lunedì 27 settembre 2010

Santoro pubblica il suo Cud

Corriere della sera


Il conduttore mostra sul sito di «Annozero»
la sua retribuzione Rai: 662.443,45 euro






MILANO - Detto, fatto. Michele Santoro ha pubblicato sul sito di «Annozero» il testo integrale dell'intervento con cui giovedì scorso ha aperto la puntata di esordio della trasmissione di Rai2 - e che ha suscitato le ire del direttore generale della Rai Mauro Masi - e la copia del Cud 2010, da cui risulta un reddito lordo da 662 mila euro, con l'auspicio che gli altri dirigenti e conduttori Rai seguano il suo esempio. «Allo scopo di aiutare chi intende muovermi delle contestazioni, ho trascritto puntualmente il testo del mio intervento di giovedì scorso», scrive inoltre Santoro nella sezione denominata «Vaf» (la sigla sta per valutazioni a freddo) del sito, prima di trascrivere l'intervento-affondo contro quelli che il conduttore chiama i «controlli ex ante».
 
IL CUD - Quanto alla dichiarazione dei redditi, Santoro si rivolge al ministro Renato Brunetta: «Caro ministro, questa è la copia del mio Cud 2010, dal quale risultano un reddito lordo di 662 mila euro e tasse e contributi per la metà. Aspetto che lei coroni la sua battaglia moralizzatrice, ottenendo la pubblicazione di quanto abbiano effettivamente percepito lo scorso anno, i principali dirigenti, conduttori e collaboratori dell'azienda».

BRUNETTA - «Mi auguro che l'iniziativa di Santoro - che, pur encomiabile, non risponde pienamente a quanto previsto dal Parlamento (i conduttori saranno infatti tenuti alla pubblicazione dei compensi percepiti a qualsiasi titolo, sia diretti sia indiretti) - afferma nel pomeriggio il ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione - possa contribuire ad accelerare la grande riforma della trasparenza dei compensi che la stessa dirigenza della Rai ha d'altra parte già dichiarato pubblicamente di condividere e sostenere». 


«A quasi due anni e mezzo dall'insediamento del governo Berlusconi - aggiunge Brunetta in una nota - tutti possono osservare come la trasparenza si sia universalmente affermata quale standard fondamentale della nostra pubblica amministrazione. Si tratta adesso di estendere questa buona pratica anche in Rai, tenuto conto che già lo scorso 9 giugno la commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la Vigilanza dei servizi radiotelevisivi ha approvato all'unanimità un emendamento all'articolo 25 del contratto di servizio che stabilisce la pubblicazione, nei titoli di coda, di tutte le trasmissioni della Rai, dei compensi dei conduttori, degli ospiti e degli eventuali opinionisti nonché di tutti i costi di produzione sostenuti».

Redazione online
27 settembre 2010




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Lele Mora ai pm: avevo una relazione con Corona, mi è costata 2 milioni

Il Messaggero





ROMA (27 settembre) - Lele Mora, interrogato dai pm di Milano nell'ambito di un'inchiesta su una maxi-evasione fiscale chiusa nel luglio scorso, ha raccontato di avere avuto una «relazione» con Fabrizio Corona e di avere speso per lui «circa 2 milioni di euro» tra il 2004 e il 2006.

Nel corso di un interrogatorio (che emerge dagli atti depositati con la chiusura delle indagini) del 13 ottobre 2009 davanti ai pm Massimiliano Carducci e Eugenio Fusco, l'agente dei vip Lele Mora racconta di aver «speso buona parte di questo denaro in regali che ho fatto a Corona al quale ho comprato 8 autovetture a partire da una Audi cabriolet per arrivare alla Benteley Continental».

Anche l'appartamento «di via De Cristoforis a Milano gliel'ho comprato io, o meglio ho rifornito Corona di circa 1 milione 500 mila euro in contanti che doveva utilizzare per l'acquisto». Nel 2005, prosegue Mora, «sono iniziati i grandi litigi tra Corona e la Moric, avendo lei scoperto l'esistenza della relazione del marito con me. Cosa che io avevo sempre negato e che poi è emerso durante l'indagine Vallettopoli». In quel periodo, aggiunge l'agente di spettacolo, «capitava spesso che Corona veniva buttato fuori di casa e mi chiedeva ospitalità».

Prima del 2008, si legge ancora nei verbali, «Corona ha avuto denaro da me per 10-11 anni». Nell'inchiesta, con al centro l'accusa di bancarotta fraudolenta, Corona e Mora sono indagati assieme ad altri e i pm si apprestano a chiedere il rinvio a giudizio.




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Ordigni sotto la sabbia: arrestato l'«Unabomber» della Costiera

Corriere del Mezzogiorno

In manette Giovanni Gargiulo, un manovale di 42 anni, che lo scorso agosto terrorizzò le spiagge di Meta





NAPOLI - In molti, riguardo l'estate appena trascorsa, ricorderanno l'incubo degli ordigni ritrovati in costiera sorrentina sotto la sabbia. Oggi un manovale, Giovanni Gargiulo, di 42 anni, è stato arrestato nel corso di un’operazione congiunta tra polizia e carabinieri, con l’accusa di avere nascosto, lo scorso agosto, alcuni ordigni sulle spiagge del litorale sorrentino. 

Gargiulo, hanno spiegato in una conferenza stampa il procuratore di Torre Annunziata, Diego Marmo e l’aggiunto, Raffaele Marino, aveva collocato gli ordigni per sfidare le forze dell’ordine. L’uomo, definito «introverso», avrebbe fatto anche dal proprio cellulare le telefonate agli alberghi della costiera per segnalare la presenza delle bombe e seminare il panico. 

Una telefonata fu fatta anche al commissariato di polizia di Sorrento, capitanato dal vicequestore Antonio Galante che ha svolto le indagini insieme con i carabinieri della compagnia locale guidata dal capitano Massimo De Bari.
 
Ad incastrare il bombarolo, i tabulati telefonici e gli elementi raccolti dagli investigatori che per settimane lo hanno pedinato. Alla sua identità si è arrivati facendo controlli su quanti, in quella zona, avevano precedenti per detenzione di materiale esplodente. Negli anni scorsi, infatti, Gargiulo era stato denunciato per questo reato.

