domenica 10 ottobre 2010

Bimbo sano nasce da un embrione congelato venti anni fa: è record

Il Messaggero



ROMA (10 ottobre) - Il giornale Fertility and Sterility ha annunciato la nascita, nel maggio scorso, di un bambino sano da un embrione congelato quasi vent'anni fa. La madre, 42 anni, dopo 10 anni di trattamenti anti-infertilità, ha ricevuto l'embrione l'anno passato e ha partorito nel maggio di quest'anno. La notizia data dalla rivista americana coincide con l'introduzione, in Gran Bretagna, di leggi che consentono di mantenere un embrione congelato fino a un massimo di 55 anni. «L'innovazione - scrive il Sunday Times in prima pagina - potrebbe dare alle donne la possibilità di posticipare il momento in cui mettere su famiglia in età più avanzata».

L'embrione fu congelato con altri quattro nel 1990. La coppia che si era sottoposta al trattamento li diede in adozione dopo essere riuscita ad avere un figlio con la fecondazione assistita. Dopo 16 anni sono stati dati alla 42enne e suo marito. «È una persona molto determinata - ha detto il dottor Sergio Oehninger, direttore del Jones Institute for Reproductive Medicine presso la Eastern Virginia medical school - È una nostra paziente sin dal 2000».

Solo due embrioni sono sopravvissuti allo scongelamento. Impiantati entrambi nell'utero della donna, solo uno ha dato luogo a una gravidanza. Il record precedente appartiene alla Spagna, dove un embrione era rimasto nel congelatore per 13 anni prima di poter dar vita a un bambino.

Nessuno sa fino a quanto un embrione può sopravvivere al congelamento: stando alle ultime ricerche, questa tecnica non sembra influire sulla capacità di dar vita a un bimbo sano. Oehninger ha dichiarato di non essere comunque favorevole all'idea di avere embrioni congelati vecchi di 40 anni o più. «Significherebbe - ha spiegato - usare gli embrioni della generazione precedente».





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Giornali online, con Lettera 43 salutiamo un nuovo concorrente

La Stampa


Sarà annunciato ufficialmente il 19 ottobre, ma è già navigabile





Da tre giorni è andato online in sordina il nuovo quotidiano digitale italiano Lettera 43. Il giorno di lancio ufficiale è il 19 ottobre, ma ho avuto il piacere di visitarne la redazione una decina di giorni fa, quando erano in fermento gli ultimi ritocchi ai numeri zero. 

"Il nome è una crasi di due punti saldi nel panorama del giornalismo: la passione per il mestiere del grande giornalista italiano Indro Montanelli, che non si è mai staccato dalla sua macchina da scrivere "Lettera 22" , e la previsione inesorabile del docente di giornalismo studioso dell'editoria americana Philip Mayer secondo cui l'ultima copia cartacea del «New York Times» sarà venduta nel 2043" ha spiegato il direttorePaolo Madron (ex giornalista del  Sole24Ore che conosco da quando conosco Internet, con cui ho lavorato a Panorama).  

Non ho la pretesa di recensire già questo nuovo giornale, ma vi invito a guardarlo: c'è da rallegrarsi per il suo arrivo e da congratularsi con Madron e la sua squadra perchè si tratta di un'iniziativa coraggiosa. Coraggiosa perchè stimola i giovani appassionati di giornalismo a trovare nuove strade per un professione in crisi: ne ha assunti più di venti, un lusso che in tempi di crisi nessun giornale tradizionale, alle prese con i pre-pensionamenti per ridurre i costi, può concedersi. Coraggiosa perchè - grazie a finanziatori che credono nel futuro del giornalismo online (oltre alla Sator di Matteo Arpe, Andrea Agnelli e Paolo Cantarella, l'ex ad di Fiat, hanno investito di tasca propria lo stesso direttore Madron, il direttore editoriale Tita Prestini e due ex direttori della concessionaria pubblicitaria ManzoniLeonardo Barbieri e Daniele Sesini che di Lettera 43 è l'amministratore delegato) e hanno messo 3,5 milioni di euro che dovrebbero garantirne i primi 3 anni di vita - punta su un modello di business che prevede di offrire il giornale gratis ai suoi lettori online:  in un momento in cui tutti gli editori tirano i remi in barca e - in tempi magri per la raccoltà di pubblicità - cercano di far pagare i loro contenuti su Internet. Infine coraggiosa perchè il suo direttore Madron scommette sul giornalismo - quello delle notizie - e non solo l'aggregazione e il commento di contenuti altrui - tra blog e giornali online - come invece per esempio fa il pur interessante "superblog" di Luca Sofri Il Post.

Peraltro, trovo piacevole la grafica con le notizie rapidamente reperibili e richiamate in più modi, bella l'idea di offrire gli articoli in una versione più breve e una più estesa, invita a cliccare la sezione Rumors dedicata alle indiscrezioni, ma soprattutto bello l'intento di un giornale al servizio del lettore e della notizia.

Sarà una bella sfida e ci siamo già dichiarati - fra colleghi - che ci monitoreremo da vicino. D'ora in poi sarà una bella gara, misurarci con questo nuovo "player" sulla Rete italiana, per cercare di dare le notizie per primi, e di darle bene. Perchè alla fine a giudicare il nostro lavoro siete voi lettori, che con un clic potete fare zapping online e scegliere le vostre fonti quotidiane di informazione.  Intanto, da utente e non solo da caporedattore de LaStampa.it, fra i miei bookmarks sotto la voce News ho aggiunto Lettera 43. A cui auguro buona fortuna.




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La versione di Arpisella Fini come la D'Addario

Il Tempo


Il responsabile comunicazione della Marcegaglia: "Dietro la escort e il leader di Fli ci sono le stesse persone". Qualcosa non torna nel "giallo" della telefonata con Porro.
COMMENTO Li chiamano dossier ma sono solo notizie



Un famoso slogan dell’epoca fascista metteva in guardia i cittadini: «Taci, il nemico ti ascolta». Sarebbe il caso di riproporlo. Perché nell’era delle intercettazioni telefoniche il nemico non solo ascolta, ma pubblica. Così la conversazione diventa accessibile a tutti e nascono dubbi, domande. È quello che succede in questi giorni con le telefonate tra il vicedirettore del Giornale Nicola Porro e Rinaldo Arpisella, il portavoce del presidente di Confidustria Emma Marcegaglia. Il Fatto Quotidiano ha messo le registrazioni audio sul proprio sito. Quattro file che fotografano la vicenda. Nel primo Porro chiama Arpisella e gli parla (secondo i pm di Napoli lo minaccia ndr) di un dossier che il quotidiano starebbe preparando su Marcegaglia. Arpisella, preoccupato, chiama Mauro Crippa, responsabile relazioni interne di Mediaset, che gli consiglia di rivolgersi a Fedele Confalonieri.

