lunedì 18 ottobre 2010

Ispezione finanza pubblica: «La Regione? Indebitata per finanziare le mostre»

Corriere del Mezzogiorno

Rapporto-choc della Ragioneria generale dello Stato: i bond spesi in contributi ai privati e paghe ai forestali



NAPOLI — Spese effettuate in violazione della Costituzione; bond sottoscritti, le cui somme sono state utilizzate per concedere contributi: da quelli per i film, agli altri per mostre e fiere; artifizi per forzare il Patto di stabilità; società partecipate che perdono denaro da tutte le parti; la sanità... beh, non ne parliamo. La relazione ispettiva che il ragioniere generale dello Stato Mario Canzio ha inviato al ministro Giulio Tremonti, a leggerla, ubriaca. Sette pagine fittissime di cifre, prescrizioni, considerazioni, profili. «Una preventiva informativa» l’hanno chiamata i segugi di Canzio, alla quale seguirà una relazione più approfondita (un «referto finale», scrivono); come a dire che quell’informativa è soltanto un antipastino. Ma già succulento. Conviene andare con ordine.

L’ISPEZIONE - Il 16 giugno scorso Canzio scrive a Tremonti dicendogli che ha disposto «una verifica presso la Regione Campania da parte dei servizi ispettivi della Ragioneria, volti a rilevare eventuali scostamenti dagli obiettivi di finanza pubblica». Il guardiano dei conti della Repubblica— detto per inciso, è salernitano — vuol vedere se le regole utili a mantenere la finanza in binario siano state rispettate dalla Regione. L’analisi si ferma al 2009, epoca Bassolino. Gli ispettori l’estate scorsa l’hanno passata a Palazzo Santa Lucia («dal 24 giugno al 25 agosto 2010», si legge), nuotando nel mare magnum di carte e documenti («informazioni» che loro stessi definiscono in alcuni casi «carenti per qualità, completezza e omogeneizzazione»). «La situazione finanziaria della Regione Campania— si verga nell’incipit— risulta, ad opinione di chi scrive, in una fase di estrema difficoltà, che trova il suo principale indicatore nella progressiva diminuzione delle disponibilità liquide di tesoreria».

Così si scopre che al dicembre 2009 Palazzo Santa Lucia aveva una «disponibilità di cassa» (soldi da spendere nel borsellino) pari a 240 milioni e 100 mila euro; sei mesi dopo, erano 50 milioni 581 mila euro. «Al 31 luglio 2010 — si legge nell’informativa — e 31 agosto 2010 (dato comunicato dalla Regione successivamente alla conclusione della verifica) la disponibilità di cassa, detratte le somme riguardanti i pignoramenti e i mandati ancora da eseguire, è risultata pari, rispettivamente a 80 milioni 464 mila euro e 357 milioni 298 mila euro». Somme che scendono e salgano ma che fanno dire agli ispettori che «la progressiva caduta delle disponibilità liquide rappresenta il problema più preoccupante nel breve periodo, poiché oltre ad essere il sintomo più tangibile delle difficoltà di bilancio, rappresenta verosimilmente il versante sul quale si potrebbe manifestare una vera e propria situazione di impossibilità a far fronte ai propri (della Regione, ndr) impegni nei confronti dei fornitori e dei finanziatori». Insomma, alla fine della fiera l’indebitamento è passato dal 2004 al 2008, dai 2 miliardi 814 milioni ai 5 miliardi 342 milioni.

IL BUCO NERO DELLA SANITA' - La verifica arriva anche sui conti sanitari. Per il deficit la Regione ha sottoscritto nel 2007 — ricordiamolo — un piano di rientro con i ministeri di Economia e Sanità. «Dagli accertamenti effettuati dagli ispettori— scrive Canzio— nel corso della verifica è stato possibile rilevare dal conto consolidato di Asl e aziende ospedaliere, le perdite prodotte nel quadrienno 2006-2009 del settore sanitario della Campania: 2006, -810 milioni 490 mila euro; 2007, -917 milioni 146 mila; 2008, -889 milioni 935 mila; 2009, -853 milioni 196 mila euro. Per il momento va segnalato come, nonostante le azioni correttive previste dal piano di rientro, il settore della sanità versi tutt’ora in una situazione di difficoltà, legata ai ritardi nell’attuazione, da parte della Regione, delle prescrizioni dello stesso piano di rientro. (...) Si può sin da ora sostenere che le dimensioni del bilancio sanitario sono d’importo tale da influenzare in maniera rilevante le finanze regionali».

LE SOCIETA' MISTE REGIONALI. DA PARTECIPATE A SOCIETA' PARTECIPATE - «Nell’anno 2008— si legge— le società partecipate esaminate hanno prodotto una perdita di circa 52 milioni». Per gradire, le ‘‘miste’’ del comparto del trasporto pubblico locale risultano dipendenti dai contributi della Regione per il 71,7%, le altre hanno una dipendenza del 92,9%. Agli ispettori è venuto in mente anche di verificare in che modo la Regione abbia utilizzato le risorse provenienti dalla sottoscrizione di bond (che non è il cinematografico James, ma obbligazioni finanziarie) per il periodo successivo al 2005. Se ne scoprono delle belle, come ha anche sottolineato ieri Sergio Rizzo al Corriere della Sera. «L’analisi a campione — si legge nell’informativa — ha evidenziato, inoltre, come le somme spese a seguito dell’emissione di bond effettuata nell’anno 2006 siano state in parte utilizzate per concedere contributi in conto interessi in favore di soggetti privati, per pagare le retribuzioni degli operatori forestali, per pagare il servizio antincendio boschivo, per finanziare iniziative turistiche, quali fiere e mostre, contributi a case di produzione cinematografiche oltre che per finanziare opere di manutenzione ordinaria». Anche i mutui contratti con Depfa Bank (2007) e Bei (2008) sono stati utilizzati non per finanziare spese di investimento, ma ancora produzioni cinematografiche, servizi vari, contributi generici a privati e perdite pregresse delle partecipate stesse. «Una violazione— dice la Ragioneria dello Stato dell’articolo 119 della Costituzione», secondo la quale le amministrazioni ‘‘possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento’’. Da ultimo, Canzio si sofferma sulla violazione deliberata del Patto di stabilità. «L’Ente— afferma— programma una quantità di spesa sottoposta al Patto maggiore, per competenza e ancor più per cassa, rispetto agli effettivi vincoli imposti dal Patto stesso. Da ciò deriva che la capacità di spesa autorizzata nell’esercizio finanziario è molto superiore ai vincoli del Patto stesso».

Patrizio Mannu
18 ottobre 2010




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E morto l'attore Guido Palliggiano

Corriere del Mezzogiorno


Era malato di tumore, si è spento durante la scorsa notte. Aveva recitato ne «L'americano» con George Clooney



La locandina del teatro Troisi: Guido Palliggiano e Barbara Chiappini
La locandina del teatro Troisi: Guido Palliggiano e Barbara Chiappini

NAPOLI - Il mondo del teatro e del calcio dice addio a Guido Palliggiano, l'attore e regista napoletano. È morto durante la scorsa notte, all'età di 58 anni, probabilmente colpito da un malore. L'attore era malato di tumore da tempo, ma si era ripreso dopo un ciclo di chemioterapie. A dare la notizia sono i colleghi del gruppo televisivo Lunaset, di cui per anni era stato direttore artistico. Voce di Radio Marte, commentatore calcistico e tifosissimo del Napoli. La sua seconda casa era il teatro Cilea dove lo scorso 12 ottobre aveva inaugurato la nuova stagione teatrale.

IL TEATRO - Il debutto è del 1969, sedicenne - esordì con «Nu mese ‘o ffrisco» al teatro Diana. Ha lavorato con Mastelloni, Casillo, Casagrande, Marsiglia. Nel '74 si diploma al teatro sperimentale di Napoli in dizione e recitazione in seguito al quale cominciano a fioccare proposte e partecipazioni ai vari teatri napoletani. Palliggiano fu uno dei pioniere del cabaret partenopeo fondando il gruppo «Il Teatraccio». Diviene presentatore e supporter di tanti artisti: Beppe Grillo, Anna Mazzamauro, Isabella Biagini, Gigi Sabani, Fred Bongusto, Pooh, Adriano Celentano, Mattia Bazar. L’ultimo suo lavoro teatrale è la commedia «Due letti per in marito» con la showgirl Barbara Chiappini che si sarebbe svolto il 29 ottobre al teatro Troisi di Napoli.

IL GRANDE E PICCOLO SCHERMO - Partecipò alla serie americana «I Soprano’s» al fianco di James Grandolfini. Nel 2009 ha partecipato al film «l’Americano» con George Clooney e Violante Placido; nel 2007 era tra gli interpreti de «La Vita di Giuseppe Moscati». Numerose anche le sue partecipazioni da attore di fiction: da «La squadra» a «Un posto al Sole», da «Incantesimo» a «Vite». Nella stagione televisiva appena trascorsa sul gruppo Lunaset aveva condotto «Febbre Azzurra quiz». Era anche fervente sostenitore del movimento neoborbonico.

Violetta Luongo
18 ottobre 2010





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Monsignor Padovese ucciso in Turchia dall'Islam radicale e non da un folle»

Il Messaggero


Sinodo Medio Oriente, denuncia shock davanti al Papa del presidente della Conferenza episcopale turca, Franceschini


di Franca Giansoldati



CITTA' DEL VATICANO (18 ottobre) - Quello che in Vaticano non hanno ancora avuto il coraggio di dire esplicitamente, forse per paura di ritorsioni o per non creare incidenti diplomatici con la Turchia, è risuonato chiaramente al Sinodo sul Medio Oriente: l'omicidio di monsignor Luigi Padovese - il prete sgozzato due mesi fa a Smirne - è stato un atto premeditato, ascrivibile al crescente fanatismo islamico. Esattamente come avvenne per padre Santoro, l'altro prete italiano sgozzato (anche lui) al grido di Allah-o-akbar quattro anni fa a Trebisonda.

A rompere il silenzio su questo caso davanti a Benedetto XVI e senza troppi peli sulla lingua, abbandonando il fair play curiale, è stato monsignor Ruggero Franceschini, vicario apostolico di Smirne e attuale presidente della Conferenza Episcopale Turca. Al Papa ha chiesto di fare presto a nominare un nuovo vescovo che possa raccogliere il testimone di Padovese, «perché la situazione pastorale e amministrativa del vicariato dell'Anatolia è grave per le divisioni all'interno della comunità cristiana, già fragile di per sé», per le difficoltà economiche del Vicariato e per «la gravissima scarsità di personale missionario».

