lunedì 4 ottobre 2010

L’Unità d’Italia è un fatto indiscutibile»

Corriere del Mezzogiorno


Carlo: «Il Sud poco rappresentato». La moglie Camilla:
«Mio marito ambasciatore di Napoli in Europa»





NAPOLI — È una pagina epocale della storia del Sacro ordine costantiniano di San Giorgio, il cui gran maestro è il principe Carlo di Borbone (nella foto con la moglie Camilla). Segnata da un evento che si è snodato lungo un weekend che ha visto per la prima volta una delegazione lombarda in visita a Napoli. Un ponte gettato attraverso il Paese, nell’anno in cui si celebra il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, in una atmosfera di dibattito federalista e di revisionismo storico. I principi Carlo e Camilla di Borbone sono da venerdì in città e hanno presenziato ad una serie di appuntamenti ufficiali con cavalieri e dame in arrivo da tutta Italia.

Il principe è molto diplomatico, ma fermo. «L’Unità d’Italia è un fatto indiscutibile — dice —. Rimette in discussione il passato solo chi ne ha paura. E chi ha paura non va avanti». E la strada per guardare al futuro è lui stesso a tracciarla. «Occorre sforzarsi per perseguire una unità ed una integrazione maggiori. Il divario fra il Nord ed il Sud— aggiunge— aumenta se si esaltano le differenze e le difficoltà. Il federalismo? Quelle sono pratiche politiche rispetto alle quali non mi schiero. Ma non c’è dubbio che per il bene del Paese si deve andare oltre. Credo che non ci siano dubbi sul fatto che le rivisitazioni storiche coincidano con l’affermazione della Lega. Il Nord si ribella a Roma capitale e il Sud riscopre le proprie radici. Le differenze? Credo possano essere superate alzando il livello di civismo. Partendo dall’educazione morale. Gli italiani sono troppo individualisti».

I principi ieri mattina a Caserta per pochissimo non hanno incrociato un pronipote di Garibaldi. Ci sarebbe stata una riappacificazione? «Ma non siamo certo nemici — sorride il principe —. Certo i giornali avrebbero fatto uno scoop». Poi aggiunge: «Non c’è dubbio che questo anniversario è utile anche per rileggere alcuni fatti storici da un punto di vista differente — continua —. E partire dalla storia per costruire qualcosa di buono in questo tempi moderni che sono più veloci». E un riscatto per Napoli? «Della città ho visto pochissimo in queste ore. Ma è certo— continua— che il contenitore si sta svuotando. Al Sud sono rimaste pochissime banche e pochi giornali. Ed è in genere un territorio poco rappresentato. Il Regno dei Borbone aveva 110 ambasciate in tutto il mondo». 

Il principe non esclude la possibilità di un impegno politico. È anzi la principessa Camilla, dallo stile diretto e molto incisivo, a parlarne. «Potrebbe essere un convinto ambasciatore di Napoli e del Mezzogiorno a livello europeo. Il cardinale Sepe — aggiunge — ha chiesto che ogni napoletano si spenda per la sua città. Mio marito, che si definisce gradito ospite dell’Italia ma soprattutto napoletano, è disponibile ad aderire a questo appello. Del resto Napoli, che pure è una città che fa sognare, con una luce particolare e unica, ha un turismo meno fiorente di quel che ci si aspetta. Noi l’abbiamo fatta conoscere a tanti amici che non l’avevano mai vista. Ma si può e si deve fare di più. Questa città ha un passato illustre, glorioso. Ma un presente molto più complesso».

Napoli e Caserta sono state le città scelte dai principi per annunciare il proprio fidanzamento, per organizzare i festeggiamenti per le nozze d’oro dei genitori di Carlo e quelli per il battesimo della loro primogenita Carolina. «Grazie anche ai palazzi straordinari che ci sono da queste parti — ricorda Camilla — e che altrove sono inimmaginabili». Il segreto dei consensi sui quali i Borbone hanno potuto contare ininterrottamente è nella capacità di interagire con il popolo. Una qualità indispensabile in una città «trasversale». «Da bambino — confessa Carlo — non capivo questa risposta quasi universale dalla città. Questo affetto istintivo. Un amore nei confronti di tutta la famiglia. È difficile spiegarlo. 

Ma è così. Sono passati 150 anni da allora e noi abbiamo un ruolo differente. Che mia moglie, appena entrata in famiglia, ha immediatamente fatto proprio». Un ruolo che la principessa esplica, attraverso l’ordine, in una serie di iniziative di volontariato. «Borse di studio per la Nunziatella, per la scuola di Mascalzone latino, un macchinario per l’ospedale Pausilipon— racconta —, ma anche iniziative a livello universitario per promuovere l’apprendimento delle lingue straniere che trovo sia fondamentale. Le mie figlie, che hanno 5 e 7 anni, ne parlano già cinque. E desidero che questa opportunità possa essere estesa a quante più persone possibile».

Anna Paola Merone
04 ottobre 2010




Powered by ScribeFire.

Botticelle, chiede 600 euro per una corsa Licenza sospesa ad un vetturino

Il Messaggero



ROMA (4 ottobre) - «E' stata sospesa oggi, in via cautelativa per grave danno all'immagine della città di Roma, la licenza del vetturino che avrebbe chiesto una somma spropositata per un giro turistico di due ore nella Capitale»: lo ha annunciato l'assessore alle Politiche della mobilità di Roma Capitale, Sergio Marchi, riferendosi alla vicenda del vetturino che è stato smascherato dopo aver chiesto a due turisti spagnoli 600 euro per una corsa.

