giovedì 7 ottobre 2010

Lo zio di Sarah nega tre volte poi crolla «L'ho strangolata e poi l'ho violentata» La cugina Sabrina: mio padre deve pagare

Il Mattino


Michele Misseri, che trovò il cellulare della ragazza, fermato per omicidio. Uccise la nipote lo stesso giorno della scomparsa. Il movente: aveva respinto le sue avances




TARANTO (7 ottobre) - «L'ho strangolata con una cordicella mentre era di spalle e ho abusato di lei dopo che era già mortà»: i carabinieri, certamente abituati a racconti choc, non nascondono una smorfia di repulsione nell'ascoltare le parole di Michele Misseri, zio di Sarah per parte materna, papà di quella cugina che per Sarah era più di una sorella. E lo stesso assassino, nei giorni vorticosi delle ricerche, aveva detto ai cronisti: Sarah è la mia terza figlia». Sempre secondo le dichiarazioni dell'uomo, la ragazza sarebbe stata strangolata nel garage di casa Misseri. Prima di occultare il cadavere gettandolo in un pozzo, Misseri l'ha denudato e ha successivamente bruciato i vestiti.

«Mio padre deve pagare per quello che ha fatto»: così Sabrina Misseri, figlia dell'uomo che ha ucciso Sara Scazzi, cugina della ragazza, ha risposto al citofono di casa ai giornalisti che volevano parlare con lei. «Non abbiamo nulla da dire - ha risposto Sabrina - mio padre deve pagare per quello che ha fatto».

La mamma di Sarah, Concetta Serrano, ha appreso ieri sera delle ricerche del corpo della figlia mentre era in collegamento in diretta con il programma di Rai 3 «Chi l’ha visto» al quale partecipava proprio dall’abitazione di Michele Misseri, lo zio della giovane scomparsa e che è tuttora trattenuto nel comando provinciale dei carabinieri di Taranto. Quando le voci sulla colpevolezza dello zio si sono fatte insistenti la conduttrice, Federica Sciarelli, ha chiesto alla donna se non preferisse allontanarsi dalla casa. Concetta ha risposto: «È meglio», e accompagnata da uno dei suoi avvocati ha lasciato l'abitazione.

Sarebbe crollato dopo ore di interrogatorio e dopo essere caduto più volte in contraddizione: «Sono stato io: l'ho strangolata» ha detto ai carabinieri Michele Misseri, zio materno di Sarah Scazzi, la ragazza di 15 anni scomparsa il 26 agosto. E l'ha anche violentata, post mortem. I carabinieri hanno cercato per due ore il cadavere della ragazzina nelle campagne di Avetrana sulla base delle indicazioni fornite proprio da Michele Misseri.






I carabinieri, in serata, hanno soltanto ammesso, dopo l'iniziale riserbo, che effettivamente «diverse unità sono in azione per localizzare il cadavere di Sarah Scazzi, ma ancora senza esiti». Sarebbe stato lo stesso Misseri a guidare i carabinieri nelle ricerche del corpo della nipote. Alle ricerche hanno preso parte anche i vigili del fuoco che hanno fornito le fotoelettriche per illuminare la zona.

Sara Scazzi è stata uccisa dallo zio, Michele Misseri, il giorno stesso della scomparsa, il 26 agosto scorso. La ragazza sarebbe stata strangolata nel garage dell'abitazione dello zio, i suoi vestiti bruciati, il cadavere occultato in campagna. Il movente resta tuttora sconosciuto. È questa la sintetica ricostruzione della vicenda di Sara, secondo quanto è stato possibile apprendere da fonti investigative.

Le ricerche dei carabinieri per trovare il cadavere di Sarah Scazzi, coordinate in loco dal procuratore aggiunto Piero Argentino e dal pm inquirente, Mariano Buccoliero, si sono concentrate in campagna in un luogo nella zona dove fu trovato il cellulare, in località Tumani. Una via interpoderale è stata transennata per bloccarne l'accesso: è una strada perpendicolare rispetto alla provinciale Nardò-Avetrana, un “tratturo” tra i campi all'incrocio per Erchie (Brindisi) della strada provinciale che da Avetrana porta a San Pancrazio Salentino (Brindisi). L'area dista pochi chilometri dall'abitato di Avetrana.

Michele Misseri è trattenuto in caserma da questa mattina e sarebbe indagato per la scomparsa della nipote: in tarda serata è stata formalizzata l'accusa: omicidio volontario. È stata smentita, per il momento, la notizia che vi sarebbe una seconda persona indagata, anch'essa sottoposta a fermo di polizia giudiziaria perché indiziata di reato.

In serata numerosi carabinieri, con unità cinofile, sono partiti dal comando provinciale di Taranto alla volta delle campagne di Avretana. I militari hanno recintato un'ampia zona alla quale è interdetto l'accesso agli estranei. Sembra che le ricerche siano concentrate tra una sorta di capanna e un pozzo. È arrivato un nucleo di sommozzatori nella zona dove si sono accentrate le ricerce della ragazza. Questo confermerebbe che il cadavere è in un pozzo. In campagna, tra la gente in attesa di notizie, c'è anche Sabrina, la cugina del cuore di Sara e figlia di Michele Mizzeri.

La moglie di Michele Misseri, Cosima Spagnolo, e la figlia maggiore, Valentina, sono uscite poco l'una dal comando provinciale dei carabinieri a bordo di una vettura civile dell'Arma, che si è allontanata dalla zona. Qualche minuto prima un militare in borghese era salito sull'Opel Astra di colore celeste di proprietà dello zio di Sarah Scazzi, parcheggiata da stamani dinanzi alla caserma, portandola via.

Per l'intera giornata gli inquirenti hanno trascorso ore e ore ad ascoltare per l'ennesima volta, e confrontarle tra di loro, le dichiarazioni dello zio di Sarah Scazzi, Michele Misseri, di sua moglie, Cosima Spagnolo, e della loro figlia Valentina, sorella maggiore di Sabrina, la cugina che la quindicenne di Avetrana doveva incontrare per andare al mare il 26 agosto scorso e nella casa della quale non è mai arrivata. Gli investigatori stanno cercando di trovare un indizio concreto in grado di portare sulle tracce della ragazzina. I tre componenti della famiglia Misseri, convocati quali persone informate sui fatti, sino a stasera erano ancora nelle stanze del comando provinciale dei carabinieri di Taranto.

Ad ascoltare i loro racconti ci sono il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, e i pm titolari dell'inchiesta, il procuratore aggiunto, Pietro Argentino, e il sostituto procuratore Mariano Buccoliero. Michele Misseri, contadino, è colui che la mattina del 29 settembre scorso ha trovato casualmente il cellulare di Sara, parzialmente bruciacchiato e privo di batteria e di scheda Sim, vicino alle stoppie alle quali aveva dato fuoco la sera prima in un podere nel quale aveva lavorato per conto terzi. E quando fu intervistato dalle televisioni, si mise anche a piangere (video).






Un ritrovamento che gli investigatori in prima istanza hanno fatto credere di ritenere un depistaggio, con l'intenzione forse di mettere in difficoltà lo zio di Sara: perchè quel cellulare la sera prima non è stato notato, perchè chi lo ha messo, e non gettato, in quel podere lo ha collocato in modo da non distruggerlo, vicino alle stoppie ma non all'interno. Ma letto nella valutazione complessima dei parametri che costituiscono la vicenda della scomparsa, sembra assumere la connotazione dei più classici messaggi dell'autore del crimine. Una sorta di atto accusatorio di chi, disorganizzato e disfunzionale, non riesce a reggere lo stress della sua azione, né riesce a mantenerne il controllo si mette in mostra fino a vestire i panni del «buon samaritano», che si sottopone alla gogna del paese per il fine supremo di voler collaborare con le autorità di polizia.