Il brutale assassinio di monsignor Padovese viene descritto da monsignor Franceschini in questo modo: è stato ucciso «dagli stessi poteri occulti che il povero Luigi aveva, pochi mesi prima, indicato come responsabili dell'assassinio di don Andrea Santoro, del giornalista armeno Dink e dei quattro protestanti di Malatya; cioé un'oscura trama di complicità tra ultranazionalisti e fanatici religiosi, esperti in strategia della tensione».

Probabilmente una accusa che ha scatenato l'ira dei fanatici e che ha armato la mano dell'assassino che lo ha sgozzato secondo il solito rituale islamico. Altro che squilibrato come le autorità turche hanno continuato a ripetere senza sosta. All'indomani della morte, avvenuta agli inizi di giugno, il Papa, probabilmente informato male dai suoi stessi collaboratori, escluse qualsiasi motivazione politica dietro l'omicidio. Anzi, in una conferenza stampa fatta in volo mentre si recava a Cipro, affermava che il fatto «non aveva niente a che fare con la Turchia».

Tesi che è, ovviamente, stata confutata da monsignor Franceschini. Al Sinodo lo sfogo del vescovo ha fatto riflettere e in qualche modo è sembrato una critica per come il caso di monsignor Padovese sia stato affrontato e (praticamente) quasi archiviato dal Vaticano. Basti pensare che al funerale, in Turchia, il Papa non ha inviato nessuno (mentre per don Santoro il rito funebre fu affidato al cardinale Ruini, partito apposta dall'Italia per celebrarlo a nome del pontefice). Solo a funerale avvenuto, si è tenuta una cerimonia di commemorazione officiata a Milano dal cardinale Tettamanzi. In duomo, in qualità di inviato papale, era presente un ex nunzio, monsignor Faraht. Ma quel che è peggio è che ad oggi nessuno ha definito questa morte per quel che è: un martirio.

Solo monsignor Franceschini ha alzato il velo del silenzio: «La Chiesa di Anatolia - ha ripetuto Franceschini - e' a rischio di sopravvivenza, e questa è una situazione di cui vi faccio partecipi con un tono di gravità e urgenza. Voglio tuttavia rassicurare le Chiese vicine, in particolare quelle che soffrono persecuzione e vedono i propri fedeli trasformarsi in profughi, che come Conferenza Episcopale saremo ancora disponibili all'accoglienza e all'aiuto fraterno, anche oltre le nostre possibilità; così come siamo aperti ad ogni collaborazione pastorale con le Chiese sorelle e con i musulmani per una laicità positiva, per il bene dei cristiani che vivono in Turchia, e per il bene dei poveri e dei profughi numerosi in Turchia. La culla della Chiesa delle origini, speriamo possa essere la casa della Chiesa unita».




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Burtone in carcere, insulti ai carabinieri Maricica morta per trauma cranico

Il Messaggero

Il gip revoca i domiciliari: pericolo di fuga. Il ventenne: «Ho paura del carcere, mi dispero per la morte della donna». Il legale: Alessio non è il solo responsabile. Gli amici: Alemanno sindaco di Bucarest




 

ROMA (18 ottobre) - Si aprono le porte del carcere per Alessio Burtone, il giovane di 20 anni accusato di avere con un pugno provocato la morte di Maricica Hahaianu, infermiera romena deceduta venerdì scorso al Policlinico Casilino. Il gip ha firmato l'ordinanza notificata dai carabinieri a Burtone. Il giovane ha lasciato gli arresti domiciliari ed è stato condotto nel carcere di Regina Coeli. Mercoledì mattina sarà interrogato.

Pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. Per questo motivo il gip Sandro Di Lorenzo ha firmato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per Alessio Burtone. L'accusa resta di omicidio preterintenzionale.

Dopo le 17 Burtone è stato prelevato dalla sua abitazione da quattro carabinieri, che lo hanno portato a Regina Colei. «Alessio libero», «Alessio uno di noi», hanno gridato decine di ragazzi, tutti amici della famiglia. Molti hanno insultato i militari gridando «carabinieri pezzi di merda» e facendo gesti ingiuriosi. «Siete degli sciacalli. Vergognatevi» hanno urlato alcuni abitanti a cameraman e giornalisti. Urla contro la stampa anche dagli amici: «Siete dei pezzi di merda». Burtone si è infilato nell'auto dei carabinieri nascondendosi con il cappuccio di una felpa blu. La sorella è rientrata nell'androne del palazzo piangendo, abbracciata ad alcuni amici.

«Ho paura del carcere. Sono addolorato, ma ancor di più per la morte della donna. Non mi aspettavo tutto questo». Sono le ultime parole di Burtone prima di essereportato a Regina Coeli. Il ventenne dopo essere stato ammanettato è stato abbracciato dai familiari in lacrime. «Ti staremo vicino», gli ha detto la madre. Il padre l'ha abbracciato piangendo a dirotto e al momento dei saluti si è ritirato nella sua camera da letto.

«Roma non ha piú un sindaco - ripetono alcuni amici di Alessio - da oggi Alemanno è il sindaco di Bucarest. Difende i romeni in qualsiasi occasione. Poi invece non parla di episodi come un ragazzo picchiato da due romeni e ricoverato in fin di vita al policlinico Casilino». C'è chi è preoccupato per le sorti di Alessio in carcere. «Sicuramente verrà picchiato dagli altri detenuti soprattutto se romeni - ha detto Maui - È stato arrestato come un mafioso. I carabinieri sono venuti a prenderlo con otto auto». Sul portone del palazzo di Alessio rimarrà lo striscione “Alessio libero” che gli stessi ragazzi hanno messo nei giorni scorsi. «Lo abbiamo rifatto - spiega Andrea - perchè la donna delle pulizie, romena, lo aveva staccato. Pensa che coincidenza». «Maricica prendeva spesso il 511 e dava sempre fastidio ai passeggeri. Creava sempre un pretesto per litigare, era un'attaccabrighe - dice un altro -Tempo fa si è fatta menare per prendersi i soldi del risarcimento. Quindi non è Alessio il pregiudicato, non è vero».

«Deve andare in carcere e pagare per quello che ha fatto. Siamo sollevati perchè giustizia è fatta», ha detto Giovanni Petroiou, fratello di Maricica, dopo aver appreso che Alessio Burtone era stato portato in carcere.

«È stato fatto un processo mediatico inizialmente sulla provocazione di Maricica, ma noi siamo sereni, le carte processuali parlano chiaro - ha detto Alessandro Di Giovanni, avvocato della famiglia di Maricica Hahaianu - Una provocazione la faccio io. Se il ragazzo fosse stato romeno e la ragazza italiana oggi ci sarebbe stato questo sparuto gruppo di persone che si sono schierate dalla parte dell'indagato? Credo che la risposta sia chiara. C'è un video che parla chiaro e ci sono ricostruzioni testimoniali. Tutti sono in grado di vedere cosa è accaduto, c'è stato un pugno di estrema violenza, la signora perde conoscenza nel momento in cui lo riceve e cade come un sacco. Noi siamo sereni come è serena la Procura, poi è normale che la difesa faccia il suo ruolo».

Una manata, non un pugno. «Dagli esami del medico legale risulta che sul volto della donna non c'è una grossa lesione da cazzotto, ma solo un'escoriazione di un centimetro dovuta a una manata» - sostiene Fabrizio Gallo - Ora sono più sereno. È evidente che ho detto la verità, non avevo nessuna intenzione di uccidere».

«Se tornassi indietro mi farei menare». «È tutto così assurdo - aveva detto sconfortato Alessio Burtone al suo legale, Fabrizio Gallo - Se tornassi indietro mi farei menare ma non alzerei più le mani in vita mia». «Il ragazzo - ha detto Gallo dopo il pronunciamento del gip - è nella sua stanza. È distrutto e attende che vengano a prenderlo per condurlo in carcere. È un fortissimo dolore per lui, non sta bene ed è molto provato».

La Procura aveva chiesto al gip l'aggravamento della misura cautelare, ossia il trasferimento in carcere, per Alessio Burtone. L'iniziativa era dettata dalle mutate esigenze cautelari per Burtone, accusato di omicidio preterintenzionale dopo la morte dell'infermiera. La Procura aveva già fatto ricorso al Tribunale del Riesame il 14 ottobre per chiedere l'emissione della custodia cautelare in carcere, impugnando la decisione del gip di metterlo ai domiciliari. In sede di convalida dell'arresto il pm Antonio Calaresu si era opposto alla richiesta di arresti domiciliari. Il gip, comunque, aveva deciso di concedere al giovane la misura più attenuata.

L'autopsia: profondo trauma cranico determinato dalla caduta. Un profondo trauma cranico determinato dal violento urto alla nuca e un'escoriazione di circa un centimetro sotto al labbro sinistro. Questi gli elementi che emergono dall'autopsia sul corpo di Maricica Hahaianu.

Nessun nesso tra morte e cure ospedaliere. Dai primi risultati dell'esame autoptico, svolto presso l'istituto di medicina legale dell'università La Sapienza, non emergerebbe un nesso tra la morte e l'operato dei medici del Policlinico Casilino che hanno tentato di salvare la donna. Tutti i dati saranno comunque ancora esaminati e i consulenti consegneranno entro 30 giorni alla procura una relazione che viene definita «attendibile» e «chiara» sulle cause del decesso di Maricica.

Alessio Burtone è «sereno e pronto a rispettare la decisione del gip - aveva detto Gallo questa mattina - Ci potremmo trovare anche davanti al fatto che Alessio non abbia tutta la responsabilità. Così cambierebbe il quadro probatorio. Nel caso in cui fossero accertate responsabilità da parte dell’ospedale, Alessio risponderebbe di delitto colposo per reato di omicidio e la pena prevista sarebbe da uno a cinque anni».

«Stiamo valutando la possibilità di presentare querela contro chi ha definito Alessio assassino. Qualora la perizia dovesse dare la responsabilità della morte di Maricica ad altri chi ha usato frasi offensive ne subirà le conseguenze sia penali che civili - ha aggiunto Fabrizio Gallo - Il sindaco ha usato delle frasi offensive. Mi pare abbia definito Alessio un assassino. Se fosse così ci sarà una querela da parte della famiglia. I politici dovrebbero essere più prudenti prima di chiamare un ragazzo assassino. Perché se così non fosse non ci farebbero una bella figura».

I medici del Policlinico Casilino: accuse strumentali. «Le dichiarazioni di alcuni familiari di Maricica Hahaianu sono gravi. Crediamo che le accuse sulla responsabilità dei medici riguardo alla sua morte possano essere strumentalizzate e utilizzate per alleggerire la pena dell'accusato». È quanto hanno fatto sapere alcuni medici del Policlinico Casilino di Roma, dove era ricoverata la donna romena.

Il grande piazzale della stazione Anagnina intitolato a Maricica Hahaianu. La proposta verrà approvata nel prossimo Consiglio del X Municipio per poi essere sottoposta all’attenzione del Consiglio comunale. «Sono sicuro riceverà il consenso di tutte le forze politiche», aggiunge il presidente del X Municipio Sandro Medici.