Redazione online
27 settembre 2010





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I pm: «Sulla casa di Montecarlo non convocheremo Tulliani»

Corriere della sera


La procura di Roma e l'inchiesta sulla vendita dell'immobile di boulevard Princesse Charlotte


IL CASO DELL'APPARTAMENTO MONEGASCO


ROMA - «Nessuna intenzione di convocare Giancarlo Tulliani». È quanto ribadiscono gli inquirenti della procura di Roma che stanno indagando sulla vendita dell'appartamento di Montecarlo appartenuto ad Alleanza Nazionale. I pubblici ministeri capitolini ribadiscono che l'inchiesta punta ad accertare il prezzo della vendita dell'immobile di boulevard Princesse Charlotte e che «nulla è cambiato» dopo le affermazioni fatte venerdì scorso dal ministro della giustizia di Santa Lucia e il videomessaggio del presidente della Camera, Gianfranco Fini.

VALORE IMMOBILIARE - Ad oggi non sono ancora giunti in procura i documenti richiesti, con un supplemento di rogatoria, alle autorità monegasche, ma gli inquirenti sottolineano come le verifiche andranno avanti sino a quando non sarà definito il valore immobiliare dell'appartamento.


27 settembre 2010



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Vesuvio lavali col fuoco, razzismo anche a Cesena

Il Mattino


Cori razzisti anche al Manuzzi di Cesena. Vesuvio lavali col fuoco, i cori dei cesenati immortalati anche su YouTube. E pensare che al primo accenno di coro razzista l'arbitro dovrebbe sospendere la gara. Invece i romagnoli avranno a stento la multa. A questo punto sono felice se abbiamo vinto grazie anche a un rigore inesistente.

Lettera firmata
(26 settembre)





Vesuvio lavali col fuoco cesena-napoli



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Tulliani, il teste chiave che i pm snobbano

di Stefano Zurlo



Lo sentono, forse lo sentono, no che non lo sentono. Non pervenuto. Giancarlo Tulliani è il convitato di pietra dell’inchiesta romana sul pasticcio di Montecarlo. Un’indagine lenta che avanza faticosamente dietro le rivelazioni dei quotidiani. Il Giornale pubblica l’intervista all’immobiliarista Filippo Apolloni Ghetti che nel 2002 stimò l’appartamento di boulevard Princesse Charlotte 1,2-1,3 milioni di euro? I giudici della capitale sono ancora incagliati nelle carte di Montecarlo. Sì, sono arrivate, ma sono anche incomplete. Le autorità dei due Paesi non si sono intese e allora tocca richiedere il bis.


Certo, è paradossale che a due mesi dall’esplosione dello scandalo, il cognato non sia ancora stato sentito. Ci sono almeno tre se non quattro passaggi in questo vicenda che lasciano a bocca aperta l’osservatore. Anzitutto - siamo nel 2008 - Tulliani viene a sapere, non si sa bene come, che la casa di Montecarlo è in vendita. An, che l’ha ereditata quasi dieci anni prima dalla contessa Colleoni, se ne vuole disfare. Tulliani, più vigile di una sentinella, conosce la notizia in tempo reale. 


Ma questo è solo l’incipit: il cognato si prodiga segnalando la disponibilità di una società off shore, la Printemps. La Printemps vorrebbe comprare. Come mai Tulliani si sbraccia per mettere in evidenza la disponibilità della Printemps? Mistero. Poi curiosamente, e siamo alla coincidenza delle coincidenze, finisce con l’essere lui l’inquilino dell’appartamento ceduto per una miseria, 300mila euro, alla Printemps. Ma Tulliani paga il canone o è anche qualcosa di più? Insomma, non è per caso lui il dominus o uno dei padroni, delle società off shore, la Printemps ma anche la Timara, che hanno gestito e gestiscono l’appartamento?


Il governo di Santa Lucia, con tanto di imbarazzata conferenza stampa, conferma: è lui il padrone. L’interessato smentisce, un avvocato, Renato Ellero, saltato fuori con tempismo più che sospetto, sostiene che la proprietà è riconducibile ad un suo facoltoso cliente. Che non è Tulliani ma è misterioso come l’uomo nero. Dubbi. Sospetti. Tante, troppe coincidenze. Gli avvocati del cognato, Carlo e Adriano Izzo, mettono le mani avanti: «Il signor Tulliani non ha mai rilasciato alcuna intervista in merito all’appartamento di Montecarlo. Pertanto smentisce tutte le affermazioni a lui attribuite». E la Procura che fa? Per ora si avvita ancora sulla domanda cardine: il prezzo della vendita fu congruo? Siamo ancora alla rogatoria con Montecarlo e alla rogatoria bis. E agli interrogatori degli amministratori del patrimonio di An.


Certo, l’indagine deve prima accertare se la truffa sia stata effettivamente consumata oppure no. Insomma, se al momento della vendita l’appartamento fu sottostimato. Trecentomila euro paiono, a buon senso, una cifra ridicola sul mercato dorato di Montecarlo dove il metro quadro è oro. Il senatore Antonino Caruso, oggi con il Pdl ma allora con Fini, sostiene di aver ricevuto, non nel 2008 ma addirittura sette anni prima nel 2001, una sorta di preofferta in franchi pari a settecentocinquantamila euro. Più, molto più di un milione di oggi anche se meno del milione e duecentomila euro che Apolloni Ghetti prospettò a Fini, un Fini che teneva fra le mani la piantina dell’appartamento, nel lontano 2002. Quindi è perfino banale dover precisare che nel 2008, quando la casa passò di mano, il valore fosse ulteriormente cresciuto. Anche se il quartierino aveva bisogno di una robusta ristrutturazione.


Certo, sulle cifre ci può essere una qualche oscillazione, ma fino a un certo punto. In via della Scrofa, al quartier generale di An, la Gdf ha trovato alcuni documenti che indicano in 270 mila euro il valore dell’immobile. Ma le carte sono scritte per il fisco e devono essere lette in questa luce; chi le ha redatte cercava di assottigliare la basa imponibile di An e delle sue proprietà. Caruso, in ogni caso, rivede al rialzo quei numeri portando la «quotazione», allegata alla dichiarazione di successione, da 270 a 380 mila euro circa. Fini, invece, si ancora a quota 230 mila e spiega nel video che il prezzo di 300 mila euro «dai miei uffici fu considerato adeguato perché superava del 30 per cento il valore stimato». 


