domenica 24 ottobre 2010

Roma, cavalli stremati in un video shock 5.000 firme per dire no alle botticelle

Il Messaggero


di Davide Desario

ROMA (24 ottobre) 

Gli occhi tristi e stanchi di un cavallo legato a una botticella. E poi una scandalosa carrellata di irregolarità commesse da alcuni vetturini che, sulla pelle dei loro animali e dell’immagine della Capitale, continuano a fare il bello e cattivo tempo sulle strade di Roma: mancato rispetto, nelle ore più calde, della pausa estiva; andatura al trotto che, soprattutto in strade con sampietrini, mette a rischio gli arti dei cavalli; soste nelle aree non consentite; trasporto dei passeggeri anche al fianco dei conducenti. E poi le immagini delle stalle abusive di Testaccio e quelle dannatamente crude delle carcasse dei tre cavalli che sono morti nelle strade di Roma negli ultimi tempi.

E’ il video realizzato questa estate dalle associazioni animaliste. Tre minuti e mezzo che fanno venire i brividi anche a chi non ha l’ombra dell’amore per gli animali, anche a quei consiglieri comunali del Pdl che si ostinano a difendere le botticelle in nome di una tradizione anacronistica che non ha più senso in una città che non è più quella di cento anni fa. Un video crudo e silenzioso sul quale appaiono solo scritte in sovraimpressione che ricordano il regolamento comunale per la difesa degli animali e il codice della strada.


video


L’anteprima. Il filmato, che Il Messaggero ha visionato in anteprima, sarà trasmesso domani alla conferenza stampa che si svolgerà proprio in Campidoglio. A organizzarla è stato un cartello di diciassette associazioni animaliste: Oipa, Lav, No alla caccia, Ava, Animals asia foundation, Cavallo scalzo, Chiliamacisegua, Confido nel cuore, Il mio cavallo, Ivegan, Freccia 45, Leal, Gaia animali&ambiente, Le code felici, Lida, Pet village, Proequo, We have a dream. Al loro fianco ci saranno anche gli esponenti del centrosinistra capitolino: Alessandro Onorato (capogruppo dell’Udc), Monica Cirinnà (consigliere comunale del Pd) e l’assessore provinciale allo Sport e Turismo Patrizia Prestipino.

Il video non lascia spazio ad interpretazioni. Si vedono cavalli stremati e stressati in atteggiamenti tutt’altro che naturali. Si vedono botticelle stracariche di passeggeri (anche sei in alcuni frangenti). Si documentano le fermate in aree non consentite per permettere ai turisti (che poi ringrazieranno con laute mance) di fare shopping o fotografie speciali. Si conferma che spesso e volentieri alcuni vetturini non rispettano gli orari estivi per permettere ai loro animali di riposare nelle ore più calde. E ancora cavalli che tirano al trotto anche su strade sconnesse rischiando di spezzarsi le gambe.

La raccolta di firme. Le associazioni ambientaliste domani presenteranno al sindaco Gianni Alemanno e agli assessori Fabio De Lillo (Ambiente) e Sergio Marchi (Mobilità) le oltre cinquemila firme raccolte per chiedere l’abolizione del servizio delle botticelle nelle strade della Capitale. Cinquemila firme che si aggiungono all’appello già lanciato dal ministro al Turismo del governo Berlusconi, Michela Brambilla, che ha chiesto al Comune di Roma di mettere fine ad un servizio anacronistico che dà una pessima immagine della Capitale del Paese nel mondo. Finora l’assessore Marchi ha soltanto sospeso la licenza a due vetturini: uno per aver aggredito una donna in via del corso e l’altro (pizzicato dalle telecamere nascoste di una trasmissione televisiva) per aver chiesto oltre 500 auro a due turisti per un giro di due ore. «Ormai Marchi sulle botticelle si muove solo dopo le denunce di televisioni e giornali - ha detto Onorato che nei giorni scorsi ha chiesto ad Alemanno di ritirare la delega a Marchi - Le carrozze trainate da cavalli sono anacronistiche».

Le proposte. Tutti d’accordo sull’abolizione delle botticelle dalle trafficate e inquinate strade del centro storico di Roma. Sull’alternativa, anche occupazionale per i 40 vetturini che naturalmente non devono poter perdere il posto di lavoro, ci sono diverse proposte. Proprio gli animalisti (ma l’idea non dispiace nemmeno all’assessore De Lillo) chiedono che le botticelle siano trasformate in mezzi elettrici liberando i cavalli. La Prestipino, la Cirinnà e Onorato, con alcune differenze, propongono di trasferire il servizio (come a New York per esempio) nelle ville storiche e nei parchi della città proponendo ai vetturini l’alternativa di una licenza taxi. Quest’ultima sembra essere l’ipotesi più facilmente percorribile. Anche dai cavalli.

Crolla il teorema Sgrena: nessun complotto. E libertà pagata da noi

di Gian Micalessin


Il governo che lei disprezza versò 500mila dollari E i soldati Usa spararono ingannati dai rapitori. Rivelazioni di "Wikileaks": Calipari morì in una trappola di Al Qaida


A Giuliana Sgrena bisogna fare i complimenti. Era e resta una campionessa dell’informazione. Deviata. Appena liberata, più morta che viva, diede il meglio di sé. Innanzitutto chiarì che del riscatto pagato con i soldi degli italiani non gliene fregava un accidente. Poi con il fiato rimasto denunciò il complotto americano, insinuò che la sparatoria sulla strada dell’aeroporto di Bagdad costata la vita all’agente del Sismi Nicola Calipari fosse stata organizzata da Washington. Come lo sapeva? Semplice: l’aveva appreso da quei gentiluomini che per un mese avevano minacciato di sgozzarla se il nostro governo non si fosse fatto carico della sua liberazione. «Ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata alle parole che i rapitori mi avevano detto - scrisse Giuliana - loro dichiaravano di sentirsi impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta “perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni”».

