domenica 26 settembre 2010

Più in basso è difficile

Corriere della sera


Molti lettori si chiedono se la storia di un piccolo appartamento («50-55 metri quadrati») possa dominare per parecchie settimane la vita pubblica italiana. La risposta, purtroppo, è sì, soprattutto se il caso scoppia dopo una lunga stagione di scandali, veleni e accuse incrociate. A chi scrive sui giornali piacerebbe parlare anche d’altro, ma un giornalista americano disse molti anni fa che la stampa consegna le notizie come il lattaio consegna il latte del mattino. E quello che si beve oggi in Italia è di pessima qualità.


Eppure questa rappresentazione è parziale. Se potessimo dimenticare per un momento il quartierino di Montecarlo, rovesciare il cannocchiale e sbirciare in tutti i piccoli appartamenti di cui è piena la penisola, constateremmo che tra la rappresentazione pubblica dell’Italia e l’esistenza quotidiana dei suoi cittadini esiste una distanza abissale. Non è una novità. Abbiamo sempre saputo che il Paese è afflitto da una sorta di schizofrenia. 

Quando discute di politica o scende in campo come militante per un partito o un movimento, l’italiano esprime giudizi radicali, denuncia situazioni intollerabili, minaccia azioni violente, propone soluzioni estreme. Quando organizza la sua vita, amministra i suoi soldi e fa le sue scelte quotidiane, è generalmente un buon calcolatore dei costi e benefici di una qualsiasi decisione, piccola o grande, che attenga ai suoi personali interessi.

Ne abbiamo la prova quando diamo un’occhiata alle statistiche sul risparmio delle famiglie, sui consumi, sul numero delle aziende private e delle partite Iva, su quello delle case che appartengono a chi le abita. Ne abbiamo una prova ancora più convincente quando constatiamo che i fenomeni più interessanti e positivi dell’economia nazionale non sono quelli pianificati dall’alto, ma accadono spesso quando le api della società nazionale fanno sciame e producono risultati che gli economisti e i sociologi non avevano previsto e dovranno cercare di spiegare a posteriori. Siamo rivoluzionari, se non addirittura eversivi, quando parliamo, ma siamo moderati quando amministriamo la nostra vita e i nostri beni. Queste sono le qualità che ci permettono di sopravvivere nei momenti difficili, questi sono gli ammortizzatori della nostra vita quotidiana.

Ma presentano parecchi inconvenienti. La somma di alcuni milioni di buone scelte individuali non produce necessariamente una buona politica nazionale. La somma degli interessi personali non è l’interesse di tutti. Vi sono circostanze in cui un Paese deve adattarsi a grandi cambiamenti e fare scelte cruciali, necessariamente collettive e valide per tutti. Quella che stiamo attraversando è una fase storica in cui il futuro dell’Italia, come quello di qualsiasi altro Paese dell’Unione europea, dipende dalle sue decisioni in materia di educazione, ricerca scientifica, riforme istituzionali, energia, infrastrutture. 

Un Paese in cui i singoli cittadini e le loro corporazioni gestiscono oculatamente il loro tran-tran quotidiano, ma esprimono una classe politica faziosa e rissosa, prende inevitabilmente le curve della storia con una snervante lentezza. La crisi politica di questi mesi non è soltanto uno spettacolo desolante. Proietta verso il mondo l’immagine di un Paese su cui non è possibile fare affidamento e sottrae tempo prezioso a quello che andrebbe impiegato per il rinnovamento economico e istituzionale del Paese.

Dal 22 aprile, il giorno della rissa tra Berlusconi e Fini alla direzione del Pdl, il governo appare paralizzato, ripiegato acidamente su se stesso. Fra i costi maggiori di questa interminabile crisi vi sarà l’aumento del ritardo che abbiamo accumulato da quando i nostri amici e concorrenti hanno cominciato a camminare più rapidamente di noi. Vi è infine un altro pericolo di cui i politici dovrebbero essere maggiormente consapevoli. Il Paese non li ama. Se un partito o un leader conta di prevalere sull’avversario conquistando il consenso della maggioranza degli italiani, non si faccia illusioni. 

Raramente, nella storia dell’Italia repubblicana, i nostri rappresentanti hanno goduto di minore credito. Raramente sono stati meno rispettati e stimati. Non è un fenomeno soltanto italiano. Anche altrove, dall’America di Obama alla Francia di Sarkozy, vi è un malumore diffuso. Ma è particolarmente visibile in un Paese che non ha ancora una forte coesione nazionale. Questa crisi è il peggiore servizio che la classe politica possa rendere all’Italia nel centocinquantesimo anniversario della sua esistenza.


Sergio Romano
26 settembre 2010



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Devi dire che il proprietario non sono io» Ma Fini frena il cognato: mancano le carte

Corriere della sera


Prima un vertice tra la Bongiorno e gli avvocati del fratello di Elisabetta Tulliani. Poi il presidente della Camera si è riunito con i suoi per mettere a punto il testo


ROMA

Alle 20 di venerdì sera quando l'avvocato Giulia Bongiorno varca il portone di casa di Gianfranco Fini, non immagina che non basterà un'intera notte per mettere a punto il videomessaggio del presidente della Camera. E invece quel testo diventa oggetto di una discussione approfondita, a tratti aspra e addirittura drammatica. Perché alla riunione partecipa anche Giancarlo Tulliani con i suoi avvocati Carlo Guglielmo e Adriano Izzo e alla fine è proprio lui a lanciare la sfida: «Devi dire che hai la certezza che io non sono il proprietario di quella casa, perché questa è la verità». 


La risposta di Fini è lapidaria: «Non posso farlo fino a che non avrò a disposizione tutte le carte per dimostrarlo. Per questo dirò che non lo so». Il cognato insiste, come del resto ha già fatto in passato: «Se avete dubbi su di me siete pazzi, e allora d'ora in poi lasciatemi stare. Io non posso darvi i documenti perché non li ho, visto che non ho nulla a che fare con quelle società. Ma vi ho detto la verità e non potete continuare a mettermi in mezzo: l'appartamento di Montecarlo non è mio».

Bongiorno tenta di mediare, sa che il momento è delicato, non si può sbagliare. Ma soprattutto bisogna usare parole convincenti perché sia chiaro quello che Fini ha in testa. Lui lo ha detto chiaramente: «Voglio far capire che io e Berlusconi siamo diversi. Lui, se ha un problema, chiama Ghedini e fa cambiare la legge. Io, se ho un problema, chiamo te e mi spiego pubblicamente e poi, se necessario, con la magistratura». Elisabetta Tulliani non perde una parola, è sempre presente. Da una parte c'è suo fratello, dall'altra il suo amato compagno, il padre delle sue due bambine. Partecipa, suggerisce, cerca di intervenire quando salgono i toni del confronto fino a sfiorare la lite. Poi, quando si entra nella parte più tecnica sono gli avvocati a confrontarsi. 


Izzo vorrebbe parole nette sull'estraneità di Tulliani, Bongiorno tiene duro. Qualche giorno fa, quando Il Giornale ha pubblicato un documento con due firme uguali per proprietario e affittuario affermando che si trattava del contratto di locazione, Tulliani non si era fatto trovare. La procura di Roma aveva poi smentito, spiegando che si trattava semplicemente di un certificato dell'ufficio del registro. E a quel punto, di fronte alla richiesta di Fini di avere spiegazioni, il cognato era sbottato: «Lo sapevo, certo che ho quel contratto. Però voi credete ai giornali anziché a me, quindi fate come volete ma io non sono tenuto a darvi nulla»


Fini adesso vuole ricostruire nuovamente le fasi della vicenda, così decide di mostrare anche la perizia sul valore dell'immobile di rue Princesse Charlotte già acquisita dalla procura di Roma per ribadire che il prezzo di vendita è stato «congruo». All'alba il testo è scritto, almeno per quanto riguarda la parte tecnica. Ora bisogna affrontare quella politica. Insieme alla Bongiorno si trasferisce nel suo ufficio a Montecitorio con i parlamentari che gli sono più fedeli: Italo Bocchino, Flavia Perina, Benedetto Della Vedova. 

Ci sono ancora troppe domande su quanto è accaduto negli ultimi giorni. Ci si interroga sull'atteggiamento di Valter Lavitola, accusato da Bocchino di aver fabbricato un documento falso, che prima della conferenza stampa del ministro di Santa Lucia aveva dichiarato «domani chiarirò tutto» e poi si è limitato a dire di «aver fatto il giornalista». Alle 12.30 sono ancora tutti insieme quando agenzie di stampa e siti Internet rilanciano le dichiarazioni dell'avvocato Renato Ellero che rivendica a un suo cliente la proprietà delle società off shore.


Bocchino è categorico: «È una trappola, vogliono che commentiamo per poi dire che siamo andati dietro a una bufala». Fini impone la linea, parte una raffica di messaggi sms per tutti gli appartenenti al Fli: «Nessuno deve rilasciare dichiarazioni». Si sparge la voce che Ellero sia buon amico di Niccolò Ghedini e di Pietro Longo, i legali del premier. L'interessato non smentisce, anzi: «Certo che lo sono, ma Longo non lo vedo da un anno e mezzo». In ogni caso si prende tempo e la messa in onda del videomessaggio prevista inizialmente per le 13 slitta al pomeriggio. Alle 13.30 l'onorevole Giorgio Conte, che vive a Vicenza ed è un finiano di ferro, incontra Ellero. 

Gli chiede il nome di questo cliente o quantomeno la prova che la storia abbia un fondamento. Non ottiene nulla e lo riferisce al presidente. In quel momento Fini è già rientrato a casa per parlare con la compagna e avvisarla che la sua decisione è confermata: «Non sposerò la tesi di tuo fratello. Dirò che mi dimetto se scoprirò che la casa è sua». Due ore dopo è nella redazione di «FareFuturo», di fronte alla telecamera. Bongiorno è lì davanti, segue il testo, controlla che tutto proceda come stabilito. Dieci minuti e il videomessaggio è registrato. Fini non arretra, ma sa che la partita è ancora tutta da giocare.

Fiorenza Sarzanini
26 settembre 2010



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Le parole sui Servizi, il primo passo per riaprire il dialogo

Corriere della sera


Il colloquio tra Fini e Gianni Letta


il caso montecarlo

ROMA - Sarà per ragioni di realpolitik, per tatticismo o per reciproco interesse personale, ma il dialogo tra Berlusconi e Fini riparte, attraversando una fragile passerella sospesa nel vuoto, che al Guardasigilli Alfano - fedelissimo del premier - richiama alla mente «il ponte sul fiume Kwai»: «E su quel ponte bisognerà muoversi con attenzione, sapendo che dovremo tenere l'equilibrio e che mentre lo attraverseremo si sentiranno i colpi di mortaio». Il dialogo tra (ex) alleati è ripreso dopo il videomessaggio serale di Fini. Anzi, è ripreso prima che il filmato andasse in onda. 

