sabato 9 ottobre 2010

L'incredibile storia di Dante Nencioni, morto e dimenticato in casa per 7 anni

Il Messaggero


Nessuno ha mai suonato alla porta del pensionato, stroncato da un malore e rimasto cadavere nella sua villa di Frascati




dal nostro inviato Marida Lombardo Pijola


FRASCATI (9 ottobre) - Questa è la storia di un uomo senza storia. Un uomo rimosso dalla memoria di ogni consimile incrociato negli otto decenni in cui ha vissuto. Un uomo che non ha lasciato traccia negli affetti e nei ricordi di nessuno. Che si è lasciato alle spalle solo morti, o abbandoni, o indifferenza, o rancori, o labilità della memoria, o sciatterie dell’attenzione degli esseri umani verso gli altri esseri umani.

Nessuno può dire può dire come sia andata davvero, la vita di Dante Nencioni, in questa storia che va oltre la solitudine e l’indifferenza, in un non-luogo dove una vita può evaporare in una bolla vuota, eludere la memoria e i sentimenti, precipitare nel buco del nulla. Infatti non era nulla per nessuno, quel pensionato fiorentino, vissuto a Frascati per vent’anni, morto da solo a ottant’anni -presumibilmente nel 2003, per cause ignote - e rimasto per i successivi sette a deperire, come una cosa oltraggiata dall’umidità dell’altrui smemoratezza, sul pavimento del bagno di una villa isolata nella zona più prestigiosa di Frascati, che il tempo ha trasformato in un ossario.

Nessun parente. Soltanto due nipoti acquisiti, di Firenze, che appena si ricordano di lui. Due decenni a Frascati, eppure nessuno sa niente di lui. Un fantasma. Solo un’immagine sfocata nella memoria lunga di un paio di anziani che abbiamo rintracciato. «Massì, ”l’ingegnere”, simpatico, la renna e il cashemirino, la station wagon, distinto, capelli tinti, denti rifatti con gli impianti, molti soldi, parlava di aprire un Bingo a Roma, di andare a vivere in un residence». «Diceva, mi pare, di una figlia lontana con cui aveva litigato, e di una moglie divorziata e poi morta. Scendeva in piazza ogni tanto a prendere il caffè».

Eppure nessuno lo ha cercato, nessuno ha chiesto o si è mai chiesto di lui. Nessuno ha mai bussato per avere sue notizie al cancello di via Enrico Fermi 34, alto, massiccio, dissuasivo, così da inibire ogni sbirciata. Quattrocento metri quadri immersi in un giardino tutto arruffato dalle erbacce. Il tempo ha consegnato quegli ambienti, un tempo eleganti e rifiniti, all’avidità di una muffa implacabile, che si è accanita come un predatore su quella casa, su quel corpo, su quella morte, come, in precedenza, doveva aver divorato quella vita.

Perciò questa è una storia che si svolge in una terra di mezzo, dove la vita di un anziano può consumarsi in un silenzio irreparabile e perfetto come la morte, e può sfibrarsi come gli asciugamani ridotti a fili penduli che hanno vigilato sul corpo di Dante Nencioni come sinistre sentinelle funerarie. E chi lo sa se ha misurato l’entità diabolica del vuoto, Dante, già impiegato all’Agenzia delle Entrate di Roma, divorziato dal ’95, per l’anagrafe senza figli, mentre si accasciava sul pavimento del suo bagno, forse già privo di vita, o forse soltanto intrappolato in un malore che non avrebbe avuto alcun soccorso e alcun conforto. Sarebbe rimasto lì per altri anni, se l’acqua sputata dai tubi sgangherati dei suoi impianti non avesse indotto qualcuno ad avvertire i vigili urbani.

Nessuno di coloro che sono entrati in quella casa potrà dimenticare mai quello che ha visto. L’impatto con qualcosa di ancora più sinistro della devastazione che il degrado aveva minuziosamente prodotto sui mobili antichi di valore, le boiseries, i dipinti, le porcellane preziose, il buddha dorato quasi a grandezza naturale, il laboratorio con gli attrezzi da bricolage per lavorare il ferro e il legno, disposti in meticolosa simmetria. C’era qualcosa, in quell’abitazione, di ancora più inquietante delle ossa abbandonate tra la doccia e il lavandino come un mucchietto di rifiuti. Quell’ordine irreale, quei documenti archiviati e conservati nei faldoni con la pignoleria di un notaio, quei libri, corsi d’inglese ed enciclopedie, disposti in fila perfetta sugli scaffali. E in giro nessuna foto. E nella posta nessuna lettera, nessuna cartolina, nulla che non fosse un rendiconto, una bolletta, una pubblicità. E quella penna a sfera, quegli occhiali, quell’orologio d’acciaio sistemati in fila perfetta sul tavolino davanti al caminetto, accanto ad una copia chiusa di ”Porta Portese”. E quelle armi, regolarmente detenute, custodite con cura in una cassapanca. E quell’Alfa, protetta con devozione dai teli nel garage. E quel vuoto. E quella sensazione di asfissia.

Visitando quella casa il capitano dei carabinieri Marcello Sermoneta si è lasciato rinfrancare dal sollievo ripensando ai suoi cento metri quadri caotici, affollati da figli e da cani; il suo capo Giuseppe Iacoviello, che ha 31 anni, ha riflettuto sul fatto che prima o poi sarà ora di farsi una famiglia; a Barbara Luciani, comandante dei vigili del fuoco, si è stretto il cuore pensando alla sua bimba di 3 anni, che non ha fratelli. La solitudine produce solitudine. E neanche il postino, mentre nella cassetta si ammucchiavano all’inverosimile carteggi sterili da parte di entità neutre e sconosciute, ha pensato di insistere. Suonare due volte. Il postino non lo fa mai, si sa. Gli altri nemmeno.





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Caso Aldrovandi, 2 milioni alla famiglia

Corriere della sera


Risarcimento dello Stato. In cambio i genitori rinunciano
a costituirsi parte civile nei processi ancora in corso


IL RAGAZZO MORì NEL 2005 DURANTE UN CONTROLLO DI POLIZIA


Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi, i genitori
Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi, i genitori
MILANO - Quasi due milioni di euro. È il risarcimento riconosciuto dallo Stato alla famiglia di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. L'accordo è stato raggiunto due giorni fa. In cambio lo Stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti sulla vicenda.

LE REAZIONI - «È un altro passo: una tragedia così non si chiuderà mai, Federico non ce lo restituirà mai nessuno, ma l'importante è che la sua memoria sia quella giusta. Quello che mi interessava era far sapere quello che è successo, e questo è un obiettivo raggiunto» sottolinea Patrizia Moretti, la mamma di Federico. «Sono soddisfatto dal punto di vista professionale, si tratta di una ammissione di responsabilità di indubbia valenza ma anche dispiaciuto dal punto di vista umano, avrei voluto essere in appello» commenta invece Fabio Anselmo, uno degli avvocati della famiglia. Il legale ricorda che il ministero dell'Interno non era mai stato citato come responsabile civile e aggiunge che, il papà e la mamma di Federico saranno comunque in aula durante il processo d'appello.

AUDIO - La madre di Federico: «Un'ammissione di responsabilità e un segno di vicinanza»

RICONCILIAZIONE - Le responsabilità penali restano in capo agli imputati. I quattro poliziotti di pattuglia la mattina della morte di Federico sono stati condannati a tre anni e sei mesi in primo grado: eccesso colposo in omicidio colposo, l'accusa. Altri tre loro colleghi sono stati condannati per il depistaggio delle indagini (per un quarto il processo è ancora in corso). «Oggi si può iniziare a parlare di pacificazione» aggiunge l'avvocato Anselmo, ricordando che la famiglia di Federico non ha mai avuto un atteggiamento di contrapposizione nei confronti della polizia, ma ha solo lottato perché fosse ristabilita la verità su quanto gli era accaduto. «In prima fila alla proiezione ferrarese del film È stato morto un ragazzo , firmato dal giornalista Filippo Vendemmiati sulla vicenda di Federico, c'era il questore - racconta Anselmo - e anche lo stesso Manganelli è stato molto vicino alla madre». «L'associazione delle vittime delle forze dell'ordine che stiamo fondando - conclude - nasce per aiutare chi si trova in situazioni simili ed è in difficoltà. Lo scopo è chiedere aiuto allo Stato affinchè non lasci solo chi si trova in queste situazioni».


