sabato 16 ottobre 2010

Hamas, riaperto il dossier su Shalit soldato israeliano prigioniero da 4 anni

Il Messaggero



 

GAZA (16 ottobre) - Il dossier riguardante il soldato israeliano Ghilad Shalit, da oltre quattro anni prigioniero di Hamas a Gaza, «è stato riaperto dopo una stasi di un anno». Lo ha affermato Ahmed Yusef, viceministro degli Esteri nel governo di fatto di Hamas a Gaza. L'esponente islamico non ha fornito altri particolari e non ha nemmeno voluto smentire o confermare le notizie circa una recente visita nella Striscia di Gaza di un mediatore tedesco, Gerhard Konrad, per esplorare l'eventuale ripresa dei negoziati indiretti con Israele per la liberazione di Shalit. Israele, a quanto risulta, è disposto a liberare un migliaio di detenuti palestinesi, tra i quali anche responsabili dell'uccisione di non pochi israeliani.

Il quotidiano Al Hayat, edito a Londra, ha intanto citato il vicecapo dell'Ufficio Politico di Hamas, Musa Abu Marzuk, stando al quale Konrad è stato a Gaza due settimane fa - dopo un'assenza di sei mesi - per colloqui con esponenti del governo di Hamas. Prima aveva avuto una serie di incontri in Israele con rappresentanti del governo implicati negli sforzi per la liberazione di Shalit. Marzuk, secondo il giornale, ha al tempo stesso accusato Israele di impedire un accordo, insistendo nel rifiuto di liberare anche alcune decine di palestinesi condannati per atti di terrorismo particolarmente sanguinosi, inclusi in una lista formulata da Hamas. Una fonte palestinese a Gaza ha detto al quotidiano Yedioth Aharonoth che i negoziati sono ancora a un punto morto perchè «Hamas insiste nelle sue richieste e Israele nei suoi rifiuti».





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Non ci hai detto che sei gay, non puoi fare il segretario Idv»

Corriere della sera


Accuse sul Web e poi email contro le «checche ai vertici»: la candidatura del consigliere fiorentino Alessandro Cresci alla guida dei dipietristi toscani diventa un caso



Cresci, segretario provinciale Idv Firenze
Cresci, segretario provinciale Idv Firenze


Non hai detto che sei gay, non puoi fare il segretario. Non hai detto che hai un compagno che ha un ruolo nel partito, non puoi fare il segretario. Sono le due contestazione fatte nei commenti ad un articolo de iltribuno.com (http://www.iltribuno.com/articoli/201010/toscana-nellidv-infuria-la-battaglia-precongress.php) su Alessandro Cresci, consigliere alla Provincia di Firenze. Cresci è segretario provinciale a Firenze, e sfidante del deputato Fabio Evangelisti alla segreteria regionale. Il firmatario del commento su iltribuno.com si firma «Enrico da Pisa».

«A quanto risulta ai segretari, non esiste nessun giovane iscritto con questo nome» spiega la consigliera regionale pisana Maria Luisa Chincarini, che quando aveva letto le frasi di «Enrico da Pisa» non aveva risposto perché «non si risponde a chi scrive vigliaccamente nell’anonimato». Dopo questo attacco, a Cresci sono arrivate email dello stesso tenore, compresa una in cui si affermava che il «partito di Firenze è gestito da checche». A Cresci, dopo che il Corriere Fiorentino oggi ha pubblicato la notizia, sono arrivati messaggi e telefonate di solidarietà dal sindaco di Firenze,

Matteo Renzi, dal presidente della Provincia Andrea Barducci e da Antonio Di Pietro. Oltre a ribadire che l’obiettivo di queste illazioni «che mi riguardano in prima persona è chiaramente quello di condizionare gli elettori del partito con motivazioni bieche degne del giornalismo di Feltri, attraverso il quale indurre a giudicare la presunta affidabilità sulla persona e addirittura mettendomi nelle condizioni di ricattabilità politica». Cresci smentisce di aver mai affidato al suo compagno, come ipotizzerebbero alcune illazioni tra i commenti del sito internet, «l'incarico di tesoriere del provinciale».

SOLIDARIETA' A Cresci, anche la solidarietà del suo avversario al congresso regionale, Evangelisti. «Ribadisco, come ho già fatto ieri a voce, stima e solidarietà verso Alessandro Cresci, per gli attacchi di cui è stato oggetto. L’Idv è nata per farsi interprete e portatrice dei principi etici sanciti dalla nostra Costituzione, per i quali nessuno può essere discriminato per il proprio orientamento sessuale, così come per la fede che professa o il colore della pelle». Ma Cresci puntualizza: «Intendo ringraziare pubblicamente il presidente Antonio Di Pietro per la telefonata che mi ha fatto questa mattina.

Ringrazio per le parole di solidarietà anche Evangelisti uscite sul sito regionale di Idv oggi, arrivate però solo dopo l'uscita della notizia sul Corriere Fiorentino. Smentisco che ieri me le abbia dette di persona, quando ne ho parlato in un incontro coi vertici del partito regionale. Aveva solo parlato di abbassare i toni ma non ricordo nessuna parola di solidarietà da parte sua. Mi auguro che le motivazioni che portano a scegliere un candidato alla segreteria regionale siano più alte e più motivate di queste bassezze da Grande fratello. Confido nell’intelligenza degli iscritti che non si lasceranno influenzare dalle notizie fatte circolare sulla mia omosessualità o sul fatto che sia buddista».

Marzio Fatucchi
16 ottobre 2010




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L'Onu: «Se dovessero arrivare gli alieni vi terremo informati»

Il Messaggero


Mazlan Othman, capo del nuovo ufficio
per gli affari spaziali: ma i problemi sono altri




di Anna Guaita

NEW YORK (15 ottobre) - Nello stesso giorno in cui sopra New York sono passate tre misteriose luci, un gruppo di giornalisti ha potuto incontrare al Palazzo di Vetro la astrofisica malese che alcuni media britannici avevano indicato come l’“ambasciatrice Onu incaricata di gestire un primo contatto con gli alieni”.