La svolta alle indagini era nell'aria, proprio all'indomani di quel misterioso ritorvamento del cellulare. Ed ha una strategia investigativa la contemporanea convocazione di zii e cugina di Sara, tenendoli insieme non nel familiare ambiente domestico, ma in quello senza dubbio “ostile” della caserma dei carabinieri, che provoca disagio, specialmente nell'attesa degli eventi. C'è ancora da verificare la presunta seconda testimonianza di una persona che, verso le 14,30 del 26 agosto, mentre era ferma in via Pirandello, avrebbe visto un'auto imboccare lentamente via Sanzio e via Kennedy e, pochi attimi dopo, percorrere quest'ultima strada a tutta velocità in direzione della litoranea.

Per tutta la giornata, intanto, sono proseguite le ricerche della quindicenne. Con l'ausilio di un elicottero, di nuclei specializzati, anche di sommozzatori, e di unità cinofile sono state setacciate, nonostante la pioggia battente, alcune zone di campagna tra Porto Cesareo e Nardò, in provincia di Lecce, al confine col Tarantino, con esito negativo. Poi in serata, come tempesta annunciata, la svolta nelle indagini (video) e il macabro ritrovamento di Sarah, nella vasca di raccolta delle acqua pluviali.




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Via Poma, difesa Busco: lesione al seno di Simonetta provocata da fermacapelli

Il Messaggero


La novità è emersa durante l'udienza che vede l'ex fidanzato Raniero Brusco accusato di omicidio volontario



ROMA (7 ottobre) - Potrebbe esserci un'ipotesi alternativa al morso per spiegare la causa della lesione sul seno di Simonetta Cesaroni, l'impiegata trovata accoltellata il 7 agosto 1990 nella sede dell'Associazione degli Ostelli della Gioventù in via Poma, a Roma. Ovvero, che a provocarlo possa essere stato un fermacapelli trovato sul luogo del delitto.


La novità è emersa durante l'udienza del processo che vede l'ex fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, accusato di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà; l'ha indicata l'esperto di odontologia forense, Emilio Nuzzolese, sentito come consulente della difesa. Partendo dall'idea che «non è possibile comparare un morso di oggi con uno fatto nel 1990», Nuzzolese ha sostenuto che «se quello sul seno della ragazza è un morso, giacchè si tratta di una traccia parziale per la non presenza dei segni dell'arcata dentaria superiore, lo stesso non è sovrapponibile con la dentatura di Busco. Se esaminiamo le foto del sopralluogo, qualche altra possibilità lesiva esiste: fu trovato un fermacapelli rotto che fu solo fotografato ma non valutato». Ecco, allora, l'ipotesi: «Lancio l'idea perchè esiste una compatibilità di misure tra i denti di plastica del fermadenti e le lesioni sul capezzolo. Potrebbe essere una risposta, un'ipotesi da non escludere. La mia non è una difesa, ma una valutazione tecnica».


«Allo stato degli atti non so quale possa essere stata l'ora della morte di Simonetta Cesaroni» e tutto ciò «sulla base delle lacune delle indagini». Lo ha detto il professor Giancarlo Umani Ronchi, del Dipartimento di medicina legale dell'Università 'La Sapienzà di Roma, sentito come consulente della difesa nel processo per la morte dell'ex impiegata dell'Associazione degli Ostelli della gioventù. «Sull'orario della morte il mancato rilievo della temperatura della salma è una mancanza notevole. Portato in obitorio, poi, del corpo di Simonetta fu verificata la rigidità ma in condizioni tale da poter influire sul risultato. In poche parole, il risultato degli esami iniziali è grossolano. Se avessimo avuto dati certi, con la tecnica moderna e i software odierni avremmo potuto stabilire, con una certezza variabile di due ore, il momento della morte della ragazza. La storia del caso con un accertamento più minuzioso del contenuto gastrico di Simonetta, ci avrebbe dato qualche elemento in più per stabilire l'ora del decesso. Allo stato degli atti, tutto questo non è possibile».


Il medico legale, nel corso del suo esame davanti alla III Corte d'assise della capitale nel processo che vede imputato di omicidio aggravato dalla crudeltà Raniero Busco (ex fidanzato di Simonetta Cesaroni), è stato sollecitato dalla difesa a illustrare i suoi accertamenti anche sulle lesioni trovate sul seno della ragazza. «Dall'esame delle fotografie non sono in condizione di dire che sia stato un morso a provocarle. Da immagini sono incerto se dire si tratti di un morso e di un'ombra causata dalle cattive condizioni di luce quando furono scattate le foto. Certo è che, se morso è stato, non sono state effettuate indagini istologiche e istochimiche per saggiare la contestualità dello stesso con l'omicidio. E la stessa cosa riguardo alle ecchimosi sul volto della ragazza».




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Audio: così parlavano i babilonesi

Repubblica

Un ricercatore britannico ha interpretato una serie di componimenti poetici rinvenuti su tavolette d'argilla. E li ha messi online affinché tutti possano ascoltare il "suono" di una delle più antiche civiltà della Storia. Ecco l'effetto che fa

Botticelle, Pd e Udc: divieto assoluto Esposto alla Gdf su evasione vetturini

Il Messaggero


«La delibera del Comune è totalmente inapplicabile»
Il Campidoglio: è stato il centrosinsitra a tollerare l'illegalità





ROMA (7 ottobre) - Il «divieto assoluto di esercizio» per le "botticelle" sull'intero territorio del comune di Roma. Prevede questo la delibera, sottoscritta da tutti i capigruppo dell'opposizione in Campidoglio, che verrà presentata oggi in Consiglio e che, tra le possibilità per i vetturini, individua anche l'autorizzazione per innovative botticelle elettriche. Ad illustrarla nel corso di una conferenza stampa Monica Cirinnà e Massimiliano Valeriani (Pd) e Alessandro Onorato (Udc).

«La delibera di Marchi presentata ieri è totalmente inapplicabile
- ha detto Cirinnà - perché non si può tariffare un mezzo illegale, non omologato, senza targa e che si guida senza patente. La nostra delibera prevede, dopo 90 giorni dall'applicazione, la decadenza delle licenze, ma offriamo sette opzioni per la ricollocazione dei lavoratori».

Tra le possibilità previste per i vetturini: la voltura
dell'attuale autorizzazione in licenza per taxi o per vetture che trasportano persone e animali, in Ncc, per noleggio di bici e tandem nel centro storico o di auto d'epoca, la ricollocazione come autisti presso una delle aziende del comune di Roma o l'autorizzazione per l'esercizio dell'attività con "botticelle" elettriche. «Questo è un servizio che è stato lasciato colpevolmente a un'illegalità diffusa - ha commentato Onorato - e per questo a Marchi andrebbe tolta la delega». «È una sofferenza vedere questi animali soffrire in pieno centro storico - ha aggiunto Valeriani -. Non servono più palliativi, bisogna intervenire in maniera seria e con questa delibera non lanciamo una sfida alla maggioranza».

Cirinnà ha poi annunciato che presenterà un esposto
alla Guardia di Finanza per «far luce su tutta l'evasione fiscale che gira attornoal mondo delle botticelle».

«A Roma continuiamo ad assistere allo spettacolo indecente e
quotidiano di cavalli che soffrono in pieno centro. Il sindaco di Roma non ascolta nemmeno l'appello insistente della sua maggioranza e del ministro Brambilla che ha detto basta alle carrozzelle», ha detto la presidente dell'Ente Nazionale Protezione Animali (Enpa) Carla Rocchi. «I cittadini romani e i turisti che hanno un minimo di sensibilità provano disgusto per uno spettacolo del genere - ha proseguito Rocchi -. La nostra conclusione è che, nel migliore dei casi, gli animali per quest'amministrazione non esistono».

