sabato 23 ottobre 2010

Tornano le "coatte" di Ostia: prese in giro negli spot del dizionario Treccani

Il Mattino



VENEZIA (23 ottobre) - Ricordate le due coatte di Ostia? Lo scorso luglio grazie ad un'intervista in spiaggia rilasciata a Sky Tg24 sfoggiando una parlata romanesca da avanspettacolo - approdata poi su YouTube con boom di contatti -, avevano guadagnato la popolarità nazionale. Scivolate nel dimeticatoio dopo il loro quarto d'ora di celebrità, sono destinate a tornare in auge grazie alla parodia che viene fatta di loro in tre divertenti spot che presentano il dizionario Treccani: "Un cruciverba impossibbbile", "Un menù teribbbile" e "Una cartolina d'ammmore".

Magistralmente interpretate da due attrici, le ragazze del "calippo e 'na bira" sono alle prese con situazioni della vita di tutti i giorni in cui è richiesta almeno una buona conoscenza dell'italiano. In loro soccorso viene un distinto promotore del vocabolario, con tanto di bombetta in testa. Il suo suggerimento di usare il vocabolario non viene però colto nel modo da lui auspicato...










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Teheran ordinava omicidi per dimostrare che il piano sicurezza non funzionava

Corriere della sera


Le trame dei mullah: indebolire il governo iracheno per manipolarlo e contrastare l’influenza americana.
Sono continuate pure con Barak Obama

LE RIVELAZIONI DI WIKILEAKS



WASHINGTON – (g.o.) Non erano esagerazioni. E neppure propaganda. Gli iraniani hanno condotto durante gli anni della guerra azioni sovversive in Iraq. Usando i pasdaran, le milizie sciite e movimenti politici. Un’attività iniziata sotto Bush e proseguita anche con Barak Obama malgrado le ripetute aperture della Casa Bianca. Il dossier che emerge dalla carte di Wikileaks non sembra lasciare spazio dubbio alle trame dei mullah che considerano l’Iraq come un loro satellite. Le accuse: rapimenti, uso di bombe magnetiche da attaccare sotto i veicoli, forniture dei temibili ordigni EPF, impiego di squadre di killer, forniture di fucili per cecchini e missili Misagh 1 in grado di abbattere elicotteri. Teheran ha investito grandi risorse nell’Armata Qods, apparato clandestino dei pasdaran. Con gli attacchi terroristici di questo apparato, gli iraniani – sostengono le carte – hanno perseguito due obiettivi: indebolire il governo iracheno per poterlo manipolare, contrastare l’influenza americana. Grande appoggio anche all’Esercito del Mahdi del radicale Moqatda Al Sadr, oggi di nuovo sulla scena. Un programma condotto anche con l’aiuto dell’Hezbollah libanese: Teheran ne avrebbe facilito l’arrivo in Iraq per condurre operazioni eversive. Per tutto il 2007, poi, gli iraniani hanno ispirato una campagna di omicidi per dimostrare che il piano per la sicurezza non funzionava. Una manovra destabilizzante ai danni dell’Iraq alimentata anche con l’avvento di Barack Obama alla Casa Bianca. I documenti citano il ricorso a bombe sofisticate contro le truppe Usa e ad una campagna che ha visto l’impiego di ordigni magnetici. Gli attentatori li piazzavano sotto le auto dei loro target e li facevano esplodere solo in un secondo momento. Ancora. Un’analisi dell’intelligence (31 dicembre 2009) segnala un lancio di razzi contro la Zona verde a Bagdad: un attacco attribuito alla fazione Kataeb Hezbollah, formata da terroristi addestrati in Iran.

Guido Olimpio
23 ottobre 2010



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Il supporto siriano ai kamikaze e i giacconi dell’Us Army diventati corpetti-bomba

Corriere della sera


Militari di damasco proteggevano i ribelli in Iraq

LE RIVELAZIONI DI WIKILEAKS



WASHINGTON – (g.o.) Donne, minori e anche bimbi affetti da sindrome down. I terroristi di Al Qaeda, eredi di Al Zarkawi, li hanno impiegati per gli attacchi suicidi. Dai documenti emerge che dalla metà del 2007, i qaedisti iracheni sono a corto di “volontari”, militanti provenienti da altri paesi arabi e pronti al suicidio. Per colmare i vuoti gli estremisti ricorrono alle donne. Come abbiamo descritto molte volte su questo sito, i terroristi le scelgono per due motivi: ritengono che possano superare più facilmente i posti di blocco e di solito le perquisizioni nei loro confronti non sono molte accurate. Nel 2007 si hanno così sette attacchi kamikaze condotti da donne. L’anno dopo diventano oltre 15. I terroristi passano quindi ai minori. Alcuni hanno tra i 10 e gli 11 anni. Gli affidano un ordigno e li mandano a morire in mezzo alla folla. Il picco lo raggiungono nel periodo 2008-2009. Viene anche creata un gruppo speciale – l’uccello del Paradiso – che deve eseguire azioni suicide in diverse località dell’Iraq. Nell’aprile del 2008 – segnala un altro file – i qaedisti affidano la missione ad un ragazzo sui 16-17 anni, “un ritardato mentale”. Tornando sul tema dei volontari, in un documento si sostiene che la maggior parte provenivano da Arabia Saudita e Siria. Non è una grande rivelazione: sulla stampa, in questi anni, sono apparsi molti articoli sull’argomento. Piuttosto sono interessanti le informazioni sul supporto – almeno fino al 2008 – garantito ai ribelli da militari e apparati siriani. In un caso si parla di giacconi dell’Us Army trasformati in corpetti-bomba con speciali cuciture: dalla Siria sarebbero stati spediti in Iraq.

Guido Olimpio
23 ottobre 2010



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Frago 242: licenza di torturare

Corriere della sera


Catene, tubi, antenne tv. Si usava di tutto nelle carceri irachene. Gli americani sapevano. Lasciavano fare. Un ordine disponeva di non indagare su violenze ai danni dei detenuti a meno che non coinvolgessero soldati alleati

LE RIVELAZIONI DI WIKILEAKS



WASHINGTON – (g.o.) Violenze sessuali, uso di sostanze irritanti, scosse elettriche, torture efferate. Ancora. Persone appese per i piedi o costrette a stare in posizione di stress. Detenuti picchiati con fruste, catene, tubi di gomma, antenne della tv, bastoni. O con qualsiasi cosa sia venuto in mente all’aguzzino. Pestaggi accompagnati spesso da abusi sessuali contro donne e minori. Quanto è avvenuto nelle prigioni irachene è spaventoso. E i documenti ne rivelano tutto l’orrore. Con un risvolto grave. Le autorità militari americane sapevano ed hanno lasciato fare in base ad un ordine emesso nel 2004, un anno dopo l’invasione. Conosciuta come “Frago 242”, disponeva di non indagare eventuali violenze ai danni dei detenuti a meno che non coinvolgessero soldati alleati. Un salvacondotto che ha dato mano libera ai carcerieri. E questi ultimi cresciuti in una realtà – quella di Saddam Hussein – dove la tortura era un fatto normale non si sono risparmiati. Ed ecco i prigionieri sottoposti a tormenti medioevali, con corpi immersi nell’acqua bollente o bruciati da acidi e sigarette. I file provano che le torture sono state estese e condotte da quasi tutti i reparti della sicurezza irachena. Un mosaico tragico che sembra confermare l’esistenza di un sistema brutale teso a intimidire l’avversario – vero o presunto – così come a estorcere qualsiasi tipo di informazione. Ma come raccontano molti esperti non è detto che la violenza aiuti ad ottenere una collaborazione sincera: per paura del dolore il prigioniero è pronto a raccontare di tutto.

Guido Olimpio
23 ottobre 2010



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Dire al capo “Lei non capisce un c ...” non è ingiuria ma ormai gergo comune

Il Messaggero


ROMA (23 ottobre) - «Lei non capisce un c...». Dirlo al datore di lavoro si può. Almeno secondo una sentenza emessa dal giudice di Pace del Tribunale di Frosinone che si è appellato al «gergo comune» sdoganando quella che potrebbe essere considerata una frase ingiuriosa. E così infatti l'aveva interpretata il titolare di un'agenzia di sicurezza privata che durante un'animata discussione con un suo dipendente si ritrovo investito da un «Lei non capisce un c...» dove l'incipit della frase, un forbito Lei, strideva con la parola finale, dal significato diretto. Troppo diretto tanto che il titolare denunciò il suo dipendente per ingiurie. In primo grado arrivò la condanna ma il legale del dipendente, l'avvocato Nicola Ottaviani del foro di Frosinone, si appellò e ci fu l'annullamento per un vizio procedurale.

Il processo fu rimesso così al giudice di pace. Non solo ma la difesa ha argomentato che quella frase, seppur colorita, non può più essere considerata reato perchè «rientra nel gergo comune». E per avvalorare l'ipotesi difensiva l'avvocato si è appellato all'orientamento di circa due anni fa della Corte di Cassazione su un «vaffa....» considerato non più reato. Così ieri il giudice di Pace del Tribunale di Frosinone ha riconosciuto quella frase non ingiuriosa.




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Mafia, catturato il boss di Agrigento In manette Gerlandino Messina

Corriere della sera


Ricercato dal 1999 per associazione mafiosa e vari omicidi, è nell'elenco dei latitanti più pericolosi

È stato catturato a favara


La foto di Gerlandino Messina sul sito del ministero dell'Interno
La foto di Gerlandino Messina sul sito del ministero dell'Interno
AGRIGENTO - Catturato a Favara (Agrigento) il superlatitante di mafia Gerlandino Messina, 38 anni, di Porto Empedocle, nell'elenco dei latitanti di massima pericolosità del ministero dell'Interno. La notizia è stata confermata dal comandante provinciale dei carabinieri di Agrigento, colonnello Mario Di Iulio. Era ricercato dal 1999 per associazione mafiosa e vari omicidi. Il 2 febbraio 2001 erano state diramate le ricerche in capo internazionale. Il boss è stato catturato dagli uomini del Gis (gruppo di intervento speciale) dei carabinieri in una palazzina a due piani, in una zona di campagna a Favara. Gerlandino Messina aveva due pistole, con lui c'era un'altra persona. Il blitz dei carabinieri è stato fulmineo, il capomafia non ha avuto il tempo di reagire.

