mercoledì 20 ottobre 2010

La maestra è stata una miss» E la mamma ritira la figlia dalla scuola

Corriere della sera

Protesta contro l'insegnante, ex miss Abruzzo, protagonista di alcuni video e spot maliziosi


Una mamma scopre che fra gli insegnanti della figlia, c'è anche una Miss, Ileana Tacconelli, 28 anni, ex reginetta dell'Abruzzo. E protesta, va dal rettore, cerca di raccogliere firme fra gli altri genitori, ma non riuscendoci ritira la bambina. Succede al Collegio San Carlo, 141 anni di età, scuola della borghesia milanese a due passi dalla Basilica di Santa Maria delle Grazie, anche un papa, Pio XI, fra gli alunni illustri. Reazione legittima o esagerata, quella della mamma del San Carlo? Di sicuro sorprendente nell'Italia delle veline. Da una parte interpreta uno spiritello nuovo che si aggira per il Paese e che registra il nascente fastidio per quel codice imperante che vuole tutti belli, alti, grandi comunicatori e possibilmente un po' attori, perché solo così si può avere successo.


Dall'altra parte, però, la reazione della mamma va un po' oltre il galateo civico e diventa intrusiva quando si vuole sostituire alla scuola e alle sue scelte, tanto da far rimpiangere i tempi in cui la maestra aveva sempre ragione, anche quando aveva torto. E di sicuro suona fastidioso quell'intestardirsi a fare le pulci a un curriculum, invocando come marchio d'infamia una lontana passerella calcata da giovanissima: alzi la mano chi almeno una volta, magari una sera d'estate, non si è divertito a salire su un palco, o ha rimpianto di non averlo fatto, invidiando gli amici più coraggiosi! Un eccesso di zelo, forse da parte di quella mamma, che rischia di diventare una discriminazione al contrario: chi l'ha detto che una ex Miss non possa avere i numeri per essere una buona educatrice? Insomma, non può essere una colpa essere stata bella e aver onorato la bellezza in un concorso che non implica atti osceni.

Lunga e in certi casi anche gloriosa è la lista dei politici con un passato nel mondo dello spettacolo. In America c'è stato il presidente Ronald Reagan e oggi Arnold Schwarzenegger, in Italia Luca Barbareschi, Gabriella Carlucci, Iva Zanicchi e la ministra Mara Carfagna. Tutti da buttare? No, da giudicare per le loro azioni, per quello che hanno saputo fare o non fare nello svolgimento del loro ruolo. Insomma, perché inchiodare una persona a vita alla «colpa» di esser salita su una passerella? L'importante è come ha saputo scenderne, come ha studiato e si è preparata per il nuovo lavoro. E soprattutto come è stata selezionata, se la scelta è avvenuta per merito o per cooptazione. Alla fine è questo che conta, e questo sì deve interessare a ogni cittadino, non solo ai genitori del San Carlo.

Maria Luisa Agnese
20 ottobre 2010

L’inchiesta Why not? Un fiasco da 9 milioni firmato De Magistris

di Gian Marco Chiocci

La sentenza del gup demolisce i metodi dell’ex pm: "Ha cercato il clamore dei media senza avere prove"



 

La madre di tutte le inchieste ha partorito un’inchiesta senza capo né coda, «un’affascinante rappresentazione di inquietanti realtà occulte di poteri superiori». É la celeberrima «Why Not», istruita dall’ex pm catanzerese Luigi De Magistris, oggi parlamentare Idv, immaginata per abbattere il malaffare calabrese costituito da una sorta di Spectre sovrastrutturale - per dirla con l’ex portavoce della Marcegaglia - collegata a politici corrotti, avidi imprenditori, servizi deviati, massoneria occulta, toghe colluse. Un flop investigativo che portò alle dimissioni dell’allora Guardasigilli Clemente Mastella, alla caduta del governo Prodi, allo scontro fra le procure di Salerno e Catanzaro, alla carriera politica della toga che non voleva fare politica. Un procedimento che stando alle 944 pagine di motivazioni della sentenza emessa dal gup Abigail Mellace ha cercato solo la pubblicità dei media puntando sempre più in alto senza perseguire, dal basso, quei reati addebitabili al consorzio Brutium e alla società Why Not che risultavano solari sin dalle primissime fasi delle indagini preliminari. Un fiasco, insomma, che è costato all’erario decine di milioni di euro (9 solo in consulenze) e che ha procurato danni gravi a oltre 150 persone indagate e sputtanate a mezzo stampa, alle 34 al dunque rinviate a giudizio, alle 26 assolte. Tanto rumore per nulla: 8 condanne, e basta.

IL CLAMORE DEI MEDIA  E LA VERITA’ TELEVISIVA
Leggiamole, dunque, le pagine che disintegrano l’operato di Luigi De Magistris. Per il gup Mellace l’inchiesta Why Not è figlia dell’enorme «risalto mediatico che il procedimento ha avuto soprattutto nella fase delle indagini preliminari e che ha portato alla ribalta nazionale i suoi principali protagonisti divenuti nel frattempo veri e propri personaggi pubblici televisivi di grande notorietà». Ciò ha condotto, inevitabilmente, «a una distorta e infedele rappresentazione dall’esterno delle reali e obiettive risultanze delle fonti di prova». Un clamore che ha offuscato le finalità di un’inchiesta giustamente «salutata come la prima condanna di un sistema politico che mirava alla realizzazione dei propri interessi» collegati all’accaparramento illecito di fondi regionali. L’obiettivo iniziale, insiste il gup, «nel corso delle indagini è stato abilmente seppellito da chi aveva interesse a farlo, sotto una miriade di dichiarazioni, propalazioni, coraggiose rivelazioni volte a rappresentare la molto più avvincente, inquietante “televisiva” realtà di associazioni segrete, logge deviate, congiure di palazzo, accordi clandestini che dapprima operavano occultamente per monopolizzare la gestione degli appalti e delle risorse e che poi, a indagine avviata, tramavano per distruggere ed annientare da un punto di vista economico e di credibilità chi aveva avuto invece il coraggio di denunciare la realtà del malaffare».

LA SPECTRE SOVRASTRUTTURALE
L’ipotesi investigativa, tirate le somme, «non ha trovato alcun conforto probatorio essendo stato sconfessata già nella fase delle indagini preliminari» ed anzi «ha impedito di analizzare con la necessaria obiettività i vari e inconfutabili elementi di prova che emergevano sin da subito» nei confronti degli appalti e dei progetti concessi a Brutium e Why Not «in palese violazione di legge». Il panorama della Spectre transnazionale immaginato dall’ex pm «dopo anni di lunghe e costose indagini» non ha trovato «alcun conforto probatorio essendo stato sconfessato già nella fase preliminare».

DUE SUPERTESTIMONI «INCREDIBILI» E INATTENDIBILI
E che dire, poi, del testimone Giuseppe Tursi Prato i cui racconti appaiono «incredibili», «inconsistenti», finalizzati «a ottenere un beneficio personale», indirizzati a colpire alcuni magistrati che avevano redatto la sua condanna. E di Caterina Merante, supertestimone e architrave dell’inchiesta Why Not, indagata al contempo dalla procura di Paola?

PSICOFARMACI AI DIPENDENTI E L’ASSE COL MARESCIALLO
Il gup ha trasmesso gli atti alla procura generale per il mendacio e per l’«incredibile rapporto personale e confidenziale» col maresciallo che le è stato sempre vicino. «Un rapporto che ha inciso pesantemente sulla modalità di conduzione delle prime indagini, inquinando in modo irreversibile la genuinità di importanti risultanze investigative, rendendole radicalmente inutilizzabili». La signora voleva passare per debole «e soggiogata», quand’invece al telefono (intercettato) «coltivava una serie di rapporti con tutti quei soggetti che potevano, anche inconsapevolmente, coadiuvarla nel suo progetto».

VERBALI SCOMPARSI MAI REDATTI O MODIFICATI
Soggetti come il sottufficiale dell’Arma che per «gli atti più delicati» si affidava completamente a lei «attenendosi in primo luogo agli ordini della testimone e cercando, a tutti i costi, di trovare elementi di conferma della credibilità del suo narrato (...)». Di più. «La informava pedissequamente sugli sviluppi delle indagini», e la stessa «indicava al maresciallo i nominativi e gli indirizzi dei soggetti nei cui confronti dovevano essere dirette le investigazioni». In un caso un verbale della Merante non risulta mai redatto. In un altro «è stato completamente modificato, con l’aggiunta di fatti, dichiarazioni, precisazioni che spesso modificano completamente il significato delle prime dichiarazioni». Concludendo: «L’intero castello accusatorio della Merante è crollato in toto», ed è crollato anche il riferimento alla suggestiva loggia segreta di San Marina piena di «fratelli» politici. «Le dichiarazioni della Merante sono state ritenute inattendibili, non solo in quanto intrinsecamente incredibili, ma perché smentite dagli esiti delle attività investigative di riscontro compiute dagli inquirenti». Come quelle che attribuivano al feroce Saladino, al secolo Antonio Saldino, superiore gerarchico della Merante in Why Not, considerato da De Magistris il vero dominus dell’inchiesta, il ruolo di procacciatore di psicofarmaci da somministrare ai dipendenti. I quali, presi a verbale, hanno ovviamente smentito.

