domenica 19 settembre 2010

Le mille carrozzerie per la 500

Repubblica

Il Live Car Custom è un sistema rivoluzionario che permette di "provare" la carrozzeria della propria auto - come fosse un vestito - prima di verniciarla. Una serie di videoproiettori e un


software in grado di adattare i disegni alle curve della macchina rendono possibile l'alternarsi di forme e colori finché questi non incontrano il gusto dell'automobilista
 
a cura di Pier Luigi Pisa
 

India, video shock: separatisti umiliati da polizia

Repubblica

Tre minuti di immagini pubblicate su YouTube rischiano di alimentare la già infuocata polveriera del Kashmir, dove da settimane sono in corso sanguinosi scontri tra manifestanti separatisti islamici e forze di sicurezza indiane

Nel filmato si vedono alcuni giovani indipendentisti costretti a marciare completamente nudi dalla polizia nella città di Sopore, nel nordovest della regione di Jammu e Kashmir, a maggioranza musulmana. Nel villaggio di Palhalan, due giovani sono stati uccisi e altri quattro sono rimasti feriti dopo che le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco su centinaia di persone che avevano tentato di bloccare una strada e scagliato pietre contro gli agenti. Uno dei dimostranti ha spiegato che le forze di sicurezza "non hanno tentato di disperdere la protesta con lacrimogeni o cariche, ma hanno aperto subito il fuoco sulla folla"


11/09: uccelli disorientati, migrazione a rischio

Repubblica


La notte dello scorso 11 settembre gli abitanti di New York hanno assistito a un curioso ed emozionante fenomeno: uno stormo di migliaia di uccelli provenienti dal Canada e diretti verso i paesi caldi è rimasto come ipnotizzato dai fasci di luce che rimpiazzano simbolicamente le Torri Gemelle cadute nel 2001. Si è così formata una spirale di volatili che molti, condizionati dall'anniversario della tragedia del 9/11, hanno salutato come una sorta di ritorno delle anime di chi ha perso la vita negli attentati di nove anni fa. La Municipal Art Society di New York è stata costretta a spengere le luci per venti minuti per consentire agli uccelli di riprendere il loro cammino

a cura di Pier Luigi Pisa


Afghanistan, il rientro del corpo del tenente Romani

Repubblica

E' atterrato a Ciampino il C-130 dell'Aeronautica che ha trasportato la salma del tenente Alessandro Romani, l'ufficiale incursore della IX reggimento d'assalto Col Moschin, ucciso due giorni fa in Afghanistan

Così si è rotta la seconda trivella

Repubblica


Alla cava di San Josè è stato riparato il guasto alla punta della scavatrice danneggiata dalla durezza della roccia a 268 metri di profondità. "Ora si torna a scavare"

di Ermanno Accardi

Don Sante via dall'altare per moglie e figlio. Adesso è camionista

La Stampa


Ora ha una parrocchia abusiva: "Chiesa Cattolica dei peccatori"




GIOVANNI CERRUTI

INVIATO AD ALBETTONE (Vicenza)


Al tavolino di questo bar che si chiama «Sani e Salvi» racconta che tutto è cominciato per colpa di un parroco. «Quello di Bagnoli di Sopra, il mio paese. Non mi piaceva e mi son detto che l’avrei fatto in maniera diversa. L’ho fatto». E più diverso di così è difficile. Dall’altare al camion, dalla chiesa ai cantieri edili, dalla canonica alla cascina. E in mezzo una compagna, un figlio, «un altro che speriamo arrivi presto».

E poi un libro sulla sua avventura da prete innamorato e poi spretato, le comparsate in tv. Passati appena tre anni se lo ricordano solo qui. Dove tutti lo conoscono, lo salutano e lo chiamano ancora così, Don Sante. «Sono sano e salvo - dice -, io ce l’ho fatta». Un succo di frutta alla fine della solita giornata, 150 chilometri tra magazzini e cantieri, carico e scarico. Quando era parroco a Monterosso, provincia e Diocesi di Padova, 20 km da qui, aveva qualche chilo in più. «Mi è bastato passare il confine, per 200 metri questa è provincia e Diocesi di Vicenza». Di là ha lasciato il Vescovo Antonio Mattiazzo e un’inchiesta partita da lettere anonime alla ricerca di un qualche bottino sparito. «Meno male che ho sempre tenuto tutto, perfino gli scontrini delle feste. E’ il Vescovo che dice di continuare a cercare, ma prima o poi si stuferanno».