Un ragionamento che Caruso, interpellato dal Giornale, liquida senza appello: «Forse Fini utilizza una vecchia perizia del ’99, ma fissare l’asticella a quota 230 mila euro è mettersi fuori dalla realtà. Se poi pensiamo che la vendita non fu fatta nel 2001 o nel 2002 ma nel 2008 allora si dovrebbe capire che la cifra è assolutamente fuori mercato. Adatta forse alla periferia di Roma o Milano, non al centro di Montecarlo». E la magistratura? Aspetta il secondo plico da Montecarlo. E con la magistratura attende Tulliani, il convitato di pietra.



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Casa Montecarlo, gli intrighi di Mr Walfenzao Ecco l’uomo che porta dritto a Giancarlo Tulliani

di Redazione


Il broker citato da Fini nel video è proprio la fonte su cui si basa la lettera del ministro di Saint Lucia che attesta la coincidenza tra Timara e il cognato. Tulliani, il teste chiave che i pm snobbano. L'avvocato Ellero torna in scena: "Forse è solo un mediatore"



 
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Da un lato «fonte» (del governo di Saint Lucia), dall’altro «ponte» (tra gli affari del gruppo Atlantis e la compravendita monegasca). Nel suo messaggio video, Gianfranco Fini ha citato il cognato, Giancarlo Tulliani, e il tesoriere «galantuomo» Francesco Pontone. Ma dei protagonisti off-shore dell’affaire immobiliare ha fatto un nome che ha un ruolo centrale in tutta la vicenda: quello di James Walfenzao.
Un accenno quasi casuale, riferito al rogito dell’11 luglio 2008, quando An vendette per appena 300mila euro la casa di boulevard Princesse Charlotte a Printemps. E Walfenzao, quel giorno, firmò proprio come rappresentante dell’acquirente.

Ma dalla diffusione della lettera del governo di Saint Lucia che individua in Tulliani il «beneficiario effettivo» di Timara, è emerso un nuovo sorprendente ruolo di Walfenzao, che di parti in questa lunga storia ne aveva già interpretate tante. La missiva, infatti, indica proprio in Walfenzao la «fonte» delle indagini preliminari. L’uomo al cui indirizzo monegasco Giancarlo Tulliani ha domiciliato le bollette della luce, dunque, è anche quello che, su pressione delle autorità della nazione insulare, ha indicato nel «cognato» di Fini il proprietario di fatto delle fiduciarie off-shore e, quindi, della casa nel Principato.

L’uomo citato da Fini è dunque quello a cui il dipartimento delle Finanze di Saint Lucia, guidato da Isaac Anthony, e su input del primo ministro Stephenson King, chiede lumi sulla vicenda. E Walfenzao risponde, «in relazione agli obblighi degli agenti registrati a Saint Lucia», in quanto rappresentante della Corpag Service Usa.

La lettera lo spiega esplicitamente: «I corrispondenti, tramite Walfenzao hanno risposto di aver fatto un’indagine sulla vicenda e ordinato una visita a Monaco al notaio Paul-Louis Aureglia (...) per determinare perché il prezzo di vendita fu così basso rispetto al prezzo di mercato dell’immobile all’epoca». E sono sempre i documenti forniti dai «corrispondenti» della Corpag, dunque da Walfenzao, che hanno reso possibile alle autorità di Saint Lucia accertare sia che Tulliani era il «beneficiario effettivo» della Timara, sia che il «cognato» si era avvalso dei servizi della Jason Sam di Montecarlo (la società di Tony Izelaar e Suzi Beach, gli altri consulenti finanziari protagonisti dell’affaire) e della Corpag Usa di Walfenzao.

Ma dai registri di Saint Lucia, Walfenzao risulta anche come «contact» della Corpag locale, quella che ha sede in Manoel street, 10, nello studio legale di Michael Gordon. Al cui indirizzo, tra l’altro, risultano le sedi legali di tutte le fiduciarie off-shore che si sono rimbalzate la proprietà della casa che An ereditò da Anna Maria Colleoni: Printemps, Timara, Janom Partners e Jaman Directors. Walfenzao è dunque «presente» a Saint Lucia, dove è tra i riferimenti della Corporate Agent Saint Lucia ltd. È presente negli Usa, come corrispondente della Corpag di Miami, al 999 di Brickell Avenue. Ma come è noto è anche a Montecarlo, dove abita con la moglie in avenue Princesse Grace, a un solo portone di distanza dalla sede della Jason Sam. Una quasi ubiquità anche più impressionante, considerando che Walfenzao controlla, per conto dell’imprenditore italiano di gioco autorizzato (in Italia) e casinò (ai Caraibi) Francesco Corallo, la Uk Atlantis Holding Plc, una delle società del gruppo.

Ed è qui che, incrociando la struttura societaria del gruppo Atlantis con quanto scritto nella lettera del governo di Saint Lucia, vien fuori un link piuttosto clamoroso proprio con l’affaire di Montecarlo.

Perché Walfenzao controlla la Uk Atlantis attraverso due società – la Corporate Management St. Lucia ltd e la Corporate Management Nominees, inc – che la missiva del ministro della Giustizia Francis cita come società che controllano Printemps e Timara, e che detengono le azioni della Jaman directors, una delle altre off-shore. E le due società legate ad Atlantis, secondo la lettera, «agivano su ordine» sia di Walfenzao che di Izelaar. Dunque, c’è un legame diretto tra la compravendita della casa di Montecarlo e il gruppo di Corallo. Vicino all’ex An, tanto che Amedeo Laboccetta, già parlamentare del partito di Fini (e ora nel Pdl) ed ex rappresentante per l’Italia della Atlantis World di Corallo, portò al ristorante del casinò Beach Plaza di Saint Marteen anche Gianfranco Fini, nel 2004, per una cena a cui partecipò anche Checchino Proietti, braccio destro del presidente della Camera. E uomo che, per la procura di Potenza che indagò sulla vicenda (la Corte dei Conti constatò un ammanco nelle casse dell’erario di oltre 31 miliardi di euro), si spese con i monopoli italiani per evitare che l’Atlantis perdesse la licenza per il gioco legale in Italia.