Redazione online
09 ottobre 2010

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Ecco il dossier sulla Mercegaglia

Libero




Libero-news.it



La sua frase preferita è questa: «Il segreto del successo è non accontentarsi mai». E infatti lei, donna di indiscutibile successo, non si è mai accontentata, fin dal giorno in cui decise di venire al mondo.


È  nata a Mantova, Emma, oggi capo degli industriali italiani, ma mica in un giorno qualsiasi: 24 dicembre del 1965. Onestamente, non sappiamo se intorno alla mezzanotte o con qualche minuto di ritardo, ma presumiamo che la cosa non faccia molta differenza. Giorno particolare, non proprio da comuni mortali, per Emma.

Tutti gli altri mangiavano o si preparavano alla festa e Palmira e Steno guardavano la loro secondogenita. Naturalmente, non in una grotta. Casa confortevole. Perché lui, Steno, è il geometra Marcegaglia, idee di sinistra e per alcuni decisamente comuniste, fondatore del colosso dell’acciaio Marcegaglia spa. Sei anni prima, assieme ad un socio, Steno ha rilevato una piccola azienda artigianale per la produzione di tubi da irrigazione e di guide metalliche per tapparelle. È  il periodo giusto: in Italia c’è il boom delle tapparelle. Quattro anni dopo l’acquisto, l’azienda non è più tanto artigianale: ha già trenta dipendenti e produce trafilati. Nove anni dopo, ha 250 mila metri quadrati di capannoni. Oggi, il gruppo, interamente controllato dalla famiglia Marcegaglia, ha cinquanta società in Italia e all’estero e 6.500 dipendenti. Fatturato: 4,2 miliardi di euro.

La regina dell’acciaio
Emma Marcegaglia è una delle donne più ricche d’Italia, ed è anche la regina dell’acciaio. All’epoca, era una bambina del Nord che sembrava una siciliana: capelli nerissimi, pelle olivastra, occhi neri tagliati all’insù. Sognava di diventare una ballerina classica. Ben presto, forse perché non si è mai accontentata, cambiò idea: maturità scientifica al liceo Belfiore di Mantova. Sessanta sessantesimi. Poi l’Università Bocconi. Laurea in Economia azienda (tutte le aziende, non solo quella di famiglia). Poi New York, master in Business Administration. Poi il ritorno in Italia.
Gli anni Ottanta stavano per morire, Emma aveva i titoli giusti.

Di solito, a questo punto, i padri fanno un discorso: «Figlia mia, che ne pensi di un bel concorso?». Oppure, le propongono di metter su famiglia, comprare una casa col mutuo. Papà  Steno chiamò Emma: «Figlia mia, abbiamo rilevato l’isola di Albarella dal Credito svizzero. Te l’affido: vai e fai». L’isola di Albarella, cioè 520 ettari, cioè un centro turistico immobiliare. Naturalmente, non in un posto qualsiasi (ricordate il 25 dicembre?): nel golfo di Venezia, Parco Naturale del Delta del Po. L’isola, 5 chilometri di lunghezza e 1,5 di larghezza, due milioni di alberi e 150 specie arboree differente, è un paradiso più che un semplice centro turistico.

«Era un esame, - racconterà poi Emma - un test». Gli amministratori la chiamavano la bambina. Lei aveva ancora i capelli neri e ancora ventiquattro anni. E non si accontentò: due anni di lavoro e il paradiso cominciò a fruttare. Test superato. Papa Steno richiama Emma e le fa un nuovo discorsetto: «Figlia mia, che ne pensi dell’azienda di famiglia?».

Cominciò tutto così, nei primi anni Novanta. Emma entrò e ancora una volta non si accontentò di salire i gradini uno ad uno. Prese l’ascensore: direttore dell’ufficio servizi finanziari, poi amministratore delegato, assieme al fratello Antonio, del gruppo e di tutte le società collegate (papà Steno è presidente), poi vicepresidente della Confindustria, poi presidente dei giovani imprenditori, poi presidente degli imprenditori tout court, giovani e anziani, prima donna a ricoprire questo ruolo. Nel frattempo, anche mamma di Gaia. Sempre nel frattempo, visto che non bisogna accontentarsi mai, i capelli corvini sono diventati biondi. E la pelle è rimasta olivastra, gli occhi sono rimasti all’insù.

Uno strano miscuglio
Strano miscuglio, oggi, la signora Emma: un po’ nordica e un po’ siciliana, un po’ giovane (per l’età) e un po’ anziana (per le tante cose che ha fatto), un po’ berlusconiana (a giudicare da certe sue passate prese di posizione) e un po’ antiberlusconiana (stando alle recenti dichiarazioni). Un po’ qui e un po’ lì. Deve essere un tratto di famiglia: papà Steno, lo abbiamo visto, da alcuni era considerato un acceso comunista. Era geometra e non avvocato. E difendeva i contadini nelle cause agrarie contro i proprietari terrieri. Poi è diventato proprietario, non solo terriero. Papà Steno rimase vittima di un sequestro di persona (ottobre 1982).

Cinquantadue giorni di prigionia. E nessun riscatto pagato per essere rilasciato. Storia rocambolesca: si liberò dalle catene, scappò, fu ripreso dai rapitori e fu pure avvistato da un elicottero della polizia mentre stava per essere riportato in Aspromonte. Papà Steno è anche un galantuomo. E il 3 dicembre del 2006 il tribunale di Brescia lo ha condannato a quattro anni e un mese, con interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, per il reato di bancarotta preferenziale. Con l’indulto la pena fu ridotta di tre anni. Poi arrivò anche l’assoluzione in secondo grado, Corte di Appello di Brescia. Comunque, Streno Marcegaglia era in ottima compagnia: con lui, Cesare Geronzi, Roberto Colaninno, Stefano Bellaveglia eccetera.

Cose che possono capitare a chi fa impresa. Anche il fratello di Emma, Antonio, è un galantuomo. E anche lui ha avuto qualche guaio con la giustizia: ha patteggiato undici mesi di reclusione con sospensione della pena per il reato di corruzione. La Marcegaglia spa non è un galantuomo. Non può esserlo, è una società. E come tantissime altre società non si è fatta mancare i suoi guai giudiziari, tutti risolti con patteggiamenti e sanzioni vari. Beninteso: nulla di particolarmente anomalo in un Paese che ci ha regalato ben altro, tangenti a tutto spiano e corruzione a macchia d’olio e infiniti intrallazzi. Però, nella storia dei Marcegaglia c’è anche questo. Per dirla con Emma e la sua frase preferita: anche loro non si sono accontentati di fare impresa senza incontrare mai un giudice. Ma chissà poi se la colpa è loro o di questo Paese qui, nel quale loro vivono con molto successo.

P.S. Le informazioni sulle vicende giudiziarie di cui sopra non fanno parte di alcun dossier. Non vengono dai servizi segreti e non sono neppure frutto di uno scoop. Non ci sono neanche arrivate per e-mail e per raccattarle non abbiamo dovuto sguinzagliare segugi. Sta tutto negli archivi dei giornali e anche su internet. Comunque, se la signora Emma Marcegaglia non dovesse essere d’accordo o dovesse ravvisare qualcosa che non la convince nel ritratto da noi scritto, può sempre telefonarci. Il nostro apparecchio non è sotto controllo. Almeno speriamo.

Mattias Mainiero

09/10/2010





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Afghanistan, imboscata ai soldati italiani: 4 alpini morti, uno ferito gravemente

Il Mattino


ROMA (9 ottobre) - Quattro militari italiani sono stati uccisi oggi in Afghanistan, mentre uno è rimasto gravemente ferito. Lo si apprende da fonti della Difesa. Un potentissimo Ied, un ordigno esplosivo rudimentale, ha provocato la morte dei quattro militari italiani. L'ordigno ha investito in pieno un blindato Lince, che questa volta - a differenza di molte altre - non ha retto all'urto. Il mezzo, sul quale viaggiavano tutti e quattro i militari uccisi e il ferito, è andato distrutto.





Una esplosione alla quale è seguito uno scontro a fuoco
durante il quale altri militari italiani hanno «messo in fuga gli aggressori»: è la prima ricostruzione dell'attentato di oggi in Afghanistan, secondo il comando del contingente italiano ad Herat.