Sante Sguotti, 44 anni, ha gli scarponi, i pantaloni di tela pieni di tasche, la maglietta grigia e sudata. «Ne sono successe di cose, in questi tre anni». Anche una messa con monsignor Milingo, anche l’imitatore di Lele Mora che se lo porta in giro e gli mette finti occhiali da vista «perché stai meglio». Errori, dice. «Era agosto, i giornali mi hanno usato, ma ammetto che anch’io ne ho approfittato». Non solo per qualche esclusiva venduta in tv, precisa, ma per la sua battaglia contro Diocesi e Chiesa. Da prete innamorato per tutti gli altri preti innamorati. O per chi, come Don Sante, ha figli e li deve nascondere.

Anche questa domenica, ad Abano, tirerà su le due saracinesche del negozio preso in affitto. E’ la sua parrocchia abusiva, la "Chiesa Cattolica dei Peccatori". Messa ogni prima e terza domenica del mese. «La Chiesa è dedicata a San Felice Papa, il Pontefice del secondo secolo dopo Cristo. Aveva tre figli. E’ il nonno di San Gregorio Magno». Monsignor Antonio Mattiazzo ha fatto sapere che questa parrocchia non esiste, e chi partecipa alle funzioni rischia la scomunica. «Ma se neppure io sono stato scomunicato? Suvvia, sono intimidazioni d Medio Evo. Magari mi scomunicassero, con questa Chiesa sarebbe una medaglia d’onore!».

A messa lo accompagnano Tamara, la sua compagna, e il loro bimbetto che ora ha quattro anni. «Non è che venga con grande entusiasmo, però viene. Troppo piccolo per far domande, ma quando verrà il momento gli racconterò tutto. Gli spiegherò perché non l’ho battezzato e perché all’asilo non frequenta l’ora di religione come gli altri amichetti. Non voglio che me lo rovinino con idee sbagliate, con il demonio e la paura del peccato». Con la Chiesa e il Vescovo, si capisce, ha rancori che non se ne vanno. «Mi hanno riportato allo stato laicale. Per loro dovrei dichiararmi pazzo o mascalzone. E comunque sparire».

Sono bastati quei 200 metri, invece. E questi tre anni lontano da giornali e tv. «Ma non smetto di battermi contro una Chiesa che vieta ai sacerdoti la paternità e il confronto con la donna. E’ follia. A quarant’anni, più che a venti, capisci che è fondamentale. E’ successo a me e succede ai sacerdoti che non vivono chiusi nelle canoniche, ma stanno tra la gente». Don Sante abbassa la voce: «E’ un problema che le gerarchie conoscono, però loro sono uomini peggiori degli altri, mirano a soldi e carriera, funzionari freddi che diventano criminali perversi. Come può, un Vescovo, trasferire un prete pedofilo in un’altra parrocchia?».

La parola che più ripete è paura. «E’ quella che mi ha accompagnato, la paura che si prende gli altri che vivono la realtà che ho vissuto io. Se sei prete con tutta probabilità hai una famiglia supercattolica, e per loro un figlio che si mette contro la Gerarchia e la Chiesa non sarà mai un onore, non sarà mai un vanto. Vivranno malissimo lo scontro. E poi a quarant’anni che fai, che t’inventi? Con una laurea in teologia non mangi, se come nel mio caso hai una compagna e un figlio. A me è andata bene, ringraziando San Felice Papa. Camionista, amministratore di due condomini, rappresentante di pannelli fotovoltaici...».

Lontano da tv e giornali Don Sante ammette che ogni tanto gli arriva qualche buona notizia. L’ultima è di appena un mese fa. «Riguarda il parroco di Cervarese, il paese qui accanto», come spiega Gianni Biasetto, il corrispondente de «Il Mattino di Padova». Don Romano che a Ferragosto se n’è andato. «Tre anni fa diceva che dovevo andare a fare il camionista e basta, e adesso ha la morosa pure lui», commenta Don Sante. E non è l’unico, tra Padova e Vicenza. «Negli ultimi anni sono almeno 16 - li ha contati Biasetto -. Dal monsignore che si è innamorato di una ginecologa al prete che ora sta con la ragazza di strada nigeriana».

