venerdì 1 ottobre 2010

Disconosciuta dal padre nel 1967, notifica arriva oggi: «Sono senza nome»

Il Messaggero


La scrittrice Rossana Fanny Uva dovrà cambiare cognome, ma annuncia ricorso e dice: «Farò causa per danni morali»




di Mauro Favaro

TREVISO (1 ottobre) - Può una sentenza di tribunale cancellare un'intera vita, imponendo a qualcuno di cambiare nome e portandolo, di punto in bianco, sull'orlo di una crisi identitaria? Si, può farlo. Soprattutto se questa viene inviata ai diretti interessati ben 43 anni dopo essere stata scritta. Il ritardo avrebbe del clamoroso anche se si trattasse della notifica di una semplice multa, magari rimasta per decenni sepolta in un cassetto. Ma con un contenuto dalle conseguenze più invasive, la percezione della lentezza della macchina giudiziaria sarebbe addirittura abnorme. Ed è proprio questo il caso.

Qualche giorno fa, infatti, la signora Rossana Fanny Uva, che da otto anni ha lasciato Milano per vivere e lavorare a Dosson di Casier (Treviso), si è vista recapitare dalla città meneghina la notifica di una sentenza emessa dal tribunale di Trani che accordava a suo padre, Carlo Uva, il disconoscimento di paternità. Con il risultato che Rossana è chiamata ad abbandonare il cognome Uva per diventare, in modo ufficiale, Paganelli, come sua madre.

Tutto bene, o quasi. Almeno sino a quando non si guardano le date. Il provvedimento, infatti, è stato firmato a Trani nel maggio del 1967. E qui è rimasto sino allo scorso luglio, quando dal Palazzo di giustizia pugliese si sono improvvisamente ricordati di avvisare il Comune di Milano per dirlo alla signora Rossana, che nel frattempo, però, è arrivata a compiere 46 anni firmando e rispondendo con il cognome del padre. «Sarà cura dell'interessata richiedere il nuovo documento d'identità presso il Comune di residenza», recita fredda la raccomandata. E se un disconoscimento e un cambiamento di nome non è mai una passeggiata, figurarsi a 46 anni, con una vita impostata, un lavoro avviato alla Edmo di Dosson e un sacco di interessi, su tutti la scrittura (con tre libri già pubblicati), che girano attorno proprio al cognome che ora è costretta ad abbandonare. «Adesso non sono nessuno - sibila Rossana - oltre alle spese da sostenere, è a livello morale che il tutto è devastante: non so nemmeno come firmare».

Il punto è che il padre, solo a livello anagrafico, ha scelto di disconoscere la figlia in seguito alla separazione dalla moglie, quando la bambina aveva ormai tre anni. Ma nessuno ne sapeva nulla e tutto è esploso dopo la sua morte, avvenuta sei mesi fa. Adesso è come ripartire da zero. «Esisto, ma devo rifare tutto - ripete Rossanna, che un grappolo d'Uva ce l'ha pure tatuato sull'avambraccio destro - dal lavoro alla patente, sino alla posta, tessera sanitaria e codice fiscale. Per non parlare della scrittura». Oltre a lavorare a Dosson, infatti, la signora ha firmato e pubblicato con il nome di Rossella Fanny Uva ben tre libri, un romanzo e due raccolte di poesie. «A inizio novembre presento a Milano il mio «Rivelazioni inquietanti» - spiega - mi servirebbe un minimo di garanzia, invece il mio nome non può più essere quello che ruota attorno a tutta la pubblicità cartacea e visiva legata alla promozione del libro».

Lei, comunque, non si dà per vinta. Probabilmente non dirà nulla a sua madre, che a 79 anni vive a Milano. Ma già annuncia ricorsi per un ritardo tanto grande quanto inspiegabile che, di fatto, le sta stravolgendo la vita. «Sabato andrò a farmi la nuova carta d'identità con il cognome di Paganelli, ma poi presenterò senza dubbio un ricorso contro chi, per colpa di una inadempienza, ha deciso che io debba improvvisamente diventare un'altra persona: sembra una cosa di poco conto, ma per qualsiasi cosa serve il nome - annuncia agguerrita - qualcuno dovrà sicuramente risarcirmi i danni sia morali che materiali per quello che sto passando». «E pensare - aggiunge - a cosa sarebbe potuto capitare se fossi stata un uomo magari con dei figli con il mio cognome». Ora, quindi, il ricorso porterà nuovamente la questione in un'aula di tribunale. Con la speranza che non si debba attendere altri 43 anni.





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Chiude l'antico Caffè Meletti ad Ascoli adorato da Hemingway e Dustin Hoffman

Il Messaggero



ASCOLI PICENO (1° ottobre) - Monumento liberty ricavato nel 1907 in un palazzo storico di piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, frequentato da politici, artisti e scrittori (anche Hemingway si è seduto qui) e set dell'indimenticato Dustin Hoffman di Alfredo Alfredo, oggi il Caffè Meletti di Ascoli Piceno è chiuso. E perchè riapra le porte a Natale «serve un miracolo».

Gli alti costi di gestione, e la crisi, hanno colpito anche questo simbolo del buon vivere italiano, che prende il nome dell'altrettanto famosa anisetta Meletti. Oggi il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio Vincenzo Marini Marini e il presidente della "Caffè Meletti" Mario Tassi, hanno tenuto una conferenza stampa per fare il punto sulla situazione. Da una settimana lo storico locale ha abbassato le saracinesche. Uscita di scena la società che lo ha gestito negli ultimi anni, ora il Meletti sarà gestito direttamente dalla società Caffè Meletti, che fa capo alla Fondazione che ne è proprietaria.

«È una ferita per la città vedere il Meletti chiuso, ma non potevamo fare diversamente visto come sono andate le cose», ha aggiunto Marini, spiegando che la risoluzione del contratto con la precedente società di gestione è dovuta al «mancato pagamento del canone per un anno». «Soldi - ha spiegato - in definitiva sottratti alla società, alla quale la Fondazione, per statuto, li avrebbe destinati. In 14 anni, il Caffè ha avuto un impatto di 5,5 milioni di euro sui conti della Fondazione, senza considerare l'acquisto e i lavori di ristrutturazione».

L'obiettivo è riaprire il Meletti gestendolo direttamente (si sta lavorando alla ricerca di un manager) ed evitare perdite economiche. È stato anche commissionato uno studio per capire se puntare, oltre che sulla tradizionale attività di caffè, anche sul merchandising, o se ampliare ulteriormente l'offerta della ristorazione, già presente. Un'impresa non facile, considerati gli alti costi di gestione. Per la trentina di dipendenti licenziati si apre un periodo di incertezze, con la speranza che almeno alcuni possano essere riassunti con la nuova gestione.






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La Ue esclude l'italiano per ottenere i brevetti, governo, imprese e sindacati in difesa

Quotidianonet


Sta facendo discutere l’intenzione della Commissione Europea di bandire il nostro idioma nelle procedure per ottenere il brevetto europeo lasciando solo inglese, tedesco e francese


Roma, 1 ottobre 2010 - Che Governo, imprese e sindacati possano non trovarsi d’accordo su argomenti di attualità, non desta scalpore. Fa invece notizia che sta emergendo un fronte comune, nel quale appaiono più compatti che mai: la difesa dell’italiano. Sta facendo infatti discutere l’intenzione della Commissione Europea di bandire il nostro idioma nelle procedure per ottenere il brevetto europeo: in pratica, verrebbe bandita la lingua di Dante, e resterebbero soltanto tre le lingue ufficiali ossia inglese, francese e tedesco.

E l’annuncio ha il sapore di una nuova ‘offensiva', visto che non sono passate nemmeno due settimane dal pronunciamento del tribunale Ue che ha respinto i ricorsi con i quali Roma chiedeva l’annullamento di due bandi di concorso perchè pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue in inglese, francese e tedesco.

Secondo il commissario per il mercato interno Michel Barnier, 25 su 27 i paesi dell’Unione europea sono pronti a trovare un accordo, ed escludere così l’italiano. Ma il Ministro per le Politiche Europee Andrea Ronchi ha già preannunciato battaglia, dicendosi convinto dell’appoggio di altri paesi comeSpagna, Portogallo, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia.

Anche in Italia, la questione fa discutere. C’è poi da considerare che, secondo l’osservatorio Michel Page, gli italiani sono peraltro i più creativi: il nostro paese è ottavo tra le 12 nazioni più industrializzate del mondo per numero di brevetti europei depositati, quarto per marchi comunitari e secondo per domande di design. È quindi "necessario" che il governo eserciti la massima fermezza, dice convinto il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni.

Per Confindustria, la soluzione è già individuata: bisogna dotare l’Europa di un brevetto comunitario con una sola lingua, l’inglese. Per questo motivo, "il vero compromesso è l’introduzione di un sistema monolinguistico (solo inglese) che minimizzi i costi, garantisca la massima efficienza e la certezza giuridica e non penalizzi inutilmente la lingua italiana".