Fini: episodio di stupida violenza a prescindere dalla razza. «La violenza è sempre da condannare ed è sempre stupida, al di là di chi la compie e di chi, ahimè, la subisce - dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini, riferendosi alla morte dell'infermiera romena - Si tratta di uno degli episodi di ordinaria violenza nelle città italiane. Mi rifiuto di dare una lettura di tipo etnico-razziale. Così come è profondamente sbagliato quando uno straniero aggredisce un italiano dire vergognatevi, siete incapaci di rispettare le regole, sarebbe altrettanto fuor di luogo rovesciare il ragionamento».

Robilotta: un premio a tesi dedicate a Maricica. «La Fondazione Regionale per le Autonomie Locali del Lazio ReSeT, con l’Arall, l’Associazione Onlus Giovanna D’Arco e la Cooperativa Sociale Infocarcere, intitolerà a Maricica Hahaianu, la giovane inferimiera uccisa nel metro di Roma, un bando di concorso per premiare tre tesi di laurea in materia di welfare». Lo rende noto, in un comunicato, Donato Robilotta, presidente dell’Arall, l’Associazione regionale delle Autonomie Locali del Lazio. «Il bando di concorso - ha spiegato Robilotta - sarà riservato, per l’edizione 2011, a tesi di laurea dedicate ai temi dell’educazione e della formazione dei giovani, nonché sul sistema di welfare regionale e locale».

Giro: ora vigilare su Burtone. «Prendo atto della decisione del Gip senza commentarla. Ora compito dei magistrati è fare il proprio dovere mentre come politico posso solo lanciare un appello, credo condivisibile da parte di tutti, a vigilare su questo ragazzo date le sue condizioni di profonda prostrazione», dice il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro. Giro, sottosegretario ai Beni e alle attività culturali, aveva insistito sulla sua posizione contro la custodia cautelare in carcere: «Non partecipo ad alcuna gara tra innocentisti e colpevolisti e non minimizzo nulla ma preferisco attendere gli esiti dell'autopsia e della verifica attenta dei fatti. Per il momento mi limito ad osservare che l'omicidio è con tutta evidenza preterintenzionale e che in questo caso specifico è possibile valutare la possibilità di conservare la misura degli arresti domiciliari di un giovane che rischia nel carcere di essere esposto a gravissimi rischi per la propria incolumità personale considerando il suo stato di prostrazione. Tutto qui».

«Con tutto il rispetto per l'amico Giro credo che le sue premure siano del tutto infondate. Alessio Burtone con il gravissimo gesto che ha commesso si è dimostrato un soggetto socialmente pericoloso che non merita di rimanere agli arresti domiciliari. Un atteggiamento di questo genere sarebbe visto da tutta la città di Roma come una pericolosa indulgenza, un atto di ingiustizia ed un esempio assolutamente negativo», aveva replicato ieri a Giro il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.





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Licenziati dalla Apple senza spiegazioni Ci hanno anche chiesto di uscire dal retro»

Corriere della sera


Uno degli ex dipendenti: «Mi hanno detto che non ero allineato al pensiero dell'azienda. Ma non è vero»

 

IL CASO a grugliasco, nel torinese


L'Apple Store di Grugliasco
L'Apple Store di Grugliasco
MILANO
- «Ci hanno addirittura chiesto di uscire dalla porta posteriore». E perché? «Non ci hanno spiegato neanche questo». Marco Savi, 42 anni, lavorava all'Apple Store di Grugliasco, nel Torinese. Faceva parte della squadra di dipendenti che durante la festosa apertura del mese scorso (e nei giorni successivi) ha accolto la folla degli appassionati di Mac e iPhone. L'assunzione nell'azienda della Mela Morsicata rappresentava, per lui, una specie di sogno realizzato: «È sempre stata la mia passione» racconta. Un mese e mezzo dopo, però, è arrivata l'amara sorpresa. «Sono stato licenziato assieme ad altri due colleghi prima che finisse il periodo di prova».

Nulla di illegale, dunque. «Il problema - aggiunge Savi - è che nessuno si è degnato di darci una motivazione valida». Possibile? «A me hanno detto soltanto che non rivolgevo ai clienti un "saluto caloroso" e che non ero allineato al pensiero Apple». E cosa significa? «Non lo so. L'unica cosa che posso dire è che a volte, durante le riunioni del mattino, mi sono trovato a fare delle semplici osservazioni sul funzionamento del nostro store, ma sempre con spirito positivo. Non ho mai contestato la filosofia aziendale. Forse, però, sono stato visto come un elemento di disturbo».

IN PROVA - Savi critica il comportamento dei suoi (ex) manager (che al momento preferiscono non commentare la vicenda, così come la Apple). «Persone in gamba, per carità. Ma provengono da esperienze che c'entrano poco con la tecnologia e i prodotti Apple. Anche loro, tra l'altro, sono in prova. Manager in prova che si sono trovati a gestire, e giudicare, personale in prova. Il giorno dell'apertura siamo stati mandati allo sbaraglio. In pochi sapevano usare le casse, i Pos non funzionavano, per fare un finanziamento ci volevano ore. Ci siamo trovati di fronte a clienti incavolati costretti ad attendere a lungo prima di completare un acquisto». E lei ha segnalato questi problemi ai suoi capi. «Ho fatto quello che dovevo, per questo mi sento in pace con la coscienza». Non è che invece ha combinato qualche casino?

«Per carità, non sono uno di quelli che rompono le scatole. Io ero felice di quel lavoro. Tutti i giorni mi facevo 75 km in auto per andare e 75 km per tornare. Sono entrato alla Apple perché quella è la mia passione. Una specie di mito. Non avrei mai fatto qualcosa contro un'azienda che continuo ad apprezzare anche adesso, nonostante quello che è successo. Da una sera alla mattina, però, sono stato mandato via. Vorrei almeno capire perché». Magari non l'hanno giudicata adatto a quel lavoro. «Lo avrei accettato, se mi avessero dato una spiegazione valida. O magari avrebbero potuto avvertirmi, farmi capire cosa contestavano del mio comportamento. Invece continuo a chiedermi cosa ho sbagliato». E adesso? «Aspetto che si faccia vivo qualcuno della Apple. Poi vedremo». Ha sentito i suoi ex colleghi? «Sì, mi dicono che al lavoro c'è un'atmosfera molto tesa. Tra l'altro, hanno distribuito da poco le schede di valutazione sui manager. Dopo quello che è successo, non sanno proprio come comportarsi».

LO STUDENTE - Anche Alessandro Montagner, 22 anni, è stato licenziato dall'Apple Store di Grugliasco durante il periodo di prova. Il ritornello, come sottolinea anche La Stampa (che ha portato alla luce la vicenda), è lo stesso: «Non mi hanno dato nessuna spiegazione valida». Secondo il giovane, però, la decisione in questo caso sarebbe legata alla sua scelta di frequentare l'Istituto Europeo di Design (lo Ied). Incompatibilità di orari, forse? «Niente affatto - assicura - sarei riuscito a gestirmi. E poi io avevo avvisato l'azienda dal primo colloquio di lavoro. Mi avevano detto che non ci sarebbero stati problemi. Anzi, che erano felici di favorire la crescita professionale dei dipendenti». Le cose, a quanto pare, sono andate diversamente. «Un giorno sono stato convocato in ufficio e mi hanno annunciato l'intenzione di non riconfermarmi. Nessuno mi ha spiegato i motivi». È uscito anche lei dal retro? «Me lo hanno chiesto. Ma ho preferito andarmene dalla porta principale. A testa alta».

Germano Antonucci
18 ottobre 2010



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La prof insegna l'alfabeto alle superiori In sciopero gli alunni dell'Isis di Tarquinia

Il Messaggero



TARQUINIA (18 ottobre) - L'insegnante di lettere fa otto volte l'appello prima di iniziare la lezione. Poi, nelle due ore successive, scrive l'alfabeto alla lavagna e lo fa ripetere agli alunni. Il tutto in una classe dell'Isis Vincenzo Cardarelli di Tarqunia, in provincia di Viterbo, frequentata da studenti delle superiori in procinto di diventare geometri o tecnici programmatori.

Questa mattina, dopo l'ennesima lezione passata a ripetere a, b, c, d..., gli studenti sono scesi in piazza e hanno dato vita a una manifestazione di protesta. E nei prossimi giorni, appoggiati dai genitori che presidiano l'ingresso dell'istituto, non entreranno in classe quando sarà presente la professoressa. La contestazione dell'insegnante era iniziata già l'anno scorso, tanto che fu allontanata provvisoriamente dall'istituto e sostituita da supplenti. Infine fu trasferita d'ufficio ad altro incarico. Ma lei ha presentato una serie di ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato riottenendo il posto.

Oggi, il sindaco Mazzola ha inviato una lettera al prefetto di Viterbo Carmelo Aronica, con la quale chiede «un immediato intervento per risolvere l'annosa vicenda e mettere fine allo stato di agitazione indetto dai giovani. Con il nuovo anno - aggiunge - si è ripresentata la questione e il malcontento degli studenti è notevolmente cresciuto, tanto che si rifiutano di entrare in classe, sostenuti dai genitori che presidiano l'istituto».





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Io come Michele Santoro, sospeso dal lavoro e dallo stipendio»

Corriere della sera


Lasciato a casa dopo aver dato solidarietà ai licenziati di Melfi. Le Fs: dichiara il falso




MILANO - «Dieci giorni di sospensione, neanche fossi Michele Santoro...». Ci risiamo. Dante De Angelis, il macchinista salito alla ribalta della cronaca per essere stato licenziato per ben due volte dalle Fs e per altrettante volte reintegrato al suo posto (la seconda dal giudice), torna a far parlare di sè. Suo malgrado. Questa volta è stato sanzionato, proprio come il giornalista di Annozero, cioè con dieci giorni di stop dal lavoro e dallo stipendio. Ma non per aver detto un «vaffan... rotaia», bensì per aver espresso solidarietà agli operai di Melfi licenziati dalla Fiat. A far la parte del «Masi» (direttore generale Rai) è Mauro Moretti (amministratore delegato di Trenitalia). Moretti-De Angelis è divenuto ormai un vero e proprio duello. Da una parte, l'ingegnere di 58 anni, entrato in Fs con un concorso pubblico, e diventato sindacalista della Cgil nelle Ferrovie durante la gestione Ligato, a guidare l'azienda a cui faceva le pulci. Dall'altra, l'occhialuto macchinista, di 49 anni, delegato alla sicurezza, che proprio non vuole smettere di fare le pulci all'azienda ora guidata da Moretti.

