giovedì 14 ottobre 2010

Ducati, scontro sulla «pausa saponetta» La Fiom: «Paghiamo noi Valentino?»

Corriere della sera


Sindacati pronti allo sciopero, se l'azienda renderà operativa la decisione di tagliare i dieci minuti al giorno concessi agli operai per lavarsi prima di uscire



Lo stabilimento di Borgo Panigale

Lo stabilimento di Borgo Panigale


Alla Ducati sono già pronte le barricate. L'azienda ha intenzione di tagliare i dieci minuti concessi ogni giorno agli operai, come da tradizione, per lavarsi le mani e cambiarsi prima di uscire: cinque minuti prima di pranzo e cinque a fine turno. Una pausa saponetta, insomma. E i sindacati sono pronti allo sciopero. «Forse la Ducati vuole far pagare Valentino Rossi a noi», tuona il segretario bolognese della Fiom Bruno Papignani.

IL SINDACATO - «Non vorrei - continua il sindacalista - che Del Torchio (l'ad di Ducati, ndr) si sia montato la testa e voglia fare un po' il Marchionne, ma non mi pare la persona giusta». Allo stato attuale, ha spiegato il leader dei metalmeccanici, «non si è ancora passati alle vie di fatto, ma è chiaro che appena faranno questo gesto partiremo con gli scioperi». Perché, spiega, «quei cinque minuti di pausa stanno dentro a un accordo dei cicli: se non ci sono, allora sono da rivedere tutti i cicli». Per la Fiom, dunque, la posizione di Ducati è «farneticante», dal momento che - conclude il sindacato - viene «giustificata da un recupero di efficienza in un’azienda dove l’organizzazione del lavoro è un colabrodo».


14 ottobre 2010





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Strane luci nel cielo di New York: «Sono Ufo». Centralini in tilt

Il Mattino

NEW YORK (14 ottobre) - Avvistamento Ufo a New York? I media americani si interrogano dopo i recenti avvistamenti effettuati da centinaia di persone nella Grande Mela. L'improvvisa apparizione di alcuni punti luminosi, in particolare nella zona di Chelsea, ha fatto partire una vera e propria «caccia all'Ufo». Centinaia le telefonate ai centralini della polizia che segnalavano agli agenti la presenza in cielo di oggetti non identificati. Mentre si attendono versioni ufficiali circa gli avvistamenti, per alcuni si tratterebbe di semplici palloni aerostatici.



Daytime UFO Sighting Stops New Yorkers (CBS)



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Michelangelo, dalla spalliera di un divano spunta negli Usa una “Pietà perduta”

Il Messaggero



di Anna Guaita

NEW YORK (13 ottobre) - Oggi si sospetta che sia un Michelangelo, e che valga qualcosa come 300 milioni di dollari. Ma quel quadro era arrivato nella famiglia Kober impacchettato alla rinfusa insieme a una quantità di soprammobili, vecchi libri e piccoli gioielli lasciati in eredità da una prozia che viveva in Germania. A sua volta, la signora Gertrude Young lo aveva ricevuto da una baronessa tedesca di cui era stata dama di compagnia per tanti anni.

Era un quadro di tema religioso, molto drammatico, con la Vergine Maria che piange sul corpo di Gesù Cristo accasciato sul suo grembo. Una Pietà. Che la famiglia Kober si limitò ad appendere nel salotto di casa, tramandandolo poi di generazione in generazione. In famiglia si diceva, scherzando, che fosse una tavola dipinta nientedimeno che da Michelangelo. L’avevano anzi ribattezzata ”the Mike”, ”il Michelino”. Ma nessuno ci credeva veramente. E così quel quadro approdato in America nel 1883 in una cassa di oggetti di scarso valore, era finito dimenticato sulla parete della villetta alla periferia di Buffalo, non lontano dalle cascate del Niagara. Nessuno ci faceva tanto caso, tant’è che quando i fratelli Kober, una trentina d’anni fa, giocando in casa lo colpirono con una palla da baseball, e ne mandarono in frantumi il vetro, nessuno pensò ci farlo riparare e incorniciare di nuovo. Il ”Michelino” venne incartato e appoggiato sulla parete, nascosto dietro un sofà.

E da lì è venuto fuori nel 2003. Proprio uno di quei fratelli, Martin, oramai adulto e in procinto di andare in pensione dal suo posto di pilota militare, decide di dedicare il suo tempo libero a scoprire l’origine del quadro per tanti anni trascurato da tutti. E’ stata una ricerca lunga, che ha portato Martin (un uomo alto con gli occhi azzurri che da giovane era finito sulla copertina della rivista People come uno dei ”single” più appetibili d’America) in contatto con un autorevole studioso di Michelangelo, lo storico e restauratore Antonio Forcellino. Questi decide di venire a vedere la pala di persona.

E’ sicuro che si tratti solo di una copia di una Pietà dipinta da Michelangelo per Vittoria Colonna nel 1545, e andata perduta. Ma quando arriva a Buffalo, quasi sviene dall’emozione. L’intera esperienza viene raccontata da Forcellino stesso nel libro che ha dedicato a questa incredibile vicenda, La Pietà Perduta, Storia di un Capolavoro ritrovato di Michelangelo (Rizzoli): «Il dipinto era steso su un ampio tavolo coperto da carta velina. Presentava l’aspetto comune a molti dipinti antichi realizzati con una tecnica eccellente. Le vernici ingiallite offuscavano i colori e le forme. Ma lasciavano trapelare intatta la forza della pittura di Michelangelo».

Naturalmente, Forcellino ha sottoposto la pala di legno a una serie di test, e dopo vari anni di studi e analisi dello stile e delle ”correzioni” nascoste sotto la vernice, si dice sicuro del ritrovamento. Altri esperti tuttavia raccomandano di prendere l’attribuzione con cautela, anche se sono d’accordo nel riconoscere che se è un originale, vale un patrimonio. Intanto Martin Kober ha deciso di farlo restaurare e di portarlo in Italia per metterlo in mostra. E venderlo? Per ora non ha deciso. Vuole godersi per un po’ la gioia di aver saputo che il quadro che quasi distrusse è un ”vero Michelino”.





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Addio a Carla Del Poggio, attrice a tutto campo e moglie di Lattuada

Il Messaggero




ROMA (14 ottobre) - È morta questa notte a Roma, Carla Del Poggio, nome d'arte di Maria Luigia Attanasio, 85 anni, attrice di cinema e teatro famosa negli anni '40 e '50, moglie di Alberto Lattuada che la ha diretta in tanti film fra cui Luci del varietà. I funerali si svolgeranno venerdì alle 15.00 nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo, a Roma.

Napoletana, nata il 2 dicembre del 1925, dopo aver coltivato il sogno di diventare ballerina, la Del Poggio frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia dove viene notata da Vittorio De Sica che la fa debuttare come protagonista, a 15 anni, in uno dei classici del film scolastico nostrano, Maddalena... zero in condotta. L'incontro decisivo per la sua carriera è quello con il regista Alberto Lattuada del quale diventerà la moglie nel 1945 e da lui avrà due figli.

Nei film diretti dal marito, Il Bandito, Senza pietà e Il Mulino del Pò, dove incontra Federico Fellini, ma anche in quelli di Giuseppe De Santis come Caccia tragica e Roma ore 11, e di Pietro Germi Gioventù perduta, mostra le sue doti drammatiche. Ha recitato con grandi attori come Anna Magnani, Amedeo Nazzari e Massimo Girotti. L'ultimo film che ha interpretato al cinema è I Girovaghi di Hugo Fregonese, con Peter Ustinov, del 1956.

A teatro ha recitato nella trasposizione teatrale del romanzo di Moravia Gli indifferenti e ne L'importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde. Nella stagione 1955-1956 è stata nella compagnia di Eduardo De Filippo La Scarpettiana.

In tv è apparsa per la prima volta nel 1956 nella trasposizione della commedia di Aldo De Benedetti Due dozzine di rose scarlatte. È stata anche protagonista, accanto a Paola Borboni e a Renato De Carmine, in Piccolo mondo antico diretto da Silverio Blasi nel 1957.




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La regina cancella il party di Natale Valletti sconvolti a Buckingham Palace

La Stampa




Annullata la festa del 13 dicembre
Gli invitati erano 1200
"I re ballavano con i domestici"


LONDRA
La regina Elisabetta II ha annullato il tradizionale party natalizio a Buckingham Palace per mostrare solidarietà alla nazione alle prese con una profonda crisi economica. Lo scrive il «Sun», citando i domestici della famiglia reale, rimasti a dir poco «sconvolti» dalla notizia.

«È la prima volta che la festa viene cancellata. Siamo rimasti tutti sconvolti perché per noi è una grande notte», ha detto uno dei valletti da camera contattato dal tabloid. «I reali si mischiano con i domestici. È normale vedere la regina ballare con un valletto o il Principe Filippo volteggiare a passi di valzer con una delle governanti», ha spiegato. «Lo champagne scorre a litri e senti che tutto il duro lavoro che hai fatto viene premiato», ha aggiunto la stessa fonte. Circa 1.200 ospiti erano stati invitati al party natalizio fissato per il 13 dicembre che sarebbe costato alle casse dello Stato 50mila sterline.


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Quarant'anni d'attesa per questo scatto

La Stampa


Il fotografo Jay Fine: "Solo la Baia dell'Hudson poteva farmi un regalo così"
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Lampi sulla Statua della Libertà, 40 anni di attesa per questo scatto Jay Fine va a caccia di lampi con la macchina fotografica per trasformarli in «immagini capaci di sorprendere».
E la sera del 22 settembre ha colto nella baia dell’Hudson il successo che inseguiva da 40 anni.