 
Nella terza telefonata è Giancarlo Coccia, direttore organizzazione e sviluppo associativo di Confindustria, a informare il portavoce che «Lui (Confalonieri ndr) ha chiamato Emma ed è tutto a posto». Rientrato l'allarme Arpisella chiama Porro ed è forse il dialogo più interessante. Anzitutto sorge spontanea una domanda: perché il telefono del portavoce del presidente di Confindustria viene intercettato? Di certo, vista la serietà con cui i magistrati hanno valutato le parole del vicedirettore del Giornale, stupisce che alcune dichiarazioni di Arpisella siano passate sotto assoluto silenzio. Già, perché nell'ultima conversazione intercettata, la più lunga delle quattro (12 minuti e 51 secondi), il portavoce della Marcegaglia descrive uno scenario degno di un film di spionaggio. Tanto da lasciarsi sfuggire una frase che spalanca la porta a enormi interrogativi. Succede quando la telefonata si avvia verso la sua conclusione. Porro non capisce il ragionamento del suo interlocutore («Non so cosa tu voglia dire») e Arpisella lo sorprende con una domanda: «Secondo te chi c'è dietro Fini?» Il vicedirettore del Giornale ammette serafico: «Chi c'è dietro Fini tu lo sai? Io no».


E il portavoce di Emma, quasi si trattasse di qualcosa di lapalissiano, risponde: «Ci son quelli che c'erano dietro la D'Addario, dai su!» Porro resta sul vago: «Non lo so. Comunque ci vediamo e ne parliamo». E la conversazione finisce. Ora vale la pena fare qualche considerazione. Porro e Arpisella si conoscono da anni (la cosa emerge più volte nel corso del dialogo). I magistrati ci dicono che non si tratta di una telefonata di «cazzeggio» e comunque il portavoce di Emma chiama anche per lamentarsi di un indiscreto pubblicato dal quotidiano («Sono molto incazzati con voi» sottolinea). Quindi c'è da pensare che ogni parola sia pronunciata con cognizione di causa. Se quindi, secondo Arpisella, dietro Fini ci sono gli stessi della D'Addario, la domanda è ineludibile: chi sono? Il collaboratore del presidente di Confindustria è a conoscenza di cose che nessuno sa? Come le ha apprese? Nelle stanze di viale dell'Astronomia o attraverso confidenze private? Tra l'altro non si tratta dell'unico «passaggio oscuro» del dialogo. L'addetto stampa di Marcegaglia infatti, fa più volte riferimento a delle «sovrastrutture» che, non si capisce bene come, governerebbero certi meccanismi. «Non sai alcune cose - rimprovera a Porro -...Purtroppo voi siete relegati lì in via Giovanni Negri senza comprendere e capire che non esiste solo la politica di Fini, la politica Casini, Fini, Granata o non Granata, eccetera, eccetera. Ma che ci sono sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa e anche quella di un tale Feltri. Sono sovrastrutture che ci pisciano in testa. Non ci considerano neanche».


E ancora: «Non riesco a capire questo atteggiamento, anche perché non ne comprendo la logica strategica...qual è la logica strategica? Spiegamela». «Bè - risponde il vicedirettore -. Rompere i coglioni a tutti quelli che gli danno veramente una mano al Boss». «Ma tu non sai che cazzo c'è altro in giro - attacca Arpisella -. Secondo me, scusami eh, ma ti parlo da amico cioè è un'ottica corta..no è...allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, ci sono logiche che non riguardano il Fini, il Casini, il Buttiglione, questo e quell'altro. Sono altri, miei cari». Sovrastrutture, misteriosi burattinai. Forse i pm, oltre a perquisire le sedi dei quotidiani, dovrebbero fare qualche domanda all'informatissimo Arpisella.


Nicola Imberti

10/10/2010





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10/10/10 la data perfetta: domenica boom di matrimoni in Usa e in Cina

Il Messaggero



ROMA (9 ottobre) - E' un numero chiave nelle religioni bibliche e per le filosofie orientali, per molti rappresenta l'eternità e la completezza. La data del 10/10/10, presentata come "perfetta", ha indotto molti a sposarsi, altri a salvare il mondo, come Bill McKibben e la comunità che ha costruito intorno a un progetto per ridurre le emissioni nocive nell'atmosfera. Il nove e il dieci indicano "l'eterno", ed è per questa ragione che migliaia di coppie cinesi vollero sposarsi il 9 settembre dell'anno scorso e altrettante vogliono replicare quest'anno. Le richieste di matrimonio sono state così tante che gli uffici comunali apriranno prima in tutto il Paese. Nella capitale apertura alle 6 del mattino, mentre nel distretto di Haidian sono state organizzate le nozze di 1.200 coppie, una cifra record per una sola giornata.

Ma non si tratta solo di una mania orientale. «Il 10 - spiega una blogger che su Facebook ha raccolto in un gruppo 56 coppie che hanno in comune la scelta della data per il sì - segna la fine dei numeri ad una cifra, e quindi un matrimonio il 10-10-10 sancisce la fine della "singletudine" e l'inizio di una nuova vita insieme». A Ravenna, per accontentare tutte le richieste, il Comune ha messo a disposizione, oltre alla sala normalmente usata, anche altre sedi, di mattina e pomeriggio. E negli Stati Uniti si azzarda anche un numero di quanti hanno scelto di convolare a nozze: almeno 39 mila coppie. A Las Vegas la Wedding Chapel di Ron DeCar è prenotata per 150 matrimoni da celebrare domani nelle cinque cappelle della celebre istituzione. «Un dieci perfetto ripetuto per tre volte - sottolinea la direttrice della rivista Spose - è un grande augurio di buona fortuna».

Inoltre la data offre elementi di stimolo anche per le coppie tecnologiche essendo un perfetto codice binario di uno e zero. Kevin Cheng e Coley Woppere, che abitano a San Francisco, stanno aspettando da due anni la data del 10 ottobre 2010 per celebrare il loro matrimonio che avrà come tema il linguaggio universale dei computer. E alle Bermuda, scrive il sito della Cbs, si terrà un matrimonio di massa, con 10 coppie pronte a dire lo voglio. Chi non avesse fatto in tempo a trovare l'anime gemella può comunque puntare al 9/10/11.

Per domenica, in alternativa ai banchetti nuziali, Internet segnala un'agenda fitta di eventi: si può scegliere - tra l'altro - di partecipare al Global Work Party e darsi da fare tagliare il 10% di emissioni di Co2 all'anno, a partire dal 2010, montando pannelli solari, piantando alberi o lasciando a casa l'auto. Si darà il via anche a quello che si autoproclama il più grande evento mediato-partecipativo della storia, il One day on Earth: una documentario maratona della durata di 24 ore realizzato da registi, studenti e cittadini ispirati. In Italia, infine, il Touring Club invita a visitare 87 luoghi da 10 e lode con visite guidate ai centri storici, feste e degustazioni.




