martedì 26 ottobre 2010

Capezzone aggredito in strada

Corriere della sera


Il portavoce del Pdl colpito al volto con un pugno da uno sconosciuto che è poi fuggito

ROMA


Daniele Capezzone
Daniele Capezzone
ROMA - Daniele Capezzone, portavoce nazionale del Pdl, è stato aggredito a pochi metri dalla sede di via dell'Umiltà da uno sconosciuto, che gli ha sferrato un pugno al viso e poi si è dileguato. Lo riferisce Gregorio Fontana, deputato del Popolo della libertà, tra i primi a soccorrere il collega insieme al coordinatore nazionale, Denis Verdini. Sul posto sono intervenuti gli agenti di polizia.

IN OSPEDALE - Capezzone è stato subito soccorso e portato via in ambulanza. «Si tratta di un fatto gravissimo, sintomo di un clima avvelenato e di tensione che condanniamo», dice Fontana. Raggiunto telefonicamente, il portavoce del partito ha spiegato: «Ora non posso parlare, sto facendo degli accertamenti medici». Il deputato ha riportato una contusione al volto, ma si escludono danni più gravi, fratture facciali o ematomi.


26 ottobre 2010



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Casa di An, nessuna truffa» I pm: archiviazione per Fini

Corriere della sera


La procura di Roma ha accertato «l'insussistenza di azioni fraudolente» nella vendita dell'immobile



MILANO - «Nessuna truffa». I pm di Roma che si sono occupati dell'inchiesta sulla casa di Montecarlo hanno chiesto l'archivazione del procedimento penale. Il procuratore della Repubblica di Roma, Giovanni Ferrara, e l'aggiunto Pierfilippo Laviani hanno accertato l'insussitenza di azioni fraudolente in merito alla vendita di un appartamento di proprietà di Alleanza Nazionale a una società offshore, per cui erano indagati sia il presidente della Camera, Gianfranco Fini, sia l'ex tesoriere di An Francesco Pontone. Lo riferiscono fonti giudiziarie. Adesso sarà il gip a decidere nelle prossime settimane se archiviare o meno l'inchiesta.

INDAGATI - I pm, ascoltati testimoni e studiate le carte giunte dal Principato di Monaco, ritengono che non ci sia stata alcuna frode nella vendita della casa, precedentemente donata all'ex partito di Fini da una sostenitrice, la nobildonna Anna Maria Colleoni. L'appartamento in questione è occupato attualmente da Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini, Elisabetta Tulliani. La notizia che Fini e Pontone fossero stati iscritti sul registro degli indagati non era mai stata diffusa in precedenza. L'inchiesta era nata dalla denuncia di alcuni esponenti del partito La Destra di Francesco Storace, nella quale si chiedeva di accertare se l'immobile ereditato dalla contessa Annamaria Colleoni fosse stato oggetto di una svendita.

SEDE CIVILE - «Qualsivoglia doglianza sulla vendita a prezzo inferiore - sostengono i pm - non compete al giudice penale ed è eventualmente azionabile nella competente sede civile». Il valore dell'immobile, secondo quanto comunicato dal Principato di Monaco, era triplicato al momento dell'alienazione rispetto a quello dichiarato a fini successori, 273mila euro. «Tale valutazione - si spiega - della Chambre Immobiliere Monegasque, è stata effettuata in astratto, senza tener conto delle condizioni concrete del bene, descritto dai testi come fatiscente».

LE REAZIONI - «Sono contento e soddisfatto - commenta il senatore di Futuro e libertà, Pontone - in questo modo è stato dimostrato che si tratta di un'azione sballata presa contro il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e contro il sottoscritto». Il vicepresidente dei deputati di Futuro e Libertà, Benedetto Della Vedova, esulta invece sul proprio profilo di Facebook: «E andiamo avanti!». Di tenore diverso la reazione di Storace: «Il processo breve, brevissimo si applica solo a Gianfranco Fini».

Redazione online
26 ottobre 2010




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Castellamare, cittadini in piazza per difendere la minigonna

Il Mattino


CASTELLAMMARE (26 ottobre)

In centinaia, tra donne e uomini, sono scesi in piazza a Castellamare di Stabia, per protestare contro l'ordinanza del sindaco Luigi Bobbio (Pdl) che vieta minigonne, scollature troppo generose e abiti troppo succinti.

Il provvedimento prevede multe fino a 500 euro anche per chi bestemmia in strada, si straia al sole in pubblico o gioca a calcetto nei giardini della villa comunale.



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Condanna a morte per Tareq Aziz Sarà impiccato. L'Ue: "inaccettabile"

La Stampa


La sentenza di un tribunale di Baghdad sull'ex numero due di Saddam Hussein





BAGHDAD

Il tribunale di Baghdad ha emesso questa mattina una sentenza di condanna a morte per l’ex vice presidente iracheno Tareq Aziz. Lo ha annunciato poco fa la tv di stato irachena.

L’alta corte del tribunale penale di Baghdad ha previsto che la pena capitale alla quale è stato condannato l’ex vice presidente iracheno, Tareq Aziz, sarà eseguita mediante impiccaggione. Una sentenza contro la quale protesta l'Unione europea. La pena di morte «non è accettabile» per l’Ue e l’Alto rappresentante della politica estera della Ue, Catherine Ashton, chiederà all’Iraq di bloccare l’esecuzione di Tareq Aziz. Il portavoce della Ashton ha ricordato che la posizione dell’Unione europea sulla pena di morte «è ben nota: per l’Ue la pena di morte non è accettabile». Per quanto riguarda il caso di Tareq Aziz, «la posizione dell’Ue sarà chiarita più tardi nella giornata di oggi», ha riferito. «L’alto rappresentante Ashton chiederà in modo molto chiaro alle autorità irachene di bloccarne l’esecuzione» ha aggiunto.

Secondo quanto riporta il sito locale al-Sumaria News, l’ex gerarca iracheno è stato condannato nell’ambito del processo relativo alla chiusura dei partiti religiosi in Iraq. Sono stati condannati alla pena capitale anche l’ex ministro dell’Interno, Saadun SHaker e l’ex segretario personale di Saddam Hussein, Abdel Hamid Hamud. È questo uno dei sette processi nei quali è imputato Tareq Aziz e riguarda la caccia avviata negli anni ottanta contro i partiti politici sciiti filo iraniani che ha visto in quegli anni eseguire una serie di arresti e di condanne a morte nei confronti dei principali esponenti politici sciiti del paese.

Unico cristiano e cattolico - di fede caldea - nell’entourage di Saddam Hussein, Tareq Aziz è stato l’uomo del quale si è servito l’ex dittatore per aprire un ponte con la comunità internazionale. Nato nel 1936 vicino Mosul, laureato in lingua e letteratura inglese, giornalista, è stato ministro degli Esteri e vicepremier durante la dittatura di Saddam. Il suo vero nome è Mikhail Yuhanna.

Fotogallery

Aziz ha sempre messo in secondo piano la sua appartenenza religiosa, presentandosi prima di tutto come arabo iracheno e membro del Baath. Davanti alla nazionalizzazione delle scuole cristiane non ha mosso ciglio, stessa cosa con il provvedimento per l’insegnamento obbligatorio del Corano. Membro del Comando del Consiglio della Rivoluzione, per la sua imperturbabilità, per la grande conoscenza dei meccanismi della diplomazia e per la sua fedeltà al regime è stato definito anche il "Gromiko di Bagdad".

Il vicepremier iracheno il 14 febbraio 2003 è stato ricevuto per un colloquio di circa mezz’ora dal Papa Giovanni Paolo II. Dinanzi alle continue pressioni esercitate dagli Usa perchè la dirigenza irachena si dimettesse, Tareq Aziz aveva così risposto: «Qualcuno non comprende che siamo patrioti. Noi in Iraq siamo nati e in Iraq moriremo».



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Corruzione, l'Italia scende ancora: in classifica stiamo peggio del Ruanda

Il Messaggero

Siamo al 67° posto nella graduatoria mondiale di Transparency
International sulle malversazioni nel settore pubblico





BERLINO (26 ottobre) - L'Italia scende ancora nella classifica di Transparency International (Ti) sulla percezione della corruzione nella pubblica amministrazione, che quest'anno la vede al 67° posto a livello mondiale con 3,9 punti, dopo il Ruanda (66° posto, 4 punti) e solo un gradino sopra la Georgia (68° posto, 3,8 punti).

Rispetto al 2009, quando era al 63° posto con 4,3 punti, l'Italia perde così quattro posizioni. In testa alla graduatoria, presentata oggi a Berlino, ci sono - a pari merito - Danimarca, Nuova Zelanda e Singapore, tutte con 9,3 punti, seguite da Finlandia e Svezia (9,2 punti ciascuna) e dal Canada (8,9 punti). L'indice di Ti misura la percezione della corruzione che manager, imprenditori, uomini d'affari e analisti politici si fanno di un determinato Paese soprattutto sulla base di notizie dei media. La Somalia, con 1,1 punti, è in coda alla classifica di 178 paesi esaminati, preceduta da Afghanistan e Myammar (1,4 punti).

Il punteggio dell'Italia «non sorprende più di tanto - ha commentato in un comunicato la sezione italiana di Transparency International -, in considerazione di dodici mesi passati caratterizzati dal riemergere di fatti corruttivi, o sospettati tali, a vari livelli di governo (locale, regionale, nazionale) e che ha visto coinvolti sia funzionari che esponenti politici di ogni schieramento».




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Belluno, in treno senza biglietto, cerca il controllore: l'onestà gli costa 209 euro

Il Messaggero


BELLUNO (25 ottobre) - Per fortuna che la Regione vantava ad inizio anno di aver sanzionato Trenitalia per i ritardi ai pendolari costringendo l'azienda a restituire bonus agli abbonati per 3.735.935 euro.