Ma sull’ipotesi di prevedere solo una lingua, l’inglese, si sono schierati ovviamente i francesi e i tedeschi. Da parte sua, la Commissione sostiene che così facendo si ridurrebbero i costi di procedura, e si sosterrebbe inoltre l’aumento di competitività nei confronti degli Stati Uniti. Chi la spunterà?.





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Palermo, maresciallo investe 32enne e scappa

di Redazione


Un maresciallo dei carabinieri ha investito con l'auto una giovane donna poi è scappato. La vittima, una 32enne romena, è in gravi condizioni. L'uomo è ascoltato in procura: la contestazione è per omissione di soccorso e lesioni



 

Palermo - Pirata della strada a Palermo. Con l'aggravante che la paersona che non ha prestato il soccorso sarebbe un maresciallo dei carabinieri. L'uomo ha investito con la sua auto una giovane donna romena poi è scappato: la vittima, 32 anni è in gravi condizioni.

La ricostruzione dei fatti Il carabiniere è ora ascoltato in procura, al momento la contestazione è per omissione di soccorso e lesioni, ma la sua posizione potrebbe aggravarsi: la donna infatti è in prognosi riservata, intubata, le sue condizioni sono gravi anche se stabili. "La posizione del maresciallo dei carabinieri, alla guida della propria auto, in licenza, libero dal servizio, è al vaglio dell'autorità giudiziaria palermitana per omissione di soccorso ed altre ipotesi di reato in relazione alle condizioni della vittima", spiegano infatti in una nota i carabinieri del comando provinciale di Palermo. Al militare sono stati ritirati immediatamente la patente di guida e i documenti di circolazione.

Il maresciallo coinvolto Il carabinieri è effettivo al servizio scorte di Palermo, al momento dell’incidente, avvenuto all’1 e 50 di notte in corso Calatafimi, era in licenza e guidava la propria auto. Dopo l’investimento è fuggito ma è stato rintracciato poco dopo. I carabinieri del nucleo radiomobile insieme alla polizia municipale proseguono "gli accertamenti per chiarire ogni dettaglio della dinamica dell'incidente stradale" e "il comando - si legge in una nota - ha avviato con rigore anche tutte le procedure di responsabilità amministrativa connesse con gli obblighi previsti dal regolamento per un carabiniere".





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Belpietro, c'è l'identikit dell'aggressore L'allarme di Maroni: "Atto gravissimo"

di Redazione


Illeso il direttore di Libero mentre l’aggressore, che indossava una finta divisa da finanziere, si è dileguato (le foto). Belpietro: "Sembrano gli albori degli anni di piombo". Maroni: "Massima attenzione". Fini: "Inquietante". Pdl: "Rifletta chi semina odio". L'Idv: "Non strumentalizzate"



Milano - All'indomani dal fallito attentato al direttore di Libero, iniziano le indagini dell'antiterrorismo e si moltiplicano le dichiarazioni di solidarietà. Un uomo armato, nascosto per le scale dell’edificio in cui si trova l’appartamento di Maurizio Belpietro, in pieno centro a Milano, è stato bloccato dalla scorta prima che potesse aggredire il direttore e poi si è dato alla fuga. L'uomo, che indossava una giacca da finanziere, era armato. "Sembrano gli albori degli anni di piombo - ha commentato il direttore di Libero - io sono una persona tranquilla e serena, certo, da ieri un pò meno".


L'identikit La questura di Milano ha realizzato l’identikit del presunto aggressore del caposcorta di Maurizio Belpietro sulla base della testimonianza dello stesso poliziotto. L’immagine raffigura un uomo di corporatura massiccia, circa 1,80, occhi scuri, pupille dilatate, naso grosso e di probabile cittadinanza italiana.

Forse un sopralluogo La Polizia sta attentamente vagliando l’ipotesi che l’episodio sia stato preceduto da un sopralluogo effettuato nei giorni precedenti dallo stesso aggressore. È quanto si evince dalla ricostruzione fatta dal questore di Milano, Vincenzo Indolfi, che con il capo della Digos, Bruno Megale, ha incontrato stamane i giornalisti. Un particolare, riguardo alla fuga dell’aggressore, farebbe pensare a una conoscenza del condominio: scappando, infatti, secondo la testimonianza del caposcorta di Belpietro, l’uomo, che indossava una casacca con i colori simili a quelli della Guardia di Finanza, non è uscito dal cortile dove era in sosta proprio l’auto della scorta, ma è passato da una porta che conduce in un giardino del condominio confinante con un’altra area verde di uno stabile attiguo, probabilmente scavalcando un muro alto circa due metri. La Polizia sta inoltre verificando l’esistenza in zona di telecamere che possano aver ripreso l’uomo in fuga

Scorta rinforzata Rinforzata la scorta per la tutela del direttore di Libero. Alla scorta sono stati aggiunti due uomini, per un totale di quattro, e un’altra auto di vigilanza fissa sotto la sua abitazione. A queste precauzioni si aggiunge la scorta già presente da tempo sotto la redazione del giornale. Lo ha spiegato oggi il Questore, Vincenzo Indolfi, in una conferenza stampa in questura.

Belpietro torna in televisione All'indomani degli spari sul suo pianerottolo, "prevale il senso di ingiustizia: perchè - si è domandato Maurizio Belpietro, ospite di Mattino cinque - in questo paese non è possibile sostenere delle opinioni senza pagare con paura e minacce?". In trasmissione, dopo aver ricostruito quanto successo ieri sera, il direttore di Libero ha detto di essere uno dei pochi direttori sotto scorta, insieme ai colleghi Vittorio Feltri ed Emilio Fede: "siamo tutti dell’area moderata e non sono casi: sostenere idee contro la vulgata corrente si paga anche da questo punto di vista, con la limitazione della libertà".

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"Sono amareggiato per la mia famiglia" Per Belpietro, quanto successo ieri dipende anche dal clima politico avvelenato: "il clima conta: basta navigare su certi siti per trovare non polemiche, ma minacce di morte come ’mi piacerebbe ammazzare lui e la sua scortà. Tutto questo mi mette inquietudine, non capisco quale reato ho commesso per meritare addirittura una condanna a morte". Belpietro ha anche ricordato di aver ricevuto delle minacce già a gennaio, quando un uomo ha tentato di introdursi nella redazione di Libero e, fermato dalla scorta, ha poi confessato "cattive intenzioni". "E quello di gennaio non era un pazzo, tanto che - ha detto il direttore - non gli hanno fatto il trattamento sanitario obbligatorio". Belpietro, che si definisce "una persona tranquilla, calma e fredda", non ha negato di sentirsi "amareggiato": "ieri ho pensato alle persone care, come è naturale, sono amareggiato per la mia famiglia". Quando l’agente della scorta ha trovato un uomo armato nascosto vicino all’appartamento di Belpietro, in casa del direttore di Libero c’erano la moglie e le figlie: "le piccole dormivano, ho raccontato loro stamattina ciò che è successo".


Il lavoro continua Dopo quello che è accaduto però, Belpietro non ha intenzione di modificare il suo lavoro. "Non cambio il mio lavoro. Non l’ho cambiato neanche stamattina - ha spiegato Belpietro - Ho fatto le cose che faccio sempre, il mio programma tv, la riunione di redazione e oggi pomeriggio scriverò per raccontare cosa è successo e cosa penso". Ha però ammesso che "ora c’è più preoccupazione. Io - ha spiegato - sono un semplice cronista che fa il suo lavoro, ma sono preoccupato per la mia famiglia". Ora la scorta di Belpietro è stata rafforzata. "Ho visto qualche persona in più - ha confermato - e ho ricevuto tanti messaggi di solidarietà da tutte le parti politiche e moltissimi dai lettori".

Il comunicato del Cdr "Ieri notte un uomo armato di pistola ha cercato di aggredire il direttore di Libero, Maurizio Belpietro. Solo quest’anno è la seconda volta che qualcuno attenta all’incolumità del nostro direttore e risulta difficile pensare, come di certo qualcuno farà, al gesto isolato di un folle", sostiene il comitato di redazione della testata. "Quanto successo sembra piuttosto il frutto maturo di una ideologia di violenza e di odio - continua la rappresentanza sindacale - che mette nel mirino chiunque provi a distaccarsi da un’idea dominante e precostituita di verità e giustizia. Da troppo tempo nel nostro Paese si alimentano processi pubblici nelle piazze e in televisione ai danni di chi non rappresenta quella che sempre più appare come la ’casta dei giustì: da una parte i politici del popolo, dall’altra i cattivi; da una parte i sindacalisti democratici, dall’altra quelli asserviti; da una parte i giornalisti impegnati, dall’altra quelli prezzolati. Uno schema facile e violento i cui risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti e dei quali anche i giornalisti di Libero, come molti altri colleghi, pagano e hanno pagato il prezzo". Il Cdr di Libero, perciò, esprime "la sua solidarietà e la più affettuosa vicinanza a Maurizio Belpietro e si augura che questo ennesimo episodio serva almeno a risvegliare in tutti quel senso di responsabilità ed equilibrio strangolato da un odio politico che ricorda, tragicamente, altre epoche non troppo lontane".

