giovedì 28 ottobre 2010

Roma, tenente suicida in caserma Era stata Miss Abruzzo Ronchetta '99

Corriere della sera


Claudia Racciatti, 29 anni, si è tolta la vita
con un colpo di pistola. Ignote le cause del gesto

È successo nella caserma Carlo Alberto Dalla Chiesa


Un'immagine di Claudia Racciatti durante la finale di Miss Italia del '99
Un'immagine di Claudia Racciatti durante la finale di Miss Italia del '99
ROMA - Claudia Racciatti, 29 anni, tenente dei carabinieri, originaria di Vasto (Chieti), è morta a Roma, nella caserma Carlo Alberto Dalla Chiesa di Viale Giulio Cesare, dove prestava servizio alla scuola allievi dell'Arma. La Racciatti, come scrive il magazine "Carabinieri d'Italia", che ha rivelato per primo la notizia, si sarebbe tolta la vita con un colpo di pistola in ufficio. Il drammatico episodio, sul quale indaga il comando provinciale di Roma dei carabinieri, è avvenuto per motivi ancora sconosciuti.

VOLTO DELL'ARMA - La Racciatti, 29 anni, era stata tra le finaliste al concorso di Miss Italia nel 1999 con il numero 98, con la fascia di Miss Bellezza Rocchetta Abruzzo, e aveva frequentato il corso da allievo ufficiale nel 2003, giungendo all'ottavo posto. Dopo l'arruolamento aveva prestato il volto a una campagna promozionale dell'Arma. Claudia era una delle due figlie di Domenico Racciatti, originario di Guilmi, comandante della stazione di Vasto del Corpo Forestale dello Stato.


28 ottobre 2010



Powered by ScribeFire.

Il migliore caffè d’Italia? È a Savona

Il Secolo xix


I migliori espresso d’Italia si bevono a Savona, Napoli e Perugia, mentre per gustare una tazzina di qualità all’estero bisogna andare in Slovenia, Polonia e Tailandia: questo il responso della due giorni dell’International Coffee Tasting, concorso internazionale tra caffè, organizzato a Brescia dall’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè.



Ne dà notizia lo stesso Istituto, che ha premiato inoltre le tazzine di Parma, Brescia, Cuneo, Modena, Torino, La Spezia, Rieti, Bologna, Verona, Firenze, Bari, Arezzo, Palermo e Trapani. Per due giorni 27 assaggiatori provenienti da 9 paesi (Italia, Giappone, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Svizzera, Serbia, Germania) hanno valutato 121 caffè provenienti da Italia, Germania, Messico, Polonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Tailandia, Stati Uniti.

In gara non solo gli espresso, ma tutte le principali preparazioni del caffè e cioè moka, cialde, capsule, filtro.

Dal concorso, che ha visto protagonisti stranieri la Slovenia, la Polonia, la Tailandia, gli Stati Uniti e la Svizzera per l’espresso, oltre che il Messico, primo classificato in assoluto (anche rispetto ai competitori italiani) per cialde, sono emersi nuovi scenari per il prodotto. «Stanno affacciandosi sulla scena», ha spiegato Luigi Odello, segretario generale dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, «caffè espresso di straordinaria eleganza, che rinunciano a stupire con esuberanza di corpo e quantità di crema per sedurre con incredibile freschezza e straordinaria complessità aromatica».

Per Odello tali preparazioni, «rappresentano sicuramente la punta di diamante nel futuro dell’espresso di qualità, soprattutto in quei paesi che non sono tradizionali consumatori di espresso». Novità anche dal mondo delle cialde, «che oggi consentono un’estrazione ottimale e capsule innovative, entrambe non di rado pensate per una carta del caffè al ristorante».





Powered by ScribeFire.

L'erba alta o la mucca in casa: le bizzarrie degli assenteisti

Corriere della sera


Le scuse più strane date al capo

IL SONDAGGIO



MILANO - Avranno anche poca voglia di lavorare, ma di fantasia ne hanno da vendere. I famigerati fannulloni, tanto disprezzati dal ministro Brunetta, non sono un esclusivo prodotto italico, ma spopolano anche Oltreoceano. Negli Stati Uniti, patria della produttività e del lavoro senza sosta, circa il 30% delle persone che si assentano dal lavoro per malattia, non dicono la verità. In realtà stanno bene e sono pronti a inventare le scuse più assurde pur di stare lontano dall'ufficio. CareerBuilder.com, il più consultato sito web americano di annunci di lavoro, ha effettuato un sondaggio tra circa 2400 datori di lavoro americani per scoprire quali sono le giustificazioni più bizzarre presentate dai dipendenti per non andare a lavorare. Alla fine lo stesso sito web ha stilato una sorta di classifica in cui sono raccolte le scuse più assurde.

«LA GALLINA AGGRESSIVA» - Tanti datori di lavoro giustificano il comportamento dei dipendenti dichiarando che se essi sono spenti e senza motivazioni è perché in questo momento storico l'economia è debole. Tuttavia non amano essere presi in giro. Il 30% ha dichiarato che cerca sempre di controllare se i suoi dipendenti assenti siano realmente malati, mentre il 16% afferma di aver licenziato in tronco i sottoposti che non avevano una buona scusa per giustificare l'assenza. Gli imprenditori, in realtà, non hanno tutti i torti. Come dimostra la classifica, a volte, è davvero difficile credere nella loro buona fede dei sottoposti. La prima scusa assurda segnalata dagli imprenditori è quella di un impiegato che ha giustificato la sua assenza dal posto di lavoro affermando che «una gallina ha aggredito sua madre». Un altro invece ha telefonato al principale e dichiara di «avere la mano intrappolata in una palla da bowling». C'è chi ha raggiunto il massimo del ridicolo dichiarando di non potersi presentare in azienda perché si era «sottoposto a un trapianto di capelli non riuscito».

BUGIE INVEROSIMILI - Più si osserva la lista, più le scuse appaiono assurde. Ad esempio c'è chi ha dichiarato «di essersi addormentato sulla scrivania mentre lavorava e di aver battuto la testa. Ciò gli ha provocato una ferita al collo». Un altro ha spiegato che non avrebbe potuto lavorare visto che «una mucca ha fatto irruzione in casa e l'ha distrutta. Adesso deve attendere l'assicuratore per valutare i danni». Un impiegato ha giustificato l'assenza perché la fidanzata aveva gettato via dalla finestra del soggiorno il suo "Sit n Spin" (celebre giocattolo degli anni '70). Poi c’è il dipendente che ha dichiarato di essere caduto con il piede nel tritarifiuti. Un lavoratore ha chiamato il datore di lavoro da un bar alle 5 del pomeriggio del giorno prima e ha dichiarato che l'indomani sarebbe stato malato. Un'altra scusa bizzarra è quella del dipendente che ha giustificato l'assenza dichiarando quel giorno di non sentirsi «troppo intelligente». Ancora più singolare è la giustificazione trovata da un impiegato che ha dichiarato di non essere andato a lavoro perché «ha dovuto tagliare l’erba del prato per evitare una causa legale dell'associazione dei proprietari di casa». Le due ultime scuse raggiungono l'acme dell'assurdo. La prima l'ha data un impiegato all'indomani del Giorno del Ringraziamento: «Mi sono assentato perché ho bruciato le mie labbra mangiando una torta di zucca» ha dichiarato tranquillamente il dipendente al datore di lavoro. La seconda è altrettanto inverosimile: «Sono stato sul lago Erie, al confine nordamericano. C’e c'è stata una fuoruscita di gas. La guardia costiera mi ha trainato sulla sponda canadese».

SINCERITÀ - Alla fine molte di queste inverosimili giustificazioni hanno portato i dipendenti dritti verso il licenziamento. Il miglior consiglio per gestire lo stress da ufficio evitando di perdere il posto di lavoro lo dà Rosemary Haefner, vicepresidente di CareerBuilder: «Se sentite il bisogno di stare lontano dall'ufficio per qualche giorno - spiega la Haefner al Daily Mail - il miglior modo per non stressarvi ulteriormente è dire la verità al vostro datore di lavoro».


Francesco Tortora
28 ottobre 2010



Powered by ScribeFire.

Arrestato il gip dei «mercenari» in Iraq De Benedictis aveva armi illegali in casa

Corriere della sera


Inchiesta del tribunale di Santa Maria Capua Vetere
Ora è ai domiciliari nella sua abitazione di Molfetta

Giuseppe De Benedictis

Giuseppe De Benedictis


BARI - Il gup del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis è stato arrestato per detenzione illegale di armi. Il provvedimento è stato disposto dalla magistratura di Santa Maria Capua Vetere. Ora è ai domiciliari nella sua abitazione a Molfetta.

LE INDAGINI - Il magistrato si è occupato di numerose indagini. In particolare, quando era gip a Bari dell'inchiesta sul presunto arruolamento di alcuni ex ostaggi italiani in Iraq, Maurizio Aliana, Didri Forese e Umberto Cupertino. Avrebbe dovuto pronunciarsi, proprio tra pochi giorni, su una delle inchieste collaterali all'abuso edilizio di Punta Perotti. De Benedictis è anche conosciuto, soprattutto all’interno della magistratura, per essere un collezionista di armi da fuoco.

Angela Balenzano
28 ottobre 2010




Powered by ScribeFire.

Ritiravano la pensione dei morti A Roma denunciate 81 persone

La Stampa

Con firme vere o false dei congiunti deceduti si presentavano agli sportelli a incassare i soldi




ROMA

Truffa ai danni dello Stato. È questo il reato contestato dalla Procura della Repubblica di Roma alle 81 persone che, come emerge dalle indagini dei militari del II Gruppo Roma della Guardia di Finanza, hanno incassato per mesi o anni pensioni non dovute ed intestate a congiunti deceduti.

L’attività investigativa, coordinata dal Procuratore aggiunto Maria Anna Cordova della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, ha interessato diverse migliaia di pensioni erogate nella provincia di Roma; per ognuna delle posizioni è stata esaminata documentazione bancaria, fascicoli pensionistici, incroci con la banca dati del Comune di Roma e dell’Anagrafe Tributaria.

