lunedì 20 settembre 2010

Delibera anti-casta: presto on-line i redditi dei deputati 'con assenso'

Quotidianonet


E' una vittoria dei radicali che per mesi hanno condotto la battaglia di trasparenza. La richiesta è stata sempre negata per questioni di privacy. Finora hanno firmato 72 parlamentari


Roma, 20 settembre 2010 - Presto online i redditi dei deputati: l’ufficio di presidenza ha deliberato la pubblicazione, previa liberatoria, dei dati patrimoniali dei membri della Camera. Ne ha dato notizia un comunicato dei radicali che per mesi hanno condotto la battaglia di trasparenza.


Più di un anno fa, si ricorda nella nota, i deputati Radicali erano riusciti a far approvare dalla Camera un ordine del giorno che impegnava il collegio dei questori a rendere fruibili sul sito internet della Camera tutte le informazioni relative all’attività istituzionali e alla condizione economica e patrimoniale dei deputati. I questori avevano però negato per motivi di privacy la pubblicazione.


A quel punto la radicale Rita Bernardini, insieme ai colleghi Roberto Giachetti e Benedetto Della Vedova, ha chiesto ai deputati di superare l’obiezione firmando una liberatoria. All’appello hanno risposto 72 deputati di tutti i gruppi che hanno visto schierato dalla loro parte il presidente della Camera Gianfranco Fini.


"È una prima vittoria per riformare
la politica e restituire agli italiani la possibilità di conoscere i propri rappresentanti per quello che fanno, dentro e fuori dal Palazzo", hanno dichiarato Bernardini e Mario Staderini, segretario di Radicali Italiani.

"Battere la casta, superarla, si può, basta volerlo - hanno sottolineato - abbiamo iniziato rendendo pubblici dopo sessant’anni di segreti gli elenchi di consulenti e fornitori della Camera, denunciando i veri e propri malaffari, specie immobiliari, che si sono ripetuti per decenni, con la complicità di partiti di ogni colore. Gli stessi che hanno tradito il popolo italiano con la truffa dei rimborsi elettorali dopo che un referendum aveva cancellato il finanziamento pubblico dei partiti".

 
Proprio oggi inizia a Montecitorio la discussione del conto consuntivo del 2009 e il progetto di bilancio interno della Camera dei deputati. "La delegazione radicale ha depositato un emendamento e numerosi ordini del giorno per riformare un’amministrazione che per un sessantennio ha negato agli stessi deputati che si sono succeduti nelle sedici legislature il diritto di conoscere i tanti segreti dell’istituzione di cui erano - e sono per quella in corso - membri", si legge ancora nel comunicato.

agi





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Medici senza vergogna Messina: nuova, pazzesca lite in sala parto E il neonato va in coma

Quotidianonet


Nuovo caso di malasanità in Sicilia: all'origine dell'incredibile lite, la decisione se praticare o meno il parto cesareo. E' successo una settimana fa, stavolta all’ospedale Papardo e i genitori hanno sporto denuncia


Un’altra lite tra due medici, questa volta all’ospedale Papardo di Messina, avrebbe provocato lesioni a un nascituro. Il diverbio, secondo i genitori del neonato, che una settimana fa hanno presentato una denuncia ai carabinieri, sarebbe sorto per decidere se procedere con un cesareo o parto naturale. Il sostituto procuratore di Messina Anna Maria Arena ha aperto un’inchiesta. L'avvocato Marianna Giuffrida, legale della coppia, ha detto che i suoi assistiti hanno denunciato soltanto il primario di ginecologia dell'ospedale Papardo di Messina, Francesco Abate. L'avvocato ha spiegato che 'è stato Abate a insistere per praticare il parto naturale invece del cesareo. Gli altri medici, invece, erano favorevoli alla soluzione chirurgica''
 

CONDIZIONI STABILI - Il neonato è stato trasferito al Policlinico Universitario, dove si trova tuttora ricoverato nel reparto di terapia intensiva neonatale in coma farmacologico. ’Il bambino ha avuto una sofferenza post ischemica. Abbiamo proceduto con la ventilazione e l’abbiamo sedato e intubato ed e’ in coma farmacologico’’. A dirlo e’ il professor Ignazio Barberi, direttore dell’unita’ operativa di terapia intensiva neonatale del Policlinico. ‘’Il bambino - spiega Barberi - ha sofferto perché gli è mancato l’ossigeno ed è andato in asfissia. Al momento le condizioni sono serie ma in netto miglioramento, qualcosa di piu’ preciso si potra dire tra una settimana’’.


LE INDAGINI - A presentare la denuncia sul nuovo caso a Messina sono stati i genitori del neonato in coma. L’inchiesta è coordinata dal pm della Procura di Messina Anna Maria Arena. I carabinieri, nei giorni scorsi, hanno sequestrato le cartelle cliniche nel reparto di Ostetricia e Ginecologia del ’Papardo'. Stando alle prime ipotesi, al momento della nascita non sarebbe arrivato per qualche secondo l’ossigeno al cervello e questo avrebbe creato lesioni cerebrali. Il piccolo potrebbe aver riportato delle lesioni neurologiche che gli provocherebbero problemi al movimento degli arti. Subito dopo il parto i famigliari della donna si sono scagliati contro il primario. L’inchiesta è aperta contro ignoti.


LA MADRE - ‘’Non so se i medici hanno litigato, so di certo che ero giunta all’ospedale Papardo dove, a parere di tutti i medici avrei dovuto partorire con un cesareo, viste le dimensioni del bambino, che pesava 4 chili 150 grammi. Ma il primario, Francesco Abate, e’ intervenuto, sostenendo la tesi del parto naturale e vietando il cesareo. E’ stato tremendo: ho subito lacerazioni, il parto e’ stato difficilissimo, il bimbo ha avuto difficolta’ di ossigenazione, subendo danni’’. E’ quanto afferma la donna che il 13 settembre scorso ha partorito al Papardo di Messina. Giunta nel pomeriggio al Policlinico di Messina, dove il bimbo e’ ricoverato in coma al reparto di terapia intensiva, la donna, insieme al marito ricorda quei terribili momenti: ‘’Non avrei mai pensato a un parto naturale - aggiunge - perché le dimensioni del bambino lo sconsigliavano. L’unico a insistere per questo metodo e’ stato il primario Francesco Abate, mentre gli altri suoi colleghi erano favorevoli al cesareo, anche se non l’hanno praticato. Per questo ci siamo rivolti alla magistratura’’. Quanto alle accuse rivolte dal primario ai parenti della puerpera, che avrebbero aggredito i medici, la donna afferma che ‘’sì, c’era stato un battibecco tra i sanitari e i familiari di qualcuno che aveva partorito o stava partorendo, ma mio marito e le persone a noi vicine sono estranei a questo episodio’’.


L'ORDINE DEI MEDICI SMENTISCE - Il presidente dell’Ordine dei medici di Messina, Giacomo Caudo, dopo avere contattato il primario di ginecologia dell’ospedale Papardo, assicura che “i colleghi non hanno avuto nessun diverbio in sala parto”. In un primo momento Caudo aveva espresso a nome dell’Ordine dei medici “il profondo senso di smarrimento e sbigottimento qualora questa notizia fosse stata accertata” e si era detto pronto “ad avviare tempestivamente le necessarie indagini per accertare eventuali responsabilità”.


LA COMMISSIONE ERRORI SANITARI - Il presidente della Commissione errori sanitari, Leoluca Orlando annuncia che una delegazione della Commissione si recherà il prossimo 4 ottobre a Messina per far visita al Policlinico e all`ospedale Papardo, per “verificare il contesto in cui sono maturati una serie di sospetti casi di malasanità in poche settimane”. Nel frattempo la commissione invierà una richiesta di relazione all'assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, per chiedere una relazione su quanto accaduto e sollecitare l'adozione di un provvedimento sanzionatorio e cautelare nei confronti dei responsabili.

