volta a far cadere il governo con un’esecuzione extrapoliti­ca. Il «metodo Repubblica » costa poco.Non c’è bisogno di scar­pinare in giro per cercare pla­nimetrie o i progetti di qual­che cucina. Non serve andare a Montecarlo. Il lavoro fatico­so lo fanno altri, segugi in to­ga. A loro basta aggirare il se­greto istruttorio e leggere le carte. Il resto è narrazione. Re­pubblica ti prende questa ra­gazzina marocchina, che si chiama Karima, ma i più cono­scono come Ruby, e ti porta dentro la sua storia. Segue i suoi occhi e le sue parole e rac­conta tutto come se fosse la sceneggiatura di una fiction. Non si sa bene da dove arrivi­no le informazioni. Come fa Repubblica ad avere i verbali? Non dovrebbero essere segre­ti? Chi è il passacarte? No, co­sa state a pensare, questi non sono dossier.

Questo è mestie­re. Solo che in un Paese dove tutti sostengono che la pri­vacy è sacra, il racconto della storia di Ruby è già una con­danna per Berlusconi e per chi lo frequenta. Non c’è nes­suno che dica: aspettiamo l’esito dell’inchiesta. Questa ragazzina potrebbe essere una mitomane, qualcosa ma­gari è vero, molto è inventato. Quando fu arrestata a Messi­na­per furto raccontò che l’ave­vano violentata. Non era vero. Era una scusa. Era un modo per cavarsela perché certe vol­te le bugie sono l’unica via di fuga. Anche i Pm dicono che le sue parole sono un conti­nuo stop and go. Allude. Non convince. Ma nel «metodo Re­pubblica » non ci sono troppi chiaroscuri. Ecco Berlusconi, ecco la minorenne, ecco il bunga bunga. La condanna è già scritta. Aspettiamo la fine dell’inchiesta? No, dimissio­ni. Dimissioni subito. Ma que­sto non è fango.

È giornalismo d’alto bordo. Il «metodo Repubblica » è un romanzo postmoderno che ha da 15 anni un solo protago­nista. Ma non chiamatela os­sessione. Non è una campa­gna di odio. È, la loro e solo la loro, il noumeno della libertà di stampa. L’essenza del gior­nalismo democratico. È alchi­mia. È il fango che si trasforma in oro colato. Il vero, il verosi­mile, il falso e l’ipotetico s’in­trecciano su questo nome e di­ventano il sale dello stesso ca­novaccio. L’ambiguità crea fa­scino e in questo dire e non di­re si assestano colpi bassi da maestri della gogna pubblica. Leggete. Titolo: «Ruby e il Ca­valiere. Le mie notti ad Arco­re».

Non importa che Ruby non parli di notti di sesso. È marginale. La villa di Arcore è evocata come un bunga bun­ga di massa. Scrivono. «Ruby fa i nomi degli ospiti. C’è inte­ro il catalogo del mondo fem­minile di Silvio Berlusconi. Conduttrici televisive celebri o meno note, star in ascesa, qualcuna celeberrima, starlet in declino, qualche velina, più di una escort, ragazze single e ragazze in apparenza fidanza­tissime, due ministre. E Re­pubblica non intende dar con­to dei nomi ». Ma in realtà quel­le due ministre dice già molto. Quante sono le ministre in ca­rica? Quattro. Dici due e il so­spetto cade su tutte e quattro. Dici due e ne sputtani quattro. Parli di una sera a cena con Ru­by, Berlusconi, Daniela San­tanchè, George Clooney, Eli­sabetta Canalis. Sarà vero? Di­ce il vero, Ruby, o mente? A quanto pare mente. Ma intan­to la butti lì.

La Santanchè dice che lei Clooney non l’ha mai incontrato. «Io George Cloo­ney non ho mai avuto il piace­re di conoscerlo, né in Italia né nel resto del mondo. Non mi sono mai seduta al tavolo di un ristorante, di un bar, di una casa privata con Clooney, per cui se tanto mi dà tanto, non vorrei che tutto fosse un bufala». Ma per Repubblica tutto questo non conta. La ve­rità è già scritta. Berlusconi non è Fini. Il romanzo del Ca­valiere deve avere un solo fi­nale: la sconfitta del protago­nista. La missione Ruby è par­tita. Sarà lei a seppellirlo sot­to un cielo di fango? Bunga bunga.




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Che cos'è il bunga-bunga, nuovo tormentone della politica italiana

di Redazione

Il "bunga bunga" è diventato in meno di 24 ore il nuovo tormentone della politica italiana. Se­condo una barzelletta si tratterebbe di un "rituale erotico di gruppo"


Il «bunga bunga» è diventato in meno di 24 ore il nuovo tormentone della politica italiana. Se­condo una barzelletta che ieri circolava ovun­que, sui giornali e ovviamente sui siti internet, si tratta di un «rituale erotico di gruppo» che secondo le versioni più ricorrenti (finite persi­no in una canzone americana, come «Death by Unga Bunga!!» dei Mummies, gruppo garage­punk degli anni ’80) porta alla morte alcuni malcapitati esploratori finiti nelle mani di una fantomatica tribù e costretti a due scelte: la morte o il«bunga bunga». Ma chi sceglie di mo­rire pur di non sottoporsi alla tortura finisce comunque vittima del rituale erotico. Secondo Dagospia «In America è un classico, ma perde una “b”e diventa«unga bunga», che in genera­le è un termine abbastanza razzista e condi­scendente per descrivere come si parla nelle tribù africane. Un po’ l’evoluzione del “zì, bua­na” o della parlata di Mami di “Via col Vento”. In altri casi, è il richiamo dei cavernicoli prei­storici».

L’opposizione non aspettava altro per accanir­si contro il Cavaliere, il governo e la maggioran­za. Il finiano Luca Barbareschi, durante la tra­smissione «Un giorno da pecora» di Radio2, si è esibito intonando il «tuca tuca». Il dipietrista Massimo Donadi ha evocato il rischio che l’Ita­lia diventi «la repubblica del bunga-bunga» mentre il Partito democratico, evidentemente dotato di meno sarcasmo, ne ha approfittato per criticare le misure anti crisi adottate dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti:«Men­tre il Paese è costretto a subire i tagli alle infra­strutture, il Bunga Bunga diventerà il leitmo­tiv del dibattito delle prossime settimane». In particolare il segretario Bersani, a corto di iro­nia, si è attaccato al solito e unico ritornello che da anni ormai sa cantare:«Vadano a casa e qualcuno stacchi la spina rimettendo tutto al percorso istituzionale». Fantasia zero, insom­ma. Mentre Emilio Fede,davanti alla domanda sul bunga bunga ha strabuzzato gli occhi: «Non so cosa sia»,



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Quei racconti che non tornano. Santanché: mai visto Clooney

di Stefano Zurlo

Gli avvocati del Cavaliere Niccolò Ghedini e Piero Longo: "Sono totalmente infondate le notizie apparse oggi su alcuni quotidiani in relazione alle dichiarazioni di Ruby". Con queste parole Ghedini ha bollato l’inchiesta. I due legali hanno aggiunto che "la stessa procura si è puntualmente espressa sull’inesistenza di indagini"



 

Milano - La Procura di Milano, di solito co­sì aggressiva con il Cavaliere, questa volta avanza con i piedi di piombo. L’avvocato Nicolò Ghedini, invece, è categorico: «Abbiamo fatto le nostre indagini, abbiamo esaminato nume­rosi testi e possiamo affermare che tutta questa storia è una colossale montatura. Al momento opportuno tireremo fuori le nostre carte». In­somma, il cubo di Ruby sembra scivo­lare fra le mani come una saponetta ad ogni tentativo di verifica. Troppi dettagli suggestivi che però non tro­vano riscontro. Nella logica e, fin do­ve è stato possibile controllare, nella realtà. Intendiamoci: nessuno vuole negare che la cubista dalla biografia confusa e tormentata abbia incontra­to il premier e che abbia appoggiato le fronde scintillanti e i frutti avvele­nati della sua narrazione su un tron­co di verità. Ma è un tronco storto.

E poi? Poi si entra in una fiction che su­pera la soglia minima della credibili­tà e pare quasi una presa in giro. Dun­que, il racconto di Ruby ci porta ad Arcore dove, come tutti sanno, im­pazza il bunga bunga. Una corte di donne, donne anche famose, anche parlamentari, anche con una carrie­ra importante nel mondo dello spet­tacolo, circondano il Cavaliere come concubine in un harem. Sono tutte nude, le star e le starlette e le similveli­ne, nessuna tiene al proprio decoro, nemmeno di passaggio, tutte gioca­no pesantemente col sesso e col pre­sunto maschilismo del padrone di ca­sa. Lei, la cubista marocchina denun­ciata per furto, è l’unica vestita e già che c’è serve un Sanbitter a Silvio pri­ma che Silvio, premuroso, le allun­ghi pantaloncini e top bianchi. Sia­mo, come si vede, in un’atmosfera impregnata di certa letteratura latina tardo imperiale. Ma siamo anche ai confini della realtà: ma davvero pos­siamo immaginare, con tutta la perfi­dia possibile, che tutte queste signo­re abbiano buttato alle ortiche la pro­pria reputazione offrendosi ad una sorta di rituale osceno? Certo, queste istantanee sono così generiche che risulta persino diffici­le smentirle.