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New York: le macchine della musica

Repubblica

La casa d'aste Bonhams mette all'incanto gli "Orchestrion", vere e proprie macchine della musica, nate alla fine del '700. I lotti sono 41 e il valore varia da 14mila a un milione e 200mila dollari.

di Ermanno Accardi

La prima camminata sulla luna: l'inedito video restaurato

Repubblica

Un filmato inedito sui primi istanti di Neil Armstrong sulla Luna, a lungo dimenticato, è stato mostrato per la prima volta al pubblico a Sydney ieri sera, in occasione di una serata organizzata dall'Australian Geographic. Il documento contiene immagini fra le più chiare mai viste finora dei primi passi dell'uomo sulla luna, il 21 luglio 1969


Ma le immagini mostrate ora sono di qualità infinitamente migliore. Nel video si vede con chiarezza il primo passo di Armstrong sulla superficie lunare, Buzz Aldrin che scende dal modulo, la lettura della placca e l'innalzamento della bandiera americana. Il restauro ha richiesto mesi di lavoro delicatissimo, con la pulitura fotogramma per fotogramma

L'anno scorso la Nasa aveva già diffuso delle nuove immagini rimasterizzate in cui si vedeva l'allunaggio di Buzz Aldrin. Il video completo era stato visionato finora solo da alcuni astronauti. Neil Armstrong, il primo uomo ad aver camminato sul suolo lunare, era stato incaricato di comandare la prima missione lunare americana a bordo della capsula Apollo 11 insieme a Buzz Aldrin e Michael Collins. Si era posato sulla Luna a bordo del modulo Eagle nel luglio 1969, assicurandosi un posto nella storia dichiarando "E' un piccolo passo per l'uomo ma un grande passo per l'umanità"
Video da Liberation.fr


Scontri al Gay Pride

Corriere della sera


90 le persone che sono ricorse alla cure mediche, soprattutto poliziotti




MILANO - Scontri nel centro di Belgrado tra la polizia e i militanti dei gruppi di ultra-destra che protestano contro lo svolgimento del Gay Pride, organizzato per la prima volta in Serbia. Circa 500 persone hanno partecipato alla parada dell'orgoglio omosessuale, che è durata 15 minuti e si è svolta sotto la protezione di oltre 5mila agenti di sicurezza in assetto antisommossa. I nazionalisti armati di mattoni, bottiglie molotov e fumogeni hanno devastato parte della sede del Partito Democratico del presidente serbo Boris Tadic, l'ingresso della sede della televisione di Stato Rts e la sede del partito Socialista del ministro degli Interni Ivica Dacic. Hanno tentato di fare incursione nella zona blindata della città scontrandosi con le forze speciali di polizia, che hanno risposto lanciando lacrimogeni. Il bilancio è finora di 90 feriti e di questi 80 sono poliziotti. Decine gli arresti, compresi due omofobi che sono riusciti a penetrare nella sede del parlamento.




PRECEDENTI CANCELLATI - I gay serbi avevano provato già due volte ad organizzare un corteo. La prima volta, nel 2001, i manifestanti furono aggrediti da una folla di estremisti di destra prima ancora di cominciare e vi furono 40 feriti. L'anno scorso la parata dell'orgoglio omosessuale fu annullata all'ultimo in seguito ad una serie di minacce. Il gay pride, decisamente osteggiato dalla Chiesa ortodossa, ha profondamente diviso anche nei giorni scorsi l'opinione pubblica serba. Sabato migliaia di persone hanno partecipato ad una marcia a Belgrado per chiedere che fosse cancellato.
Redazione online
10 ottobre 2010





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Tassista investe e uccide un cane e viene picchiato in strada: ora è in coma

Corriere della sera


Un uomo di 32 anni ha sbattuto la testa dell'uomo contro il cordolo del marciapiede: ricercato per tentato omicidio

la vittima ha 45 anni ed ha anche lesioni a milza e polmone


MILANO - Un taxista è stato ricoverato in coma dopo essere stato pestato e spintonato per aver investito e ucciso un cane. L'aggressore, fidanzato della proprietaria dell'animale, è scappato ed è ora ricercato. La donna è invece rimasta sul posto. È successo verso le 13.20 in Largo Caccia Dominioni.

LA VICENDA - Secondo quanto si è appreso, dopo aver investito la bestiola, il taxista, un italiano di 45 anni, è stato picchiato da M.C., un italiano di 31 anni, fidanzato della proprietaria del cane. L'uomo ha spinto il taxista, che è caduto a terra sbattendo la testa e perdendo i sensi. La polizia è stata chiamata sul posto da diversi passanti che hanno assistito all'aggressione. Il tassista è stato trasportato al Fatebenefratelli in codice giallo, ma poi è entrato in coma. Dagli esami sono emerse anche lesioni alla milza e al polmone. M.C. è ora ricercato per tentato omicidio.

Redazione online
10 ottobre 2010



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Napoli, violata la lapide di Silvia Ruotolo imbrattata con scritte dai vandali

Il Mattino


NAPOLI (10 ottobre) - Graffitari in azione a Napoli, nei giardini di piazza Medaglie d'Oro, dove il muro sul quale è apposta la lapide dedicata a Silvia Ruotolo, vittima innocente della camorra, è stato imbrattato con scritte e disegni fatto con una bomboletta spray. A denunciare il fatto Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori Collinari, che sottolinea la gravità dell'ennesimo atto vandalico da parte di ignoti. «Diciamo basta - spiega - a questi 'sporcaccionì che non rispettano più nulla, non solo monumenti ed edifici storici, ma anche luoghi della memoria e di culto. Occorrerebbe prendere esempio da altre citt…, come Roma, dove nei mesi scorsi il sindaco ha firmato un'ordinanza antidegrado che ha fissato in 500 euro, oltre l'obbligo di ripulire, nei confronti di chi imbratta la città».


. L'associazione invita il sindaco e l'assessore al decoro ed arredo urbano del Comune di Napoli a provvedere in tempi brevi al riguardo, disponendo anche l'eliminazione di tutte le scritte e disegni su monumenti, fontane e beni di interesse storico e artistico e luoghi di culto, compreso ovviamente il muro dedicato al ricordo di Silvia Ruotolo.





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Boscoreale, la protesta dei cittadini «Bruciate le tessere elettorali»

Il Mattino


Falò improvvisato da trecento persone che si sono radunate per contestare l'apertura della discarica nell'ex Cava Vitiello



NAPOLI (10 ottobre) - Falò di tessere elettorali a Terzigno per protestare contro l'apertura della seconda discarica nell'ex cava Vitiello, nel Parco nazionale del Vesuvio. Ad attuare la singolare protesta sono state circa trecento persone, radunatesi stasera in piazza Pace, nel comune vesuviano. Le tessere sono state prima strappate dai rispettivi proprietari e poi incendiate in un pentolone posto al centro della piazza.

Dopo il falò delle tessere elettorali in piazza Pace. un corteo composto da qualche migliaio di persone si sta recando alla rotonda sulla strada panoramica che porta alla discarica 'Sari' per ripetere il gesto. «Quello che abbiamo fatto e che ripeteremo appena giunti alla rotonda non vuole significare che non andremo più a votare ma solo che lo faremo con maggiore consapevolezza, tenendo in giusto conto la sordità delle forze politiche nei confronti delle nostre richieste», riferiscono i promotori della protesta.

Al corteo si è aggiunto anche il sindaco di Boscoreale, Gennaro Langella: «Non condivo il gesto, però ne comprendo e ne sostengo le motivazioni che sono alla base», ha detto il primo cittadino del comune vesuviano. «Quello di stasera - ha sottolineato Langella - è un ulteriore segnale di scollamento tra la popolazione e la classe politica che, a tutt'oggi, dopo oltre 15 giorni di proteste eclatanti ma pacifiche, continua a rimanere in silenzio». «Finora - aggiungono - sono stati violati il nostro diritto alla salute e di uscire di casa, a causa dei miasmi che provengono dalla discarica».