L’avvistamento dei tre oggetti nel cielo cristallino della città, ieri, è rimasto senza spiegazioni precise: la Federal Aviation Administration si è limitata a ipotizzare che fossero “semplicemente” tre palloni sfuggiti a qualcuno. La spiegazione non ha affatto convinto la gente di New York, e anche nella sala stampa dell’Onu la professoressa Mazlan Othman ha fatto fatica a convincere il pubblico che il suo incarico di direttrice dell’Ufficio per gli Affari dello Spazio (Unoosa) non comporta anche le mansioni di dare il benvenuto e di stabilire rapporti diplomatici con eventuali extraterrestri: «Non sono stata nominata ambasciatrice per gli alieni», ha insistito l’astrofisica, cercando di rintuzzare il pettegolezzo messo in moto dieci giorni fa dai domenicali britannici. Ma la signora non ha negato che gli alieni possano esistere, anche se ha chiarito: «Statisticamente è verosimile che la vita esista altrove. Ma quando parlo di vita, non parlo di esseri come noi, quanto di batteri o microrganismi».

L’incrociarsi dei due fatti – l’avvistamento delle tre luci sopra la città e la conferenza stampa dell’astrofisica – era casuale, ma testimonia di quanto il tema della vita extraterrestre sia diventato appassionante e insistente. Dopotutto, solo pochi giorni fa abbiamo segnalato la scoperta di Gliese 581, un pianeta lontano 20 anni luce che ha un’atmosfera e una temperatura che potrebbero ospitare qualche forma di vita. E la professoressa Othman è caduta nel calderone dei pettegolezzi “spaziali” perché ha partecipato in Gran Bretagna a una conferenza della Kavli Royal Society in cui esperti di ogni scienza discutevano appunto dell’ipotesi della vita extraterrestre.

Dopo che i domenicali hanno lanciato l’idea che l’astrofisica fosse destinata a tenere i contatti con gli alieni, la signora ha dovuto convocare la conferenza stampa al Palazzo di Vetro per spiegare quale sia il suo vero compito. E così si è scoperto che ha dei compiti forse meno romanzeschi, ma molto più urgenti per noi terrestri, e cioè assicurarsi che lo spazio non venga sfruttato a scopi militari, insistere che le missioni spaziali smettano di lasciare immondizie in orbita, e far sì che ci sia una politica unitaria dell’Onu nel caso un asteroide si dirigesse contro il nostro Pianeta. «E se davvero arrivassero gli alieni?», hanno chiesto comunque i giornalisti. «Allora - ha risposto la professoressa Othman - insisterei che i governi esercitassero la massima trasparenza nei confronti dei loro cittadini».





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Il cinema dice addio ad Alfredo Bini, produttore dei film di Pier Paolo Pasolini

Il Messaggero



  

ROMA (16 ottobre) - Il produttore cinematografico Alfredo Bini, 84 anni, è morto all'ospedale di Tarquinia dove era ricoverato da alcuni giorni. Bini era nato a Livorno il 12 dicembre 1926 e da tempo risiedeva a Pescia Romana, dove sarà sepolto. Nel '60, dopo essere stato comparsa e organizzatore, con Roberto Rossellini, fondò la Film 2000 e, poco dopo, la Film5, con Monicelli, Comencini, Age, Scarpelli. Tre i grandi amori della sua vita: Belinda Lee, Lea Massari e Rosanna Schiaffino.

Bini aveva prodotto gran parte dei film di Pier Paolo Pasolini: da Accattone a Mamma Roma, da La ricotta a Il vangelo secondo Matteo, da Uccellacci e uccellini a Edipo re. Fra le sue 52 produzioni per il grande schermo anche Il bell'Antonio e La viaccia di Mauro Bolognini. Per la tv, con Cristaldi, ha prodotto Marco Polo e Il generale Garibaldi. Nel 1969 pubblicò un pamphlet intitolato “Appunti per chi ha il dovere civile, professionale e politico di difendere il cinema italiano”. Dal 1994 al 1995 è stato commissario straordinario del Centro sperimentale di cinematografia.





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Ho abusato dei bimbi per anni»

Il Secolo xix


Briano, 63 anni, stretto collaboratore di don Lupino, indagato per violenza sessuale



L’uomo accompagnato in Procura dalla squadra Mobile
Violenza sessuale. È la contestazione per cui è indagato e per cui è stato interrogato ieri sera in Procura per due ore. Dove è arrivato accompagnato dagli agenti della squadra mobile della Questura che gli avevano perquisito poco prima l’abitazione, sequestrandogli il computer con dentro immagini pedo-pornografiche. Due ore in cui sono state ammesse orrori, attenzioni morbose e molestie su minori. Sino al 1996, quando organizzava gite e campi solari per la parrocchia.

«Poi non ho più avuto contatti con i bambini». Erano circa le 20 quando Franco Briano, 63 anni, postino in pensione, diacono della parrocchia di San Dalmazio a Lavagnola, e stretto collaboratore di don Giovanni Lupino, è uscito dalla stanza del sostituto procuratore Alessandra Coccoli. Dove era stato accompagnato alle 18 da tre agenti. L’indagine sul diacono rappresenta una costola, fanno sapere gli inquirenti, dell’inchiesta madre che vede come indagato principale l’ex sacerdote di Spotorno Nello Giraudo. Di cui Briano è stato in passato uno stretto collaboratore.

Durante l’interrogatorio ci sono state le ammissioni. Al termine il pubblico ministero non ha ritenuto sussistere gli elementi per disporre un provvedimento restrittivo della libertà personale, visti i fatti ammessi, ma “datati”. Infatti le accuse contenute in una serie di denunce ed esposti -almeno sei- presentati la scorsa settimana negli uffici della Procura riguardano fatti raccontati da presunte vittime che adesso hanno tra i 30 e 40 anni. Che hanno trovato il coraggio dopo essersi consultati tra di loro di presentare una formale denuncia.