Il gioco vero-verosimile­falso è possibile solo davanti ai nomi e ai cognomi. Capita così anche con le rivelazioni dei pentiti di mafia: in una fantastica udienza a Milano, al­cuni collaboratori di giustizia arriva­rono ad accusare Giulio Andreotti di aver incontrato il boss della mafia ca­tanese Nitto Santapaola. «La data, di­teci la data di questo meeting », tuona­va l’avvocato Franco Coppi. E quan­do la data finalmente uscì, l’agenda di Andreotti mise a posto le chiac­chiere: quel giorno Andreotti era a colloquio con un certo Mikhail Gor­baciov. Quando Ruby ci serve, oltre al­l’analcolico, i nomi e i cognomi, va incontro a smentite senza appello. Se la prima volta ad Arcore incontra, come scrive la Repubblica , «un inte­ro catalogo del mondo femminile» e la seconda viene introdotta alle tecni­che del bunga bunga, la terza si ritro­va, addirittura, a tavola con Daniela Santanchè, George Clooney e Elisa­betta Canalis.

Insomma, la fiction in­castra frammenti del mondo berlu­sconiano dentro coreografie hol­lywoodiane. Solo che questa volta è la Santanchè a fare a pezzi il foto­gramma: «Purtroppo- spiega al Gior­nale - conosco Clooney come milio­ni di italiane solo al cinema. Non ho mai avuto la fortuna di stringergli la mano così come non ho mai visto questa Ruby». Stefania Ariosto rac­con­tava ai pm che tutti gli ospiti all’in­gresso in casa Previti dovevano bacia­re il fallo di una statua. Lei, invece, stordisce i Pm portandoli per mano ad Arcore e descrivendo le immersio­ni di dec­ine di donne nella vasca del­l’idromassaggio, le moine delle star impegnate nel bunga bunga, le surre­ali attenzioni del premier che si pre­mura di dirle più o meno queste paro­le: «Tranquilla, non riceverai avance sessuali». E poi, sempre lui, le rove­scia addosso un catalogo intero di re­gali che pare preso di peso dal baga­gliaio dell’auto di un ricettatore: oro­logi Rolex, gioielli Bulgari e Dolce& Gabbana, cristalli Swarovski, quan­t’altro.

Decine, forse centinaia di omaggi, per tre incontri tre, fra l’altro senza nemmeno concludere? È un problema di dosaggio, di proporzio­ni, di rapporti fra ciò che c’è e quel che si sottintende. Come nel caso del­la telefonata con cui Palazzo Chigi avrebbe ordinato alla questura di Mi­lano il rilascio della ragazza. «Nes­sun privilegio o trattamento prefe­renziale », replica ora la polizia mila­nese. E lei stessa ora, se è vero quanto riportato da Tgcom , infila la retromar­cia ed elabora una versione minima­lista: «Sono stata ad Arcore una volta sola». Giù dalla giostra, fino al prossi­mo colpo di scena.




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La questura: "Nessun favore alla ragazza"

di Luca Fazzo

La procura: "Il premier è estraneo". Fede si difende: "Mai fatto nulla, ho fiducia nei giudici". Il giallo della telefonata da Palazzo Chigi 


 

Milano - C’è un solo dettaglio su cui - adesso che l’esistenza di un’inchiesta è impossibile da negare - la Procura di Milano accetta ieri sera di fornire una verità ufficiale: «Silvio Berlusconi non è iscritto nel registro degli indagati e non è oggetto di questa indagine». Ma a palazzo di giustizia sanno perfettamente che non sarà questa precisazione a sminuire l’impatto mediatico della faccenda nata dalle rivelazioni di «Ruby»: perché, anche se il premier non è il bersaglio diretto e formale dell’indagine, di fatto l’inchiesta sta andando a scavare talmente a ridosso della sua persona, delle sue frequentazioni e delle sue consuetudini da garantire una sarabanda giornalistica da fare impallidire il caso D’Addario.

C’è, in realtà, un passaggio della vicenda su cui Berlusconi rischia comunque di venire chiamato in causa direttamente, ed è un passaggio tutt’altro che marginale: la telefonata che da Palazzo Chigi arriva alla questura di Milano la sera del 27 maggio scorso, con cui - stando a quanto riferito ieri da Repubblica - viene ordinato l’immediato rilascio della giovane marocchina, fermata poco prima per un’accusa di furto. Su questo punto la Procura sta indagando. Da chi partì l’ordine? E perché? In serata la questura ha dato la sua versione dei fatti: «In quelle sei ore la ragazza, fu identificata e furono contattati i genitori. Quindi, in mancanza di posto in comunità di accoglienza, d’accordo con il Tribunale dei minori, venne affidata a una persona che si era offerta di prendersene cura, perché la ragazza non poteva essere trattenuta oltre dal momento che la sua situazione non prevedeva alcuna misura detentiva». Ma il comunicato non parla della telefonata che sarebbe giunta da Palazzo Chigi. E su questo particolare verrà interrogato dai magistrati il questore di Milano, Vincenzo Indolfi, destinato ad altro incarico pochi giorni fa. E quando il questore avrà spiegato chi diede al suo capo di gabinetto l’ordine di rilasciare la ragazza, l’indagine sbarcherà inevitabilmente a Palazzo Chigi.

Non lontano dal capo del governo punta, d’altronde, anche il filone d’accusa principale, quello relativo al favoreggiamento della prostituzione minorile. L’iscrizione nel registro degli indagati (insieme all’agente delle dive, Lele Mora) di due volti noti dell’entourage del Cavaliere - il direttore del T4 Emilio Fede e la consigliere regionale Nicole Minetti - non nascerebbe semplicemente dalle tre visite che «Ruby» racconta di avere effettuato ad Arcore, senza peraltro partecipare ad alcun dopocena a luci rosse. «Per ipotizzare il reato di favoreggiamento non basta certo un singolo episodio», fanno sapere fonti vicine agli inquirenti. Il problema riguarderebbe cioè altri episodi della vita di «Ruby», riferiti nelle decine di verbali di cui è finora venuta alla luce solo una piccola parte.

E ieri sera, durante il Tg4, Fede si è difeso così: «Non ho mai commesso nulla di illecito, e non potrei mai farlo finché non verrò chiamato lassù. Io sono rispettoso della giustizia ma soprattutto della mia coscienza, di uomo e di giornalista». E ancora: in questa vicenda «ci vuole una grande forza fisica e psicologica, e anche onestà e rispetto per la magistratura».





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Il papà di Ruby: "Figlia ribelle, ultima volta vista a marzo"

di Redazione


Mohamed, il 54enne ambulante marocchino, rompe il silenzio per parlare della figlia: "Mia figlia è ribelle. L’ultima volta l’ho vista per mezza giornata nel marzo scorso quando mi chiamò la polizia stradale. Da tre anni non so nulla di lei"



 

Messina - "Mia figlia è ribelle. L’ultima volta l’ho vista per mezza giornata nel marzo scorso quando mi chiamò la polizia stradale. Da tre anni non so nulla di lei". Intervistato dall’Ansa Mohamed, il 54enne ambulante marocchino padre di Ruby, rompe il silenzio per parlare della figlia che è rimasta coinvolta nell’inchiesta di Milano.

Una figlia ribelle Nel marzo scorso il padre di Ruby venne chiamato dalla polizia di Giardini Naxos (in provincia di Messina) che aveva trovato la ragazza in auto con altri due giovani. La minorenne tornò a casa col padre ma il giorno dopo sparì di nuovo. "Non ha mai voluto studiare - aggiunge il padre in un italo-siculo stentato - non vuole andare in Marocco. Non stava mai a casa". Mohamed si trova davanti la sua abitazione in contrada San Filippo a Letojanni. La moglie e gli altri tre figli sono in Marocco. Alla domanda se conosce la vicenda in cui è coinvolta la figlia, che riguarda anche il premier Berlusconi, il marocchino risponde: "Non so niente, nessuno mi ha detto nulla. Sapevo che mia figlia era in comunità. Questa storia non mi piace. Voglio vivere tranquillo e tornare in Marocco".





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Ruby accusa il pm: "Mi ha usata per colpire il premier"

di Stefano Filippi

La minorenne: "Ad Arcore solo una sera, i giornali scrivono balle" Fuggita da Messina dopo un furto, a Milano faceva la cubista



 

I genitori l’hanno chiamata Karima: in arabo, «onorata». Su Facebook è Ruby Rubacuori, immagini in guepiere e latex, abiti da coniglietta nelle feste della «movida» milanese, scollature da infarto nelle cene di gala, sguardo seducente, labbra di fuoco. L’anagrafe dice che compirà 18 anni fra pochi giorni, il 2 novembre, ma dalle foto non si direbbe. Lo scorso fine settimana girava tra le discoteche di Genova a ballare sul cubo: il fotografo Maurizio Piperissa l’ha immortalata al Fellini. «Non so se era ingaggiata come ragazza immagine o se si era imbucata», racconta.

Da tre giorni, da quando si parla di lei e dell’inchiesta che la coinvolge, l’esuberanza è sparita. Introvabile e silenziosa. Le parole che le agenzie di stampa hanno riferito sono filtrate dal suo legale milanese, Luca Giuliante. «Sono amareggiata - fa sapere Ruby all’agenzia Agi - la mia verità è stata manipolata. Niente è vero, hanno sparato solo cavolate. Non è giusto rovinarmi in questo modo».