I FATTI - La solidarietà espressa (il 23 agosto scorso) da De Angelis come cittadino-lavoratore nei confronti dei tre operai di Melfi licenziati e reintegrati dal giudice è apparsa su un portale di news e informazione online, UnoNotizie. Questa una delle frasi che ha fatto arrabbiare le Ferrovie: «Anche le Fs, in occasione del mio primo licenziamento nel 2006 hanno tentato di tenermi fuori dall'azienda garantendomi lo stipendio, una scorciatoia antidemocratica ed antisindacale».

LA PRIMA CONTESTAZIONE - Trenitalia contestata direttamente a De Angelis: «Del tutto falsa e destituita di ogni fondamento (la frase) perché a differenza di quanto accaduto per i lavoratori Fiat, Lei non è stato destinatario di alcun provvedimento giudiziale di reintegra e la scrivente società non le ha offerto alcun tipo di remunerazione per mantenerLa fuori dall'azienda». De Angelis invece precisa: «Non intendevo fare accuse né denigrazioni nei confronti di chicchessia né, tantomeno, nei confronti di Trenitalia Spa. Risulta pacifico e notorio che codesta ditta abbia avanzato per due volte proposte conciliative. La prima consisteva nella concessione di un trattamento economico sostitutivo del salario, comportante l'implicita rinuncia da parte mia ad agire immediatamente in giudizio».

«Nella seconda proposta - scrive De Angelis nelle sue giustificazioni - Trenitalia mi diceva che per "concorrere ad individuare una soluzione che consenta al lavoratore comunque di trovare una valida occupazione per il proprio mantenimento e della di lui famiglia, si dichiara disponibile a farsi parte attiva per ottenere l'assunzione ex novo dello stesso presso altra società controllata del Gruppo Fs"». E invece no. L'accostamento della volontà Fiat a quella di Trenitalia ha provocato la contestazione disciplinare delle Fs inviata il 15 settembre scorso (ma pervenuta solo il 4 ottobre). Perché? Perché avrebbe fatto ricorso ad «espressioni non improntate ai canoni di lealtà e chiarezza propri di qualsiasi dichiarazione pubblica» e avrebbe determinato una falsificazione della realtà, provocando «una grave lesione dell’immagine della società».

LA SECONDA CONTESTAZIONE - Trenitalia, dopo l’articolo incriminato, ha condotto ulteriori «accertamenti interni» e ha scoperto un'altra intervista di De Angelis apparsa il 5 luglio sul Tirreno «La seconda frase che ha fatto arrabbiare Trenitalia - giura De Angelis - mi è stata erroneamente attribuita dal quotidiano toscano. Un articolo che parlava della strage di Viareggio riportava i dati che avevo detto in un incontro pubblico e cioè che le porte killer dei treni avevano causato 21 morti in sei anni (nel frattempo diventati 23) e 24 infortuni mortali sui binari in 4 anni. L'articolista invece ha scritto rispettivamente in sei mesi e in 4 mesi. Il quotidiano ha subito rettificato il giorno successivo alla contestazione ma non è valso a nulla. Conosco nomi e date di quelle vicende a memoria purtroppo, non avrei potuto sbagliarmi».

LE FS REPLICANO - Niente da fare. Le Fs non si sono fatte impietosire. I dieci giorni di sospensione al macchinista De Angelis rimangono in piedi perché, come scrive l'azienda da noi interpellata, «non hanno nessuna relazione con la legittima solidarietà da lui espressa ai metalmeccanici della Fiat di Melfi. Contrariamente a quanto sostiene De Angelis non vi è neppure alcuna analogia tra la sua vicenda e quella degli operai campani. Non è vero cioè che anche lui avesse avuto una sentenza di reintegra nel posto di lavoro e non è vero che la società lo tenesse fuori corrispondendogli la retribuzione. Non essendovi il presupposto di una sentenza a lui favorevole, non avrebbe avuto alcun senso neppure una proposta di tale genere.

Fuori è rimasto, e senza stipendio, fino al momento in cui è stata concordata la conciliazione». Per Trenitalia dunque «il recente provvedimento di sospensione è stato comminato perché in questa occasione e in una precedente, egli ha rilasciato dichiarazioni non veritiere e lesive nei confronti dell'azienda. Che poi sia stato costretto a rettificarle pubblicamente, come nel caso di quelle rilasciate ad un quotidiano toscano sulla pericolosità delle porte dei treni, non fa altro che confermarne la non veridicità e la gravità. Oltretutto, su tale specifica questione, anche la sua rettifica, inviata al giornale soltanto dopo il ricevimento della contestazione disciplinare, contiene dati ancora non veritieri e assolutamente discordanti da quelli reali».

LA DENUNCIA - Queste le due posizioni in campo. Nel frattempo però «Ancora in Marcia!», la rivista dei ferrovieri, parla di intimidazione e accanimento delle Fs. La prova? «I dieci giorni di punizione - denunciano i ferrovieri - sono stati inflitti anche ad un altro macchinista e Rls perché avrebbe fatto dichiarazioni sui rischi delle gallerie ferroviarie in Puglia»

Nino Luca
18 ottobre 2010






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Monica Faenzi denuncia Grillo

Corriere della sera

Il sindaco di Castiglione della Pescaia (Grosseto), e deputato del Pdl, ha denunciato «per calunnia e diffamazione» il comico dopo i due spettacoli al teatro Moderno di Grosseto




CASTIGLIONE DELLA PESCAIA - Il sindaco di Castiglione della Pescaia (Grosseto), e deputato del Pdl, Monica Faenzi, ha denunciato «per calunnia e diffamazione» Beppe Grillo dopo i due spettacoli che il comico ha fatto sabato e domenica al teatro Moderno di Grosseto. In particolare Faenzi ha denunciato Grillo per le «allusioni al mondo politico femminile facendo intendere che le parlamentari donna sarebbero state candidate solo per il fatto di aver offerto favori sessuali», e per quanto detto a proposito della costruzione delle prime case per le giovani coppie nel comune grossetano. Per il sindaco, infatti, il comico genovese non può permettersi di «sparare nel gruppo» delle parlamentari.

«Se ha prova di quello che dice lo invito a fare nomi e cognomi altrimenti taccia» spiega, ricordando che così avvelena sempre più «il clima politico». «È un comico che non ho mai amato continua Faenzi -, se poi si mette a fare anche politica attraverso i suoi spettacoli è anche peggio. La politica va fatta nei luoghi istituzionali preposti e non sui palcoscenici dei teatri come fa lui». E anche sulle case per le giovani coppie il primo cittadino invita Grillo, «se ha qualcosa da dire che va contro il nostro», a farlo nelle sedi opportune. «Se crede di essere migliore di noi amministratori, perchè non prova a candidarsi come prossimo sindaco di Castiglione della Pescaia? Perchè non prova lui a fare il sindaco a 1800 euro al mese? - conclude Faenzi -. Lo aspettiamo come candidato sindaco di Castiglione alle prossime elezioni, e vediamo quanti voti riesce a prendere e cosa riesce a fare per i cittadini».


18 ottobre 2010






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Boffo torna come direttore di Tv 2000

Corriere della sera


Il giornalista era stato costretto a lasciare la guida di Avvenire, dopo gli attacchi contro di lui de Il Giornale


La scelta presa dal cardinal BAGNASCO


Dino Boffo
Dino Boffo
MILANO - L'ex direttore di Avvenire Dino Boffo, costretto alle dimissioni dalla campagna contro di lui fatta da Il Giornale di Vittorio Feltri, torna a occupare un ruolo di responsabilità all'interno dei media del mondo cattolico. Lo ha deciso il cardinal Bagnasco, che gli ha proposto di dirigere Tv 2000, la rete televisiva della Cei.


18 ottobre 2010





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Sei arresti per la donna che denunciò la ’ndrangheta. Uccisa e sciolta nell'acido

Corriere della sera

L'omicidio è stato organizzato dal suo ex compagno, Carlo Cosco, dopo averla attirata a Milano


MILANO - Uccisa dopo essere stata «interrogata», messa su un furgone con 50 chili di acido, scaricata in un terreno a Monza San Fruttuoso e sciolta. Sono le terribili testimonianze dell'inchiesta che ha portato a sei ordinanze di custodia cautelare in carcere notificate nella notte per la scomparsa della collaboratrice di giustizia calabrese Lea Garofalo. Gli arresti sono stati eseguiti tra Lombardia, Calabria e Molise.
ARRESTI - Lea Garofalo, 35 anni, ex collaboratrice di giustizia e compagna di un affiliato alla 'ndrangheta di Petilia Policastro (Crotone), era sparita tra il 24 e il 25 novembre scorsi. Due mandati di arresto sono stati notificati in cella a Carlo Cosco - 40 anni, coinvolto in inchieste alla fine degli anni Novanta a Milano e cugino di Vito Cosco, autore della strage di Rozzano (Milano) che lasciò a terra quattro morti nell’agosto 2003 - ex convivente della donna dalla cui relazione è nata una figlia ora maggiorenne - e a Massimo Sabatino, 37 anni - spacciatore di Quarto Oggiaro. I due erano già stati arrestati a febbraio per un precedente tentativo di sequestro, avvenuto a Campobasso nel maggio dell'anno scorso, con lo scopo di uccidere la Garofalo per vendicarsi delle dichiarazioni da lei rese agli inquirenti a partire dal 2002 contro alcuni affiliati alle cosche della 'ndrangheta di Petilia Policastro (Crotone). Il 24 febbraio scorso erano state arrestate in Molise altre due persone per aver messo a disposizione alcuni capannoni nel Milanese dove la donna sarebbe stata portata dopo la scomparsa. Gli altri quattro destinatari del provvedimento sono i fratelli Giuseppe «Smith» Cosco e Vito «Sergio» Cosco, Carmine Venturino e Rosarcio Curcio.