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Si può staccare la spina dall'orrore?

Corriere della sera


Dal pozzo di Vermicino al delitto di Avetrana



La puntata di «Chi L'ha visto?» dedicata a Sarah
La puntata di «Chi L'ha visto?» dedicata a Sarah
Ieri, mentre si celebravano i funerali della povera Sarah, al Corriere sono continuate a giungere centinaia di mail di protesta sul programma «Chi l'ha visto?», sull'opportunità di annunciare in diretta alla madre la morte atroce della figlia. Le proteste contro la trasmissione continuano da giorni. Ogni volta per esprimere sdegno e rabbia, come se una moviola potesse far tornare indietro il tempo e una mano soccorrevole spegnere quella telecamera.

Passata la commozione e superato lo shock, dobbiamo provare a ragionare a mente fredda. Certo, la trasmissione poteva essere interrotta e la regia evitare di indugiare sul volto pietrificato della madre, ma in simili situazioni è ancora possibile staccare la spina? Spenta la telecamera di un programma dedicato alle persone scomparse, siamo sicuri che non sarebbe rimasta accesa quella di una tv locale? I media non sono più soltanto strumenti del comunicare, ma rappresentano un nuovo ambiente in cui viviamo, nuotiamo galleggiamo. Interrotto «Chi l'ha visto?», forse noi oggi inseguiremmo sul web quello stesso volto pietrificato, ripreso magari da un telefonino.

Nel 1981 è successa la terribile tragedia di Vermicino, un'atroce, lunga diretta sull'agonia di un bambino sprofondato in un pozzo. Vermicino è stato un punto di non ritorno, una di quelle strade dannate e assurde che l'umanità ogni tanto imbocca e dalla quale non sa più tornare indietro. Con Vermicino qualcosa si è spezzato per sempre. Da allora, tutti i canali hanno alimentato il filone orrorifico, a stento mascherandolo: il dolore come show, la sofferenza come osceno lievito dell'ascolto. Ogni volta, il luogo della tragedia si trasforma in un enorme set televisivo, con il fondato rischio che il dolore declini in spettacolo. Un fremito sembra anzi scuotere gli astanti, parenti e amici (perché la madre era in tv, aveva solo la Sciarelli cui chiedere soccorso?).

Ma «l'effetto Vermicino» riguarda solo l'Italia o è così in tutto il mondo? Qualche anno dopo, era il maggio del 1985, a Bruxelles Juventus e Liverpool si giocavano la finale della Coppa dei campioni. Ebbene, quella sera, allo stadio Heysel, rimasero uccise 39 persone (più 580 feriti): l'infausta serata fece il giro del mondo in diretta e solo la tv tedesca si rifiutò di mandare in onda le immagini. In questo momento, in Cile, 33 minatori sono ancora intrappolati nella miniera di San José. Una trivella sta per raggiungerli e liberarli. Intanto, fuori, c'è un accampamento dove bivaccano parenti e troupe giunte da tutto il mondo. Qualcuno ha evocato il film L'asso nella manica. Speriamo vivamente nel lieto fine, ma succedesse una disgrazia finirebbe immediatamente nell'etere.

Nel luglio di quest'anno, abbiamo assistito alla tragedia di Duisburg, in Germania, dove 19 ragazzi sono morti a un raduno, la Love parade, per le conseguenze di una calca improvvisa scatenata da momento di panico. C'era la tv, ma c'erano soprattutto i telefonini dei ragazzi che sui social network hanno immediatamente caricato i filmati di quel terribile incidente. Se qualche funzionario avesse stoppato le riprese televisive, la tragedia sarebbe comunque andata in onda in diretta, con nuove e inusuali modalità.

L'11 settembre, la stazione di Atocha, l'Iraq, la scuola in Ossezia, l'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi da parte dei carnefici di Al Qaeda... Sembra che la brutalità sia la sola retorica della nostra epoca, il solo modo con cui ci esprimiamo. Ci sono giorni in cui malediciamo i media perché mostrano quello che non vorremmo mai vedere: morte, distruzione, sangue. Del resto, i fratelli Kennedy, presidenti del Paese tecnologicamente e democraticamente più avanzato, sono morti sotto l'occhio delle telecamere. Dalla Striscia di Gaza ci giungono spesso immagini di morte. Solo Israele tende a non mostrare l'orrore in tv, come se il ricordo della Shoah fosse sacro e inviolabile: una decisione, la sua, però contestata da molti, quasi che la ritrosia dello Stato di Israele a mostrare lo strazio delle sue vittime favorisca la propaganda avversa.

A volte, abbiamo la sensazione che certi conduttori, come sciacalli, siano pagati per non retrocedere mai di fronte a ciò che non comprendono, per avere parole anche quando non hanno pensieri e che la tv non conosca la potenza del lutto: altrimenti saprebbe ancora far calare il sipario sull'orrore. Bisogna smetterla di parlare della normalità del male; qui siamo di fronte al male della normalità. Un passo indietro si riesce a fare solo quando un'intera comunità ristabilisce il senso del tabù. Ma, da Vermicino, tornando al caso della povera Sarah, il Servizio pubblico non ha mai dettato un codice di comportamento per casi simili, anzi ha allegramente alimentato trasmissioni che hanno trasformato la tragedia in entertainment: il «Novi Ligure show», il «Cogne Show», l'«Erba show», il «Garlasco show» e via elencando. Ha lasciato alla sensibilità dei singoli l'onere di non degenerare. L'etica è un insieme di valori condivisi, appartiene prima alla società, poi alla rete televisiva e infine, di conseguenza, ai singoli conduttori.

Aldo Grasso
10 ottobre 2010



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I talebani rivendicano l'attacco in cui sono morti i quattro alpini

Corriere della sera


Dichiarazioni del portavoce su internet e a un'agenzia: «Dieci veicoli del convoglio sono stati distrutti con la morte di tutti i soldati che si trovavano a bordo»



KABUL - I talebani hanno rivendicato l'attacco contro il convoglio logistico a Gulistan, nella provincia afghana di Farah, in cui sabato sono morti quattro alpini italiani. Sul loro sito internet ufficiale e poi all'agenzia di stampa Aip, i miliziani, per bocca del portavoce Qari Muhammad Yousaf, hanno dichiarato che nell'attacco «dieci veicoli del convoglio sono stati distrutti con la morte di tutti i soldati che si trovavano a bordo». Nello stesso messaggio, in cui non viene citata la nazionalità delle vittime, gli insorti spiegano che nella zona sono avvenuti altri due attacchi contro convogli della Nato, venerdì sera e nel pomeriggio di sabato.

CAMERA ARDENTE - Intanto a Herat è stata allestita la camera ardente per rendere omaggio ai quattro militari italiani. Le salme sono state composte nella sala Folgore del Regional Command West, quartier generale dei nostri militari. Le esequie si svolgono alle 13 locali (le 11 in Italia) con l'apertura della camera ardente, seguita alle 16 dalla messa funebre celebrata dal cappellano militare di Camp Arena, sede del comando del contingente italiano. Alle 17 la camera ardente sarà riaperta; poi, alle 18.15, i feretri saranno trasferiti all'aeroporto per la benedizione e gli onori militari, prima di lasciare l'Afghanistan nelle ore successive. L’arrivo in Italia delle salme è previsto per lunedì mattina, alle 9 circa, all’aeroporto militare di Ciampino. Le esequie in forma solenne dovrebbe svolgersi martedì a Roma.