All’agenzia Ansa la ragazza manifesta smarrimento: «Sono dispiaciuta per quanto sta accadendo. Mi spiace soprattutto perché vedo che sono state coinvolte persone che mi hanno aiutato senza chiedere niente in cambio. Sto male». Dice che tanti cercano di entrare in contatto con lei. «Ho rifiutato. Ho anche eliminato il mio profilo da Facebook, attorno alle 10,30». Giuliante specifica che «ha bisogno di rimanere tranquilla, è una ragazza molto giovane coinvolta in una vicenda più grande di lei e che non le appartiene».
Amareggiata, smarrita, ma anche determinata a smontare la «manipolazione». Questo il suo racconto a Tgcom: «Sono stata ad Arcore solo una sera, e quello che raccontano i giornali sono cazzate. Dietro questo polverone c’è una sola persona, il giudice Pietro Forno. Mi ha usata per attaccare il premier. Un’amica mi ha portato nella villa del presidente Berlusconi il 14 febbraio, è l’unica volta che ci sono stata, ma nessuno sapeva che ero minorenne, ho detto di avere 24 anni. La serata è stata tranquilla, prima una cena, poi il premier si è messo a cantare. Siccome mi vedeva per la prima volta mi ha dedicato una canzone».

Quella sera ad Arcore c’era anche Emilio Fede, che Ruby aveva incontrato un’altra volta a un concorso di bellezza in Sicilia. Ruby se n’è andata verso mezzanotte: «Il premier mi ha regalato una collana di Damiani e dato una busta che ho aperto in taxi: c’erano 7mila euro in contanti. L’amica che mi ha accompagnato ha raccontato al presidente la mia storia e gli ha detto che avevo bisogno di aiuto. E lui mi ha dato la busta. Nessuna proposta di atti sessuali».
Quell’amica non era Nicole Minetti, consigliere regionale lombardo che l’attese davanti alla questura la sera del fermo. «Ho conosciuto Nicole in quell’occasione, penso l’abbia chiamata l’amica che mi aveva portato ad Arcore. Quel giorno si è scoperto che ero minorenne e Lele Mora si è arrabbiato tantissimo. Anche Berlusconi mi fece sapere che non avrei più potuto vederlo perché aveva già avuto tanti problemi. Dietro questa storia c’è la volontà di attaccare il presidente del Consiglio, ma io non c’entro nulla. Il giudice Pietro Forno non è mai stato interessato alla mia storia e alle mie vicende in comunità: voleva solo colpire il premier e mi ha usata».

Vita difficile, quella di Ruby Rubacuori, cacciata di casa a 14 anni dopo una storiaccia di furti da un’amica, presunte violenze e sesso a pagamento. Di giorno cameriera, di notte serate nei locali: «Faccio pure la danza del ventre, ma prima di incontrare Lele Mora mi capitava anche di dormire sulle panchine. Mi dispiace averlo coinvolto, lui mi ha fatto solo del bene senza sapere che fossi minorenne».
Su internet restano tracce di lei, oltre alle foto mozzafiato. Pensierini riciclati da altri siti («Se tutto fosse facile... niente sarebbe interessante») e messaggi ammiccanti: «Quando avrai il tuo carpe diem con me non sprecarlo». E poi inviti, complimenti, appuntamenti. Un’adolescente che gioca a fare la grande. Ma chi la conosce parla di lei come una ragazza difficile, che voleva a tutti i costi inserirsi in un ambiente nuovo e forse ostile, e ha usato la sua fisicità prorompente per farsi strada.

«Era una giovane estroversa - ricorda l’ex professore di francese delle scuole medie di Letojanni, Alfonso Lo Turco - ha fatto fatica a stringere rapporti con i compagni e non faceva parte di nessuna compagnia del paese». «L’abbiamo persa di vista nel 2006 - dice il sindaco del paese siciliano, Giovanni Mauro - l’ultima volta si è fatta vedere il 25 aprile scorso ma non credo volesse far visita ai familiari con i quali, mi risulta, non ha più rapporti. Il padre vende oggetti in giro per la strada, coperte, fazzoletti, tappeti; di recente ha avuto un incidente a una gamba. Il comune la mantiene da 4 anni pagando la retta ai servizi sociali».

Uscita di casa, Ruby ha fatto la cameriera e la ragazza immagine in vari posti d’Italia approdando a Milano, con la sua vita notturna, i festini e le serate con i Vip, fino a capitare nella scuderia di Lele Mora: nelle foto spregiudicate che circolano su internet non appare dispiaciuta di quella vita. Poi il fermo, la notte in questura, la segnalazione al tribunale dei minori che in maggio l’ha affidata a una casa-famiglia di Genova. Anche da lì Ruby è fuggita. Nelle ultime settimane pare abitasse in un residence della città ligure pagato da qualche amico, dormiva di giorno e la sera lavorava in un locale.





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Non più figli e figliastri, un ddl li equipara tutti davanti alla legge

Corriere della sera


Il Cdm vara il provvedimento che una volta divenuto legge equiparerà figli legittimi e naturali


MILANO - Via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge delega volto a modificare la disciplina in materia di filiazione con il fine di assicurare una sostanziale equiparazione dei diritti dei figli legittimi con quelli dei figli naturali. «Con l’equiparazione tra figli legittimi e naturali oggi abbiamo cancellato un’odiosa e anacronistica discriminazione che andava a colpire i più piccoli, l’anello più debole di ogni famiglia» ha spiegato il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna.

CARFAGNA - «Grazie ad un testo equilibrato, ponderato e condiviso, da oggi - aggiunge Carfagna - non vi sarà più quel distinguo tra figli di serie A e B, una classifica vissuta e subita dai minori per le scelte dei loro genitori, una distinzione che spesso era utilizzata anche nelle dispute per eredità, penalizzando chi era nato al di fuori del matrimonio. Da oggi - conclude il ministro - con un cambiamento del codice civile che si estende anche a quello lessicale, non si parlerà più di fratelli e fratellastri, di figli e figliastri, come nelle favole. In una società che si evolve e muta, è essenziale che le leggi, le istituzioni e la classe politica diano risposte capaci di tutelare i cittadini e a garantire pari opportunità per tutti».

GIOVANARDI - Anche il sottosegretario alle Politiche per la famiglia, Carlo Giovanardi, ha definito il provvedimento «Una svolta epocale. Dovrà essere modificato il diritto successorio, perchè l’eredità a parità di trattamento viene come diritto del figlio nato nel matrimonio e di quello fuori, ma tutti i figli hanno ora lo stesso status giuridico. Non solo: all’interno del progetto di legge ci sono principi innovativi sulla potestà dei genitori e sul diritto del figlio ad essere ascoltato sulle scelte che riguarderanno il suo futuro. Era stato anche proposto, oltre al diritto ad essere assistito moralmente, il "diritto ad essere amato", ma questa parte è stata tolta dal consiglio dei ministri perchè è un diritto non esigibile dal punto di vista giuridico. Il Parlamento dovrà ora approvare questo ddl per poi stilare i regolamenti attuativi che daranno sostanza a quanto scritto nella norma», ha concluso Giovanardi.

Redazione online
29 ottobre 2010





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Ingrassa sul lavoro, causa a McDonald's

Corriere della sera


Direttore di un fast food, ha dovuto assaggiare per 12 anni hamburger e patatine: il peso è cresciuto di 32 chili





MILANO - Per dodici lunghi anni ha dovuto assaggiare ogni giorno patatine e hamburger e verificare gli standard qualitativi del cibo offerto alla clientela. Peccato che l'attività di gourmet abbia reso obeso un ex manager brasiliano della Macdonald's che in poco più di due lustri è ingrassato di ben 32 chilogrammi. Il trentaduenne ha deciso di far causa alla nota catena di fast food e alla fine l'ha spuntata: il giudice Joao Filho di Porto Alegre ha stabilito che la multinazionale dovrà risarcire il suo ex dipendente con 17.500 dollari.

FALSI CLIENTI – Secondo quanto hanno riferito i media locali ogni giorno «falsi clienti», inviati da McDonald's, visitavano il ristorante gestito dall'ex manager per stabilire se i prodotti offerti dalla catena rimanevano di buon livello. Per questo il trentaduenne, se voleva mantenere il posto di lavoro, non poteva saltare il quotidiano rito della degustazione. Inoltre i dipendenti della catena di fast food durante l'orario lavorativo erano liberi di mangiare senza limiti sandwich, patatine e gelati e ciò ha contribuito a rendere il fisico del trentaduenne lontano dal peso forma.