CHI E' - Gerlandino Messina era un fantasma da oltre dieci anni. Nato a Porto Empedocle nel 1972, è figlio dello storico capomafia agrigentino Giuseppe Messina. La sua scalata al vertice della mafia agrigentina inizia nel 1986, dopo l'uccisione del padre. La carriera all’interno dei ranghi di Cosa Nostra, culminata nel 2003 con il comando su tutta la provincia di Agrigento, fu favorita anche dal beneplacito espresso verso la sua posizione da Bernardo Provenzano. Dal 2 febbraio 2001 erano state diramate le ricerche in capo internazionale. L'ascesa di Gerlandino Messina corrispose alla parallela caduta di Luigi Putrone, altro capomafia operativo in quella zona fino a quel momento, e costretto a lasciare Porto Empedocle nel 1998. Messina è diventato il numero uno di Cosa nostra ad Agrigento dopo l’arresto di Giuseppe Falsone, il 25 giugno scorso a Marsiglia, nel sud della Francia, di cui era fino a quel momento il "vice". E attualmente sarebbe il numero due di Cosa Nostra.

LA LISTA - Con l'arresto del boss mafioso Gerlandino Messina si riducono a 16 i latitanti «di massima pericolosità» inseriti nel programma speciale di ricerca della direzione centrale della polizia criminale. L'elenco, che inizialmente conteneva 30 nomi, è stato via via 'spuntato' con i 28 arresti avvenuti dal 2008 ad oggi: ai criminali catturati sono nel frattempo subentrati altri inseriti nella lista dall'apposita commissione che periodicamente si riunisce. Tra i latitanti presi spiccano Giovanni Nicchi (mafia), Giovanni Strangio ('ndrangheta), Salvatore Russo (camorra). Tra quelli da catturare, il più noto è il boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro.

MARONI ESULTA - «La cattura di Messina è un colpo mortale per la mafia agrigentina». Con queste parole, il ministro dell'interno Roberto Maroni, si è congratulato con il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri Leonardo Gallitelli, per l'arresto del boss. «E adesso il cerchio attorno a Matteo Messina Denaro si fa sempre più stretto», ha concluso Maroni.


23 ottobre 2010



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Placanica litiga e colpisce i vicini Denunciato l'ex carabiniere

Quotidianonet


I fatti sarebbero avvenuti a Sellia Marina. L’ex militare avrebbe colpito marito e moglie e poi avrebbe anche rotto gli occhiali di un figlio minorenne della coppia


Mario Placanica
Mario Placanica


Catanzaro, 23 ottobre 2010 -

L’ex carabiniere Mario Placanica, indagato e poi prosciolto per l’uccisione del giovane Carlo Giuliani durante gli scontri in occasione del G8 di Genova, nel luglio del 2001, è stato denunciato per aver picchiato i vicini di casa. La notizia viene pubblica oggi dal quotidiano "Calabria ora".

I fatti sarebbero avvenuti a Sellia Marina, centro della costa ionica dove risiede Placanica. Secondo quanto appreso, Placanica avrebbe avuto una lite con i vicini di casa, che abitano come lui in una palazzina.

L’ex militare avrebbe colpito marito e moglie e poi avrebbe anche rotto gli occhiali di un figlio minorenne della coppia. La famiglia ha fatto ricorso alle cure del pronto soccorso dell’ospedale "Pugliese" di Catanzaro, dove i sanitari li avrebbero comunque dimessi con alcuni giorni di prognosi.

Il vicino di casa di Placanica successivamente ha denunciato i fatti ai Carabinieri della Compagnia di Sellia Marina, che indagano in collaborazione con gli agenti del posto fisso della polizia di Stato del nosocomio.

Proprio alcuni giorni fa, in una dichiarazione all’Agi, Placacanica aveva tra l’altro detto di non sentirsi sicuro in Italia. "Ho intenzione di lasciare questo Paese - aveva affermato l’ex carabinieri - sono stato abbandonato da tutti e mi sento in pericolo perchè conosco alcuni segreti militari".

Sensibilmente turbato, Mario Placanica aveva aggiunti di essere al centro di una serie "di violenze che proseguono da anni", spiegando che più volte sarebbe stato al clonato il suo telefono cellulare e che ci sarebbe anch chi spinge per un suo ricovero in ospedale psichiatrico.





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Sarah, turisti dell'orrore: «In arrivo con pullman». Sindaco chiude strade

Il Mattino



TARANTO (22 ottobre) - Il sindaco di Avetrana, Mario de Marco, ha disposto con ordinanza la chiusura per la giornata di domani di alcune strade di accesso alle abitazioni delle famiglie Scazzi e Misseri.
Il provvedimento è stato preso in previsione dell'arrivo di autobus dalla Basilicata e dalla Calabria di turisti che intenderebbero vedere da vicino la casa in cui viveva Sarah Scazzi e il garage di casa Misseri nel quale è stata uccisa. È prevedibile che l'afflusso di turisti riguarderà anche la zona di campagna nella quale si trova il pozzo in cui per 42 giorni è rimasto nascosto il cadavere di Sarah.



L'indagine.
Quando l'hanno convocata nella caserma di Manduria la sera del 15 ottobre, Sabrina Misseri ha capito prima di tutti che i suoi tentativi di depistare le indagini
e i suoi «atteggiamenti fortemente sospetti» - come li definisce nell'ordinanza il gip - che per 50 giorni hanno tenuto lontano da lei le attenzioni degli inquirenti, non erano riusciti ad evitarle di finire in carcere con l'accusa di aver aiutato il padre Michele ad uccidere la cugina Sarah: quando i carabinieri, al termine dell'interrogatorio le hanno detto che l'avrebbero portata in cella, si è limitata a rispondere con un laconico «tanto lo sapevo».

Una mezza ammissione di colpa, secondo chi indaga, che confermerebbe come Sabrina abbia avuto un ruolo decisivo nell'omicidio della quindicenne di Avetrana. Ma anche un crollo psicologico che in qualche modo le avrebbe consentito di alleggerirsi la coscienza a tal punto da farla cadere in un sonno pesante, appena salita nell'auto che da Manduria l'ha condotta nel carcere di Taranto.

Della colpevolezza di Sabrina, capace di muoversi con estrema malizia davanti a decine di telecamere, è convinto il gip Martino Rosati, che nell'ordinanza con cui ha confermato il carcere parla dei suoi comportamenti poco credibili e, soprattutto dei tentativi di depistare le indagini. Come quando sul suo telefono appare un sms che sembrerebbe inviato da Sarah e che la Misseri potrebbe aver fatto vedere alla madre della quindicenne, Concetta. «Ci sono tutta una serie di comportamenti della Misseri che appaiono fortemente sospetti, in senso favorevole all'accusa» scrive il giudice Martino Rosati nell'ordinanza.

Ad esempio, prosegue, «proprio sul suo telefono, già il 1 settembre, perviene da un'utenza rimasta anonima un sms dal testo - 'mamma sto bene non ti preoccuparè - suscettibile di indirizzare le indagini verso la fuorviante ipotesi dell'allontanamento volontario». Ma non è questo il solo tentativo di sviare le indagini: nell'interrogatorio dell'8 settembre, quando fu sentita come teste, afferma il Gip, Sabrina «adombra sospetti sul padre di Sarah, adducendo che alcune persone glielo avevano descritto come uno che 'allungava le manì alle donne, nonchè indicandolo come persona con amicizie poco raccomandabili».

E cerca di accusare anche la badante rumena del nonno della quindicenne. «Comportamenti tali, per lo meno - conclude il giudice - da indirizzare le indagini verso false piste». Ed inoltre Sabrina non è riuscita a spiegare la telefonata fatta al padre alle 14.55 del 26 agosto, venti minuti dopo il delitto (che per l'accusa sarebbe stato commesso tra le 14.28 e le 14.35) e dunque quando Michele «era impegnato nelle attività di occultamento del cadavere». Una telefonata, si legge nell'ordinanza, «che Mariangela Spagnoletti afferma di non ricordare e che, se ciò fosse vero, potrebbe pure legittimare» la possibilità che sia stata fatta da Sabrina «nei brevi momenti in cui si è staccata dall'amica, che l'attendeva in macchina, per andare a parlare in casa della zia e quindi al riparo di orecchi indiscreti».

Che Sabrina non solo non sia colpevole, ma che non sia neanche quella «mente diabolica» descritta dai giornali, ne sono convinti invece i legali Vito Russo e Emilia Velletri, che non hanno ancora deciso quale strategia difensiva adottare e dunque se ricorrere per Cassazione oppure se impugnare l'ordinanza davanti al tribunale del Riesame. «Prima studieremo gli atti e poi decideremo», dicono, sottolineando però che dal loro punto di vista l'ordinanza «appare lacunosa in alcuni punti» e delinea per la ragazza un ruolo meno pesante di quanto descritto dai giornali e dalle tv.

«Non è certo contenta di quanto ha scritto il giudice - affermano - si era illusa di poter uscire dal carcere anche se noi ce l'aspettavamo e l'avevamo preparata». Certo non si è persa d'animo: dopo aver appreso di dover rimanere in carcere ha chiesto agli avvocati che gli portassero un libro. Ma non uno qualunque, uno «per ridere, qualcosa che mi faccia sorridere». Alla fine la scelta dei legali è finita su «Cado dalle Nubi» del comico pugliese Checco Zalone. Chissà se la farà ridere abbastanza.