Gli alpini caduti, il dolore dei parenti

IL MILITARE FERITO - Il caporal maggiore scelto Luca Cornacchia, rimasto ferito nell'attacco, è ancora ricoverato nell'ospedale militare da campo di Delaram e resta sotto osservazione. Nell'esplosione che ha distrutto il Lince su cui viaggiava, Cornacchia ha riportato ferite e traumi di vario tipo soprattutto alle gambe: le sue condizioni sono stazionarie e, quanto prima, dovrebbe essere rimpatriato, dopo un eventualmente temporaneo trasferimento in un ospedale più attrezzato. Il militare sabato ha telefonato alla moglie per tranquillizzarla.

Redazione online
10 ottobre 2010



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Ecco il dossier su Emma Marcegaglia

di Redazione


Lo hanno costruito l'Espresso, il Fatto Quotidiano, La Repubblica e l'Unità: noi lo ripubblichiamo integralmente. Così si scopre una volta per tutte chi sparge fango e chi invece se lo prende in faccia



 

Quelli che seguono sono gli articoli che costituiscono il famigerato dossier del Giornale sulla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia:


- Nel mirino dei pm e del Fisco: 17 conti "segreti" di Marcegaglia - la Repubblica (11 novembre 2008)

- Emma concilia - L'Espresso (8 ottobre 2010)

- Il comunicato del Cdr - Il Sole-24Ore

- Marcegaglia fa l'utile a spese dei fornitori - il Fatto Quotidiano (18 settembre 2010)

- Marcegaglia fa rima con Alitalia (l'Unità, 19 aprile 2009)

- Antonio Marcegaglia patteggia per una tangente a Enipower (Corriere della sera, 29 marzo 2008)

- Sembra la Carfagna ma è la Marcegaglia (L'Espresso, 12 giugno 2008)

- Sviste pulite (il Fatto Quotidiano, 24 febbraio 2010)

- Quanti guai per l'azienda di Emma la zarina (il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2010)

- Rifiuti pericolosi, indagato il padre della Marcegaglia (La Stampa, 10 febbraio 2010)

- Per Emma è già autunno (L'Espresso, 4 agosto 2010)





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Ora Emma e i suoi ci spieghino chi comanda davvero in Italia

di Gabriele Villa


Cos'è il "cerchio sovrastrutturale che va oltre Berlusconi" di cui Arpisella parla al telefono? Per il portavoce il caso D'Addario sarebbe stato architettato da una sorte di "Spectre"



 

Abbiamo un cerchio alla testa, noi de «il Giornale». Anzi di più, abbiamo un «cerchio sovrastrutturale» sopra le nostre teste. Ne sentiamo il peso da qualche giorno, lo percepiamo. Sappiamo oramai con certezza, dopo le parole criptiche ma preoccupanti e preoccupate, pronunciate da Rinaldo Arpisella, l'uomo di fiducia di Emma Marcegaglia, nell'oramai famosa conversazione telefonica con Nicola Porro, che questo cerchio aleggia nell'aria. Ma dobbiamo, purtroppo, prendere atto che, almeno per il momento, questa strana, inquietante presenza, resta per noi, «relegati in via Negri, a Milano» (sempre per continuare a citare Il Grande Informato), come qualcosa di simile a un Unidentified Flying Object, un Ufo cioè. Che, ci crediate o no, sta girando e rigirando, attorno a un'Italia ignara, compiendo un'orbita particolarmente strana che, sempre parole di Arpisella, passa da Fini alla D'Addario, a Casini, attraversando praterie sconfinate, laghi, boschi, mari e monti ma anche, immaginiamo, piccole, medie e grandi industrie. Come si fa dunque a rimanere insensibili a questo grido di dolore? Come possiamo non farci delle domande o, meglio, non farle agli informati uomini (e donne) di Confindustria, per trovare risposte che possano rasserenare il nostro spirito e le nostre menti e consentirci di lavorare con più tranquillità nel nostro eremo di via Gaetano Negri a Milano? Ecco dunque la prima di queste nostre, crediamo più che lecite, domande:

1)Che cos'è questo misterioso «cerchio sovrastrutturale»? Chi ne fa parte e quali sono i suoi obbiettivi?
Dice Arpisella a Porro nel colloquio telefonico intercettato: «...Ci sono sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa...». E ancora: «...Ma tu non sai che c... c'è altro in giro, ti parlo da amico cioè...è un'ottica corta cioè.. è allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me...». La frase dell'uomo di fiducia della presidente di Confidustria somiglia a un messaggio in codice. Che come tale va necessariamente e urgentemente decodificato, soprattutto perché fa intuire che il «cerchio» potrebbe essere una sorta di organizzazione gerarchica clandestina, una struttura parallela che, in qualche modo, controlla tutte le leve del potere in Italia. Sarebbe interessante conoscere i nomi degli adepti che costituiscono gli anelli di questo cerchio e come questi personaggi si muovano all'interno dei palazzi e delle stanze dove si manifesta, invece, l'ufficialità del potere, quello che è noto a tutti.

2)Chi è o chi sono i misteriosi registi dell'operazione D'Addario?
«Ci sono quelli che c'erano dietro la D'Addario, dai su!». Rinaldo Arpisella sembra sicuro di sapere con esattezza chi siano i mandanti della vicenda D'Addario, la escort gettata nelle braccia del premier, con tanto di registratore nella borsetta. Sarebbe interessante conoscere che cosa sanno in Confindustria di questa vicenda.

3)Chi c'è dietro la svolta anti berlusconiana di Fini?
Arpisella: «Dai, secondo te chi c'è dietro Fini?». Porro: «Chi c'è dietro Fini, tu lo sai? Io no». Anche su questa delicatissima questione i vertici dell'imprenditoria italiana danno l'impressione di sapere esattamente come siano andate le cose e perché il presidente della Camera abbia cambiato radicalmente il suo atteggiamento nei riguardi del premier, arrivando addirittura a fondare un partito. C'è da dedurre che in Confindustria sappiano anche quale assicurazioni sulla futura carriera politica abbia ricevuto il manipolo dei seguaci di Fini e da chi le abbia ricevute.

4)Perché secondo la Confindustria le decisioni più importanti vengono prese all'insaputa dei politici?
«No, no fermati un attimo non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere, capire che non esiste solamente la politica Fini, la politica Casini...». Anche in questo caso le parole dell'uomo di fiducia della Marcegaglia danno la netta sensazione che i giochi della politica italiana si facciano lontano dalla politica e dai politici italiani. In altre stanze, in altri luoghi. Perché non dirlo cortesemente anche a noi, perché non spiegarci dove si «fa» veramente la politica italiana, giusto per darci la possibilità di intervistare le persone appropriate d'ora in poi.