APPELLO - L'azienda americana ha fatto sapere che presenterà appello. Secondo i dirigenti della McDonald's la sentenza è ingiusta perché l'ex manager poteva alternare l’alimentazione più calorica con i prodotti meno grassi presenti nel menù: «I nostri ristoranti offrono una larga varietà di scelte e un menù equilibrato - sentenzia un comunicato dell'azienda americana - Ciò è fatto anche per rendere soddisfacente la dieta quotidiana dei nostri dipendenti»

Framcesco Tortora
29 ottobre 2010



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Bruciò il Tricolore a Boscoreale, denunciato per vilipendio

Corriere della sera


Il manifestante S.A., 30 anni, accusato di vilipendio alla bandiera e adunata sediziosa





MILANO - Sette giorni fa ha bruciato la bandiera italiana, dopo essersi arrampicato su un ulivo, sostenendo che chi vuole i rifiuti a Terzigno (Napoli) sta calpestando il Tricolore. L'uomo, ora, è stato identificato e denunciato in stato di libertà, per vilipendio alla bandiera e adunata sediziosa.

S.A., 30 anni, è uno dei manifestanti che da giorni presidiano il territorio, nel Vesuviano, contro l'eventualità della apertura di una nuova discarica, Cava Vitiello. A denunciarlo gli agenti del commissariato di Torre Annunziata. Nel corso di una manifestazione non autorizzata, presso la rotonda di via Panoramica a Boscoreale, il giovane, aveva dato fuoco alla bandiera della Repubblica Italiana. (Fonte Ansa)


29 ottobre 2010



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Le folli spese romane del capo dell'Ifad, l'agenzia Onu che combatte la povertà

Il Messaggero


Il presidente Nwanze vara tagli per 2,5 milioni di dollari
ma non il suo budget personale, compreso l'affitto di una villa


ROMA (29 ottobre) - Felix Kanayo Nwanze, presidente dell'Ifad (International Fund for Agricultural Development), l'agenzia dell'Onu che ha come missione quella di sradicare la povertà nel mondo, ha recentemente varato tagli per 2,5 milioni di dollari al bilancio dell'organizzazione ma si è opposto in ogni modo a ridurre le sue straordinarie spese personali, compreso l'affitto di una lussuosissima villa sull'Appia Antica a Roma. 

Nei giorni in cui il nigeriano Nwanze si prepara a presentare il rapporto sulla povertà rurale a Londra, riporta Italian Insider, periodico in lingua inglese pubblicato a Roma, funzionari delle Nazioni Unite hanno espresso forti preoccupazioni sui costi della sua villa romana, una casa con parco di due ettari, piscina, palestra, campi da calcio e basket e garage per ospitare le auto del presidente: due Bmw, una jeep e una limousine con targhe diplomatiche.

Un funzionario dell'Ufficio di audit e controllo dell'Ifad, riporta ancora Italian insider, afferma che il costo totale della villa e della sua manutenzione, affidata a una squadra di giardinieri, è di circa 400mila euro l'anno. Senza contare la spesa di 197 mila euro per una guardia personale assunta appositamente per Nwanze. Altri funzionari interpellati spiegano poi che le spese sono state suddivise in nove diversi capitoli per farle sembrare più basse. "Vado nei campi dove prestiamo ai contadini da 5 a 25 dollari per comprare polli e questo cambia completamente le loro vite”, dice il funnzionario dell'Ifad, che parla sotto condizione di restare anonimo e che ora ha laciato Roma per andare a lavorare all'Onu a New York. «Ora questi programmi vengono tagliati mentre lui butta via milioni».

L'ufficio stampa dell'Ifad, interpellato sul costo della villa, replica affermando che le spese per l'affitto sono molto più basse, intorno a 150mila euro, e che i 197mila euro spesi per il bodyguard sono una cifra “incorretta”. L'ufficio stamp dell'agenzia dell'Onu ha negato poi anche le insistenti voci secondo cui l'Italia si sia fortemente opposta alle spese negoziate dal presidente dopo la sua elezione lo scorso anno (il posto è retribuito con una indennità di 300mila dollari). «Nessuno ha obiettato», ha detto un portavoce dell'agenzia. «C'è stato dibattito, come sui nostri progetti, ma questo è normale».




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Opposizione all'attacco, Di Pietro: pronti a mozione di sfiducia. Bossi: non avete un c... da fare

Il Mattino


ROMA (29 ottobre)

 L'ennesima bufera giudiziaria che coinvolgerebbe il premier Silvio Berlusconi scatena tutta l'opposizione, ad esclusione dell'Udc che tace.
Di Pietro: pronti a mozione di sfiducia. «Italia dei valori al prossimo question time interpellerà il ministro dell'Interno Maroni in merito alla telefonata arrivata alla questura di Milano da parte di palazzo Chigi con riferimento alla ragazza marocchina Ruby». Lo dicono Antonio Di Pietro e Massimo Donadi dell'Idv. «Quello che vogliamo sapere è se vi sia stata da parte del presidente del Consiglio, o da persone da lui incaricate, un vero e

proprio abuso della sua funzione governativa, aggravata dall'aver fornito alla stessa questura false indicazioni circa le generalità della ragazza stessa -proseguono il leader e il capogruppo di Idv-. Non ci interessano gli aspetti pruriginosi della vicenda, ma capire se siano stati violati i doveri, le funzioni e le prerogative fondamentali del presidente del Consiglio. Dall'esito delle risposte del ministro Maroni, Italia dei valori valuterà se presentare una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del consiglio».

Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ieri ha chiesto che «il governo vada a casa», e ha invocato più sobrietà per il presidente del Consiglio: il Paese ha detto «ne ha diritto, serve una fase nuova». Il vice presidente dei democratici Luigi Zanda chiede che l'esecutivo «chiarisca in Parlamento».

«Non avete un c... da fare».  Umberto Bossi, leader della Lega nord, risponde invece così ai giornalisti a Montecitorio che gli chiedono un commento sul caso Ruby.




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Bunga Bunga, il mistero che invade l'Italia|video

Corriere della sera

Cosa capiscono i lettori stranieri dei giornali italiani di P.Battista


Alle Maldive nozze con insulti La coppia di svizzeri non se ne accorge

Corriere della sera

Smascherato da YoutTube l'episodio in un resort. E il ministro degli Esteri apre un'inchiesta

QUESTE Cerimonie sono IN GENERE una sorta di matrimonio-bis per sposi in luna di miele


Un'immagine tratta dal video delle nozze postato su YouTube
Un'immagine tratta dal video delle nozze postato su YouTube
La malcapitata coppia svizzera in luna di miele non si è accorta di nulla. In abito bianco e con tanto di bouquet di fiori in mano lei, sorridente ed emozionato lui, hanno creduto davvero di rivivere nella cornice da sogno delle Maldive il momento del loro emozionate «sì». Una cerimonia romantica sulla spiaggia, dal loro punto di vista, ma che in realtà altro non era che una valanga di insulti pronunciati nella incomprensibile lingua locale da coloro che stavano celebrando il rito. Nel video i due sposini restano sorridenti per tutto il tempo mentre i protagonisti della messa in scena con nonchalance li apostrofano come «maiali» o «infedeli».
IL VIDEO - Al termine della cerimonia, durata 15 minuti, gli sposi si scambiano gli anelli e lo staff li applaude. Poi il gruppo si sposta in spiaggia e pianta un albero di cocco nella sabbia. Il finto omaggio alla coppia è stato smascherato in un video diffuso su YouTube, con tanto di sottotitoli che traducono le offese a sfondo religioso e sessuale rivolte alla coppia in Dhivehi, la lingua maldiviana. La direzione dell'hotel Vilu Reef si è scusata con gli inconsapevoli coniugi. E il ministro degli Esteri dell'arcipelago, Ahmed Shaheed, ha espresso «orrore», ordinando l'apertura di una inchiesta sull'accaduto.
UNA PRASSI? - Cerimonie come quella ripresa nel video che ha destato scalpore rientrano tra i servizi offerti dal Vilu Reef e sono ampiamente pubblicizzate sul sito web del resort. Le cerimonie sono una sorta di matrimonio-bis per sposi in luna di miele che vogliono rivivere il momento idilliaco dell'unione. Chissà in quanti, è ora l'interrogativo di molti, come i poveri coniugi svizzeri sono stati inconsapevole bersaglio degli insulti dello staff dell'hotel.
Redazione online
29 ottobre 2010



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L'uomo da 50 miliardi di mail (al giorno)

Corriere della sera


Scritto da: Federico Cella alle 07:00

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L’incredibile numero di messaggi di spam inviati ogni giorno, pari a circa il 90% del totale delle email mondiali, nell’ultimo mese è calato verticalmente da 250 a 200 miliardi. Un taglio di un quinto dietro al quale ci sarebbe nientemeno che lo scambio di visite a scopo commerciale tra Medvedev e Schwarzenegger. Dopo che il presidente russo si era recato nella Silicon Valley a giugno, il governatore della California ha ricambiato la cortesia, a Mosca, lo scorso 10 ottobre (nella foto sotto). Due settimane prima, come gesto di buona volontà e di benvenuto, le autorità moscovite avevano chiuso le attività della società dal nome significativo di SpamIt.com. Ossia la principale centrale russa che promuoveva l’invio di “mail spazzatura” al cui vertice si trova la figura degna di un thriller economico di Igor Gusev (nella foto a sinistra). Il 31enne milionario russo avrebbe creato alla luce del sole una rete perfettamente organizzata di invio di spamming per promuovere farmaci più o meno ufficiali o efficaci in giro per il mondo.