COLLABORATRICE - La donna nel 2002 aveva iniziato a collaborare con l'Antimafia nelle indagini sulla faida tra i Garofalo e il clan rivale dei Mirabelli. Poi, nel 2006, aveva abbandonato il piano di protezione e lasciato la località segreta dove viveva. Nelle sue dichiarazioni, Lea Garofalo aveva parlato anche degli omicidi di mafia avvenuti alla fine degli anni Novanta a Milano. Come quello di Antonio Comberiati, nel 1995, nel quale era stato coinvolto anche il fratello.
AGGUATO - Secondo l'indagine, Carlo Cosco ha organizzato l'agguato teso a Lea Garofalo mentre questa si trovava a Milano con la figlia. Proprio con il pretesto di mantenere i rapporti con la ragazza, legatissima alla madre, Cosco ha attirato la sua ex a Milano nello stabile di viale Montello 6, un palazzo che ospita molti parenti dei caduti della guerra di 'ndrangheta. Lo scorso 24 novembre Lea Garofalo partecipò a una riunione di famiglia per decidere dove la figlia avrebbe proseguito gli studi dopo le superiori. Le sue tracce si sono perse nel pomeriggio quando alcune telecamere l'hanno inquadrata nella zona del palazzo e lungo i viali che costeggiano il cimitero Monumentale. La figlia e il padre erano alla stazione Centrale ad attenderla insieme al treno che avrebbe dovuto riaccompagnarla al Sud. Almeno quattro giorni prima del rapimento, Cosco aveva predisposto un piano contattando i complici, assicurandosi sia il furgone dove è stata caricata a forza, sia la pistola per ammazzarla «con un colpo», sia il magazzino o il deposito dove interrogarla, e infine l'appezzamento dove è stata sciolta nell'acido. La distruzione del cadavere ha avuto lo scopo di «simulare la scomparsa volontaria» della collaboratrice e assicurare l'impunità degli autori materiali dell'esecuzione. Sabatino e Venturino hanno materialmente sequestrato la vittima e l’hanno consegnata a Vito e Giuseppe Cosco, i quali l’hanno interrogata e poi uccisa con un colpo di pistola.
ACIDO - Lea Garofalo avrebbe dovuto essere rapita in Molise e trasportata in Puglia per essere uccisa e sciolta nell'acido in una masseria nei dintorni di Bari, e per questo il suo ex compagno Carlo Cosco aveva procurato, chiedendolo ai cinesi di via Sarpi a Milano, un furgone su cui erano stati «caricati anche 50 litri di acido». Sono le rivelazioni di un compagno di cella di Massimo Sabatino, uno dei sei arrestati nell'ambito dell'inchiesta.
Redazione online
18 ottobre 2010

Napoli, addio a Guido Palliggiano una carriera tra la scena e lo stadio

Il Mattino



NAPOLI (18 ottobre) - Una vita piena di entusiasmo, divisa a metà tra palcoscenico e spalti dello stadio. Una malattia ha fermato Guido Palliggiano, attore teatrale oltre che commentatore del Napoli calcistico. Cinquantasette anni compiuti a febbraio, dopo un ciclo di chemioterapia si stava riprendendo e iniziava a pianificare impegni di lavoro.

«L’ho sentito martedì e ci eravamo accordati per riprendere presto a lavorare insieme e so che aveva già fissato molti impegni», ricorda Carlo Alvino, telecronista per Sky oltre che per Canale 9, che ha avuto Palliggiano ospite fisso nella sua «Notte Azzurra». «Con lui – prosegue - ho vissuto un anno straordinario. Vorrei ricordarlo come un grande “meridionalista”, nel senso che ha sempre combattuto per il Sud, affinché certi luoghi comuni fossero abbattuti».

E proprio con Alvino Palliggiano ha vissuto la sua ultima delusione calcistica, commentando Italia-Nuova Zelanda ai mondiali sudafricani. «Mi sono sentito spesso con lui, soprattutto da quando mi comunicò di non stare bene», dice Giacomo Rizzo con cui l’attore scomparso ha lavorato in «Miseria e nobiltà». «Pochi giorni fa lo avevo chiamato, promettendogli che sarei andato a trovarlo. Non ho fatto in tempo a salutarlo».

Addolorato anche Tommaso Bianco che ha saputo della triste notizia a Bologna, Alessandro Siani, che ha per lui parole piene di rimpianto, e Caterina De Santis, attrice e direttore artistico del Bracco che tante volte ha ospitato sul palco Palliggiano. «È un dolore troppo forte», ammette commossa. «La sua perdita mi lascia distrutta e addolorata perché Guido era prima di tutto un amico. Con lui se ne va un pezzo di teatro».

Palliggiano debutta nel dicembre del 1969, quando appena sedicenne recitò in «Nu mese 'o ffrisco» al Diana. Ha lavorato tra gli altri con Mastelloni, Casillo, Marsiglia, Casagrande ed è stato uno dei pioneri del cabaret partenopeo fondando il gruppo Il Teatraccio. Gratificanti le esperienze radiofoniche per Radio Kiss Kiss e Radio Marte dove ha seguito le partite del Napoli, ma la più esaltante, come amava precisare, l'ha vissuta quando è stato scritturato negli Usa per “I Soprano’s”, al fianco di James Gandolfini. Di recente ha lavorato in «The American» con George Clooney.
Negli ultimi anni, si era dedicato alla formazione attoriale guidando scuole di recitazione e proprio martedì ha inaugurato la terza stagione al Cilea. «Ha incontrato gli iscritti e si è trattenuto con loro per tre ore intense», racconta Sasà Sperandeo. Palliggiano lascia la moglie Sandra e i figli Davide e Diana. I funerali si sono svolti questa mattina nella chiesa Nostra Signora del Sacro Cuore in via Simone Martini.

Mariagiovanna Capone





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Forniva notizie riservate sui vip Arrestato finanziere a Pavia

Corriere della sera


Avrebbe passato a un giornalista dati sensibili sulla famiglia Agnelli, Di Pietro, Travaglio, Grillo e altri

per ordine della magistratura di Milano


MILANO - Un militare della Guardia di finanzia in servizio a Pavia è stato posto agli arresti domiciliari per ordine della magistratura di Milano, per una seria di accessi abusivi a archivi informatici delle Fiamme Gialle. L'uomo avrebbe eseguito, tra il gennaio 2008 e l'ottobre 2009, non per motivi di servizio, «numerose interrogazioni a terminale, passando poi le informazioni riservate a terze persone».

L'ACCUSA - Le informazioni date a un giornalista si riferivano ad una serie di noti personaggi, tra cui: componenti della famiglia Agnelli, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, il giudice Mesiano, Beppe Grippo, Marco Travaglio e la escort Patrizia D'Addario. (fonte: Ansa)


18 ottobre 2010



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Berlusconi e le ville ad Antigua: bufera sull'inchiesta di «Report»

Il Mattino


MILANO (18 ottobre) - È bufera sul servizio di Report sugli investimenti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ad Antigua andato in onda domenica sera su Rai 3. La polemica è partita addirittura prima della messa in onda con il centrodestra che gridava alla diffamazione e invocava il contraddittorio e l'opposizione che parlava di censura preventiva.

Ad attaccare il programma, che riporta Milena Gabanelli su Raitre, è stato per primo Niccolò Ghedini, deputato Pdl ed avvocato del premier che ha bollato alcuni articoli che anticipavano il servizio di Report come «totalmente fuorvianti e palesemente diffamatori poiché si basano su assunti già dimostratisi insussistenti».





Il tema è quello delle «ville di Berlusconi» e gli «affari offshore» ad Antigua, una vicenda che per Ghedini «è già stata ampiamente trattata dai giornali alcuni mesi or sono e tutte le delucidazioni e i documenti pertinenti erano stati ampiamente offerti». Ghedini legge una «evidente strumentalità delle ricostruzioni offerte che saranno perseguite nelle sedi opportune. Sarebbe davvero grave - conclude - se la Rai mandasse in onda un programma con notizie così insussistenti e diffamatorie e senza alcun contraddittorio».

Una richiesta di stop che ha innescato una giornata di violente polemiche con l'opposizione unita al grido di censura e la maggioranza che, interpretando il pensiero del presidente del Consiglio ha parlato di killeraggio mediatico e invocato il contraddittorio per spiegare che in realtà è già tutto chiarito. Anche se poi la trasmissione è andata in onda regolarmente con una sintesi delle dichiarazioni di Ghedini.

«Come risulta dagli atti - ha spiegato Ghedini - il presidente Berlusconi ha regolarmente acquistato un terreno in Antigua pagandolo con regolare bonifico e indicandolo nella denuncia dei redditi. Negli anni successivi, con regolari fatture, assistite da stati di avanzamento lavori, bolle di accompagnamento e consegne nonché perizie, sono stati pagati i lavori di costruzioni e arredo con altrettanto regolari bonifici da banca italiana a banca italiana. Tale denaro è stato quindi versato in Italia alla società costruttrice dell'immobile. L'immobile - ha proseguito l'avvocato - è attualmente e regolarmente intestato al presidente Berlusconi e non già a fantomatiche società offshore e non vi è nessuna indagine né in merito ai trasferimenti di denaro e né in merito all'immobile».




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Fuga da Montecarlo, "Report" va alle Antille

di Gian Maria De Francesco

La Gabanelli dedica la prima puntata della nuova stagione a un’inchiesta immobiliare con tanto di offshore sospette. Tutti si aspettano un affondo su Fini, invece l’obiettivo è sempre il solito: Berlusconi. Ghedini: notizie fuorvianti



 