«L'integralismo che alcuni personaggi del
centrosinistra hanno prodotto su questo argomento rappresenta solo l'operazione di attaccare sic et simpliciter l'amministrazione, il sindaco Alemanno e l'assessore Marchi. Questi smemorati dimenticano che sono stati loro a lasciare una situazione di palese illegalità nel settore delle botticelle, e noi con equilibrio e intelligenza, anche con la collaborazione di chi magari non era della nostra stessa idea, abbiamo iniziato un percorso di risanamento del settore». È quanto afferma in una nota Maurizio Berruti, membro della commissione Mobilità di Roma Capitale.




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Perquisizioni, Porro: "Niente dossier" Sallusti: "Ci stupisce la violenza usata"

di Redazione

Perquisita la sede del Giornale e le abitazioni di direttore e vicedirettore. L'inchiesta partita dai pm Piscitelli e Woodcock su presunte minacce di dossier sulla presidente di Confindustria. Sallusti querela il pg Lepore: "Mai parlato con la Marcegaglia". In conferenza stampa il direttore accusa: "Tesi del pm ridicola, le perquisizioni sanno di violenza privata". Il vicedirettore: "Pubblicate tutte le mie telefonate, con Arpisella ho un rapporto da amico. Era uno scherzo". Feltri: "Contro la Marcegaglia non c'è mai stato nulla"



Milano - Perquisita la redazione. L'ufficio del direttore, Alessandro Sallusti, e quello del vicedirettore, Nicola Porro. E anche le loro abitazioni. I decreti di perquisizione, eseguiti dai carabinieri del Noe, emessi dai pm Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock e vistati dal procuratore Giovandomenico Lepore. L’indagine sarebbe scaturita da alcune intercettazioni disposte nell’ambito di una diversa inchiesta condotta dai magistrati partenopei. Il direttore e il vicedirettore sono indagati nell’ambito dell’inchiesta della procura di Napoli sulle presunte minacce in dossier sulla presidente della Confindustria. L’ipotesi formulata dai pm è di concorso in violenza privata (articolo 610 del codice penale).


Sallusti racconta "Stamattina più di 20 carabinieri mandati da Napoli si sono presentati nelle nostre abitazioni, nella sede di Milano e in quella di Roma, alla ricerca di presunti dossier sulla Marcegaglia. Colpiti dalla violenza e dallo spiegamento di forze. La perquisizione personale per cercare dossier sa di violenza privata. Indizio di violenza psicologica. La cosa che ci stupisce è la violenza che è stata usata e che non si riserva neanche ai criminali comuni. C'era il mandato anche per le perquisizioni personali come se eventuali dossier li tenessimo nelle mutande". Poi accusa: "Al Giornale nel mio pc e nel mio ufficio non è stato trovato nulla su Emma Marcegaglia. Ma, in compenso, è stata guardata tutta la mia posta personale. L'ipotesi di reato ridicola. Woodcock poteva usare meglio i suoi uomini, a Napoli ci sono molti problemi". E punta il dito sul pm: "Ho il sospetto che Woodcock sia un po' irritato con noi per l'articolo di Giancarlo Perna che ricostruisce tutti i suoi insuccessi e ipotizza una mania di protagonismo. In più nel mio pezzo di lunedì, sulle procure che spiano il Giornale". E sul suo presunto coinvolgimento: "Io non ho fatto nemmeno una chiamata e infatti ho querelato Lepore. Io sono indagato per un paragrafo sulla Marcegaglia in un editoriale su Montecarlo". E sui dossier spiega: "Basta con questa fobia per i dossier. A scanso di equivoci se avessimo avuto qualche informazione sulla Marcegaglia le avremmo pubblicate".


La versione di Porro "Arpisella lo sento regolarmente da dieci anni. Non era mia intenzione minacciare nessuno. Tutte le frasi che avete letto sono poco rispetto a quello che io ho fatto. Nonostante io non sia stato sempre tenero nei confronti della Confindustria con Arpisella ho sempre avuto un rapporto amicale. Vi prego di pubblicare tutte le mie intercettazioni. Così tutti si potrebbero rendere conto del mio tono, assolutamente scherzoso. Lo stavo prendendo in giro". Poi smonta la tesi dei dossier: "Nessun dossier. La Marcegaglia può essere arrabbiata per quello che io scrivo sul Giornale. Ma non esiste nessun dossier. Pubblicate tutti i miei dialoghi, con gli audio. E' solo il rapporto scherzoso con una fonte". E a chi gli chiede della deposizione della Marcegaglia il vicedirettore risponde: "Non so davvero come sia possibile. Io ho parlato come faccio da dieci anni con Arpisella. Ma da oggi non lo chiamo più. Ho cancellato il numero". Poi chiarisce sui segugi: "Ma quali segugi? Da qui si capisce che è uno scherzo vero. A Mantova non c'è mai stato nessuno e nessuno doveva andarci. E' davvero uno scherzo". 





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Il vicedirettore del Giornale: «Romperemo il ca... alla Marcegaglia come pochi al mondo»

Il Messaggero


ROMA (7 ottobre) - La presunta minaccia di un dossier contro Emma Marcecaglia sarebbe avvenuta dopo l'intervista rilasciata dal numero uno di Confindustria il 15 settembre al Corriere della Sera, nella quale si esprimevano critiche al governo, con accenni ai conflitti personali (che «non aiutano la crescita») e alla campagna di stampa nei confronti di Fini.


Il 16 settembre il vicedirettore Porro invia un sms a Rinaldo Arpisella, responsabile dei rapporti con la stampa della Marcegaglia: «Ciao Rinaldo domani super pezzo giudiziario sugli affari della family Marcegaglia». Pochi minuti dopo i due si telefonano e il giornalista afferma «...Adesso ci divertiamo per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcecaglia come pochi al mondo!» aggiungendo che non si trattava di uno scherzo e di aver «spostato i segugi da Montecarlo a Mantova» con riferimento - spiegano i pm - alla città centro di riferimento degli interessi economici e familiari del presidente di Confindustria. Gli inquirenti registrano poi una telefonata tra Arpisella e un responsabile delle relazioni esterne di Mediaset con la richiesta di un intervento di Confalonieri. In un colloquio successivo, il responsabile Mediaset parla dell'avvenuto intervento del presidente di Mediaset presso Il Giornale e del fatto che la Marcecaglia lo aveva poi ringraziato.

Nel decreto viene riportata un'altra telefonata, del 22 settembre, tra Porro e Arpisella in cui il giornalista afferma: «...Dobbiamo trovare un accordo perchè se no non si finisce più qui... la signora se vuole gestire i rapporti con noi deve saper gestire... quello che cercavo di dirti è che dobbiamo cercare di capire come disinnescare in maniera reciprocamente vantaggiosa, vantaggiosa nel senso diciamo delle notizie delle informazioni della collaborazione no...».