L’obiettivo del massiccio invio di mail è soprattutto il ricco Occidente, Stati Uniti ed Europa, con la conseguenza di far cadere nella rete migliaia di ignari utenti di Internet, e soprattutto di avere pesanti costi per l’economia. “Non solo i server mondiali sono intasati dalla enorme mole di posta a vario titolo illegale”, spiega da Mosca Andrey Nikishin, ingegnere della Kaspersky, società che si occupa di sicurezza online. “Ma ogni singola azienda è costretta a spendere decine di migliaia di euro all’anno per proteggersi dall’invasione di email infettate o comunque fraudolente”.

Il 27 settembre quindi la polizia russa, secondo una ricostruzione riportata dal New York Times, ha improvvisamente chiuso l’attività di SpamIt con la conseguenza di un taglio immediato di 50 miliardi di spam mail al giorno. La società gestita da Gusev si occupava di pagare un nutrito gruppo di pirati informatici per inviare le email pubblicitarie di prodotti farmaceutici – che rappresentano a livello globale praticamente la metà di tutta la posta spam - senza avere un’appropriata licenza per farlo. Questo giro d’affari illegale avrebbe generato nell’arco di 3 anni e mezzo proventi pari ad almeno 120 milioni di dollari. Le indagini della polizia moscovita sono partite il 21 settembre scorso e hanno portato anche alla perquisizione dell’appartamento cittadino di Igor Gusev. Il quale, secondo il suo avvocato Vadim Kolosov contattato dalla Reuters, “non è legato a queste attività” e al momento si trova fuori dal Paese e dunque non può essere sentito direttamente dagli investigatori.

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Come detto quindi la visita di Schwarzy a Mosca, accompagnato da un gruppo di rappresentanti di aziende californiane, di cui molte hi-tech, sarebbe stata la molla perché il governo russo si sia deciso per la prima volta a muoversi contro l’industria locale dello spamming. Che secondo Kaspersky è attualmente la quinta al mondo (prima l’India), con al proprio vertice proprio Igor Gusev. L’idea del presidente Medvedev è quella di dare una ripulita alla propria reputazione online per arrivare a promuovere in Occidente la crescente industria russa legata a Internet. Quella legale. Fino a questo momento invece le attività illecite erano state coperte volontariamente per quello che si suppone essere stato una sorta di scambio di favori ad alti, anche altissimi livelli. A spiegare la questione, e a disegnare la figura di Gusev come grande manovratore non solo di attività economiche illecite, è intervenuto un reportage pubblicato dalla versione russa di Newsweek che ha messo in connessione gli hacker dell’impero del milionario con gli attacchi informatici portati contro la Georgia nel 2008. Le autorità russe dunque avrebbero chiuso tutt’e due gli occhi sulle attività illecite in cambio di esperta manovalanza informatica per azioni di cyberguerra politica.

Pubblicato il 29.10.10 07:00 | | Commenti(3) | Invia il post




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Nepal, internet a connessione veloce arriva nel campo base sull'Everest

Quotidiano.net


L'iniziativa, che permetterà a scalatori e guide di usufruire di internet veloce sul telefonino, è dell'azienda telefonica privata nepalese Ncell, appartenente al gruppo svedese TeliaNocera. Il servizio coprira’ l’intera vallata di Khumbu


Kathmandu, 29 ottobre 2010



La Ncell, azienda telefonica privata nepalese, ha esteso il servizio 3G al campo base dell’Everest per permettere a scalatori e guide di usufruire di internet veloce sul telefonino. Lo annunciano i media nepalesi riportando la notizia diffusa ieri dallo stesso operatore appartenente al gruppo svedese TeliaNocera.
L’amministratore delegato Pasi Koistinen ha effettuato la prima video chiamata con uno scalatore, Namghyal Sherpa, che si trovava a 5.200 metri di altezza dove iniziano le spedizioni verso la vetta. Il servizio coprira’ l’intera vallata di Khumbu e permettera’ alle comunita’ locali un livello di comunicazione che finora era possibile solo con i costosi telefonini satellitari.
Il gruppo telefonico scandinavo ha annunciato investimenti per 200 milioni di dollari per espandere nei prossimi due anni il proprio network che conta 3.7 milioni di abbonati. Solo un terzo del Nepal e’ coperto dalla rete di telefonia mobile. Tre anni fa, la societa’ China Mobile aveva introdotto per la prima volta la connessione cellulare sul versante tibetano dell’Everest.




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Scuola, cortei contro i tagli della Gelmini A Roma studenti con le mutande in testa

Il Messaggero





ROMA (29 ottobre) - Nuova protesta dell'Unione degli studenti contro la riforma della scuola. Oggi manifestazioni e flash mob in varie città, tra cui Roma, Torino Palermo e Siena. A Lecce e Bari sono anche previste fiaccolate notturne che coinvolgeranno la cittadinanza.

A Roma usano l'arma dell'ironia gli studenti delle scuole medie e superiori per protestare contro la riforma Gelmini e i tagli alla scuola. Radunati a piazzale dei Partigiani per partire in corteo, destinazione il ministero della Pubblica istruzione a viale Trastevere, molti studenti oggi si sono presentati calzando mutande in testa. «Con i tagli hanno ridotto la scuola in mutande, vogliamo darne una dimostrazione pratica», dice un gruppo di studentesse in testa al corteo mentre si infilano degli slip sui capelli.

«Contro tagli e precarietà riprendiamoci il futuro», recita lo striscione che apre la manifestazione. Tra le studentesse molte hanno meno di 18 anni, tanti gli slogan nei cori che partono dai manifestanti che riecheggiano le ultime vicende che vedono protagonista il presidente del Consiglio con la minorenne Ruby. «Ho 17 anni, ma non mi farei mai comprare da un uomo di 75, nemmeno se fa il premier», dice una ragazza.

Il corteo è sfilato di fronte al ministero della Pubblica istruzione, a viale Trastevere. Un nutrito schieramento di uomini e mezzi delle forze dell'ordine presidia con un cordone le scale l'ingresso del ministro. Gli agenti sono schierati in modo da impedire i manifestanti si posizionino sulle rotaie del tram 8.

«Occupiamo viale Trastevere», l'annuncio partito dalla testa del corteo «contro un ministro che non vuole dialogare con noi e contro la sua riforma». A breve gli studenti daranno vita ad un'assemblea di fronte al ministero.





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Ai furbetti delle pensioni i soldi dei parenti morti

Il Tempo


Nei guai figli, vedove e vicini di casa con la delega a ritirare l’assegno Oltre ottanta denunciati. Accusati dalla Procura di truffa allo Stato. Molti hanno restituito le somme percepite.


Incassavano la pensione del parente morto. Da pochi mesi e in alcuni casi anche da tre anni. Sono 81 i denunciati per truffa allo Stato dai militari della Guardia di finanza del II Gruppo. Totale dei soldi indebitamente percepiti: oltre 400 mila euro. L'inchiesta è partita nel 2006 su delega del procuratore aggiunto di Roma Maria Anna Cordova. Il magistrato ha consegnato 1.900 pratiche da controllare. Quasi duemila situazioni sulle quali aveva qualche sospetto. E il risultato finale non li ha smentiti. Con la collaborazione di Anagrafe tributaria, Comune di Roma e soprattutto Inps gli uomini del II Gruppo della Finanza coordinati dal capitano Maurizio Camicia hanno cominciato a passare al setaccio le singole posizioni. Chi era il titolare della pensione, chi la percepiva e da quando. Alla Posta e in banca. Dall'esame incrociato è emerso l'incredibile.

Su 1.900 situazioni verificate 81 si sono rivelate vere e proprie truffe. E cioè. Il titolare della pensione era morto ma i parenti continuavano a incassarla. Si trattava soprattutto di moglie ma anche di figli e in un episodio di un vicino di casa che aveva la delega a riscuotere perché il poveretto quand'era in vita non poteva muoversi. Un caso singolare: approffittando dell'errore dell'amministrazione la vedova per un periodo ha intascato sia la pensione di reversibilità che spetta quando il coniuge muore e al tempo stesso l'assegno mensile pieno, senza decurtazione, come se il marito non fosse mai deceduto. E ancora. In alcuni casi l'autentica delle firme dei defunti era avvenuta in data successiva alla morte.

L'inchiesta delle Fiamme gialle segue la scia di quella gemella chiusa lo scorso anno è avviata nel 2007. Allora l'ammontare delle truffe fu di oltre due milioni di euro. Il sistema era sempre lo stesso. I parenti intascavano le pensioni dei propri cari deceduti da anni. All'epoca furono 32 i deunciati per i quali in seguito lo stesso pm Cordova ha chiesto il rinvio a giudizio. Da un esame incrociato tra una serie di campioni sui pagamenti pensionistici del 2006 e l'anagrafe romana emerse che molti pensionati, pur essendo deceduti da anni, continuavano a percepire lo stesso l'assegno mensile (pensioni modeste, intorno ai 500 euro mensili). Inizialmente furono 67 le persone indagate a Roma. Dopo una serie di archiviazioni si è arrivati ai trentadue.