“Le strutture sanitarie della città di Messina, per l'irresponsabile comportamento di alcuni e per la mancanza di efficienza sotto il profilo organizzativo, sono diventate simbolo della malasanità in Italia”, così il presidente della Commissione parlamentare d`inchiesta sugli errori e i disavanzi sanitari regionali, Leoluca Orlando, ha commentato quanto accaduto presso l’ospedale Papardo.


ARRIVANO ANCHE I NAS - Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale ha annunciato di aver disposto l’invio dei Nas a Messina. “In un mese due liti tra medici, due vite compromesse e due madri traumatizzate e sofferenti nella stessa città. Le notizie che arrivano dall’ospedale ‘Papardo’ di Messina mi lasciano allibito e scioccato”, ha commentato Marino, spiegando: “Ho già avviato un’ulteriore istruttoria attraverso i carabinieri appartenenti al nucleo Nas della Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale: i documenti che ne deriveranno andranno ad aggiungersi agli atti acquisiti dopo le tragiche vicende del Policlinico di Messina e di Policoro, Piove di Sacco e Reggio Emilia”.


“Chi parla di errori umani e minimizza dovrebbe, a questo punto, cambiare idea definitivamente. E’ un’emergenza, una falla del sistema che sta diventando letale per il nostro Paese. Non possiamo accettare - continua Marino - che le vite delle donne italiane e dei loro figli appena nati siano sacrificate in sala parto, a causa di liti, negligenze e malpractices. L`Italia per anni ha rappresentato un modello proprio in questo settore e in generale per la sua sanità pubblica. Ora questo sistema è sempre più a rischio.”






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Ecco la lettera di minacce del boss di Acerra contro i rivali

Corriere della sera


La missiva scritta in carcere dal boss Cuono Crimaldi
a un suo rivale nel settore delle pompe funebri



NAPOLI - Nell’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip Antonella Terzi su richiesta dei pm Vincenzo D’Onofrio e Francesco Valentini, c’è anche una bizzarra lettera (che gli investigatori ritengono di minaccia) scritta in carcere dal boss Cuono Crimaldi a un suo rivale nel settore delle pompe funebri. L’agenzia di Crimaldi, formalmente intestata ai cugini, nel 2008 aveva subito un attentato incendiario, che il boss aveva attribuito al rivale. Ecco uno stralcio della lettera, piuttosto sgrammaticata: «Sono intristito dai giovani di adesso, che nuotano in superficie e a vista della costa, indifferenti ai fondali, all’abisso che regge in controspinta la loro leggerezza. Conosco la storia dei miei cugini. A parte il fatto che nutro un profondo rispetto per tutti coloro che con essi ci lavorano, cercare di intimidirli non solo non ha senso, ma sarebbe addirittura autolesionismo. Non credi? Sono sempre stato capace di sentire e riconoscere l’odore della paura, che è molto brutto, rancido e ancestrale. Chi è cedevole supera le prove; chi è duro, rigido, prima o poi viene sconfitto e spezzato».


Titti Beneduce
20 settembre 2010













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Toscana: uccisa una rara cicogna nera

Corriere della sera


Il volatile abbattuto a colpi di fucile nei pressi di Fucecchio il primo giorno di caccia

di questo tipo di uccello esistono solo 10 coppie nidificanti in italia


La cicogna nera abbattuta
La cicogna nera abbattuta
MILANO - Comincia male la stagione venatoria. Una cicogna nera è stata abbattuta a colpi di fucile in una delle più belle e importanti zone umide toscane, nel padule di Fucecchio. Lo ha reso noto il Wwf sottolineando che «la prima giornata di caccia si è aperta sotto i peggiori auspici: c'è infatti il corollario di tutto quello che non dovrebbe accadere in un'attività che si vuole presentare come rispettosa e regolata». «Ci sono gli incidenti tra cacciatori - ha sottolineato il Wwf - come quello accaduto in provincia di Ascolti Piceno dove un uomo è stato raggiunto dai pallini partiti dal fucile del padre caduto a terra, le multe emesse per continue violazioni da parte delle guardie volontarie venatorie del Wwf, ci sono i Centri Recupero Animali Selvatici dell'associazione in piena attività con rapaci come gheppi, poiane ma anche aironi tutti feriti da armi da fuoco».

IL WWF - «Impossibile non riconoscere un esemplare di cicogna nera - ha dichiarato Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf - Il tipo di volo, le dimensioni e i colori ne fanno una specie inconfondibile. Chi ha sparato contro questo animale, di cui restano solo circa 10 coppie nidificanti nel nostro paese e per questo considerato rarissimo, aveva tutta l'intenzione di abbatterla magari portandosi il trofeo in casa». «È un gesto - ha detto Pratesi - che sommato ai tanti simboleggia quanto la caccia in Italia sia un'attività incompatibile con la ricchezza di biodiversità del nostro paese, con la sicurezza e soprattutto con le norme europee che vietano rigorosamente di sparare a specie rare e per questo protette e impongono di tutelare anche quelle cacciabili. Inoltre la caccia in Italia viene ancora svolta in periodi delicatissimi per la riproduzione di molte specie animali come è accaduto con le preaperture decise in molte regioni e che per questo violano le stesse indicazioni Ue oggi anche legge dello Stato».


Redazione online
20 settembre 2010



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Torna in cella Fabiola Moretti pentita della banda della Magliana

Il Messaggero



ROMA (20 settembre) - Torna in cella Fabiola Moretti, ex pentita della banda della Magliana e legata in passato a Danilo Abbruciati, uno degli esponenti dell'organizzazione che ha insanguinato Roma a cavallo tra gli anni '70 e '80. I carabinieri della Stazione Roma Divino Amore l'hanno arrestata dopo averla sorpresa mentre passeggiava tranquillamente in strada, senza aver ottenuto alcuna autorizzazione ad allontanarsi dal proprio domicilio.

Arrestata con l'accusa di evasione, Fabiola Moretti, 55 anni, è stata trattenuta in caserma in attesa del rito direttissimo. Non è la prima volta che la Moretti, che ha precedenti per traffico di sostanze stupefacenti, evade dai domiciliari: era già successo il 23 marzo scorso e il 16 settembre del 2009. La Moretti, oltre a collaborare nell' inchiesta sulla banda della Magliana, è stata per anni la grande accusatrice dell'ex senatore Claudio Vitalone nell'ambito dell' inchiesta sull'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. La donna nel 1995 accusò Vitalone di essere uno dei mandanti del delitto, raccontando di essere stata testimone di incontri tra l'ex senatore ed Enrico de Pedis, uno dei capi storici della Banda della Magliana.

Il nome della donna è legato anche all'inchiesta della Procura di Roma sul sequestro di Emanuela Orlandi, avvenuto nel giugno del 1983. Grazie ai suoi racconti i pubblici ministeri romani sono arrivati a individuare in Sergio Virtù, ex autista di Renatino, uno degli autori materiali del sequestro della ragazza.






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Montecarlo, arrivate le carte in procura a Roma: incomplete, richiesta la documentazione fiscale

di Redazione


Arrivati da Monaco gli atti sulla compravendita della casa lasciata in eredità dalla nobildonna ad An, successivamente venduto dal partito ed ora occupato da Giancarlo Tulliani. Ma la documentazione è incompleta, mancano glni atti di natura fiscale



Roma - Sono arrivati oggi alla procura di Roma, dal Principato di Monaco, gli atti relativi alla compravendita dell’immobile lasciato in eredità da una nobildonna ad An, successivamente venduto dal partito ed ora occupato da Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini. Si tratta, tuttavia, di una documentazione incompleta. Mancano, secondo quanto si è appreso, alcuni atti di natura fiscale necessari agli inquirenti per verificare la valutazione fatta dell’immobile di Boulevard Princesse Charlotte in sede di successione.