«A seguito delle denunce pervenute ai nostri uffici - sottolinea Marchi - è stata già predisposta da questo assessorato una proposta che verrà portata in Giunta mercoledì prossimo per regolamentare le tariffe del servizio botticelle. Una proposta che, una volta approvata, passerà al vaglio della Commissione competente per essere discussa successivamente in Consiglio. Auspichiamo la più ampia condivisione del provvedimento per portare anche in questo servizio regole certe all'insegna della legalità e della trasparenza per gli utenti».

Giammanco (Pdl): porre fine alla triste realtà delle botticelle.
«L'episodio è scandaloso ed è sintomatico di una situazione diventata, ormai, insostenibile - dice Gabriella Giammanco, deputata del Pdl componente del Comitato ministeriale per un'Italia "animal friendly" voluto dal ministro Michela Brambilla - Il sindaco Alemanno dovrebbe intervenire. E' necessario che il sindaco si adoperi in modo convinto e incisivo affinché si ponga fine alla triste realtà delle botticelle, una realtà che di certo non fa onore alla bellezza e alla grande storia di Roma. I vetturini lavorano indisturbati senza esporre un tariffario né tantomeno rilasciare regolari ricevute fiscali, ciò causa vergognose speculazioni ai danni dei turisti, soprusi che non fanno altro che danneggiare il settore del turismo e l'immagine di Roma all'estero. In più, nonostante il regolamento comunale preveda che i cavalli debbano riposare e abbiano diritto al ristoro, la maggior parte dei vetturini obbliga questi animali a lavorare tutto il giorno, ininterrottamente, con conseguenze negative sulla loro salute che possiamo immaginare e che, in certi casi, come ci hanno riportato le cronache, li conducono addirittura alla morte».





Powered by ScribeFire.

Israele: il ministero dei Trasporti chiede a Shalit di rinnovare la patente

Corriere della sera


Gaffe della burocrazia di Tel Aviv: il caporale dell'esercito è in mano ai palestinesi da 1.562 giorni



GERUSALEMME – La sua patente l’hanno vista tutti, quattro anni fa: la mostrò Hamas in un video, assieme ad altri documenti, per provare che Gilad Shalit era finito nelle mani del movimento islamico a Gaza. L’hanno vista tutti tranne chi dovrebbe: il ministero dei Trasporti israeliano. Che qualche settimana fa, con la burocratica miopia dei centri meccanizzati, ha inviato alla famiglia del più famoso ostaggio del mondo una lettera dal tono ultimativo: «Il signor Shalit Gilad ha l’obbligo di rinnovare in tempi brevi la licenza di guida». Sei mesi, non di più. Altrimenti la patente verrà sospesa e «il titolare non potrà più condurre veicoli». Il povero Gilad, che a dire il vero non può condurre nemmeno se stesso oltre la prigione che lo rinchiude, aveva fatto l’esame per la patente nel 2005, un anno prima d’essere rapito: nell’esercito, era stato addirittura assegnato alla guida dei Merkava, i carri armati con la stella di David. La raccomandata ministeriale ha impiegato poco tempo per finire sui giornali, accompagnata dai commenti amari del comitato per la liberazione che, da più di tre mesi, sta in sit-in permanente davanti alla residenza del premier Benyamin Netanyahu, a Gerusalemme: «E’ chiaramente l’errore d’un funzionario distratto – dicono con un po’ d’ironia -, ma in fondo è anche un segno di speranza: vuol dire che, prima o poi, il governo tornerà a considerare Shalit un libero cittadino». Nessun commento dalla famiglia, né dal ministero.

1.562 GIORNI DI PRIGIONIA - Proprio oggi, gli Shalit hanno organizzato l’ennesima manifestazione sotto la tenda bianca di Gaza Street. Decine di persone hanno agitato cartelli e scandito slogan. Aviva, la mamma di Gilad che durante l’ultimo mese di festività ebraiche ha trascorso anche intere nottate davanti alla casa del primo ministro, ha alzato al cielo una scritta: «Netanyahu, sono finite le tue lunghe vacanze? I 1.562 giorni di Gilad ancora no!». Stessa cosa venerdì, quando papà Noam è andato con duecento attivisti a protestare di fronte alla residenza privata del premier, a Cesarea, una dimostrazione cui ha partecipato anche l’ex ministro Ami Ayalon, molto polemico sull’«inerzia» del governo nei negoziati. Anche il fratello e la sorella del soldato, che la settimana scorsa sono stati a Ginevra, hanno commentato duramente lo stato d’abbandono in cui sono finiti i colloqui per la liberazione di Gilad. Nel mirino, anche le organizzazioni internazionali: «C’è un’assimetria politica della Croce rossa, nel considerare il caso di nostro fratello e quelli dei prigionieri di Hamas nelle carceri israeliane. Ogni anno, in tutto il mondo, la Croce rossa controlla mezzo milione di detenuti e d’ostaggi delle più violente organizzazioni. Ma in quattro anni nessuno è riuscito a ottenere nemmeno una visita, per Gilad». I nervi sono scoperti, l’ennesima lettera per l’ostaggio è stata consegnata agli emissari di Hamas. Secondo la stampa israeliana, i contatti indiretti coi rapitori sono ripresi: a mediare, al fianco d’un diplomatico tedesco, stavolta ci sarebbero gli egiziani dell’intelligence. Anche un sito palestinese ha scritto che, dopo mesi di silenzio, qualcosa si sta muovendo: Non ci credo più – domenica ha confidato papà Noam ai cronisti, sotto la tenda bianca -. Mi hanno illuso troppe volte. E troppe volte mi hanno deluso».


04 ottobre 2010



Powered by ScribeFire.