LE INTERCETTAZIONI INUTILI PER IL REATO «ASSOCIATIVO»
Come se non bastasse anche la contestazione del reato associativo cavalcata da De Magistris, basata su migliaia di intercettazioni telefoniche, è miseramente crollata: «Le risultanze captative - chiosa il gip - non forniscono alcuna prova dell’esistenza del sodalizio descritto al capo uno (riferito, appunto, all’associazione per delinquere, ndr) non ricavandosi dai colloqui intercettati la dimostrazione degli elementi costitutivi oggettivi di una qualsivoglia associazione dotata dei requisiti minimi strutturali previsti dall’articolo 416 bis». Se è vero che Saladino aveva rapporti coi politici che gli chiedevano posti di lavoro, è anche vero che ognuno di loro sollecitava assunzioni a titolo personale, senza dare nulla in cambio e soprattutto senza far parte del medesimo gruppo di potere ipotizzato e perseguito dal pm Luigi De Magistris.




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Rom, il monito della Ue alla Serbia e alla Macedonia: "Troppe richieste di asilo"

di Redazione

La commissaria agli Affari interni Malmstrom scrive ai ministri dell'Interno dei due paesi balcanici: stati alle prese con "un aumento allarmante" di cittadini, in maggioranza rom, che chiedono l’asilo. A rischio "il processo di liberalizzazione dei visti per i paesi della regione"



 

Bruxelles - Alcuni stati membri della Ue sono alle prese con "un aumento allarmante" di cittadini provenienti dalla Serbia e dalla Macedonia, in maggioranza Rom, che chiedono l’asilo. La tendenza "è estremamente preoccupante", scrive la commissaria Ue agli affari interni Cecilia Malmstrom in una lettera indirizzata ai ministri dell’interno dei due paesi balcanici. La commissaria chiede di frenare il flusso anomalo e mette in guarda Belgrado e Skopje sul fatto che "potrebbe essere compromesso l’intero processo di liberalizzazione dei visti per i paesi della regione". Insieme alla presidenza belga di turno della Ue, la Malmstrom ha previsto una missione a fine mese a Belgrado e a Skopie per verificare se i due governi hanno assunto iniziative adeguate per frenare il flusso anomalo dei richiedenti. Nella lettera, la commissaria ricorda che i paesi membri dell’area di libera circolazione Schengen hanno la possibilità di prendere "misure appropriate in caso di difficoltà persistenti". Dal 19 dicembre dello scorso anno, i cittadini di Serbia, Macedonia e Montenegro possono entrare per un soggiorno temporaneo nell’area di Schengen senza bisogno del visto. Entro l’anno, una decisione analoga è attesa per l’Albania e la Bosnia. Ma il processo potrebbe essere bloccato, se gli stati membri denunciassero richieste abnormi di richiedenti Il flusso anomalo viene registrato dai primi mesi dell’anno. Da luglio ad agosto, nel solo Belgio, hanno fatto richiesta di asilo 736 kosovari, 387 serbi e 210 macedoni e ad ottobre le previsioni parlano di ulteriori 500 domande, sempre da cittadini provenienti dalla regione dei Balcani occidentali, principalmente di albanesi e rom.




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Livorno, bebè a coppia gay Affittato l'utero negli Usa, la madre non ha più diritti

di Redazione

Valter e Mario sono andati in California per avere un figlio. A prestare l'utero una trentenne messicana che ora non ha più diritti sul piccolo. Il bebè si chiama David. Mario accusa l'Italia: "Contro i gay c'è ancora troppa violenza"



 
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Livorno - Valter, 46 anni, e Mario, 50 vivono in provincia di Livorno, ma sono dovuti andare a Barcellona per sposarsi. E fino in California per avere un bimbo, David, come il medico che l'ha fatto nascere. Il piccolo, nato il 10 agosto scorso, è stato 9 mesi nel grembo di una trentenne messicana che vive a San Diego.

Il concepimento del bebè La donna, già madre di tre figli, ha prestato il suo utero, mentre il seme di Valter, padre di David per la legge italiana. In sala parto Valter e Mario sono entrati insieme e entrambi hanno tagliato il cordone ombelicale. Da quel momento la madre non ha avuto più nessun diritto sul piccolo. Le hanno consentito di tenerlo in braccio subito dopo il parto ma non di "attaccarlo al seno": ad allattarlo con il biberon sono i due uomini, alle prese con pannolini e sveglie notturne.  

I due lavorano nel sociale La coppia vive insieme da 24 anni e entrambi lavorano nel sociale.  Mario è nel direttivo di "Famiglie arcobaleno", l’associazione che aiuta le famiglie omosessuali che hanno avuto figli da precedenti unioni o nati tramite fecondazione artificiale, mentre Valter è stato anche assessore comunale. Non hanno mai avuto problemi di omofobia, dicono in un'intervista al Tirreno, "ma non c’è solo quella delle botte - spiega Mario - c’è anche la negazione dei diritti. Io sono dovuto andare in Spagna per sposare mio marito, in America per far nascere mio figlio. Questa non è violenza? Eppure in Italia ci sono 100 mila bambini di coppie gay, 3 mila famiglie arcobaleno".



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Autisti e marinai stranieri Actv sfida il regio decreto

Corriere della sera


L’azienda ha assunto un moldavo e un cingalese. Il direttore del personale: «Mi prendo io la responsabilità». Ma ora è di nuovo boom di domande di italiani



L’autista cingalese Vernon Fernando Pull

L’autista cingalese Vernon Fernando Pull


VENEZIA - C'è un indiano di Chioggia che butta la corda sui vaporetti, un burkinabé di Camponogara che ripara i motori degli autobus e anche un tunisino di Favaro che comanda le gru. Adottati o sposati con un'italiana. E poi gli stranieri doc, i primi due su quasi tremila addetti: un cingalese dello Sri Lanka alla guida dei bus e un moldavo della Moldavia, anche lui autista della terraferma. «Mi sono preso la responsabilità di assumerli contro la legge anche se non hanno ancora la cittadinanza italiana », ride il direttore del personale dell'azienda dei trasporti veneziani Mario Bassini. Perché le assunzioni dell'Actv sarebbero ancora regolate da un regio decreto del 1931 che prevede l'ingaggio «per i soli cittadini italiani o di altre regioni d'Italia». E se le regioni d'Italia come Eritrea, Somalia italiana, Libia, Etiopia italiana, Dodecaneso e Albania non sono più italiane da quasi un secolo, lo Sri Lanka non ha mai avuto a che fare con la storia coloniale.

In piena crisi di domande, Bassini ha assunto anche stranieri, di cui molti su vaporetti e bus hanno cominciato ad accorgersi. «Quando mi sono presentato ad Actv avevo fatto l'autista personale del conte Jacopo Marcello e avevo cinque milioni di chilometri di autobus granturismo alle spalle senza nessun incidente - spiega il cingalese Vernon Sri Apuinas Fernando Pull - ho fatto un colloquio e mi hanno assunto ». Semplice. E a sentire Vernon non c'è nulla di più normale di un cingalese che usa ogni tanto termini dialettali e guida un bus zizagando tra cantieri del tram e tra le auto del traffico mestrino dell'ora di punta. Problemi? Nessuno. «La gente non entra dalla porta davanti per guardare l'autista, entra da dietro per non pagare il biglietto», scherza. E in effetti l'altro autista a cui Vernon dà il cambio si comporta esattamente come con tutti quanti i colleghi. «Ciapa, xe tutto tuo», dice scendendo dal bus. «Il mondo è cambiato - continua - gli stranieri che fanno paura sono quelli che non lavorano. Quelli che lavorano passano inosservati».

Poco importa che la differenza di colore sia notevolissima. Anche per Issa Sibane che ha attraversato mezza Africa facendo mille lavori per diventare capo squadra manutenzione nei cantieri dell'Actv di via Martiri della Libertà. «Finalmente ho messo un po' di colore in mezzo a tutto 'sto bianco », dice ridendo. Problemi? «A volte». Razzismo? «Ma no per carità. Problemi con quelli che non hanno voglia di fare niente». Per il resto sono tutti colleghi. Che tra dipendenti dell'Actv diventano appunto l'indiano di Chioggia, l'africano di Camponogara o il tunisino di Favaro. «Mica puoi dire il chioggiotto di Chioggia», chiosa un collega di Vernon e Issa. «Sennò poi non capisci chi è», conclude. Probabilmente queste saranno le ultime assunzioni di cittadini non italiani. «A differenza dei colleghi di Milano o Torino che non saprebbero come far girare gli autobus senza manodopera di origine straniera - sottolinea il direttore del personale di Actv - qui l'azienda ha ripreso ad attirare richieste». Le domande che sono aumentate esponenzialmente con la crisi di Marghera e la chiusura dei cantieri De Poli di Pellestrina, l'unico cantiere navale rimasto in laguna. «I problemi occupazionali del territorio hanno reso Actv sempre più appetibile - conclude Bassini - e sono pochi gli stranieri che hanno la licenza di navigazione o le patenti necessarie».

Alessio Antonini
20 ottobre 2010



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Nuova vita per i Rotoli del Mar Morto

Corriere della sera


Grazie a un accordo tra le autorità israeliane per l'antichità e Google i testi biblici del I sec. d.C. saranno online. Con testo a fronte e traduzione all'aramaico

NEL CYBERSPAZIO



MILANO - Dopo Google Earth, Street View, e le versioni digitali di Marte e della Luna, anche i Rotoli del Mar Morto saranno visionabili da una pagina dedicata da Google. Il grande motore di ricerca ha stipulato un accordo con le autorità archeologiche israeliane per l'utilizzo delle immagini degli antichi testi su cui si basano molte delle interpretazioni apocrife del Nuovo e del Vecchio Testamento.