Ma non erano come questo Don Sante, che ha resistito contro il Vescovo, è andato in tv, ha mobilitato gli 800 parrocchiani di Monterosso. «Se 40 cresimati mi chiedono di andar via me ne vado - diceva allora-: si son fermati a 14». Rifarebbe tutto, Don Sante. «Mi sono lasciato coinvolgere dalla mia compagna e da mio figlio, un’esperienza emotiva molto forte, carica di tenerezza. Mi ha cambiato molto, e in meglio». Alle sette del pomeriggio ha fretta. Lo aspettano a casa per cena, e deve preparare la sua messa in negozio da prete spretato. Nella sua mini parrocchia abusiva. «La Chiesa di San Felice Papa per un Felice Papà...».







Powered by ScribeFire.

I soldati Usa che uccidevano per sport

La Stampa


Facevano a pezzi i cadaveri e poi fotografavano le ossa





Hanno ucciso civili afgani per sport, per ammazzare il tempo. Alcuni soldati americani, tutti componenti della Quinta brigata di Combattimento «Stryker», hanno meditato per settimane sull’idea, poi l’hanno messa in opera, in un giorno dello scorso inverno, il 15 gennaio nel villaggio di La Mohammed Kalay. Il Washington Post cita oggi i documenti dell’inchiesta avviata dalle Forze armate americane.

Soddisfatto dalla riuscita del primo «agguato», il «Kill team» ha proseguito nei giorni e nelle settimane successive: l’uccisione a caso di civili era seguita dallo smembramento dei cadaveri fino agli scatti fotografici di ossa e teschi. L’inchiesta vuole accertare anche le responsabilità dei superiori: i genitori di uno dei soldati hanno detto di aver ripetutamente cercato di avvisare le autorità militari dopo il racconto del figlio. Al momento sono cinque i soldati sotto inchiesta per tre omicidi nella provincia di Kandahar tra gennaio e maggio. Altri sette soldati sono indagati in relazione al caso, e per possesso di hashish e tentativo di depistaggio delle indagini.


Le udienze preliminari del processo a loro carico dovrebbero svolgersi quest’autunno alla base Lewis-McChord, in cui è stazionata la brigata Stryker (così rinominata al suo ritorno dall’Afghanistan lo scorso luglio). Lo scorso 14 febbraio, un ex marine di Cape Coral in Florida, Christopher Winfield, aveva parlato via Facebook con il figlio, Adam che gli aveva confidato di aver avuto un problema con il suo capo squadra, Gibbs, e di aver detto, più misteriosamente, che alcuni riescono a cavarsela anche dopo un omicidio. Alla richiesta di ulteriori spiegazioni, Adam ha scritto, «non hai capito quello che ti ho già detto», aggiungendo l’episodio di Mudin e denunciando le minaccie rivolte contro di lui perchè non approvava il gioco. «Sono rimasto sotto shock e terrorizzato per la sua vita», ha dichiarato Christopher in una intervista al quotidiano americano, in cui ha precisato di aver subito telefonato all’ispettore generale dell’esercito per denunciare l’accaduto, poi una seconda volta, e in seguito un’altra telefonata alla base di Lewis Mc-Chord, dove gli hanno consigliato di rivolgersi alla divisione criminale dell’esercito.

Sempre senza risposta, si è rivolto al comando di Fort Lewis e ha parlato per 12 minuti con il sergente di guardia , a cui ha anche detto del piano per assassinare altri afghani a breve, questi gli ha detto che, pur comprendendo che Adam era in pericolo, l’unica possibilità era quella di denunciare l’accaduto ai suoi superiori diretti in Afghanistan. Otto giorni dopo, il secondo omicidio, quello di Marach Agha, vicino alla base operativa avanzata di Ramrod. A marzo, cinque soldati, oltre a Gibbs, Michael Wagnon, originario di Las Vegas, autore del secondo omicidio e accusato di aver conservato il teschio di un afghano, i sergenti Robert Stevens, Darren Jones e il soldato semplice, Ashton Moore, hanno aperto il fuoco contro tre afghani. La loro vittima successiva è stata colpita il sue maggio: a lanciare granate contro il religioso Mullah Adahdad, sempre vicino alla base, Gibbs, Morlock e anche Adam Winfield.