Terrorismo, Fox: «al Qaeda in agguato Tour Eiffel e Notre Dame nel mirino»

Il Messaggero


Gli 007 euopri irritati per l'allarme lanciato dagli Usa
Maroni: in Italia allerta elevato, ma nessun segnale preciso



ROMA (4 ottobre) - Fra i bersagli dei terroristi che avevano ordito un complotto per colpire l'Europa, anche la Torre Eiffel e la cattedrale di Notre Dame a Parigi, oltre alla stazione centrale di Berlino, la torre della tv in Alexanderplatz e un albergo di lusso vicino alla porta di Brandeburgo nella capitale tedesca. Lo riferisce la Fox News nel suo sito on line, citando fonti di intelligence. Secondo la Fox, la lista dei possibili bersagli da colpire è stata fornita da un terrorista tedesco di origine pachistana (secondo altre fonti di origine afghana, ndr) detenuto nella base militare di Bagram, in Afghanistan. Catturato lo scorso luglio, Ahmad Siddiqui ha rivelato negli interrogatori l'esistenza del piano terroristico per colpire bersagli in Europa - in particolare in Germania, Francia e Gran Bretagna - inclusi alberghi e siti turistici, con attentati analoghi agli attacchi coordinati a Mumbai, in India, nel 2008, in cui morirono 166 persone.


«Osama bin Laden coinvolto direttamente». Nei giorni scorsi, media britannici e americani hanno riferito - sempre citando fonti dei servizi segreti - che nel complotto era direttamente implicato Osama bin Laden. Se le notizie di intelligence si rivelassero fondate - rileva la Fox - questa sarebbe la pianificazione di attacchi in cui il capo di al Qaeda ha svolto il ruolo più diretto dagli attentati dell'11 settembre 2001. «Il complotto è chiaro - ha detto una fonte alla Fox - La chiarezza dei dettagli sui piani di questi attacchi è preoccupante. C'era un certo grado di coordinamento fra le diverse cellule che dovevano attaccare almeno tre città europee, ma non tutti sapevano quando colpire. L'obiettivo era di causare più vittime che a Mumbai».

Sicurezza rafforzata. Negli ultimi 20 giorni la torre Eiffel a Parigi è stata evacuata due volte a seguito di allarmi bomba, rivelatisi poi senza fondamento. Secondo le fonti della Fox, è stata rafforzata la sicurezza anche intorno alla famiglia reale britannica. Ieri gli Stati Uniti hanno emesso un cosiddetto "travel alert" per l'Europa, un avvertimento ai viaggiatori americani nei Paesi europei, chiedendo loro di essere vigili, essendoci rischi di attentati da parte di al Qaeda, e il ministero degli Esteri di Londra ha aggiornato le sue raccomandazioni ai britannici che viaggiano all'estero, avvertendo di una «forte minaccia terroristica» in Francia e Germania.

007 europei irritati dall'allerta Usa. Il quotidiano britannico The Guardian scrive che funzionari europei dell'Intelligence hanno manifestato la propria irritazione per l'allerta terrorismo lanciato dagli Usa dopo la scoperta di un piano di al Qaeda per attaccare l'Europa "in stile Mumbai". Secondo fonti anonime del giornale - diversi funzionari di intelligence, sicurezza e anti-terrorismo - le notizie diffuse dalla stampa Usa «non portano nuove informazioni» e il piano che sarebbe stato ordito personalmente da Osama bin Laden è «mal definito». I funzionari del controspionaggio britannico minimizzano inoltre il legame tra il complotto e l'incremento negli attacchi dei droni Usa in Pakistan.

Maroni: allarme elevato, ma non segnali precisi.
«Non ci sono segnali precisi di rischi individuabili, ma l'allarme terrorismo in Italia resta elevato - ha detto oggi il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, intervistato nel programma Mattino 5. «L'allarme terrorismo - ha detto Maroni - non è mai sottovalutato. Proprio un anno fa c'è stato l'attentato alla caserma "Santa Barbara" di Milano e da allora l'allarme è sempre elevato, i nostri servizi di sicurezza stanno seguendo con attenzione questo rischio, in contatto con l'intelligence dei Paesi europei e degli Stati Uniti».




Powered by ScribeFire.

A Milano per le Comunali la lista civica di immigrati "Passo per l'integrazione"

di Redazione



Il presidente dell'istituto culturale islamico di viale Jenner, Abelhamid Shaari, annuncia: "E' tutto pronto, nelle prossimo settimane metteremo a punto il programma. Non solo islamici, aperta a stranieri e italiani"



 

Milano - Una lista civica di immigrati. A Milano, per le prossime elezioni amministrative, "faremo una lista civica degli immigrati. Non una lista islamica ma una lista laica, aperta anche agli italiani. Si chiamerà Milano Nuova". Lo annuncia ai microfoni di CNRmedia Abdelhamid Shaari, presidente dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner. "Non importa - dice Shaari - se non eleggeremo nessuno. Quello che conta è dare la possibilità a tutti gli stranieri di sentirsi parte della città. E non sarà una lista contro gli italiani, anzi contiamo anche di avere con noi degli italiani che condividano il programma, un programma che stiamo mettendo a punto e che sarà pronto nelle prossime settimane. Sarà una lista aperta a tutte le nazionalità. Sarà un segnale importante per Milano, la possibilità di dare anche agli stranieri la possibilità di essere rappresentati".




Powered by ScribeFire.

