venerdì 24 settembre 2010

Sparito il pappagallo accusato di stalking La polizia indaga sul mistero

Il Messaggero





VITERBO (24 settembre) - "Chicco", il pappagallo cenerino di Tarquinia, diventato famoso a luglio perchè accusato di stalking dai vicini di casa per il fatto che "dava del terrone" e del "ciccione" a due inquilini ogni volta che varcavano il portone dello stabile, è scomparso. Questa mattina, la proprietaria si è presentata negli uffici del commissariato di polizia di Tarquinia, in provincia di Viterbo, e in lacrime ha chiesto di presentare una denuncia. Gli agenti in servizio hanno preso nota delle caratteristiche dell'animale: piumaggio grigio e coda rossa, i postumi di una rottura alla zampetta destra e un anellino con la scritta "Alba" in quella sinistra. Chicco, ha spiegato disperata la donna, «parla, forse anche troppo, e sa dire papà, mamma, forza Roma, Totti gol. Vieppiù, sa contare fino a dieci e canta le canzoni delle velone».

A metà dello scorso luglio, due turisti d'origine campana si presentarono in commissariato chiedendo di denunciare per stalking il pappagallo della loro vicina di casa che, ogni qualvolta che passano, dava del terrone ad uno e del ciccione all'altro. I poliziotti convocarono la proprietaria chiedendole di arginare l'eloquio del pennuto. A distanza di due mesi il pappagallo è misteriosamente scomparso.

La proprietaria ha anche promesso una generosa ricompensa
a chiunque lo trovasse o fornisse notizie utili a rintracciarlo.




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La Moratti: «Offro il Monumentale per riunire Sandra e Raimondo»


Corriere della sera

Il sindaco: al Famedio riposano grandi personalità, e la loro coppia sarebbe un esempio per i giovani


MILANO - «Sì, Sandra e Raimondo riuniti insieme al Famedio, il pantheon dei cittadini illustri milanesi, se la famiglia lo vorrà…». Il sindaco di Milano Letizia Moratti offre una prestigiosa sepoltura «congiunta» alla coppia più amata della televisione. La generosa offerta arriva durante un'intervista a News Mediaset, dopo che l'appello lanciato dal sito TgCom in poche ore ha raccolto circa tremila messaggi favorevoli a riunire le spoglie di Sandra e Raimondo, stranamente divisi nella morte dopo aver trascorso una vita insieme. La Mondaini, infatti, è stata tumulata giovedì nel cimitero milanese di Lambrate, mentre le spoglie di Vianello riposano al Verano di Roma.

Una divisione che ha provocato stupore e polemiche. «Al Famedio riposano uomini di grande spessore culturale e civile, personalità nei vari settori. È un po' lo specchio della nostra società, e io credo - ha aggiunto la Moratti - che Raimondo e Sandra siano un bellissimo esempio per i giovani. Un esempio positivo di famiglia serena, ma capace anche di bisticciare… una famiglia normale. Di loro ho il ricordo di una gentilezza e di una simpatia che, attraverso la televisione, entravano nel cuore». Il Famedio (dal latino famae aedes: Tempio della Fama) fa parte del Cimitero Monumentale, di cui costituisce l'ingresso: fu ideato inizialmente come chiesa, ma dal 1870 in poi è stato utilizzato come luogo di sepoltura di grandi personalità, tra cui Alessandro Manzoni e Carlo Cattaneo.

I funerali di Sandra Mondaini


ROMA O MILANO? - Da Roma intanto è già arrivata un'altra offerta di disponibilità al «ricongiungimento» della celebre coppia. «Non esiste alcun impedimento burocratico alla tumulazione di Sandra Mondaini nella tomba della famiglia Vianello al Cimitero monumentale del Verano», ha fatto sapere in una nota l'Ama, l'Azienda Municipalizzata della Capitale. Per la tumulazione della salma di Sandra a Roma sarebbe necessaria l'espressa volontà sia da parte degli eredi di Raimondo Vianello sia da parte dei parenti consanguinei di Sandra Mondaini. Tuttavia, al momento, agli uffici amministrativi dei Cimiteri capitolini - Ama non è giunta alcuna richiesta in questo senso. L'attrice ha espresso la volontà di essere sepolta al cimitero di Lambrate perché voleva riposare accanto alla madre.

Redazione online
24 settembre 2010

Sulle orme di Geo Chavez, 100 anni dopo

Corriere della sera

Ripetuta l'impresa del «trasvolatore delle Alpi», il primo a varcare la catena montuosa con un aereo di legno e tela


MILANO - L’opera di Geo Chavez si è compiuta, lo stesso giorno, il 23 settembre, cento anni dopo. Il trasvolatore delle Alpi nato in Francia da famiglia peruviana tentava un secolo fa l’impresa ritenuta quasi impossibile: l’attraversamento della catena montuosa sfidando la violenza dei venti tra le cime con il suo aereo Bleriot XI di legno e tela. Ci riusciva, decollando da Briga in Svizzera alle 13.29 e concludendo disastrosamente il grande balzo 45 minuti dopo con uno schianto su un prato di Domodossola. Un’ala si staccò proprio negli ultimi secondi del volo e l’impatto durissimo con il suolo gli provocò ferite che lo portarono a morire cinque giorni dopo in ospedale.

Aveva 23 anni.
Domodossola era una tappa per giungere poi a Milano dove lo attendevano le autorità organizzatrici, assieme al Corriere della Sera, del Circuito aereo ideato nel capoluogo lombardo per stimolare lo sviluppo della nascente industria dell’aviazione. Il Corriere aveva spedito a seguire l’avvenimento il suo inviato di punta, Luigi Barzini, già famoso per il raid Parigi-Pechino. E Barzini divenne amico di Chavez accompagnandolo con la sua macchina in alcune ricognizioni ambientali prima del giorno fatidico. Poi raccoglierà anche le ultime parole sul letto di morte e i suoi articoli vennero raccolti nel libro «Il volo che valicò le Alpi» ora ripubblicato da “Lampi di stampa”.


Ieri abbiamo ripercorso la traversata di Chavez soddisfacendo idealmente le sue intenzioni rimaste incompiute e consegnando al presidente della Provincia, Guido Podestà, il casco di volo dell’impresa, in questi giorni celebrata in varie manifestazioni milanesi con la collaborazione del comando dell’Aeronautica Militare di Milano e del Museo nazionale della scienza e della tecnologia.
L’iniziativa si è materializzata grazie all’entusiasmo di Claudio Tovaglieri, presidente del comitato scientifico di Volandia, il museo del volo sorto a ridosso di Malpensa, e «navigatore» accanto al pilota Gianni Dameno, pilota civile con 14 mila ore di volo su Md-80 e Airbus A-320.

Compagni di trasvolata erano, inoltre, Gregory Alegy e Gianluigi Candiani. Decollati da Malpensa abbiamo raggiunto il piccolo aeroporto di Raron, ad una decina di chilometri da Briga (da dove era partito il pilota franco-peruviano ma ora sprovvista di piste), con un velivolo ad elica Pilatus PC12. Da Raron ci siamo proiettati verso le montagne e sul passo del Sempione le correnti aeree tanto temute da Chavez si manifestavano subito facendo sobbalzare vigorosamente l’aereo. Impossibile non immaginare la fatica che il trasvolatore, completamente allo scoperto, doveva aver compiuto quel giorno di cento anni fa per mantenere il suo esile monoplano nell’aria tra ardui sobbalzi e senza nemmeno una cintura di sicurezza.

Eravamo alla stesse quote con il nostro velivolo argenteo, e intorno, le vette aride illuminate dal sole, nella loro bellezza rimbalzavano l’antico spettro dei gravi rischi affrontati nel remoto 23 settembre con incredibile coraggio. Siamo atterrati 20 minuti dopo a Domodossola con un po’ di nostalgia, accolti dai sindaci dei paesi locali Trasquera, Varzo e Domodossola, sull’aviosuperficie di Masera a 500 metri dal prato dove Chavez concluse tragicamente la sua avventura. Ora un monumento appena inaugurato lo ricorda e il vento lo fa vibrare dando quasi voce alla memoria.