Le indagini della procura Il valore dato all’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte in sede di successione e poi nei diversi passaggi di proprietà. E' questo uno dei documenti che gli inquirenti della procura di Roma speravano di trovare nell’incartamento inviato dal Principato di Monaco nell’ambito dell’inchiesta sull’immobile venduto da Alleanza nazionale. I primi atti sono stati trasmessi a piazzale Clodio, ma ad un primo esame di chi indaga non sono completi. "Faremo a breve una richiesta di integrare il fascicolo", si spiega. Gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Piefilippo Laviani e dal procuratore capo Giovanni Ferrara, vogliono accertare se è stato congruo il valore dato all’immobile, e le tasse che vi sono state pagate "sopra". Rispetto a quanto pubblicato da alcuni quotidiani negli ultimi giorni "il documento mostrato non è un contratto d’affitto ma una nota di trascrizione al pubblico registro". Secondo quanto si è appreso gli atti sono trasmessi da Montecarlo in Procura a Roma con alcuni giorni di ritardo perché erano state inviate dall’autorità giudiziaria monegasca alla sede della Procura generale presso la Cassazione. E' stato poi ribadito che "allo stato, non c’è alcuna intenzione" di convocare per una audizione nè il presidente della Camera, Gianfronco Fini, e nemmeno Giancarlo Tulliani. 





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Lacrime e dolore ai funerali del tenente Romani

di Redazione


Iniziate tra gli applausi le esequie solenni nella Basilica di Santa Maria degli Angeli per il parà ucciso venerdì scorso in Afghanistan. In ottime condizioni il primo caporal maggiore Elio Rapisarda. Monsignor Pelvi: "Questa morte è un'altra via Crucis"






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Roma - L'ultimo addio al tenente Alessandro Romani, morto venerdì in un agguato in Afghanistan. La salma è stata accolta tra gli applausi nella Basilica di Santa Maria degli Angeli: sono iniziati i funerali di Stato. Al passaggio del feretro la banda dell’Esercito Italiano ha suonato la marcia funebre di Fulvio Creux In pace per la pace. "La morte di Alessandro, un’altra via Crucis", ha detto di monsignor Vincenzo Pelvi durante l’omelia.

Un'altra Via Crucis "Ancora un incontro di dolore e di lutto - esordisce monsignor Pelvi - e la sofferenza del nostro Paese diventa più profonda". Poi nel corso dell’Omelia monsignor Pelvi ha sottolineato: "Alessandro in Afghanistan voleva che gli ordigni non spegnessero più i sogni dei bambini, che le donne non fossero più sfigurate e lapidate, che gli uomini non fossero più legati su pali in attesa della morte, dinanzi agli occhi dei figli". "Chi ha una ragione per vivere - aveva detto poco prima monsignor Pelvi - ha anche una ragione per morire. E' stato così per il nostro amato Alessandro, uomo delle forze speciali che non amava parlare di sé, mai in cerca di gloria, sempre convinto del coraggio di esserci". Per monsignor Pelvi "in questa basilica diventiamo alunni dinanzi alla sua bara, cattedra non sempre condivisa e riconosciuta". Una cattedra, continua ancora l’ordinario militare, che "non respinge i poveri e gli emarginati ma insegna ad accogliere i più deboli proprio i respinti, e li mette in cattedra". Per questo, conclude, "questa bara rivestita dalla luce del nostro Tricolore, è cattedra prestigiosa di vita e non di morte".

Rapisarda in ottime condizioni "E' stato sottoposto a un intervento per ridurre la frattura al braccio destro e ora è in ottime condizioni", spiega il portavoce dell’ospedale militare Celio e capo del Dipartimento di medicina d’urgenza, colonnello Roberto Bramati, in riferimento al primo caporal maggiore Elio Rapisarda ferito venerdì scorso a Farah, nello scontro a fuoco in seguito al quale ha perso la vita il tenente Alessandro Romani. Rapisarda, ha aggiunto il colonnello Bramati, "si trova in Germania, a Ramstein, dove verrà raggiunto da un volo dell’Esercito che porterà uno specialista italiano e se possibile i parenti". Nel giro di 48 ore, ha concluso, il militare ferito dovrebbe poter tornare in Italia.

La donazione della famiglia Romani Niente fiori, ma una donazione per sostenere la lotta la cancro. La famiglia del tenente Romani ha invitato tutti coloro che vogliono manifestare in modo concreto il proprio cordoglio per la scomparsa del figlio Alessandro non acquistando fiori, ma inviando un sms al 45506 dell'associazione "Peter Pan" (www.asspeterpan.it), la onlus di Roma che si occupa del sostegno ai bambini malati di cancro e alle loro famiglie. L’sms, del costo di 2 euro, contribuirà infatti alla costruzione della "Grande casa di Peter Pan", anche in memoria di Alessandro Romani.






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Via il titolo di Cavaliere a Tanzi: "Non è degno"

di Redazione


Il patron della Parmalat, non è più Cavaliere del Lavoro. Accogliendo la proposta del ministro dello Sviluppo economico, Napolitano ha firmato il decreto di revoca "per indegnità" della decorazione di Cavaliere al merito del lavoro. Era stata conferita a Tanzi il 2 giugno 1984.



 

Roma - Calisto Tanzi, già patron della Parmalat, non è più Cavaliere del Lavoro. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, accogliendo la proposta del ministro dello Sviluppo economico, ha infatti firmato venerdì scorso il decreto di revoca "per indegnità" della decorazione di Cavaliere al merito del lavoro, che era stata conferita a Tanzi il 2 giugno 1984.

Revocato il cavalierato a Tanzi Dopo le complesse vicende finanziarie e giudiziarie i cui era rimasto coinvolto Calisto Tanzi, il Ministro dello Sviluppo Economico aveva chiesto di cancellare l’onorificenza ritenendo che sussistessero "le condizioni previste dalla legge per la revoca". Sarà ora lo stesso ministero di via Veneto, come si afferma nel decreto presidenziale, a curare la trascrizione del provvedimento nell’albo dell’Ordine, oltre che a farlo pubblicare nella Gazzetta Ufficiale.





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Acerra, blitz contro clan Crimaldi, De Sena e Di Fiore: 43 arresti per droga e racket

Il Mattino



NAPOLI (20 settembre) - Ventitre persone sono state arrestate dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Napoli nei confronti di presunti esponenti dei clan camorristici dell'Acerrano, nell'hinterland di Napoli. Sono accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata ad estorsioni e «cavalli di ritorno», traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi, lesioni volontarie, omicidi ed altri reati. Ad altre venti persone, già detenute per altri reati, il provvedimento è stato notificato in carcere. Gli indagati sono complessivamente 57. Le persone coinvolte nell'inchiesta sono secondo le indagini capi e gregari dei clan Crimaldi (retto da Cuono Crimaldi), il clan De Sena (retto da Mario De Sena) ed il clan De Falco-Di Fiore (retto da Mario Di Fiore), contrapposti fra di loro per il predominio sugli affari illegali in una vasta zona del Napoletano.