Le indagini, iniziate nel 2006 con il reato ipotizzato a carico di ignoti, si sono concluse con la denuncia di 81 persone per il reato di truffa ai danni dello Stato, contestando l’indebita percezione di diverse centinaia di migliaia di euro di cui l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale ha immediatamente chiesto la restituzione. L’indagine delle Fiamme Gialle, ha avuto anche un notevole effetto deterrente: migliaia le posizioni pensionistiche sanate grazie all’autodenuncia dei truffatori, come comunicato anche dai funzionari Inps che hanno collaborato fornendo la documentazione pensionistica esaminata nel corso delle indagini.

I militari della Guardia di Finanza hanno riscontrato un articolato sistema truffaldino messo in piedi ai danni dell’Inps, che aveva fatto breccia nell’ente previdenziale, consentendo agli indagati di percepire somme di denaro, sia con gli accrediti sui conti correnti bancari e postali sia con la riscossione direttamente allo sportello, nonostante la morte di chi ne aveva diritto; in alcuni casi l’autentica delle firme dei defunti - che delegavano i parenti a ritirare i soldi - era avvenuta successivamente al decesso. L’attività delle Fiamme Gialle s’inquadra nel più ampio contesto dell’intensificazione dell’azione di contrasto per il contenimento della spesa pubblica disposta dal Comando Provinciale di Roma.



Powered by ScribeFire.

Da Palermo a via Fauro, il mistero della spia accusata su Borsellino

Il Messaggero


di Cristiana Mangani



ROMA (28 ottobre) - C’è un filo comune che lega Lorenzo Narracci, alto funzionario dei Servizi segreti, ad alcuni degli attentati più misteriosi d’Italia: la strage di Capaci, l’uccisione di Borsellino, la bomba in via Fauro. Braccio destro di Bruno Contrada, nell’attività di intelligence degli anni ’90 a Palermo, ancor prima di essere riconosciuto da Gaspare Spatuzza, viene tirato in ballo da Massimo Ciancimino. Nei suoi ricordi c’è l’agente segreto e il famigerato “signor Franco”, la cui identità è ancora ignota, sebbene fosse frequentatore abituale della casa dell’ex sindaco Vito. Spatuzza lo riconosce come «persona esterna a Cosa Nostra», e dice di averlo visto partecipare alle fasi preparatorie dell’attentato a Paolo Borsellino. Di lui, del funzionario ancora in servizio, passato ora dall’Aisi al Dis di Gianni De Gennaro, si era già occupato il procuratore La Barbera per la strage di Capaci. Ma sono almeno tre gli episodi oscuri che lo riguarderebbero.

Il primo è legato proprio all’attentato nel quale persero la vita il giudice Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. Sulla collinetta dove Brusca e gli altri mafiosi si erano appostati per azionare la bomba, viene trovato un biglietto: «Guasto numero 2-portare assistenza settore numero 2. Gus, via In Selci numero 26, via Pacinotti». Di seguito, un numero di cellulare: 0337/806133, quello di Narracci. La Gus, Gestione unificata servizi, è una società di copertura dei servizi ed è in via In Selci, a Roma, mentre in via Pacinotti, a Palermo, c’è la Telecom. Il giorno della strage di via D’Amelio, invece, Narracci è in barca al largo di Palermo, insieme con Contrada. Dalle indagini sui tabulati telefonici emerge che, dopo appena cento secondi dall’esplosione, Contrada telefona alla sede palermitana del Sisde, che di domenica è sempre chiusa. Poi i due arrivano sul posto. E ancora: nel maggio del ’93, quando una bomba esplode in via Fauro, si parla di attentato fallito a Maurizio Costanzo. Qualcuno sostiene, però, che l’obiettivo fosse un altro: l’appartamento di Narracci che si trova a pochi metri dall’esplosione.




Powered by ScribeFire.

Bandito Giuliano, oggi la riesumazione

Corriere della sera
PALERMO - Oggi, nel cimitero di Montelepre (Pa), presidiato dalle forze dell'ordine, potrebbe essere riscritta l'ultima pagina della misteriosa storia del bandito Salvatore Giuliano. Un pool di medici legali, su incarico della Procura di Palermo che, dopo quasi 60 anni, ha riaperto l'inchiesta a carico di ignoti, per omicidio e sostituzione di cadavere, riesumerà la salma. Dalle 8.30 e fino alle 17 il camposanto sarà off limits al pubblico: temendo l'assalto dei media, il sindaco ne ha disposto la chiusura per tutta la durata delle operazioni. Dai resti, verrà estratto il Dna che sarà poi confrontato con quello dei familiari ancora in vita del «re di Montelepre»: l'esame svelerà l'identità, da molti messa in dubbio, dell'uomo sepolto e , forse, fatto passare per Giuliano.

I DUBBI SUL CADAVERE - Potrebbe esserci una svolta, quindi, sul primo grande mistero della storia della Repubblica: l'uccisione dell'uomo che negli anni convulsi del dopoguerra fu protagonista della stagione controversa e sanguinosa del banditismo in Sicilia. Sollecitati dagli esposti di alcuni storici e dai dubbi del dottor Alberto Bellocco, il medico-legale che ha comparato le foto del cadavere del bandito, i pm di Palermo hanno deciso di vederci chiaro. E dissipare le ombre intraviste già da uno dei pionieri del giornalismo d'inchiesta, Tommaso Besozzi, che in un celebre pezzo dal titolo «Di sicuro c'è solo che è morto» tentò di smontare la tesi ufficiale, che voleva il re di Montelepre ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Per il cronista il bandito sarebbe stato tradito dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, morto poi avvelenato all'Ucciardone, e il suo corpo sarebbe stato fatto trovare, in un cortile di Castelvetrano, crivellato di colpi per rendere credibile la messinscena della sparatoria. Ora, però, sembra venir meno anche l'unica sicurezza espressa da Besozzi, che il cadavere lo vide con i suoi occhi, e cioè che Giuliano sia realmente stato ucciso.
IL GIALLO DEL SOSIA - Il corpo sepolto a Montelepre potrebbe essere quello di un uomo assai somigliante a Giuliano, un sosia, ucciso per permettere al bandito di fuggire dalla Sicilia. L'esame del Dna, dunque, darà le risposte attese per 60 anni. Risposte che non potrà più dare l'unico testimone che avrebbe potuto rivelare i retroscena dell'omicidio del bandito di Montelepre, l'avvocato Gregorio De Maria, proprietario della casa di Castelvetrano nel cui cortile venne trovato il cadavere. «L'avvocaticchio», come era soprannominato, è morto nel maggio scorso, a 98 anni, portando con sè nella tomba i segreti legati a un grande mistero della Repubblica.
«SPERIAMO CHE SIA LUI» - Nel frattempo il sindaco di Montelepre, Giacomo Tinervia, dice di augurarsi «che nella bara ci sia veramente Giuliano. Lo spero per evitare illazioni che screditano quello che ha fatto lo Stato». «Ringrazio comunque i magistrati che hanno avuto coraggio - ha aggiunto il primo cittadino - e che vogliono riscrivere la storia. Qualunque sia, però, ricordiamoci sempre che qui è stato sconfitto il banditismo». Il sindaco ha polemicamente fatto notare che Montelepre «sconta» il fatto di essere il paese originario di Giuliano. «I turisti - ha concluso - vengono qui per lui e non per i nostri tesori artistici». (Fonte: Ansa)
28 ottobre 2010

Morto o fuggito negli Usa Giuliano: salma riesumata per effettuare test del dna

di Redazione

Iniziano le operazioni di riesumazione della salma del "re di Montelepre": la magistratura sospetta che non sia stato ucciso nella sparatoria con i carabinieri il 4 luglio 1950, ma in verità sia fuggito negli Usa. Serve l'esame del dna


Palermo - "Di sicuro c'è solo che è morto" scriveva Tommaso Besozzi sull'Europeo nel 1950 aprendo la sua inchiesta sulla morte del bandito Salvatore Giuliano. Invece, a 60 anni di distanza, anche quella certezza viene meno. O meglio c'è bisogno di un esame del dna per stabilire se il bandito Giuliano sia morto davvero oppure se sia fuggito negli Stati Uniti e qualcun altro sia stato sepolto al suo posto. Per deciderlo definitivamente oggi la salma dle bandito verrà riesumata nel piccolo cimitero di Montelepre.
L'arrivo dei pm Si sono chiuse le porte d'ingresso del cimitero di Montelepre e con l’arrivo dei pm di Palermo, Francesco Del Bene, Paolo Guido, Lia Sava e del medico legale, Livio Milone, sono cominciate le operazioni di riesumazione della salma del bandito. Il dna prelevato dai resti, sepolti nella cappella di famiglia, verrà confrontato con il dna dei familiari ancora in vita di Giuliano per stabilire se quello sepolto è proprio il bandito. La riesumazione è stata disposta nell’ambito della nuova indagine sulla morte di Giuliano aperta dalla procura di Palermo.
La riesumazione La salma sarà riesumata questa mattina nel camposanto di Montelepre. Un’operazione disposta dalla procura di Palermo, che a distanza di 60 anni dalla morte del bandito, ha aperto un’inchiesta per accertare se quello sepolto nella tomba sia davvero il suo corpo. Sulla reale identità del cadavere, infatti, da tempo si erano sollevate molte perplessità, alimentate dalle tesi dello storico di mafia Giuseppe Casarrubea che sostiene come il "re di Montelepre" in realtà non sia stato ucciso la notte fra il 4 e il 5 luglio 1950 in uno scontro a fuoco con i carabinieri a Castelvetrano, ma sia fuggito negli Stati Uniti.
Folla nel cimitero Intanto da stamattina il cimitero di Montelepre è stato preso d’assedio dai tanti giornalisti che però, su ordine del sindaco del paese, devono lasciare il camposanto per consentire ai pm e al medico legale lo svolgimento delle operazioni che continueranno fino alle 17.




Powered by ScribeFire.

