mercoledì 13 ottobre 2010

Tassista aggredito da tre persone Due donne rompono il muro dell'omertà

Il Messaggero


Gli investigatori fanno luce sul caso: è stato un pestaggio
La testimonianza di due donne. Il tassista resta grave



MILANO (13 ottobre) - Le condizioni di Luca Massari, il tassista ricoverato all'Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano, sono stazionarie. «Permane, allo stato attuale - spiega il bollettino medico, firmato dal responsabile della rianimazione Marco Cigada - un importante edema cerebrale che condiziona la necessità di coma farmacologico. Non è ancora valutabile - chiosa la nota - l'entità dei danni neurologici conseguenti all'insulto cerebrale e all'arresto cardio-respiratorio accorsi al momento dell'evento traumatico».

Due donne si sono presentate nelle scorse ore
spontaneamente in Questura per testimoniare sull'aggressione.
Come spiegano investigatori e
inquirenti, si sta piano piano sgretolando quel «muro di omertà» che era calato dopo il fatto di
sangue in una zona, la periferia sud del capoluogo lombardo, segnata dalla presenza della
criminalità. A quanto si è appreso, le due donne che hanno testimoniato davanti agli investigatori, che si
aggiungono ad altri cinque testi sentiti nei giorni scorsi, hanno confermato il quadro accusatorio
relativo al pestaggio, che ha fatto finire in manette Morris Michael Ciavarella, la compagna
Stefania Citterio e il fratello Piero Citterio.


Le donne hanno raccontato che il taxista ha cercato di difendersi e che a picchiarlo in maniera più pesante erano Piero Citterio e Ciavarella e che c'era anche Stefania Citterio. Sta dunque, secondo gli inquirenti, lentamente calando la cappa di silenzio che il pm, titolare dell'inchiesta, Tiziana Siciliano, ha definito nella chiesta di convalida un «desolante clima di omertà giustificabile solo dalla fama di violenza che gli aggressori hanno nel quartiere». È stata Stefania Citterio la prima a picchiare il tassista Luca Massari, ridotto in fin di vita dopo una aggressione avvenuta domenica scorsa a Milano.

Secondo quanto risulta dalle indagini sarebbe stata lei, l'unica donna tra i tre presunti responsabili finiti in carcere,
a colpire per primo il taxista, dopo aver inveito a lungo contro di lui. Come riportato anche nella richiesta di convalida dell'arresto del suo fidanzato Morris Michael Ciavarella, firmata dal pm di Milano Tiziana Siciliano, le prime persone a scagliarsi contro il tassista, che aveva inavvertitamente investito un cane, sono state la proprietaria dell'animale, Sara P., Stefania Citterio e la sorella Elisabetta. Le donne hanno cominciato ad urlare e sarebbe stata Stefania la prima a picchiare Massari, prima dell'arrivo del fidanzato e del fratello Piero Citterio.

Il pm nella sua richiesta parla di un «violento pestaggio» e di un ultimo colpo, «particolarmente violento», che ha fatto cadere Massari, il quale ha sbattuto la nuca sul marciapiede. L'ultimo colpo sarebbe stata una ginocchiata sferrata da Ciavarella in pieno volto, rompendo anche i denti al taxista. Piero Citterio e Ciavarella, dopo aver pestato l'uomo, si sono allontanati ed è rimasta lì Stefania, assieme ad altre persone che assistevano alla scena.





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Pakistan, orrore anti cristiano: stuprate due bambine cattoliche

Il Messaggero


Una dodicenne e una tredicenne violentate da estremisti islamici. Una è morta, l'altra è incinta ed è ora sotto prezione




di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO (13 ottobre) - Una notizia diffusa dall’agenzia vaticana Fides a proposito della brutalità cui sono soggetti i cristiani nei Paesi a maggioranza islamica sta scuotendo il Sinodo in corso sul Medio Oriente. L’ennesimo episodio di odio inter-religioso è avvenuto in Pakistan, dove da qualche anno in qua, la cappa sulla piccola comunità cattolica si è fatta pesantissima. Non sono bastati i villaggi bruciati, le minacce, i preti malmenati, diversi fedeli incarcerati. Ora la peggio è toccata a due bambine di appena 12 anni, entrambe violentate da un branco di estremisti islamici. Uno stupro bestiale che è costato la vita a Lubna Masih, di Rawalpindi.

L’altra ragazzina, Kiran Nayyaz, 13enne di Faisalabad, invece, ora è incinta ed è posta sotto la protezione della Chiesa cattolica locale. La comunità cristiana in Pakistan è sotto shock. Gli abusi sulle donne cristiane aumentano in modo preoccupante, nell’indifferenza della polizia. Lo hanno fatto filtrare delle fonti pachistane a Fides nel tentativo di fare conoscere a Roma le brutalità cui sono sottoposti i cristiani. Il 27 settembre, alle 6.30 del mattino, Lubna è uscita di casa per comprare il latte. Un gruppo di cinque giovani musulmani l’ha bloccata e costretta con la forza a salire su un’auto allontanatasi velocemente.

La ragazza ha gridato disperatamente ma nessuno l’ha sentita o si è mosso per aiutarla. E’ stata portata nei pressi del cimitero di Dhoke Ellahi Buksh, dove è stata violentata per ore a turno e poi uccisa. Il suo corpo è stato abbandonato tra cumuli di immondizia. Alcune ore dopo, alcuni passanti hanno chiamato la polizia, che ha constatato il decesso senza muovere un dito. I genitori di Lubna sono talmente terrorizzati da non voler nemmeno sporgere denuncia nè rilasciare alcuna dichiarazione ufficiale. Increduli e sgomenti per il dolore – raccontano fonti locali a Fides – «pensano solo ad abbandonare la città e rifarsi una vita altrove».

Alcune Organizzazioni non governative e l’associazione di avvocati cristiani, Christian Lawyers Foundation, hanno condannato l’episodio, assicurando supporto materiale e legale alla famiglia, sperando di convincere i genitori a sporgere denuncia e iniziare un procedimento legale. Ma sarà difficile poichè gli episodi di violenza e sopraffazione sulle ragazze cristiane sono all’ordine del giorno e restano nel silenzio per timori di ritorsioni. Dietro all’omicidio ci sono tentativi di intimidazione, il rifiuto di una proposta di matrimonio giunta da un musulmano, il desiderio di istradare la ragazza sulla via della schiavitù o della prostituzione. Le famigli cristiane, piuttosto deboli a livello sociale, sono vittime predestinate. Anche per l’altro caso di violenza la famiglia della ragazza, che ora è incinta, teme ritorsioni.

«La situazione è drammatica: la Chiesa cattolica locale ha assunto le difese della famiglia e ha denunciato il caso alla polizia che attualmente sta svolgendo indagini» ha raccontato padre Khalid Rashid Asi, Vicario Generale di Faisalabad. Secondo il Centre for Legal Aid Assistance and Settlement (CLAAS) sequestri e violenze sessuali ai danni delle ragazze cristiane sono in crescita, spesso al fine di conversioni e matrimoni forzati. I casi in genere restano impuniti.





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Lucca, Ines ha 87 anni e Daniele 49 Tribunale dà l'ok: possono sposarsi

di Redazione


A giugno la nipote aveva bloccato le nozze accusando la zia di non essere capace di intendere e di volere. Ora il Tribunale ha restituito a Ines la piena libertà e i due possono sposarsi



 

Lucca - Avevano deciso di sposarsi, ma la nipote di lei ha cercato di impedirlo chiedendo la sospensione del matrimonio per incapacità di intendere e volere della zia. Ines Orsolini ha infatti 87 anni, mentre il suo promesso sposo, Daniele Bernardi, ne ha appena 49. Con due sentenze, però, il Tribunale di Lucca ha restituito a Ines, ex ostetrica, la piena libertà spazzando via l’accusa della nipote, consentendo agli sposini di Massarosa (Lucca) di convolare a nozze.

La sospensione a giugno La nipote, Liana Marie Hein, vive in America ed è la figlia del fratello di Ines, oltre che l'unica parente della donna. A giugno, Liana aveva chiesto alla procura di Lucca di sospendere le nozze e aveva denunciato il futuro sposo, esperto di elettronica industriale e divorziato, e la madre di lui per circonvenzione di incapace. Così, oltre alla sospensione, a Ines era stato assegnato anche un amministratore di sostegno, ora tolto dal Tribunale. Secondo la parente di Ines, lo sposo vuol mettere le mani sul patrimonio di lei. Quando ha saputo di poter pronunciare finalmente il fatidico "sì", l'87enne ha commentato: "Daniele, ora possiamo fare quello che ci pare"





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Casa di Montecarlo, il valore fissato al passaggio di proprietà fu congruo»

Corriere della sera


Documento delle autorità monegasche sull'appartamento donato ad An dalla contessa Colleoni


MILANO - Le autorità di Montecarlo hanno definito congruo il valore (l'equivalente di circa 240mila euro in franchi francesi) che fu dato all'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte 14 da Alleanza Nazionale nel 1999 quando fu certificato il passaggio del bene che veniva donato dalla contessa Anna Maria Colleoni. L'informazione è pervenuta alla procura di Roma che nella seconda rogatoria aveva sollecitato l'integrazione di una serie di documenti per individuare l'esatto valore da attribuire all'immobile monegasco e capire poi se la vendita, avvenuta intorno ai 300mila euro nel 2008, avesse danneggiato qualcuno. Tra le carte arrivate dovrebbero esserci anche le valutazioni, specie sotto il profilo fiscale, fatte dall'ufficio del registro di Montecarlo fino alla cessione dell'immobile a una società off-shore. L'appartamento è attualmente occupato da Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini.