E come fa Trenitalia a far quadrare i conti? Inasprisce a sua volta le multe, in barba alla buona fede. «Mio figlio è salito alla stazione di Belluno sul treno delle 19.41 (l'ultimo utile) e ha cercato immediatamente il controllore per segnalare di essere privo di biglietto - racconta Mario Baldasso di Santa Giustina - . Era appena stato scaricato dal pulmino del Belluno calcio e non aveva avuto tempo». Macchinette automatiche manco a pensarci, tanto sono ferme e allora si monta, alla ricerca di chi possa regolarizzare la posizione per 15 minuti di viaggio. In risposta il ragazzo si trova una multa di 209,46 euro, stando a quanto dichiarato dal padre. «Non mi sembra un modo sensato di rispondere alla buona volontà - commenta -, anzi un'istigazione a delinquere».

La sovrattassa in Veneto è fissa, ma se il pagamento avviene a bordo si riduce a 50 euro. In Provincia di Trento per i percorsi interni è di 2 euro avvisando il capotreno, altrimenti 15. Ma qui parliamo di Belluno e Santa Giustina dove il biglietto è di 1,80 e la multa, seguendo le norme nazionali è stata di 116 volte tanto. «Una punizione che neanche in Iran - dice stupito Baldasso -. Se le proporzioni sono queste che succede se non ci si fa avanti, la pena è la fucilazione immediata?». È proprio il caso di dire: summum ius, summa iniuria. (R.D.S.)





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Il tesoro di Fontana di Trevi in tasca ai ladri di desideri

Il Tempo


Non è un fenomeno marginale: i "pescatori" agiscono alla luce del sole. E neanche i vigili urbani possono fermarli. le monetine sono di chi riesce a mettersele in tasca.



Gli storpi sui carrettini abbandonati la mattina a fontana di Trevi; gli zingari che chiedono l'elemosina travestiti col mascherone da morte, perché fa tanto zucca stregata ora che la festa di Ognissanti è prossima, mentre l'aria sa ancora d'estate anche se è autunno per il frinire simulato delle cicale che si ottiene lanciando in aria pallette calamitate. E siccome ci sono decine di ambulanti bengalesi che vendono il giochino il rumore diventa assordante. Ma quello che indigna di più i turisti, non è la corte di miracoli che ogni giorno va in scena davanti al monumento settecentesco progettato da Nicola Salvi, adagiato su un lato di Palazzo Poli. La rabbia dei turisti è tutta contro i ladri dei loro sogni, i pescatori di monetine lanciate nell'acqua puzzolente di Fontana di Trevi con l'irrinunciabile rito propiziatorio per accapparrasi la fortuna o semplicemente per tornare ancora una volta a Roma. E se guardate queste foto, capirete subito il perché: i furbi pescano le monetine alla luce del sole, gomito a gomito con i turisti che le hanno appena lanciate. Sono sfacciati, a camuffarsi neanche ci provano. E come potrebbero altrimenti, con il busto allungato in avanti, una mano sul bordo vasca, e un braccio teso per poter estendere al massimo le antenne calamitate e raggiungere le monete più interessanti, o semplicemente quelle lanciate più lontane. Insomma, ai ladri di sogni (e soldi) non gliene frega un bel niente di farsi vedere da tutti. E i turisti si indignano, eccome. Anche perché pensano che il sogno intascato non si avveri.

Ma alla fine l'indignazione risulta inutile. Vanno a informare i vigili urbani in servizio h24 sulla piazza. Ma ce ne vorrebbero un plotone per stare dietro a tutto, nel simbolo più famoso di Roma nel mondo. E che può fare la polizia municipale? Le monete sono «res nullius», appartengono al primo che se le mette in tasca. E i ladri di sogni lo sanno. Per questo se ne infischiano della presenza delle forze dell'ordine e agiscono in tutta libertà. Come dimostrano le fotografie pubblicate in questa pagina. Lunedì della scorsa settimana siamo tornati a Fontana di Trevi. Piazza affollatissima, come lo è sempre Fontana di Trevi verso le tre del pomeriggio, stessa corte dei miracoli, e una valanga si cartacce sulla gradinata usata come fossero sedili da picnic (alla faccia delle ordinanze antibivacco, certi turisti sanno essere educati solo a casa loro).

E davanti alla sporcizia recriminano. «Non sanno tenersi le cose belle che hanno» dice una coppia che viene da San Remo. Tra i turisti ci sono anche i pescatori di monetine. Due di loro li riconosciamo, sono due dei tre soggetti protagonisti delle nostre fotografie. Evidentemente sono degli abitué, chissà quanto riescono ad alzare. Ma visto che non vengono più coi secchi non lo sapremo mai. «Senza un mandato non si può più fermarli per svuotargli le tasche» spiega un vigile urbano in servizio sulla piazza. Riconosciamo subito il tipo magro, immigrato con la pelle olivastra, che nella prima foto pubblicata sotto quella grande d'apertura, indossa una camicia a quadretti e un cappellino in testa ben calcato sul viso. Lunedì pomeriggio invece era seduto a bordo vasca, con le mani nelle mani. Salvo tirar fuori l'antenna estraibile, lanciata dopo aver adocchiato la moneta giusta. C'era anche il tizio con la maglietta smanicata, immortalato in flagranza. Hanno smesso di darsi da fare quando ci hanno visto parlare e indicarli ai vigili urbani. Ma non se ne sono andati. Si sono messi a confabulare in un angolo. Insomma, da marzo le cronache non si occupano più di Roberto Cercelletta, in arte D'Artagnan: del disabile nullatenente che se ne infischia delle multe, e tira fuori la fedele lametta quando vede la malparata non si parla più dall'ultimo eclatante fermo che lo ha sorpreso con più di 600 euro in tasca. Ma i tempi dei pescatori di monete non sono finiti. Dei furbi si è liberata solo Vodafone per il suo guinness da primato: il lancio contemporaneo di 1651 monetine da un cent due sabato fa.




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Doppi stipendi agli eletti del Lazio

Il Tempo


Prima dell'insediamento la Regione ha pagato i compensi sia ai nuovi sia ai vecchi rappresentanti. Diktat della Corte di conti. Abbruzzese: ho chiesto ai consiglieri di restituire i soldi ma lo Statuto va rivisto.


I consiglieri regionali del Lazio dovranno restituire uno stipendio. Il presidente della Pisana, Mario Abbruzzese, non ci ha pensato due volte e, dopo aver incassato il parere favorevole della Corte dei conti, ha mandato la richiesta agli eletti. Tutto è nato da un equivoco su una norma dello Statuto: «I consiglieri regionali entrano nell'esercizio delle loro funzioni all'atto della proclamazione e restano in carica fino all'insediamento del nuovo Consiglio regionale».

Di fatto significa che nel mese che passa tra la proclamazione e la prima seduta dell'assemblea risultano in carica sia i vecchi sia i nuovi consiglieri: i primi perché la loro carica è prorogata fino all'insediamento del nuovo Consiglio, i secondi perché già proclamati consiglieri. A chi va dunque lo stipendio? Ai vecchi o ai nuovi rappresentanti? Nel Lazio, tanto per non farsi mancare niente, a entrambi: più di 130 consiglieri di cui una sessantina di troppo (14 mila euro lordi ciascuno), più assistenti e segretarie. Almeno è andata così nelle ultime tre legislature. Ma il presidente del Consiglio, Abbruzzese, dopo aver assegnato lo stipendio a vecchi e nuovi rappresentanti, ha mandato una richiesta alla Corte dei conti.

La risposta dei magistrati contabili è stata netta: in quel mese lo stipendio spetta soltanto ai vecchi consiglieri. Innanzitutto perché «non è consentita l'erogazione delle indennità e dei trattamenti previdenziali e accessori ad entrambe le categorie di soggetti interessati» e poi perché «l'erogazione dei previsti emolumenti spetta ai consiglieri regionali, e rispettivi collaboratori, che risultino effettivamente in carica e in condizione, almeno potenziale, di esplicare la propria funzione, anche se soltanto in via di prorogatio». Dunque i consiglieri attuali dovranno restituire i soldi ricevuti. «Trovo sia giusto - spiega Abbruzzese - rivedere la norma dello Statuto che induce all'equivoco. Da parte mia ho richiesto il parere della Corte dei conti proprio per evitare indebiti».



Alberto Di Majo
26/10/2010




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Denise compie 10 anni La madre: "Gli indagati per me sono colpevoli"

Quotidiano.net


Depone il fratellastro 17enne: "La bimba non si allontanava mai da sola". La mamma, Piera Maggio: "Ho già condannato gli indagati, perchè in questi sei anni non hanno chiarito la loro posizione e nascondono tanto"


Denise Pipitone, all'epoca della sua scomparsa (Ansa)
Denise Pipitone, all'epoca della sua scomparsa (Ansa)


Trapani, 26 ottobre 2010 - Il fratellastro diciassettenne di Denise Pipitone è stato il primo teste ascoltato questa mattina dal Tribunale di Marsala presieduto da Riccardo Alcamo nella ripresa del processo per il rapimento dela bambina, avvenuto il primo settembre del 2004 a Mazara del Vallo. Nel procedimento sono imputati Jessica Pulizzi, sorellastra di Denise, che deve rispondere di concorso in sequestro di minore, e Gaspare Ghaleb, ex fidanzato di Jessica Pulizzi, accusato solo di false dichiarazioni al Pubblico ministero.


Il diciassettenne ascoltato oggi, figlio di Piera Maggio e Tony Pipitone, ha ricordato in aula che "Denise non si allontanava mai da sola, era sempre accompagnata da qualcuno e si fidava solo di me, di mia mamma, di mio padre, di tre miei zii e pochi altri familiari; se vedeva un estraneo non dava confidenza, anzi andava a mettersi dietro chi conosceva, perchè era molto timida".

 Nel corso dell’audizione il minore ha ricordato il giorno del rapimento: "Mi svegliai per il trambusto che c’era in casa: mia nonna che gridava in dialetto ‘La bambina si sono presi, la bambina non c’è più'. Aveva una voce disperata perchè aveva lei la responsabilità di Denise in quel momento e continuava a ripetere ‘Sono stata disattenta, come ho fatto!’".

 
Nel controesame dell’avvocato Gioacchino Sbacchi. Legale di Jessica Pulizzi, il teste ha anche ricordato che la nonna si chiedeva dove fosse andata la bambina, ripetendo che lei stava cucinando e si era distratta. "Nessuno -ha affermato- poteva immaginare il rapimento, perchè queste cose a Mazara del Vallo non erano mai successe".