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Napoli, auto in fiamme in tangenziale panico in galleria, fuga a piedi

Il Mattino


NAPOLI (20 settembre) - Disagi lungo la tangenziale di Napoli dove una autovettura, per cause ancora in corso di accertamento, si è incendiata mentre percorreva la galleria Capodimonte, in direzione Fuorigrotta. L'automobilista è riuscito a mettersi subito in salvo. Le fiamme sono state poco dopo dai vigili del fuoco e dai tecnici della società tangenziale. A creare il disagio, però, è stato il fatto che alcuni automobilisti che procedevano nello stesso senso di marcia, alla vista delle fiamme, hanno abbandonato le loro auto. La presenza dei veicoli ha reso più difficoltose sia le operazioni di soccorso che la rimozione del veicolo incendiato. Sul posto è giunto anche il personale del «118» che ha prestato soccorso a quattro automobilisti colti da un lieve malore.




Fuga galleria Capodimonte



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Guerra del burqa: la madre magrebina toglierà la maschera entrando a scuola

Corriere della sera


Accordo a Sonnino dopo le proteste delle altre mamme
L'imam marito della donna: non spaventerà i bambini



LATINA - Continuerà ad indossare il velo, ma scoprirà il volto quando arriverà nell'atrio della scuola per riprendere il proprio figlio. Si è risolto lunedì 20 settembre, con un compromesso, il caso della madre di religione islamica che a Sinnino (Latina) si recava ad accompagnare a scuola il figlio indossando il burqa. Altri genitori si erano lamentati del suo abbigliamento che «spaventava i bambini».

Solidarietà: donne solidali con la madre magrebina manifestano in burqa alla scuola di Sonnino
Solidarietà: donne solidali con la madre magrebina manifestano in burqa alla scuola di Sonnino
MAMME PREOCCUPATE - Il sindaco del borgo pontino Gino Cesare Gasbarrone, aveva annunciato sabato che le avrebbe chiesto di togliere il burqa. Ma la soluzione è stata un civile compromesso: la polemica che aveva investito una donna magrebina, moglie di un Imam, si chiude con l'impegno della donna - una volta giunta all'asilo con il bambino con il volto completamente coperto - a togliere quella che altre signore avevano definito una spaventosa maschera nera. Ma solo una volta giunta all'interno della scuola.
«Sotto il lungo vestito potrebbe nascondersi chiunque, anche un malintenzionato che avrebbe libero accesso nella scuola», avevano rimarcato le mamme di Sonnino che della questione hanno interessato diregente scolastico, sindaco e persino i carabinieri.

INCONTRO CHIARIFICATORE - La soluzione pacifica - quando nei giorni scorsi si era parlato persino di una ordinanza ad hoc - è emersa dall'incontro di lunedì mattina tra il sindaco di Sonnino, la preside Assunta Natalini ed il marito della donna, l'Imam Mustafa Addì. «Noi rispettiamo le leggi italiane ed il Corano ci consente di far girare le nostre donne anche con il volto scoperto. Da oggi in poi - ha detto - mia moglie si recherà a scuola in questo modo per non spaventare i bambini».
Durante la riunione si è tenuta anche una piccola manifestazione dove alcune donne hanno indossato il burqa in segno di solidarietà con la donna magrebina: prossimamente è stata annunciata l'iniziativa di presentare progetti di integrazione culturale che coinvolgono le scuole dell'intero paese.


Michele Marangon
20 settembre 2010





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Casa di Montecarlo, i Pm chiamano Fini

Libero







Gianfranco Fini è in un angolo: ci sono novità circa il contratto della casa di Montecarlo. Sul documento, depositato all’ufficio del registro del Principato e firmato a Monaco il 24 febbraio del 2009,  due firme appaiono identiche: quella del proprietario (la società Timara Ltd) e l'altra dell'affittuario


Ora i magistrati di Roma vogliono vederci chiaro. Per questo hanno intenzione di convocare il presidente della Camera. Ma non è tutto: anche il cognato sarà ascoltato. E intanto il principe di Monaco è infastidito da questa vicenda.


di Gianluigi Nuzzi -
La procura di Roma, subito dopo aver ottenuto la risposta alla rogatoria monegasca e aver sentito alcuni altri testimoni dell’indagine sulla compravendita immobiliare nel principato, ascolterà Gianfranco Fini. Il procuratore capo della capitale non ha ancora formalizzato la richiesta, ma gli inquirenti danno per assai probabile la deposizione dopo che saranno valutate le carte sulla vendita da parte di An dell’appartamento di rue Princesse Charlotte 14 a duecento metri dal Casinò.
L’idea di sentire sia Giancarlo Tulliani sia il presidente della Camera ha cominciato ad assumere consistenza con le incongruenze che emergono dalle testimonianze raccolte, dal fascicolo degli articoli che in qualche modo anticipano anche notizie sollecitate per via rogatoriale.  Gli inquirenti hanno anche inserito nel fascicolo le varie verità pubblicamente sostenute dagli interessati, sia con interviste e battute sui giornali, sia in interventi a programmi televisivi. La cautela del procuratore Ferrara, che intende chiudere il fascicolo al più presto, è motivata anche dalle esigenze “istituzionali” che una terza carica dello stato, chiunque sia, richiede.
Così, è assai probabile che la deposizione come teste potrebbe avvenire direttamente alla Camera, se  sarà questa la volontà di Fini. Non è però escluso - osservano gli inquirenti - che il testimone chieda di poter esser sentito direttamente a palazzo di Giustizia come un qualsiasi altro testimone, disinnescando quindi un privilegio che potrebbe essere letto dagli elettori come l’ennesimo “effetto-casta”. O che, peggio, qualcuno potrebbe interpretare come volontà di nascondersi.
«Rispettare i pm»
Nell’entourage di Fini la notizia della possibile deposizione in apparenza non coglie di sorpresa: ci si rimette ancora alle parole del leader quando, dai microfoni di Mirabello e da Enrico Mentana, annunciava che avrebbe atteso la conclusione dell’inchiesta per «rispettare la magistratura». E che tutti - a parole - vogliano la conclusione delle indagini per conoscere la verità sembra una realtà assodata. Basti pensare cosa accade in queste ore in una Montecarlo attraversata da altre inquietudini.
Non sono cose reali, ci mancherebbe. E ovviamente il principe Alberto ben si guarda dall’assumere posizioni ufficiali sulle controverse operazioni immobiliari del “cognato” di Gianfranco Fini. Ma quello che filtra  dagli ambienti a lui più vicini è un profondo fastidio per gli effetti che questa vicenda può produrre sul Principato. È da diverso tempo che con vari sforzi e fissando norme bancarie sempre più intransigenti si vuole, si cerca di allontanare progressivamente chi ha guastato l’immagine di Montercarlo. L’assenza totale dei seppur presenti episodi di cronaca nera, il rafforzamento degli impianti di videosorveglianza, le norme anti-riciclaggio introdotte puntano proprio al colpo d’immagine. La storia di Giancarlo Tulliani, di grande impatto sulla benestante comunità italiana, i riflessi politici, gli intrecci finanziari nei paradisi fiscali che emergono hanno fatto assumere diverse iniziative  informali. Innanzitutto, si è provveduto a un rapido focus sulla vicenda che ha permesso di ottenere il quadro di insieme. Poi si sono attese le iniziative rogatoriali per chiudere presto l’incidente.
La ferrari sospetta
Ma su questo secondo fondamentale aspetto aleggia una sorta di mistero. Qui a Monaco, infatti, consultando i pochi ben informati sulla rogatoria e sulle volontà  della Casa, sembra che le risposte siano già partite o pronte a partire alla volta di Roma e, soprattutto, non si nasconde un certo stupore per quanto fossero limitati gli interrogativi posti dalla procura di piazzale Clodio.  Al tempo stesso, sta muovendo i primi passi un’indagine  proprio per verificare come sia stata venduta la casa e se, eventualmente, alcune parti del pagamento siano state compiute in nero, visto il prezzo sottomercato di entrambe le cessioni. Una verifica a tutto tondo su Giancarlo Tulliani da parte delle autorità fiscali monegasche? È ancora presto per dirlo. Di certo qui le mosse sono tutte molto ovattate: non si vuol dare l’idea di fare i conti in tasca a un ricco residente. Ricco tanto da comprarsi la Ferrari che lavò senza accorgersi dei paparazzi qualche settimana fa. Da una verifica risulta infatti che la targa monegasca del bolide sia intestata direttamente a lui. Insomma, almeno su questo fronte non compare nessuna società offshore, per una volta.
A sentire invece le voci ufficiose dalla procura di Roma, i magistrati italiani si lamentano perché ancora non è arrivato nulla in ufficio.  E senza quei documenti non si possono fare passi avanti nel procedimento che sta comunque condizionando la vita politica della maggioranza. Si è come in una sorta di stallo investigativo: solo gli atti monegaschi possono dare l’attesa accelerata.