Solo coincidenze? Nel frattempo, proprio sull’entourage finanziario di Walfenzao, preannuncia novità clamorose l’editore de l’Avanti, Walter Lavitola, l’uomo etichettato da Bocchino come «faccendiere» e dal deputato finiano ritenuto l’ispiratore della divulgazione della lettera del ministro della giustizia di Santa Lucia. Lavitola, che ha respinto accuse e insinuazioni, ribadisce di essersi occupato solo marginalmente dell’affaire di Montecarlo perché impegnato su una connection di più largo respiro tra l’Italia e il Sudamerica. «Cercando riscontri per quest’altra storia d’interesse giornalistico – ha detto – sono incappato in un collega free lance che mi ha mostrato una mail che ritengo di massima importanza per questa vicenda. All’epoca non ci ho fatto troppo conto ma oggi, dopo quel che è successo, giornalisticamente sono molto interessato a recuperarla».

La mail, sempre secondo Lavitola, farebbe luce sul proprietario della società che acquistò da An l’appartamento monegasco. «La mail è stata passata a questo giornalista da una persona a cui era stata fatta un’intervista e che, per provare che quel che diceva era vero, gli aveva mostrato la lettera inviata via internet.

In questa mail il gestore di una società che stava a Montecarlo diceva all’agente concessionario delle società a Santa Lucia, che è un alto magistrato, che in Italia era in corso uno scontro molto duro tra Fini e Berlusconi basato sulla proprietà di un immobile di una delle due società, scriveva, «da me gestite». In merito a questo dettaglio, proseguiva la mail, si sarebbe fatto riferimento a Tulliani e alla decisione eventuale di rescindere l’incarico a seguito della «pubblicità negativa relativamente anche alla mia persona». Se la mail esista davvero, se sia autentica e se l’autore della stessa corrisponda a Walfenzao (o a qualcuno del suo ristretto entourage) lo scopriremo presto.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it - massimo.malpica@ilgiornale.it





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Pakistan, i talebani filmati mentre lapidano una donna

Quotidianonet


Le immagini di una lapidazione compiuta da miliziani talebani nel nord-ovest del Pakistan, riprese con un telefonino e inviate alla rete televisiva statunitense Abc





Islamabad, 27 settembre 2010


Una donna legata giace a terra mentre un gruppo di uomini le gettano contro dei sassi. La vittima chiede aiuto, piange, ma gli uomini continuano a colpirla fino a quando non smette di muoversi.

Sono queste le immagini di una lapidazione compiuta da miliziani talebani nel nord-ovest del Pakistan, riprese con un telefonino e inviate alla rete televisiva statunitense Abc.

La testata americana ha precisato di aver ricevuto il video dall’emittente televisiva panaraba Al Aan, che si occupa di diritti delle donne. La tv di Dubai ha fatto sapere che la donna sarebbe stata giustiziata due mesi fa perchè vista in compagnia di un uomo.

Le immagini sarebbero state filmate da un talebano presente alla lapidazione. L’Abc ha trasmesso solo parte del video, a causa del contenuto “sconvolgente”.




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Debiti e liti, stop della Rai per la moglie di Bocchino

di Laura Rio


La fiction Anita rischia di diventare avventurosa e piena di insidie come la vita della leggendaria moglie di Garibaldi. La condottiera sfidò la morte seguendo il marito in mille battaglie, la sua biografia televisiva se la deve vedere con inghippi legali.
È stato il consigliere Antonio Verro a spiegare come mai giovedì scorso il cda Rai ha sospeso l’approvazione della mini serie proposta dalla Goodtime srl, la società di Gabriella Buontempo, moglie di Italo Bocchino: «C’è un problema amministrativo di una complessità inaudita. Quote pignorate, una lite in corso tra soci uscenti e soci entranti, quindi una compagine azionaria poco chiara che ha causato l’intervento della magistratura». Ma a che cosa si riferisce l’esponente della maggioranza in Rai? I problemi della Goodtime nascono dalla contesa tra la moglie del capogruppo di Futuro e libertà e il finanziare d’assalto Loris Bassini.


Insomma, tornano a galla quelle intricate vicende legate a Telekom Serbia di cui questo giornale ha ampiamente riferito. Perché Bassini, noto alle cronache per aver gestito il rientro in Italia di miliardi legati alla compravendita da parte di Telecom Italia della omologa serba, ha fatto pignorare le quote societarie (il cinquanta per cento) che la Buontempo detiene nella Goodtime, l’azienda che dovrebbe appunto produrre Anita. Il finanziere vanterebbe un credito di 800mila euro (anzi di più, ma quella è la cifra di cui conserva i documenti) e non riuscendo a ottenerli indietro, ha deciso di avviare un procedimento per bloccare i beni della consorte di Bocchino. La battaglia legale si gioca davanti al tribunale di Forlì mentre il tribunale di Roma ha emesso il decreto ingiuntivo, ora sospeso dopo l’opposizione avanzata dagli avvocati della Buontempo.


Una situazione intricata (di cui qui non interessano tutti i particolari) che ha spinto i consiglieri Rai a chiedere ai propri legali di accertarne i contorni prima di commissionare un’importante produzione. E i competenti uffici, oltre a segnalare la difficile situazione societaria, hanno rilevato anche che il livello di indebitamento dell’azienda sarebbe eccessivo rispetto ai mezzi di cui dispone. La questione verrà di nuovo presa in esame nel cda di domani. Si deciderà se, nonostante i dubbi, si potrà dar via alla produzione. In ogni caso la Tv di Stato non sembra rischiare nulla, dato che a rispondere in giudizio è la sola Gabriella Buontempo e non la società nel suo complesso. Società che però attende con ansia le decisioni: il budget della fiction, in due puntate, si aggira attorno ai quattro milioni di euro. Il set dovrebbe essere aperto in tempo breve visto che la fiction rientra nei progetti per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia e dunque dovrebbe andare in onda nella primavera o nell’autunno 2011, anno in cui cade l’anniversario.


Certo, attorno alla fiction si gioca una partita che non è squisitamente editoriale ed economica. In questo momento di durissimo scontro tra Fini e Berlusconi, l’essere la moglie di Bocchino, in una Rai sempre suscettibile ai risvolti politici, ha il suo peso. Non per nulla giovedì scorso hanno disertato la seduta, e quindi fatto saltare l’approvazione della fiction, ben cinque consiglieri che, più o meno, si richiamano alla maggioranza intesa come Pdl e Lega. Aventino che ha fatto slittare anche il contratto per il programma Parla con me di Serena Dandini e che tornerà anch’esso all’esame del cda domani, ma sulla partenza dello show di Raitre non ci dovrebbero essere problemi.