I quattro militari italiani uccisi oggi in Afghanistan e quello ferito (tutti alpini) si trovavano «a bordo di un veicolo blindato Lince che faceva parte del dispositivo di scorta a un convoglio di 70 camion civili». Lo riferiscono al comando del contingente italiano ad Herat. I camion «rientravano verso ovest dopo aver trasportato materiali per l'allestimento della base operativa avanzata di Gulistan, denominata Ice».

Erano tutti in forza al 7/o reggimento alpini di stanza a Belluno, inquadrato nella brigata Julia, i 5 militari coinvolti nell'esplosione che ha investito un blindato Lince alle 9.45 locali, nel distretto di Gulistan. Nello scoppio hanno perso la vita il primo caporal maggiore Gianmarco Manca (nato ad Alghero il 24 settembre 1978); il primo caporal maggiore Francesco Vannozzi (nato a Pisa il 27 marzo 1984); il primo caporal maggiore Sebastiano Ville (nato a Lentini, provincia di Siracusa, il 17 settembre 1983) e il caporal maggiore Marco Pedone (nato a Gagliano del Capo, in provincia di Lecce, il 14 aprile 1987).

Il militare rimasto ferito è il caporal maggiore scelto Luca Cornacchia (nato a Pescina, in provincia dell'Aquila, il 18 marzo 1972), il quale «è cosciente, ha riportato ferite a un piede e traumi da esplosione ma non è in pericolo di vita». L'alpino ha telefonato personalmente alla moglie per rassicurarla sulle sue condizioni di salute.

Anche un sesto alpino è rimasto coinvolto nell'imboscata in Afghanistan. E' Michele Miccoli, di 28 anni, nato ad Aradeo e residente a Belluno, sede del settimo Reggimento Alpini. La notizia è stata confermata ai giornalisti dai genitori del militare, rassicurati per telefono dal proprio congiunto. Miccoli ha riferito, in una breve conversazione, di stare bene e che si trovava a bordo di un automezzo che seguiva quello saltato in aria.

La Procura di Roma ha aperto una inchiesta contro ignoti.

Il militare italiano ferito in Afghanistan è stato «immediatamente evacuato con elicotteri di Isaf», la missIone della Nato. È quanto spiegano al comando del contingente, sottolineando che il soldato «è grave». È cosciente ed è ricoverato in ospedale a Delaram il militare italiano rimasto gravemente ferito nell'attacco. Lo ha riferito il generale Massimo Fogari, capo ufficio stampa dello Stato Maggiore della Difesa a Sky Tg24. «È un tipico attacco condotto da guerriglieri - ha spiegato ancora il generale Fogari - fanno esplodere un ordigno, poi aprono il fuoco e quindi si danno alla fuga». «Non è in pericolo di vita», afferma il maggiore Mario Renna, portavoce del comando del contingente italiano ad Herat Il militare, che presenta ferite agli arti inferiori.

L'attentato è avvenuto nel distretto di Gulistan, a circa 200 chilometri a est di Farah, al confine con l'Helmand. Si tratta di uno dei tre distretti di cui solo di recente è stata affidata la responsabilità ai militari italiani.

I talebani hanno rivendicato oggi due attentati realizzati ieri sera contro militari americani e afghani nella provincia di Farah, uno dei quali nel distretto di Gulistan, lo stesso in cui sono stati uccisi oggi quattro alpini italiani. Il primo attacco, indicano gli insorti nel loro sito Internet, ha riguardato un carro armato ed un fuoristrada contro cui sono stati sparati razzi Rpg nell'area di Baij Pasti Tangi del Gulistan.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa con profonda commozione la notizia del gravissimo attentato in cui hanno perso la vita quattro militari italiani impegnati nella missione internazionale per la pace e la stabilità in Afghanistan - rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese - esprime i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari dei caduti. Lo rende noto un comunicato del Quirinale. In segno di cordoglio il preannunciato concerto bandistico in piazza in occasione del cambio della Guardia d'Onore al Palazzo del Quirinale di domenica 10 ottobre, è stato annullato.

Berlusconi: vicini alle famiglie. «Ho appreso con dolore la notizia del tragico agguato ai nostri ragazzi impegnati a riportare la pace in Afghanistan. Siamo vicini alle loro famiglie come lo sono, ne sono sicuro, tutti gli italiani. Attendo con trepidazione notizie sull'altro nostro militare ferito. Siamo grati a tutti i soldati italiani che, nelle diverse missioni in tante parti del mondo, consentono al nostro paese di mantenere i suoi impegni internazionali a favore della pace e contro ogni forma di terrorismo». Lo afferma il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Bersani: ripensare strategie. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani esprime «cordoglio alle vittime e solidarietà alle loro famiglie» commentando la morte dei quattro soldati italiani in Afghanistan, e chiede che il governo italiano avvii insieme agli alleati una «riflessione» sulle prospettive e la strategia da tenere sul campo. «È una cosa drammatica - ha detto Bersani poco prima dell'inizio dei lavori dell'Assemblea nazionale del Pd - ed è ora che l'Italia puntualizzi la strategia, così come si era detto, per vedere le prospettive reali». «La situazione sul campo è difficile - ha osservato - le prospettive incerte. Essendo chiaro che non si agisce fuori dal contesto delle nostre alleanze, dobbiamo riflettere insieme su cosa vuol dire realmente questa famosa nuova fase».

La Russa: convoglio era stato già attaccato ieri, profondo cordoglio. Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha espresso «profondo cordoglio e dolore per i 4 militari deceduti, grande solidarietà al soldato ferito e sentimenti di particolare vicinanza ai familiari delle vittime. E' sciacallaggio chiedere il nostro ritiro». Il convoglio «era già stato attaccato con armi leggere nella giornata di ieri» quando era stato colpito un mezzo però statunitense.

Di Pietro: missione non ha più senso. «Non ha più senso nè logica rimanere in Afghanistan in queste condizioni. E' il nostro Vietnam. A nome mio e dell'Italia dei Valori esprimo profondo cordoglio alle famiglie dei quattro militari che hanno perso la vita nel tragico attentato a Farah, in Afghanistan». Lo afferma il presidente dell'IdV, Antonio Di Pietro. «Il governo si assuma le sue responsabilità e richiami immediatamente il nostro contingente. La missione che avrebbe dovuto essere di pace ha cambiato i suoi connotati, trasformandosi in missione di guerra».




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Il Fatto Quotidiano - Marcegaglia fa l'utile a spese dei fornitori

di Redazione


di Giovanna Lantini


Prima le banche e poi i fornitori. Si usa così in casa Marcegaglia, dove per ora non si tagliano i dipendenti e dove la riottosa Fiom è considerata un inter­locutore qualificato. Ma andiamo con ordine. Al 31 dicembre 2009 i debiti con i fornitori del gruppo siderurgico della famiglia del presidente di Con­findustria rappresentavano il 35 per cento dei 2,14 miliardi di euro fattura­ti lo scorso anno. Una percentuale consistente, soprattutto se messa a confronto con il 2008, quando la som­ma ammontava al 18 per cento circa di un fat- turato di 3,76 miliardi. Nel dettaglio, a fine 2009 la Marcega­glia Spa aveva in totale debiti con i for­nitori per 762,889 milioni, dei quali 497,9 contratti in Italia, 108,9 in Ue, 100,83 nei Paesi extra europei e il re­sto sparso tra America, Africa-Medio Oriente e Asia. Certo, siamo sempre in tempo di crisi ed è frequente che le aziende paghino le imprese fornitrici in tempi biblici che vanno oltre gli or­mai canonici 90 giorni. Cosa che inve­ce, anche solo per una questione di in­teressi, non è raccomandabile con le banche, che il debito lo fanno pagare salato.

Così il passivo totale del grup­po di Emma Marcegaglia scende, an­che se aumenta il monte delle fatture non pagate all’indotto – nonostante le ripetute rampogne fatte col cappello di numero uno degli industriali nei confronti dei pagamenti in ritardo del­la Pubblica amministrazione. Si legge nel bilancio 2009 della Mar­cegaglia Spa: «La diminuzione dei de­biti è il risultato della somma algebri­ca di due movimenti di segno oppo­sto. Da un lato la notevole diminuzio­ne dei debiti verso banche (di circa 186 milioni di euro), dall’altro il sensi­bile aumento dei debiti verso fornitori (circa 83 milioni di euro)». Come a di­re, appunto, prima le banche, verso le quali il gruppo è esposto per 672,881 milioni (859 milioni nel 2008), e poi le imprese. In Italia, del resto, si sa che funziona in questo modo. E per una precisa ra­gione: ai fornitori non si pagano inte­ressi, alle banche sì. Infatti, grazie alla diminuzione dell’indebitamento ban­cario, gli oneri finanziari del gruppo sono scesi di 28 milioni di euro. E così la società di cui il presidente di Confin­dustria è socia e amministratrice ac­canto al padre Steno e al fratello Anto­nio, è riuscita a chiudere il 2009 pro­prio con un utile di 28,5 milioni nono­stante il crollo del fatturato, travolto dalla crisi generalizzata del settore. E per di più senza pesanti tagli a livello occupazionale.