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Sheikh Husayn con una telefonata "incastrò" l'auto di Calipari

Corriere della sera


Il terrorista ha confessato: Dopo lo "scambio" dollari-Sgrena, chiamò il ministero degli Interni iracheno "denunciando" che quell''auto era un’autobomba

LE RIVELAZIONI DI WIKILEAKS



WASHINGTON – (g.o.) Il rapporto porta la data del 1 novembre 2005. Località: Karkh, Bagdad. E riguarda il drammatico episodio costato la vita il 4 marzo di quell’anno al funzionario del Sismi Nicola Calipari impegnato nella liberazione della giornalista del “Manifesto”, Giuliana Sgrena. Nelle due pagine del report si cita la confessione di Sheikh Husayn, capo di una cellula responsabile di molti sequestri a Bagdad. Il terrorista, arrestato dai giordani, fornisce la sua versione su cosa sia avvenuto quella tragica notte. Dopo aver ricevuto un riscatto di 500 mila dollari, Husayn consegna Giuliana Sgrena a Calipari e intima loro di dirigersi all’aeroporto. Husayn poco dopo fa una segnalazione al ministero degli Interni iracheno sostenendo che una vettura Corolla blu (stesso modello e colore di quella su cui viaggiano gli italiani) è un’autobomba pronta a colpire nel settore dello scalo. La polizia mette in allerta le pattuglie della zona. Ed è così che i soldati americani, in servizio ad un posto di blocco, vedono avvicinarsi la Corolla ed aprono il fuoco uccidendo Calipari. Una ricostruzione era già apparsa sul Corriere della Sera il 29 marzo del 2006 che citava un rapporto dei carabinieri del Ros incaricati dell’indagine.

Guido Olimpio
23 ottobre 2010

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Il Messaggero





BOLOGNA (23 ottobre) - Alberto Savi, uno dei poliziotti condannati per i 24 morti e i cento feriti della banda della Uno Bianca da Bologna alle Marche tra l'87 e il '94, intervistato da Radio 1 chiede «perdono» per poter uscire 16 anni dopo dal carcere. La presidente dell'associazione familiari delle vittime Rosanna Zecchi replica a nome di tutti dicendosi «indignata per due motivi. In primo luogo perché nessuno di quei banditi si deve azzardare a chiederci perdono perché non lo avranno mai. In secondo perché Savi ha potuto parlare in radio senza nessun contraddittorio».




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Saviano su Impastato scrive cose false ma non ci risponde»

Il Mattino





Umberto Santino, presidente del centro di documentazione “Giuseppe Impastato” denuncia: «Quello che Saviano scrive su Peppino Impastato è falso ma non ci vuole rispondere».

«Quanto scrive Roberto Saviano, in merito alla storia di Peppino Impastato, nel libro “La parola contro la camorra” è assolutamente menzognero».

È quanto ha affermato ai microfoni di Radio Città Aperta Umberto Santino. Il 4 ottobre scorso il Centro Impastato ha inviato una lettera di diffida alla Giulio Einaudi, la casa editrice che ha pubblicato il libro in cui lo scrittore campano, tra le tante storie (Pippo Fava, Giovanni Falcone, Don Peppe Diana ecc.) cita anche quella di Peppino Impastato. Secondo Saviano il famoso film di Marco Tullio Giordana, “I cento passi”, avrebbe recuperato la memoria del militante politico e giornalista, assassinato dalla mafia la notte tra l'8 e il 9 maggio del '78, ma soprattutto contribuito alla riapertura del processo.

«Tutto falso - attacca Santino - le indagini, e non il processo come dice Saviano, sono state riaperte prima che il film venisse presentato al Festival di Venezia (31 agosto 2000). Il signor Saviano in poche righe riesce a cancellare più di trent'anni di lavoro portato avanti dai familiari, dai compagni e dal Centro, cominciato già il giorno dopo l'assassinio di Peppino. Un lavoro che è riuscito ad ottenere, seppur in ritardo, due risultati storici: la condanna di Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo. Anche su questo Saviano è totalmente disinformato perchè i processi erano due.

«L'altro secondo risultato, ottenuto grazie al nostro operato - prosegue Santino - è stato il riconoscimento da parte della Commissione Parlamentare Antimafia che tutto quello che noi dicevamo sul depistaggio operato dalle forze dell'ordine e dal magistrato Martorana. Anche su questo Saviano dà prova della sua ignoranza, perchè non è stata Cosa Nostra ad aver diffuso la voce che si fosse trattato di un attentato kamikaze ma il procuratore capo Martorana. Dal punto di vista giudiziario dunque, il film non ha avuto nessuna influenza».

Santino poi, ricordando che il giornalista freelance Simone Di Meo ha ottenuto dalla Mondadori l'inserimento solo dall'undicesima ristampa del libro "Gomorra" del suo nome, dopo aver intentato causa sempre contro Saviano per l'utilizzo nel suo libro di ampi stralci di inchieste condotte dal freelance senza citarlo, chiede che anche per il centro "G. Impastato" valga lo stesso principio. «Chiediamo la rettifica di quanto scritto su Peppino Impastato e il riconoscimento del nostro ruolo».

Prosegue Umberto Santino lamentando inoltre un totale silenzio da parte degli organi d'informazione sulla vicenda e su tutto il lavoro portato avanti in questi trent'anni dal Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”. «Sembra esserci un silenzio stampa dei media, quotidiani che lottano per la libertà d'informazione come l'Unità, Il Fatto e Il Manifesto, ma che evidentemente hanno il mito di Saviano, non ci hanno degnato neanche di una breve. La Repubblica inizialmente pubblicò, solo dopo l'ennesimo sollecito, una nostra lettera in gran parte tagliata». Cosi come Radio Città Aperta questa mattina, anche in quell'occasione La Repubblica chiese allo scrittore campano di replicare. Al momento però Saviano non ritiene opportuno farlo. «Il fatto che Saviano non ci risponda e non abbia accettato il confronto - conclude il presidente del Centro di via Villa Sperlinga a Palermo - dimostra che è un presuntuoso».

Gabriele Paglino - Radio Città Aperta




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Colpo da 500mila euro da Cartier: ecco le immagini della rapina

Il Mattino di Napoli


ROMA (23 ottobre) - E' caccia ai ladri della rapina alla gioielleria Cartier. La questura ha diffuso alcuni fotogrammi relativi al momento del «colpo» da 500mila euro dove si vedono i due rapinatori entrare, distrarre il commesso e rubare il gioiello.

Un furto da far venire invidia ad Arsenio Lupin, con tanto di commessa distratta dal ladro ben vestito mentre il complice intascava il prezioso anello. Non sono bastati allarmi o la sorveglianza a fermare i ladri gentiluomini che sono stati ripresi dalle telecamere del negozio di gioielli e su cui ora stanno lavorando gli investigatori della polizia della capitale.

Una Opel blu scura, di piccola cilindrata, parcheggiata in divieto di sosta sul marciapiede di via Condotti a Roma. Un uomo ben vestito sta aspettando all'interno della vettura e a chi gli dice di spostarsi lui risponde:«Solo due minuti, due minuti e vado via». E sono bastati proprio due minuti ai suoi complici per rubare nel negozio di Cartier l'anello dal valore di 500mila euro e scappare via in tutta tranquillità a bordo dell'utilitaria. «Ho visto l'Opel sul marciapiede - ha raccontato un commerciante di articoli cinesi che ha il suo negozio in via Mario dè
Fiori - e ho detto a quello che era in macchina di andarsene perché lì non poteva stare. Ci ho litigato perché lui faceva finta di niente, gli ho ripetuto di andarsene e lui allora mi ha detto «due minuti, solo due minuti e vado via».

Le immagini del circuito chiuso non sono le sole ad essere state prese in esame. Infatti, in queste ore sono stati passati al setaccio altri video dei giorni scorsi, alcuni dei quali avrebbero ripreso la targa della vettura che purtroppo ancora non si riesce a leggere in modo chiaro vista la bassa qualità della definizione. E mentre le volanti della polizia si fermano davanti Cartier attirando l'attenzione di curiosi e turisti, i commessi del negozio di lusso sono tornati questa mattina a lavoro. Nessuno parla o vuole rilasciare dichiarazioni. L'ordine proviene dai piani alti. Riguardo eventuali misure da adottare nei confronti dei commessi che hanno servito nel tardo pomeriggio i due ladri il responsabile ha risposto: «Licenziarli? Assolutamente no. Mi sembra esagerato».

Gli investigatori non escludono l'ipotesi di una fuga dei ladri stranieri per lasciare la capitale. Per questo riflettori puntati e controlli in stazioni ed aeroporti di Roma.


Le immagini : Colpo da 500mila euro da Cartier



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Padova. Fatto a pezzi il tricolore del monumento agli artiglieri di Vigonza

Il Corriere di Padova


Stracciati via bianco e rosso, lasciato solo il verde. La Lega: «E' un teppismo che non ci appartiene». Sul gesto stanno indagando i carabinieri

di Giusy Andreoli


VIGONZA. Oltraggio alla bandiera esposta sul monumento dedicato a Santa Barbara, patrona degli Artiglieri, in piazza Dalla Vecchia a Perarolo. Nella notte tra mercoledì e giovedì sconosciuti hanno tirato giù il tricolore, strappato e gettato nel cestino dei rifiuti la parte bianca e rossa lasciando sul pennone solo la striscia verde. L'ha scoperto Valter Fanton, presidente della locale sezione artiglieri.

«Passo ogni mattina per controllare che tutto sia a posto, quando ho visto lo scempio ho recuperato i pezzi e sostituito il tricolore» spiega Fanton, che ha fatto denuncia ai carabinieri. Il reato è vilipendio alla bandiera, punito con 2 anni di reclusione.