Fabio Di Chio
29/10/2010




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La storia di Sal, il mafioso «buono» ora sotto processo

Corriere della sera


Fornì i nomi di oltre 500 mafiosi non solo della «famiglia» americana ma anche dei clan in Italia

Salvatore Vitale detto «good looking Sa»


Joseph Massino detto «the last Don» (dal web)
Joseph Massino detto «the last Don» (dal web)
WASHINGTON – «Uccise per la mafia, ma la smantella in tribunale». Con questo titolo, il New York times pubblica una delle più torbide storie di «Cosa nostra» in America, che sarà certamente oggetto di un film. È la storia di Salvatore Vitale detto «good looking Sal» (liberamente tradotto, Sal il bello) il sottocapo della «famiglia» mafiosa Bonanno, una delle cinque di New York.
CHI È - Vitale, 62 anni, partecipò a 11 assassini in nome del suo capo, Joseph Massino detto «the last Don» (l’ultimo Don), tra il ’76 e il ’99. Ma dopo l’arresto e la confessione nel 2003 divenne un informatore dell’Fbi. E che informatore! Secondo la Procura di Brooklyn fornì i nomi di oltre 500 mafiosi non solo della «famiglia» Bonanno ma anche di quelle Colombo e Genovese e di clan in Italia. «È stato il testimone più prezioso da Salvatore Gravano» ha detto un portavoce.
LA STORIA - Circa vent’anni fa Gravano, un altro killer «pentito», svelò all’Fbi tutti i segreti della «famiglia» Gambino, facendone condannare il capo all’ergastolo: John Gotti detto «the dapper Don» (il Don elegantone) morì in carcere. Vitale comparirà in tribunale venerdì sera a New York. Il giudice Nichols Garaufis dovrà comminargli una sentenza che l’Fbi spera sia molto lieve: a questo scopo, ha presentato al giudice un dossier di 122 pagine, spiegando che senza «Sal il bello» non avrebbe potuto debellare la famiglia Bonanno. Il sottocapo, riferisce il New York times, fornì tali prove a carico di Massino e dei quattro capi che gli subentrarono che l’Fbi potè arrestarli subito. Con loro finirono in carcere 135 mafiosi, e venne fatta luce su 23 omicidi irrisolti.
INFILTRATO - Nel mondo di «Cosa nostra» la storia ha suscitato enorme eco per due motivi. Quello Bonanno era l’unico clan mai tradito da un suo membro. Era stato infiltrato da un agente dell’Fbi negli Anni ottanta, una vicenda portata sullo schermo dall’attore Johnny Depp nel film «Donnie Brasco» del ’97. Ma il clan aveva sempre rispettato la consegna dall’omertà. Il paradosso è che una volta spezzata da Vitale, l’omertà fu violata anche dal capo. Nel 2005, lo stesso Massino, incarcerato, passò al servizio dell’Fbi. Una triste fine per la famiglia, di cui ha narrato le gesta in due libri lo scrittore Gay Talese. Come ne «Il padrino» di Mario Puzo e di Ford Coppola, la storia è complicata dai rapporti personali e familiari tra «Sal il bello» e «L’ultimo Don». I due crebbero insieme: Massino, più anziano di cinque anni, osserva il New York times «insegnò a Vitale prima a nuotare poi a uccidere». Ma Vitale non entrò immediatamente nella mafia. Fece prima il servizio militare, fu parà in Germania, poi lavorò per un Istituto correzionale. Massino era però il suo migliore amico e il suo idolo, ed era suo cognato, aveva sposato sua sorella. Quando lo volle nella famiglia Bonanno, Vitale non seppe dire di no. Un odio mortale separa ora i due, un tempo inseparabili. David Breibart, l’avvocato di Massino, insiste che Vitale deve scontare l’ergastolo per i suoi delitti. Sostiene che la giustizia americana esagera con la clemenza ai pentiti. «Cinque o sei assassini sono a piede libero solo per avere testimoniato contro il mio cliente» protesta. «È gente che nessuno vuole avere come vicini di casa».
Ennio Caretto
29 ottobre 2010



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Sette autovelox in un chilometro Comune da record nel Vicentino

Corriere della sera


l sindaco: nessuna vessazione, lo scopo è dissuadere gli automobilisti indisciplinati. L'assessore precisa: per il momento non fanno multe



VICENZA - Con ben 7 autovelox in poco più di 1 km di asfalto potrebbe entrare nel guinness dei primati come «il terrore» degli automobilisti la strada provinciale Peschiera dei Muzzi, nel vicentino. Gli apparecchi sono stati fatti installare dal Comune di Castelgomberto (Vicenza), attraversato da quest’arteria. Si tratta di una strada molto trafficata, dove le auto dirette a Vicenza sfrecciano spesso a velocità elevate. Ma l’assessore comunale alla sicurezza, Gabriele Vencato, precisa al «Giornale di Vicenza» che lo scopo della selva di autovelox «non è vessatorio. È piuttosto una politica di dissuasione verso quanti guidano in modo indisciplinato». Fatto sta che le auto in corsa sulla provinciale 246 Peschiera dei Muzzi dovranno ora vedersela con ben cinque box arancioni «speed check» installati nel tratto cittadino di Castelgomberto, più altri due messi in funzione nella vicina frazione di Valle.
Tranquillizza gli automobilisti vicentini Gabriele Vencato, l’assessore alla sicurezza. «Certo, questi totem sperimentali hanno all’interno la telecamera, ma per ora non fanno multe, funzionano solo come dissuasori, illuminandosi di notte al passaggio delle auto». «Saremmo dei pazzi - spiega Vencato all’Ansa - se mettessimo sette autovelox in un chilometro, in realtà un chilometro e mezzo, perchè gli "speed check" sono distanziati tra loro di 4-500 metri». «Ma non è così - sottolinea l’assessore -, si tratta di sette totem arancioni che si illuminano, e che funzioneranno in questo primo periodo sperimentale come dissuasori della velocità. Speriamo che la gente capisca». Poi, dopo tre mesi di monitoraggio dell’iniziativa, aggiunge Vencato, «potremmo attivarne uno come autovelox, a campione. Ma lo scopo non è fare cassa sulle spalle degli automobilisti. È dissuadere la gente dal correre in auto, tutelando i nostri concittadini». La sperimentazione degli «speed check» è stata avviata dopo un monitoraggio di un mese effettuato lungo la provinciale 246, che taglia esattamente a metà Castelgomberto. «I dati stanno arrivando in questi giorni - riferisce Vencato - ma sappiamo già che la velocità media rilevata nel tratto del centro cittadino è di circa 75 chilometri all'ora». I dissuasori-autovelox di Castelgomberto sono però già indigesti a qualcuno, dato che su Facebook sarebbero comparsi alcuni gruppi che minacciano uno «scherzetto» ai totem arancioni in vista di Halloween. (Ansa)

29 ottobre 2010




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Insegnava l'alfabeto alle superiori Sospesa professoressa di lettere

Quotidiano.net


All'istituto Isis di Tarquinia, dall'inizio dell'anno, la donna era contestata duramente da studenti e genitori. Il provvedimento avra’ efficacia fino alla visita per valutare la sua idoneita’ all’insegnamento

Tarquinia (Viterbo), 29 ottobre 2010



Dopo tante proteste e polemiche il preside Nicola Guzzone ha sospeso la professoressa di lettere dell’Isis (Istituto scolastico istruzione superiore) di Tarquinia, in provincia di Viterbo, contestata duramente dagli studenti e dai loro genitori perche’ dall’inizio dell’anno insegnava l’alfabeto e ripeteva in continuazione l’appello.
Il provvedimento avra’ efficacia fino alla visita collegiale cui dovra’ essere sottoposta la docente per valutare la sua idoneita’ all’insegnamento. Visita che la donna di 59 anni ha gia’ rifiutato in passato e che, stando alle sue dichiarazioni, non intenderebbe accettare nemmeno questa volta.
Intanto, nelle tre classi che le erano state assegnate, le lezioni di lettere non si svolgono a causa dell’assenza della professoressa che non e’ stata ancora sostituita dal supplente.
‘’E noi - dicono i ragazzi - non abbiamo ancora iniziato il programma’’.
Gia’ lo scorso anno, la professoressa fu trasferita d’ufficio per ragioni analoghe, cioe’ ‘’l’originalita’’’ dei suoi metodi d’insegnamento. Ma il Consiglio di Stato annullo’ il provvedimento. Quest’anno gli studenti, sostenuti dai genitori, hanno deciso di non partecipare alle sue lezioni. Nemmeno l’intervento del dirigente scolastico provinciale e’ servito a trovare una soluzione accettata dalla diretta interessata. Cosi’ il preside ha deciso di passare alle vie di fatto disponendo una visita collegiale per accertare l’idoneita’ all’insegnamento e sospendendola in attesa dell’esito. Resta da vedere quali saranno le contromosse della professoressa.




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Giustizia, alt di Fini: "No alla soggezione dei pm all'esecutivo Era così nel fascismo"

Quotidiano.net

Il presidente dela Camera e leader di Fli: "Non si può minare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, prerequisito fondamentale per la sua imparzialità"


Bari, 29 ottobre 2010


Per il presidente della Camera, Gianfranco Fini,"non si può rinunciare all’indipendenza della magistratura, non si può tornare alla soggezione del pm all’Esecutivo, come ai tempi del fascismo". Fini ha parlato a Bari questa mattina ad un convegno dedicato ai temi della giustizia e riferendosi ai temi della separazione delle carriere ha citato l’articolo 104 della Costituzione, affermando: "Non si può minare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, prerequisito fondamentale per la sua imparzialità".

