venerdì 15 ottobre 2010

Morta la donna aggredita nel metrò

Corriere della sera


L'avvocato della famiglia: «Staccata la spina». Avutala notizia, l'uomo che l'aveva colpita ha avuto un malore 

    I funerali si svolgeranno in Romania. Il marito della vittima: «Perché lui non è in carcere?»




    La donna in coma al Policlinico Casilino

    ROMA - Maricica Hahaianu, l’infermiera romena 32enne colpita al volto nella metro Anagnina di Roma da Alessio Burtone (ora agli arresti domiciliari) è morta. «Ora è stata staccata la spina, è stato ufficializzato il decesso» ha detto Alessandro Di Giovanni, legale dei familiari, attorno alle 21,30, pochi minuti dopo la dichiarazione del decesso. Il marito della donna, Adrien, invece, non riesce a non pensare al responsabile dell'accaduto : «Perchè lui è a casa e non in carcere?». «Finora non aveva mai fatto alcun commento o accenno sull'aggressore - ha spiegato sempre l'avvocato Di Giovanni, che ha riportato le parole dell'uomo ai cronisti -. Non ha detto altro, era molto concentrato nel suo dolore». Riguardo all'eventuale donazione degli organi, l'avvocato ha detto che il marito non vuole far sapere la sua decisione. Sul corpo della donna verrà in ogni caso effettuata l'autopsia. L'incarico sarà conferito nella giornata di sabato. I funerali di Maricica Hahaianu, invece, si svolgeranno in Romania, per decisione dei famigliari.

    IL MALORE DELL'AGGRESSORE - Appresa la notizia della morte della donna, Alessio Burtone ha accusato un malore. «Sono stato a casa sua - racconta l'avvocato Fabrizio Gallo, che gli ha comunicato il decesso della donna -. Si è sentito male e abbiamo dovuto chiamare la guardia medica». «Il medico - racconta il legale - gli ha somministrato dei farmaci ansiolitici perché Alessio era molto agitato. Tutta la famiglia ha accusato la notizia della morte di Maricica e stanno molto male». Ad Alessio, il legale ancora non ha parlato esplicitamente della possibilità che finisca in carcere. «Visto il momento - continua Gallo - gli ho solo detto che potrebbe essere riportato in caserma e che la sua condanna, con l'imputazione di omicidio preterintenzionale, potrebbe diventare più pesante rispetto alle semplici lesioni. Noi riteniamo comunque che la custodia domiciliare possa comunque soddisfare le esigenze cautelari in attesa della sentenza». «Sono state rovinate due famiglie», è stato invece il triste commento della madre dell'uomo.

    LA TRISTE ATTESA - Già nel pomeriggio di venerdì l'ultimo bollettino dei medici del policlinico Casilino non lasciava sperare nessun miglioramento e parlava di coma irreversibile. Le condizioni della donna erano peggiorate nel pomeriggio del giorno prima, quando i medici avevano spiegato che la donna si trovava «in fin di vita». La risonanza magnetica aveva infatti «evidenziato un incremento dell’edema cerebrale ed una estesa lesione del tronco encefalico». Morte cerebrale per la giovane donna che secondo i criteri neurologici indicati dal Comitato nazionale di bioetica (Cnb) si tratta di «danno cerebrale organico, irreparabile, sviluppatosi acutamente, che ha provocato uno stato di coma irreversibile».

    Ore d'ansia all'ospedale San Camillo per l'infermiera in coma

    IL DOLORE DEL MARITO - «Mia moglie, più volte, ritirandosi a casa dopo il lavoro, mi diceva 'siamo riusciti a salvare una vita'. Purtroppo stavolta nessuno è riuscito a salvare lei». Sono le parole di Adrian, marito di Maricica Hahaianu, riferite dal suo legale Alessandro Di Giovanni. Per i familiari di Maricica sono ore di angoscia e di attesa straziante al Policlinico Casilino . Con gli occhi gonfi per il pianto, Adrian, un uomo dagli occhi azzurri e la carnagione chiara, ha lasciato l'ospedale a bordo di una Bmw assieme al cognato, alla nipote, e alla sorella della moglie, la quale aveva avuto in mattinata un malore ed è soccorsa dal personale medico. Adrian e Maricica hanno un bambino di tre anni che vive in Romania. La città da dove provengono i coniugi Hahaianu si chiama Focsani, nella Romania occidentale, ai confini con la Moldavia. Una terra lasciata cinque anni fa per tentare fortuna in Italia, lei già infermiera avrebbe trovato lavoro facilmente e così è stato fino a venerdì scorso quando un pugno l'ha fermata.

    LA VISITA DEL SINDACO - Dal Policlinico Casilino - dove venerdì mattina sono giunti in visita alla giovane il sindaco di Roma Gianni Alemanno (appena sceso dall'aereo con cui rientrava da Pechino) e il console romeno a Roma - il nuovo punto della situazione è stato rinviato alla serata di venerdì, dopo ulteriori accertamenti diagnostici. Il sindaco ha sottolineato come i fatti avvenuti non siano da attribuirsi a razzismo: «Adrian, il marito della romena aggredita, è consapevole che non c'è nessun risentimento di tipo razziale o di intolleranza. C'è solo risentimento verso un pazzo che ha fatto questo gesto». Alemanno uscendo dal Policlinico Casilino di Roma ha tenuto a far sapere «che il Comune vuole contribuire a tutte le spese, sia che faccia i funerali a Roma, sia per la traslazione della salma. Vogliamo essere vicini a questa persona». Nel pomeriggio anche la visita dell'ambasciatore di Romania Răzvan Victor Rusu.

    IL PRECEDENTE - A carico di Alessio Burtone, attualmente ai domiciliari per l’aggressione all’Anagnina, risulta una precedente denuncia di polizia per lesioni, denuncia che - spiegano i carabinieri della compagnia Casilina che stanno seguendo le indagini - è stata fornita come elemento utile agli inquirenti ed è ora al vaglio del pm Antonio Calaresu per proporre un eventuale ricorso contro gli arresti domiciliari e un aggravamento della misura cautelare attuale.
    Secondo la denuncia, il giovane si era reso protagonista di un episodio simile a quello di venerdì scorso: a bordo del suo scooter sfiorò un ragazzo che passava sulle strisce portando a passeggio il cane; di fronte al risentimento del ragazzo, il 20enne scese dal motorino e sferrò un pugno al passante.

    Lite alla biglietteria, in coma per un pugno

    PERSONALITA' AGGRESSIVA - «Stiamo fornendo all’autorità giudiziaria - spiegano i carabinieri - tutti gli elementi utili per chiarire sia la personalità del ragazzo che per chiarire l’espisodio in sé». Tra questi elementi utili anche la precedente denuncia, anche se «il ragazzo continua a dire che non si aspettava di causare un danno così grave, di essere stato provocato e a ripetere "non sono una persona violenta"». L'avocato di Alessio Burtone fa sapere che ora il ragazzo «si è chiuso nel mutismo, chiuso nel suo dispiacere» ma «ha anche paura del carcere», un «rischio che corre con un cambio di imputazione da lesioni personali gravi ad omicidio preterintenzionale», spiega il legale Fabrizio Gallo.




    UN PUGNO COME UN BOXER - Secondo l’avvocato Alessandro Di Giovanni, legale della famiglia di Maricica, «guardando il video appare chiaro che il giovane sferri un colpo mancino al volto, con una tecnica quasi da boxeur. La donna, colpita al mento, ha perso subito i sensi ed è crollata a terra a corpo morto». Intanto i militari continuano a raccogliere testimonianze: «In linea di massima, a parte alcuni dettagli, tutti confermano la ricostruzione iniziale, una lite finita con il pugno - spiegano i carabinieri -. Le testimonianze dirette per ora non confermano aggressioni fisiche della donna verso il ragazzo. Continuiamo a sentire testimoni per chiarire l’episodio».

    Redazione online
    15 ottobre 2010



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    Milano, resta grave il tassista aggredito Piero Citterio: l'ho pestato con violenza

    Il Messaggero



    ROMA (15 ottobre) - I medici del Fatebenefratelli di Milano, dove è ricoverato in coma il taxista aggredito domenica scorsa per aver investito un cagnolino, hanno effettuato una risonanza magnetica al paziente, senza però trovare elementi di rilievo. Il paziente è mantenuto in coma farmacologico per evitare che l'edema cerebrale possa causare danni. «Le condizioni generali rimangono gravi - spiega Elena Galassini, responsabile della struttura di emergenza urgenza del Fatebenefratelli - con persistenza dello stato di coma. E' stata effettuata in data odierna una risonanza magnetica che non ha fornito elementi prognostici significativi rispetto a quanto già evidenziato dalle Tac». Il prossimo bollettino medico verrà diramato lunedì prossimo.