La toga del caso Mills: accusato e assolto per la morte di Cagliari

Corriere della sera


De Pasquale non ha un carattere facile: ebbe frizioni con Di Pietro, Robledo e Bruti Liberati



MILANO - Nemmeno con i colleghi ha un carattere facile. Con qualcuno ha avuto anche frizioni, per esempio con l'allora pm Di Pietro nel 1993 su chi dovesse interrogare un indagato, o con il pm Robledo sulla strategia nel processo sui fondi neri Mediaset. E di recente si è confrontato in maniera accesa con il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati (che ieri ne ha difeso «l'alto livello di professionalità») sulla tempistica della chiusura dell'ultima indagine su Berlusconi per la frode fiscale Mediatrade. Ma molto prima di uscire un anno fa dalla Cassazione del processo Mills con un verdetto definitivo che insieme alla prescrizione del reato riconosce per la prima volta l'avvenuta corruzione del testimone Mills in due processi di Berlusconi, è pur sempre stato il pm Fabio De Pasquale a ottenere la prima condanna definitiva di Bettino Craxi, nel processo per le tangenti pagate dalla Sai di Salvatore Ligresti per un contratto Eni. Come pure del banchiere di Mani pulite, Pacini Battaglia, sgusciato invece da molte altri indagini. Se a ciò si aggiunge che questo messinese di 53 anni (da 26 in magistratura) è il pm dei tre processi Mills-Mediaset-Mediatrade congelati dalla legge sul legittimo impedimento del premier, si comprende perché gli tocchi lo scomodo ruolo ormai di abbonato agli strali di Berlusconi. Contumelie («pm famigerato», «associati a delinquere») che un vertice dello Stato scaglia a funzionari dello Stato su spartiti ingrigiti, identici da tre lustri.

Così ancora ieri, a 17 anni dalla morte a San Vittore del presidente dell'Eni Gabriele Cagliari, Berlusconi ripropone la tesi che ne addebita al pm De Pasquale il suicidio come reazione a una promessa scarcerazione che nell'estate 1993 il pm si sarebbe rimangiato prima di partire per le ferie. Tutto già detto, ridetto e giudicato almeno sei volte. La prima ispezione ministeriale non ravvisò illeciti disciplinari a carico del pm e trasmise gli atti all'allora Guardasigilli. Neppure Conso mosse contestazioni. Nel 1994 il procuratore generale della Cassazione, Sgroi, non ritenne di promuovere l'azione disciplinare. Nel 1995 il ministro Mancuso riversò le carte sul piano penale, denunciando De Pasquale per abuso d'ufficio e morte (il suicidio di Cagliari) come conseguenza di altro reato (l'abuso del pm): ma Brescia archiviò l'uno (come inesistente) e l'altra (come non configurabile nel nesso di causa con il suicidio). Il caso fu richiamato anche nella prima causa «Craxi contro l'Italia» davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo: ma neppure Strasburgo espresse censure. E quando il parlamentare Vittorio Sgarbi gridò dagli schermi di Domenica In che De Pasquale era «un assassino», fu condannato in appello per diffamazione a 2 mesi e a 100 milioni di lire di risarcimento al pm: ma in Cassazione usufruì dell'insindacabilità, sulla base di un parere nel quale la Giunta della Camera (relatore Gaetano Pecorella) aveva ritenuto che l'epiteto dell'opinionista tv-Sgarbi, pur se insinuante e astrattamente diffamatorio, rientrasse comunque in una battaglia politica del deputato-Sgarbi.


Luigi Ferrarella
04 ottobre 2010





Powered by ScribeFire.

Irrompe lo spione Genchi: aiutino di Rai3 a Fini E due procure ascoltano i telefoni del Giornale

di Massimo Malpica


La Annunziata invita l’ex consulente e allude a un’intercettazione misteriosa che parla di Lavitola e L’Avanti!: "La macchina del fango al lavoro dal 2005". Il teorema del programma: l'ex leader di An vittima di complotti e dossieriaggi. Intanto i pm spiano senza motivo i cellulari del Giornale



 


Roma - Servizi segreti e servizietti pubblici: l’ultima frontiera della teoria del complotto di cui Gianfranco Fini sarebbe vittima diventa lo studio di Lucia Annunziata su Rai3, che ieri a «In mezz’ora» ha invitato, a sorpresa, il vicequestore ed ex consulente informatico (per il suo archivio di intercettazioni è indagato) e «simpatizzante» dell’Idv, Gioacchino Genchi. Uno che domenica scorsa la stessa Annunziata, per capire, aveva definito «inquietante».

Tema della puntata, la «macchina del fango». E quale è il miglior modo di cominciare una puntata che parla di minacce e dossieraggi? «Evocare» un’intercettazione. «Cominciamo - attacca infatti l’Annunziata, rivolta a Genchi - da una questione: Fini, il dossier di Fini, il nome di Lavitola, direttore dell’Avanti!. Le devo confessare che mentre preparavo la puntata con lei ho sentito un’intercettazione. Non la possiamo far sentire qui perché come sapete non è legale. Io l’ho sentita, e c’è una telefonata tra Lavitola e un’altra persona di cui non rivelerò il nome, in cui appunto si parlava già di come riportare L’Avanti nell’area berlusconiana, si facevano nomi, si davano giudizi neanche sotto tortura dirò i nomi e i giudizi. Però l’ho sentita, e la cosa più interessante di quest’intercettazione - che non mi ha dato Genchi, lo dico a chi ci ascolta - è che è del 2005, quindi se c’è una macchina del fango che lavora intorno a Lavitola è dal 2005».