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Trovato in Scozia dopo 300 anni un concerto per flauto di Vivaldi

Quotidianonet


La partitura del maestro veneziano era tra alcuni fascicoli polverosi degli Archivi nazionali scozzesi di Edimburgo. La spartito, esemplare unico, che secondo gli esperti potrebbe non esser mai stato eseguito

Un ritratto di Antonio Vivaldi
Un ritratto di Antonio Vivaldi


Londra, 7 ottobre 2010 - Un concerto per flauto di Antonio Vivaldi è stato ritrovato dopo 300 anni in Scozia. La partitura del maestro veneziano era tra alcuni fascicoli polverosi degli Archivi nazionali scozzesi di Edimburgo. "Il Gran Mogol", questo il titolo dello spartito, rientra in un gruppo di quattro concerti scritti da Vivaldi e andati perduti. Gli altri sono "La Francia", "La Spagna" e "L’Inghilterra".
La spartito, che secondo gli esperti potrebbe non esser mai stato eseguito, è stata autenticata da un esperto dell’Università di Southampton, Andrew Woolley. "Finora se ne aveva notizia solo dal catalogo di un libraio olandese del ‘700", ha spiegato Wooley. Il testo non è stato scritto di proprio pugno da Vivaldi, ma copiato dall’originale nel ‘700.
Trattandosi però dell’unico esemplare di cui si abbia conoscenza, il ritrovamento è importantissimo.
Lo spartito non è completo perchè manca una parte per il secondo violino. Gli studiosi inglesi sono riusciti comunque a ricostruirlo interamente aiutandosi con un altro concerto per flauto di Vivaldi, il cui spartito è custodito a Torino e che è probabilmente una riedizione del "Gran Mogol". Il concerto sarà eseguito per la prima volta a gennaio nella Perth Concert Hall di Edimburgo.
Resta il mistero di come il manoscritto sia arrivato in Scozia. Una teoria è che sia stato acquistato dal nobile, un suonatore di flauto, durante un Grand Tour europeo a fine ‘700.
La partitura era fra alcuni documenti che gli Archivi nazionali avevano acquistato nel 1991 dalla casata del nobile.




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I Pm: no al sequestro della casa a Montecarlo

di Redazione


Calma piatta sul fronte giudiziario. Nemmeno il nuovo esposto di 40 pagine presentato l’altro giorno da Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, esponenti della Destra di Storace, ha convinto la procura di Roma che indaga per truffa aggravata ad accelerare l’indagine. I pm della capitale continuano ad attendere i documenti ufficiali sul valore dell’immobile di boulevard Princesse Charlotte 14 provenienti dalle autorità monegasche e soltanto carte alla mano valuteranno i prossimi passi.

Anche la richiesta di sequestro dell’abitazione, avanzata nell’esposto, viene considerata irricevibile sia perché il bene oggetto del contenzioso si trova all’estero (e quindi dovrebbe essere avviata l’ennesima rogatoria), sia perché al momento non ci sarebbero i presupposti per procedere a un provvedimento restrittivo.

Rispetto alla restante parte dell’articolato esposto di quaranta pagine presentato dai due penalisti che sono anche esponenti della Destra, in merito all’audizione delle diverse persone coinvolte nella vicenda, dallo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini, a Elisabetta e Giancarlo Tulliani, al vice console italiano di Saint Lucia, nella cittadella giudiziaria romana si ribadisce che è necessario acquisire documenti e informazioni sull’appartamento e sul valore di vendita del quartierino di Montecarlo prima di valutare tale possibilità.




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Allenamento più sesso a pagamento alla montagnetta di San Siro

Corriere della sera


Le lucciole romene: di quelli che vengono al parco per fare jogging, otto su dieci sono nostri clienti

ogni tanto c'è una retata della polizia, ma poi tutto torna come prima




Prostituzione alla montagnetta di San Siro
Prostituzione alla montagnetta di San Siro
MILANO - Si chiama jogging-love. I protagonisti? Giovani con la fissa del «sempre in forma» e uomini di mezza età che desiderano asciugare la pancetta. Alla montagnetta di San Siro è un rincorrersi all’interno del polmone verde. Uno, due, tre giri, sgambettando. Poi, quando i battiti cardiaci saltano in gola, qualcuno sparisce. Si infratta. Ma non da solo: ad attenderlo ci sono Marinela, Adalia, Catalina, Georgia. Insomma, per le «lucciole» della zona, tutte romene e giovanissime, questo jogging-love è un vero business. E chi lo pratica, magari dice a casa che la corsetta fa bene al fisico e alla mente. Tra le più gettonate Marinela, 22 anni, di Urseni, non lontano da Timisoara. «Corrono e poi si fermano da me, anche quelli con il pancione». Si concorda sul prezzo e quindi ci si addentra di una decina di metri, dietro a un cespuglio non lontano dalla strada principale. «Noi romene siamo economiche. Con 30 euro fai tutto e nessuno va via scontento. Anzi, ritorna in famiglia a passo veloce».


Marinela ha due grandi occhi azzurri e un lauto decolleté. E’ appena tornata al suo posto di lavoro, dopo una notte trascorsa in questura, insieme con altre 15 connazionali. «Una retata della polizia. Ci tengono dentro e con la scusa di controllare i documenti, ci fanno perdere il guadagno. Ma poi devono lasciarci andare perché siamo comunitarie». E’ ritornata al suo posto, vicino alla barra di ferro e al grande olmo potato dal Comune per evitare che muoia. Non lontano dai bagni pubblici. «Alcuni - continua la giovane - preferiscono fare l’amore nei servizi, dicono che si sentono più sicuri. A me non cambia molto, sono sempre 30 euro». Poi racconta di sé e di quando, 4 anni fa, è venuta in Italia «per fare soldi». «Nessuno mi ha obbligato, è stata una mia libera scelta. Anche le mie amiche hanno fatto la stessa cosa. Del resto se ci fosse un balordo che intende sfruttarci, basta chiedere a un cliente di portarci al primo commissariato e denunciare». E aggiunge quasi con un pizzico di orgoglio: «Qui nessuno ti fa niente. Se prendi una multa, non la paghi, perché è difficile farcela recapitare. E nessuno va in galera se fa la prostituta».


Ma la tua famiglia sa? «No, certo che non sa. Ho aspettato di compiere 18 anni e poi ho detto: mamma vado in Italia a rubare. Tutti i romeni rubano. E mia madre mi ha dato la sua benedizione». Walter, 26 anni, felpa e calzoncini, interrompe la discussione. «Viene con me ogni volta che fa jogging, almeno un paio di volte alla settimana. A lui piace, dice che è come fare il defaticamento, lo rilassa». Ma come Walter ce ne sono tanti. Otto su dieci sono maratoneti del sesso. «Corrono e f…, come dicono loro». Dieci clienti al giorno per 30 euro. «Qualcuno di quelli normali ci chiede anche di andare in albergo. Nessun problema: a 10 minuti da qui, con l’auto, andiamo in un alberguccio di via Washington che costa solo 20 euro per un passaggio. Io, però, in hotel prendo 40 euro». E fa i conti ad alta voce: «Io guadagno 300, 400 euro al giorno. Diciamo che al mese metto in tasca 6, 7 mila euro. Mille vanno per la spesa e altre cosucce, 300 per l’affitto della casa che divido con altre tre colleghe romene, il resto lo mando ai miei per farli star bene e per pagare i muratori che mi stanno costruendo una nuova casa. Sarà pronta tra sei mesi: bella, grande,

spaziosa, con un immenso giardino. Mia mamma è orgogliosa di sua figlia. Ladra, ma non puttana...».


Michele Focarete
07 ottobre 2010


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Compagnia aerea low cost fa ballare le hostess, è polemica

Il Secolo xix


Come far ascoltare attentamente le istruzioni sulle procedure di sicurezza prima del decollo senza far annoiare i viaggiatori? Catturare l’attenzione grazie a hostess giovani e carine che ballano sulle musiche di Lady Gaga sembra essere la soluzione per non far distrarre i passeggeri, specialmente se maschi.




Cebu Pacific ha ingaggiato un coreografo per dirigere le hostess, tutte volontarie. Per ora, spiega la compagnia filippina, si tratta di un esperimento, che sarà esteso ad altri voli interni e internazionali: «Siamo sempre stati una compagnia che mira a divertire le famiglie. Le reazioni sono state positive. I passeggeri hanno veramente prestato attenzione alle istruzioni delle assistenti di volo», ha dichiarato la responsabile del marketing della compagnia low cost, Candice Iyong.