LA MAMMA -  "A Denise in questo giorno posso dire solo che mi manca un mondo e che non vorrei essere qui senza di lei mentre a chi è indagato dico che Piera Maggio li ha già condannati, perchè in questi sei anni non hanno chiarito la loro posizione e nascondono tanto",  ha la mamma di Denise

L'ALBERO DELLA SPERANZA -  Un "albero della speranza" fatto con i pensierini scritti dai bambini di Mazara del Vallo (Trapani) è stato realizzato oggi per il decimo compleanno di Denise Pipitone, la bambina scomparsa il primo settembre del 2004. La manifestazione è stata promossa dalla Fondazione Movimento Bambino, l’associazione Maria SS. del Paradiso onlus, dall’istituto comprensivo Pirandello e dall’amministrazione comunale.

 Tantississime le dediche e gli auguri a Denise, e tra queste quella del vicepresidente del Parlamento europeo, Roberta Angelilli: "A te -scrive- va il mio affettuoso pensiero e mando un ideale abbraccio alla tua mamma che con forza e vigore, dal giorno della tua scomparsa, non ha mai smesso di lottare per il tuo ritorno a casa tra le braccia di chi ti ama".

La mamma di Denise, Piera Maggio, non ha partecipato perchè ha preferito assistere a Marsala alla nuova udienza del prosesso per il sequestro della bambina, ci cui è imputata la sorellastra Jessica Pulizzi.

agi





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Gabanelli attacca: "Niente tutela? Allora la Rai non vuole Report"

Quotidiano.net


La giornalista e conduttrice del progamma: "Nel nostro paese si declina tutto politicamente, quando invece la domanda dovrebbe essere: è vero o falso ciò che viene raccontato?"

Roma, 26 ottobre 2010


"Se la tv pubblica trasmette un programma d’inchiesta in prima serata senza tutelare le persone che ci lavorano, vuol dire che quel programma non lo vuole. Punto". Milena Gabanelli commenta così l’ipotesi che la Rai possa togliere a 'Report' la tutela legale.

Intervistata da Ffwebmagazine (www.ffwebmagazine.it), periodico online della Fondazione Farefuturo, la giornalista spiega: "Non siamo stati messi all’indice, siamo stati criticati! Ma non ci si possono attendere carezze quando metti il dito sui nervi scoperti... Quello che avviene al settimo piano di viale Mazzini lo leggo sui giornali, io lavoro in via Teulada dove ci sono le redazioni che producono buona parte dei programmi che vanno in onda. Con molte difficoltà. E in via Teulada i dirigenti di viale Mazzini, purtroppo, non si vedono spesso. Sul pluralismo posso dire questo: per ora nessuno mi ha mai impedito di trattare un argomento piuttosto che un altro".

Certo, prosegue la conduttrice del programma di Rai Tre, "se avessi voluto una vita tranquilla non avrei scelto questo mestiere: gli attacchi sono nel conto".

Sull'accusa di "politicizzazione" delle sue inchieste, la conduttrice di Report risponde: "Nel nostro paese si declina tutto politicamente, quando invece la domanda dovrebbe essere: ‘È vero o falso ciò che viene raccontato?’". E per quanto riguarda la Rai, secondo Gabanelli “ripulirla dall’inquinamento dei partiti non è un’impresa impossibile, basta volerlo”.





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Scampia, smantellato il «droga-center» Pusher e tossicodipedente in fuga

Il Mattino




di Marisa La Penna


NAPOLI (26 ottobre) - Sono scappati a gambe levate i tossicodipendenti che, per bucarsi, si erano ritrovati nella capanna di cartoni e lamiere - realizzata sul terreno incolto di via Ghisleri, in prossimità delle «Case dei Puffi» - quando, alle nove di ieri mattina, hanno visto arrivare un piccolo esercito di poliziotti, vigili del fuoco, agenti di polizia municipale, operatori dell’Asìa e operai comunali.

Avevano un compito preciso gli agenti del commissariato Scampia, diretti dal primo dirigente Michele Spina: organizzare e coordinare le operazioni di rimozione della baracca fuorilegge e bonificare l’area da siringhe e rifiuti organici abbandonati in queste ultime settimane da quei tossicodipendenti che acquistano droga - eroina, cocaina e crack - nella piazza di spaccio delle «Case dei Puffi».

Un’operazione massiccia che, come detto, ha visto all’opera la squadra investigativa del locale commissariato, agenti del Reparto Mobile, vigili del fuoco del «reparto tagliatori». Nonchè operatori della squadra rifiuti speciale dell’Asìa e operai comunali. La baracca, che si appoggiava al rudere di un edificio abbandonato da molti anni è stato così rimosso. E a mezzogiorno in punto l’opera era conclusa.

Oltre ai tossicodipendenti, ovviamente, ieri mattina hanno abbandonato l’area, per l’intera mattinata, anche i venditori di stupefacenti. Nella capanna i tossicodipendenti della zona - essenzialmente eroinomani - trovavano riparo per iniettarsi la droga lontano dallo sguardo dei passanti. La capanna si trovava in un terreno in stato di abbandono che un privato intende vendere, che si trova al di sotto del livello stradale, in viale della Resistenza. A circa duecento metri dalle «Case dei Puffi».

Negli ultimi tre anni sono numerosissimi gli interventi del commissariato Scampia. Centinaia gli spacciatori finiti in manette. In particolare è stata eliminata la piazza delle Vele dove sono stati intercettati e ammanettati gli organizzatori di uno dei mercati più floridi di stupefacenti. Ed è stata smantellata recentemente anche la piazza del «buon pastore», in via Ghisleri.




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Rubano l'identità ad un medico di Catania e acquistano una caldaia a Napoli

Il Mattino





NAPOLI (26 ottobre) - Il pagamento per l'acquisto a Napoli di una caldaia per 3.500 euro è stato più volte sollecitato da una finanziaria a un noto medico di Catania, vittima di un «furto d'identita».

Lo rivela il Codacons che si è attivato per fare valere i diritti del professionista. Dopo aver disconosciuto il contratto e la firma apposta a suo nome e con i suoi dati, il medico ha denunciato chiunque risulti autore o concorrente nell'accaduto.

«L'episodio è inquietante, ma non incredibile - spiega Francesco Tanasi, segretario nazionale dell'associazione di consumatori - se si considerano le decine di centinaia di contratti e situazioni poco chiare stipulate ogni anno a nome di ignari soggetti, derubati dei propri dati tramite gli albi dei professionisti o altri canali, facilmente accessibili a dispetto di ogni legge di tutela della privacy».

Il Codacons ha diffidato la finanziaria a verificare l'identità del vero debitore, alla cancellazione immediata dei dati personali del medico e alla consegna di copia di tutta la documentazione di cui si era già disconosciuta ogni firma.




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Caso Unipol, nastro di Fassino: indagato Paolo Berlusconi

di Redazione

Quattro indagati a Milano per la vicenda del "passaggio" dell'intercettazione tra Fassino e Consorte con la frase "abbiamo una banca"



 

Milano - La Procura di Milano ha chiuso le indagini nei confronti di quattro persone tra cui l’ex titolare della Research Control System, Roberto Raffaelli, l’imprenditore Fabrizio Favata e il fratello del premier, Paolo Berlusconi, per la vicenda del "passaggio di mano" dell’intercettazione tra Piero Fassino e Giovanni Consorte ("abbiamo una banca") nel corso dell’inchiesta sul tentativo di scalata di Unipol a Bnl. Paolo Berlusconi è indagato dalla Procura, in vista della richiesta di rinvio a giudizio, non solo per ricettazione e millantato credito, ma anche per concorso in rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio, in "qualità di editore del quotidiano il Giornale che il 31 dicembre 2005 pubblicò la conversazione intercettata nonostante fosse coperta dal segreto istruttorio.Cosa c'è di nuovo rispetto a quello che si sapeva già rispetto a questa inchiesta? che i pm hanno aggiunto un'accusa in più: quella di violazione da parte di Paolo Berlusconi  di aver concorso in rivelazione e utilizzazione del segreto d'ufficio. Cosa strana, questa, attribuita a un editore, visto che il compito dei suoi giornalisti e quello di pubblicare notizie inedite, e soprattutto vere. 

Nell’avviso di conclusione delle indagini sulla vicenda del passaggio di mano dell'intercettazione Fassino-Consorte il premier Silvio Berlusconi risulta parte lesa per un tentativo di estorsione messo in atto dall’imprenditore Fabrizio Favata. Favata, che aveva raccontato agli inquirenti milanesi di aver portato ad Arcore e fatto ascoltare a Silvio Berlusconi la nota intercettazione, alla vigilia del Natale 2005, venne arrestato il 25 maggio scorso per estorsione (ora è ai domiciliari). Secondo l’accusa, avrebbe chiesto e ottenuto denaro da Roberto Raffaelli, responsabile della Rcs, società che si occupava di intercettazioni telefoniche, con la minaccia di denunciarlo all’autorità giudiziaria come colui che aveva rivelato atti d’indagine coperti da segreto, ovvero il contenuto dell’ormai famoso nastro. Anche Silvio Berlusconi è parte lesa di un tentativo di estorsione perchè, come si legge nell’ avviso firmato dal pm Maurizio Romanelli, Favata "mediante contatti telefonici e personali con l’avvocato Ghedini Niccolò" e con un collaboratore del suo studio, aveva minacciato "di denunciare all’autorità giudiziaria" o "di riferire a testate giornalistiche" la vicenda del passaggio di mano dell’intercettazione, in cambio di denaro. 