20/09/2010





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Alla Giostra della Rocca lo sperone della vergogna

Il Mattino di Padova


Scontri e polemiche a Monselice. Un vero e proprio scandalo con probabili strascichi giudiziari ha minato la venticinquestima edizione della Giostra della Rocca. Squalificato San Martino: il fantino Alfiero Capiani avrebbe usato gli speroni, vietati nella competizione. Il Palio va così alla Torre


di Renato Malaman

Limmagine che inchioda Capiani
L'immagine che inchioda Capiani


MONSELICE. Scandalo alla Giostra della Rocca, con probabili strascichi giudiziari per il «cavaliere nero» di San Martino. Vittoria alla Torre, ma senza disputare la finale. L'avversario di Willer Giacomoni della Torre, ovvero Alfiero Capiani della contrada di San Martino, faentino come lui (ma del Rione Nero, mentre lui è del Rosso), è stato tolto di gara, «sgamato» con uno sperone incerottato sugli stivali. Atto vietatissimo, questo, non solo dal regolamento della Giostra ma anche dall'ordinanza emanata un anno fa dal sottosegretario alla Salute Francesca Martini in materia di maltrattamento agli animali.

Il provvedimento, che disciplina lo svolgimento di manifestazioni storiche come la Giostra, sanziona il ricorso a tutti i mezzi che infliggono sofferenze ai cavalli. Sicché per Capiani, che a Monselice ieri si vedeva per la prima volta (e sarà anche l'ultima...), oltre alla squalifica dall'ordine d'arrivo, potrebbe aggiungersi la ben più temibile condanna per maltrattamenti. Che implicherebbe una pesante sanzione e l'inibizione a partecipare a tutte le future competizioni.

Ad inchiodare Capiani è stato Giuliano Brunazzo, focoso capo degli «ultras» della Torre che, fotogrammi alla mano, ha dimostrato ai giudici che quanto aveva visto non era un'allucinazione.

FOTO Il fantino smascherato con il cellulare

Il caos è scoppiato quando ormai sul campo di gara del bosco dei frati stava calando il buio. Capiani, si stava «caricando» per la finale, sostenuto dalle speranze di San Martino di tornare a vincere la quintana dopo il divorzio da Ricchiuti e Colombari (plurivincitori della gara, anch'essi romagnoli), è stato invitato dallo speaker a presentarsi in campo con il cavallo per un controllo.

Lui ha tentennato. Tensione in campo. Poi il faentino ha dovuto giocoforza affrontare la platea poiché era stato addirittura chiesto l'intervento dei carabinieri. E' stato inondato dai fischi. La capocontrada di San Martino, Paola Signoretto, per lavare preventivamente l'onta ha fatto sapere per voce dello speaker che in caso di illecito confermato, San Martino chiederà scusa a tutti. E' stata profeta, perché di lì a poco la verità è stata ufficializzata, scatenando la gioia di quelli della Torre e la vergogna e la rabbia di quelli di San Martino, traditi da quel «cavaliere nero» che tanto li aveva illusi con i suoi tempi da sballo (sempre sui 50" a prova) e la sua portentosa mira nell'infilzare anelli. L'ha tradito un cerotto. Quello che doveva celare il suo micidiale sperone.

(20 settembre 2010)




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Via Gradoli scrive ai servizi segreti e il generale risponde agli abitanti

Corriere della sera


Dopo gli scandali, una lettera all'Aisi per sapere se sia «ancora interessata alla via»: nulla osta al risanamento



ROMA - Via Gradoli scrive ai servizi segreti per sapere se sono ancora coinvolti nella via. E i servizi rispondono al comitato dei residenti: no, grazie. Anche questo scampolo di corrispondenza, che si è appena conclusa tra il Comitato di via Gradoli e l’Aisi (Agenzia e informazioni sicurezza interna, ex Sisde), va a riempire l’incartamento sulla trafficatissima via di Roma Nord divenuta famosa per la cronaca nera degli ultimi trent’anni: dalla prima prigione in cui fu segregato nel marzo del 1978 Aldo Moro alle alcove dei trans in cui si è consumata poco tempo fa la vicenda dell’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo.



DEGRADO DIFFUSO - Il risultato, in questa via che ha ospitato anche numerosi appartamenti in mano ai servizi, è oggi un diffuso degrado che il Comitato di via Gradoli torna a denunciare in questi giorni. «Come noto – scrivono i residenti della via - le vicende di Via Gradoli sono state in passato pesantemente influenzate dalla presenza dei servizi segreti civili, sia attraverso la materiale costruzione delle palazzine di cui ai civici 96, 75, 65 e 35, sia attraverso la gestione diretta di numerosi immobili. In considerazione dei recenti eventi, in data 21 luglio il Comitato per Via Gradoli ha espressamente richiesto all'A.I.S.I. (l'Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna che ha sostituito il S.I.S.De o Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica) se i servizi segreti avessero ancora interessi nella via». Insomma, i residenti chiedevano un nulla osta al risanamento che fermerebbe il deprezzamento delle abitazioni, molte delle quali in vendita.



LA REPLICA DEL GENERALE - Poi il Comitato rivela: «Con una missiva il suo Direttore, generale Giorgio Piccirillo, ha chiarito che "questa Agenzia non ha alcun interesse in quella via"». Resta allora il degrado che non può più «essere imputato ad apparati occulti dello Stato, ma all'inerzia della Pubblica Amministrazione, al disinteresse dei rappresentanti delle forze politiche al governo nel municipio e nella città, e agli interessi economici degli speculatori».
Gli abitanti si ribellano e sottolineano «come siano tutt'ora prive di risposta sia cinque interpellanze rivolte da due consiglieri comunali al Sindaco, sia numerose lettere inviate al medesimo dai cittadini».



LE RICHIESTE - Ma quali sono le richieste avanzate? «I cittadini da mesi chiedono un deciso e soprattutto risolutivo intervento e in particolare l'attuazione dell'ordinanza sindacale di sgombero n. 129/2007, emessa dalla precedente amministrazione e avente quale oggetto i seminterrati del civico 65/69; l'emissione di ulteriori analoghi provvedimenti relativi alle unità immobiliari site negli altri civici interessate dai medesimi fenomeni di abusivismo e sfruttamento». In sostanza chiedono che i seminterrati vengano chiusi e sgombrati dagli attuali affittuari, per lo più immigrati. Insomma, i trans brasiliani e altri inquilini poco graditi.
Gli abitanti chiedono anche «la riclassificazione edilizia e catastale degli immobili; la demolizione di tutti gli impianti tecnologici (tubi di adduzione dell'acqua, scarichi, impianti elettrici, citofonici ed altro) che consentono la locazione ad uso abitativo degli stessi e, infine, l'accertamento della responsabilità penale dei responsabili di tale fenomeno».