Cinque anni dopo, i file di “Wikileaks” raccontano esattamente l’opposto: a tentar di spedirla all’altro mondo dopo aver incassato 500mila dollari di riscatto sarebbero stati proprio i suoi rapitori. L’imbarazzante “verità” - capace di cancellare le “folgorazioni” sgreniane - emerge da uno dei 400mila documenti trafugati dai computer dell’intelligence americana e resi pubblici da Wikileaks. Il documento datato 1° novembre 2005 riferisce quanto emerso dagli interrogatori di Sheikh Husain, un imam legato ad Al Qaida catturato dai servizi segreti giordani e risultato la mente di tutti i rapimenti messi a segno a Bagdad. Incluso quello della Sgrena. «Dopo aver ricevuto i 500mila dollari per il rilascio della Sgrena (Sheikh Husain) le disse di andare direttamente all’aeroporto. Mentre la Sgrena era in direzione informò il ministero degli Interni ... che la Chevrolet Blu della Sgrena era un autobomba». Avete capito bene. A spedire all’inferno la Sgrena e Calipari - con una telefonata anonima in cui descrive come un’autobomba la vettura su cui viaggiano - è lo stesso gentiluomo che raccomanda a Giuliana di non fidarsi troppo degli americani.

Certo, il file contiene un’imprecisione. Quella di Giuliana Sgrena e Nicola Calipari non è una Chevrolet Blu, ma una Toyota Corolla bianca. Ma scambiare un’auto bianca per una blu in una notte brumosa su una strada battuta dagli attentatori suicidi non è impossibile. Soprattutto se di mezzo c’è il nervosismo e il grilletto facile dei soldati americani. L’imprecisione non basta dunque a demolire un file basato sulle rivelazioni emerse dagli interrogatori del terrorista. Quel file resta verosimile almeno quanto le malefatte attribuite agli americani nei restanti 400mila e passa documenti. Ma Giuliana in questo caso non ci sta. A dar retta alla “folgorata” quel documento - pescato nello stesso mazzo da cui escono le rivelazioni sulle stragi di civili e sulle torture - non ha, nel suo caso, alcuna rilevanza.

Invece di far autocritica, invece di porsi finalmente dei dubbi, Giuliana rilancia le proprie verità. «Ancora più importanti sono altri elementi che non vengono raccontati, ovvero il fatto - dichiara in un’intervista a Radio Cnr - che ci furono dei tentativi per depistare Calipari prima di arrivare al mio ritrovamento. Calipari mi trovò solo in un secondo momento, sviato nelle sue ricerche da diversi servizi segreti». Smentita e sbugiardata persino da Wikileaks, la Sgrena reagisce, insomma, aggrappandosi ad un’altro complotto, sbandierando un’altra fumosa interpretazione. Ancora una volta il sacrificio di Calipari morto per tirarla fuori dai guai conta poco. Le fatiche e il difficile lavoro di mediazione dell’agente del Sismi servono solo per adombrare misteriose interferenza di altri servizi. Il tocco da “fuoriclasse” delle “verità deviate” è, però il passaggio in cui accusa l'Italia di aver «perso la propria dignità». A dar retta alla giornalista del Manifesto il governo italiano - non pago di averci rimesso la vita di uno dei migliori agenti e 500mila dollari dei propri contribuenti - avrebbe dovuto anche montare una causa agli Stati Uniti basata sulle sue “folgoranti” interpretazioni. Rimettendoci così non solo la dignità, fin qui ancora salda, ma anche faccia e prestigio.



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Addio walkman

Corriere della sera


Va in pensione, dopo 30 anni (e 220 milioni di esemplari venduti), il progenitore dell'I-pod. Aveva segnato un modo nuovo di ascoltare musica (camminando, in metrò)



MILANO - Un tempo Twix si chiamava ancora Raider e l'iPod era un walkman: per più di trent'anni il gigante nipponico della tecnica Sony ha prodotto il mitico lettore di musicassette e venduto oltre 200 milioni di esemplari. Ma prima o poi doveva succedere. Anzi, c'è chi si meraviglia che ancora esistessero. Come già avvenuto per il videoregistratore, i registratori a cassette e le cassette audio, anche il walkman ora è uscito dal mercato. È la fine di un'era. E, ironia della sorte, è stato annunciato esattamente nel nono anniversario dell'iPod.

FINE DI UNA PRODUZIONE - Dopo oltre tre decenni, la Sony ha comunicato di aver sospeso definitivamente la produzione in Giappone del suo lettore di cassette walkman. Gli ultimi dispositivi sarebbero stati venduti già ad aprile, ha spiegato il gruppo. Addio, dunque, al caro vecchio walkman. Accessorio, ma prima di tutto icona, che ha accompagnato almeno due generazioni. Oggetto indispensabile soprattutto tra i giovani degli anni Ottanta. Trent'anni di servizio sono però un'eternità, in quest'era tecnologica che cambia alla velocità della luce. Lanciato il 1 luglio del 1979 il walkman ha rivoluzionato il modo di consumare la musica: per la prima volta era infatti possibile ascoltare le proprie canzoni preferite ovunque. La serie che ha debuttato era il modello con la sigla "TPL-S2". Da quel giorno, in tutto il mondo, sono stati venduti complessivamente 220 milioni di walkman. Sony non ha però saputo approfittare della reputazione di questo apparecchio e trasportarlo nell'era della musica digitale. Apple, invece, è riuscita a fare del suo iPod il walkman del presente. Nonostante Sony continuerà a mantenere il nome del marchio anche per i suoi lettori portatili di mp3 e cd, dispone solo più di una piccola quota di mercato.