A questo punto non rimaneva che l’ultimo balzo verso Milano dove sulla piazzola militare di Linate ci aspettavano il presidente della Provincia Guido Podestà e il generale Nello Barale alla guida del comando milanese dell’Aeronautica Militare. La città non ha dimenticato il sacrificio del giovanissimo pilota, cento anni fa. Lo dimostrano le manifestazioni organizzate. La prossima è sabato sera al Museo nazionale della scienza e della tecnologia «Leonardo da Vinci» dove è conservato un pezzettino dell’ala dell’aereo di Chavez visibile nel percorso dedicato a Chavez nel Padiglione aeronavale.

Poi il 4 ottobre al centro congressi della Provincia si terrà il convegno «1910/2010. Da Chavez a D’arrigo. L’aviazione in Italia» mentre nello stesso giorno si aprirà la mostra «Un secolo con le ali» a cura del Museo storico dell’Aeronautica Militare e nella quale si potrà ammirare la replica del monoplano Bleriot XI usato da Chavez. Seguirà inoltre il 16 ottobre al museo Volandia di Malpensa il convegno/mostra «Per le vie del cielo. Geo Chavez e la travolata delle Alpi». Ma anche Domodossola si è mobilitata dedicando una giornata di celebrazioni fissata per il 26 settembre.

Giovanni Caprara
23 settembre 2010(ultima modifica: 24 settembre 2010)

La burocrazia e il vigile che aspetta le 8.30

Corriere della sera

Ore 8.24: il «ghisa» in attesa di prendere servizio parla al telefono e ignora i bambini che attraversano


Tutte le mattine, mia moglie ed io accompagniamo le nostre figlie a scuola in via Quadronno, intorno alle 8.25 attraversiamo corso di Porta Vigentina. Anch'io da piccolo attraversavo in quello stesso punto e ancora ricordo il «ghisa» che tutti i giorni ci salutava e ci faceva attraversare fermando il traffico. Io e mia moglie il vigile non lo vediamo quasi mai, oggi invece l'abbiamo visto: erano le 8.24 ed era assorto in una lunghissima telefonata, che solo in piccola parte è riportata nel video che mando al Corriere (era cominciata prima che arrivassimo e finita dopo il nostro passaggio). 

Questa mattina ho provato a parlare con il funzionario di zona dei Vigili urbani, ma la sua efficientissima segretaria mi ha detto che non era possibile e che mi avrebbe sicuramente richiamato al più presto (sono passate cinque ore e non è accaduto), poi ho anche contattato la direzione amministrativa della scuola per segnalare il fatto e mi è stato spiegato che la scuola Porta-Agnesi di via Quadronno ha richiesto il servizio ... a partire dalle 8.30! Il mio sconcerto nei confronti della gestione della cosa pubblica a questo punto è raddoppiato. 

I cancelli della scuola infatti aprono alle 8.25, in modo che i bambini possano essere in classe per le 8.30 (alle 8.35 circa chiudono i cancelli). Che senso ha chiedere che il vigile sia presente dalle 8.30? A quell'ora (quanto meno le persone puntuali) hanno già attraversato la strada. Ammesso che il servizio dovesse cominciare alle 8.30, quel vigile non doveva comunque curarsi di quanto accadeva davanti ai suoi occhi? Un'ultima riflessione è dedicata agli utenti: ormai l'abitudine a queste cose ha assuefatto tutti, nessuno si è avvicinato al vigile urbano per fargli urbanamente notare che forse era opportuno interrompere la telefonata e vigilare l'attraversamento dei bambini. 

P.S. Mi chiedo se non sia il momento di stracciare la tessera di «Amico dei ghisa» rilasciatami in terza elementare, scuola Quadronno, nell'anno 1976.


Giacomo Lunghini
24 settembre 2010

Stuprata di notte nella sua abitazione Preso il vicino: clandestino 20enne

Corriere della sera

 

La vittima, 40enne italiana, stava dormendo quando è stata svegliata dal vicino che l'ha aggredita e violentata a reggio emilia: l'uomo, Arrestato, è accusato di violenza, lesioni e violazione di domicilio


REGGIO EMILIA - Stava dormendo in casa quando è stata svegliata da un vicino di casa che l'ha aggredita e violentata. L'uomo è un clandestino marocchino di 20 anni, arrestato successivamente. È successo nella notte fra mercoledì e giovedì in un comune dell'Appennino reggiano ma il fatto è stato reso noto venerdì dai carabinieri. La vittima è una donna di 40 anni, italiana, che giovedì mattina si è presentata in caserma in stato di agitazione, sporca di sangue e con graffi al volto, denunciando l'accaduto. I Carabinieri della Compagnia di Castelnovo Monti a conclusione delle indagini hanno sottoposto a fermo di polizia giudiziaria il presunto stupratore, ora in carcere a disposizione del sostituto procuratore Maria Rita Pantani.

PROGNOSI DI 20 GIORNI - La donna visitata dai sanitari ha una prognosi di una ventina di giorni. Ha raccontato di essere stata violentata da uno straniero suo vicino che intorno alle 0.30 si è introdotto di nascosto nella sua abitazione, mentre lei si trovava nel letto. L'ha stuprata e lasciata sanguinante nel letto. L'uomo è stato fermato nella tarda mattinata di giovedì mentre rientrava a casa. È accusato di violenza sessuale, lesioni e violazione di domicilio.

(Fonte Ansa)
24 settembre 2010

Viveva in baracca dal terremoto dell'80: uccide impiegato comunale nell'avellinese

Il Messaggero


AVELLINO (24 settembre) - Tre, forse quattro, colpi di pistola esplosi a bruciapelo nella piazza principale del paese hanno ucciso sul colpo Pietro Sica, 50 anni, impiegato dell'ufficio tecnico del comune di Guardia dei Lombardi, in provincia di Avellino.

A fare fuoco con una vecchia pistola a tamburo, davanti a decine di persone che intorno alle 9.30 si trovavano ai tavolini di un bar, Vito Secchiano, 64 anni, che da tempo considerava, a torto, suo nemico giurato: l'omicida vive in una baracca di legno poco fuori del paese dal terremoto del 1980 e da allora non era riuscito a ricostruire l'abitazione distrutta dal sisma.

Secchiano si recava quasi ogni giorno presso gli uffici comunali per avere notizie della sua pratica e nella esasperazione aveva individuato nell'incolpevole impiegato la causa di tutti i suoi problemi. Dopo aver sparato, l'omicida è rimasto fermo davanti al corpo della vittima e si è lasciato disarmare dalle persone presenti che hanno anche immediatamente avvertito i carabinieri. Il pensionato è stato portato presso la locale caserma dell'Arma dove è stato interrogato dal magistrato della Procura di S. Angelo dei Lombardi (Avellino).

Botticelle, sospeso il vetturino violento Aggredì una donna, congelata la licenza

Il Messaggero

Ordinanza del sindaco in attesa dell'esito del giudizio penale
Il provvedimento disciplinare per evitare altri gesti di violenza


di Davide Desario




ROMA (24 settembre) - Il Comune ha sospeso la licenza al vetturino che nelle scorse settimane ha aggredito una donna in via del Corso. Il provvedimento è stato firmato ieri, per conto del sindaco Alemanno, dall’assessore alla Mobiltà Sergio Marchi. E ora spetterà al Gruppo pronto intervento traffico dei vigili urbani farlo eseguire.

«Questo provvedimento di urgenza - spiega Marchi - è la giusta risposta in attesa degli esiti del giudizio penale a seguito della denuncia presentata dalla donna. Quello delle botticelle, infatti, è un servizio pubblico non di linea e in quanto tale deve essere svolto nel pieno rispetto delle norme e soprattutto dei principi che regolano la convivenza civile».