L'INCHIESTA - I magistrati romani titolari degli accertamenti avviati, contro ignoti, per truffa aggravata, stanno dunque vagliando i documenti concernenti la casa. Sulla base di tutte queste carte, e non se ne attendono altre da Montecarlo, gli investigatori, diretti dal procuratore capo Giovanni Ferrara, sarebbero intenzionati a definire il procedimento entro la fine del mese di ottobre. Sull'esito di questa valutazione - che potrebbe portare anche a una richiesta di archiviazione o all'emissione di inviti a comparire - a piazzale Clodio, si mantiene il più stretto riserbo.

Redazione online
13 ottobre 2010




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Sorprende e picchia due ladri

Il Secolo xix


Ha reagito al tentativo di furto dell’auto. Uno dei malviventi in ospedale



Ha sorpreso due persone che cercavano di rubargli la macchina. Ha così deciso di intervenire in prima persona. È sceso di casa, ha affrontato i due uomini a mani nude. Uno dei due è riuscito a scappare, l’altro, dopo un primo controllo al pronto soccorso dell’ospedale San Paolo di Savona dove lo hanno creduto ubriaco, è stato trasferito d’urgenza al Santa Corona di Pietra Ligure con gravi traumi alla nuca. L’uomo infatti, aveva perso conoscenza più volte, ma subito non si era capito che fosse successo per le percosse.

Erano da poco passate le 20 e trenta di lunedì sera. Due uomini, un italiano e un sudamericano, stavano passando per via Giacchero. Sono due ladruncoli che, probabilmente stanchi di girare a piedi, decidono di rubare una macchina. Si avvicinano così ad un’auto parcheggiata al ciglio della strada, si avvicinano e cercano di forzarla. Non si accorgono però che il proprietario, L.F. di 49 anni, li sta guardando. L’uomo, appena si accorge che l’auto presa di mira è la sua, scende bellicoso verso i due ladri e inizia a picchiarli di santa ragione. Troppo, forse. L’italiano, del quale non si conoscono ancora le generalità, riesce a fuggire, l’altro invece rimane a terra stordito, perdendo anche i sensi.

Una chiamata arriva così al centralino del 112. Una donna chiede aiuto per una rissa. La donna al telefono è la moglie del proprietario del mezzo. Una pattuglia dei carabinieri raggiunge via Giacchero e trova l’uomo sudamericano a terra mentre dell’aggressore non c’è traccia. Sarà la moglie a spiegare il perchè di tante botte. Intanto l’uomo ferito viene trasportato in codice giallo al pronto soccorso savonese. In un primo momento, viste le sue difficoltà nell’esprimersi e nel reggersi diritto in piedi, si pensa che possa essere anche ubriaco.

Passa però poco tempo prima che i medici si accorgano di una profonda ferita alla nuca dell’uomo che, nel frattempo, perde nuovamente conoscenza. Si decide così un trasporto d’urgenza all’ospedale di Pietra Ligure mentre i carabinieri si mettono sulle tracce di F.I., che ha lasciato il cellulare a casa e si è allontanato prima dell’arrivo degli uomini dell’arma. L’uomo, che da vittima di tentato furto è diventato colpevole di aggressione, è stato così rintracciato ieri mattina e accompagnato in caserma dove è scattato prima il fermo e poi, grazie al miglioramento delle condizioni del ladro, una denuncia a piede libero per lesioni gravi.



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Leghista affitta un locale per farne una moschea

Corriere della sera

Simpatizzante del Carroccio mette a disposizione un ex garage: «Non sono razzista, mi fa piacere che i musulmani abbiano un luogo di preghiera»



Una moschea è nata all'interno di un ex garage nel Vicentino (archivio)

Una moschea è nata all'interno di un ex garage nel Vicentino (archivio)


VICENZA - Si proclama simpatizzante della Lega e il fratello è un politico locale del Carroccio ma ciò non gli ha impedito di affittare un locale a immigrati musulmani per farne una moschea. Ad Alte di Montecchio (Vicenza) decine di musulmani, soprattutto bengalesi, ogni venerdì vanno a pregare nel garage di proprietà di Mirco Quaggiotto, che dice di essere un ammiratore di Bossi: «Ma non è detto che chi segue una linea politica sposi interamente le tesi del partito - spiega Quaggiotto sul Giornale di Vicenza - Non sono razzista. Ho affittato il locale a questa società di stranieri che paga regolarmente l’affitto e in contanti. Eticamente sono molto corretti». Lo spazio, molto piccolo, ricavato nell’ex garage, è nato come centro di cultura islamica per portare soprattutto i bambini a giocare e ad imparare l’italiano. Nel tempo però è diventato anche un luogo di preghiera per alcuni giorni della settimana e di festeggiamenti in occasione dell’ultimo Ramadan. (Ansa)


13 ottobre 2010






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Sequestrati due milioni di litri di vino: adulterato con liquido di refrigerazione

Corriere della sera


Operazione della GdF di Trapani: parte del vino
era fuorilegge anche per l'acidità riscontrata




TRAPANI - La Guardia di Finanza ha sequestrato oltre 2 milioni di litri di vino in parte inquinato da liquido da refrigerazione e in parte irregolare per l’acidità riscontrata, notevolmente superiore al valore massimo consentito dalla legge, in una cantina vinicola di Castellammare del Golfo. Il nucleo di polizia tributaria di Trapani su disposizione della Procura di Trapani, con l’aiuto dei tecnici dell’Asp 9 di Trapani e dell’Arapa Sicilia, ha sequestrato l’impianto di lavorazione di prodotti vinicoli di Castellammare del Golfo «in quanto il ciclo produttivo di trasformazione avveniva senza l’utilizzo del depuratore da tempo non funzionante».

REFLUI SCARICATI NELLE FOGNE - La Finanza dice che «è stato accertato che i reflui liquidi, altamente inquinanti, derivanti dalla lavorazione delle uve, venivano convogliati direttamente nella rete fognaria, per poi defluire successivamente verso il mare, ove nei giorni precedenti all’intervento era stata notata un’intensa scia di colore rosso». Le analisi chimiche sul vino, poi, hanno dimostrato che la bevanda non era commercializzabile.

COLDIRETTI - Il rappresentante legale e presidente del Cda della cooperativa che gestisce l’impianto è stato segnalato alla Procura per «violazioni di carattere penale in materia di inquinamento ambientale, delitti colposi contro la salute pubblica e adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari». La Coldiretti commentando l’operazione dice che «il commercio di vino adulterato con refrigerante colpisce gravemente un settore che dopo la grave crisi del metanolo ha saputo recuperare in un quarto di secolo grande credibilità grazie all’impegno dei produttori, diventando il simbolo del successo made in Italy all’estero». «Tolleranza zero - chiede la Coldiretti - di fronte al ripetersi di questi fenomeni che mettono a rischio il lavoro di centinaia di migliaia di agricoltori impegnati a garantire la qualità a tavola».

Redazione online
13 ottobre 2010




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La rivista dei qaedisti: «Lanciatevi con un'auto su marciapiedi affollati»

Corriere della sera


Ricca di articoli e consigli per chi vuole ammazzare il prossimo: attenti agli informatori

Uscito il secondo numero di Inspire


WASHINGTON – Ricco di articoli e consigli per chi vuole ammazzare il prossimo, è uscito il secondo numero di Inspire, rivista online in inglese redatta da militanti yemeniti di Al Qaeda. Questa volta, il pezzo più interessante è quello legato alle azioni individuali da condurre nei Paesi nemici. L’autore, Yahyia Ibrahim, suggerisce ai mujahedin che vivono in Occidente di lanciarsi con una vettura su un marciapiede affollato o contro i tavolini di un ristorante a Washington e in altre città. Tattica semplice che è già stata usata in passato da militanti di Hamas a Gerusalemme.

PIANI - L’ideale – aggiunge – è un veicolo 4x4 che può essere reso ancora più letale sistemando parti taglienti sui paraurti. Sempre l’istruttore incoraggia i militanti a scegliere le aree pedonali, possibilmente quelle più anguste, in modo da impedire la fuga ai bersagli. Se poi l’attentatore ha una pistola può usarla per sparare sui feriti. Ma Ibrahim avverte: questa è una «missione sacrificale». Termine con il quale i qaedisti indicano un attacco simile all’azione suicida. È difficile uscirne vivi. Su Inspire – 74 pagine, ben illustrate – si invitano poi i mujahedin a non recarsi per forza in Pakistan: «Agite in Occidente, per uccidere il serpente colpite alla testa». Altre regole pratiche per «i fratelli in Serpenti Uniti d’America»: attenti agli informatori, evitate prima dell’attacco di frequentare jihadisti, cauti nell’uso delle email.

NOMADI DELLA JIHAD - Per gli analisti la rivista tende a pubblicare materiale già uscito, ma va seguita perché si rivolge ai «nomadi della Jihad». Giovani di origine mediorientale che vivono in Occidente e che desiderano unirsi ai piani di Al Qaeda. Dietro Inspire c’è, infatti, Samir Khan, un saudita cresciuto nel Queens (New York) e poi tornato un anno fa nello Yemen per unirsi al gruppo dell’imam Al Awlaki, uno yemenita nato in New Messico e ispiratore di recenti attacchi. Tutte operazioni condotte da militanti che vivevano già in Occidente: dall’autore della strage di Fort Hood all’attentatore con le mutande bomba.