Roma - Ieri sera è ricominciato Report su Raitre con un’in­chiesta «immobiliare». Il quartierino di boulevard Prin­cesse Charlotte a Monte Carlo del quale Fini non spiega nul­la da tre mesi? No, Milena Ga­b­anelli è troppo politically cor­rect per fare le pulci al presi­dente della Camera. E poi non farebbe pendant con la linea editoriale ferocemente anti­berlusconiana della Raitre di Paolo Ruffini.
E così ieri sera, tanto per cambiare,s’è parlato del presi­dente del Consiglio e di una sua proprietà ad Antigua nei Caraibi. Il Cavaliere nel 2007 ha acquistato 4 acri di terreno (circa 16mila metri quadrati) per la costruzione di una villa, progetto affidato all’architet­to Gamondi che ha già curato lo styling di Villa Certosa. Un investimento che ha compor­tato una spesa complessiva di 22 milioni di euro. La società venditrice era la Flat Point De­velopment Limited di Anti­gua, a sua volta controllata da due società (Emerald Cove En­gineering e Kappomar) con se­de a Curaçao nelle Antille Olandesi, noto paradiso fisca­le. Per il pagamento, inoltre, è stata utilizzata la filiale mila­nese della luganese Banca Ar­ner presso la quale il premier ha un conto così come ce l’ha presso Intesa e presso la filo­diessina Mps.
L’intento è chiaro: instillare il sospetto che Berlusconi ab­bia utilizzato società off-shore per acquisire un terreno, ma­gari esportando illegalmente valuta, considerato che Arner è stata messa sotto osservazio­ne da Bankitalia nel 2008 e che un suo dipendente è fidu­ciario di una delle controllan­ti di Flat Point. La tesi di Re­port è molto semplice: Berlu­sconi è cattivo e Fini è buono e le off-shore sono belle o brutte a seconda di chi vi si rivolga indipendentemente dal fatto che acquisti oppure venda. L’ha detto pure la Gabanelli ieri al Corriere (che insieme a Repubblica ha anticipato i contenuti della puntata): «I 22 milioni di euro portati dal no­s­tro premier ad Antigua corri­spondono al reale valore di mercato di ciò che ha acqui­stato? E a chi li ha versati e chi è il proprietario?».
Arner e Berlusconi erano stati già presi di mira da Re­port nello scorso novembre e come ha detto il sottosegreta­rio Bonaiuti «è stato già tutto chiarito». Ecco perché il lega­le del premier Niccolò Ghedi­ni ha immediatamente repli­cato. «Gli articoli, che trarreb­bero origine da Report , sono fuorvianti e diffamatori poi­ché si basano su assunti dimo­stratisi insussistenti», ha di­chiarato aggiungendo che «Berlusconi ha regolarmente acquistato un terreno in Anti­gua pagandolo con regolare bonifico e indicandolo nella denuncia dei redditi» e che tutti i lavori «sono stati pagati con altrettanto regolari bonifi­ci da banca italiana a banca italiana». Tutta la documentazione, a differenza di quanto accade per il quartierino monegasco, «è a disposizione per qualsia­si controllo» perché «l’immo­bile è regolarmente intestato al presidente Berlusconi e non già a fantomatiche socie­tà off-shore e non vi è nessuna indagine né in merito ai trasfe­rimenti di dena­ro e né in merito all’immobile».
Ghedini ha per­ciò concluso che «sarebbe grave se la Rai mandas­se in onda­ un pro­gramma con noti­zie insussistenti e diffamatorie e senza alcun con­traddittorio ». Apriti cielo! I professionisti dell’indignazione a senso uni­co si sono mobilitati. A partire dai pasdaran finiani. «Siamo certi che Il Giornale , Libero e soprattutto il Tg1 con la capa­cità critica di sempre, figlia della loro libertà di stampa, approfondiranno con partico­lare attenzione la questione relativa alla cucina», ha com­ment­ato Carmelo Briguglio ri­ferendosi al particolare rivela­to dal Corriere sulla scelta di un arredamento Boffi.
«Una intimidazione arrogante e ver­gognosa e insieme un altro at­tacco alla libertà di informa­zione », s’è allarmato il capo­gruppo del Pd alla Camera Da­rio Franceschini, mentre An­tonio Di Pietro con toni aulici ha rilevato che «la censura sta diventando lo sport preferito di maggioranza e governo». Essendo il direttore genera­le Rai, Mauro Masi, «azzoppa­to » dal caso-Santoro, avrebbe dovuto considerarsi pura fan­tasia ogni ipotesi di cancella­zione di Report .
Tant’è vero che Gabanelli ha replicato a muso duro. «Invito l’avvocato Ghedini a guardare la puntata e poi a fare le sue considerazio­ni », ha dichiarato, aggiungen­do che comunque verrà data lettura del comunicato. Una prosopopea alimentata dal­l­’impunità che ormai si garan­tisce a chiunque tenti di sfre­giare (e non solo metaforica­mente) in pubblico l’immagi­ne del premier. Persino il ca­pogruppo alla Camera del Pdl Fabrizio Cicchitto ha dovuto precisare che «c’è l’esigenza di un contraddittorio». Spe­ranza vana: per Report Fini è innocente. A prescindere.



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I trucchi off-shore della Gabanelli

di Alessandro Sallusti


La procura di Roma avrebbe acquisito la perizia sul reale valore della casa di Monte­carlo venduta da An via off­shore e finita al cognato di Fi­ni. Sarebbe tre volte tanto il prezzo pagato. La questione si arricchisce così di un nuo­vo tassello che per quanto ovvio ha la sua importanza. E dimostra come il presiden­te della Camera abbia m­enti­to sulla dinamica e sul conte­nuto della vicenda. Siamo ri­masti soli a chiedere che si faccia luce. Poco male, fin dall'inizio le grandi firme del giornalismo d'inchiesta e i campioni di moralismo, quelli che alla casta gli spez­zerebbero le reni, si sono af­fannati a ce­rcare smentite in­vece che investigare per tro­vare conferme. Non ce l'han­no fatta ma non si danno pa­ce. A dare loro manforte è scesa in campo ieri sera an­che Milena Gabanelli, la se­gugia di Report , in prima se­rata su Raitre.
La Gabanelli è una brava giornalista, non c'è dubbio. Ma ha un difetto: i suoi dos­sier ( pardon, i giornalisti de­mocratici fanno solo inchie­ste) sono a senso unico. Ha fatto le pulci a mezzo centro­destra, è stata alla larga da qualsiasi cosa possa portare dalle parti della sinistra. Quindi anche da Gianfran­co Fini. Peccato, con il suo in­tuito avre­bbe dato una gros­sa mano alla ricerca della ve­rità. A parte quella, però, le case le interessano. Anzi, è attratta da una in particola­re, che guarda caso è di Sil­vio Berlusconi. Altro che i settanta metri quadrati di Montecarlo, parliamo di una reggia costruita ad Anti­gua.
Lo scopo è chiaro: Berlu­sconi è come Fini, anzi peg­gio perché ci sono in ballo molti più soldi. Obiezione. Fini ha sottratto a una comu­nità (quella di An) un bene che non era suo, l'ha svendu­to segretamente al cognato e ha mentito. Berlusconi, l'uomo più ricco d'Italia e tra i più liquidi al mondo, ha usato soldi suoi per costruir­si la sua ventesima casa. Non solo non è la stessa co­sa, ma il solo sostenerlo vuo­le dire essere in malafede. Se il privato cittadino Berlusco­ni ha usato tutti gli strumen­ti finanziari (off-shore com­prese) che il mercato e le leg­gi internazionali mettono a disposizione non ha com­messo alcun reato. Se il fisco italiano avesse qualche cosa da ridire accerti e proceda. Dare a prescindere dell'eva­sore fiscale a un gruppo, Fi­ninvest, che ha pagato 8 mi­­liardi di tasse ( una finanzia­ria) negli ultimi quindici an­ni­mi pare comunque un pa­radosso. Che tanto per cam­biare viene costruito e tra­smesso dalla Rai, quella che secondo i Santoro no­strani è oppressa dalla ditta­tura berlusconiana. Questa sì che è una barzelletta, al­tro che quelle che racconta il Cavaliere.



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Montecarlo, perizia pm inchioda Fini La casa valeva più del triplo del prezzo

di Redazione


La perizia inviata dai magistrati del Principato ai colleghi di Roma confermerebbe che la casa nel 2008 valeva un milione, cioé tre volte di più della cifra a cui An l’ha venduta. E ora per Fini l’archiviazione si fa più difficile. "Quell'inchiesta non ci piace": la biblioteca censura il Giornale



 
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Ok, il prezzo (non) è giusto. Incuriositi dal modo di fare della procura di Roma che dopo aver ricevuto, per rogatoria, le carte sul noto appartamento di Montecarlo è riuscita a «tradurre» dal francese all’italiano solo il dato che non importava a nessuno (la stima fiscale all’atto del passaggio di proprietà del 1999) anziché il valore degli immobili monegaschi nell’anno (il 2008) in cui Alleanza nazionale vendette alla società off-shore Printemps, siamo andati a chiedere direttamente alla casa madre. Com’era previsto, però, le autorità monegasche si sono chiuse a riccio non appena abbiamo sollevato l’interrogativo sull’esito delle investigazioni svolte in relazione alla congruità del prezzo di vendita della casa in Boulevard Princess Charlotte 14. «La richiesta della procura di Roma – fa sapere una fonte del Principato interpellata dal Giornale – è stata esaudita. Tutto quel che avevamo da dire su questa cosa è nelle carte in possesso dei magistrati romani».
Non contenti della risposta, abbiamo battuto altre strade. E a forza di bussare agli indirizzi ritenuti utili abbiamo provato anche all’ufficio di Luciano Garzelli, il più importante costruttore locale, ai vertici del colosso Engeco in società con alcuni membri della famiglia del principe, l’imprenditore che rivelò d’aver seguito inizialmente i lavori di restauro dell’appartamento abitato da Giancarlo Tulliani e di aver parlato personalmente con la sorella Elisabetta, compagna di Gianfranco Fini. A sorpresa Garzelli ci ha aperto rivelandoci quanto sospettavamo. E cioè che la perizia sulla stima dell’immobile richiesta a fine settembre dalla magistratura monegasca al presidente dell’associazione delle agenzie immobiliari del Principato, Michel Dotta, confermerebbe la disparità tra il valore reale dell’immobile e il prezzo registrato a luglio 2008, ovvero i 300mila euro liquidati dal partito di Fini alla società off-shore dell’isola di Saint Lucia. Una difformità importante pari a tre volte il valore vero dell’immobile: siamo «intorno al milione di euro», a ragionare per difetto.
«Che cosa mi ha detto Michel (Dotta, ndr)? – si chiede Garzelli - Che ha riferito al procuratore di Monaco, interessato a sua volta a trasferire l’informazione a Roma, che nel ’99 il prezzo della casa era un po’ sottostimato ma tutto sommato poteva anche andare, mentre per il 2008 il valore dell’appartamento era minimo minimo di un milione di euro (...). Io ho ribattuto che secondo me era almeno quattro volte di più, e non tre volte di più come diceva lui (...). Ma Dotta è il presidente di tutte le agenzie di Monaco, meglio di lui non può sapere nessuno il valore esatto».
Stando così le cose il prezzo di 300mila equivarrebbe a 5mila euro al metro quadro, una follia se si considera che oggi, due anni dopo, al metro quadro gli appartamenti a Montecarlo si vendono a 25/30mila euro. La stessa agenzia immobiliare di Michel Dotta, come scoperto dal Giornale nell’archivio di internet che mensilmente memorizza le istantanee dei siti web e le conserva all’indirizzo http://www.archive.org/web/web.php, nel luglio del 2008 dimostrava come immobili della stessa metratura costavano «ben oltre» il milione di euro.
Per ulteriori dettagli abbiamo provato a scomodare direttamente Dotta, che al telefono ci ha però liquidati così: «Non posso dire niente su quanto da me riferito. Contattate direttamente il procuratore, arrivederci». Il prezzo giusto, dunque, sarebbe «intorno al milione» di euro. Stando così le cose, per una procura come quella di Roma che sin dall’apertura del fascicolo su denuncia della Destra di Storace ha proceduto fra mille cautele e col freno a mano tirato (tant’è che non ha mai voluto ascoltare il dominus dell’affaire immobiliare, Giancarlo Tulliani) la paventata archiviazione si fa più difficile. Fino ad oggi i magistrati romani ci hanno detto e ripetuto che l’inchiesta per truffa aggravata ruotava solo intorno alla verifica della congruità del prezzo di vendita e che, di conseguenza, aveva poca importanza quanto il Giornale ha scoperto sui giochi di società off-shore nei Caraibi, su Giancarlo Tulliani che propone l’operazione immobiliare e poi diventa inquilino, sulle firme identiche di proprietario e affittuario nell’atto di registrazione della locazione dell’immobile, sui lavori di ristrutturazione pagati da quella stessa società che il governo dell’isola di Saint Lucia ritiene faccia riferimento al giovanotto che girava in Ferrari fra i tornanti di Montecarlo.
Anche sulle prove «a tema» scovate dal Giornale in relazione alla non congruità del prezzo di vendita (coinquilini di Tulliani negli anni avrebbero avanzato offerte più vantaggiose, parlamentari di An hanno ricevuto un no secco dal partito di fronte a richieste sostanziose inoltrate per conto terzi, l’immobiliarista Apolloni Ghetti, consulente di fiducia di Fini, nel 2002 stimò il valore dell’immobile ben oltre il milione di euro) la procura di Roma ha nicchiato.
Ha aspettato la rogatoria. E quando le carte del Principato sono finalmente arrivate ha addotto un problema di traduzione. Che riguardava, però, il solo dato del 2008 (quello che preoccupa Fini) e non quello del 1999, che non interessava a nessuno, tranne a un signore che poco sportivamente ha esultato per aver vinto una partita quando la toga arbitrale non s’è ancora fatta sentire col suo triplice fischio finale.