SCANNER NASA - Per chi non conosce l'Aramaico antico, Google fornirà la traduzione a fronte della trascrizione dei testi originali. I manoscritti erano stati ritrovati tra il 1947 e il 1956 nelle undici grotte nella zona di al Uadi di Qumran, vicino alle rovine dell'antico insediamento di Khirbet Qumran, sulla riva nord-occidentale del Mar Morto. E ora continueranno il loro viaggio dall'antichità al post-futuro del Cyberspazio attraverso scansioni effettuate con una tecnologia della NASA. Saranno quindi immagini più dettagliate di quelle ottenute agli infrarossi negli anni '50.

SALVAGUARDIA - Un'operazione di alta tecnologia. Ma soprattutto un'operazione di protezione e salvaguardia degli antichi documenti. «Una volta digitalizzati gli originali e manadati on line, non sarà più necessario esporre ai rovinosi effetti della luce e dell'aria i fragili frammenti di pergamena e di papiro». ha spiegato Pnina Shor, direttore del progetto all' Israel Antiquities Authority, dove sono conservati.

ENTRO DICEMBRE - I rotoli del Mar Morto sono composti da circa 900 documenti, riconosciuti come gli scritti di una setta ebraica dissidente che, a partire dal primo secolo avanti Cristo, si sarebbe volontariamente autoesiliata sulle rive desertiche del Mar Morto, a circa trenta chilometri in linea d'aria da Gerusalemme. Le prime immagini saranno pubblicate on-line entro dicembre. E l'intero processo di acquisizione durerà 5 anni.

Redazione Online
20 ottobre 2010



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Francia, polemica contro giochi 'Skyzo': si burlano dei malati La Panini: "Non è vero"

Quotidianonet

Le associazioni dei malati schizofrenici chiedono alla Panini il ritito dei giocattoli da collezione distribuiti dalla Panini. Che risponde: "Si richiamano al verbo italiano schizzare"

PARIGI, 20 ottobre 2010 -  Una collezione di giochi per bambini sta creando una gran polemica in Francia e dando non pochi grattacapi alla Panini: gli Skyzos - mostriciattoli da collezionare, in qualche modo simili ai  Digimon e ai Pokemoni -  sono finiti nella bufera perché, secondo un'agguerrita assoziazione di genitori, richiamerebbero almeno nel nome la schizofrenia.

 

Tanto che le associazioni delle famiglie malate di schizofrenia hanno preso carta e penna e hanno chiesto alla Panini France di ritirare gli 'Skyzos' dal  mercato. "Non si può prendere in giro così la sofferenza delle persone - attacca l’Unafam, Unione nazionale degli amici delle famiglie di malati mentali - Non possiamo ammettere che dei giochi ironizzino su una malattia che può portare al suicidio". Protestano anche gli aderenti a un'altra associazione, la Schizo espoir.

Secondo la Panini France si tratta solo di un malinteso: "Non abbiamo mai pensato alla schizofrenia chiamando così i nostri personaggi -  spiega Bruno Guillen, direttore marketing - Skyzos infatti rinvia all’italiano schizzare".  Ma in francese schizzo, nel senso del verbo schizzare, si potrebbe tradurre con plouf: nulla di più lontano quindi dal nome dei mostriciattoli da collezione.

Secondo Le Parisien - che sottolinea come la schizofrenia colpisca circa 800.000 persone in Francia - la questione dovrebbe comunque risolversi in questi giorni. Ma già in passato la pressione delle associazioni era riuscita a far vietare la vendita di un peluche, per il quale era stato scelto il nome di "Nazo le schizo".

Ho dato io la casa pubblica a quelle persone, ma ora sono scettico sulle possibilità di integrazione"

Il Mattino di Padova


Parla l’ex sindaco di Piove Lino Conte dopo l'incidente provocato da Paolo Caldaras, il giostraio che viaggiava a 190 all'ora senza patente e ha spezzato le giovani vite di Alex Biasin e Elena Pecin


PIOVE DI SACCO. «Ho dato io l'alloggio popolare alla famiglia di Paolo Caldaras, nel 1995: non è stato un regalo ma una assegnazione regolare dell'Ater perché il papà, Roberto Hudorovich, aveva i requisiti di legge ed era primo in graduatoria». A parlare è Lino Conte, oggi capogruppo in consiglio comunale del Partito Democratico, sindaco di Piove di Sacco tra il 1994 e il 1999. L'ex primo cittadino ricorda molto bene quel periodo difficile.

«Quando sono stato eletto sindaco - ricorda Lino Conte - era da poco stato smantellato il campo nomadi del foro boario e in tutto il territorio si erano creati campi abusivi. C'erano insediamenti di nomadi a Sant'Anna, in zona industriale, a Tognana, ad Arzerello e anche nel quartiere della Madonna delle Grazie. Abbiamo affrontato la delicata situazione su più livelli: in varie parti sono stati scavati i fossati per impedire l'accesso ai camper dei nomadi in alcune aree, per lo stesso scopo sono state installate le sbarre all'entrata di piazzali e parcheggi. Con la famiglia Hudorovich Caldaras era iniziato un percorso di integrazione, una sfida difficile - ricorda l'ex sindaco di Piove di Sacco - ma in cui credevo fermamente e che avevo iniziato con entusiasmo. Il capofamiglia all'epoca aveva un reddito, se pur limitato, da una attività di recupero del ferro e arrotino. I bambini andavano a scuola, c'erano verifiche periodiche con il responsabile del settore dei servizi sociali».

«Poi io non ho fatto il sindaco in eterno - aggiunge Conte, allargando le braccia -. Posso dire che con l'esperienza degli anni e uno sguardo disincantato sulla realtà, oggi sono molto più scettico di allora sulla possibilità di integrare veramente queste persone. In quegli anni la presenza dei nomadi in tutta l'area del Piovese era un problema drammatico, una vera e propria emergenza - sottolinea Conte - andava affrontato ed è stato fatto. Ed è quello che bisogna fare adesso. Un problema delicatissimo, ma a cui bisogna dare una risposta. Quanto è accaduto l'altra sera è un atto criminale e credo andrebbero perseguite anche le responsabilità di chi ha permesso che quel ragazzo prendesse un'auto nonostante la patente sospesa».




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Doppia vita del comandante della base: maniaco sessuale e serial killer

Corriere della sera


Russell Williams, colonnello dell'aeronautica, ha confessato due omicidi e decine di aggressioni

Rubava la biancheria intima delle sue vittime e poi la indossava


Il colonnello Russell Williams con la biancheria femminile
Il colonnello Russell Williams con la biancheria femminile
TORONTO - Russell Williams, 47 anni, era un modello, un uomo invidiato e si credeva, equlibrato: prima pilota della Regina Elisabetta e poi comandante della più grande base aerea canadese. Ora l'insospettabile colonnello Williams rischia l'ergastolo per duplice omicidio e violenza sessuale. L'uomo, 47 anni, ha confessato di aver ucciso due donne, di averne violentate altre due e di aver fatto irruzione in decine di abitazioni per rubare biancheria intima. Il Canada è sotto choc per una storia considerata incredibile: uno stupratore-serial killer nelle forze armate del Paese.

LA DOPPIA VITA - Per almeno due anni, il colonnello ha condotto una doppia vita. Di giorno era un pluri-decorato ufficiale dell'aeronautica, che accompagnava le più alte personalità del Paese; di notte si trasformava in un maniaco sessuale che filmava ogni istante delle violenze.

LA CONFESSIONE - Williams ha confessato di aver ucciso la 27enne Jessica Lloyd, il cui corpo fu ritrovato nel febbraio scorso, e Marie Comeau, un caporale di 38 anni che lavorava sotto il suo comando, trovata morta a novembre. Il colonnello ha ammesso di aver aggredito altre due donne nel 2009 nel villaggio di Tweed, nell'Ontario, a poca distanza dal cottage in cui trascorreva le ferie insieme alla moglie. Una delle vittime, una madre single di 21 anni, fu legata, bendata, denudata e tenuta ostaggio per oltre due ore durante le quali l'uomo la obbligò ad avere rapporti sessuali. Il tutto documentato con foto accuratamente catalogate e nascoste in un sottoscala della sua abitazione. L'accusa ha affermato che Williams puntava anche a ragazzine di appena 10 anni cui rubava la biancheria intima per poi masturbarsi davanti a una telecamera. Nel corso dell'udienza, il procuratore Lee Burgess ha mostrato immagini in cui Williams indossava la biancheria di una ragazzina di 12 anni. In un'altra immagine è stata mostrata una foto del cadavere di una delle sue vittime.


20 ottobre 2010



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Esplode il deficit, è emergenza L'azienda venderà i suoi palazzi

Corriere della sera


Dirigenti all'attacco sulla gestione, domani vertice con il dg Il piano di risanamento


ROMA

No, i conti Rai non vanno bene. E oggi se ne parlerà in Consiglio di amministrazione, con una voce messa proprio ieri all'ordine del giorno. Tutto il management dell'azienda è da giorni in fibrillazione. I dirigenti, che ieri hanno polemicamente chiesto un confronto con la direzione generale esprimendo «massima preoccupazione» e un immediato confronto con la direzione generale accusata di gestione verticistica (che ha replicato piccata: il confronto c'è già). I consiglieri di amministrazione della Rai e delle consociate. I direttori di rete e di testata. I quattro vicedirettori generali, di diversi orientamenti politici ma accomunati dalla stessa questione. Perché uno spettro si aggira al settimo piano di viale Mazzini. Un deficit alla fine del 2012 di 600 milioni di euro, più del capitale sociale della Rai, 550 milioni. Il che significherebbe la fine non virtuale dell'azienda, l'impossibilità di chiedere altri prestiti agli istituti di credito e quindi di pagare materialmente gli stipendi.