Una distorta interpretazione della fede leghista da parte di qualche esagitato? Respinge l'ipotesi Roberto Caon, segretario vigontino del Carroccio. «Potrebbe invece trattarsi di qualcuno che vuole mettere in cattiva luce la Lega, i ragazzi che frequentano il nostro Movimento sono molto pacati, con ottima istruzione e a livello sociale si comportano sempre bene. Parto dal presupposto che sia una ragazzata, ma sarebbe peggio se invece fosse stato qualche adulto che ha agito proprio per colpirci. Certo, gesti come quelli visti fare a Napoli, dove con facilità hanno bruciato il tricolore, non portano bene alla società e possono scatenare nefaste emulazioni».

Ieri mattina il vice presidente della federazione provinciale Artiglieri, cavalier Antonio Fanton, era a Perarolo: «E' l'ennesima viltà contro il monumento. Una volta oltraggiarono la statua, un'altra imbrattarono la targa. Ora è toccato alla bandiera». Il vilipendio è stato compiuto in piena notte. «Saranno ragazzi che non si rendono conto a cosa vanno incontro, forse ignorano che un gesto del genere porta dritto in galera - ammonisce Fanton - Vorrei si rendessero conto di ciò che hanno fatto». I carabinieri di Pionca indagano a 360 gradi.
23 ottobre 2010




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La lunga marcia del pinguino

Corriere della sera


Linux conquista gli uffici (ma non i pc di casa)

Sabato è la giornata del software aperto. Eventi in 135 città italiane


Il simbolo di Linux
Il simbolo di Linux
La marcia del Pinguino prosegue instancabile ma la meta resta lontana. Ogni anno il movimento di Linux spera nella conquista dei computer domestici. E ogni anno la speranza è disattesa. Le quote di utilizzo del software libero restano bassissime, intorno all’1 per cento (media ponderata su diverse rilevazioni web). Windows è ancora lontanissimo, inattaccabile, con percentuali bulgare. Eppure il variegato universo di Linux, o meglio di Gnu/Linux come ci tengono a chiamarlo i duri e puri del «Free Software», cresce e ribolle di iniziative. A partire dal Linux Day, che va in scena proprio oggi in 135 città italiane (nel 2009 erano 123). Il tutto nello spirito comunitario e libero che contraddistingue la comunità dell’«open source»: nessun maxi- evento ma tante iniziative «dal basso» gestite direttamente dai locali Linux User Group (gruppi auto-organizzati). Solo a Milano e hinterland ce ne sono ben sei, segnalate sul sito della manifestazione (www.linuxday.it).

Sono previsti incontri, conferenze, dimostrazioni e spesso le tradizionali «feste dell’installazione »: si va con il pc portatile notebook e gli esperti, sul posto, installano una versione di Linux e la configurano a puntino. Un’ottima occasione per rendersi conto dei tanti progressi del Pinguino in termini di usabilità e di compatibilità con l’hardware. «Linux ormai non è più uno strumento per "informatici brufolosi" come nell’immaginario di qualcuno», spiega Luca Menini, uno degli organizzatori del Linux Day e nella vita direttore della Scuola di alta specializzazione ambientale del Veneto. Alcune versioni di Linux, come Ubuntu o Mint, risultano ormai in effetti alla portata di tutti: gradevoli graficamente, «amichevoli » nell’uso, dotate di tutti i software.

Che cosa manca allora al Pinguino per diventare un sistema operativo davvero di massa? «Prevalentemente— aggiunge Menini—è un problema psicologico, legato all’abitudine. Il nuovo spaventa sempre. Paradossalmente è più facile far cominciare direttamente con Linux chi è digiuno di informatica piuttosto che convincere al passaggio un utente Windows. Il resto, purtroppo, lo fa l’ampia disponibilità di software a pagamento "piratato"». L’altro problema è che sono ancora poche le aziende e le scuole che hanno abbandonato il software a pagamento per quello libero. «Sarebbero ben contente, anche per ragioni di costi, ma spesso si resta con Microsoft perché i servizi di assistenza e consulenza sono più convincenti», spiega Fabio Marzocca, uno dei padri fondatori della comunità italiana Ubuntu. Si usa Windows in ufficio e di conseguenza si tende a farlo anche a casa. Eppure, proprio in ambito aziendale, il Pinguino ha conquistato il mercato dei server. L’ultimo baluardo di Microsoft espugnato è la Borsa di Londra: a novembre dovrebbe essere completato il passaggio verso una piattaforma basata su Linux.

Paolo Ottolina
23 ottobre 2010



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Svezia: fucilate sugli immigrati

Corriere della sera


Pallottole sparata attraverso finestre o per strada. Di notte o dopo il tramonto. Sono una cinquantina gli stranieri presi di mira dall'inizio dell'anno

clima xenofobo IN NORD EUROPA


STOCCOLMA - Anche stanotte, come da varie notti, un immigrato è stato preso a fucilate a Malmö, città della Svezia meridionale. Nell'ultima settimana sono stati una dozzina gli stranieri che sono stati presi di mira. E una cinquantina dall'inizio dell'anno. Le sparatorie avvengono di notte o dopo il tramonto e le persone prese di mira sono solo ed esclusivamente non svedesi. «Sembra certo che alla base di questi crimini vi siano motivazioni razziali», ha dichiarato Lars-Haakan Lindholm, portavoce della polizia cittadina. Per adesso non vi sono stati dei morti, anche se alcuni immigrati sono stati feriti, alcuni in modo serio.

PROIETTILI IMPAZZITI - Due giorni fa, due donne di 26 e 34 anni, emigrate da un Paese dell'est europeo, erano in una stanza situata al piano terra di un condominio. Alcuni proiettili, sparati attraverso una finestra, hanno colpito le due donne: la prima al braccio e la seconda alla schiena. Per fortuna, un bambino presente nella stanza è rimasto illeso. Ugualmente alla schiena è stato colpito, la scorsa settimana, un ragazzo di colore di 28 anni che era fermo ad una fermata di autobus. La pallottola ha sfiorato per soli cinque centimetri la spina dorsale.

SPINTA POLITICA - Le organizzazioni di immigrati sono molto preoccupate e hanno invitato gli stranieri a non uscire di casa o di notte. Le stesse organizzazioni puntano il dito contro il clima xenofobo e razzista che pervade parte della società svedese. Clima che ha favorito, dicono, il successo elettorale alle ultime elezioni politiche del partito Democratici di Svezia guidato dal giovane Jimmie Akesson. Questo partito di estrema destra è entrato per la prima volta al Parlamento conquistando il 5.7% dei voti e venti seggi.

I TEMPI DI «LASERMAN» - Le sparatorie di questi giorni (anzi, notti) richiamano alla mente il caso di Laserman. Tra il '91 e il '92, John Ausonius uccise ben undici immigrati. Li colpiva di notte usando un fucile a raggi infrarossi. Da qui il nomignolo di «laserman» affibiatogli dalla stampa. Nato nel '53, Ausonius (nato Wolfgang Zaugg) era figlio di un tedesco e di una svizzera emigrati in Svezia. Da adulto Wolfang cambiò il nome in John Ausonius per apparire più svedese. Nel 1979 prese la cittadinanza del Paese scandinavo. Per festeggiare il fatto di essere diventato svedese si tinse in biondo i suoi capelli neri. Alla fine dell'estate del '91 cominciò a sparare agli immigrati, le sue prime vittime furono due eritrei. In diciotto mesi uccise undici stranieri e ne ferì molti altri. John colpiva a Stoccolma e Uppsala. Tutte le sue vittime furono colpite alla testa. Catturato dalla polizia nel giugno '92 sta scontando una lunga pena detentiva.

Paolo Torretta
23 ottobre 2010



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La coop multietnica: buco milionario

di Stefano Zurlo



Era il fiore all’occhiello della rossa Modena, fu visitata perfino dal segretario dell’Onu Kofi Annan: oggi il progetto di solidarietà pro Ghana è finito nel nulla. E le perdite sfiorerebbero i tre milioni



 

Era un vanto della rossa Modena. Il fiore all’occhiello del multiculturalismo, un ponte fra la ricca Emilia e un’Africa in cerca di riscatto, una vetrina sul mondo. Oggi è un cratere di cui non si vede il fondo: Ghanacoop, la cooperativa più celebrata in città per tanti anni, è affondata silenziosamente in un buco che non si riesce a quantificare con esattezza. Almeno un milione di euro, ma forse di più: due, anzi poco meno di tre a rincorrere le voci. Da qualche tempo Ghanacoop non esiste più, ma nessuno se n’è accorto, nemmeno la Procura, e certo dev’essere imbarazzante dover ammettere che il gioiello, presentato in pompa magna perfino all’Onu, non luccica più.
Eppure è successo tutto nell’arco di cinque anni. La coop nasce nel 2005 a Modena, città in cui vivono quattromila ghanesi. In breve comincia la commercializzazione degli ananas che conquistano il mercato. Gli africani sono fieri dei risultati, i modenesi scoprono di avere in casa un esempio di cooperazione e solidarietà che funziona. E fanno passerella. L’11 maggio 2006 una delegazione in cui primeggia l’assessore della Provincia Alberto Caldana, Margherita, presenta la commovente realtà a New York, all’Onu. È un trionfo. Ed è una storia che fa il giro del mondo e porta il buon nome di Modena ovunque. Persino la Cnn dedica un servizio a Ghanacoop e al miracolo realizzato fra l’Italia e il Ghana: in particolare il villaggio di Gomoa Simbrofo, situato a meno di cento chilometri dalla capitale Accra. Qui si trovano le settecento famiglie coinvolte nel progetto. Settecento famiglie che hanno trovato un lavoro e un reddito, uscendo dal circuito senza speranza di una miseria spaventosa.
A Gomoa Simbrofo arrivano, per rafforzare quell’immagine positiva, gli amministratori della città. Il successo sembra inarrestabile e nel 2007, addirittura, è l’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan a rendere omaggio al sogno realizzato. Annan viene a Modena, per i funerali di Luciano Pavarotti, e pretende di incontrare i vertici di Ghanacoop. L’abbraccio fra Modena e il Ghana si conquista una standing ovation planetaria.