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Elezioni tra i Navajos: due candidati che credono in sole e vento

Corriere della sera

Martedì si terranno le presidenziali e parlamentari di alcune nazioni o tribù pellerossa





WASHINGTON – In America martedì prossimo si terranno non soltanto le elezioni congressuali, in cui i democratici, il partito del

Lynda Lovejoy
Lynda Lovejoy
presidente Obama, rischiano di essere sconfitti dai repubblicani. Si terranno anche elezioni presidenziali e parlamentari di alcune nazioni o tribù pellerossa. La più importante sarà quella del presidente dei Navajos, in tre stati dell’ex selvaggio west, Arizona, Nuovo Messico, Utah. Quella Navajo è la principale nazione indiana d’America: nella sua riserva vivono oltre 300 mila persone, da essa si estraggono grandi quantità di carbone per la produzione di energia in mega stati come la California, e fino al 2005, quando venne vietato in nome della salute della tribù, si estraeva uranio. Ma proprio “re carbone”, che da lavoro a più di 1.500 persone e fornisce il maggiore introito alla immensa riserva, deciderà le elezioni. In maggioranza, i navajos sembrano volerla fare finita con le miniere, e sostituire il carbone con il sole e il vento, produrre cioè energia solare ed eolica.

I DUE CANDIDATI - I candidati a presidente dei navajos sono Lynda Lovejoy, che siede al Senato

Ben Shelley
Ben Shelley
del Nuovo Messico, e Ben Shelley, l’attuale vicepresidente della tribù. Entrambi spiegano che i pellerossa hanno sempre avvertito le miniere di carbone come una imposizione dei bianchi: secondo la loro religione, le attività estrattive “feriscono” la terra, e perciò sono contro natura. Vedono invece dei protettori nel sole e nel vento: «Si tratta di ricorrere al loro aiuto» dice Lynda Lovejoy. «Sole e vento sono le più belle fonti di energia rinnovabile che esistano. E l’ecologia, la difesa dello ambiente fanno parte del nostro Dna». Aggiunge Ben Shelley: «Nella nostra riserva ci sono 18 mila case senza luce e riscaldamento. Glieli forniremo con l’energia eolica e solare». Energia che verrà anche “esportata” agli stati vicini: «Stiamo costruendo impianti eolici per la città di Flagstaff in Arizona».

ADDIO AL CARBONE - L’addio al carbone da parte dei navajos, che avverrà peraltro gradualmente, non è motivato solo dalle credenze religiose. Ha anche ragioni economiche. I proventi del carbone sono diminuiti del 20 per cento, la California ne ha ristretto l’uso perché inquinante, l’Epa, l’ente di protezione dell’ambiente, ha fatto chiudere due miniere della riserva di proprietà di aziende bianche. I due candidati alla presidenza sono d’accordo che il cambiamento non era pronosticabile. In che cosa differiscono allora? In sostanza su che cosa altro si debba fare per rendere più prospera la tribù. Lynda Lovejoy, a esempio, propone di aprire dei casinò, la base finanziaria di molte riserve di pellerossa, mentre Ben Shelley caldeggia l’agro turismo. I “medicine men”, gli stregoni, sono per la seconda strada: «I casinò dice Anthony Lee - uno di loro - sono estranei alla nostra cultura e tradizione». E i navajos? Per Daniel Benally, di 73 anni, l’energia eolica e solare sarà il ponte tra il passato e il futuro della sua nazione. «E’ stata una brutta parentesi» dice dell’ultimo secolo. «Io ho lavorato 35 anni in miniera, la mia salute è precaria. Con il sole e il vento i miei 15 figli avranno una vita migliore».

Ennio Caretto
26 ottobre 2010



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E morto il polpo Paul

Corriere della sera


Aveva indovinato tutti i pronostici in Sudafrica

la piovra di Oberhausen divenuta una star planetaria durante i MONDIALI



È morto nella notte il polpo Paul, la piovra di Oberhausen divenuta una star planetaria durante i Mondiali di calcio 2010 in Sudafrica. Lo ha reso noto l'acquario Sea Life che ospitava l'animale.

STAR - La notorietà mondiale di Paul era giunta in occasione della Coppa del Mondo in cui aveva indovinato l'esito di tutte le sette partite della nazionale tedesca: il polpo aveva predetto le vittorie dei tedeschi contro Australia, Ghana, Inghilterra, Argentina e Uruguay, così come le sue sconfitte contro Serbia e Spagna. Paul aveva indovinato anche il risultato della finale Spagna-Olanda, l’unico pronostico che gli era stato chiesto non riguardante la nazionale tedesca.


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I biologi: vicino alle discariche alterato il Dna delle rane

Corriere del Mezzogiorno


Tra i Regi Lagni e Ischitella le maggiori mutazioni




NAPOLI — I ricercatori napoletani lanciano l’allarme: in alcune zone della Campania l’inquinamento ambientale causa alterazioni genetiche negli organismi viventi, in particolare nelle rane. È quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Biologia strutturale e funzionale della Federico II e dell’Università di Caserta, recentemente pubblicato su una rivista internazionale di ecotossicologia ( Ecotoxicology and Enviromental Safety), in diverse località della Campania. Secondo gli autori le rane rappresentano un ottimo organismo sentinella per valutare la presenza di sostanze pericolose e rifiuti tossici, nelle acque e nei suoli.

GENOTOSSICITA' - Dall’analisi dei dati, in particolare, risulta che i siti a maggiore genotossicità sono quello dei Regi Lagni presso Nola-Cimitile, in prossimità del Centro commerciale «Vulcano Buono» (N168 nel grafico) ed Ischitella (I288) in provincia di Caserta (bandiera nera). Risultano genotossici anche quelli della piana del Sele presso Eboli (S166), dove l’agricoltura intensiva con uso di pesticidi crea località della regione, soprattutto nell’area nord— aggiunge Fulgione— diversi sono gli studi che hanno messo in evidenza l’alto numero di malattie nell’uomo in zone dove lo smaltimento dei rifiuti urbani, industriali o agricoli è realizzato in maniera non idonea o illegale».

DANNI ALLA SALUTE - Di qui l’importanza di una ricerca che offre la possibilità di studiare organismi facilmente reperibili in natura e particolarmente utili come indicatori biologici, allo scopo di valutare correttamente i danni alla salute delle persone ed eventuali interventi futuri. «Proprio alla luce di questi dati— conclude il ricercatore— la Regione potrebbe avviare un esteso monitoraggio del territorio per future pianificazioni compatibili con l’ambiente».

Elena Scarici
26 ottobre 2010




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Cuba, almeno mille italiani a L'Avana per provare il farmaco anticancro

Il Messaggero


Alcuni ricercatori della Labiofarm hanno scoperto
che le tossine dello scorpione blu sono antitumorali



L'AVANA (25 ottobre) - Oltre mille italiani sono giunti nelle ultime due settimane a Cuba attirati dalla possibilità di utilizzare un medicinale basato sul veleno dello scorpione blu, che avrebbe proprietà terapeutiche contro il cancro. Lo ha riferito oggi Pavel O. Pizart Mijares, direttore generale dell'impresa statale Labiofam che lo produce, precisando che tale inedita ressa è dovuto ad un articolo in merito apparso recentemente nella stampa italiana. «Già il 4 ottobre erano arrivati almeno 350 italiani e poi sono giunti gli altri», ha precisato in una conferenza stampa. Una decina di anni fa, specialisti cubani hanno scoperto che le tossine dello scorpione blu (Rhofalaurus junceus), presente nell'isola, contengono proteine di basso peso molecolare con proprietà antitumorali.

«In tale lasso di tempo lo abbiamo usato per 10.000 pazienti, di cui 3.500 stranieri, con risultati positivi nella sua azione analgesica, antinfiammatoria e antitumorale», ha anche precisato Pizart Mijares annunciando inoltre che è imminente «la certificazione sanitaria per poter commercializzare una versione omeopatica ed un'altra orale del prodotto». Di tali due novità, la Labiofam, che finora ha distribuito gratuitamente il medicinale, si propone di produrre almeno un milione di dosi entro la fine di quest'anno.




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Nel campo nomadi un "muro" per dividere serbi e bosniaci

La Stampa


A Torino gli ultimi segni di una guerra infinita: scuolabus vietato ai bambini musulmani
«Sono brutti, sporchi e cattivi»





NICCOLÒ ZANCAN
TORINO

In uno dei campi nomadi di Torino, i rom hanno costruito un muro di ferro, una cancellata, per dividere i bambini cristiani da quelli musulmani. «Quelli di là sono sporchi, hanno il moccolo al naso. Serbi e bosniaci non si devono mischiare». Patrick Georgevic, 25 anni, capelli rasati, parla così dei suoi vicini, senza il minimo imbarazzo: «Si comprano auto da trentamila euro e mandano i figli lerci a scuola. Sono degli schifosi. Non devono salire sullo stesso pulmino dei nostri figli».

Diluvia sul campo nomadi di Strada dell’Aeroporto. Si sente il rumore del traffico della tangenziale, che corre a fianco delle baracche e delle roulotte. L’acqua impregna i cavi elettrici del lavoro di ristrutturazione lasciato a metà, il fango segna il confine esatto del problema: dalla parte con il cemento ci sono serbi e croati ortodossi, dall’altra rom bosniaci musulmani. La guerra del pulmino è incominciata con l’anno scolastico. La combattono ogni mattina studenti delle medie e delle elementari, anche bambini di sette anni, in molti casi sostenuti dai genitori: insulti, pugni, offese, prese in giro, minacce. Chi perde resta al campo a giocare fra i topi, invece che andare in classe. Ogni giorno si ripete la stessa scena. E quando chiedi perché, ricevi una raffica di risposte contrapposte. «Perché loro sono sporchi, non sanno vivere da italiani. Guarda me, invece... Ciao fratello.. Forza Mussolini!», urla un ragazzo serbo con la sciarpa di Armani al collo. «Perché loro non ci lasciano vivere - spiega Maria Salkanovic accanto alla stufa - si sfogano contro i nostri figli. Dicono che puzzano, che sono brutti. E allora, qui, siamo tutti d’accordo: vogliamo un pulmino solo per la nostra etnia, un pulmino per i musulmani».

L’autista è un signore vicino alla pensione decisamente esasperato, anche al ritorno dal viaggio del pomeriggio: «Tutti i giorni si picchiano, non ne posso più. Ma devo pensare a guidare, io non sono pagato per farli smettere». È un pullman da 32 posti lercio, con i sedili azzurri strappati. Ma va detto anche che solo una ditta - questa - si è presentata alla gara d’appalto per vincere il lavoro. Non è un posto facile, neppure da vivere di passaggio. Qui le autoambulanze spesso chiedono di essere scortate dalle forze dell’ordine prima di entrare per un soccorso. È uno dei quattro campi nomadi autorizzati della città. Ma non si può definire un posto sotto controllo. I lavori di ristrutturazione voluti dal Comune non sono stati ultimati per un motivo preciso: la ditta ha rinunciato all’incarico. In fuga dal campo.