Ma nelle Filippine non a tutti è andata a genio la trovata della Cebu Pacific: alcune associazioni e sindacati hanno giudicato l’esperimento «degradante» per le donne. Per il sindacato del personale di bordo della compagnia rivale Philippine Airlines, la scelta di assistenti di volo giovani e carine, anche se volontarie, non aiuta nella lotta contro il divieto a esercitare la professione oltre i 40 anni. «Ci sembra un vero ritorno al passato tetro degli anni `50 e ´60, quando le hostess dovevano portare minigonne e pantaloncini corti per compiacere ai clienti, che erano per lo più uomini d’affari». Secondo il partito femminista Gabriela, infine, la danza delle hostess è «uno strumento promozionale di cattiva qualità».




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Il Giornale, perquisito l'ufficio di Sallusti su ordine di Woodcock

di Redazione


Carabinieri in redazione e nelle abitazioni di due giornalisti del nostro quotidiano. L'indagine, partita dalla procura di Napoli, su presunte minacce nei confronti del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia



 

Milano - Perquisito l'ufficio di Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, e le abitazioni di due giornalisti. L'ordine è partito dalla procura di Napoli e dal sostituto Henry John Woodcock. L'operazione è scattata nelle prime ore della mattinata. I provvedimenti sono stati disposti dalla procura di Napoli nell’ambito di un'inchiesta su presunte minacce contenute in un dossier nei confronti del presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, dopo alcune critiche formulate nei confronti del governo.

Ordine di Woodcock I decreti di perquisizione, eseguiti dai carabinieri, sono stati emessi dai pm Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock e vistati dal procuratore Giovandomenico Lepore. L’ipotesi di reato formulata dai magistrati sarebbe di concorso in violenza privata. L’indagine sarebbe scaturita da alcune intercettazioni disposte nell’ambito di una diversa inchiesta condotta dai magistrati partenopei. Dalle conversazioni e da un sms sarebbe emersa la presunta intenzione di una campagna di stampa nei confronti della Marcegaglia.

Perquisizioni in corso Le perquisizioni in corso nella sede di via Negri sono eseguite dal Noe, il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Al momento i carabinieri si trovano nell’ufficio del direttore. È presente anche un perito nominato dall’autorità giudiziaria. In redazione sono giunti anche i componenti del Comitato di redazione.





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Macché 007: lo scandalo l’ho scoperto io

di Livio Caputo


La vera storia dell'alloggio monegasco. La prova: ecco la mail che un amico mi inviò rivelando lo scandalo e che io girai al "Giornale"



Premetto che mi sono sempre piaciute le storie di spionaggio. Quando ero militare, tanti anni fa, ho seguito il corso «I», che stava per informatore. E quando, molto tempo dopo, mi capitava di fare l’inviato nei Paesi comunisti, mi divertivo a mettere in pratica quello che avevo imparato sotto le armi per depistare i segugi che le autorità mi mettevano puntualmente alle calcagna. Ma, con tutto ciò, non mi sono divertito affatto quando, dopo lo scoop dell’appartamento di Montecarlo, mi hanno virtualmente - e del tutto arbitrariamente - «promosso» a 007 in servizio permanente, per giunta «deviato». Come ha già scritto in più di una occasione Vittorio Feltri, con questa faccenda i servizi, i dossier, le spie e quant’altro è stato tirato in ballo non solo dai finiani che cercavano di difendere il loro leader, ma anche dalle sinistre e da una parte consistente della stampa nazionale, non c’entrano proprio niente.

Ecco come sono andate in realtà le cose. Nel pomeriggio del 21 luglio ho ricevuto una telefonata da un vecchio amico, fedele lettore del Giornale: «Livio - mi ha detto - nei giorni scorsi sono stato a Montecarlo e un italiano residente nel Principato mi ha raccontato una strana storia riguardante un appartamento lasciato in eredità ad An e in cui adesso si sarebbe insediata la famiglia Tulliani...». «Stop - l’ho interrotto - con sette milioni di intercettati, come dice il nostro presidente del Consiglio, queste non sono faccende da trattare al cellulare. Vieni domattina a casa mia e ne parliamo». L’indomani è arrivato e mi ha riferito quanto aveva appreso. Il suo racconto mi ha convinto abbastanza da indurmi a mandare subito alla direzione la nota che Il Giornale ha già pubblicato una volta, che l’amico Sallusti ha mostrato anche in Tv, ma che nel contesto di questo racconto ritengo necessario riprodurre nuovamente, inesattezze comprese.


MEMO URGENTE DA LIVIO CAPUTO
PER VITTORIO FELTRI E ALESSANDRO SALLUSTI

Un mio amico e lettore del Giornale (...) mi ha segnalato la seguente vicenda, che forse potrebbe essere di interesse per noi. Una dozzina d’anni fa una nobildonna bergamasca, la contessa Colleoni, ha lasciato in eredità ad Alleanza nazionale un appartamento di circa 75 mq., situato in Montecarlo, al pianterreno di rue Princesse Charlotte 14.

L’amministrazione di questo bene ha sempre fatto capo all’on. Donato Lamorte, fedelissimo di Fini, che per anni ha rifiutato qualsiasi offerta di affitto o acquisto. Nel 2009 invece, improvvisamente, l’appartamento, del valore stimato di 2 milioni di Euro, è stato ceduto alla società inglese Timara Ltd. per una somma da accertare, prontamente ristrutturato a cura della società Tecabat di Montecarlo e finito nelle mani di Elisabetta(?) Tulliani, la compagna di Fini, che ora vi risiede con tanto di nome sul citofono. Lo stesso Fini è stato visto più volte entrare e uscire dalla casa.

Il mistero, che toccherebbe al «Giornale» svelare, è duplice: 1) A che prezzo il tesoriere di An ha ceduto il bene (dovrebbe risultare dal catasto di Montecarlo)? 2) Chi si nasconde dietro la Timara? È un vera immobiliare, che poi ha affittato regolarmente la casa alla Tulliani, o con un gioco di prestigio il Lamorte ha messo l'appartamento a disposizione della compagna del suo capo?

Come si può vedere, gli elementi della storia c’erano già tutti, raccontati da un cittadino a un altro cittadino e poi riferiti a un giornalista che li ha doverosamente trasmessi alla sua direzione; c’era, perfino, l’indicazione che della ristrutturazione della casa si è occupata personalmente Elisabetta Tulliani, come è stato clamorosamente confermato martedì sera a Porta a porta. Sono stati poi bravissimi gli inviati del Giornale e gli altri colleghi che si sono interessati alla vicenda a correggere le imprecisioni, cercare conferme, trovare nuovi particolari: è stato un bell’esempio di giornalismo investigativo, raro di questi tempi, di cui vado fiero per la nostra categoria.

La mia parte, comunque, è finita con l’invio della nota informativa, e devo ammettere che non mi aspettavo di scatenare una tempesta di queste proporzioni. Ma ero, e sono più che mai convinto oggi, che nel trasmettere la denuncia dell’abuso ho reso un servizio non agli avversari politici di Fini, ma all’opinione pubblica in generale: grazie alla rivelazione dell’inghippo di Montecarlo, gli italiani avranno infatti modo, quando si andrà alle urne, di valutare meglio la figura di un protagonista della politica che si presenta come un campione della legalità e della correttezza, ma ha anche lui il suo bello scheletro nell’armadio.

In conclusione, come ci si sente a essere all’origine dello scandalo dell’estate? Bene, anzi benissimo, se non fosse per l’insistenza con cui tanti, non sapendo a cosa attaccarsi, continuano a vaneggiare di dossier e a accusarci di spargere fango. Ma, come accadde per il Watergate, la storia finirà col dare ragione a noi.