«Le previsioni avevano annunciato una violenta tempesta di pioggia e fulmini su New York - racconta - mi è sembrata una grande opportunità e ho aspettato che iniziasse a piovere, poi sono andato a Battery Park City, da dove avevo una buona vista sulla baia, portandomi il cavalletto». Per oltre due ore è stato immobile sotto il diluvio con la sua Nikon D300 sulla quale aveva montato l’obiettivo da 60mm f2.8, scattando 82 foto. Tendere un agguato ad un fulmine non è cosa facile perché «quando lo vedi è già troppo tardi per immortalarlo in una immagine» e dunque Fine, che ha 58 anni, ha scattato «quando sentivo di farlo» nella consapevolezza che «c’è in genere l’1 per cento di possibilità di riuscire a riprenderlo». Proprio come fa da molti anni, senza avere mai la garanzia di successo.

Ma alle 20 e 45 il sogno che inseguiva sin da quando era ragazzo si è realizzato: un fulmine ha illuminato la Statua della Libertà, scendendo nella notte lungo una traiettoria che nello scatto va a coincidere con la torcia tenuta dal braccio teso verso l’alto dell’opera terminata nel 1886 dal francese Frédéric-Auguste Batholdi. Dando vita ad un’immagine che gli appassionati su Flickr hanno descritto ricorrendo a termini come «stupenda», «surreale», «unica» e «magnifica». Al momento dello scatto l’obiettivo era impostato con i seguenti comandi: apertura F/10, velocità 5 secondi e Iso 200. «Mi sono accorto solo in seguito di quanto era successo» ammette, spiegando che «la sovrapposizione fra il fulmine sceso dal cielo e la sagoma della Statua della Libertà» è frutto di un caso «che poteva continuare a sfuggirmi, proprio come avvenuto per tanti anni».

Ma perché Jay Fine dà la caccia ai fulmini? «La mia passione è sempre stata cercare immagini vere e naturali ma al tempo stesso capaci di cogliere di sorpresa chi le guarda e i fulmini sono capaci di creare simili situazioni», risponde, parlando con un tono di voce molto basso. Confessa che se «da sei anni ho scelto di vivere a Downtown Manhattan» è proprio perché «sono convinto che la baia dell’Hudson è uno dei luoghi del mondo dove la natura è in grado di regalare all’improvviso tali circostanze del tutto inattese». Non si tratta solo di fulmini ma anche di farfalle, tramonti e gesti umani che definisce «insoliti». Come lo è riprendere dal basso verso l’alto i visitatori che si accalcano sulle passerelle sopra Ground Zero oppure una mezzaluna rossa fuoco sul cielo notturno di Bayonne.

Nato a New York, vissuto a lungo a Los Angeles e fotografo per hobby, Jay Fine tiene a sottolineare come l’immagine che ha fatto il giro del mondo «non è frutto di contributi di tecnologia digitale ma di pura fortuna come può avvenire una sola volta nella vita».

Anche se Fine continua fare sfoggio di umiltà celandosi dietro a termini come «eccezione» e «casualità» in realtà nell’arco di circa 18 mesi questa è già la seconda volta che fa parlare di sé a New York. La prima risale alla mattina del 27 aprile del 2009, quando era appena uscito dal suo studio a Downtown Manhattan e, gettando lo sguardo verso l’alto come spesso i newyorkesi fanno dopo l’11 settembre 2001, vide la sagoma dell’Air Force One volteggiare a bassa quota, assieme a due aerei di scorta, provando una sorpresa che volle immortalare. Prese così la macchina fotografica e scattò a ripetizione, con l’obiettivo in direzione Ovest. Anche quell’immagine ebbe sullo sfondo la Statua della Libertà e finì l’indomani sulla prima pagina dei tabloid cittadini, assieme ai resoconti di cronaca sul timore di un nuovo attacco evocato dal potente rombo dei motori di un aereo poco distante dalle Torri Gemelle abbattute dai kamikaze di Al Qaeda.

L’impatto della foto di Jay Fine all’Air Force One fu tale che l’indomani Barack Obama dovette correre a scusarsi con la cittadinanza di New York, parlando di «grave errore» con relative sanzioni per chi aveva autorizzato il volo a bassa quota dell’aereo presidenziale all’unico fine di scattare immagini destinate a essere adoperate per pubbliche relazioni. «Non volevo certo mettere in imbarazzo il presidente degli Stati Uniti, quando vidi quell’aereo grande volare così in basso pensai solo a scattare, fu una decisione di istinto» assicura, ribadendo che sono le «coincidenze» e la «fortuna» a fare la differenza nel lavoro di un fotografo. Nel suo caso c’è però anche da aggiungere la costanza dimostrata nel braccare i fulmini, previsioni meteo alla mano.




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In India la casa più cara del mondo

La Stampa


Stimata intorno al miliardo di dollari, "Antilia" ospiterà la famiglia del magnate Ambani

NEW DELHI


La città di Mumbai è in gran fermento. Dopo i giochi del Commonwealth, che si concludono oggi, un altro grande evento, di natura mondana, sta per irrompere nella città indiana. Colui che si appresta a diventare l'uomo più ricco del mondo nel 2014, e che per ora si assesta al quarto posto, Mukesh Ambani, il 28 ottobre inaugurerà la sua nuova casa. Nulla di più consueto, se non fosse che si tratta dell'edificio più grande e costoso del pianeta.

Antilia, del nome della leggendaria isola nel mezzo dell'Atlantico avvistato secoli fa da un pugno di naufraghi portoghesi e divenuta famosa sia per la sua forma rettangolare che per le sue sette città immensamente ricche, svetta fra i palazzi di Altamount Road con i suoi 27 piani e i 173 metri di altezza. Il costo si aggira intorno a 630 milioni di sterline, come riportato dal Guardian, anche se alcuni media indiani parlano di un miliardo di dollari.

Nella sua struttura di cemento, vetro e acciaio, la futura abitazione della famiglia di Ambani, la moglie e i tre figli, nasconde in sè un centro benessere, una palestra e due sale da ballo, una piscina, un cinema da 50 posti, tre giardini e 9 ascensori. Quelli abbastanza fortunati da avere ricevuto l'invito all'inaugurazione potranno scegliere una varietà di mezzi di trasporto con cui arrivare. Se si vogliono evitare gli ingorghi di Mumbai, città che ospita la più grande bidonville dell'India, ci sono tre eliporti sul tetto. Se invece si preferisce guidare, non si avrà alcuna difficoltà a parcheggiare: ai piani inferiori c'è spazio per oltre 160 veicoli. I festeggiamenti si terranno nei piani alti, con una vista mozzafiato sulla città e su tutto il Mar Arabico. L'intero edifcio risulta essere di 37.000 metri quadri, di fatto superiore alla reggia di Versailles, forse anche per il numero di inservienti e addetti ai lavori: 600 persone ruoteranno infatti intorno al magnate 53 enne e alla sua famiglia.

«Antilia è meraviglioso, mi ricorda un dipinto di Picasso, è unica nel suo genere», ha raccontato un uomo d'affari locale che ha visitato l'edificio. Gli esperti infatti confermano che non vi è al mondo nessun palazzo comparabile a quello di Ambani, proprietario delle Reliance Industries, il cui patrimonio stimato da Forbes ammonta a 29 miliardi di dollari. Nonostante la ricchezza, le cronache raccontano che Mukesh è conosciuto come il più moderato tra i fratelli, eredi di quel Dhirubhai, fondatore della più grande industria di prodotti petroliferi e petrolchimici del Paese che nel 2006 si smembrò proprio per i dissapori fra Mukesh e il fratello Anil.




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Eva Klotz indagata per vilipendio del tricolore Lei: "Scandalo"

Quotidianonet


La pasionaria altoatesina aveva lanciato lo slogan in lingua tedesca "Auf Italien kann Sued-tirol verzichten" (il Suedtirol può fare a meno dell’Italia) rappresentato da una scopa di saggina che scopa via la bandiera


L'indipendentista sudtirolese Eva Klotz, 59 anni
L'indipendentista sudtirolese Eva Klotz, 59 anni


Bolzano, 14 ottobre 2010 -  Eva Klotz dovrà rispondere del grave reato di vilipendio alla bandiera italiana. È questa l’accusa formulata dalla Procura della Repubblica di Bolzano nei confronti della "pasionaria" altoatesina. La Klotz, che guida il movimento popolare sudtirolese della Suedtiroler Freiheit, era tornata nei giorni scorsi a provocare e ledere pesantemente la già difficile convivenza in Alto Adige tra i gruppi linguistici (italiano e tedesco in particolare).

 Una preoccupante campagna contro il gruppo linguistico italiano presente in provincia di Bolzano ma anche contro lo Stato italiano. La Klotz, unitamente al suo collega di partito, il "guerrigliero" Sven Knoll (consigliere provinciale e anche lui indagato per lo stesso reato), aveva lanciato lo slogan in lingua tedesca "Auf Italien kann Sued-tirol verzichten" (il Suedtirol può fare a meno dell’Italia) rappresentato da una scopa di saggina che spazza via la bandiera italiana lasciando spazio a quella biancorossa, i colori del Tirolo.

 Su richiesta del procuratore capo Guido Rispoli, il giudice Isabella Martin ha firmato il sequestro preventivo di tutti i manifesti (circa 800) che stavano per essere affissi nelle varie città e paesi dell’Alto Adige.


Immediata la risposta
di Suedtiroler Freiheit che parla di scandalo da parte della Procura della Repubblica italiana Un manifesto rosso nella parte superiore, bianco in quella inferiore. In alto le scritte, ovviamente tutte in tedesco, 90 Jahre Annexion - 90 Jahre Unrecht (90 anni di annessione - 90 anni di ingiustizia) e quella che l’Alto Adige può fare a meno dell’Italia. Il movimento popolare, come si definisce Suedtiroler Freiheit (figlia dell’Union fuer Suedtirol), chiede ormai da parecchi anni la libertà per il popolo sudtirolese con il distaccamento dall’Italia.