Guido Olimpio
13 ottobre 2010



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Il metodo Concita? Insultare i giornalisti

di Paolo Bracalini


Il direttore de l’Unità ordina ai suoi cronisti dieci pagine di veleni. Il Giornale definito "un canile di segugi scatenati". Niente male per la De Gregorio allergica a dossier e scherzi. E' conciliante solo quando si occupa del suo sponsor Veltroni



 

Roma - Ha ragione la De Gregorio quando dice che non è il Pd l’editore di riferimento dell’Unità, che fa solo capo a Renato Soru (solo casualmente ex governatore sardo del Pd, partito che solo casualmente fa versare allo Stato diversi milioni annui all’Unità). Il suo editore di riferimento non è il Pd, è proprio Walter Veltroni. Tra i due c’è un'antica liaison intellettuale, un'affinità elettiva che solo casualmente è coincisa con la nomina della Concita in quella poltrona quando, del tutto casualmente, Veltroni ricopriva la poltrona di segretario del Pd. Peraltro la bionda direttrice, che si divide tra casa e bottega (nemmeno più oscura), tra figli e lavoro, e che di questo incredibile travaglio personale ha dato persino conto in un libro, a Repubblica era l'addetta ufficiale all'esegesi del veltronismo. Si ricordano cronache memorabili della direttrice allora inviata, un pathos che una volta sì e l'altra pure sfociava in una qualche commozione, condizione dell'anima prettamente veltroniana e quindi anche concitiana.


Ieri invece la direttrice ha messo da parte le bambole per mostrare i muscoli, confezionando un dossier (anzi, una seria inchiesta giornalistica) contro quel «canile di segugi scatenati» che poi saremmo noi altri del Giornale. Dieci pagine, dicasi dieci, per pubblicare la solita ribollita sulla «fabbrica dei veleni» (ma perché poi il quotidiano dei lavoratori disprezza così le fabbriche?), sui dossier contro i «nemici del padrone», e altre carinerie del genere. Niente di che, si vede subito che la signora è più portata all'encomio che all'attacco. La sviolinata però gli riesce ai massimi livelli solo con l'amato Walter. Il quale l'ha sempre ricambiata con generosità, chiedere informazioni ad Antonio Padellaro, ex direttore dell’Unità (oggi del Fatto) un po’ troppo critico verso il «padrone» Pd, defenestrato in quattro e quattr'otto per lasciare il posto alla sciantosa penna dal nome spagnoleggiante.


Il peggio è che Padellaro lo seppe leggendo un'intervista del Corriere a Veltroni, il quale a domanda sul futuro dell'Unità rispose testuale: «In un mondo di giornali che fanno prediche femministe ma hanno ai vertici pochissime donne, mi piacerebbe una donna alla direzione dell'Unita». Una pugnalata alla schiena di Padellaro, direttore di fatto già sfiduciato tramite Corriere, ed una palese offerta di lavoro per la Concita, già prontissima ad accettare il grave compito indicato dal capo partito. Padellaro, e lo si può comprendere, non la prese benissimo: «Quell'intervista in cui Veltroni, da segretario di partito, annunciò il cambio, resta un caso senza precedenti. Lo avesse fatto Silvio Berlusconi noi lo avremmo denunciato e criticato». Invece per Veltroni/Concita nessuno disse nulla, se non grandi incoraggiamenti e applausi per la donna che finalmente avrebbe guidato un grande quotidiano.


La De Gregorio, tuttavia, non può certo essere accusata, al pari dei «cani» del Giornale (lei, con tipico sessismo femminista, trova intollerabile che qualcuno dica «oca» a una donna, mentre «cane» a un uomo va benissimo), di compiacere il padrone. Lei no, non ha mai compiaciuto Veltroni, lo ha solo stimato molto. Quando uscì il primo romanzo catatonico di Veltroni, La scoperta dell’alba, la De Gregorio accorse palpitante per rendere omaggio - superando nello sprint la folla di lecchini pronti a elogiare il potente sindaco di Roma - al Saul Bellow de ’noatri, con un’intervista-ritratto-beatificazione sul Venerdì di Repubblica. Il pezzo esordiva con una sintesi biografica al vetriolo: «Fa il sindaco ma anche la notte il dj, ama il jazz ma anche il tango, è stato ministro e segretario di partito ma anche doppiatore di cartoni animati, è amato in Vaticano e amico di Israele, tifoso di calcio ma anche di pallacanestro, organizzatore di viaggi ad Auschwitz e in Africa per le scuole ma anche promotore del primo festival del cinema nazional-popolare (per il pubblico, cioè, non per le major)». Dopo questa sferzante critica, la De Gregorio passava agli elogi, quelli sul libro, a suo dire un’opera imperdibile, una specie di summa della letteratura del Novecento. 


«Un giallo, un noir, un thriller psicologico, un romanzo sugli anni di piombo, un racconto metafisico e forse onirico, una confessione autobiografica: un poco di tutto questo insieme». Riavutosi dal colpo, lei lo provocava con un’altra domanda di quelle toste: «Anche questo romanzo sembra pronto per diventare un film, scrive pensando al cinema?». Però non è che l’intervista fosse tutta rose e fiori, c’era anche la parte politica, con un vero scoop: la confessione di Veltroni sul suo prossimo congedo dalla politica («Sì, penso all’uscita di scena. Lo farò»). Invece no, lui sarebbe diventato leader di un nuovo partito e lei direttrice del quotidiano di quel partito, vedi il destino alle volte... 


Altri esempi concitiani (e concitati) di indipendenza, anzi quasi di ribrezzo per il potere, si erano letti su Repubblica, sempre a riporto del mitico Walter. «Come Obama», così mestamente iniziava un pezzo della De Gregorio (grazioso watchdog del Pd) per raccontare la campagna elettorale di Veltroni nel 2008, paragonata sobriamente a quella di Barack Obama (un imitatore americano di Veltroni) e al campionato dei Giants, vincitori inaspettati del Superbowl, con una metafora sportiva di quelle che mandano Veltroni in brodo di giuggiole. Purtroppo il Pd non fece come i Giants alle successive politiche, altrimenti la de Gregorio avrebbe sfoderato il suo repertorio neo-romantico già esibito nel 2001, quando Veltroni vinse sul serio, non al cinema, le amministrative per il Campidoglio.


Il pezzo dell’attuale direttora sembrò scritto da Veltroni stesso. E vai con «Veltroni ha gli occhi che luccicano, le lacrime che tutti si aspettano, di liberazione e di rivincita, di allegria vera, di sollievo». «E poi centinaia di persone che da mesi, forse da anni non avevi visto più nei congressi e nelle sezioni, ai comizi e ai convegni». «La sinistra è tornata, eccola». Eccola, che tripudio grazie a Walter il Magnifico, che si fa attendere ma poi «eccolo, sì, sta arrivando». Che emozione, arriva. «C’è una bolgia inaudita, le donne gli lanciano dei fiori», forse moltiplicherà i pani e i pesci, chissà. Oddio, c’è anche il nipotino di Veltroni, che dice «aspetto lo zio, lo voglio salutare». No, è troppo, sul nipotino il lettore crolla dall’emozione per il canto concitiano pro-Walter. Che ingiustizia parlare di oche, questo è un meraviglioso usignolo.





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Lenin architetto del terrore

Avvenire


«Dell’uomo si può fare quel che si vuole! Io voglio che nel pensare e nel reagire le masse russe seguano uno schema comunista!». Con queste parole, pronunciate poco dopo il colpo di mano del 25 ottobre 1917, Vladimir Il’ic Ul’janov – in arte Lenin – si rivolgeva al fisiologo russo Ivan Pavlov per chiedergli se il suo lavoro di scienziato sui riflessi condizionati del cervello potesse aiutare il Partito a «controllare il comportamento umano».

Ed è esattamente questa, al di là delle contingenze e dei diversivi tattici del momento, la posta in gioco che la hýbris leninista bramava fin dall’inizio: «raddrizzare il legno storto dell’umanità». Raddrizzarlo nel senso voluto da Lenin (ossia: «Costringeremo il genere umano a essere felice, costi quel che costi!»).

Da questo punto di vista l’opera di Sergej Mel’gunov che viene presentata al pubblico italiano dopo quasi novant’anni dalla sua apparizione in lingua russa a Berlino – opera che va letta al tempo stesso come rigetto morale e messa in guardia intellettuale di un socialista deciso a far conoscere per la prima volta al mondo l’«abisso» in cui era sprofondata la Russia dopo la presa del potere dei bolscevichi – rappresenta un’occasione straordinaria per osservare in presa diretta, senza veli e senza distorsioni gli eventi per come si sono svolti, i primi decisivi atti di quell’immane tragedia che ha condizionato la storia europea e mondiale del XX secolo.

In Italia questo libro, che è stato il primo a denunciare pubblicamente nel dicembre 1923 la realtà storica in cui si è affermato il potere bolscevico in Russia, non ha mai trovato nessun editore disposto a farne conoscere gli sconvolgenti contenuti. L’opera di Mel’gunov risulta un contributo imprescindibile per chiunque voglia capire a fondo la situazione che si è determinata in Russia negli anni successivi ai «dieci giorni che sconvolsero il mondo».

Una delle cose più ardue da far rivivere oggi, di quella convulsa sequenza, risiede per esempio nella «furia rivoluzionaria» che i bolscevichi misero in campo per cancellare fin da subito qualsiasi traccia della cultura preesistente, fosse essa iconografica, ideografica o semplicemente letteraria, quasi a voler marcare col fuoco un «prima» e un «dopo» il loro avvento messianico nella stanza dei bottoni. Bisognava insomma «sparare sugli orologi del tempo alienato» per costituire il «nuovo calendario» della civiltà futura, cosa che appunto proponeva uno dei massimi esponenti del movimento Proletkul’t (acronimo di "Cultura proletaria") per lumeggiare quale sarebbe stato l’apporto paracletico dei rivoluzionari finalmente giunti al potere: «In nome del nostro domani – si leggeva su un documento ufficiale del gruppo –, metteremo al rogo Raffaello, distruggeremo i musei, schiacceremo i fiori dell’Arte».