Tutto è iniziato ieri mattina, quando il presidente della Camera ha avuto un colloquio con Gianni Letta, irritato per gli attacchi agli 007 italiani, mossi in questi giorni dai finiani nel tentativo di difendere l'immagine del loro leader colpita dall'«affaire Montecarlo». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio riteneva che la terza carica dello Stato non potesse permettersi di attaccare direttamente o indirettamente i servizi segreti, ed è partendo da quel chiarimento che il dissapore ha lasciato spazio al confronto tra i due.

Così Fini ha mosso il primo passo sul «ponte Kwai». E senza fare alcun cenno all'«allarme democratico», ha riconosciuto «la lealtà istituzionale» dell'intelligence, concludendo il suo discorso con quel «fermiamoci pensando al futuro del Paese» indirizzato al presidente del Consiglio. Toccava all'ex leader di An dare un segnale, che Letta ha riferito al Cavaliere, invitato a raccogliere l'appello: «Sarebbe irresponsabile fare altrimenti». 

Raccontano che Berlusconi non abbia visto il filmato di Fini, d'altronde non ne aveva bisogno dato che il suo braccio destro a palazzo Chigi l'aveva decrittato per lui: il «richiamo» agli interessi nazionali, l'«impegno» a riprendere il confronto, la «volontà» di far proseguire la legislatura, e in più quell'«ammissione di leggerezza» commessa nel «caso della casa» monegasca, erano un messaggio chiaro. Sfrondato il discorso da alcuni passaggi che Letta ha riferito al Cavaliere come «asprezze», mentre altri berlusconiani hanno bollato come «provocazioni», il premier ha accolto il giudizio positivo espresso dal sottosegretario alla Presidenza, e la linea che - insieme all'ala trattativista del Pdl - gli è stata consigliata: si può tornare a discutere, «su basi serie» e per di più da una posizione tattica di forza.

L'analisi infatti è che Fini sia consapevole delle difficoltà in cui si trova per la faccenda di Montecarlo. E se non si è assunto la responsabilità di rompere, bruciando l'ultimo vascello alle sue spalle, è perché teme che l'Fli si sfaldi, che una parte dei suoi gruppi parlamentari - già in fibrillazione e ostile alla linea dura - si dissoci. Sarà tatticismo, realpolitik o interesse personale, di certo il presidente della Camera è salito sul «ponte Kwai». E anche Berlusconi deve farlo, non solo per andare a vedere il gioco dell'ex alleato. Anche il Cavaliere - per quanto detesti Fini e sia ricambiato - ha necessità di irrobustire quella fragile passerella. 

Il premier non può consentire all'opposizione di sfruttare lo scontro tra «cofondatori», lanciando all'opinione pubblica il messaggio che «quei due perdono tempo a farsi la guerra dimenticando i problemi del Paese», come ha iniziato a fare Casini. Né può prestare il fianco ai leghisti, che proprio su questa falsariga continuano a fagocitare il consenso del Pdl nei sondaggi, rimarcando la litigiosità dell'alleato a fronte della loro operosità. Eppoi Berlusconi deve ricostruire al più presto uno «scudo giudiziario» che lo metta al riparo dalla sentenza della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento. Ha bisogno del Fli per disinnescare il timer, altrimenti il lodo Alfano costituzionale rischia di restare bloccato in commissione al Senato. E ormai manca poco al 14 dicembre...

Quel «ponte sul fiume Kwai» serve insomma anche al Cavaliere, che non può né vuole andare subito alle urne. Bossi invece - che mira al voto anticipato - osserva con sospetto l'ultimo tentativo di compromesso, e non a caso ieri sera ha provato a far saltare la passerella attaccando Fini, «che se dice basta al gioco al massacro, significa che si dimette». Saranno tanti i «colpi di mortaio» che attendono quanti vorranno saggiare la solidità del ponte, ma ieri da Bondi a Cicchitto a Gasparri, gli uomini del premier hanno provato a rinforzarne i canapi. Come spiega il vice capogruppo del Pdl al Senato, Quagliariello, «alcune cose dette da Fini continuano a essere inaccettabili, come l'equiparazione tra giudizio etico e giudizio penale, che è come far coincidere la moralità con la questione morale. Ma rispetto al discorso di Mirabello i toni sono completamente cambiati. E l'appello a pensare ai problemi del Paese va accolto». Tutti pronti a salire sul «ponte». Reggerà?

Francesco Verderami
26 settembre 2010



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Arrestato il latitante Franco Li Bergolis

La Stampa

Era tra i 30 più pericolosi d'Italia
È stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Foggia e dei Ros Franco Li Bergolis, di 32 anni, di Manfredonia, superlatitante della mafia garganica e condannato all’ergastolo in primo e secondo grado. Era inserito nell’elenco dei 30 più pericolosi latitanti d’Italia. Franco Li Bergolis era latitante da un paio di anni, dopo che nell’estate del 2008 era stato scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare nel maxi-processo alla mafia garganica.

Il processo si è concluso poi per lui con una condanna all’ergastolo il 7 marzo del 2009 dalla corte di assise di Foggia e il 15 luglio 2010 dalla corte di assise di appello di Bari. Benchè abbia solo 32 anni, è considerato ormai al vertice della mafia garganica, a maggior ragione dopo gli ultimi cruenti agguati che nel giro di poco più di un anno hanno eliminato un paio dei capi storici dei clan garganici e dopo che il 30 agosto scorso è morto l’ultimo capoclan dei Romito, un tempo strettamente alleati dei Li Bergolis e da qualche anno in guerra con loro.

Nell’ambito di questa guerra dall’aprile del 2009 a oggi si contano sei omicidi e due agguati falliti. L’ultimo omicidio è stato compiuto a Manfredonia il 30 giugno 2010: venne ucciso Leonardo Clemente, nonno del veccgio capoclan dei Li Bergolis, ’Ciccillo', ucciso il 26 ottobre 2009 a Monte Sant’Angelo. Pochi giorni dopo l’ultimo cruento agguato, il 12 luglio scorso si svolse a Manfredonia un vertice sulla sicurezza presieduto dal ministro dell’interno, Roberto Maroni.




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Tassazione zero e segreto bancario Così nasce il paradiso

Il Tempo


Ocse: l'organizzazione parigina in prima linea nella lotta ai paesi che favoriscono il riciclaggio e le società off-shore


Nessuna possibilità per gli ispettori del fisco e la magistratura di mettere il naso nelle loro banche e istituzioni finanziarie. Per anni è stato questo il punto di forza dei paradisi fiscali. Stati che hanno prosperato sull'arrivo di capitali di origine dubbia. In parte legati ad attività criminali e in cerca di pulizia, in parte arrivati dai paesi occidentali da facoltosi imprenditori che, pur avendoli conseguiti con attività legali, cercavano di sottrarli alle mire del fisco nazionale. A mettere in guardia i paesi occidentali sulla pericolosità per le economie mondiali dei paradisi fiscali è stata l'Ocse (l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Nel 1998 l'Organizzazione ha pubblicato un rapporto sulla concorrenza fiscale dannosa intitolato «Harmful Tax Competition: An Emerging Global Issue».

Dove si distingue tra «paradisi fiscali» (tax heavens) e «regimi fiscali preferenziali dannosi» (harmful preferential tax regimes). Regimi fiscali preferenziali ce ne sono tanti e, a certe condizioni, possono provocare una competizione fiscale dannosa. Ma i veri e propri paradisi fiscali non si caratterizzano solo per il basso o nullo livello di tassazione. Ai fini della loro individuazione, infatti, il rapporto elenca alcune condizioni: nessuna tassazione (ovvero livello di tassazione effettivo solo nominale); assenza di un effettivo scambio di informazioni con altri Stati e mancanza assoluta di trasparenza. A questo si collega anche la mancata cooperazione nella lotta al riciclaggio di denaro sporco. Sulla base di questi criteri, l'Ocse ha individuato appunto 41 «giurisdizioni» (paesi o territori) definibili come veri e propri paradisi fiscali. La lotta attuata negli anni successivi dai paesi occidentali contro i paradisi ha subìto un'accelerazione impetuosa nei mesi più acuti della crisi finanziaria mondiale.


L'Ocse ha dato una definizione precisa e riconosciuta universalmente di paradiso fiscale: uno Stato o un territorio autonomo dove l'imposizione tributaria è nulla o molto modesta, in cui non occorre svolgere un'effettiva attività economica per le imprese che vi si stabiliscono e che si oppongono a reciproci scambi di cooperazione fiscale con le autorità di altre nazioni. Non solo. Il gruppo di economisti di Parigi ha anche stabilito un modello di accordo fra gli Stati, definito con l'acronimo «Tiea». Per uscire dalla lista dei paradisi fiscali, un Paese deve, fra le altre cose, stipulare almeno dodici Tiea con altre nazioni. Negli ultimi mesi, di Tiea ne sono stati stipulati centinaia in tutto il mondo. Sempre più territori hanno infatti cercato l'accordo con le potenze economiche per evitare l'isolamento e la rovina finanziaria. Così la lista nera si è trasformata in una lista grigia in cui sono presenti altri 22 paesi. Ma grazie agli sforzi di cooperazione infine paesi come San Marino, il Principato di Monaco, le isole Cayman, le Bahamas, Singapore, la Svizzera e tanti altri Stati sono così recentemente stati depennati anche dalla cosiddetta “gray list” dell'Ocse.



Filippo Caleri
26/09/2010




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I misteri di Santa Lucia

Il Tempo


Sull’isola non esistono notai. Una società si apre dall’avvocato.E in 10 minuti si può cedere


Fino a qualche mese fa era solo un puntino sulla carta geografica di chi, nel mar dei Caraibi, si lascia trasportare dai venti tropicali. Oggi Saint Lucia, isola delle Piccole Antille a nord delle isole di Saint Vincent e Grenadine e a sud della Martinica, è conosciuta anche dall'uomo della strada. La storia della casa di Montecarlo, abitata da Giancarlo Tulliani e venduta da Alleanza Nazionale a più società off-shore, ha portato l'atollo agli onori della cronaca. Così Saint Lucia paradiso di acque cristalline e di palme, è ora noto soprattutto come paradiso fiscale. Un luogo cioè dove la tassazione dei capitali che arrivano da ogni parte del mondo è praticamente pari allo zero. E dove le domande su cosa si deposita, e soprattutto da dove vengano i liquidi che si mettono sui conti bancari, sono ridotte a poche e scarne formalità.

Un aspetto che fa diventare questi luoghi particolarmente ambiti da chi vuole stabilire un'impresa (che non a caso sono dette offshore). Già, le regole particolarmente rigide sul segreto bancario consentono di compiere transazioni coperte. Non intercettabili dai normali mezzi di investigazione a disposizione dei paesi normali. E chi opera con una società iscritta e fondata a Saint Lucia può cioè sfuggire alle fastidiose rogatorie internazionali. E cioè la richiesta dei magistrati di uno stato sovrano su determinate attività imprenditoriali o finanziarie. 