Segnalazioni e richieste di chiarimenti da parte di diversi parrocchiani erano arrivate nei giorni scorsi anche a don Lupino, parroco “storico” di San Dalmazio a Lavagnola, dove Franco Briano ricopre il ruolo di segretario, collaboratore, economo. E soprattutto di organizzatore di gite e campi solari. Don Lupino, informato delle “voci” poi tramutatesi in esplicite segnalazioni, si è recato a sua volta in Procura per denunciare quanto gli è stato riferito. Anche lui è stato sentito dagli inquirenti per raccogliere quanto i parrocchiani gli hanno riferito. Sulla vicenda nessuna dichiarazione da parte del parroco di Lavagnola che ha deciso di denunciare il suo assistente, un volontario laico, alla magistratura.
Al termine dell’interrogatorio l’auto della Questura -una Fiat Stilo con dentro Franco Briano- ha riportato il collaboratore di don Lupino a casa sua, dopo un drammatico interrogatorio. È stato infatti Franco Briano -nonostante l’avvocato nominato d’ufficio Luca Morelli gli avesse precisato di potersi
astenere dal rispondere alle domande del pm- a voler rispondere alle domande: «Per liberarmi di un peso». L’ex postino infatti dopo aver spiegato agli agenti arrivati in casa dove si trovasse il pc don dentro le immagini pedopornografiche, ha ammesso davanti al pm di «aver toccato i bambini che portavo in giro in camper, ma non sono mai andati oltre».




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La stampa serba: «Tifosi pagati» 200mila euro per provocare gli incidenti

Il Mattino


Secondo Politika i disordini sarebbero stati causati su commissione



  

BELGRADO (16 ottobre) - Esponenti della criminalità organizzata serba avrebbero pagato 200 mila euro a decine di hooligan per provocare i disordini e le violenze che hanno portato martedì scorso alla sospensione della parita Italia-Serbia a Genova. A riferirlo con grande rilievo in prima pagina è oggi l'autorevole quotidiano belgradese Politika. «Oltre 200 mila euro sono stati pagati a più di sessanta hooligan per l'organizzazione, il viaggio, l'equipaggiamento e la provocazione dei disordini che hanno portato al mancato svolgimento della partita (fra le nazionali di Italia e Serbia) a Genova», scrive Politika, citando una fonte vicina all'inchiesta. Stando al giornale, le indagini sarebbero orientate verso due boss mafiosi locali, un trafficante di cocaina accusato anche di riciclaggio di denaro, e un secondo malvivente leader di una organizzazione criminale sospettata di vari omicidi, rapine, furti di auto e azioni violente.

Entrambi i criminali, aggiunge il giornale, sono latitanti. Probabilmente, scrive Politika citando la stessa fonte, i due criminali avrebbero finanziato i disordini con l'obiettivo di «creare caos in Serbia». Gli inquirenti, aggiunge il giornale, indagano al tempo stesso sull'ipotesi che i disordini di Genova possano essere legati a problemi e a situazioni di insoddisfazione in seno alla Federcalcio serba (Fss), anche se la fonte di Politika ritiene questa ipotesi meno credibile.

Sono stati convalidati gli arresti per due dei quattro tifosi serbi fermatii dopo gli incidenti allo stadio Ferraris che hanno provocato l'interruzione della partita Italia-Serbia. Per loro il gip Maurizio De Matteis ha disposto la custodia cautelare in carcere. Si tratta di Goran Tanic, di 30 anni, croato e Nenad Radovic, 20 anni serbo. Tanic, accusato di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, si è dichiarato innocente. «Non ho fatto niente - ha detto al gip - anzi sono stato aggredito». Il ragazzo infatti ha una ferita e un trauma cranico. Anche Radovic si è dichiarato estraneo ai fatti e ha detto di non conoscere Ivan Bogdanov e di non fare parte di alcuna tifoseria organizzata. I due hanno inoltre detto al giudice di essere stati minacciati a Marassi dai detenuti albanesi e di voler essere trasferiti. Il gip ha preso atto delle dichiarazioni ed ha avvisato il direttore del penitenziario, Salvatore Mazzeo, per disporre misure di sicurezza.






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Se all'orrore si aggiunge orrore

di Giuseppe De Bellis


Non c’è mai fine all’orrore. Avetrana è la palude delle nostre angosce: non basta lo scempio di zio Michele, la violenza fisica e morale che abbatte ogni barriera. Ora c’è un altro carico: la complicità di Sabrina



 

Non c’è mai fine all’orrore. Avetrana è la palude delle nostre angosce: non basta lo scempio di zio Michele, la violenza fisica e morale che abbatte ogni barriera. Adesso c’è un altro carico: la complicità di Sabrina, la figlia dell’assassino, la cugi­na di Sara, l’amica del cuo­re di Sara, la persona che quel 26 agosto aveva un ap­puntamento per andare al mare. Sabrina ha incontra­to Sara, l’ha vista morta,uc­ci­sa da suo padre con il qua­le l’ha poi nascosta. «Occul­tamento di cadavere » è il re­ato per il quale è indagata. Così dicono i magistrati, smentendo tre mesi di omertà che va oltre l’omertà,perché sfo­cia nel depistaggio e nella menzogna più incredibile.

La storia di Sara era già tragica senza quest’altro sfregio che in­vece arriva a completare un quadro che era inimmaginabile. Sabrina che era quella preoccupata, quella che ha dato l’allarme, quella che ipotizzava scenari e che per prima pensò ciò che tutti sape­vano, ma non avevano il coraggio di di­re: «Secondo me, è morta». Doveva esse­re una profezia, invece adesso sappia­mo che era una certezza. Perché Sabri­na aveva visto il corpo e aveva aiutato suo papà a disfarsene. Se sarà accertato avremo la definitiva conferma che questa storia è l’intreccio incredibile di una serie di oltraggi a ogni senso del limite che non hanno precedenti nella cronaca. Michele Mis­s­eri che ha simulato la sua bontà per tut­to quel tempo e adesso la figlia che ha fatto altrettanto e che dopo l’arresto del papà ha giocato con il mondo: «Deve pa­gare per quello che ha fatto», diceva.