La pace con la Fiom
Certo, un po’ di maretta è in arrivo alla controllata Bvb di Pesaro (circa 80 addet­ti) che potrebbe vedersi preferire la Polo­nia. Ma la struttura nel complesso tiene e, nonostante le ambizioni esterofile dei Marcegaglia, per il momento, le relazio­ni del gruppo con i sindacati sembrano buone. Anche con quella Fiom che il pre­sidente di Confindustria, in relazione al caso Fiat ha definito «il problema». E che nel gruppo dei Marcegaglia può con­tare sul 70 per cento dei lavoratori iscrit­ti. Una cosa, insomma, è il pubblico so­stegno alla linea dura della Fiat che vuo­le più flessibilità sul lavoro in Italia e usa toni duri con i sindacati, un’altra sono invece gli affari di famiglia dove la regola sono le relazioni amichevoli. Anche se l’apripista Fiat sul lungo termine potreb­be risultare utile anche a Mantova. Il colosso siderurgico (cui fa capo an­che la Mita Resort, titolare delle conces­sioni turistiche della Maddalena) è infat­ti una realtà imprenditoriale che sul te­ma delle relazioni industriali e del poten­ziamento delle attività all’esterosi muo­ve coi piedi di piombo e coi guanti di vel­luto.

Tuttavia le ambizioni extra-Italia sono decisamente importanti e non sen­za conseguenze sulle decisioni circa la destinazione degli investimenti per il raf­forzamento degli stabilimenti produtti­vi e delle risorse umane. «In una logica di crescita a lungo termine, anche nel 2009 il sottogruppo Marcegaglia – si leg­ge nel documento – ha continuato a pre­stare grande attenzione alle proprie ri­sorse umane e alle relazioni industriali, evitando ridimensionamenti struttura­li ». Tuttavia Steno, Emma e Antonio vo­gliono crescere e dopo il raddoppio in Brasile e i nuovi stabilimenti in Cina, Russia e Polonia, «è precisa ambizione del sottogruppo Marcegaglia di arrivare entro il 2012 a una produzione negli sta­bilimenti esteri non inferiore al 20% di quella totale». Ma queste cose costano. Naturale, quindi, che gli investimenti esteri del gruppo stiano «subendo una forte acce­lerazione rispetto al passato ». In partico­lare per il 2009-2012 sono stati decisi in­vestimenti extra-Italia per complessivi 410 milioni. Che verosimilmente inclu­deranno le risorse umane. Del resto già nel 2009 nelle attività estere del gruppo i dipendenti sono cresciuti del 14,4 per cento, mentre l’occupazione in Italia è scesa dell’1,2 per cento. Solo però «in conseguenza di misure di rinnovamen­to selettivo al naturale turnover».




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la Repubblica - Nel mirino dei pm e del Fisco 17 conti «segreti» di Marcegaglia

di Redazione

di Emilio Randacio e Walter Galbiati


Diciassette conti congelati, da «porre in collegamento con le dichiarazioni rese da Marcegaglia Antonio». È il Ministero pubblico della Confederazione elvetica, con una missiva spedita la scorsa settimana all’ufficio del procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, a rialzare il sipario sui conti esteri della famiglia Marcegaglia. Una parte dei quali - quattro per la precisione - erano già stati scandagliati durante l’inchiesta Enipower, una storia di tangenti pagate per accaparrarsi commesse milionarie e che ha visto tra i numerosi protagonisti anche il rampollo della famiglia industriale mantovana. A marzo 2008 il figlio del fondatore del colosso dell’acciaio ha patteggiato una pena (sospesa) di 11 mesi per corruzione. E ha pagato oltre 6 milioni di euro.

Gli inquirenti svizzeri vogliono ora capire cosa fare di quei rapporti bancari, conti da paperoni intestati anche a Steno ed Emma Marcegaglia - presidente di Confindustria - gestiti da Antonio, e finiti nel frattempo sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate di Mantova per verificare eventuali reati fiscali. Ma di che conti si tratta?

Per una decina d’anni, tra il 1994 e il 2004, il gruppo Marcegaglia era riuscito a interporre negli acquisti di materie prime e di macchinari alcune società offshore, in modo da creare fondi neri da depositare su conti esteri. Il meccanismo, noto a tutta la famiglia, era semplice: la Marcegaglia Spa non comprava direttamente l’acciaio, ma lo rilevava da alcune società di trading incaricate di riversare i margini di guadagno su appositi conti cifrati. Una di queste, la londinese Steel Trading, operava attraverso il conto Q5812712 presso la Ubs di Lugano. Le plusvalenze milionarie venivano poi trasferite sul conto Q5812710 aperto sempre presso la stessa banca svizzera e intestato a una società delle Bahamas, la Lundberg Trading. Il beneficiario finale dei conti era Steno Marcegaglia, padre e fondatore dell’omonima azienda.

Lo stesso meccanismo funzionava per altri due conti svizzeri, intestati a Steno e alla figlia Emma. La Scad Company Ltd che gestiva le vendite dell’acciaieria bulgara Kremikovtzi, versava in nero le differenze di prezzo della materia prima e i frutti economici di eventuali contestazioni favorevoli ai Marcegaglia sul conto cifrato 688342 della Ubs di Lugano. La Springleaf Capital Holding, la Cameo International e la Macsteel International Uk Ltd facevano le medesime operazioni per alcune acciaierie indiane. E sullo stesso conto cifrato della famiglia sono stati convogliati anche i proventi di due vendite in nero: il 31 gennaio 2004 un cliente iraniano ha versato 150mila euro per l’acquisto di un macchinario e ad aprile 2004 un cliente argentino altri 44mila euro per alcuni pezzi di ricambio venduti dalla Marcegaglia Spa.

Tutte le provviste accumulate sul conto 688342, oltre un milione di dollari in poco più di un anno, sono state poi riversate sul conto cifrato 688340 della Ubs di Lugano, anch’esso riconducibile a Steno ed Emma. Complessivamente, i soldi transitati sui quattro conti sono nell’ordine di diversi milioni. Quando ad agosto 2004 sono stati chiusi i rapporti bancari della Steel Trading e della Lundberg, il saldo era di 22 milioni, un importo che la famiglia ha provveduto a trasferire a Singapore, prima dell’arrivo della magistratura.

«Si tratta di questioni legate a una società che all’epoca ha svolto una effettiva attività di trading di acciaio esclusivamente a prezzi di mercato, pagando regolarmente le tasse nel Paese di competenza. Società che, peraltro, ha già cessato da molti anni ogni sua attività», spiegano fonti ufficiali del gruppo Marcegaglia interpellate da Repubblica.
Ora tutta la documentazione dei conti analizzati dalla procura di Milano è nelle mani del nucleo tributario della Guardia di finanza e della Agenzia delle Entrate di Mantova per verificare possibili reati fiscali, soprattutto connessi a compravendite in nero e a eventuali false fatturazioni. Mentre l’Autorità giudiziaria elvetica si trova con un elenco di conti sui quali sono transitati i frutti milionari del trading dell’acciaio e aspetta indicazioni dalla procura di Milano.

Era stato Antonio Marcegaglia, nella ricostruzione davanti ai pm, ad alzare il velo su altri rapporti cifrati e a spiegare come venivano utilizzati quei fondi: si tratta di «risorse riservate - aveva messo a verbale il 30 novembre 2004 - che abbiamo sempre utilizzato nell’interesse del gruppo per le sue esigenze non documentabili». Con quei soldi venivano pagati estero su estero i bonus per i manager che lavorano al di fuori dell’Italia, come quelli che gestivano i rapporti con i trader russi e con i Paesi arabi, destinatari di commissioni e provvigioni per migliaia di dollari. «Per tutte le esigenze di questo tipo che avevo a Mantova - spiegava ancora Antonio Marcegaglia - mi facevo consegnare presso il mio ufficio il denaro che occorreva per pagare fuori busta dirigenti, collaboratori ed altro». A volte i contanti servivano per acquistare beni, come una Mercedes o un casale in Toscana. «Il patrimonio familiare - precisa oggi il gruppo Marcegaglia - si trova per la sua stragrande maggioranza in Italia, mentre una sua minima parte è all’estero e comunque in regola con le normative fiscali italiane».