Caso Ruby, Emilio Fede: «Forse l'ho vista dal premier»

Corriere della sera

Il direttore del Tg4: «Non mi risulta di essere indagato»

sarebbe indagato per favoreggiamento della prostituzione


Emilio Fede
Emilio Fede
MILANO - «Non mi risulta di essere indagato per alcun reato. L'ho appreso stamani leggendo i quotidiani: credo di avere conosciuto quella ragazza a qualche cena a casa di Berlusconi ma non l'ho presentata io né a Lele Mora, né al presidente del Consiglio».
L'INCHIESTA - Lo ha dichiarato all'Ansa il direttore del Tg4 Emilio Fede che, secondo quanto riportano oggi i quotidiani, sarebbe indagato per favoreggiamento della prostituzione nell'ambito dell'inchiesta della procura di Milano nata dal racconto di Ruby, una minorenne marocchina che ha parlato, nell'ambito di un filone di indagine sulla prostituzione, di incontri avuti con il premier Silvio Berlusconi. «Sono stato invitato più volte, e per fortuna, a casa di Berlusconi per delle cene - ha aggiunto Fede - ma quello che posso dire è che non mi è mai capitato una sola volta di vedere quelle cene terminare in un modo che si possa definire trasgressivo».
LELE MORA - «Lele Mora è una persona perbene e lo vedo continuamente massacrato. Lo conosco io, come del resto lo conoscono tante altre persone sia nel mondo politico che dello spettacolo» ha aggiunto Emilio Fede ricordando di conoscere l'impresario da anni. «Con quella ragazza, che tra l'altro io credevo avesse 25 anni e non fosse minorenne, credo di aver scambiato un paio di parole, come faccio con tanti altri - ha continuato Fede - L'ho conosciuta a due cene che, ripeto, si sono concluse con nulla che possa essere classificato come trasgressivo». «Di essere indagato - ha detto ancora Fede -, l'ho appreso dai giornali, ma se davvero c'è una indagine nei miei confronti, che mi arrivi subito una notifica, così posso spiegare tutto».
Redazione online
28 ottobre 2010



Powered by ScribeFire.

Le feste di Ruby e il Bunga Bunga

Corriere della sera

La formula sarebbe stata copiata dal rito dell'harem di Gheddafi. In realtà è la barzelletta preferita dal premier


MILANO - Dopo il Tuca tuca spunta il Bunga bunga. Ma se il primo è un successo musicale tutto italiano, inventato dal caschetto biondo della Carrà, questo Bunga bunga non sembra essere «solo» un ballo sexy oppure un fiore indonesiano ma anche qualcosa di più. Apparentemente il Bunga bunga è una specialità africana, più probabilmente libica, forse cara a Gheddafi, e quindi d'importazione. Ma in queste ore, dopo la sua apparizione in atti giudiziari della procura di Milano, tutti si chiedono cosa effettivamente sia. E sul web impazza il tormentone.
COME NASCE - Ruby, la minorenne marocchina, che questa estate ha raccontato ai pm di Milano delle sue visite nella villa di Arcore e delle decine di belle donne, vip ed escort, presenti alle feste di Silvio Berlusconi, ha svelato, nero su bianco ai giudici, le regole del «Bunga bunga». E cioè di quel rituale del padrone di casa d'invitare alcune ospiti, le più disponibili - racconta a verbale la diciassettenne - ad un dopo cena hard. «Silvio mi disse che quella formula l'aveva copiata da Gheddafi: è un rito del suo harem africano». Vere o no le parole di Ruby, c'è da scommettere che il Bunga bunga diventerà il prossimo tormentone nazionale.
LA BARZELLETTA - Il Bunga bunga ha già fatto la sua apparizione nell'intreccio gossip-politica in cui è avvinghiato il nostro Belpaese. La conferma arriva anche da Emilio Fede: «È una semplice barzelletta, peraltro nota». Infatti nell'aprile del 2009 a parlarne ad un giornalista del Corriere del Mezzogiorno è nientemeno che Noemi Letizia, colei che dava del «papi» a Berlusconi: Mi racconta qual è la sua barzelletta preferita tra le tante che il premier le racconta? «Vi sono due ministri del governo Prodi che vanno in Africa, su un’isola deserta, e vengono catturati da una tribù di indigeni - rispondeva la biondina di Portici - Il capo tribù interpella il primo ostaggio e gli propone: ‘‘Vuoi morire o Bunga-bunga?’’. Il ministro sceglie: ‘‘Bunga-bunga’’. E viene violentato. Il secondo prigioniero, anche lui messo dinanzi alla scelta, non indugia e risponde: ‘‘Voglio morire!’’. Ma il capo tribù: ‘‘Prima Bunga-bunga e poi morire». Per i meno burloni ovvero per i più pignoli suggeriamo di andare a sbirciare la definizione che del Bunga bunga ne dà in rete l'«urbandictionary». Mortale.
Redazione online
28 ottobre 2010




Powered by ScribeFire.

Feste e ragazze, indagati Lele Mora e Fede

Corriere della sera

Gli avvocati: premier estraneo al caso
della minorenne marocchina


L'ipotesi: favoreggiamento della prostituzione.


Emilio Fede, direttore del Tg4
Emilio Fede, direttore del Tg4
MILANO - È favoreggiamento della prostituzione nell'entourage del presidente del Consiglio l'ipotesi di reato per la quale sono indagati a Milano l'impresario televisivo Dario «Lele» Mora e il giornalista che guida uno dei telegiornali del gruppo Mediaset, il direttore storico del Tg4 Emilio Fede. Entrambi figurano tra le persone al centro di accertamenti giudiziari imposti dalla natura delle controverse dichiarazioni rese mesi fa da una minorenne di origine marocchina che, più volte scappata dalla famiglia in Sicilia e dalle comunità alle quali il Tribunale dei minorenni l'aveva affidata, ha raccontato i contorni di alcune feste con ragazze e politici nella residenza di Silvio Berlusconi.

L'inchiesta non verte sugli stili personali di vita privata, non può sindacare il tipo di convivialità alla quale ciascuno decide di ispirare le proprie feste, è indifferente alla conclusione che le ragazze possono aver scelto di dare alle serate. Punta invece ad accertare se abbiano concretezza taluni indici del fatto che talvolta tra le partecipanti vi siano state ragazze accompagnate o indirizzate alle feste con preventivate prospettive di meretricio, poi magari tali da suggerire ricatti tentati. Da questo punto di vista, si coglie nell'indagine il tentativo di smarcarsi dal grosso delle dichiarazioni della ragazza, nella quale elementi meritevoli di verifica convivono con circostanze inverosimili. E nemmeno facilitano la comprensione di quanto sta accadendo due coincidenze apparentemente incongruenti per un ragazza che in teoria ha innescato con le sue dichiarazioni una indagine pregiudizievole per le persone di cui ha parlato. La prima è che 5 mesi fa la minorenne sia stata ospitata da Nicole Minetti, l'ex igienista dentale di Berlusconi e ballerina di Colorado Cafè, in marzo paracadutata dal premier nel «listino bloccato» formigoniano che l'ha fatta eleggere nel Consiglio della Regione Lombardia. La seconda è che a metà giugno, nella richiesta avanzata dalla figlia di Lele Mora e respinta poi dal Tribunale dei Minori per farsi affidare la ragazza, la minorenne sia stata tutelata da un avvocato (Luca Giuliante) che, oltre a difendere Mora nel procedimento milanese in cui è indagato per bancarotta, è certamente non ostile al partito presieduto da Berlusconi, essendo membro della segreteria regionale del Pdl, tesoriere del partito milanese, ex consigliere provinciale di Forza Italia, e uno dei legali autori del ricorso della lista Formigoni contro l'iniziale esclusione dalle elezioni regionali.

Qualche idea più precisa la può forse avere al momento il parlamentare pdl e avvocato del premier Niccolò Ghedini che, utilizzando le facoltà riconosciutegli dalla legge sulle indagini difensive, in super anticipo su possibili esiti sull'inchiesta (come già fece nel caso dell'intercettazione segreta Fassino-Consorte pubblicata da Il Giornale) ha già interrogato alcuni dei protagonisti di quei contesti di feste. «Le notizie apparse in relazione ad asserite dichiarazioni rese da tale Ruby in merito a episodi che sarebbero accaduti presso l'abitazione del Presidente Berlusconi sono assolutamente infondate», dichiara con il collega Piero Longo. «La stessa Procura di Milano», dove ieri il capo Edmondo Bruti Liberati ha messo i carabinieri a impedire ai giornalisti l'accesso all'ufficio suo e dell'aggiunto Pietro Forno che coordina l'indagine del pm Antonio Sangermano, per i legali del premier «si è puntualmente espressa sull'inesistenza di indagini in tal senso. Del resto, da approfondimenti svolti si è potuto acclarare con numerosissimi riscontri testimoniali la radicale e totale infondatezza delle illazioni giornalistiche avanzate».

Mora ha già sperimentato in passato, con l'avvocato Nadia Alecci, che essere indagato non significa necessariamente finire imputato e tantomeno condannato. Nel luglio 2007 la Procura di Roma lo ha archiviato dall'accusa di aver estorto 50 mila euro al calciatore Francesco Totti. Poi il pm milanese Frank Di Maio ne ha chiesto il rinvio a giudizio ma nel marzo 2008 il gip Enrico Manzi lo ha prosciolto dalle accuse di aver ricattato, insieme al fotografo Fabrizio Corona, il motociclista Marco Melandri, il rampollo degli Agnelli Lapo Elkann, i calciatori ex interisti Adriano e Coco. E nel luglio 2008 il pm potentino Woodcock ha chiesto l'archiviazione dell'accusa di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione di starlette.

Confida dunque di poter ora coronare un analogo proscioglimento anche Fede, che penalmente non era mai stato coinvolto nelle storie «rosa» del premier. Nel 2009, all'epoca del caso suscitato dall'arrivo di Berlusconi alla festa di diciottesimo compleanno di Noemi Letizia, Fede aveva spiegato d'aver fatto in passato un provino alla ragazza come «meteorina» del suo Tg4, presente la mamma della giovane, ma di averla poi scartata dopo averle suggerito di fare un corso di dizione. In seguito l'ex fidanzato di Noemi aveva sostenuto che Berlusconi aveva scoperto la ragazza su un book di foto che Fede avrebbe preso in un'agenzia di Roma e lasciato su un tavolo dopo un pranzo o una cena con il Cavaliere, e aveva anche aggiunto di aver assistito a una telefonata in cui Fede e Berlusconi chiamavano la ragazza: ma il giornalista aveva seccamente smentito queste due prospettazioni, giudicandole «un falso» e attribuendole ai «ricordi rancorosi di un giovane operaio napoletano disilluso».


Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it
Giuseppe Guastella
gguastella@corriere.it
28 ottobre 2010



Powered by ScribeFire.

Contesta Bonanni ma è in mutua Licenziato operaio delegato Cgil

Quotidiano.net

Torino: il lavoratore, visto in tv, accusa: "C'è stata una segnalazione della Cisl". Ma il sindacato nega: "Noi non danneggiamo i lavoratori"

Torino, 28 ottobre 2010



 Era in mutua da una decina di giorni, ha partecipato alla contestazione dell’8 settembre scorso al leader della Cisl, Raffaele Bonanni, alla festa del partito Democratico, ed è stato licenziato dall’azienda per la quale lavorava, dopo essere stato visto in televisione.

È la storia di Damiano Piccione, operaio edile 30enne della Itinera, gruppo Gavio, delegato Cgil del cantiere di manutenzione di Rondissone, sull’autostrada Torino-Milano. Piccione ha impugnato il licenziamento di fronte al giudice del lavoro, spiegando che il suo problema di salute gli impedisce di sollevare carichi, e quindi non gli permette di lavorare al cantiere, ma non di uscire di casa.

E ora accusa: "Dubito che l’azienda vada a controllare chi partecipa alle contestazioni. È come se la Fiat andasse a vedere se qualche suo dipendente partecipa agli scontri di Terzigno. Secondo me c’è stata una segnalazione della Cisl". Contattata, l’Itinera ha fatto sapere che non intende commentare la vicenda.
"Respingiamo con forza qualsiasi insinuazione sul nostro operato",  scrivono in una nota le strutture provinciali e regionali di Cisl e Filca-Cisl. "In relazione all’ipotesi avanzata dall’operaio Damiano Piccione che ci attribuisce una pressione nei confronti dell’azienda per il suo licenziamento - spiega la Cisl - non è nella nostra cultura e tantomeno nel nostro dna danneggiare i lavoratori, chiedendone l’allontanamento dal posto di lavoro solo perchè non la pensano come noi o ci contestano in modo non democratico. In queste settimane abbiamo subito intimidazioni e aggressioni anche di una certa gravità e in nessun caso abbiamo ritenuto di ricorrere a vie legali quand’anche erano noti i responsabili. La Cisl è un sindacato che difende il lavoro e i lavoratori in ogni situazione. E con questo intendimento si comporta con coerenza nei luoghi di lavoro dove è presente".





Powered by ScribeFire.

Folla al cimitero: si riesuma la salma del bandito Giuliano "Spero non sia lui"

Quotidiano.net

Impedito l'accesso a giornalisti e fotografi. Non si sa ancora con chi verrà eseguito il confronto del Dna. Il parente: "Spero sia riuscito a rifarsi una vita da qualche parte. Aveva solo 27 anni..."

Montelepre (Palermo), 28 ottobre 2010



Il piccolo cimitero di Montelepre è assediato da decine di giornalisti quando, verso le nove di spamattina gli agenti della Polizia scientifica di Palermo sono arrivati per dare il via alla riesumazione del cadavere del bandito Salvatore Giuliano, come disposto dalla Procura di Palermo dopo la denuncia presentata da alcuni studiosi e medici legali.

Gli uomini della scientifica
, che indossano la casacca d’ordinanza, sono guidati dal dirigente dell’ufficio Manfredi Lo Presti. Un cordone di poliziotti e carabinieri impedisce ai giornalisti e agli operatori tv di entrare nel cimitero, come disposto dall’ordinanza del sindaco Giacomo Tinervia. Sono attesi adesso il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e i pm Marcello Viola e Lia Sava che assisteranno alla riesumazione.

IL NIPOTE: SPERO NON SIA LUI -  "Anche io sono curioso di sapere se la salma a cui da quando sono nato porto dei fiori sia quella di mio zio o di un’altra persona, spero che non sia lui e così almeno mi illudo che è riuscito a rifarsi una vita da qualche parte. Ricordiamo che mio zio aveva solo 27 anni...", ha detto Giuseppe Sciortino Giuliano, nipote del bandito, appena arrivato al cimitero di Montelepre (Palermo) per assistere alla riesumazione della salma dello zio.

Alla domanda con chi verrà eseguito il confronto del Dna, che verrà estratto dalla salma, Giuliano risponde: "Ancora non è stato chiesto a nessuno. Quando ci verrà chiesto, noi non avremo problemi a collaborare perchè anche noi famigliari vogliamo fare luce su questa vicenda. Non abbiamo nulla da nascondere".

Quando i giornalisti gli chiedono se crede all’ipotesi avanzata da qualcuno che Salvatore Giuliano sia scappato negli Stati Uniti, il nipote risponde: "Mi farò un’idea quando avrò i risultati. Se nella tomba c’è veramente mio zio si spegneranno finalmente tutti i riflettori, se non ci sarà lui possiamo fare tutte le illazioni che vogliamo e scatenare la fantasia".

A chi gli chiede se ha visto delle discordanze tra le fotografie in bianco e nero del cadavere di Salvatore Giuliano, il nipote dice: "Ho almeno una trentina di fotografie del cadavere di mio zio, per me è sempre stato lui. Ora vediamo cosa succederà". Alcuni studiosi e un medico legale sostengono, invece, che i cadaveri sulle foto siano di due persone diverse.





Powered by ScribeFire.

Attentato a Borsellino, accuse a uno 007 Riconosciuto agente vicino all'autobomba

Il Mattino


Spatuzza indica Narracci, funzionario Aisi ancora in servizio
Trattativa Stato-Mafia, Mori e Cincimino jr indagati a Palermo





ROMA (27 ottobre) - Il funzionario dell'Aisi Lorenzo Narracci, indagato dai pm di Caltanissetta nell'ambito dell'inchiesta sulle stragi mafiose del '92, è stato riconosciuto dal pentito Gaspare Spatuzza, durante una ricognizione, come «il soggetto estraneo a Cosa nostra visto nel garage mentre veniva imbottita di tritolo la Fiat 126 usata nell'attentato al giudice Paolo Borsellino».

A Spatuzza sono stati mostrate più persone, tra cui il funzionario dei Servizi, simili di aspetto, dietro a un vetro. Il pentito non avrebbe avuto esitazioni. Narracci, ex funzionario del Sisde, è tuttora in servizio all'Agenzia per la sicurezza interna (Aisi).

Nella strage del '92 in via D'Amelio a Palermo vennero fatti saltare in aria con un'autombomba il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque poliziotti di scorta. Il funzionario, dopo la notizia del suo coinvolgimento nell'inchiesta, è stato allontanato dal suo precedente incarico e destinato ad altri compiti all'interno dell'Aisi.

Il procuratore capo di Caltanisetta Sergio Lari in serata ha poi precisato che le notizie circolate sul presunto riconoscimento di Narracci «non sono esatte». Il pentito Gaspare Spatuzza durante la ricognizione alla Dia di Caltanisetta avvenuta nel pomeriggio ha riconosciuto in Narracci l'uomo che gli era stato mostrato in foto nei mesi scorsi dai magistrati di Caltanisetta, ma espresso dubbi che fosse la stessa persona «estranea a cosa nostra» presente nel garage mentre veniva imbottita di tritolo la Fiat 126 utilizzata per la strage di via D'Amelio. Lari, non ha voluto aggiungere altro perché, ha precisato, «non posso violare il segreto istruttorio».

Il generale dei carabinieri Mario Mori intanto è indagato dalla procura palermitana per concorso esterno in associazione mafiosa. L'inchiesta è quella sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Lo confermano ambienti investigativi.

Mori è indagato insieme a Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, tra i protagonisti della presunta trattativa. Anche il figlio del politico corleonese è indagato per concorso in associazione mafiosa. Sotto inchiesta anche i boss Totò Riina, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano che rispondono del reato di attentato a corpo politico dello Stato. Stessa accusa per l'ex braccio destro di Mori, l'ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno. Le nuove accuse al generale Mori, già sotto processo per favoreggiamento aggravato alla mafia, porterà una modifica del capo d'imputazione nel dibattimento in corso. Si aggrava, dunque, la posizione dell'alto ufficiale.

L'iscrizione del figlio dell'ex sindaco di Palermo sul registro degli indagati è la conseguenza delle dichiarazioni rese dallo stesso Ciancimino junior negli ultimi mesi, anche attraverso la consegna di "pizzini" e documenti. Ciancimino è indagato, in particolare, per avere fatto da tramite tra il padre Vito, e alcuni boss mafiosi tra cui Bernardo Provenzano, come ammesso dallo stesso testimone in diversi interrogatori. Contestandogli il concorso esterno i pm palermitani mostrano di ritenere Massimo Ciancimino credibile, soprattutto nella parte che riguarda la cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92.

Rimangono ancora le ombre sull'identità del misterioso "'signor Franco", un uomo dei Servizi segreti che avrebbe fatto da tramite tra lo Stato e Cosa nostra. Proprio oggi Ciancimino verrà interrogato dai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi del '92 ma anche sull'attentato a Giovanni Falcone all'Addaura del 1989. Insieme a Ciancimino sono stati indagate altre otto persone sulla cui identità vige però il top secret della Procura.




Powered by ScribeFire.

La mamma hard impazza sul web

Il Secolo xix



DA QUALCHE giorno spopola sul web un filmato hard che ha come protagonista una formosa e avvenente giovane mamma spezzina impegnata in un triangolo amoroso in macchina con due uomini. Nessuno dei quali è il marito.