E intanto sapeva di esserne stata compli­ce. C’era quella intercettazione ambien­tale in cui diceva alla madre: «Come se non lo sappiamo che è stato lui». Uno poteva pensare: povera Sabrina, presa tra la morte della cugina e la paura che l’assassino sia suo padre. Già. Ma se l’aveva aiutato a nascondere il corpo di Sara, non c’è nessuna comprensione, nessuna giustificazione, nessuna pena. Non si finisce mai di scoprire quanto possiamo essere cattivi, violenti, vigliac­chi. Poi arriva la storia di Sara e ti fa sco­prire che ogni cattiveria, ogni violenza e ogni vigliaccheria sfonda il muro della nostra immaginazione. Perché ci sia­mo chiesti come abbia fatto Michele a reggere il ruolo del buono, bravo, one­sto per così tanto tempo e nel frattempo cercavamo Sabrina per farla parlare e lasciarla sfogare.

Non sapevamo che quella persona che sembrava così di­strutta per ciò che il padre ha fatto, in realtà lo era perché sapeva di essere coinvolta. O forse non l’abbiamo volu­to vedere presi dall’ansia di cercare un’altra vittima oltre alla povera Sara. E chi meglio della figlia dell’assassino, nonché amica della vittima? Sabrina ha interpretato il ruolo in tv, sui giornali, nella camera ardente. Senza rimorsi e senza vergogna. Piangeva e si dispera­va. Ha sentito la zia Concetta dirle che le credeva,che pensava fosse incolpevo­le e all’oscuro di tutto. Viene da chieder­si se sia possibile simulare così bene, co­me i personaggi di un film, come i prota­gonisti di un mondo che non è umano. Ci vuole una forza che sa di odio per resi­stere tanti giorni, per recitare una parte in maniera così convinta, anche se evi­dentemente non completamente con­vincente. C’è stato pudore nel cercare la verità: procuratori, poliziotti e carabi­nieri sono stati delicati e attenti. Forse neanche loro volevano crederci. Devo­no essersi chiesti anche loro questo. Possibile? Poi hanno messo in fila i det­tagli di questa storia e hanno pensato che sì, tutto è possibile. Anche quello che forse ancora non sappiamo.




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Sabrina Misseri in carcere "Teneva ferma Sarah mentre lui la uccideva"

Quotidianonet


Sabrina Misseri è accusata di sequestro di persona e concorso in omicidio. Le ragazze avrebbero litigato dopo le avances dello zio a Sarah. Trovata su indicazione di zio Michele anche la batteria del cellulare


Michele Misseri, 57 anni, e la figlia Sabrina, 22
Michele Misseri, 57 anni, e la figlia Sabrina, 22


Taranto, 16 ottobre 2010 - ''E' definitivamente o quasi chiarito il quadro'' della vicenda riguardante l'uccisione di Sarah Scazzi, secondo il procuratore della Repubblica, Franco Sebastio che ha parlato delle indagini in una conferenza stampa.

I MOMENTI DELL'ORRORE - Sarah è stata costretta con la forza a scendere nella rimessa dove è stata uccisa, secondo gli investigatori. Sabrina Misseri non avrebbe indotto la cuginetta a scendere ma avrebbe collaborato col padre a trascinarla giù, secondo quanto si apprende da fonti investigative. Secondo l'accusa, il ruolo di Sabrina Misseri sarebbe stato attivo nell’uccisione: avrebbe mantenuta ferma la cugina - ritengono gli investigatori - mentre il padre la strangolava con la corda. Lo si apprende da fonti investigative.

 

PERCHE' L'HANNO FATTO - Il movente dell’omicidio è da ricercare nell’ambito familiare. Secondo il magistrato non ci sono altre ipotesi al momento per quanto riguarda il motivo per cui Sabrina e il padre hanno deciso di eliminare Sarah. Tra le righe gli inquirenti hanno fatto capire che sono state le avance sessuali su Sarah il vero motivo della sua eliminazione. Proprio per questo è le due cugine avrebbero litigato la sera prima proprio per le avances sessuali che Michele Misseri aveva fatto alla piccola Sarah. Quindi l’accusa di sequestro di persona e concorso in omicidio è stata attribuita a Sabrina per il suo ruolo attivo che ha avuto nella sparizione e uccisione di Sarah.

LA SVOLTA NELLE INDAGINI - Sarebbero state decisive le ultime dichiarazioni di Michele Misseri, lo zio della quindicenne di Avetrana, che ha confessato l’omicidio. Si tratta di una quinta versione dei fatti fornita durante la ricostruzione avvenuta ieri sui luoghi dell’accaduto: nel garage della sua abitazione dove Sarah fu uccisa, il luogo dove i suoi abiti sono stati bruciati e un terzo luogo, dove è stata ritrovata via la batteria del telefonino della ragazzina (telefonino che egli stesso aveva fatto ritrovare pochi giorni prima della sua confessione e del suo arresto). Le prime mezze ammissioni, le contraddizioni, le incertezze dell’uomo avrebbero indotto gli investigatori a condurre Michele Misseri nella caserma dei carabinieri di Manduria dove nel pomeriggio di ieri è stato nuovamente interrogato presenti anche i magistrati che indagano sulla vicenda. Solo dopo questo interrogatorio, dopo un’attesa di ore, è stata interrogata la figlia Sabrina che fin dalla mattina era stata trasferita in caserma.

SABRINA PIANGE E NEGA TUTTO - La giovane ha negato ogni addebito ed ha sostanzialmente confermato quanto raccontato sin dal primo interrogatorio ma in serata è scattato il fermo ed successivamente il suo trasferimento in carcere, dove si trova dalla mezzanotte di ieri. La ragazza piange a dirotto: ‘’Non potro’ piu’ chiamarlo papa’’’, ha detto e ripetuto all’avv.Emilia Velletri, uno dei suoi due avvocati, che stamane è andata a trovarla e a portarle abiti ed effetti personali. Sabrina - dice l’avvocato all’ANSA - ‘’sta molto male’’ per tutto quel che le e’ accaduto nelle ultime ore.

NESSUN ALTRO COINVOLTO - Allo stato non si ritiene da parte di investigatori e inquirenti che altre persone possano essere coinvolte. Lo stesso procuratore ha anche ammesso: "Allo stato non pensiamo ci possano essere altri indagati. Ma come ben sapete l'indagine si conclude, quando i pubblici ministeri notificano il provvedimento di chiusura indagine agli indagati". Durante la conferenza, gli inquirenti hanno anche precisato che "si procede ancora anche per vilipendio di cadavere, accusa questa, contestata solo ed esclusivamente a Michele Misseri".