Paolo Brogi
20 settembre 2010






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La guerra del pane insanguina il Mozambico

La Stampa


Era il simbolo del nuovo sviluppo africano: l'illusione è finita




DOMENICO QUIRICO

CORRISPONDENTE DA PARIGI

Manuel fa il sindacalista a Maputo, mestiere difficile in Africa. E dovrebbe essere ricco, o almeno in via di rapido sviluppo. Glielo assicurano tutti. Pazienza il governo del suo paese, il Mozambico, vecchi marxisti che promettendogli un radioso avvenire hanno fatto schiattare un milione di persone per anni in una sanguinosa guerra civile. L’imperialismo è sempre lì, e quelli gli ex del partito unico, sono sempre ricchi, prima perché erano l’avanguardia del socialismo africano e meritavano qualche riguardo, e adesso perché sono sempre al potere, in quanto avanguardia dell’efficienza capitalistica. Questi Manuel e i mozambicani li lasciano da parte, non credono più alle chiacchiere.

Ma alla Banca mondiale, al fondo monetario, agli economisti occidentali si dovrà pur credere! E tutti dicono loro, da anni, che questo paese è uno dei nuovi miracoli dell’Africa: sottosviluppo in calo rapido, debito con l’estero saldato, tasso di crescita economica medio dell’otto per cento che lo sognano persino a Londra Roma e Parigi. Per non parlare degli ex colonialisti portoghesi. Non rimpiangevano, i signori dell’economia, nemmeno i 15 miliardi di dollari di aiuti versati dopo la fine della guerra civile; e la cancellazione di 1,3 miliardi di debiti. Soldi ben spesi! Il fatto che in cambio fossero state privatizzate 1200 imprese prima malmenate dalla inefficienza african-comunista e l’arrivo degli investitori stranieri alla ricerca rapace di manodopera a basso costo bastavano, eccome!, per definirlo il paese prediletto del fondo monetario. I sudafricani, gli ex razzisti, erano quelli che si ritagliavano gli affari migliori, assicurandosi le miniere di carbone del nord. Che il presidente che si chiama Guezeba sia soprannominato Guebussiness vorrà ben dire qualcosa.

E invece milioni di mozambicani in immancabile sviluppo verso gli obbiettivi del millennio soccombono sempre alla dieta rigorosa della miseria. Adesso fa piangere pensarci ma uno dei segni scelti da quelle eccellenze economiche per indicare che il paese era in pieno boom era la moltiplicazione delle biciclette! E’ bastato un aumento del prezzo del pane, diciassette per cento annunciato dal governo per scombinare tutto. Ed ecco che due settimane fa un paese intero, coccolato dalla globalizzazione virtuosa è sceso in strada. In rivolta i quartieri poveri di Maputo dove gli economisti del fondo monetario non sono mai venuti per non sporcarsi le scarpe, perché non ci sono fogne e i mercati sono sempre vuoti.

Hanno tirato fuori le pietre i bastoni i machete. Tre, quattro giorni di una bella rivoluzione all’africana con l’assalto ai negozi, le auto bruciate gli scontri con la polizia antisommossa. Che, anche lei, ha fatto un bel tuffo nella preistoria, dimenticando la democrazia fresca di vernice e sparando a altezza uomo. Tredici morti, forse di più... Rabbie eccessive? Ad agosto è aumentato il riso dal dieci al venticinque per cento a seconda delle regioni, la benzina è aumentata quattro volte in un anno, il governo che ci tiene ad avere i conti a posto, annuncia che aumenteranno l’acqua e la luce. Aveva tenuto finora i prezzi artificialmente bassi, per non avere guai politici, e aveva finto di ignorare una prima rivolta causata dell’aumento dei taxi collettivi che qui sono l’unico mezzo di trasporto.

Ma il Fondo monetario premeva, bisognava rispettare l’immagine di paese che sa rimborsare i debiti e sviluppare una economia ammodo. Adesso parlano tutti di nuovo del Mozambico come ai tempi in cui era la frontiera della eroica lotta contro il regime dell’apartheid. Perché l’occidente ha paura che faccia scuola, che sia solo l’inizio e che mezza Africa appena traghettata nella casella dello sviluppo grazie a internet e al petrolio si ritrovi in rivolta. Scoprono che nel paese del miracolo il 65 per cento dei 23 milioni di abitanti vive ancora sotto la soglia della povertà anche nella capitale, che nelle campagne e nei barrios poveri lo sviluppo non lo ha visto nessuno. E che su 600 mila tonnellate di riso consumate ogni anno la metà è di importazione.




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Calunnia, in arresto Igor Marini

Libero






E'stato arrestato dai carabinieri Igor Marini, il faccendiere che nel 2003 fu uno dei protagonisti del presunto scandalo Telekom Serbia. L'uomo deve scontare cinque anni di carcere per calunnia ai danni di un magistrato romano, Maria Bice Barborini. Marini aveva conquistato le cronache per le accuse lanciate ad alcuni esponenti del centrosinistra, tra cui l'ex premier Romano Prodi: diceva che avevano preso tangenti sull'acquisto, avvenuto nel 1997, di una quota della compagnia telefonica jugoslava da parte di Telecom Italia. La procura di Torino concluse che le affermazioni erano calunniose: gli atti furono trasferiti a Roma, dove è stato istruito il processo. Nel capoluogo piemontese è rimasto aperto il filone che riguardava le accuse di Marini alla dottoressa Barborini.


Nel corso di una delle sue numerose testimonianze, rese nel 2003, il faccendiere aveva detto che la Barborini aveva cercato di nascondere lo scandalo: «Le accennai all'affare 'Tel' e lei rispose 'se lo tenga per sè, vuole farci uccidere?». Una ricostruzione che che la dottoressa Barborini - così come il maresciallo dei carabinieri presente a quell'interrogatorio - ha sempre recisamente smentito. Il processo per le calunnie ai politici, trasferito a Roma per ragioni di competenza territoriale, è ancora in corso. Marini è stato fermato dai carabinieri (che hanno eseguito l'ordine di carcerazione spiccato dal tribunale) a Caravino, un paese della provincia di Torino.

20/09/2010





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Capua, presa gang di ispettori Asl: falsi controlli anche nella cisterna della morte

Il Mattino


CASERTA (20 settembre) - Sei persone sono state arrestate dai carabinieri di Santa Maria Capua Vetere e Grazzanise, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, con le accuse di associazione per delinquere finalizzata alla concussione, corruzione, rifiuto d'atti d'ufficio e falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti d'ufficio. Alcuni destinatari delle misure, nell'immediato passato, hanno svolto ispezioni anche presso l'azienda D.S.M. Capua spa dove, lo scorso 11 settembre, si è verificato un incidente che ha provocato la morte di tre operai.

L'indagine, condotta dai carabinieri della Stazione di Grazzanise, ha consentito di accertare che un gruppo formato da ispettori dell'ASL di Santa Maria Capua Vetere, a seguito delle verifiche effettuate presso cantieri edili, attraverso la minaccia di elevare sanzioni amministrative e sequestri, imponeva agli imprenditori controllati di rivolgersi a consulenti del lavoro, loro sodali, per la predisposizione della documentazione, in particolare di DVR (Documenti di Valutazione Rischi) e delle certificazioni previste dalla normativa per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Nel corso delle indagini, sono stati effettuati accertamenti su cantieri edili a Santa Maria Capua Vetere ed in alcuni comuni vicini, per verificare l'effettiva esistenza presso quelle imprese della presunta falsa documentazione. In totale, a seguito di tali controlli, sono stati sequestrati sette cantieri edili. Gli accertamenti svolti dai carabinieri hanno inoltre dato la possibilità di accertare l'esistenza di un rilevante fenomeno di assenteismo, di cui sono risultati presunti responsabili gran parte dei dipendenti del Dipartimento di Prevenzione dell'ASL di Santa Maria Capua Vetere, attraverso la vidimazione collettiva dei cartellini, affidati a poche persone. Tale attività, il 29 aprile scorso, aveva già consentito ai carabinieri di arrestare in flagranza quattro dipendenti, mentre altri nove erano stati denunciati, in stato di libertà, con l'accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato.