Capelli lunghi e corvini, unghie smaltate di rosso fuoco, seno prorompente, lato B strepitoso ma labbra rifatte e un filo di pancetta, Antonella - così si chiama - si intrattiene in giochi erotici con due giovani. Diciotto minuti e trentacinque secondi di filmato amatoriale durante i quali compare una scritta dove si può leggere il nome della giovane donna e che il video è stato girato nello spezzino nell’aprile di sei anni fa.

La “trama” del film è semplice quanto anonima e squallida l’ambientazione, l’’interno di una utilitaria, parcheggiata in una strada di campagna accanto ad un muraglione di cemento. La donna, mentre si spoglia lentamente svelando autoreggenti e biancheria intima di pizzo, un tatuaggio al polso e una vezzosa catenina d’oro con ciondolo al collo, racconta all’uomo che è seduto al volante che «Io e mio marito Paolo l’abbiamo fatte già altre volte queste porcherie». In effetti il consorte dovrebbe essere sul sedile posteriore, impegnato a immortalare la performance amorosa della moglie. Non è sicuramente un professionista perchè la videocamera balla oppure fissa in primo piano particolari della vettura

Fin dalle prime battute entra in scena un giovane - jeans e maglietta maniche lunghe - che si avvicina all’auto per vedere e partecipare alla festicciola. E ci riesce, dato che il video è postato con un titolo che non lascia dubbi sulla materia: «Mia moglie in macchina con un amico e un altro guardone».

Poi è un quarto d’ora di giochi manuali, con la donna che si vede bene in volto mentre i maschietti mai.Lo zoom ogni tanto indugia sulla vera dell’uomo seduto al volante, segno che è sposato. Quell’altro, invece, rimane sempre in piedi, fuori dall’auto.

Il filmato è doppiato: le voci hanno un indubbio accento spezzino, ma non sono in sincrono. Che non sia un falso lo sottolinea la solita scritta in sovraimpressione: «E’tutto vero, diffidate delle imitazioni».
Alla fine, nei “titoli di coda” il maritino Paolo svela quelli che chiama i “dati tecnici di mia moglie”, raccontando che è nata nel 1977 (ndr cita anche giorno e mese) alla Spezia e tutte le sue performance amorose sin dall’adolescenza. Il tutto durante un fermo immagine del magnifico lato B della consorte, completamente nuda, questa volta probabilmente nella camera da letto della loro casa.

Nei “dati tecnici” la cosa più sconvolgente non è il numero dei presunti amanti della moglie - che il maritino assicura essere più di cento, all’epoca - ma che sia stato inserito anche il nome della figlia della coppia che non doveva avere neppure un anno al momento del video girato dai due genitori giocherelloni ed esibizionisti.
Come sia finito nel mare magno del web solo adesso si può solo desumere: forse Antonella e Paolo si sono separati e lui ha voluto vendicarsi in questa maniera, facendo vedere a tutti quelli che sino a ieri erano i vizi privati di una coppia. O forse è stato qualcuno dei loro amici di merende.




Powered by ScribeFire.

Svizzera, parroco sfida il Vaticano e distribuisce preservativi

Quotidiano.net


Alois Metz ha deciso di distribuire ai propri parrocchiani e ai passanti 3 mila condom, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Ha detto di seguire il comandamento: 'ama il prossimo tuo come te stesso'

Ginevra, 27 ottobre 2010



Una cittadina svizzera di Lucerna lancia una sfida al Vaticano sul controverso tema, da un punto di vista teologico, dell’uso del preservativo nella lotta all’Aids. Il parroco cattolico, Alois Metz, ha infatti deciso di distribuire ai propri parrocchiani e ai passanti 3 mila condom, per sensibilizzare l’opinione pubblica ad adottare questo mezzo per prevenire il contagio.
L’iniziativa e’ partita oggi: 700 preservativi sono stati donati davanti alla stazione ferroviaria di Lucerna. La distribuzione proseguira’ anche nei prossimi giorni.
Metz si e’ detto ‘’ben consapevole’’ che il ‘’preservativo e’ un argomento controverso all’interno della Chiesa cattolica’’, ma ritiene che il suo uso permetta di proteggere delle vite umane e di seguire il comandamento: ‘ama il prossimo tuo come te stesso’. Non si tratta di fare ‘’propaganda al preservativo’’, ha spiegato un portavoce della parrocchia. ‘’Il punto e’ che certe persone vivono secondo i principi della Chiesa cattolica, ma ve ne sono altre , sopratutto tra gli uomini, che vivono in maniera diversa ed hanno bisogno di protezione’’ di fronte alla minaccia dell’Aids, ha aggiunto.
La Conferenza episcopale svizzera non ha al momento commentato l’iniziativa. Nel 2009, durante il viaggio aereo che lo portava in Africa, papa Benedetto XVI aveva affermato che il preservativo non risolve il problema dell’Aids, ed anzi lo aggrava favorendo la promiscuita’ sessuale.




Powered by ScribeFire.

Napoli, killer dal barbiere massacrato pregiudicato 37enne

Il Mattino


NAPOLI (27 ottobre)

Un uomo, Carmine Marigliano 37 anni, è stato ucciso alla periferia di Napoli, nel quartiere San Giovanni a Teduccio. L'agguato è avvenuto in un negozio di un barbiere, in corso Protopisani. Indagano i carabinieri.
Secondo le prime frammentarie notizie raccolte sul posto Marigliano era in un salone di barbiere, in attesa del proprio turno, quando d'improvviso è balzato dalla sedia ed è fuggito nel bagno, inseguito da un uomo che, estratta una pistola, ha fatto fuoco, fuggendo subito dopo, tra i clienti del negozio terrorizzati.

Un motorino è stato dato alle fiamme poco dopo il delitto e non lontano dascena del crimine. I carabinieri indagano per stabilire se vi sia una connessione fra l'incendio e l'agguato a San Giovanni a Teduccio. Marigliano, 37 anni, disoccupato, con precedenti, è stato ucciso con colpi di arma da fuoco con modalità d'esecuzione tipiche della camorra.









Powered by ScribeFire.

Padova, una ragazza denuncia: violentata in clinica sotto anestesia

Il  Mattino di Padova


Lara, 25 anni, va in una casa di cura per operarsi di tonsille. Si ritrova con gli slip tagliati e con una lesione sanguinante della parete vaginale sinistra. Magistrati e carabinieri non risolvono il caso


di Enzo Bordin
PADOVA. Lara, una paziente venticinquenne padovana, va in una clinica privata per farsi togliere le tonsille. Ma quando torna in stanza si ritrova con gli slip tagliati e con una lesione sanguinante della parete vaginale sinistra di probabile natura traumatica, come recita lo stesso referto clinico redatto dalla dottoressa del pronto soccorso di Ostetricia. Una violenza sessuale subita durante l'anestesia? Un giallo che il pm Sergio Dini e i carabinieri del Nas non sono riusciti a risolvere.

Impossibile individuare il soggetto che potrebbe aver approfittato del «torpore» della ragazza per compiere sulla stessa atti di natura sessuale. Ma al di là dell'epilogo giudiziario della vicenda a livello penale, conclusasi con l'archiviazione del caso, l'interessata, da noi intervistata, spera che la sua storia non passi inosservata. «Non intendo accusare nessuno. Voglio però che altre giovani pazienti, prendendo lo spunto da quello che mi è successo, stiano in guardia e denuncino senza indugio qualsiasi situazione anomala a livello sessuale dovessero riscontrare durante la loro degenza, sia in strutture sanitarie pubbliche che private. Io purtroppo ho atteso 18 giorni prima di sottopormi a una visita ginecologia, collegando erroneamente i miei continui disturbi ginecologici ai postumi dell'intervento subìto. Con il senno di poi, andrei di corsa all'ospedale per documentare d'acchito la violenza patita».

La traumatica vicenda di Lara inizia il 20 luglio 2009, quando entra in una casa di cura per sottoporsi a tonsillectomia. Viene ricoverata alle 7.30 e un'ora dopo è visitata da un anestesista e da una dottoressa. Alle 11.15 le viene fatta un'iniziazione di preanestesia e alle 11.45 è accompagnata a piedi da un'infermiera in sala operatoria. «Mi hanno stesa su un lettino, posizionando il braccio destro lungo il fianco, all'interno dei pantaloni del pigiama. Ricordo la presenza di due infermiere e dell'anestesista, impegnati a discutere sulla quantità di anestetico da utilizzare», puntualizza Laura. Poi le infilano l'ago sul polso sinistro e da quel momento l'anestesia la fa dormire a lungo.


Come si evince dal diario infermieristico della sala operatoria, l'intervento termina alle 12.20 e fu l'ultimo di quella mattina. Lara rientra in camera alle 12.50, dove c'è ad attenderla la madre. Dopo una quarantina di minuti arriva anche il fidanzato. Resta un «buco» di 30 minuti tra l'uscita dalla sala operatoria e il ritorno in corsia della ragazza. Il ritardo mette in ansia anche la madre di Lara che chiede a un'infermiera di reparto se c'erano dei problemi per sua figlia, essendole stato spiegato che un simile intervento dura di solito una ventina di minuti in tutto.

Il risveglio di Lara è traumatico: «Non riuscivo a respirare e iniziavo a lamentare i primi dolori alla gola. Dopo dieci minuti mi venne applicata una flebo con un antidolorifico. Ciò è avvenuto alle 13 e non già alle 12.30, come indicato nella cartella clinica. Dovendo essere aiutata a urinare, mia madre mi abbassa pigiama e mutandine. In quel momento s'accorge che gli slip sono tagliati in senso orizzontale».

Inizialmente Lara non dà peso a quel particolare, ritenendolo un caso fortuito, oppure collegato a qualche manovra operatoria. Alle 20 di quel giorno la ragazza riesce ad andare in bagno, ma rimane di stucco: ha perdite con striature rossastre. «Ho pensato che fossero i medicinali assunti» precisa. E il 21 luglio viene dimessa.