"Abbiamo già inoltrato la richiesta di convalida del fermo e parallelamente anche quella di incidente probatorio allo scopo di cristallizzare le dichiarazioni di Michele Misseri" ha detto il procuratore della Repubblica di Taranto Franco Sebastio che ha aggiunto: "Con molta probabilità il tutto avverrà nei primi giorni della prossima settimana, ovvero lunedì massimo martedì mattina".
 

L'SMS DELLA SORELLA - La sorella Valentina non crede alla sua colpevolezza e, appena si è diffusa la notizia del suo fermo, ha scritto un sms ai giornalisti: ''Sabrina è innocente!!!''.

 

Redazione online





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Telekom Serbia

Libero







Quando le cose sono chiare servono poche parole per descriverle, quando invece sono ingarbugliate o le si vuole ingarbugliare ne servono molte di più. Sarà per questo che Giuseppe D’Avanzo  non riesce mai a scrivere un articolo di modica quantità, ma deve ogni volta occupare paginate intere di Repubblica? Probabile. Di sicuro questa è la ragione per cui anche ieri ha dovuto vergare quasi 300 righe nel tentativo di dimostrare l’indimostrabile e cioè di non avere avuto un ruolo chiave nell’affare Telekom Serbia. Vediamo di riepilogare. L’inviato del quotidiano progressista prova a sostenere che il caso dell’azienda comprata da Milosevic fu la prima operazione della macchina berlusconiana del fango. La realtà è molto diversa, perché quella vicenda non partì dal Giornale di proprietà del presidente del Consiglio ma dalla Repubblica. Chi lo sostiene? Il Cavaliere, Bonaiuti oppure io? No. Il giudice che si occupò della vicenda, ovvero il gip Francesco Gianfrotta, il quale cita espressamente Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini.

Perché Repubblica raccontò di tangenti pagate da Telecom per acquistare una quota di minoranza nella società dei telefoni di Belgrado? Perché il quotidiano progressista voleva destabilizzare l’azienda appena comprata da Roberto Colaninno e soci della Razza padana con l’appoggio di una parte della sinistra (a benedire l’operazione era stato l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema). Chi lancia una simile accusa? Berlusconi, Cicchitto oppure io? No. Lo stesso Colaninno, che in Primo tempo, il libro scritto a quattro mani con il vicedirettore dell’Unità Rinaldo Gianola, lo fa chiaramente intendere, lasciando capire che il padrone di Repubblica,  Carlo De Benedetti, fu ben lieto della campagna condotta dal suo giornale, perché si sentiva estromesso dal gioco e dunque non gli dispiaceva affatto vedere gli ex compagni di scorribande in difficoltà.

Il problema è che una volta lanciato il sasso e nascosta la mano, a Repubblica sfuggì il controllo dell’operazione. I quotidiani presero a occuparsi della cosa e tra questi il Giornale, il quale cominciò a domandarsi perché una società controllata dallo Stato avesse comprato quote di minoranza in un’azienda di un Paese ad alto rischio, dove un dittatore comunista e sanguinario si era appena reso responsabile di una feroce pulizia etnica. Iniziò a venir fuori che l’ambasciatore a Belgrado aveva sconsigliato vivamente l’acquisizione, informando il governo. I cui membri però negarono di essere mai stati chiamati a decidere sulla faccenda. Quale autorità politica autorizzò l’affare, cominciò a domandarsi il Giornale, e a cosa servirono i soldi incassati da Milosevic? Una lettera di Fausto Biloslavo, qui a fianco, ricorda come il dittatore abbia impiegato il denaro, finanziando le truppe e le fabbriche di carri armati che poi furono impiegati nel massacro nel Kossovo.

Arrivati a questo punto della vicenda, che lambì oltre a Palazzo Chigi il ministero degli Esteri e quello dell’Economia, ecco spuntare Igor Marini, il supertestimone, il quale prima ci provò senza grande successo proprio con il Giornale e successivamente con la Commissione parlamentare d’inchiesta costituita per indagare sui fatti e infine con la magistratura. Marini raccontò di tangenti pagate a Mortadella, Ranocchio e Cicogna, ovvero Prodi, Dini e Fassino. Commissione e pm, in attesa di verifiche, presero per buone le frasi di Marini. La Procura addirittura dispose una serie di arresti sulla base delle sue accuse. Chi però insinuò i primi dubbi sulla deposizione? De Bendetti, Ezio Mauro o Giuseppe D’Avanzo? No. Il sottoscritto. Fui io a scrivere a pochi giorni dalla deposizione che il supertestimone non mi convinceva e che dunque Prodi, Dini e Fassino erano da ritenere innocenti fino a prova contraria. I lettori mi scuseranno, ma fu sempre il sottoscritto a domandarsi chi, contro i pareri dei vertici aziendali, avesse autorizzato un’operazione che di fatto finanziò Milosevic e la guerra in Kossovo.

Il Giornale nel 2002 fece dunque le prove generali di funzionamento della macchina del fango? No, fece semplicemente il suo dovere. Chi lo sostiene? Feltri, Sallusti o Belpietro? Assolutamente no: a scriverlo sono i giudici, i quali hanno assolto me e i colleghi che si occuparono del caso in diversi giudizi intentati da chi si sentì chiamato in causa.  Scrivono i magistrati della corte d’Appello di Catania, cui si rivolse Francesco Rutelli, uno dei politici citati da Marini.  «Non può non osservarsi come la narrazione dei fatti sia proceduta con molta cautela e con vari passaggi  espressi in forma dubitativa, segno che gli autori dell’articolo e il direttore de il Giornale hanno inteso mantenere un atteggiamento di palese distanza e di non supina adesione rispetto a quanto era stato propalato dal Marini». E con ciò assolvono giornalisti e direttore «per aver agito nel legittimo e corretto esercizio del diritto di cronaca».

Si ebbe mai una risposta ai quesiti sollevati dal Giornale sulle responsabilità politiche di quell’operazione? No. Il depistaggio di Marini mandò tutti fuori strada e la vicenda rimase uno dei tanti misteri di questo Paese. Le rivelazioni del supertestimone si tramutarono in un boomerang per la Commissione parlamentare d’indagine, il cui operato fu demolito anche grazie al contributo fondamentale di  Giuseppe D’Avanzo e di Repubblica.
Chi dunque manovra la macchina del fango? Per questa risposta, cari lettori, non credo serva il mio aiuto, potete far da soli.