Elmar Burchia
24 ottobre 2010



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Detenute Marchi e Franzoni Due amiche, stessa cella

Quotidianonet


Wanna si occupa della cucina del carcere, Annamaria della biblioteca. Schiva la mamma di Cogne, ancora una leader l'ex imbonitrice televisiva



BOLOGNA, 24 ottobre 2010


PRANZANO insieme, guardano la tv, chiacchierano e riordinano la cella. Un’intesa da vecchie amiche, anche se si conoscono da meno di due anni. Annamaria Franzoni e Wanna Marchi sono diventate praticamente inseparabili e nel carcere della Dozza occupano la stessa stanza di 5 metri per 3, con i letti, il tavolo, un fornellino, gli armadi e il bagno. Da tempo oltre le sbarre, si sono ormai abituate al rumore del chiavistello, allo sguardo della vigilatrice dallo spioncino, ai silenzi, ai controlli improvvisi. E nel lento andare dei giorni si sono date da fare per tenere lontani, con un lavoro gratificante, la morsa della noia e, almeno in parte, l’assillo dei pensieri. E così, da qualche mese, la Franzoni guida la biblioteca, la Marchi l’attività della mensa.

PUNTUALE e scrupolosa, la mamma del piccolo Samuele esce dalla cella la mattina alle 9, prende posto tra i volumi, registra quelli in uscita, annota quelli in rientro e legge di tutto. «A volte tiene gli occhi sulle pagine per ore», conferma un’ex detenuta. Anche il rapporto con le altre recluse è migliorato. Nel mese di maggio di due anni fa, quando entrò in prigione per scontare il primo giorno della condanna a 16 anni, molte delle sessanta detenute del femminile diedero il via a un rumoroso concerto notturno di urla e colpi alle sbarre. Protestavano contro i presunti vantaggi riservati al personaggio che da tempo teneva banco sui giornali e in tv: una confortevole cella singola, la possibilità di incontrare i familiari più volte alla settimana e altre piccole attenzioni.

QUELLA rabbia è ormai sfumata anche perché il «diario» della Franzoni lo aveva stabilito il magistrato. La convivenza nell’andare dei giorni tutti uguali, poi, ha dissolto rancori e incomprensioni. E la Wanna del mitico urlo televisivo («d’accordoooooo»)? La grinta degli anni migliori ha perduto un po’ di smalto, ma la regina delle alghe, condannata a 9 anni, mantiene un ruolo da leader anche oltre le sbarre. E si è presto calata nei panni di portavoce delle altre detenute, a loro distribuisce consigli e pareri e per loro tratta i problemi quotidiani. E se la Franzoni lascia correre il tempo tra i volumi, la Marchi passa buona parte della giornata tra i profumi. Non quelli di creme miracolose, ma l’alternativa ugualmente elaborata e di certo più genuina delle specialità gastronomiche.

E’ LEI, infatti, a gestire la cucina con compiti prevalentemente direttivi. Il suo turno comincia alle 7,30 e si allunga fino all’ora di pranzo. Poi, il rientro in cella, l’incontro con l’amica Annamaria, e via sempre così, un giorno dopo l’altro. E chissà fino a quando.

di GIANNI LEONI





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Calciatore spinto fuori dal campo, cade nel tunnel degli spogliatori

Il Mattino


BRASILIA (24 ottobre) - Campionato brasiliano di serie B. In campo si affrontano Ponte Preta e Santo Andrè. Una partita combattuta palla dopo palla con una disavventura per il calciatore Guilherme : lo spintone dell'avversario lo ha infatti spedito in anticipo negli spogliatori.







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Le bugie di Sabrina, ecco tutte le prove L'ultimo video girato da Sarah

Il Mattino di Napoli


La cugina è morta, Sabrina esce: «Devo frenare Mariangela»
Il 26 agosto un'ora di frenetici contatti tra la ragazza e la madre


di Nino Cirillo

AVETRANA (24 ottobre) - Alle 16.57 di venerdì 15 ottobre, nella caserma dei Carabinieri di Manduria, per Sabrina Misseri s’è già fatta notte. Fuori è un pomeriggio di pioggia, un primo assaggio di inverno; dentro, al primo piano di una grigia palazzina con le solite inferriate che hanno tutte le caserme, sta per iniziare l’interrogatorio che porterà dritta dritta la cugina di Sarah Scazzi nel carcere di Taranto. Finalmente, a distanza di dieci giorni, grazie al verbale d’interrogatorio depositato ieri mattina presso l’ufficio del gip, si può sapere cosa è davvero accaduto in quelle cinque ore decisive per la vita di Sarah.

>>>>L'ULTIMO VIDEO GIRATA DA SARAH POCHI GIORNI PRIMA DI MORIRE (da Studio Aperto)

Si può sapere come si è difesa - e lo ha fatto da indomabile protagonista - la giovane estetista di Avetrana, e dove è crollata, dove ha sbattuto il muso, contro una parete di bugie, di contraddizioni inspiegabili, di inaccettabili buchi di memoria.

Duecentodieci pagine che raccontano un’altra verità ancora sull’omicidio della piccola Sarah, scomparsa il 26 agosto e mai più ritrovata -se non in fondo a un pozzo- perché lo zio Michele e la cugina Sabrina l’avevano uccisa, perché «dovevamo darle una lezione». Si restringono gli spazi di tempo ancora oscuri, si affilano i profili dei personaggi sulla scena, si tocca l’orrore più da vicino.

«Devo frenare Mariangela». Sabrina si siede davanti ai pm perche c’è suo padre che l’accusa ed è contro di lui, contro lo schiavetto di casa, che sono le sue prime parole: «A questo punto è proprio fuori mio padre. Non è niente vero, è veramente pazzo...». Davanti a una reazione così, i magistrati calano subito l’asso. Il pm Buccoliero: «Suo padre ci dice :«Quando ormai Sabrina ha visto che la ragazza è crollata se ne è andata... è scappata subito fuori dicendo sta arrivando Mariangela, devo frenare Mariangela...». Lei che deve frenare Mariangela? Deve forse impedirle di arrivare all’altezza del garage, dove sta ancora in terra il cadavere di Sarah?