Ovvio che, con una simile «rivoluzione totale» da portare a compimento, il Partito comunista e i suoi «ingegneri delle anime umane» ("inzenery celoveceskich duš") non si sarebbero più fermati fino a quando gli individui sottoposti al suo imperio non si fossero finalmente trasformati in «rotelle» ("vintiki") impersonali e sostituibili di un «ingranaggio tecnico».

Oppure in una sorta di «robot umani» incapaci di pensiero individuale e perfettamente obbedienti a quel «demone della distruzione e demiurgo della creazione» che fu Lenin. Ma come riuscire ad imporre a un sesto del mondo un simile programma in così breve tempo? Semplice, con il «Terrore rosso di massa». Un Terrore programmato, brutale e inesorabile che era stato architettato da Lenin molto prima della «rivoluzione», il quale si estese fin da subito all’insieme della popolazione e all’esercito. Il sistema era poi ulteriormente «integrato», come mezzo per indurre chiunque a sottomettersi alla «dittatura del proletario», dalla più completa licenza di saccheggio, rappresaglia e sterminio dei «nemici di classe».

Fu dunque sotto il regime di Lenin, e non sotto quello di Stalin, che la Ceka creò un autentico Stato di polizia, e fu sempre Lenin a compiere la mostruosità giuridica di fondere in una sola struttura gli organi che conducevano l’istruttoria, quelli che emettevano i verdetti, spesso alla pena di morte, e infine quelli che eseguivano le condanne. Essa era stata organizzata in modo tale da poter disporre di proprie infrastrutture leviataniche, dai comitati di controllo insediati in ogni fabbrica fino ai «campi di rieducazione mediante il lavoro», nel cui ambito operavano oltre duecentocinquantamila addetti, la cui ferocia e arbitrio senza limiti potevano evocare, mutatis mutandis, gli omologhi opricniki, i detestati scherani di Ivan il Terribile.

Durante la guerra civile erano costoro a garantire la sopravvivenza del regime sul cosiddetto «fronte interno», quando ormai il Terrore era la conditio sine qua non del sistema. Un’attività, quella delle «Commissioni istruttorie straordinarie, che costituisce un esempio forse unico nella storia dei popoli civili». In aggiunta agli illimitati poteri di cui godeva, la Ceka, «il cui lavoro si svolge in condizioni particolarmente difficili», venne dichiarata «infallibile» e fu proibita ogni critica nei suoi riguardi. Nei primi mesi successivi all’Ottobre, attuando le idee di Lenin e sotto la sua personale direzione, si delineò quindi compiutamente uno Stato di tipo nuovo, uno Stato totalitario caratterizzato non dal rigore della legge, ma essenzialmente dall’arbitrio più totale.

A tale riguardo un alto funzionario della Ceka, Iosif Unšlicht, nelle sue affettuose memorie su Lenin scritte nel 1934, osservava con malcelato orgoglio: «[Lenin] trattava con implacabile brutalità i gretti membri del partito che deprecavano la spietatezza della Ceka; egli derideva e sbeffeggiava l’“umanità” del mondo capitalista». Se il partito era l’ossatura dell’apparato statale, la Commissione straordinaria ne era la muscolatura. Il partito forniva l’Idea: «tutto è lecito, lavoriamo per la Storia». La Ceka invece, «questa meravigliosa macchina per distruggere l’essere umano», forniva il braccio che attuava l’arbitrio assoluto.

È stato assai difficile raffigurarsi quanto avvenuto di fronte a una vulgata storiografica compiacente, fraudolenta, omertosa e quasi sempre mistificante, che aveva come sua precipua missione d’impedire la conoscenza di quel gigantesco esperimento d’ingegneria sociale per ciò che veramente ha rappresentato. Forse, a oggi, il più terrificante e grandioso dell’intera storia dell’umanità.

Paolo Sensini




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Preso 'o sbirro, il reggente dei Casalesi Maroni: altro duro colpo alla camorra

Il Mattino



CASERTA (13 ottobre) - Francesco Barbato, 31 anni, è stato fermato dalla polizia a Castelvolturno, nel Casertano. Barbato, irreperibile da mesi è stato fermato in base ad un provvedimento emesso dal Pm della Direzione distrettuale antimafia per associazione camorristica. L'indagato viene ritenuto dagli investigatori il 'luogotenente' di Nicola Schiavone, arrestato nei mesi scorsi e ritenuto a lungo il reggente dell'omonimo clan diretto dal padre Francesco, detto 'Sandokan' in carcere da 12 anni. Barbato è stato fermato dalla polizia casertana mentre si trovava nell'abitazione di un amico, incensurato come lui.
«La cattura di Barbato, è un altro colpo durissimo al cuore dell'organizzazione che sta subendo un'offensiva dello Stato senza precedenti». Lo dice il ministro dell'Interno Roberto Maroni, congratulandosi con il capo della Polizia prefetto Antonio Manganelli, per l'arresto del boss Francesco Barbato eseguito dalla Squadra mobile di Caserta.


Il personaggio. Francesco Barbato, soprannominato 'o sbirre', secondo le indagini coordinate dalla Dda partenopea, dopo l'arresto di Nicola Schiavone e di altri elementi di spicco dell'organizzazione, era divenuto il principale referente della fazione dei Casalesi facente capo alla famiglia Schiavone. Aveva trovato rifugio in un'abitazione di un incensurato, a Castel Volturno, sul litorale casertano. Dell'uomo si erano perse le tracce il 15 giugno scorso, dopo l'arresto di Nicola Schiavone, figlio del boss Francesco, detto Sandokan, in carcere da anni con condanna all'ergastolo. Il primogenito di 'Sandokan' fu arrestato perchè ritenuto mandante dell'omicidio di tre affiliati alla cosca, Francesco Buonanno, Modestino Minutolo e Giovabattista Papa, uccisi nelle campagne di Villa di Briano per uno sgarro all'organizzazione.


Nel corso di un'altra operazione, all'alba di questa mattina, la Squadra Mobile della Questura di Napoli, al termine di un'indagine coordinata dalla locale Dda, ha arrestato per associazione di tipo mafioso due imprenditori edili affiliati al clan camorristico Zagaria aderente al cartello dei Casalesi. Si tratta dei fratelli Luigi Abbate, 46enne, e Vincenzo Abbate, 55enne. Nell'ambito della stessa indagine, militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli e dello Scico, hanno sequestrato imprese edili, immobili e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di circa 7 milioni di euro riconducibili agli imprenditori arrestati.





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Belluno, la Lega rifiuta il Tricolore anche nel giorno del funerale dei quattro alpini

Il Messaggero


Tre dirigenti del Carroccio disobbediscono all'ordinanza
«Profanato il sacrificio dei nostri uomini»



BELLUNO (12 ottobre) - È ancora il Tricolore, nel giorno del funerale dei quattro alpini uccisi in Afghanistan, a dividere la politica veneta per l'idiosincrasia di alcuni esponenti della Lega Nord alla bandiera italiana. Succede a Belluno, città della caserma Salsa, dov'erano di stanza i quattro militari del 7/o Reggimento alpini della Brigata Julia, che oggi era in lutto cittadino in occasione delle esequie svoltesi a Roma.

Il Comune, con un'ordinanza della giunta, aveva chiesto alla gente di esporre il Tricolore alle finestre delle case e a rispettare un minuto di silenzio. Ma alla vigilia dei funerali di Stato, ai quali ha preso parte anche il presidente del Veneto Luca Zaia, sono state le prese di posizione di tre esponenti locali del Carroccio ad infiammare la polemica.

«La bandiera italiana? È nel cassetto, ben ripiegata. E lì resterà finché non torneranno gli ideali originali, che sono stati usurpati», ha detto Ivano Serafini, capogruppo del Carroccio. Anche Jacopo Savasta, responsabile enti locali della Lega a Belluno, pur partecipando al cordoglio per la morte dei quattro militari, ha annunciato che non avrebbe esposto alla finestra la bandiera italiana, «perché - ha spiegato - sono separatista». Più articolata la posizione del consigliere comunale Paolo Costa, sempre del Carroccio, che si è detto «del tutto indifferente sul tricolore. Trovo normale che il Comune e le Forze Armate espongano la bandiera, ci sta; ma che si chieda ai cittadini di fare altrettanto, un po' meno».

L'ordinanza che invitava i bellunesi ad esporre il tricolore e ad osservare un minuto di silenzio era stata tuttavia sottoscritta proprio da un leghista, il vice sindaco di Belluno Leonardo Colle. Le prime reazioni sono arrivate dal Pd, che con il responsabile enti locali Davide Zoggia ha sottolineato come «il disprezzo della Lega per i colori nazionali non si fermi neanche di fronte ai caduti. La decisione dei tre consiglieri leghisti di Belluno di opporsi all'esposizione del tricolore in omaggio dei nostri caduti in Afghanistan è cosa indegna. È il segno indelebile della distanza della Lega da questo paese». Per il consigliere regionale Sergio Reolon, ex presidente della Provincia di Belluno, le parole dei tre esponenti del Carroccio «profanano in modo disumano il sacrificio dei nostri uomini caduti in Afghanistan».