    Citterio confessa: l'ho pestato con violenza.
    «L'ho pestato con violenza, con una scarica di pugni e calci». Piero Citterio, uno dei tre aggressori di Luca Massari, ha confessato, davanti al gip di Milano Maria Grazia Domanico, di essere stato quello che si è accanito con più forza e più a lungo nel picchiare l'uomo. Nel corso dell'interrogatorio di garanzia davanti al giudice, stamani nel carcere milanese di San Vittore, Piero Citterio ha raccontato di essere stato lui a innescare l'aggressione violenta. La sorella Stefania, finita anche lei in carcere assieme al fidanzato Morris Ciavarella, ha invece negato di aver colpito per prima il tassita e ha spiegato di aver avuto «uno scatto d'ira», di essersi «lanciata contro di lui», dopo che l'uomo aveva inavvertitamente investito un cane, ma di essere stata «fermata prima di colpirlo». I legali dei due fermati, gli avvocati Carlo Maffeis e Francesco Lucino, hanno presentato un'istanza per una misura meno afflittiva del carcere per Stefania Citterio, che è madre di una bambina di 8 mesi. Per misura meno afflittiva, come ha spiegato l'avvocato Maffeis, si intende o una casa famiglia o i domiciliari o la libertà.

    Per Maffeis con gli interrogatori di oggi «è stato fatto un passo avanti verso la chiarezza»,
    anche se non è ancora stata esattamente ricostruita la «dinamica dell'aggressione». Il legale ha spiegato che «in realtà un'aggressione simultanea di tutti e tre non c'è mai stata». Appena il cane è stato investito, le prime a dirigersi contro il tassista sono state tre donne: la padrona dell'animale, Sara P., compagna di Piero Citterio, e le sorelle Stefania e Elisabetta Citterio. Poi sono arrivati i due uomini. «Ciavarella - ha spiegato l'avvocato - è intervenuto perché ha visto che là c'era la compagna e lo stesso ha fatto Piero». La Citterio ha negato davanti al gip di aver tirato un casco contro il tassista, mentre Piero ha confessato di averlo colpito a lungo allo stomaco e sul torace.




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    L'ex veterano pentito pubblica i video delle umiliazioni ai prigionieri iracheni

    Corriere della sera

     

    Ethan McCord li ha postati sul blog del regista e attivista statunitense Michael Moore

    MILANO - Chi pensava che le umiliazioni inflitte dai soldati americani ai cittadini iracheni fossero terminate con lo scandalo delle foto scattate nel carcere di Abu Ghraib si ricrederà guardando i tre video che l'ex veterano «pentito» Ethan McCord ha postato sul blog del regista e attivista statunitense Michael Moore. Questa volta i militari non tormentano i prigionieri con sevizie fisiche, ma usano la violenza psicologica per impaurire prigionieri inermi e indifesi.

     

    PRECEDENTI - Le immagini sono state postate sul blog del cineasta lo scorso 13 agosto. McCord è conosciuto dall'opinione pubblica internazionale perché nel 2007 partecipò al massacro di dodici civili iracheni e di due operatori della Reuters. Più tardi il video di questa strage intitolato «Collateral murder» fu pubblicato sul sito di Wikileaks, l'organizzazione internazionale divenuta famosa per aver postato sul web numerosi documenti coperti da segreto e aver fatto infuriare più di una volta il Pentagono. In quell'occasione l'ex veterano cercò in tutti i modi di evitare la carneficina e più tardi testimoniò contro i responsabili del massacro.

     

    LE IMMAGINI - Come durante la strage del 2007 i protagonisti dei video sono soldati della compagnia Bravo. Appartengono al secondo battaglione della sedicesima fanteria. Le riprese sono state girate in una base statunitense a Bagdad. I prigionieri sono sempre bendati e con le mani legate. Nel primo video si vede un soldato che ripete ossessivamente a un cittadino iracheno che presto sarà messo in galera. A un certo punto si sente una voce fuori campo che ordina al soldato di lasciare in pace i prigionieri. Nel secondo filmato un iracheno, arrestato perché in possesso di un Ak-47, è umiliato da un soldato statunitense: quest'ultimo gli canticchia nelle orecchie e lo prende in giro. Infine nell'ultimo video un prigioniero è costretto ad alzare e abbassare le mani ripetutamente. Secondo quanto scrive l'autore del post, questa «punizione» sarebbe durata circa 45 minuti

     

    COLPA DEL SISTEMA MILITARE - L'ex veterano McCord confessa sul blog: «Ho iniziato a filmare questi video e a scattare foto nel momento in cui ho capito che quello che stavamo facendo in Iraq era sbagliato. I video testimoniano gli abusi compiuti sui prigionieri. Non si tratta di abusi fisici, ma mentali, emotivi, umilianti. Ai miei occhi queste azioni sono peggiori delle violenze fisiche». McCord ammette di aver girato i filmati circa tre anni fa e rivela che i soldati non fanno altro che portare a termine ciò che hanno appreso durante l'addestramento. Poi taglia corto: «Non voglio affatto scusarli, ma vorrei puntualizzare che questo comportamento era sistematico. All'inizio sarete arrabbiati con loro, ma la vostra ira dovrebbe essere diretta contro il sistema che li addestra».

     

    Cade l'ultimo diaframma del San Gottardo, è il traforo più lungo al mondo

    Quotidianonet


    Un trapano gigantesco ha fatto cadere l’ultima parete che separava le due sezioni del tunnel. I lavori durano da 15 anni e non dovrebbe aprire prima del 2017. L'opera peremtterà di decongestionare il traffico stradale europeo


    Roma, 15 ottobre 2010


    L’ultimo diaframma del tunnel del Gottardo è stato fatto crollare, riportando in Svizzera il record del traforo ferroviario più lungo del mondo, con 57 chilometri di lunghezza.

    Un trapano gigantesco ha fatto cadere l’ultima parete che separava le due sezioni del tunnel più lungo del mondo, una galleria lunga 57 chilometri a 2mila metri di profondità, nel cuore delle Alpi svizzere.

    Alle 14.05, un’immensa scavatrice di 9 metri e mezzo di diametro è stata messa in funzione e ha rotto alcuni minuti più tardi l’ultima sezione di roccia, permettendo ai minatori che si trovavano sui due lati della parete di stringersi le mani, come testimoniato dalle immagini trasmesse in tutto il mondo dalla televisione svizzera.

    “Qui, nel cuore delle Alpi svizzere, uno dei più grandi progetti ambientali del continente diventa realtà”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti svizzero, Moritz Leuenberger. In lavori quasi da 15 anni, il tunnel ferroviario, più lungo del mondo, non dovrebbe aprire che nel 2017, ma è già motivo di vanto per gli svizzeri e dovrebbe permettere di decongestionare il traffico stradale europeo.


    E' caduto l’ultimo diaframma all’interno del nuovo traforo ferroviario del san Gottardo, un’opera colossale destinata a rivoluzionare il traffico attraverso le Alpi, liberando la Svizzera dal passaggio dei camion e rendendo più veloci i treni passeggeri. Ma i suoi effetti- una volta aperto il tunnel nel 2017 o forse già nel 2016- potrebbero essere in parte vanificati dai ritardi nella realizzazione dei collegamenti della rete del progetto Alptransit con Germania e Italia, con il rischio della formazione di "colli di bottiglia" a nord e a sud del massiccio alpino.

    In Ticino, per esempio, non si conosce ancora il tracciato definitivo della nuova linea ferroviaria che dovrebbe collegare Bellinzona a Lugano. Per il momento il piano di aggiramento di Bellinzona è sospeso. Ciò significa che i treni dovranno farsi largo sull’attuale linea, col rischio che si creino ritardi. Permane tutt’ora incertezza circa i collegamenti ferroviari con Alptransit a sud di Chiasso.

    Stessi problemi si presentano a nord delle Alpi, tanto su territorio elvetico che tedesco. In Svizzera, per esempio, alcuni progetti sono stati stralciati per motivi finanziari oppure differiti.

    Tra quest’ultimi figurano il tunnel del Wisenberg attraverso il Giura (tra Basilea e Olten) e quello dello Zimmerberg II (tra Thalwil e Zurigo). Nella migliore delle ipotesi, tali strutture potrebbero essere realizzate nell’ambito di Ferrovia 2030. Il tunnel dell’Hirzel tra Waedenswil (cantone di Zurigo) e Baar (canton Zugo) non verrà probabilmente mai realizzato.

    In Germania, il troncone che dovrà collegare Basilea a Karlsruhe(D) - vitale per il traffico merci - non sarà pronto per il 2017. Sui 182 chilometri previsti, solo 44 sono terminati e altri 20 sono in costruzione. La Germania si era impegnata nel 1996 a raddoppiare le linee (da due a quattro) entro l’apertura della galleria di base del San Gottardo. Ma Berlino non aveva previsto le numerose proteste, che hanno portato a 172mila ricorsi contro il tracciato, presentati da associazioni di cittadini.

    Per questo governo di Berlino, i land interessati e le ferrovie tedesche sono al lavoro per ritoccare il progetto, con possibili costi aggiuntivi di un miliardo di euro, oltre ai 5,7 miliardi già previsti. Le ferrovie tedesche sono però ottimiste e promettono di ultimare nel 20202, come previsto, il troncone Basilea-Stoccarda a quattro binari.