5)Chi fa parte di questa nuova e inquietante Spectre che governerebbe l'Italia?
«...Il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre...». E qui siamo all'apoteosi, alla Madre di tutte le inquietanti rivelazioni che Arpisella a mezza bocca fa o vorrebbe fare a Porro. È evidente che l'Italia deve fare i conti con una sorta di Spectre, acronimo come ben sa 007, di Supremo Progetto Esecutivo per il Controspionaggio, Terrorismo, Ritorsioni ed Estorsioni. Diteci dunque chi è il capo (che nella Spectre del cinema è noto come Numero 1) di questa Spectre nostrana e diteci anche, tra un planning e un report, signore e signori della Confindustria, chi sono gli altri affiliati di questa organizzazione cioè i Numero 2, 3, 4. E dove si riuniscono. Dentro vulcani, o su isole deserte o nelle sale Bingo?
Siamo sicuri che risponderete a tutte le nostre domande. Ma senza dare un colpo al Cerchio e uno alla botte, per favore.





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Lepore, il procuratore moderato abbonato a guai e polemiche

di Anna Maria Greco


Guida gli uffici più turbolenti della giustizia italiana. Prova a mediare e attende la pensione. Dalla segnalazione del parente di un autista all'imprenditore Romeo agli equivoci sul caso P3



 

Roma - C’è chi lo descrive come «un buon padre di famiglia» e chi come un «pavido che fa il pesce in barile». Certo, Giandomenico Lepore è un moderato doc e quando nell’ottobre 2004 è arrivato al vertice della Procura di Napoli, ha dovuto camminare sulle macerie lasciate dallo scontro furibondo tra il suo predecessore Agostino Cordova e aggiunti e sostituti.

Ha scelto uno stile soft, ricucendo gli strappi, facendo rientrare le intemperanze, ma anche imponendosi a volte per cercare di tenere a bada i ben 110 pm di una delle più grandi e turbolente procure d’Italia.

In questi sei anni, però, di problemi ne ha dovuti affrontare tanti. Non mancano neppure ora, che è vicino alla pensione del 2011. Ci sono stati sospetti e accuse dall’interno e dall’esterno del suo ufficio. È stato presentato a volte come toga di destra, altre come toga di sinistra.

La verità è che Lepore forse incarna personalmente la corrente maggioritaria della magistratura cui aderisce, Unità per la costituzione, quella che ha tante anime. E, malgrado il suo sforzo di conciliazione, ha dovuto provare almeno un assaggio delle fronde in Procura che hanno demolito Cordova.

Passando dalle inchieste contro la camorra, a quelle su Calciopoli e sui rifiuti, dalle indagini su Clemente Mastella (che portarono alle sue dimissioni da ministro della Giustizia) a quelle sul sottosegretario Nicola Cosentino è arrivato a 74 anni.

Il momento di maggiore tensione? Quello in cui, nell’inchiesta «Rompiballe» sui rifiuti, ha deciso che la posizione dei tre ex commissari Guido Bertolaso, Corrado Catenacci e Alessandro Pansa, andava stralciata, escludendo il dolo, da quella degli altri indagati poi rinviati a giudizio. Questo, contro il parere dei due sostituti che si occupavano del caso, Noviello e Sirleo. Lo strappo risale al 24 luglio 2008 e ha portato a richieste di trasferimento da parte dei due, ad un’istruttoria davanti a consiglio giudiziario e Csm, a due infuocate assemblee in Procura. Palazzo de’ Marescialli, il 5 maggio 2009, si schierò con Lepore anche se con molti distinguo e auspicando il ripristino di «affiatamento investigativo e sinergia operativa» in Procura. Ma la ferita è rimasta aperta, come i sospetti che avesse voluto «salvare» Bertolaso e compagni.

Tanto più che il 26 marzo 2009 Lepore fece, diciamo, un passo falso. Andò all’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, mentre il suo ufficio aveva aperto un’inchiesta su quegli stessi imprenditori che festeggiavano il successo. In più, il premier Silvio Berlusconi lodò questi ultimi e criticò i magistrati. Scoppiarono nuove polemiche dei pm contro Lepore, che fu messo sotto accusa il primo aprile, in una turbolenta assemblea. Lui si giustificò, spiegò che non aveva voluto «proteggere» nessuno e, alla fine, sottoscrisse il documento di protesta indirizzato al Csm di 60 pm che definiva «denigratorie» le frasi del premier e denunciava il «disagio» dell’ufficio. Palazzo de’ Marescialli aprì pratiche a tutela delle toghe napoletane offese, Lepore fu convocato a Roma. Le tensioni stavano per placarsi quando esplose una nuova mina.

Il Procuratore generale Galgano, amico da trent’anni di Lepore, in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno parlò di «fanatismo» di alcuni pm napoletani, di «dieci stalloni di razza e novanta asini». Apriti cielo, nuova assemblea e presa di posizione dell’Anm. Lepore si trovò costretto a rispondere a Galgano, pur cercando di minimizzare. In Procura cresceva l’indignazione e lui disse: «Non sono il capo di una stalla».

Prima di tutto questo c’era stato un altro episodio spiacevole, in piena inchiesta «MagnaNapoli». A dicembre 2008 un ufficiale della Finanza, arrestato nell’inchiesta degli appalti, sostenne che Lepore avrebbe segnalato per un’assunzione all’imprenditore sotto accusa Alfredo Romeo il parente di un autista della Procura. Lui denunciò un «tentativo di delegittimazione» e smentì un articolo su una presunta telefonata al sindaco Iervolino, prima dei clamorosi arresti. Il Mattino scrisse anche di nuovi contrasti tra il capo e i suoi sostituti e la Procura dovette ancora smentire.

L’ultimo guaio? A settembre, con il nuovo scandalo P3. Dicono che uno degli implicati, il tributarista Pasquale Lombardi, si sarebbe informato con Lepore sull’inchiesta su Cosentino. Il Procuratore conferma il tentativo, ma nega di aver dato informazioni, Chiarisce anche un altro particolare imbarazzante, la partecipazione al convegno in Sardegna organizzato da Lombardi. «Se dovessi chiedere il certificato penale agli organizzatori di tutti i convegni...».





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E ora vogliono radiare Sallusti e Porro

di Antonio Signorini


L'associazione Pannunzio si batte per i diritti dei giornalisti. Poi propone sanzioni per direttore e vice. Ci attaccano persino sul dossier-sberleffo: "Mai un giornale usato così per fare pressioni illegittime"



Roma - «La Società Pannunzio per la libertà d’informazione, in seguito alla diffusione delle telefonate intercettate tra il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, e il Portavoce di Emma Marcegaglia, Rinaldo Arpisella, ha denunciato all’Ordine dei giornalisti della Lombardia il direttore Sallusti e il suo vice direttore, chiedendone l'immediata radiazione».

A chiedere che Porro e Sallusti non siano messi in condizioni di scrivere, sono gli eredi del fondatore dello storico settimanale il Mondo (ma lui non lo sa, Mario Pannunzio è morto più di quarant’anni fa). Declinazione italiana della Société des Amis de la liberté et de la presse, «che sorse in Francia nel novembre del 1817», precisano nel sito. Espressione diretta e braccio armato, per il settore media, di quel mondo che - sempre a babbo morto - ha imbracciato le insegne del Partito d’azione (stemperandone l’anticomunismo e l’allergia alla retorica), quelle del liberalismo di sinistra (glissando sui temi economici), per portarle in dote al popolo viola o comunque nella galassia della sinistra giustizialista.