«Mariangela mi fece venire l’ansia» -I pm la incalzano, soprattutto sulla testimonianza di Mariangela che dice di averla trovata già in strada e non sulla veranda di casa, e «inusualmente agitata». E lei che reagisce rovesciando l’accusa sulla ex amica: «Non è che stavo agitata, lei mi ha fatto venire l’ansia, ha detto: dai, veloce, che l’andiamo a prendere. Proprio con un tono ... abbastanza...». Il pm perde la pazienza: «Quindi Mariangela dice il falso, suo padre dice il falso, tutti dicono il falso, solo lei dice la verità».

La simcard nel garage - Il verbale fornisce una ricostruzione finalmente plausibile dell’episodio, agghiacciante anche questa. Il pm: «Senta, ma la sera in cui è avvenuto il fatto, suo padre le ha chiesto di pulire insieme a lei il garage per cercare qualcosa?». E Sabrina nega: «No, mio padre mi aveva parlato in poche parole, non mi ricordo se quella sera o il giorno dopo che c’era pure mia mamma, di aver visto una sim a terra. Non si ricordava se vicino al ristorante La Tavernetta o vicino alla scuola guida. Comunque mi disse: ce l’ho in tasca nel fazzoletto». Ma lui tira fuori il fazzoletto e la simcard non c’è più. Fatto sta che quella sera -o anche la sera dopo- scendono tutti e due in garage a cercarla, «e io con la torcia come una scema, e non c’era niente». Ecco il quadro: tutti sapevano di quella misteriosa tesserina e tutti tacquero, ,mamma Cosima compresa.

Chi c’era davvero in casa? Interviene nell’interrogatorio il maresciallo Calò: «Sabrina mi disse che sua madre non era in casa. Io le chiedevo quindi di riferire a suo padre ma lei mi rispose che nemmeno lui era in casa». E i pm insistono: «Ci sono ben due registrazioni di interviste tv in cui Sabrina afferma: nessuno dei miei era in casa». Ma lei resiste: «Non mi ricordo di aver detto una frase del genere». E insiste sulla vecchia versione: il padre in campagna, dopo le tre, a trasportare il cadavere, e la signora Cosima ancora in casa, uscita solo dopo l’allarme.

Sabrina che “detta” la linea. Sapevamo che Sabrina Misseri cominciò a depistare facendo arrivare un sms da utenza anonima una settimana dopo la scomparsa di Sarah («Mamma sto bene, non ti preoccupare»), sapevamo che continuò lanciando sospetti sul padre della ragazzina e sulla badante rumena del nonno. Non sapevamo di cosa fu capace la mattina del 6 ottobre, mentre erano in caserma a Taranto il padre Michele -che poi sarebbe crollato e avrebbe portato i carabinieri fino al pozzo-, la madre Cosima e la sorella Valentina. Fu capace di inviare alle 12.18 proprio a Valentina un sms in cui praticamente dettava la linea delle dichiarazioni che avrebbero dovuto fare: «E dite il fatto della zia che ha tanti dubbi sul marito e poi se ne va a Milano». Che mente raffinata.

Quelle “celle” così lontane. Man mano che l’interrogatorio va avanti anche Sabrina Misseri comincia a perdere qualche colpo. Prova a gettare altre ombre sulla famiglia di Sarah («Non capivo, alle tre e un quarto già la denuncia ai carabinieri...»), ma poi si deve quasi arrendere quando i pm cominciano a spiattellarle davanti alcuni tabulati telefonici: «Guardi, risulta che lei ha agganciato una cella di Nardò mentre la sua amica Mariangela nello stesso arco di tempo ha agganciato una cella di Avetrana. Mi può dire, lei mi dice che stavate insieme ed agganciate delle celle proprio completamente...Sa che significa questo, che non stavate insieme». Siamo nei minuti cruciali, poco dopo le tre, e Sabrina svicola senza convincere nessuno: «No, stavamo insieme, su questa cosa io sono convinta».

Due buchi inspiegabili. Quando Sabrina sospira ancora e dice ha «i nervi a mille per mio padre», le ribatte severo il pm: «Pensiamo a quella ricostruzione che stiamo facendo, poi arriverà il momento di pensare al papà che forse sta in un posto dove non dovrebbe stare...». Un’affermazione che ridà fiato, ovviamente, a chi ritiene che Michele Misseri si sia accusato di tutto e di più, ma che in realtà non abbia ucciso la ragazzina. Intanto il cerchio delle domande si stringe. La inchiodano su quattordici secondi esatti, fra le 14.28.26 e le 14 28.40, fra l’ultimo squillo della piccola Sarah alla cugina -perché lei pochi soldi aveva, faceva solo squilli- e il messaggio che proprio Sabrina invia a Mariangela: «Sto in bagno». Se Sabrina era ancora a letto quando ha ricevuto lo squillo di Sarah, come ha fatto in soli 14 secondi ad alzarsi, ad andare in bagno e a digitare il messaggino? I pm la invitano a una prova e Sabrina solo per digitare impiega davanti a loro 13 secondi. C’è un altro buco, poi: i 55 secondi tra l’ultimo sms di un’altra amica, Angela, quando è ancora in bagno, e il famoso «Pronta» che Sabrina scrive a Mariangela, fra le 14.38 e le 14.39. «In minuto esce dal bagno e va sulla veranda?», le chiede scettico il pm Argentino.

«Ho visto papà. No, non l’ho visto». Presa di sorpresa, Sabrina dice di aver visto Michele Misseri dalla veranda di casa «un minuto prima» che arrivasse Mariangela. Ma poi deve correggersi perché dalla veranda del garage non si vede un bel nulla: «Un attimino, allora io ho sentito rumore sotto la veranda e ho parlato dalla veranda alla cantina. Non sono scesa. Quando sono scesa ho visto papà che faceva entra e esci dal garage».