 In passato aveva fatto istallare il cartello rosso-bianco-rosso (i colori della bandiera austriaca) ai valichi di frontiera con la scritta: Sued-tirol ist nich Italien (l’Alto Adige non è Italia). "Da 90 anni stiamo lottando con i problemi dell’Italia sempre più difficili nella politica ed economia. Senza l’Italia questo non lo avremmo dovuto affrontare. Da 90 anni dobbiamo arginare il caos creato dallo Stato italiano - prosegue la Klotz, 59 anni primogenita del terrorista Georg, detto il »martellatore della Val Passiria« -. E questo non ci è costato solo economicamente, ma pure in termini di forze ed energie politiche, che si sarebbero potute investire molto meglio nel sociale o in campo culturale".

agi





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Sarah, impronte di più persone sul telefonino della quindicenne

Il Mattino



TARANTO (14 ottobre) - I carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) Roma hanno trovato tracce di impronte digitali di diverso tipo sul cellulare di Sara Scazzi. Lo si è appreso da fonti investigative.

Il telefonino della 15enne di Avetrana, uccisa dallo zio reo confesso Michele Misseri il 26 agosto scorso, venne consegnato ai carabinieri dallo stesso omicida, privo di batteria il 29 settembre.

L'uomo disse, per depistare gli investigatori, di averlo trovato casualmente vicino a rami e foglie secche bruciate in un podere in cui aveva lavorato la sera prima.





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Niente copyright per il figlio di John Steinbeck

di Redazione


I diritti dell'autore di "Uomini e topi" e "La Valle dell'Eden", premio Nobel per la letteratura 1962, andranno ai figli della terza moglie, Elaine, e non al figlio maggiore Thomas



 

New York - Continua la disputa tra gli eredi dello scrittore statunitense John Steinbeck (1902-1968), premio Nobel per la Letteratura 1962 e autore di "Furore" e "La Valle dell'Eden".Niente copyright sull’opera paterna al figlio Thomas, 65 anni, perchè i diritti d’autore e le royalties sono riservati ai fratellastri, i figli della terza moglie dello scrittore, Elaine, come ribadito ieri da un tribunale degli Stati Uniti. John Steinbeck morì senza lasciare disposizioni precise e dopo la scomparsa di Elaine è nata una complessa disputa legale tra gli eredi.

Una disputa che dura da sei anni La faida familiare è iniziata sei anni fa, quando la Corte d’appello di New York ha confermato una sentenza del tribunale di primo grado che concesso il copyright agli eredi di Elaine Steinbeck, morta nel 2003. Nel 2004 Thomas Steinbeck, figlio della seconda moglie dell’autore di "I pascoli del cielo", denunciò la famiglia della terza moglie del padre per essersi impossessata dei diritti d’autore.  Con il nuovo pronunciamento, la Corte d’appello di New York ha dichiarato che Thomas, che già riceve una quota dei proventi sulle vendite, e il nipote Blake Smyle non hanno diritto a ottenere il completo controllo sul copyright della produzione paterna. I giudici d’appello hanno stabilito che gli eredi di Elaine Steinbeck non hanno violato i loro obblighi finanziari nei confronti degli altri discendenti dello scrittore e così hanno respinto la richiesta di risarcimento danni. "Gli eredi di Elaine Steinbeck sono lieti che i giudici abbiano confermato completamente a loro il potere sull’uso delle opere di John Steinbeck", ha scritto, in una dichiarazione diffusa alla stampa, l’avvocato Susan Kohlmann, legale della famiglia della terza moglie dello scrittore. Thomas Steinbeck, attraverso il suo avvocato, ha espresso disappunto per la decisione del tribunale, annunciando tuttavia di non volersi arrendere e di valutare la prossima mossa da fare. 

La questione del bungalow In attesa di una nuova puntata di quella che la stampa americana ha defito la "rissa continua" della saga post mortem di Steinbeck, un tribunale di New York dovrà però affrontare presto il caso del bungalow di Sag Harbor in cui l’autore di "Uomini e topi" amava rifugiarsi a scrivere. "Quella casa appartiene agli eredi di sangue di Steinbeck", ha spiegato il figlio Thomas che vorrebbe farne una scuola per scrittori. "Niente affatto, quella casa appartiene a me. E la lascerò ai miei nipoti come casa delle vacanze", ha replicato la zia Jean Boone, 81 anni, sorella di Elaine Steinbeck.





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Montecarlo, vogliono insabbiare la casa dei Fini

di Redazione


Dalla procura filtra un'indiscrezione: "Il prezzo è congruo". Ma i pm poi precisano: "Il riferimento è agli atti del 1999 e non alla vendita del 2008". La notizia errata non spegne però i boatos secondo cui sarà messo tutto a tacere. Storace: "Non ci fermeremo". L'editoriale di Massimo de' Manzoni


di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

Ok, il prezzo è giusto. Anzi no. L’imbarazzo della procu­ra di Roma (che sin dall’inizio di questa storia è sembrata in­tenzionata a frenare a pres­cin­dere sulla vicenda dell’appar­tamento di Montecarlo) dopo l’arrivo delle ultime carte dal Principato, quelle sul valore della casa, s’è tramutata in un comico qui pro quo che ha trat­to in inganno persino un trop­po ben informato Gianfranco Fini e i suoi fedelissimi: son passati dal godimento per il presunto sbugiardamento della presunta «macchina del fango» al comico imbarazzo per il dietro front dei magistra­ti. Tutto nasce perché nel pa­l­azzo di giustizia capitolino so­no arrivati, finalmente, i docu­menti richiesti con l’integra­zione della rogatoria. Carte re­lative al cuore dell’inchiesta, che indaga sulla congruità del prezzo di vendita dell’immo­bile. Immediata l’indiscrezio­ne: ci sarebbe difformità tra il valore reale dell’immobile e il prezzo registrato a luglio del 2008, quei 300mila euro versa­ti ad An dalla società off-shore Printemps. I responsabili del­­l’inchiesta, però, non si sbotto­nano.


Nessuno parla di cifre, tutti fanno il gioco del silenzio fino a quando filtra un detta­glio, finalizzato a escludere, al­lo stato, che nel fascicolo si possano ipotizzare reati fisca­li. Sul punto, infatti, la procu­ra chiarisce che il fisco mone­gasco non aveva sollevato obiezioni di sorta quando An, che nel ’99 aveva ereditato l’appartamento, ne dichiarò la valutazione al momento della successione nel Princi­pato. Una precisazione che, ov­viamente, non c’entra niente con le compravendite, ma semmai ha a che vedere con il pagamento di imposte succes­sorie a Montecarlo. Tanto che sempre fonti della procura chiariscono poi che per accla­r­are la questione della congru­ità del prezzo di vendita con una fonte «istituzionale», gli inquirenti hanno richiesto al Principato una sorta di tabel­la, con il valore immobiliare medio di appartamenti com­parabili a quello di boulevard Princesse Charlotte, 14. E quello schema, che riporta i valori e gli incrementi negli an­ni, sarebbe nelle cento pagine giunte due giorni fa a Roma. Lo avrebbe redatto l’ufficio monegasco preposto a regi­strare tutti i rogiti di compra­vendita immobiliare. E sì, iva­lori desumibili sarebbero dif­formi dal prezzo a cui An ha venduto.


Di quanto, però, nes­suno vuol dirlo. Chissà per­ché... Mentre la notizia che inte­ressa alla procura resta dun­que confinata in quel fascico­lo, che procuratore capo e pm hanno spedito all’ufficio tra­duzioni, è l’implicito «placet» fiscale del ’99 a mandare in tilt le solerti agenzie di stampa. «Casa An: Montecarlo, con­gruo valore passaggio proprie­tà »,titola l’ A nsa , ma il passag­gio di proprietà c’entra come i cavoli a merenda e, passato il momento d’euforia dei finia­ni, è la stessa procura di Roma che si vede costretta a una ra­pida precisazione a mezzo delle stesse agenzie: «Si preci­sa che la congruità, secondo le autorità di Montecarlo, del valore dell’immobile di Boule­vard Princesse Charlotte 14 fa riferimento all’atto di succes­sione nel ’ 99 quando An entrò in possesso del bene ricevuto dalla contessa Anna Maria Colleoni e non al passaggio di proprietà dello stesso apparta­mento quando venne ceduto nel 2008 da An». 


Degli exultet finiani a com­mento della prima versione resta, però, il peso di un «vati­cinio » espresso dal presiden­te della Camera, che avrebbe manifestato il suo convinci­mento di una prossima archi­viazione. Convincimento ba­sato su quali elementi - buoni canali informativi o «l’aria che tira» - non è però dato sa­pere. Di certo anche France­sco Storace, leader della De­stra, a cui appartengono i due autori dell’esposto che ha in­nescato le indagini, ieri paven­tava la prematura scomparsa del fascicolo d’inchiesta. Av­vertendo che, in quel caso, lui e i suoi uomini, avranno la possibilità di verificare con quanto zelo la procura di Ro­ma ha approfondito la vicen­da monegasca, annunciando minacciosamente «indagini difensive di parte, come previ­sto dal codice». Al di là degli auspici finiani e dei timori storaciani, in ef­fetti come detto le modalità scelte dai magistrati romani per questa indagine sembra­no quantomeno insolite. E addirittura inspiegabile ap­pare la decisione di non con­vocare Giancarlo Tulliani, il cognato di Fini, non solo affit­tuario dell’appartamento, ma indicato come proprieta­rio di fatto delle società off­shore che hanno comprato da An (e quindi proprietario anche della casa) secondo una lettera del governo di Sa­int Lucia. Il suo ruolo, infatti, è indiscutibilmente centrale, anche per l’unico aspetto che pare interessare ai pm roma­ni, la congruità del prezzo di vendita. Ed è lo stesso Fini a dirlo, indicando (nei suoi ot­to chiarimenti di agosto e poi nel videomessaggio di fine settembre) in Tulliani il «pro­cacciatore »dell’affare.