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Usa, non paga la tassa anti-incendio: i pompieri lasciano bruciare la sua casa

La Stampa


ROMA (6 ottobre) - I vigili del fuoco di una cittadina del Tennessee si sono rifiutati di bloccare le fiamme che stavano bruciando una abitazione perchè il proprietario non aveva pagato una tassa di 75 dollari. La cittadina di South Fulton protegge dal fuoco solo le case della comunità. Chi abita fuori città deve pagare una tassa speciale di 75 dollari. Ma il proprietario Gene Cranick non aveva pagato la tassa anti-incendio e i vigili del fuoco hanno lasciato bruciare la sua casa dandosi invece da fare per salvare un'abitazione adiacente che era in regola con i pagamenti.

A nulla sono valse la promesse di Cranick di pagare i 75 dollari al più presto. «Se la città consentisse alla gente di pagare la tassa solo dopo essere stata salvata da un incendio - ha detto il sindaco David Crocker - cesserebbe ogni incentivo a pagare il contributo anti-incendio».









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Brasile, donna sopravvive dopo l'incidente-choc

Il Mattino


BELEM (6 ottobre) - Se cavata con ferite lievi, nonostante un volo di una decina di metri dopo essere stata travolta da un'auto. Rosalina De Jesus, 44enne brasiliana, può dirsi davvero fortunata dopo la disavventura capitatale, ripresa peraltro dalle videocamere a circuito chiuso della zona, a Belem, in Brasile. L'uomo che guidava l'auto era ubriaco.




Incredible footage shows car smashing woman



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Camorra, catturato il boss Prinno

Corriere del Mezzogiorno


Era sfuggito a un blitz lo scorso maggio. Deve rispondere di associazione, rapina aggravata e porto illegale d'armi



Il blitz del 25 maggio, l'indirizzo del boss su un pezzo di cartone
Il blitz del 25 maggio, l'indirizzo del boss su un pezzo di cartone

NAPOLI - Il 25 maggio scorso era riuscito a scappare, non questa volta: a finire in manette il boss latitante Gianluca Prinno. L'uomo, elemento di spicco del sodalizio criminale operante nel centro città, è stato arrestato dai carabinieri del nucleo investigativo di Napoli nell’ambito di indagini sull’omonimo clan camorristico, operante nel capoluogo campano. A Gianluca Prinno, 27 anni, pregiudicato, i militari dell’Arma hanno notificato una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla magistratura partenopea su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
L’uomo era ricercato dal 25 maggio, giorno del blitz anticamorra che scovò i malviventi nel loro «quartier generale», in Rua Catalana, a pochi passi da piazza Municipio. Ora deve rispondere delle accuse di associazione per delinquere di tipo mafioso, rapina aggravata e per detenzione e porto illegale di armi comuni da sparo.


Redazione online
07 ottobre 2010





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Sarah stuprata dopo la morte Il terribile racconto dello zio

Il Secolo xix






«L’ho strangolata con una cordicella mentre era di spalle e ho abusato di lei dopo che era già morta»: questa l’agghiacciante rivelazione che fatta agli investigatori da Michele Misseri, zio di Sarah Scazzi e suo assassino. Sempre secondo le dichiarazioni dell’uomo, rese nella notte ai carabinieri, la ragazza sarebbe stata strangolata nel garage: prima di buttare il cadavere nel pozzo dove la 15enne è stata ritrovata all’1.45, Misseri l’ha denudata e ha successivamente bruciato i vestiti.

Intanto, nelle campagne vicino ad Avetrana, la cittadina in provincia di Taranto da dove Sarah era sparita il 26 di agosto, è ancora in corso l’operazione di recupero del corpo: secondo alcune informazioni, si potrebbe andare avanti sino alle 11. A quanto si è saputo, il pozzo non è profondo, ma presenta strettoie: inoltre, il cadavere sarebbe coperto con pietre.

Secondo fonti investigative, il corpo di Sarah sarebbe «nudo e in posizione fetale».


da YouTube, il momento in cui la madre di Sarah scopre a Chi l’ha Visto che la figlia è stata uccisa








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Montecarlo, confessa l'architetto dei Tulliani

di Gian Marco Chiocci



L'architetto romano che un mese fa aveva negato di aver mai avuto rapporti con Giancarlo ed Elisabetta, ieri ha ammesso di essere l'autore del layout per la ristrutturazione della casa di Montecarlo. Ma per paura si rifiuta di dare i dettagli



 

Gian Marco Chiocci
e Massimo Malpica

Metà settembre. Da Montecarlo il costruttore Luciano Garzelli, che si è occupato nella prima fase della ristrutturazione della casa in cui vive Giancarlo Tulliani, riferisce di aver avuto contatti telefonici per quei lavori con Elisabetta Tulliani, e via email con un architetto romano che disse a Garzelli di lavorare per conto della compagna di Fini. Nei messaggi di posta elettronica, risalenti a giugno del 2009, il professionista si firma Massimo Pelliccioni. L’abbiamo rintracciato. Prima, nemmeno un mese fa, di persona. Sentendolo negare
qualsiasi ruolo in quei lavori. Poi, ieri, alla luce dei nuovi riscontri, l’architetto ritrova la memoria. E conferma di aver lavorato per quella casa e per conto dei Tulliani. Un altro pezzo del puzzle che va al suo posto. E che sembra fortificare l’idea che non solo Giancarlo, ma anche la sorella, di quella casa sappiano più di quanto (non) dicono.

Ecco le due versioni dell’architetto.
(Primo pomeriggio del 14 settembre)

Architetto Pelliccioni?
«Salve, sono io».
Siamo del «Giornale»...
«Ah, giornalisti? In che modo posso aiutarvi?».
Pensavo lo sapesse già. Ci risulta che lei abbia curato qualche aspetto della progettazione della famosa casa a Montecarlo, sa di quale appartamento parliamo, vero?
«... uhm, no, quale casa?».
Quella di cui si parla sui giornali, ereditata da An, e in cui abita il «cognato» di Gianfranco Fini, Giancarlo Tulliani. So che lei ha...
«No... cioè, sì, ho sentito la storia, ma non ne so nulla».
Scusi, in che senso non sa nulla, lei come architetto non ha fatto progetti o altro per quella casa, per conto di Elisabetta Tulliani?
«No, no. Immagino che debba esserci un caso di omonimia, probabilmente. Io non ho mai lavorato su una casa a Montecarlo».
Quindi ci sta dicendo che non è lei l’architetto di Elisabetta Tulliani? Non la conosce?
«No, no, penso sia un equivoco, probabilmente un’omonimia».
È sicuro?
«Certo, mai fatto progetti per case a Montecarlo, non io, mi dispiace! Se non c’è altro...».
«Nessun probNo, se non è lei non c’è altro. Anzi, scusi per il disturbo.lema, arrivederci, buona giornata».
(Ore 12.34 di ieri. Contattiamo di nuovo l’architetto)
Architetto Pelliccioni...
«Sì...».
È «il Giornale», buongiorno. Avremmo bisogno di vederla cinque minuti...
«Guardi io sono fuori Roma adesso... e comunque non so... per quale motivo volete vedermi?».
Dovremmo parlarle di alcune cose che riguardano un lavoro che lei ha fatto ma che a settembre ci aveva detto di non avere fatto. Riguarda Tulliani, Fini, quelle cose lì...
«Ah sì, siete venuti. Sì... sì... sinceramente non mi va di parlarne... comunque... insomma... come dire... è quello che penso voi già sappiate... ho fatto... nulla di che... è un progetto appunto fatto al Tulliani per cui...».
E come mai l’altra volta ha detto che non ne sapeva niente... che non...
«... guardi… stavo lavorando, andavo di fretta, non mi andava poi di aprire situazioni per cui... comunque, ecco, quello che voi già sapete».
Non so se sa che la Procura sta indagando su questa cosa e i denuncianti che hanno fatto aprire l’inchiesta hanno incluso anche lei fra le persone da ascoltare...
«Ah... quando mi contatterà… insomma… non c'è nulla di... un progetto fatto al signor Tulliani quindi... con fin (Fini? incomprensibile, ndr) è un progetto di massima...».
Senta, siccome c’è questo costruttore di Montecarlo (Luciano Garzelli, ndr) che parla di (sue, ndr) mail che ci ha fatto vedere e di cui produce copia alla procura...
«Quando sarà...».
...fa riferimento anche alla signora Tulliani...
«Io.... guardi... non so cosa... il costruttore... non so. Comunque quello che praticamente penso voi già lo sapete... va bene?».
Va bene...
«Arrivederci».
(Ore 18.37 di ieri, seconda telefonata all’architetto)
«Sì, pronto?»
Architetto... è ancora «il Giornale», abbiamo parlato questa mattina, ci scusi per il disturbo, le rubiamo un secondo...
«Sì...».
Il dipendente del mobilificio, quello dove Fini e la signora Tulliani avrebbero...
«Guardate... guardate... non... già ve l’ho spiegato... già ve l’ho detto... io ho fatto solo un layout... cioè, ho dato qualche consiglio... per cui non so tanto bene...».
Ma è solo per essere corretti, perché siccome il dipendente del mobilificio dice che forse era lei che è andato insieme alla signora Tulliani...
«Io non lo so, non so di che mobilificio parla e non so neanche il dipendente, quindi... io sono andato in tanti posti per cui non lo so, capito? Se lo faccia dire da lui, da questo dipendente, io non so chi sia, non so di chi stiamo parlando...».
Parliamo del negozio Castellucci.
«Come tutti gli architetti io vedo tanti mobilifici, non so di che dipendente parla, per cui le ho detto, io ho fatto un layout al signor Tulliani per cui ora basta, cioè, ho dato dei consigli, quello cioè un minimo di competenza professionale per cui io proprio non so che dire...».