IL CSM - Fini ha poi detto che "la composizione del Csm è, ovviamente, questione cruciale ed è in strettissimo rapporto con la funzione che al Csm si vuole attribuire. Esaminando gli atti dell’Assemblea Costituente, si ravvisano in proposito due tendenze: la prima, sull’onda della reazione al ventennio fascista, sottolineava l’esigenza di accentuare i caratteri di assoluta autonomia ed indipendenza della magistratura; la seconda, prospettava le ragioni dell’unità dell’ordinamento statuale. Dal contemperamento fra queste due tendenze, si giunse a strutturare il Csm non limitandone la composizione ai membri togati, ma riservando la nomina di un terzo dei suoi componenti al Parlamento in seduta comune, assegnando la presidenza al Capo dello Stato e la vice-presidenza ad uno dei membri non togati".

Questa composizione, ha detto Fini, "a me pare ancor oggi adeguatamente bilanciata. Un eccessivo peso attribuito alla parte 'non togata' del Csm esporrebbe inevitabilmente questo organo a forti interferenze da parte del potere politico. In questo modo, si minerebbero proprio i principi basilari che l’articolo 104, primo comma, della Costituzione vuole assicurare, ovvero quelli della autonomia e della indipendenza della magistratura. Le conseguenze, quasi inevitabili, di un simile ribaltamento sarebbero rappresentate dai gravi rischi per l’imparzialità del giudice nell’applicazione della legge e per il rispetto, in materia penale, dello stesso principio di legalità"

TENSIONE MAGISTRATI-POLITICA - "Se le ragioni delle modifiche proposte sono giustificate col clima di tensione che vede contrapposti, da un lato, la magistratura o parti di essa e, dall’altro, frange pur rilevanti del potere politico, simili soluzioni appaiono ancor più rischiose - ha proseguito Fini - In un clima così già oggi poco disteso, le interferenze fra potere politico e funzione giurisdizionale sarebbero destinate ad intensificarsi e ciò porterebbe inevitabilmente al determinarsi di una spirale di intrecci e cortocircuiti fra politica e giustizia sempre più forti e pericolosi, in particolare per la credibilità delle nostre istituzioni".

LE RISORSE - "La priorità di ogni riforma della giustizia è disporre di maggiori risorse finanziarie". Secondo la Terza carica dello Stato, con maggiori risorse "si potrebbe incrementare il numero dei magistrati perché non è vero che quello attuale è sufficiente, e si potrebbero migliorare anche le dotazioni, i mezzi e gli uffici a disposizione dei magistrati. E potrebbe essere migliorata e incentivata l’informatizzazione". Più risorse, per Fini, vorrebbe dire anche "dare vita alla costruzione di nuove carceri, perché il problema del loro affollamento non può essere risolto con indulti o chiudendo gli occhi".






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Bufera in Toscana: il vicesindaco Pd "regala" alla figlia la biblioteca

di Stefano Zurlo

Massimo Mandò ospita in casa propria l'associazione culturale della figlia. Poi la giunta comunale le assegna la gestione della biblioteca del paese



 

È la politica fatta in casa. In un perimetro ristretto in cui le stesse persone recitano tutte le parti in commedia. Siamo in Valdarno, zona rosso doc più del Chianti dove il muro non è ancora caduto e il centrodestra è da sempre minoranza. A Pian di Sco’ (Arezzo) la giunta è a trazione Pd-Italia dei valori. Dunque il copione è sempre lo stesso. E fin qui niente da dire. Ma il cannocchiale di un coraggioso esponente dell’opposizione, il leghista Costantino Ciari, nota qualcosa che proprio non gli va giù.

Accade tutto in fretta. Terribilmente in fretta. Il 12 febbraio 2010 in casa del vicesindaco Massimo Mandò, Pd, nasce l’associazione culturale Frontiere aperte. La sede legale è l’abitazione del vicesindaco, la segretaria di Frontiere aperte è sua figlia, Sara Mandò. Siamo in un piccolo labirinto, un ambiente quasi claustrofobico.
Ma quale è lo scopo del sodalizio? Lo si può forse capire tredici giorni dopo, il 25 febbraio, quando la giunta guidata dal sindaco Nazareno Betti, Pd pure lui, assegna proprio a Frontiere aperte la gestione della biblioteca comunale Ilaria Alpi. L’Ilaria Alpi è un po’ un punto di riferimento, come spesso capita nei piccoli paesi. Dentro si trovano libri, riviste, giornali, computer.

Improvvisamente la giunta, il cui numero due è proprio Mandò, scopre l’importanza dei libri e catapulta Frontiere aperte alla guida dell’Ilaria Alpi. I tempi sono da brivido: la neonata associazione viene letteralmente strappata dalla culla e posta alla guida della biblioteca con una delibera più veloce di un fulmine. Addirittura, il progetto è stato presentato sei ore prima della delibera. Un record e la dimostrazione che la macchina amministrativa, quando vuole, può fare a pezzi le liturgie della burocrazia. Piccoli dettagli: al momento del voto, naturalmente, anche Mandò alza la mano. La delibera passa all’unanimità. Il costo? Dodicimila euro per tenere aperta la biblioteca al pomeriggio, più il sabato mattina.
Certo, Pian di Sco’ è un paese piccolo, ha seimila abitanti, e tutti si conoscono.

A maggior ragione gli esponenti della maggioranza, tutta casa e bottega. Ma questa volta non si è esagerato? Mandò non avrebbe fatto meglio ad allontanarsi dall’aula al momento della scelta? E non c’è stata la violazione di qualche regola, oltre ad una caduta di stile? Ancora, non risulta esserci stata alcuna forma di pubblicità o di comunicazione alle molte associazioni no profit della zona, nei giorni precedenti: una trentina a scorrere il sito della Pro Loco.

Più in generale, quel che sconforta è l’idea che la gestione della cosa pubblica in tanti piccoli paesi assomigli a quella di un condominio o di una villetta a schiera. Le stesse persone si occupano di tutto e col telecomando del piccolo potere di cui dispongono sintonizzano i servizi della collettività sui propri desiderata. Ciari, che è stato candidato sindaco alle ultime comunali ed è arrivato al 36 per cento dei consensi, un record per quella piccola Bulgaria che è il Valdarno, non si arrende: «Ho preparato un esposto in cui ipotizzo l’abuso d’ufficio, presto invierò le carte in Procura. Dobbiamo partire dalle piccole cose e dobbiamo mandare una segnale preciso ai cittadini. La politica non può rimanere, a Roma come in periferia, un gioco di palazzo. E noi che stiamo all’opposizione abbiamo il dovere di combattere contro un sistema radicato da decenni. Un monopolio che trasforma i cittadini in sudditi e comparse di decisioni prese sopra le loro teste».




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Vigile in malattia, ma fa il bagnino

di Diana Alfieri



Il ghisa ha lavorato tutta l’estate in uno stabilimento balneare calabrese dopo essersi messo in congedo per un incidente. L’agente della polizia locale è stato smascherato dai suoi colleghi. È indagato per truffa aggravata e falso ideologico





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Tutta colpa di Facebook. Se Mirko Direnzo, vigile urbano in servizio presso il comando di piazza Beccaria, si fosse limitato ad andarsene a passare l’estate al paese infilando una sequela di certificati medici, probabilmente non sarebbe successo niente. Ma il giovane «ghisa» ha commesso un errore madornale: ha iniziato a pubblicare su Internet una serie di fotografie che lo ritraevano in piena efficienza, in costume da bagno, sulla spiaggia dello stabilimento balneare dove lavorava, sullo splendido mare di Calabria.

Quelle foto sono arrivate all’attenzione dell’ufficio affari interni della polizia locale. Una pattuglia di colleghi è partita per la Calabria armata di telecamera: ed è tornata tre giorni dopo a Milano con un video inequivocabile. Il vigile Direnzo - bisogna dirlo - lavora come un matto: apre sdraio, chiude ombrelloni, appende insegne, sta alla cassa, insomma fa tutto quello che deve fare in alta stagione un bravo bagnino. Peccato che tutto questo avvenga mentre - in base ai certificati - dovrebbe essere inabile a qualunque lavoro, in seguito ad una caduta dalla moto avvenuta in piazza Piemonte, mentre tornava a casa dall’ufficio. E per il vigile assenteista scatta la denuncia alla Procura per truffa aggravata allo Stato e falso ideologico. Inevitabile, ad inchiesta chiusa, si annuncia anche il procedimento disciplinare che rischia di costare al vigile-bagnino il posto di lavoro.