Il«co­gnato »presentò l’offerta d’ac­quisto della Printemps ad An, e il prezzo era già stabili­to, tanto che i generici «uffici di An» citati da Fini reputaro­no congrua quella sommetta in quanto superiore alla fa­mosa valutazione, quella che nel ’99 non fece storcere il na­so al fisco. Non voler ascolta­re Tulliani, dunque, appare come un segnale di scarsa vo­lontà di approfondimento. E se davvero le carte dell’ulti­ma rogatoria provano «uffi­cialmente » quello che da me­si è chiaro a tutti (ossia che il valore di mercato di quella ca­sa n­el 2008 era certamente su­periore a 300mila euro) gra­zie a testimonianze, perizie e comparazioni tra immobili si­mili, il dettaglio potrebbe fini­re per essere l’unico ostacolo a quell’archiviazione che Fi­ni annusa nell’aria. Forse confidando anche nel nuovo feeling con la magistratura, oggetto costante negli ultimi tempi di dichiarazioni di sti­ma se non di affetto. Chissà se come dice Fini «qualcuno ora dovrà pagare». E chissà se potrà farlo in lire, magari alle quotazioni del 1999.

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it

massimo.malpica@ilgiornale.it




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Le ganasce ci sono l'auto no: ecco come si beffano gli operatori di Napolipark

Corriere del Mezzogiorno


Il trucco: gli automobilisti che hanno intestato il veicolo a un'altra persona sgonfiano la ruota e vanno via




NAPOLI - Un piccolo trucco e l’auto è libera dalle ganasce. Sulla strada rimangono le gabbie di acciaio dipinte di giallo che bloccano le ruote delle auto in sosta vietata, ma l’auto non c’è più. È la scena che si presenta davanti agli occhi stupiti e un po' rassegnati, degli operatori di Napolipark, la società incaricata dal Comune di Napoli per gestire il servizio.
Ecco il trucco: si sgonfia la ruota quel tanto che basta per svincolare l’auto dall’imbracatura d’acciaio e si va via. L’operatore trova le ganasce, quindi, ma non trova l’auto.

Il blocco dell’auto con le ganasce sostituisce la rimozione con il carro gru. Il fermo del veicolo viene segnalato mettendo un volantino sotto il tergicristallo dell'auto multata. In questa maniera il conducente è avvertito di non mettere in moto l’auto perché ha le ruote bloccate. Sul volantino ci sono tutte le indicazioni, tra queste, il numero da comporre per sbloccare la ruota dopo aver corrisposto una somma che va dai 42,50 a 55 euro, un’altra sanzione per divieto verrà inviata a casa.

«Quando accade di trovare le ganasce ma non la macchina non ci mettiamo molto a risalire al proprietario del veicolo, – spiegano gli operatori Napolipark - ogni ganascia ha un numero che corrisponde all’auto multata. Purtroppo, spesso si tratta di automobilisti a cui non è intestato il veicolo. Ecco come riescono a farla franca».

Rocco Sessa
14 ottobre 2010





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La procura: i Casalesi spiano i giudici Hanno cimici più moderne delle nostre

Corriere del Mezzogiorno


L'allarme di Lepore: «I nostri modelli sono arretrati Finiremo per comunicare a gesti o con i "pizzini"»




NAPOLI— «Bisogna parlare quanto meno è possibile. Diventeremo tutti muti, finiremo col comunicare a gesti, o magari coi ‘pizzini’». Il procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore, usa l’ironia per descrivere una situazione che, altrimenti, imporrebbe decisioni drastiche, incompatibili col quotidiano e incessante lavoro della magistratura partenopea. Usa l’ironia, ma fino a un certo punto, perché quando dice che «loro (i Casalesi; ndr) ci mettono le cimici più moderne, mentre noi abbiamo ancora i modelli più arretrati», è tremendamente serio. Mercoledì, con l’arresto dei due imprenditori Vincenzo e Luigi Abbate, legati ai clan del Casertano e catturati dai poliziotti della squadra mobile di Napoli insieme con la guardia di finanza, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura di Napoli, è venuto fuori un quadro tutt’altro che rassicurante.

In una nota inviata dalla Dda agli organi di stampa, si legge che «dal materiale di intercettazione si ricava netta l’impressione circa l’esistenza di un controspionaggio degli appartenenti al clan rispetto alle iniziative della magistratura e delle forze dell’ordine, che consente agli affiliati di conoscere spesso in anticipo le attività cautelari o le iniziative più invasive e di apprestare forme di cautela assai efficaci. La medesima disponibilità economica consente anche il ricorso del clan a sofisticati strumenti tecnologici che tendono a vanificare alcuni sistemi tradizionali di indagine, costretti invece a fare i conti con risorse obsolete». Tecnologia avanzata, appunto, contro «cimici che si vedono, che si notano», per dirla sempre col procuratore, il quale più volte si è espresso, già in passato, sulla scarsità di mezzi e di uomini a disposizione della Procura per affrontare indagini complesse come quelle necessarie in un territorio afflitto dalla criminalità.

«Ci controllano, e quindi, naturalmente, possono venire a sapere, con gli strumenti tecnologici aggiornati di cui sono in possesso, quello che facciamo e quello che pensiamo». Questa, secondo Lepore, è una ipotesi «non impossibile, anzi, assolutamente plausibile. Non si tratta, peraltro, di un fenomeno a noi sconosciuto. Basti pensare alle grosse antenne utilizzate, anni or sono, dai contrabbandieri per intercettare, più che noi, le forze di polizia. Ora i clan dispongono di apparecchi ultratecnologici». Per ciò che concerne le indagini relative all’arresto dei fratelli Abbate, ad innescare la fuga di notizie hanno contribuito, sempre secondo la Procura di Napoli, i rapporti collusivi esistenti fra gli appartenenti al clan e l’apparato giudiziario— probabile la complicità di qualche dipendente interno alla struttura — fatto, questo, anch’esso oggetto di indagine. «Sotto un altro profilo — si legge nel comunicato stampa — proprio la floridezza del clan facilita i rapporti collusivi».

I provvedimenti restrittivi che hanno colpito i due imprenditori sono particolarmente importanti, per diversi motivi: i fratelli Abbate favorivano la latitanza della primula rossa Michele Zagaria, ricevendo dal clan un appoggio determinante per l’affermazione imprenditoriale delle proprie ditte; in più gli imprenditori si prestavano ad agevolare la riscossione delle rate estorsive da altri imprenditori. Contestualmente all’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare, sono stati sequestrati beni per un valore di circa 7milioni di euro in possesso dei due arrestati e dei loro familiari. Le società riconducibili agli Abbate, operanti nel settore del trasporto di merci su strada, nella produzione e vendita di calcestruzzo, nonché nelle costruzioni edili e nella compravendita di immobili, risultano proprietarie di 14 fabbricati, 12 terreni e 85 automezzi. Dalle indagini è emerso che gli imprenditori originari del casertano, anche nel caso in cui decidessero di mettere in piedi attività fuori regione, venivano ugualmente contattati e presi di mira dagli estorsori del clan che fa capo al superlatitante Michele Zagaria.

Stefano Piedimonte
14 ottobre 2010





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Il giornalista beve una birra durante il Tg: licenziato

Il Mattino


HELSINKI (14 ottobre) - Licenziato per una birra bevuta in diretta televisiva. Questa la storia di Kimmo Wilska, conduttore del TG finlandese della tv di stato YLE, che ha perso il lavoro dopo che le telecamere lo hanno immortalato mentre beveva una bottiglia di birra.

La beffa: poco prima il giornalista aveva lanciato un servizio relativo ai controlli della polizia in alcuni locali che vendono alcol violando la legge




YLE News 13.10



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Aggredita nel metrò, il marito: «Perché chi l'ha picchiata è già a casa?»

Corriere della sera

«Da venerdì è cominciato un incubo: io voglio solo giustizia». L'aggressore: prego per lei ogni giorno

 

ROMA - Lei è in coma, al Policlinico Casilino, e il marito Adrian singhiozza davanti al vetro della Rianimazione. Poi, al telefono, dice poche parole: «Voglio solo giustizia, per me venerdì è cominciato un incubo, mia moglie sta rischiando di morire e io non vivo più». Lei, Maricica Hahaianu, 32 anni - colpita al volto venerdì dal pugno di Alessio Burtone, romano ventenne - rischia «danni cerebrali permanenti», come spiega il professore Giorgio d’Este. Il marito va a trovarla due volte al giorno, e già martedì aveva definito «assurdo che l’aggressore sia già a casa...». Ieri, è arrivata la decisione della Procura di Roma: farà appello contro la decisione del Gip di concedergli gli arresti domiciliari.

 

L'AGGRESSORE - Intanto l’aggressore, il romano Alessio Burtone, 20 anni, scrive una lettera indirizzata proprio alla donna: «Da quando ho saputo, non riesco più a dormire. Non mi interessa di quello che mi accadrà perché mi assumerò le mie responsabilità. Ma ciò che più mi interessa oggi è che la signora possa riprendersi. Prego ogni giorno perché lei possa ristabilirsi e porterò sicuramente un rimorso per tutta la vita. Chiedo scusa ai familiari tutti e mi pento per il male che ho fatto. Dico ai giovani di non usare violenza, di non sbagliare come ho fatto io perché oltre a far del male alla povera Maricica ho fatto del male a me e a tutta la mia famiglia. Vi abbraccio e sono vicino al vostro dolore». Fabrizio Gallo, il suo avvocato, spiega: «Ha commesso un fatto gravissimo, verrà condannato a una pena severa e se la ragazza avrà subito danni permanenti rischia dodici anni di reclusione».

LE POLEMICHE - La politica continua a discutere. Per il Pd, con il coordinatore romano Marco Miccoli, «questo atto di violenza ha dimostrato che la tanto pubblicizzata Sala sistema Roma non funziona, così come non sono serviti i militari nelle stazioni del governo Berlusconi. L'aggressore è stato fermato da un cittadino coraggioso. Punto e basta». Il sindaco Gianni Alemanno replica: «Bene la Sala sistema Roma. Tutte le immagini sono state raccolte da una delle nostre telecamere e poi acquisite dai carabinieri. Di certo bisogna fare un’inchiesta per omissione di soccorso per punire gli indifferenti». Il sottosegretario Francesco Giro, anche lui del Pdl, non ci sta: «Ho letto sui giornali un sacco di sciocchezze sulla presunta indifferenza dei romani di fronte al grave episodio di violenza dell'Anagnina...». Oggi alle 17,30 «Oltre la violenza e l'indifferenza», preghiera alla stazione Anagnina della Comunità di S.Egidio.