Critiche ai tre leghisti bellunesi sono arrivate anche dagli alleati del Pdl in Veneto. Il capogruppo in Consiglio regionale, Dario Bond, ha chiesto a Luca Zaia di ricondurre «al senso della realtà» i suoi tre compagni di partito, spiegando loro «la differenza tra l'offesa gratuita ad un simbolo nazionale in occasione di un lutto così grave e il reclamare il federalismo fiscale o l'autonomia». In ogni caso oggi, per il funerale nella capitale dei quattro militari, Belluno ha presentato tutti i palazzi istituzionali con il tricolore a mezz'asta e in centro storico sono state molte le abitazioni dove è comparsa la bandiera italiana.





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Il marito le ha amputato il naso Adesso Aisha torna a sorridere

di Redazione


La ragazza, 18 anni, dopo aver subito ogni tipo di abusi dalla famiglia del marito, era scappata ed è stata condannata all'amputazione di naso e orecchie. Ora sfoggia sorridente una protesi, ma presto sarà sottoposta a un'operazione di chirurgia estetica



 
 
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Los Angeles -  Quando ha ricevuto l'Enduring Heart Award dalle mani di Mary Shriver, moglie del governatore Arnold Schwarzenegger ed esponente del clan dei Kennedy, sfoggiava un sorriso smagliante, ma soprattutto un naso nuovo, anche se ancora un protesi. Protagonista è Bibi Aisha, la 18enne a cui il marito ha tagliato il naso.

La storia di Aisha A 16 anni, Aisha è stata costretta dal padre a sposare un talebano, spesso assente, ma la famiglia del marito la trattava "come una schiava", come lei stessa ha detto, oltre a farla a dormire in una stalla con gli animali. Ha provato così a scappare, ma, scoperta, è stata condannata da un giudice talebano all'amputazione di naso e orecchie. Ad eseguire la condanna, lo stesso marito, che l'ha poi abbandonata sulle montagne del sud dell'Afghanistan, dove è stata ritrovata in fin di vita e trasferita a Kabul, grazie all'associazione Women for Afghan Women.

Un premio e un'operazione chirurgica Alla ragazza, il Time dedicò una copertina e ora ha ricevuto il premio, l'Enduring Heart Award appunto, che la fondazione Grossman Burn consegna alle donne coraggiose vittime della barbarie umana. E sarà proprio la fondazione californiana a finanziare l'operazione al nasoCome tutti, la fondazione californiana è stato scioccata dalla copertina di Time Magazine con il viso sfigurato della ragazza, che ha tentato di scappare dal marito talebano. Alla Shriver Aisha ha risposto con un sentito "thank you so much", grazie mille, consapevole che nei prossimi mesi per lei la vita cambierà completamente. La ragazza era stata promessa in matrimonio a un talebano all'età di 12 anni e consegnata alla famiglia del promesso sposo,





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Messico: ucciso il poliziotto che indagava sul misterioso delitto di un turista Usa

Corriere della sera


Il cadavere è stato decapitato e abbandonato presso una caserma dell’esercito

Lo statunitense sarebbe stato ucciso dai narcotrafficanti dei Los Zetas


David Hartley con la moglie Tiffany
David Hartley con la moglie Tiffany
WASHINGTON – Il comandante Rolando Flores cercava di far luce sul misterioso delitto di David Hartley, turista americano assassinato il 30 settembre nel lago Falcon al confine tra Messico e Texas. Con l'inchiesta non è andato troppo lontano: lo hanno ucciso e decapitato. Poi hanno abbandonato il cadavere vicino a una caserma dell’esercito. Le autorità messicane hanno sostenuto che l’esecuzione non sarebbe collegata al caso del turista, ma fonti statunitensi non lo escludono.

INDAGINI - Le indagini, dopo essere partite al rallentatore, sembravano aver individuato i possibili aggressori. Hartley sarebbe stato freddato dai fratelli, Juan e José Farias, due membri dei Los Zetas, organizzazione di narcotrafficanti che taglieggia la zona. Uno sviluppo interessante accompagnato, però, da minacce da parte dei criminali. Pressioni che, insieme a duri scontri avvenuti attorno al lago, avrebbero costretto i poliziotti a sospendere le ricerche del corpo di Hartley. La vicenda ha suscitato polemiche e sospetti lungo il confine. Con due versioni opposte.

VERSIONI - La prima, quella di Tiffany Hartley, sostenuta dai politici locali: avevamo deciso di fare una gita con due moto d'acqua sul lago Falcon (che per metà è in Messico) e siamo stati aggrediti dai pirati, mio marito è stato assassinato. La seconda, quelle delle autorità del Paese centro-americano: non abbiamo le prove dell’assalto, strano che non si siano trovati corpo e moto-ski. Dubbi che hanno portato i familiari di David a sollecitare un intervento del dipartimento di Stato su Città del Messico. Con il passare dei giorni i messicani sono sembrati dare credito a quanto raccontato da Tiffany. Anche perché sul lago Falcon, durante l’anno, vi sono stati diversi attacchi nei confronti di pescatori ed escursionisti statunitensi. Infine, si è arrivati ai sospetti sui fratelli Farias. L’uccisione del comandante Flores potrebbe ora fermare o rallentare la caccia ai killer.

Guido Olimpio
13 ottobre 2010



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Tassista aggredito: «Le canzoni della Nannini per farlo uscire dal coma»

Corriere della sera


La fidanzata Patrizia: «Il nostro è stato un amore a prima vista». Massacrato per aver investito un cane


per il pestaggio sono state arrestate tre persone


Luca Massari con Patrizia
Luca Massari con Patrizia
MILANO - Ogni giorno gli è accanto e gli canta «Sei nell'anima» di Gianna Nannini. E poi gli racconta tutto. Degli amici che sono andati a trovarlo. Tanti amici. E di cosa hanno fatto i familiari in tutti questi momenti di angoscia. Lui, Luca Massari, 45 anni, il tassista massacrato di botte solo per avere investito un cane, è lì, sul lettino del reparto di rianimazione del Fatebenefratelli. Luca è in coma. Ha una sondina nel cranio che gli controlla la pressione del sangue. Le sue condizioni sono stabili, ma i medici non si sbilanciano ancora (leggi il bollettino medico di mercoledì mattina). Chi gli parla, lo coccola, gli sussurra frasi d'amore è Patrizia, 42 anni, origini napoletane, da un paio di mesi fidanzata di Luca. «Da fine agosto. Eravamo in tanti in un locale. Mi sono girata e l'ho visto. Gli ho sorriso e non ci siamo più lasciati».

Piange. Si blocca. Piange ancora. Non riesce a trattenersi. E, con le lacrime che scendono, dice che Luca è «solare, premuroso. Con lui i giorni sono stati tutti belli. La nostra felicità, il nostro amore, ci spaventava. E ne parlavamo». Patrizia ha un rimorso che la tormenta: «Avrei voluto essere lì quel giorno dell'aggressione. Avrei difeso Luca con le unghie e con i denti. Avrei voluto prendere io tutte quelle botte. Lui non se lo meritava». Ancora emozione. E un nodo in gola che non le fa uscire altre parole. Torna dal suo Luca.

Gli prende una mano e gli sussurra: «Amore, ti devi svegliare presto. Lo so, ti vuoi riposare un po', sei stanco. A me va bene, io ho tanta pazienza. Dormi ancora. Ma ti devi svegliare, perché dove vai tu vado anch'io». E di nuovo ricordi. Le decine di sms che si mandavano ogni giorno. Di quando lui le cantava i motivi di Biagio Antonacci e della sua mania per l'orto, «perché Luca è vegetariano, con un'eccezione per il pesce».

Michele Focarete
13 ottobre 2010



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Fuorilegge i sindaci "affama randagi"

di Maria Paola Gianni

Il fenomeno non si combatte abbattendo cani e gatti perché considerati pericolosi. L’esempio positivo del Verano a Roma. Nel cimitero della capitale vivono ben 428 felini. E decoro e igiene sono garantiti



 

Chissà cosa passerà per la testa di quei sindaci autori di ordinanze "affama-randagi". Capaci di emanare beceri atti amministrativi che perseguitano animali disgraziati e persone di buon cuore nel nome della cosiddetta "salute e igiene pubblica". Chissà, magari ispirati da quei due o tre contestatori dell'ultima ora che "abbaiano" e minacciano, richiamando all'ordine questi piccoli primi cittadini, ridotti a "ideare" ordinanze che vietano di dar da mangiare a cani e gatti di strada. Bell'affare. E pensare che simili sindaci sono responsabili per legge di raccogliere i cani randagi, curarli, ricoverarli in canile, microchipparli e sterilizzarli e non certo di farli morire di stenti.

Lo ha più volte denunciato lo stesso sottosegretario Francesca Martini. Invece no, sono solo capaci di peggiorare la loro posizione, in barba alle leggi e ai loro doveri di provvedere agli animali vaganti sul loro territorio. Basta segnalare solo alcuni casi limite. Dalla figuraccia del sindaco di Monte di Procida, nel napoletano, che nel gennaio scorso si beccò la bocciatura del Tar della Campania per aver vietato di somministrare cibo a cani e gatti randagi e anche a colombi. Il Tribunale lo bollò addirittura parlando di "eccesso di potere per irragionevolezza". Più recente il caso dello scorso settembre, che ha fatto scalpore: l'ordinanza del sindaco di Altavilla Irpina, ad Avellino, che disponeva ad Asl veterinaria, Carabinieri e Polizia municipale "l'abbattimento dei cani randagi di comprovata pericolosità per motivi di sicurezza pubblica". No comment.
Beh, errare è umano, ma perseverare è diabolico. "Privare gli animali del sostentamento rientra nel reato di maltrattamento e non risolve il problema del randagismo", tuona l'on. Martini. Certo, il buonsenso non deve mai mancare, da entrambe le parti.