Roba forte, l’«intercettazione raccontata». Dove sia stata pescata però non è dato sapere né l’Annunziata ha spiegato a quale procedimento sarebbe relativa, chi sarebbe indagato e per quale ipotesi di reato. E nemmeno è chiaro quale attinenza abbia quella telefonata con le vicende degli ultimi giorni, considerato che la stessa conduttrice ne rivela un contenuto squisitamente politico: avvicinare a Berlusconi un quotidiano già d’area Pdl (come del resto ha più tardi sottolineato lo stesso Lavitola in una nota). Che cosa c’entra la macchina del fango?

Ma è l’intera trasmissione, alla quale interviene anche il senatore del Pd Luigi Zanda, a sostenere una tesi piuttosto arbitraria: ossia che i dossieraggi siano una sorta di «cifra stilistica» del governo Berlusconi, rivolti anche contro lo stesso premier. Che, butta lì Genchi, «rischia di essere sotto ricatto». Sull’affaire monegasco in sé, nemmeno una parola. Se non per dire «a merito di Fini» e per bocca di Genchi che gli uomini della «zona grigia» su questa storia «abbiano commesso errori», «non trovando di più e di meglio».

Un filo surreale che corre lungo l’intera «mezz’ora», nel corso della quale è ancora Genchi a tirare in ballo Lavitola, quando l’Annunziata gli chiede conto del ruolo nella vicenda dell’editore: «Certamente ha agito su mandato di qualcuno, è andato in uno Stato, chiamiamolo Stato, in cui l’assessore alla polizia urbana magari si chiama ministro, ha avuto delle entrature». Ma la prova della «patacca», incalza l’Annunziata? «La tecnica - illumina Genchi - non è creare un dossier falso con presupposti artefatti.
I dati oggettivi ci sono». Ma appunto, per Genchi, veri o falsi che siano i documenti Lavitola ha un «mandante», perché L’Avanti non può permettersi un jet privato, anzi, «probabilmente ha difficoltà ha pagare un fattorino per portare al macero le copie che non si vendono». Ed è ancora Genchi che, commentando l’ipotesi che in azione ci siano apparati di intelligence internazionali, critica la politica estera di Berlusconi, «appiattita tra Libia, Putin e ora Saint Lucia», il cui ministro della Giustizia, gigioneggia Genchi con far dipietrista, «in tre giorni ha fatto per Berlusconi quello che Alfano non è riuscito a fare in anni».
Tra teorie del complotto, macchine del fango e zone grigie, sempre l’ex consulente informatico di De Magistris tira fuori l’ultimo indiretto accenno alla vicenda della casa: un’altra sorpresina per Lavitola, spiegando che «nell’ultima indagine a cui stavo partecipando» avrebbe «trovato contatti» tra un «funzionario portato nei servizi di sicurezza da questo governo» e l’editore direttore dell’Avanti. Roba che scotta? Genchi fa subito un prudente passetto indietro: «Non volevamo arrestare Lavitola, ma chiedere perché si sentono». Finale col totofango: a chi i prossimi dossier? L’Annunziata azzarda: Casini, Napolitano? Genchi concorda. Zanda salva il capo dello Stato. Tutto in mezz’ora, mica male.




Powered by ScribeFire.

I pm spiano i telefoni del Giornale

di Alessandro Sallusti


Due Procure tengono sotto controllo i cellulari di direttori e vicedirettori, senza che siano stati contestati reati. Cercano appigli per incastrarci o vogliono ascoltare chi parla con noi? Ipotesi inquietanti. Però i fabbricanti di fango saremmo noi 



Abbiamo la certezza che almeno due procure della Re­pubblica, una al Nord e una al Sud, tengono sotto controllo i telefoni e i telefonini di direttori e vice­direttori de Il Giornale . Cioè i nostri. Al momento nessuno di noi è coinvolto in procedimenti giudiziari, nessuno ha ricevuto avvisi di garanzia né è mai stato convocato da alcuna auto­rità anche solo come testi­mone a conoscenza dei fat­ti. Per quello che ne sappia­mo, insomma, siamo «puli­ti », come direbbero in que­stura. Eppure ci sono pm che si divertono ad ascolta­re le nostre conversazioni. Personalmente sono certo di non aver commesso rea­ti, esclusa la violazione del codice della strada. Non traffico né faccio uso di dro­ghe, non ho rubato né pre­so tangenti, in quanto a pul­sioni sessuali sono della vecchia scuola (cioè a nor­ma di legge e di morale pub­blica). Per cui è ovvio chie­dersi: perché?
Le risposte sono tre. La prima. I magistrati sospet­tano che tutti noi, guarda la coincidenza, abbiamo commesso ognuno un rea­to diverso dall’altro che non ha nulla a che fare con la nostra professione, e per­ciò legittimamente indaga­no. La seconda. I magistra­ti sono curiosi di sapere che cosa diciamo al telefo­no perché non si sa mai, magari qualche cosa si sco­pre: una battuta, una frase che può essere indizio di re­ato o di gossip privato da passare al momento giusto a ricattatori fabbricanti di dossier. La terza. Ai magi­strati non interessa quello che diciamo noi, ma sono curiosi di sapere che cosa dicono i personaggi della politica coi quali ogni gior­no parliamo per dovere d’ufficio. Insomma, venia­mo usati per ascoltare per­sone che, almeno ufficial­mente, sarebbe vietato in­tercettare.
Escludendo, salvo prova contraria, la prima ipotesi, restano le altre due, en­trambe inquietanti e inde­gne di un Paese civile e libe­rale. Sono anche questi gli abusi dei quali parlava ieri il presidente Berlusconi nel suo discorso di chiusu­ra della festa nazionale del Pdl. C’è un potere, quello della magistratura, che, vio­lando o piegando norme e leggi a suo vantaggio, vuole tenere sotto controllo altri legittimi poteri che dovreb­bero godere di piena auto­nomia, da quello dell’ese­cutivo a quelli della politi­ca e dell’informazione non allineata sulle loro posizio­ni. Il tutto con la complicità di singoli uomini e forze po­liti­che che non siedono sol­tanto, almeno ufficialmen­te, sui banchi dell’opposi­zione.
Il paradosso è che accusa­no noi di fabbricare fango. Lo ha ripetuto anche ieri Lucia Annunziata, comuni­sta non pentita, nel suo pro­gramma su Raitre. E chi aveva ospite, la maestrina di giornalismo? Tale Gioac­chino Genchi, una sorta di spia al servizio delle procu­re (e non solo, di recente è entrato anche nell’Idv di Di Pietro), uno che ha intercet­tato e schedato pratica­mente mezza Italia, non sempre in modo trasparen­te. Non solo. La Annunzia­ta ha anche detto di avere ascoltato poco prima l’au­dio di una intercettazione tra un giornalista (Lavito­la) e un misterioso politico. Senza dire di chi si trattas­se, quale fosse il contenu­to, a che titolo era stata fatta e a che titolo lei l’aveva sen­tita. Insomma, un avviso mafioso in diretta sulla Tv di Stato. Ma, ovviamente, trattandosi della rossa Lu­cia e di Raitre non si parlerà di fango e di dossier, ma di libertà di informazione. Tanto poi gli attentati non li fanno a loro.