Fnsi: "Ferma condanna e solidarietà" Ferma condanna e solidarietà da parte della Fnsi a Maurizio Belpietro, vittima ieri notte di un agguato. "È intollerabile e molto grave - sottolinea il Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Franco Siddi - la terribile minaccia a mano armata di cui è stato vittima il direttore di Libero". "Nell’esprimere la più dura condanna di questo oscuro attacco alla vita e alla libertà del giornalista e dell’uomo Belpietro - aggiunge Siddi - con la Fnsi manifestiamo a lui, alla famiglia, ai colleghi che con lui lavorano e agli uomini della sicurezza, la solidarietà e l’impegno a riaffermare in ogni sede, e in ogni momento il valore dell’informazione libera e plurale come bene prezioso". Preoccupa, rileva ancora il segretario della Fnsi "non poco l’accaduto e l’entità della minaccia al direttore di Libero e ad un agente della sua scorta, costretto ad intervenire con le armi per sventarla, che vede ancora una volta un giornalista nel mirino di una criminalità misteriosa e senza scrupoli. La Fnsi non accetterà mai l’idea che sia possibile imporre il silenzio delle voci che non si condividono attraverso la pratica dell’intimidazione incivile e violenta".

Il racconto dell'agente "C’era una persona appoggiata alla ringhiera delle scale, mi ha puntato una pistola contro. Ho sentito il grilletto ma il colpo non è partito. Mi sono riparato dietro l’angolo del muro del corridoio e ho sparato". È questo il racconto dell’agente di scorta che ieri sera ha messo in fuga l’aggressore pronto a colpire il direttore di Libero. Un "faccia a faccia" con nessun ferito, ma tre proiettili esplosi dal caposcorta. A raccontare la sua versione dei fatti è il Questore di Milano, Vincenzo Indolfi, durante una conferenza stampa in via Fatebenefratelli. Un incontro con la stampa per fornire tutti gli elementi dell’agguato, e per chiedere il "tempo di ricostruire tutti i dettagli, valutarli e analizzarli". Sono le 22.15 quando Belpietro, sotto scorta da otto anni, viene prelevato dagli agenti. Alle 22.40 l’auto della scorta varca il cancello automatico dello stabile in via Monte di Pietà, in centro a Milano. Belpietro e il capo scorta entrato in ascensore e raggiungono l’appartamento al quinto piano dove il giornalista vive con la famiglia. Si assicura che tutto sia in ordine, poi l’agente dell’ufficio scorte della Questura decide di scendere usando le scale. L’intenzione è quella di accendersi una sigaretta, ma dopo aver percorso il breve corridoio, vicino alle scale si trova lo sconosciuto con pistola in pugno. "Una semiautomatica scura" simile a quelle in dotazione alla Polizia.


Odg, Iacopino: "Solidarietà" Nessuno cerchi alibi: quanto accaduto a danno di Belpietro è insopportabile". Lo dice Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, che ha così continuato: "C’è da mesi un clima che rischia di farci precipitare in una situazione che speravamo di non dover più affrontare. troppo comodo ed è altrettanto irresponsabile, quando fatti come questi accadono, ipotizzare che si tratti della folle iniziativa di un singolo". "Alla solidarietà, senza se e senza ma, che l’Ordine dei giornalisti esprime a Belpietro e alla sua famiglia, va aggiunto - ha concluso Iacopino - l’auspicio che da parte di ciascuno di noi cittadini venga un qualche contributo per riportare il confronto ad un livello di civiltà".

L'Associazione Lombarda giornalisti "Non si può minimizzare né attribuire un episodio tale all’azione isolata di un folle, e non aiutano certo a rasserenare gli animi i sommari processi mediatici contro la "stampa nemica" - dichiara Giovanni Negri, presidente dell'Alg -. Di recente abbiamo commemorato i trenta’anni dall’assassinio di Walter Tobagi e il nostro impegno è quello di evitare che si torni al metodo terroristico dell’eliminazione mediatica, politica e personale dei giornalisti sgraditi".

New York, collisione evitata tra due aerei: la ricostruzione

Repubblica


All'aeroporto Jfk alcuni giorni fa si è sfiorata la tragedia: un jet di linea Aerogal ha imboccato la pista sbagliata durante l'atterraggio, mentre un aereo JetBlue era in fase di decollo

Un pilota in rullaggio su un'altra pista ha lanciato l'allarme e i controllori di volo sono riusciti ad avvisare il pilota dell'Aerogal all'ultimo momento. Ecco gli audio della torre di controllo e degli aerei coinvolti



Video Abc News


Hamburger come eroina? Lo spot che scuote l'America

Repubblica


Fa discutere in America l'ultimo spot della TPS - Texas Pediatric Society - ideato per sensibilizzare i genitori sul tema dell'obesità infantile. Un problema sicuramente grave, anche se forse non è giustificabile il paragone tra il cibo spazzatura (un hamburger) e l'eroina

Nella pubblicità shock infatti una madre prepara una dose di droga che sembra destinata al figlio. La siringa poi si trasforma in un hamburger. E a quel punto ariva la frase chiave dello spot: "Non inietteresti mai a tuo figlio della spazzatura. Quindi perché gliela fai mangiare?", proponendo un legame tra i panini del fast food e le droghe pesanti

Nuovo show del premier: barzelletta sugli ebrei e un'altra con bestemmia

Il Mattino

Berlusconi insulta di nuovo la Bindi. Protesta del Pd: chieda
scusa. Zingaretti: come per i calciatori, serve cartellino rosso



ROMA (1° ottobre) - Ennesima barzelletta sugli ebrei del premier Silvio Berlusconi, che ha poi raccontato anche una storiella con bestemmia in cui insulta di nuovo la presidente del Pd, Rosy Bindi.

Nel primo video, in cui si vede Berlusconi parlare con un gruppo di gente fuori da Palazzo Grazioli la sera del 29 settembre, pubblicato da Repubblica, Berlusconi dice: «Un ebreo racconta a un suo familiare... Ai tempi dei campi di sterminio un nostro connazionale venne da noi e chiese alla nostra famiglia di nasconderlo, e noi lo accogliemmo. Lo mettemmo in cantina, lo abbiamo curato, però gli abbiamo fatto pagare una diaria... E quanto era, in moneta attuale? Tremila euro... Al mese? No al giorno... Ah, però... Bè, siamo ebrei, e poi ha pagato perchè aveva i soldi, quindi lasciami in pace... Scusa un'ultima domanda... tu pensi che glielo dobbiamo dire che Hitler è morto e che la guerra è finita?... Carina eh?».

In un altro video che ritrae Berlusconi mentre parla a un gruppo di militari nel corso di una sua visita in Abruzzo, dopo il terremoto e prima del G8, quindi tra aprile e luglio del 2009, pubblicato dal sito del settimanale l'Espresso, si vede invece il presidente del Consiglio, attorniato da un gruppo di militari (probabilmente elicotteristi della Guardia di Finanza). L'atmosfera è informale e Berlusconi si lancia in un'altra delle sue proverbiali barzellette, protagoniste le donne e con un finale su Rosy Bindi, già insultata dal premier durante un «Porta a Porta» dell'ottobre 2009 con un «lei è sempre più bella che intelligente».

Nel breve filmato, 32 secondi, manca l'inizio della barzelletta, ma si capisce comunque la situazione, ovvero una serata danzante: «Il cavaliere va dalla ragazza» scelta per ballare, «lei si presenta con il nome di un fiore al femminile», e l'uomo «risponde con il nome del fiore al maschile e si balla». Quindi, racconta Berlusconi, «un uomo si avvicina a una ragazza, "Margherita". E lui "Margherito", poi un altro si avvicina a un'altra ragazza, "Rosa" e lui "Roso". Un altro va verso Rosy Bindi, un po' coperta nell'ombra, lei dice "Orchidea" e si tira in avanti, lui la guarda e dice ''Orcod...'", con Berlusconi che simula lo spavento dell'uomo alla vista di Bindi, tra le risate dei presenti.

Al termine della barzelletta, Berlusconi rivolge un invito ai presenti: «Oh, nessuno mi tradisca...». Invito evidentemente non raccolto. Una videocamera infatti ha girato tutto e poi messo in rete.

«Non vorrei essere provocatorio, ma se un calciatore bestemmia viene giustamente espulso. E se a bestemmiare è il presidente del Consiglio?...Non succede nulla? (C'è anche la prova tv...per il calciatore e per il presidente)», ha commentato il presidente della provincia, Nicola
Zingaretti.

«E' la conferma della doppia etica del presidente Berlusconi. Credo che, proprio colui che ama definirsi "unto dal Signore" debba immediatamente chiedere scusa, innanzitutto a Rosy Bindi», ha detto il deputato del Pd Enrico Gasbarra.