Nei giorni successivi deve fare uso di analgesici due volte al giorno per tenere sotto controllo il dolore alla gola. Ma nel contempo «copre», a sua insaputa, anche i dolori vaginali. Dopo una decina di giorni dall'intervento arriva il ciclo mestruale. «Tentavo di utilizzare un assorbente interno, ma dolore e sensazione di gonfiore me lo impedivano. Ancora una volta pensai che si trattasse di una infiammazione dovuta all'operazione e all'uso dei farmaci», commenta la protagonista di questa brutta storia. Tenta pure un rapporto sessuale con il fidanzato, ma vede le stelle. Troppo doloroso, deve interrompere.

A quel punto Lara prende paura. Così rievoca quei momenti: «Andai alla ricerca delle mutandine rotte, riposte in un sacchetto in attesa d'essere gettate, e contattai il mio ginecologo che, essendo in ferie, mi consigliò di andare subito al pronto soccorso, dove venni visitata dalla dottoressa Alessandra Ruffatti. Mi sottopose a un'ecografia transvaginale, riscontrando una lesione a carico della parte sinistra da imputarsi a un movimento di sfregamento più che all'inserimento di un eventuale catetere durante l'operazione. E' come se mi avessero trafitto il cuore con uno spillo».



Non si trova il colpevole e il giudice archivia


Il Mattino di Padova


Per il pm Dini non c'erano elementi per accusare i sanitari

Il caso di Lara viene archiviato, in camera di consiglio, dal gip Lara Fortuna il 20 agosto scorso, accogliendo la richiesta del pm Sergio Dini e nonostante l'opposizione della persona offesa, assistita dal penalista Giovanni Lamonica.

«Le indagini non hanno permesso di addivenire all'individuazione del soggetto che potrebbe aver profittato della situazione di addormentamento-torpore della paziente per compiere sulla stessa atti di natura sessuale» scriveva il pm Dini per motivare l'archiviazione. Il legale della ragazza chiedeva invece un supplemento d'indagine indirizzato su tre fronti: consulenza anestesiologica per appurare la dose d'indormia somministrata alla paziente, accertamenti peritali sugli slip presumibilmente tagliati col bisturi e l'esame testimoniale della ginecologa che aveva visitato Lara al pronto soccorso ginecologico dell'ospedale.

Nell'ordinanza di archiviazione firmata dal gip Fortuna, si rileva invece che le osservazioni nell'atto di opposizione «non giustificano un supplemento di indagini», proprio per le argomentazioni addotte dal pm. In effetti le indagini subito svolte dal Nas sono risultate «accurate e non hanno per nulla trascurato passaggi rilevanti».

Tuttavia non hanno permesso «di identificare con certezza alcun soggetto da indagare, né era (e nemmeno ora) possibile disporre intercettazioni telefoniche e ambientali a carico di possibili sospettati, difettando quei gravi indizi richiesti dall'articolo 267 del codice di procedura penale».
Inoltre, rileva il gip, «non vi è modo di affermare con sicurezza che la denunciante sia stata vittima di violenza sessuale».

E cita tre motivi: non vi sono testimoni (compresa la stessa parte lesa); nemmeno la consulenza medico-legale, ovvero un accertamento sul capo d'abbigliamento intimo potrebbero servire per accertare con sicurezza l'eziologia della vaginite e della lesione vaginale diagnosticate il 7 agosto 2009, a distanza di 18 giorni dalla denuncia; non vi è nemmeno modo per affermare che il taglio degli slip (pur rimanendone oscura la ragione) sia sicuro indice di violenza sessuale.

Morale del discorso: «L'assenza di consapevolezza al momento del presunto fatto della giovane paziente e il mancato rilevo oggettivo nell'immediatezza del fatto - e non 18 giorni dopo - di tracce fisiche indicatrici di atti sessuali compiuti con violenza, ovvero con atti idonei a provocare lesioni ai tessuti vaginali, e infine la mancata esclusione di fattori eziologici alternativi sono tutti elementi che precludono di affermare che una violenza sessuale sia avvenuta».
Non sono pertanto acquisiti «elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio». (e.b.)



Powered by ScribeFire.

Avvertimenti dei narcos video

Corriere della sera

I cartelli su Internet documentano le loro azioni. Filmati girati da vigilantes e militari imitano quello dei qaedisti

MESSICO



WASHINGTON – L'ultimo video è comparso su Youtube pochi giorni fa. Mostra un ostaggio tenuto sotto la minaccia delle armi da alcuni uomini in divisa e mascherati. L’uomo è il fratello di Patricia Gonzalez, ex procuratore della repubblica a Chihuahua (Messico): nel video racconta dei legami di sua sorella con “La Linea”, braccio armato del cartello di Juarez. Accuse respinte da Patricia Gonzalez che grida al complotto “organizzato da poliziotti”.
RIVELAZIONI - Una settimana prima altro video. Un "prigionieri" rivela che la scomparsa di una ventina di turisti ad Acapulco è da attribuire ad una gang composta da agenti e criminali. Il web e Youtube sono pieni di filmati girati da narcos, vigilantes, militari e banditi. Alcuni possono essere dei falsi, ma altri – purtroppo – sono veri. Infatti, spesso gli autori fanno ritrovare i corpi senza vita dei protagonisti dei video.
DOCUMENTO - L’11 ottobre, in calle Montemayor a Ciudad Juarez, la polizia ha recuperato il cadavere di Gabriela Galvan. Nove giorni dopo è apparso su Youtube una registrazione, lunga nove minuti e sei secondi, dove la donna confessa di essere coinvolta in estorsioni per conto della Linea. Imitando i gruppi qaedisti – alcune immagini somigliano a quelle dei militanti in Iraq -, i cartelli usano Internet per documentare le loro azioni. Filmati spesso accompagnati da brani di narcocorridos, uno stile musicale popolare nel nord del paese. Il tema dei video è quasi sempre lo stesso: provare la collusione tra apparati dello stato e l’organizzazione rivale.
MINACCE WEB - Diffondendo i video, i narcos perseguono diversi obiettivi. Creano un canale di comunicazione alternativo, alimentando anche il gran numero di siti che “coprono” la faida. Minacciano gli avversari smascherando network e complicità. Seminano dubbi in una popolazione ferita e stanca: il cittadino crederà alle fonti ufficiali o a quello che rilanciano i criminali? Dimostrano di essere in controllo: lo prova il video di un commando che sistema uno striscione lungo una via trafficata. Infine, indeboliscono le autorità. Sperando di prendere il sopravvento.
EROINA - In questi ultimi mesi i cartelli si sono resi responsabili di stragi indiscriminate. Come quella avvenuta nel pomeriggio di ieri a Tepic (stato di Nayarit): 15 persone che lavoravano in un autolavaggio sono state freddate a colpi di mitra. Sembra che buona parte delle vittime frequentasse un centro di riabilitazione per tossicodipendenti. Nella regione di Tepic viene prodotta un'eroina speciale poi venduta sul mercato americano da spacciatori provenienti da questa cittadina. Il massacro segue altri due attacchi simili, nell’arco di 72 ore, avvenuti a Ciudad Juarez e Tijuana.
VENEDETTA - Lo stesso presidente Felipe Calderon ha ammesso di non comprendere il movente di questi assalti che non paiono collegati: «Sono persone fuore di testa», ha affermato. Gli investigatori, invece, ipotizzano che i cartelli si stiano contendendo la “gestione” dei tossicodipendenti e puniscono coloro che si riforniscono dai rivali. Per il massacro di Tijuana, però, c’è un secondo scenario. Agghiacciante. Una vendetta dei narcos dopo il sequestro da parte della polizia di 134 tonnellate di marijuana. Inserendosi nelle comunicazioni radio della polizia, i criminali hanno avvertito: «Questo è solo l’inizio. Uccideremo 135 persone per compensare le 134 tonnellate perse».
Guido Olimpio
28 ottobre 2010



Powered by ScribeFire.

Le minipensioni dei parasubordinati Avranno appena il 36% del reddito

Corriere della sera


A rischio di non arrivare all'assegno sociale
chi ha iniziato nel '96

Secondo la Cgil chi prende 1.240 euro al mese dopo 40 anni riceverà un assegno di 508 euro

ROMA - Lo spettro è quello dell'assegno sociale, oggi pari a poco più di 400 euro, che l'Inps eroga ai bisognosi. Molti giovani lavoratori atipici, se non escono dalla trappola della precarietà, rischiano di avere questo sussidio invece della pensione. La questione della previdenza dei parasubordinati è arrivata la scorsa settimana in Parlamento e finisce oggi in piazza. L'Italia dei Valori, primo firmatario il capogruppo Felice Belisario, ha presentato in Senato un'interrogazione urgente ai ministri del Lavoro e dell'Economia, Maurizio Sacconi e Giulio Tremonti. Nella richiesta di chiarimenti al governo il partito fa riferimento ad una frase attribuita al presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, che con una battuta avrebbe reso l'idea del problema: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Quale che sia la verità, questa mattina, invece, il Nidil-Cgil, sindacato dei lavoratori atipici, ha organizzato una iniziativa davanti all'Inps di Roma Centro, a piazza Augusto Imperatore, insieme al patronato Inca e al dipartimento giovani della stessa Cgil. A fare i conti saranno gli esperti del sindacato, spiega la confederazione guidata da Guglielmo Epifani.

È evidente che, soprattutto per i collaboratori (prima co.co.co. e poi co.co.pro.) che hanno cominciato nel 1996, quando fu istituita la speciale gestione presso l'Inps, e che non riescono a trovare un posto fisso il futuro riserva una pensione da fame. Nei primi anni della gestione, infatti, ai parasubordinati senza altra copertura previdenziale pubblica si applicava un'aliquota contributiva del 10-12%, poi salita gradualmente fino al 26,72% in vigore dal primo gennaio 2010. Essendo i redditi di questa categoria di lavoratori generalmente bassi e discontinui (tra un contratto e l'altro passano mesi) è chiaro che col metodo contributivo, integralmente applicato a tutti coloro che hanno cominciato a lavorare dopo la riforma Dini, sarà difficile maturare una pensione superiore all'assegno sociale (oggi 411 euro al mese). Nel frattempo, però, il paradosso è che con i contributi che i parasubordinati versano al loro fondo Inps, in attivo di oltre 8 miliardi (perché finora incassa solo ed eroga pochissime presta) si pagano le pensioni alle categorie che non ce la farebbero con i soli versamenti dei loro iscritti, dai dirigenti d'azienda ai lavoratori degli ex fondi speciali: telefonici, elettrici, trasporti.