Il fatto. Erano circa le 17 del 7 settembre quando Valentina, 31 anni, stava percorrendo in sella alla sua bicicletta via del Corso. All’altezza dell’incrocio con via dei Condotti Valentina si è fermata al fianco di una botticella. Faceva caldo. Il cavallo sembrava affaticato. Ma a colpire la ragazza è stata una retina che copriva la vista dell’animale oltre ai consueti paraocchi. Valentina ha chiesto chiarimenti al vetturino il quale, però, l’ha prima minacciata e poi è sceso dalla carrozzella ha raggiunto la donna e l’ha colpita con una scarica di pugni.

Valentina è caduta in terra. Ha iniziato ad urlare per attirare l’attenzione. Fortunatamente alcuni passanti sono intervenuti e sono riusciti a fermare l’aggressore. Poco distante c’era una pattuglia dei vigili urbani che è intervenuta. Gli agenti, vedendo che la ragazza era sotto shock, hanno chiamato l’ambulanza che l’ha trasportata all’ospedale Santo Spirito dove i medici le hanno riscontrato vertigini e contusioni al collo guaribili in undici giorni. E quando si è rimessa ha denunciato tutto ai carabinieri di piazza Venezia.

Le indagini. Sull’aggressione stanno indagando i carabinieri che il giorno dopo la denuncia di Valentina hanno acquisito i verbali dal comando dei vigili urbani del Primo Gruppo che, incredibilmente, avevano mal catalogato l’accaduto. Il vetturino si chiama Luigi D.A. e ha 47 anni e dal 1985 aveva intestata la licenza numero 27. Il fascicolo è stato già inviato alla procura. E nei prossimi giorni probabilmente l’uomo sarà ascoltato dagli investigatori. Intanto i vigili urbani hanno inviato una relazione al VII dipartimento (quello dell’assessorato alla Mobilità) per spiegare l’accaduto.

L’ordinanza. Il documento (protocollo 5899) era stata predisposto da qualche giorno. La firma di Marchi, per conto di Alemanno, è arrivata ieri sera. «In data 22 settembre la polizia municipale ha inviato una relazione di servizio relativa ad un grave episodio accaduto il data 7 settembre 2010 che ha visto coinvolto Luigi D.A mentre espletava il servizio pubblico di piazza... - si legge nell’ordinanza.


L’episodio ha causato un grave danno di immagine per il Comune di Roma». E ancora: «Si ritiene opportuno provvedere alla sospensione cautelare della licenza, in attesa dell’esito del giudizio penale, sussistendo un prevalente interesse pubblico ad impedire che possano essere posti in essere da parte di Luigi D.A condotte lesive nei confronti degli utilizzatori del servizio». Valentina ieri ha saputo la notizia e ha commentato: «Bene, almeno non si rischia che altre persone vengano malmenate».




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Feltri lascia la direzione del Giornale Sallusti nuovo direttore

Il Messaggero





ROMA (24 settembre) - Vittorio Feltri ha lasciato la direzione del Giornale per diventare direttore editoriale. Il suo posto è stato preso da Alessandro Sallusti. Feltri, a quanto si apprende, ha dato la notizia in nottata alla redazione, ma già nell'edizione odierna la gerenza del quotidiano della famiglia Berlusconi riporta le nuove cariche.

La decisioni di Feltri di lasciare la direzione del Giornale non ha «assolutamente nulla a che fare con le polemiche di questi giorni», ha sottolineato Sallusti, spiegando che l'avvicendamento «era previsto». «Feltri e io - ha detto - abbiamo sempre lavorato così. Nei nove anni a Libero lui era direttore editoriale e io direttore». «Al Giornale siamo entrati in modo diverso ma era previsto un riassestamento delle posizioni perché le riteniamo più efficaci - ha aggiunto -. Feltri si occupa della linea del Giornale, io mi occupo tutti i giorni della fattura».




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Nel 2004 Elisabetta voleva i fondi dei poveri per pagare le bollette della luce

Quotidianonet


Richiesta choc scoperta dall'Indipendent: la regina chiese finanziamenti per ammodernare gli impianti elettrici e di riscaldamento. Il governo labourista, favorevole all'inizio, bloccò tuttto temendo un danno di immagine




La regina Elisabetta II, 84 anni
La regina Elisabetta II, 84 anni

Londra, 24 settembre 2010


Le bollette di luce e gas di Buckingham Palace costano sempre di più e la Regina d’Inghilterra pensò bene nel 2004 di chiedere un aiuto economico al governo. Non solo: lo staff della Casa Reale propose al governo di prendere i soldi da un fondo per persone povere.

La richiesta, scrive l’Independent, fu respinta più che altro per il timore che la notizia potesse rivelarsi un disastro di immagine per la Casa Reale e per il governo. Il quotidiano britannico è riuscito a venire in possesso della documentazione, sfruttando la ‘Freedom of Information legislation’.


La Casa Reale si lamentò nel 2004 con il governo per il fatto che le spese per gas ed elettricità fossero aumentate del 50%, a 1,2 milioni di euro l’anno, diventando «insostenibili». Lo staff della regina sottolineò che i 15 milioni di sterline garantiti dallo Stato per la gestione delle proprietà reali era inadeguata e chiese fondi speciali per ammodernare gli impianti elettrici e di riscaldamento di Buckingham Palace e del castello di Windsor.


I fondi sarebbero dovuti arrivare
da un progetto governativo di assistenza ai cittadini con i redditi più bassi. Secondo l’Independent, il governo laburista approvò all’inizio la richiesta, ma poi cambiò idea per il danno di immagine che ne sarebbe derivato.





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L'Inno di Mameli: il testo completo

Quotidianonet


Nelle occasioni ufficiali vengono eseguite solo la prima strofa e il coro


Quello che segue è il testo completo del poema originale scritto da Goffredo Mameli, tuttavia l'inno italiano, così come eseguito in ogni occasione ufficiale, è composto dalla prima strofa e dal coro, ripetuti due volte, e termina con un "Sì" deciso. Il resto del poema richiama episodi rilevanti della lotta per l'unificazione dell'Italia



Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
che schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!

Uniamoci, amiamoci,
l'unione e l'amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!

Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Sì (cantato)




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Cile, 17enne presa al lazo e trascinata‎: protestava contro un rodeo

Il Mattino


SANTIAGO DEL CILE (24 settembre) - Scandalo e polemiche in Cile dove una attivista animalista di 17 anni, che ha fatto irruzione nello stadio Nacional di Santiago per protestare contro un rodeo in corso, è stata «allacciata» con il lazo dai concorrenti a cavallo, che l'hanno trascinata fuori dal campo come se fosse un vitello.

Il singolare episodio è avvenuto lo scorso 19 settembre, in occasione delle feste del Bicentenario dell'indipendenza. I compagni della ragazza hanno messo ora su YouTube le immagini dell'accaduto e le loro proteste sono state riprese dai media. «Ho riportato una storta al piede sinistro e una contusione al braccio», ha specificato Costanza, la malcapitata animalista, la quale ha anche raccontato che «quando mi hanno trascinato fuori del campo, i concorrenti hanno picchiato non solo me, ma anche una mia amica».

«Presenteremo una denuncia per lesioni», ha reso noto Patricia Cocas, presidente di ProAnimal Chile. Per contro, Alfonso Rivas, direttore della Federazione del rodeo cileno che ha organizzato l'evento, pur dicendosi dispiaciuto per l'accaduto, ha giustificato i concorrenti, rinfocolando le polemiche: «In qualche modo capisco la loro reazione - ha detto - perchè erano impegnati in una gara per domare i vitelli».





Chile - girl protesting cruelty at rodeo is roped, dragged like animal



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Bambini picchiati dalle maestre in aula

Corriere della sera


Siria, alunni percossi con bastoni sulle mani e sui piedi. Un gruppo su Facebook per individuare le insegnanti


video

MILANO - Violenza, lacrime e dolore. Sono gli ingredienti di un video-choc postato recentemente sul web e che racconta la vita quotidiana in una scuola elementare in Siria. Nel filmato amatoriale si vedono due insegnanti che picchiano senza pietà e con regolarità sulle mani e sui piedi i loro giovani scolari.