Alessandro Capponi
14 ottobre 2010

Pestata in Francia, torna con la bara del figlio morto in carcere

Corriere della sera

Cira Antignano era andata al carcere di Grasse a prendere il corpo del figlio. Malmenata dalle guardie

 

VIAREGGIO – Il C-130 della 46° Aerobrigata di Pisa è atterrato alle 11,15 sulla pista principale di San Giusto, l’aeroporto militare di Pisa. Cira Antignano, 61 anni, è scesa e ha aspettato dolente, ma fiera, la bara del figlio Daniele, morto il 25 agosto, in una cella del carcere francese di Grasse nell’entroterra di Cannes. Ad attenderla anche il sindaco di Viareggio, Luca Lunardini. Non è sofferente solo nell’anima, la signora Cira.

COLLUTTAZIONE - Mercoledì, davanti al carcere di Grasse, durante una colluttazione avuta con alcuni gendarmi che le volevano strappare un cartello di protesta («Me lo avete ucciso due volte»), ha riportato lesioni a tre costole. «Mi hanno picchiata solo perché chiedevo giustizia», racconta. «Un gendarme mi ha spinto a terra, un altro mi ha presa a calci. Poi mi hanno portato in galera, come una delinquente. Meno male che è intervenuto il console italiano a Nizza e allora mi hanno rilasciato dopo tre ore». Insieme alla signora Cira anche la cognata Maria Grazia, anche lei arrestata e poi rilasciata.

FERETRO - Il feretro di Daniele Franceschi, arrestato in Francia per una storia di carte di credito irregolari, è stato trasferito all’ospedale Versilia di Lido di Camaiore dove è stato sottoposto a un primo accertamento autoptico. «Poi ci sarà l’autopsia vera e propria», spiega l’avvocato della famiglia Aldo Lasagna, «la seconda dopo quella francese, autorizzata dalla procura di Lucca. Speriamo che sia possibile effettuare l’esame autoptico e speriamo che le autorità francesi abbiamo mantenuto la promessa di mantenere il corpo nelle condizioni idonee, altrimenti sarebbe tutto inutile».

 

DECESSO - La famiglia di Daniele è convinta che la morte del giovane non sia da attribuire a «cause naturali» come sostengono le autorità francesi. «L’hanno lasciato morire solo come un cane in una cella di un carcere straniero», ricorda mamma Cira, «e a me, che sono la madre, me l’hanno detto dopo due giorni». La donna ricorda gli ultimi giorni drammatici della morte del figlio. «Dal carcere Daniele mi aveva scritto alcune lettere terribili», racconta la donna. «Aveva paura, mi raccontava che odiavano gli italiani, si sentiva minacciato. ‘Mamma ci trattano peggio delle bestie’, mi aveva scritto. E un mese fa, subito dopo l’arresto, era stato colpito dalla febbre, forse un virus. Febbre a 41, ma nessuno lo aveva curato o aiutato. Lo accusavano di non voler lavorare, con lui ce l’avevano guardie e gli altri detenuti, ma nessuno l’ha aiutato». Daniele è morto il 25 agosto.

CERTIFICATO - Nel certificato di morte, firmato dal medico del carcere alle 17,30 si parla genericamente di arresto cardiaco. Secondo il racconto dei familiari, Daniele, un verniciatore e carpentiere, separato, padre di una bambino di 9 anni, aveva accusato forti dolori al petto alle 13,30. Aveva chiesto aiuto alle guardie che lo avevano accompagnato in infermeria, ma dopo un elettrocardiogramma lo avevano chiuso nuovamente nella sua cella da solo. Una decisione ritenuta quanto meno azzardata. «Se il ragazzo aveva accusato un malore e c’era il sospetto di problemi cardiaci», denuncia l’avvocato Lasagna, «doveva essere ricoverato in infermeria o quanto meno chiuso in una cella con altri detenuti che avrebbero potuto aiutarlo e, in caso di malore, dare l’allarme».

Marco Gasperetti
14 ottobre 2010

Duello Masi-Santoro Il Dg della Rai: "Stavolta lo licenzio se mi attacca ancora"

Quotidianonet


I dieci giorni di sospensione di Annozero partono da lunedì: stasera la trasmissione va in onda. Sandro Ruotolo avverte: "Daremo molto fastidio". Van Straten: "Masi paghi i danni"


Roma, 14 ottobre 2010 - Annozero sospeso per due puntate, ma da lunedì. Stasera in onda “e faremo il nostro lavoro come al solito. E come al solito daremo molto fastidio. Molto”, avverte Sandro Ruotolo, protagonista del programma condotto da Michele Santoro, al Secolo d’Italia. Per Ruotolo, con la sospensione al conduttore, in realtà “hanno voluto chiudere Annozero. Hanno voluto chiudere una voce scomoda”.
 Perché con Santoro sospeso una “grande azienda cercherebbe di salvaguardare il prodotto giornalistico, il programma, anche per evitare di perdere risorse preziose provenienti dalla pubblicità. E invece niente. Masi ha fatto di tutto per non evitare danni all’azienda che dirige”.
Insomma “non esiste un motivo aziendale ed editoriale per ‘oscurare’ Annozero per due puntate. Eppure Masi ha fatto proprio questo. Per evidenti ragioni politiche. Qualcuno ricorda l’inchiesta di Trani?”.
MASI: SE MI ATTACCA LO LICENZIO - Se stasera Santoro attacca Masi ad Annozero “lo licenzio”. Lo dice lo stesso Dg Rai al Messaggero. Masi ribadisce che è “intollerabile” che “milioni di italiani vedano in diretta televisiva un dipendente che manda platealmente a quel paese il suo capoazienda”. Dunque nulla di sproporzionato, “sentiti i legali ho fatto il massimo come tempi e come modi. Ho applicato puntualmente la normativa vigente”. Del resto “lei lo sa che alla Bbc solo per aver ironizzato sul direttore generale con un messaggio su Facebook un dipendente è stato licenziato? Li-cen-zia-to, mica dieci giorni di sospensione”.

VAN STRATEN -  Degli eventuali danni che dovessero derivare da una sospensione di Annozero, deve rispondere il direttore generale della Rai Mauro Masi, dice Giorgio Van Straten, consigliere Rai. "Se il ricorso che sicuramente Santoro adirà alla magistratura gli desse ragione, chi pagherà il danno delle trasmissioni e della pubblicità non andate in onda? Nel Cda di ieri - conclude Van Straten - ho fatto mettere a verbale che ne risponda personalmente chi ha erogato la sanzione, quindi il direttore generale".
"C’è una prassi aziendale che è sempre stata seguita in questi casi - spiega l’esponente del Cda Rai ai microfoni di Radio Città Futura - quando viene comminata una sanzione a un dipendente, la scelta del periodo in cui collocarla viene demandata al direttore di rete, perchè la punizione riguarda il dipendente e non la trasmissione, e il direttore di rete di solito la colloca nel periodo in cui la trasmissione normalmente non va in onda: cosi’ il dipendente ha la sua sospensione dal lavoro e dallo stipendio ma non si perde la trasmissione. In questo caso invece la sanzione e’ stata fatta in primo luogo per fermare la trasmissione’’. Secondo Van Straten ‘’questo e’ un fatto grave e inaccettabile, anche perche’ cosi’ l’azienda subisce un danno".
TRAVAGLIO -  “Il direttore generale della Rai è nominato dal Presidente del Consiglio e, ovviamente, fa quello che gli dice il Premier. Lo trovo naturale. E’ il suo mestiere. Il nodo è che la Rai non dovrebbe essere nella mani dei partiti”, dice invece Marco Travaglio alla Stampa. Quanto alla sospensione di Santoro “era inevitabile, ormai si sa che fa troppo bene i bicchieri. Del resto - dice Travaglio, ancora in attesa del contratto per Annozero - credo che la sospensione di Michele sia perfettamente coerente con la linea editoriale di questa Rai”.

Una linea che risponde
a logiche politiche che aziendali: “La penserei diversamente se non avessimo già le prove. Basta ricordare cosa è venuto fuori con le intercettazioni di Trani. In quelle intercettazioni c’era un ordine preciso a chiudere Annozero, con Berlusconi che chiama tutti pur di ottenere il risultato. Lì, insomma, c’era tutto, la violenza, le minacce..Ecco, all’epoca Masi diceva che era ‘roba da Zimbabwe’, ora mi pare che abbia preso la cittadinanza onoraria di quel Paese”.