Tutto fila per il verso giusto, ma al di là delle foto di rito e dei vip in pellegrinaggio, la realtà è molto meno solida. Silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga, i riflettori si spengono sulla coop, il sito viene oscurato, i prestigiosi ospiti non vengono più invitati. Che succede? Ghanacoop sembra sparita nel nulla. E in effetti è così: c’è stata una truffa, un raggiro da un milione di euro che ha mandato in crisi i ragazzi del Ghana. Avrebbero ceduto la preziosa merce ad un grossista che non li avrebbe mai pagati. Ma forse c’è altro, forse ci sono altre motivazioni nell’improvviso accartocciarsi della coop che dava lustro a Modena. E alla sua nomenklatura. Il buco c’è ed è profondo, ma a Modena tutti fanno finta di niente.
L’unico a rompere la congiura del silenzio è il capogruppo pdl Dante Mazzi che nei giorni scorsi rivolge al presidente della Provincia un’interpellanza fitta di considerazioni e quesiti. In particolare Mazzi chiede spiegazioni sulla «richiesta di scioglimento e liquidazione di Ghanacoop» e vuole conoscere le cifre del disastro: «L’ammontare esatto delle perdite, ovvero quali altre voci negative siano da aggiungere al milione di euro della presunta truffa».
Si aspetta la risposta. Ma ormai l’Onu è lontanissimo, come il multiculturalismo. E nessuno ha capito che fine abbiano fatto le settecento famiglie di Gomoa Simbrofo.



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Ecco tutte le patacche di Michele e compagni

di Redazione



I numeri truffa sulla presenza dei politici nella televisione pubblica sono solo l'ultimo esempio della strategia usata da Santoro e dai quotidiani in guerra con Berlusconi: falsi spacciati per verità pur di colpire l'avversario. Ma a sbugiardarli è l'evidenza



 
di Andrea Cuomo
e Massimo Malpica
Roma - La macchina del fango? È sempre in bas­so a destra. È quella dei giornali brutti, spor­chi e cattivi come il nostro. Gli altri fanno gior­nalismo indipendente e autorevoli inchieste. Noi ci dedichiamo al «killeraggio», alle imbo­scate personali e teniamo sempre in funzio­ne la macchina di cui sopra. Eppure i giornali e le trasmissioni televisive di sinistra si sono resi protagonisti negli ultimi anni di inchie­ste spiaggiate, di accuse cadute nel vuoto, di spazio garantito all’ambiguo oracolo di tur­no, poi regolarmente rivelatosi un bluff. Pa­tacche d’autore spacciate per grande giorna­lismo. Ecco una piccola collezione.
Il teorema di Report naufraga da Antigua

LA PATACCA
La storia ha tenuto banco per mesi, infuocando l’estate del 2009 e tenendo sulla graticola il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. A innescarla, il 17 giugno, un’intervista del Corriere della Sera a Patrizia D’Addario, escort barese che raccontò di due notti passate dal premier, a Palazzo Grazioli. Ma a cavalcare la questione, tra continui titoli di prima pagina e insistite «dieci domande», fu invece Repubblica. Ipotizzando, a margine dei racconti di Patty, non solo gossip scandalistico ma molto di più: «riscontri investigativi» prossimi a emergere, istruttorie che montavano, inquirenti che affilavano i coltelli. Insomma, il quotidiano di Largo Fochetti sembrava aver preso sul serio il vaticinio di Massimo D’Alema, che il 14 giugno, ospite di Lucia Annunziata a In 1/2 ora, e parlando da una masseria salentina, ipotizzò di lì a poco una «scossa» per il governo. L’escort barese, più volte intervistata anche da Santoro su Annozero, sembrava insomma la polena di un giro di inchieste della procura di Bari che avrebbe affondato Berlusconi, l’esecutivo e, chissà, l’intero centrodestra. A leggere Rep, c’era solo da attendere.