«Con la volgarità che lo contraddistingue Berlusconi offende in un colpo solo la vicepresidente della Camera, la presidente del Partito Democratico, le donne che acquistano ruoli importanti per l'intelligenza, l'impegno, la passione. Il premier si ripete, aggiungendo alla sua predilezione per le barzellette, una bestemmia che offende i cattolici. In un solo giorno una barzelletta anti-semita e un'imprecazione. Ecco il capo del governo al lavoro», commenta Marina Sereni, vicepresidente dell'Assemblea nazionale del Partito democratico.

«Esprimiamo solidarietà alla presidente del Pd Rosy Bindi, ancora una volta offesa dalle squallide e volgari barzellette di un uomo che evidentemente è affetto da misoginia senile», ha detto il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi.





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I raggi della morte» dell'albergo di Las Vegas: terrore tra i clienti

Il Mattino


LAS VEGAS (1 ottobre) - La notizia arriva dall'hotel Vdara di Las Vegas: la particolare forma concava dell'albergo, quando il sole ha una determinata inclinazione, riflette e amplifica i raggi bruciando gli ospiti che prendono il sole in piscina
Bastano pochi secondi affinché la potenza dei raggi possa ustionare le persone o bruciare sacchetti di plastica.





Stung By the Death Ray



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Agguato a Belpietro: "C'è l'identikit" L'allarme di Maroni: "Atto gravissimo"

di Redazione


Paura a Milano: illeso il direttore di Libero mentre l’aggressore, che indossava una finta divisa da finanziere, è riuscito a dileguarsi nella notte (guarda la gallery). Belpietro: "Solo io Feltri e Fede siamo sotto scorta. Sono amareggiato per la mia famiglia". Oggi l'identikit dell'aggressore. Maroni: "massima attenzione". Fini: "Inquietante". Il Pdl: "I seminatori d'odio riflettano". L'Idv: "Ignobile strumentalizzazione"



Milano - All'indomani dal fallito attentato al direttore di Libero, iniziano le indagini dell'antiterrorismo e si moltiplicano le dichiarazioni di solidarietà. Un uomo armato, nascosto per le scale dell’edificio in cui si trova l’appartamento di Maurizio Belpietro, in pieno centro a Milano, è stato bloccato dalla scorta prima che potesse aggredire il direttore e poi si è dato alla fuga. L'uomo, che indossava una giacca da finanziere, era armato.

Polizia: a breve l'identikit "L'agente lo ha visto bene in faccia e tra poco sarà disponibile un identikit", ha dichiarato il Questore, sapendo che si tratta di uomo di circa un metro e otta, di corporatura abbastanza robusta e di tipo europeo, dal fisico atletico, un elemento quest’ultimo comprovato dal fatto che inseguito dal capo scorta sarebbe fuggito scavalcando un muro di circa due metri che si trova nel cortile sul retro del palazzo di via Monte di Pietà 19, dileguandosi nel cortile di un altro stabile. Il secondo agente di scorta rimasto in auto nel cortile principale, non si è accorto di nulla, non ha sentito gli spari nè ha visto l’aggressore fuggire. Secondo quanto hanno spiegato il Questore e il dirigente della Digos, Bruno Megale, l’aggressore indossava scarpe da ginnastica, pantaloni bianchi di una tuta tipo Adidas con righe nere sui bordi e una lunga camicia grigio verde che copriva anche parte dei pantaloni. Sempre secondo quanto dichiara l’agente di scorta la camicia aveva delle tasche, sul tipo di quelle usate dall’esercito e potrebbe aver avuto sulle spalle delle mostrine e qualcosa di simile. Nessuna pettorina nè tantomeno una camicia del tipo usato dalla guardia di finanza ma qualcosa che potrebbe richiamarla. Gli investigatori stanno ora cercando di trovare riscontri dai filmati delle tante telecamere poste in zona e da eventuali testimoni, per capire se l’uomo sia stato visto nei giorni precedenti alla tentata aggressione e se possa avere avuto dei complici, cosa questa che al momento non risulta.

Forse un sopralluogo La Polizia sta attentamente vagliando l’ipotesi che l’episodio sia stato preceduto da un sopralluogo effettuato nei giorni precedenti dallo stesso aggressore. È quanto si evince dalla ricostruzione fatta dal questore di Milano, Vincenzo Indolfi, che con il capo della Digos, Bruno Megale, ha incontrato stamane i giornalisti. Un particolare, riguardo alla fuga dell’aggressore, farebbe pensare a una conoscenza del condominio: scappando, infatti, secondo la testimonianza del caposcorta di Belpietro, l’uomo, che indossava una casacca con i colori simili a quelli della Guardia di Finanza, non è uscito dal cortile dove era in sosta proprio l’auto della scorta, ma è passato da una porta che conduce in un giardino del condominio confinante con un’altra area verde di uno stabile attiguo, probabilmente scavalcando un muro alto circa due metri. La Polizia sta inoltre verificando l’esistenza in zona di telecamere che possano aver ripreso l’uomo in fuga 

Scorta rinforzata Rinforzata la scorta per la tutela del direttore di Libero. Alla scorta sono stati aggiunti due uomini, per un totale di quattro, e un’altra auto di vigilanza fissa sotto la sua abitazione. A queste precauzioni si aggiunge la scorta già presente da tempo sotto la redazione del giornale. Lo ha spiegato oggi il Questore, Vincenzo Indolfi, in una conferenza stampa in questura. 

Belpietro torna in televisione All'indomani degli spari sul suo pianerottolo, "prevale il senso di ingiustizia: perchè - si è domandato Maurizio Belpietro, ospite di Mattino cinque - in questo paese non è possibile sostenere delle opinioni senza pagare con paura e minacce?". In trasmissione, dopo aver ricostruito quanto successo ieri sera, il direttore di Libero ha detto di essere uno dei pochi direttori sotto scorta, insieme ai colleghi Vittorio Feltri ed Emilio Fede: "siamo tutti dell’area moderata e non sono casi: sostenere idee contro la vulgata corrente si paga anche da questo punto di vista, con la limitazione della libertà".

"Sono amareggiato per la mia famiglia" Per Belpietro, quanto successo ieri dipende anche dal clima politico avvelenato: "il clima conta: basta navigare su certi siti per trovare non polemiche, ma minacce di morte come ’mi piacerebbe ammazzare lui e la sua scortà. Tutto questo mi mette inquietudine, non capisco quale reato ho commesso per meritare addirittura una condanna a morte". Belpietro ha anche ricordato di aver ricevuto delle minacce già a gennaio, quando un uomo ha tentato di introdursi nella redazione di Libero e, fermato dalla scorta, ha poi confessato "cattive intenzioni". "E quello di gennaio non era un pazzo, tanto che - ha detto il direttore - non gli hanno fatto il trattamento sanitario obbligatorio". Belpietro, che si definisce "una persona tranquilla, calma e fredda", non ha negato di sentirsi "amareggiato": "ieri ho pensato alle persone care, come è naturale, sono amareggiato per la mia famiglia". Quando l’agente della scorta ha trovato un uomo armato nascosto vicino all’appartamento di Belpietro, in casa del direttore di Libero c’erano la moglie e le figlie: "le piccole dormivano, ho raccontato loro stamattina ciò che è successo".

Il comunicato del Cdr "Ieri notte un uomo armato di pistola ha cercato di aggredire il direttore di Libero, Maurizio Belpietro. Solo quest’anno è la seconda volta che qualcuno attenta all’incolumità del nostro direttore e risulta difficile pensare, come di certo qualcuno farà, al gesto isolato di un folle", sostiene il comitato di redazione della testata. "Quanto successo sembra piuttosto il frutto maturo di una ideologia di violenza e di odio - continua la rappresentanza sindacale - che mette nel mirino chiunque provi a distaccarsi da un’idea dominante e precostituita di verità e giustizia. Da troppo tempo nel nostro Paese si alimentano processi pubblici nelle piazze e in televisione ai danni di chi non rappresenta quella che sempre più appare come la ’casta dei giustì: da una parte i politici del popolo, dall’altra i cattivi; da una parte i sindacalisti democratici, dall’altra quelli asserviti; da una parte i giornalisti impegnati, dall’altra quelli prezzolati. Uno schema facile e violento i cui risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti e dei quali anche i giornalisti di Libero, come molti altri colleghi, pagano e hanno pagato il prezzo". Il Cdr di Libero, perciò, esprime "la sua solidarietà e la più affettuosa vicinanza a Maurizio Belpietro e si augura che questo ennesimo episodio serva almeno a risvegliare in tutti quel senso di responsabilità ed equilibrio strangolato da un odio politico che ricorda, tragicamente, altre epoche non troppo lontane". 