Dall’estero, i soldi della famiglia arrivavano in Italia grazie a un vero e proprio servizio di «spallonaggio» che la Ubs offriva chiedendo una percentuale dell’1%. I conti d’appoggio li forniva sempre la banca elvetica. Dal rapporto cifrato 688340 intestato a Steno ed Emma Marcegaglia, per esempio, tra settembre e dicembre 2003, sono stati trasferiti sul conto della Preziofin Sa presso la Ubs di Chiasso oltre 750mila euro per essere poi prelevati in contanti e portati in Italia. Qualcosa come 3 milioni di euro più circa 800mila dollari sono stati trasformati in denaro sonante tra il 2001 e il 2003 dal conto cifrato 664807 aperto nella filiale Ubs di Lugano. Allo stesso servizio obbedivano i conti 614238 presso la Ubs di Chiasso e il conto intestato alla Benfleet presso la filiale di Lugano.

Un altro conto d’appoggio e riconducibile ad Antonio Marcegaglia è il conto «Tubo». Qui per esempio nel ’97 sono stati versati dal conto Lundberg 1,6 milioni di dollari per pagare parte dell’acquisto dello stabilimento di San Giorgio di Nogaro. E, secondo la ricostruzione del rampollo di casa Marcegaglia, anche i versamenti effettuati sui conti «Verticale», «Vigoroso», «Borghetto» e «Diametro» (poco più di 2 milioni di euro) non sono altro che pagamenti in nero, l’ultimo dei quali a maggio 2003, destinati alla Mair Spa di Thiene per l’acquisto senza fattura di un macchinario per la fabbricazione di tubi.

Ininterrottamente poi dal ’97 al 2004 è stato alimentato un conto cifrato (JC 251871) presso la Ubs di Lugano: 175 milioni di lire l’anno, finché era in voga il vecchio conio, e 90mila euro l’anno con l’avvento della moneta unica. «Trattasi di pagamenti in nero a favore dello Studio Mercanti di Mantova in relazione a consulenze di tipo amministrativo», ha dichiarato Antonio Marcegaglia. Lucio Mercanti è il presidente del collegio sindacale del gruppo mantovano, proprio colui che è preposto a vigilare sui bilanci della società.




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La samaritana che non può donare

Corriere della sera

Una trentenne offre un rene. «Non ha i requisiti psicologici»



Trapianti Era la prima candidata all'espianto tra persone non legate da parentela


ROMA - Era certa che le avrebbero permesso di esprimere concretamente il suo sentimento di estrema generosità. Ma il Centro nazionale trapianti, che doveva autorizzare la prima volta italiana, ha negato il via libera all'unica candidata per la donazione samaritana (altri tre sono ancora da valutare). Non è solo una questione di fisico, privarsi di un organo, ma anche di impatto psicologico. E lei non è stata ritenuta idonea.

La giovane donna, 30 anni, torinese, l'ha presa male: «Credevo che sarebbe stato possibile - si è sfogata con i medici. - Però il mio gesto non è stato inutile perché è servito a sollevare il dibattito. Dopo di me altri realizzeranno lo stesso mio desiderio di fare del bene». I donatori samaritani sono coloro che offrono un organo, il rene, senza sapere a chi andrà. Non a un parente ma a uno sconosciuto. Per altruismo. Come dare il sangue. Ma qui significa privarsi di una parte del proprio corpo. Dunque mettere a repentaglio la salute. Siamo nel campo delle donazioni tra viventi.

La procedura era stata avallata da pareri favorevoli del Comitato nazionale di bioetica (Cnb), del Consiglio Superiore di sanità e infine dal ministero della Salute. La signora piemontese aveva superato un primo esame, con riserva, da parte del centro di coordinamento trapianti delle Molinette che ha passato la documentazione all'autorità nazionale. «Non l'abbiamo ritenuta idonea in base a una logica di prevenzione del rischio. Il programma sui samaritani va comunque avanti», chiarisce Alessandro Nannicosta, coordinatore del Cnt. Alla base della decisione c'è dunque la prudenza. Seppur sinceri, i candidati potrebbero non essere consapevoli fino in fondo dei costi psicologici e non solo fisici dell'offerta. Il nefrologo Antonio Amoroso, coordinatore della rete trapianti in Piemonte spiega: «La donna ha agito per altruismo, non voleva conoscere il beneficiario dell'organo. Abbiamo il dovere di proteggerla se ravvisiamo una controindicazione organica o psicologica».

Le implicazioni della donazione a terzi appassionano bioeticisti e giuristi. Secondo Francesco D'Agostino, filosofo del diritto «il samaritanesimo non può essere giuridicamente controllato. E' un gesto così sublime da creare problemi insolubili. Nessuno ci assicura che non nasconda narcisismo o lucro. Non mi convince il fatto di inserire nel diritto un criterio riferibile solo alla purezza, all'intenzione morale. Sebbene spinto da autentiche motivazioni l'essere umano si può trovare di fronte a prospettive reali difficili da sostenere. Mi spaventa la mancanza di trasparenza etica». Dubbiosa Cinzia Caporale, del Cnb: «Ho l'impressione che la procedura, così come il cosiddetto cross over (scambio incrociato di organi tra viventi, ndr) possa essere oggetto di abusi, magari ingiustamente».


Margherita De Bac
09 ottobre 2010




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Il parroco che fece sesso con la 15enne dice messa nella chiesa di Santa Lucia

Il Mattino



di Alessio Fanuzzi

NAPOLI (9 ottobre) - Tre mesi fa don Michele era un sacerdote qualunque, uno come tanti, parroco nella chiesa della Maria Santissima Addolorata a San Giorgio Cremano. Quarant’anni, uomo mite e paziente, molto apprezzato nella sua comunità, era diventato un punto di riferimento per i giovani. Vestiva come loro, chattava on line con loro, era uno di loro. Anche troppo. Il 5 luglio la sua vita è cambiata, travolta dallo scandalo. Don Michele fu sorpreso dalla polizia stradale in un’auto parcheggiata in una piazzola di sosta della Tangenziale. Con una ragazza, minorenne. L’abito talare nascosto nel bagagliaio. E i pantaloni calati.

Agli agenti diretti da Fulvio Papa, disse quasi in lacrime, con il viso rosso per la vergogna: «Vi prego, non mi rovinate». Anche la liceale quindicenne - adescata in chat, su Messenger - provò a difenderlo: «Nessuna violenza, ci conosciamo da mesi, ci siamo già incontrati in passato». Non sapeva, però, che Michele fosse sacerdote. A lei, il parroco dei giovani aveva detto di essere un insegnante. E lei gli aveva creduto. «Previa informazione e intesa con il magistrato di turno della Procura della Repubblica di Napoli», gli agenti denunciarono don Michele. E la notizia divenne di dominio pubblico.
Da quel maledetto primo lunedì di luglio, del parroco della Maria Santissima Addolorata a San Giorgio Cremano si erano perse le tracce. Da un paio di giorni è ricomparso, avvistato nella chiesa monumentale di Santa Lucia a mare, a due passi da piazza del Plebiscito. Parlare con lui, però, è impossibile. Inutile scrivergli una mail, inutile telefonargli.

Come sempre accade in questi casi, don Michele è stato inviato dalla Curia in un posto riservato, lontano da occhi indiscreti. Si chiama percorso di approfondimento, è un itinerario canonico e serve per ritrovare la spiritualità. In attesa della sentenza. «Aspettiamo le decisioni della magistratura, a cui abbiamo già garantito la massima disponibilità», spiega don Gennaro Matino, vicario delle comunicazioni della Chiesa di Napoli...