Comunque, nella Tv di Stato non sono poi così diffidenti con la Goodtime. Prendiamo, per esempio, l’ultima fiction già pronta: si chiama La narcotici, costo sei milioni di euro, dodici episodi da riunire in sei serate. Avrebbe dovuto andare in onda su Raidue quest’autunno, si è deciso invece di promuoverla sul primo canale e sarà trasmessa a gennaio- febbraio. Non è invece andato in porto l’altro progetto presentato dalla società (attiva nel campo della fiction e del cinema da una ventina d’anni) che cercava di inserirsi nel mercato degli show: si trattava di un programma che avrebbe dovuto presentare Pippo Baudo intitolato Giallo di sera e che poi il direttore di Raiuno Mauro Mazza ha deciso di mandare in soffitta, anche per opportunità politica. Vedremo se la stessa sorte toccherà alla valorosa Anita.




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Il presidente "super partes" cerca di fare acquisti in Aula

di Paolo Bracalini


Fini ha cercato di convincere la Sbai a non tornare nel gruppo del Pdl. Altro che "terzietà", ormai la terza carica dello Stato fa politica attiva

Roma


E adesso? E adesso è una parola... Il minimo che si può dire è che il videomessag­gio ha terremotato il piccolo mondo finiano, che si aspetta­va qualcosa di diverso, un di­scorso molto più duro - gli uni -, molto più chiarificatore sui misteri monegaschi - gli altri. Comunque lo si guardi, da fal­chi o da colombe, un messag­gio insoddisfacente, non riso­lutivo, debole. E nemmeno co­me viatico per la pace col Pdl le parole di Fini possono esse­­re ritenute sufficienti, perché­per accontentare l’ala bocchi­niana - ha comunque inserito elementi polemici contro il Cav nel discorso tanto atteso dopo quello di Mirabello; sul dissenso che non avrebbe do­micilio nel Pdl, su un rapporto con la magistratura sano ri­spetto a quello dei berlusco­niani, sulla riforma della giusti­zia per i cittadini e «non per ri­solvere i problemi personali» (una strizzatina d’occhio al­l’opposizione).

Come parole di pace con il Pdl, non sono il massimo. E così, malgrado il barometro sia lievemente cambiato rispetto a prima, le nuvole nere all’orizzonte non sono ancora scomparse, anzi. Nel Pdl si fa notare un fatto non irrilevante, che pesa sulla credibilità di Gianfranco Fini come terza carica dello Stato, in una situazione di scontro co­sì aperto e violento che lo vede in prima linea. Un episodio che si è verificato giovedì, qual­che ora prima della conferen­za stampa della (ex) deputata finiana Souad Sbai per annun­ciare il suo passaggio (anzi, rientro) nelle file del Pdl. Fini, raccontano le fonti, ha convo­cato la Sbai nel suo ufficio per raccogliere le sue valutazioni e sondare la possibilità di non farla passare col Pdl. L’aritme­tica, in questa crisi della mag­gioranza, è diventata più deter­minante della politica, e Fini sa bene che una pedina in più o in meno può rafforzare o in­debolire il suo peso al tavolo delle trattative col Cav (o con l’opposizione).

Ma il punto, che nel Pdl è un argomento di discussione seria in queste ore, è il seguente: può un presi­dente della Camera essere considerato imparziale se poi è la stessa persona che si spen­de per convincere un deputa­to a stare in un gruppo alla Ca­mera invece che in un altro? La risposta che si danno tutti è negativa. Fini si trova nella situazio­ne, eccezionale nella storia della nostra Repubblica, di es­s­ere il capo di un gruppo parla­mentare che non esisteva al momento del voto e che è sta­to eletto con un partito con cui ora è in polemica, e contempo­raneamente a rappresentare la totalità del Parlamento pur parteggiando per una sola par­te di esso, che vorrebbe - è na­turale- più nutrita e forte possi­bile. Torna, insomma, il tema dell’opportunità che Finilasci la presidenza della Camera, per dedicarsi senza più ambi­guità al suo ruolo di fondatore di una nuova ala, nei fatti di un nuovo partito di centrodestra.

Il rischio è ovviamente tutto per Fini, che però non è tipo che ama rischiare. Il ruolo di presidente della Camera gli as­sicura uno standing istituzio­nale- e un rapporto privilegia­to con il Colle, determinante in caso di crisi di governo- che non potrebbe mai avere come semplice leader del Fli. Non so­lo, ma il Fli è un pianetino ap­pena formatosi, dove si molti­plicano le scosse di assesta­mento e le tempeste. Al di là delle costanti voci di addii e passaggi al Pdl, la spaccatura interna è sempre più eviden­te. Si racconta di una fortissi­ma irritazione tra i futurist-fi­niani per le parole del deputa­to Fli Giuseppe Consolo, che ha assicurato preventivamen­te il suo appoggio ai cinque punti di Berlusconi.

Ci sareb­bero state pressioni per fargli correggere il tiro specificando che quella è una sua persona­le posizione, e non quella del Fli. Un finiano invece di quelli anti-Cav racconta anonima­mente di prepararsi ad «uscire dall’aula nel momento in cui Berlusconi prenderà la paro­la », il 29 settembre. Ma il prota­gonismo troppo polemico di Bocchino & Co sta creando problemi. Il sottosegretario fi­niano Roberto Menia tira un dardo all’indirizzo di Bocchi­no dicendo che «sono finiano, ma non obbedisco a Bocchi­no ». Il senatore Menardi con­fessa un «malessere», perché «ci sono colleghi che parlano a sproposito», e anche il capo­gruppo al Senato Viespoli du­bita che la tattica mediatica ­orchestrata dalla banda Boc­chino, Granata e Farefuturo ­sia stata giusta. Un settembre «nero» per Gianfranco Fini.