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Tra i reati dei portatori di voti

Corriere della sera


Dopo l'accusa di Pisanu («Amministrative, nelle liste candidati indegni») un dossier sui candidati-condannati. Da Napoli a Vercelli i nomi dei politici «indegni»

«sfuggiti» ai controlli



L'ex deputato Cosimo Mele, rinviato a giudizio  per un festino a luci rosse, nel 2007.  Si è candidato in Puglia
L'ex deputato Cosimo Mele, rinviato a giudizio per un festino a luci rosse, nel 2007. Si è candidato in Puglia
ROMA
- «Famme chello che vuò/ indifferentemente/ tanto o' saccio che so'/ pe' te nun so' cchiù niente/...». Il pubblico andava in estasi mentre Mara Carfagna e Pietro Diodato intonavano Indifferentemente, una delle canzoni più struggenti del repertorio musicale partenopeo, dal palco del Teatro Metropolitano di Napoli, luogo prescelto per la chiusura in grande stile (e con sorpresa) della campagna elettorale del Pdl per le regionali. L'euforia era palpabile. Il ticket composto dalla ministra e dal recordman delle preferenze alle precedenti elezioni si avviava a una schiacciante vittoria, nonostante il brivido iniziale. A Napoli era infatti circolata la voce di una probabile esclusione di Diodato dalle liste. Voce che provocò una clamorosa occupazione della sede campana del Pdl da parte dei suoi fan. Così, «indifferentemente», Diodato rientrò in lista. Avrebbe mai immaginato Mara Carfagna, la quale oltre alla faccia sui manifesti aveva messo anche la voce al servizio della causa, che lunedì scorso, appena sei mesi dopo quella festa in teatro, la Prefettura di Napoli avrebbe scritto alla Regione per ricordare che il consigliere, nel frattempo nominato anche presidente di Commissione, ha sulle spalle una condanna definitiva (con la condizionale) a un anno e mezzo per i disordini del 2001 nei seggi elettorali, ma soprattutto l'interdizione per cinque anni dai pubblici uffici? Una bella rogna, per il Consiglio regionale, dal quale sono stati già sospesi altri due consiglieri del centrodestra.
Il primo è l'ex margheritino Roberto Conte, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica, candidato in extremis per Alleanza di popolo (ed eletto), nonostante la tassativa opposizione del futuro governatore Stefano Caldoro: «Non voglio i suoi voti, e se risulteranno determinanti mi dimetterò». Il secondo è Alberico Gambino, del Pdl, condannato in appello con l'accusa di peculato. Ha dichiarato appena eletto: «Per ora mi godo la vittoria». Insieme al 50% dell'indennità (2.250 euro netti al mese), che per regolamento regionale spetta ai consiglieri sospesi dall'incarico.
Potevano pensarci prima, i responsabili politici? Magari è proprio quello che hanno fatto, a giudicare dalle parole di Angela Napoli, capogruppo di Futuro e libertà nell'Antimafia, che ha stigmatizzato «la disinvoltura con la quale la politica forma le liste elettorali». Liste, aveva detto il presidente della commissione Beppe Pisanu, «gremite di persone che non sono certo degne di rappresentare nessuno». Ma che portano voti. Tanti voti, e su quelli nessuno ci sputa. Come aveva avuto modo di denunciare pubblicamente, già tre anni fa, il coordinatore campano di Forza Italia Fulvio Martusciello, parlando del «pressapochismo con cui vengono scelti i candidati, se è vero che nella zona a nord di Napoli la criminalità tentò di infilarsi all'interno dei partiti». Se ne infischiano perfino del codice di autoregolamentazione dell'Antimafia, che dovrebbe sbarrare la strada alle candidature di soggetti condannati. Figuriamoci quando non c'è nemmeno la sentenza di un tribunale.
Le amministrative calabresi, per esempio. Alle ultime regionali si è presentato Tommaso Signorelli, ex Pd passato ai Socialisti Uniti (lista che sosteneva il centrodestra), arrestato nel 2008 quando era assessore del comune di Amantea, sciolto per infiltrazioni della 'ndrangheta. A niente è servita la dichiarazione di candidato «non gradito» formulata nei suoi confronti dal futuro presidente Giuseppe Scopelliti, il quale aveva minacciato: «Se necessario andrò personalmente ad Amantea per dire agli elettori di non votarlo». Dopo quella presa di posizione si è ritirato invece dalla corsa elettorale il candidato di Noi Sud Antonio La Rupa, figlio del consigliere regionale uscente Franco La Rupa, ex sindaco del paese calabrese e indagato nella medesima inchiesta.
Un fenomeno, quello dei parenti in lista, così diffuso in alcune zone, come la Calabria, che la commissione antimafia di Pisanu ha chiesto alle prefetture di avere anche informazioni sui rapporti di parentela e le frequentazioni dei candidati.
Sia ben chiaro: la decenza delle liste non è questione che si possa limitare alla zona grigia dei rapporti fra politica e criminalità organizzata. Ed è immaginabile che Pisanu non si riferisse soltanto a quell'aspetto, quanto piuttosto all'imbarbarimento generale che ha fatto saltare tutte le regole etiche, comprese quelle non scritte. Con il risultato che termini una volta sacri, come «opportunità», sono spariti dal vocabolario della politica. Due casi per tutti. Il presidente della Provincia di Vercelli Renzo Masoero era in piena campagna elettorale per le regionali quando l'hanno arrestato per concussione, accusa per la quale avrebbe poi patteggiato una condanna a due anni. Né il rinvio a giudizio per la droga del festino a luci rosse che lo vide protagonista in un albergo romano nell'estate del 2007 ha dissuaso l'ex deputato dell'Udc Cosimo Mele: che si è candidato in Puglia al fianco di Adriana Poli Bortone. Senza fare una piega.
Sergio Rizzo
14 ottobre 2010



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Il prezzo della casa ex An è giusto soltanto al catasto

Il Tempo


Alla Procura di Roma le carte di Montecarlo: corretta la valutazione. Ma l'appartamento della contessa è stato venduto dieci anni dopo.


Quando nel 1999 la casetta di Montecarlo passò in eredità ad Alleanza Nazionale dalla contessa Colleoni, le autorità monegasche ritennero congrua la valutazione fiscale del bene. Valutazione corrispondente agli attuali 230-240 mila euro. È quanto emerge nel supplemento di rogatoria trasmesso dal Principato alla Procura di Roma. Il dato sarà analizzato dal procuratore Giovanni Ferrara e dall'aggiunto Pierfilippo Laviani, titolari degli accertamenti avviati, contro ignoti, per truffa aggravata. L'inchiesta è partita dopo una querela da parte di Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte, militanti della Destra di Francesco Storace: i magistrati devono ora stabilire se sia stata congrua anche la vendita dell'immobile nel 2008 alla società off-shore Printemps per 300 mila euro. Entro la fine del mese i pm potrebbero già mettere un punto sulla questione: qualora non emergessero fattispecie penalmente rilevanti si prospetterebbe una richiesta di archiviazione. Viceversa scatterebbero i primi inviti a comparire. I finiani hanno subito esultato. Presto, troppo presto.

«Il tempo è galantuomo», ha gongolato nel pomeriggio Benedetto Della Vedova, vicepresidente dei deputati di Fli, conversando con i cronisti a Montecitorio. Lo stesso Fini, incontrando alcuni europarlamentari, ha letto ad alta voce le agenzie di stampa: «Questo era quello che aspettavamo. Adesso continuiamo a restare serenamente in attesa che la magistratura italiana prosegua il suo lavoro». Evidentemente né il presidente della Camera né i suoi colonnelli, nella fretta di brindare al pericolo scampato, hanno letto bene le notizie arrivate da Piazzale Clodio. Perché «l'ok il prezzo è giusto» dei monegaschi – come giustamente ha fatto notare anche il senatore del Pdl, Achille Totaro – si riferisce solo all'atto di successione dalla defunta contessa a An. Ciò non significa che tale valore fosse congruo nel 2008 al momento della vendita fatta da Fini alla società off-shore indicata dal cognato Giancarlo Tulliani. Contrattacca anche il leader de La Destra, Storace, che parla di «indagini difensive di parte, come previsto dal Codice».

Del resto, come ha già sottolineato Il Tempo riportando il parere di esperti nel settore immobiliare, per l'iter successorio il valore «catastale» fa Stato, sia per l'Italia che per Montecarlo: a bilancio verrà iscritto il dichiarato mentre il cosiddetto fair value non è ancora totalmente affermato. Certo, in sede di liquidazione o fusione dell'associazione va accertato il valore venale del bene in quel momento (con tutte le inerenti conseguenze fiscali delle eventuali plusvalenze). Diverso è l'approccio in sede di dismissione del bene: qui entra in campo la perizia e la prudenza richiesta agli amministratori (di un'entità complessa come un partito con una moltitudine di associati e rilevanza politica). Non solo. Va ricordato che i magistrati puntano esclusivamente ad accertare se l'immobile di boulevard Princesse Charlotte sia stato venduto al giusto prezzo e non chi sia il vero proprietario della casa. Le carte arrivate ieri da Monaco non chiudono tutti i «coperchi» che si sono aperti dalla fine di luglio quando è scoppiato il gran casino di Montecarlo. Soprattutto non chiarisce se Fini ha mentito o meno quando ha dichiarato di non sapere che Tulliani viveva in affitto nello stesso appartamento ceduto dalla contessa al partito.

Né chiarisce chi sia il vero proprietario della casetta che si nasconde dietro le fiduciarie di St Lucia. Così come restano aperti tutti gli interrogativi sul ruolo avuto nella vicenda dalla Atlantis di Francesco Corallo e sui collegamenti con James Walfenzao, amministratore di Corpag group, cui fanno riferimento Printemps e Timara. Molto altro resta dunque da scrivere su una vicenda che imbarazza la destra ma di cui anche la sinistra non vuol sentir più parlare. Tacciandola come il solito esempio di dossieraggio della stampa berlusconiana che distrae l'attenzione degli elettori dai problemi veri del Paese. Sarà, resta il fatto che i lettori vogliono sapere come andrà a finire. E soprattutto vogliono sapere se il presidente Fini ha detto la verità. E se non l'ha fatto, vogliono che se ne vada a casa. La sua.

Camilla Conti
14/10/2010




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Bersani, lettera di minacce all'Ansa: «Deve morire, la sua auto esploderà»

Il Messaggero


La lettera recapitata alla sede di Bari dell'agenzia Ansa
Solidarietà da tutte le forze politiche al segretario del Pd



BARI (13 ottobre) - Una lettera anonima contenente minacce di morte nei confronti del segretario del Pd, Pierluigi Bersani, è stata recapitata oggi per posta nella sede di Bari dell'agenzia ANSA. Indagini sono in corso da parte degli investigatori della Digos che hanno acquisito la lettera. Nel biglietto, contenuto in una busta bianca rettangolare regolarmente affrancata, c'era la scritta a stampatello: «Bersani deve morire. La sua macchina esploderà». Molte le manifestazioni di solidarierà al segretario del Pd da parte di tutte le forze politiche.