C'è un altro aspetto che fa del paradiso in questione un eden per chi vuole compiere azioni al limite della legalità senza farsi prendere con le mani nel sacco. Le lungaggini burocratiche sono un termine che nella capitale Castries non ha diritto di esistenza. La leggerezza del diritto commerciale anglossassone, (invocato in Italia anche dal ministro Giulio Tremonti con la sua riforma per aprire un'impresa in un giorno) a Saint Lucia è regola di vita. Anche perché in questi paesi non esiste la figura del notaio, ufficiale pubblico che rende inoppugnabile un atto.

Niente di pubblico. Solo avvocati che certificano in uffici modesti la nascita di società come la Timara e la Printemps, al centro del caso Tulliani, senza tante formalità. È insomma l'apoteosi dell'autocertificazione. Nasce una società e nel pieno rispetto della persona giuridica agisce attraverso un rappresentante in tutto il mondo. Quello che c'è dietro resta custodito gelosamente nelle maglie della legge del paradiso. 


Un meccanismo che è diventato business. Spesso infatti il legale rappresentante è proprio l'avvocato di Saint Lucia che agisce con la procura del reale proprietario che quindi non appare mai. Non solo. Le società nascono così facilmente che ne è nato un commercio internazionale. Studi legali con sede a Saint Lucia così come a Turks e Caicos o ad Aruba inviano i loro messi nelle sedi di banche di paesi europei, come la Svizzera o anche perché no di Montecarlo, con leggi fiscali più blande.


Davanti a un tavolo di Basilea o di un qualunque studio monegasco le società sono vendute con un semplice contratto ad enti finanziari che le usano per immettere nel loro bilancio beni immobili, come case, barche e terreni da sottrarre all'erario. Un gioco da ragazzi. In alcuni casi e conoscendo i giusti giri si può entrare in possesso di uno schermo societario anche con meno di 500 dollari. Attenzione si può ottenere la titolarità di una società ma questo non consente di effettuare azioni illegali in Italia o in Francia dove gli ispettori del fisco difficilmente lasciano tranquille le aziende con bandiere di paradisi fiscali. 

Ma tant'è, il commercio esiste. E non è finita. C'è anche un altro aspetto da tenere presente nella vita di Timara e Printemps. Se in Italia la cessione di quote societarie va comunicata e pubblicizzata presso Camere di Commercio e con atti notarili, a Saint Lucia la vita è più facile. Il passaggio societario è una formalità. In venti minuti di fronte al solito avvocato si può cedere nome e patrimonio senza problemi. Chissà se l'avvocato Renato Ellero non dica un'assoluta verità quando spiega che la casa non è di Tulliani.

Ellero specifica che appartiene a un suo cliente ma non sa da quando. L'ha saputo mercoledì scorso. Vista la rapidità delle leggi di Saint Lucia magari l'ultimo proprietario di Timara e Printemps se ne è disfatto martedì scorso.


Filippo Caleri
26/09/2010



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A Voghera il sangue dei vinti fa paura

di Redazione


Nel paese dell’Oltrepò affissa una targa per ricordare sei persone fucilate dai partigiani dopo la Liberazione E gli antifascisti in servizio permanente subito strillano. Sono passati 65 anni ma non depongono le armi dell’odio 


Se sessantacinque anni vi sembran pochi... Pochi, evidentemente, per un’equa valutazione della storia italiana recente, anche di quella più amara, com’è stata la guerra civile. C’è chi non vuole assolutamente mettere la parola fine alle lacerazioni interne, anche perché è su queste divisioni che ha campato e tutt’ora campa. Notizia recentissima: il comune di Voghera autorizza l’affissione di una targa sulle mura del castello della città in ricordo di sei cittadini vogheresi fucilati nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione. 

Qualcosa di strano? No, un doveroso atto di riconoscimento verso quei vinti che dopo la morte violenta sono stati misconosciuti, calunniati, condannati ad una perpetua «damnatio». Ma insorgono le prefiche dell’antifascismo in servizio permanente effettivo e gridano allo scandalo. Ugo Scagni, nato in provincia di Pavia nel 1931, storico locale della Resistenza, è il più indignato: «È una vigliaccata - strepita - dando il benestare a simili proposte si processa la Resistenza», mentre le varie associazioni (ormai formate per lo più da gente che con la Resistenza ha avuto poco a che fare, stante che i veri partigiani per ragioni anagrafiche ormai se ne sono quasi tutti andati) gli fanno il coro: «È uno scempio, uno scempio».


Ma chi erano questi fascisti fucilati senza processo il 13 maggio 1945? Erano sei militari, di cui tre giovanissimi, arruolati da pochi mesi, forse non c’era stato neppure il tempo di addestrarli all’uso delle armi. Luigi Albini aveva 17 anni, Sergio Montesanto ne aveva 21. Eugenio Quarto Vannutelli ne aveva soltanto sedici. Gli altri tre - Pierino Andreoni, Giuseppe Piccinini e Arnaldo Romanzi - ne avevano rispettivamente 48, 38 e 36.  Ma quattro di loro - Albini, Andreoni, Montesanto e Vannutelli - appartenevano al 2° Battaglione di polizia più noto col nome tedesco di Sicherheitspolizei perché alla diretta dipendenza del comando tedesco. 


A questi uomini - come conferma Arturo Conti presidente dell’Istituto Storico della Rsi - era affidato il cosiddetto «lavoro sporco», dai rastrellamenti all’esecuzione delle fucilazioni decise dal tribunale militare. E in una zona di scontri violenti fra le forze militari italo-tedesche e le formazioni partigiane come fu la provincia pavese, è ovvio che tra le fazioni divampasse l’odio. Anche perché il reparto, prima saldamente nelle mani del colonnello Alfieri, passò, dopo la sua morte in uno scontro con i partigiani, a un colonnello Fiorentini molto meno rigoroso nel reprimere eccessi e illegalità dei suoi uomini.

Ma tant’è: che si fossero resi colpevole di eccessi oppure no, sugli uomini della Sicherheits piombò la vendetta partigiana che colpì anche il milite della Gnr Piccinini e il capitano delle Brigate Nere Romanzi. Erano del luogo, ben conosciuti e forse, proprio perché sicuri della propria buona fede, non avevano neppure pensato a nascondersi, forse si erano addirittura consegnati.


Quale che sia stata la storia di ciascuno di loro, è certo che una lapide in ricordo di una fucilazione forse ingiusta è ancora indigesta per tutti coloro che non vogliono deporre le armi dell’odio civile. Ma i tempi cambiano velocemente (anche se loro non se ne accorgono). Se il sindaco di Voghera, Carlo Barbieri, si difende sostenendo che la decisione era stata presa dalla giunta precedente, nella città di Arcevia, in provincia di Ancona, il comune aveva fatto togliere d’autorità dalla chiesetta di Madonna dei Monti una lapide apposta in ricordo di tredici cittadini (tutti civili, questa volta, e completamente innocenti) fucilati nel 1944 dai partigiani come spie fasciste. 


Ebbene, il Tar di Ancona ha annullato l’ordinanza e autorizzato l’affissione della targa. È tempo di mandare in pensione la faziosità degli irriducibili.




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Fini ha sconfessato i suoi armigeri"


Roma 

«Nel ’95 uscimmo dalla “casa del padre”, dalla storia del Msi, e siamo riusciti a sopravvivere. Sono convinto che l’uscita dalla “casa del cognato” sarà una passeggiata, al confronto...». La battuta viene istintiva a Maurizio Gasparri, quando gli si domanda se Fini, dai e dai, riuscirà a convincere il giovin Tulliani a cambiare abitazione. 
Presidente Gasparri, come le è sembrata l’autodifesa di Gianfranco Fini?
«Sull’affaire Montecarlo ci sono state una serie di ammissioni, alcune anche molto forti. Potevano essere fatte prima, certo, ma ora sono arrivate. E c’è la sconfessione di quegli armigeri finiani che nei giorni scorsi avevano offeso la presidenza del Consiglio e i servizi segreti: Fini ha espresso un esplicito riconoscimento a Gianni Letta e a Gianni De Gennaro, che peraltro era stato recentemente in visita da lui ad Ansedonia, ma questo è sicuramente un fatto normale». 

E sul piano politico, quell’invito a fermare il «gioco al massacro» è una offerta di tregua?
«C’è senza dubbio un’apertura, un segnale di disponibilità che va colto, sia pur condito con varie asprezze e giudizi astiosi nei confronti del premier che però fanno parte del gioco: se offri la pace, devi poter dire ai tuoi che gliele hai cantate». 

Torniamo a casa Tulliani. Quali sono le ammissioni, sia pur tardive, di cui lei parla?
«Intanto il dubbio sulla proprietà effettiva della casa, cui Fini collega anche le proprie dimissioni dalla presidenza della Camera: una furbizia, certo, agganciarle alla “prova diabolica” sulla casa, perché la certezza materiale su questo non ci sarà probabilmente mai. Però certo Fini ha ammesso che Tulliani fece le ristrutturazioni di quella casa, confermando quanto avevate scritto voi del Giornale. E perché uno si accolla il restauro di un appartamento? Per amicizia verso la società proprietaria? Le deduzioni sono possibili...». 

Se c’è stata qualche «leggerezza» non c’è stato però nessun danno alla cosa pubblica, ha tenuto a rimarcare il presidente della Camera.
«D’accordo. Ma mi lasci esprimere, come ex di Alleanza Nazionale, una profonda amarezza. Quella casa di boulevard Princesse Charlotte, oggi domicilio di Giancarlo Tulliani, era stata lasciata in eredità al mio partito per sostenere le sue battaglie politiche. Invece è stata svenduta ad un prezzo ridicolo, un quarto del suo valore, ad una strana società: se mi permette non è una gran bella cosa». 

Sul valore della casa Fini dice che forse c’è stata una «leggerezza».
«Finora si è sostenuto l’insostenibile sul prezzo di quell’appartamento: anche il portiere dello stabile accanto al mio è in grado di dire che è stata svenduta. Sono lieto però della difesa che Fini ha voluto fare di Francesco Pontone, l’ex tesoriere di An che curò materialmente la vendita: giusta difesa, perché Pontone fu un mero esecutore. Non aveva nessuna delega discrezionale a cercare un compratore, gli venne solo detto: vai e firma quel contratto al prezzo che troverai già stabilito». 