LA DENUNCIA SU FACEBOOK - I bambini sono costretti a sedersi su una sedia di plastica e ad aprire le mani. Una delle insegnanti, armata di un grosso bastone di legno, colpisce gli arti dei ragazzi con grande violenza. Sul volto dei piccini traspaiono dolore e orrore. Nonostante l'educazione repressiva sia la norma nelle scuole del paese mediorientale, il video ha suscitato grande scalpore tra gli utenti siriani ed è stato creato anche un gruppo su Facebook per identificare le autrici di queste violenze. Anche il Ministero dell'Istruzione siriano ha fatto sapere che sta seguendo il caso e intende punire le due insegnanti.

EDUCAZIONE REPRESSIVA - Come racconta al sito web dell'emittente transalpina France 24 Bassam Alkadi, direttore dell'Osservatorio sulle donne siriane, un'organizzazione che lotta per i diritti delle donne e dei bambini, la violenza è all'ordine del giorno nelle scuole mediorientali: «In Siria questa violenza non sciocca nessuno. E' chiaro dal filmato che le due istitutrici sanno di essere filmate e non cercano di nascondere le violenze che stanno commettendo sui bambini, perché per loro è una cosa normale». Secondo Alkadi anche i genitori dei bambini siriani accettano questo tipo di educazione e non protestano contro le continue sevizie inflitte ai loro figli: «Bisogna al più presto trovare queste insegnanti e punirle - continua Alkadi -. Ma la cosa ancora più importante da fare è riorganizzare il sistema scolastico. Se lo Stato non cerca di riparare i danni fatti, non si avanzerà mai. Bisogna educare gli insegnanti e fare capire le conseguenze che producono le violenze fisiche sui bambini. Gli stessi alunni devono sapere che gli insegnanti hanno il compito di educare e non sono né dei padroni né dei carnefici».



Francesco Tortora

24 settembre 2010

Omicidio Buonocore, racconto-choc: dammi la pistola, ti insegno a fare l'uomo

Il Mattino


Uno dei sicari: «Le puntavo l'arma al volto ma non avevo
il coraggio di sparare. È stato il mio complice





NAPOLI (24 settembre) - Nel rimpallo delle responsabilità tra i due presunti assassini di Teresa Buonocore, spuntano passaggi sinistri, scene da brividi, anche solo a voler fornire una sintesi giornalistica. In cella restano inchiodati Alberto Amendola, 26 anni, e Giuseppe Avolio , 21 anni, per i quali ieri mattina è stato convalidato il fermo di pm da parte del gip Oriente Capozzi.

Sul tavolo del giudice, il frutto del lavoro investigativo condotto nelle ultime ore da un pool di inquirenti coordinato dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo. Un tour de force, che ha consentito di mettere a confronto due versioni, quella di Amendola e di Avolio: entrambi ammettono di aver preso parte, almeno fino a un certo punto, a una sorta di spedizione punitiva nei confronti di Teresa Buonocore, anche se su chi abbia realmente esploso i colpi mortali resta ancora un punto interrogativo.

Saranno gli accertamenti tecnici - lo stube e le immagini delle telecamere - a mettere un punto conclusivo sul ruolo svolto dai due indagati. Intanto, proprio dall’incrocio di accuse, emergono passaggi inquietanti su quel drammatico lunedì mattina, pochi attimi prima che la mano assassina esplodesse colpi di pistola contro una donna «colpevole» di aver testimoniato contro il presunto stupratore della figlia (condannato in primo grado a quindici anni di reclusione): uno dei due, per scaricare la propria responsabilità sul complice, racconta di essersi avvicinato con la pistola in pugno al volto di Teresa Buonocore, ma anche di essersi fermato senza premere il grilletto, fino a quando l’amico non ha esclamato in modo gelido: «Dammi la pistola, ti insegno a fare l’uomo».

Inchiesta in corso, in cella i due presunti esecutori materiali (difesi, tra gli altri, dal penalista Gennaro Lepre), restano a piede libero invece Patrizia Nicolino e Lorenzo Perillo (difesi dai penalisti Lucio Caccavale e Nico Scarpone), rispettivamente moglie e fratello del presunto pedofilo contro il quale aveva testimoniato Teresa Buonocore.

Per loro un movente che risale proprio agli ultimi sviluppi processuali di una storia di molestie che aveva investito la figlia di Teresa: era prossimo ad essere eseguito il pignoramento di un appartamento, dopo la condanna per violenza sessuale nel procedimento in cui Buonocore si era costituita parte civile. Intanto, il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca ha deciso di intitolare alla donna uccisa l’asilo-nido inaugurato dal presidente Napolitano.

«È giusto e doveroso - spiega De Luca - rendere onore a una donna ed una mamma coraggiosa che in una realtà difficile ha saputo mantenere alto il senso della propria dignità chiedendo giustizia per sua figlia. Esprimo sentimenti di profondo rispetto per questa donna che ha combattuto per il diritto sacrosanto di vedere perseguito chi ha rovinato l'esistenza della sua bambina. Vittima due volte, quindi, Teresa Buonocore: colpita nel cuore di madre e poi barbaramente assassinata. Lo Stato si è rivelato ben al di sotto dei propri doveri, come non dovrebbe mai accadere in un Paese civile».

Nelle prossime ore, aggiunge De Luca, «contatterò la famiglia di Teresa alla quale il Comune di Salerno intende testimoniare la propria vicinanza con l'intitolazione dell'asilo nido recentemente inaugurato dal Capo dello Stato nella sua visita. Stiamo anche valutando altre forme di solidarietà per trasmettere un segnale di speranza in un contesto dove vengono meno le più elementari garanzie di tutela dei diritti e della stessa vita dei cittadini».




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Battaglia legale sulla foto di Sprecopoli

Il Secolo xix

Il dipendente comunale immortalato sullo scooter di servizio ha deciso di passare al contrattacco. E la prima mossa è stata quella di chiamare in causa il consigliere comunale Baggioli: «Ora dica da chi ha avuto quella foto»

Sanremo, la foto contestata
Quella foto è diventata, a torto o ragione, l’immagine-simbolo di Sprecopoli, con particolare riferimento al presunto utilizzo improprio e a fini privati del parco-mezzi del Comune. Ritrae, come noto, un operaio (peraltro non riconoscibile) di Palazzo Bellevue che è alla guida di uno scooter di servizio e che, secondo quanto è stato fatto trapelare, sarebbe diretto al mare assieme alla sua compagna, anche lei impiegata comunale.

Ebbene, adesso quel dipendente ha deciso di passare al contrattacco, aprendo quella che si preannuncia come un’aspra battaglia legale all’interno del Municipio. Fulvio Capponi, questo il suo nome, operaio del Servizio ecologia, per tutelarsi si è rivolto all’avvocato Alberto Pezzini. E tramite il legale ha deciso di chiedere conto di come e perché è stata scattata quella foto.

In particolare, richiamandosi al decreto legislativo 196 del 2003 (il codice a protezione dei dati personali), l’avvocato e il dipendente hanno firmato una lettera-diffida – già protocollata in Comune – rivolta al consigliere comunale Simone Baggioli (Pdl), e per conoscenza al sindaco e a diversi assessori e dirigenti di Palazzo Bellevue. Baggioli, il principale protagonista dell’offensiva su “Sprecopoli” (con i suoi accertamenti su stato e uso del parco-mezzi del Municipio) viene invitato a «comunicare senza ritardo i nominativi dei dipendenti comunali i quali, a suo dire, gli hanno inoltrato le fotografie apparse sui quotidiani locali negli ultimi tempi e ritraenti “probabilmente un utilizzo improprio di veicoli comunali”, e in cui il signor Capponi si è riconosciuto». Il dipendente si riserva ogni altra azione legale ai sensi della legge sulla privacy e per l’ipotesi di diffamazione.