Powered by ScribeFire.

Rissa sfiorata al circo Orfei Marin agli animalisti: andate a lavorare

Il Messaggero

Il vincitore del Grande Fratello a Castelfranco Veneto
difende il circo dalle proteste degli attivisti


 
  

TREVISO (19 settembre) - Si è sfiorato lo scontro fisico la scorsa notte a Castelfranco Veneto davanti al circo di Moira Orfei tra il vincitore dell'ultima edizione del Grande Fratello Mauro Marin e una decina di attivisti del movimento "100% Animalisti".

Marin, secondo una nota degli stessi animalisti, avrebbe cercato di dissuadere gli attivisti a proseguire nella protesta contro il circo e per l'utilizzo di animali. Dopo aver rilevato di essere un amante degli animali e difeso il diritto al lavoro degli artisti circensi, Marin avrebbe "invitato" gli animalisti ad andare a lavorare suscitando l'ira degli stessi.

Il circo di Moira Orfei, a Castelfranco sino a domani prima di trasferirsi a Mantova, è stato al centro della protesta di "100% Animalisti" sin dal suo arrivo in Veneto. Dopo un volantinaggio di venerdì, ieri sera gli attivisti hanno presidiato l'ingresso e la biglietteria sino allo scontro con Marin risolto dall'intervento dei carabinieri che sorvegliavano la manifestazione.





Powered by ScribeFire.

Confindustria: reddito italiani arretra, ma la casta politica resta strapagata

Il Messaggero


Introiti individuali sono tornati ai livelli del '98. Pil pro-capite rispetto Euroarea sceso dal 107% nel 1991 al 95% nel 2009



 

ROMA (18 settembre) - Il reddito pro-capite in Italia è «in retromarcia»: misura «il benessere economico», e con la crisi ha fatto passi indietro tornando ai livelli del 1998. E tra i dati che in centro studi di Confindustria analizza, nel rapporto d'autunno, in un confronto
con gli altri Paesi. Uno studio che si focalizza sui punti deboli, e le riforme non fatte: un «decennio perduto», tra 1997 ed il 2007, che non ci ha permesso di recuperare terreno. Anzi, «il divario si è ampliato come dimostra la perdita di competitività».

Dato a cui fa indirettamente eco, in una diversa tabella del rapporto, quello sulla «casta strapagata». Per il Csc «in Italia la relazione tra efficienza del sistema legale e remunerazione del potere legislativo appare inversa». Così commenta il confronto sulle indennità per i parlamentari, che in Italia «è di oltre cinque volte il Pil pro capite, un livello quadruplo di quello norvegese, doppio dell'inglese e oltre il 50% superiore a quello statunitense». Mentre «In Europa il Parlamento italiano, con i suoi 950 membri complessivi, è per numerosità secondo solo a quello inglese». Le recenti riduzioni delle indennità di «parlamentari, ministri, sottosegretari e consiglieri locali», non cambiano questo quadro che è «solo un primo passo».

Il reddito pro-capite, «pur elevato e vicino a quello degli altri paesi europei - spiegano gli economisti di Confindustria - ha avuto una dinamica nell'ultimo decennio piuttosto deludente, specie nel confronto internazionale. Dal 2000 al 2007 si è espanso dello 0,6% annuo. Con la recessione è arretrato ai livelli del 1998. Rispetto all'Euroarea è sceso dal 107% nel 1991 al 95% nel 2009». Ed il divario è destinato ad aumentare ancora: «È proiettato al 91% nel 2014». È andata così anche rispetto alla Germania.