Ivano, i 30 messaggi e la sera in birreria. Si scopre solo dal verbale che Sabrina Misseri tempestò di sms l’amico Ivano Russo, il ragazzo che le rubava le attenzioni della piccola Sarah, non cinque messaggi come si sapeva, ma «almeno una trentina» e tutti senza risposta perché Ivano dormi per almeno un paio d’ore. Si scopre solo oggi anche che quella sera, la sera della scomparsa di Sarah, Sabrina non si ritirò presto, ma «alla birreria siamo andati, Mariangela a un certo punto è tornata a casa e io sono rimasta».

Un’ora di frenetici contatti. Fra le tre e le quattro del pomeriggio del 26 agosto nella famiglia Misseri si rincorsero con una vorticosa serie di chiamate oggi agli atti. Alle 15.13 è la madre che chiama la figlia Sabrina ma trova occupato, alle 15.17 parlano per 24 secondi, alle 15.24 sempre da madre a figlia un «non raggiungibile», alle 15.31 un colloquio di 35 secondi e poi altri 58 secondi dall’utenza fissa di casa, anche questa chiamata probabilmente da madre a figlia. Perché Michele Misseri si rifà vivo solo alle 15.59 e 31 secondi e chiama casa. Sarah è già in fondo al pozzo, la gente è uscita dalle case per cercarla: cosa si saranno detti in tutte quelle telefonate?





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Dieci motivi per snobbare uno come Saviano

di Massimiliano Parente


Il "Corriere della Sera" accusa la destra di aver perso una grande occasione regalando un "eroe" civile alla sinistra Ma lo scrittore vip ormai è un membro della Casta: demonizza il libero mercato e poi chiede 200mila euro alla Rai. Vietato parlarne male: chi osa criticarlo tacciato d'invidia. E Dispensa consigli per "aprire gli occhi agli elettori"



 

«È davvero formidabile la capacità della destra italiana di moltiplicare i suoi nemici». Formidabile, e di cosa stiamo parlando? Dunque, secondo Pierluigi Battista, che in genere leggo sempre volentieri, «la destra» ha «uno straordinario impulso masochista nel regalare alla sinistra Roberto Saviano, che di sinistra non è». Così ieri, per infiocchettare il regalo, Battista ha regalato alla destra una bella torta con ciliegina molto istruttiva e che vorrei ricambiare con dieci candeline.

1) Sono costretto a precisare che, per quanto mi riguarda, da scrittore né di destra né di sinistra (faccio bellissimi disegnini porno sulle schede elettorali da anni), ogni mia critica motivata a Saviano mi ha portato centinaia di insulti che se Battista vuole gli giro via mail, tra i quali il classico, che io lo attacco «per invidia». Se la destra usasse lo stesso argomento in sede politica si potrebbe disinnescare ogni critica a Berlusconi dicendo che chi la muove è invidioso dei suoi soldi, a cominciare dalla Gabanelli, perché vorrebbe le ville a Antigua anche lei.

2) Mi sarebbe piaciuto che Battista avesse fatto dei nomi, e non solo quello di Roberto Saviano rapportato a un’entità generica: la destra. Chi? Può fare qualche nome? Il bello è che quelli come Battista parlano sempre da un pulpito super partes, gli altri sono la destra, la sinistra. Intanto ricordo a Battista i saggisti o gli scrittori che hanno criticato Saviano nel merito del suo unico romanzo (sebbene, intervistato a Annozero, l’autore nomini pomposamente «i miei libri», e continua a sfuggirmi l’opera di Saviano, il cui valore poggia su meriti esclusivamente extraletterari). Per esempio Aldo Busi, non certo uno scrittore di destra, ha definito Gomorra «un romanzo di cassetta», e nessuno ha fiatato, mentre le critiche del sociologo di sinistra Alessandro Dal Lago, identiche alle mie ma con due anni di ritardo, sono state riprese dal Corriere della Sera, dove lo stesso Battista commentava elegantemente che criticare Saviano deve essere legittimo e non un tabù.

3) Saviano non è di sinistra, è vero, lo ha dichiarato proprio Saviano da Michele Santoro: «Io parlo anche agli elettori di destra, per aprirgli gli occhi quando vanno a votare». Sono gli elettori di destra imbecilli che votano a occhi chiusi senza sapere cosa votano, aspettano l’illuminazione di Saviano pagato con i loro soldi sul servizio pubblico. Dovendosene oltretutto, il telespettatore di destra o di sinistra, sentirsene rassicurato, perché «essere pagati è la garanzia di poter fare bene il proprio lavoro», e con meno di duecentomila euro effettivamente si lavora male per la causa comune, ecco perché anche un operaio paga il canone Rai.

4) Che poi Saviano sia di destra o di sinistra non capisco cosa cambi, anzi per me potrebbe anche essere fascista, vista la criminalizzazione che Saviano fa del libero mercato, al quale rende contigua, consequenziale e consustanziale l’esistenza della camorra, basta leggere Gomorra o i suoi articoli su Repubblica. Con Mussolini, in effetti, la mafia se la passava male.
5) Secondo Battista la destra non sa che Saviano è stato «fatto oggetto dei peggiori insulti sui siti e sui blog anti-imperialisti» per aver espresso solidarietà a Israele, dando quindi per scontato che la sinistra sia anti-israeliana, pur elogiando i viaggi di Fini in Israele come una conversione post fascista.

6) Secondo Battista la destra «è una curva che vede comunisti dappertutto» e Saviano non sarebbe di sinistra perché è riuscito a convincere i lettori «ad acquistare I racconti della Kolyma di Varlam Salamov, uno dei più sconvolgenti capi d’accusa contro i Gulag e “le atrocità del comunismo” (parole di Saviano) su cui “è calato il silenzio da troppo tempo” (parole di Saviano)». Quindi secondo Battista la sinistra italiana, oltre a essere antisemita, ha bisogno di essere convinta perfino per leggere Salamov, in altri termini la sinistra è ancora sovietica (parola di Battista, non di Berlusconi).