Fnsi: "Ferma condanna e solidarietà"

Ferma condanna e solidarietà da parte della Fnsi a Maurizio Belpietro, vittima ieri notte di un agguato. "È intollerabile e molto grave - sottolinea il Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Franco Siddi - la terribile minaccia a mano armata di cui è stato vittima il direttore di Libero". "Nell’esprimere la più dura condanna di questo oscuro attacco alla vita e alla libertà del giornalista e dell’uomo Belpietro - aggiunge Siddi - con la Fnsi manifestiamo a lui, alla famiglia, ai colleghi che con lui lavorano e agli uomini della sicurezza, la solidarietà e l’impegno a riaffermare in ogni sede, e in ogni momento il valore dell’informazione libera e plurale come bene prezioso". Preoccupa, rileva ancora il segretario della Fnsi "non poco l’accaduto e l’entità della minaccia al direttore di Libero e ad un agente della sua scorta, costretto ad intervenire con le armi per sventarla, che vede ancora una volta un giornalista nel mirino di una criminalità misteriosa e senza scrupoli. La Fnsi non accetterà mai l’idea che sia possibile imporre il silenzio delle voci che non si condividono attraverso la pratica dell’intimidazione incivile e violenta". 

Il racconto dell'agente "C’era una persona appoggiata alla ringhiera delle scale, mi ha puntato una pistola contro. Ho sentito il grilletto ma il colpo non è partito. Mi sono riparato dietro l’angolo del muro del corridoio e ho sparato". È questo il racconto dell’agente di scorta che ieri sera ha messo in fuga l’aggressore pronto a colpire il direttore di Libero. Un "faccia a faccia" con nessun ferito, ma tre proiettili esplosi dal caposcorta. A raccontare la sua versione dei fatti è il Questore di Milano, Vincenzo Indolfi, durante una conferenza stampa in via Fatebenefratelli. Un incontro con la stampa per fornire tutti gli elementi dell’agguato, e per chiedere il "tempo di ricostruire tutti i dettagli, valutarli e analizzarli". Sono le 22.15 quando Belpietro, sotto scorta da otto anni, viene prelevato dagli agenti. Alle 22.40 l’auto della scorta varca il cancello automatico dello stabile in via Monte di Pietà, in centro a Milano. Belpietro e il capo scorta entrato in ascensore e raggiungono l’appartamento al quinto piano dove il giornalista vive con la famiglia. Si assicura che tutto sia in ordine, poi l’agente dell’ufficio scorte della Questura decide di scendere usando le scale. L’intenzione è quella di accendersi una sigaretta, ma dopo aver percorso il breve corridoio, vicino alle scale si trova lo sconosciuto con pistola in pugno. "Una semiautomatica scura" simile a quelle in dotazione alla Polizia. 

Odg, Iacopino: "Solidarietà" Nessuno cerchi alibi: quanto accaduto a danno di Belpietro è insopportabile". Lo dice Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, che ha così continuato: "C’è da mesi un clima che rischia di farci precipitare in una situazione che speravamo di non dover più affrontare. troppo comodo ed è altrettanto irresponsabile, quando fatti come questi accadono, ipotizzare che si tratti della folle iniziativa di un singolo". "Alla solidarietà, senza se e senza ma, che l’Ordine dei giornalisti esprime a Belpietro e alla sua famiglia, va aggiunto - ha concluso Iacopino - l’auspicio che da parte di ciascuno di noi cittadini venga un qualche contributo per riportare il confronto ad un livello di civiltà".

L'Associazione Lombarda giornalisti "Non si può minimizzare né attribuire un episodio tale all’azione isolata di un folle, e non aiutano certo a rasserenare gli animi i sommari processi mediatici contro la "stampa nemica" - dichiara Giovanni Negri, presidente dell'Alg -. Di recente abbiamo commemorato i trenta’anni dall’assassinio di Walter Tobagi e il nostro impegno è quello di evitare che si torni al metodo terroristico dell’eliminazione mediatica, politica e personale dei giornalisti sgraditi".





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In Ecuador fallisce il golpe. Il presidente liberato con un blitz

Il Mattino


QUITO (1 ottobre) -Dopo dodici ore in cui è stato bloccato in un ospedale da poliziotti ribelli, il presidente dell’Ecuador, il socialista Rafael Correa, è finalmente stato messo in salvo dopo il blitz di questa notte e riportato nel palazzo presidenziale a Quito, al termine di una sparatoria tra militari e poliziotti a lui leali e un gruppo di agenti della "policia". Nella sparatoria due poliziotti sono rimasti uccisi e altre 37 persone risultano ferite.




Operativo de rescate de Correa (antes de su salida)



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Cari automobilisti, la compagnia assicurativa è fallita: arrangiatevi»

Corriere del Mezzogiorno


«Cari automobilisti, la compagnia assicurativa è fallita: arrangiatevi». La Eig di Malta comunica ai clienti, molti dei quali campani, che i contratti non hanno più valore


NAPOLI - Non è affatto semplice avvisare centinaia di automobilisti, cittadini campani, che la compagnia assicurativa da un giorno all'altro non ha più copertura e che occorre cercarsene un'altra. Ecco però un esempio che gira in senso contrario: trovare le parole adatte è semplicissimo. Leggiamo: «In vista del fatto che l'Amministratore non è in grado di garantire che reclami presentati all'azienda saranno soddisfatti (interamente come che in parte), e dato che l'Azienda non sarà in grado di rinnovare le polizze d'assicurazione da voi sottoscritte il cui termine è scaduto/scadrà nei prossimi mesi, per garantire che avrete la copertura assicurativa necessaria per il vostro veicolo, vi è fortemente consigliato di identificare un'altra società d'assicurazione che sarebbe in grado di darvi la protezione che, come già ribadito, l'Amministratore non può garantire che l'Azienda è o sarà in una posizione di fornire».

«RIVOLGETEVI ALTROVE» - A firmare la lettera è la Deloitte di Malta, che dal 6 agosto ha assunto il controllo della Eig Ltd, ovvero la European Insurance Group, costola della Malta Financial Services Authority. Una pagina e mezza per spiegare a tanti assicurati, per gran parte campani, che si chiude bottega. A riportare la notizia è il blog di Radio Crc (www.radiocrc.com) che riprende il testo della lettera dei liquidatori e ironizza: «Sembra firmata dai fratelli Caponi, Totò e Peppino». Il consiglio della compagnia maltese è, in sintesi: «rivolgetevi altrove». Solo pochi mesi fa - ricorda Crc - l'avvocato Angelo Pisani, presidente dell'associazione NoiConsumatori.it metteva in guardia tutti. «Una famosa compagnia assicurativa -non può più stipulare nuovi contratti a causa di diverse irregolarità riscontrate dall’Isvap. Si tratta della Eig, European insurance group, una compagnia con sede a Malta ma operante dal 2009 in Italia, per lo più, nella regione Campania». La missiva si chiude così: «Sarebbe consigliabile per titolari di polizza e reclamanti di ottenere un consulto professionale». Ovvero, andate da un buon avvocato.

Redazione online
30 settembre 2010



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Partigiani come terroristi

Il Tempo



Arriva "I vinti non dimenticano" di Giampaolo Pansa che collega le Brigate Rosse alla resistenza comunista. Il seguito del "Sangue dei vinti" racconta la storia dei non fascisti uccisi senza motivo.


Una scena dal film di Michele Soavi


I lettori troveranno in questo libro molti nomi di persone sconosciute. Donne e uomini privi di una storia pubblica, scomparsi senza lasciare traccia di sé. Sono persone uccise nel corso della nostra guerra civile. E quasi tutte schierate da una parte sola: quella fascista, raccolta sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana, come militanti, combattenti, semplici simpatizzanti, o ritenuti tali da chi gli ha tolto la vita. Ma i lettori dei Vinti non dimenticano leggeranno anche di tanti altri morti che non erano schierati con nessuno. Come i triestini, i goriziani e i fiumani deportati e fatti sparire dalle milizie comuniste jugoslave soltanto perché intendevano restare italiani. (Dalla Nota al lettore - Come celebrare il 25 aprile? - La storia dal basso)

All'inizio di un altro weekend di lavoro a Firenze, dissi a Livia: «Adesso è venuto il momento di inoltrarci nei territori dove la resa dei conti sui fascisti sconfitti durò più a lungo nel tempo e fu più brutale. Per questo» aggiunsi, «sarebbe utile precisare da dove siamo partiti: un punto di vista non convenzionale sulla Resistenza, diverso dall'agiografia di comodo che di solito viene spacciata per storia vera.» «Sono d'accordo» convenne Livia. «Ma cerchi di non esagerare.» «In che senso esagerare?» «Nel senso di lasciarsi prendere dal suo gusto per la polemica. Ormai penso di conoscerla bene, caro Giampa. Posso chiamarla così? Lei mi ha detto che questo abbreviativo lo usava sua madre Giovanna. Mi piace Giampa! Suona bene, è sintetico e veloce, dunque adatto ai nostri tempi frenetici.» Livia proseguì: «La sua vis polemica è molto cresciuta in questi anni, dopo l'uscita del Sangue dei vinti. I detrattori che si è trovato contro le hanno fatto un gran regalo e adesso dovrebbero mangiarsi le mani.


