martedì 28 settembre 2010

Un coccodrillo diventa amico del pescatore che lo ha salvato

Quotidianonet

 

Canton Ticino, campagna choc contro i frontalieri italiani rappresentati come topi

Quotidianonet


Tre topi che rappresentano un piastrellista italiano, un simil-ladro romeno e il ministro Tremonti. Sono questi, secondo il sito balairat, i mali del Canton Ticino. Proteste del Pdl e della Cgil in difesa dei 45.000 lavoratori che attraversano il confine

Milano, 28 settembre 2010 


Suscita molte polemiche, in Italia, una campagna-choc antifrontalieri lanciata in Canton Ticino che, iniziata sul social-network Facebook, con tanto di immagini con tre topi che rappresentano un piastrellista italiano, un poco raccomandabile simil-ladro romeno e il ministro Giulio Tremonti, ha anche portato all’affissione di manifesti in Svizzera.

Il segretario nazionale dei lavoratori frontalieri della Cgil, Claudio Pozzetti, vede dietro la longa manus ‘’di Giuliano Bignasca, leader della Lega dei Ticinesi’’.

‘’Ho incontrato Bignasca all’Infedele di Gad Lerner in una puntata sull’evasione fiscale - ha ricordato il sindacalista - e i frontalieri erano un corollario della trasmissione. In sintesi lui ha detto che se non si smetteva di attaccare la Svizzera, riferendosi al sistema bancario, la ritorsione sarebbe stata nei confronti di chi va a lavorare li’. E puntualmente ora viene fuori una campagna, una vergogna e una mascalzonata, che segue tutta una serie di altre iniziative’’.

‘’Da parte nostra - ha concluso Pozzetti - faremo due cose : da un lato chiederemo al Governo del Canton Ticino di intervenire, dall’altro faremo una campagna di informazione spiegando ai ticinesi che senza i frontalieri le loro aziende sarebbero in difficolta’ o chiuderebbero, come ho gia’ detto a Bignasca in tv senza che lui potesse negarlo visto che ha una grossa ditta. I sindacati svizzeri ci sono sempre stati solidali e si e’ sempre agito insieme’’.

La campagna su Facebook e sul sito www.balairatt.it ha come parole d’ordine: ‘Lavoro: no all’invasione del frontalierato’, e ‘Sicurezza: no alla delinquenza d’importazione’ mentre sul sito ‘Ticinoonline’, nella sezione, ‘News-Ticino Cronaca’, si legge, tra l’altro, nel titolo ‘’I ratti ‘invadono’ la Svizzera italiana’’ e nel pezzo ‘’Una curiosa campagna lanciata oggi per strada e su internet. Nel mirino: frontalieri, criminalit… d’importazione e Tremonti’’.

LA LEGA DEI TICINESI NEGA


Giuliano Bignasca, leader della Lega dei Ticinesi nega: "Noi non c’entriamo, al momento non siamo per un inasprimento della legislazione sui frontalieri. Per ora va bene cosi’. Ma se la disoccupazione dovesse salire dall’attuale 4,5% al 7% allora anche loro dovranno soffrire perche’ la crisi dovra’ essere per tutti’’.

Cosa pensa di una campagna definita una ‘’mascalzonata’’ dalla Cgil e che in Italia ha provocato gia’ delle interrogazioni paralamentari? ‘’Non siamo noi i responsabili, per me la situazione per ora e’ accettabile - ha risposto - . Non pensiamo che i frontalieri siano topi. Pero’ non siamo d’accordo con Tremonti, che e’ stato giusto rappresentare con uno scudo perche’ e’ stato sbagliato lo scudo fiscale. Poi noi siamo per il segreto bancario. E’ giusto parlare chiaro anche nei confronti del vostro Governo’’.

E allora chi ha ideato l’iniziativa? ‘’Secondo me e’ stata l’Udc svizzera con la sua sezione centrale a Berna. Il 28 novembre il popolo dovra’ votare la legge di iniziativa popolare per espellere i criminali stranieri e allora fa un po’ di propaganda. Ma sulla legge anche noi siamo d’accordo anche perche’ e’ tutto un problema legato alla libera circolazione’’.

‘’Comunque ripeto - conclude l’esponente politico svizzero - non abbiamo fatto noi i poster o altro contro i frontalieri’’.

DEPOSITATA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE


“Sono molto amareggiato e contrariato per la vergognosa campagna pubblicitaria messa in atto in Canton Ticino contro i frontalieri, che sono paragonati a spregevoli ratti.” È quanto afferma il senatore comasco del Pdl Alessio Butti, che ha appena depositato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo italiano di avviare tutte le procedure per tutelare l’immagine dei lavoratori frontalieri e far si’ che il governo elvetico rispetti la loro dignita’, in osservanza agli accordi italo-svizzeri in vigore.

“I 45.000 frontalieri che quotidianamente attraversano il confine per lavorare in Svizzera- spiega Butti- costituiscono una fonte di ricchezza per il governo ticinese, perche’ pagano le tasse e offrono una forza lavoro qualificata e specializzata.

Anziche’ lanciare campagne choc contro gli italiani, il governo elvetico dovrebbe essere grato al nostro Paese che, attraverso adeguati corsi di formazione, prepara e mette sul mercato ticinese valenti e abili artigiani, molto richiesti dalle industrie svizzere”.



Powered by ScribeFire.

False Lacoste al centro commerciale: la Coop condannata a pagare i danni

Corriere della sera


Le polo erano in vendita sottocosto all'Ipercoop di Perugia, ma erano «taroccate»: 30mila euro di risarcimento per la griffe francese
 
«CONTRAFFAZIONE E CONCORRENZA SLEALE»


ROMA - Il coccodrillo verde era proprio uguale. La caratteristica maglia di cotone pure. Solo che con la famosa griffe francese le polo sugli scaffali avevano davvero poco a che fare. Soprattutto per il prezzo, troppo basso rispetto all'originale. Così la Coop dovrà sborsare oltre trentamila euro per risarcire il colosso francese Lacoste: contraffazione e concorrenza sleale le accuse.

FALSO IN VENDITA - Il Tribunale civile di Perugia ha infatti condannato la Coop Centro Italia che commercializzava false polo Lacoste nel centro commerciale Ipercoop di Collestrada, ai piedi di Perugia. La causa è stata intentata nel 2002 dalla Lacoste, rappresentata dagli avvocati del Foro di Milano Giovanni Iazzarelli e Giorgio Valli. La società francese, dopo alcuni controlli nel maggio del 2002, aveva notato che nel centro commerciale erano in vendita «sottocosto» maglie col coccodrillo prive «dell'abituale busta in plastica del prodotto originale». Una consulenza tecnica disposta dal giudice civile ha rilevato la «non autenticità del prodotto» con differenze riguardo al «titolo del filato (...) all'intreccio del tessuto, alle cuciture» e anche «alla grandezza» e alla «posizione del logo». 

 
«CONDOTTA ILLECITA» - Il giudice ha riconosciuto la condotta illecita di Coop Centro Italia, accogliendo le istanze della Lacoste sulla «repressione della concorrenza sleale» e a «tutela del marchio». Coop Centro Italia dovrà pagare a Lacoste circa 12mila euro per il danno economico e 20 mila euro per il «danno da sviamento di clientela, discredito commerciale, deprezzamento del marchio». Il magistrato ha anche ordinato la distruzione delle magliette «taroccate».

(fonte Ansa)

28 settembre 2010




Powered by ScribeFire.

Due musulmani a Messa prendono l'ostia e la mettono in tasca

Quotidianonet


L'episodio accaduto durante la Messa celebrata ieri alle 18 in Collegiata a Sondrio dall'arciprete don Marco Zubiani che a fine del rito si è avvicinato ai due giovani chiedendo spiegazioni


Chiesa Collegiata di Sondrio
Chiesa Collegiata di Sondrio

Sondrio, 28 settembre 2010 



In fila con gli altri fedeli per ricevere il Signore e quando è il loro turno anzichè infilarsi l’ostia consacrata in bocca se la mettono in tasca. La scena non sfugge all’arciprete, don Marco Zubiani, che tuttavia continua come niente fosse il rito. Alla fine della Messa celebrata ieri alle 18 in Collegiata si avvicina alla panca alla quale siedono i due giovani e chiede spiegazioni. La sorpresa è tanta, secondo quanto il testimone che ha assistito - degno della massima attendibilità - ci ha riferito.

"Di che religione siete?", ha domandato il sacerdote originario di Sondalo da soltanto un paio di settimane alla guida della parrocchia sondriese. «Siamo musulmani», rispondono i due, forse slavi, forse albanesi sui 25 anni. "Se non siete battezzati non potete partecipare alla Santa Messa", replica don Zubiani invitandoli a pentirsi del loro gesto nel vicino confessionale.

Ma, a quel punto, nella chiesa con ancora diversi fedeli presenti che si apprestano a guadagnare l’uscita, ma tardano a farlo in quanto incuriositi e, allo stesso tempo, indispettiti per ciò che sta accadendo sotto i loro occhi, ci sono stati alcuni interminabili minuti di tensione, non privi di voci alterate da parte dei due presunti provocatori islamici. Il parroco riesce, tuttavia, a mantenere la calma, a evitare che la situazione possa sfuggire di mano e quindi degenerare.