7) A proposito di libero mercato, scrive Battista, Saviano viene considerato «un avversario così spregevole da pretendere addirittura di essere pagato per una trasmissione televisiva (ma come, non si era detto che il mercato non doveva essere demonizzato?)». Appunto, ma chi lo demonizza? Io? La destra? O Saviano?
8) Secondo Battista «gli scrittori non sopportano che un loro collega vada troppo in televisione, perché andare troppo in televisione fa troppo “berlusconiano”». Anche qui, se non fa i nomi, parli per sé, per quanto mi riguarda nell’ultimo mese non ho fatto che rifiutare inviti televisivi perché sono troppo occupato a scrivere, e oltretutto, al contrario di quanto crede Battista, uno scrittore non ha colleghi, e se li ha non è uno scrittore ma un impiegato.

9) Il sottoscritto, è noto, ha attaccato negli ultimi anni, su Libero e sul Giornale, in nome della letteratura e in opposizione alla logica delle classifiche di vendita e del mercato quando si tratta di valore artistico, molti colleghi di Saviano, da Niccolò Ammaniti a Wu Ming a Alessandro Piperno, quest’ultimo non certo un’icona della sinistra, piuttosto un’icona del Corriere della Sera, secondo il quale sarebbe «il Proust italiano». Poiché sono autori Mondadori, l’anno scorso dopo essere stato accolto con grandi onori a Segrate, sono stato messo gentilmente alla porta «per quello che hai scritto su Saviano», con la motivazione che Saviano è una grossa fetta del fatturato di Segrate e il mio nome avrebbe messo i dirigenti in difficoltà. Se Battista vuole, anche qui, gli fornisco privatamente i dettagli, quando ho raccontato l’episodio su Dagospia non mi pare gliene fregasse granché, la libertà di stampa vale solo per chi già ce l’ha. Al dirigente ho detto «Capisco», ho preso armi e bagagli e me ne sono andato alla Newton Compton, e questo mentre Saviano, su Repubblica, firmava appelli sulla libertà di stampa, copyright Agenzia Santachiara, in prima pagina sopra la pubblicità di Gomorra, copyright Mondadori, e tra poco su Rai Tre, copyright Endemol.

10) È curioso perché a difesa dei duecentomila euro chiesti da Saviano, demonizzatore del libero mercato, sono arrivate perfino Norma Rangieri, direttrice del Manifesto, e Concita De Gregorio, direttrice de l’Unità, proprio in nome del libero mercato, perché l’audience, l’ascolto, il successo commerciale, sono diventati un criterio perfino sul servizio pubblico. Concita ha anche concitatamente puntualizzato che «è come per i calciatori», e a Gianluigi Paragone è stato detto che mille euro a puntata per lui sono già troppi. Se il principio è questo basterebbe mettere L’isola dei famosi contro Annozero e vedere chi vale di più, e bisognerebbe anche chiedersi quanto ascolto fanno, tradotto in copie vendute, l’Unità e Il Manifesto, e anche quanto ascolto fa l’eterno lupus in fabula, Silvio Berlusconi, tradotto in voti.


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Più tasse e immigrati: ecco la ricetta di Fini

di Stefano Filippi


L’ultimo affondo del partito a trazione meridionale voluto da Fini: raddoppiare l’imposta sulle rendite finanziarie e mettere le mani nelle tasche degli italiani. Proprio come diceva Visco. Nasce l'asse tra Gianfranco e D'Alema per rovesciare Silvio: se cade siamo pronti a sostituirlo. Il leader Fli a Milano per fare campagna acquisti


Mentre persiste nel silenzio sulla casa del cognato a Montecarlo, domani Gianfranco Fini picconerà un altro dei misteri che lo circondano da quando ha deciso di mettersi in proprio. È un buco nero nel programma di Futuro e libertà quanto nei pensosi workshop della fondazione Farefuturo: si tratta del programma finiano per il Nord. L’arrivo del presidente della Camera a Milano, patria di Silvio Berlusconi e roccaforte della Lega, diraderà la nebbia che grava su un aspetto così qualificante del nuovo soggetto politico.

In questi mesi Fini si è occupato soltanto del Mezzogiorno. Ha stretto un patto con quel campione di coerenza politica che risponde al nome di Raffaele Lombardo e il suo Movimento per le autonomie, partecipando alla nuova giunta-minestrone in Sicilia assieme a Pd e Udc. Ha di fatto impedito, attraverso le mosse di Adriana Poli Bortone, la vittoria del Pdl alle regionali in Puglia. I suoi nuovi colonnelli sono tutti meridionali: i capigruppo Italo Bocchino e Pasquale Viespoli vengono dalla Campania, Carmelo Briguglio, Fabio Granata e Giulia Bongiorno dalla Sicilia e pure Adolfo Urso è catanese di adozione, Baldassarri è marchigiano, Flavia Perina romana de Roma. La stella polare di Fini è la stella del Sud.

Ancora ieri il numero uno di Montecitorio ha ribadito che «la tenuta del governo dipenderà da quale riforma della giustizia verrà presentata, da quale pacchetto per il Sud verrà proposto e da come si intende applicare il federalismo fiscale». E del Nord, che cosa pensa? Qui la faccenda si complica, è un bell’indovinello. Sui grandi temi che interessano le regioni settentrionali il mutismo di Fini e dei suoi è assordante.

La questione settentrionale è aperta da anni nella sinistra, ormai ridotta a governare qualche amministrazione locale di serie B, e sta per aprirsi anche nel neonato Fli. Che cos’hanno da dire i ribaltonisti siciliani, paladini del pubblico impiego e del centralismo statale, al popolo delle partite Iva? L’esordio finiano non è felicissimo: ieri ad Asolo, provincia di Treviso, feudo dell’imprenditorialità nordestina, Fini non ha trovato di meglio che proporre aumenti di tasse, come fecero Prodi e Visco. «Tassare le rendite finanziarie del 25 per cento», il doppio dell’attuale trattamento fiscale. Auguri.