Ebbene, il mensile "Quattro Zampe" (www.qzlife.it) dedica il dossier di ottobre proprio alle "Ordinanze affama-randagi", con reazioni e consigli delle associazione animaliste (Lav, Enpa, Animalisti Italiani e Lega del Cane) e soluzioni modello, come quella del cimitero monumentale del Verano. Qui la più grande colonia felina d'Italia, ben 428 gatti randagi, convive d'amore e d'accordo con cittadini, tombe e visitatori, grazie al buonsenso bilaterale dimostrato dal direttore dei servizi cimiteriali dell'Ama di Roma, Vittorio Benedetto Borghini e dall'associazione onlus Animal Welfare di Luana Stefani (www.igattidelverano.it).

Come riporta Quattro Zampe, all'interno dell'area cimiteriale vi sono 34 postazioni dedicate all'alimentazione dei gatti, tra "Cat Cottage" e cassepanche mobili verdi, in materiale plastico. Una soluzione economica, igienica, ordinata e rispettosa del decoro dell'area.
All'interno delle postazioni, perfettamente contestualizzate con l'ambiente, tutti i giorni Luana Stefani ripone cibo per la colonia felina, i gatti vi entrano per mangiare e vivono tranquillamente, costituendo anche un ottimo deterrente per i topi.




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Alcol-test nullo se manca l’avvocato

di Nino Materi


Il gip assolve un automobilista: "Per la prova del palloncino i vigili non lo avvertirono del diritto di essere assistito da un legale". Da ieri pettorine per le bici e vietati i caschi a scodella per le moto



 


Di solito la frase «Lei ha facoltà di tacere e ha diritto a un avvocato» esce dalla bocca dei poliziotti. Sì, ma solo quelli americani. Nei telefilm la formula è diventata un classico degli arresti a stelle e strisce. Scattano le manette e, tac, in contemporanea arriva la telefonata al difensore di fiducia. In Italia le cose vanno diversamente, come sa bene un automobilista genovese, la cui prova del palloncino è stata annullata per mancanza del suo legale.

«Il test dell’etilometro eseguito senza avere detto alla persona sottoposta all’esame che può farsi assistere da un avvocato non ha infatti nessun valore giuridico»; e, per questo, «l’imputato va assolto». È quanto ha stabilito il giudice per l’udienza preliminare che ieri mattina ha prosciolto un genovese di 62 anni che nel 2007 si era schiantato con l’auto a San Fruttuoso. L’uomo era stato fermato dai vigili urbani che gli avevano fatto la prova del palloncino: il tasso registrato dalla macchinetta era risultato di 1,48. L’automobilista era stato quindi condannato a 20 giorni di arresto con decreto penale. Il difensore si era opposto e il primo giudice gli aveva dato ragione. Il procuratore generale aveva però impugnato l’assoluzione facendo ricorso in Cassazione. Le Sezioni unite avevano annullato il provvedimento ma avevano trasmesso gli atti a Genova per proseguire il giudizio dinnanzi a un altro giudice. Ieri il gip ha assolto definitivamente l’automobilista. Astemio. Fino a prova contraria. 


Ma, sempre da ieri, anche George Clooney è stato costretto a darsi una regolata. E così ha cambiato la «padella» con un casco integrale. La padella di cui parliamo non ha nulla a che fare con la cucina, ma con quell’elmetto aperto (che fa molto Easy Rider) con il quale era solito scorrazzare in moto portandosi dietro quel fiore della «Eli», anche lei con la padella in testa. Tra le novità del codice della strada entrato in vigore ieri c’è infatti anche il divieto di padella, copricapo considerato evidentemente non a norma di sicurezza. Ma anche quelli che hanno voluto la bicicletta (e ora quindi sono tenuti a pedalare), hanno da mettere mano al kit del perfetto ciclista: va bene la maglietta da Giro d’Italia, ma a patto che in galleria e lungo le strade extra-urbane venga indossata contestualmente a una pettorina fosforescente.

Sono - queste appena citate - le due novità principali per ciclisti e motociclisti scattate da 24 ore in base alle norme previsto dalla riforma varate a fine luglio. I caschi «Dgm», quelli cioè comunemente detti «a scodella» o «a padella», sono ormai andati definitivamente in pensione. Sin dal 2001 ne è stata vietava la vendita, ma l’uso era ancora consentito sui cinquantini. Ora dopo 9 anni questa tipologia di caschi è stata completamente bandita, perché considerata non sicura. Chi verrà pizzicato alla guida di un ciclomotore o motociclo con in testa il casco fuorilegge rischia il fermo amministrativo del mezzo per 90 giorni e una multa di 74 euro. Sempre ieri è scattato pure l’obbligo per coloro che si muovono in bicicletta di indossare «il giubbotto o le bretelle retro riflettenti ad alta visibilità» quando circolano fuori dai centri abitati in ore serali e notturne o in galleria, «in modo da essere ben visibili agli altri utenti della strada».

Sono molte comunque le novità introdotte dal nuovo Codice della strada, e già in vigore da quest’estate. Le più importanti hanno riguardato il giro di vite per chi guida in stato di ebbrezza, con multe più pesanti e l’introduzione della tolleranza zero per i neopatentati e i conducenti professionali. I test antidroga sono diventati più severi, così come sono state previste norme più stringenti per chi produce, commercializza e soprattutto trucca le minicar. Per gli over 80 le nuove regole prevedono che potranno ottenere il rinnovo della patente solo dopo una visita medica specialistica biennale. Introdotta inoltre la possibilità di ottenere il foglio rosa a 17 anni e di personalizzare le targhe. Buon viaggio.





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Italia-Serbia, arrestato il capo ultrà

La Stampa


"Ivan" era nascosto nel vano motore di un pullman di tifosi



GENOVA

È stata evitata un’altra Heysel: è questa la considerazione che trapela tra i responsabili dell’ordine pubblico, al termine della notte di scontri provocati a Genova dagli ultras serbi, prima durante e dopo la partita in programma tra Italia e Genova. Il bilancio definitivo dei violenti incidenti, protrattisi anche fuori dallo stadio fin oltre le due di notte, è di 10 arresti e 20 feriti, di cui 2 carabinieri e gli altri tutti serbi. Sono decine gli hooligan denunciati, oltre cento quelli identificati.

Tra gli arrestati c’è anche l’uomo che, tronchesi in mano, ha tagliato la rete della gabbia dove erano confinati gli ultras all’interno dello stadio. "Ivan", questo il nome di battaglia del capo ultrà serbo che ieri sera ha guidato la guerriglia allo stadio di Marassi, era nascosto nel vano motore di un pullman di tifosi serbi. Le forze dell’ordine che lo hanno arrestato stamani alle 3, lo hanno identificato attraverso una data tatuata sull’avambraccio.

Dei 20 feriti che hanno fatto ricorso alle cure mediche presso gli ospedali genovesi, uno è ricoverato a scopo precauzionale. La polizia autostradale nella notte ha predisposto un piano di evacuazione dei pullman di tifosi serbi, e il deflusso si è completato regolarmente.

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Serbi scatenati, caos sugli spalti: partita sospesa


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Il saluto a 3 dita verso gli ultras Stankovic piange

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Follia allo stadio
ecco i video della notte di Genova




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Il legale pagato due volte dallo Stato

Corriere della sera


Giovanni Pascone, ex magistrato del Tar e consulente a Palazzo Chigi, ha collezionato 62 incarichi

Dipendente in contemporanea di diversi enti pubblici. «Restituisca due milioni»