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Marcegaglia: "Niente cambierà i miei giudizi" E dal Giornale un dossier-burla

Quotidianonet


La numero uno di Confindustria: "Ora si parla di scherzo ma le parole hanno un peso. Sarà il magistrato a valutare". E il quotidiano di Feltri pubblica articoli di altre testate


Roma, 9 ottobre 2010"Nessun dossier, nessun gossip, nessuna indiscrezione o minaccia può provocare come effetto che io modifichi, attenui o aggravi il mio giudizio sulla congiuntura, sul governo o sull’opposizione". Va all'attacco il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, in un’intervista al ‘Corriere della Sera' a proposito dell’inchiesta avviata dalla procura di Napoli che coinvolge ‘Il Giornale'.


"Se qualcuno facesse queste pressione - prosegue - o se io ne avessi anche solo l’impressione, il mio dovere sarebbe reagire con fermezza, per rispetto del patto d’onore che ho stretto con i miei associati. A dire ciò che si pensa si rischia di esse maltrattati - dice ancora la numero uno di Confindustria - .Ora si parla di scherzo ma le parole hanno un peso. Sarà il magistrato a valutare".


Marcegaglia sottolinea anche che "almeno negli ultimi quindici anni non è mai successo che un presidente di Confindustria sia stato chiamato a rispondere a un magistrato sull’ipotesi di aver ricevuto pressioni mediatiche. Non c’è un precedente". Sulle sue vicende personali aggiunge: "La condanna patteggiata da mio fratello è una cosa risaputa. Siamo molto sereni".


 In merito al premier Silvio Berlusconi Marcegaglia spiega che non ha parlato con lui delle intercettazioni: "Ci siamo visti molto velocemente giovedi ‘a pranzo con il primo ministro cinese: mi pare che in questa vicenda lui non c’entri assolutamente nulla".
Infine una battuta sulle voci che parlano di un suo impegno diretto in politica: "Lo escludo. Nonostante questa vicenda sono molto felice di fare il presidente di Confindustria: un’esperienza straordinaria. E nell’aprile del 2012 tornerò ad occuparmi dell’azienda di famiglia. Non ho dubbi al riguardo", conclude.

 

IL' DOSSIER' DEL GIORNALE - Il dossier su Emma Marcegaglia lo hanno costruito ‘L’Espresso', ‘Il Fatto Quotidiano', ‘La Repubblica' e ‘l’Unità'«: così ‘Il Giornale', nell’apertura di oggi, replica alle accuse di voler sferrare una campagna di killeraggio contro la leader di Confindustria. Il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti ripubblica integralmente tutti gli articoli sulla Marcegaglia scritti dagli altri quotidiani tra il 2008 e il 2010. "Così si scopre una volta per tutte chi sparge fango - denuncia il Giornale - e chi se lo prende in faccia".


Nell’editoriale Vittorio Feltri ricorda che sono stati perquisiti la redazione del quotidiano, gli uffici del direttore Sallusti e del vicedirettore Nicola Porro, ma che non è stata trovata "neppure l’ombra" di documenti scottanti.
"Ovvio, non avevamo in cantiere nulla per il semplice motivo che sulla presidente c’è poco da dire. Eccetto una cosina: noi ci occupiamo dell’appartamento di Montecarlo finchè ci garba e della sua approvazione facciamo volentieri a meno". "Abbiamo deciso di dimostrare ai lettori - prosegue Feltri - che non noi, cronisti d’antan, eccelliamo nella specialità di sputtanare la gente (al massimo compiliamo inchieste assai faticose), bensì alcuni colleghi convinti di essere vergini solo perchè non lavorano per i media della famiglia Berlusconi".

 
Nell’introduzione al "dossier
" a firma del ‘Segugio', si legge che il fascicolo sulla Marcegaglia che il pm sperava di trovare non è stato trovato semplicemente perchè non esiste; e pertanto "per confezionare un pericolosissimo fascicolo ci sono bastate un paio d’ore e un pc connesso a Internet". E di seguito sono riportate quattro pagine di inchieste giornalistiche "firmate da illustri colleghi e pubblicate da prestigiose testate".

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Attacchino me non Chi l'ha visto"

Il Tempo


L'annuncio dell'assassinio durante la trasmissione. La Sciarelli punta il dito sui politici che la criticano: "La legge sugli scomparsi giace in Parlamento".


Sarah Scazzi, la ragazza di Avetrana, Taranto, scomparsa dal 26 agosto

«Ben vengano le critiche, me le prendo tutte, mi aiuteranno a crescere. Però anch'io voglio rivolgere un appello ai politici: c'è una legge, quella sugli scomparsi, che giace in Parlamento da due legislature, perché non viene approvata?». Così Federica Sciarelli, conduttrice di «Chi l'ha visto?», risponde alle critiche di parte del mondo politico dopo che l'altroieri sera la sua trasmissione ha dato in diretta alla madre di Sarah Scazzi la notizia della confessione dell'omicidio da parte dello zio e il ritrovamento del corpo della figlia. La Sciarelli ha aggiunto: «Ma vi pare possibile, ad esempio, che una mamma che ha un figlio scomparso debba essere costretta, come succede oggi, ad andare lo stesso al lavoro per non perdere l'impiego?».

Poi, mentre continuavano ad arrivare critiche da buona parte dle mondo politico, la conduttrice ha affermato: «Attacchino me, ma non la trasmissione. Chi l'ha visto da 20 anni si occupa di scomparsi quando nessuno se ne occupava e per questo è un programmone, un programma utilissimo a tutte le persone che sono scomparse. Pensiamo solo ai malati di Alzheimer che scompaiono e che noi andiamo a cercare. 

Noi, per giunta non abbiamo dato la notizia alla madre. Sono stati i giornalisti che la chiamavano durante la diretta: noi speravamo che la portassero via da quella casa. Ma non è accaduto. Io più volte le ho chiesto se voleva che interrompessimo il programma. Eravamo in diretta con la casa dello zio, l'assassino - racconta - che non tornava e da questo abbiamo capito che era successo qualcosa di assurdo. Quando è arrivato l'avvocato, l'ha presa e per fortuna l'ha portata via».

Tra le tente reazioni registriamo quella di Luca Borgomeo, presidente dell'Associazione di telespettatori cattolici Aiart: «La trasmissione di "Chi l'ha visto?" di mercoledì doveva essere fermata. Per noi è stato un esempio di mala televisione. Sono stati vissuti comprensibili momenti di smarrimento, con notizie prima date e poi smentite sul ritrovamento del corpo». Mar. Coll.


Marino Collacciani
08/10/2010




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La solita Onda di scolari senza ideee

Il Tempo


A volte ritornano? No, sbagliato: non sono mai andati via. Chi? Loro, i Guardiani del Nulla, gli studenti in assemblea permanente.


Manifestazione degli studenti a Roma contro la riforma Gelmini


A volte ritornano? No, sbagliato: non sono mai andati via. Chi? Loro, i Guardiani del Nulla, gli studenti in assemblea permanente. Quelli che, per dirla con Beppe Viola, anziché studiare e fottersene delle ingiunzioni paramilitari e militanti dei professori pagati dallo Stato per insegnare, si sbattono in piazza a cazzeggiare ed a lanciare bombe carta contro i poliziotti. Quelli che si lamentano perché i "ggiovani" non ci sono mai, non esistono, sono i silenziati e poi, facendo tutto da soli, sciamano nelle metropoli e non solo in quelle con la testa infarcita del nulla e le bocche rigonfie di slogan violenti, tipo "Gelmini saremo il tuo inferno".


Meriterebbero la risposta alla Massimo Decimo Meridio, da parte del Poliziotto, vero esponente del popolo: "Al mio segnale scatenate l’inferno!". Sì, perché anche stavolta Pasolini docet, cari ragazzi nullatenenti (di cultura): sbagliate bersaglio e state dalla parte sbagliata. Gramsci - bum! Non Berlusconi, chiaro, ragazzi? - aveva già capito tutto: figlio del popolo, non hai niente, salvo la tua intelligenza e la tua voglia di fare, dacci sotto e fai vedere a questi borghesotti cosa sai fare. Non c’è il pasto gratis, ve lo raccontano i vostri (assenti) genitori? E voi come rispondete a distanza di ottant’anni? Così: sbracati e col cervello all’ammasso.