Non casca nella trappola della provocazione, l’esperto don Marco, allorquando i due giovani stranieri ribattono così alle sue parole, fra lo stupore generale dei parrocchiani e dei giovanissimi chierichetti che hanno poco prima servito Messa.
"Noi in chiesa veniamo quando ci pare e piace. Ma tu chi sei per dirci cosa fare? - la sfrontata domanda al prete da parte dei due autori dell’oltraggio alla religione cattolica -. Mica sei Dio tu. Non puoi comandare".


Un episodio - in parte configurabile come vilipendio alla religione - sicuramente destinato a fare discutere a lungo in città e probabilmente non solo, spia di una convivenza ancora difficile fra etnie e religioni diverse anche nella provincia più a nord della Lombardia.

di Michele Pusterla




Powered by ScribeFire.

Auto in mare dal traghetto a Genova: la morte dei due turisti in un video

Il Messaggero


GENOVA (28 settembre) - Un filmato registrato dalle telecamere puntate sul ponte Doria in porto a Genova ha immortalato il tragico incidente che è costato la vita a una coppia di turisti tedeschi, Philipp Habel, di 28 anni, e Melanie Starzynsky, 29, precipitati in mare con l'auto durante lo sbarco dal traghetto Moby Otta.

Il video è stato acquisito e visionato dal pm Biagio Mazzeo, titolare dell'inchiesta, che stamani ha iscritto il nome del comandante della nave, Giuseppe Vicidomini, sul registro degli indagati. Il momento dell'accosto del traghetto alla banchina, secondo quanto si evince dal filmato, è alle 9,10, mentre alle 9,13 le rampe toccano terra. Alle 9,16 gli autoveicoli cominciano a scendere dalla nave e alle 9,18 avviene l'incidente: si vede un'auto che procede in retromarcia che riesce a fermarsi mentre la Ford Focus con la coppia di tedeschi a bordo precipita in mare di punta.

Alle 9,20 si vede la nave che torna indietro tirata dai cavi dell'ormeggio. Sono le 9,22 quando tutti accorrono per vedere ciò che è accaduto. Nel giro di un minuto arriva l'auto dell'Autorità portuale, poi seguita dalla Polmare e alle 9,25 i vigili del fuoco e via via tutti i soccorsi.

Il lavoro dei pompieri e degli altri soccorritori è febbrile ma per i due giovani tedeschi non vi è più nulla da fare. Quando si sono accorti che la vettura stava precipitando, Phillip Habel e Melanie Starzynsky hanno cercato di aprire le portiere ma si è trattato di pochi secondi: l'auto è finita in acqua ed è stata risucchiata dalle eliche in moto. L'uomo è stato sbalzato fuori e subito recuperato; per circa un'ora hanno cercato di rianimarlo ma tutto è stato inutile.

La ragazza è stata ripescata solo nel primo pomeriggio. Diverse le testimonianze. Uno dei passeggeri ha riferito che stava scendendo a piedi dal traghetto quando la nave è repentinamente avanzata e poi è tornata nella propria posizione creando un forte rinculo.

«Sono scappato nell'interno - ha detto - e ho visto l'auto verde che stava per scivolare». Ha anche detto di aver notato una donna che apriva la portiera ma poi è rimasta dentro e la vettura è finita in mare. Il conducente di una pilotina ha affermato che quest'ultima è stata spostata dalla scia della nave che era in moto e, rendendosi conto della situazione anomala, assieme ad un collega, ha deciso di spostarsi a ponente per evitare il risucchio provocato dalle eliche.

Il sostituto procuratore Biagio Mazzeo si è subito messo in contatto con il console onorario Alberto Marsano per avvertire i familiari delle due vittime. L'arrivo dei parenti dell'uomo sono previsti per oggi. Intanto il pm ha dato incarico all'ing. Marco Sartini di effettuare una consulenza tecnica al fine di accertare le cause del sinistro e per verificare se le procedure di rito sono state rispettate. Per ora pare accertato che tutto sia stato regolare fino a quando il traghetto ha ormeggiato.





Genova - Il video della tragedia del Moby Otta



Powered by ScribeFire.

Colombia, la montagna crolla in diretta, trenta persone sepolte vive

Il Mattino


BOGOTA' (28 settembre) - Una trentina di persone risultano disperse a seguito di uno smottamento di terra e rocce di grandi proporzioni in un tratto dell'autostrada tra Medellin e Urabà, in Colombia. Lo hanno reso noto le fonti della sicurezza di Bogotà, precisando che nella zona nelle ultime ore ci sono state forti piogge.

L'incidente è avvenuto mentre le persone coinvolte nell' incidente erano scese da un autobus per salire su un altro veicolo, ha detto alla stampa il responsabile della protezione civile della regione, John Rendon. Oltre che i tecnici della protezione, sul posto si trovano gli uomini della Croce Rossa, ha aggiunto Rendon, ricordando che il tratto dell'autostrada dove si è verificato il crollo è stato interrotto.





Powered by ScribeFire.

Il Fisco ha perso ma vuole i miei soldi»

Corriere della sera


Vinto il ricorso, è il contribuente che deve dimostrarlo alle Finanze


Caro direttore, 

io e il mio socio siamo imprenditori del comparto design e la società con cui operiamo (una srl) è soggetta agli Studi di settore. Nell'aprile 2009 riceviamo un invito al contraddittorio da parte dell'Agenzia delle entrate di Milano, che per l'anno 2004, a fronte della nostra dichiarata «incongruità» rispetto ai ricavi presunti dal sistema, rileva uno scostamento e presume un'evasione Ires, Irap, Iva. Non intendiamo qui sollevare il problema specifico sugli Studi di settore, che riteniamo siano uno strumento utile all'osservatorio fiscale: ciò che vogliamo segnalare è la qualità del rapporto che in alcuni particolari momenti si instaura tra imprenditori (in questo caso: onesti e leali) e il Fisco. 

La cifra indicata in notifica risultava per noi ingiusta rispetto ai nostri reali ricavi e alla condizione del comparto: eravamo quindi certi che saremmo stati capaci di dimostrarlo. E così, alla fine, è stato. Tra maggio e settembre 2009 partecipiamo a tre appuntamenti di «contraddittorio», in cui presentiamo tutti i documenti giustificativi che ci vengono, legittimamente, richiesti dal Fisco. L'esame dei documenti non rileva alcuna irregolarità. Tuttavia, il Fisco decide di esigere lo stesso l'importo, basandosi sul mero risultato dell'algoritmo. Considerate le nuove sanzioni, l'importo lievita a circa 140.000 euro. Affrontiamo il tunnel del contenzioso: nel gennaio 2010 depositiamo il ricorso (contro l'accertamento e per la sospensione della cartella), l'udienza è fissata per il 5 maggio. 

Senza attendere la sentenza, il 21 maggio l'Esattoria emette comunque la cartella con l'iscrizione a ruolo delle imposte dovute. L'11 giugno viene comunicata la sentenza alle parti: il nostro ricorso è stato accolto. Abbiamo vinto. È finita? No, perché qui inizia l'emblematica seconda parte della storia. La procedura vigente prevede che sia a carico di chi ha vinto la causa occuparsi dello sgravio della cartella. Sì, avete capito bene: malgrado la sentenza stabilisca che avessimo ragione noi, la cartella resta sempre attiva, come la sua scadenza. E per «bloccarla» dobbiamo essere noi a dimostrare a chi ha perso (che è già informato della sentenza), che abbiamo vinto la causa.

Il nostro legale, dopo aver inutilmente chiesto più volte telefonicamente l'annullamento, deposita il 18 giugno una nuova istanza. Solo il 9 luglio l'Ufficio ci spiega di non potersi occupare dello «sgravio» prima della scadenza della cartella, perché impegnato nella locale riorganizzazione degli uffici; ci suggerisce, per di più, di aprire un nuovo contenzioso con il Fisco. Un ulteriore procedimento per bloccare - con altre spese e perdite di tempo per tutti (noi, Agenzia delle entrate, Commissione tributaria e, alla fine, tutti i contribuenti) - una cartella che doveva essere già stata fermata. Inviamo il nuovo ricorso il 12 luglio. Il 15 settembre spediamo un fax, per avere notizie, all'Agenzia delle entrate. 

Siamo davvero molto sfortunati, perché nessuno ci ha mai risposto. E la cartella, intanto, incombe. Non è bastato - dopo venticinque di attività imprenditoriale e di comportamento ineccepibile nei confronti del Fisco - affrontare un avvilente anno di contenzioso e di spese legali, con conseguenti rinvii per investimenti e innovazione, oggi fondamentali per competere sul mercato. La soddisfazione di vedere riconosciuta, con una sentenza dello Stato, la reputazione professionale e il corretto comportamento della propria piccola impresa, viene mortificata dalla sottovalutazione di un diritto. Fuor di retorica, siamo convinti che un Fisco severo ed efficiente sia da considerare per le imprese un vantaggio, un reale strumento di civiltà e di democrazia. Il Fisco, però, non dovrebbe mai costituire una minaccia per l'impresa e per le persone oneste che attraverso il proprio lavoro ricavano le risorse per vivere e per pagare, giustamente, anche le tasse.