«Non c’erano le condizioni di sicurezza. I bambini creavano oggettivamente molti problemi». Carla Osella è la presidente dell’Aizo, l’associazione italiana zingari oggi. Conosce tutti i residenti del campo: «C’è una forte tensione fra gli adulti che si riflette sui bambini - spiega - è una comunità difficile. Vero che ci hanno chiesto più volte di avere un pulmino diverso per i musulmani. Altrettanto vero che noi lo abbiamo sempre negato. C’è già abbastanza razzismo fuori, dovrebbero crescere un po’. Abitano nello stesso campo, devono imparare a convivere».

I serbi sono 260, i bosniaci 150. I primi sono daxikanè, i secondi khorakhanè. Religioni diverse, vestiti e comportamenti diversi. L’ottanta per cento dei bambini serbi in età scolare va regolarmente a scuola, solo il sessanta per cento dei loro coetanei, che vivono dall’altra parte della cancellata, ha una frequenza costante. Le madri e i padri bosniaci dicono che è tutta colpa della guerra del pulmino: «Prendono botte, insulti razzisti. Non si può essere trattati così». Carla Osella ritiene che la verità sia più sfumata, come sempre più complessa: «I bambini bosniaci del campo sono oggettivamente bambini difficili. Alcuni di loro sono stati sorpresi mentre lanciavano sassi dal cavalcavia sulle auto. Sempre loro hanno costretto gli operai in ritirata. Non credo che c’entrino le vecchie divisioni della guerra dell’ex Jugoslavia, quanto le nuove tensioni che si sono create al campo. Forse mancano figure carismatiche di riferimento, qualcuno che sappia tenere a bada le rivalità».

Però fa effetto sentire le parole piene di disprezzo che si raccolgono con estrema facilità dalla parte con il cemento: «Quei bambini sono degli schifosi. Noi siamo serbi, non c’entriamo nulla con loro. Devono mandarli via. O li mandiamo via noi». Anche il vice-coordinatore del Pdl piemontese Agostino Ghiglia, ieri mattina in visita al campo per un’ispezione - scortato da dieci poliziotti in divisa - ha sentito pezzi di questo racconto. Gli urlavano in faccia verità opposte, da una parte all’altra della cancellata: «Di certo qui ci sono più di cento bambini costretti a vivere in condizioni subumane. Questa è la denuncia che mi sento di fare. Il Comune e le Prefettura devono prenderne atto». Giocano separati. Nessuno si avvicina alla rete metallica. Alle sette di sera Giovanni è ancora in sella alla sua bici. Ha i capelli lunghi biondi e un sorriso disarmante. Perché vi fate la guerra? «Sono loro che hanno iniziato». Loro chi? «I daxikanè. Quelli di là». E voi chi siete? «I khorakhanè». E che differenza c’è? «Non lo so» dice arrossendo, e sgomma via fra le pozzanghere.






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Fini boccia Marchionne e difende i fannulloni

Il Tempo


Il presidente della Camera attacca la richiesta di efficienza dell'ad della Fiat: "Se è un grande gruppo lo deve allo Stato".La critica: "Domenica ha dimostrato pur essendo italo-canadese di essere più canadese che italiano".



Marchionne esiliato in patria. Mentre oltre confine riceve riconoscimenti anche dai capi di Stato, qui l'amministratore delegato della Fiat continua ad avere vita difficile. A sparargli contro non è solo la Fiom, il barricadero sindacato dei metalmeccanici della Cgil, ma anche gran parte del mondo politico. E ieri l'ennesima bocciatura gli è arrivata dalla terza carica dello Stato. Sotto accusa è l'intervista di domenica scorsa nella quale l'ad della Fiat ha parlato di efficienza e produttività; obiettivi che non si possono raggiungere se uno stabilimento può diventare ostaggio di un paio di operai, se in sostanza non c'è la certezza nella produzione. Ma questo discorso che di fatto suona come la condanna di un modo di fare impresa che vive dei sussidi statali e che è in balia dei ricatti sindacali, anzichè essere condiviso e supportato dalla politica, ieri ha scatenato un vespaio. E, fatto singolare, Fini ha fatto fronte comune con la Fiom e l'Italia dei Valori nella condanna di Marchionne. L'aggancio delle critiche è stato la frase: «Senza l'Italia la Fiat farebbe meglio».

Il presidente della Camera è stato tranchant: «Marchionne mi sembra che domenica abbia dimostrato, pur essendo italo-canadese, di essere più canadese che italiano». Poi l'affondo: «Se la Fiat è un grande colosso lo deve al fatto che è stato per grandissimo tempo il contribuente italiano, lo Stato, a impedire alla Fiat di affondare». Come dire che se la Fiat è sopravvissuta a alterne vicende lo deve allo Stato e quindi, questo sembra essere il ragionamento di Fini, non dovrebbe pretendere la sicurezza del processo produttivo, né l'efficienza, né dovrebbe permettersi di rilevare che la capacità produttiva italiana è inferiore a quella di altri Paesi. Una polemica che spacca l'Italia in due: da una parte i sostenitori della trasformazione della Fiat in una multinazionale, dall'altra quanti sono ancorati ad un'immagine vecchia dell'azienda che ha superato i momenti più critici con l'aiuto finanziario pubblico. L'argomentazione portata avanti da Marchionne è che la collaborazione Stato-industria esiste in tutti i Paesi del mondo, ma l'importante è ripagare i prestiti e che lo Stato non diventi gestore delle società. Fini poi si risente se qualcuno, fosse anche l'ad della Fiat, dà lezioni di efficienza.

«È paradossale - dice piccato il presidente della Camera - che dica a noi, alla classe dirigente, attenzione perché non abbiamo più la capacità di competere, di stare sul mercato con una concorrenza molto marcata». Il presidente della Camera conclude riconoscendo le debolezze del sistema Italia che «per mille ragioni ha una scarsa capacità di attrarre capitali e competitività del lavoro», ma «può vincere la competizione mondiale puntando sulla qualità non sulla quantità». Irritazione anche dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: «Quella di Marchionne è una denuncia ruvida ma non tanto condivisibile». Sacconi ha detto di non condividere «alcune premesse» fatte dall'Ad di Fiat come quella che posiziona l'Italia al 138° posto nella classifica della produttività pur condividendo il fatto che «abbiamo perso molta parte della grande impresa negli ultimi anni».



Laura Della Pasqua
26/10/2010




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La guerra dei sacchetti "Mai più di plastica"

Quotidiano.net


Scatta la rivoluzione ecologica: la Ue li ha messi al bando da gennaio. La busta ecologica costa di più ed è meno resistente, ma non inquina la natura


Spesa al supermercato
Spesa al supermercato


Milano, 26 ottobre 2010 - Addiocari, vecchi e soprattutto inquinanti shopper. Dal 1° gennaio i sacchetti di plastica andranno in pensione. Seppure con un anno di ritardo (la messa al bando sarebbe dovuta avvenire nel 2010 ma è stata rinviata) anche l’Italia, come ha confermato qualche settimana fa il sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia, si adeguerà alla direttiva europea e avvierà il programma sperimentale per promuovere la progressiva riduzione della commercializzazione dei sacchetti non biodegradabili.

Condannato a morte per crimine ecologico continuato e aggravato, il sacchetto di plastica, di cui siamo arrivati a consumarne oltre 15 miliardi all’anno (se li stendessimo tutti potremmo ricoprirci per intero la Valle d’Aosta) e 400 a testa (un quarto di quelli che si producono nel vecchio Continente per un giro d’affari di 500 milioni di euro) ha sempre venduto cara la pelle. Non solo da noi, dove il suo uso non fu scoraggiato neppure dall’introduzione (ve lo ricordate) della sovrattassa di 100 lire poi misteriosamente sparita di lì a qualche anno. Del resto, se anche la Cina, dove di sacchetti di plastica se ne utilizzavano 3 miliardi al giorno, li ha messi al bando, l’applicazione della direttiva Ue non è stata facile neppure in Francia, Germania o Gran Bretagna. Ora sembra proprio che il traguardo sia vicino anche se la fine non è detto che sia immediata perché, oltre a predisporre un milione di euro per le campagne di sensibilizzazione, il Governo, nel dettare i passaggi operativi della messa al mando, potrebbe decidere un periodo d’interregno per far smaltire le scorte di magazzino e permettere la graduale sostituzione dei sacchetti di plastica con quelli bio. Perlopiù in cellulosa mater-bi. Forse meno resistenti e più costosi (da 7 a 10 cent l’uno contro i 4-6 del sacchetto di plastica in alcuni casi offerto anche gratuitamente) ma sicuramente molto più amici del Pianeta.

Ma come si sta preparando la grande distribuzione a questo appuntamento? Di passi avanti ne sono già stati fatti tanti. In prima fila si è mossa la Coop che, con apripista la Unicoop Firenze nella primavera del 2009, ha tolti i sacchetti di plastica sostituendoli con quelli bio.

E oggi circa il 70-80% della sua rete commerciale ha attuato il passaggio alle buste biodegradabili con l’apprezzamento, spiegano alla stessa Coop, dei consumatori. Ma anche altri grandi marchi della Gdo, da Auchan a Carrefour, da Esselunga a Unes, si sono dati da fare per incentivare l’utilizzo dei sacchetti amici dell’ambiente fabbricati con prodotti naturali, a cominciare, ricorda la Coldiretti, dalla lavorazione del mais.
Non solo, oltre a campagne mirate come Porta la sporta, per convincere chi fa la spesa a utilizzare borse riutilizzabili, e promosso da molte Regioni e associazioni ambientali come il Wwf o dei consumatori come Adiconsum, il 12 settembre è diventata la giornata nazionale anti sacchetti di plastica.