Lei parla di sconfessione da parte del presidente della Camera degli esponenti più estremisti del suo gruppo.
«Esatto, quei seminatori di veleno che tra qualche mese, se vuole la mia opinione, troveremo confluiti nell’Italia dei Valori di Tonino Di Pietro. Invece mi pare che Fini abbia dato ascolto alle preoccupazioni di quei suoi parlamentari, quelli meno astiosi verso Berlusconi e il Pdl, che pochi giorni fa, a casa del senatore Consolo, lo invitavano a cercare un confronto più sereno nella maggioranza». 
Da capogruppo Pdl al Senato ora è più ottimista sul dibattito del 29 settembre?
«Fini ha usato sicuramente toni aspri e anche un po’ astiosi verso il premier, ma nella parte finale del suo intervento ha fatto una sostanziale apertura. E questo, dal punto di vista politico, è quello che ci interessa. Ha parlato di confronto, sia pur “duro”, ma il segnale di disponibilità va colto. Vedremo sul campo, in Parlamento, ma mi pare che gli estremisti siano stati tacitati».




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L’azzeccagarbugli grillino dei no Cav

di Paolo Bracalini



Ex missino, dc e senatore padano, oggi il penalista Ellero sfila con i disobbedienti e sostiene le liste del V-Day: "Berlusconi va cacciato a pedate". E nei giorni scorsi si è incontrato spesso con il vice capogruppo del Fli Conte

Roma
 

Resta da capire se sia un mamba, come dice lui, oppure un bamba, come dicono altri. Di sicuro è un tipo che ama provocare e far parlare di sè. Una vita tra aule giudiziarie, università e politica, con passaggi anche imprevedibili: prima missino, poi democristiano, poi leghista, poi federalista berlusconiano, poi non più berlusconiano né federalista, ultimamente grillino. Era da un bel po’ che l’avvocato e professore vicentino Renato Ellero non finiva sui giornali nazionali e nei tg. Ieri ha trovato il modo migliore per farlo: venirsene fuori di punto in bianco con una bomba atomica, fatta esplodere nientemeno che sulla Sberla, un blog del posto. «Il proprietario della casa di Montecarlo è un mio cliente» ha rivelato l’azzeccagarbugli vicentino. 


Arricchendo lo scoop con un quadro cronologico dalla precisione schiacciante: «Non so da quanto tempo sia proprietario di questa società, ma quando ho parlato con lui non mi pareva che fosse da pochi giorni, non sono però in grado di dirvi se ha preso un anno fa, due anni fa, otto mesi fa. Io l’ho saputo mercoledì». Chiarissimo. Ma chi è questo Ellero? Nella Lega Nord, in cui ha militato diventando senatore nel 1994, fanno a gara a dire di non conoscerlo.


«Era uno di quelli che se ne andò subito, se non ricordo male», dice un colonnello leghista. Non ricorda male, Ellero restò nella Lega giusto qualche mese, il tempo di accomodarsi a Palazzo Madama e fare il salto della quaglia, inventandosi, dopo il ribaltone di Bossi, un gruppetto (Lega federalista italiana) alleato col Polo di Silvio Berlusconi. A quel tempo il Cavaliere era, per Ellero, «una persona molto signorile» e le accuse dei pm a Berlusconi «una barbarie giudiziaria». 


Ultimamente ha cambiato idea. Breve rassegna del pensiero elleriano sul Cav e affini, tratta dal web: «Berlusconi non si dimetterà mai, lo devi buttar fuori dalla stanza a pedate», «Berlusconi è un uomo d’affari, un pescecane, divora tutto. Ma se viene uno squalo, l’unica speranza per farlo scappare è dargli una botta sul naso: ecco, a Berlusconi bisogna dargli una botta in testa. Non fisicamente, perché dopo tutti gli interventi e i lifting non sai dov’è la testa», «Tremonti è un incapace, Sacconi non so neanche come fa ad essere ministro», «Brunetta è uno statista da 1,59», «Ghedini io lo considero meno di zero», «Bossi una volta era un uomo, ora non so cosa sia». Insomma un osservatore equilibrato delle cose politiche, e soprattutto super partes.


È invece molto amico del vicentino Giorgio Conte, vicecapogruppo dei finiani alla Camera. Anzi, pare che in questi giorni si sia sentito molto spesso con il finiano Conte, e che si sia anche con lui incontrato, e non una volta sola. Una coincidenza? E chi può dirlo. Di sicuro (lo racconta l’Ansa) ieri Conte lo attendeva a casa, come un tutor, di ritorno dal suo studio legale dove ha incontrato i giornalisti affamati di qualche prova, oltre alle parole. Un rapporto di amicizia che dura da tempo, certo, ma che qualche dubbio, in un giallo intricato come il Fini-Tulliani-gate, lo pone. Anche perché le cose strane sono molte. La tempistica della dichiarazione, dopo un mese e mezzo di silenzio e qualche ora prima del videomessaggio di Fini. 


La vaghezza circa la data del presunto acquisto societario da parte del suo cliente. Che, tra l’altro, non risiede neppure in Italia, ma «molto, molto vicino all’Italia», e che pertanto, non avendo residenza qui, non può temere eventuali azioni del fisco italiano, e dunque potrebbe palesarsi senza troppi problemi. Basterebbe mostrare il titolo di proprietà, un semplice documento che può essere venduto e comprato in qualsiasi momento, senza neppure lasciare traccia di questo passaggio (è uno dei molti vantaggi che offre l’off-shore), perché è un titolo al portatore. Insomma, i margini per i giochi di prestigio ci sono tutti. Anche se nessuno si sognerebbe mai che possa essere coinvolto uno stimato professionista e docente universitario come Ellero.


Un giovane brillante, allievo e assistente alla cattedra del grande penalista Giuseppe Bettiol, già parlamentare e ministro della Dc. Figlio di un facoltoso industriale vicentino, Ellero ha coltivato la scienza giuridica (e la passione politica) non per necessità di guadagnarsi la pagnotta. Al Senato, tra il ’94 e il ’96, non ha lasciato segni indelebili, a parte un disegno di legge per devolvere il 4 per mille ai partiti politici. Una proposta che, se fatta oggi, garantirebbe la lapidazione immediata davanti al Parlamento. Ma certo, nel ’95 il sentimento anti-Casta non era forte come ora, in epoca Grillo. 


A proposito di Grillo, ultimamente Ellero sembra attratto dal grillismo. Un meet-up di Padova ha pubblicato le foto di un incontro dei grillini, del novembre 2008, con ospite tra gli altri Elio Lannutti, oggi senatore dell’Idv, e poi lui, Renato Ellero. Da ex sostenitore di Berlusconi a antiberlusconiano grillino e anti-Casta, ma i tempi cambiano. Sulla pensione degli ex parlamentari, invece, non ha cambiato idea: continua a percepire l’assegno di 3.108 euro mensili come ex senatore. Una piccola contraddizione si può tollerare nell’avvocato che si candida a far luce sulle oscure vicende che corrono tra Roma, Montecarlo, Santa Lucia. E un po’ di Vicenza, ostregheta.



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Quella casa è di un altro. Ma non so da quando"

di Marino Smiderle


Il vicentino Ellero, avvocato, ex senatore leghista, irrompe nel Tulliani-gate: "Il proprietario è mio cliente. Però non dirò il suo nome neanche sotto tortura". Le dichiarazioni lasciate su "lasberla.net", blog dei comitati vicentini no global "No dal Molin". L'azzeccagarbugli grillino dei no Cav


Vicenza
 

 «La casa di Montecarlo è di un mio cliente». Urca, questo è uno scoop. L’avvocato Renato Ellero lo regala ieri mattina al blog vicentino sostenitore dei «No Dal Molin», lasberla.net, che a sua volta lo gira al circuito Cnr e, con la velocità supersonica della rete, si ritrova in pochi minuti in cima ai siti del Corriere della Sera e di Repubblica. Proprio nella mattina in cui tutti sono in trepida attesa per sentire la verità di Fini. La rivelazione a orologeria del legale vicentino sconvolge l’agenda politica, improvvisamente spostata sull’asse Vicenza-Saint Lucia. Dunque siamo alla svolta. Prima, ovvia domanda: se la casa non è di Tulliani allora di chi è? 


«Questo non lo dirò neanche sotto tortura», risponde Ellero davanti a un delirio di telecamere e taccuini. Un’ebbrezza che non provava dalla metà degli anni ’90, quando venne eletto senatore nelle liste della Lega Nord. Quelli per lui sono stati i tempi d’oro. Professore di diritto all’Università di Padova, Ellero era tra i candidati a diventare sottosegretario alla Giustizia nel governo Berlusconi. Ipotesi poi sfumata. Chissà se fu questo dettaglio a indurlo, un paio di anni dopo, ad abbandonare Bossi per formare, con altri transfughi delusi dal tradimento padano nei confronti di Berlusconi, la Lega italiana federalista, una delle tante meteore della politica italiana.

Tornando al «vero» padrone della casa del Principato, quando sarebbe diventato proprietario? «Io lo so da mercoledì e il mio cliente mi ha chiesto di renderlo pubblico adesso». Per fare un favore a Fini? «No, la politica non c’entra, lo ribadisco. Ho conosciuto e stimato Fini durante il mio mandato parlamentare, ma né lui né Tulliani sono miei clienti. Il vero proprietario della società off-shore si è rivolto a me perché non ha gradito quello che ha fatto il ministro di Saint Lucia. Le autorità dell’isola dovrebbero garantire la riservatezza di chi va a investire laggiù e invece questa uscita è parsa sgraziata, oltre che sbagliata. 

Ecco perché mi ha chiesto di rendere noti questi dettagli». Non si capisce bene perché uno che va a costituire una società lontana da occhi indiscreti, e agenti tributari esosi, si lamenti del fatto che non esca il proprio nome. O meglio, non vuole che esca il proprio nome, ma nemmeno quello di Tulliani. Un po’ contorto come ragionamento, ci vorrebbero davvero nome e documenti per tagliare la testa al toro e salvare quella di Fini-Tulliani. «Io i documenti li ho visti - assicura Ellero - e ribadisco che, almeno fino a ieri sera (venerdì, ndr), la società di Saint Lucia era del mio cliente. Poi, si sa, parliamo di documenti al portatore, la proprietà può passare di mano in cinque minuti».


Ricapitolando: l’avvocato vicentino sa chi è il titolare della società, non sa da quando, non esclude che possa averla rilevata una settimana, un mese, un anno, dieci anni fa e non ha alcuna intenzione di rivelare il nome del fortunato. «Posso solo dire - concede - che si tratta di un sessantenne italiano, residente in uno stato confinante con l’Italia e molto facoltoso, al punto da potersi permettere, sulla base della valutazioni dell’appartamento che ha fatto il Giornale, di acquistare l’intero palazzo».


Chiaro, no? Non chiarissimo, ecco. Ellero è un avvocato esperto, a Vicenza lo conoscono bene per essersi occupato di casi che hanno fatto epoca, come quello della professoressa Dolcetta Longo e quello del veggente di Poleo Renato Baron. Uno dei più quotati del foro, diciamo, e per questo è il primo a rendersi conto che la versione è fragilina. Possibile che questa uscita non c’entri con la politica e dipenda solo dall’imperscrutabile desiderio di vendetta di un anonimo facoltoso investitore nei confronti del ministro di Santa Lucia?