Il quadro allarma. Secondo gli appunti in possesso del top management, la previsione di deficit per il 2010, fissato in 116 milioni di euro, lieviterà a 120 se non a 130. Colpa delle difficoltà economiche, soprattutto di una raccolta pubblicitaria che stranamente non decolla. La Rai non ha mai avuto tanti ascolti come in questo periodo grazie a 13 canali, di cui 10 tematici: 44% di ascolti contro il 38% di Mediaset e l'8% attestato di Sky (primi dieci mesi 2010). Eppure la raccolta della pubblicità da parte della Sipra misteriosamente arranca: un avaro + 4% rispetto al disastroso 2009 che cozza contro il + 8% di Publitalia per una Mediaset che, invece, non cresce in ascolti. Per di più, e ancora peggio: l'ottobre è addirittura inspiegabilmente in calo rispetto all'ottobre dell'annus horribilis 2009. Anche per questo oggi è prevista un'audizione della Sipra.

I dirigenti premono sul direttore generale Mauro Masi perché metta mano al piano industriale e abbia la forza di spiegare ai sindacati che si aprirà una stagione dura e ben poco prodiga di soddisfazioni economiche. Non muoversi significherebbe raggiungere quei 600 milioni di euro. Infatti i quattro vicedirettori generali erano pronti a consegnare a Masi una lettera per sollecitare soluzioni immediate. Domani il direttore generale li incontrerà: ha saputo in tempo del malcontento, perciò il messaggio non è mai partito.

Ma cosa prevede il piano industriale e perché Masi rinvia? Le linee sono già state immaginate a maggio e hanno avuto un aggiornamento il 13 ottobre scorso, come risulta nel documento che circola al settimo piano. Dieci punti principali. 1-Revisione del modello organizzativo: definizione di un macro-assetto al passo con l'offerta digitale e, nell'area informazione, aggregazione di Rai News 24, Televideo e parte di Rai International. 2-Assetti societari: fusione per incorporazione nella Rai di Raitrade e Rainet (fine dei Consigli di amministrazione) e della società di distribuzione 01 in Rai cinema. 3-Rai Internazionale: fine delle attività produttive per Rai Corporation (l'attuale presidente Massimo Magliaro dovrà affrontare un'indagine interna e una esterna della Corte dei Conti per la gestione economica). 4- Affidamento a società esterne dell'ufficio abbonamenti e dei servizi generali. 5- Ristrutturazione della produzione: affidamento a società esterne delle riprese, dei trucchi e dei costumi. 6- Cessione delle 1500 torri di trasmissione di Raiway (con annessi terreni e fabbricati) con un prevedibile incasso di 300 milioni di euro. 7- Riduzione delle spese per tutti gli uffici di corrispondenza e revisione delle aree «coperte» (leggi: chiusura di alcune sedi). 8- Questione immobiliare, delicatissima. A Roma si immagina l'accorpamento di tutta la Rai in una sola sede, probabilmente a Saxa Rubra con la costruzione di una Saxa-2 con la conseguente vendita delle sedi storiche di viale Mazzini, via Teulada, via Asiago (aree pregiatissime nel quartiere Prati). A Torino vendita della storica sede di via Cernaia e accorpamento in corso Giambone. A Venezia vendita del meraviglioso palazzo Labia affrescato dal Tiepolo. 9- Progetto operativo da sottoporre al governo per il recupero del canone evaso (500 milioni di euro annui) agganciandolo alla bolletta elettrica. 10- Ridisegno del modello organizzativo e produttivo della radiofonia.

I sindacati temono soprattutto l'outsourcing, ovvero l'uscita dall'azienda di alcune mansioni (proprio ciò che è contenuto nel piano). Secondo i calcoli del settimo piano, tra incentivi all'uscita (prepensionamenti), outsourcing e blocco del turn-over, la Rai potrebbe «alleggerirsi» di mille dipendenti.

Paolo Conti
20 ottobre 2010



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Ndrangheta, preso l'esperto di esplosivi della cosca Lo Giudice Camorra, sedici arresti

Quotidianonet


E' stato arrestato Antonio Cortese, accusato di essere l'esecutore materiale degli attentati contro i magistrati di Reggio Calabria. Duro colpo al clan Aprea a Napoli: tra gli arrestati anche le sorelle del boss


Reggio Calabria, 20 ottobre 2010 -



E' stato arrestato Antonio Cortese, 48 anni, considerato l'artificiere della cosca 'Lo Giudice'. L'uomo è stato fermato questa mattina al confine italo-sloveno di Fernetti (Trieste) da agenti della Squadra mobile di Trieste in collaborazione con i colleghi di Reggio Calabria e la polizia di Frontiera giuliana. L'affiliato del clan mafioso E' stato bloccato su un autobus di linea proveniente da Iasi (Romania) e diretto nella città dello stretto.

 Cortese, definito dagli investigatori "esperto nel maneggio e nel confezionamento di espolisivi", è accusato di essere l'esecutore materiale degli attentati contro i magistrati di Reggio Calabria.

In particolare, è ritenuto il responsabile degli attentati dinamitardi compiuti il 3 gennaio ed il 26 agosto contro la Procura generale e contro l'abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro e di avere fatto trovare un bazooka il 5 ottobre scorso davanti gli uffici della Dda. E' stato il boss pentito della 'ndrangheta Antonino Lo Giudice a riferire che Antonio Cortese è il responsabile degli attentati ai danni dei magistrati della città dello stretto.




"Assistiamo a questi eventi compiaciuti per i passi che si fanno verso l'accertamento della verità e se son rose fioriranno - ha detto il procuratore Di Landro intervistato da Radio Capital - è stato il collaboratore (Antonino Lo Giudice, ndr) ad indicare il nome dell'autore degli attentati. Certamente in questi ultimi mesi è stato un grande problema arrivare ad accertare gli autori di questi reati". Sul ruolo dei pentiti Di Landro ha sottolineato che "bisogna andare alla ricerca dei riscontri, in ogni caso è una strada che si sta percorrendo costruttivamente, speriamo bene".
 
CAMORRA - A Napoli sono stati effettuati dalla polizia sedici arresti tra capi e affiliati del clan Aprea. Tra questi sono finiti in manette anche tre donne, le sorelle del boss Vincenzo Aprea che, secondo quanto accertato dalla polizia, avevano ruoli di spicco all'interno dell'organizzazione. Tra le accuse associazione per delinquere di stampo camorristico e omicidio.

 E' alle prime ore dell'alba che la Squadra Mobile della Questura di Napoli ha dato esecuzione alle ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti di capi e gregari del clan Aprea. Il sodalizio controlla i traffici illeciti nel quartiere di Barra, nella periferia orientale della città.




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E Benigni ci costa 8 mila euro al minuto

I l Tempo


Follie Masi vuol rivedere il contratto per la partecipazione a "V

Fabio Fazio intervista Roberto Benigni 


Mauro Masi, direttore generale Rai, non può più aprire bocca. Ormai ogni suo parere (professionale) è una censura. Ogni sua dichiarazione (da dirigente della tv di Stato), un nuovo «editto bulgaro». Mentre è ancora viva la querelle su Annozero e il caso Report continua a far discutere, a viale Mazzini - della serie «Rai, di tutto di più» - va in onda la polemica su Vieni via con me, il nuovo programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano che dovrebbe partire il prossimo otto novembre, in prima serata su Raitre. Questa volta ad alzare la voce contro Masi è il conduttore di Che tempo che fa che contesta il mancato via libera ai contratti per Roberto Benigni, Paolo Rossi e Antonio Albanese, previsti come ospiti della prima puntata. «Così non si può andare in onda. A tre settimane dalla messa in onda Endemol Italia e gli ospiti non hanno ancora il contratto - ha spiegato Fazio -

Non ci sono giustificazioni di natura economica: evidentemente è un momento in cui la tv non può permettersi di raccontare la realtà». Sarà. Se, però, andiamo a guardare il compenso previsto per Benigni per la partecipazione al programma - la sua performance si dovrebbe risolvere in un monologo di poco più di mezzora - ci accorgiamo che forse è altro che la tv (pubblica) non può permettersi: il cachet di ingaggio per l'attore premiato con l'oscar sarebbe di 250 mila euro. Di qui la precisazione del «censore» Masi, che smentisce «nella maniera più ferma e decisa» quanto denunciato dal conduttore: «Non c'è alcuno stop ma soltanto un doveroso approfondimento portato avanti dagli uffici competenti, come è giusto che sia, in merito a richieste economiche per la Rai molto significative».

Il manager dell'attore e regista toscano, Lucio Presta, però, non ci sta: «La Rai ha fatto tutta da sola. Noi non abbiamo chiesto niente. È stata l'azienda a fare l'offerta che inizialmente era di 250 mila euro. Io mi sono limitato ad accettarla», chiarisce. «Comunque - aggiunge - se il programma si farà Benigni parteciperà a titolo gratuito». La direzione di viale Mazzini non si lascia sfuggire l'occasione e, puntuale, arriva l'ironica controreplica: «Benigni gratis? Ne saremmo lieti». In più, a quanto si apprende dall'azienda non ci sarebbe «nessun problema di nessun tipo con Endemol per la definizione del contratto relativo alla trasmissione».