LA VERITÀ
In realtà quelle inchieste baresi, a margine delle quali venne fuori l’affaire D’Addario, non erano esattamente incentrate su non meglio precisati reati del premier. Ma puntavano, semmai, a scoperchiare un sistema di appalti pilotati nella sanità regionale pugliese. Tanto che l’ex assessore regionale alla Sanità di Nichi Vendola, Alberto Tedesco, si era già dimesso mesi prima dopo essere finito indagato, salvo essere «promosso» dal Pd al Senato. E per questa storia dietro le sbarre finirà un esponente del Pd di primissimo piano: Sandro Frisullo, vicepresidente della Giunta regionale. Che, curioso, il giorno in cui D’Alema parlava delle «scosse» per il governo, era nella stessa masseria di «Baffino». E Berlusconi? Il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, a settembre 2009 taglia corto: «È di tutta evidenza che è assolutamente fuori da qualsiasi responsabilità penale».
L'oracolo Ciancimino: un teste inattendibile
LA PATACCA L’8 ottobre 2009 la puntata di An­nozero ruota tutta intorno alla pre­senza in studio di Massimo Cianci­mino, figlio di «don Vito», ex sinda­co di Palermo condannato dalla Cassazione a otto anni di reclusio­ne per associazione mafiosa e cor­ruzione. Ciancimino junior, oggi 47 anni, aria da viveur in disarmo, da collaboratore di giustizia - quel­la stessa giustizia con cui ha molti conti aperti - da qualche tempo sta raccontando ai giudici del proces­so Mori dei legami strettissimi tra Cosa nostra e i servizi segreti, dei soldi rastrellati dal padre investiti su Milano 2, accusa Marcello Del­l’Utri. E nella trasmissione di Rai2 fa la parte dell’oracolo, mischia le carte, parla per bocca del defunto padre, accusa, collega, infanga. E non sarà l’unica volta: Ciancimino rispunta nella trasmissione di San­toro il 13 maggio scorso.
LA VERITÀ La credibilità del teste Massimo Ciancimino è messa in seria discus­sione dalla decisione dei giudici della Corte d’Appello di Palermo di non ammetterlo a testimoniare nel processo contro lo stesso Del­l’-Utri per le tante contraddizioni ri­levate nelle sue parole: inizialmen­te Ciancimino nega di avere infor­mazioni sul senatore, poi ritrova la memoria, rivelando però circo­stanze non da lui conosciute diret­tamente ma riferitegli dal padre, nel frattempo morto, a cui sarebbe­ro a sua volta riferite da altri. Poi spunta un «pizzino» scritto da Ber­nardo Provenzano a Vito Ciancimi­no, in cui si fa cenno al presunto interessamento «del nostro Sen.». Peccato che, essendo del 2000, il messaggio non può riferirsi a Del­­l’Utri, all’epoca deputato e non se­natore. Insomma, un testimone molto chiacchierone ma fonda­mentalmente inattendibile. Ma a rivelare l’inaffidabilità di Ciancimi­no junior è la perizia della polizia scientifica sui documenti presenta­ti d­al teste nel processo contro il ge­nerale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento nei confronti di Bernardo Provenza­no. Almeno uno dei 55 documenti è palesemente falso, un grossola­no collage di fotocopie e calligrafie diverse. E indovinate di chi si parla in quel foglio? Ma sì, di Silvio Berlu­sconi.
La escort dei veleni boomerang sul Pd
LA PATACCA La storia ha tenuto banco per me­si, infuocando l’estate del 2009 e te­nendo sulla graticola il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. A in­nescarla, il 17 giugno, un’intervista del Corriere della Sera a Patrizia D’Addario,escort barese che raccon­tò di due notti passate dal premier, a Palazzo Grazioli. Ma a cavalcare la questione, tra continui titoli di prima pagina e insistite «dieci domande», fu invece Repubblica . Ipotizzando, a margine dei racconti di Patty, non so­lo gossip scandalistico ma molto di più: «riscontri investigativi» prossi­mi a emergere, istruttorie che monta­vano, inquirenti che affilavano i col­telli. Insomma, il quotidiano di Lar­go Fochetti sembrava aver preso sul serio il vaticinio di Massimo D’Ale­ma, che il 14 giugno, ospite di Lucia Annunziata a In 1/2 ora , e parlando da una masseria salentina, ipotizzò di lì a poco una «scossa» per il gover­no. L’escortbarese,più volteintervi­stata anche da Santoro su Annozero , sembrava insomma la polena di un giro di inchieste della procura di Bari che avrebbe affondato Berlusconi, l’esecutivo e, chissà, l’intero centro­destra. A leggere Rep ,c’era solo da at­tendere.
LA VERITÀ In realtà quelle inchieste baresi, a margine delle quali venne fuori l’ affa­­ire D’Addario, non erano esattamen­te incentrate su non meglio precisati reati del premier. Ma puntavano, semmai, a scoperchiare un sistema di appalti pilotati nella sanità regiona­le pugliese. Tanto che l’ex assessore regionale alla Sanità di Nichi Vendo­­la, Alberto Tedesco, si era già dimes­s­o mesi prima dopo essere finito inda­gato, salvo essere «promosso» dal Pd al Senato. E per questa storia dietro le sbarre finirà un esponente del Pd di primissimo piano: Sandro Frisullo, vi­cepresidente della Giunta regionale. Che,curioso,il giorno in cui D’Alema parlava delle «scosse» per il governo, era nella stessa masseria di «Baffi­no ». E Berlusconi? Il procuratore ca­po di Bari, Antonio Laudati, a settem­bre 2009 taglia corto: «È di tutta evi­denza che è assolutamente fuori da qualsiasi responsabilità penale». 
Il finto scoop di Letta indagato
LA PATACCA L’esordio del Fatto quotidia­no , il 23 settembre 2009 per la prima volta in edicola, è fulmi­nante. Quel giorno il foglio diret­to da Antonio Padellaro e che vanta tra le firme di spicco quel­la di Marco Travaglio, propone il suo primo scoop: «Letta inda­gato ». Nell’articolo, firmato da Marco Lillo e Peter Gomez, s i s o­stiene che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio potreb­b e essere chiamato a rispondere di abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata. Il tutto nell’ambito di un’inchiesta del­la Procura di Lagonegro su un appalto per la costruzione di un centro di assistenza ai richieden­ti asilo a Policoro (Matera) che Letta avrebbe pilotato.
LA VERITÀ «Nessuno n e parla», scriveva i l Fatto quasi incredulo, commen­tando la presunta notizia. Sono passati tredici mesi e ancora nes­suno ne parla. Neppure più il Fatto quotidiano . Forse perché la notizia è una patacca?  
La bugia: papà Storace un picchiatore fascista 
LA PATACCA È il 24 marzo 2005. Nel Lazio in­furia la campagna elettorale per le regionali. Una battaglia senza esclusione di colpi tra Francesco Storace, governatore uscente, al­lora in An, e lo sfidante per il cen­trosinistra, Piero Marrazzo. Quel giorno Storace è presente alla commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. C’è anche Mario Limentani, classe 1923, ebreo sopravvissuto a Mauthau­sen, che contesta il presidente della Regione. E che, dopo la ceri­monia, si ferma a chiacchierare con una cronista dell’ Unità . Le di­chiarazioni dell’82enne finisco­no, il giorno dopo, per sorreggere uno scoop pre-elettorale del quo­tidiano diretto - allora - da Anto­nio Padellaro. Titolo sobrio: «Il padre di Storace mi portò alla ca­sa del Fascio e mi picchiò...». I det­tagli? Già nell’attacco del pezzo: «Avvenne nel 1941. Il padre di Sto­race mi fermò per strada, mi por­tò alla sede del Fascio e mi pic­chiò. Mi aveva legato alla sedia». Urca. Certo, le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui fi­gli, ma lo «Storace senior» manga­nellatore fascista, a pochi giorni dalle elezioni, era un bel colpo.
LA VERITÀ Peccato che la notizia fosse una clamorosa bufala. Il padre di Sto­race, Giuseppe, era nato nel 1929. Nel 1941 aveva 12 anni, e immaginarlo picchiatore in erba era difficile, anche perché non abitava a Roma ma a Sulmona. In­somma, Limentani ricordava ma­le, cosa legittima per un ultraot­tantenne che nella sua vita ne ha viste davvero di tutte. Ma quel ri­cordo sbagliato era troppo ghiot­to perché qualcuno all’ Unità , pri­ma di pubblicarlo, si preoccupas­se di fare una semplice verifica. 
La Ue contro l'Italia. E arriva la smentita
LA PATACCA Il 23 marzo 2009 Repubblica «apre» così: «L’Ue: l’Italia tra i Pa­esi a rischio». Da Bruxelles An­drea Bonanni riporta parole del commissario per gli Affari econo­mici Joaquin Almunia che addita l’Italia e la Grecia come l’anello debole dell’Unione. «E Berlusco­ni e Tremonti dicono che stiamo meglio degli altri partner euro­pei », ironizza Bonanni.
LA VERITÀ Il bluff dura poche ore. Il tempo che la Commissione europea smentisca fermamente l’inseri­mento dell’Italia tra i Paesi a ri­schio bancarotta. «Almunia non ha detto quello che leggo in parti­colare su Repubblica , e d’altra parte le parole che vedo nel titolo non appaiono nell’articolo», pre­cisa la portavoce Amelia Torres. 
Fango sul carabiniere, finisce in tragedia
LA PATACCA È la madre di tutte le patacche di Santoro, quella dalle conseguenze più tragiche. Il 23 febbraio 1995 la trasmissione Tempo Reale , antesi­gnana di Annozero , è dedicata a Ter­rasini, località siciliana che viene raccontata come l’inferno sicilia­no. In particolare Leoluca Orlando, allora sindaco di Palermo, e Manlio Mele, sindaco di Terrasini, dichiara­no in diretta che c’è un sottufficiale dei carabinieri colluso con la mafia e ne fanno un identikit che corri­sponde senza possibilità di equivo­co ad Antonino Lombardo, già co­mandante della stazione dei Cara­binieri di Terrasini da poco passato ai Ros. Pochi giorni dopo, il 4 marzo 1995, in una macchina parcheggia­ta nella caserma sede del comando regionale dei Carabinieri di Paler­mo, Lombardo si spara.
LA VERITÀ Le accuse televisive di Orlando e Mele non troveranno mai confer­ma. Lombardo, 49 anni non ancora compiuti, aveva infatti un curri­culum al di sopra di ogni sospetto: aveva contribuito all’arresto di To­tò Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993, e soprattutto aveva convinto a collaborare con la giustizia nel­l’ambito del processo Andreotti il boss Gaetano Badalamenti, a quel tempo detenuto in un carcere ame­ricano. Badalamenti aveva posto come condizione alla sua deposi­zione proprio la presenza di Lom­bardo, che avrebbe dovuto andare a prenderlo di lì a poco. La sua mor­te naturalmente pose fine a ogni speranza di sentire la versione di don Gaetano. Particolare non tra­scurabile della vicenda, il coman­dante generale dell’Arma Luigi Fe­derici tentò di intervenire telefoni­camente alla trasmissione di Santo­ro per difendere il suo uomo, ma fu tenuto a lungo in attesa e alla fine non gli fu consentito di parlare. Pro­babilmente fu proprio la sensazio­ne di abbandono da parte dell’Ar­ma a risultare decisiva nella decisio­ne di Lombardo di togliersi la vita. 




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Il commento Travaglio arruola pure Pericle Ma così lo diffama...

di Redazione


Giovedì ad Annozero è andato in scena il consueto sermone di Marco Travaglio, che si è lanciato addirittura in una lunga citazione dal discorso di Pericle agli ateniesi del 461 a.C.
Con occhio spiritato il paladino della verità ha declamato: «Qui ad Atene facciamo così. Un cittadino ateniese in nessun caso si avvale delle pubbliche cariche per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e le leggi». E così via...

Pur essendo assolutamente condivisibile il discorso suonava stranamente allusivo a certi slogan antiberlusconiani e sospetto, specialmente perché nell’antica Grecia la figura del magistrato non esisteva, dato che i giudizi spettavano all’areopago e alla bulè che erano organi politici e di governo. Tuttavia la memoria liceale può ingannare, così è bastato fare una breve ricerca per vedere che internet e soprattutto i siti di propaganda di sinistra in effetti sono invasi da questo testo. Peccato che nessuno riporti i riferimenti all’originale o all’autore, vale a dire lo storico Tucidide. Dato che però si tratta di un testo famoso tratto da La guerra del Peloponneso è semplice trovare il testo «vero» che, guarda caso, suona un po’ diverso da quello citato da Travaglio: «Trattando le faccende private, dunque, senza offenderci, a maggior ragione, per timore, non commettiamo illegalità nelle faccende pubbliche, dato che prestiamo obbedienza a coloro che di volta in volta sono al potere ed alle leggi» (traduzione da Andrea Zoia, www.antiqvitas.it).

Niente «occuparsi dei pubblici affari per risolvere questioni private» e niente «rispettare i magistrati» (a meno di arrampicarsi sugli specchi e dire che si intendeva con «magistrato» un generico titolare di pubblico ufficio, cosa che in ogni caso include i governanti), anzi, un semplice e ovvio appello ad obbedire chi è al potere, che viene oltretutto da un personaggio, Pericle, che trasferì molti poteri giudicanti alla bulè, vale a dire il «parlamento» dell’epoca. Una bestemmia per i giustizialisti.

Sembra una sciocchezza ma è un bell’esempio dei metodi della propaganda di sinistra: fabbricare falsi, diffonderli viralmente su internet finché non diventano quasi veri, in prima serata in bocca ai paladini della verità e della giustizia. Tanto Tucidide è troppo morto per querelare e, se anche lo facesse, troverebbe probabilmente un giudice pronto a ragionare come quello che ha dato ragione a Travaglio quando, nella trasmissione Satyricon, citò un’intervista a Salvatore Borsellino che, guarda caso, veniva fatto accusare Berlusconi e Dell’Utri. In sentenza si affermò che il testo era stato citato proprio bene. Peccato che l’intervista a Borsellino fosse manipolata, così come è stato manipolato il discorso di Pericle.
Che importa... sono balle ma l’importante è citarle bene.
posta@claudioborghi.com



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Violenze e bestemmie, espulso

Il Mattino di Padova


Alunno magrebino non potrà più salire sullo scuolabus di Ponso

di Nicola Cesaro

PONSO
. Picchia i compagni, bestemmia contro il personale, corre dentro lo scuolabus: dopo l'ennesimo vano richiamo al ragazzino è stato vietato di salire sul pulmino della scuola. E' questa la decisione presa dal sindaco di Ponso Sandro Parolo per tutelare la sicurezza e l'incolumità degli studenti che usufruiscono del trasporto pubblico. Il ragazzino nordafricano risiede in un comune della zona. «Il ragazzino si è reso protagonista, a bordo del pulmino in movimento, di comportamenti talmente gravi e scorretti da pregiudicare la sicurezza del trasporto e l'incolumità di tutti i minori trasportati - dice Parolo, che ha inviato una lettera alla famiglia dell'adolescente -. Questi comportamenti sono stati puntualmente richiamati sia dal personale sorvegliante che dall'autista». A far traboccare il vaso è stato il comportamento tenuto dal ragazzino giovedì scorso: rimasto in piedi per tutto il viaggio, nonostante i rimproveri degli operatori, il nordafricano ha poi minacciato i compagni, bestemmiando contro il personale che lo richiamava. «L'alunno non è nuovo a questo tipo di atteggiamenti estremi, tenuti anche lo scorso anno - continua Parolo - tanto che l'8 giugno è stato richiamato dal sindaco del suo comune per aver picchiato una compagna». Evidentemente il richiamo è servito a poco, così come il codice di comportamento inviato a tutte le famiglie che usufruiscono del servizio. Fatto sta che da oggi l'adolescente extracomunitario non potrà più mettere piede sullo scuolabus, e il provvedimento durerà tutto l'anno scolastico.