Franco Achilli
28 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Muore Stella, gran cassiere nella contesa Gaucci-Tulliani

Il Tempo


I due si sono sempre rimpallati il debito di 500 mila dollari con l'americano. Avrebbe potuto svelare informazioni sulla famiglia e sulle società negli Usa.

Ha rilasciato la sua ultima intervista dal letto d'ospedale. E da lì ha parlato della sua conoscenza con la famiglia Tulliani e dell'amicizia da anni con Luciano Gaucci. Frank D. Stella, potentissimo boss degli italo-americani, tirato in ballo nella questione Tulliani-Montecarlo, è morto in un nosocomio americano. Il cuore del fondatore della Niaf, la fondazione che rappresenta i nostri connazionali negli Stati Uniti, si è fermato all'età di 91 anni, dopo aver trascorso 21 anni ai vertici della fondazione. 

Nelle ultime settimane il suo nome era stato tirato in ballo, oltre che per le sue iniziative, anche per i suoi rapporti con l'ex presidente della Viterbese. Secondo quanto ha raccontato Stella, avrebbe dovuto avere, come offerta, cinquecentomila dollari da parte di Luciano Gaucci. Quando sul letto d'ospedale gli è stato chiesto se il denaro lo dovevano consegnare i Tulliani ha soltanto risposto: «Quei soldi non li ho mai visti». Ma Gaucci assicura di averli consegnati ai «Tullianos».

Sempre in base alle dichiarazioni del fondatore della Niaf, quel denaro era un'offerta per aver presentato a Gaucci «molte persone importanti» e che «è un uomo molto generoso». Insomma, nella vicenda di Montecarlo, della quale Frank Stella ha detto di non conoscerne i particolari, adesso mancherà un altro tassello. Sì, perché Stella forse avrebbe potuto riferire «alcune informazioni» sulla famiglia Tulliani. Elisabetta, compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini, ha affermato di aver conosciuto l'ex numero uno di Alleanza Nazionale a una festa organizzata dall'ex ambasciatore Usa a Roma, «un amico di vecchia data dei miei genitori». 

Insomma, la famiglia Tulliani, compreso il padre di Giancarlo ed Elisabetta, da quando erano più giovani, hanno contatti con il mondo d'Oltreoceano, dove hanno costituito società con nomi in inglese e non in italiano. Il presidente della Camera, nonché ex ministro degli Esteri, ha incontrato il presidente del Niaf, Joseph Del Raso: con quest'ultimo ha cenato il 9 giugno in un ristorante che si trova in via Veneto. Proprio a pochi passi dall'ambasciata americana. Nelle scorse settimane c'è anche stato chi, durante il vortice di Montecarlo e durante la caccia a Giancarlo Tulliani, ha sospettato che il «cognato» di Fini fosse volato in America. 

Per fare cosa? Per nascondersi da chi voleva avere chiarimenti sulla casa di boulevard Princesse Charlotte 14. E andando dove? Proprio dal fondatore della Niaf Frank D. Stella. Per fare cosa? Per chiedere ospitalità fino a quando non si fosse calmato il polverone Montecarlo. Ma dopo qualche giorno eccolo apparire per le vie della Capitale. Intanto, Luciano Gaucci, «coinvolto» nell'affaire del Principato di Monaco perché ex fidanzato di Elisabetta Tulliani, ha comunque affermato proprio ieri che lui con l'abitazione della nobildonna romana Anna Maria Colleoni, ceduta ad Alleanza Nazionale, non c'entra proprio nulla. E non sa niente neanche, quindi, della compravendita. 

Sempre ieri sera Gaucci ha voluto ribadire che Elisabetta Tulliani, sulla vicenda del superenalotto vinto, ha detto soltanto bugie. Menzogne che comunque nei mesi scorsi sono sempre state smentite dalla compagna di Gianfranco Fini. «Non mi riguarda di continuare una querelle con Elisabetta, ma lei ha detto che ha vinto l'enalotto e ne ha dato una parte a me, invece il superenalotto l'ho vinto io e lei si è presa la metà. Non ho aperto io questa vicenda, l'ha aperta lei dicendo una grossa bugia», ha detto con fermezza ieri sera Luciano Gaucci. 

La storia della casa di Montecarlo è dunque arrivata anche in America e ha tirato in ballo molti personaggi, noti e meno noti. E adesso è necessario capire se ci sia stato o meno un giro di denaro illecito. Anche ai Caraibi, infatti, è scoppiato il «caso Tullianos». E in uno dei paradisi fiscali adesso è scoppiata un'altra telenovela e un rimbalzo di «non so nulla».


Augusto Parboni
28/09/2010




Powered by ScribeFire.

Battutaccia di Bossi: "Romani porci"

Il Tempo


Bossi offende la Capitale e scoppia la bufera. Alemanno scrive al premier: "Intervenga".


ROMANITÀ Gigi Proietti: frasi da terza media



Cosa vuol dire «S.P.Q.R.»? Bè, se lo chiedete a Bossi la risposta non può che essere una: «Sono Porci Questi Romani». Che l’Umberto non abbia mai dimostrato grande affetto per la Capitale è una cosa arcinota ma, domenica notte, il leader del popolo leghista ha deciso di oltrepassare ogni limite. E così, abbandonati per un po’ i suoi storici cavalli di battaglia come «Padania libera» o peggio ancora «Roma ladrona», ha deciso di calcare la mano e, in men che non si dica ha modificato l'acronimo «S.P.Q.R.», cioé «Senatus Populusque Romanus», in «Sono Porci questi Romani» perché al Nord dicono così. L'occasione per l'ultima sortita anti-romana del leader del Carroccio è stata la tappa a Lazzate, in Brianza, del concorso Miss Padania.

Il Senatùr si sentiva a casa, tra la sua gente leghista che ha accolto l'ultima bordata del Capo sulla Capitale con una fragorosa ovazione. Applausi che, immediatamente si sono ripetuti quando Bossi, dopo aver concluso il suo discorso ridendo, si è rivolto ai microfoni di Telepadania lanciando l'ennesima provocazione: «Il Gran Premio di Formula 1 di Monza non si sposterà a Roma, perché lì corrono sulle bighe». L'indignazione non è tardata ad arrivare da sinistra come da destra, dai politici e dal popolo della rete che ha immediatamente iniziato a raccogliere firme per querelare il ministro. 


Che Bossi abbia esagerato «superando il segno» lo ha detto, tra i primi, il sindaco della Capitale Gianni Alemanno «offeso come romano» e ha scritto al premier Silvio Berlusconi, aspettandosi «un passo formale», «affinché i ministri tengano un atteggiamento istituzionale e politico più consono alla loro carica e più rispettoso del ruolo di Roma Capitale e della dignità dei romani». E continua: «Il ministro si è spinto a storpiare con una vecchia battuta di un noto fumetto, la storica sigla SPQR che da più di 2000 anni qualifica la città eterna. 

Tutto questo non può non determinare un grave sconcerto tra i cittadini di Roma e allarmare tutti coloro che come me si trovano ad avere la responsabilità di guidare amministrativamente la Capitale». Pronto a querelare dunque? Alemanno non lo esclude, certo è che «non possiamo più reggere questi insulti. Roma non li può tollerare». Posizioni portate avanti anche dal presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti che ha chiesto a Bossi di pensare a fare «il ministro e non il comico» e dalla governatrice del Lazio Renata Polverini che ha parlato di una «battuta volgare. I cittadini di Roma e del Lazio meritano rispetto».

Eppure, nonostante Bossi avesse cercato di limitare i danni dichiarando che la sua «era solo una battuta alla Asterix» nata dal malessere di un Nord che si è visto portar via «prima l'aeroporto di Malpensa e adesso vogliono prenderci anche il Gran Premio di Monza. Il Giro d'Italia non arriva più a Milano e a Venezia hanno impedito di avere le Olimpiadi», gli attacchi sono continuati per tutto l'arco della giornata. «La Lega ha una storia, una dimensione e delle responsabilità di fronte alle quali continuare ad atteggiarsi ad Asterix mi sembra riduttivo», dice il vicepresidente vicario dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello. «Siamo stanchi di queste provocazioni inaccettabili che invece di costruire offendono milioni di cittadini», commenta il finiano ministro delle Politiche europee Andrea Ronchi. 


«Battute fastidiose, ma fortunatamente non costituiscono una linea politica», dice il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni. Sul fronte dell'opposizione invece le critiche diventano ben più sonore. Pier Ferdinando Casini parla di una Lega che «sa solo insultare e lanciare spot propagandisti. Qui stiamo andando a rotoli e Bossi ci sguazza», dice il leader Udc. «Definire sprezzantemente come porci i cittadini della Capitale, così come qualsiasi cittadino italiano, è inammissibile e soprattutto è assolutamente grave che questo insulto esca dalla bocca di un ministro come Bossi», tuona invece la deputata dipietrista Silvana Mura. 