In molti Comuni (oltre 150) i vecchi shopper sono già vietati e in prima fila ci sono città come Torino che ha persino previsto multe per chi utilizza i sacchetti di plastica che possono arrivare a 250 euro. Il no alla plastica, del resto, non riguarda solo le borse della spesa, ma, seppure senza leggi e direttive europee, contagia altri prodotti a cominciare dalle bottiglie della minerale. E che dire della nuova moda, sempre più diffusa, della ricarica per i detersivi, che evita, anche in questo caso, di riempire la casa, e poi la spazzatura e l’ambiente, di plastica. L’importante, avverte Carlo Pileri, presidente dell’Adoc, è che questo auspicabile rispetto dell’ambiente non aggravi i costi per i consumatori e quindi le famiglie. Perché i sacchetti bio sono più cari e possono aumentare una spesa che oggi, con gli shopper di plastica, si aggira sui 20 euro all’anno.

Che spesso vengono utilizzati per i rifiuti. Eliminandoli, bisognerà sostituirli, spendendo altri soldi tenendo conto che un sacchetto nero di plastica per la spazzatura costa tra i 5 e i 10 centesimi. E poi, i nuovi sacchetti bio non sono così resistenti e allora, la soluzione migliore è quella di far la spesa utilizzando le borse riutilizzabili in tessuto, cotone, juta o polipropilene. Costano di più, da 80 cent a un euro e mezzo, ma non vanno mai in pensione...

di Achille Perego





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Caffè al bar, presto un lusso

Libero







In aumento il prezzo della tazzina di caffè. Un brutto colpo per gli italiani, abitudinari di questo amaro piacere. La colpa del rincaro è  dell'incertezza dei mercati sulle forniture a breve termine e dell'aumento vertiginoso dei costi nei Paesi di produzione.
L’Italia è il secondo Paese importatore in Europa, dopo la Germania, e il quarto al mondo. L'International Coffee Organization (Ico) parla di 710.468 sacchi di caffè nel mese di luglio nella nostra penisola. Il settore comprende 700 aziende impegnate nella torrefazione e circa 7000 addetti.

La crescita del costo del caffè è iniziata a maggio, quando una libbra era quotata a 128,10 centesimi di dollaro. A settembre c’è stato un ulteriore rialzo, “calcolato a 163,61 centesimi di dollaro per libbra” secondo l’Ico. Un aumento del 40,6% rispetto allo stesso periodo del 2009. Per questo motivo, le associazioni di torrefattori hanno annunciato un rincaro pesante dal 1° novembre. L’aumento influenza anche sul prodotto finale e il caffè al bar costerà 10 centesimi in più, per un totale di quasi un euro in molte zone d’Italia.
Nessun effetto positivo neanche dal raccolto eccezionale previsto in Brasile perché in altri Paesi la produzione è diminuita negli ultimi anni. Il 2010 sarà comunque migliore del 2009. Si attendono un raccolto di 133 – 135 milioni di sacchi rispetto ai 119,9 milioni dell’anno precedente.

Intanto i consumi stanno diminuendo. Il consumo mondiale di caffè è stato intorno a 129,1 milioni di sacchi nel 2009, contro i 130,7 milioni nel 2008. Un calo del 1,2%. La riduzione parte da molti Paesi importatori, soprattutto nell’Unione Europe e nei mercati emergenti.

25/10/2010







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Marchi e Franzoni «amiche in cella» Paura per Stefania Nobile: sta malissimo

Il Mattino


Ma il legali delle due donne smentiscono la loro «vicinanza»



ROMA (25 ottobre) - Stefania Nobile, figlia di Vanna Marchi, «sta malissimo». Lo dice il suo compagno, Davide Lacerenza, che ha scritto una nota per smentire le voci di stampa per cui l'ex televenditrice, che sta scontando una condanna per nove anni e quattro mesi nel carcere di Bologna per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, sarebbe compagna di cella e in rapporti di amicizia con Annamaria Franzoni, a sua volta condannata a 16 anni per l'omicidio di suo figlio Samuele. La notizia è stata riportata dal Giornale.

Oltre a chiarire che Vanna Marchi è in cella con Stefania e la Franzoni «non è mai stata in cella con Vanna», Lacerenza ha aggiunto che «non è vero che sono grandi amiche e fanno tutto insieme: si conoscono ed ogni tanto parlano». Sulle condizioni di salute di Stefania Nobile, pure lei condannata a nove anni e quattro mesi e che, circa un anno fa aveva lasciato temporaneamente il carcere per essere ricoverata in una struttura privata, il compagno ha ricostruito l'iter clinico.

Lacerenza ha scritto: Stefania Nobile «è circa un anno che ha fatto la prima camera di consiglio» per ottenere gli arresti domiciliari. Ma da allora, ha proseguito, ci sono continui spostamenti di carcere e rinvii. «Ci sono oltre 30 perizie, da parte delle direzioni sanitarie dei vari carceri che Stefania ha girato che dicono che non possono curarla e che tra breve sarà su una sedia a rotelle».

Annamaria Franzoni non lavora nella biblioteca del carcere dove sta scontando la pena per l'uccisione del piccolo Samuele. Lo precisa l'avvocato Paola Savio, legale di Annamaria Franzoni in merito a notizie di stampa secondo le quali, inoltre, la donna sarebbe rinchiusa nella stessa cella di Vanna Marchi. «Annamaria Franzoni e Vanna Marchi - dice il legale - non sono in cella insieme nè mai lo sono state».

Secondo l'avvocato sono inesatte anche le informazioni «sul luogo di detenzione, compresa la notizia circa la gestione della biblioteca da parte della signora Franzoni; informazioni che possono far pensare ad un trattamento privilegiato che mai si è verificato in ossequio a quel principio di uguaglianza che dev'essere garantito anche all'interno della struttura carceraria». «Dispiace allora la strumentalizzazione dell'immagine della nostra assistita che tutt'oggi continua - conclude l'avvocato Savio -per scopi che esulano dall'informazione».





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Morto per denutrizione a Regina Coeli Sette indagati fra medici e infermieri

Il Mattino



ROMA (26 ottobre) - Un altro caso-Cucchi. Sette fra medici e infermieri sono indagati per la morte di Simone La Penna, 32 anni, arrestato a gennaio 2009 a Viterbo, poi detenuto nel carcere romano di Regina Coeli, e morto il 26 novembre scorso dopo aver perso 30 chili ed aver chiesto invano di essere curato. La Penna era stato arrestato per detenzione di stupefacenti ed è morto in carcere. Il 27 luglio 2009 era stato ricoverato per 2 giorni al Pertini. Al momento della morte pesava 49 chili.




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Cassazione, la sanatoria dei giudici Il clandestino ha figli? No espulsione

di Enza Cusmai


Stop al rimpatrio se "provoca danni all’equilibrio psico-fisico dei bambini". In pratica, porte aperte a tutti



 

E ora neppure l’irregolare che commette un reato o viene beccato senza documenti si può rispedire nella sua terra di origine con il foglio di via. Basta che all’anagrafe risulti essere genitore e abbia un minore da accudire e il gioco è fatto. Le Sezioni Unite della Cassazione ieri hanno emesso una sentenza (la numero 21799) che non farà certo piacere al ministro dell’Interno, Roberto Maroni e agli uomini che ogni giorno lottano per allontanare i clandestini dal nostro paese.

I giudici ovviamente sostengono che la politica non c’entra e che prevale il benessere dei figli degli irregolari al di là di ogni pregiudizio e ogni valutazione. Ai figli, dicono i giudici, va evitato «il trauma del distacco dai genitori e quello dello sradicamento dal nostro Paese dove stanno vivendo». In pratica, non potendo tenere i bambini da soli in Italia e rispedire i genitori a casa, meglio tenerli uniti, ovviamente qui.

Il caso pratico da cui sono partiti per arrivare a definire un principio che ogni giudice del paese dovrà ormai applicare, è tutt’altro che eccezionale. È la storia di Pauline, una madre africana condannata per sfruttamento della prostituzione e raggiunta da foglio di via. Pauline, però, non ci pensa nemmeno lontanamente a tornarsene in Africa. E sostiene che il rimpatrio danneggerebbe i suoi tre bambini peraltro già affidati, part-time, a una famiglia umbra fin dal 2003. La causa finisce in Cassazione che, clamorosamente, dà ragione alla madre naturale dei tre bambini. Secondo la Suprema Corte, infatti, «i gravi motivi» che, in base alle norme sull’immigrazione, consentono la temporanea autorizzazione del genitore con foglio di via a rimanere in Italia debbono essere interpretati in maniera elastica.

Non si possono applicare solo alle «situazioni di emergenza o alle circostanze collegate alla salute» del minore, ma a un ventaglio molto più ampio di situazioni che producono «qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile ed obiettivamente grave che deriverebbe al minore dall’allontanamento del familiare o dal suo definitivo sradicamento dall’ambiente in cui è cresciuto». Una frase che comprende in pratica ogni situazione di distacco: cosa c’è, infatti, di peggio che allontanare un bambino da una madre o da un padre? Ma i giudici precisano e cercano di rassicurare: «Si tratta di situazioni di per sé non di lunga o indeterminabile durata». Forse fino a quando i figli saranno maggiorenni? Non è dato saperlo. Sta di fatto che ora i giudici di Perugia dovranno meglio soppesare il visto all’espulsione di Pauline «esaminando i rapporti dei tre figli con lei e il trauma che potrebbero subire se venisse rimpatriata».


E ovviamente è polemica sulle possibili distorsioni che questa sentenza può creare nella pratica. Lo ammette lo stesso Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci contento del responso della Cassazione: «È una buona notizia, una decisione che fa chiarezza perché c’era stata una clamorosa sentenza a marzo che invece faceva prevalere l’interesse del Paese alla gestione delle frontiere su quello del minore che adesso viene rimesso al centro della tutela come prescrivono numerosi trattati». Ma proprio Miraglia ammette i rischi. «Oggi si fa giustizia di quella argomentazione cinica che fa perno sul rischio che gli immigrati utilizzino i figli per aggirare la legge e sfuggire all’espulsione - premette - ma se in Italia la legge impedisce l’ingresso regolare e obbliga ad aggirare le norme, non è colpa di un minore se il genitore va contro la legge».