Con il Nord, finora Fini ha fatto il «signor no», un ruolo che gli riesce magistralmente. Guardandosi bene dal chiarire ciò che vuole, al contrario ha picchiato duro su ciò che non vuole. Non vuole il federalismo fiscale così come è stato concepito perché rischia di «alimentare speranze di piccole patrie preunitarie» e «i costi della riforma non sono stati determinati», anche se è «una scelta irrinunciabile» e, manco a dirlo, «un’occasione soprattutto per il Sud». Non vuole che la Lega Nord mantenga il peso avuto dagli elettori, perché «la storia prima che la geografia insegna che la Padania non esiste». Non vuole che il centrodestra sia «appiattito sulle posizioni di un alleato con base regionale». Non vuole ascoltare le ragioni degli allevatori: «Non possiamo limitarci a difendere in modo sbagliato gli interessi di chi ha adottato comportamenti antieuropei nel mercato del latte».

Le sue ricette sono grigie come la nebbia padana. Per realizzare il federalismo fiscale bisognerebbe «associare governatori e sindaci di tutto il Paese alla decisione su quello che si dovrà fare». Il contrasto all’immigrazione clandestina, una piaga che ha colpito soprattutto le regioni più produttive e che fino a un anno fa era un cavallo di battaglia della destra, ora «deve comprendere anche l’integrazione». L’economia va aiutata perché «bisogna tornare a crescere», ha ripetuto il leader del Fli a Mirabello. Ma in che modo? Con quali misure? Mistero fitto.

La squadra di Fini è forte nello spezzare il gioco altrui e carente nel rilancio. I problemi sociali, dal mercato del lavoro alle relazioni sindacali, «vanno affrontati con giudizio». Bisogna «fornire risposte alle categorie da ascoltare». «C’è da immaginare la condizione in cui il Paese possa tornare a crescere e produrre ricchezza da dividere», aveva detto al Foglio nell’ultima intervista prima della scissione.

I temi di Futuro e libertà, nel quadro dell’antiberlusconismo di fondo, sono la cittadinanza e l’integrazione degli immigrati, la laicità dello stato e i diritti delle coppie gay, il gioco di sponda con il capo dello Stato e con la magistratura, la «green Italy» e la «green economy». Farefuturo riempie internet di contributi dai titoli incorporei: «Per ridare valore alla legalità bisogna recuperare il futuro», «Verso la nuova politica contro le oligarchie», «Rifiuti, oltre l’emergenza è tempo di decidere». Decidere che cosa, non si sa. Ma se è questo l’armamento con cui Fini tenta di conquistare il Nord, la battaglia è persa in partenza.




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Giro d'Italia 2011 Ecco le 21 tappe della corsa rosa

Quotidianonet


Partirà il 7 maggio da Torino e si concluderà il 29 maggio a Milano. Percorso di 3496 chilometri complessivi passando da Reggio Emilia, Livorno, Fiuggi, Ravenna e Bergamo


Torino, 23 ottobre 2010 - 



E' stato presentato oggi al Teatro Carignano di Torino il Giro d'Italia 2011. La corsa rosa partirà dal capoluogo piemontese il 7 maggio e arriverà a Milano il 29 maggio, per un totale di 21 tappe e 3496 km complessivi.
Ecco il percorso come si legge dal sito della Gazzetta dello Sport.


Prima tappa: 7 maggio cronosquadra Venaria Reale-Torino, km 21,5.

Seconda tappa: 8 maggio, Alba-Parma, km 242. 

Terza tappa: 9 maggio, Reggio Emilia-Rapallo, km 178.

Quarta tappa: 10 maggio, Quarto dei Mille-Livorno.

Quinta tappa: 11 maggio, Piombino-Orvieto, km 201.
Sesta tappa: 12 maggio, Orvieto-Fiuggi terme, km 195.

Settima tappa: 13 maggio, Maddaloni-Montevergine di Mercogliano, km 100.
Ottava tappa: 14 maggio, Sapri-Tropea, km 214.

Nona tappa: 15 maggio, Messina-Etna , km 159.

Decima tappa: 17 maggio, Termoli-Teramo, km 156.
Undicesima tappa: 18 maggio, Tortoreto Lido-Castelfidardo, km 160. 
Dodicesima tappa: 19 maggio, Castelfidardo-Ravenna, km 171.

Tredicesima tappa: 20 maggio, Spilimbergo-Grossglockner, km 159.

Quattordicesima tappa: 21 maggio, Lienz-Monte Zoncolan, km 210

Quindicesima tappa: 22 maggio, Conegliano-Gardeccia-Val di Fassa, km 230

Sedicesima tappa: 24 maggio, Belluno-Nevegal, cronoscalata km 12,7.

Diciassettesima tappa: 25 maggio, Feltre-Sondrio, km 246.
Diciottesima tappa: 26 maggio, Morbegno-San Pellegrino Terme, km 147.

Diciannovesima tappa
: 27 maggio Bergamo-Macugnaga, km 211.

Ventesima tappa
: 28 maggio, Verbania-Sestriere, km 242 .

Ventunesima tappa
, 29 maggio, cronometro Milano-Milano, km 32,8.