Dal fronte democratico, prima parte una mozione di sfiducia individuale al Senatùr come ministro, e poi c'è l'affondo dell'ex segretario Walter Veltroni che parla di «linguaggio da trivio, segno che la crisi del centrodestra e del governo sta mordendo e lo spinge a dare il peggio di sè alla ricerca di consensi». Rassegnato infine il commento di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini che spiega: «Inutile stupirsi, inutile gridare allo scandalo, inutile stracciarsi le vesti una volta di più. La Lega è questa». Non solo la politica però si scaglia contro il Senatùr, anche il mondo del calcio e dello spettacolo si sfoga. 

E così se il capitano della Roma, Francesco Totti, lancia la sfida («Ammiro Bossi per la sua personalità, spero che ne dia prova facendo questi bei discorsi su Roma e i romani anche davanti al Colosseo o sotto la Curva Sud»), il romanissimo Carlo Verdone ne fa un paragone storico: «Bossi contro Roma? Sarà preso dalla sindrome d'Annibale: lui è come i cartaginesi, appena gli parlano dei romani gli viene il sangue alle orecchie...».


Alessandro Bertasi
28/09/2010




Powered by ScribeFire.

Pendolare rimborsato... in francobolli

Apple: l'Italia è mafia, pizza e scooter Gaffe virtuale su iPhone, iPod e iPad

Il Mattino





ROMA (27 settembre) - Cerchi l'Italia per iniziare un viaggio virtuale nel Bel Paese e il programma risponde pizza, mafia e scooter. La Apple è sotto accusa perché un'applicazione installata su iphone, ipod e ipad identifica l'Italia proprio con queste parole senza menzionare i monumeti o caratteristiche uniche del nostro Paese.

Il comitato di vigilanza sulla tv e sui media "Osservatorio Antiplagio", con una lettera inviata al ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla, denuncia che l'azienda americana Apple in un'applicazione per iphone, ipod e ipad chiamata "what country", per viaggiare stando comodamente seduti in poltrona, identifica l'Italia con pizza e mafia. Nella scheda di presentazione, scrive l'ufficio stampa dell'Osservatorio Antiplagio, ogni Paese è identificato con foto e situazioni caratteristiche.

La Spagna è rappresentata dalla gente calorosa e dalla paella; la Francia dalle piazze romantiche e dal vino; la Svizzera dalle banche e dalla cioccolata; gli Usa dal sogno americano e dall'hamburger. L'Italia, invece, viene identificata (la denuncia si riferisce al link http://www.iphoneitalia.com/what-country-viaggia-per-il-mondo-re stando-comodamente-seduto-in-poltrona-149702.html) con pizza, mafia e scooter. Il link però oggi pomeriggio è stato rimosso e non è possibile più l'accesso. Molto probabilmente la Apple ha capito l'errore ed è intervenuta. L'Osservatorio Antiplagio invita il ministro Brambilla ad attivarsi a nome del Governo Italiano per chiedere spiegazioni alla Apple, anche perchè l'approfondimento dell'applicazione non lesina critiche all'Italia.

«La mafia in Italia è grande. Nessuna sorpresa! È nota come Cosa Nostra. Le altre sono la camorra e la 'ndrangheta. La mafia italiana forse è meglio conosciuta per le sue tradizionali attività criminali, come l'estorsione e il racket della prostituzione. La mafia oggi in Italia, tuttavia - continua la presentazione dell'applicazione per iPhone - è diventata molto più sofisticata e ha diversificato il suo portafoglio di attività criminali. La mafia in Italia costituisce una formidabile forza economica che rappresenta circa il 10% del Pil. Il fatturato annuo della mafia italiana è stimato intorno a 10 miliardi di euro».




Powered by ScribeFire.

Sprecopoli lumbard: è la Lega-predona a saccheggiare il nord

Il Mattino

di Mario Ajello



ROMA (28 settembre) - «Predoni a casa nostra», è il grido che un leghista in armi, mascherato da antico guerriero lombardo, rivolge contro «Roma Ladrona» dal cartone verde di un poster della Lega. Ma questo slogan andrebbe corretto così: «Predoni a casa vostra». Ovvero? La Lega che fa la morale contro l’Urbe, accusandola di rubare la ricchezza del Nord per cuocere le braciole nelle trattorie di Testaccio o per allungare il brodo d’arzilla, è la Lega sciupona che, nella tradizione della peggiore Dc meridionale, gestisce i pubblici denari nella mitica Padania con un misto di sfrontatezza da super-potere che si sente inattaccabile, di «familismo amorale» che fu una categoria sociologica inventata a sua tempo per descrivere l’antropologia politica della Campania e di abilità manovriera non più da partito di lotta ma di lottizzazione.

Al Comune di Brescia, per esempio, ecco una «Carrocciopoli». La cui trama è la seguente. Per rendere più sicura la città, è stato varato un piano di sicurezza ”leghista” a colpi di pingui consulenze esterne per progetti mai decollati. Varato nel 2008, procede come i lavori della Salerno-Reggio Calabria: costa sempre di più e non vede mai la luce. E la vicenda bresciana non è isolata. Che cosa dire, anche se il governatore Cota si difende con tenacia e qualche buona ragione, della «Parentopoli» piemontese o del lungo elenco di disavventure giudiziarie che stanno imbarazzando la Lega nei suoi feudi storici e riempiono le cronache locali dei quotidiani veneti, lombardi e friulani? 


E’ ormai proverbiale il caso del presidente del consiglio regionale friulano, Edouard Ballman, che per abuso d’autoblù a fini personali e familiari s’è dovuto dimettere. In Emilia Romagna, terra di conquista del Carroccio che alle ultime elezioni ha aumentato i suoi voti a ritmi impressionanti, il partito è stato commissariato per «indegnità morale» di alcuni dirigenti e amministratori locali, a cominciare dal vice-sindaco di Guastalla, Marco Lusetti, e dal padre padrone del Carroccio regionale, Angelo Alessandri. E Bossi ha inviato la sua fedelissima Rosi Mauro - «la Badante del Senatur» la chiamano - per nascondere la polvere sotto il tappeto.

Intanto, un concorso indetto dalla Provincia di Brescia,
il cui presidente è il lumbard Daniele Molgara, ha avuto un esito piuttosto curioso. Su 700 candidati, hanno vinto in otto e, di questi, 5 sono figli, sposi o parenti di notabili leghisti. E ancora. Camillo Gambin, storico esponente del Carroccio ad Albaredo d’Adige (Verona), è agli arresti domiciliari per una storia di falsi permessi di soggiorno rilasciati in cambio di denaro. La Lega non è la paladina della tolleranza zero - tranne che nei propri confronti - per quanto riguarda gli immigrati?

La morale perduta del Carroccio sta nella truffa delle quote latte.
Si rintraccia nelle parole dell’ex capogruppo alla Camera e assessore regionale in Lombardia, Alessandro Cè, il quale spiega: «La Lega è nata contro lo strapotere dei partiti e ora è diventata come gli altri». E in qualche caso anche peggio. Alessandro Costa, assessore alla sicurezza di Barbarano Vicentino, è indagato per sfruttamento della prostituzione: gestiva siti di annunci a luci rosse. Aldo Fumagalli, ex sindaco di Varese, è indagato (peculato e concussione) per un giro di false cooperative.

Il presidente dell’Azienda di Trasporti di Verona, Gianluigi Soardi,
da almeno quindici anni è uno degli esponenti più nord della Lega in città e sindaco di Sommacampagna, è indagato dalla procura della repubblica per una vicenda relativa a rimborsi per trasferte automobilistiche e spese di rappresentanza.

E occhio alla vicenda della scuola di Adro, e del Sole delle Alpi effigiato in tutte le pose su quell’edificio. Non si tratta soltanto di una vergogna politico-culturale. Ma si rivelerà anche uno spreco di soldi pubblici, quando finalmente il sindaco leghista Lancini - «Lo farò soltanto se me lo ordina Bossi» - si deciderà a fare cancellare quei segni propagandistici, come gli ha chiesto anche il ministro Gelmini. Diecimila euro, sborsati dal Comune, costerà la ripulitura del tetto. I dieci zerbini istoriati col simbolo leghista sono costati la bella cifra di 7.500 euro, e adesso se ne dovranno spendere se non altrettanto - visto il prezzo esorbitante dei primi dieci - almeno un altro po’ per sostituirli. E via così.

Dal micro al macro, quanto costerà l’eventuale trasferimento dei ministeri da Roma al Nord che la «Lega Sciupona» vorrebbe imporre?
E porteranno in Padania anche i corridoi dell’attuale dicastero dell’Agricoltura, a largo Santa Susanna, le cui passatoie sono state dipinte di verde, secondo il ministro Galan, dal suo predecessore e ora governatore bossiano del Veneto, Luca Zaia?




Powered by ScribeFire.