Per Roberto Saviano non è sufficiente: «Non si è risolto nulla, non ci sono le condizioni per andare in onda serenamente, perché non si sta lavorando serenamente», spiega in collegamento con il tg La7 condotto da Enrico Mentana. «Non si vuole che le storie che ho scritto vengano raccontate in prima serata e arrivino a molte persone», aggiunge, paventando la possibilità che il programma non vada in onda proprio per volontà degli autori. A ipotizzare la stessa cosa era stato anche Paolo Ruffini, direttore di Raitre: «Non sono sicuro - spiega - se dopo quello che è successo Fazio e Saviano abbiano ancora intenzione di fare il programma, né se in questo clima ci siano le condizioni per farlo come si deve proteggendo sia i protagonisti che gli artisti ospiti».

Nella bagarre generale interviene anche Santoro - non sia mai l'affaire Vieni via con me dovesse togliergli il centro della scena - che, dal sito di Annozero in uno dei suoi «Vaf» (valutazioni a freddo), dal titolo «Contraddittorio perfetto» attacca ancora una volta Masi: «Dopo aver cercato di bloccare Annozero infliggendomi una sanzione disciplinare abnorme, il direttore Masi, preso atto del fallimento di questo tentativo, ha dichiarato di volere attendere il responso della magistratura ma, nel contempo, ha usato due trasmissioni televisive della Rai ("Porta a Porta" e "L'ultima parola", ndr) per rilanciare le sue accuse nei miei confronti. In tutte e due queste circostanze i miei argomenti difensivi sono stati ignorati», scrive. Intanto infuria la polemica politica: «Ogni giorno c'è un caso in Rai, evidentemente abbiamo un caso Rai, commenta - con il pragmatismo di sempre - il segretario del Pd Pierluigi Bersani, mentre Antonio Di Pietro, leader dell'Idv, si esibisce in un classico «bisogna tenere fuori i partiti dalla Rai». Poi, immancabili, ci sono i finiani, che intervengono dalle pagine on line di Farefuturo. Inutile dire da che parte stanno: «Saviano come Fini», scrivono. Servirà a rincuorare lo scrittore?


Nadia Pietrafitta
20/10/2010




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Camorra a Barra, colpo al clan Aprea: 16 arresti, in manette le sorelle del boss

Corriere del Mezzogiorno


Le tre donne ricoprivano un ruolo di primo piano nei ranghi dell'organizzazione dedita al traffico di droga





NAPOLI - Sedici arresti, una spallata decisa al clan Aprea. In manette anche le tre sorelle del boss, che avevano un unico compito: quello di occuparsi dei traffici del clan retto dal fratello Vincenzo nel quartiere Barra, a Napoli. Territorio di confine tra l'area industriale del capoluogo partenopeo e la periferia orientale dove la famiglia Aprea regna egemone nonostante la detenzione in carcere del capogamiglia grazie alle sue sentinelle appostate nelle piazze e agli angoli delle strade. Droga e traffici illegali, furti e rapine. Tra le accuse rivolte a Giuseppina (41 anni), Lena (33), e Patrizia Aprea (47 ) insieme ad altre 13 persone ritenute vicine all'organizzazione, quelle di associazione per delinquere di stampo camorristico e omicidio.
IL BLITZ ALL'ALBA - È alle prime ore dell’alba che la Squadra Mobile della Questura di Napoliha dato esecuzione alle ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti di capi e gregari degli Aprea. Da allora, dal mattino di oggi, mercoledì, un gruppo di parenti e anche bambini hanno atteso all'esterno degli uffici della questura l'uscita delle sorelle del boss, una di loro in lacrime mentre veniva trasferita in carcere. Eppure erano tipe «toste» secondo le dichiarazioni dei pentiti e come risulta da indagini e intercettazioni in cui è emerso che il controllo delle casse del clan era stato demandato proprio a loro. Giuseppina, Lena e Patrizia Aprea controllavano «scrupolosamente», dice la Procura di Napoli, tutte le entrate e ne gestivano anche le uscite: erano proprio loro, ad esempio, a «fare gli stipendi» agli affiliati.
I «PROBLEMI» DEL BOSS IN CARCERE - Era in carcere ma il boss continuava a farlo, comunque. Così tanto che Vincenzo Aprea, capo dell’omonimo sodalizio, attivo a Barra, quartiere della periferia di Napoli, proprio dal carcere ordinò un omicidio: quello di Francesco Celeste. Durante i colloqui familiari in carcere e attraverso un linguaggio criptico, riusciva ad essere aggiornato circa l’ andamento degli affari e impartiva ordini per la risoluzione dei «problemi». Uno scenario che ha fatto scattare per il boss Aprea la richiesta di applicazione del 41bis. È lunga la storia del clan Aprea che, sebbene colpito con diversi arresti, tra cui quelli dei capi, continua ad essere forte, tra estorsioni e spaccio droga.
PISANI: IL CLAN È FORTE - Non ha dubbi, in merito, il capo della Squadra Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, che parla anche di un equilibrio, nell’area di azione interessata dal clan a vocazione familiare - visto che è sempre stato nelle mani della numerosa famiglia Aprea - ora più che mai precario. Sugli Aprea la Mobile indaga dal 1991. Il clan si è sempre distinto per la ferocia con cui ha condotto le «guerre» per il dominio nel quartiere, come la strage dell’autobomba agli inizi degli anni ’90 al pari della faida con il gruppo Celeste-Guarino che negli ultimi anni ha fatto decine di morti. Al vertice, da sempre, Vincenzo Aprea, già in carcere e oggi raggiunto da provvedimento cautelare anche quale mandante dell’omicidio di Francesco Celeste.
GLI SCISSIONISTI DI BARRA - Per gli inquirenti l'omicidio ha rappresentato un punto di non ritorno nello scontro tra la famiglia camorristica Aprea ed il gruppo dei cosiddetti Scissionisti di Barra capeggiato proprio dai Celeste in accordo con i Guarino e gli Alberto. L’omicidio fu commesso da Vincenzo Capasso, poi ammazzato da Giuseppe Manco, insieme a suo fratello Mariano Capasso. Un duplice omicidio in seguito al quale Manco ha iniziato a collaborare con la giustizia, insieme al fratello Salvatore e a descrivere patti e attività. Dichiarazioni dei pentiti che hanno creato un vero e proprio «vulnus» nell’operatività dei clan.
Redazione online
20 ottobre 2010





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Er Bamba e gli altri ventenni La «banda» che sta con Alessio

Corriere della sera

Bar, panchina e niente da fare: pugno mortale? Un graffietto


ROMA - Inutile insistere sui futili motivi, «perché guarda che lei l'ha istigato proprio, l'ha provocato, ma tanto. Anzi, Alessio c'ha pure avuto pazienza». O cercare di far notare che le donne non si dovrebbero colpire neanche con un fiore: «Ma se una femmina te attacca come un maschio perde il privilegio d'esse trattata da donna». O ancora, provare a spiegare che quel pugno ha portato morte: «Ma l'autopsia non ha detto che j'ha fatto 'n graffietto?». Fatica sprecata anche riflettere sulla gravità del reato ipotizzato, omicidio preterintenzionale: «Ma l'accusa è sbajata, doveva esse d'omicidio involontario». Ecco sì, appunto. «Er bamba», «Lello», «Er Mawi» e gli altri sono quelli che lunedì applaudivano l'amico al momento dell'arresto e oggi guardano la sua foto sul giornale e forse trovano un senso in ciò che hanno fatto: «Mentre lo portavano via lui sorrideva, sì, per noi».

Tra Don Bosco, la Tuscolana e l'Appio Claudio, proprio qui dove quasi cinquant'anni fa Pier Paolo Pasolini girò parte di Mamma Roma, oggi s'incontra la comitiva «Lucio Sestio», venti persone tra i 17 e i 26 anni. È qui, con loro, sulla panchina di fronte al bar, che passava il tempo Alessio Burtone, il ventenne romano finito in carcere lunedì per il pugno sferrato nella metropolitana all'infermiera romena Maricica Hahaianu, 32 anni e un figlio di tre, morta venerdì dopo una settimana di coma. Adesso Alessio è a Regina Coeli, ma per la comitiva tutto è rimasto identico: il bar, la panchina, le ragazze, queste giornate da attraversare con lentezza. «Che famo? Niente».