L’iniziativa è la secca risposta all’ultima relazione trasmessa da Simone Baggioli agli stessi destinatari, e con la quale tira le conclusioni dei suoi accertamenti, ribadendo che a suo giudizio esisterebbero «incongruenze e anomalìe» nell’utilizzo e nei consumi di gasolio di una serie di automezzi del Comune. Conclusioni contestate dal dirigente del settore lavori pubblici, l’ingegnere Gian Paolo Trucchi, che ha scritto all’amministrazione comunale (e alla procura) per fornire una serie di spiegazioni e chiedere la revoca del provvedimento con la quale la responsabile del settore finanze, Elda Garino, ha sospeso la fornitura di carburante ai veicoli indicati da Baggioli.

Quanto al caso del dipendente in scooter, in quella relazione Baggioli sostiene, smentendo una prima versione, che quelle foto non sono state scattate da lui, ma «mi sono state inoltrate, oltre ad altre interessanti informazioni, tramite e-mail, da alcuni dipendenti comunali che, per ovvi motivi di privacy, preferisco non indicare». Da qui la controffensiva di Capponi e la sua richiesta di chiarimenti. A difesa del dipendente – nei cui confronti è stata avviata una contestazione disciplinare – si era schierato l’assessore all’ambiente Antonio Fera: «Lo conosco bene, è una persona capace, affidabile e disponibile, una delle migliori che abbiamo in Comune. Può aver sbagliato, commesso una leggerezza, ma non è certo un lavativo né tantomeno il simbolo dei “furbi” che approfittano del loro ruolo».





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Casa a Montecarlo, i conti non tornano

Il Tempo


Nella dichiarazione di successione che ha la Finanza vale 270 mila euro. Ma il senatore Caruso: "La copia che ho parla di 380 mila euro nel '99".
PALAZZO CHIGI "Sul dossieraggio illazioni irresponsabili"



La carta canta ma Caruso suona un'altra musica. Nella dichiarazione di successione, ovvero l'atto necessario per entrare in possesso del lascito, acquisita mercoledì in via della Scrofa dalla Guardia di Finanza su disposizione della procura di Roma, la casa di Montecarlo vale un milione 800 mila franchi, corrispondenti a 540 milioni di lire dell'epoca (meno di 270 mila euro). Ma il senatore di An, Antonino Caruso dà altri numeri: 

«Ho ricevuto la copia dell'originale della successione presentata dall'avvocato monegasco alle autorità del Principato dove si indica in circa 380mila euro al cambio dell'epoca (1999) la denuncia di successione relativa alla casa di Rue Princesse Charlotte. Se negli archivi di An ci sono anche altri documenti con altre valutazioni, questo non lo posso sapere». Nell'attesa che gli inquirenti facciano ordine fra le carte, il prezzo di vendita dell'appartamentino di Montecarlo continua a lasciare perplessi gli esperti di real estate.
 
«Per l'iter successorio il valore "catastale" fa stato, sia per l'Italia che per Montecarlo – ci spiega una fonte che opera da anni sul mercato immobiliare – e a bilancio verrà iscritto il dichiarato anche se il fair value (il prezzo congruo, ndr) non è ancora totalmente affermato. Certo, in sede di liquidazione o fusione dell'associazione va accertato il valore venale del bene in quel momento con tutte le inerenti conseguenze fiscali delle eventuali plusvalenze». 

Diverso è l'approccio in sede di dismissione del bene: qui entra in campo la perizia e la prudenza richiesta agli amministratori di un entità complessa come un partito. «Intendiamoci - prosegue la fonte - è possibile che gli amministratori possano non vendere al massimo del mercato per svariate ragioni: fretta di concludere, per fare cassa, per l'abilità del compratore o una scarsa conoscenza del mercato. Tuttavia la richiesta prudenza e media diligenza suggeriscono che gli amministratori pongano in essere almeno le più elementari misure idonee alla valutazione della congruità del prezzo. Quindi, quanto meno una perizia redatta da un professionista locale che stabilisca una forchetta entro la quale situarsi.

Se poi la controparte risulta essere "persona vicina", le attenzioni si devono triplicare, anche se sarebbe meglio evitare potenziali conflitti d'interesse, e la trasparenza "dovrebbe" essere totale», conclude l'esperto. Sul tavolo dei pm sono finite, intanto, anche le carte sui conti esteri di An di cui gli stessi amministratori di via della Scrofa hanno avuta notizia solo di recente. 


La contessa Colleoni aveva anche fondi in Svizzera presso la banca Ubs. In parte si trattava di soldi liquidi, in parte di titoli di Stato. I secondi sono rimasti in Svizzera. Si tratterebbe di titoli che hanno scadenze molto lunghe e tassi molto elevati rispetto a quelli attuali, e quindi non era conveniente disinvestirli. I conti con i contanti sono stati invece chiusi, l'ammontare era di 773.727 euro e stranamente iscritti nel bilancio di An soltanto nel 2009 (ovvero un decennio dopo l'arrivo dell'eredità) alla voce «plusvalenze da alienazioni».

È opportuno sapere che un'associazione, quando riceve un'eredità, dovrebbe accettare con beneficio di inventario. E l'inventario deve essere redatto per i beni relitti (cioè i beni del defunto al momento della morte) ovunque essi siano situati, quindi anche all'estero. Gli inquirenti dovrebbero dunque porsi alcune domande: chi possiede e dove è la copia della scheda testamentaria della contessa? Era eredità o legato? Come avvenne la devoluzione? Nominava un esecutore testamentario? I fondi in Svizzera erano noti o sono stati scoperti solo di recente? Chi ha redatto la dichiarazione di successione? La Colleoni era residente in Italia al momento del decesso? È stata presentata una dichiarazione integrativa al momento della scoperta di questi fondi? Che le carte cantino.



Camilla Conti
24/09/2010




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Nel paradiso di Santa Lucia caccia alla lettera fantasma

La Stampa


Lo scandalo italiano è diventato un caso nazionale: Tulliani è già famoso


FRANCESCO SEMPRINI
INVIATO A SANTA LUCIA


Intestazioni fai da te e documenti fantasma. Si infittisce il giallo della lettera del governo di Saint Lucia sul legame tra Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, e le società off-shore che hanno rilevato la casa di Montecarlo un tempo proprietà di An.

Nella piccola isola caraibica l’affare Tulliani è diventato un caso nazionale e dopo la pubblicazione della missiva, sospettata da alcuni di essere un falso, riportata da due giornali dominicani, Listin Diario ed El Nacional, è la televisione locale a mostrare nel notiziario di prima serata di mercoledì la stessa copia. Si tratterebbe della fotocopia della lettera con la quale il 16 settembre il ministro della Giustizia di Saint Lucia, L. Rudolph Francis, comunica al capo del governo dell’isola caraibica che il beneficiario delle società off-shore è Giancarlo Tulliani. 


Abbastanza perché il nome «dell’italiano coinvolto con un politico importante» sia sulla bocca di tutti. Specie per una realtà tranquilla come Saint Lucia, paradiso fiscale oltreché del turismo di lusso, tappa obbligata delle navi da crociera - ne vediamo almeno tre attraccate al porto - e un’economia basata soprattutto sulla produzione e il commercio di banane. Che il caso Tulliani abbia portato una ventata di novità ce ne accorgiamo già all’arrivo all’aeroporto Hewanorra: «Un giornalista - ci dice il funzionario della dogana -.

Penso che ne vedremo parecchi in questi giorni». «Tulliani? Certo, è quello del telegiornale di ieri sera», ci dice Godfree, l’autista che ci porta nella capitale Castries. «E’ diventato famoso qui anche se io non l’ho mai visto e sembra che nessuno lo abbia conosciuto in passato», prosegue. Per arrivare nell’unico centro urbano di questo gioiello dei Caraibi bisogna percorrere per un’ora e mezzo l’unica strada a due corsie che attraversa il Paese con guida a sinistra (retaggio della dominazione britannica). 