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Le botticelle? Cariche di risse Brambilla: "Basta, aboliamole"

di Jacopo Granzotto


Il ministro del Turismo contro le botticelle: "Danneggiano l’immagine dell’Italia". Tutti d’accordo? Macché. Raccolte 5000 firme per cancellarle: "Provocano incidenti e torturano gli animli"



 


RomaCombattere i mulini a vento in Campidoglio e scongiurare uno scontro interno tra esponenti della maggioranza. Costa fatica (e imbarazzi) al ministro del Turismo Michela Brambilla occuparsi delle botticelle romane, un servizio turistico che il Comune di Roma tiene in vita con litri di flebo, tra regolamenti fantasma e controlli mai operativi. Ieri la Brambilla ha sposato la causa della Lav che dopo aver segnalato andature al trotto, mancanza di pause per i cavalli e stalle lager, ha impacchettato le prime 5000 firme da consegnare allo scettico Alemanno. «Le associazioni - osserva il ministro - si stanno muovendo nella giusta direzione, l’abolizione del servizio delle botticelle, è arrivata l’ora che l’amministrazione comunale ascolti il loro appello». Un grido di dolore rimandato però al mittente dal consigliere comunale Luca Gramazio, storico difensore delle carozzelle, che ribatte stizzito: «Alcuni episodi gravi non possono e non devono condizionare il giudizio su un’intera categoria. Per la prima volta con questa consiliatura abbiamo messo regole precise per il benessere degli animali e per adeguare il servizio delle botticelle anche a tutela dei turisti».

Già, i turisti quelli che salgono in massa, spesso oltre il consentito, sulle carrozze, tanto da prospettare una specie di battaglia del Piave per la Brambilla. La strategia del ministro punta sull’impossibilità di conciliare la tradizione con un traffico quotidiano da 2 milioni di auto e 600mila scooter, un inferno per il cavallo. «Stiamo parlando di un’attività non più in linea con il sentimento popolare e che danneggia l’immagine della capitale - prosegue -. La coscienza di rispetto nei confronti degli animali e dei loro diritti, che si è affermata nel nostro Paese, rende inaccettabile la sopravvivenza di tradizioni che comportino lo sfruttamento di cani, gatti e cavalli». La recente inchiesta choc delle Iene non aiuta poi la causa della categoria. «I clamorosi incidenti di cui sono stati vittime negli anni i cavalli delle botticelle - chiude il ministro - la recente aggressione a una ragazza da parte di un vetturino e l’ipotesi di truffa documentata due settimane fa in tv rendono non più rinviabile questa decisione».

Come se non bastasse, un recente rapporto di Italia Nostra ha dimostrato quanto la presenza delle botticelle nel centro storico porti problemi alla già critica mobilità cittadina oltre a provocare continui incidenti anche mortali per i cavalli. «Le botticelle - sostiene l’associazione ambientalista - avrebbero ancora una ragione di rimanere, a testimonianza di un tempo antico, am solo se il centro storico fosse pedonalizzato».

L’iniziativa della Brambilla fa nascere lodevoli accordi bipartisan in aula Giulio Cesare. «Magari avessimo avuto noi un ministro della Repubblica favorevole all’abolizione delle botticelle» commenta la consigliera comunale del Pd Monica Cirinnà, delegata alla tutela dei diritti degli animali con la Giunta Veltroni. Sempre dalla Cirinnà, ma anche dal consigliere comunale dell’Udc Alessandro Onorato e da altri esponenti dell’opposizione è arrivata la proposta di delibera di iniziativa consiliare presentata in aula il 7 ottobre scorso che chiede all’Assemblea capitolina di deliberare il divieto assoluto di esercitare l’attività delle botticelle sull’intero territorio del Comune di Roma. Entro 90 giorni dall’approvazione del documento i vetturini avranno la possibilità di convertire la propria licenza in altre attività come ncc, taxi o utilizzare carrozzine a trazione elettrica. Facile prevedere l’ennesima pernacchia da parte dei diretti interessati.




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Sky va alla guerra. La Rai resta a casa

di Maurizio Caverzan


Il servizio sempre meno pubblico: è la tv di Murdoch a fare il reportage più approfondito dall’Afghanistan E tocca all’inconfondibile voce di Caressa curare il videodiario dei nostri soldati sul fronte più sanguinoso



 

«Questa notte è andata bene. È andata benissimo», confida alla telecamera Fabio Caressa, faccia sorridente che spunta dalla mimetica con giubbetto antiproiettile. «Domani i ragazzi ci torneranno, torneranno in perlustrazione». Il pattugliamento notturno della Highway One, la strada che congiunge le principali citta afghane, da Herat a Kabul, è appena terminato e il sollievo è comprensibile perché l’operazione era classificata a «rischio molto alto». Siamo ai primi di agosto, all’inizio delle due settimane che il telecronista principe di Sky ha trascorso con i soldati italiani in missione di pace nelle basi avanzate, le cosiddette Fob. Due mesi più tardi, il 9 ottobre, in un pattugliamento analogo vicino a Farah quattro alpini della Brigata Taurinense (Francesco Vannozzi, Gianmarco Manca, Sebastiano Ville e Marco Pedone) hanno perso la vita in un’imboscata. E purtroppo è così che accade: la stragrande maggioranza degli italiani si ricorda dell’esistenza di questi militari solo al momento in cui arrivano le notizie più tragiche, gli attentati, le morti, le stragi. Poi ecco le bare, i funerali di Stato, il cordoglio. Ma l’Afghanistan è in guerra da trent’anni: prima a causa dell’occupazione russa, poi dei Mujahideen, ora del regime talebano. E lì, nella parte occidentale del Paese ci sono 3500 soldati italiani che diventeranno quattromila prima della fine dell’anno. Un piccolo pezzo d’Italia di cui però non sappiamo niente.

Ora, con Buongiorno Afghanistan - Diario di Fabio Caressa, reportage in otto puntate in onda da dopodomani su Sky Uno, l’emittente della News Corporation di Rupert Murdoch colma un vuoto che, a dirla tutta, sarebbe una missione perfetta per una Rai che fosse un vero servizio pubblico. Ma che, per una televisione di Stato dilaniata da polemiche e lotte intestine, diventa invece una missione impossibile. Il valore istituzionale di tutta l’operazione lo sottolinea anche la presenza alla conferenza stampa del ministro della Difesa Ignazio La Russa, pronto a far partire l’applauso dopo la visione del primo trailer «che - ha rimarcato - ho visto anch’io come voi per la prima volta. Perché, ci tengo a dire che quando ho incontrato l’amministratore delegato di Sky per parlare di questa missione - ha precisato La Russa - non ho posto condizione alcuna per la sua realizzazione. Mi sono attivato affinché la troupe di Sky potesse andare in Afghanistan e raccontare senza rete la realtà dei nostri soldati».

Così ecco la testimonianza del generale Claudio Berto («L’imponderabile purtroppo esiste e supera la nostra capacità di pianificarlo»); del caporal maggiore Giovanni Berardi alla sua prima missione in Afghanistan, che aveva già conosciuto Caressa durante una partita a Torino (commovente la sua telefonata via Skype con famiglia e amici); del tenente Silvia Guberti che ha fatto da guida alla troupe nella città di Herat, dentro il carcere femminile e nella moschea blu. Il reportage si sviluppa nelle quattro province di Farah, Bala Murgab, Balabaluk e Shaft a Shindand e segue le operazioni di bonifica degli sminatori, la fornitura di aiuti alimentari, la realizzazione di un pozzo, l’assistenza medica della popolazione locale. Non mancano anche i momenti di relax: la pizza, una grigliata, la partita a calcetto e la visione collettiva di una partita della nazionale. Però con l’audio abbassato e la telecronaca dal vivo di Caressa.

«Non mi improvviso certo inviato di guerra - scrive nel suo diario il giornalista - presto solo i miei occhi di persona comune che viene proiettata in una situazione che di comune non ha nulla». Sergio Ramazzotti, autore, fotoreporter e sua guida personale per tutto il periodo lo mette in guardia: «Tu sai che muovendoti con le nostre truppe vedrai solo una parte della realtà, solo una faccia della medaglia». Ma poco alla volta, il tono del diario personale prende il sopravvento sui toni del reportage embedded. Al punto che Caressa può sottolineare la libertà di cui ha goduto sia nei movimenti che nel racconto dell’isolita esperienza. E La Russa può ringraziare i dirigenti di Sky «a nome di tutte le forze armate».
Resta da capire perché un reportage sulle zone di guerra sia stato affidato proprio a Caressa, prima voce del calcio di Sky. «Ho pensato di proporlo a lui e non agli inviati di guerra perché per incontrare i nostri soldati e condividere quindici giorni della loro vita serviva una certa carica di empatia», ha spiegato Andrea Scrosati, responsabile dei programmi di Sky. «Caressa è un volto e soprattutto una voce nota anche agli alpini in missione lontano dai nostri confini». L’idea è venuta vedendo Ross Kemp, un programma di un giornalista inglese che ha visitato le truppe britanniche, sempre in Afghanistan. Ma la realizzazione è molto diversa. Ed è soprattutto l’inizio di un nuovo filone di inchieste e documentari che si prefiggono di «raccontare quegli italiani di cui si parla poco, che agiscono lontano o anche dentro il nostro Paese». La prossima serie, infatti, potrebbe riguardare le motovedette dei finanzieri che pattugliano le acque territoriali nel Mediterraneo e che possono trovarsi a contatto con le imbarcazioni dei clandestini in rotta verso le nostre coste.




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La Rai in crisi taglia i truccatori e le auto blu

di Gian Maria De Francesco


Nel piano industriale del direttore generale Masi blocco del turnover e consulenze. L'obiettivo è il pareggio nel 2012. Ma i sindacati dicono no. Report: maestri dei servizi a senso unico



 
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Roma - Nuovi «martiri» in casa Rai. Dopo Michele Santoro, Roberto Saviano e Milena Ga­banelli i prossimi a denuncia­re l’ennesima minaccia di «epurazione» potrebbero esse­re i dipendenti del settore «Trucco e parrucco», che il pia­no industriale del direttore ge­nerale Mauro Masi vorrebbe affidare all’esterno.