Powered by ScribeFire.

Rifiuta il matrimonio combinato Lite in famiglia, padre uccide la moglie

Corriere della sera


Ventenne non voleva sposarsi, la madre avrebbe preso le sue difese. Anche il figlio ha partecipato al massacro


A Novi, in provincia di Modena. In una famiglia pakistana


NOVI (Modena) - Una donna pakistana è morta e la figlia è stata gravemente ferita al termine di un lite familiare con il marito e l'altro figlio della coppia, avvenuto intorno alle 16,3o di domenica nella loro abitazione a Novi, in provincia di Modena. Pare che il motivo fosse la ribellione della giovane, 20 anni, a un matrimonio combinato. La madre avrebbe preso le difese della giovane e sarebbe stata uccisa con una pietra dal marito Butthamad Kahn, 53 anni, mentre la figlia sarebbe stata colpita a sprangate, con l'aiuto del fratello 19enne. La donna, 46 anni, è morta. La figlia è invece grave, ma non verserebbe in pericolo di vita.
MASSACRATA - La morte della donna mamma è morta sotto i colpi di una storia che ricorda quella di Hina Saleem, la pakistana di 21 anni che voleva vivere «in modo occidentale» e che per questo fu sgozzata il 10 agosto 2006 a Sarezzo (Brescia) nella casa dei genitori. Una similitudine rovesciata. In quel caso morì la giovane Hina Saleem e la madre di fatto accettò le scelte del padre. In questa triste storia è la mamma di Nosheen Butt a pagare il prezzo più alto per una ribellione ritenuta evidentemente oltraggiosa da «morire». È successo nel pomeriggio attorno alle 16.30 nel cortile di un edificio del centro abitato di Novi di Modena, via Bigi Veles 38. In quella casa la famiglia e i cinque figli vivono da alcuni anni e all'interno del giardino si consuma il dramma, ancora tutto da definire e da decifrare. Ma sembra proprio, almeno così si apprende nell'ambiente investigativo, che la ventenne Nosheen si sia ribellata alla decisione familiare di affidarla in sposa a un connazionale. Pare che in casa in quel momento ci siano anche due degli altri tre figli più piccoli che la coppia, Hamad Kahn Butt, operaio di 53 anni, e Begm Shnez, 46, ha generato, mentre la terza, più grande, non era in casa.
IL FRATELLO - Sembra che a colpire la ragazza, con una spranga che l'ha ridotta in gravi condizioni, sia stato il fratello di 19 anni, Humair Butt, anche lui operaio, aiutato dal padre, che poi avrebbe impugnato una pietra con la quale colpire la moglie, di 46 anni, uccidendola. Alla scena hanno assistito alcuni vicini, che hanno chiamato i soccorsi. Sono intervenuti il 118, per una corsa verso il grande ospedale di Baggiovara, e i carabinieri, che hanno fermato padre e figlio per portarli in caserma a Novi per un lungo interrogatorio: hanno scelto di non rispondere alle domande.


Redazione online
03 ottobre 2010



Powered by ScribeFire.


Scala il grattacielo con la bici, 48 piani in 18 minuti

Repubblica


Quarantotto piani per 202 metri d'altezza in soli 18 minuti e 9 secondi: non in ascensore e nemmeno a piedi ma addirittura in bicicletta. Il ciclista polacco Krystian Herba è entrato nel guinnes per aver scalato con la sua bicicletta la Millennium Tower di Vienna, il più alto grattacielo della capitale autriaca


Costretta a portare il velo per coprire i segni delle violenze

Il Mattino di Padova


Un tunisino imponeva alla moglie di portare il velo per coprire i segni delle sue aggressioni sessuali. La donna era completamente soggiogata al marito, che le era stato imposto dalla famiglia. Pur non conoscendo l'italiano la giovane si è rivolta alla Polizia che ha arrestato il marito a Torino

Mounir Ibrahim,
Mounir Ibrahim,


PADOVA. Imponeva di indossare il velo alla moglie per nascondere il lividi in faccia causati dalle continue sevizie un tunisino arrestato a Torino dalla squadra mobile di Padova.