A metà strada carichiamo un poliziotto, il suo nome è Goffrey; anche lui ha sentito di Tulliani e dice che una delle due società, la Timara (l’altra è la Printemps), l’aveva sentita nominare ma che era sicuro che fosse di un uomo d’affari inglese e non di un italiano. Arrivati a Castries la prima tappa è National Printing Corporation, la stamperia che rifornisce il governo di carte intestate e documenti e che provvede anche alla realizzazione fisica dei testi di legge. «Noi dovremmo essere gli unici a rifornire lo Stato - ci dice Junior Aimable, assistente nella contabilità dell’azienda -, ma se quella lettera sia nostra non lo posso proprio dire».

A chiarire le cose è Denny Inglis, assistente del manager di National Printing, che modelli alla mano ci spiega la differenza tra i documenti che loro forniscono e quelli che i singoli ministeri realizzano per conto proprio attraverso un form digitale. «Lo fanno per gli atti meno solenni, se li fanno da soli scaricandoli con computer e hanno lo stesso valore», ci dice Inglis, il quale poi precisa che per conto del dipartimento di Giustizia è diverso tempo «che non stampano documenti».

All’ufficio dell’Attorney General a parlarci è prima la sua assistente, la signorina Williams, la quale sostiene che nel suo ufficio non ci sono prove dell’esistenza di questa lettera che, essendo ufficiale, «dovrebbe essere registrata agli atti». Ma a creare incertezze è un’altra funzionaria del ministro della Giustizia. Non vuole dirci il nome - «non ha bisogno di saperlo e a me non è dato comunicarlo» -, allontana la Williams e ci dice che la lettera è «confidential» e che quindi loro potrebbero non essere al corrente della sua esistenza. «Possiamo parlare con il ministro?», chiediamo. «No, è fuori dal Paese e torna la prossima settimana, e anche la storia della conferenza stampa è assolutamente priva di fondamento, lui non è qui e non ci sarà per giorni». Esattamente l’opposto di quanto ci dicono nell’ufficio del Primo ministro, due palazzi accanto a quello del dipartimento di Giustizia.

Dapprima Sharol Donaky, l’assistente del capo del governo di Saint Lucia, ci conferma che agli atti non c’è traccia di quella lettera e che loro dovrebbero saperne. Più cauto è Danny Labourne, responsabile dei rapporti con la stampa dell’ufficio del Primo ministro: «Al momento non possiamo commentare ulteriormente, è una questione che va inquadrata nel suo insieme - ci dice con tono difensivo -. 


Ma domani se ne potrà sapere di più, perché il ministro della Giustizia divulgherà una nota ufficiale sulla vicenda». «Ma ci hanno detto che era fuori dall’isola e che non sarebbe tornato per giorni». «No - risponde Danny -. Ci ho appena parlato e mi ha confermato appunto che sarà di ritorno domani». Il colloquio suscita le risate degli altri funzionari, a conferma del clima di grande scetticismo che c’è sull’isola intorno alla vicenda. «Sembra tutto così strano - ci confida una delle assistenti dell’ufficio che chiede di non essere nominata -. Una specie di telenovela che piace tanto alla gente del posto».




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Fecero bere liquami a compagno di squadra: in 5 squalificati dai 2 ai 15 mesi

Il Messaggero


ROMA (23 settembre) - Cinque calciatori di una squadra giovanile del Fontana Audax di Castel San Giovanni (Piacenza) sono stati squalificati dal giudice sportivo della Figc a pene che vanno dall'anno e tre mesi ai due mesi di squalifica, per aver messo in una borraccia liquame preso dal gabinetto, che fecero poi bere a un loro compagno.

Accadde il 25 novembre 2009, prima di un allenamento. Quattro giocatori diedero al loro compagno di squadra una borraccia contenente - si legge nel comunicato Figc - «liquame prelevato dal gabinetto ubicato nel locale». Il ragazzo la sera vomitò e riferì dello scherzo alla madre, che denunciò l'accaduto ai dirigenti del Fontana Audax ed alla Figc. Ne seguì un'inchiesta federale ed il deferimento «per violazione dell'articolo 1, comma 1, del codice di giustizia sportiva, contravvenendo ai principi di lealtà, correttezza e probità». Assieme ai quattro autori dello scherzo fu indagato anche un quinto compagno di squadra che sapeva ma non parlò. Alla Fontana Audax è stata inflitta una multa di 500 euro.




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Casa Montecarlo, il ministro di St. Lucia: "Lettera vera"

Quotidianonet


Al 'Fatto Quotidiano' il ministro di giustizia del paradiso fiscale caraibico: "La prossima settimana rilasceremo un comunicato ufficiale". Il documento fa risalire a Giancarlo Tulliani la proprietà della società offshore che comprò la casa


Roma, 24 settembre 2010


La lettera del governo dell’isola di Saint Lucia, che dimostrerebbe che la casa di Montecarlo costata sarebbe stata comprata da una società offshore di proprietà del cognato Giancarlo Tulliani, è “vera”. Lo ha detto al Fatto Quotidiano Lorenzo Rudolph Francis, il ministro della Giustizia di St. Lucia, il cui nome appare sulla lettera indirizzata al suo primo ministro, King Stephenson.

Alla domanda se il documento in questione sia vero o falso, Francis, che si trova in Europa, ha risposto: “E’ vero”. “La prossima settimana rilasceremo un comunicato ufficiale su questa materia”.


DUBBI SULLA CARTA INTESTATA - A proposito della presunta lettera con cui il ministro del Paese caraibico spiegava al suo premier che dietro le societa’ proprietarie della casa di Montecarlo ci sarebbe stato Tulliani, il Fatto Quotidiano spiega anche di aver parlato con l’azienda che fornisce il governo dell’isola caraibica di tutti i documenti e secondo la quale l’intestazione della lettera firmata da Francis non corrisponderebbe a quella ufficiale. ‘’Non ho memoria che ci abbiano mai chiesto di cambiare carattere. E noi non riforniamo carte intestate digitali ma solo stampate’’, ha spiegato al Fatto un funzionario della stamperia.




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Io fabbricante di dossier? Un’accusa ridicola, querelerò"

Roma


Pronto, Valter Lavitola?
«Eccomi, sono all’estero, appena sceso dall’aereo». 

Ai Caraibi?
«No, in Francia, per un week end con mia moglie». 

Ha saputo che i finiani e Repubblica la indicano come il “pataccaro”?
«Me l’hanno detto... Una sciocchezza tale che appena l’ho sentito mi sono messo a ridere». 

Una bufala?
«Totale. Mi hanno riferito quello che ha detto Bocchino di me da Santoro». 

Dice che hanno fatto delle indagini, e la presunta «patacca» sarebbe stata confezionata da lei.
«Non ho assolutamente idea di come facciano a dire una cosa del genere. Italo è stato scorretto, lo conosco da quando eravamo ragazzi, mi aspettavo che prima di accusarmi mi chiamasse almeno. Domani (oggi, ndr) voglio vedere, sono pronto a querelare». 

Bocchino si stupiva che lei fosse con Berlusconi in un recente viaggio in Sudamerica.
«Non ho accompagnato Berlusconi. Mi trovavo in Brasile, dove sto avviando un’attività, e Berlusconi arrivava lì in quei giorni. È normale che io sia andato ben volentieri agli incontri organizzati dal premier». 

Anche lì venne fuori il suo nome, per una festa con ballerine a San Paolo.
«Certo, e anche lì tanta disinformazione. C’erano delle ballerine ma anche un sacco di altre persone, una festa normalissima che però è stata raccontata con morbosità e falsità». 

Ma lei che spiegazione si dà del fatto che la tirino in ballo per il documento di Saint Lucia?
«Nessuna, bisognerebbe chiedere a Bocchino. Io ho fatto sì delle mie indagini, come giornalista, come direttore dell’Avanti, per scoprire qualcosa su quella casa di Montecarlo».

É stato ai Caraibi per indagare?
«No, ho sguinzagliato free lance. Ma il giornale di Santo Domingo mi ha battuto sul tempo. Ci sarei arrivato io allo scoop».