«Il mio cliente è cosciente dei casini che ci sono sotto questa storia, ma a lui non interessano». Forse a Ellero interessano un po’ di più. Sempre sul sito lasberla.net sono postati video di alcuni mesi fa in cui l’avvocato vicentino si esprimeva in termini non propriamente lusinghieri nei confronti di quel Berlusconi che nel ’95 voleva salvare dalla sfiducia di Bossi. «Berlusconi è un uomo d’affari: è di quelli che si chiamano squali, lui divora tutto quello che trova. Che sia il potere politico fine a se stesso o a fine economico, lui divora», diceva a proposito della sentenza sul caso Mills. Chissà adesso se Ellero fa il tifo per Berlusconi e per Fini. Della cosa avrà sicuramente parlato con l’onorevole Giorgio Conte, il finiano vicentino incontrato ieri al termine delle interviste. Ma solo il suo misterioso cliente potrebbe soddisfare questa curiosità.




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Malan: "Nemmeno lui crede a quello che dice"

di Paola Setti


L'ex compagno della Lega: "Ellero è' rimasto lo stesso, sempre pronto a esagerare. Bravissimo nelle sparte per conquistare la ribalta. Se ne andò dal Carroccio e disse: bisogna legnare Fi"



Onorevole Lucio Malan, lei che lasciò la Lega con Renato Ellero…
«No, prego, io lasciai la Lega quando ancora serviva a qualcosa».


Sì, vabbè…
«Eh no, scusi, è importante».


Ma noi le chiedevamo che tipo è Ellero…
«Appunto».


Ha vinto, faccia lei.
«21 ottobre 1994, Umberto Bossi ci dice che bisogna mollare Berlusconi, e poi abbiamo capito perché».


L’avviso di garanzia durante il G7 di Napoli...
«Bossi sapeva che ci sarebbe stato un massacro giudiziario. Ciò che non si aspettava è che il premier sarebbe sopravvissuto».


Ma questa è un’altra storia.
«Io e altri decidiamo di uscire, fondiamo il gruppo dall’agevole nome Federalisti liberaldemocratici, per sostenere il governo».


Ellero scende dal Carroccio nel gennaio 1995.
«Il governo Berlusconi è già bello che morto, Ellero e gli altri che sono usciti con lui però non aderiscono al nostro gruppo».


Motivo?
«Siamo tutti lealisti a Berlusconi, ma loro, essendo usciti dopo, temono di finire a fare i figli della serva».


E questo che cosa ci dice di Ellero?
«Mettiamola così. Io non so se quel che dice sull’appartamento di Montecarlo è vero, di certo mi sarei aspettato di vedere i documenti, tanto più che la questione va avanti da settimane».


È un tipo inaffidabile?
«Lui stesso sembra non fidarsi molto di quello che dice».


Parla di un cliente così facoltoso che avrebbe potuto comprare l’intero palazzo a Montecarlo, altro che appartamento.
«Tipico. Vede, son passati vent’anni e probabilmente il cliente facoltoso Ellero ce l’ha davvero».


Però?
«Che bisogno aveva di dire che si può permettere tutto il condominio? È che lui non è mai stato modesto nelle sue dichiarazioni, di certo non si sottostima».


E qui scatta il “mi ricordo quella volta che…”
«Lui affermava di avere stretti rapporti personali con personaggi notevoli, e un buon accesso a Berlusconi».


Dice che mentiva?
«Non lo so, ma so che il 90 per cento di chi dice di avere facile e frequente accesso al premier, mente».


Tornando all’amarcord.
«Una volta mi telefonò… Che poi, anche lì...».


Cosa?
«Lui urla anziché parlare. E non disdegna di parlare di qualunque cosa in qualunque circostanza».


Tipo?
«C’è un’aneddotica sui suoi viaggi in treno, quando faceva ragionamenti bizzarri senza curarsi di chi avesse accanto in carrozza».


Una macchietta?
«Macchietta lo ha detto lei, non mi faccia dire macchietta».


L’ho detto io.
«È molto esuberante, per certi versi eccentrico, estroverso, molto generoso nel parlare».


Diceva della telefonata.
«Lui era capogruppo della Lega federalista italiana, io non ero a capo del mio gruppo ma avevo un certo ruolo».


La chiama e dice?
«Lucio, noi fuoriusciti dalla Lega dobbiamo votare in modo diverso da Forza Italia, sennò questi non ci considerano. Bisogna dargli delle legnate, per farci dare retta».


Diedero più retta a lei, che è ancora in Parlamento col Pdl…
«Lui fu bravo a capire in tempo che Forza Italia non lo avrebbe candidato, e con la sua irruenza fece una candidatura di disturbo».


Ma secondo lei potrebbe aver fatto questa uscita per cercare i riflettori?
«Uuuuuhhh!».


Era un sì?
«Lui certo non è uno schivo: non rifugge la ribalta, è bravissimo a fare dichiarazioni che poi vengono riprese dai media».


I maligni dicono già che sta cercando una collocazione politica…
«Eh, ma in quel caso le cose che dici devono essere vere. Se si scopre che sono balle?».


L’hanno visto con i grillini....
«Ah ah, davvero? Del resto è noto per le sue prese di posizione sempre originali».




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Il governo di Saint Lucia conferma: "La società off-shore è di Tulliani"

di Massimo Malpica


Il portavoce del primo ministro King, Darnely Lebourne, mini­mizza la portata delle dichiara­zioni dell’avvocato Ellero: "Non ho sen­tito di questa storia, ma comun­que io confermo la validità di quanto detto dal ministro della Giustizia, e dunque anche il contenuto della lettera riservata"
 
nostro inviato a Castries (Saint Lucia) 

Il caldo tropicale del primo mattino a Saint Lucia scatena una pioggia torrenziale. E sotto l’acqua rimbalzano dall’Italia le prime dichiarazioni dell’avvoca­to Renato Ellero: un suo anoni­mo facoltoso cliente italiano, non Giancarlo Tulliani, sarebbe il proprietario della Timara, e dunque della casa monegasca di boulevard Princesse Charlotte, 14. Una versione che nel corso della giornata verrà diluita da un distinguo temporale: 

«Non so da quanto sia proprietario di que­sta società, parlandoci non mi pareva da pochi giorni, ma non so se l’ha presa un anno fa, due anni fa o otto mesi fa. Io l’ho sapu­to mercoledì», spiega Ellero alle telecamere di SkyTg24. L’ennesi­ma versione potrebbe suonare in contraddizione con la lettera del governo di Saint Lucia, nella quale si sostiene che in seguito a un’indagine è stato «accertato» che il beneficiario effettivo della società sia Giancarlo Tulliani, «cognato» di Gianfranco Fini.

L’esecutivo del piccolo Stato in­sulare non replica con note uffi­ciali, anche perché di sabato gli uffici sono sbarrati, ma non sem­bra scosso dalle rivelazioni d’ol­treoceano. Così, il portavoce del primo ministro Stephenson King, Darnely Lebourne, mini­mizza la portata delle dichiara­zioni dell’avvocato: «Non ho sen­tito di questa storia, ma comun­que io confermo la validità di quanto detto ieri (venerdì, ndr ) dal ministro della Giustizia, e dunque anche il contenuto della lettera riservata. 

Durante le inda­g­ini preliminari sono stati raccol­ti documenti che sostengono quanto scritto dal ministro Fran­cis ». Anche le insinuazioni sulla scarsa ortodossia dell’inchiesta governativa in corso, le cui pri­me indiscrezioni erano oggetto della missiva non trovano spon­da nel portavoce: «Le istituzioni locali – spiega Lebourne- hanno pieni poteri per avviare indagini o approfondire aspetti delle atti­vità delle società off­shore , quan­do lo ritengano opportuno».

Niente di irrituale, insomma, a dar retta al collaboratore del pri­mo ministro di Saint Lucia. I toni restano più o meno gli stessi quando si riferisce delle news italiane al ministro della Giustizia Lorenzo Rudolph Fran­cis, l’autore della ormai celebre lettera che ieri, in conferenza stampa,ha confermato l’autenti­cità del «confidential memo» in­dirizzato al primo ministro King lo scorso 16 settembre. 

«Non so cosa sostenga questo legale, ma so che quello che ho scritto nella lettera la cui autenticità ho con­fermato ieri è appunto quanto è emerso dalle nostre indagini, in­dagini preliminari. Perché l’in­dagine formale è in corso, e quando i risultati saranno defini­tivi, quali che siano verranno re­si pubblici».

Nel minestrone internaziona­le in cui è affondato l’ affaire im­mobiliare monegasco, fare chia­rezza in maniera definitiva è diffi­cile, non foss’altro perché si trat­ta di compravendite con società fiduciarie off-shore , le cui azioni solitamente sono al portatore: possesso vale titolo, dunque, e se quei documenti passano fisi­camente di mano, anche la socie­tà (e gli immobili ad essa intesta­ta) seguono lo stesso destino. Im­possibile escludere che possa es­sere accaduto. 

Di certo però, a dar retta alle dichiarazioni riba­dite ieri da parte dei rappresen­tanti dello Stato di Saint Lucia, al­meno nel momento in cui la lette­ra è stata scritta, o meglio quan­do il dipartimento dei servizi fi­nanziari dello Stato caraibico ha ricevuto le dichiarazioni rese da James Walfenzao,c’era la certe­z­za del ruolo ricoperto da Tulliani nella Timara: beneficiario effetti­vo, e cliente di Jason Sam e Cor­pag Usa. 

Quanto a Walfenzao, l’ufficio del registro di Saint Lu­cia lo indica come contatto an­che nella Corporate Agent Saint Lucia, quella che ha sede a Ma­noel Street, 10, l’indirizzo di rife­rimento di tutta la galassia off­shore dell’ affaire immobiliare. E lo inquadra in quel ruolo pro­prio in relazione alla nascita di Printemps e Timara. 






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Le amnesie sospette di Gianfry: dal prezzo di vendita ai lavori tutto quello che resta da chiarire

di Gian Marco Chiocci


È d’obbligo una premessa al monologo di Fini in cui scarica clamorosamente il cognato, mischia le carte sul prezzo di vendita, inciampa sui lavori di ristrutturazione, ritratta sui servizi deviati. Questa stramaledetta storia di Montecarlo ogni giorno di più regala coincidenze inquietanti. Che convergono tutte su Giancarlo Tulliani: coincidenza vuole che fu lui il primo e il solo a sapere (chissà come e da chi) che l’appartamento di An a Montecarlo era in vendita; fu personalmente lui a proporre a Fini la cessione a una società off-shore; fu lui, coincidenza, che si ritrovò affittuario dello stesso appartamento nel frattempo acquistato da una seconda società off-shore che, coincidenza, era collegata alla prima attraverso altre società dove, coincidenza, figura sempre l’amministratore James Walfenzao a cui Tulliani, coincidenza, recapita le sue utenze personali. A due mesi dallo scandalo, coincidenza, spunta un avvocato vicentino che parlando a nome di un cliente italiano (di cui non fa il nome) giura che l’appartamento di Princesse Charlotte è del suo cliente.