(ha collaborato Melina Molinari)




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Anche Enrico Mentana attacca la notizia dove vuole l’audience

di Paolo Granzotto


Carissimo Granzotto, il nuovo telegiornale di Mentana su La7 era cominciato bene, e avevo iniziato a seguirlo. Errore! Di sera in sera Mentana ha accentuato l’orientamento sinistrorso sino a omologarsi nell’antiberlusconismo più becero: una sera ha dedicato esattamente mezzo tg all’ennesimo invito a comparire prodotto dalla Spettabile Ditta Tribunali Riuniti di Roma SrL, facendo un lungo excursus partendo dal famoso avviso milanese del 1994, piombato a Napoli dopo essere stato pubblicato sul Corriere della sera. Peccato che il buon Mentana, confermando il suo carattere sfuggente, si sia dimenticato che quella vicenda processuale finì con un’assoluzione piena, qualche anno dopo, a danni compiuti, governo caduto e tutto il resto. Molte sono le occasioni che mi portano a dissentire da Berlusconi, ma condivido i suoi giudizi sull’ordine giudiziario, il vero e unico padrone d’Italia. A quando la modifica dell’attuale articolo 1 della Costituzione con il seguente: «L’Italia è una Repubblica più o meno democratica, fondata sull’Ordine Giudiziario»?
Genova

Serve ripeterlo, caro Simonetti? L’antiberlusconismo è l’ultimo rifugio della politica e del giornalismo a secco di idee, di progetti e di iniziativa. Politica e giornalismo a encefalogramma piatto. Però, funziona: senza che richieda grande impegno cerebrale assicura infatti visibilità e share, andando a titillare le isterie dell’orda «sinceramente democratica» che da sedici anni si rode il fegato nell’attesa che quella escort, quel magistrato o quel Fini facciano rotolare la testa dell’esecrato Cavaliere. Se questo è l’andazzo, credo tuttavia che Enrico Mentana non abbia scelto la via dell’antiberlusconismo (se ci si richiama all’avviso di garanzia giunto nel novembre del ’94 a Berlusconi senza aggiungere che l’accusa di corruzione si dimostrò poi infondata, o si disattende la sacramentale completezza dell’informazione, disonestà professionale impensabile per un bravo e scrupoloso giornalista come Mentana, o si fa dell’antiberlusconismo strisciante) per pigrizia mentale. Al timone del telegiornale di un’emittente ritenuta a ragione di sinistra e con un pubblico «sinceramente democratico», si deve essere subito reso conto che persistendo nella sua idea di un notiziario politicamente disinvolto, di una informazione calibrata sulle proprie preferenze senza tener conto delle nevrosi del Palazzo, avrebbe significato votarsi al suicidio professionale. Così come nei ludi gladiatori gli spalti del Colosseo chiedevano sangue, l’audience de La7 esige il quotidiano sputtanamento del presidente del Consiglio in carica. Gliene importa assai, a quell’audience, che il pollo servito dal Tg7 sia ben cucinato nel sugo del politicamente corretto se poi manca il «boccone del prete», l’antiberlusconismo infamante. Primum vivere, avrà dunque pensato il bravo Mentana, e per vivere dirigendo un telegiornale di quell’emittente, che piaccia o meno devi offrire al telespettatore, che ne è ghiotto, la quotidiana scodella di fanghiglia. Poco male, basta cambiare canale.

Venendo alla Costituzione, qualcuno l’ha già piegata ai propri interessi. Prenda il Csm: l’articolo 105 gli assegna il compito di procedere alle «assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati», punto e basta. Ma zitto zitto, quatto quatto, il Csm s’è arrogato la funzione di rappresentanza politica, mettendo becco in materia di competenza del ministro della Giustizia (potere esecutivo, ben distinto da quello giudiziario) o manifestando la propria opinione, quasi sempre il proprio dissenso, su proposte o disegni di legge del Parlamento (potere legislativo, ben distinto da quello giudiziario). E nonostante pullulino nella società civile le vestali del totem della Carta, nessuno batte ciglio.



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Debutta il partito della legalità E Fini assolda l’ex tangentista

di Francesco Cramer


Roma

Legalità, moralità, etica pubblica. Messe in cantina le bandiere di Dio, Patria e famiglia, Fini sventola nuovi vessilli per dimostrare che la sua curva è piena di gente per bene mentre l’altra è un covo del malaffare. Mettendo la sordina ai casi Montecarlo e Rai, l’ex leader di An confida nell’oblio e prosegue nella costruzione della sua nuova «cosa». Il Fli, ripete nei suoi molteplici incontri in giro per l’Italia, non sarà un partito ma un movimento «aperto a tutti». Una sorta di fortezza da riempire di gente ma che deve alzare il ponte levatoio nei confronti di «parassiti» e «delinquenti». Operazione encomiabile. Sulla carta.

Peccato che all’hotel Ramada di Napoli, venerdì scorso, non pochi abbiano arricciato il naso nel vedere lì, in prima fila ad ascoltare Fini, quella vecchia volpe della Prima Repubblica di Alfredo Vito. Quest’ultimo, aspirante new entry del Fli, non ha nascosto i suoi progetti: «Condivido le scelte del presidente della Camera, sono deluso dal Pdl campano e quindi aderirò al nuovo partito». Imbarazzo? Non da parte del fedelissimo finiano Bocchino: «Vito nel Fli? Perché no? È un bene se viene a darci una mano». Raccontano che lo stesso Fini si sia arrabbiato col fidato Italo nel vedere lì «don Vito» detto «’o sogliola» perché era solito appiattirsi sotto i big della Dc, Antonio Gava e Paolo Cirino Pomicino. Sarà vero? A sentire lo stesso Vito no, visto che l’ex democristiano ha dichiarato papale papale: «Io sono amico di Bocchino però a invitarmi al comizio non è stato lui ma Fini in persona».

Alfredo Vito, democristiano doc, era chiamato «mister centomila preferenze»: tonnellate di voti finite nel mirino della magistratura in piena Tangentopoli. Nel marzo del 1993, infatti, la Camera concesse l’autorizzazione a procedere per voto di scambio nei suoi confronti. Il mese dopo i giudici di Napoli lo accusarono pure di rapporti con la criminalità organizzata ma questo filone finì in un nulla di fatto: prosciolto. Sul resto invece «don Vito» andò a sbattere. Raccontò ai giudici come funzionava «il sistema» in Campania e per un po’ lo chiamarono «’o pentito». L’inchiesta si chiuse con una sentenza di condanna per i reati di corruzione, abuso d’ufficio, violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti e voto si cambio.

Patteggiò una pena di due anni, con sospensiva, poi cancellata. Vito restituì volontariamente al Comune di Napoli 5 miliardi e 50 milioni di vecchie lire, frutto di tangenti ricevute nell’ambito degli appalti relativi alla privatizzazione del patrimonio immobiliare del comune di Napoli, ai lavori di ammodernamento della funicolare centrale, al servizio di nettezza urbana nonché alla realizzazione dei parcheggi (appalti Partenopark) e della LTR, la linea tranviaria rapida, inserita nel «pacchetto» dei lavori per i Mondiali del ’90. Va detto che Vito, caso più unico che raro, quando finì sotto la lente di ingrandimento dei giudici, si dimise da deputato, esponendosi così al rischio dell’arresto.

Che il suo nome, tuttavia, venga adesso accostato a Fini imbarazza qualcuno che ricorda il caso di un altro neo fillino, più che chiacchierato. Si tratta di Giampiero Catone, anche lui natali a Napoli, e molto legato all’Abruzzo. Catone entrò nel gruppo del Fli il giorno in cui Souad Sbai fece le valigie. «Meglio Catone della Sbai», si lasciò scappare Granata. «Fesserie», replicarono altri finiani che rievocarono le ombre di Catone. Ex uomo di fiducia di Rocco Buttiglione, inventore a suo dire del nome «Udc», dirige

la Discussione e si candida a uomo cerniera tra i finiani e i centristi. Ma a molti futuristi Catone non piace per il suo passato un po’ così. Nel 2001 venne arrestato a Roma per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, false comunicazione sociali e bancarotta fraudolenta. Nel 2003 altro arresto, questa volta all’Aquila, per bancarotta fraudolenta. Nel 2007, sempre all’Aquila, indagine per estorsione. Le vicende romane sono state archiviate per prescrizione mentre quelle abruzzesi si sono concluse con l’assoluzione. Ma poi c’è l’ombra dell’affaire Angeli: rivista allora diretta da Paola Severini che denunciò Catone per averla estromessa dal quotidiano. Per non parlare dell’eurodeputato Enzo Rivellini, condannato in primo grado dal tribunale di Sciacca a tre anni e sei mesi per bancarotta fraudolenta in concorso per il crac della sua Gorigomma spa. Insomma, tra i futuristi qualche malumore c’è in tanti cominciano a pensare (e dire) che Fini deve stare attento a chi imbarcherà in Futuro. E libertà.



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Il leader della destra. Francesco Storace

di Massimiliano Scafi

Roma


Fini chi?» Come, chi? Gianfranco, il presidente della Camera, quello che ha fondato An e di cui lei, Francesco Storace, è stato per tanto tempo il braccio destro... Dovrebbe conoscerlo benissimo. «Ah, quello. Ma non so se è lo stesso che conosco io. Questo sventola la bandiera della legalità in un modo, come dire, molto creativo».

Perché, non le appare sincero?

«Proprio per niente. Anzi, la sua mi sembra una battaglia a rate, a intermittenza, che si accende secondo le convenienze del momento. Adesso imbarca del suo Fli pure Alfredo Vito».
Don Vito ’a sogliola, mister centomila preferenze, che patteggiò una condanna a due anni.
«Appunto. E noi siamo curiosi di sapere se il legalitario Fini, che ha invitato Alfredo Vito alla sua manifestazione di Napoli, ha avuto modo di farsi spiegare da Carmelo Briguglio qualche dettaglio sui cammorristi che a dire di Briguglio, nel 2006-2007 infestavano An a Napoli. Carmelo all’epoca era con me all’opposizione interna nel partito e mise nero su bianco quei timori di infiltrazioni. Chiese al segretario di creare un’apposita anagrafe degli iscritti, una forma di garanzia minima per evitare presenze poco raccomandabili».