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Europa, l'agenzia Frontex spreca soldi e trucca dati E ci rifila tutti i clandestini

di Francesco De Remigis


Quando il Frontex intercetta le carrette del mare, le fa approdare tutte in Italia E poi si vanta del calo degli sbarchi: ma è tutto merito degli accordi Roma-Tripoli



 
Se gli ingressi illegali via mare hanno subìto una flessione, sarebbe merito di una missione Ue che guarda a vista i paesi rivieraschi, almeno secondo il rapporto trimestrale dell’Agenzia Frontex, che coordina i pattugliamenti nel Mediterraneo e sventola successi. Ma in realtà meriti non ne ha molti l’Europa, che in materia di immigrazione clandestina sta creando all’Italia soltanto grattacapi. Ciò che non funziona è proprio l’organismo, che dovrebbe occuparsi di ridurre gli sbarchi e che invece porta spesso in Italia clandestini che sarebbero diretti altrove.
Che cos’è dunque Frontex, che il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha definito un altro «eurocarrozzone»? Proviamo a capire, soprattutto, perché i pattugliamenti funzionano al meglio quando l’Italia agisce in solitaria: 90 per cento degli sbarchi in meno rispetto all’anno precedente dall’inizio dei respingimenti nel 2009. Mentre nel corso di operazioni coordinate da Frontex, i clandestini vengono portati sulle coste italiane anche da altre nazioni, e non sempre immediatamente rimpatriati. Secondo le linee guida del testo europeo, i funzionari dovrebbero procedere, come prima opzione, allo sbarco delle persone nel Paese da cui l’imbarcazione è partita. Ma se la nave ha raggiunto le acque territoriali, è sufficiente che una persona a bordo esprima la volontà di chiedere asilo in uno dei 27 paesi Ue, ed ecco che si getta l'ancora in Italia e si avviano le procedure.
Da quel momento la domanda sarà a carico della Penisola, come pure il contributo quotidiano di circa 17 euro per quarantacinque giorni che spetta ad alcuni richiedenti, con buona pace dei paesi che avrebbero potuto accoglierli. Certo non la Grecia, che ai possibili rifugiati pone i paletti più rigidi di qualsiasi altro stato dell’Unione. Tantomeno la Turchia, che ai migranti extraeuropei non concede neppure il modulo per lo status.
Che cosa succede dunque a pochi chilometri dalle nostre coste? E come mai le operazioni congiunte si rivelano spesso sfavorevoli per l’Italia? Secondo gli ultimi rapporti dell’intelligence, i barconi, più spesso «barchini», vengono danneggiati di proposito dagli immigrati, dotati di piccoli gps capaci di segnalare l’ingresso in acque territoriali italiane, facendosi avvistare al momento giusto. Le linee guida di Frontex dicono infatti che i clandestini, superato il confine, devono essere soccorsi e portati nel porto europeo più vicino; anche se dichiarano di essere diretti in Francia o in Danimarca.
Secondo punto. Sbarcati in Italia, la volontà di voler chiedere asilo in un altro stato non conta. La domanda sarà raccolta dalle autorità italiane. Da quel momento, il migrante è a carico della Penisola, potendo decidere se presentare domanda di asilo, se restare in Italia per un periodo di circa sei mesi – tempo medio di valutazione delle richieste – oppure se essere rimpatriati. Ma a carico dello Stato «ospitante».
Su questo tema, il ministro dell’Interno ha chiesto che sia l'Agenzia a sobbarcarsi i costi dei «richiedenti asilo», almeno a seguito dei pattugliamenti Frontex; viste le lacune della normativa europea e visti i differenti approcci alle domande di asilo. Maroni ha chiesto un contributo per i voli «di rimpatrio congiunto» e nel 2011 l’Agenzia dovrebbe organizzare tra i trenta e i quaranta voli (non solo dall’Italia). Maroni chiede poi l’istituzione di Centri di identificazione europei, perché anche il trattenimento è a carico nazionale. I soldi ci sarebbero: Frontex dispone di 88,2 milioni di euro per 2011. Ma anziché procedere al «riesame» degli obiettivi dell’Agenzia, come si legge nel piano pluriennale definito l’anno scorso, l’Ue tergiversa. Ennesimo sollecito settimana scorsa. Italia e Francia hanno indirizzato alla presidenza di turno una lettera per discutere la gestione degli immigrati «a livello unitario e non dei singoli stati». Ma anziché orientare le risorse verso questi progetti, Frontex ha impegnato il 41 per cento dei fondi in analisi di lungo periodo, tagliando le spese «operative» del 14.
Se non sarà modificata la normativa in tempi brevi, rendendo i pattugliamenti più operativi come ha proposto il Viminale, le operazioni congiunte continueranno a rivelarsi un fallimento. Rischio paventato anche dal direttore esecutivo dell’Agenzia, il finlandese Illka Laitinen, che in un’intervista ha riassunto così il malfunzionamento di Frontex: «Abbiamo più risorse per combattere il fenomeno, ma finiamno con l’attirare i barconi dei trafficanti». A spese dell’Italia.




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Casa di An, "congruo" il valore nel 1999 La procura: da accertare quello del 2008

di Redazione


Le autorità di Montecarlo hanno giudicato congruo il valore della casa indicato nel 1999 al passaggio di proprietà. Ma la procura di Roma precisa: non ha nulla a che vedere con quello del passaggio di proprietà della società off shore. Fini: spero nell'archiviazione. Storace: troppa fretta



Roma - Le autorità di Montecarlo giudicano congruo il valore, indicato nel 1999 nel passaggio di proprietà, dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte ereditato da Alleanza Nazionale dalla contessa Anna Maria Colleoni. È quanto emerge nella documentazione trasmessa dal Principato alla procura di Roma. Il dato sarà ora analizzato dal procuratore Giovanni Ferrara e dall’aggiunto Pierfilippo Laviani, titolari degli accertamenti avviati, contro ignoti, per truffa aggravata, con altri documenti arrivati da Montecarlo previa rogatoria internazionale.

Il valore dell'immobile nel 2008 La congruità del valore sulla casa ereditata da An si riferisce alla cifra indicata (meno di 270 mila euro), nel 1999, nell’atto si successione e non al passaggio di proprietà alla società off-shore, sottoscritto nel 2008. La congruità del valore dell’immobile contenuto nell’atto di successione, si apprende a Piazzale Clodio, non ha nulla a che vedere con il valore indicato nel passaggio di proprietà della società off shore. Il tutto è ora al vaglio degli inquirenti i quali dovranno accertare se l’immobile, ceduto per 300 mila euro, sia stato alienato per una cifra inferiore al valore di mercato
Fini si dice soddisfatto dal fatto che le autorità di Montecarlo hanno giudicato congruo il valore dell’appartamento ereditato dalla Colleoni, poi venduto, e ora affittato da Giancarlo Tulliani. Il presidente della Camera è tornato sull’argomento durante un incontro con gli eurodeputati di Fli. La terza carica dello Stato - secondo quanto viene riferito - avrebbe poi espresso la convinzione che l’inchiesta si concluderà con un’archiviazione. 
Storace "Indagini difensive di parte, come previsto dal Codice". È questa la reazione del leader della Destra, Francesco Storace, interpellato dall’Ansa. "Credo siano necessarie due valutazioni: una tecnica e una politica - afferma Storace -. In primis il fatto che una non conosciuta autorità monegasca indichi che il valore del passaggio nel 1999 fosse congruo non cambia nulla rispetto a ciò che è accaduto 10 anni dopo". "In seconda istanza - aggiunge -, se hanno tutta questa fretta di archiviare, viste le numerose indiscrezioni della Procura, lo facciano. Chi ha denunciato avrà così la possibilità di accedere agli atti e verificare con quanto scrupolo sono state condotte, riservandosi la possibilità di ricorrere ad indagini difensive di parte come previsto dal Codice". 




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L’ultima di Fini & Co: la priorità degli italiani è la legge elettorale

di Redazione


Non parlate di Montecarlo. I fighetti della politica, l’oligarchia del giornalismo, le benpensanti che abbaiano ogni giorno contro il maschilismo dei dossier (quali dossier poi) e i soloni disgustati dalla volgarità di questi tempi meschini dicono che non è di moda. La casa di Montecarlo è out. Tormentare i Tulliani è out. Criticare Fini è out. Lo capiscono anche i bambini. Sono tutte cose che non interessano alla gente comune, quella che suda, lavora e soffre. Si annoia. Si arrabbia. Si sente male. Non c’è nulla di più maleducato di quello che scrive il Giornale. Il popolo chiede croissant.

Il bello di questi predicatori altolocati è che conoscono sempre, e alla perfezione, i desideri degli italiani. Loro hanno le antenne. Li interpretano. Li spiegano. Anche quando i diritti interessati non lo sanno. I finiani sono, per esempio, bravissimi nel tradurre la volontà della nazione. Nessuno come loro. Sono mesi che ripetono più o meno in coro che Montecarlo interessa solo ai «segugi» de Il Giornale. Che noia, che barba, che noia. Agli italiani interessa altro. Che cosa? Vallo a capire.

Magari la riforma fiscale. Sai qui ci sono molti portafogli che piangono e tutti sognano una busta paga più pesante. Sì, senza dubbio tagliare le tasse è il pensiero più ricorrente. Magari la riforma della giustizia, visti i tempi biblici. Magari la riforma del welfare, visto che quello attuale garantisce solo i furbi. Magari tutte queste cose insieme. Eppure quelli che sanno, i dotti, i medici e sapienti non la pensano così. Di cosa parlano ogni giorno, costantemente, Fini, Di Pietro, Casini e Bersani? Della legge elettorale. Capite? Non c’è nulla più importante di questo. È il sale della vita. È quello che gli italiani non riescono a togliersi dalla testa.

Lo sanno tutti in fondo. Al terzo posto c’è il calcio, al secondo il sesso, al primo la domanda da cui non si può prescindere: con che sistema voto domani? Maggioritario o proporzionale? Liste bloccate o preferenza multipla? Sbarramento al cinque, al sette o al ventitrè? Con lo scorporo o senza? C’è gente che su questi interrogativi ha perso l’appetito. Non dorme più. Si dimentica dove ha parcheggiato la macchina. Non va al lavoro da mesi perché si è messa a studiare il sistema australiano. Per la cronaca è una via di mezzo tra l’uninominale secco e il doppio turno.