La donna, una giovane tunisina di 25 anni, aveva dovuto sposare per procura l'uomo, seguendo così le volontà della famiglia. In Italia viveva praticamente reclusa, doveva indossare il velo anche se usciva sul poggiolo di casa per coprire i segni delle percosse ed era costretta a subire la volontà sessuale del marito.

Qualsiasi tentativo di integrazione sociale da parte della moglie veniva ritenuto dall'immigrato come un atto di ribellione alle sue decisioni e lo soffocava con violenze e soprusi. La donna, nonostante si trovasse in Italia da anni, non conosceva l'italiano ma ha trovato comunque la forza di denunciare i fatti alla Polizia.

Gli agenti della Squadra mobile di Padova, specializzati nel raccogliere le difficili testimonianze di donne vittime di violenze, sono riusciti a mettere insieme gli elementi necessari che hanno portato la magistratura euganea ad emettere un
provvedimento restrittivo nei confronti dell'uomo, rintracciato a Torino con la collaborazione della squadra mobile del capoluogo piemontese. L' uomo, Mounir Ibrahim, 35 anni, domiciliato a Padova ma residente a Torino, è stato arrestato con l'accusa di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale continuata e lesioni personali aggravate.

La ragazza era diventata sua moglie due anni fa in Tunisia, ma il giorno delle nozze Ibrahim non era accanto alla sua giovane sposa. Dopo le nozze per procura, lei lo aveva raggiunto a Padova dove si era trasferito per stare accanto al fratello. Fin dall'inizio della convivenza, l'uomo le aveva imposto le sue regole, vietando alla moglie di imparare l'italiano e di fare amicizia, costringendola a stare chiusa in casa. Ogni "violazione" delle regole era considerata un atto di "lesa maestà" che Ibrahim puniva con violenza ed è arrivato a malmenarla perché era uscita sul terrazzo a stendere il bucato senza coprirsi la testa e il volto.



Secondo quanto ha ricostruito la polizia, sono stati due anni di inferno per la giovane tunisina, segnati da continue sevizie, aggressioni e violenze sessuali. Per tre volte è finita anche in ospedale, ma senza mai trovare il coraggio di denunciare i reali motivi delle contusioni sul viso e sul corpo.

E' stata una signora italiana conosciuta in un supermercato a prendersi cura della giovane tunisina segnalando il suo caso ad un'associazione di donne, che a sua volta ha informato la polizia. La squadra mobile ha avviato gli accertamenti e proprio durante le indagini la 25enne tunisina è stata picchiata dal marito perché era uscita sul terrazzo a stendere il bucato senza il velo a nasconderle il volto: Ibrahim l'ha punita prendendola a scarpate in testa.


(02 ottobre 2010)




Powered by ScribeFire.

Messico: tutelare i diritti umani delle donne indigene

La Stampa


DI PEPE FLORES, TRADOTTO DA BEA BORGATO

In occasione del Dìa Internacional contra la Explotacion y Trata de Personas, abbiamo voluto approfondire la situazione dei diritti umani delle donne indigene nel nostro Paese. Le donne indigene sono le più colpite da questa problematica, ragione per cui Vivir Mexico ha intervistato Yali Noriega di UDLAP, fino a poche settimane fa Yali Noriega lavorava nel coordinamento della rete d'intervento per sradicare la violenza contro le donne di Amnesty International Messico. Attualmente Yali è responsabile del team di traduttori per la stessa organizzazione. Per saperne di più, si possono seguire via Twitter i suoi rilanci oppure quelli di Amnesty International Messico.
Vivir Mexico: Qual è la situazione attuale rispetto allo sfruttamento delle donne indigene in Messico? Quali gli sviluppi degli ultimi 5-10 anni?
Yali Noriega: In Messico le donne indigene subiscono una forte discriminazione sia a livello culturale sia economico e sociale. Ad esempio, la percentuale di rischio di morire durante il parto due volte più rispetto alle altre donne. L'accesso all'istruzione rimane estremamente basso, e abbiamo calcolato che oltre mezzo milione di loro sono monolingue, con notevoli probabilità di abbandonare gli studi già durante la scuola primaria o secondaria. Come per le donne non-indigene, le donne indigene vivono in ambienti dove devono sottostare agli uomini della famiglia (mariti, padri, fratelli), perdendo così la propria capacità decisionale e di azione. Considerando che la violenza contro le donne è allo stesso livello sia nelle comunità indigene che in quelle non-indigene, tuttavia le donne indigene non denunciano gli incidenti in quanto si trovano a dover affrontare dei sistemi che approvano e legittimano la violenza, e un sistema giudiziario penale che raramente fa giustizia.
Sebbene dal 2003 sono attive la Ley Federal para el Desarrollo de los Pueblos IndÌgenas e la Comisión para el Desarrollo de los Pueblos Indígenas (CDI) che assieme all'Instituto Nacional de las Mujeres hanno cercato di attuare politiche pubbliche per produrre dati statistici sul ritardo all'istruzione e alla salute delle donne indigene, con l'obiettivo di rimediare alla situazione, le condizioni di queste donne non sono migliorate granché. La situazione svantaggiata nell'accesso alle risorse e nella capacità d'azione, le rende vulnerabili e indifese di fronte alle violazioni dei diritti umani, comprese la violenza di genere, gli abusi dei militari e il traffico di esseri umani.
VM: Quali sono gli Stati con maggior tasso di violazioni dei diritti delle donne indigene?
YN: Anche se le violazioni dei diritti umani delle donne indigene avvengono in tutto il Paese, i casi più noti sono nello quelli dello Stato di Messico (dove quattro anni fa la polizia ha picchiato, arrestato e violentato molte donne durante le proteste a San Salvador Atenco), di Querétaro (dove tre donne indigene sono state arrestate e imprigionate per due anni con l'accusa di aver sequestrato alcuni agenti dell'agenzia di intelligence AFI) e di Guerrero (dove alcune donne sono state violentate dal personale dell'esercito). In nessuno di questi casi il sistema giudiziario ha riconosciuto alle vittime il diritto ad un giusto processo, ha pagato il risarcimento per i danni, o ha portato davanti alla legge i responsabili.