La coincidenza nella coincidenza è che il legale si appalesa non appena s’è avuta conferma della bontà del documento diffuso a Santo Domingo che inchioderebbe Tulliani alla società Timara Ltd, e non appena Fini ha fatto sapere che a due mesi dallo scoop del Giornale dirà la sua verità dopo esser già scivolato sulla nota di otto punti in cui incautamente rivelava la data della seconda vendita (che non poteva, e doveva, conoscere). Tra le coincidenze dell’ultima ora va segnalata l’uscita del redivivo Tulliani che si dice tranquillo «col contratto in tasca». Parlano tutti, all’improvviso. I protagonisti dell’affaire, noti e meno noti, trascorsi due mesi di silenzio hanno ritrovato la voce. Nelle interviste l’avvocato vicentino ha rimarcato un concetto, anzi due: il cliente mi ha contattato solo mercoledì dicendomi di essere il proprietario, ma non so dire da quanto tempo, della società Timara poiché lui ha in mano le azioni: «Fino a ieri sera era sua, ma essendo un titolo al portatore in un giorno può cambiare anche proprietario».


Una frase che doveva essere ironica e che invece riapre il capitolo, evocato nelle scorse settimane, della possibilità di un possibile cambio in corsa delle azioni che sono in tasca al solo portatore, e che possono essere scambiate in qualsiasi momento, senza particolari transazioni, senza che nessuno possa mai venirlo a sapere. Per evitare brutti pensieri occorrerebbe che il proprietario dell’appartamento non si nascondesse ai giornalisti ed esibisse subito le carte. Perché se vale quel che dice l’avvocato, altrettanto vale quel che afferma un ministro di uno Stato straniero. E veniamo al discorso, senza contraddittorio, inviato su You Tube dal presidente della Camera. 


Che per la prima volta mette le mani avanti e getta dubbi, pesantissimi, sul cognato: «Certo anche io mi chiedo, e ne ho pieno diritto visto il putiferio che mi è stato scatenato addosso, chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo? È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel’ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera». Parole pesanti, pesantissime. Rincarate dalla richiesta, fatta al cognato, di lasciare al più presto la casa: «Gliel’ho chiesto più volte, spero lo faccia se non fosse altro che per restituire un po’ di serenità alla mia famiglia». Terrificante.


I dubbi di Gianfranco Fini si rifanno, evidentemente, anche alla circostanza che «l’11 luglio del 2008 (stavolta la data è quella giusta, ndr) la casa di Montecarlo è stata venduta da An alla Printemps Ltd segnalatami da Giancarlo Tulliani». Chi la segnalò al cognato, Fini non lo dice, anche perché dentro An nessuno sapeva che l’immobile era in vendita. Così come non dice se il fratello della compagna gli ha spiegato come faceva a conoscere la società off-shore caraibica Printemps, che si interfacciò col partito, posto che questa era nata solo 45 giorni prima del rogito. Neanche una parola di Fini sulla coincidenza che con un’altra società off-shore il cognato riuscì ad andare in affitto a soli 1.600 euro al mese. A proposito di off-shore («che a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali», riferimento a Berlusconi non è casuale): per Fini è normale che un partito si rivolga a una società che ha sede nei paradisi fiscali e che potrebbe nascondere, tra i soci, anche un criminale.


«È stato scritto: ma perché venderla ad una società off-shore, cioè residente a Santa Lucia, un cosiddetto paradiso fiscale? Obiezione sensata, ma a Montecarlo le off-shore sono la regola e non l’eccezione». Follia. Al suo ex partito, negli anni, sono state avanzate svariate proposte da persone residenti in Italia. Proposte ben più interessanti di quelle che hanno portato ad alienare l’appartamento a soli 300mila euro. E qui si apre un altro capitolo imbarazzante per la terza carica dello Stato: «Il valore stimato dall’appartamento, che non è una reggia anche se sta nel Principato, 50-55 metri quadrati, è di 230mila euro (…). Il prezzo della vendita, 300 mila euro, è stato oggetto di buona parte del tormentone estivo. Dai miei uffici fu considerato adeguato perché superava del 30 per cento il valore stimato dalla società immobiliare monegasca che amministra l’intero condominio». Stima che risaliva a dieci anni prima, ma questo Fini si dimentica di riferirlo.


Stima che fa inorridire gli addetti ai lavori del Principato, che dal 2008 ad oggi cristallizzano la «stima» per quel tipo di immobile ben oltre il milione e mezzo di euro. «Si poteva spuntare un prezzo più alto?» si chiede Fini, che si dà pure la risposta: «È possibile. È stata una leggerezza? Forse. In ogni caso, poiché la Procura di Roma ha doverosamente aperto una indagine contro ignoti, a seguito di una denunzia di due avversari politici e poiché, a differenza di altri, non strillo contro la magistratura, attendo con fiducia l’esito delle indagini». Anche qui Fini non fa funzionare bene la memoria cancellando le tante offerte, ufficiali ed ufficiose, arrivate al partito. A cominciare da quella superiore al milione avanzata per conto terzi dal senatore Antonino Caruso e di cui il parlamentare ha dato ampia prova ai pm. Altra amnesia: «Come ho già avuto modo di chiarire, solo dopo la vendita ho saputo che in quella casa viveva il signor Giancarlo Tulliani.


Il fatto mi ha provocato un’arrabbiatura colossale, anche se egli mi ha detto che pagava un regolare contratto d’affitto e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione. Non potevo certo costringerlo ad andarsene, ma certo gliel’ho chiesto e con toni tutt’altro che garbati». Stavolta non cita la fidanzata che «solo dopo la vendita» le disse che l’affittuario era il fratello forse perché dalla lettura mattiniera del Giornale aveva appreso che secondo il costruttore incaricato di seguire inizialmente i lavori di restauro, anche Elisabetta aveva partecipato fattivamente alla ristrutturazione. Fini precisa di essersi arrabbiato solo con lui, che tra l’altro gli ha rifilato un’altra panzana se è vero, come ci ha detto il titolare della società che ha rimesso a nuovo l’appartamento, che a pagare non fu Giancarlo ma la Timara. Lapsus? «Ho sbagliato? Con il senno di poi mi devo rimproverare una certa ingenuità.


Ma, sia ben chiaro: non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno». Quanto al documento che a Santo Domingo inchioda il cognato, Fini evoca pagine oscure, con deviazioni non più attribuibili ai servizi segreti (la cui lealtà istituzionale è fuori discussione al pari della stima che nutro nei confronti del sottosegretario Letta e del prefetto De Gennaro). Ce l’ha con «personaggi torbidi e squalificati», con «faccendieri professionisti» che andrebbero a caccia di prove per incastrarlo. Ce l’ha con la lettera che doveva restare riservata e che invece «è finita in mondovisione» perché il ministro era preoccupato del buon nome del paese messo a repentaglio da società off-shore che aveva avuto a che fare con un appartamento, mica con quelle dietro alle quali si nascondono «trafficanti d’armi e di droga». Ce l’ha con i manganellatori delle notizie. Ce l’ha col cognato. Ce l’ha col mondo intero, tranne che con se stesso «perché per quel che mi riguarda ho certamente la coscienza a posto». Chissà se ne è davvero convinto.




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Io, scacciata dal partito perché ebrea. Fini disse che ero pazza"

di Stefano Lorenzetto


Tullia Vivante, i suoi antenati fondarono le Generali. Il padre fu al fianco di D’Annunzio a Fiume. Era un’attrice agli albori della Rai. Bush la invitò alla Casa Bianca. Ma la persecuzione razziale dei troppo bravi non finisce mai. Un dirigente di An le diede della "troia e stupida oca". Poi spiegò che le stava preparando "una saponetta con incisi sopra i nomi dei campi di sterminio"




Benito Mussolini lo fece con Ida Dalser. Gianfranco Fini lo ha fatto con Tullia Vivante. Di mezzo non c’erano, in questo caso, né un matrimonio segreto né un figlio illegittimo. Però la tecnica rimane la stessa. Una pazza che bisognava cacciare dal partito, da Alleanza nazionale. Non per farla rinchiudere e morire nel manicomio di San Clemente, che poi sarebbe vicino a casa sua, visto che Tullia Vivante abita a Venezia, tra piazza San Marco e l’Accademia. Ma da condannare alla morte civile, quello sì.

Una povera matta. È precisamente ciò che Fini dichiarò al Gazzettino e alla Nuova Venezia: «Bisogna avere compassione. Gli amici mi hanno spiegato che si tratta di una persona che non è in possesso di equilibrio mentale. Un caso umano, più che altro. Non intendo infierire su chi non ha l’equilibrio». Tullia Vivante aveva 62 anni. Oggi che sta per compierne 75 mantiene intatte, come allora, le sue facoltà psichiche e quando sente il presidente della Camera che parla di giustizia le ribolle il sangue nelle vene. Idem quando lo vede rendere omaggio alle vittime dell’Olocausto. 


Perché lei, israelita per parte di padre, fu estromessa da An in quanto «ebrea, troia e stupida oca», così disse un dirigente del partito, uno dei fedelissimi di Fini, durante una riunione nella sede in riviera Magellano 9, a Mestre. Fece anche di più, questo signore, e c’è una testimonianza scritta in proposito: sul ferry-boat tra l’isola di Pellestrina e il Lido, reduce da un incontro politico a San Pietro in Volta, spiegò a una militante che «stava preparando per la signora Vivante, ebrea, una saponetta con incisi i nomi dei tristemente noti campi di concentramento tedeschi».


Tullia Vivante s’indignò, protestò, querelò. Non è successo niente. «La denuncia per diffamazione che presentai alla stazione dei carabinieri di San Marco fu archiviata dalla Procura della Repubblica di Venezia. Sono proprio curiosa di vedere se verrà archiviata dalla Procura di Roma anche la denuncia per truffa aggravata presentata contro Fini per lo scandalo della casa di Montecarlo. Se tanto mi dà tanto...».


La «stupida oca» era, ed è, tutt’altro che stupida. Se lo fosse, il primo stupido sarebbe proprio Fini, che il 22 gennaio 1994 la accolse come delegata all’assemblea costituente di Alleanza nazionale e nel marzo successivo la candidò alle elezioni politiche per il Senato nel collegio di Chioggia-Mirano. E stupidi sarebbero i quasi 12.000 aennini che le diedero il loro voto. E più stupidi ancora gli iscritti veneziani che in un sondaggio Diacron la indicarono al primo posto nel gradimento elettorale in An.