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Ipotesi L’avvocato Ellero torna in scena: «Forse è solo un mediatore»

di Redazione


Il nome del suo cliente, quello che, a suo dire, sarebbe il proprietario della Timara Ltd e dunque anche della casa attorno alla quale ruota il giallo di Montecarlo, non lo dice. Ma l’avvocato Renato Ellero, l’ex senatore vicentino della Lega che due giorni fa ha fatto irruzione nell’affaire Montecarlo sostenendo che non è del cognato di Fini, si lancia in ipotesi. «Non vorrei –ha dichiarato –che Tulliani abbia fatto da mediatore, poi abbia detto: se me lo dai in affitto io faccio i lavori di ristrutturazione». «Non è che una supposizione», precisa il legale, che sostiene di non conoscere i Tulliani, né Giancarlo né Elisabetta. L’avvocato Ellero conferma però l’incontro con il deputato del Fli Giorgio Conte, che gli ha chiesto, senza successo, di rivelare il nome del cliente.




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Dissidente cubano: "Violentato in prigione perché gridai Abbasso Fidel"

Quotidianonet


Si chiama Jose Angel Duque Alvarez l'uomo che, per la prima volta in 50 anni, ha denunciato pubblicamente le torture sessuali subite dal regime castrista


L’Avana, 27 settembre 2010


Per la prima volta in più di 50 anni di Rivoluzione Cubana, un prigioniero politico ha denunciato pubblicamente le torture sessuali subite nelle prigioni castriste.

Si chiama Jose Angel Duque Alvarez, ha quarant’anni, è laureato in fisica, cintura nera di judo (disciplina con la quale ha preso parte alla squadra nazionale del Paese) e attualmente ha perso 25 chili perchè da 50 giorni è in sciopero della fame.

Nel 2007 le autorità lo hanno condannato a più di tre anni di prigione per aver detto "Abbasso Fidel".

Duque Alvarez ha raccontato a El Mundo di esser stato violentato in una cella della prigione di Arisa, nella provincia di Cienfuegos. Arrivato nella struttura, il capo della prigione, Guillermo Gonzalez Mora, gli chiese se avesse detto "Abbasso Fidel e abbasso la dittatura'; e senza aspettare risposta, aggiunse: ‘Ti insegnerò io cos’è la dittatura'. Poi chiamò un ufficiale chiamato Pablo ‘El Bembon’, un uomo di colore molto corpulento: ‘Mi violentarono -ha raccontato il dissidente- e mi lasciarono per tre giorni nudo e sanguinante sul pavimento della cella'".
AGI




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Fini, la Bongiorno impone la linea Tulliani e la telefonata alla sorella

Corriere della sera


L'avvocato del presidente della Camera: meglio dire solo quello che si sa con certezza



ROMA - Una telefonata con la sorella Elisabetta dopo la lettura dei giornali, poi la scelta di diramare una nota ufficiale. Accade anche questo nell'incredibile storia della casa di Montecarlo che ormai da due mesi tiene in fibrillazione governo e maggioranza. Esterna attraverso i suoi legali Giancarlo Tulliani. Dopo aver ricevuto offerte da milioni di euro per rilasciare un'intervista attraverso telefonate, lettere, pedinamenti, il cognato più famoso d'Italia mette le mani avanti: «Qualora venissero pubblicati dei virgolettati, non sono a me attribuibili». In realtà le uniche dichiarazioni filtrate fino a questo momento sono quelle ribadite due notti fa al presidente della Camera che gli chiedeva nuovamente la verità sulla proprietà dell'appartamento di boulevard Princesse Charlotte: «Non sono il propietario».
 
Nega Tulliani, ma sono troppe le circostanze che rifiuta di spiegare. «Devi dirmi che rapporti hai con tutte queste persone che operano a Santa Lucia. Io devo fare un discorso pubblico e dunque voglio la verità sui contatti che ancora tieni aperti», gli ha intimato Gianfranco Fini durante la riunione con gli avvocati convocata per preparare il videomessaggio poi trasmesso sabato pomeriggio. In queste settimane Tulliani ha fatto riferimento anche a James Walfenzao, personaggio chiave della vicenda che aveva già curato la costituzione di «offshore» per altri personaggi vicini ad Alleanza nazionale. L'11 luglio del 2008, giorno del rogito per la vendita della dimora di Montecarlo, era proprio lui a rappresentare la società Printemps. Sempre lui, tre mesi dopo, ne trasferì la proprietà alla Timara e l'affittò al giovane. «Non sono in affari con lui», ha risposto lapidario Tulliani.

Secondo le informazioni raccolte in queste ore dagli avvocati che stanno seguendo ogni fase dell'affare, soltanto le autorità di Santa Lucia oppure il legittimo proprietario potranno rivelare chi c'è davvero dietro le due società. La titolarità delle «offshore» si può dimostrare infatti esibendo i documenti originali del passaggio delle azioni che sono nella disponibilità di chi le ha trattate. E in ogni caso bisogna verificare la corrispondenza delle date perché si tratta di «titoli al portatore» che possono essere ceduti anche attraverso trattative private.

Giulia Bongiorno, che da quest'estate segue Fini come un'ombra e con lui pianifica ogni mossa, lo ha spiegato chiaramente durante l'incontro di venerdì notte. Tulliani e i suoi legali insistevano affinché il presidente dicesse con chiarezza che l'appartamento non era suo. Lei si è opposta: «Dobbiamo dichiarare soltanto quello che sappiamo. E la verità è che sull'effettiva proprietà delle due società potremo non avere mai certezze». Anche la compagna Elisabetta avrebbe forse preferito un atteggiamento più netto. Ma poi si è lasciata convincere, ha compreso che non si possono fare altri passi falsi fornendo versioni non verificate, soprattutto per non rischiare di fomentare nuove e più pesanti tensioni familiari. Del resto Fini era stato categorico sin dall'inizio: «Voglio fare chiarezza, perché voglio marcare la differenza tra me e Berlusconi».

Sfumata la possibilità di riuscire ad avere qualche elemento utile dall'avvocato Renato Ellero - che ha sostenuto di avere tra i clienti il vero proprietario della Timara, un italiano che vive in Svizzera - i fedelissimi stanno comunque cercando di raccogliere altri elementi. Secondo Giuseppe Consolo, parlamentare di Fli, «la stessa lettera del ministro della Giustizia locale dimostra che le due società Timara e Printemps non sono società registrate a Santa Lucia, dove hanno la Corporate Agent come società registrata che agisce per loro, quindi non è possibile materialmente indagare da parte di quelle autorità. Inoltre il ministro Francis è un avvocato che allo stesso indirizzo della società Timara e Printemps ha il suo studio legale. Studio legale che vive con le società offshore». Si verificherà anche questo, pur sapendo che questi dettagli non sono comunque sufficienti a chiudere la storia.