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Bertone: «Roma è la capitale indiscussa»

Corriere della sera

Il segretario di Stato vaticano alle celebrazioni per Porta Pia assieme al presidente Napolitano


ROMA - «La nostra presenza a questo avvenimento rappresenta un riconoscimento dell'indiscussa verità di Roma capitale d'Italia anche come sede del successore di Pietro». Lo ha affermato il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, parlando con i giornalisti poco prima di prendere parte alle celebrazioni del 140/o anniversario della Breccia di Porta Pia insieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al sindaco della capitale Gianni Alemanno. Per l'occasione, il capo dello Stato ha deposto una corona di alloro al monumento dei caduti.

L'irruzione dei bersaglieri a Porta Pia in un dipinto  di Michele Cammarano
L'irruzione dei bersaglieri a Porta Pia in un dipinto di Michele Cammarano
L'ANNESSIONE ALL'ITALIA - Il 20 settembre del 1870 il generale Cadorna aprì la breccia di Porta Pia e fece irruzione con un battaglione di fanteria e uno di bersaglieri all'interno dello Stato Pontificio. Fu un successo militare che segnò l'annessione di Roma al Regno d'Italia - di cui successivamente divenne la capitale - e la fine dello stesso Stato Pontificio e del potere temporale dei papi. Si tratta dunque di un evento non solo storico ma anche altamente simbolico. «La mia presenza - ha sottolineato Bertone, richiamando il fatto che è la prima volta che il Vaticano partecipa alle celebrazioni di questa ricorrenza - vuole essere un segnale di distensione».

«EVENTO DI RICONCILIAZIONE» - A distanza di 140 anni il più stretto collaboratore del Papa parla delle celebrazioni come di «un evento di riconciliazione tra Stato e Chiesa e di ritrovata concordia tra comunità civile ed ecclesiale». Bertone ha poi aggiunto che Porta Pia e il corso della storia che ne è seguito fino ad oggi «segna anche la ritrovata libertà della Chiesa universale. Insieme lavoriamo per il bene comune, del popolo italiano, a vastissimo raggio». «Siamo qui in un luogo altamente simbolico - ha sottolineato il cardinale - per compiere un atto di omaggio verso coloro che qui caddero e per raccogliere il messaggio che ci ha lasciato la breccia di porta Pia. Dal loro sacrificio è sorta una prospettiva nuova grazie a cui ormai da vari decenni Roma è l'indiscussa capitale dello Stato italiano».


Redazione online
20 settembre 2010



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Gli occhi di falco Usa sbarcano a Sigonella

La Stampa


In Sicilia i super-droni spia: diventerà il centro per il controllo del Medio Oriente


CORRISPONDENTE DA NEW YORK

I primi droni Global Hawk sono atterrati pochi giorni fa nella base americana di Sigonella dando inizio ad un dispiegamento destinato a fare della Sicilia una postazione avanzata per la sorveglianza elettronica di un’area geografica molto vasta, da Gibilterra all’Afghanistan, coprendo l’intero continente africano fino all’Oceano Indiano.

Se l’accordo fra Italia e Stati Uniti sui super-droni risale a circa due anni fa, a dare l’annuncio dell’arrivo dei droni a Sigonella è stato William Fraser, responsabile dell’Air Combat Command del Pentagono, spiegando che i tempi coincidono con un analogo dispiegamento nell’isola di Guam, territorio americano nell’Oceano Pacifico, e il primario intento è adoperarli per «sostenere le operazioni delle truppe in Iraq e Afghanistan».


I Global Hawk RQ-4 non sono armati - a differenza dei Predator - e sono considerati i più avanzati aerei spia nell’arsenale del Pentagono dalla realizzazione dell’U2 negli Anni Cinquanta per sorvegliare l’allora Unione Sovietica. Ogni esemplare ha un costo stimato di circa 183 milioni di dollari e i sensori che possiedono sono in grado di identificare qualsiasi obiettivo in movimento - in cielo, terra e mare - in un raggio di 100 km trasmettendo a terra immagini molto nitide di qualsiasi tipo di superficie a prescindere dall’ora del giorno e dalle condizioni atmosferiche. Un’autonomia di 42 ore, un raggio di 25.928 km e strumenti avveniristici - la cui origine è fra i segreti più gelosamente custoditi dal Darpa, il laboratorio di ricerca del Pentagono - consentono a ogni Global Hawk di perlustrare almeno 100 mila kmq ogni 24 ore con la possibilità per i militari che li guidano da terra di analizzare i dati raccolti in tempo reale, potendo decidere se continuare o modificare il piano di volo originale.


Finora la principale base dei super-droni è stata quella di Edwards, in California, da dove raggiungono l’Afghanistan passando per il Canada e attraversando il Pacifico per dirigersi verso l’Oceano Indiano, ma disponendo di Guam e Sigonella le operazioni si facilitano di molto, consentendo di accorciare i tempi di volo, facilitando l’opera di manutenzione e soprattutto aumentando l’area di osservazione, che può adesso estendersi a gran parte del pianeta.


L’operazione appena iniziata a Sigonella è pianificata per svolgersi in più fasi. I primi arrivi di Global Hawk danno inizio ad una fase di test al termine della quale arriverà il resto dello squadrone destinato, in un secondo momento, ad essere seguito da velivoli dotati non solo di capacità di osservazione elettronica ma anche del Battlefield Airborne Communications Node ovvero di strumentazioni in grado di far comunicare fra loro le truppe durante le operazioni belliche. La fase dei test, che si svilupperà nelle prossime settimane, servirà per perfezionare i collegamenti fra i droni e le due stazioni a terra create nella base: la Mce e la Lre, che si suddividono le responsabilità di comando e controllo, pianificazione della missione, funzionamento dei sensori e comunicazioni.


I Global Hawk sono stati costruiti dall’azienda Northop Grumman, il cui vicepresidente George Guerra assicura che «la nostra intenzione è far volare regolarmente i droni da Sigonella e Guam a partire dalla fine di quest’anno» consentendo così al Pentagono di «poter operare in qualsiasi angolo del pianeta», ovvero non solamente per sostenere le truppe impegnate nei conflitti in corso ma anche per osservare gli scenari più differenti: dai movimenti delle sospette cellule di Al Qaeda in Yemen alle attività del pirati nelle acque del Corno d’Africa, dai traffici illegali che attraversano il Sahel fino al movimento di navi sospettate di trasportare materiali proibiti da o verso Iran e Corea del Nord. Fra le qualità dei velivoli senza pilota di base a Sigonella vi è infatti anche la capacità di sorvegliare il traffico marittimo, consentendo di rafforzare la sicurezza del Mediterraneo.


Per avere un’idea dell’ampia gamma di operazioni che potranno essere svolte, basti pensare che negli ultimi 24 mesi il Pentagono è ricorso ai Global Hawk anche per monitorare i danni causati dal terremoto sull’isola di Haiti e per sostenere la lotta al traffico di droga in America Latina. Ciò significa che nella sala operazioni costruita a Sigonella confluiranno informazioni, suoni e immagini relativi a quanto avviene sui maggiori scenari di crisi e questo comporta per il Pentagono un consolidamento del rapporto di alleanza strategica con il nostro Paese. «Aver scelto Sigonella per i Global Hawks indica la determinazione degli Stati Uniti a mantenere una presenza visibile non solo nel Mediterraneo Orientale ma molto più in là», spiega Dov Zakheim, ex vicecapo del Pentagono. Da qui la sorpresa, che trapela da ambienti militari a Washington, per il basso profilo finora dimostrato dalle autorità italiane che non hanno dato risalto all’arrivo dei droni.