Un film già visto. Le parole o portano lontano o annichiliscono: quali parole usate? Cascate di cazzate, come le seguenti: "La scuola è un bene comune. Studenti, precari, genitori in mobilitazione". Ora, lo sapete cos’è un "bene comune", anzi addirittura "il" bene comune? Esso è "comune" non perché fatto a fette dalle istanze dei gruppuscoli militanti, ma perché attraversa ciò che più sta a cuore all’uomo, la libertà di essere e di fare. Poi, se pensiamo alla filiera da trattamento sanitario obbligatorio "in mobilitazione" - studenti, precari e genitori, allora si chiarisce chi sia il vostro Nemico: "loro", Genitori e Precari. Cioè, soggetti senz’anima, assenti, come i padri, che anziché iniziare alla vita ed alla responsabilità i figli, pensano a fare soldi o a scodinzolare, in calore, nella zona dei Capi o delle Adolescenti.


Categorie inscritte nel box della mitologia quotidiana alla voce: "Svendo tutto per rinnovo locali". Siete alla mercè dei vostri mandanti che si immischiano nella vostra vita solo per dimenticare le proprie frustrazioni. Chi ci rimette siete voi: dov’è il bene comune? E dov’è la colpa della Gelmini? Siete fregati dalle origini, cari studentelli maggiordomi dei nullisti, amen. Sconfitti prima di toccare le armi della pugna. L’amen definitivo lo blaterate con questa ingiunzione diabolica: "Con questa riforma a scuola non si torna". Bravi, cornuti e mazziati. E se non tornate a scuola, di grazia, cosa farete? I capitani di ventura di Toni Negri nei centri sociali? A voi dovrebbe toccare una sorte migliore. Se la desiderate, naturalmente. In caso contrario, pernacchione solenne a voi e alle vostre urla da barbari senza storia. Amen.



Raffaele Iannuzzi

09/10/2010





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Marcegaglia, pubblichiamo il dossier Le carte che i carabinieri cercavano

di Redazione

Abbiamo deciso di aiutare il pm Woodcock, pubblicando il fascicolo sulla Marcegaglia che il pm sperava di far trovare nei nostri cassetti da 20 agenti. È bastato scovare su internet gli articoli sulla leader di Confindustria scritti da chi oggi ci accusa di dossieraggio.





Ce l’hanno messa tutta, i venti carabinieri che all’alba di giovedì hanno fatto irruzione nelle redazioni del Giornale e nelle abitazioni private del direttore Alessandro Sallusti e del vicedirettore Nicola Porro. La missione era difficile, per non dire proprio impossibile: scovare il famigerato dossier contro Marcegaglia Emma, la prova provata del nostro complotto contro la presidente di Confindustria.

Così, per smascherare le nostre cattivissime intenzioni e magari anche i nostri legami coi servizi deviati, la Procura di Napoli ha deciso di spedire quel nutrito drappello di militari alle nostre calcagna, invece di impiegarli per combattere minacce meno pericolose per l’ordine pubblico come la camorra, lo spaccio di droga, o magari l’emergenza rifiuti sotto il Vesuvio. Ubi maior. Purtroppo però quel dossier sulla signora Marcegaglia le forze dell’ordine nei nostri cassetti non l’hanno trovato. Sia chiaro: non per negligenza loro, ma nostra. Infatti il dossier «M» non esisteva proprio.

E così, con un po’ di senso di colpa per aver involontariamente distratto tanti militari dai loro compiti, ieri ci siamo messi al lavoro di buona lena per dar una mano ai pm. A dirla tutta, per confezionare un pericolosissimo fascicolo ci sono bastate un paio d’ore e un computer connesso a internet. Il dossier «M» lo trovate in queste quattro pagine di inchieste giornalistiche, firmate da illustri colleghi e pubblicate da prestigiose testate. Sono gli stessi colleghi e le stesse testate che oggi ci accusano di fare dossieraggio. Sicuri di aver fatto cosa gradita al pm Woodcock con questo contributo alla soluzione dell’indagine in corso, promettiamo ai lettori che continueremo a lavorare ben sapendo, noi, la differenza tra violenza privata e libertà di informazione.



Ecco il dossier su Emma Marcegaglia


Lo hanno costruito l'Espresso, il Fatto Quotidiano, La Repubblica e l'Unità: noi lo ripubblichiamo integralmente: Così si scopre una volta per tutte chi sparge fango e chi invece se lo prende in faccia


Quelli che seguono sono gli articoli che costituiscono il dossier sulla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia:

- Emma concilia - L'Espresso (8 ottobre 2010)
- Il comunicato del Cdr - Il Sole-24Ore
- Marcegaglia fa l'utile a spese dei fornitori - il Fatto Quotidiano (18 settembre 2010)
- Marcegaglia fa rima con Alitalia (l'Unità, 19 aprile 2009)
- Antonio Marcegaglia patteggia per una tangente a Enipower (Corriere della sera, 29 marzo 2008)
- Sembra la Carfagna ma è la Marcegaglia (L'Espresso, 12 giugno 2008)
- Sviste pulite (il Fatto Quotidiano, 24 febbraio 2010)
- Quanti guai per l'azienda di Emma la zarina (il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2010)
- Per Emma è già autunno (L'Espresso, 4 agosto 2010)






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Quattro italiani uccisi in Afghanistan

Corriere della sera

Sono militari impegnati nella zona di Farah, nel Sud Ovest del Paese. Un quinto soldato è rimasto ferito

MILANO - Quattro soldati italiani sono morti e un quinto è rimasto ferito nel corso di un'imboscata contro un'autocolonna di mezzi militari italiani che si stava recando nella valle del Gullistan, nella provincia di Farah (GUARDA la mappa), per trasportare il materiale necessario per la costruzione di una base avanzata. Le vittime sono tutte appartenenti al corpo degli alpini. Secondo quanto ha spiegato il gen. Massimo Fogari, portavoce dello Stato maggiore della Difesa, l'imboscata è stata compiuta con l'esplosione di un ordigno improvvisato, un cosiddetto Ied (improvised explosive device), a cui è seguito un attacco a colpi di armi da fuoco da parte di guerriglieri. Le truppe che scortavano il convoglio hanno subito reagito all'attacco e messo in fuga gli attentatori.

IL BILANCIO DELLE VITTIME - Le condizioni del militare rimasto ferito sarebbero particolarmente gravi. E' stato trasportato in elicottero in un ospedale militare per le prime cure, ma nelle prossime ore potrebbe essere trasferito in una struttura più attrezzata. Con le quattro vittime di oggi, sale a 34 il numero dei militari italiani morti in Afghanistan dall'inizio della missione Isaf, nel 2004. L'ultimo in ordine di tempo risale allo scorso 17 settembre: il tenente Alessandro Romani, incursore del Col Moschin, è deceduto dopo essere stato coinvolto in una sparatoria sempre nella provincia di Farah.

IL CORDOGLIO DI NAPOLITANO - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha avuto subito parole di vicinanza per le famiglie delle vittime. «Rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese - si legge in una nota del Quirinale - esprime i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari dei caduti».

Redazione online
09 ottobre 2010

Microsoft: disconnetere i pc "zombi"

Corriere della sera


«Chi mette a rischio la salute altrui va isolato fino a completa guarigione e quindi staccato dalla Rete»






MILANO
- I provider dovrebbero arrivare a disconnettere da Internet i "pc zombie", quelli che fanno parte delle cosiddette Botnet, una delle principali e più diffuse minacce informatiche di oggi. La provocazione è stata lanciata da Microsoft, ma ha un suo perché. Per comprenderlo si può ricorrere a una metafora: come per l'impiegato che arriva malaticcio sul posto di lavoro e mette a rischio la salute dei propri colleghi, la stessa cosa può accadere con la rete quando si collega un computer portatore di infezioni. Diventa insomma una potenziale minaccia per tutti. Per questo motivo va isolato, ovvero messo in quarantena. Dunque disconnesso dalla Rete fino a completa guarigione. Un'idea radicale, ma assai difficile da attuare per tutta una serie di ragioni, privacy in testa.



SOFTWARE MALIGNI - In questi giorni si è acceso il dibattito in Rete attorno alla proposta di Scott Charney, vicepresidente corporate della divisione Trustworthy Computing della società di Redmond. L'esperto Microsoft ha suggerito di mettere in quarantena i pc infetti. In altre parole: solo i calcolatori «sani», con tanto di certificato alla mano che attesta lo stato di salute, potranno essere attivi in Rete. I dettagli sono elencati in un documento (Rethinking Cyber Threats and Strategies) e sono stati illustrati in occasione dell'ultima conferenza a Berlino dell'International Security Solutions Europe. Charney propone in sostanza di adottare nell'ambito della sicurezza informatica alcune pratiche tipiche del settore sanitario: all'occorrenza, dunque, isolare e mettere in quarantena i sistemi e i pc infetti da virus o altri parassiti. Con l'obiettivo preciso di arginare l'epidemia di malware. «Esattamente come una persona non vaccinata può mettere a rischio la salute degli altri, così i computer non protetti o compromessi sono un rischio altrui e rappresentano un pericolo serio per l'intera società», riassume Charney.