Fiorenza Sarzanini
27 settembre 2010




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Iran: attacco informatico contro i pc degli impianti nucleari, sospetti su Israele

Corriere della sera


Un virus avrebbe infettato lo Scada il sistema che gestisce complessi industriali e siti militari



WASHINGTON (USA) – Migliaia di computer in Iran, compresi quelli dello staff all’impianto nucleare di Natanz, sono stati infettati da un misterioso «baco». Un attacco informatico che gli esperti ritengono sia stato lanciato non da hackers ma da un’intelligence. E dicendo questo gli stessi esperti sospettano un coinvolgimento di Israele, deciso ad ostacolare con ogni mezzo la ricerca atomica degli ayatollah. 

PRIMO ALLARME - Il primo allarme risale alla metà di giugno, quando una piccola società bielorussa segnala la presenza di un virus maligno, costruito per paralizzare lo Scada, un sistema computerizzato che può gestire grandi complessi industriali, fabbriche, pipeline petrolifere, siti militari. In particolare il «baco» sembra essere stato «allevato» per distruggere i programmi usati dalla compagnia tedesca Siemens che ha venduto i suoi prodotti agli iraniani. Dalla metà di giugno il fronte si è allargato infettando decine di migliaia di computer in Iran e, in misura minore, in Indonesia. Pochi giorni fa le autorità iraniane hanno ammesso dei problemi, anche se hanno escluso che sia stato coinvolto l’impianto di Natanz. Soltanto i pc dello staff – hanno spiegato – hanno subito l’assalto esterno. E un alto funzionario ha ipotizzato una manovra straniera. 

VIRUS INFORMATICO - Il ricorso al «baco» non è una sorpresa per gli analisti dell’intelligence. Nel 2008, fonti israeliane hanno rivelato che il Mossad aveva lanciato un programma di sabotaggio dei siti atomici iraniani. Un’operazione condotta su più livelli. Il primo prevedeva la vendita a Teheran – attraverso società ombra create in Occidente – di tecnologia fallata o contenente «virus» programmati per esplodere nei sistemi più avanti. Il secondo livello, invece, consisteva in attacchi informatici diretti. Un anno dopo emergevano informazioni su un progetto «top secret» autorizzato dal presidente Usa Barack Obama e che contemplava incursioni elettroniche contro il progetto dei mullah.
L’operazione «baco» di questi giorni, dunque, sarebbe solo la coda di un’offensiva ben più ampia. E tecnici occidentali aggiungono che il vero bersaglio è il «Sadac» che coordina le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio a Natanz. 

Altri non escludono un secondo target: la centrale di Busher, appena attivata con l’assistenza dei russi. Già nei mesi scorsi Teheran aveva ammesso ritardi e problemi tecnici nella ricerca. Non solo. Alì Ashtari, ufficiale dei pasdaran incaricato degli acquisti di tecnologia, è stato giustiziato con l’accusa di aver collaborato con il Mossad. Per le autorità avrebbe favorito i sabotaggi. Nell’estate del 2009, poi, diversi alti funzionari dell’ente atomico iraniano sono stati sostituiti dopo un misterioso incidente a Natanz. Oltre a Israele – aggiungono fonti americane – altri paesi sono in grado di lanciare temibili «missili informatici». Gli Stati Uniti, che di recente hanno ampliato le strutture per la cyber-war, i cinesi, che dispongono di un poderoso apparato dell’esercito nel Guangdong, i francesi e i russi.

Guido Olimpio
26 settembre 2010





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Lo scienziato russo: "Voglio tornare a casa non sono una spia"

La Stampa


Igor Sutyaghin è stato scambiato con gli agenti presi negli Usa




MARK FRANCHETTI*


LONDRA


Dopo 11 anni di prigione Igor Sutyaghin aveva perso ogni speranza di venire rilasciato prima della scadenza della sua condanna a 15 anni. Ricercatore nel campo degli armamenti accusato di spionaggio per gli Usa, e dichiarato prigioniero politico da Amnesty International, si era visto negare la libertà condizionata pochi mesi prima, con il pretesto che aveva violato le regole carcerarie, tra cui quella di aver lasciato briciole di pane sul suo comodino. Perciò, quando un ufficiale si avvicinò a Sutyaghin, mentre stava spazzando il cortile della colonia in cui scontava la pena, oltre il Circolo Polare Artico, e gli disse «Raccogli le tue cose, te ne stai andando», lo choc fu ancora più grande.

Ventiquattr’ore dopo Sutyaghin, sempre più incredulo, era a Lefortovo, la famigerata prigione dell’Fsb, l’ex Kgb, a Mosca.

Gli venne annunciato - a lui che si era sempre proclamato innocente - che sarebbe stato liberato nell’ambito di uno scambio storico di spie tra Russia e America. Dieci agenti russi sotto copertura negli Usa erano stati arrestati dall’Fbi e venivano rispediti a Mosca. In cambio, il Cremlino aveva accettato di rilasciare quattro russi che stavano scontando condanne per spionaggio, tra cui Sutyaghin. In una scena degna di un romanzo di Le Carré, Sutyaghin e gli altri vennero scambiati, il giorno dopo, sulla pista dell’aeroporto di Vienna. Poche ore dopo lo scienziato arrivò in Gran Bretagna, sconvolto e smarrito.

Sono trascorse nove settimane. Sutyaghin vive da amici a Londra, ma nonostante ora sia libero crede che il suo travaglio non sia ancora terminato. «Sono deciso a tornare in Russia», dice. «E’ la mia patria, e non voglio che qualcuno pensi che sono scappato, che mi nascondo. Parenti e amici mi hanno messo in guardia, dicono che è troppo pericoloso per me rientrare, ma voglio farlo». 