Ma le consiglio ugualmente di contenere la spinta a ingaggiare battaglie. La utilizzi con misura, le gioverà.» «Consiglio accettato» risposi a Livia. «Allora proverò, con misura, a dirle la mia sui primi passi della Resistenza o della guerra civile, considerata dal punto di vista dell'antifascismo. Per servirmi di un'immagine poco militare, parlerò dell'alba di una fase storica. E aggiungerò subito che fu un'alba quasi tutta rossa. Intendo il rosso delle bandiere comuniste. «Comincerei con qualche dato sui territori di cui le ho parlato prima. Sono quelli del Nordovest italiano, ossia il Piemonte, la Lombardia e la Liguria. Per queste tre regioni le cifre accertate dal gruppo di Michele Tosca parlano chiaro. Dopo la fine della guerra, in Piemonte vennero uccisi 3611 fascisti o presunti tali, in Lombardia 2995, in Liguria 1722. Il totale fa 8328. Se ci aggiungiamo le 3905 vittime dell'Emilia-Romagna, la regione dove è stata ammazzata più gente, si arriva a 12.233 morti. Ossia a più della metà dei 20 mila fascisti accoppati in Italia quando la guerra era già conclusa.»



Dissi a Livia: «Se invece osserviamo tutto l'arco temporale della guerra civile italiana, a partire dal settembre 1943, le vittime fasciste, sia civili che militari, sono state nel complesso 46 mila. Devo precisarle che si tratta di persone identificate con un nome e un cognome. Poi ci sono i morti rimasti sconosciuti che fanno aumentare di non poco il totale. Naturalmente, da questo consuntivo sono esclusi i militari tedeschi caduti in Italia e le perdite di altri reparti stranieri che combattevano a fianco della Germania sul nostro territorio». «Lei vorrebbe spiegare ai lettori come è iniziato questo bagno di sangue. È così?» mi domandò Livia. «Sì. Mi sembra opportuno, anche se lo faremo in modo estremamente sintetico. Anche noi abbiamo parlato e parliamo molto di quanto accadde durante la guerra civile.


Ma di solito lo facciamo a partire dalla primavera del 1944 in poi, quando tutti presero a sparare tutti i giorni. E invece bisogna iniziare dalle avvisaglie, quelle dell'autunno-inverno 1943. Perché è in quella fase che emerge il connotato primario della lotta partigiana, il suo Dna: il terrorismo.» «Il terrorismo?» si stupì Livia. «Sì. Del resto, non saprei in quale altro modo chiamare una tecnica sanguinaria, ma efficace: gettare nel panico il nemico e annientarlo sparando contro singole persone, quasi sempre indifese. Ricorda come si muovevano le Brigate rosse negli anni Settanta e Ottanta? Bene, è la stessa tecnica. Del resto, i killer delle Br si consideravano gli eredi dei terroristi comunisti della guerra civile. E con ragione, penso io. «Ma prima di arrivare ai delitti del 1943, è opportuno dire qualcosa sul clima politico di quel tempo.


Per cominciare, bisogna accennare a una verità che gli agiografi della Resistenza dimenticano sempre. In quell'autunno erano ancora molti gli italiani che avevano fiducia in Mussolini…» (...) «Nell'autunno 1943» continuai, «avevo 8 anni e mi ricordo bene certe discussioni in casa mia. Nessuno era fascista, anche se qualcuno si era iscritto al Pnf perché doveva farlo in quanto dipendente pubblico. Ma tutti temevano la reazione dei tedeschi. Avevano visto che erano bastati quattro o cinque paracadutisti con l'elmetto a pentola per rastrellare i soldati sbandati rimasti in città e rinchiuderli nelle caserme. E poi avviarli alla prigionia in Germania. (...) «E dei primi Comitati di liberazione che cosa mi racconta?» domandò Livia «Che contavano molto poco, per non dire quasi nulla. Certo, ne facevano parte uomini coraggiosi e da ammirare.


Tutti sapevano bene che cosa stavano rischiando. Come minimo, la deportazione nei campi di sterminio tedeschi. Eppure i Cln sorsero quasi dappertutto, anche nei piccoli centri. Quella fu la prima generazione dei Comitati. Ed era fatale che risentisse della debolezza dei partiti politici di cui erano l'emanazione. (...) «Per tutto questo, i comunisti italiani non vivevano in mezzo a un deserto, come accadeva ai democristiani, ai socialisti, ai liberali e agli azionisti. Il Pci poteva contare sul potere sovietico, una parete d'acciaio alla quale appoggiarsi, uno scudo in grado di proteggerlo. La strategia di Mosca, quella di espandersi nel resto dell'Europa, era diventata la strategia del Pci. (...) 


Il regime fascista aveva commesso un errore che si sarebbe rivelato fatale dopo il 25 luglio: a Ventotene era stato mandato mezzo vertice del Pci clandestino. Non parlo di Togliatti che viveva tranquillo a Mosca, coccolato da Stalin. Parlo di Luigi Longo e di Pietro Secchia, che in seguito avrebbero guidato i partigiani comunisti in tutta l'Italia occupata. Con loro c'erano Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Giovanni Roveda, Girolamo Li Causi e Battista Santhià, l'operaio meccanico piemontese che era stato con Antonio Gramsci nel quotidiano “L'Ordine Nuovo”». (Dalla Parte Quarta, capitolo 18: Gappismo)


Giampaolo Pansa
01/10/2010

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Sotto torchio la cugina di Sarah Lo zio: «Sentii il rombo di un'auto»

Il Mattino





TARANTO (1 ottobre) - I carabinieri hanno finito di ascoltare nel corso della notte al comando provinciale di Taranto la cugina di Sara Scazzi, Sabrina Misseri, e alcuni amici di comitiva, convocati nell'ambito delle indagini sulla scomparsa della quindicenne di Avetrana, avvenuta il 26 agosto scorso. Tutte le persone convocate sono state ascoltate alla presenza di uno dei due magistrati titolari dell'inchiesta, il pm di Taranto Mariano Buccoliero. Gli inquirenti continuano a mantenere il massimo riserbo; non risulta comunque che siano stati adottati provvedimenti giudiziari nei confronti di nessuna delle persone sentite. Al momento l'unica traccia concreta di Sara è il suo cellulare, trovato l'altra mattina dallo zio, Michele Misseri, padre di Sabrina. Il telefonino era senza batteria e scheda sim e parzialmente danneggiato da bruciature; Misseri, contadino, lo ha trovato tra le stoppie a cui aveva dato fuoco la sera prima con un amico in un podere in cui aveva lavorato per conto terzi.




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L'italiano? Ha più di mille parole nuove

di Redazione


Da "emo" a "barbatrucco", da "fantasmini" a "pinocchietto", da "chupito" a "apericena", sono 1500 le nuove voci inserite nello Zingarelli. Ma sono il doppio quelle a rischio di estinzione



 

Milano - L'italiano si evolve. Ogni giorno nascono nuove parole, oltre 1500 quelle riconosciute dal vocabolario Zingarelli, che nell'edizione 2011 ne segnala quasi altre 3000 a rischio estinzione. 

Le nuove parole Televisione, cinema e musica influenzano lo slang dei giovani, e viceversa. Ecco quindi che dal cartone Barbapapa, in voga negli anni '70, ma tornato sul piccolo schermo, sono sempre più le persone che usano "barbatrucco" per indicare un abile stratagemma. E, se i film di Boldi e De Sica arrivano nelle sale anche d'estate, ai cinepanettoni non possono che affiancarsi i "cinecocomeri". Un gol ridicolo e fortunoso? Un "gollonzo", come dice la Gialappa's. E mentre alcuni ragazzi seguono la moda "emo", Renzo Piano e Fuksas sono "archistar", architetti di grande successo, e i giovanissimi nati con smartphone e pc in mano, sono "nativi digitali". Senza dimenticare l'abbigliamento - entrano nello Zingarelli termini come "fantasmini, pinocchietto e tankini"- e cibo - dal "chupito", lo "shot" o lo "shottino", alle meno alcoliche "alcopop" da bere all'"apericena", ma anche i più classici "friariellli" napoletani o la "'nduja" calabrese.

L'italiano "aulico" Anche con l'edizione 2011 lo Zingarelli continua la sua campagna "salviamo l’italiano della memoria" e segnala le 2900 parole che stanno entrando in disuso. Tra queste, "ginepraio", "aulico", "scherno", "uopo", "zelo". Parole necessarie per ricordare il passato e "scrivere il futuro", per richiamare il titolo del Premio di Scrittura Zanichelli tenuto lo scorso anno per le scuole e dedicato proprio alle parole dal salvare. Parole ricche di sfumature, affascinanti ma che vengono sostituite da sinonimi più comuni.