Arrestato l'avvocato dei boss che minacciò la Capacchione, Saviano e il giudice Cantone

Il Mattino



NAPOLI (28 settembre) - L'avvocato Michele Santonastaso, che durante il processo di appello Spartacus lesse il proclama contro Roberto Saviano, Rosaria Capacchione ed il giudice Raffaele Cantone, è stato arrestato questa mattina dagli agenti della Dia di Napoli assieme a Michele Bidognetti (foto), fratello del boss Francesco e al capoclan del quartiere Vomero Luigi Cimmino. In particolare, il legale avanzò istanza di ricusazione del Collegio giudicante leggendo una lettera, a nome dei suoi assistiti, capi del clan dei Casalesi e imputati nel processo, secondo la quale la Corte si lasciava influenzare dalle opinioni dello scrittore, della giornalista e del magistrato.

La lettera fu interpretata come minatoria e da allora sono state intensificate le misure a tutela dei tre. I tre arrestati di questa mattina sono accusati di corruzione, falsa testimonianza e falsa perizia nell'ambito di un'inchiesta coordinata dai pm Antonello Ardituro, Francesco Curcio e Alessandro Milita.

L'inchiesta verte sugli espedienti adoperati per agevolare affiliati alle organizzazioni criminali Bidognetti, Cimmino e La Torre; quest'ultimo clan è attivo nella zona di Mondragone in provincia di Caserta




Powered by ScribeFire.

Santa Lucia, asse tra Lavitola e il ministro

Corriere della sera


L'uomo accusato dai finiani: un'email di agosto tra le prove decisive. E il governo dell'isola conferma



Lavitola nel  suo manifesto elettorale
Lavitola nel suo manifesto elettorale
S
ANTA LUCIA (Piccole Antille) - Un tempismo perfetto, quasi sospetto. Valter Lavitola arriva all'ultimo istante alla conferenza stampa convocata a sorpresa dal ministro della Giustizia di Santa Lucia Lorenzo Rudolph Francis. E in tasca ha una email: il colpo di scena. Un passo indietro: Lavitola è l'editore di Avanti ma soprattutto è l'uomo individuato dai finiani come autore del documento che attribuisce a Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, la titolarità delle società off shore (Printemps Ltd e Timara Ltd) che sono coinvolte nel caso Montecarlo. 

Ieri pomeriggio alle cinque, nella stanza della presidenza del Consiglio, nessuno sapeva chi fosse quando si è presentato: «Sono Lavitola, signor ministro. Vorrei che lei rispondesse sinceramente, ma davvero sinceramente, a una domanda: è vero che fra i documenti della vostra indagine preliminare esiste una email fra Walfenzao e Gordon? È vero che risale ai primi giorni di agosto?» La risposta arriva con un sorriso: «Sì, è così». E ancora: «È vero che è determinante per provare che Tulliani è legato alle due società?» «A questo non posso rispondere».

Eccolo, il colpo di scena. La famosa email di cui Lavitola aveva già parlato in più di un'intervista e la conferma del ministro. Ancora un passo indietro: Walfenzao è James Walfenzao, l'uomo chiave per tutte le società che riguardano lo scandalo di Montecarlo, e Gordon è Michael Gordon, avvocato dello stesso studio legale nel qual hanno sede la Printemps e la Timara, in Manoel Street 10.


Lavitola giovedì sera ad «Annozero» era stato accusato dal capogruppo di Fli alla Camera, Italo Bocchino, di essere responsabile di «dossieraggio» contro Fini e il giorno dopo era stato a Palazzo Grazioli. Ieri è sbarcato a Castries, la capitale di Santa Lucia, giusto in tempo per farsi dare una risposta dal ministro Francis il quale nella sua conferenza stampa premette: «Ho deciso di ricevervi perché possiate fare tutte le domande che volete ma vi prego da oggi in poi basta. A Santa Lucia non amiamo questo genere di intrusioni».


Il ministro dice anche che di email Walfenzao-Gordon nel suo fascicolo ce n'è più di una. È Lavitola che, a microfoni spenti, più tardi, spiega il contenuto di quella che secondo lui è «determinante»: sarebbe Walfenzao a scrivere a Gordon e a lamentarsi per le notizie di stampa che parlano di rottura fra Fini e Berlusconi in Italia. Secondo Lavitola Walfenzao dice: «La sorella di un nostro cliente italiano ha un forte rapporto con uno dei due». E questo è un guaio, stando alla ricostruzione di Lavitola, perché il legame con un politico «è informazione sensibile e dovrebbe essere un dato denunciato ufficialmente quando si costituisce una società. Invece Tulliani l'ha tenuto nascosto e quindi, quando Walfenzao e Gordon hanno sentito dello scandalo si sono incazzati con lui. Secondo me è stato Gordon ad andare dal governo e suggerire di aprire l'inchiesta, per scaricare Tulliani».


Giusi Fasano
28 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Addio Gloria Stuart, la Rose di Titanic

di Redazione



L'attrice aveva interpretato il ruolo dell'anziana sopravvissuta alla tragedia del Titanic nel film di James Cameron. Aveva 100 anni ed era malata di cancro ai polmoni

Los Angeles - A 100 anni è morta per insufficienza respiratoria Gloria Stuart, che nel 1997 interpretò l'anziana Rose, sopravvissuta alla tragedia del "Titanic", nel film di James Cameron. Lo ha annunciato la figlia Sylvia Thompson. L'attrice è stata una delle regine di Hollywood degli anni Trenta era malata di cancro al polmone da cinque anni e aveva combattuto contro un tumore al seno una ventina d’anni fa. 

Notorietà raggiunta a fine carriera Da ragazza Gloria Stuart, è stata vista sia in film di serie B sia in lavori importanti come "L’Uomo invisibile", "La danza delle luci" di Busby Berkeley, ma anche in due pellicole con Shirley Temple come "Rondine senza nido" e "Una povera bimba milionaria". A metà anni Quaranta aveva però deciso di interrompere la sua carriera. Gloria Stuart era tornata al cinema e in televisione negli anni Settanta, ma è stato il ruolo di Rose Calvert - ruolo che aveva diviso con Kate Winslet  - che le aveva dato ulteriore notorietà a fine carriera. "Sono davvero molto triste per aver ricevuto la notizia della perdita di una donna così notevole", ha dichiarato proprio Kate Winslet, "Mi sen



Powered by ScribeFire.

E' morto Foppa Pedretti "Re" del'arredo in legno

di Redazione



Ezio Foppa Pedretti, fondatore della famosa azienda per gli arredi in legno, è morto a 83 anni. Lascia quattro figli e diversi nipoti. Dalla passione per i giocattoli ai trionfi, nazionali e internazionali, nel volley femminile


Bergamo - Anche chi non lo aveva mai visto di persona conosceva benissimo il suo cognome, un "marchio" conosciuto nel mondo. Un simbolo indiscusso del made in Italy. È morto nella notte scorsa a Bergamo, Ezio Foppa Pedretti, il fondatore della famosa azienda per gli arredi in legno. Aveva 83 anni. La data dei funerali non è stata ancora fissata. La notizia della scomparsa è stata annunciata dal sito internet del quotidiano "L’Eco di Bergamo". 


L'azienda Ezio Foppa Pedretti, Cavaliere del Lavoro e Grande ufficiale al merito, da una passione per i giocattoli in legno ha creato un’azienda, nata a Telgate nel 1945, che è diventata nota in tutta Italia e in tutto il mondo per il suo uso del legno anche in settori dove non veniva mai utilizzato (basti ricordare i seggioloni e i lettini in legno). 


La famiglia Ezio Foppa Pedretti lascia quattro figli, Enrica, Pinangela, Annamaria e Gianluigi, e i tanti nipoti e bisnipoti ai quali era legatissimo e con i quali amava trascorrere il suo tempo libero. 


I trionfi nel volley La fortuna della Foppapedretti come azienda è coincisa anche con l’esplosione del volley femminile a Bergamo che, con la storica sponsorizzazione, ha dettato legge in campo nazionale e internazionale. Ezio Foppa Pedretti, fin quando lo hanno sostenuto le forze, è sempre rimasto vicino all’azienda, considerata come una casa.




Powered by ScribeFire.

Tragedia nel porto di Genova indagato comandante del traghetto

Corriere della sera

Sulla base dei primi accertamenti compiuti non sarebbe stato dato l'ordine di «fermo macchine»

Dopo la morte della coppia di turisti caduti in mare durante l'attracco- Tragedia nel porto di Genova indagato comandante del traghetto. Sulla base dei primi accertamenti compiuti non sarebbe stato dato l'ordine di «fermo macchine»


GENOVA - Un avviso di garanzia è stato notificato a Giuseppe Vicidomini, 41 anni, comandante del traghetto Moby Otta, dopo l'incidente avvenuti domenica mattina nel porto di Genova, dove due turisti tedeschi, Philipp Habel di 28 anni, e Melanie Starzynsky, di 29, sono morti precipitando con l'auto in acqua durante lo sbarco.