ROMA - Come la beata Maria del Gesù, capace di convertire un'intera tribù di Indios del Nuovo Messico senza mai muoversi dalla città spagnola di Agreda, Giovanni Pascone ha avuto per anni il dono dell'ubiquità. Avrebbe potuto altrimenti essere giudice del Tar, direttore della Siae, dirigente dell'Agenzia spaziale italiana, capo dell'Acquedotto pugliese, avvocato del Comune di Pomezia, funzionario dell'Istituto nazionale alta matematica, consigliere del governo e contemporaneamente svolgere decine e decine di incarichi pubblici e privati?
Dall'alto delle sue quattro lauree lui non fa una piega. Intervistato qualche tempo fa da Gianfranco Compagno del Pontino.it, dopo essere diventato consulente del Comune di Aprilia, ha gonfiato il petto: «Sono stato giudice ordinario, magistrato del Tar, magistrato della Corte dei conti, consigliere parlamentare. Ho lavorato alla Banca d'Italia, al ministero dell'Interno e ho avuto tantissimi incarichi. Sono stato capo ufficio legislativo ai Lavori pubblici, consigliere giuridico di tutti i governi, di destra e sinistra». Alla faccia. Di incarichi, la Guardia di finanza ne ha contati sessantadue. Poi ha trasmesso tutto alla Corte dei conti. Dove stimano che tale fenomeno ai limiti del paranormale abbia prodotto un danno erariale di due milioni di euro.
Ma come, vi chiederete, prima il governo dichiara guerra ai fannulloni e poi i giudici mettono in croce chi si ammazza di lavoro? Il fatto è che per svolgere tutte quelle attività collaterali Giovanni Pascone avrebbe avuto bisogno delle autorizzazioni dei suoi datori di lavoro pubblici. Quelli, per inciso, che gli pagavano lo stipendio. Invece le autorizzazioni, dice il giudice contabile, non c'erano. E gli incarichi erano così tanti che è lecito domandarsi dove il Nostro trovasse tempo ed energie. Anche perché, non pago delle consulenze, riusciva perfino a essere in contemporanea dipendente di due amministrazioni diverse.
Nel 1991, non ancora trentenne vince il concorso al Tar, dove resta per dodici anni. Naturalmente, senza girarsi i pollici. Capo dell'ufficio legislativo dei Lavori pubblici nel governo Berlusconi, consulente di palazzo Chigi con Romano Prodi, direttore generale dell'Acquedotto pugliese... E poi le consulenze, come quelle per il gruppo edile Salini (che gli fruttano 354.685 euro), le Autostrade, l'Astaldi, la Regione Calabria...
Finché, il primo agosto del 2003, è dichiarato «decaduto dall'impiego ai sensi dell'articolo 127, lett. c), del Testo unico 10 gennaio 1957, n. 3». Una misura che viene adottata, dice la norma, quando un dipendente pubblico «senza giustificato motivo, non assuma o non riassuma servizio entro il termine prefissogli, ovvero rimanga assente dall'ufficio per un periodo non inferiore a quindici giorni». Ma con tutto quello che Pascone aveva da fare... Comunque poco male, perché contestualmente all'uscita dal Tar si iscrive all'Ordine degli avvocati e viene assunto con contratto a tempo indeterminato dalla Siae come capo dell'ufficio legale. Il 6 dicembre 2004, però, lo licenziano. La motivazione: mentre era dipendente Siae aveva pure un incarico di dirigente dell'ufficio legale all'Agenzia spaziale italiana. A nulla serve una interrogazione parlamentare presentata contro questa decisione dal senatore aennino Euprepio Curto. L'esilio dai ranghi della pubblica amministrazione dura un paio di annetti. Nel frattempo Pascone, che ha avuto modo di frequentare a più riprese gli uffici governativi ed è stato anche consigliere di amministrazione della società pubblica Bagnolifutura, indicato dai Ds, non si perde d'animo in attesa di tempi migliori, che puntualmente arrivano. Il 2 novembre 2006 il Comune di Pomezia lo assume come direttore generale. Prima a termine e poi, dal primo agosto 2008, a tempo indeterminato. Intanto, il 26 aprile 2007, è entrato pure nei ranghi di un altro ente pubblico, l'Istituto nazionale di Alta matematica Francesco Severi. Dirigente di seconda fascia, e anche qui a tempo indeterminato. Mentre non si arresta il tourbillon di consulenze e incarichi. Aziende private e pubbliche, enti locali: i comuni di Cagliari, Latina, Dorgali, Aprilia, la Provincia di Milano, la Asl di Casale Monferrato...
Ma proprio nel 2008 cominciano i guai. Il 26 settembre è sospeso dal servizio perché il Gip di Velletri gli ha imposto l'obbligo di dimora nel comune di residenza, cioè Roma: sulla giunta di Pomezia si è appena abbattuta un'inchiesta per un certo affare di campi da tennis. Pochi mesi dopo scoppia la grana di Tributi Italia, che coinvolge anche la società di Aprilia A.ser, di cui Pascone è presidente dal 2007. Ancora qualche settimana e arriva la bomba. Fabrizio Peronaci rivela sul Corriere che l'avvocato, consigliere giuridico del governo Berlusconi, già magistrato e amministratore pubblico, è accusato di evasione fiscale: non avrebbe dichiarato al Fisco compensi per 40 milioni di euro in due soli anni. E adesso la ciliegina sulla torta. Un ricorso del vice procuratore generale della Corte dei conti Bruno Tridico nel quale si chiede il sequestro conservativo delle proprietà di Pascone fino a un ammontare di 2 milioni 119 mila euro: i soldi incassati dall'avvocato per tutti gli incarichi e le consulenze non autorizzate, che il magistrato contabile considera alla stregua di un «danno erariale». Sequestro puntualmente ottenuto prima di dare fuoco alle polveri. L'udienza iniziale della causa è fissata per il 20 ottobre. E stavolta non c'è incarico che tenga.
Sergio Rizzo
13 ottobre 2010



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Rai, il dg Masi manda in panchina Santoro e Annozero

La Stampa


Oggi scatterà la sospensione del giornalista



PAOLO FESTUCCIA

ROMA

Tre settimane di riflessione. Oggi l’attesa sentenza. A emetterla sarà il direttore generale della Rai, Mauro Masi, contro Michele Santoro. Colpevole - a suo dire - di averlo apostrofato con un «vaffan...bicchiere» in diretta televisiva lo scorso 23 settembre, in occasione della prima di «Annozero». E ieri, nella stanza del direttore generale - dopo tre settimane di ipotesi e ventilate sanzioni - il Dg da un lato, e gli avvocati dello «Studio legale Pessi» dall’altro avrebbero trovato la «quadra» per la sanzione disciplinare da infliggere al conduttore di «Annozero».

Non il licenziamento (che Masi aveva ventilato), ovviamente, perché i consiglieri della Rai non sono mai sembrati inclini all’ipotesi, ma la sospensione. Una, o due, puntate. Insomma, il massimo della sanzione, che prevede fino a dieci giorni di stop con il rischio che due puntate del programma possano restare nel cassetto. Linea dura? Chissà. Di fatto, i provvedimenti disciplinari che rientrano nelle competenze del capo azienda sono tre: il richiamo orale, quello scritto e la sospensione. Non il licenziamento, che può essere proposto, ma deve avere il via libera del cda.

Un’operazione ardita, quindi, che in caso di bocciatura, avrebbe generato rischi di permanenza anche per il Dg. A maggior ragione, visto che sia i consiglieri di centro-sinistra che quelli di centro-destra della Tv pubblica (che pure avevano censurato le considerazioni del giornalista) avevano fatto capire di essere contrari. E lo avevano, di fatto, sancito all’indomani di quella puntata del 23 settembre, quando il Dg con una dichiarazione sostenne che «la questione dovrà essere affrontata in tutta la sua gravità in Consiglio di Amministrazione della Rai al più presto», salvo poi le puntualizzazioni dei consiglieri che ribadirono che «non spetta al cda comminare sanzioni disciplinari».

Oggi, dunque, un altro step di uno scontro lunghissimo. Da una parte Mauro Masi dall’altra Michele Santoro, che naturalmente potrà opporsi alle eventuali decisioni del direttore generale, ricorrendo anche al giudice del lavoro. E gli argomenti a Michele Santoro non mancheranno. A partire dall’analisi di quella sua frase finale dello scorso 23 settembre che recitava testualmente: «Ora dimenticate Santoro, dimenticate tutto. Se viene un direttore e vi dice: ogni bicchiere deve avere un marchio di libertà ex ante, voi che rispondete: ma ‘vaffa...nbicchiere». E quel «un direttore» per Santoro, ma anche per chi sarà chiamato a valutare il ricorso potrebbe non specificatamente riguardare Mauro Masi.

Non solo, Santoro potrebbe anche sostanziare le sue tesi con gli argomenti rappresentati durante la conferenza stampa di presentazione del suo programma: le difficoltà e le incertezze che da sempre accompagnano i suoi programmi, le polemiche sul contraddittorio, la mancanza di contratti per i suoi collaboratori, vedi Travaglio, ma non solo. Insomma, considerazioni che per Santoro da sempre fanno rima con mobbing. E c’è da scommettere, che qualsiasi saranno le decisioni lo scontro dentro e fuori viale Mazzini non si arresterà. Salvo colpi di teatro dell’ultim’ora.


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Per i soliti noti dare notizie è «fare dossieraggio»

di Paolo Granzotto


Carissimo Granzotto, sono costretto ad ammettere che con gli ultimi avvenimenti l’immagine che avevo di lei si è un po’ appannata. La facevo più importante, più pericoloso per la tenuta delle istituzioni e delle parti sociali. E invece neanche una perquisizione corporale, neanche un avviso di garanzia, neanche un sequestro del suo telefonino. M’aspettavo come minimo l’interessamento di Woodcock, il pubblico ministero che non perdona, e invece la sua attenzione è andata a Sandro Sallusti e Nicola Porro, elevati così a pericoli pubblici numero uno e due. Lei, carissimo Granzotto, mi delude. Possibile che non sia un pericolo pubblico anche di bassa classifica, tipo sei o sette? Possibile che non dossiereggi almeno un poi? Mi conforti, mi dica che ben chiusi nel cassetto lei conserva una dozzina di dossier e che aspetta solo l’occasione per tirarli fuori attirandosi un’intera compagnia di carabinieri. Posso sperare?
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Ma quale dozzina, caro Roberti! Io sono un dossierista della prima ora e siccome la prima ora scoccò quasi mezzo secolo fa, può ben immaginare il tonnellaggio di dossier che ho accumulato e che occupano altro che un cassetto, ma svariati armadi. Quelli su supporto cartaceo. Quelli in versione telematica, 40 gigabites, se sa cos’è un gigabite. Ho praticamente un dossier su tutti, da anni registro ogni qualsivoglia cretinata scritta dai repubblicones, tutte le giravolte intellettuali, tutte le marcindrè. E tutte le balle. Da anni tengo conto delle frasi memorabili della Casta. Per capirci, i soli dossier dedicati a Pier Luigi Castagnetti, Rosy Bindi, Antonio Di Pietro, Romano Prodi e Giuliano Amato, ai quali recentemente si sono aggiunti quelli riservati a Debora Serracchiani e ai farefuturisti Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e la squisita, elegante e forbita Angela Napoli, messi l’uno sull’altro farebbero ombra alla Petronas Tower di Kuala Lumpur (metri 452).