La storia comincia alle 7,45 del 3 giugno scorso quando Direnzo, che è appena smontato dal turno di notte e sta andando a casa con la sua moto personale, cade in piazza Piemonte. Una pattuglia di colleghi lo soccorre, lui rifiuta il ricovero in ospedale, ma subito dopo se ne va da solo fino all’ospedale di Cernusco (nonostante abiti praticamente dall’altra parte di Milano) dove ottiene un certificato con 15 giorni di prognosi per «distorsione del rachide cervicale e del polso destro». Il giorno dopo, chissà perché, torna a Cernusco, dove un altro medico gli allunga fino a 21 giorni l’infortunio. Lo stesso medico, qualche giorno dopo, aggrava ulteriormente la prognosi.
E così arriviamo alla fine di luglio.
Nel frattempo però il vigile infortunato ha cambiato aria. È tornato ad Altamura, in provincia di Bari, dove è nato. E qui il 30 luglio un medico gli allunga ulteriormente la prognosi fino a Ferragosto. Cose che accadono, si dirà. E poi magari quel polso non vuole proprio andare a posto. Peccato che tre giorni dopo, il 2 agosto, il vigile sia a 214 chilometri da Altamura, a Guardia Piemontese, sulla costa tirrenica della Calabria. E lì inizia incautamente a postare su Facebook le immagini che lo ritraggono in uno stabilimento balneare. Immagini inequivocabili: il malato fa la lotta, sta alla cassa, lavora con il badile in mano. Ad un’amica che chiede se può passarlo a trovare in spiaggia risponde: «Certo che ci sono!!! Lido termare dopo il fiume, il primo lido andando verso lo scoglio della regina! Se nn vieni a salutarmi ti ammazzo!!! Sono sempre qui! Baciiiii!».

Navigando su Internet, un collega inciampa nelle foto e sobbalza. Possibile? Poi, chiedendo di restare anonimo, fa una segnalazione ai capi. Da piazza Beccaria parte per Guardia Piemontese l’Alfa con una pattuglia degli Affari Interni alla ricerca di Direnzo. Per tre giorni, dal 9 all’11 agosto, lo filmano: lo vedono la mattina che arriva in motorino e senza indossare il casco(!), che lavora, che saluta tutti con l’aria del padrone di casa. Scriveranno i vigili nel rapporto finale: «incassa il danaro relativo all’affitto delle sdraio e degli ombrelloni», «servendosi di un trapano avvitatore fissa una insegna sul retro della cabina», «unitamente a B.M. tira fuori dal mare un pattino (addirittura nella fase finale è il solo Direnzo a tirare il pattino)», «riordina le sdraio ricollocandole dove previsto in spiaggia e chiude gli ombrelloni», «il tutto sempre utilizzando prevalentemente la mano destra».I ghisa-Serpico rientrano a Milano. Il 14 agosto, sempre da Altamura, Direnzo fa arrivare al comando l’ennesimo certificato medico. Ma la stagione balneare volge al termine. Il 2 settembre Direnzo si presenta finalmente a Milano a riprendere servizio, ottenendo però altri tre mesi di esenzione dal servizio in strada. Perché, spiega ai colleghi, quel maledetto polso continua a fargli un po’ male...

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Montecarlo, su Fini la Procura resta senza parole

di Redazione



Dopo le dieci domande sull’inchiesta lanciate dal Giornale i pm convocano una surreale conferenza stampa: "Leggetevi gli atti". E spunta un filone parallelo nato da un esposto di militanti del centrodestra a Domodossola



 

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Roma - Il Giornale domanda, la procura di Roma risponde a modo suo. Senza dir nulla. Senza entrare nel merito delle dieci domande formulate per chiedere conto di un’inchiesta - quella per truffa sulla casa di Montecarlo - conclusa velocemente e con una richiesta d’archiviazione che convince poco sotto molteplici aspetti. I titolari del procedimento, il procuratore Giovanni Ferrara e l’aggiunto Pierfilippo Laviani, hanno convocato la stampa per dire che loro hanno la coscienza a posto, gli atti prodotti parlano da soli. «Le risposte alle domande e alle critiche di chi polemizza sulla nostra decisione sono contenute nelle carte processuali. Queste, per il momento, sono coperte dal segreto istruttorio.

Quando l’obbligo cesserà potranno essere lette e soddisfare le curiosità di chi pone domande e interrogativi sulla richiesta di archiviazione». Sintetico l’aggiunto Laviani: «I giudici parlano con le ordinanze, i decreti e le sentenze». Non entrano nel merito, dunque, le toghe romane. Non rispondono alle «critiche» mosse in relazione, a esempio, a quel che a un certo punto era stato definito lo snodo dell’inchiesta, e che poi si è rivelato di nessuna importanza perché di nessuna rilevanza penale bensì, eventualmente, civile: ovvero l’accertamento della congruità del prezzo di vendita dell’appartamento monegasco. Proprio per questo motivo l’autorità giudiziaria capitolina aveva disposto ben due rogatorie nel Principato, interrogato quattro testimoni, perquisito la sede di An, scoperto che c’erano state altre offerte d’acquisto.

Si era persino informata sull’affitto dell’inquilino Giancarlo Tulliani, «dominus» dell’operazione immobiliare, stranamente mai ascoltato. Al contrario dell’ex tesoriere Francesco Pontone, indagato al pari dell’ex presidente Gianfranco Fini, ma soltanto lui (Pontone) costretto a sfilare a piazzale Clodio per rendere dichiarazioni. Delle dieci domande rivolte alla Procura, una sola era destinata a non avere certamente risposta. Quella sulla incredibile/sacrosanta blindatura della notizia dell’iscrizione a modello 21 («contro noti» dunque) di Gianfranco Fini. Una copertura che raramente è stata garantita ad altri illustri indagati, e che ha permesso al presidente della Camera di continuare a parlare di fiducia nei giudici senza essere costretto a reclamare per sé quello che aveva reclamato, per esempio, per Denis Verdini nel caso P3: le dimissioni per l’iscrizione sul registro degli indagati. Registro sul quale pure, tuttora, campeggia anche il nome di Fini. Essendo il procedimento di Montecarlo ancora in via di definizione.

E nel mentre gli esponenti della Destra (Marco di Andrea e Roberto Buonasorte) stanno ultimando la loro opposizione alla richiesta di archiviazione, si scopre che non furono solo gli uomini di Storace - definiti «nemici» da Fini - a presentare una denuncia-querela sull’affare monegasco. A chiedere alla procura (di Verbania) di indagare furono infatti i vertici «amici» del Pdl di Domodossola, tutta gente proveniente da An che si sentiva «scippata» dalla compravendita off shore: la capogruppo in Comune, Marisa Zariani, gli assessori Luca Albini e Flavio Zanni, il consigliere comunale Angelo Tamburella.

Letto lo scoop del 28 luglio i quattro si rivolgono così al magistrato di Domodossola che girerà l’esposto a Roma: «Nel corso della militanza politica all’interno di detto partito (An) credendo nei valori, nelle idee, nella integrità mortale dei nostri leader (soprattutto in quella del Presidente) abbiamo provveduto a versare non solo la quota annuale di iscrizione al partito ma anche a devolvere finanziamenti per poter incrementare i nostri iscritti, gestire l’attività del partito sul territorio, provvedere al pagamento dei canoni di locazione, utenze varie (...). Qualora la notizia data dal Giornale corrispondesse al vero ci riteniamo soggetti del reato di truffa in quanto, ove detto immobile fosse stato venduto alle normali condizioni di mercato, il ricavato avrebbe potuto far parte del patrimonio della Fondazione». La notizia era vera. Ma per eventuali doglianze si passi al civile, che al penale non c’è più posto.




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Webcam sulle tombe di Totò e Caruso Sorveglianza con occhi da tutto il mondo

Corriere del Mezzogiorno

Basta ai vandalismi: c'è una sperimentazione avviata
dal Comune di Napoli e dall'Università Federico II

NAPOLI - Una webcam sulle tombe di Totò e Caruso. Feticismo all'era di internet? No, videosorveglianza ma messa in rete.
È l'idea del Comune e dell'Università di Napoli. Così presto per vedere la tomba di Totò e di Enrico Caruso al cimitero monumentale di Napoli basterà collegarsi a internet.
Palazzo San Giacomo, in partenariato con l’Università Federico II e la Selav (Servizi elettrici lampade votive Napoli), ha avviato la sperimentazione di un sistema di videosorveglianza nel Quadrato degli uomini illustri del cimitero di Poggioreale, che utilizzerà le infrastrutture già esistenti (linee elettriche) per la trasmissione delle immagini e dei dati. Si tratta di un progetto di ricerca di facility management per la gestione di strutture urbane, finanziato dal Ministero delle Attività produttive, che ha l’obiettivo di valutare proposte innovative e di sperimentare nuove tecnologie per la gestione e la manutenzione, con particolare attenzione al tema del risparmio energetico.


«Il sistema consentirà all’amministrazione di ripristinare l’esigenza di sicurezza all’interno del cimitero e di registrare in caso di effrazioni i movimenti all’interno delle aree sorvegliate - ha detto l’assessore Paolo Giacomelli -. Il dispositivo prevede anche ulteriori postazioni: occhi virtuali veglieranno, infatti, all’interno del Cimitero del Pianto, sulla tomba di Enrico Caruso e sulla tomba di Totò che nei mesi scorsi, come alcuni mausolei del cimitero monumentale, era stata oggetto di atti vandalici e furti nel corso dei quali furono trafugati busti marmorei ed altri elementi di arredo funerario successivamente, in parte, recuperati».
L’iniziativa parte da un livello sperimentale di videosorveglianza per la sicurezza e punta a realizzare nel tempo un sistema di gestione di tutte le attività ausiliarie - quali utilities, sicurezza, telecomunicazioni e manutenzioni - attraverso un unico circuito coordinato a livello centrale per tutti i servizi delle aree cimiteriali, compresa la promozione turistica e culturale di alcune strutture.
Nat. Fe.
28 ottobre 2010