«Sono così andati in buona parte dissipati i frutti del faticoso inseguimento agli standard di vita delle maggiori nazioni europee» dopo che, «nell'immediato dopoguerra, la rincorsa aveva portato a chiudere un gap che era di un quarto rispetto alla media europea e che toccava fino alla metà verso alcune delle maggiori economie del Vecchio continente». Il centro studi di Confindustria rileva che «partita nell'immediato dopoguerra, la rincorsa aveva portato a chiudere un gap che era di un quarto rispetto alla media europea e che toccava fino alla metà verso alcune delle maggiori economie del vecchio continente».






Powered by ScribeFire.

Afghanistan, elezioni nel sangue E Livorno fischia il parà ucciso

Quotidianonet

Ha votato il 40% degli aventi diritto al voto, negli attacchi talebani hanno perso la vita 17 persone. Nuovi spari contro gli italiani. Allo stadio 'Picchi' la curva fischia durante il minuto di raccoglimento per il tenente Romani


Kabul, 18 settembre 2010 - Il tasso di partecipazione alle elezioni legislative che si sono tenute oggi in Afghanistan è stato pari al 40%. Lo ha annunciato il direttore della Commissione elettorale indipendente, Faizal Ahmad Manawi.

Secondo Manawi, 3,6 milioni di afgani hanno votato in 4.632 seggi, dove erano attesi oltre nove milioni di elettori. A mezzogiorno, il tasso di affluenza era stato del 32%. Gli afgani si sono recati ai seggi per rinnovare i 249 seggi dell’Assemblea nazionale (la Wolesi Jirga).

 

ATTACCHI TALEBANI - Elezioni che si sono svolte in un clima teso e contrassegnato dagli attacchi dei talebani, contrari al voto. Quattordici le persone che hanno perso la vita (11 civili e tre poliziotti), secondo quanto ha fatto sapere il ministero dell'Interno.

Il governatore della provincia di Kandahar è sopravvissuto a un attacco bomba nel distretto di Dand vicino a un seggio elettorale. "Ero nel distretto di Dand - ha detto Toryalai Wesa - quando una bomba è esplosa lungo la strada a un passo dal nostro veicolo". La bomba non ha provocato vittime ma ha fatto esplodere i finestrini dell’auto.

Inoltre, nel sud del Paese, sono morti tre soldati del contingente Isaf. Stando a quanto reso noto dalla Nato, un militare è morto nell'esplosione di una bomba, mentre un altro soldato è deceduto per le ferite riportate in un incidente "non legato a combattimenti". Il terzo è perito negli scontri con gli insorti nell'Afghanistan orientale.

SPARI SUGLI ITALIANI - Di nuovo sotto attacco il contingente italiano in Afghanistan. Secondo quanto ha riportato Sky Tg24, sono stati sparati oggi colpi di kalashnikov e razzi contro dei militari italiani impegnati a Bala Murghab e Bala Baluk. Non si sono però registrati né feriti né danni per gli alpini, che hanno risposto al fuoco usando i mortai.
 

RIENTRO DELLA SALMA DEL PARA' UCCISO - La salma del tenente Alessandro Romani, l’incursore del 'Col Moschin' ucciso ieri in Afghanistan, rientrerà in Italia domani pomeriggio.

Le condizioni dell’altro militare ferito nello scontro con i talebani vengono definite stazionarie ma il paracadutista è stato trasferito a Dwyer, nella regione di Helmand, dove c’è un ospedale più attrezzato.

 FISCHI ALLO STADIO - Intanto fischi da parte di alcune decine di tifosi del Livorno si sono levati oggi allo stadio 'Picchi' durante il minuto di raccoglimento in memoria del tenente Romani all’inizio della gara di serie B tra la squadra amaranto e il Portogruaro. Quando si sono levati i fischi dal settore della curva nord (che solitamente ospita la tifoseria più accesa) il resto dello stadio ha reagito, cercando di coprire il rumore facendo scattare un lungo applauso.

A Livorno ha infatti sede il nono reggimento Col Moschin, nella caserma ‘Vannucci’ che ospita anche il comando della Brigata Folgore. Immediata la reazione del sindaco Alessandro Cosimi, che ieri sera aveva telefonato al comandante del Col Moschin Giuseppe Faraglia per esprimergli la vicinanza della città: "Sono persone che non hanno il senso del rispetto della vita umana - ha detto - Perché si può anche non condividere la scelta politica delle missioni di pace ma non si può non rispettare una vita umana. Di un cittadino livornese, oltretutto, che è morto nella convinzione di assolvere il proprio dovere. La verità è che queste persone devono smettere di fischiare".