In questa zona ci sono palazzi di nove piani, traffico paralizzato, e in via Don Giovanni Bosco, dove vive la famiglia Burtone, i cestini dei rifiuti sono stracolmi, sulle panchine persone che dormono. L'insegna più grande poco più in là, in piazza dei Consoli, è quella delle «Scommesse Snai». In piazza Don Bosco, in realtà, ci sarebbe anche la postazione wi-fi per navigare in internet: alle quattro del pomeriggio c'è solo un ragazzo col computer. E nell'unica palestra della zona, la proprietaria, Paola, 48 anni, dice che «quel ragazzo, Alessio, certo ha sbagliato. Però lei se l'è cercata...». Nel quartiere non si parla d'altro. E sia chiaro: molti, non solo i più giovani, difendono Alessio.
In Romania gli applausi per Burtone non sono passati inosservati: i blog locali hanno raccontato che «l'Italia difende un assassino». Gli amici di Alessio non gradiscono, neanche i commenti dei giornali italiani: «L'amicizia qui è tutto. Alessio ha sbagliato, certo, ma può capitare». L'aveva già fatto però, aveva picchiato una donna a gennaio. «Non lo sapevo. Comunque in noi non c'è razzismo. Nella nostra compagnia ci sono ragazze peruviane, un'africana. Ma quale fascismo? A noi queste cose non interessano». Niente politica, ma allora cosa vi piace? «La Lazio, la Roma, ma io neanche vado allo stadio perché preferisco la tv, è più comodo». Si ritrovano intorno a questa panchina in marmo con sopra le scritte «Alessio libero» e «Alessio uno di noi». «Siamo qui ogni giorno, a volte anche la sera. Perché? Le solite cose: due chiacchiere, un gelato, una sigaretta. Ci piace giocare a biliardo. Ci hanno descritto come criminali invece siamo ragazzi normali». Piercing qua e là, qualche tatuaggio, la faccia di Cristo appesa alla collanina: «Sì ma senza andare in chiesa». Uno ha un portachiavi con la scritta «Carabinieri». Sembra una provocazione, dopo gli insulti agli uomini dell'Arma che portavano via Burtone: «Ma io volevo proprio fare il carabiniere, ho fatto anche domanda per il corso, poi però mi sono fidanzato e non m'andava di partire, andare fino in Abruzzo». Alcuni al mattino studiano: «Due anni in uno, per diventare perito». Altri lavorano: «Faccio il camionista». Uno dice di essere «un pluribocciato». Hanno anche messo un cartello alla fermata di Anagnina, proprio in cima all'altarino costruito in memoria di Maricica, nel quale, oltre alle «sentite condoglianze», spiegano che loro hanno fatto tutto «hai fini di nessuno scopo politico o razzista». Vanno fin laggiù e poi tornano, per sedersi sulla stessa panchina.
Alessandro Capponi
20 ottobre 2010

Ecco la verità sulla villa di Berlusconi ai Caraibi

di Stefano Zurlo



La Procura di Milano: non esiste alcuna inchiesta sulle case del premier ad Antigua. E il titolare della società offshore chiarisce: "Non sono il prestanome di nessuno, vendita regolarmente a bilancio". Subito smontato il teorema di "Report". I professionisti degli "spifferi" scoprono i dossier a senso unico




Milano - Un giallo risolto ancor prima di cominciare. Un giallo che perde il colpevole nel giro di 24 ore. Il misteriosissimo proprietario della società off-shore di Antigua al centro dell’ultimo «scoop» di Report fa un passo avanti e si presenta. Sorpresa: è l’avvocato svizzero Carlo Postizzi. È lui stesso a dirlo ai giornalisti di Report, è lui a ripeterlo, nientemeno con un comunicato ufficiale, è lui a ribadirlo al Giornale. Insomma, l’ultimo mistero berlusconiano si sgonfia sul nascere. E questo nel giorno in cui anche la Procura di Milano fa sapere che questa storia è penalmente irrilevante: su Antigua e dintorni non è stata aperta alcuna inchiesta.
La trama la disegna invece Milena Gabanelli che fa volare il suo Report fra le acque cristalline di Antigua, isola da cartolina dei Caraibi. Qui il Cavaliere ha acquistato una serie di immobili, sborsando più di 20 milioni di euro. «Le case del premier - spiega l’inviato Paolo Mondani - occupano l’intera collina, due megaville che sembrano cinque e quattro piscine». Uno scenario da sogno. Ma il servizio di Report non finisce qui, anzi qui dovrebbe iniziare il viluppo tenebroso: perché Berlusconi ha versato i soldi ala Flat Point Development e la proprietà della Flat Point Development è avvolta nelle nebbie di una sistema di scatole cinesi. Ma è così o non è così? È così per Report e per una buona fetta dei politici italiani che considerano gravissimo questo acquisto, in spregio alle minime regole della decenza e della trasparenza. Tanto che, per Massimo D’Alema, Berlusconi dovrebbe dimettersi.
Ma non è così a sentire l’avvocato Postizzi. Nel servizio di Mondani, Postizzi era etichettato come fiduciario svizzero della società in questione. Ma lui offre un’altra versione che fa a pugni con la precedente: «Guardi - spiega al Giornale che ha trovato il suo numero di telefono dopo una brevissima ricerca su internet - io non sono il fiduciario di nessuno. Io sono l’azionista di riferimento, il più importante, del gruppo che ha gestito questa operazione immobiliare. La holding si chiama Kappomar e controlla a sua volta la Emerald Cove e la Flat Point. Fra i soci di minoranza posso citare l’irlandese Michael Barry. Non c’è nessun mistero. Proprio niente».
Anzi non c’era neanche prima: «Quando Mondani mi ha contattato - prosegue il legale che in passato è stato anche pretore a Bellinzona, nel Canton Ticino - ero occupato. Così l’ho liquidato due volte con poche battute, ma poi l’ho richiamato e gli ho spiegato che io non ero e non sono il fiduciario, il prestanome, la testa di legno, quel che lei vuole, di nessuno. Solo che in tv sono state trasmesse le prime due telefonate, assolutamente inutili, non la terza, quella decisiva che chiariva tutto. Mi dispiace, avrei voluto spiegare ma non ci sono riuscito. Questa notizie imprecise danneggiano il business che stiamo realizzando ad Antigua. Domenica mattina, dopo aver scoperto che quella sera il servizio di Report sarebbe andato in onda, e avrebbe spacciato notizie false, ho provato via sms e via e-mail a mettermi in contatto con la redazione del programma ma nessuno mi ha richiamato».
Insomma, Postizzi sfugge alla tipologia del fiduciario evanescente che non si fa trovare, non parla, non spiega. Anzi. L’avvocato aggiunge anche un altro dettaglio: «Negli articoli che ho letto hanno inserito Antigua nella black list dell’Ocse ma ne siamo usciti. Ora siamo nella white list, la lista bianca. Antigua non è più un paradiso fiscale». Anche se, in realtà, si troverebbe in questo momento a metà strada: nell’elenco di chi ha finalmente sottoscritto gli standard fiscali internazionali ma ancora zoppica nell’applicarli.
Certo, i dettagli sono importanti, ma il punto è un altro e Postizzi, che lo si creda o no, è netto: «Berlusconi è solo un cliente, un cliente come tanti altri. Lui con noi non c’entra, non c’entra per niente, non ha rapporti, non è nascosto da qualche parte, dietro le società o nelle pieghe dei bilanci. Berlusconi è solo innamorato di questo luogo bellissimo e ha deciso di costruirvi delle residenze. Le assicuro: non c’è altro se non le vostre faide politiche italiane».
Anzi, no. Perché Postizzi fornisce un altro particolare, non proprio di poco conto: «Quanto pagato da Berlusconi è stato regolarmente contabilizzato a bilancio del gruppo Emerald e corrisponde esattamente al valore della contrattazione e al valore del terreno e delle opere eseguite».
Dunque non c’è alcun retroscena avvolto nelle ombre e appare davvero arduo tentare un paragone con la sfiancante vicenda della casa di Montecarlo, anche se molti giornali tricolori la pensano diversamente e pongono una cascata di domande: a chi ha versato i 22 milioni Berlusconi? E chi è il dominus del gruppo Emerald Cove? È forse lo stesso Berlusconi? E via elencando una sequenza di presunte «opacità». Opacità che però lo stesso Postizzi rispedisce al mittente: «Berlusconi è solo un dei tanti che hanno comprato come, per esempio, il calciatore Shevchenko. O forse il premier italiano deve chiedere a qualcuno il permesso per poter acquistare una casa in qualche parte del mondo?».
Non basta ancora. Perché sulle parole di Postizzi arriva, nientemeno, il sigillo della Procura di Milano. I pm di rito ambrosiano fanno sapere che non c’è alcuna ipotesi di reato e nemmeno una richiesta di assistenza giudiziaria internazionale. Insomma, nulla di nulla, nemmeno un’inchiesta come quella di Roma, per truffa, sulla casa di Montecarlo.
sistono, invece, due filoni d’indagine, uno nel capoluogo lombardo e l’altro a Palermo, su Arner Bank, l’istituto di credito in cui il Cavaliere ha il conto «numero 1» e alcuni imprenditori a lui vicini i loro risparmi. Arner Bank è citata in lungo e in largo nel servizio di Report. «Ma nella vicenda di Antigua - conclude Postizzi - entra solo perché è stata utilizzata per pagarci. Insomma, ha fatto il suo mestiere». In ogni caso, dopo l’ispezione della Banca d’Italia e l’apertura dell’inchiesta milanese per riciclaggio, la filiale tricolore della banca luganese è stata commissariata. E i suoi assetti azionari sono stati modificati. Per favorire il ritorno ala normalità.




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Ndrangheta, arrestato dinamitardo «Suoi gli attentati ai magistrati di Reggio»

Il Mattino





ROMA (20 ottobre) - La polizia ha arrestato stamattina al confine tra l'Italia e la Slovenia Antonio Cortese, 48 anni, affiliato alla cosca Lo Giudice della 'ndrangheta. L'uomo, esperto nel maneggio e nel confezionamento di esplosivi, è accusato di essere l'esecutore materiale degli attentati contro i magistrati di Reggio Calabria. Cortese, in particolare, è ritenuto il responsabile degli attentati dinamitardi compiuti il 3 gennaio e il 26 agosto contro la Procura generale e contro l'abitazione del procuratore generale Di Landro, e di avere fatto trovare un bazooka il 5 ottobre scorso davanti gli uffici della Dda. Il boss Antonino Lo Giudice si è pentito recentemente accusandosi di essere stato l'organizzatore delle due bombe fatte esplodere a Reggio Calabria a gennaio e ad agosto.