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Milano, attentato a Maurizio Belpietro: "Certe idee si pagano in questo modo"

di Gabriele Villa


Paura a Milano: illeso il direttore di Libero mentre l’aggressore, che indossava una finta divisa da finanziere, è riuscito a dileguarsi nella notte (guarda la gallery). Da via Monte di Pietà le ricerche dell'uomo armato estese per tutto il Centro città. Belpietro a Mattino Cinque: "Solo io Feltri e fede siamo sotto scorta"



Fallito attentato ieri a tarda sera contro il direttore di Libero, Maurizio Belpietro. Erano le 22,45 quando i due uomini della scorta che, dopo le ripetute minacce ricevute dal giornalista gli è stata affidata, sono arrivati in auto con il direttore sotto la sua abitazione, in via Monte di Pietà, nel centro di Milano. Secondo la prassi uno dei due agenti ha accompagnato il direttore all’interno della palazzo fino all’uscio di casa e poi si è incamminato per tornare a bordo dell’auto dove l’attendeva l’altro collega rimasto al volante.
È stato proprio tornando sui suoi passi che l’agente di scorta si è imbattuto in un uomo armato di pistola appostato poco lontano dall’appartamento dove Belpietro era appena entrato. A tarda notte, al momento in cui scriviamo queste righe, ovviamente la dinamica è ancora tutta da chiarire ma, dalla testimonianza dell’agente di scorta, sembra certo che l’uomo che attendeva l’ex direttore del Giornale indossasse una divisa da finanziere. Insospettitosi per l’atteggiamento di quell’uomo l’agente di scorta gli ha intimato di fermarsi e per tutta risposta gli ha puntato addosso una pistola. È a questo punto che, vistosi scoperto, mentre si dava alla fuga il presunto attentatore ha sparato un colpo in direzione dell’agente della scorta che lo stava inseguendo. Il quale a sua volta ha risposto al fuoco sparando tre colpi.
La concitata azione è avvenuta tutta all’interno del condominio che, particolarità ideale per un potenziale attentatore, offre diverse vie di fuga sia passando per gli stabili confinanti sia attraverso alcuni giardini dei dintorni. La giacca da finanziere anche se indossata a quanto pare sopra una tuta avrebbe dovuto mettere al riparo l’attentatore da qualsiasi sospetto ma in realtà una serie di circostanze fortuite ha permesso di sventare i suoi piani. Prima fra tutte l’attenzione dell’agente di scorta che non si è limitato ad accompagnare il direttore fino al portone di ingresso ma poi ha indugiato all’esterno dell’appartamento di Belpietro per accendersi una sigaretta e fare due passi. È a quel punto che si è accorto dell’uomo che si era nascosto con la pistola in mano nell’androne. E soprattutto che quell’uomo aveva già una pistola puntata. Addirittura sembrerebbe che il presunto attentatore abbia tentato di sparare subito un primo colpo ma che la sua pistola si sia fortunatamente inceppata. Resta il fatto che vistosi scoperto il falso finanziere è riuscito a dileguarsi riuscendo anche a sfuggire al secondo agente di scorta che attendeva in auto e che non avrebbe avuto il tempo di intervenire.
Sul posto sono subito intervenute sei volanti e alcuni uomini della Digos che hanno setacciato la zona e la palazzina alla ricerca di dettagli che possano aiutare a ricostruire l’episodio e soprattutto a portare in qualche modo all’identità dell’aggressore di Belpietro. Le battute nella zona si sono protratte fino all’alba.
Maurizio Belpietro, 52 anni, sposato, due figlie ha cominciato la professione nel 1975 al quotidiano Bresciaoggi, poi all'inizio degli anni '80 contribuì alla nascita di Bergamoggi. È stato in seguito caporedattore centrale del settimanale L'europeo e poi vicedirettore de L'Indipendente di Vittorio Feltri. Ha seguito Feltri a il Giornale nel 1994 come vicedirettore. Nel 1996 ha la sua prima esperienza da direttore, al quotidiano Il Tempo di Roma. È stato alla guida del Giornale fino al 2007. Ha poi diretto il settimanale Panorama. Il 13 agosto 2009 ha sostituito Vittorio Feltri alla direzione di Libero.




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Le relazioni pericolose di Corona con la malavita

di Luca Fazzo


Enrico Lagattolla

E venne il giorno in cui Fabrizio Corona ebbe paura. Il giorno in cui il guascone irriducibile, lo spaccone abituato a fare il duro anche davanti alle manette, sentì un brivido corrergli giù per la schiena. E salì su un aereo destinazione Calabria con una borsa piena di soldi, per ripianare in contanti il debito contratto con personaggi che - a torto o a ragione - gli toglievano il sonno.

È il versante più cupo e segreto delle indagini sul crac del «re dei paparazzi» e della sua agenzia Corona’s. Nelle carte depositate dai pubblici ministeri Eugenio Fusco e Massimiliano Carducci prima dell’estate a conclusione delle indagini sulla bancarotta, non ci sono solo i racconti più o meno pruriginosi sui rapporti di Corona con il suo mentore Lele Mora. Ci sono anche, riassunte in un rapporto della Guardia di finanza di Milano, il racconto di come la pista di Corona si sia incrociata con quelle della criminalità economica e della malavita. Un incrocio avvenuto in due occasioni almeno. La prima, la più ovvia, in carcere, nei lunghi mesi trascorsi dal giovanotto a San Vittore. La seconda, più oscura, al momento in cui Corona decide di comprare un appartamento per andarci a vivere, dopo la rottura con la moglie Nina Moric.

Nei verbali resi noti finora si dice solo che a indicare a Corona l’appartamento in cui poi andrà a vivere è Lele Mora, che sostiene (smentito da Corona) di averne anche in buona parte finanziato l’acquisto. Il rapporto delle «fiamme gialle» scava ben più in profondità nella vicenda. E accerta che l’appartamento era stato ceduto a due calabresi da un «colletto bianco» già indagato dalla Procura di Milano, uno dei protagonisti dello scandalo Italease, la banca il cui management si arricchì a dismisura facendo la cresta sui derivati rifilati ai clienti. La coppia di calabresi lo «gira» a Corona, che paga l’acconto con un assegno. Ma l’assegno è scoperto. Quando i venditori se ne accorgono scoppia il finimondo. A Corona arrivano richieste sempre più brusche perché tiri fuori i soldi. Inviti e minacce. Non si arriva, pare, allo scontro fisico.

Ma Corona, spaventato, alla fine salta su un aereo con i quattrini, e va a sistemare tutto.
Su questa traccia le indagini hanno scavato a lungo, ma alla fine agli inquirenti è rimasta la sensazione che non tutto sia venuto alla luce. Ma lo stesso vale per l’intero tema dei rapporti tra Corona e la «mala». Che questi rapporti si siano creati, è praticamente inevitabile vista la durata della carcerazione dell’agente fotografico. Corona ha dovuto sperimentare sulla sua pelle quello che altri detenuti vip hanno imparato prima di lui: che i legami, le conoscenze e i favori che segnalo la vita in cella si trascinano anche fuori dal carcere. Corona ha raccontato di avere partecipato gratuitamente, come ospite, a feste e a eventi organizzati da ex colleghi di prigionia: e fin qua niente di male, anzi. Ma la Procura e i suoi segugi hanno coltivato a lungo un dubbio ben più allarmante: che nel corteggiamento di Corona qualcuno, all’interno del mondo della «mala», puntasse a mettere le mani sull’archivio segreto della Corona’s, per farne un’arma di ricatto dal potere incalcolabile.

Non ci sono elementi per ritenere che l’operazione sia andata in porto, e che il «tesoro» di Corona sia oggi in mani poco raccomandabili. Ma è bastato il sospetto per allarmare non poco gli inquirenti, che l’archivio segreto - almeno finora - non l’hanno ancora trovato. Gelosamente custodito, esiste un server sequestrato nel corso delle indagini preliminari, che potrebbe custodire copia di una parte del materiale accumulato da Corona tramite la rete dei suoi paparazzi. Ma i magistrati hanno evitato finora di aprirlo. Perché qualunque cosa contenga, difficilmente farebbe fare passi avanti alle indagini. Ma potrebbe scatenare una nuova puntata del bailamme mediatico che fin dall’inizio accompagna il Corona-gate.




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Montecarlo, la casa di An vale 1,6 milioni di euro

di Gian Marco Chiocci



Lunedì la Destra depositerà in Procura la perizia sull’appartamento fatta da un noto studio di architettura monegasco. La stima degli esperti non lascia dubbi: vendendo a 300mila euro, An ha incassato meno di un quinto di quanto poteva



 

Montecarlo - Trecentomila euro? Non scherziamo. Ok, il prezzo giusto dell’appartamento monegasco ereditato da An e rivenduto nel 2008 a una società off-shore è di un milione e seicentomila euro. Una cifra oltre cinque volte superiore rispetto a quella sborsata dalla caraibica Printemps Ltd al partito presieduto da Gianfranco Fini. A stabilirla è una consulenza tecnica stilata da un noto studio di architettura e progettazione del Principato di Monaco al quale si sono rivolti Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte, i due esponenti della Destra di Storace che sulla scia dell’inchiesta del Giornale avevano presentato una denuncia alla procura di Roma impegnata oggi a indagare per truffa aggravata sulla (s)vendita dell’immobile donato dalla contessa Anna Maria Colleoni. Lunedì mattina la perizia verrà formalmente consegnata a piazzale Clodio insieme a un supplemento di denuncia di 85 pagine, dunque ben più consistente del primo esposto basato sulle iniziali rivelazioni di questo quotidiano in merito alla rocambolesca vicenda dell’appartamento al 14 di Boulevarde Princess Charlotte attualmente abitato dal signor Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera.