16/10/2010





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Napoli, stangata all’esame per avvocati: 4330 bocciati

Il Mattino



di Luigi Roano

NAPOLI (16 ottobre) - È una vera e propria «strage» di aspiranti avvocati. Al concorso che si è svolto a Napoli, su 6045 candidati ben 4330, il 71%, non hanno superato la prova.

Di questi, il 42% ha sbagliato il compito ma, il 29% si è visto annullare il lavoro perchè ha copiato. In sostanza, gli esaminatori, si trovati fra le mani qualcosa come 1000 temi fotocopia.

Una strage annunciata nei giorni scorsi dal Mattino. Ora, sul blog degli aspiranti legali scorrono le lacrime. C’è chi annuncia un ricorso. Ma anche chi sta per scegliere la Spagna dove l’abilitazione è più semplice.


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Ecco la replica al caos ultrà: vietare la bandiera d’Israele

di Redazione


Dopo le violenze di Italia-Serbia avvertimento ai tifosi inglesi del Tottenham che il 20 ottobre verranno a Milano per la Champions League: "Non esponete il vessillo con la stella di Davide". La prefettura smentisce, ma sul sito web del club l’avviso c’è. Ed è un’altra sconfitta per tutti



 

Una legge per vietare il negazionismo, ovvero perché ogni tesi volta a negare o ridimensionare la Shoah sia considerata un reato e come tale non possa essere più esposta pubblicamente, come già accade in alcuni Stati europei. È la richiesta annunciata da Riccardo Pacifici, capo della comunità israelitica della Capitale, in una lettera pubblicata da Repubblica. La proposta, che nasce sull’onda delle polemiche per posizioni revisioniste sull’Olocausto esposte durante una lezione di un professore dell’Università di Teramo, è subito accolta dai presidenti delle Camere. Renato Schifani e Gianfranco Fini, si impegnano, qualora ricevessero un disegno di legge su questo argomento, a velocizzare al massimo i tempi di approvazione. Il portavoce di Schifani assicura che quando il ddl arriverà a Palazzo Madama, sarà iscritto all’ordine del giorno per «una tempestiva discussione».

Stessa sollecitudine alla Camera: Fini si impegna «a sensibilizzare i gruppi parlamentari» affinchè presentino al più presto una proposta per «contrastare gli irresponsabili profeti del negazionismo». La politica esprime un sì unanime. Dalla sinistra al centrodestra, difficilmente una proposta ha messo tutti d’accordo come questa. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno sottolinea che il negazionismo «non può essere presentato come una opinione, per quanto deprecabile, o come una qualche forma di revisione critica della storia. Perciò, è necessario introdurre una specifica previsione penale». «C’è ancora - rileva Francesco Rutelli, d’accordo con l’introduzione del nuovo reato penale - chi si ostina a non comprendere l’unicità della Shoah, paragonandola ad altri eventi tragici della storia moderna».

Il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri sottolinea che il popolo della libertà sarà «onorato» di sostenere la proposta della comunità ebraica. E annuncia l’intenzione di «chiedere a Pacifici un incontro» per definire «i contenuti di questa iniziativa legislativa». La lettera di Pacifici a Repubblica non giunge in un giorno qualsiasi ma alla vigilia dell’anniversario della deportazione degli ebrei romani del 16 ottobre 1943. Una data simbolo che viene richiamata anche da Walter Veltroni, secondo il quale «il ricordo di quella tragedia deve essere coltivato dall’intera città e deve accompagnarsi a un impegno rinnovato perchè non possano più tornare antisemitismo, odio,razzismo. Per questo - sottolinea Veltroni - è giusto l’appello che viene dalla comunità ebraica romana che chiede di mettere in calendario la legge contro chi nega l’olocausto. Quelle norme, davanti anche i segnali allarmanti di un nuovo antisemitismo, vanno discusse presto e approvate».

La comunità ebraica spera che questa volta l’appoggio bipartisan porti all’approvazione della legge. Nel 2007, ricorda Pacifici, un’ iniziativa simile, il ddl dell’ allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, si arenò nelle aule parlamentari.




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Condannato un dentista per la musica nello studio

di Redazione


D’ora in poi sulla musica di sottofondo che allieta, si fa per dire, le sale d’aspetto del dentista così come le hall degli alberghi o i bar nelle ore di punta, potrebbe scendere un talebano black out. Almeno fino a quando non verranno chiariti gli effetti della clamorosa sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani a risarcire l’Scf, acronimo del Consorzio fonografici che tutela i compensi a favore di artisti e produttori discografici. Ente di cui, per la verità, la maggioranza del pubblico ignorava l’esistenza e che affianca la Siae sull’annosa questione dei diritti d’autore.

Ora però questa sigla sarà meglio che resti ben impressa nella mente di tutti i titolari di pubblici esercizi o di studi professionali abituati a diffondere musica radiofonica o comunque registrata. Un diritto sacrosanto, sia ben chiaro, ma che si paga, come ha avuto modo di sperimentare il malcapitato dentista. Malcapitato ma non incredulo. «Prima di ricorrere alla citazione in giudizio - dice al Giornale il presidente di Scf Saverio Lupica - abbiamo cercato più volte di trovare un accordo con l’associazione dei dentisti per ottenere la quota annuale prevista dalla legge sui diritti d’autore, ma che nessuno di loro ha mai pagato. Invano».

Una quota che secondo l’Scf si aggira attorno ai 90 euro, non certo un’enormità considerate le parcelle dei dentisti. E allora i rappresentanti dei discografici hanno fatto scattare un blitz, con controlli a random nelle sale d’aspetto degli studi a cominciare da quello dell’allora presidente dell’associazione Roberto Callioni. Alle prime note di Eros Ramazzotti sono partite le denunce. «Ricorreremo in Cassazione ed eventualmente anche alla Corte europea» dice il dottor Callioni che all’epoca del contenzioso era ai vertici dell’Andi, da maggio presieduta da Gianfranco Prada. «La nostra è una questione di principio perchè è assurdo equiparare uno studio privato che riceve su appuntamento a un pubblico esercizio come i grandi magazzini o i locali notturni.