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I finiani agitano lo spettro degli 007 Ma Berlusconi li manda a quel paese

di Gian Maria De Francesco

Replica l’intelligence: "Notizie infondate". La nota del governo: "Frasi diffamatorie". Bocchino fa il nome di Lavitola, direttore dell’Avanti: "Ha girato il Sud America"



Roma - Ai tempi d’oro delle «trame occulte» e delle «forze oscure della reazione» la pubblicistica militante di sinistra elaborava gustosi pamphlet su personaggi come il generale Maletti o il generale De Lorenzo che avrebbero ben figurato in un romanzo di Ken Follett o Frederick Forsyth. Il gioco di sponda tra Italo Bocchino, Fabio Granata e la Repubblica per screditare l’inchiesta del Giornale sulla casa di Montecarlo partorisce come «manina» dei servizi segreti un esponente di secondo piano del Pdl, Valter Lavitola.


«Attività di dossieraggio bugiardo ne abbiamo già viste nella notte della Repubblica, ma qui persino le modalità sono disonorevoli e grottesche», ha scritto ieri Flavia Perina, direttore del Secolo e finiana di ferro avallando così la tesi del presidente della Camera sul documento proveniente da Saint Lucia. Tesi declinata dai luogotenenti di Fli su tutti i media (non ultimo Italo Bocchino che ha attaccato in tv l’inviato del Giornale Stefano Zurlo) e avallata dal quotidiano del gruppo De Benedetti con un’articolessa che cerca di descrivere gli ingranaggi della «macchina del fango» inserendovi anche il nome del deputato pidiellino Amedeo Laboccetta.


Un attacco in stile Lotta continua che ha costretto prima il Dis e poi Palazzo Chigi a riportare Fini alla realtà. Il Dipartimento informazioni per la sicurezza, che coordina il lavoro di Aise e Aisi, ha ribadito «l’assoluta infondatezza di quanto pubblicato in ordine ad attività di qualsiasi natura attribuite ai servizi di informazione per la sicurezza» sull’affaire monegasco. Ancor più duro il comunicato della presidenza del Consiglio, direttamente attribuibile al premier Silvio Berlusconi. Notizie «false e diffamatorie», sottolinea il governo, perché i servizi hanno già provveduto a smentire di «non aver svolto alcuna attività né in Italia né all’estero». Berlusconi conclude con la denuncia della «totale irresponsabilità di chi diffonde voci siffatte solo per ragioni di polemica politica».


Una replica dura a Fini & C. sostenuta anche dai due capigruppo alla Camera e al Senato. «La politica ha il suo binario, la giustizia ne ha un altro: è un grave errore mescolare i piani», evidenzia Fabrizio Cicchitto. «Chi ha notizie di dossier falsi ha un solo dovere: denunciarlo nelle sedi competenti», aggiunge Maurizio Gasparri. Il coordinatore Pdl, Sandro Bondi, è ancor più esplicito: «La vera campagna di fango è quella contro Berlusconi».


Ma l’escalation dei finiani si svolge secondo il copione di una vera spy-story, ovvero con una strategia mirata ad aumentare la tensione. La prima bomba parte con il supporto di un alleato tanto improbabile quanto interessato: Massimo D’Alema. Il nume tutelare di Pier Luigi Bersani è presidente del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui Servizi. «Se possa esserci da parte di singoli, di gruppi che operano al di fuori di ambiti istituzionali una collaborazione a queste attività vergognose, ciò deve essere accertato», ha dichiarato all’Unità rilevando di aver «sollecitato costantemente il Dis affinché sia eliminato anche solo il sospetto di attività al di fuori delle leggi». 

Toni distesi, come di prammatica, ma in controluce si legge chiaramente come D’Alema sia convinto che chi indaga su Montecarlo come il Giornale sia istigato dai Servizi. Infatti il primo a esultare è il finiano Briguglio, ma è il collega Italo Bocchino a preannunciare la seconda «bomba» a mezzo stampa. «Il dossier - ha detto - è stato prodotto ad arte da un persona molto vicina a Berlusconi che ha girato per il Sudamerica di cui al momento opportuno saprete il nome». 

È sera. L’anticipazione viene fornita dal sito di Repubblica. «La persona coinvolta sarebbe Valter Lavitola, editore e direttore dell’Avanti» e vicino al Pdl, si legge sul web e dichiara il capogruppo finiano ad Annozero. Ormai è notte, ma nell’arco della giornata il sospetto della «manina dei Servizi», instillato per inquinare i risultati di un’inchiesta giornalistica, ha avvelenato il clima. Sono già stati prodotti nomi e cognomi, circostanze, coincidenze. Proprio come ai vecchi tempi di Lotta Continua.




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Negli Usa torna il boia: disabile Teresa Lewis giustiziata questa notte

di Redazione


Condannata a morte nel 2005, la "testa del serpente" ha ricevuto l'iniezione letale davanti a una decina di testimoni civili e ai parenti delle vittime. Inutili gli appelli da tutto il mondo: "La donna ha ritardi mentali"




Jarratt - Teresa Lewis se n'é andata in una tiepida sera di luna piena, nella stanza della morte di un carcere nel cuore della Virginia, dove inizia il sud degli Stati Uniti. La "testa del serpente", così come l'aveva chiamata il giudice che nel 2005 l'ha condannata a morte, considerata disabile da tutti i periti medici, ha ricevuto l'iniezione letale davanti a una decina di testimoni civili e, in una sala distinta, ai parenti delle vittime.


L'esecuzione di Teresa Lewis "Ha mosso un po' i piedi, poi piano piano si è fermata", racconta una giornalista che ha assistito all'esecuzione. Nei tredici minuti, tra le 21 e le 21:13 di ieri ora locale (le 3 di oggi in Italia), in cui il veleno faceva effetto, fuori dal Greensville Correctional Center, illuminato a giorno dalle troupe televisive, si ascoltavano le campane dei pochi che protestavano contro la pena di morte, tenuti a distanza fuori dal recinto della prigione, da guardie armate sino ai denti. Prima di morire, Teresa ha pregato con il suo cappellano e con il suo avvocato. Poi, terrorizzata, si è avvicinata al lettino, ha chiesto se era presente la figlia Kathy e ha detto poche parole: 

"Voglio solo dire che l'ho sempre amata e che mi scuso per quanto è successo". Nella stanza una decina di uomini, ufficiali del carcere, e cinque uomini dello staff che si occupano di somministrare il cocktail letale. Un agente attaccato a un telefono posto su una parete, collegato con l'ufficio del Governatore Bob McDonnell, ove mai avesse un ripensamento dell'ultimo momento. Poi, hanno riferito i testimoni, sulla lettiga di morte è calata una tenda blu scura, beffardo strumento di pudore in mezzo alla tragedia. In quei pochi secondi, senza poter essere visto, uno di questi uomini ha inserito l'ago nella vena dove poi sono stati iniettati prima il sedativo, poi una sostanza per portarla a uno stato catatonico, infine il veleno che ha provocato l'arresto cardiaco.


Lo scontro sulla pena di morte "In queste ultime ore - racconta l'avvocato di Teresa, Jim Rocap - ha cantato e pregato. E' andata via senza recriminazioni, terrorizzata, ma tranquilla". Poi, però, davanti ai microfoni, sfoga tutta la sua amarezza: "Stanotte la macchina di morte dello Stato della Virginia ha ucciso la bellezza e lo spirito umano di Teresa Lewis. Per i suoi amici, per noi, che chi si batte contro la pena di morte in tutto il mondo, la sua morte è una gravissima perdita. La nostra speranza è che il suo sacrificio assurdo possa aprire la mente di molti e riconsiderare questo tremendo sistema giudiziario". I cronisti chiedono dettagli sulle sue ultime ore, su com'era vestita, sul menù del suo ultimo pasto. Passa poco e si spengono le telecamere. Poco lontano il gruppetto degli abolizionisti, piegano i loro cartelli. Su uno di questi c'era scritto: 'Perche' uccidiamo persone che hanno ucciso altre persone per insegnare che uccidere è sbagliato?'.