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Bussa al vicino e gli spara Il quartiere applaude il killer

Il Tempo


Roma, la discussione è cominciata al circolo anziani. La vittima li schiaffeggiava. Dopo la sua morte i residenti esultano.
TERRORE "Picchiava la gente senza alcun motivo"

Roma, omicidio via Giuliott.L''intervento dei carabinieri (foto Gmt)



Ha suonato alla porta di casa, l'altro ha aperto e davanti alla moglie gli ha sparato due colpi di pistola, uno in faccia l'altro in bocca. È finita nel sangue la lite scoppiata ieri pomeriggio tra due inquilini di un complesso popolare alla periferia di Roma, al sesto ponte del Laurentino 38. Per cercare di capire il movente però bisogna partire dalla strana solidarietà che manifestavano ieri i residenti. Quando la gente ha saputo chi era la vittima non ha trattenuto l'applauso. La sua vita era finita e tutti tiravano un sospiro di sollievo, dispiacendosi invece per l'altro. È morto infatti quello definito l'attaccabrighe, lo spaccone Massimiliano Garsevic, 31 anni, al quarto piano della palazzina D del comprensorio in via Domenico Giuliotti.

È stato arrestato per omicidio "il buono" e sempre disponibile Giancarlo Di Francesco, 34 anni, sposato, padre di tre bambini dai 9 ai 12 anni. Il luogo dove tutto è cominciato è significativo: il circolo anziani «Fonte Ostiense» allestito proprio all'interno del complesso. Stando a una prima ricostruzione fatta dai carabinieri della Compagnia Eur del maggiore Rino Coppola, alle 16 il circolo apre i battenti. Gli iscritti sono soprattutto i pensionati del posto. Entrano in otto. Si aggiunge pure Giancarlo Di Francesco, un ragazzone alto circa un metro e novanta. Mentre giocano a carte arriva la vittima Massimiliano Garsevic, anche lui della stessa altezza. Sembra su di giri. Chi lo conosceva dice che lo era spesso, sia per uso di sostanze stupefacenti sia perché beveva. Garsevic alza le mani. Dà uno schiaffo alla testa di un anziano, alla schiena di un altro e ne colpisce altri ancora. Di Francesco interviene. Gli dice di smetterla. Lui reagisce e i due discutono. Alcuni del circolo dicono di aver telefonato al 112 dei carabinieri.

La lite prosegue in strada, su via Giuliotti. Il nervosismo cresce: l'attaccabrighe avrebbe anche minacciato di accoltellare l'altro giovane. Allora monta la rabbia. I due si separano, ciascuno va a casa sua: Garsevic al quarto piano della scale D, Di Francesco al sesto della C. Ma non per starsene tranquilli bensì per armarsi e dare una lezione l'uno all'altro e viceversa. L'omicida prende la pistola e va spedito verso l'abitazione della vittima che invece afferrra un coltello. Arriva per primo Di Francesco: suona alla porta e come Garsevic apre, davanti alla moglie, gli spara due colpi che gli devastano il volto. Scende le scale, arriva in strada, butta la pistola in un'area verde poi comincia a fare su e giù in strada. Ripete: «Cosa ho combinato, cosa ho combinato».

Arrivano i carabinieri della stazione di Cecchignola e del Nucleo radiomobile e lo ammanettano. La vicenda sembra chiusa. Ma i militari devono trovare risposta a due interrogativi. Il primo: è vero che la moglie della vittima ha tentato di sparare al Di Francesco ma la pistola si sarebbe inceppata? Il secondo: Di Francesco possedeva un'arma oppure gliel'ha data qualcuno all'interno del palazzo?



Fabio Di Chio
23/10/2010




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Il Garante contro Street View

La Stampa


Multe da 30 mila a 180 mila euro se la società non informerà i cittadini del passaggio delle auto che scattano foto
FLAVIA AMABILE

La prossima volta che Google vorrà mandare una delle sue «Google car» - le auto che inviano in rete immagini interattive e a 360 gradi su case, monumenti e luoghi attraverso il servizio Street View - dovrà informare i cittadini. Il Garante per la Privacy lo ha stabilito con un provvedimento appena adottato che rappresenta una novità assoluta nel panorama europeo con multe da 30mila a 180 mila euro per ogni violazione delle norme approvate.

«Si è creato un forte allarme e anche ostilità in molti Paesi europei nei confronti delle riprese di Google», afferma Francesco Pizzetti. Presidente dell’Authority Garante per la Privacy. A Napoli una coppia si è separata dopo che la moglie aveva visto il marito affacciato da una finestra che non era la sua e il marito ha chiesto giustizia al Garante per la Privacy.

«Abbiamo ricevuto proteste persino da amministrazioni locali - spiega Pizzetti - Non c’è nessun dubbio che Street View possa rappresentare uno strumento molto utile nel settore turistico, permette di vedere le località di vacanza, aiuta a scegliere e ad organizzare un viaggio. Ma è anche vero che può essere eccessivamente invadente nella vita dei cittadini e dunque bisogna stabilire alcune regole».

In Germania, dove il servizio sta per sbarcare, il 2,9% dei tedeschi residenti nelle città che saranno coinvolte, ha chiesto che la propria abitazione venga resa del tutto irriconoscibile sul servizio. In ottemperanza alla normativa sulla privacy tedesca, le autorità avevano chiesto che Google permettesse ai cittadini di avvalersi dell’opzione di «opt-out» dal servizio, attiva da aprile del 2009, che consente appunto la possibilità di oscurare la propria abitazione prima che le immagini vengano messe online.

In Italia le «Google cars» dovranno essere facilmente individuabili, attraverso cartelli o adesivi ben visibili, che indichino in modo inequivocabile che si stanno raccogliendo immagini fotografiche per il servizio Street View. Alla società californiana è stato ordinato inoltre di pubblicare sul proprio sito web, tre giorni prima che inizino le riprese, le località visitate dalle vetture di Street View. Per le grandi città sarà necessario indicare i quartieri in cui circoleranno le vetture. Lo stesso avviso dovrà essere pubblicato da Google sulle pagine di cronaca locale di almeno due quotidiani e diffuso per mezzo di un'emittente radiofonica locale per ogni regione visitata.

Google pubblica già sul sito della società il nome delle città in cui passeranno le vetture alcune ore prima del loro passaggio. Ma secondo il Garante per la Privacy si tratta di informazione «del tutto insufficienti». Google ha anche accettato di sfumare i visi. «Ma non basta», avverte il presidente dell’Authority. «Si può comunque riconoscere chi viene ripreso dagli abiti, dagli accessori, da indizi sintomatici che rendono evidente l’identità delle persone».

E quindi si è deciso che al trattamento di dati effettuato da Google Street View si debbano applicare le norme del Codice privacy, visto che il servizio viene effettuato con strumenti (dalle vetture agli impianti fotografici) situati nel territorio italiano. Alla società californiana è stato anche imposto di nominare un proprio rappresentante sul territorio italiano al quale possano rivolgersi i cittadini per la tutela dei loro diritti.
Si sarebbe potuto fare di più, in realtà, ad esempio con segnali stradali nell’area del passaggio delle «Google cars» ma diventava «troppo complicato armonizzare il tutto con il codice della strada e le autonomie locali», spiega Pizzetti.
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Nel quartier generale di Google sono preparati, sanno che Street View è un servizio utilizzimo ma anche molto scomodo e che le proteste e gli ostacoli sono sempre dietro l’angolo. Qualche giorno fa è stata resa nota la ritrosia dei tedeschi all’idea che vengano riprese persino le loro case, non solo le persone. E quindi nessuno si meraviglia della presa di posizione dell’Authority del Garante per la Privacy.
[INTERV]
Simona Panseri, portavoce di Google, d’ora in poi nessuna vostra auto potrà circolare nelle strade italiane senza aver prima informato debitamente i cittadini.
«Abbiamo un dialogo costante con l'Autorità Garante per la protezione dei dati personali e continueremo a rispondere alle loro domande e confrontarci con loro come abbiamo fatto sino ad ora. Tra l’altro, ci sono già numerosi strumenti che utilizziamo per informare i cittadini attraverso video ma anche notizie su dove si trovano i veicoli che effettuano le riprese di StreetView».
Ma per l’Authority non sono sufficiente. E ora vi adeguerete?
«Ne parleremo, ci confronteremo anche con il Garante, in un’ottica costruttiva come sempre nel dialogo che abbiamo con loro».
Vuol dire che pensate che ci siano margini per modificare un provvedimento già deliberato?
«Vuol dire soltanto che valuteremo e ne parleremo anche con il Grante come abbiamo sempre fatto».