CERTIFICATO SANITARIO - Il manager di Microsoft spiega che antivirus e firewall tuttora in commercio proteggono solo in parte dal pericolo di Botnet, le reti che collegano un numero notevole di computer infettati, ognuno dei quali è controllato a distanza da un apparato centrale. Charney sottolinea però che staccare completamente la connessione agli utenti con pc infetti potrebbe essere controproducente; il manager ipotizza un rallentamento della connessione. Ma innanzitutto vorrebbe per tutti i computer che nel mondo accedono a Internet una sorta di certificato sanitario. Alcuni dei requisiti per ottenere questo attestato di vaccinazione digitale potrebbero essere, per esempio: la presenza di un firewall e un antivirus; l'aggiornamento regolare del software utilizzato.



PRIVACY - L'esperto Microsoft è consapevole delle problematiche dovute al rispetto della privacy e dei diritti del singolo utente, ma antepone un interesse generale: «Esaminare lo stato di salute di un sistema non significa controllare i contenuti e, quindi, comunicare lo stato di salute stesso non implica comunicarne l'identità». Per attuare questo piano l'uomo di Microsoft ha in mente quattro punti: trovare un modo per definire e dimostrare la salute dei computer; realizzare un sistema sicuro di certificati di salute; fare in modo che gli ISP, gli Internet provider, possano richiedere e accettare certificati di salute e prendere le corrette azioni. Infine: costituire una struttura legale e regolatrice che contempli questo modello d'azione. Coinvolgere insomma tutta l'industria dell'Information Technology, i provider e i governi.



DUBBI - «È certamente un concetto interessante, non nuovo, ma teoricamente molto efficace. Metterlo in atto, però, è estremamente difficile, sia dal punto di vista tecnico che da quello giuridico», ha affermato Eddy Willems, analista della sicurezza presso la società G Data. «Tra gli ostacoli, ad esempio, c'è la protezione dei dati; il problema di una "assistenza sanitaria" che copra tutto il territorio, e non ultimo, come i pc infetti possano effettivamente essere "guariti"». Scettico si è detto anche lo specialista di malware, Joe Stewart, di SecureWorks. Alla rivista Computerworld ha spiegato: «L'unico modo per mantenere i pc liberi dalle Botnet sarebbe la creazione di un ecosistema chiuso, simile agli App Store di Apple, nel quale possono essere installate solo determinate applicazioni. Per raggiungere questo obiettivo dovremmo però progettare daccapo i computer e Internet».



Elmar Burchia
08 ottobre 2010



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Fini, la Rai e il cognato La privatizzazione di Viale Mazzini

Corriere della sera
Il punto di Pierluigi Battista

Le impronte di Lennon sequestrate dall'Fbi

Corriere della sera
Documento del '76 pronto per un'asta Di Pasqua

Latarga che sbugiarda i complottisti

di Gianluigi Nuzzi




"Eterna riconoscenza". C’è scritto proprio così sulla targa in ottone regalata dai fratelli dell’allora capo del Pool di Mani pulite al caposcorta Alessandro M.: "Antonio, Mario, Enzo e Paolo D’Ambrosio esprimono ad Alessandro eterna riconoscenza per quanto ha fatto con grande professionalità a tutela della vita del fratello Gerardo".
Una frase che non lascia spazio ai dubbi. La targa contraddice quanto oggi Gerardo D’Ambrosio sostiene, offre una versione diametralmente opposta a quello che l’ex toga asserisce e cioè  di non aver mai creduto che Alessandro M. gli salvò la vita il 14 aprile del 1994.

Un’affermazione micidiale che ipoteca a cascata anche l’agguato a Maurizio Belpietro sventato una settimana fa sempre da Alessandro M. passato da 8 anni a capo degli angeli custodi del direttore di Libero. La targa è lì: Belpietro l’ha ricevuta in dono dal suo angelo custode dopo i veleni, anzi Repubblica la chiamerebbe la "macchina del fango" che si è messa in azione per seppellire un episodio inquietante contro un giornalista moderato. Belpietro decide di mostrarla ai milioni di telespettatori che seguono Annozero nella speranza di ristabilire la verità, di ricordare come all’epoca tutti sostenevano questo agente gettato ora nella melma dei sospetti. Sospetti che sono stati amplificati ribaltando la verità dei fatti.

È  un fatto, ad esempio, che dopo essere intervenuto salvando la vita a D’Ambrosio, prima dell’estate del 1995, l’agente si ritrovò sottocasa incisa sul cofano della sua auto la scritta "Amico del comunista". Qualche notte dopo l’auto venne rubata. È anche un fatto che per le minacce ricevute Alessandro M. venne trasferito alla squadra mobile di Milano. Passa qualche tempo e nell’agosto del 1997 grazie ad "accurate indagini" l’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano firma una lode per il giovane agente. È riuscito a far arrestare due albanesi autori di un omicidio. Insomma, non sembra proprio il profilo di uno psicopatico che per motivi ignoti si mette a sparare come un folle nelle scale di un palazzo fingendo di dare la caccia a un attentatore inventato.

Ma torniamo a D’Ambrosio, a quando Alessandro M. lo seguiva passo dopo passo. A quando l’allora magistrato lo indicava spesso come suo «figlio» vista l’unione che la scorta aveva determinato tra i due. L’apice avvenne a Radda in Chianti, al matrimonio della figlia di D’Ambrosio. Il magistrato emozionato per l’evento presentava agli invitati il caposcorta come «uno di famiglia» quando in realtà l’agente era lì in servizio. E così in via Fatebenefratelli le parole di D’Ambrosio hanno lasciato tutti di sale. Soprattutto i ragazzi delle scorte. La targa, le segnalazioni alla Dia, i riconoscimenti di fronte a tutti, la preziosa cravatta di Marinella slacciata e annodata al collo di Alessandro M... Si potrà obiettare: i dubbi non condizionarono il rapporto personale o, ancora, D’Ambrosio notò  le presunte contraddizioni solo in un m omento successivo.

Ma se così è stato perché non le ha segnalate all’autorità giudiziaria? E se l’ha fatto e non hanno sortito effetto non ritiene forse che fossero non fondate su elementi consistenti? Ancora e soprattutto perché questi dubbi emergono oggi e non all’epoca? Perché D’Ambrosio ha taciuto per 16 lunghi anni, nascondendo la storia o storiella che quel caposcorta ci prese tutti per il naso? Anche perché all’epoca le cose andarono in modo assai diverso. Alla fine passò l’idea che il tentativo di far fuori D’Ambrosio fu messo in pista addirittura dalla Cia, come ha ricordato con efficacia Filippo Facci giovedì su queste colonne. Insomma, l’intelligence americana che complottava contro gli alfieri di Mani pulite. Una spy story per amanti del genere. E in Italia, di certo, non mancano. Anzi.

Quindi per ricapitolare, ieri gli 007 americani, oggi una bufala architettata dal caposcorta matto impunito, domani chissà. L’ipermercato della verità su misura è aperto 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. La porta è spalancata, basta accomodarsi. Entrare, comprare uscire prego. Sul terreno da vera «macchina del fango», per ripeterla ancora con le parole dei  “dotti”  di Repubblica, lascia vittime di ordini diversi. L’onorabilità di un agente di polizia, anello debole per annullare l’allarme sociale di quanto avvenuto, indebolire la credibilità e l’immagine del direttore di Libero. I carnefici non esistono, le vittime diventano loro megalomani. Il procedimento del pubblico ministero Grazia Pradella è stato aperto per tentato omicidio, si indaga quindi sulla tentata uccisione del caposcorta ma nessuno se ne accorge. Anzi è lui il colpevole. A questo ragionamento qualcuno obietta che «le telecamere non hanno ripreso nulla», insomma mancando le prove, si dimostra che Alessandro M. ha inventato. Un percorso tortuoso che non tiene conto della statistica: addirittura metà degli omicidi in Italia rimane impunito, oltre il 60% delle rapine, oltre il 90% dei furti. Non si trovano prove, testimoni. Con o senza telecamere.
08/10/2010




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