IL COMANDANTE: «NON ERO SULLA PLANCIA» - «Durante l'incidente io non ero in plancia. Le operazioni ormeggio erano ultimate e ho accompagnato il pilota del porto verso la pilotina» ha dichiarato agli inquirenti il comandante Vicidomini, in spontanee dichiarazioni. Il comandante della nave da cui sono precipitati in mare due turisti a bordo della loro auto è l'unico indagato per la duplice tragedia. Secondo gli inquirenti non avrebbe dato l'ordine di «Ferma macchine», determinando una situazione di pericolo che poi ha preso forma quando qualcuno ha erroneamente inserito la marcia «avanti» facendo partire di scatto la nave proprio quanto Philipp Habel, 29 anni, e Melanie Starzynsky, 28 anni, si trovavano sulla rampa di uscita dalla stiva.

Il pilota del porto Jhon Gatti si trovava al timone della pilotina accanto al traghetto quando è avvenuto l'incidente. Gatti attendeva il collega che ha portato la nave all'ormeggio, Eugenio Martini, quando ha notato che il traghetto si spostava. «Per il timore di essere risucchiati dalle correnti prodotte dalle eliche - ha detto agli inquirenti - ho spostato la pilotina, così da uscire dalle scie. Ho visto che la poppa della nave si è scostata dalla banchina di circa dieci metri». In quel frangente è avvenuto l'incidente.

27 settembre 2010

Montecarlo, trovata la cucina dei Fini E' la Scavolini comprata a Roma: foto

di Ilaria Cavo


Ecco la foto scattata nel famoso appartamento di Boulevard Princesse Charlotte: i mobili sono identici a quelli acquistati dal presidente della Camera insieme alla compagna Elisabetta. Coincide proprio tutto, dal colore agli accessori. L'ultimo sospetto su Tulliani: i 100mila euro usati per i restauri. Chi li eseguì giura di averli fatturati alla off shore



Montecarlo - Finalmente possiamo guardare oltre quelle persiane grigie che si affacciano sul cortile interno di Boulevard Princesse Charlotte 14, a Montecarlo, chiuse da settimane; da quando è scoppiato il caso «Montecarlo» e Giancarlo Tulliani si è allontanato da quell’appartamento diventato improvvisamente troppo scomodo. 

Quei 70 metri quadri che sono diventati il giallo dell’estate hanno un solo colore dominante: il bianco. Sono bianche le porte di ogni vano, sono bianchi i muri, è bianco tutto l’arredo: l’armadio ad ante scorrevoli della camera da letto, il letto matrimoniale con il copriletto blu, il divano in soggiorno. Soprattutto, è bianca la cucina, proprio come la Scavolini acquistata a Roma, nel mobilificio Castellucci, con un contratto di acquisto a nome Tulliani. 

Il Giornale, il 14 agosto scorso, ha pubblicato il progetto di quella cucina in ogni dettaglio, affiancato alle dichiarazioni di Davide Russo, uno dei dipendenti di quel negozio che aveva supervisionato il progetto: «Ho visto Fini e la Tulliani lavorare a preventivi e progetti con i colleghi, le loro visite non sono mai state un segreto. Preventivi, ordini e progetti erano per un appartamento non italiano, si parlava apertamente di una casa a Montecarlo quando ci si riferiva ai preventivi della Tulliani e quella localizzazione fu confermata dall’esigenza di trovare uno spedizioniere di fiducia... Nessuno dubitava che la meta fosse Montecarlo ma la ricerca era: oltreconfine». 
Il mobilificio non aveva smentito la vendita di quella cucina, certificata dall’ordine di acquisto, semplicemente aveva precisato di non aver fatto direttamente la spedizione all’estero: aveva di fatto confermato l’acquisto, non la meta di destinazione. I coniugi Fini, in vacanza ad Ansedonia, avevano fatto trapelare dal loro entourage che quella cucina non provava niente perché era destinata a Roma, non alla casa di Montecarlo. «Quella fattura non prova niente - aveva commentato il finiano Benedetto Della Vedova - la cucina si trova a centinaia di chilometri di distanza da Montecarlo». 
Oggi, le foto degli interni dell’appartamento di Montecarlo aggiungono un tassello non di poco conto per comprendere il giallo degli acquisti e del trasporto dei mobili. Non solo la cucina montata nella casa di Montecarlo è bianca come quella acquistata a Roma da Elisabetta Tulliani alla presenza di Gianfranco Fini: anche la disposizione di ogni modulo, di ogni componente di arredo, è identica. E lo stesso Davide Russo, contattato dal Giornale, di fronte alle foto commenta: «Le somiglianze sono impressionanti. Non so se la cucina è quella di cui si è occupato il mobilificio, noto però che tutto corrisponde perfettamente: dal modello ai colori, dagli accessori alle misure». 
Basta un confronto tra la foto scattata all’interno dell’appartamento e il progetto elaborato dal mobilificio romano per avere un immediato riscontro: dall’immagine si vede il lavandino, a doppia vasca, posizionato sulla destra, proprio come suggerisce il progetto degli arredatori del mobilificio Castellucci. Spostato più a sinistra c’è l’angolo cottura (le piastre, non i fornelli) esattamente nel punto indicato dal modello approvato nel mobilificio romano. 

Nel confronto tra la foto e il progetto coincide anche la disposizione di ogni anta, di ogni modulo, a partire dal frigorifero che si intravede a destra, per passare alle cappa, identica nella forma a quella del progetto, collocata esattamente dopo tre moduli (il frigorifero e due ante) proprio come indicato dal disegno della cucina acquistata. Saranno tutte coincidenze ma anche le maniglie sono a incasso, e così vengono indicate nel contratto di acquisto del mobilificio di Roma. 

«Portarotoli a tre piani cromato» è scritto sull’ordine della cucina acquistata dalla Tulliani, e quello fotografato alla parete della cucina di Montecarlo è cromato e, appunto, a tre livelli. Stesso ragionamento per il portaspugne: cromato sulla carta, cromato sulla foto. 
Anche la piantina dell’appartamento di Montecarlo, in particolare della cucina, conferma le deduzioni tra progetto e foto: secondo la mappa (pubblicata sempre dal Giornale due settimane fa) il vano della cucina è lungo 3 metri e 85 centimetri, la cucina acquistata al mobilificio Castellucci misura tre metri e ottanta centimetri: ovvero entra benissimo, alla perfezione, con soli cinque centimetri di scarto. Tutte coincidenze? Tutte casualità? 

Il presidente della Camera ha sostenuto, nel suo primo comunicato di metà estate, di non sapere che suo cognato, Giancarlo Tulliani, dopo avergli indicato la società interessata a comprare l’immobile, ne fosse diventato l’inquilino. «Ho appreso da Elisabetta che il fratello aveva in locazione l’appartamento. La mia sorpresa e il mio disappunto possono essere facilmente intuite». Nel suo videomessaggio di domenica scorsa, dopo la pubblicazione delle carte di Saint Lucia che indicavano Tulliani come proprietario dell’appartamento, ha parlato di «arrabbiatura», proseguendo sempre sulla linea della sua ingenuità e della sua estraneità. 
A comprare la cucina di Roma, però, lui c’era. Se quella cucina non è soltanto identica, ma è la stessa a quella montata in boulevard Princesse Charlotte 14, non si può non dedurre che Fini non poteva non sapere. Alcuni frequentatori del palazzo di boulevard Princesse Charlotte - come l’imprenditore Luciano Care - hanno dichiarato di aver visto Fini nell’androne, insieme alla sua compagna. L’imprenditore Luciano Garzelli, uno dei più importanti costruttori del principato, è stato coinvolto nella ristrutturazione dell’immobile: lo aveva contattato l'ambasciatore italiano, Mistretta, dopo che Giancarlo Tulliani era andato a fargli visita. 

Gli avevo chiesto il nome di una ditta fidata disposta a fare i lavori in quell’appartamento ma la società di Garzelli era troppo grossa per un progetto che prevedeva che tutti i materiali arrivassero dall’Italia: «Ho parlato con Giancarlo Tulliani, mi ha spiegato che tutto il materiale, tutto l’arredo, doveva arrivare dall’Italia - racconta Garzelli - allora l’ho messo in contatto con una ditta più piccola, la Tecabat, e mio figlio Stefano ha seguito i lavori con loro». 
Tutti i materiali dovevano arrivare dall’Italia, inclusa la cucina? «Sicuramente è arrivata dall'Italia, è arrivata a Ventimiglia quella cucina», ha confermato Garzelli. È stato il primo interpellato, in questa ristrutturazione, quindi il primo a tenere i contatti con l’architetto romano che seguiva il progetto per conto dei Tulliani: «I cambiamenti con l’architetto li facevano Giancarlo Tulliani e la sorella. Ho della mail che parlano anche della sorella... Cambiavano piccole cose, erano loro che gestivano per conto di Timara (la società off-shore che ha acquistato l’immobile) queste cose». 