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    Lo Giudice confessa: "Sono l'ideatore degli attentati a Reggio Calabria"

    Libero






    Sarebbe il boss della 'ndrangheta Antonino Lo Giudice l'organizzatore dei recenti attentati alla Procura di Reggio Calabria e all'abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro.
    A sostenere questa tesi sarebbe stato lo stesso malavitoso che, messo dietro le sbarre lo scorso 7 ottobre, avrebbe iniziato a collaborare con gli inquirenti.
    Secondo la ricostruzione degli interrogatori fatta dal Procuratore della Repubblica di Reggio, Giuseppe Pignatone, Lo Giudice ha confermato di essere stato lui a fare collocare nei giorni scorsi un bazooka davanti alla sede della Dda di Reggio Calabria.

    15/10/2010







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    La mamma di Ivan, il capo ultrà serbo: «È il figlio migliore del mondo»

    Corriere della sera

    «Mi sento male quando vedo quello che si scrive su mio figlio. Mi ha chiamato e detto che sta bene»

    BELGRADO - La madre di Ivan Bogdanov, il capo degli hooligan serbi protagonisti delle violenze di martedì sera allo stadio di Genova, ha difeso suo figlio, da lei definito «il figlio più tenero e migliore del mondo». «Il mio Ivan è il figlio più tenero e migliore del mondo», ha detto Fanika Bogdanov in un'intervista al quotidiano belgradese Alo!. Ivan, ha aggiunto, è un gentiluomo e un altruista, che ha pagato per il fatto di essere una brava persona.

     

    «UNA BRAVA PERSONA» - «Penso che lui sia una brava persona per tutti gli altri, eccetto che per se stesso». Ivan, 30 anni, abita con la madre in un appartamento a Dedinje - quartiere residenziale ed elegante della collina di Belgrado. Il padre è morto sei mesi fa. La madre ha ammesso che per lei è stato molto difficile vedere suo figlio incitare gli hooligan allo stadio di Genova, e che sta male per gli articoli sui giornali e le accuse contro di lui. «Mi ha chiamato giovedì, abbiamo parlato brevemente e mi ha detto che sta bene», ha affermato la donna. «Mi sento male quando vedo quello che si scrive su mio figlio, vi prego di capire», ha concluso la signora Fanika che ha chiesto di non porle altre domande. Anche alcuni vicini di casa, sentiti dal giornale, hanno parlato molto bene di Ivan Bogdanov, soprannominato in Italia «Ivan il Terribile». Uno di loro ha detto tra l'altro che Ivan sarebbe stato «rovinato» e che «quello che viene scritto su di lui non lo si scrive neanche per Bin Laden».

     

    «UNA BRAVA PERSONA» - «Penso che lui sia una brava persona per tutti gli altri, eccetto che per se stesso». Ivan, 30 anni, abita con la madre in un appartamento a Dedinje - quartiere residenziale ed elegante della collina di Belgrado. Il padre è morto sei mesi fa. La madre ha ammesso che per lei è stato molto difficile vedere suo figlio incitare gli hooligan allo stadio di Genova, e che sta male per gli articoli sui giornali e le accuse contro di lui. «Mi ha chiamato giovedì, abbiamo parlato brevemente e mi ha detto che sta bene», ha affermato la donna. «Mi sento male quando vedo quello che si scrive su mio figlio, vi prego di capire», ha concluso la signora Fanika che ha chiesto di non porle altre domande. Anche alcuni vicini di casa, sentiti dal giornale, hanno parlato molto bene di Ivan Bogdanov, soprannominato in Italia «Ivan il Terribile». Uno di loro ha detto tra l'altro che Ivan sarebbe stato «rovinato» e che «quello che viene scritto su di lui non lo si scrive neanche per Bin Laden».

    UDIENZA DI CONVALIDA ARRESTI - Nell'interrogatorio di convalida dell'arresto presso il giudice per le indagini preliminari, Ivan Bogdanov, ha detto di non avere voluto causare l'interruzione della partita ma solo contestare la federazione serba perché non faceva giocare i calciatori della Stella Rossa. Bogdanov, che ha rinnovato le scuse all'Italia, ha detto di essere arrivato nel capoluogo ligure il giorno prima della partita e di aver dormito a Varazze. Il gip ha convalidato il suo arresto e di altri tre tifosi serbi. Sabato finirà gli interrogatori degli altri quattro fermati. Lunedì i difensori degli otto tifosi incontreranno il pm per decidere se patteggiare o andare a giudizio.

    BANDIERA - La scena di Bogdanov che bruciava la bandiera albanese ha scatenato varie proteste. A Pristina, capitale del Kosovo, circa 200 universitari sono scesi in piazza per protestare contro l’oltraggio al drappo rosso con l’aquila bicefala nera al centro: pur non essendo la bandiera ufficiale, molti kosovari continuano a considerarla propria. A Tirana mercoledì una decina di manifestanti hanno dato fuoco alla bandiera serba di fronte l’ambasciata di Belgrado in Albania.

    15 ottobre 2010

    Agente massacra 13enne

    Corriere della sera

    Ragazzino in cella per furto massacrato dai poliziotti

     

    La fiction del sindaco di Napoli

    Il Mattino


    I telespettatori di Unomattina si saranno stropicciati gli occhi per la sorpresa. A risvegliarli c'era la voce del sindaco Rosa Russo Iervolino che, liquidando i disastri da cui l'eden napoletano è allietato, non trovava niente di meglio che attaccare il direttore di questo giornale come «uno dei peggiori detrattori della città».

    Dopo il primo moto di ilarità, che ci ha accomunato ai telespettatori divertiti, ha avuto il sopravvento l'immagine di Giulio Andreotti nel lontano 1949. L'allora sottosegretario alla Cultura attaccava i film del neorealismo rei di esportare all'estero un'immagine distorta dell'Italia e perciò li sottoponeva a censura all'insegna del motto: i panni sporchi si lavano in famiglia.

    Subito dopo ci ha soccorso un secondo flashback, con Silvio Berlusconi che attaccava le fiction su mafia e su Gomorra perché (anche queste) colpevoli di offrire un ritratto negativo del Belpaese in cui viviamo. Ci siamo detti: però, quante affinità tra il Cavaliere che oggi nega l'evidenza di un Paese in disarmo e il sindaco che chiude gli occhi su una città che casca letteralmente a pezzi da ogni parte ti giri.

    Noi sul Mattino non scriviamo fiction ma raccontiamo impietosamente i mali e il bene di Napoli (quando c'è). Se poi chi vive nel mondo della politica virtuale, anzi della fiction amministrativa, ritiene che questo ci iscriva di diritto al registro detrattori in servizio permanente effettivo, pazienza.

    Ci consola il pensiero di un illustre figlio di questa città, Riccardo Muti. Mesi fa il maestro, non essendo stato degnato nemmeno di una telefonata di ringraziamento dal sindaco per il festival di Pentecoste da lui organizzato a Salisburgo in onore di Napoli, ha ripescato il dialetto per una tentazione da evitare a Palazzo San Giacomo: quella di fare i galli 'ncopp’a munnezza.




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    Ilaria Cucchi: è un processo ipocrita Stefano non è morto per lesioni lievi

    Il Messaggero




    ROMA (15 ottobre) - «Si ha bisogno di arrivare alla verità, anche per andare avanti nella vita ed elaborare il lutto. Arrivare a un processo che parte su una base sbagliata, su una grande ipocrisia, francamente non mi interessa». Così, ai microfoni di Cnrmedia, Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, a un anno dall'arresto di Stefano, ha spiegato le ragioni per cui ha intenzione di abbandonare il processo in corso sulla morte del fratello.

    «A un anno dall'arresto di Stefano - ha detto ancora Ilaria - non voglio parlare di mancate verità, di bugie o di paure. Voglio dire solamente che si deve inquadrare quello che è successo. Insisto sul fatto che mio fratello stava bene, e allora mi spieghino: se continuano a parlare di lesioni lievi, mi spieghino per quale motivo mio fratello dopo sei giorni è morto al Pertini, ed è vero che le colpe dei medici sono gravissime, ma senza quel pestaggio mio fratello non ci sarebbe arrivato al Pertini».

    «Incontro spesso familiari di detenuti, che mi dicono - ha aggiunto - che dei cambiamenti ci sono stati, basti pensare a quel protocollo assurdo che è stato abolito per cui i medici non potevano parlare con le famiglie dei detenuti. Però - prosegue - mi sembra così assurdo che ci sia voluta la morte di mio fratello. Anche se al tempo stesso mi fa capire che forse quello che ci è successo almeno ha avuto un senso, di essere utile e di evitare che quello che è successo a Stefano accada di nuovo».

    Perizie incompatibil con i fatti. E' intervenuto in trasmissione anche l'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi: «Quello che non condividiamo sono le risultanze medico-legali dei medici incaricati della Procura, che danno una configurazione di carattere scientifico incompatibile coi fatti. Già solo pronunciare l'espressione lesioni dolose lievi e osservare la foto di Stefano Cucchi com'era ridotto alla morte, fa venire i brividi. Noi sappiamo perfettamente, ormai, che Stefano non è morto di morte naturale, come era stato detto in un primo momento. È morto perché non curato al Pertini e in conseguenza delle lesioni che aveva riportato nel pestaggio di piazzale Clodio. Poi se la giustizia non si vuole piegare alla realtà dei fatti, questo è un altro ragionamento».