Pare anche piuttosto improbabile che il presidente degli Stati Uniti il 7 gennaio 2005 abbia vergato un biglietto - l’ho fra le mani - in cui invitava la signora veneziana alla Casa Bianca per il successivo 20 gennaio in occasione del discorso d’apertura del suo secondo mandato («You are cordially invited to our inauguration!»), e poi abbia scritto di proprio pugno anche l’indirizzo sulla busta e appiccicato un’etichetta adesiva che recava battuto a macchina «George W. Bush - Washington DC - USA», se la destinataria fosse stata soltanto una «stupida oca».

Come presidente del circolo culturale Margaret Thatcher, carica che ricopre tuttora, prima di ricevere lettere autografe dalla stessa Thatcher e da statisti di mezzo mondo, la Vivante era diventata la pasionaria del manifesto. Ne ha fatti affiggere a decine, sui muri di Venezia, tutti sormontati dal Leone di San Marco con la spada in pugno, la coda alzata e la zampa sul libro chiuso, iconografia che nella tradizione popolare corrisponde alla condizione di guerra della Serenissima: 


contro la magistratura che aveva alloggiato in una lussuosa villa il criminale Felice Maniero, boss pentito della mala del Brenta, accusato di sette omicidi; contro il ponte di Calatrava; contro il sindaco Massimo Cacciari che lasciava la città in balia dei 30.000 colombi e delle loro 75 tonnellate di guano depositate ogni anno sui monumenti; contro la gestione fallimentare del casinò municipale. Ma anche contro l’insabbiamento dello scandalo Mitrokhin, contro Scalfaro, contro «Castro l’affamatore» ricevuto da «Prodi ridens», contro i crimini del comunismo. Troppa visibilità. L’hanno fatta fuori.


Era questo che cercava? Visibilità?
«Detto onestamente: mai avuto bisogno di farmi notare. Adesso mi vede vecchia, ma da giovane sono stata indossatrice e attrice. Ho recitato con Emma Gramatica in Tra vestiti che ballano di Rosso di San Secondo. Agli albori della televisione fui scritturata dalla Rai per gli sceneggiati Don Pasquale, Il sogno di un valzer, Werther, Musica in vacanza, Il revisore, L’impazienza del capitano Tic, Wunder bar. Erminio Macario m’avrebbe voluto nella sua rivista, ma mio padre, che era un tipo all’antica, me lo impedì. Me ne magnavo diese de Carfagne. Infatti feci colpo sul più bel maschio di Milano».

Chi?

«Il mio povero marito, Sandro Failoni, nipote del direttore d’orchestra Sergio Failoni, lo scopritore di Maria Callas, che aveva assunto come bambinaia a New York quando lui si esibiva al Metropolitan; era il sostituto di Arturo Toscanini alla Scala, morì stroncato da un aneurisma sul podio mentre dirigeva un’opera di Richard Wagner. Abbiamo avuto due figlie: Alessandra, vicequestore a Roma, e Ginevra, che abita a Siena e insegna in un’università statunitense».

Quindi esclude d’aver sgomitato dentro Alleanza nazionale per farsi strada?

«Capisco che lei non sappia nulla dei Vivante, mi permetta di chiarirle un po’ le idee. I miei antenati Jacob, Lazaro e Vita ebbero in pagamento l’abbazia di San Zeno a Verona per aver approvvigionato l’armata di Napoleone. Giuseppe Giacomo, convertitosi al cristianesimo, nel 1796 aveva commissionato allo scultore Antonio Canova la celeberrima Ebe oggi custodita nella Nationalgalerie di Berlino. I Vivante divennero proprietari della Banca austriaca di Trieste e furono tra i fondatori delle Generali. 


A Venezia disponevano di una flotta formata da 17 navi che solcavano il mar Mediterraneo e l’oceano Atlantico. Mio padre Mario, pilota, era amico del Duca d’Aosta e di Gabriele D’Annunzio. Partecipò col Vate all’impresa di Fiume. Negli anni Venti fu federale di Trieste. Fondò il Venezia football club. Nel novembre del 1953 la qui presente era in piazza a protestare quando il Governo militare alleato aprì il fuoco sui giovani che chiedevano l’unione di Trieste all’Italia, uccidendone sei. Le pare che abbia bisogno di pubblicità?».

Ma i Vivante sono triestini o veneziani?

«Di Corfù. Per temperamento io penso di essere la reincarnazione di Rachele Vivante, che nel 1776, appena diciassettenne, scappò di casa, si fece battezzare e sposò il conte Spiridione Bulgari per non doversi maritare col cugino Menachem, come avrebbe voluto suo padre. Ma ho preso molto anche da mio papà, che nel 1920 si vide infliggere dal comandante D’Annunzio tre giorni di arresti semplici perché aveva tolto un bullone a un aereo: voleva impedirne il decollo per una disputa d’onore. Considerato “cavaliere di tutti gli ideali”, si batté anche in diversi duelli».

Avete patito le persecuzioni razziali?

«Mio fratello Guido, primo di cinque figli, finì nel lager di Beniaminów, in Polonia, con Giovannino Guareschi. Nostro padre riuscì a fuggire e ad arruolarsi con gli americani. Io frequentavo le elementari dalle monache di Notre Dame de Sion. A Natale avrei dovuto recitare Noël in francese ma suor Maria Bernardina me lo impedì perché ero mezza ebrea. In via Tigor i ragazzi mi prendevano a sassate per lo stesso motivo. Appena sentivamo un drappello di nazisti in marcia, il cuore ci saliva in gola: ecco, vengono a prenderci, pensavamo. I vicini di casa ci denunciarono tre volte. Immagini che cosa avrebbe fatto Joseph Mengele a me e a mia sorella Gianna, gemelle omozigoti. Ancor oggi, se un controllore mi si avvicina mentre sono immersa nella lettura del giornale sul vaporetto, ho uno sguizzo di paura incontrollabile».

Però Sandro Romanelli, presidente della Comunità ebraica di Venezia, sostiene che il suo nome non compare nei registri.

«Nel 1942 figuravo nell’“Elenco Misti. Rubrica B” all’anagrafe della razza presso la prefettura di Trieste, numero 2118 (mostra la fotocopia, ndr), e tanto mi basta. Il fatto di non frequentare la sinagoga non mi ha impedito, quando abitavo a Roma, di mandare le mie figlie alla scuola ebraica di lungotevere Sanzio e di regalare alla Comunità israelitica di Venezia 150 milioni di lire per il restauro dell’antico cimitero ebraico del Lido».

Con questi trascorsi, non le ripugnava aderire a un partito nato dalle ceneri del Msi, che s’ispirava al fascismo?

«Ha ragione. Ma la guerra civile non può continuare all’infinito. Io nasco einaudiana nel Pli. Rappresento la destra storica a Venezia, sono una seguace di Edmund Burke, il Cicerone britannico. Entrai in An con Domenico Fisichella e molti altri che non erano mai stati fascisti. Pensavo che si potesse chiudere per il bene del Paese una brutta pagina di storia».

E invece che cosa accadde?

«Alleanza nazionale, dopo tutto il lavoro che avevo svolto, mi escluse sia dall’esecutivo provinciale che dalle liste per le elezioni comunali. Nessuna spiegazione. Dopodiché ricevetti per posta una lettera anonima in cui si diceva che un dirigente di An mi aveva definito “ebrea, troia e stupida oca”. Passi per ebrea: è vero a metà. Passi per troia: l’occasione fa l’uomo ladro, e talvolta anche la donna. Ma stupida oca proprio no! Deve ancora nascere quello che dà impunemente della stupida oca a Tullia Vivante. Tappezzai di manifesti tutta Venezia».

Ma lei va a fidarsi delle lettere anonime?

«No di certo, e infatti non presentai denuncia. Però tenga presente che nel frattempo mi avevano cacciata senza alcuna motivazione. Quand’ecco mi arrivò per posta un’altra lettera firmata (me la esibisce, ndr), nella quale la signora M.S. mi informava sdegnata che quello stesso dirigente aveva manifestato ad alta voce, su un mezzo di trasporto pubblico, l’intenzione di prepararmi una saponetta con impressi sopra i nomi dei campi di sterminio nazisti».

Ha incontrato questa signora?

«Certo, è una giovane donna che abita al Lido, mamma di una bimba. È pronta a testimoniare. C’è anche gente buona in giro, sa? Ma avevano ragione gli amici ebrei che mi rimproveravano: “Tullia, come puoi fidarti? Non ti ricordi che quelli lì erano gli stessi che ci portavano ai treni diretti verso le camere a gas?”. Era proprio vero. La nuova destra non è mai nata. Fascisti e comunisti non diventano mai ex. Le loro radici sono di sinistra. Tant’è vero che oggi Fini è tornato alla casa madre. Mi sono illusa di poter aggregare un movimento politico-spirituale che difendesse i valori del conservatorismo, e cioè l’etica dell’aristocrazia, che è l’onore, l’etica del cristianesimo, che è la carità, e l’etica del movimento operaio, che è la solidarietà».

Invece di denunciare Fini, non poteva prima chiedergli conto della malefatte dei suoi ex camerati veneziani?

«Scusi, eh, ma le pare che mi metto a discutere con un signore che mi ha dato della pazza sui giornali? Abbia pazienza! Un vecchio missino, un fiscalista che si chiama Mario Manzelle, mi ha detto: “Con Giorgio Almirante non sarebbe mai successo. Ti avrebbe convocata a Roma per capire chi ti aveva insultato e perché”. Io scrissi alla senatrice Maria Ida Germontani, coordinatrice nazionale delle politiche femminili di An. Neanche mi rispose. Ora, presso tutte le culture, dai Bantu ai Maori, ci sono i saggi che governano e i giovani che combattono. Si vede che Fini è un gradino sotto i Bantu: non ha mai insegnato ai suoi scagnozzi il rispetto per i saggi. Infatti è stato il primo a darmi della vecchia pazza. I sovietici facevano lo stesso: ospedali psichiatrici e gulag nella Kolyma. Gliel’ho detto che è un comunista ridipinto».

Un contatto diretto con Fini l’ha avuto?

«Certo che l’ho avuto. Andai a Roma con l’ingegner Pino Miozzi, figlio del famoso Eugenio Miozzi, progettista del ponte degli Scalzi e del ponte della Libertà che collega Venezia alla terraferma. Volevamo presentargli un progetto per la città messo a punto, in anni di lavoro, da fior di docenti universitari, ingegneri e studiosi, come Piero Pedrocco, Lino Natale Pavan, Alberto Pellegrinotti, Cristiano Nalesso, impegnati a risolvere tutte le emergenze, dal tapis roulant sotto il Canal Grande alla bonifica dell’area chimica di Porto Marghera. 