Se accettassimo questo iniquo balzello innescheremmo un precedente che, tanto per dirne una, vedrebbe battere cassa anche la Siae che abbiamo pagato ingiustamente fino agli anni Ottanta». Ma quella del Tribunale di Milano, che ha stabilito come la diffusione di musica all’interno di studi privati rappresenti una forma «di pubblica utilizzazione», potrebbe segnare un prima e un dopo. «Non ne sarei così convinto - dice Callioni - perchè un’altra sentenza recente ha dato invece ragione a un collega». Di sicuro, la questione farà discutere perchè in fondo riguarda tutti gli utilizzatori in pubblico di musica registrata, finanche i tassisti.

«In fondo - riprende Lupica - parliamo di una legge del ’41 ma che fino al 2000, anno di costituzione della Scf, non è di fatto mai stata rispettata. I bar sono obbligati a pagare una quota annuale di 50 euro, ma certo non possiamo fare controlli a tappeto». E i dj che ne pensano? Per Nick, il re di «Montecarlo Night», i distinguo sono doverosi. «Penalizzare i dentisti mi pare un’esagerazione, anche perchè la musica in sala d’aspetto ha un valore terapeutico. E poi allora bisognerebbe far pagare anche chi fa una festa in casa propria...». Secondo un altro re delle radio private, Linus, si tratta di un segnale della grave crisi in cui versano le case discografiche. «Si cerca di raschiare il fondo del barile in un settore che da due anni ha perso l’80% dei posti di lavoro. Ma il principio di far pagare i pubblici esercizi è sacrosanto».



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Indennità di disoccupazione al boss milionario

di Redazione

Per lo Stato, che gli aveva riconosciuto un’indennità di disoccupazione di 700 euro al mese, era nullatente. Ben diverso era il patrimonio di Giovanni Trapani, capomafia della "famiglia" palermitana di Ficarazzi. Sequestrato un patrimonio di oltre 3 milioni di euro



Palermo - Per lo Stato, che gli aveva riconosciuto un’indennità di disoccupazione di 700 euro al mese, era nullatente. Ben diverse erano invece le condizioni economiche di Giovanni Trapani, capomafia della "famiglia" palermitana di Ficarazzi, arrestato ad agosto, a cui i carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno sequestrato, su ordine della dda, un patrimonio di oltre 3 milioni di euro.

Il sequestro del patrimonio Il sequestro ha riguardato le ditte Pa.Ma. Costruzioni di Pace Marianna, specializzata nell’edilizia, e Triassi Srl, con sede legale a Ribera (in provincia di Agrigento), impresa individuale specializzata nel movimento terra. Sequestrati, inoltre, conti correnti, beni immobili, alcune autovetture di valore, mezzi meccanici, cinque appartamenti, titoli azionari e terreni agricoli. Trapani, boss 54enne, è accusato di avere gestito il racket delle estorsioni. Il boss aveva anche predisposto un piano di occultamento dei beni in caso di arresto, che tuttavia non è riuscito a mettere in atto per l’intervento del provvedimento della Procura palermitana e degli investigatori. Ad esempio, tutte la vetture di lusso, riconducibili alla ditte intestate fittiziamente ai parenti di Trapani, erano state affidate in conto vendita ad una concessionaria di Ficarazzi, con l’indicazione però che non fossero esposte nell’autosalone ma venissero mostrate ad eventuali acquirenti interessati all’interno di un garage di comodo. Per questo, risultano indagate per il reato di "trasferimento fraudolento di valori" la moglie, la sorella e due nipoti di Trapani: Maria Giuseppina Triassi, 41 anni, Silvana Trapani, 49 anni, Mariangela Manna e Marianna Pace, 38 anni. Per ottenere il sussidio di disoccupazione Trapani risultava essere stato licenziato dalla sua stessa azienda: la Triassi.





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Sarkozy in visita dal Papa Ma su Carlà c’è il veto

La Stampa


Stop alla Première Dame: non è sposata in chiesa



GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO

Già per l’investitura dell’ambasciatore in Vaticano Sarkozy aveva incassato dodici mesi di «no» a candidati gay, protestanti, divorziati o «inadatti per ragioni personali o situazioni matrimoniali irregolari». Meglio non «creare altri scandali» nei Sacri Palazzi. «Dalla Francia non è mai arrivata in Vaticano alcuna richiesta formale per la partecipazione di Carla Bruni. Ai capi di Stato e di governo cattolici non è consentito presentarsi in udienza dal Papa accompagnati da una consorte non regolarmente sposata in Chiesa. È accaduta la stessa cosa al premier italiano Berlusconi e al presidente messicano Fox». La Santa Sede spiega così la discussa assenza della Première Dame all’incontro Oltretevere di Nicolas Sarkozy. Uno «spazio bianco» nel cerimoniale pontificio, che ha suscitato infuocate polemiche mediatiche su entrambe le sponde dalla Manica. Secondo i quotidiani inglesi e francesi, infatti, Carla Bruni «non è la benvenuta in Vaticano». A scriverlo, senza giri di parole, sarebbero stati funzionari della Segreteria di Stato in una lettera indirizzata all’ambasciatore francese Stanislas de Laboulaye alla vigilia della visita del presidente a Benedetto XVI. In Francia si era persino ipotizzato che il Papa temesse che l’approdo in Vaticano dell’ex modella potesse scatenare la morbosità dei mass media.

E in effetti non è sfuggito a nessuno che Sarkozy non era accompagnato da Carla Bruni, bensì da una folta delegazione composta, tra gli altri, da Jacques Barrot, ex commissario europeo alla Giustizia e agli Affari interni (responsabile, dunque, del controverso dossier immigrazione); da Patrick Buisson, direttore generale del canale televisivo «Histoire» e consulente molto ascoltato da Sarkozy su questioni come il voto dell’estrema destra e la nascita del Ministero dell’Immigrazione,dell’integrazione e dell’identità nazionale; da Bruno Frappat, ex direttore di «La Croix» e da due scrittori, Alix de Saint-André e Denis Tillinac.