A Gian Marco Chiocci ha anche affermato di essere stato chiamato direttamente, al telefono, dalla Tulliani per i lavori da fare in quell’appartamento e ha mostrato anche alcune mail: «25 ottobre 2009, l’architetto fa presente che la signora Tulliani è d'accordo, mi dice di procedere col preventivo per le forniture»; «20 ottobre, l’architetto dice che la signora Tulliani ha avuto un ripensamento, che vuol eliminare lo spogliatoio armadio adiacente la camera da letto, che vuole la camera da letto più grande e dovrà rimpicciolire il bagno». 
E in effetti è stato proprio così: la camera da letto è stata ampliata rispetto al progetto originario, un muro divisorio è stato abbattuto. Ora che tutti i lavori sono terminati, le tre finestre ancora chiuse potrebbero dar luce a un bel soggiorno, arredato con un tavolo di cristallo e un divano bianco. Ma proprio ora che, con centomila euro, l’appartamento è stato trasformato in un alloggio comodo, elegante, al centro di Montecarlo, Gianfranco Fini ha chiesto a suo cognato di lasciarlo.



Powered by ScribeFire.

E ora si parla di mail che portano a Tulliani

di Massimo Malpica



Nuove rivelazioni da Santa Lucia. Il ministro della Giustizia ribadisce: le società di Montecarlo sono del cognato di Fini. Nella capitale sbarca Lavitola, il direttore dell'Avanti! coinvolto nei giorni scorsi da Bocchino


Castries (Santa Lucia) - Nel cielo una volta tanto sereno di Santa Lucia la notizia piomba come un fulmine. Dopo aver evitato di incontrare la stampa italiana in mattinata, il ministro della Giustizia della nazione insulare, Lorenzo Rudolph Francis, convoca una conferenza stampa per le quattro del pomeriggio. A fare gli onori di casa è come sempre il portavoce del premier, Darnley Lebourne, e il ministro autore della lettera secondo la quale Tulliani è il «beneficiario effettivo» di Printemps e Timara esordisce spiegando che è l’ultima volta che fornirà chiarimenti, perché «a Saint Lucia non piacciono le intrusioni come questa». 

Non pochi minuti al volo, come accaduto nell’incontro precedente, convocato solo per confermare l’autenticità della missiva. Stavolta la conferenza stampa è fatta di domande e di risposte: emergono nuovi dettagli interessanti. Viene fatto espressamente il nome di Giancarlo Tulliani, per esempio, confermando che dai documenti raccolti nell’indagine preliminare emergeva con certezza che lui fosse il «beneficial owner», e di entrambe le società: Printemps e Timara. Ma il vero colpo di scena arriva quando alza la mano per fare una domanda Walter Lavitola, il direttore dell’Avanti indicato nei giorni scorsi da Italo Bocchino come autore del documento-patacca, prima che proprio il ministro della Giustizia ne rivendicasse l’autenticità.

«È vero che tra i documenti di questa indagine avete una e-mail spedita da James Walfenzao a Michael Gordon (il direttore della Corpag, che ha registrato i contratti della Printemps e della Timara, ndr), risalente all’inizio di agosto?». Il ministro ride, e anche se prima aveva negato risposte a domande troppo specifiche stavolta butta un’occhiata al portavoce e poi replica con enfasi: «Yes». Lavitola doppia: «Ed è uno dei documenti chiave dell’indagine?». Francis stavolta scuote la testa e dopo qualche secondo spiega di non poter rispondere. Inevitabilmente, l’arrivo di Lavitola, accompagnato da giornalisti centroamericani, tra cui il dominicano Jose Antonio Torres, primo a pubblicare la lettera, ruba la scena al ministro, che conclude la press conference questionando sulla data dell’inizio dell’indagine.

«Due, tre mesi», spiega, ma gli vien fatto notare che in mattinata, alla stampa locale, aveva parlato di un lasso di tempo maggiore, quando il caso Montecarlo non era di pubblico dominio. Così Corrado Formigli di Annozero domanda al ministro se ha mai visto prima Lavitola. Francis nega. L’incontro finisce lì, il ministro va via ma Lavitola no. E spiega di aver avviato un’indagine in proprio. Al centro delle sue carte, quella mail. 


Datata 6 agosto, e in cui, spiega l’editore, «Walfenzao parla in maniera chiarissima e inequivocabile di Tulliani, pur non citandolo espressamente». Walfenzao spiegherebbe a Gordon di essere preoccupato per le tensioni tra Berlusconi e Fini poiché la sorella del suo cliente aveva un forte rapporto col presidente della Camera. E l’arrivo a sorpresa di Lavitola? «Era annunciata, non ci sono misteri, anche Torres ora lavora per me, gli ho fatto un contratto, ma naturalmente l’ho contattato solo dopo che il documento era già pubblico». Per ora, è l’ultimo colpo di scena.




Powered by ScribeFire.

I 100mila euro per i restauri: l’ultimo sospetto su Tulliani

di Gian Marco Chiocci


Per Fini fu Giancarlo a pagare i lavori. Ma chi li eseguì giura di aver fatturato alla off shore proprietaria dell’immobile. Il capocantiere conferma che il fratello di Elisabetta dirigeva la ristrutturazione



Montecarlo - Autogol bis? Dopo l’incredibile pasticcio difensivo dei primi d’agosto allorché al punto sette delle sue otto (non) risposte rivelò alla stampa di conoscere una data che non avrebbe dovuto conoscere (quella del secondo rogito fra le due società off shore del 15 ottobre 2008), Gianfranco Fini s’è messo in condizione d’esser messo nel mirino per un altro svarione in zona cesarini: a suo dire, infatti, il cognato con la Ferrari gli avrebbe confidato che per la casa di Montecarlo aveva saldato anche le spese di ristrutturazione. Circostanza che collide con quanto affermato al Giornale dal titolare della società Tecabat in merito al saldo di centomila euro fatturato alla Timara Ltd proprietaria dell’immobile, dunque non a Tulliani. 

Lapsus o cos’altro? Proviamo a scoprirlo. Ecco il passaggio del monologo internettiano di Fini sul restauro della casa che fu della contessa Anna Maria Colleoni: «Come ho già avuto modo di chiarire, solo dopo la vendita ho saputo che in quella casa viveva il signor Giancarlo Tulliani. Il fatto mi ha provocato un’arrabbiatura colossale, anche se egli mi ha detto che pagava un regolare contratto d’affitto e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione». 
Rino Terrana, proprietario della società Tecabat di Mentone, intervistato dal Giornale il 16 settembre scorso, la metteva invece così: «La mia Tecabat ha fatturato all’incirca centomila euro di lavori a Timara Ltd ma faccio presente che noi non sapevamo niente, e non sappiamo, rispetto a chi c’è dietro questa società. Ha fatto da tramite un architetto. E comunque è tutto in regola, i dettagli li conosce il contabile, non ho alcun problema, eventualmente, a riferire al magistrato gli estremi del versamento in banca». 
Ancora un passo indietro. Tre giorni dopo lo scoop del Giornale del 27 luglio, sempre a questo quotidiano, Stefano Garzelli, uno dei referenti della Tecabat che personalmente ha seguito i lavori, svelò che il prezzo finale ammontava «all’incirca a centomila euro» e le fatture venivano girate attraverso un architetto di fiducia al cliente (Tulliani o la Tecabat?) che «Giancarlo Tulliani era sempre presente nel cantiere dicendo ogni volta la sua su come voleva che venissero fatti gli interventi di ristrutturazione», e soprattutto che «c’era un rapporto diretto fra la Timara e Tulliani». 

Fini, dunque, confessa sul web che il cognato gli ha giurato d’aver pagato personalmente i lavori. Il titolare della società di ristrutturazione afferma invece d’aver fatturato alla società Timara proprietaria dell’immobile, dunque non a Tulliani. Il capocantiere Tecabat ci mette il carico sopra facendo presente che Tulliani e Tecabat avevano «una relazione diretta» e che Tulliani dirigeva il restauro.

A prendere per buone le testimonianze monegasche, quando il presidente della Camera afferma che il cognato ha saldato l’importo del restauro (pagato invece dalla Timara) sancisce di conseguenza che il cognato sarebbe il proprietario del quartierino? Ciò detto verrebbe meno anche l’eventualità che l’affittuario Tulliani, d’accordo col proprietario di casa, possa essersi accollato le spese dei lavori da detrarre poi dal canone mensile o annuale. E ancora. 


Se è la Timara Ltd a staccare l’assegno per il rifacimento della casa, come mai Giancarlo e la sorella Elisabetta, a detta del costruttore Luciano Garzelli (contattato dall’ambasciatore Mistretta per dare inizialmente una mano a Tulliani), attraverso un architetto imponevano modifiche al progetto e addirittura il trasporto, dall’Italia, dei materiali? «L’architetto della signora - ha ribadito Garzelli il 25 settembre al Giornale - mi disse di procedere col preventivo ad eccezione delle forniture, cioè le piastrelle, i rubinetti, i mobili, la famosa cucina. 