I timori appaiono fondati. Lo scienziato ha ricevuto minacce di morte, scritte in russo, al suo indirizzo personale di posta elettronica, aperto dopo la liberazione e noto solo a pochi. «Presto arriverà la tua ora», recita una delle lettere, e un’altra promette: «Presto si farà finita con te». Riceverli è stato «piuttosto sgradevole», racconta Sutyaghin. «Difficile capire se sono messaggi di un folle o se dietro ci sia qualcosa di più inquietante, qualcuno collegato ai servizi, per esempio. Non ho paura, ma ovviamente non posso nemmeno far finta di niente. Comunque, rimango deciso a tornare in Russia».

Prima di essere stato rilasciato Sutyaghin è stato graziato ufficialmente dal presidente russo Dmitry Medvedev. Ma per ottenere la grazia, ha dovuto riconoscere la propria colpevolezza, uno dei peggiori momenti della sua vita, dice oggi. «Se mi fossi rifiutato lo scambio non si sarebbe fatto e avrei condannato gli altri che venivano rilasciati alla prigione. Ma soprattutto non potevo rifiutare questa opportunità per far finire le sofferenze della mia famiglia. Fossi stato da solo, non avrei mai firmato». Più di due mesi dopo il suo rilascio a sorpresa il quarantacinquenne Sutyaghin non ha ancora ricevuto dalle autorità russe nessun documento ufficiale sulla sua grazia. Senza, resta in un limbo legale e non può sapere cosa gli accadrà se prova a tornare in Russia.

Autorevole ricercatore nel campo del controllo sulle armi presso un prestigioso think tank moscovita, Sutyaghin venne arrestato all’Fsb nel 1999 con l’accusa di aver venduto informazioni sul sottomarini nucleari e sistemi di allerta missilistica russi a una società britannica che, secondo i russi, era un paravento per la Cia. Sutyaghin riuscì a dimostrare in tribunale che tutte le informazioni da lui fornite erano state attinte da fonti aperte, soprattutto riviste straniere. Anche perché non aveva mai avuto accesso a informazioni segrete. «Non ho mai fatto la spia e non ho mai violato la legge», dice ora. «Ho dimostrato che tutte le informazioni da me utilizzate erano già state pubblicate. Ma l’Fsb aveva già annunciato di aver catturato una spia straniera, doveva mettermi dentro a ogni costo. Hanno condannato un innocente».

La giuria e il giudice del suo primo processo, dopo aver ritenuto le prove fornite dall’Fsb insufficienti, furono immediatamente sostituiti. Al secondo processo, il giudice ha chiesto ai giurati - tra i quali quattro ex agenti dell’Fsb - solo di decidere se Sutyaghin avesse passato informazioni, invece di chiedere se avesse veramente svelato segreti di Stato. I tentativi dell’Fsb di raccogliere le prove hanno sfiorato certe volte la farsa. Lo scienziato racconta che la polizia era penetrata nel suo appartamento per piazzare un microfono in un orologio. Dopo qualche tempo si erano accorti che registrava solo il ticchettio dell’orologio. Tornarono per spostare la cimice, questa volta nascondendola in una gabbia di pappagallini dove registrò ore ed ore di cinguettio. Ci vollero cinque anni perché l’Fsb riuscisse finalmente a condannare Sutyaghin, che diventò così il detenuto con la più pesante condanna per spionaggio dai tempi dell’Urss. Il Dipartimento di Stato ha smentito che fosse una spia americana, cosa che non fece mai per gli altri tre russi scambiati con gli agenti catturati dall’Fbi.

Sutyaghin venne condannato all’epoca della «mania delle spie», quando l’Fsb, temendo pesanti tagli, arrestava scienziati e ricercatori sospettati di essere agenti stranieri. In quasi 11 anni di reclusione Sutyaghin ha cambiato una decina tra colonie e prigioni. Ha condiviso una cella di 16 metri quadrati per otto letti con 32 detenuti, dormendo a turno, in due per branda. Ha trascorso un anno intero in una minuscola cella di punizione dalla quale veniva fatto uscire solo per un’ora al giorno. 


Prima del rilascio, aveva passato quasi cinque anni in una colonia di massima sicurezza, accanto ad assassini e criminali incalliti, ad Arkhangelsk, dove d’inverno la temperatura scende a meno 38 gradi. Abitava in una baracca di 190 metri che condivideva con altri cento detenuti, con sei lavandini per tutti e le toilette fuori. Poteva lavarsi una volta a settimana e il cibo consisteva in grano saraceno bollito, zuppa di cavolo, pane, tè e, di tanto in tanto, un piccolissimo pezzetto di carne. Lavorava sette ore al giorno, scaricando travi di legno, spazzando la neve e raccogliendo rifiuti, pagato 12 euro al mese.

Durante la prigionia ha scritto centinaia di lettere e preparato un libro di storie satiriche sul carcere che ora spera di pubblicare. Ogni quattro mesi aveva diritto a una visita lunga tre giorni di sua moglie, che poteva venirlo a trovare anche negli intervalli, ma solo per parlargli al telefono attraverso un vetro. Per raggiungerlo da Mosca faceva 24 ore di treno. In dieci anni ha visto solo due volte le sue figlie, Oksana e Alexandra, che oggi hanno 20 e 18 anni. Le ragazze non ressero alla vista di loro padre dietro le sbarre.

Aveva un buon rapporto con la maggioranza degli altri detenuti, che aiutava a scrivere le richieste di appello. L’aria nelle prigioni russe, dice Sutyaghin, è talmente insalubre e puzzolente, che i secondini portano fuori i cani da guardia ogni due ore, per non far loro perdere l’olfatto a causa del fetore.

Oggi la sua vita è cambiata completamente. La settimana scorsa, finalmente, si è riunito con la moglie Irina, ingegnere. Si gode lunghe passeggiate. Skype è stato una rivelazione, ma la sua scoperta preferita resta Google Earth, che sbircia nella Russia patita di segreti come nessuna spia ha mai potuto fare. Su Internet ha rivisto la sua casa fuori Mosca e la sua prigione. «In carcere ti abitui alla stabilità, alla prevedibilità del tuo futuro», dice Sutyaghin. «Ogni cambiamento improvviso è uno stress. In un certo senso, ho cambiato una prigione con un’altra. Per me non è ancora finita. Non sono fisicamente capace di sorridere. Sogno di svegliarmi un giorno, libero, in una Russia libera. Voglio poter ricostruire la mia vita e dare alla mia famiglia la felicità che gli è stata negata per anni».


*Corrispondente da Mosca del Sunday Times di Londra





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