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Quell’avvocato che lega Fini a Monaco e alle slot machine

di Paolo Bracalini


Roma


Farefuturo o Affarefuturo? C’è un link, tutto interno all’ex An, o meglio a Fli, che collega due mondi apparentemente opposti: quello nobile della filosofia politica e quello milionario delle slot machines. L’uomo dei due mondi si chiama Giancarlo Lanna. Avvocato civilista, napoletano, uomo fidato di Fini e ancor più di Urso, Lanna è uno dei consiglieri della Fondazione Farefuturo, il think tank finiano. Ma Lanna, a quanto risulta, ha messo la propria competenza legale anche al servizio di altre faccende, meno eteree, i giochi appunto. Quelli, in particolare, della Atlantis World Ltd, la società di diritto inglese che opera anche in Italia e che ha avuto come rappresentanti uomini di Alleanza nazionale. E che, soprattutto, spunta anche nell’affare di Montecarlo, attraverso quel Walfenzao che oltre in Atlantis è anche dietro le off-shore proprietarie della casa abitata da Tulliani. La Atlantis vanta un grande successo, aver ottenuto la concessione dei Monopoli di Stato italiani per le slot machines.

La prova del collegamento viene da sinistra. Uno che si è dato da fare ultimamente per scavare nei misteri dei giochi, tra Caraibi e uomini di partito, è il dipietrista Franco Barbato. Ed è lui che rivela la connessione: «È stato Giancarlo Lanna il procuratore della Atlantis nella sottoscrizione della convenzione per il rilascio della concessione da parte dei Monopoli di Stato. Ho appena chiesto in Commissione finanze un’indagine conoscitiva». Cercando negli archivi si scopre poi che il nome di Lanna era già stato associato alla Atlantis World, e a Francesco Corallo, azionista della multinazionale dei giochi.

Lo aveva fatto L’espresso, nel 2004, che così scriveva: «Corallo ha deciso di avvalersi della consulenza di un professionista napoletano di eccezione: l’avvocato civilista Giancarlo Lanna, fino al ’98 commissario della locale federazione di An, poi per quattro anni vice-coordinatore regionale del partito e consigliere di amministrazione con delega per il Mediterraneo della Simest, la società pubblica incaricata di finanziare le imprese italiane che vanno oltre frontiera». La Simest, di cui ora Lanna è presidente, è una Spa che fa capo al ministero dello Sviluppo economico, più nello specifico all’area del Commercio con l’estero, guidata dal viceministro finiano (e creatore di Farefuturo) Adolfo Urso. Secondo L’espresso, la società italiana della Atlantis avrebbe avuto sede proprio nello studio romano del legale, in via Cola di Rienzo. Un giro di professionisti che Repubblica, anni fa, bollò come «la lobby ludica di An, capeggiata da Urso e Lanna».

Quel che è certo è il rapporto di grande fiducia tra il viceministro e l’ex consulente legale della Atlantis. Lanna è anche stato, per un breve periodo, tra i soci di Lo Schioppo, società agricola che possiede - come ha raccontato il Fatto - palazzi e terreni in Umbria, e che per soci ha Pietro e Dario Urso, figli di Adolfo, e a Paolo Urso, fratello. Un grande amico, e uno stimato professionista. La persona giusta per un business così delicato come quello di Atlantis.





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Lady Fini La Tulliani querela «Porta a porta» E in «segreto» vede Gianfranco alla Camera

di Redazione


Di ufficiale non c’è niente. Né comunicati, né lanci d’agenzia. Eppure il fatto sembra certo. Occhi indiscreti hanno colto l’attimo e documentato l’incontro, in terreno non neutrale ma istituzionale, della coppia più chiacchierata del momento. Perché dove altro può essere andata lady Tulliani in Fini dopo essere entrata alla Camera se non dal suo Gianfranco?

Conferme, va ribadito, non ce ne sono. Quel che è certo però è che ieri mattina Elisabetta è stata avvistata a Montecitorio: jeans, camicia bianca, per mano la figlia Carolina. Dal garage della Camera si è avviata, dopo aver scambiato due parole con i parcheggiatori, verso un’entrata laterale del palazzo. Sorridente e, almeno apparentemente, serena. Peccato che in serata sia uscita un’agenzia, questa sì ufficiale: Elisabetta aveva appena dato mandato al suo avvocato di querelare «Porta a Porta». Bruno Vespa si è detto sorpreso: «Ai Tulliani avevo offerto un collegamento in diretta per replicare».




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Patto delle tre mafie per uccidere magistrati: nel mirino anche Cantone

Il Mattino




di Rosaria Capacchione


Napoli (7 ottobre) - Ci sarebbe un piano delle mafie per uccidere il giudice Cantone e i pm Lari e Pignatone. Questo il contenuto di una missiva anonima, confezionato da mani esperte, recapitato nei giorni scorsi alla Procura di Caltanisetta, la stessa che indaga sulle morte di Borsellino.

La lettera, recapitata al capo dell’Ufficio, Sergio Lari, ha la forma di una nota riservata, che sembra essere stata compilata dagli organi investigativi o dagli apparati addetti alla sicurezza. Un documento che inserisce il bazooka fatto trovare ieri mattina a Reggio Calabria in una strategia più complessa, che parte da lontano e che rimanda all’epoca tragica delle stragi e delle bombe.

Un disegno che coinvolgerebbe Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra, insieme per rispondere all’offensiva dello Stato sul fronte della criminalità. Intanto, il Viminale ha deciso di mandare l’esercito a Reggio Calabria per vigilare sulle procure.




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Il presidente boliviano Morales gioca calcio subisce fallo e si vendica con ginocchiata

Il Mattino


LA PAZ (5 ottobre) - Poco fair play da parte del presidente boliviano Evo Morales. Colpito duro da un avversario durante una partita amichevole per beneficenza, prima si fa curare e poi, appena può si vendica sull'avversario rifilandogli una ginocchiata al basso ventre.