Stando a quanto riscontrato dai professionisti monegaschi, dunque, il prezzo di vendita iscritto a rogito l’11 luglio del 2008 è da considerarsi tutt’altro che congruo, assolutamente non in linea con le stime di mercato di quel periodo sciorinate il 23 settembre scorso dalle tredici maggiori agenzie immobiliari di Montecarlo, decisamente poco vantaggioso anche rispetto alla valutazione avvenuta otto anni prima (450 milioni di lire) e sbandierata da Fini e compagni per giustificare l’operazione a perdere. Lo studio d’architettura fa presente che il mercato immobiliare, in lieve calo rispetto agli ultimi due anni (fra l’8 e il 10 per cento) è ancora in espansione lungo l’intera Costa Azzurra. A cominciare proprio dal Principato, dove da sempre il listino prezzi, da immobile a immobile, oscilla paurosamente sfiorando picchi da 25/30mila euro al metro quadrato. Di Andrea e Buonasorte, contattati dal Giornale, confermano le prime indiscrezioni: «Effettivamente la complessa perizia elaborata da uno studio di Montecarlo e rapportata ai dati catastali e alle stime del luglio 2008, è pronta. La depositeremo lunedì al magistrato competente allegandola a una memoria con le numerose anomalie che a nostro avviso debbono essere portate a conoscenza del pubblico ministero prima dell’arrivo dell’ulteriore documentazione richiesta per rogatoria alle autorità monegasche».


L’iniziativa degli esponenti della Destra, fortemente caldeggiata dal segretario Francesco Storace, rischia però di essere dichiarata inammissibile a palazzo di giustizia. «Avevamo comunque la necessità di avere una risposta documentata e completa sulla vendita della casa - concludono i due esponenti della Destra - e adesso abbiamo la ragionevole certezza che anche a ragionare per difetto l’immobile è stato venduto ben al di sotto del valore dell’epoca». L’inchiesta del Giornale è arrivata alle stesse conclusioni della perizia riportando, giorno dopo giorno, i dati della Camera Immobiliare di Monaco; il racconto dell’agente Filippo Apolloni Ghetti («nel 2002 la casa valeva 1,3 milioni di euro, e Fini mi disse che i suoi gli avevano parlato di 800mila euro»); le richieste avanzate per conto terzi dai senatori di An Giorgio Bornacin e Francesco Caruso («750mila euro nel 2002»); le proposte dei vicini che per anni hanno inutilmente contattato via della Scrofa per sapere se finalmente il partito s’era deciso ad alienare l’immobile. Sapete com’è finita: la casa del partito è stata svenduta alla Printemps di Santa Lucia per 300mila euro. Se ha ragione la perizia tecnica commissionata da Storace allora il misterioso compratore segnalato dal cognato di Fini avrà ufficialmente la riprova d’aver risparmiato un milione e 300mila euro.


gianmarco.chiocci@ilgiornale.it



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La lettera del direttore de Bortoli

Corriere della sera





Cari colleghi

Questa lettera vi complicherà la vita. Ma la discussione che ne scaturirà ci permetterà di investire meglio nel nostro futuro di giornalisti del Corriere della Sera. E costituirà uno spunto importante per una discussione di carattere generale che la nostra categoria non può rinviare all'infinito. Di che cosa si tratta? In sintesi vi potrei dire: investiamo di più nel giornale e nella qualità, ritorniamo a dare spazio ai giovani, ma ricontrattiamo quelle regole, in qualche caso autentici privilegi, che la multimedialità (e il buon senso) hanno reso obsolete. Con molta fatica, grazie soprattutto al vostro senso di responsabilità, stiamo completando una ristrutturazione dolorosa ma necessaria che non ha messo però in cassa integrazione diretta alcun collega, com'è avvenuto in tutte le altre testate.

Ora si apre una fase diversa, ugualmente impegnativa. Non mi nascondo le difficoltà. Il periodo che attraversiamo è difficile, in tutti i sensi. L'editore è chiamato a investire sul giornale, e sull'intero sistema di diffusione dei suoi contenuti, con una rinnovata attenzione alla qualità e alla promozione di talenti giovani e multimediali. Noi lo incalzeremo con il necessario puntiglio. Parte non secondaria dei risparmi, resi possibili dalla ristrutturazione, deve andare ad accrescere la capacità di penetrazione del giornale nelle diverse aree di diffusione, rafforzandone l'autorevolezza e l'indipendenza, anche con nuovi prodotti allegati. Nell'aggiornamento al piano editoriale sono contenute diverse proposte: dal rafforzamento del fascicolo nazionale a nuove cronache locali, dal nuovo inserto culturale della domenica alle iniziative sul web e sulla tv, all'assunzione di dieci giovani all'anno, attraverso la Rete e la selezione dagli stage universitari. Ne discuteremo a tempo debito. Questa condizione è, per chi vi scrive, irrinunciabile e pregiudiziale a ogni altro sviluppo editoriale, e al proseguimento di ogni forma personale di collaborazione.

Ma vi è una seconda condizione che, con sincerità forse un po' brutale, io pongo alla vostra attenzione. In questi mesi abbiamo compiuto significativi passi avanti nell'arricchire la nostra informazione, non solo sulla carta, ma anche e in particolar modo sul web. Sono state lanciate nuove iniziative. Edizioni del giornale sono disponibili, per la prima volta anche a pagamento, su Iphone e smartphone. A due mesi dal lancio degli abbonamenti al giornale su Ipad, abbiamo già toccato la soglia delle settemila adesioni, la metà delle quali per un periodo di sei mesi o un anno. Gli streaming di Corriere tv sono ormai largamente superiori a molti, e importanti, canali televisivi. L'industria alla quale apparteniamo e la nostra professione stanno cambiando con velocità impressionante. In profondità. Di fronte a rivolgimenti epocali di questa natura, l'insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso. Questo ormai anacronistico impianto di regole, pensato nell'era del piombo e nella preistoria della prima repubblica, prima o poi cadrà. Con fragore e conseguenze imprevedibili sulle nostre ignare teste.

Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell'interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l'edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l'atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l'affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l'edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell'edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell'impresa e del lavoro.

L'elenco, cari colleghi, potrebbe continuare. E' un elenco amaro, ma sono costretto a farlo perché, continuando così, non c'è più futuro per la nostra professione. E, infatti, vi sfido a contare in quanti casi sulla Rete è applicato il contratto di giornalista professionista. Tutto ciò deve farci riflettere. Seriamente. Sediamoci attorno a un tavolo, chiedendo all'azienda di assumersi le proprie responsabilità, per stringere un nuovo patto interno all'altezza delle nostre sfide professionali ed editoriali. Ma una cosa deve essere chiara fin dall'inizio. Se non vi sarà accordo, i patti integrativi verranno denunciati, con il mio assenso. Sono convinto che avremo modo di riflettere su questa mia proposta, insieme ai colleghi dellintera redazione, e di convenire su tutto ciò che è necessario fare per non ipotecare ancora di più il nostro già incerto futuro.

Ferruccio de Bortoli
30 settembre 2010



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Se rifiutati il cuore perde un colpo Studio mostra effetti di giudizio negativo

Il Messaggero




ROMA (30 settembre) - Il cuore umano si ferma e perde colpi, nel senso letterale ed organico del termine, di fronte al senso di rifiuto e rigetto sociale.

Un curioso nuovo studio pubblicato sulla rivista Usa Psychological science
rivela come di fronte ad un rifiuto inatteso le persone vengono colpite non solo da stress emotivo ma anche fisico, misurabile in termini di aumento del cortisolo (l'ormone dello stress), di risposta del sistema parasimpatico e di funzionalità cardiaca.

Condotta dall'università di Amsterdam,
la ricerca ha analizzato la reazione cardiologica di 22 studenti che avevano appena ricevuto una risposta di accettazione o di rifiuto. I giovani avevano presentato una loro foto ritratto a colleghi e superiori e aspettavano la loro reazione.

Tutti gli studenti erano collegati agli elettrodi per l'elettrocardiogramma quando hanno ricevuto il giudizio sulla loro foto:
il cuore di quelli rifiutati, rivela il rapporto, «ha saltato un colpo, il battito cardiaco è rallentato, per poi ritornare alla normalità ma in ritardo rispetto agli altri». La stessa identica reazione, di saltare un battito cardiaco, è stata registrata quando gli studenti sono stati giudicati dalla foto più vecchi della loro reale età. «Sentirsi rifiutati - ha concluso lo studio - può quindi davvero fermare il cuore».




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