È per questo che Fini, Casini, Di Pietro e Bersani, con tutto il coro dei super intelligenti, ripetono che senza la riforma elettorale non si può fare nulla. Il Paese è bloccato. È per questo che ieri mattina Gianfranco, Pierferdy e sua arguzia Massimo D’Alema si sono incontrati per dare in fretta agli italiani questa manna santa e benedetta. Non c’è nulla di più urgente. Gli italiani devono fare la spesa? Vogliono pagare il mutuo? Hanno le tasse sulla scuola dei figli? Nessun problema: le preferenze risolveranno tutto. Per questo la nuova legge elettorale è necessaria. Per questo bisogna far cadere Berlusconi e sostituirlo con un governo tecnico.

Lui non vuole la riforma, si oppone alle preferenze.
Sì, l’Italia è pronta a scendere in piazza al grido «più preferenze per tutti». Questo provoca forti crisi di coscienza in chi ha a cuore le sorti del Paese. Ma ancora una volta Fini non ha guardato in faccia a nessuno. Agli italiani ci penso io. Ha sfidato il Palazzo per venire incontro alle loro necessità. Ha scritto a Schifani: dammi la legge elettorale, me ne occupo io. Tutto il Paese non aspettava altro. Ora è più tranquillo. Può finalmente riposare. Non c’è nulla di più importante per gli italiani del destino di Gianfranco Fini e dei suoi nuovi alleati. Non vogliamo mica togliere al sor Tulliani il gusto di votare con regole fatte su misura per lui? Come dicono a Montecarlo: se sta bene Fini stanno bene tutti.



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Santoro ha sbagliato, la Rai anche

di Redazione


Il Giornale è impegnato a reclamare per i propri redattori il massimo della libertà di stampa, quindi non può applaudire se a Michele Santoro viene impedito di andare in onda con Annozero a causa di una sanzione disciplinare della direzione generale della Rai. Un conto è non essere d’accordo con il conduttore nell’impostazione del programma, e noi non lo siamo, un altro è tappargli la bocca perché ha tirato un vaffanculo a Mauro Masi, al quale anche noi talvolta lo tireremmo per quanto male fa il suo lavoro. De gustibus.
Si dirà che ricorrere al vaffa per criticare i vertici aziendali non è il massimo della buona creanza, ma in un Paese in cui il vaffa è diventato un partito (mi riferisco a quello di Beppe Grillo) non mi sembra il caso di scandalizzarsi ed arrivare addirittura alla sospensione di chi lo ha pronunciato in video.

La Rai non è la terza B di un liceo e Santoro non è uno studente birichino che, di tanto in tanto, ne combina una delle sue. La prima è un’azienda pubblica finanziata dal canone versato obbligatoriamente dagli abbonati; e Masi non dovrebbe comportarsi come un preside stizzito, ma come un manager. E i manager risolvono i problemi, se ve ne sono, alla radice; non agiscono per ripicca con provvedimenti ridicoli e punitivi per i telespettatori. Il secondo, il divo Michele, è un giornalista di lungo corso e possiede armi idonee a far valere i propri diritti; altro che vaffanculeggiare chi lo sgrida.

Annozero è un talk show (...)
(...)e non una bettola, quindi va gestito da un signore rispettoso dell’etichetta anziché da uno che scivoli, per rabbia, nel contegno di un buttafuori di periferia.
Detto tutto ciò, bisogna concludere che hanno sbagliato entrambi i protagonisti dell’assurda vicenda. Però l’errore più grave lo ha commesso il direttore generale. Il quale dovrebbe sapere che adesso succederà un pandemonio. Interverrà la sinistra politica in difesa di Santoro, e la sinistra in Italia ha sempre ragione, specialmente se si precipita in soccorso dei suoi propagandisti e contro il berlusconismo e derivati. Sicché la Rai, dopo polemiche furibonde, sarà alfine costretta a rimangiarsi la sanzione. La trasmissione non salterà affatto un turno e il conduttore avrà modo di atteggiarsi a vittima e a vincitore al tempo stesso, ribadendo il vaffa in diretta.

Se questa sarà la conclusione, Santoro segnerà un altro punto a suo favore; e Masi accelererà la sua uscita dall’Antennona nazionale. Eccoci di fronte all’ennesimo pasticcio. Non vedo rimedi. La telenovela di Michele è destinata a continuare. La Rai è sempre stata gestita da cani e temo non si possa gestire meglio dato che vi comandano i partiti o, più precisamente, uomini designati dai partiti e condizionati nell’attività da motivi di ordine politico o di gratitudine nei confronti dei loro protettori.
Se poi si aggiunge che la Rai non può licenziare né fare i palinsesti in autonomia (poiché la magistratura impone i propri diktat anche riguardo la scelta dei giornalisti cui affidare i programmi, e Santoro è stato rimesso in video grazie a una sentenza) è evidente che siamo al caos. E nel caos la sanzione disciplinare inflitta a Michele dal direttore generale produce l’effetto comico di un raglio d’asino durante un concerto della banda di sifoi.



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Santoro rivendica libertà di dossieraggio

di Paolo Bracalini


Roma


Se in un’azienda pubblica non si può nemmeno a mandare affan.. in diretta tv il proprio direttore generale, vuol dire che siamo veramente in una dittatura, e nemmeno tanto soft. Il kapò di questo regime in Rai è quel terribile signore che porta il nome di Mauro Masi, un vero despota. Ha avuto il coraggio, questo Masi, con la scusa di essere il direttore generale, di voler sospendere per la bellezza di dieci giorni un conduttore, Santoro, che in diretta lo aveva solamente mandato a quel paese. Un sopruso vero, anzi «un attacco alla televisione», come ha detto Santoro che ha la modestia di identificarsi con la televisione italiana. Un provvedimento, peraltro, che è ancora da vedere se andrà in porto veramente, tra Cda e cavilli regolamentari. Ma intanto è andata in porto la santoreide, con un nuovo colpo di teatro che alimenta nuovamente il solito copione.

Ormai Santoro non si considera un giornalista come gli altri, tantomeno un dipendente della Rai, ma un totem intoccabile. Santoro rivendica uno status di privilegio assoluto: libertà totale e incondizionata di fare quel che gli pare, di confezionare i suoi «dossier», quelli sugli attentati di mafia organizzati in combutta con Forza Italia, le confessioni di escort al centro di vicende molto strane, i linciaggi pubblici tramite attori e fiction che simulano interrogatori o intercettazioni telefoniche, paranoie su barbe finte, dittatori sudamericani amici di Berlusconi, faccendieri e pataccari all’opera sulla casa di Montecarlo, che in realtà - se ci è permesso - è scoop nostro, senza barbe o baffi finti.

Il dossier di Santoro, però, è sacro e inviolabile, anche se preceduto da un vaffa al suo editore. Ad essere pignoli, poi, è proprio lui l’inventore del dossier in forma televisiva. Cioè di quel format che così si articola: una tesi forte e preconcetta, una serie di episodi o credenze raccolti ad hoc per colpire la credibilità di un personaggio, e un congegno mediatico per rendere il tutto telegenico. Santoro ha fatto questo, negli anni, con una maestria unica, dosando musiche, effetti cinematografici, testimonianze di parte, e mescolandoli con l’abilità di chi sa i trucchi per condizionare le masse che si abbeverano di tv. Non è un caso se il «dossieraggio» di Santoro fa ascolti, e anche ottimi. Però il dossier rimane tale, e visto che quello è il nuovo conio per il giornalismo militante, a Santoro spetta di diritto.

Anche un bambino di sei anni sa che, se fosse per Masi, Santoro non sarebbe andato in onda. Il problema, sollevato da molti anche a sinistra, è però questo: non ha forse, un editore, tutto il diritto di scegliere i palinsesti della sua azienda? Anche la sanzione del dg, per quanto dura, segue delle regole precise. Masi lo ha spiegato così: «Santoro si è reso responsabile di due violazioni disciplinari ben precise: l’uso del mezzo televisivo a fini personali; un attacco diretto e gratuitamente offensivo al Direttore Generale. Non c’è nessun attentato alla libertà d’informazione». Gli articoli precisi del Regolamento di disciplina aziendale Rai e quelli del Codice Etico violati da Santoro, sono nella lettera pubblicata in serata da Dagospia.

Ovviamente la spiegazione (che poi è una replica alla controdeduzione in cui Santoro obiettava il proprio «diritto di critica e cronaca») mai potrebbe disinnescare la macchina del martirio subito messa in moto da Santoro e amici dell’Inamovibile. La sanzione contro la sua condotta, è «una procedura ad personam», «di una gravità inaudita» dice Santoro, «un vero e proprio attentato alla televisione». Buttandola in politica, ecco il metodo Santoro, c’è solo da guadagnarci. Anche perché non è un professionista isolato che si deve difendere con le proprie forze, Santoro - come elemento politico - ha una fazione alle proprie spalle. La quale si è subito recata davanti a Viale Mazzini per un sit-in di protesta, con l’Italia dei valori, quelli di Articolo 21, qualcuno del Pd, Ruotolo, e persino l’avvocato di Santoro. Subito azionato anche il soccorso militante, il presidente Garimberti che dice «provvedimento spoporzionato», con lui anche Zavoli, e poi il consueto coro di onorevoli e senatori vari dell’opposizione con l’aggiunta dei finiani, fino a due mesi fa anti-santoriani, ora santoriani (una delle tante giravolte).

Che succederà? Il solito colpaccio per Santoro, ci scommettiamo. Che non solo ha già ottenuto un’incredibile promozione per la puntata di stasera, ma probabilmente la farà franca, ottenendo una retromarcia da Viale Mazzini. Così Santoro sarà martire oscurato e pure regolarmente in onda. Ma a quel punto, per par condicio, dovrà essere «vaffa» libero per tutti. Anche per chi non sopporta Santoro, che naturalmente non si sognerebbe mai di rivolgersi al suo avvocato (in sit-in) per querelare chi gli dirà «ma vaffan..bicchiere pure tu».



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