Dopo i colloqui con il Pontefice e il cardinale Bertone, il capo di Stato francese ha visitato la basilica di San Pietro dove, dopo un momento di raccoglimento, ha partecipato a una «cerimonia per la Francia» presieduta dal ministro vaticano del Dialogo interreligioso, Jean-Louis Tauran. Il presidente francese era già stato in Vaticano nel dicembre 2007. Ospite del cardinale Ruini a San Giovanni in Laterano e non accompagnato neppure allora da Carla Bruni (sposata il successivo febbraio), l’inquilino dell’Eliseo caldeggiò il concetto di «laicità positiva» molto apprezzato da Joseph Ratzinger. Anche in quell’occasione il presidente francese riuscì comunque a lasciare di stucco i cattolici, ma per un motivo diverso: venne sorpreso mentre controllava i messaggi sul «Blackberry» a pochi passi dal Pontefice.

Quella della settimana scorsa è stata una visita delicatissima, voluta da Sarkozy dopo le polemiche di questa estate con la Chiesa cattolica sugli sgomberi dei rom. Secondo il quotidiano britannico «The Daily Telegraph», un vero e proprio veto del Vaticano ha impedito a Carla Bruni-Sarkozy di accompagnare il marito nei Sacri Palazzi. L’assenza della Bruni non ha nulla a che vedere, spiegano in Curia, con le critiche rivolte dalla «première dame» al Vaticano sui temi bioetici. Anche la moglie di Blair aveva mosso rilievi simili eppure era stata normalmente ricevuta dal Papa. Anche il capo del governo italiano, Silvio Berlusconi, non si è mai potuto far accompagnare in udienza dal Papa dalla seconda moglie, Veronica Lario, con la quale era sposato civilmente. Il primo era un matrimonio religioso. È la seconda uniione che, da un punto di vista canonico, creava un impedimento all’udienza dal Papa.




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Arrestata Sabrina: concorso in omicidio La confessione choc di Michele Misseri: «Mia figlia teneva Sarah, io l'ho uccisa»

Il Mattino


Svolta con la dichiarazione dello zio della 15enne uccisa ad Avetrana
che ha portato all'arresto della cugina: «Innocente»





AVETRANA (16 ottobre) - Sabrina Misseri, secondo suo padre, Michele, avrebbe indotto la cuginetta Sara a scendere nella cantina dove è stata uccisa e l'avrebbe trattenuta mentre veniva uccisa. Sono le dichiarazioni fatte ieri da Michele che hanno portato al fermo di Sabrina. Michele Messeri ne ha parlato nei sopralluoghi che ha compiuto con i carabinieri sul luogo del delitto, primo tra tutti il garage dove sono stati ritrovati batteria e cuffiette del cellulare di Sara. Sull'ultima versione resa da Misseri a proposito delle fasi immediatamente precedenti l'omicidio e dell'uccisione stessa e sul coinvolgimento di Sabrina non ci sarebbero per ora riscontri oggettivi. Sabrina è indagata per concorso in omicidio e sequestro di persona.

Sabrina non ha ammesso alcuna sua partecipazione al delitto: di qui la richiesta del suo difensore, avvocato Vito Russo, di giungere al più presto ad un incidente probatorio, che si svolge dinanzi al giudice delle indagini preliminari, per stabilire in modo irrevocabile, e in confronto tra le parti (accusa e difese), la versione più credibile. Intanto, Sabrina è stata portata in carcere: nelle prossime 48 ore la procura dovrà chiedere la convalida del fermo e l'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare. Entro le successive 48 ore il gip fissa l'udienza di convalida.




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La grande retata alle 5 Terre: «Rubato? Sì, ma per la figa»...

San Gottardo: caduto l'ultimo diaframma

Repubblica

Grande festa in Svizzera, l'ultimo diaframma del tunnel del San Gottardo è caduto e oggi nasce ufficialmente il tunnel ferroviario di 57 km, il più lungo al mondo. La potentissima perforatrice - nelle immagini della tv elvetica - ha ultimato il suo lavoro 17 anni dopo la prima picconata. Si tratta di una delle tappe più significative dell'intero progetto della Nuova ferrovia transalpina.

L'inaugurazione al traffico della galleria di base del San Gottardo, sull'asse Milano-Zurigo, prevista per il 2017, potrebbe essere ora anticipata al 2016. Tra gli obiettivi principali dell'opera il trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia e la riduzione dei tempi di percorrenza per il traffico passeggeri.

Unità d'Italia, la proposta di La Russa "Riportare i resti degli ultimi re Savoia"

Repubblica


Il ministro dice sì al rimpatrio delle le spoglie di Umberto II e Vittorio Emanuele III
La proposta è stata portata alla platea attraverso una lettera di Vittorio Emanuele





Riportare in Italia le spoglie di Umberto II e Vittorio Emanuele III in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia. E' la proposta raccolta e fatta propria dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, a un convegno sull'Unità d'Italia organizzato a Palazzo Marino dal vicepresidente del consiglio comunale Stefano Di Martino.

La proposta è stata portata alla platea della Sala Alessi da Vittorio Emanuele di Savoia, in una lettera indirizzata agli organizzatori: Vittorio Emanuele chiede che le spoglie dei nonni e dei suoi genitori possano tornare in Italia. "Credo che sia giusto che al di là del giudizio che si può dare sul percorso personale e storico degli ultimi due re d'Italia, ad anni ormai dalla loro morte, possa essere accolto il desiderio dei discendenti e anche di tanti italiani di vedere riposare nella terra italiana le salme degli ultimi due re e delle loro consorti", ha detto La Russa. "Si tratta di un gesto di pietà, ma anche un gesto che rinsalda la comune appartenenza alla nostra storia italiana".

"Ritengo che in occasione del 150esimo anniversario dell'unificazione nazionale - ha osservato La Russa - fra le tante cose che stiamo facendo sarebbe giusto traslare le salme degli ultimi due re e delle loro consorti. Non voglio neanche dire se debbano essere portate al Pantheon o altrove, ma ritengo che sarebbe un atto di pietà e anche di ricordo di ciò che comunque le varie generazioni, nel bene e nel male, hanno fatto per consegnarci la nostra identità".




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