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    Sarah, Sabrina portata in Procura Misseri torna nella casa del delitto

    Il Mattino


    Gli inquirenti, insieme all'omicida, si sono spostati nel podere
    dove si trova il pozzo nel quale è stato occultato il cadavere



     

    AVETRANA (15 ottobre) - I carabinieri hanno ispezionato ed eseguito rilievi nel garage dell'abitazione di Michele Misseri, il contadino di 57 anni reo confesso dell'omicidio della nipote Sara Scazzi. Più tardi, la cugina di Sarah, Sabrina, protetta dai carabinieri, è stata portata via dalla villetta di via Deledda

    Il garage è il luogo in cui Misseri ha dichiarato di aver ucciso la quindicenne. Sul posto lo stesso Misseri e il pm della procura di Taranto Mariano Buccoliero.

    Sul luogo nel quale è in corso l'ispezione, nell'ambito delle indagini sull'omicidio di Sara Scazzi, ci sono anche i carabinieri del Reparto operativo e del reparto investigazioni scientifiche di Taranto. Non è escluso che si vogliano anche comparare i contenuti delle intercettazioni ambientali raccolte nel corso delle indagini con quanto dichiarato dallo zio omicida, Michele Misseri, nella sua confessione e dai suoi familiari. Sino a questa mattina il garage nel quale, secondo la confessione di Misseri, Sara è stata uccisa, non era ancora stato posto sotto sequestro.

    Gli inquirenti, insieme all'omicida reo confesso Michele Misseri, si sono spostati nel podere dove si trova il pozzo nel quale è stato occultato il cadavere di Sara Scazzi. Con l'esperimento giudiziale gli inquirenti starebbero dunque ricostruendo non solo le fasi del delitto nel garage di casa Misseri, ma anche quelle successive durante le quali, secondo la sua confessione, il contadino avrebbe violentato il cadavere della nipote, nascondendo il corpo e poi bruciando gli effetti personali della vittima in un terreno poco distante.

    Marcia spedita verso un'altra svolta l'inchiesta sull'uccisione di Sarah Scazzi. I carabinieri del Ris hanno trovato dei frammenti di impronte digitali sul telefonino della ragazza, impronte che potrebbero essere state lasciate dalla persona che tolse il cellulare a Sarah per staccare la batteria.

    I frammenti delle impronte sono nella parte del telefonino che ospita la batteria stessa. Individuare a chi appartengano diventa ora l'obiettivo principale delle indagini: potrebbero essere dello zio, Michele Misseri, che ha confessato di aver ucciso la ragazza facendo tutto da solo, o di un'altra persona. In questo caso verosimilmente di qualcuno che avrebbe aiutato Misseri quantomeno a liberarsi del telefonino della povera Sarah.





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    Sarah, lo zio nella casa del delitto Portata via una persona incappucciata

    Corriere della sera

    Sopralluogo dei carabinieri nella cantina-garage
    dell'uomo accusato dell'omicidio della ragazza

    TARANTO - Michele Misseri, l'uomo che ha confessato di aver ucciso la nipotina Sarah Scazzi, si trova assieme al suo avvocato d'ufficio Daniele Galoppa nella sua abitazione di via Deledda ad Avetrana. L'uomo è stato prelevato all'alba dalla sua cella nel carcere di Taranto. Misseri è accompagnato dal legale e dagli agenti della polizia penitenziaria, e sul luogo è presente anche il sostituto procuratore Mariano Buccoliero, che coordina le indagini.

    I VESTITI - Non è escluso che una volta terminati i sopralluoghi, gli inquirenti decidano di sentire Sabrina, la figlia dell'uomo, e l’amica Mariangela Spagnoletti, la ragazza che con la stessa Sabrina e con Sarah quel pomeriggio di agosto sarebbe dovuta andare al mare. I carabinieri stanno eseguendo rilievi nel garage-cantina in cui l'uomo afferma di aver ucciso la quindicenne. In questo caso, non è escluso che i militari siano alla ricerca dei vestiti di Sarah, che Misseri ha detto di aver bruciato dichiarando l’intenzione di indicare il luogo dove avrebbe effettuato l’operazione

    (fonte: Apcom).

    La morte in diretta? Peggio quella in differita

    Corriere della sera

    di Aldo Grasso

    Piove a Secondigliano, i passeggeri spingono l'autobus in panne

    Corriere del Mezzogiorno

    Qualche mese fa accadde anche nell'efficiente Lombardia
    Cliccatissimi sul web

     

    NAPOLI – Ad accomunare Nord e Sud sul web ci pensano gli autobus: da spingere. A Milano come a Napoli se il bus o il filobus non ne vuole più sapere di proseguire la corsa, ai passeggeri non resta che scendere e farsela a piedi, oppure spingere sperando nel riavvio: nell’ultimo caso cosa pur sempre utile per gli automobilisti in coda.

     

    Su Facebook da tempo impazza il gruppo «Succede solo a Napoli» foto che documentano stranezze e paradossi made in loco che da oggi potrà arricchirsi anche di contributi video. Da qualche ora infatti è comparso su youtube un video che riprende alcuni passeggeri, di un bus andato in panne su Corso Secondigliano, mentre spingono il mezzo sotto la pioggia. Una disavventura che qualche mese fa è capitata anche agli utenti del servizio pubblico di Milano che in una giornata non uggiosa, a dispetto dei luoghi comuni, si sono ritrovati anch’essi a dover «accompagnare» il filobus che li doveva accompagnare.

     

    Francesco Parrella
    14 ottobre 2010

    Cassazione, ex primo presidente Carbone sotto inchiesta a Roma per corruzione

    Il Messaggero



    ROMA (15 ottobre) - Vincenzo Carbone, fino a qualche mese fa primo presidente della Corte suprema di Cassazione, è indagato per corruzione a Roma, nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta loggia P3 messa in piedi da Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi. Proprio quest’ultimo, secondo il capo di imputazione notificato a quello che fino al luglio scorso era il magistrato più importante d’Italia, gli avrebbe strappato la promessa di un intervento favorevole in almeno due procedimenti pendenti davanti alla Suprema Corte in cambio di garanzie sull’affidamento di prestigiosi incarichi una volta andato in pensione. I procedimenti, come riporta Il Messaggero in edicola, riguarderebbero le cause Mondadori, Cosentino. Nei prossimi giorni, Vincenzo Carbone sarà interrogato dai pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli.




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    Picchiata nel metro in coma irreversibile Il pm chiede il carcere per l'aggressore

    Il Messaggero

    Il giovane che ha colpito l'infermiera rumena
    con un pugno ha altri due precedenti per aggressione




    ROMA (15 ottobre) - E' in come irreversibile Maricica Hahaianu, l'infermiera rumena di 32 anni, madre di un bambino di 3 anni, colpita da un pugno alla stazione Anagnina della metro. Le sue condizioni si sono improvvisamente aggravate. L'incremento dell'edema cerebrale e soprattutto un'estesa lesione al tronco encefalitico inducono i medici al pessimismo. Qualora Maricica non ce la facesse, le accuse nei confronti dell'aggressore, Alessio Burtone, si trasformerebbero da lesione grave in omicidio.

    Burtone è agli arresti domiciliari ma intanto Antonio Calaresu, il pm che coordina le indagini, ha deciso di ricorrere contro il provvedimento ed a chiederne l'arresto. La decisione è stata presa dopo aver visionato fotogramma per fotogramma il filmato dell'aggressione nel quale il ventenne colpisce colpisce la donna con tutta la forza che ha e poi se ne va senza preoccuparsi minimamente della condizioni della vittima.

    Alessio Burtone, 20 anni, ha due precedenti significativi: il 14 giugno scorso colpì con un pugno in bocca un ragazzo che aveva sfiorato con la moto sulle strisce pedonali ed è stato denunciato. Il 30 aprile era stato denunciato da una conoscente per aggressione ed il processo davanti al giudice di pace è attualmente in corso.




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    E ora il «metodo Woodcock» finisce sotto processo al Csm

    di Anna Maria Greco


    Roma


    Altro che accuse del premier al pm De Pasquale, quello che rovina la reputazione della magistratura è il «metodo Woodcock». Quello delle toghe a caccia di «fama e visibilità», le cui inchieste con «sistematica violazione del segreto istruttorio» portano il più delle volte ad assoluzioni, ma dopo aver esercitato un’«intimidazione» sugli indagati.
    Tutto questo lo scrive il membro laico del Csm, il leghista Matteo Brigandì, nella richiesta di aprire una pratica a tutela «del regolare svolgimento e/o della credibilità della funzione giudiziaria». Per lui, ad attentare al prestigio e all’indipendenza della magistratura è appunto il «metodo Woodcock». Quello che ha avuto l’ultima manifestazione nell’inchiesta, con sequestri e perquisizioni, contro i vertici del Giornale per il presunto dossier contro la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.