Cochina cobarde actitud de Evo morales durante un partido de fútbol en bolivia



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Sarah è stata uccisa per aver rifiutato le avances dello zio Michele

Corriere dellasera


Strangolata nel garage e buttata in un pozzo in un podere a due chilometri da Avetrana


L'uomo, 54 anni, ha perso la testa




AVETRANA (Taranto) - Michele Misseri, 54 anni, ha confessato mercoledì sera, dopo ore di interrogatorio nella caserma dei carabinieri del comando provinciale di Taranto, l'omicidio della nipote Sarah Scazzi. Lo zio l'ha strangolata nel garage di casa dopo aver perso la testa forse per il rifiuto opposto dalla ragazza alle sue avances. Il corpo della quindicenne è stato poi gettato in un pozzo pieno d'acqua in un podere dello stesso zio, a due chilometri dal paese. «L’ho strangolata in un garage vicino a casa, poi l’ho portata in campagna in un terreno vicino a un casolare nella zona fra Avetrana e Nardò, ho bruciato i vestiti».
POZZO - Il corpo di Sarah si trova in un pozzo: giovedì mattina alle 8 non era stato ancora recuperato. Secondo alcune informazioni, occorrerebbero ancora due-tre ore. Il pozzo - a quanto si è saputo - non è profondo, ma presenta strettoie: inoltre il cadavere sarebbe coperto con pietre. Il pozzo dove si lavora è uno dei tantissimi delle campagne della zona, soltanto alcuni sono censiti e molti sono abusivi.
INTERROGATORIO - Misseri era stato convocato dai carabinieri mercoledì mattinata con la moglie e la figlia maggiore, sorella di Sabrina, la cugina con la quale Sarah aveva appuntamento il giorno della sua scomparsa per andare al mare. Madre e figlia sono state poi riaccompagnate a casa, mentre lo zio è crollato sotto le domande degli inquirenti. Era stato lui il 29 settembre, a consegnare ai carabinieri il cellulare di Sarah, privo di batteria e di scheda sim, dicendo di averlo trovato vicino alle stoppie bruciate il giorno prima in un podere nel quale aveva svolto alcuni lavori. Un probabile tentativo di depistaggio che gli si è rivolto contro.


Redazione online
07 ottobre 2010

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Giovani, grande fuga dal sindacato

Corriere del Mezzogiorno

Ricerca Cgil: per il 12% si tutela solo chi già lavora


NAPOLI — La disaffezione dei giovani al sindacato è certificata dal sindacato stesso. Una ricerca, quella firmata dalla Cgil Campania, che fa onestamente i conti con un problema non da poco, e cioè lo scarso numero di iscrizioni tra gli under 35 campani — la galassia dei precari —, segno che, come urlano i detrattori, i confederali diventano sempre più un baluardo solo per i lavoratori già garantiti, pubblico impiego in primis. La ricerca è realizzata da Rosa Passaro, Antonella Villaggio, coordinate da Mauro Casola, responsabile dell’ufficio politiche giovanili della Cgil Campania, con Ires Campania.



REPORT - La statistica mette in luce una serie di aspetti interessanti. Primo fra questi l'idea che rappresentarsi come duri e puri non giova ai rappresentanti sindacali. Tradotto: il motivo principale sulla mancata iscrizione al sindacato sembra essere la marcata connotazione ideologica (24,2%). Un «primato» che apparentemente si scontra con chi (il 12,7%), al contrario, pensa che le lotte sindacali siano state negli ultimi anni troppo morbide o addirittura remissive. Il secondo motivo di «disaffezione» si concretizza invece in un laconico l’iscrizione «non mi sembra utile» (22,3 per cento). Un altro campanello d’allarme suona allorché l’11,41% dei giovani del campione (500 tra under e over 35) accusa il sindacato — e l’accusa è pesantuccia— di «non fare nulla per i giovani e tutelare solo i garantiti».



CRITICA - La critica più forte proviene dai giovanissimi. Un problema molto sentito seppure in misura differente nella fascia intermedia (26-35 anni), mentre il giudizio appare controverso e più equamente diviso nella fascia più matura (oltre i 35 anni). Proseguiamo: solo l’1,36% per cento degli interpellati ritiene che sia il tesseramento sia la quota di iscrizione siano troppo alte. Relativamente bassa (6,39%), invece, la percentuale di chi teme ritorsioni da parte dei datori di lavoro nei confronti dei dipendenti sindacalizzati. Ancora: l’11,87 per cento fa appello alla flessibilità e risponde: «Non penso di rimanere a lungo su questo luogo di lavoro», perciò faccio a meno della Cgil e degli altri sindacati. Permane la fiducia nella figura dei rappresentanti dei lavoratori: solo il 2,28 per cento del campione infatti «non si fida dei delegati dell’azienda». «È evidente come tra i giovani emerga anche una richiesta di maggiore partecipazione nelle decisioni — commenta Mauro Casola, tra i relatori dell’indagine —, laddove il sindacato viene visto come una struttura troppo burocratica e ingessata nei meccanismi decisionali. Circostanza supportata dal fatto che gli intervistati battono sul tasto della scarsità di giovani negli organismi dirigenti».



LE BATTAGLIE DEL SINDACATO? NON RICORDO - Cgil, chi l’ha vista. Già: in un’altra rilevazione, alla domanda «quali battaglie del sindacato ricordi?», hanno alzato la mano in pochini. Il 46%non sa rispondere, «Questo dimostra quale distanza c'è tra le nuove generazioni e il sindacato», aggiunge Casola, che, riassumendo, pone sul tavolo i due risultati fondamentali scaturiti dal mare di statistiche. E cioè: innanzitutto vige un problema di priorità politiche. I giovani si vedono risucchiati nel tritacarne della precarietà senza che il sindacato faccia granché per loro, al di là degli slogan. Dunque, chi oggi si prefigge di difendere i lavoratori in realtà proteggerebbe, secondo gli under 30, solo gli interessi di chi un lavoro sicuro già ce l’ha. In secondo luogo, esiste un problema strutturale: il sindacato viene visto come una struttura troppo vecchia e burocratica con pochissimi giovani tra i i suoi dirigenti. In via Torino, sede della Cgil Campania, hanno letto con attenzione il sondaggio. Il passo successivo è correggere la rotta. Anche per evitare che i giovani si iscrivano solo a Facebook.



Michele Gravano
Michele Gravano

GRAVANO E MARANI - In tal senso, il sindacato rosso, a livello sia nazionale che regionale, è impegnato a lanciare una campagna «per costruire un percorso di mobilitazione su precariato, welfare e formazione». «In regione — è il pensiero di Michele Gravano, segretario della Cgil Campania— abbiamo ritenuto di fondamentale importanza avere dati dal valore scientifico su cui basare la nostra azione sindacale a sostegno delle giovani generazioni. Se è prioritario incrementare il processo di rinnovamento della Cgil sul piano strutturale e sul piano dell’azione sindacale è assolutamente necessario conoscere a fondo il contesto in cui si opera». Al solito, schietto e diretto, Ugo Marani, presidente dell’Ires: «Nemmeno l’osservatore più ottimista potrebbe sostenere che oggi l’inserimento lavorativo sia uno strumento di elevazione sociale, l’eliminazione della precarietà studentesca. Rimane un’ultima speranza: ovvero che quella parte della società meno incline all’egoismo, il mondo sindacale, rimanga, in qualche modo, un punto di riferimento, rivisitato, conflittuale, contestato, ma sempre un punto di riferimento per i giovani».



Alessandro Chetta
06 ottobre 2010





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