Tutta roba che i Tulliani insistevano a portare dall’Italia». Il presidente della Camera ha sempre sostenuto di essere all’oscuro di tutto e di aver appreso con «sorpresa e disappunto» dalla compagna che in quella casa abitava il cognato. E del trascurabile dettaglio che i lavori di ristrutturazione li avesse seguiti proprio Elisabetta, ovviamente prima del trasferimento del fratello in quella casa, anche di questo era all’oscuro?




Powered by ScribeFire.

La "libera stampa" si beve tutto E su Fini si imbavaglia da sola

di Giancarlo Perna


Il videomessaggio non ha chiarito nulla, ma quasi tutti i quotidiani si dicono soddisfatti. A loro basta sminuire le inchieste del Giornale


L’autodifesa di Gianfranco Fini sulla casa monegasca è stata accolta da molta stampa con cimbali e tamburi. Illustri editorialisti si sono sbizzarriti in psicologismi sulla breve apparizione online del presidente della Camera. Chi ne ha apprezzato gli «accenti sinceri», chi la «buona fede», chi si è commosso per «l’ingenuità» dimostrata, concludendo che Fini aveva chiarito tutto. Sono gli stessi che un mese fa si ritennero appagati dalle spiegazioni di Gianfry in otto punti. 

Salvo poi scoprire che si era dato la zappa sui piedi pasticciando tra l’atto di vendita dell’appartamento di An a una società offshore (l’unico di cui avrebbe dovuto sapere) e quello del successivo trasferimento del medesimo a un’altra offshore (di cui avrebbe invece dovuto essere all’oscuro) che l’ha poi locato al cognatino. Il fatto è che tutti costoro si sarebbero bevuti qualsiasi cosa Fini avesse detto. A loro non interessa sapere il ruolo effettivo di Gianfry nella faccenda. Gli basta sia nemico giurato del Cav per osannarlo.

Fini, in realtà, non ha spiegato nulla. Lo stesso mezzo usato - il messaggio online - è stato un espediente. Se fosse stato davvero sincero, il presidente della Camera avrebbe convocato una conferenza stampa e affrontato giornalisti in carne e ossa. Ha scelto invece la scorciatoia del monologo per dire quello che voleva e uscirne indenne. Aveva calcolato che, se non si esponeva troppo, i commentatori avrebbero sorvolato sui silenzi e, rovesciando la realtà, sentenziato l’assoluzione. Lui, bene o male, se l’è cavata. La stampa ne è uscita con le ossa rotte.

Fini non ha detto perché An - di cui era il legale rappresentante - ha accettato di vendere a una offshore, sinonimo di anonimato e opacità. Né perché l’abbia fatto al prezzo risibile di 300 mila euro, quando il suo immobiliarista di fiducia aveva valutato l’appartamento 1,3 milioni e un senatore del suo partito, Antonino Caruso, ha dichiarato che esisteva un’offerta di acquisto per un milione. Inoltre, toccando il fondo, ha continuato a fare lo gnorri sulle manovre del cognatino. E ciò nonostante le autorità caraibiche - le sole in grado di svelare chi si celi dietro le offshore - affermino che il titolare dell’appartamento sia Giancarlo Tulliani.

Invece di prenderne atto, Fini nell’allocuzione online, ha taciuto la circostanza profittando indecentemente dell’assenza di contradditori. Cosa che in una normale conferenza stampa non sarebbe mai potuta accadere. È grazie a questa sapiente regia del monologo che il presidente di Montecitorio, esagerando in impudenza, ha potuto furbescamente dire che avrebbe dato le dimissioni solo se si fosse accertato che Tulliani era il vero proprietario della casa monegasca. Ma è accertato, signor Presidente. Le autorità caraibiche l’hanno detto papale papale: Tulliani è il titolare dell’offshore che possiede l’appartamento e, dunque, ne è il proprietario. Quel che Lei rimanda al futuro, si è già avverato. Se fa finta di niente, è perché può impunemente prenderci per i fondelli.

Qui, arriviamo al punto. Perché ci può menare per il naso? Elementare: per la complicità della grande stampa che - con poche eccezioni: Il Giornale e Libero su tutti - sorvola sui fatti e consente a Gianfry di arrampicarsi sugli specchi. Non c’è, infatti, peggior sordo di chi non vuole sentire. Hai voglia mettere in fila le prove ma se chi dovrebbe valutarle e trarne le conseguenze fa il finto tonto, tutto finisce in palude. 


Succede con i giudici disonesti, accade con la stampa orba. Per anni si è parlato di «presunte» Br pur di non riconoscere che gli assassini erano dell’album di famiglia. Mutatis mutandis, ci risiamo. «Fini è apparso in buona fede, convinto di non avere agito in modo illegale … Chi (dopo la comparsata online, ndr) voleva dipingere Gianfranco Fini come un cinico svenditore del patrimonio del partito… ha molte meno frecce nel suo arco avvelenato». Cito dalla prosa, sul Corsera, di Pierluigi Battista, editorialista a me caro e in genere sereno.

Ma lo stesso tono crepuscolare usano anche i partigiani con l’elmetto di Repubblica, Scalfari («molte affermazioni di Fini sono condivisibili») e D’Avanzo («Fini vittima ingenua»), i cronisti della Stampa, del Riformista, ecc. Tutti lì appesi ai contorcimenti del loro protetto, pieni di buchi, più di una gruviera. Tutti improvvisamente di bocca buona ora che tocca a Fini, quando in altre occasioni hanno cercato il pelo nell’uovo fino allo sfinimento. Immaginate se l’ex ministro Scajola - che come Gianfry per Montecarlo «non sapeva nulla» del primo piano al Colosseo - avesse detto: 


«Mi dimetto quando sarà appurato che il prezzo della mia casa non era congruo e che il denaro in più, versato a mia insaputa, fosse necessario all’acquisto» o cose così. Allora sì, che ne avremmo viste delle belle, tra sberleffi di Battista e anatemi di Scalfari. Quasi che l’incauta compera dell’ex ministro fosse peggiore della svendita (e sospetto storno ai Fini-Tulliani) di un’eredità di An affidata alla custodia fiduciaria di Gianfry. La stampa ha la specialità dei polveroni. Tanto di quelli in cui, battendo la grancassa, l’innocente diventa colpevole; quanto di quelli in cui, messa la sordina, il ladro passa per gentiluomo. Ma sempre, siatene certi, per fini impropri.

Ora in favore di Gianfry gioca senz’altro il suo antiberlusconismo. C’è però un altro elemento tutto interno alla corporazione giornalistica. Lo dimostra la continua accusa di dossieraggio, l’allusione allo zampino dei servizi segreti, l’astio con cui i concorrenti hanno seguito l’inchiesta del nostro quotidiano. Il «giornale di famiglia» secondo la corrente terminologia farlocca. Come se il Corsera non fosse dei banchieri, La Stampa della Fiat, La Repubblica di De Benedetti. Che ci sia qualcosa di sporco e insano nella nostra redazione, è parto della fantasia del finiano Italo Bocchino. Il resto della stampa si è però allineato con tripudio al calunniatore.

Alla base c’è l’invidia per un colpo giornalistico con pochi precedenti e una caratteristica rara: è il primo scoop, da decenni, che non si fonda su carte uscite dai meandri dei tribunali e non deriva dall’input delle toghe. Un’indagine sul campo e non materiale rimasticato sulle scartoffie giudiziarie. Ecco allora che, rosi dalla gelosia, i giornali che devono le loro passate fortune agli ammanicamenti con le procure si sono uniti nell’imbrattare il nostro lavoro. Col sottinteso che qualsiasi inchiesta non patrocinata sottobanco dai magistrati sia sospetta e deviata. Un teorema cretino e micidiale che, a dargli retta, è un cappio sulla libera stampa. Basta non dargliela.




Powered by ScribeFire.

Sgarbi denuncia Grillo: furto e plagio "Ha rubato formula mio movimento"

di Redazione



Il critico d'arte chiede a Grillo 10 milioni di euro di risarcimento danni per la primogenitura della frase: "Non siamo né a sinistra, né a destra, ma in alto"


Sgarbi versus Grillo. Nuova puntata di uno scontro tra personaggi di opposti fronti. Il critico e il guitto, l’intellettuale e il comico. Stavolta l’oggetto del contendere è una «formula politica» usata al Woodstock 5 stelle, le accuse dell’uno contro l’altro: furto e plagio. Proprio così, la frase «trafugata» dallo strappa-risate sarebbe «noi non siamo né a sinistra, né a destra, ma in alto». «Una formula da me coniata oltre 15 anni fa a Segrate», spiega il professore, che ha incaricato il suo legale Giampaolo Cicconi di sporgere denuncia. 

Un'azione decisa al grido di «lui è un ladro, non posso accettare che la mia formula venga usata da questo bulletto di periferia che peraltro in Porsche, mentre io facevo politica, tentava di corteggiare mia sorella». Insomma un affronto arricchito di risentimenti del passato. «Siamo di fronte alla penosa falsificazione di un falsario provinciale - spiega Sgarbi - che continua a ripetere senza citarne la fonte il motto del mio movimento politico». Richiesta danni: 10 milioni di euro, che verranno usati per creare il movimento 7STELLE.




Powered by ScribeFire.