Oggi rivelare alcunché di non ruffianesco, di non apologetico riferito a un personaggio noto della politica o della società civile viene detto «gettare fango». Questa non l’ho ancora ben capita: in senso figurato e nella nostra lingua madre «infangare» ha in sé un connotato negativo. Sottintende la calunnia, la falsa o comunque ambigua accusa. Ma se uno scrive che in località Montecarlo, al civico 14 di Boulevard Charlotte risiede Tizio, fratello della convivente di Caio, dov’è la calunnia, dove la falsa accusa, dove l’ambiguità? Boh. Non l’ho capita, dicevo, ma mi adeguo e dunque, se volessi, se squadernassi i miei dossier, potrei tranquillamente ricoprire con sei o sette spanne di fango (e di ridicolo, che è il fango che appiccica di più) metà Palazzo e dintorni. Come vede, caro Roberti, sono un artista, sono il Raffaello, il Pinturicchio del dossieraggio: nulla mi sfugge e tutto annoto, a futura memoria. Sono, se preferisce il linguaggio pirotecnico, una bomba a orologeria. Se mi girasse, se me ne venisse l’estro, farei partire l’orologio e bum!

Ammetto, questo sì, di non aver mai fascicolato, di non aver mai dossierato la signora Emma Marcegaglia. Non è interessante. Deve essere una questione di appartenenza perché, come risulta agli atti, in senso dossieristico la signora Marcegaglia non interessa nemmeno ai colleghi del Giornale. Come abbiamo esaurientemente dimostrato, l’opera di dossieraggio nei suoi confronti è invece tutta di mano sinceramente democratica. In questa versione, tuttavia - sarò lento di riflessi ma anche questa non l’ho capita - guai a chiamarlo dossieraggio. È «impegno nel civile», è puro distillato del diritto/dovere di informazione, è il sigillo di una stampa libera, democratica e, mi raccomando, indipendente (ora mi metto di buzzo buono e sui farabolani che sparano simili fesserie ci apro un dossier).



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Il Piano Solo: il padre di tutti i dossier

di Mario Cervi


Un progetto eversivo per "l’enucleazione" di 700 personaggi vicini alla sinistra, e considerati infidi, venne elaborato in segreto dal presidente Segni e dal generale De Lorenzo. E scoppiò il primo caso mediatico che contrappose giornalisti e "servizi"



 

L’Italia è coerente, nei sospetti e nelle polemiche. Di dossier si parla tanto nell’attuale polemica di palazzo, così come se ne parlò negli anni Sessanta del secolo scorso, quando suonava incessantemente l’allarme su presunti tentativi di golpe: tra i quali primeggiò, per risonanza politica e per risonanza giornalistica, Il Piano Solo che fa da titolo ad un saggio di Mimmo Franzinelli (Mondadori, pagg. 382, euro 20).
Il «Piano Solo» consisteva in una serie di misure contro tentativi di sovversione: tra esse «l’enucleazione», ossia il trasferimento sotto sorveglianza in luoghi remoti, di oltre settecento personaggi ritenuti infidi, prevalentemente di sinistra. La peculiarità del «Piano Solo» consisteva proprio nel fatto che l’avessero progettato, e dovessero eventualmente attuarlo, «solo» i carabinieri. Ne furono tenuti all’oscuro, o in disparte, il governo, la polizia, il parlamento.
Protagonisti di quella vicenda carica di ombre, di equivoci e poi di prudenziali omissis, furono il presidente della Repubblica Antonio Segni e il comandante dei carabinieri generale Giovanni de Lorenzo. Segni, anziano leader sardo della Democrazia cristiana portato al Quirinale da una maggioranza risicata e già minato, in quell’estate del 1964, dalla malattia che l’avrebbe poco tempo dopo folgorato, non voleva il centrosinistra: invece caldeggiato dal Presidente del Consiglio in carica, Aldo Moro. Questa diffidenza per una svolta che pure era già in atto veniva condivisa dal governatore di Bankitalia, Guido Carli, e da ampi settori della Democrazia cristiana.
Per contrastare i pericoli di sovversione era ritenuta essenziale, da chi al centrosinistra si opponeva, l’azione dei servizi segreti. Tra i predecessori di Segni sul colle più alto Luigi Einaudi non aveva voluto contatti stretti con i «servizi». Cui s’era invece molto dedicato, dopo di lui, Gronchi, e cui dopo Gronchi si dedicò Segni.
De Lorenzo, ambiziosissimo e molto abile nello svincolare tra le insidie della politica, era stato capo del Sifar, il servizio segreto militare, prima di assumere la guida dell’Arma. Ma aveva mantenuto una sorta di autorevole supervisione sul Sifar, sui suoi meccanismi, sui suoi fascicoli. Il che faceva di lui uno degli uomini più potenti d’Italia. De Lorenzo aveva fama di ufficiale vicino alla sinistra. Militante della Resistenza e premiato con medaglia d’argento, fu schedato nel dopoguerra per filocomunismo, e si atteggiò a paladino dell’apoliticità delle Forze armate. Alla guida dei carabinieri si dimostrò efficiente, autoritario, non di rado arrogante con tendenza al grottesco. Merita piena citazione, in proposito, una sua circolare: «Mi è stato ripetutamente riferito che in numerose circostanze da parte delle più elevate gerarchie dell’Arma si sono inopportunamente vantate priorità puerili su chi sia il primo carabiniere d’Italia. Chiarisco alle Signorie Loro che finché avrò la carica e la responsabilità di Comandante generale il primo carabiniere d’Italia sono io ed il tentativo di diffondere ogni altra interpretazione di carattere personale è inconsiderato, irriguardoso, oltre che di pessimo gusto. Esigo pertanto che cessi immediatamente».
Su quest’uomo abile ed egocentrico faceva pieno affidamento il Capo dello Stato, impegnato in un estenuante braccio di ferro con lo sfuggente Moro. In una riunione riservatissima nell’abitazione di Tommaso Morlino, notabile della Dc,(16 luglio 1964) de Lorenzo ebbe modo di esporre il suo pensiero sulla situazione: che coincideva pienamente con quello di Segni (proprio da Segni era stata indirettamente provocata l’inconsueta riunione nella speranza che Moro, sconfortato da diagnosi infauste, si dimettesse). Erano presenti Moro, il segretario della Dc Rumor, i capigruppo democristiani di camera e senato Zaccagnini e Gava. È strano che mancassero i ministri della Difesa e dell’Interno, Andreotti e Taviani. Dixit De Lorenzo: «Ci sono delle forti correnti che temono nel centro sinistra un salto nel buio perché la disoccupazione sta avanzando... Vi sono delle prevenzioni ad ogni livello e in ogni classe sociale». Se la collera del Paese fosse esplosa, gli artefici del piano Solo avevano già pronte misure di emergenza per l’ordine pubblico e avevano in mente un governo di transizione guidato dal presidente del Senato, Cesare Merzagora.

Consapevole delle sue cattive condizioni di salute Segni era pronto a una terapia da iniziare il 9 agosto 1964.Per il 7 aveva convocato Saragat, ministro degli esteri, per una valutazione delle nomine diplomatiche. «La tensione sale mentre il presidente scorre la lista delle candidature. Gli aspetti che più lo irritano sono l’assenza del proprio consigliere diplomatico Federico Sensi, che vorrebbe mandare ambasciatore a Mosca, e l’inclusione di Giovanni Saragat, figlio del ministro. La discussione prende una brutta piega. Il Capo dello Stato, con allusione indiretta, sbotta: «Io rispetto la Repubblica, non ne approfitto», e Saragat gli dà sulla voce «Tu proprio tu rispetteresti la Repubblica? E i pericoli che ci hai fatto correre, nella crisi di governo, per le tue trame coi carabinieri?». Segni reagisce: «Come osi rivolgerti così al Presidente... come ti permetti?». Poi crolla esanime. Il successivo sviluppo delle polemiche sul piano Solo fu ispirato in molti dalla volontà di tenere l’invalido Segni fuori dalle accuse. Che si andarono concentrando perciò quasi unicamente su De Lorenzo.

Tre anni dopo i fatti arrivò, con la pubblicazione sull’Espresso diretto da Eugenio Scalfari d’una inchiesta di Lino Jannuzzi, lo scandalo a mezzo stampa. Cui seguì un processo contro i due giornalisti, condannati per diffamazione in danno di de Lorenzo benché il Pm Occorsio ne avesse chiesto il proscioglimento. La sentenza non convinse, fu decisa la creazione d’una commissione parlamentare d’inchiesta a conclusione della quale una relazione di maggioranza riconobbe la scorrettezza di alcuni comportamenti del generale -divenuto nel frattempo parlamentare monarchico- ma negò propositi golpisti. Le relazioni di sinistra invece li avallarono.
Credo sia possibile affermare oggi con ragionevole certezza che il «Piano Solo» non fu un conato di sovversione ma una prova dell’ambizione di De Lorenzo. Mai Segni si propose di cancellare le istituzioni democratiche, semmai temeva ossessivamente il loro crollo. L’impronta reazionaria del piano, con le centinaia di enucleandi potenziali, era evidente. Obbediva tuttavia al timore per una presa di potere della sinistra, non alla volontà di instaurare un regime autoritario.

Dall’eccellente analisi di Franzinelli emerge che povera e inquinata cosa fossero i servizi segreti, che desolante spettacolo fosse quello offerto dai vertici militari. Gli alti papaveri dei “servizi” volevano far carriera ingraziandosi i politici di rango, e sfamando la loro voglia inesauribile di pettegolezzi. I capi delle Forze Armate, divisi da rivalità meschine, si battevano per le poltrone, non per la Patria. Così ieri, oggi non so: ma spero che qualcosa sia cambiato.



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