Più banalmente, la Società Pannunzio è Enzo Marzo, fondatore della rivista Critica liberale, tornato in auge da quando ha deciso di dedicarsi al filone dell’anti-berlusconismo e, più recentemente, quello delle battaglie contro il Giornale. Nei mesi scorsi era stata la stessa società Pannunzio a presentare un analogo esposto all’Ordine della Lombardia nei confronti di Vittorio Feltri sul caso Boffo e per le inchieste sulla casa di Montecarlo. Ottenne la sospensione che definì una «vittoria della società civile». Quando qualcuno obiettò che si erano usati due pesi e due misure rispetto ad altri giornalisti che tendono a non fare sconti, ma sono di sinistra, ad esempio Michele Santoro, Marzo disse di meravigliarsi: «Non conoscono la differenza tra opinione e frode».

Durissimo il giudizio sul caso Marcegaglia-Giornale. Nel giorno del dossier-beffa, sulla Marcegaglia, la Società denuncia che «mai un giornale (il Giornale, ndr) era stato usato in maniera così diretta come strumento di illegittima pressione».

L’esposto è ancora più netto. Porta la firma di Marzo. La perquisizione al Giornale (sulla quale l’Ordine ha peraltro espresso «grande preoccupazione»), la telefonata di Porro e il finto dossier, a giudizio di Marzo, sono fatti che non lasciano spazio a dubbi. La condanna penale e quella dell’ordine sono atti dovuti.

«Al di là - scrive - degli evidenti e già noti aspetti di rilevanza penale che saranno presi in considerazione dall’inchiesta giudiziaria», la vicenda, «spalanca un problema colossale di deontologia professionale. In effetti, siamo in imbarazzo a chiamare ancora giornalisti personaggi che col giornalismo non hanno in alcun modo a che fare e confidiamo che la categoria avrà la decenza di cacciarli per ignominia dalla propria comunità».

Tra i soci fondatori della Società Pannunzio, giornalisti, limitati a un terzo, sociologi, filosofi e storici, tutti di area laica. Tra loro, il direttore di Europa Federico Orlando e uno dei fondatori del Fatto, Peter Gomez. Tra le associazioni promotrici, molte organizzazioni, cenacoli e fondazioni ultralaiche (oltre a Critica liberale, la Federazione dei circoli Giustizia e Libertà, Italia Laica). Poi due realtà di peso della sinistra: Arci (con l’Arcigay e il Movimento consumatori) e, soprattutto, la Cgil. Con il sindacato della sinistra il legame è consolidato. Già Critica liberale curava, per l’area nuovi diritti della Cgil un rapporto sulla secolarizzazione del Paese. Un «indice» per dimostrare che l’Italia è sempre più laica.

L’ultima sfida della società Pannunzio, è diventare una sorta di sindacato dei lettori. Recentemente si batte per una «Carta dei diritti dei lettori». Lo Stato - suggeriscono i liberali della Sp - potrebbe erogare contributi all’editoria solo a chi la firmerà. Per arrivare alla Carta, la società Pannunzio ha siglato un patto con la Fnsi, sindacato dei giornalisti, e con l’Ordine. Lo stesso Ordine che Marzo vorrebbe abolire. Non prima però di avere interdetto i media a Porro e Sallusti.



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La gaffe del segugio D’Avanzo: fiutare il dossier che non esiste

di Stefano Zurlo


L’editorialista-giustizialista di Repubblica ci accusa di spargere fango su ordine di Berlusconi. E prende l’ennesimo granchio. Eppure lui di dossier se ne intende: Cossiga propose perfino di assumerlo nei Servizi



È proprio vero: non si diventa il principe dei cronisti giudiziari per nulla. Ieri Giuseppe D’Avanzo ha seguito il suo fiuto infallibile di segugio - non come quelli scalcagnati in forza al Giornale - e con il suo retino è andato ad acchiappare il Nulla. Ovvero, il terribile dossier che quella macchina del fango chiamata Giornale aveva in animo di sputare in faccia a Emma Marcegaglia. Insomma, su Repubblica ha prodotto una lunga articolessa per impaginare il vuoto, perché, come i nostri lettori sanno, quel dossier non esiste. L’hanno cercato i carabinieri, non l’hanno trovato e allora ci si è messo lui, il peso massimo della notizia.

Il supersegugio del quotidiano romano aveva due non indizi formidabili. Primo: «Sallusti dice che il dossier c’era... così ora si può pubblicare. Feltri fa sapere che ne farà addirittura quattro pagine». Certo, quattro pagine di collage, quattro pagine pescate dal mare dei più grandi quotidiani italiani, a cominciare proprio da Repubblica. Ironia della sorte, la prima pallottola utilizzata dai killer del Giornale era già stata esplosa dalla pistola di Emilio Randacio e Walter Galbiati che l’11 novembre 2008 avevano raccontato su Repubblica i diciassette conti segreti di Marcegaglia. Pazienza.

Il segugio D’Avanzo avrebbe dovuto fiutare se stesso, un’operazione troppo difficile e allora dopo aver sottolineato «il cambio di scena» del Giornale, pronto a tirare fuori dai cassetti quel che prima sosteneva di non avere, se la prende con il premier. Il motivo? Eccoci al secondo non indizio: il silenzio del premier. Berlusconi tace. Non dice una parola. Non stigmatizza il comportamento dei giornalisti che imbrattano di fango le edicole. Forse perché intuisce, come peraltro ha detto chiaro e tondo Fedele Confalonieri, che più in là del cazzeggio, deprecabile finché si vuole ma pur sempre tale, Nicola Porro e Il Giornale non sono andati. Chi può credere a tali panzane?

E invece no. Un tempo i maestri del giallo dicevano che tre indizi fanno una prova, ora bastano due non indizi e l'assassino ha un nome. Il Giornale tace, il premier, peraltro in dacia con l’amico Putin, pure, quindi la democrazia è in pericolo e la macchina del fango è in piena azione. Veramente, pure la Marcegaglia, intervistata dal Corriere della sera, ha spiegato che si era ben guardata dal denunciare ai giudici le presunte manovre ricattatorie perché non le riteneva rilevanti dal punto di vista penale. Ma questi, ci mancherebbe, sono dettagli. D’Avanzo ci crede, afferra i tentacoli invisibili del complotto, scuote l’albero del male e vede cadere a terra i frutti avvelenati dell’informazione. Tutto perché fra una sauna con l’amico Vladimir e una cantata - non di Apicella e nemmeno di Arpisella, ma di un gruppo australiano - il Cavaliere non se l’è sentita di porgere la sua solidarietà alla presidente colpita e messa in crisi da un sms. Scrive lucidamente D’Avanzo: «È un distacco che conferma come dietro le aggressioni del suo giornale ci sia sempre la sua volontà, il suo risentimento contro chi immagina lo abbia tradito o lo voglia tradire».