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Adro, sindaco: "Via i simboli se lo chiede Bossi Non ho mai ricevuto una lettera dalla Gelmini"

di Redazione


Oscar Lancini, primo cittadino di Adro, dopo la lettera della Gelmini: "Il sole della Alpi dalla scuola? Se me lo chiede Bossi li tolgo ieri non domani". Il leader leghista: "Ne ha messi troppi". Il ministro non vuole commentare: "Abbiamo già preso posizione"



 

Adro - "Se me lo dice Bossi, rimuovo i simboli non domani, ma ieri". Così il sindaco di Adro, Oscar Lancini, ha risposto a una domanda su cosa intenda fare dopo che il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini lo ha invitato a rimuovere il simbolo del Sole delle Alpi dalla scuola. Lancini ha però aggiunto: "Se lo tolgo dalla scuola, allora faccio lo stesso con gli edifici pubblici su cui è presente da secoli. Altrimenti niente". Il sindaco si è poi detto sorpreso dalle parole di Umberto Bossi secondo il quale Lancini ha esagerato nel riempire la scuola di simboli con il Sole delle Alpi: "Sono sorpreso di quello che ho letto sui giornali. Io comunque ho ricevuto i complimenti dei vertici leghisti". Stamani ad Adro per complimentarsi con Lancini è arrivato il vicesindaco leghista di una comune della provincia di Bergamo.

Bossi "Il sindaco forse ne ha messi troppi. Avrebbe potuto farne uno bello, che bastava". Così Bossi ha risposto alla domanda dei giornalisti al termine della festa della Lega Nord Romagna, la notte scorsa a Forlì. "Questi simboli - ha aggiunto il leader della Lega e ministro delle Riforme - la Lega li ha fatti diventare politici, ma sono graffiti delle Alpi. E a Brescia ce ne sono tantissimi".

La Gelmini "Non dico nulla. Abbiamo già preso posizione": così il ministro dell'Istruzione ha spiegato di non voler aggiungere altro sulla nuova scuola di Adro, dopo la lettera fatta inviare al sindaco del paese per chiedergli di adoperarsi per rimuovere i simboli del Sole delle Alpi che si trovano nelle aule del polo scolastico. Gelmini ha voluto evitare ogni polemica e ogni riferimento alla vicenda, anche se il vicecoordinatore del Pdl lombardo, Massimo Corsaro, ha strappato un applauso per la Gelmini su questa vicenda alla platea di esponenti del Pdl che si sono ritrovati oggi nella sala congressi della Provincia di Milano.

Il sindaco precisa "Non capisco per quale motivo devo rimuovere i simboli dal momento che parlate di una lettera inviata dal ministro Gelmini al Comune di Adro che il Comune di Adro non ha mai ricevuto. E' una fantasia politica e giornalistica questa, per oggi". Lo ha detto il sindaco intervistato dal telegiornale di Studio 1. "Il simbolo del Sole delle Alpi - ha spiegato Lancini - non é un simbolo di partito, ma è un simbolo storico della nostra terra, quindi non riesco a capire per quale motivo debba essere rimosso dalle scuole, perché se è così allora deve essere rimosso anche dagli edifici storici che lo ospitano dal 1600".





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Montecarlo, la pista fiscale porta al "cognato"

di Redazione

Quanti soldi ci sono sul conto bancario in Svizzera collegato alle bollette dell’appartamento? Secondo le norme valutarie dovrebbero essere oltre 300mila euro, ma non si conosce come siano arrivati oltre confine. L’indagine della Finanza


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica
nostri inviati a Montecarlo
«Tulliani? Non lo sentire­mo, non ci interessa». Fino ad oggi è stata questa è la posizio­ne della procura di Roma, che indaga sull’ affaire immobilia­re monegasco per l’ipotesi di truffa aggravata, in seguito a un esposto della Destra, il par­tito di Storace, che rilanciava in sede giudiziaria l’inchiesta del Giornale . Ma davvero il «cognato» di Gianfranco Fini non riveste un ruolo tale nella vicenda da interessare gli in­quirenti? A dar retta ai fatti, documentati, sarebbe dovu­to essere lui il primo a sfilare in procura. Anche perché quanto rivelato dal Giornale in due mesi,e soprattutto nel­l’ultima settimana, accende i fari su altri aspetti che potreb­bero riguardare sia profili pe­nali che fiscali. Tulliani ha un conto corrente nel Principa­to. Ed è residente a Monaco grazie a un attestato con il quale la sua banca certifica che ha fondi a sufficienza per non lavorare. Se quei soldi non sono noti, in tutto o in par­te, al fisco italiano, il tema do­vrebbe assumere un certo in­teresse per le nostre autorità. Idem se si dovesse scoprire che dietro all’identità di fir­ma ( e di sostanza) tra Tulliani e la fiduciaria Timara costitui­ta in un paese a «fiscalità privi­legiata » si nascondesse una si­nergia di altro genere.

La procura di Roma sin dal­l’inizio spinge soprattutto su un tasto: acclarare se quei 300mila euro ai quali la casa di boulevard Princesse Char­lotte - che An aveva ricevuto in eredità dalla contessa Col­leoni - è stata venduta siano o no un prezzo congruo. In pro­cura sono sfilati il senatore Francesco Pontone, che co­me tesoriere firmò l’atto di vendita da An a Printemps, il deputato Donato Lamorte, che visitò la casa in questione e la descrisse come fatiscen­te, e la segretaria di Fini, Rita Marino, che accompagno La­morte nel tour monegasco. Pontone ha negato di aver mai trattato il prezzo, spiegan­do che la scelta di vendere era stata «del partito», smenten­do di aver mai ricevuto altre offerte di acquisto. Solo che in procura c’è andato anche Antonino Caruso, parlamen­tare del Pdl ed ex An, che ha invece confermato di aver ri­cevuto un’offerta da un milio­ne di euro per la casa sei anni prima della vendita, e di aver­la girata a Pontone. E di offer­te superiori hanno parlato in tanti: inquilini del Palais Mil­ton, dove ora vive Tulliani, ma anche il senatore ex An Giorgio Bornacin, che ha ri­cordato un’offerta di un grup­po di sanremesi rispedita al mittente.

Bianco e nero, dunque. Ma se mancano le certezze, di si­curo è curioso che i pm finora abbiano snobbato il cognato del presidente della Camera. Perché ilfratellino di Elisabet­ta è l’uomo che avrebbe sapu­to (non è chiaro da chi, perfi­no Fini ha negato di averglie­lo detto) che quell’apparta­mento era in vendita. E sem­pre lui avrebbe individuato un acquirente, guardacaso una società off-shore , la Prin­temps, con sede ai Caraibi e creata ad hoc per la bisogna giusto pochi giorni prima del­la vendita. E ancora Tulliani avrebbe proposto a Fini l’affa­re (per l’acquirente, s’inten­de), evidentemente fissando anche il prezzo, visto che Pon­tone nega di averlo trattato e Fini si limita a dire che «gli uffi­ci di An» verificarono che era superiore alla bassissima va­lutazione fatta, comunque, 10 anni prima. Vista così, dav­vero Tulliani non c’entra con la svendita della casa? Ma non è finita, perché come è noto la Printemps (s)venderà a sua volta, arrotondando il prezzo solo del dieci per cen­to, alla sua gemella Timara, stessa sede nei paradisi fisca­li, stesso capitale sociale, stes­si referenti. E quest’ultima chiuderà il giro, accollandosi le fatture dei costosi lavori di ristrutturazione e affittando la casa a Tulliani.





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