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Vescovo libanese: "Il Corano permette di uccidere i cristiani" I musulmani: falsità

Quotidianonet


Mons. Raboula Antoine Beylouni, vescovo di Antiochia dei Siri (Libano), attacca durante il Sinodo: "Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano. Lo può giudicare e uccidere con la jihad". Ucoii: "Falso"

Un religioso con in mano un rosario

Città del Vaticano, 22 ottobre 2010



"Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede. Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, nè per loro nè per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i diritti umani sanciti dalle Nazioni Unite".
Questo duro atto di accusa è stato pronunciato nell’aula del Sinodo da mons. Raboula Antoine Beylouni, vescovo di Curia di Antiochia dei Siri (Libano). Nonostante queste difficoltà, ha però aggiunto mons. Beylouni, "non dobbiamo eliminare il dialogo ma scegliere i temi da affrontare e gli interlocutori cristiani capaci e ben formati, coraggiosi e pii, saggi e prudenti che dicano la verità con chiarezza e convinzione. Dato che il Corano ha parlato bene della Vergine Maria dobbiamo ricorrere a lei in ogni dialogo e in ogni incontro con i musulmani. Voglia Dio che la festa dell’Annunciazione, dichiarata in Libano festa nazionale per i cristiani e i musulmani, divenga festa nazionale anche negli altri paesi arabi".
In proposito il presule siriaco ha suggerito che il documento finale del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente faccia riferimento alla figura della vergine Maria", rispettata dall’Islam, come chiave del dialogo con i musulmani, per superare le difficoltà che rendono inefficaci gli incontri con i musulmani. Tra queste difficoltà l’arcivescovo ha citato anche il fatto che "il Corano inculca al musulmano l’orgoglio di possedere la sola religione vera e completa. Il musulmano fa parte della nazione privilegiata e parla la lingua di Dio, l’arabo. Per questo affronta il dialogo con questa superiorità e con la certezza della vittoria. Nel Corano, poi, non c’è uguaglianza tra uomo e donna, nè nel matrimonio stesso in cui l’uomo può avere più donne e divorziare a suo piacimento, nè nell’eredità in cui l’uomo ha diritto a una doppia parte, nè nella testimonianza davanti ai giudici in cui la voce dell’uomo equivale a quella di due donne".
UCOII, RISPONDIAMO CON GIORNATA DI DIALOGO IL 27 OTTOBRE
"È sbagliato lanciare accuse contro l’Islam e contro il Corano per i conflitti e le guerre che ci sono state in passato. Alle polemiche rispondiamo con una giornata di dialogo islamo-cristiano il 27 ottobre". È con queste parole che il portavoce dell’Unione delle Comunità islamiche in Italia (Ucoii), Hamza Piccardo, replica alle parole del monsignor Raboula Antoine Beylouni, vescovo di Curia di Antiochia dei Siri, in Libano, che nel corso delle ultime battute del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente ha accusato il Corano di "dare al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con il jihad (guerra santa)".
"Sono false queste accuse - ha affermato - Il Corano parla di rispetto nei confronti della gente del Libro. Sono solo provocazioni per dare vita a polemiche ormai superate da decenni di dialogo tra cristiani e musulmani. Vengono rinfocolate solo per impedire alle persone di buona volontà di arrivare all’unita e alla coesione necessarie per resistere al male che c’è nel mondo".
Secondo Piccardo, "le guerre ci sono sempre state e ogni volta ci sono state persone che hanno cercato di dare interpretazioni delle sacre scritture funzionali a queste guerre. Noi vogliamo rispondere a questa provocazione con la giornata del dialogo islamo-cristiano che è alla sua settima edizione e che il prossimo 27 ottobre vedrà riuniti musulmani e cristiani di diverse città in Italia in una serie di iniziative".




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Telecamere memorizzeranno le targhe di tutti i veicoli che entreranno in paese

Il Mattino di Padova


La banca dati potrà rivelarsi utile ad eventuali indagini A Cadoneghe risolti in tal modo alcuni casi di scippo



di Cristina Salvato


VIGODARZERE.

Le targhe dei veicoli che passeranno per Vigodarzere saranno memorizzate da due nuovi occhi elettronici posti agli ingressi del paese. Serviranno a creare una banca dati su auto, furgoni e moto in transito per Vigodarzere. Archivio utile nel caso, ad esempio, che un'auto venisse rubata o le forze dell'ordine fossero a caccia di un veicolo utilizzato in una rapina. Basterà in tal caso digitare la targa ed ecco comparire la foto dei veicolo con l'ora e il giorno in cui si è transitata. Anche se è passata di notte, grazie ai raggi infrarossi. Un medesimo dispositivo è già in funzione nella vicina Cadoneghe, dotato di tre rilevatori, che si sono resi utili in alcuni casi di scippo. «Si tratta di un intervento rilevante per la sicurezza del paese - spiega l'assessore al patrimonio, Alberto Fincato -, Con sei nuove telecamere, andrà ad aggiungersi alle sei già installate. Il piano di videosorveglianza entra quindi a pieno regime». I lettori di targa saranno installati all'altezza del sottopasso ferroviario di via Roma e del ponte sul Brenta al confine con Limena. Insieme alle due videocamere saranno sistemato altri 4 occhi elettronici davanti a Villa Zusto, all'altezza della rotatoria di via Marconi, di fronte alle scuole elementari di Saletto e di Terraglione. Non è escluso che un altro dispositivo per la memorizzazione delle targhe possa essere inserito in zona artigianale. Tutte le telecamere saranno attivate grazie al contributo di 130 mila euro erogato dalla Regione all'Unione dei Comuni del Medio Brenta, che gestisce la polizia locale di Vigodarzere e Cadoneghe (Comune che pure si doterà di 5 nuove telecamere). «La sorveglianza elettronica non è l'unica iniziativa in programma a favore della sicurezza - annuncia Fincato -. Presto, in collaborazione con i Carabinieri, organizzeremo un incontro pubblico per informare la popolazione anziana sui rischi delle truffe a domicilio».
23 ottobre 2010




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La regola dei clienti schedati L'Italia imprigiona il Wi-fi

Corriere della sera


I bar obbligati a identificare chi naviga sulla Rete



Internet Perché ancora non decolla la liberalizzazione degli accessi al Web





MILANO - Rischia di rimanere «imprigionato» il Wi-fi in Italia. I più stretti collaboratori del ministro degli Interni, Roberto Maroni, stanno lavorando al dossier per capire quali sono le possibili mosse sul tema anche se Palazzo Chigi ieri, dopo il Consiglio dei ministri, ha preferito non comunicare nulla sulle nuove regole richieste da parlamentari di ambedue gli schieramenti per permettere la diffusione di servizi di navigazione pubblica senza fili. Il decreto Pisanu che, per finalità antiterroristiche, aveva introdotto nel 2006 forme ritenute ormai indigeste di schedatura degli utenti - per navigare da un Internet Point, un bar o una biblioteca bisogna mostrare un documento d'identità che deve essere fotocopiato - scade il prossimo 31 dicembre.
Il tempo stringe ma nulla sarebbe stato deciso. Ad oggi la posizione del ministero degli Interni sarebbe quella di mantenerne intatta l'ossatura del decreto attuale, fatta salva la sostenibilità politica della proroga che ogni anno scatena polemiche. La lista dei sostenitori del «Wi-fi libero» si allunga di ora in ora. E non solo, com'è naturale tra blogger e guru del web. Ma anche tra i politici: l'abrogazione dell'articolo 7 del decreto è stata richiesta da Paolo Gentiloni (Pd), Linda Lanzilotta (Api), Luca Barbareschi (Fli) e Roberto Rao (Udc). Antonio Di Pietro (Idv): ora il governo rimuova i blocchi sull'wi-fi. Anche il blog di Pier Ferdinando Casini ha dato spazio al tema. E il ministro Renato Brunetta aveva detto giorni fa di non vedere motivi per non «liberare la rete», lasciando sperare che fosse la volta buona.
Ora il compromesso al quale gli esperti del governo starebbero lavorando potrebbe prevedere l'identificazione tramite sim telefonica, ma non è escluso che alla fine si decida di mantenere il rubinetto chiuso così com'è. Lo stesso ministro Maroni, in passato, aveva mostrato di prediligere il tema della sicurezza a ogni costo sul web. Nel 2009 alcuni parlamentari in una seduta a porte chiuse avevano anche dibattuto sulla possibilità di chiudere l'accesso a Facebook dopo gli odiosi episodi di sciacallaggio digitale da parte di alcuni internauti. Ma erano stati proprio i collaboratori del Viminale in quel caso a portare la politica a più miti consigli facendo notare la portata sociale di un intervento di questo genere (attualmente Facebook è censurato in Cina).
È il più classico dei problemi di Bauman: più sicurezza o più libertà? Il sostenitori del Wi-fi libero fanno notare che siamo l'unico Paese che prevede forme così strette di controllo: l'esercente che vuole offrire un servizio di questo genere deve anche farne richiesta in questura. Né Stati Uniti, né Israele hanno una tale burocrazia. Anche se gli esperti fanno notare che diversi casi di criminalità informatica e pedopornografia sono stati risolti grazie ai paletti imposti dal decreto Pisanu. Il risultato, in ogni caso, si vede: l'Italia ha poco più di 4 mila hot-spot pubblici, la Francia oltre 30 mila. La Gran Bretagna circa 28 mila, la Svezia 7.700 e rotti nonostante una popolazione ben più ridotta. È per questo che da noi è così anomalo vedere studenti o ragazzi con il computer nei caffè, come invece è ormai usuale in molte città europee. Certo rispetto alle promesse degli esordi il panorama è deludente: anni fa il comune di Milano aveva anche vagliato la possibilità di usare gli orologi pubblici stradali, quelli di Ora Elettrica, per diffondere degli hotspot sul suolo cittadino e permettere l'accesso al web quasi ovunque. La realtà è ben diversa. Nel 2010, come si scherza sul web, solo i gatti amano ancora i fili, è le connessioni wireless sono ormai lo standard anche per la sempre maggiore diffusione di tablet, iPad, eBook e smartphone.


Massimo Sideri
23 ottobre 2010



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