    Nuovo Csm, vecchie pratiche. Quelle «a tutela», tanto contestate da anni ma sempre pronte ad essere usate come arma di difesa e di attacco delle toghe. La prima è stata quella in difesa del pm milanese nel processo Mills, De Pasquale, che ha avuto mercoledì il via libera del Comitato di presidenza del Csm. Ma ora si contrappone quella di Brigandì.
    Per il laico del Carroccio alcuni pm, non solo il noto Henry John che da Potenza è tornato a Napoli dopo essersi fatto conoscere con Vallettopoli e altre inchieste sotto i riflettori, seguono questo «metodo» di spettacolarizzazione delle inchieste per far carriera. I mass media, sottolinea Brigandì, ne parlano ormai normalmente e neppure il presidente dell’Anm Palamara ne nega l’esistenza, lodando al contrario chi lavora «nell’ombra».

    Il vertice del Csm (il vicepresidente Michele Vietti, il primo presidente e il procuratore generale della Cassazione Ernesto Lupo e Vitaliano Esposito) dovrà decidere ora se inviare anche questa seconda pratica in prima commissione. Il momento è molto delicato, con la tensione al massimo, perché si profila un nuovo possibile scontro tra Csm e premier. E proprio mentre il governo si prepara a presentare la grande riforma costituzionale sulla giustizia.

    C’è poi un particolare finora rimasto in penombra: il tentativo dei difensori di De Pasquale di coinvolgere direttamente nella querelle Giorgio Napolitano, che del Csm è presidente.
    La prima commissione, probabilmente lunedì, esaminerà la richiesta presentata dai 16 togati e dal laico del Pd, Glauco Giostra. L’unico a non firmarla è stato Guido Calvi, altro laico di centrosinistra che presiede proprio la commissione che deciderà se far arrivare la pratica al plenum. Nel documento i 17 chiedono esplicitamente a Vietti di «rappresentare al Capo dello Stato e rendere nota all’opinione pubblica la loro profonda preoccupazione per le ennesime gravissime dichiarazioni di Berlusconi il 29 settembre e il 3 ottobre, che minano la credibilità delle istituzioni e rischiano di delegittimare la magistratura tutta».

    Il vicepresidente è salito al Quirinale e ne ha parlato mercoledì con Napolitano, che in una nota «ha ribadito il suo costante impegno per l’esercizio rigoroso delle prerogative costituzionali del Csm».

    Certo il presidente della Repubblica farà ogni sforzo per disinnescare lo scontro e sembra raccomandare alla maggioranza di non forzare troppo con la riforma, soprattutto sui limiti dei poteri del Csm (si parla di uno sdoppiamento per pm e giudici e della sezione disciplinare esterna).
    A Palazzo de’ Marescialli circola la voce che, dopo il plenum straordinario di lunedì con il Guardasigilli Alfano, ce ne potrebbe essere presto uno presieduto dallo stesso Napolitano, magari prima della sua visita di Stato in Cina. Il Capo dello Stato potrebbe dare così un segnale, smorzare le contrapposizioni pur difendendo le «prerogative» del Csm, spianare la strada a una riforma il più possibile condivisa. Su questa linea dovrebbe muoversi il comitato di presidenza del Csm, mandando avanti anche la pratica di Brigandì. Che rischia, però, di essere bloccata in commissione.



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    Montecarlo, ecco i veri prezzi degli appartamenti

    di Redazione


    Altro che 270mila euro: secondo le stime immobiliari del 2008 scovate dal Giornale un appartamento uguale a quello affittato a Tulliani era venduto a oltre due milioni. Il costruttore Luciano Garzelli: "La casa valeva 1,5 milioni"



    Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


    Quella casa a Montecarlo An l’ha venduta a prezzo di saldo. E se la Procura di Roma sul punto inspiegabilmente temporeggia appellandosi alla non completa traduzione dal francese dei documenti arrivati da Montecarlo per rogatoria, l’incongruenza del prezzo è di evidenza solare. I magistrati capitolini hanno voluto una «fonte affidabile» per le valutazioni dei prezzi di mercato nei vari momenti dell’affaire. Il Giornale, oggi, si affida ai prezzi delle offerte immobiliari ufficiali messi online negli ultimi 10 anni dalla stessa società che si occupò della stima di casa Colleoni quando An la ereditò, nel 1999. Ovvero l’immobilier Michel Dotta, che tra l’altro amministra il condominio di Palais Milton, al civico 14 di Boulevard Princesse Charlotte, casa monegasca «di» Tulliani.

    Per Fini, Dotta è certo un’azienda più che affidabile visto che nelle sue otto «spiegazioni», lo scorso 8 agosto, l’ex leader di An fondò la sua convinzione della congruità del prezzo di vendita proprio paragonando quei 300mila euro incassati dalla off-shore Printemps nel 2008 ai 450 milioni di lire della valutazione firmata Dotta, intorno al 2000. E fa niente che il presidente della Camera omise di ricordare che, tra stima e cessione, erano appunto passati un bel po’ d’anni.
    Se la Procura dovrebbe aver ricevuto i valori medi di mercato anno per anno, nella linea cronologica di questo complesso affaire, anche il Web ci permette di scavare nel passato. Per capire che aria tirava nel mercato immobiliare monegasco in quell’estate del 2008, quando An svendette a Printemps, e anche nel lontano 2001, poco dopo la presa di possesso della casa da parte del partito di via della Scrofa.

    Per farlo, basta andare sulla «macchina del tempo» del web, come ci ha suggerito il collega Silvio Leoni. L’«internet archive», che appunto memorizza istantanee di siti web mese dopo mese e le conserva per i posteri, è all’indirizzo http://www.archive.org/web/web.php. Basta infilare l’url della Dotta immobilier (www.dotta.mc) e premere il pulsante «take me back». Il gioco è fatto, e si può navigare in un’ottantina di «versioni temporali» del sito di Dotta tra il 2001 e il 2008. Ognuna con le sue offerte di vendita, e con i prezzi aggiornati alla data di «congelamento» del sito. Per i 300mila euro a cui An ha venduto la casa di Montecarlo, due camere, ingresso, bagno, cucina e terrazzo per 65-70 metri quadri commerciali, era decisamente difficile concludere una compravendita anche nel lontano 2001.

    Figuriamoci sette anni dopo. Le offerte a marzo di quell’anno contavano affari meno appetibili. C’era un «double studio» di 75 metri quadrati al 24esimo piano del palazzo Millefiori, di certo con una vista migliore di casa Tulliani, ma anche molto meno a buon mercato: 730mila euro, tre volte la stima che Dotta redasse per An. Anche per i 73 metri quadrati dell’appartamento nel palazzo «Giotto» che Dotta proponeva ai propri clienti servivano almeno 822mila euro. E un piccolo «studio» con terrazzo nel «Grand Large», si portava via per 456mila euro. A meno, 243mila euro, praticamente la valutazione dell’appartamento che An aveva appena ereditato, c’era solo una monocamera, 25 metri quadri nel Riviera Palace.Gli anni corrodono tante cose, ma non il valore del mattone. Anzi, complice la bolla immobiliare, i prezzi crescono ovunque.

    A maggior ragione nella lussuosa Montecarlo dove schizzano, oggi, a 25-30mila euro a metro quadrato. Saltiamo dunque a febbraio del 2008, cinque mesi prima del rogito con cui An venderà a Printemps. Dal sito Dotta del 2008 spunta la casetta di 30 metri quadri con angolo cucina nell’elegante Parc Saint Roman, al Larvotto. Per averne le chiavi toccava sborsare 1,6 milioni di euro. Cifre non per tutti anche al Carré d’Or, dove la Dotta immobilier versione 2008 proponeva 46 metri quadrati nel Park Palace, non lontano dalla casa di An in boulevard Princesse Charlotte, per 1,7 milioni di euro. Allargando gli spazi, s’allargano anche gli esborsi: pur vantando terrazza e garage, 65 metri quadri al «Sardanapale» (a due passi dalla casa dell’uomo che firmò per la Printemps, James Walfenzao, dove Tulliani domicilia le proprie bollette), costavano 2,4 milioni di euro. D’altra parte, non è che rinunciando alla vista mozzafiato le cose cambiassero molto, nel listino immobiliare monegasco di quell’inizio 2008. A Place des Moulins comprare casa di 61 metri quadri (ingresso, camera, bagno, cucina e loggia) costava 1 milione e 950mila euro. Di affaroni come quello che An propose alla Printemps, nel Principato, nemmeno un box auto. Spendendo 80mila euro in più, un bilocale oltreconfine, in Francia. Come noto, fiscalmente, non proprio la stessa cosa.
    gianmarco.chiocci@ilgiornale.it

    massimo.malpica@ilgiornale.it




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    I dossier dei professorini ansiosi di chiudere il caso

    di Salvatore Tramontano

    Il valore fissato dal Principato è quello fiscale del 1999, non di mercato nel 2008. Ma i giornali amici assecondano Fini e s'inventano la bufala del "prezzo giusto"



    È la stampa bellezza. Quando c’è da fare la morale, si sta tutti lì con il viso appeso: vergogna, queste cose non si fanno. Poi chi sputa sentenze si affretta a mascherare la verità per non far piangere il povero Fini. È capitato ancora una volta su Montecarlo. La storia è questa. In Procura a Roma arrivano gli atti della rogatoria. Le autorità del Principato fanno sapere che il prezzo fiscale, che non corrisponde a quello di mercato, della casa eredità da An, è congruo. Nel 1999, all’atto di successione, era corretto il valore di 270mila euro per l’appartamento. I giornalisti non sono sprovveduti. Sanno benissimo che questa informazione non dice praticamente nulla. Quello che conta è il prezzo di vendita dei 70 metri quadri zona centro nel 2008. È lì che Storace e gli ex An, quelli che hanno fatto la denuncia, sentono puzza di imbroglio. È lì che gli elettori di Fini e gli iscritti dell’ex An chiedono sia fatta chiarezza. Ma di questo Montecarlo non parla.