Per fortuna le prospettive previdenziali migliorano per i parasubordinati che hanno cominciato a lavorare in questi ultimi anni (l'aliquota era per esempio salita già al 23,5% nel 2007), ma la possibilità di raggiungere una pensione dignitosa dipende fondamentalmente dal reddito percepito durante gli anni di lavoro e dalla sua continuità (e per questo le donne sono svantaggiate). In ogni caso, l'assegno sarà in proporzione sempre inferiore a quello di un lavoratore dipendente, che paga il 33% di contributi. Insomma le variabili sono troppe, spiega l'Inps, senza contare che di regola la condizione di parasubordinato non è a vita e quindi non avrebbe senso, continua l'istituto, stimare la pensione su pochi anni di contribuzione da parasubordinati.

Il problema è davvero serio per chi non riesce ad uscire dalla precarietà. La crisi aggrava il fenomeno. Il vicedirettore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, in un recente intervento al convegno di Genova della Confindustria ha osservato che «solo un quarto circa dei giovani tra 25 e 34 anni occupati nel 2008 con un contratto a tempo determinato o di collaborazione aveva trovato dopo 12 mesi un lavoro a tempo indeterminato o era occupato come lavoratore autonomo, mentre oltre un quinto era transitato verso la disoccupazione o era uscito dalle forze di lavoro».

Se l'Inps non fornisce previsioni sulle pensioni dei parasubordinati, altri lo fanno. Filomena Trizio, segretaria generale del Nidil-Cgil, spiega che i suoi uffici hanno elaborato due esempi. Il primo riguarda un parasubordinato che ha cominciato nel '96 e il secondo uno che comincia nel 2010. Per entrambi si ipotizza che tra un contratto e l'altro ci sia circa un mese di non lavoro all'anno, che restino in attività per 40 anni, che abbiano una retribuzione iniziale di 1.240 euro al mese e che vadano in pensione a 65 anni. Il primo, quello svantaggiato da contribuzioni iniziali più basse, avrebbe una pensione pari al 41% dell'ultimo reddito, cioè 508 euro al mese, il secondo al 48,5%, ovvero 601 euro. «Per arrivare a un tasso del 60% - dice Trizio - bisogna ipotizzare che questi collaboratori dopo i primi 5 anni diventino dipendenti». Infine, va considerato che questi lavoratori, dati i bassi compensi che mediamente ricevono, non hanno di solito le risorse per farsi una pensione complementare. Col patto sociale sottoscritto col governo Prodi, ricorda Trizio, «era stato sancito l'impegno di garantire alle carriere lavorative discontinue un tasso di sostituzione del 60%, ma con questo governo non se n'è fatto nulla». Anche secondo Maurizio Petriccioli, segretario confederale della Cisl, bisogna «rafforzare la contribuzione figurativa per i periodi non lavorati a fronte di disoccupazione, maternità e lavoro di cura familiare».

Stime più favorevoli provengono invece da Progetica e dal Cerp. La prima, società di consulenza specializzata nella finanza personale, ha fatto alcune elaborazioni per il supplemento Pensioni del CorrierEconomia del 29 marzo scorso. Si ipotizzano tre parasubordinati che abbiano cominciato a lavorare a 25 anni: il primo 10 anni fa, il secondo 5 e il terzo nel 2010. Tutti e tre si prevede che arrivino a fine carriera con un retribuzione lorda di 36 mila euro. La loro pensione, secondo Progetica, oscillerà da un minimo del 36% dell'ultimo stipendio, in caso di ritiro a 63 anni, a un massimo del 62% per il giovane che comincia adesso e va in pensione a 65 anni (il 55% invece per chi ha cominciato 10 anni fa). Per le donne, che in media guadagnano un po' meno e hanno periodi di non lavoro maggiori (soprattutto in caso di maternità) le stime sono un po' più basse: tra il 36 e il 57% dell'ultima retribuzione.

A conclusioni simili arriva anche uno studio del 2008 del Cerp, il centro di ricerche sulla previdenza diretto da Elsa Fornero. Il tasso di sostituzione oscillerebbe infatti il 49 e il 53% ritirandosi a 60 anni, rispettivamente dopo 35 e 40 anni di attività. Ma la ricerca del Cerp è interessante soprattutto perché giunge alla conclusione che, in media un parasubordinato perde, rispetto a un lavoratore dipendente che paga il 33% di contributi, tra l'uno e l'uno e mezzo per cento all'anno sull'importo della pensione.

Enrico Marro
28 ottobre 2010



Powered by ScribeFire.

Stop ai cani alla catena, a Padova via libera al nuovo regolamento

Il Mattino di Padova


E' stato definitivamente approvato dal consiglio comunale il regolamento per la tutela degli animali voluto dall'assessore all'Ambiente, Alessandro Zan: ecco tutte le nuove norme, comprese quelle per i circhi




PADOVA. Fino a 500 euro di multa per chi maltratta gli animali: è stato approvato definitivamente in Consiglio comunale il regolamento per la tutela degli animali, proposto dall'assessore all'Ambiente, Alessandro Zan. Niente catena ai cani, protezione per i gatti, attenzione agli animali esotici e regole rigide per i circhi: un testo concordato con le principali associazioni animaliste: Legambiente, Wwf, Lipu, Enpa, gli antivivisezionisti e la Lega nazionale difesa dei cani. Unici critici nei confronti delle nuove norme il gruppo di "100% animalisti".

Più tutele per gli "amici a quattro zampe", ma anche regole per chi li porta in giro. In pubblico ci vuole guinzaglio, e nei casi previsti, la museruola. Bisogna anche raccogliere le feci negli appositi sacchetti. Altrimenti scatta la multa di 50 euro: misura già in vigore, sono un centinaio le multe elevate negli ultimi cinque anni.

Per quanto riguarda i circhi, dovranno presentare una documentazioni ampia, assicurando anche una copertura veterinaria adeguata e immediata. Ci sono regole precise per ogni tipo di animale: per le foche l'area a loro destinata non dovrà essere soggetta a correnti d'aria, le giraffe dovranno avere la possibilità di afferrare il cibo da posizioni elevate, gli ippopotami devono avere la possibilità di fare bagni di sabbia o di segatura, i rinoceronti devono avere assicurate zone d'ombra, le scimmie devono avere strutture adatte al gioco come corde, pali, rami e oggetti sospesi. 

Polizia municipale e provinciale, tecnici Usl e del settore Ambiente del Comune, guardie zoofile sono i soggetti autorizzati a multare chi non rispetta le regole.



Powered by ScribeFire.

Rivende il dono di Berlusconi, che classe per la signora Blair

di Tony Damascelli

Cherie mette all’asta su Ebay a 100 euro un orologio regalato da Berlusconi. Rifilata al miglior acquirente persino una bilancia usata. Valore: ben due euro


Cherie Blair ha un cognome di famiglia che è un programma: Booth. Sarebbe bancarella coperta. Va da sé che lady Cherie, figlia di un attore, Tony, e di un’attrice, Gale Howartd, sarebbe stata destinata alle compere, alle vendite, a portare a casa oggetti e quattrini. Infatti, una volta smessi i panni, in cachemire, della moglie del primo (ex) ministro inglese, la signora si è data da fare. Nonostante le sette dimore, il conto corrente da venti milioni di euro, le marchette del consorte che richiede seimila euro a minuto di intervento pubblico, roba che nemmeno Benigni e Del Piero, nonostante tutto questo, dunque, lady Cherie ha deciso di mettere in vendita il magazzino di famiglia, tutto quello che Tony ha ricevuto durante la sua carriera politica, roba grossa. E per realizzare il piano si è affidata a internet, a ebay, elencando oggetti vari, preziosi, utili, necessari per giovani sposi, per coppie datate, per single e pupi.
Così è riuscita a vendere in cambio di 100 euro un Locman Mare Titanium, nel senso di orologio, dal valore di almeno 350 euro. La qual cosa non sarebbe nemmeno curiosa, se non stupida, se l’oggetto non fosse poi il regalo, uno dei nove offerti da Silvio Berlusconi all’amico e collega made in England (anzi in Scotland). L’avvocato lady Cherie, esperta di diritti umani, ha capito di dover tutelare i propri diritti, fregandosene dei doveri pubblici, diplomatici e anche famigliari.
Dunque ha messo all’asta un autografo del marito, un pezzo di carta con la firma di Tony, roba da collezionisti che, stando a un portavoce della coppia, sicuramente, verrà rivenduto almeno al triplo. Poi lady bancarella coperta ha venduto per 20 euro un servizio di cucchiai in silver plate della Mappin&Webb, casa londinese, raffinata e carissima, di gioielli, orologi e arredi per la casa. Per rinforzare le entrate di cassa la Booth Blair ha venduto un servizio di posate per il pesce, pezzi dieci, a 40 euro, quindi 12 coltelli per la frutta a 48 euro, un attrezzo multiuso per la cucina (frullatore, macchina impastatrice, etc) per 250 euro e, state attenti al colpo del secolo, una bilancia digitale per 2, leggi due, euro. In compenso ha provveduto a regalare al proprio figlio Leon, sempre acquistando l’oggetto su ebay, il Lego per qualche sterlina in più.
Cherie è una femmina strana, un giorno venne sorpresa, e multata, per aver viaggiato in treno senza aver pagato regolare biglietto. Non si ha notizia se quel tagliando sia stato messo in rete, come pezzo unico e storico. La stessa lady fu colpita da febbre suina. Anche in questo caso non si sa se il termometro sia stato riposto in un comodino o su ebay. Appreso il fatto, la regina Elisabetta ha convocato lady Cherie Booth per un sopralluogo e un preventivo sull’argenteria di Buckingham.




Powered by ScribeFire.