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E i professionisti degli "spifferi" scoprono i dossier a senso unico

di Stefano Filippi




Da Repubblica all'Unità, i paladini delle Procure contro Panorama per la fuga di notizie. Anche Padellaro sul Fatto si scandalizza. Le inchieste? Solo quelle che infangano il Cavaliere

 

«Madunina confidential», attacca l'Unità in uno degli articoli di ieri sulle indagini a carico di Panorama. Il giornale del Partito democratico scomoda un maestro del «noir» come James Ellroy per dipingere misteriosi scenari di intrighi e dossier, dove si muovono spioni e grandi fratelli per spargere veleni e colpire «i nemici del capo». Nulla di nuovo sul fronte della stampa di sinistra, che tratta la concorrenza a fascicoli in faccia. Perché le loro inchieste sono esempi di diritto all’informazione, quelle altrui volgari «fabbriche di fango». Le centinaia di pagine riempite da Repubblica con le «dieci domande» a Berlusconi sul caso D'Addario sono fulgide bandiere della libertà di stampa; la decina di inchieste di Panorama su personaggi pubblici come Di Pietro, Grillo, De Magistris, gli Agnelli appartengono invece alla «strategia della delegittimazione».

Il doppiopesismo regna sovrano. Claudia Fusani, che dovette lasciare Repubblica perché impigliata nell'inchiesta sugli 007 di Pollari, tratteggia sull'Unità «un sistema di potere che sembra alimentarsi di dossier e presunte inchieste giornalistiche subito strumentalizzate per fini politici». Il suo interlocutore è Gioacchino Genchi, «presunto spione». Il quale non si limita a commentare un’indagine, quella di Pavia a carico di un appuntato della Guardia di finanza e di un nostro collega, alla quale è estraneo: l’ex consulente dell’ex pm Luigi De Magistris tira in ballo Italia Oggi e il caso Telecom, oltre all'«inchiesta della procura di Milano che ha coinvolto i vertici del Giornale e della Confindustria a suon di minacce e dossier» (in realtà la procura è quella di Napoli).

Come è possibile che un sottufficiale qualsiasi della Gdf possa avere tutto questo potere? Si chiede la Fusani. Come fa ad avere accesso a «dichiarazione dei redditi, bilanci di società, cessioni di immobili, dichiarazioni Iva» (forse perché ha una legittima password, azzardiamo noi)? Il fosco affresco si estende a coinvolgere Pollari, Pio Pompa, Sircana, Fabrizio Corona, Dino Boffo, Marrazzo. Insomma, pontifica Genchi, «un network di cui sono protagonisti, consapevoli o meno, agenzie fotografiche, siti di gossip e di informazione, settimanali, quotidiani, blog, tutti opportunamente alimentati di notizie e finalizzato al dossieraggio». E le intercettazioni sul Giornale coperte dal segreto ma pubblicate in tempo reale? Le foto di Berlusconi rubate in Sardegna? I verbali di Vallettopoli? Gli avvisi di garanzia che gli indagati scoprono dalla tv? Risultano inchieste per scoprire queste talpe? No comment.

Gli altri maestri dell’inchiesta giornalistica, cioè i colleghi del Fatto quotidiano, non sono da meno. Il direttore Antonio Padellaro senza troppa fantasia se la prende con il Giornale, liquidato come «un quotidiano posseduto dalla famiglia Berlusconi specializzato nella pubblicazione di inchieste e dossier riguardanti le abitudini sessuali, le questioni immobiliari e le vicende giudiziarie di politici, magistrati, industriali e giornalisti ritenuti (neanche a dirlo) oppositori del premier Berlusconi». Come se il Fatto non fosse un organo specializzato nella divulgazione di inchieste, dossier e atti giudiziari secretati riguardanti le abitudini sessuali, il patrimonio e i casi giudiziari di un unico soggetto, Silvio Berlusconi. Padellaro loda «la straordinaria puntata di Report», naturalmente tacendo le precisazioni di avvocati e finanzieri che hanno tolto ogni mistero. E se la prende con le «nomine Aci del ministro Brambilla», ovviamente seppellendo nel silenzio il lungo elenco di portavoce, portaborse, mogli e affini portati in Parlamento, in Rai e in ogni ente pubblico dai capi del Pd.

Repubblica, che l’anno scorso tirò avanti per settimane con le fughe di notizie sul caso D’Addario (tra l’altro «agevolate» da un colonnello della Gdf), si lamenta che Panorama abbia «radiografato redditi, patrimoni, attività e 740»: dati disponibili in municipi e Camere di commercio. «Può capitare, forse è solo una sfortunata casualità, che gli obbiettivi dei documentatissimi pezzi siano ascrivibili alla lista di quelli che non sono proprio amici del presidente del Consiglio e cioè l’editore di Panorama», ironizza Repubblica. Che invece ha come obiettivo unico l’imprenditore che ha osato ostacolare i piani dell’editore De Benedetti. E questo non è un caso.


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Impazza sul web il "miracolo" del Barbera Il gol del Palermo guarisce gli invalidi?

Corriere del Mezzogiorno

Nel video girato allo stadio un tifoso rosanero seduto in carrozzella improvvisamente si alza per esultare


PALERMO - Spopola sempre più su internet un video girato durante una partita di calcio della scorsa stagione. Siamo allo stadio Barbera di Palermo dove si disputa l'incontro tra il Palermo e il Milan, una delle ultime partite di serie A. Fin qui tutto normale, ma improvvisamente i tifosi sugli spalti gridano al miracolo.


IL «MIRACOLO» - Il gol di Miccoli? Chissà: improvvisamente un (falso?) invalido si alza dalla sedia a rotella nella quale era stato seduto fino ad allora ed esulta al successo della squadra del cuore. Non sappiamo se si sia trattato semplicemente di un equivoco o di una «truffa», ma sta di fatto che le immagini impazzano sul web riscuotendo enorme successo tra i tifosi.
Redazione online
14 ottobre 2010
(ultima modifica: 18 ottobre 2010)

E’ il trapano il più rubato

La Stampa


Svelati i dati mondiali sui taccheggi. Per gli italiani «irresistibili» cinture e vini





Il trapano elettrico come oggetto del desiderio globale: così bello che ti vien voglia di rubarlo, e infatti lo fai. Ovvero: bricoleur, sì, ma a costo zero. È uno dei dati più sorprendenti emersi dalla ricerca presentata ieri a Milano dal Barometro Mondiale dei Furti nel Retail: su 42 Paesi presi in esame, in cima alla classifiche delle cose più rubate nei negozi del mondo risultano attrezzi e minuterie per il fai-da-te casalingo, con una speciale predilezione per il rumoroso e ingombrante aggeggio. Seguono, nell’ordine, articoli di pelletteria, prodotti cosmetici (le creme per il viso, in particolare) e profumi, tagli di carne fresca, giochi per la consolle, lamette da barba (le numero uno nei taccheggi da supermercato, tanto che si piazzano vicino alle casse per esercitare un maggior controllo). E poi cartucce per le stampanti, orologi di marca e bottiglie di champagne o di spumante di alta gamma. Ma in Italia? I trapani elettrici scendono al settimo posto, le borse e cinture sono in cima, compaiono in posizioni assai rilevanti lettori Mp3 e Mp4, cartucce per stampanti, pile e batterie ricaricabili. Per quanto riguarda i generi alimentari, in linea con le abitudini nazionali, ecco vino, salumi e parmigiano.

India, Brasile e Marocco sono i Paesi con la più alta percentale di differenze inventariali, cioè dov’è più alto il divario fra le entrate che si sarebbero dovute realizzare sulla base dell’inventario e degli acquisti e l’ammontare effettivamente ottenuto. Taiwan, Hong Kong e l’Austria sono i Paesi più virtuosi. Noi siamo al 28esimo posto, meglio di Spagna, Francia e Regno Unito ma peggio di Germania, Cina e Giappone. In totale , 87, 506 miliardi di euro globalmente, 3,205 miliardi per l’Italia.

Verrebbe la tentazione di tracciare l’identikit sociologico del nuovo consumatore (a sbafo): un furbastro forse cleptomane ma sicuramente ipertecnologizzato che fa a meno dei libri (pare che oramai ben pochi, in proporzione, se li filino nei grandi store multimediali), pasteggia a champagne e la cintura la pretende firmatissima. Ma la crisi, allora? Attenzione, però. Il dato non fa differenza fra chi ruba per sé e chi lo fa per lavoro, cioè per alimentare il mercato nero; né fra chi, tra i battitori solitari, ruba un etto di prosciutto perché muore di fame oppure un iPod come prova di coraggio da fornire ai compagni di scuola. Dunque, a fronte di un certo numero di indigenti e pensionati alla quarta settimana (altrimenti come si giustificherebbero quegli adesivi per dentiere alla nona posizione italiana?), ecco spiegate tutte quelle borse e tutto quel materiale elettronico sparito dagli scaffali. Alla Checkpoint Systems, l’azienda leader mondiale per la gestione delle «differenze inventarialila prevenzione dei furti in negozio, siegano che è materia di ricettazione perfino il parmigiano reggiano, perché è poco ingombrante, ben riciclabile e, pur essendo un formaggio, non troppo deperibile. Nemmeno le famigerate lamette da barba servono esclusivamente per uso personale.