E Fini che fece?
«Che mi risulti, nulla».

Forse non lo sapeva.

«Non poteva non sapere, era stato avvertito da Briguglio con un atto ufficiale, non a voce. E infatti recentemente su queste vicende è stato pure sentito dai giudici di Montecitorio».

Può essere che non toccasse direttamente a lui intervenire, ma ai dirigenti locali, o agli organismi di controllo del partito.
..
«Ma mi faccia il piacere. Se al direttore del Giornale segnalano la presenza di malviventi e camorristi in redazione, ci dorme sopra? E poi in quel periodo Fini era il padre padrone di An, non si muoveva foglia che lui non volesse. Impossibile che gli sfuggisse una cosa del genere».

Storia vecchia. Adesso il presidente della Camera batte parecchio sul tasto della legalità..

«Ecco, lo fa adesso. Però due anni fa andò fino a Palermo per difendere Totò Cuffaro che era stato appena condannato per favoreggiamento della mafia. Da perfetto garantista, sosteneva che non doveva assolutamente dimettersi dalla presidenza della Regione Sicilia».

Ora guarda al centro in cerca di alleanze.

«Sì, guarda al centro e, tanto per restare in argomento, accoglie in Futuro e libertà gente come Giampiero Catone, un ex democristiano che in Abruzzo ha avuto diversi problemini con la giustizia. Sarebbe questa la linea della moralità? E poi vorrei sapere che c’entra Catone con la tradizione della destra».

In conclusione, secondo lei la svolta legalitaria di Gianfranco Fini non è credibile.

«Non può esserlo, se si vanno a vadere le corse che ha detto e che ha fatto. La sua battaglia legalitaria va a corrente alternata, come tante altre sue prese di posizioni. Come ad esempio sul conflitto d’interessi, che ha scoperto soltanto da poco».

Cioè, da quando è in rotta di collisione con Berlusconi?»

«Esatto. Gianfranco ora si propone come grande campione della moralità, ma a giudicare anche dal recente passato è una grande balla. Il re è nudo e non è nemmeno un bello spettacolo. Potremo cominciare a credergli quando si deciderà a dare risposte concrete sulla casa di Montecarlo. Che aspetta a spiegare?».



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Quell’inchiesta non ci piace» La biblioteca censura il Giornale

di Giacomo Susca


Odiosa censura o solidarietà balneare? Il presidente della Camera se ne sta sui lidi di Ansedonia per le ferie agostane mentre impazza lo scandalo dell’appartamento monegasco finito al «cognatino», intanto qualcuno negli uffici comunali di Forte dei Marmi si preoccupa di salvaguardarne l’immagine al cospetto di cittadini e villeggianti della Versilia «in». Ovvero cancellando il Giornale e la sua inchiesta nel Principato dai quotidiani a disposizione del pubblico.

Un professore universitario ligure abituato da decenni a passare l’estate a «Forte» racconta quello che ha scoperto quando, una mattina di settembre, ha provato a concedersi qualche minuto di lettura nella biblioteca municipale. Il professore ha cercato sugli scaffali una copia del Giornale: non l’ha più trovata. Perciò ha chiesto delucidazioni alla bibliotecaria, che con franchezza alla fine ha ammesso: «Dopo la campagna contro Fini riguardo alla casa di Montecarlo, il Giornale non è più adatto a una biblioteca pubblica. Ormai è diventato un giornale di partito». Quindi, qui non ve lo facciamo leggere. Se il Giornale è un foglio di battaglia politica - si domanda indignato il nostro lettore - allora Repubblica che cos’è?

Il professore, allibito ma non certo meravigliato («da anni la biblioteca di Forte dei Marmi ha preso questa piega anti-democratica, pensate che sono stati esclusi sistematicamente dal catalogo, per capirci, anche gli ultimi libri della Fallaci e di Pansa...», riferisce), ha deciso di prendere carta e penna e di segnalare l’episodio al sindaco, Umberto Buratti. Senza ricevere risposta, almeno finora.

Abbiamo interpellato noi sulla vicenda il primo cittadino, eletto col Pd. «Mi accerterò della cosa. Posso garantire che non c’è stata alcuna direttiva mia o dell’amministrazione che rappresento per colpire il Giornale - prende le distanze Buratti - pur essendo di tutt’altra parte politica, né tanto meno un finiano, sono contrario a ogni forma di censura. L’informazione va garantita ai cittadini, sempre e comunque. Se questo fosse vero, prenderò provvedimenti. Ma sarebbe frutto di una decisione del tutto personale di chi gestisce la biblioteca comunale. Un fatto molto grave». Pensiero condiviso, del resto, anche da altri uomini della giunta di centrosinistra, i quali si stupiscono di un’iniziativa così «assurda» e arrivano a scomodare perfino Gandhi pur di rimediare al maltolto e ristabilire così la libertà... di consultazione in municipio.

Per risolvere il giallo del Giornale «epurato», abbiamo ascoltato il punto di vista della bibliotecaria messa sul banco degli imputati, Antonella Angioi, che taglia corto: «Nessun intento politico, è un problema di spazi e di costi». Eppure a guardare tra le righe del suo chiarimento, più di un dubbio resta: «Ho avuto già modo di confrontarmi con il vostro lettore, perché poi lamentarsi così tanto dell’assenza del Giornale? Guardate che in biblioteca non abbiamo neppure il Fatto quotidiano o il Riformista! Se fosse per me, ai visitatori offrirei un sevizio completo, sul modello della rassegna stampa di Raitre...». Ecco, forse c’è proprio da preoccuparsi.
(ha collaborato

Tommy Cappellini)



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La guerra del rum ai Caraibi

La Stampa

Portorico e le Isole Vergini si contendono a suon di dollari il diritto a ospitare distillerie Usa



GLAUCO MAGGI
NEW YORK

Sta ai Caraibi come il petrolio all’Arabia Saudita e all’Iran, ma il rum non ha spinto le isole degli arcipelaghi dell’Oceano al largo della Florida a creare un cartello tipo l’Opec, per condizionare produzione e prezzi del greggio. I governi locali, le cui economie confidano da secoli in misura rilevante sulla lavorazione della canna da zucchero per farne alcol e sulle tasse ricavate dal «cicchetto dei pirati», non sono tutti devoti al puro libero mercato, distillato dalla concorrenza privata tra produttori.

Da tempo, hanno arricchito il rum di un additivo irresistibile per le corporation internazionali che controllano questo business: gli incentivi fiscali. La voce delle tasse è sempre un ovvio elemento nella valutazione di un’azienda su dove insediare uno stabilimento, ma nella disputa che sta dividendo aspramente due Territori offshore che sono entrambi parte degli Stati Uniti, Portorico e le Isole Vergini, il colpo basso inferto da queste ultime al concorrente sta avendo una eco nazionale. I due rispettivi delegati al Congresso di Washinghton, dove non hanno diritto di votare ma fanno lobby per la difesa dei propri interessi, si sono guadagnati la citazione sul New York Times in difesa delle loro ragioni, che combinate potrebbero costare caro anche ai contribuenti della terra ferma.

Un minimo di storia: poiché i produttori di rum nelle isole caraibiche erano esenti dalle accise federali, il governo Usa nel 1917 impose una tassa «equalizzante» al Portorico, e fece poi lo stesso con le Isole Vergini nel 1954. Da mezzo secolo, i ricavi di questa tassa hanno permesso alle isole di finanziare le proprie spese pubbliche con una parte minima destinata agli incentivi per tenersi stretti i produttori esteri. Portorico, l’anno scorso, ha per esempio «investito» il 10% dei 450 milioni che ha ricevuto in tasse in aiuti di marketing e sussidi alle distillerie.

Ma la battaglia vera è incominciata quando il governatore delle Isole Vergini ha offerto al maggior distillatore mondiale, Diageo, di impiantare a St Croix la nuova distilleria per il rum speziato Captain Morgan, con un argomento inebriante: ben 2,7 miliardi di dollari di sconto d’imposte. Più del costo di produrre il rum. Il nuovo stabilimento, che non impiegherà più d’una settantina di dipendenti, consentirà però alle Vergini di incamerare miliardi grazie al 50% delle tasse sul rum dovute dalla Diageo. A pagarne le spese più pesantemente sarà Portorico, sede da decenni di una distilleria della stessa azienda, oltre che della Bacardi.

Era dal 2007 che il colosso degli «spirits» Diageo, basato a Londra, cercava un’alternativa a Portorico in Paesi con il minor costo del lavoro. Prima ci furono contatti con l’Honduras e il Guatemala, poi l’approccio decisivo con John P. de Jong, governatore delle Isole Vergini, che ha presentato un pacchetto imbattibile: in cambio di un accordo di 30 anni, la costruzione della distilleria a spese dei contribuenti, l’esenzione totale delle tasse sulla proprietà e del 90% della tassa sui profitti aziendali, e sostegni al marketing e alla produzione: in soldi, decine di milioni di dollari all’anno. Anche pagando simili incentivi, le Vergini si assicureranno una fonte stabile di entrate per 30 anni: gli introiti fiscali alla voce rum salirebbero dai 90 milioni del 2008 a oltre 230 milioni nel 2038. «Rafforzeremo il fondo pensioni del governo, costruiremo scuole, aggiusteremo e amplieremo la rete stradale», ha detto al New York Times de Jongh.

A Portorico la sbornia di introiti dell’isola concorrente a 75 chilometri di distanza sta provocando una reazione di rigetto. Quando Diageo lascerà definitivamente l’isola nel 2012, verranno meno circa 120 milioni di dollari di tasse annue e si perderanno 340 posti di lavoro. Pedro Pierluisi, il delegato portoricano a Washington, non ha escluso che lo stato già piuttosto precario delle finanze locali potrebbe obbligare l’isola a chiedere sovvenzioni al governo federale per spese di gestione ordinaria prima coperte dal rum. «In un modo o nell’altro dovremo trovare un rimedio, non sarà un bello spettacolo», ha minacciato Pierluisi, che ha anche tentato di convincere il Congresso a far passare una legge per vietare ai governi locali di offrire alle corporation dell’alcol, in incentivi, più del 10% del fatturato fiscale che ricavano dalla tassa sul rum. La misura langue nei cassetti, anche per il lobbysmo di Donna M. Christensen, la delegata delle Isole Vergini. E c’è anche chi accusa Portorico di voler mettere i bastioni fra le ruote dell’accordo tra Diageo e le Vergini per favorire la maggiore distilleria dell’isola sconfitta, la Bacardi, legata al governo locale.




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