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Muore in un incidente il primo uomo con arto bionico adatto alla guida

corriere della sera

Aveva un braccio artificiale comandato direttamente dal cervello. È finito contro un albero

L'austriaco Christian Kandlbauer aveva 22 anni


Christian Kandlbauer alla guida
Christian Kandlbauer alla guida
MILANO - È stato il primo paziente al mondo con un braccio elettronico a poter guidare un'auto. Christian Kandlbauer, un ragazzo austriaco di 22 anni al quale furono amputate entrambe le braccia, è stato anche il primo paziente europeo a ricevere un arto bionico comandato direttamente dal cervello. È morto dopo un incidente stradale.
PROTESI - Aveva il braccio come Terminator: il suo arto sinistro era un robot metallico con tanto di cavi, microchip e caricabatteria. La protesi super-tecnologica da diversi milioni di euro imitava in modo stupefacente un arto naturale. Con quel braccio bionico guidato dal pensiero, un prodigio della tecnica, il giovane aveva ritrovato un'esistenza normale: aveva ricominciato a lavorare e guidare. Martedì scorso però ha perso il controllo della sua auto ed è uscito di strada, schiantandosi contro un albero.
BRACCIO CONTROLLATO COL PENSIERO - «Non vivere per gli altri, vivi per te stesso». Questo era il motto di Christian Kandlbauer. Sulla sua pagina web il ragazzo raccontava molto bene cosa significasse combattere per la propria vita: nel settembre del 2005, l'allora 17enne apprendista meccanico, si arrampicò su un palo elettrico per provare in modo incosciente il suo coraggio, ma venne fulminato da una scossa da 20 mila volt. Perse entrambe le braccia. Lo shock emotivo fu violento, la riabilitazione lunga e faticosa. La sua vita cambiò radicalmente, ma il ragazzo non volle arrendersi. Fino a quando, nel 2007, accade il miracolo, una vera e propria sensazione in campo medico. Quello che la vita gli aveva tolto dal corpo, l'high-tech stava per restituirgli: i medici della Technische Universität di Graz assieme agli ingegneri della società Otto Bock, specializzata in tecnologia medica, gli applicarono due speciali protesi. Con il braccio sinistro riusciva di nuovo a sentire; l'arto bionico era anche in grado di riconoscere la volontà del soggetto ed eseguire gli ordini motori del cervello in tempo reale.
INCIDENTE - Lo scorso anno Kandlbauer riuscì pure a passare l'esame di guida e a tornare di nuovo al lavoro. Guidava una vettura modificata per le sue esigenze. Su quella stessa auto, mentre martedì mattina si recava in officina in Stiria, è uscito di strada andando a finire frontalmente contro un albero. Per tre giorni ha lottato contro la morte all'ospedale di Graz; aveva riportato una grave commozione cerebrale. Venerdì, però, ha perso la sua battaglia: i medici hanno dichiarato la morte cerebrale. La polizia stradale ha spiegato che è impossibile affermare se l'incidente sia stato causato da un problema di controllo degli arti artificiali del giovane.
Elmar Burchia
23 ottobre 2010




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Mai più cavie umane

Corriere della sera


L'America si scusa per uno studio del 1946 in cui 700 detenuti furono infettati con l'agente della sifilide per verificare l'efficacia della penicillina

SPERIMENTAZIONI


MILANO - L'America lo ha fatto per la seconda volta: pochi giorni fa il Segretario di Stato Hillary Clinton si è scusata pubblicamente con il Guatemala per una sperimentazione, condotta dal 1946 al 1948, durante la quale almeno 700 individui, tra detenuti, malati mentali e soldati, sono stati deliberatamente infettati con l’agente della sifilide (e di altre malattie veneree), grazie anche alla complicità involontaria di prostitute, per verificare, poi, l'efficacia della penicillina.

Era già successo fra il 1932 e il 1972 con il tristemente famoso studio di Tuskegee: allora 400 raccoglitori di cotone dell'Alabama, malati di sifilide, erano stati lasciati senza cure allo scopo di studiare gli effetti della malattia. Per questo esperimento era stato l'allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton a presentare le sue scuse, nel 1997. Poco tempo dopo è stato creato il Centro di bioetica di Tuskegee, uno dei primi negli Stati Uniti, e il problema delle sperimentazioni cliniche nell’uomo è diventato argomento di discussione fra ricercatori, bioetici, politici, filosofi, pazienti, sostenitori dei diritti civili e, persino, giornalisti.

Discussioni che hanno prodotto, nei Paesi occidentali, una serie di regole e leggi per la tutela di chi vi partecipa, compresa la dichiarazione di Helsinki. Proprio in questi giorni, in Italia, è stato approvato dal Consiglio dei Ministri un disegno di legge su «Sperimentazione clinica e altre disposizioni in materia sanitaria» che, fra l’altro, prevede nuove regole per i comitati etici (che hanno il compito di tutelare i diritti di chi partecipa a sperimentazioni) e l'individuazione di nuovi requisiti per i centri autorizzati alle sperimentazioni cliniche, a partire dai test di laboratorio fino a quelli sull’uomo.

Bene. Ma leggendo la letteratura scientifica, frequentando congressi internazionali, visitando centri di ricerca, dall’America alla Cina, ascoltando ricercatori e pazienti, e, perché no, navigando in Internet, ci si imbatte in una serie di questioni ancora più complesse. Intanto si percepisce la pressante necessità di trovare persone disponibili a partecipare alle sperimentazioni, soprattutto di farmaci. Basti pensare che sono in sviluppo 800 nuove molecole anti-cancro: dove reperire i malati? Negli Stati Uniti il reclutamento avviene anche attraverso giornali e siti Internet. Ma non basta: così l'industria, da tempo, si è rivolta ai Paesi in via di sviluppo.

Che spesso non hanno regole così severe come in Occidente. All'ultimo congresso degli oncologi americani si è posto il problema dell'affidabilità di queste sperimentazioni per valutare efficacia e sicurezza di medicinali che arriveranno poi sul mercato mondiale. E non ci sono solo i farmaci: ci sono anche le terapie con le staminali, i dispositivi medici, come protesi o stent, i nuovi interventi chirurgici (dai trapianti estremi all'uso di robot in sala operatoria) che dovrebbero essere valutati attraverso accurati e ampi protocolli sperimentali. La questione è più complicata di quello che sembra e merita un dibattito molto approfondito con tutti i cittadini. Tutti potenziali «cavie». [

Adriana Bazzi
24 ottobre 2010



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