    Fini, furbone, appena sente la notizia spara: «Era quello che stavo aspettando, ora ci divertiremo con le querele». Le agenzie ribattono, il bla bla bla aumenta, i benpensanti sorridono e molti fanno finta di non capire. Tocca alla Procura chiarire che si sta parlando del 1999, che congruo è il valore fiscale; attenzione, quindi la questione è ancora tutta aperta. Questo avviene nel pomeriggio, quando i quotidiani sono ancora lontani dallo stress della chiusura e chi ci lavora ha il tempo di riflettere. E invece niente.
    Il giorno dopo la stampa beneducata sceglie allineata la linea finiana e chi se ne frega di quello che dice la Procura. Brindiamo alla sconfitta de Il Giornale. Il Fatto in megagrassetto sbatte in pagina un «Ok, il prezzo è giusto». Repubblica, più compassata, va sul didascalico: «Montecarlo, congruo il valore della casa». L’Unità si limita a una notiziola, Conchita non si sporca con queste cose, ma le bastano poche righe per marchiare la verità. Il titolo è: «Il prezzo è giusto, i pm chiudono il caso Montecarlo». La Stampa di Torino batte tutti: «La casa di Montecarlo venduta a prezzo equo». Notare il «venduta», ci manca solo il solidale e stiamo a posto.

    Insomma, la stampa con il vestito pulito ha l’anima sporca. Fa il giochino di dare ragione a Fini, nascondendo la precisazione della Procura e il piccolo particolare che il prezzo congruo non è quello di vendita del 2008, ma quello della stima del 2001. L’importante è far capire al lettore che Il Giornale ha toppato e l’onorevole Fini può vendicarsi di chi ha osato tirare fuori la storia di Montecarlo. Nessuno dice che la questione è tutt’altro che chiusa. Nessuno scrive che Fini nonostante le tante interviste non ha mai risposto. Nessuno racconta che il cognato Tulliani non ha ancora chiarito come si sia intrufolato nella casa lasciata in eredità ad Alleanza nazionale. Non si interrogano sul perché siano usate società offshore. Non spiegano che il catasto è una cosa e il mercato un’altra. Non fanno differenza tra il 1999 e il 2008. Qualcuno lo abbozza nell’articolo, ma il titolo cancella tutto.

    Ok il prezzo è giusto. Questo è il messaggio. Ma quale prezzo? Di cosa stiamo parlando? Questi sono gli stessi giornali che parlano di dossieraggio, che si strappano i capelli per la volgarità gratuità degli altri. Allora, si può fare una domanda? Non è dossieraggio questo? O è solo un modo per nascondere la verità sgradita? Non è fango? Non è un modo per sputtanare un altro quotidiano? Non è una diceria che vi ripetete di bocca in bocca come fanno le comari del paesino per mettere all’indice chi non è allineato? Non vi imbarazza questo coro di menzogne che vi piace mettere in giro? No, la vostra vox populi trova l’applauso dei salotti buoni e del presidente della Camera. Ok il prezzo è giusto è un dossier di massa. È un’orgia di falsa informazione. L’importante è coprirsi le spalle gli uni con gli altri. La disinformazione gridata in coro è una falsa verità ben confezionata. Chi volete che si indigni? Quelli de Il Giornale, si sa, sono marchiati come infami. Questi sono i maestri del giornalismo. I sacerdoti della notizia. Peccato che questa notizia sia una patacca servita male. Ok, il prezzo è giusto. Tutto il resto meno.




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    Stima ribassata, la casa valeva 1,5 milioni"

    di Redazione


    Il costruttore monegasco Luciano Garzelli spiega: "Un prezzo attribuito per convenienza dal fisco locale". Poi fa luce sui dubbi: "Stupisce che non siano stati fatti controlli antiriciclaggio"


    Melina Molinari
     

    Montecarlo - Luciano Garzelli, il più importante costruttore del Principato, a capo del Gruppo Engeco di Monaco, l’uomo che inizialmente trattò la ristrutturazione dell’appartamento monegasco abitato da Giancarlo Tulliani (parlò al telefono direttamente con Elisabetta, la compagna di Fini) irrompe nella diatriba sul valore dell’immobile dei misteri.
    Ci può dare delucidazioni riguardo a quanto inviato dalle autorità di Monaco alla Procura di Roma circa la congruità del prezzo?
    «Certamente, a proposito del valore dell’appartamento al numero 14 di Boulevard Princesse Charlotte, donato dalla contessa Colleoni ad Alleanza nazionale, bisogna fare alcune considerazioni: è chiaro che dieci anni prima (nel ’99) i prezzi di vendita degli appartamenti del Principato di Monaco erano sicuramente inferiori a oggi e in un’altra valuta, ovvero in franchi francesi. Calcolatrice alla mano, i 270mila euro corrispondevano all’epoca ad un prezzo di circa 30mila franchi francesi al metro quadrato. Non solo, ho verificato nei nostri archivi e posso affermare che il suddetto prezzo era sicuramente inferiore ai prezzi di mercato dell’epoca (il 1999) che si attestavano tra i 40mila e 50mila franchi francesi sul Principato, ma non in modo cosi evidente».
    Ma le autorità monegasche, nella rogatoria con l’Italia, sostengono che nel ’99 il valore era congruo. Da qui la mancata obiezione da parte del fisco del Principato...
    «È piuttosto un fattore di convenienza. Il fisco monegasco percepisce circa il 16 per cento di tasse sul valore delle donazioni per “enti morali” non residenti. Il fisco monegasco avrebbe potuto bloccare l’operazione facendo istanza al Tribunale di Monaco, ma questa procedura avrebbe richiesto molto tempo per ottenere, alla fine, un maggiore introito di circa 20mila euro aspettando però almeno due anni. Per questa ragione penso, il fisco monegasco si è accontentato di percepire il 16% di 270mila euro, circa 43mila euro al posto di 63mila dopo anni di procedura».
    Torniamo alla vendita dell’appartamento da An alla società off-shore. Lei che è il massimo esperto in materia, che idea si è fatto delle carte inviate da Montecarlo a Roma?
    «Al contrario di quel che ho letto stamattina sul valore dell’appartamento (che è quello stabilito nel 1999) il problema della stima reale - che è enorme - resta in piedi per la cessione dell’appartamento nel 2008. Sulla quale confermo senza indugi, anche sulla base di altre perizie fatte fare esternamente alla nostra società, che il prezzo corretto per l’appartamento doveva essere intorno al milione e mezzo di euro. Dirò di più. Questa errata valutazione dell’appartamento sta pregiudicando il nostro mercato immobiliare perché i clienti non capisco la differenza dei prezzi proposti in loco dai professionisti delle agenzie e dai costruttori del Principato di Monaco che vanno da 25mila a 50mila euro al metro quadrato, contro i 5mila euro, e ribadisco 5mila euro, praticati da An a Printemps. E poi...».
    Poi?
    «C’è da capire per quale motivo l’appartamento sia stato venduto ad una società di un paradiso fiscale senza aver fatto un approfondito controllo antiriciclaggio sulla provenienza dei fondi. Tutto questo, credetemi, disturba e dà un’immagine negativa sia per il Principato, sia per la comunità italiana che vi risiede e lavora veramente, senza dimenticare che imprese come la nostra danno impiego a moltissimi transfrontalieri italiani, circa 15mila».