Se fosse stato commissionato alla Nomisma di Romano Prodi, lo studio sarebbe costato 10 miliardi di lire. Il circolo Thatcher elaborò Progetto Venezia gratis. Fini ci ricevette nel suo ufficio di via della Scrofa. Afferrò il malloppo, senza nemmeno aprirlo, lo appoggiò su una pila di libri e ci congedò con un “grazie, arrivederci”. Esattamente la stessa cosa che aveva fatto Mussolini a Palazzo Venezia quando mio fratello Guido, ufficiale di Marina che sul finire degli anni Trenta era stato mandato come spia negli Usa, scrisse in un rapporto che gli americani potevano riconvertire le fabbriche in una settimana e costruirsi tutti i carrarmati che volevano. Il Duce neppure lo sfogliò. Se lo avesse letto, non sarebbe mai entrato in guerra, perché l’avevamo già persa in partenza».

Che cosa pensa del presidente della Camera?

«Uno che si lascia infinocchiare dal fratello di Elisabetta Tulliani un genio non dev’essere. Gli dai in mano l’Italia, a uno così? Leggo la cupidigia di potere in ogni suo gesto».

E della conversione che lo ha portato in pellegrinaggio ad Auschwitz e al memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme, che cosa pensa?
 

«Sceneggiate per accreditarsi come sincero democratico e antifascista. Il Fini vero è quello che caccia un’ebrea dal partito».

Pensa che Fini sosterrà il governo come va dicendo oppure che continuerà in tutti i modi a cercare di sabotarlo?

«Non può essere fedele al governo perché è infedele di natura. Tra il bene e il male c’è l’intenzione. Questo signor Fini che intenzioni ha? Può volere il bene del governo scelto dagli italiani? Me lo dica lei. È perso, ormai».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Erica, dieci anni in fuga dall'Islam

La Stampa

La madre di Erica


Nel 2000 si rifugiò con la madre nell'ambasciata italiana in Kuwait. Sta ancora scappando dal padre
MARIA CORBI


Sono passati dieci anni. Una lunga parentesi di silenzio, di oblio per Erica, la bambina che aveva avuto il coraggio di sfidare non solo suo padre ma anche le convenzioni dell’Islam rifiutandosi di accettare la separazione dalla madre imposta da un tribunale del Kuwait. Erica scappò di casa il 16 gennaio del 2000, una fuga mirata, rifugiandosi nelle sale austere dell’ambasciata italiana a Kuwait City dove l’ambasciatore Capece Galeota venne travolto da questa ragazzina, dalla sua storia e da un incidente diplomatico che scomodò le diplomazie di tre paesi: Italia, Kuwait ed Egitto. Il 9 agosto un aereo della presidenza del Consiglio la riportò in Italia, un «rapimento» per motivi umanitari su cui c’era l’accordo del Kuwait. Oggi quei giorni sono lontani, ma la fuga di questa ragazzina, di sua sorella e di sua madre non è ancora finita. Mi emoziono quando sento la voce di Stefania, la mamma, al telefono.


L’ho cercata per tanto tempo ma era come se lei e le bambine fossero state inghiottite dal nulla. Nessuna traccia di loro a Banchette di Ivrea, nella casa dei nonni, due persone speciali che hanno combattuto a fianco della figlia e delle nipoti. Possibile che dopo dieci anni la paura non abbia ancora lasciato spazio a una vita normale? Mi ricordo la prima volta che vidi nell’ambasciata di Kuwait City. La faccia da adolescente smunta dal non mangiare, una protesta silenziosa che l’ha portata alle soglie dell’anoressia, quegli occhi decisi, neri, profondi di chi sai che non mollerà. E Stefania, la mamma, avvolta da abiti che non lasciavano intravedere neanche un lembo di pelle, come l’Islam impone, La figlia più piccola, Marta, di otto anni, abbarbicata al collo, decisa a tutto pur di non separarsi dalle figlie. Oggi quella determinazione la ritrovo in una voce che racconta senza vittimismo quel che è stato la loro vita, da allora. «Vorrei che non si parlasse più di noi, vorrei essere dimenticata».


Forza e paura si mescolano in questa voce che parla da un luogo protetto. E nonostante tutto, nonostante questi dieci anni passati a dimenticare, le due ragazze sono serene. Erica ha compiuto a febbraio scorso 23 anni, si sta per laureare ed è bellissima come allora, con quei profondi occhi neri che parlano delle sue origini, mentre Marta ha compiuto da poco 18 anni e dell’odissea vissuta insieme alla mamma e alla sorella, ricorda poco. Qualche bagliore del passato, qualche faccia come quella di Stefano de Leo, consigliere dell’ambasciatore, figura chiave nella risoluzione della vicenda. «Ma per il resto non ricorda nulla meglio così», dice Stefania. Per Erica è diverso e i frammenti di quello che è stato hanno formato la donna forte che è oggi, decisa a essere quello che vuole e non quello che altri avevano deciso per lei.


Il padre Hesham Aboulnaga non lo vede da allora. Ha perso la patria potestà su di loro, si è risposato, ha un’altra figlia, vive in Egitto. Non ha accettato la scelta delle figlie e chissà se un giorno ci sarà un incontro su nuovi basi che parlano di affetto e non di costrizioni. Non è stata facile per queste tre donne che mai hanno ricevuto una lira di alimenti. Ma la libertà era più importante. «Dobbiamo andare tutte avanti», dice Stefania che adesso ha un compagno che la ama. «Per fortuna ho un’altra vita e con me le ragazze». Lo aveva promesso quando il 9 agosto di dieci anni fa era tornata in Italia. E così è stato, le tre donne da allora hanno vissuto in diversi posti, ma non si sono mai separate, neanche adesso che Erica è una donna in gamba con una perfetta conoscenza dell’inglese e la voglia di farsi strada nella vita. 


Una vita blindata che è iniziata con la fuga ma che è continuata anche dopo, quando Stefania ha prima voluto mettere al servizio di tutte le donne la sua esperienza, scrivendo un libro («L’Infedele») e poi ha deciso di aprire un blog per raccontare la parte più buia e integralista dell’Islam, le comunità di convertiti in Italia, la condizione delle donne. Un blog molto frequentato che le ha causato non pochi problemi. «Sono state insultata, minacciata, soprattutto dopo che Maria Giovanna Maglie ha raccontato di questo mio angolo virtuale. Da allora il blog è aperto ai commenti ma io mi sono presa un momento di pausa». Questo non è bastato comunque a farla tornare ad essere una donna libera dalla paura. «Mi raccomando non scrivere niente che possa farci trovare». E come un mantra questa frase, una cisti dolorosa nella normalità conquistata a caro prezzo. Anni in cui tranne che per il lancio del libro non ha mai accettato un invito in televisione.


Una rapida visita ai blog che parlano di Islam e si capisce il perché Stefania abbia paura. Gli insulti e il disprezzo su di lei si riversano dai post in rete. Impossibile quindi mettere radici. In dieci anni sono stati diversi i traslochi. «Ma Erica e Marta sono sempre state bene perchè erano insieme e con me». Anche il disturbo alimentare dell’adolescenza è solo un ricordo per Erica che in questi anni ha dovuto rinunciare anche a tutti quegli strumenti di comunicazione comuni per i teen ager, come Msn e Facebook. «Non ha nessun contatto con l’Islam», racconta Stefania, «come se fosse stata sempre qui in Italia, si è adattata subito». D’altronde la vita che faceva in Kuwait era ben diversa da quella delle coetanee italiane. «Solo scuola e casa». Dieci anni difficili ma pieni di calore. In pochi hanno teso una mano, ma Stefania è orgogliosa: «Non abbiamo bisogno di niente». La stessa frase di dieci anni fa quando l’unica cosa che chiedeva era avere con se le figlie. Le ha avute. E’ iniziata la loro storia, che non è stata una fiaba, ma ha il sapore della libertà.




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La verità su Ellero

di Alessandro Sallusti


Fini non si dimette, appende il suo futuro di presidente della Camera al filo della «certezza» che suo cognato sia, o sia stato, vista la facilità e velocità con cui le società offshore passano di mano, il proprietario della famosa casa di Montecarlo. Non basta che lui stesso abbia «sospetti», non serve che il ministro della Giustizia di Santa Lucia lo abbia certificato.

No, a lui l’evidenza dei fatti non interessa, vuole la prova che sa non poter probabilmente esistere trattandosi di società sostanzialmente segreta. Insomma, una furbata che consegna il destino della legislatura nelle mani e nelle parole di un ragazzotto spregiudicato, il cognato Giancarlo Tulliani, che scorrazza in Ferrari per le vie del Principato. Con la mano destra il presidente lo scarica, con la sinistra se ne fa scudo, nel tentativo di salvare la poltrona, il nascente Fli e forse anche la famiglia.

Politicamente, il discorso di ieri sera non cambia le pedine sullo scacchiere. Il buon senso, infatti, dice che Fini dovrebbe lasciare la carica che ricopre indipendentemente dalla soluzione del giallo Montecarlo, in quanto leader di uno schieramento politico ostile alla maggioranza che non esisteva al momento della sua elezione. Ma di questo non ne fa neppure cenno, anzi, rilancia con forza e rabbia la sfida a Berlusconi sul piano personale («io non ho avvisi di garanzia», «io non ho società offshore») senza neppure avere il coraggio di citarlo direttamente. E ci aggiunge pure un ultimatum che sa (...)

(...) di ricatto quando dice: fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi. Tutti chi? E tardi per che cosa?  È evidente che Fini vorrebbe vedere Berlusconi morto, almeno politicamente parlando. Ma non ha il coraggio di sfidarlo nell’unica arena che la politica dovrebbe darsi. Che è quella delle elezioni. Infatti allude a complotti che sarebbero organizzati dal premier in persona, ma invece che dire «adesso basta» e rompere rilancia la palla: io sto nel centrodestra, se vuoi far saltare il banco - dice in sostanza - prenditi tu, Berlusconi, la responsabilità, sapendo che il killer della legislatura pagherà qualche pegno alle urne.

Nel videomessaggio non c’è una parola di politica, un segnale che qualche cosa potrebbe cambiare nell’atteggiamento ostile nei confronti del Pdl. E in questo senso è elemento di chiarezza. Semmai qualcuno sperasse ancora in una possibilità di tregua, deve ricredersi. Il prezzo che Fini pone, e che traspare anche dalle parole di ieri, è inaccettabile e così sintetizzabile: caro Pdl, dammi un po’ di tempo per capire meglio che tipo è mio cognato, nel frattempo fammi restare ancora un po’ presidente della Camera e finto alleato in modo da poterti fare più male e, se ci riesco, pure distruggerti. Se poi scopriremo che la casa è proprio del Tulliani, farò un altro videomessaggio per dire che oltre che ingenuo sono anche stato fesso.

A questo punto Berlusconi deve valutare solo se in Parlamento c’è una maggioranza autonoma dai finiani, non in contrasto con le indicazioni uscite dalle urne, e poi decidere. Se c’è, si proverà ad andare avanti, altrimenti la via del voto anticipato sarà inevitabile.




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