Il teorema dell’inviato principe è lì, ben squadernato nella sua imponenza: c’è un’aggressione, anche se solo Woodcock l’ha percepita, e dietro quell’aggressione c’era la volontà del Cavaliere, che però, poveretto, non dev’essersi accorto di niente.

Dunque, D’Avanzo suona tutte le campane di cui dispone: l’Italia è in pericolo perché i piromani del Giornale continuano ad appiccare incendi e il loro mandante morale, sempre lui, non muove un dito per fermarli. Siamo, è evidente, dalle parti del nulla, ma il segugio del giornale romano non si dà per vinto e continua ad inseguire fantasmi riga dopo riga. Strepitoso.

Torna in mente, chissà perché, un’interpellanza scritta nel 2006 dallo scomparso presidente Francesco Cossiga. Il «picconatore», sempre sul filo dell’ironia e del paradosso, si rivolse al ministro dell’Interno per sapere se i «giornalisti Marco Travaglio e Giuseppe D’Avanzo siano nel libro paga, e per quale somma, del capo della polizia dottor Gianni De Gennaro… e per sapere inoltre, qualora l’ipotesi sia vera, se non ritenga di rendere permanente e più ampia la loro collaborazione facendoli assumere come informatori occulti dal Sisde». Naturalmente, era un gioco di parole, come è un patchwork di luoghi comuni l'articolo di D'Avanzo e come è un collage il famigerato dossier del Giornale.

Due non indizi per dimostrare quel cui nessuno crede: Il Giornale voleva ricattare la Marcegaglia estorcendole, addirittura, un’intervista e un’intervista pro Berlusconi. Ci voleva un segugio di razza come D’Avanzo per scoperchiare un pentolone senza coperchio. Anzi, vuoto.





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Ora Emma e i suoi ci spieghino chi comanda davvero in Italia

di Gabriele Villa


Cos'è il "cerchio sovrastrutturale che va oltre Berlusconi" di cui Arpisella parla al telefono? Per il portavoce il caso D'Addario sarebbe stato architettato da una sorte di "Spectre"



 

Abbiamo un cerchio alla testa, noi de «il Giornale». Anzi di più, abbiamo un «cerchio sovrastrutturale» sopra le nostre teste. Ne sentiamo il peso da qualche giorno, lo percepiamo. Sappiamo oramai con certezza, dopo le parole criptiche ma preoccupanti e preoccupate, pronunciate da Rinaldo Arpisella, l'uomo di fiducia di Emma Marcegaglia, nell'oramai famosa conversazione telefonica con Nicola Porro, che questo cerchio aleggia nell'aria. Ma dobbiamo, purtroppo, prendere atto che, almeno per il momento, questa strana, inquietante presenza, resta per noi, «relegati in via Negri, a Milano» (sempre per continuare a citare Il Grande Informato), come qualcosa di simile a un Unidentified Flying Object, un Ufo cioè. Che, ci crediate o no, sta girando e rigirando, attorno a un'Italia ignara, compiendo un'orbita particolarmente strana che, sempre parole di Arpisella, passa da Fini alla D'Addario, a Casini, attraversando praterie sconfinate, laghi, boschi, mari e monti ma anche, immaginiamo, piccole, medie e grandi industrie. Come si fa dunque a rimanere insensibili a questo grido di dolore? Come possiamo non farci delle domande o, meglio, non farle agli informati uomini (e donne) di Confindustria, per trovare risposte che possano rasserenare il nostro spirito e le nostre menti e consentirci di lavorare con più tranquillità nel nostro eremo di via Gaetano Negri a Milano? Ecco dunque la prima di queste nostre, crediamo più che lecite, domande:


1)Che cos'è questo misterioso «cerchio sovrastrutturale»? Chi ne fa parte e quali sono i suoi obbiettivi?
Dice Arpisella a Porro nel colloquio telefonico intercettato: «...Ci sono sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa...». E ancora: «...Ma tu non sai che c... c'è altro in giro, ti parlo da amico cioè...è un'ottica corta cioè.. è allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me...». La frase dell'uomo di fiducia della presidente di Confidustria somiglia a un messaggio in codice. Che come tale va necessariamente e urgentemente decodificato, soprattutto perché fa intuire che il «cerchio» potrebbe essere una sorta di organizzazione gerarchica clandestina, una struttura parallela che, in qualche modo, controlla tutte le leve del potere in Italia. Sarebbe interessante conoscere i nomi degli adepti che costituiscono gli anelli di questo cerchio e come questi personaggi si muovano all'interno dei palazzi e delle stanze dove si manifesta, invece, l'ufficialità del potere, quello che è noto a tutti.


2)Chi è o chi sono i misteriosi registi dell'operazione D'Addario?
«Ci sono quelli che c'erano dietro la D'Addario, dai su!». Rinaldo Arpisella sembra sicuro di sapere con esattezza chi siano i mandanti della vicenda D'Addario, la escort gettata nelle braccia del premier, con tanto di registratore nella borsetta. Sarebbe interessante conoscere che cosa sanno in Confindustria di questa vicenda.


3)Chi c'è dietro la svolta anti berlusconiana di Fini?
Arpisella: «Dai, secondo te chi c'è dietro Fini?». Porro: «Chi c'è dietro Fini, tu lo sai? Io no». Anche su questa delicatissima questione i vertici dell'imprenditoria italiana danno l'impressione di sapere esattamente come siano andate le cose e perché il presidente della Camera abbia cambiato radicalmente il suo atteggiamento nei riguardi del premier, arrivando addirittura a fondare un partito. C'è da dedurre che in Confindustria sappiano anche quale assicurazioni sulla futura carriera politica abbia ricevuto il manipolo dei seguaci di Fini e da chi le abbia ricevute.


4)Perché secondo la Confindustria le decisioni più importanti vengono prese all'insaputa dei politici?
«No, no fermati un attimo non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere, capire che non esiste solamente la politica Fini, la politica Casini...». Anche in questo caso le parole dell'uomo di fiducia della Marcegaglia danno la netta sensazione che i giochi della politica italiana si facciano lontano dalla politica e dai politici italiani. In altre stanze, in altri luoghi. Perché non dirlo cortesemente anche a noi, perché non spiegarci dove si «fa» veramente la politica italiana, giusto per darci la possibilità di intervistare le persone appropriate d'ora in poi.


5)Chi fa parte di questa nuova e inquietante Spectre che governerebbe l'Italia?
«...Il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre...». E qui siamo all'apoteosi, alla Madre di tutte le inquietanti rivelazioni che Arpisella a mezza bocca fa o vorrebbe fare a Porro. È evidente che l'Italia deve fare i conti con una sorta di Spectre, acronimo come ben sa 007, di Supremo Progetto Esecutivo per il Controspionaggio, Terrorismo, Ritorsioni ed Estorsioni. Diteci dunque chi è il capo (che nella Spectre del cinema è noto come Numero 1) di questa Spectre nostrana e diteci anche, tra un planning e un report, signore e signori della Confindustria, chi sono gli altri affiliati di questa organizzazione cioè i Numero 2, 3, 4. E dove si riuniscono. Dentro vulcani, o su isole deserte o nelle sale Bingo?

Siamo sicuri che risponderete a tutte le nostre domande. Ma senza dare un colpo al Cerchio e uno alla botte, per favore.





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