Ci sarebbe da divertirsi (la sapete quella della signora che svenne dopo aver tentato di nascondersi nel cappotto uno stoccafisso surgelato? In un supermercato milanese ancora se ne favoleggia), se non fosse per il fatto che finiamo per rimetterci tutti, visto che molti dettaglianti ricaricano sui prezzi di vendita ciò che spendono in sistemi di sicurezza, e ogni famiglia al mondo ci smena in media 152 euro (163 in Italia). Resta la fascinazione del trapano elettrico: ormai protetto, anche nei negozi nazionali, da un complicato sistema di cavetti allarmati. Pare che se lo facciano sgusciare nelle borse le signore, perquisite con meno attenzione dei mariti. E c’è pure una spiegazione per così dire ideologica: che risparmio a fare su muratori e carpentieri se il Black&Decker mi costa sui 300 euro?



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Montecarlo, giovani Pdl occupano casa Tulliani E buttano le tessere AN

Quotidianonet


Tappezzato di volantini l'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte 14: "Casa Mantakas, Ramelli, ecc" in riferimento ai caduti dell'Msi. Cambiato il nome sul campanello in Alleanza Nazionale



L'edificio in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo (Ansa)
L'edificio in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo (Ansa)



Roma, 19 ottobre 2010 - Un gruppo di giovani militanti del Pdl, ex An, ha occupato simbolicamente l’appartamento di Montecarlo, donazione della contessa Anna Maria Colleoni, oggetto delle polemiche dell’estate scorsa. I giovani militanti del Pdl hanno rivendicato diritti sull’appartamento, tappezzando la casa di Boulevard Princesse Charlotte 14 con volantini «Casa tulliani? No casa Mantakas, Ramelli etc» con chiaro riferimento ai caduti dell’Msi.

I ragazzi hanno poi sostituito l’etichetta del campanello dell’appartamento in «Alleanza Nazionale» e hanno lasciato uno striscione rivolto a Gianfranco Fini, con scritto: «Ai tuoi - amici - il lusso a noi militanti il disagio» e abbandonando sul marciapiede tessere di Alleanza Nazionale.






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E il bandito Giuliano o un sosia? La sua salma sarà riesumata

Corriere del Mezzogiorno


Il corpo sepolto a Montelepre potrebbe essere quello di un uomo assai somigliante a don Salvatore



Salvatore Giuliano
Salvatore Giuliano



PALERMO - Il bandito potrebbe non essere il bandito, ma un sosia. S'apre l’indagine sulla morte del responsabile dell’eccidio di Portella della Ginestra. Verrà dunque riesumata la salma di Salvatore Giuliano. I pm della Dda di Palermo hanno fissato per il 28 ottobre gli esami sui resti del «re di Montelepre» affidati al medico legale del Policlinico Livio Milone.

La Procura, che dopo l’esposto dello storico Casarrubea aveva costituito un fascicolo di atti relativi, ha avviato un’inchiesta a carico di ignoti per omicidio e sostituzione di cadavere. La riesumazione e la nuova autopsia sulla salma del bandito dovranno accertare se sia ancora possibile estrarne il Dna e procedere poi a un eventuale confronto con il codice genetico dei discendenti ancora in vita dello stesso Giuliano.

Il capo della banda, che insanguinò le montagne attorno al capoluogo dell’Isola, venne ufficialmente ucciso nel luglio del 1950, ma nel suo esposto Casarrubea ha messo in dubbio che il cadavere sepolto nel cimitero di Montelepre (Palermo) sia quello del bandito. Per merito del giornalista Tommaso Besozzi (autore di un celeberrimo e memorabile articolo-inchiesta, pubblicato sull’Europeo del 5 luglio 1950, dal titolo

«Di sicuro c’è solo che è morto») era già stata smontata la versione ufficiale dell’uccisione in un conflitto a fuoco con i carabinieri e si era aperta la strada perchè venisse fuori la verità, e cioè che Giuliano era stato assassinato a sangue freddo e a tradimento dal cugino, Gaspare Pisciotta, poi a sua volta ucciso da un caffè avvelenato, nel carcere palermitano dell’Ucciardone. Ora viene meno anche l’unica sicurezza espressa da Besozzi, che il cadavere lo vide con i suoi occhi, e cioè che Giuliano sia realmente stato ucciso.

Il corpo sepolto a Montelepre potrebbe essere quello di un uomo assai somigliante a Giuliano, ucciso per permettere al bandito di fuggire dalla Sicilia. L’inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Francesco Del Bene, Marcello Viola, Paolo Guido e Lia Sava. Nelle scorse settimane, oltre a Casarrubea, i magistrati hanno sentito giornalisti e un colonnello del Ros dei carabinieri che ha eseguito alcuni accertamenti e il nipote di Giuliano, Antonio Sciortino. Del bandito ci sono dieci minuti di video, uno scoop girato nel 1949 dal cineoperatore Ivo Meldolesi.

Redazione online
19 ottobre 2010







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Happy days» È morto Tom Bosley

Corriere della sera


Famoso per il ruolo di Howard Cunningham. Aveva 83 anni.

Il padre di Richie




WASHINGTON - L'attore Tom Bosley, famoso per il ruolo di Howard Cunningham (il padre di Richie) nella serie «Happy Days», è morto nella sua abitazione a Palm Springs, in California. Aveva 83 anni. Nato il 1° ottobre 1927 a Chicago, due mogli e un figlio, Bosley aveva ottenuto il suo primo successo come attore a Broadway nel 1959 come protagonista del musical Fiorello! che raccontava la storia del famoso sindaco italo-americano di New York Fiorello La Guardia.

Ma era stato il ruolo di Howard Cunningham in «Happy Days» (nella foto nella sigla del telefilm) a rendere il suo volto familiare agli americani e non solo. Recitò in tutti i 255 episodi della serie realizzati nei 10 anni che vanno dal 1974 al 1984. Tom Bosley interpretò anche lo sceriffo Amos Tupper nella serie televisiva La Signora in Giallo (a fianco di Angela Lansbury) e Le inchieste di Padre Dowling, di cui è stato protagonista.

20 ottobre 2010



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Palombelli, lettera a Sarah e addio al Tg5

Corriere della sera

Attraverso il telegiornale aveva scritto una lettera di scuse alla ragazza, per gli eccessi mediatici.

IL DELITTO DI AVETRANA - EFFETTI MEDIATICI




MILANO
- «Cara piccola Sarah, occhi da cerbiatto». Così cominciava la lettera inviata da Barbara Palombelli a Sarah Scazzi. La voce della giornalista sulle immagini su cui ha spinto tanta stampa, direttamente dal tiggì di Canale 5 delle ore 20 chiedeva scusa. A nome di tutti («Noi che, senza conoscerti, ti abbiamo incontrato nei telegiornali e sui giornali, ti abbiamo mangiata proprio come l’umidità di quel pozzo. Un pezzettino al giorno, piano piano, senza sprecare nemmeno una briciola della tua tragica favola»).

SFIGURATA E PUTREFATTA - Un chiaro mea culpa. Che secondo alcune voci di redazione, il direttore del Tg5 Clemente Mimun non avrebbe gradito. «Tu, principessa che sei finita sfigurata e putrefatta dopo quaranta giorni in un pozzo, tanto che il professor Strada, che ti ha sezionato e analizzato, ti ha nascosto persino alla tua mamma», continuava la giornalista che da qualche anno collabora con le reti Mediaset con i toni dolci e indispettiti di una madre che ha guardato (e giudicato con sospetto» i «manifesti horror, gli stessi che sono su tutti i muri delle stanze delle nostre figlie»).

PREGARE, PREGARE - Toni un po' macabri ma voce certa, Palombelli concludeva con «Ora che stai uscendo di scena per lasciare spazio ai tuoi assassini e alla rivelazione del male, in cui hai vissuto forse senza saperlo oppure sì, ora che tutta l’Italia partecipa all’indagine nazionale su di te che non ci sei più, ora è proprio arrivato il momento di pregare, pregare per te e per noi, per il nostro lavoro, per voi che state vedendo queste immagini. Non ti dimenticheremo. Sarah, perdonaci se puoi...».

USCITA DI STANZA - I toni usati non sarebbero piaciuti al direttore del Tg5, Clemente Mimun che dopo l'edizione avrebbe avuto una discussione con la Palombelli. E ora, secondo quanto si apprende da fonti della redazione , Barbara Palombelli avrebbe svuotato la propria scrivania e lasciato il Tg5.

OPINIONISTI SEMPRE BUONI - Una domenica ad Avetrana, tra giornalisti a scannarsi per sapere le ultime di Sabrina e turisti in visita. Immagini, foto, Notizie. Chissà se la lettera di Palombelli avrà voluto avere anche un doppio sapore. Un mea culpa corale per tutta la stampa che sta facendo man bassa degli orrori di Avetrana. E un mea culpa personale per quegli opinionisti multi-competenze, sempre pronti ad accenderne una per qualche porta-a-porta di turno e scendere in campo in nome delle verità-umanità-mostri-e scuse di Cogne, Meredith, Garlasco, Erba, ora pure Avetrana. Chissa se in quelle scuse ci sarà pure l'intenzione di avere meno opinioni?

CAMBIO DI UFFICIO - Mediaset chiude il caso con queste laconiche parole diffuse alle agenzie: «Barbara Palombelli non può avere lasciato il Tg5 per il semplice motivo che non fa parte della testata di Clemente Mimun». La giornalista lavora infatti per Videonews, la testata Mediaset che produce tra gli altri Domenica Cinque, Mattino Cinque, Pomeriggio Cinque e Matrix, programmi dove Barbara Palombelli si esprime al meglio come commentatrice di punta. La sede di lavoro di Videonews è all'Aventino, lei per sua comodità aveva una scrivania al Palatino.

Redazione Online
19 ottobre 2010

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