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Un caffe? Mi prendo un lingotto d'oro

Corriere della sera


A Bergamo il primo distributore automatico.

di Roldano Radaelli

video

Montecarlo, il ministro: "Lettera vera" Ma Bocchino accusa: "Ecco chi è stato"

di Massimo Malpica


Ad Annozero Travaglio ha glissato sull’argomento. Ma i suoi colleghi avevano già la prova che non esiste una macchinazione anti-Fini: il ministro Francis in un'intervista al Fatto quotidiano ammette che il documento è reale. Il finiano scatenato in tv: "E' stato Lavitola, direttore dell'Avanti. E' vicino a Palazzo Chigi e ha girato il Sud America"



Santo Domingo - Quella che sembrava una patacca, spacciata per balla costruita ad arte e amplificata da qualche giornalista gonzo di Santo Domingo, è una notizia. Vera e verificata. E a spiegarlo non è solo qualche cronista caraibico, ma il ministro della Giustizia di Saint Lucia, Lorenzo Rudolph Francis. Lo spiega - come se non bastasse - al più antiberlusconiano tra i quotidiani italiani, Il Fatto quotidiano di Travaglio, che forse per questo ieri ad Annozero ha accuratamente evitato di parlare dell’affaire Fini. Nell’intervista in edicola oggi, il ministro sostiene quel che Il Giornale ripete da giorni: la lettera da lui inviata al primo ministro dello Stato caraibico, Stephenson King, in cui si conferma che la Timara ltd è di proprietà di Giancarlo Tulliani, è autentica.

E pensare che per tutta la giornata di ieri quella lettera era sembrata solo una montatura e che proprio l’edizione on line del Fatto lo sosteneva con forza nel pomeriggio: la carta di quel documento non è ufficiale. Già. Almeno fino a sera, quando il ministro Francis non ha a sua volta smentito la stamperia di Stato di Saint Lucia. Eppure la verità era lì, e i giornalisti di Santo Domingo la sostenevano a gran voce: «Non originale? 

Che vuol dire? Quel documento è ufficiale. È su carta intestata dell’esecutivo di Saint Lucia, se fosse falso immagino che uno Stato sovrano avrebbe smentito nel giro di un quarto d’ora, no? D’altra parte a fugare ogni dubbio dovrebbe essere, presto, proprio il ministero della giustizia di Saint Lucia, che nel fine settimana, a quanto si diceva nell’ambiente, dovrebbe organizzare una conferenza stampa. Proprio per illustrare questa indagine, e per rispondere a domande sulla vicenda di cui si parla in questo documento». 

A parlare è José Antonio Torres, redattore del quotidiano El Nacional di Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana, che martedì ha pubblicato sul sito web la missiva «privata e confidenziale» spedita al primo ministro dal ministro della Giustizia. Una lettera, come noto, in cui viene detto che in seguito a un’indagine della direzione dei servizi finanziari dell’isola, «è stato anche possibile dimostrare che il beneficiario effettivo della compagnia (Timara Ltd, proprietaria dell’immobile di Montecarlo donato dalla contessa Colleoni ad An, ndr) è il signor Giancarlo Tulliani».

E a ricevere quel documento, martedì poco dopo mezzogiorno, è stato proprio Torres. La genesi dello «scoop caraibico» la racconta così il vicedirettore del quotidiano El Nacional, Bolivar Diaz Gomez, stupito del clamore che la notizia ha sollevato in Italia. Al primo piano del palazzone azzurro (che ospita anche il quotidiano Hoy) sulla avenida San Martìn, nella capitale della Repubblica Dominicana, in camicia bianca a righe blu, Diaz Gomez legge incuriosito la prima pagina del Giornale di mercoledì. Sorride: 

«Il nostro documento ha fatto questo?», esclama, indicando il titolo di prima pagina («Ecco la prova»). Poi ci spiega come è andata, tre giorni fa. «Noi chiudiamo l’edizione cartacea alle 12, lavoriamo solo la mattina. Martedì il nostro giornalista Torres ha ricevuto quel documento via e-mail da un collega, Mario Sanchez, responsabile delle comunicazioni del Parlacen, il parlamento Centroamericano, un’organismo transnazionale senza poteri decisionali. Ma l’edizione di martedì era già andata in stampa. Quindi era tardi per pubblicare la notizia sul giornale. 

Però di quel documento aveva già parlato, pur senza averlo, il quotidiano Listin Diario il giorno precedente, e credo anche Diario Libre, un quotidiano gratuito. Insomma, la notizia era calda. E così abbiamo deciso di pubblicarlo subito, anche se solo sul sito web». Ma c’è di più. «Onestamente, né io né il vicedirettore conoscevamo nei dettagli questa storia di Montecarlo – interviene il caporedattore del Nacional, Hector Minaya – ma Torres ne sapeva di più, e ha detto che questo era un documento importante. Non potendo mandarlo in stampa, vista l’ora, abbiamo scelto di metterlo comunque sull’edizione online, tutto qui». 

Fin qui la cronistoria della «pubblicazione» della lettera. Qualche dettaglio in più lo aggiunge proprio Torres. «Non ho avuto motivo di ritenere che la carta non fosse autentica. Mario Sanchez, guatemalteco, fa parte di un’associazione di giornalisti caraibici alla quale sono iscritto anche io. È frequente lo scambio di documenti tra di noi. Io conoscevo un po’ la storia di questa casa contesa a Montecarlo, di questa vendita poco chiara, e sapevo che c’erano dietro delle società di Saint Lucia e che era coinvolto il presidente del parlamento italiano». 

Il giornalista della Repubblica Dominicana non è troppo stupito che un «paradiso fiscale» dove di solito regna incontrastato il segreto su conti correnti e fiduciari abbia lasciato aprire una breccia. Non è il caso di scomodare scenari misteriosi, 007 o complotti internazionali? «Direi di no – risponde José allargando le braccia – almeno per quello che posso dire io. Per quanto ne so, l’indagine finanziaria sarebbe partita proprio perché c’erano di mezzo queste società off-shore di Saint Lucia coinvolte nello scandalo sollevato dal vostro giornale. 

D’altra parte nel documento si fa accenno esplicito al timore di cattiva pubblicità. Questa lettera peraltro sarebbe stata fatta filtrare già qualche giorno fa a giornali e media di Saint Lucia. Poiché molti colleghi di lì fanno parte della nostra associazione – continua - evidentemente Sanchez ne è entrato in possesso e me l’ha girata. A titolo personale, come collega, non come direttore delle comunicazioni del Parlacen. Ma, come ho detto, non è più un segreto. Penso che il governo di Saint Lucia presto vorrà chiarire tutto, rispetto a quel documento».

Qualche chilometro più in là, nel traffico impazzito della Capitale, ci ritroviamo nella redazione del giornale Diario el Diario. Nella stanza del direttore Ruddy Gonzales, celebre corrispondente dell’Associated Press per 22 anni, aggiungiamo un altro tassello al mosaico del documento che – se confermato dalle autorità di Saint Lucia – chiuderebbe definitivamente uno scandalo che già di per sé dovrebbe far riflettere i cultori dei servizi deviati. «Le cose stanno così. Per quanto ne sappia su questo pezzo di carta non c’è alcun dubbio anche perché la fonte che ce l’ha passato è di altissima affidabilità. 

Dirò di più: la nostra fonte non ha alcun legame di tipo politico né con l’Italia né con lo stato di Saint Lucia, e si è sempre dimostrata attendibile». Ok, certo. Attendibile. Ma si può sapere chi è? Ci si può parlare? «Capisco il vostro interesse e l’importanza che in Italia può ricoprire questa notizia però sapete bene che le fonti sono sacre, non posso riferire nulla al riguardo». È importante in Italia, non dovrebbe esserlo a Santa Lucia. «No, non è così. Per noi – insiste Gonzales - quel documento è di una certa rilevanza perché coinvolge l’attività di alcune società di Saint Lucia. Concordo che forse non era una notizia da prima pagina ma non potevamo nasconderla, per questo l’abbiamo messa dentro».




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