Diritti umani delle donne indigene in Messico
VM: Qual è il ruolo di Amnesty International al riguardo? Quali le specifiche iniziative avviate?
YN: Amnesty International ha studiato diversi casi di violazione dei diritti umani adottando quelli più emblematici. Nello Stato di Guerrero ha organizzato una campagna a sostegno di Inès Fernández e Valentina Romero, due indigene tlapaneche (me'phaa) violentate dai soldati, ha adottato Giacinta Marcial come prigioniera di coscienza facendo pressione sul governo messicano per il suo rilascio e ha sostenuto la lotta delle donne di Atenco nelle loro rivendicazioni per ottenere giustizia.
Nel maggio 2010 AIMX ha organizzato manifestazioni di protesta davanti a diverse agenzie federali, come la SSP, SEGOB, SRE e al Palazzo Nazionale, raccogliendo quasi 5.000 firme poi consegnate alla Presidenza di Stato.
D'altra parte, attraverso la Campagna Exige Dignidad, AI si prefigge di combattere quelle situazioni di povertà che permettono l'esistenza delle violazioni dei diritti umani ai danni delle donne indigene.

Diritti umani delle donne indigene in Messico
VM: Le campagne del governo federale sono un supporto efficace per affrontare questo problema?
YN: Come accennato in precedenza, attraverso la CDI il governo federale ha cercato di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni indigene, e insieme all'organizzazione INMujeres sono state condotte ricerche per evidenziare nello specifico la situazione delle donne indigene. Tuttavia, tradurre gli studi e le statistiche in politiche pubbliche concrete ed applicarle alla realtà continua ad essere una grande sfida.
VM: Quali le cause di fondo del problema? E quali i possibili interventi concreti per combatterle?
YN: Le discriminazioni subìte dalle donne indigene hanno una varietà di cause, incluse quelle pratiche tradizionali che legittimano e consentono il perpetuarsi della violenza contro le donne, assieme alle preferenze nei confronti del figlio maschio che viene alimentato ed istruito meglio. Un'altra importante causa per queste violazioni è la povertà, che costringe le donne indigene a lavorare fin dalla giovane età trascurando altri diritti, quali l'istruzione e il tempo libero, importanti per uno sviluppo sano e completo.
La natura strutturale di queste cause rende necessaria, per cambiare i relativi comportamenti, la modifica della legislazione sia a livello federale che a livello statale e locale, così da renderli duraturi all'interno del sistema giudiziario.

VM: Oltre ad Amnesty International Messico, quali sono le altre organizzazioni nazionali e internazionali attente alla situazione delle donne indigene?
YN: Nel Paese sono parecchie le organizzazioni che lottano per i diritti delle popolazioni indigene in generale o per alcuni gruppi in particolare. Abbiamo ad esempio il Centro de Derechos Humanos de la Montaña, Tlachinollan a Guerrero, o il Centro de Derechos Humanos Miguel Agustìn Pro Juárez. Anche il Centro de Información para la Mujer, A.C., meglio conosciuto come CIMAC, vigila sulla situazione delle donne indigene.
A livello internazionale, ci sono in primo luogo il Relator Especial de Naciones Unidas para los Pueblos Indìgenas, il Fondo de Naciones Unidas para el Desarrollo de la Mujer (UNIFEM), la Organización de Estados Americanos(OEA) e lo Human Rights Watch, tra gli altri.

VM: Pensi che il problema stia ricevendo la sufficiente attenzione da parte dei diversi attori sociali (governi, media, società civile)?
YN: Alcune istituzioni governative e organizzazioni della società civile si dedicano esclusivamente a studiare la situazione delle popolazioni indigene, e in misura minore, delle donne indigene. Ciò nonostante, si tratta di questioni a cui si dedica un'attenzione altalenante. In determinate occasioni, qualche evento riceve maggiore copertura mediatica, e quindi viene stimolata l'attenzione e la consapevolezza delle autorità e della società civile in generale.
Purtroppo peroò bastano un paio di settimane per rendere irrilevante la notizia e l'intera questione si perde nel dimenticatoio.

VM: Infine, come si può dare una mano? Come ci si può impegnare attivamente per risolvere il problema?
YN: Si può fare parecchio, dipende dal tempo e dalle capacità di ognuno di noi. Il primo passo è quello di tenersi informati, e per farlo vanno seguite le i social network che facilitano lo scambio di informazioni non ufficiali - intendendo cioè informazioni approvate e distribuite dalle autorità. Si può seguiore il sito Alza tu voz, dove AIMX informa sulla iniziative urgenti in corso, incluse quelle a favore delle donne indigene. Un'altra opzione è quella di aderire a qualche organizzazione per ricevere newsletter e coinvolgersi nelle specifiche campagne. Chi ha più tempo libero a disposizione può decidere di partecipare come volontario all'interno di un'organizzazione per essere in contatto diretto con le questioni che gli stanno a cuore. La cosa più importante: bisogna essere convinti di voler fare qualcosa e agire di conseguenza.

Testo originale: Violaciones a derechos humanos en mujeres indígenas: entrevista con Yalí Noriega, di Pepe Flores, ripreso dal blog Vivir Mexico.




Powered by ScribeFire.