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    Panorama, minacce da Confindustria: "Lasciate fuori Emma o sarà guerra"

    di Gabriele Villa


    Il settimanale svela le telefonate di Arpisella, portavoce della Marcegaglia, a un cronista che indagava sui rifiuti: "«Lascia fuori Emma o facciamo la guerra al governo". Di certo scherzava. Ma per i media questa non è una notizia. La leader degli industriali cade dalle nuvole: "Quei toni e contenuti non sono miei"



     

    Dossieraggio? Violenza priva­ta? Ci sono accuse che fanno sorri­dere se si ha tempo e voglia di perde­re qualche minuto per riprendere il filo dei ricordi e puntualizzare fatti e antefatti. Si è esibito in questo eserci­zio, con rara meticolosità, Giacomo Amadori, giornalista di Panorama che, sul numero del settimanale in edicola oggi, ricostruisce nei detta­gli una vicenda dai contorni e dai to­ni minacciosi (fors’anche un tanti­no più minacciosi di quelli che sono stati attribuiti dal pm Woodcock al vicedirettore del nostro giornale, Ni­cola Porro) che ha gli stessi protago­nisti: una presidente di Confindu­­stria, il suo uomo di fiducia, e un giornalista.
    La presidente di Confindustria è, guarda che sorpresa, Emma Marce­gaglia, il suo uomo di fiducia, guar­da che altra novità, è Rinaldo Arpi­sella, e il giornalista di turno questa volta, anzi quella volta, non è quel mattacchione di Nicola Porro ma è appunto Giacomo Amadori. Ma per essere chiari occorre attingere a piene mani al racconto di Amadori su Panorama e rispettare i suoi vir­golettati. Ecco quindi l’antefatto: «...È la fine di agosto del 2009, sto oc­cupandomi in Puglia di un’inchie­sta sullo smaltimento dei rifiuti. Du­rante la ricerca di riscontri vengo a sapere che un imprenditore di Alta­mura sotto inchiesta ha vinto diver­se gare d’appalto con un alleato di peso: la Cogeam, controllata al 51 per cento dal gruppo Marcegaglia. Ovviamente se indago sull’impren­ditore non posso ignorare i soci di maggioranza del business...».
    Ed ecco il fatto: «La mattina del 26 agosto sto terminando di scrivere il mio pezzo in albergo quando squil­la il mio telefonino. Dall’altra parte c’è Arpisella.Non so chi sia.Dichia­r­a di parlare a nome del gruppo Mar­cegaglia. Il tono è altezzoso: “Lascia fuori Marcegaglia da questa cosa, non c’entra un cacchio...”.Provo ad argomentare ma lui insiste: “Non coinvolgere Marcegaglia in questa cosa, anche perché questo creereb­be grossi problemi a Emma”. E an­cora: “Mettere dentro il nome di Marcegaglia vuol dire solo buttar fango e delegittimare. Ora dico al tuo direttore che l’intervista concor­data con la Marcegaglia salta, pace e amen”».
    Amadori resta basito, chiama la sua redazione per capire che cosa sta succedendo e come deve rego­larsi. Prima di quella telefonata e delle altre che seguiranno, in modo piuttosto concitato, non aveva mai parlato né conosciuto Arpisella. O meglio, quel burlone di Arpisella, vi­sto che il cazzeggio, evidentemen­te, è praticato anche dagli addetti stampa e portavoce vari e non solo dai vicedirettori dei giornali. Resta il fatto che il«cazzeggio»arriva all’api­ce quando Rinaldo Arpisella se ne esce con queste frasi: «Ti spiego al­c­une cose che per telefono non van­no nemmeno dette, guarda che si in­cazzano anche in alto i tuoi su que­sta cosa. Perché sennò se comincia­mo noi a rompere i coglioni al gover­no... cioè capisci... cioè come Con­findustria... Hai capito il senso?», «mi chiede-ricorda Amadori- , “ec­come se l’ho capito”, replico. Chie­do ad Arpisella di ripetere il suo no­me e di mettere così la firma sulla registrazione che ho fatto anche di quella conversazione, quindi attac­co il telefonino».
    Il senso a questo punto l’abbiamo capito un po’ tutti. Abbiamo capito tutti che anche in Confindustria i mattacchioni e i burloni ci sono. E che certi toni, certe battutacce e cer­ti vocaboli non proprio oxfordiani vengono usati a proposito o a spro­posito. E, soprattutto, indifferente­mente, tra chi si conosce bene e chi non si conosce affatto. Come dire: è un po’ la prassi di questi tempi.
    Una prassi discutibile forse, ma la prassi, a quanto sembra. Come una prassi discutibile sembra quella del­le age­nzie di stampa che solo nel tar­do pomeriggio di ieri si sono accor­te delle rivelazioni di Panorama e del Corsera che ancora alle 20,45 sul suo sito internet non faceva alcun accenno alla vicenda. In compenso Repubblica sul suo sito ha fatto di più, ha stravolto e ribaltato le dichia­razioni fatte riguardo alla vicenda della presidente di Confindustria. Dalla Polonia, dove si è recata per l’inaugurazione di un nuovo stabili­mento, Emma Marcegaglia ha infat­ti così replicato alle anticipazioni del settimanale: «Apprendo dalle agenzie di stampa di un colloquio del 2009 tra Rinaldo Arpisella e un giornalista di Panorama .
    Non ne ero minimamente a conoscenza. Contenuti e tono di quelle parole non mi appartengono. Ogni impre­sa iscritta a Confindustria - sottoli­nea la Marcegaglia - può contare sul fatto che i giudizi che esprimo come presidente non sono mai dipesi né mai dipenderanno da quello che i media scrivono o non scrivono su di me. Chiunque ritenga il contrario, sbaglia e non parla a mio nome». Ec­co, sul suo sito Repubblica è riuscita a titolare così: «Marcegaglia-gover­no, nuovo caso. Panorama l’accu­sa. Lei: mentono». Straordinario, no? Pensare che quando si tratta di attaccare il Giornale per una vicen­da analoga sono tutti così solerti, puntuali e veritieri.
    Non direttamente sulle rivelazio­ni di Panorama , ma sulla vicenda che ha visto il Giornale oggetto di at­tenzione da parte dei g­iudici per l’or­mai famoso colloquio tra Porro e Ar­pisella, occorre registrare anche un intervento di Edoardo Garrone, pre­sidente del gruppo Erg e vicepresi­dente dell’organizzazione degli in­dustriali. «Devo ancora capire se è un bluff o non è un bluff. Io sono con­vinto che lo sia e trovo tutta la que­stione un po’ penosa», ha esordito Garrone in un colloquio con un in­viato dell’agenzia Apcom a Sofia, dove ha presenziato la prima assem­blea generale di Confindustria Bal­cani. «Trovo tutto penoso e non di­co altro sulla vicenda specifica per­ché c’è un’indagine della magistra­tura in corso.
    Più in generale - pun­tualizza Garrone- credo che questa logica dei “dagli all’untore” danneg­gia tutto il Paese, sia in termini di im­magine, sia in termini che vanno nel senso esattamente opposto a quanto in molti, anche Confindu­­stria, sostengono vada fatto per usci­re dalla crisi: un lavoro di squadra». «Questo non significa- sostiene il vi­cepresidente degli industriali - che siamo contrari alla libertà di stam­pa, ci mancherebbe altro. Mi pare, però, che talvolta facendo comuni­cazione è anche facile costruire dei casi mettendo dei pezzi insieme ad altri». Secondo Garrone «questo non è il momento adatto per avere questi atteggiamenti: qua ci si deve rimboccare le maniche, tutti devo­no rimanere dalla stessa parte e bi­sogna darsi una mano, non farsi la guerra».
    Rimanere dalla stessa parte, dun­que. Burloni e mattacchioni com­presi. Che dovrebbero comunque, questo è innegabile, tenere un po’ più a freno battutine e battutacce per non correre il rischio di venire fraintesi da qualche giudice. Scusa­te, quasi quasi dimenticavamo di dirvi come è andata finire la vicenda riportata alla luce dal collega Giaco­mo Amadori. Visto come sono anda­t­e le cose vogliamo che sia lui a dirve­lo: «Alla fine il mio articolo esce, co­me previsto, Marcegaglia lo legge e non rinuncia all’idea dell’intervista a Panorama. Arpisella forse è stato più realista della sua principale». Già, forse.




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    Scontro tra asteroidi, mistero spaziale

    Corriere della sera


    Dopo la collisione si è formata un'insolita cosa a X

    ASTRONOMI PERPLESSI



    La coda misteriosa
    La coda misteriosa
    Lo scontro fra due asteroidi scoperto nei mesi scorsi si è trasformato in un enigma che gli astronomi cercano di sciogliere. Il mistero inspiegabile per il momento sta nella coda che si presenta con una strana forma a X mentre si prevedeva una coda normale. Il perché è ancora senza risposta ma nel frattempo gli scienziati cercano di costruire le tappe dell’evento e scandagliano il soggetto cosmico battezzato “P/2010 A2” per cogliere indizi preziosi. Così si è scoperto che quando il telescopio spaziale Hubble ha fotografato nel gennaio scorso quello che sembrava uno scontro appena avvenuto in realtà ciò doveva essere accaduto circa una decina di mesi prima, febbraio o marzo 2009 come spiega sulla rivista Nature David Jewitt dell’Università di California. E ricostruiscono l’evento precisando che un piccolo asteroide di 3-4 metri di diametro si è scontrato con uno più grande alla probabile velocità di 18 mila chilometri orari.
    Il più piccolo vaporizzava e il più grande perdeva un po’ di materiale. Lo scontro – dicono gli scienziati – ha prodotto un’energia pari allo scoppio di una piccola bomba atomica. Proprio da questo violento impatto si generava una coda che secondo le previsioni doveva evolvere rapidamente e dissolversi. Invece, non solo continua a resistere dissolvendosi molto lentamente, ma ha pure assunto una strana forma a X per adesso inspiegabile. Forse proprio questa struttura potrebbe essere all’origine della sua resistenza a svanire. Ora anche la sonda Rosetta dell’Esa europea ha puntato i suoi occhi elettronici per fotografare il fenomeno ed aiutare a trovare una spiegazione.
    Giovanni Caprara
    14 ottobre 2010



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    Il partigiano Marco

    Il Messaggero


    di Mario Ajello

    Il Partigiano Johnny, quello di Fenoglio, non aveva il tempo di cantare. Il Partigiano Michele, quello di «Annozero», invece è quasi più efficace quando - al posto delle invettive o delle accuse o delle recriminazioni o della legittima e spesso giustificata retorica da vittima - invece di parlare comincia a cantare. Dopo l’”editto bulgaro” reagì sussurrando in diretta «Bella ciao»: con un una cadenza dolente, simile a un rantolo, come di chi stesse morendo sotto la cappa di piombo dell’invasore berlusconiano.