In un’azienda paralizzata dalle «sinistre» intromissioni politiche, anche un minimo in­­tervento può scatenare una guerra santa. Per non parlare della prossima tornata di no­mine che dovrebbe essere al centro del cda di giovedì pros­simo. Si tratta di avvicenda­menti più o meno predisposti sin dall’estate,ma che le turbo­lenze finiane nel governo han­no fatto saltare.

I nomi sono sempre i soliti: Franco Ferraro (quota Lega) al­la guida di Rai News al posto di Corradino Mineo, vicino alla sinistra, che verrebbe spostato a Rai Parlamento . Per i canali tematici, infine, è previsto qualche aggiustamento in fun­zio­ne delle nuova offerta televi­siva. Al momento sono poche le chance di un cambio alla gui­da di Raidue tra Massimo Lio­fredi e il vicedirettore del Tg1, Susanna Petruni, giacché l’in­tervento su una rete è possibi­le se e solo se è stabile il quadro politico.

Un nuovo caso-Ruffi­ni potrebbe essere sempre die­tro l’angolo. Ecco perché il campo di bat­taglia si è spostato su un altro terreno, più economico ma non meno politico: quello dei conti. La tv pubblica si appre­sta a chiudere il 2010 con un passivo compreso tra i 110 e i 120 milioni di euro (116 milio­ni la perdita stimata) e anche l’anno prossimo il trend non sarà invertito. Ma il piano indu­st­riale messo a punto dal diret­tore generale è ambizioso: pa­reggio di bilancio nel 2012. Una chimera? Sulla carta l’obiettivo potrebbe essere rag­giunto in quanto si prevede, ol­tre al taglio del 20% di appalti esterni, consulenze e «auto blu», una riduzione del perso­nale di oltre mille unità sui cir­ca 12mila attualmente in orga­nico attraverso prepensiona­menti, esodi incentivati e bloc­co del turnover.

Attesi anche uno stop agli scatti di anziani­tà e la valorizzazione degli im­pianti di trasmissione che sa­rebbero affidati in gestione a privati. Ma anche attraverso l’ outsourcing ,cioè l’affidamen­to esterno di competenze fino­ra svolte in Rai come il servizio abbonamenti (ipotesi legata al­l’inserimento del canone nella bolletta elettrica in funzione antievasione) e, appunto, il «Trucco e parrucco». Settore delicatissimo quello del make­up t­elevisivo che ha messo i sin­dacati sul piede di guerra, pronti a ricorrere allo sciopero come hanno già fatto a inizio 2010 in Mediaset che aveva in­dividuato una soluzione analo­ga per ridurre i costi.

Questa volta Cgil, Cisl e Uil sono unite nel «no» ai tagli e lo hanno ribadito anche ieri nel­l’incontro con Masi che ha ag­giornato le rappresentanze dei lavoratori sul business plan . I sindacati, invece, cerca­no una posizione unica sulla possibilità di sedersi a un tavo­lo per presentare modifiche al piano che però non ne modifi­chino gli effetti economici. A paradosso rischia così di aggiungersi paradosso. Non solo la Rai con un Parlamento a maggioranza di centrodestra ha visto il moltiplicarsi degli spazi garantiti agli anchorman di opposizione con «Michele chi?» sempre in prima linea. Ora potrebbe crescere il mal­contento delle risorse interne di un’azienda che, come tante altre controllate statali, in pas­sato è stata utilizzata più come «ammortizzatore sociale» che come servizio pubblico.



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Chiudete le Camere decidono i giudici

di Giancarlo Perna


Anno dopo anno, la magistratura nostrana occupa sempre più spazio. Giudici di ogni tipo, in tocco, in toga, in ermellino, si impicciano ormai di tutto. Te li ritrovi dietro l’angolo, tra le coperte del letto, incistati nella cornetta del telefono. Non contenti di spiarci, ci hanno imposto con sentenza che Michele Santoro ci strazi le viscere all’ora di cena. Un giorno (...)
(...) sì e l’altro pure minacciano il governo, fanno il tiro al bersaglio sul premier, annullano il voto degli italiani. Non ci si bada nemmeno più. È routine. Ma non è di questo insopportabile ficcanasare che voglio parlarvi.

La progressiva ingerenza dei giudici ha oggi un obiettivo più mirato: esautorare il Parlamento e l’elettore. È in atto - voluto o inconsapevole - l’imbrigliamento del potere legislativo a vantaggio del giudiziario. Con due protagonisti all’attacco: la Corte costituzionale e la magistratura ordinaria.
Cominciamo dalla Consulta. Già si vocifera che se mai le Camere approvassero il lodo Alfano, la Corte lo boccerebbe. Una misura, quella del lodo, che, vista la rabbiosità delle toghe verso il Cav, servirebbe a metterlo al riparo dai processi durante il mandato, insieme al capo dello Stato. In altri Paesi è la regola. Una prima versione dell’Alfano è stata già respinta dalla Corte perché approvata con legge ordinaria. Ma ora pare che se anche il Parlamento reiterasse la proposta con legge costituzionale (doppia lettura e maggioranza qualificata) la Consulta ribadirebbe il no. Questo perché si andrebbe contro l’articolo 3 della Carta che vuole i cittadini eguali di fronte alla legge. Dunque, anche Napolitano e il Berlusca. Evito di entrare nel merito. Se no, ricorderei che la Costituzione già ammette cittadini più eguali degli altri. Dal capo dello Stato che può essere incriminato solo in casi speciali, ai ministri idem, ai parlamentari che, senza autorizzazione delle Camere, non sono soggetti né a intercettazioni, né all’arresto.

Mi limito a constatare che la Corte sottrae al Parlamento il diritto di creare uno scudo in favore del Berlusca (e Napolitano). Lo fa asserendo che c’è nella Carta una norma - l’art. 3 - più «forte» della norma che costituzionalizza il lodo. Ossia, che la Costituzione dei padri costituenti prevale sulle innovazioni, anche di carattere costituzionale, volute dai parlamenti repubblicani. Un modo di inchiodare il testo alla versione del 1947, sottraendo alle nuove generazioni il diritto di aggiornarla per fronteggiare situazioni che si affacciano.
Questo limite all’innovazione ha l’aria di una forzatura della Consulta. Stando alla lettera c’è infatti un solo divieto di revisione: quello della forma repubblicana contenuta nell’ultimo articolo, il 139. Escluso, in sostanza, è solo il ripristino della monarchia. Tutto il resto dovrebbe essere legittimo. Negli anni però, la Corte ha estratto dal cilindro altri paletti: intangibilità dei «principi supremi», il «principio di ragionevolezza», quello «di armonia» tra i nuovi articoli e quelli consolidati. Così ha ingessato il sistema arrogandosi il potere di ammettere o bocciare ad libitum le innovazioni.

Si sa, più o meno, che non si può deviare dai punti fermi «fondamentali». Sono i primi dodici articoli: «la sovranità appartiene al popolo», «i diritti umani», il «ripudio della guerra», altri. La Consulta però è sempre rimasta astutamente sul generico, lasciandosi mano libera di stoppare anche a capocchia il Parlamento. Tra i «fondamentali» c’è, per esempio, il tricolore, «verde, bianco e rosso a tre bande verticali di eguali dimensioni». E se un giorno gli italiani lo volessero a strisce orizzontali, con lo stemma della Repubblica o la faccia di Giuseppe Verdi, che farebbe la Consulta? Bloccherebbe la ritoccatina accusando le Camere di demenziale frivolezza o darebbe invece via libera ai nuovi gusti? Non si sa, perché il bello (per la Corte) del meccanismo è che i quindici sapientoni - età media sui settanta - sono infinitamente più potenti dei 945 rappresentanti del popolo.

C’è da chiedersi come reagirebbe la Corte se un giorno il Parlamento volesse trasformare l’attuale regime parlamentare in presidenziale alla francese. Il progetto c’è, le incognite pure. Volete che nel combinato disposto delle varie «armonie», «ragionevolezze» e compagnia la Consulta non trovi modo di mettere i bastoni tra le ruote? Eccome se c’è lo spazio. Dipenderà dal clima del momento. Se a proporlo sarà la sinistra, i giudici, a maggioranza di sinistra, ammetteranno l’innovazione. Se sarà la destra, no. In altre occasioni, accadrebbe lo stesso a parti invertite. Allora non sono il diritto e i sacri principi a decidere, ma la convenienza politica. Anche i matusalemme sono infarciti di pregiudizi e interessi. Se fossero neutrali - e non lo sono - avrebbero impedito alle Camere impaurite del 1993 di suicidarsi rinunciando alla piena immunità parlamentare. Unico baluardo contro il macello giudiziario di Mani pulite. Sarebbe bastato dire che il primo articolo della Carta riconosceva «la sovranità del popolo» e che i suoi rappresentanti non potevano perciò spogliarsi dello scudo, consegnando i risultati delle urne agli assatanati alla Di Pietro. Ma sono quisquilie che non interessano la Corte, paga di tenere il fucile puntato sul Parlamento, di condizionarne le scelte e bloccarne le innovazioni.

Assodato che la Consulta, ingessando la Costituzione, ha mortificato il potere legislativo, vediamo adesso come lo beffeggia la magistratura ordinaria nei vari travestimenti: tribunali, pm, gup, gip, cip e ciop.

L’espediente è interpretare le leggi per vanificarle. Se una norma non piace al giudice, la rinvia alla Consulta che la farà a fette. Nelle more, il magistrato si arrangia in casa disapplicandola. Le Camere cercano di arginare i clandestini? Lui invece ragiona così: «Poverino, ignora la lingua. Processo sospeso. Si accomodi», e gli indica la porta. Quello la infila e si dilegua. Quando però devono incastrare i politici che abbiamo eletto sono inflessibili. Per toglierseli dai piedi hanno addirittura creato il «concorso esterno in associazione mafiosa», mostro giuridico mai votato dalle Camere. Delle leggi vere se ne impipano, quelle fasulle le inventano. Boicottano il Parlamento, deridono gli elettori. Il golpe è in marcia. Delle due, l’una: o si usa la frusta o voglio vedere l’idiota che si sottometterà ancora al rito inutile del voto.



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