F1, ecco la Disneyland Ferrari Abu Dhabi, pagano gli sceicchi

di Benny Casadei Lucchi


Aperto negli Emirati Arabi il parco divertimenti della Rossa. E Maranello non ha sborsato un cent, costo totale 40 miliardi di dollari



 
Clicca per ingrandire
 
Abu Dhabi - Due-cen-to-qua-ran-ta-chi-lo-me-tri-al-lo-ra. É proprio quando il cardiofrequenzimetro impazzisce, quando cuore, testa, pensieri vengono sparati altrove che realizzi di aver fatto più o meno una sciocchezza. Ci sono infiniti modi per lasciarci le penne e tutti, solitamente, piuttosto fastidiosetti. Ma farlo sulle montagne russe rientra decisamente fra i più imbarazzanti. Per cui non era il caso di provare il più veloce roller coaster del mondo così come non lo era farsi legare stile Alonso dentro l’abitacolo di una Ferrari scala 1 a 1. L’obiettivo doveva essere simulare una gara sul circuito di Abu Dhabi, l’obiettivo è diventato simulare l’effetto che fa schiantarsi, morire e risorgere tre volte durante quei fottutissimi giri di pista.
No, non era proprio il caso. Tantomeno qui in mezzo al deserto, nel cuore di questo nulla megamiliardario che il governo di Abu Dhabi sta cercando di riempire con quel tutto che solo il Dio petrolio sa offrire con imbarazzante voluttà. Qui a Yas Island, a due passi dal circuito di F1, sono state posate tredicimila tonnellate d’acciaio - quasi il doppio di quelle impiegate per la Torre Eiffel - per costruire il più grande parco di divertimenti coperto del mondo. Un tetto immenso eretto non per strafare ma perché le tempeste di sabbia sono all’ordine del giorno e 40 gradi all’ombra sono tantini. Per cui, da queste parti, se proprio si deve giocare, meglio farlo dentro, air contioned si dice.
Gli sceicchi e gli uomini di Maranello lo chiamano fieramente «Ferrari World Abu Dhabi», ma che nessuno dica loro che il nome giusto sarebbe stato Ferrarilandia o Ferrariland. Magari banale, inflazionato, però chiaro a tutti. Come chiaro per tutti è che la Rossa, intesa come azienda, marchio, simbolo italico nel mondo, ha avuto un colpo di genio quel giorno del 2006, quando il presidente Luca di Montezemolo s’incontrò a Maranello con lo sceicco Hamed Bin Zayed Al Nahyan e il vice gran capo della finanziaria dell’Emirato, la Mubadala, Khaldoon al Mubarak. Illustrò l’idea e l’idea piacque agli emiri e soprattutto al consiglio Ferrari che neppure un centesimo avrebbe dovuto tirare fuori dei due miliardi di dollari necessari. Perché i costruttori e proprietari del parco sono gli stessi sceicchi. Semmai euro, in quantità di parecchi milioni, arrivano e arriveranno a Maranello annualmente dal minimo garantito dagli emiri per lo sfruttamento del marchio; senza contare quelli frutto delle royalties. Giusto per rendere: tra circuito, parco, mega hotel, porticcioli vip e alte attrazioni previste sull’isola, l’investimento finale dell’Emirato toccherà i 40 miliardi di dollari. Cifre folli? Chi può dirlo parlando di un Paese che ha il 9% delle riserve petrolifere mondiali.

Dunque, business e favola che vanno a braccetto, fiabe e fantasia e famiglie e bambini d’ora in poi chiamati idealmente a unire due mondi letteralmente ai poli opposti per cultura, tradizione, soprattutto religione. Per dire: una delle attrazioni del Parco si chiama Bell’Italia: trattasi di un tragitto a bordo di piccole Ferrari d’epoca in cui si sfilano le bellezze del nostro Paese e dove alla voce «Roma» non c’è traccia di San Pietro. Di più: sembra, pare, si dice che il Cupolone non fosse gradito ai proprietari emiri. Troppo simbolico. E simbolico, benché destinato a un piatto di tagliatelle, è il ragù preparato dall’italianissimo ristorante dentro il parco: fatto di manzo e vitello, niente maiale. «Per ora - dicono i gestori - ma un giorno...». Ed proprio in attesa di quel giorno che Ferrarilandia può e potrà rappresentare molto più che un colossale parco di divertimenti, cioè dove ha fin qui fallito la politica vuoi vedere che riesce la diplomazia del cazzeggio, del gioco, della fantasia? Chissà...
Nell’attesa, lasciamo che tutto parta come ieri sera, nonostante il lutto nazionale per la scomparsa di un importante emiro, evento che in altri tempi avrebbe fermato tutto e ora blocca solo i bla-bla del cerimoniale. Anche questo può essere un segno. E lasciamo che i piccini in tunica bianca giochino e incontrino quelli in bermuda in transito tra Europa e Oriente. Soprattutto, lasciamo che una grande idea nata per raccontare a costo zero la fiaba Ferrari, trasformi le favole in un immenso spot per l’Italia.




Powered by ScribeFire.

Giustizia a due velocità

di Gabriele Villa


Claudio Scajola si accomodi, prego. Può riprendersi la sua poltrona di ministro quando e come vuole. Se vale il trattamento di riguardo, un vero e proprio trattamento ad personam, riservato al presidente della Camera, Gianfranco Fini per quella «sciocchezzuola», come ama ripetere sorridendo, della casetta di An finita, oramai sissabenecome al cognatino Tulliani, allora a maggior ragione, il ragionamento deve valere almeno per un'altra persona. Ad esempio per chi, come l'ex titolare dello Sviluppo economico, si è trovato investito dal polverone mediatico, sollevatosi a proposito del famoso appartamento con vista sul Colosseo, e non ha aspettato un minuto di più, dopo aver dato una sbirciatina ai titoli dei giornali (primo fra tutti il nostro) a dimettersi.

Già, perché la prima, robusta, sostanziale differenza tra Fini e Scajola, due politici di lunga navigazione, che dovrebbero essere, glielo riconosciamo, abituati alle scuffiate, è che il primo è rimasto aggrappato, anzi, strenuamente inchiodato, alla vellutata poltrona di Montecitorio, mentre il secondo ha immantinente fatto i bagagli, anche se avrebbe potuto restare al suo posto, non avendo commesso alcun reato, non avendo ricevuto neppure alcun avviso di garanzia.
Già, perché la seconda, robusta, sostanziale differenza è proprio questa: Scajola non ha ricevuto alcun avviso di garanzia, mentre Gianfranco Fini è invece indagato per truffa aggravata a proposito della famosa «sciocchezzuola» dell'appartamento di Montecarlo.

E sono mesi che è indagato, anche se nessuno lo sapeva. Perché la cauta Procura di Roma, limitandosi a ossequiare scrupolosamente la legge (quindi seguendo una prassi che ha qualcosa di veramente anomalo, in un'Italia dove le Procure spifferano tutto, appena possono, ai cronisti) ha aspettato di annunciare che il presidente della Camera era indagato, contemporaneamente alla richiesta di archiviazione dell'intera, surreale vicenda. Richiesta di archiviazione che, peraltro, è sempre utile precisarlo, non smentisce una riga che è una riga dell'inchiesta pubblicata dal Giornale. Perché? Perché nelle carte dell'inchiesta si legge che sì il prezzo di vendita non risultava equo ma che andrebbe valutato il costo della ristrutturazione. E, per quest'altro aspetto, i pm preferiscono non entrare nel merito rimandando, si legge sempre nelle stesse carte, la valutazione del danno a una eventuale causa civile.

Assistere a una simile, encomiabile camminata sulle uova è un esercizio che può aiutare a far riflettere anche i più distratti fra noi. Se, infatti, andiamo un po' indietro con la memoria, pur tralasciando quelle migliaia di sussurri e venticelli che, appena usciti tempestivamente dai palazzi di giustizia, sono subito rimbombati come terremoti se l'indagato o il neanche indagato era ed è il premier Berlusconi, non ci risulta che prima d'ora un pm abbia avuto sì tanto rispetto per la privacy di un personaggio politico o pubblico che fosse.

Tutto ciò che cosa ci spinge a pensare? Nulla di moralmente illecito, beninteso. Ma solo che, evidentemente, Gianfranco Fini, che sia considerato negli abiti di Gianfranco Fini o in quelli del presidente della Camera, poco importa, può contare comunque sul rispetto e sulla aprioristica fiducia delle Procure. In ossequio, dunque, a quella famosa presunzione d'innocenza che, in tutti quegli sputtanamenti giornalistici costruiti sui soffietti di tante solerti Procure, non è mai stata particolarmente ossequiata in questo Bel Paese.

Tenete conto poi che i pm sono stati così prudenti e rispettosi della privacy della famiglia Fini, nel valutare l'affaire Montecarlo, da non aver mai sentito il bisogno di interrogare i protagonisti della vicenda. Né la compagna, Elisabetta Tulliani (che non ci pare abbia avuto un ruolo secondario nella gestione di quell'appartamento), né il cognato, che secondo lo stesso Fini potrebbe essere il vero proprietario della casa. Né, ancora, quei potenziali acquirenti della casetta monegasca che avevano dichiarato di aver offerto molto di più dei trecentomila pagati dalla off-shore, respinti al mittente nonostante fossero stati più generosi.

Se il ragionamento che abbiamo fatto fin qui fila, e in tutta onestà ci sembra che non faccia una grinza, allora il cerchio delle diverse credibilità, si può chiudere esattamente nel punto da dove avevamo cominciato a tracciarlo. Nonostante mille opacità, che restano in una vicenda che cristallina non è mai stata fin dall'inizio. Nonostante il fatto che la Procura abbia deciso di indagarlo, nonostante il mosaico dell'affaire Montecarlo sia stato ricostruito in ogni tassello, Gianfry ha deciso di non mollare. Di starsene lì, al suo posto. Imperturbabile. Mentre l'ingenuotto, sensibile e un po' d'antan, ministro Claudio Scajola, ha aperto il libro dei principi comportamentali del politico e dell'uomo retto, si è riletto il significato di parole come etica e morale e ha deciso di lasciare il suo scranno. Perché, in fondo, l'unico modo per liberarsi dalle responsabilità sta nell'assolverle. E non nell'autoassolversi. C'è una bella differenza, no?



Powered by ScribeFire.