    «O partigiano, portami via....», diceva rivolto a se stesso. Ieri sera invece, da censurato seriale, da «punito d’una punizione umiliante e ingiusta», ha optato per Giorgio Gaber. Chiamando a raccolta il Popolo della «Libertà» (non inteso come Pdl, ma come massa di persone che amano la celebre canzone di Gaber) perchè combattesse al suo fianco: «La libertà non è star sopra un albero, / non è neanche un gesto o un’invenzione, / la libertà non è uno spazio libero, / libertà è partecipazione».

    Sarà questo il jingle della campagna lanciata da Santoro, intitolata: «Scrivi una lettera a Viale Mazzini, per salvare Annozero»? Sarebbe molto meglio, per restare su Gaber, se scegliesse «Sei io fossi Dio». Così Michele avrebbe il potere di mandare subito all’inferno Masi e Berlusconi, in un unico pacchetto con posta celere.





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    L'ossessione del nemico

    Corriere della sera

    Santoro Michele dice le parolacce: nota e sospensione. Il direttore generale della Rai come un supplente in una scuola media di periferia. Periferia cui ci avviciniamo pericolosamente. Le cose che accadono in Italia, infatti, non succedono nell'Europa che conta.
    Che la punizione inflitta ad Annozero sia sbagliata, è ovvio. Che il suo narcisistico conduttore conosca i vantaggi del martirio, è evidente. Che tutto ciò c'impedisca di vedere come la rissa abbia sostituito la discussione, è preoccupante.

    Abbiamo finito per considerare fisiologico ciò che è patologico: il giornalismo come forma di lotta politica. È questo il mostro che s'aggira per i nostri schermi e sulle nostre pagine, e prende molte forme: il disprezzo per le opinioni altrui, la paura del diverso, l'aggressività come prova di virilità professionale.
    Il neogiornalismo usa toni più adatti alla curva balcanica di Marassi che al dibattito in un Paese civile. Come se non bastasse, se ne vanta. Chiama pavidità il rispetto, coraggio l'arroganza, franchezza l'insolenza, coerenza lo schieramento preventivo. La scelta di non avere amici e nemici a scatola chiusa - la base del mestiere, il motivo per cui molti l'hanno scelto - per i neogiornalisti non è onestà intellettuale: è ipocrisia.

    Nel meccanismo democratico i media sono un contrappeso necessario. Basta ricordare come il potere - dovunque - non ami essere controllato, giudicato, criticato. Nelle democrazie, deve accettarlo; nelle autocrazie e nelle dittature, riesce a impedirlo.

    Perché molti media hanno rinunciato a essere un contropotere? Per due motivi. Il primo: hanno capito che una parte del pubblico vuole sentire (leggere, vedere) chi gli dà ragione. Non accade solo in Italia: la partigiana Fox News, non la classica Cnn, fa ascolti e soldi negli Stati Uniti. Ma noi siamo avanti. C'è chi non vuole dubbi: pretende conferme e rassicurazione. La tradizione antagonistica ha fatto il resto: dateci un avversario, e siamo felici.

    Il secondo motivo: la politica italiana ha molto da offrire alla professione giornalistica, più di quanto la politica tedesca, francese o britannica possa offrire ai colleghi di quei Paesi. Anche a Berlino, a Parigi e a Londra il governo spera di ottenere una copertura favorevole dai giornali; e scruta quanto viene detto in tv in prima serata. Ma non può distribuire dozzine di direzioni.

    È inutile nasconderselo. Il controllo dei partiti sulla televisione pubblica s'è esteso a quella privata; la pressione sugli editori riesce a condizionare i giornali e gli altri media. La politica italiana - non da oggi - tenta di lusingarci, spaventarci, sfruttarci, comprarci. Di fronte, spesso, non trova orgoglio professionale, ma vanità, astuzia e parzialità. Talvolta, purtroppo, il cartellino del prezzo.

    La novità, qual è? Il neogiornalismo sta acquistando forza, la politica ne sta perdendo. Il sequestrato sequestrerà i sequestratori: non manca molto. I media militanti non avranno più bisogno di sostenere la politica: la sostituiranno. Non offriranno favori, ne pretenderanno. Non seguiranno un'agenda, la detteranno. Già oggi ascoltano poco le segreterie dei partiti: le invitano in tv. Non registrano le urla della politica: urlano di più.
    Il risultato sta intorno a noi, lo respiriamo ogni giorno. Parole tossiche che chiamiamo discussioni.


    Beppe Severgnini
    15 ottobre 2010



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    L'appello di Santoro: «Raccogliete firme contro lo stop ad Annozero»

    Corriere della sera

    Il giornalista ai telespettatori: petizione in ogni caseggiato. Formigoni: «Punizione fuori dal mondo»

     

    MILANO - Michele Santoro rilancia lo scontro con il direttore generale della Rai Mauro Masi, che gli ha inflitto un provvedimento di sospensione che dovrebbe portare a far saltare le prossime due puntate di Annozero.

    L'APPELLO - Il conduttore spiega, nel suo discorso introduttivo alla puntata odierna della trasmissione, che avrebbe preferito ricorrere al giudice per impedire che la punizione contro di lui fosse anche estesa alla cancellazione temporanea del programma. Ma visto che non ci sono i tempi tecnici per farlo, «non c’è che una soluzione: ricorrere al cosiddetto arbitrato interno, soluzione che non amo. Ma voglio per una volta - aggiunge rivolto al suo pubblico - che voi raccogliate in ogni caseggiato dove c’è qualcuno che ascolta Annozero una dichiarazione che dice al presidente della Rai "sono un abbonato e non voglio essere punito al posto di Santoro"».

    BERSANI - «Ci possono essere errori ma un'azienda normale non fa punizioni autopicconandosi. È come se l'Eni per punire un ingegnere sospendesse l'estrazione del gas. Non è un'azienda normale». Il segretario Pd Pier Luigi Bersani, ospite di Annozero, critica così la decisione della direzione generale Rai di sospendere per 10 giorni la trasmissione di Michele Santoro. «Finchè non si cambieranno i meccanismi - afferma Bersani - i partiti non usciranno dalla Rai, non ci sarà un amministratore delegato non ne usciremo mai. Noi paghiamo il canone per avere un'azienda normale, l'autolesionismo non lo capisco».

    FORMIGONI - «Io mi sarei limitato ad un cartellino giallo. Due giornate di squalifica sono una cosa fuori dal mondo. Da utente avrei preferito un'azienda che si fosse tenuta lontana da questi provvedimenti», ha detto il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, intervenendo ad Annozero.

    L'ARBITRATO - Nessun ricorso in tribunale dunque per Santoro. Ma ricorso a un collegio arbitrale che esamini la sospensione di dieci giorni decisa dal direttore generale Mauro Masi. Questa strada, stando all’articolo 7 dello Statuto dei lavoratori, lo metterà nelle condizioni di riprendere subito a lavorare garantendo quindi la trasmissione delle due puntate previste per giovedì 21 e giovedì 28 ottobre. Infatti l’articolo 7 dello Statuto prevede l’immediata sospensione di qualsiasi provvedimento in attesa che il collegio si riunisca. Collegio, convocato presso l’ufficio provinciale del Lavoro di Roma, che sarà composto da un membro indicato da Santoro (quasi certamente l’avvocato Domenico D’Amati) uno dalla Rai (un membro dell’ufficio legale) più un presidente concordato tra le parti o, in caso di mancata intesa, dall’ufficio provinciale del Lavoro. Dunque sembra quasi certo che Annozero continuerà regolarmente ad andare in onda fino alla riunione del collegio arbitrale e alla decisione che prenderà.

    GABER - In coda alla trasmissione, sulle vignette di Vauro (che ha annunciato di essere stato querelato da Masi), Michele Santoro ha chiuso la puntata intonando insieme al pubblico «la libertà non è uno spazio libero; libertà è partecipazione». Parole e musiche di Giorgio Gaber.

    Redazione online
    14 ottobre 2010(ultima modifica: 15 ottobre 2010)