Condanna ai fischi condivisa anche dal presidente del coordinamento dei club amaranto Paolo Venturi. "Altri di noi non sono d’accordo con la missione in Afghanistan, ma davanti alla morte di un ragazzo di 36 anni si possono mettere da una parte per un attimo le proprie convinzioni e stare in silenzio. Non condivido i fischi, si tratta sempre di una persona che tiene alto il nome dell’Italia", dice prendendo le distanze da quanto avvenuto.

"Uno può avere le idee che crede - prosegue Venturi, che guida il coordinamento di venti club organizzati dei sostenitori amaranto - ma davanti alla morte ci si ferma e si mettono davanti le proprie opinioni politiche. Tutto sommato mi ha fatto piacere l’applauso che ha coperto i fischi subito dopo. Segno che non la penso così soltanto io. In molti pensano che la missione in Afghanistan è sbagliata, ma fischiare non rimedia niente, non fa cambiare idea a chi governa. Fischiare una persona che è morta non mi pare proprio il massimo della vita".






Powered by ScribeFire.

Benedetto XVI in Gran Bretagna Rilasciati i sei spazzini 'terroristi'

Quotidianonet


Londra, 19 settembre 2010 -


Sono stati rilasciati i sei uomini fermati venerdì a Londra perché sospettati di “atti di terrorismo” nel corso della visita del papa Benedetto XVI. Lo ha annunciato stamattina Scotland Yard: i sei uomini “sono stati liberati questa mattina all’alba e nei loro confronti non permane alcun addebito”.


Di età compresa tra i 26 e i 50 anni
, i sei uomini sono dipendenti della società Veolia Environmental Services, incaricata della pulizia delle strade della capitale britannica.

La Bbc rivela che i sei arrestati non rappresentavano "una minaccia fondata". La polizia non ha voluto confermare informazioni secondo le quali sembra che i sei stessero scherzando, aggiungendo invece che era necessario investigare su quella che avrebbe potuto essere "una minaccia reale".
Le perquisizioni che la polizia ha operato in otto abitazioni nel nord e nell’est di Londra e in due uffici nel centro non hanno dato esito.

Redazione online





Powered by ScribeFire.

Maniaco hi tech, un mini-telefono dentro le scarpe

La Stampa

Un telefonino di ultima generazione e una telecamera inserita in un foro appositamente praticato nella scarpa da ginnastica. L'ingegnoso piano, ideato da un operaio 34enne torinese, gli permetteva di filmare le gambe e le parti intime di ignare donne al mercato di Santa Rita.





FOTOGALLERY






Powered by ScribeFire.

Ritoccata la foto dei colloqui di pace per esaltare Mubarak: polemiche in Egitto

Corriere della sera


Il quotidiano «Al-Ahram» sposta il presidente al centro dello scatto. L'opposizione: regime corrotto






MILANO – Le elezioni egiziane si avvicinano e il quotidiano filogovernativo Al-Ahram ha pensato di fare un bel regalo al presidente Hosni Mubarak in vista delle consultazione del prossimo novembre. Introducendo la notizia del secondo round dei negoziati di pace tra palestinesi e israeliani, il giornale più antico e diffuso d'Egitto ha pubblicato martedì scorso in prima pagina una foto del presidente Mubarak che cammina su un tappeto rosso davanti ai leader di Usa, Israele, Palestina e Giordania. Uno scatto risalente ai colloqui dello scorso 2 settembre a Washington, in cui la posizione del presidente egiziano dà l'idea che sia lui il vero fautore degli accordi di pace, arrivando ad oscurare persino Barack Obama. Peccato che lo scatto non sia altro che un maldestro tarocco portato a termine con il noto programma Photoshop dai grafici del quotidiano arabo. La scoperta della foto ritoccata ha fatto nascere grandi polemiche nel paese arabo e ha scatenato un'autentica bufera contro il quotidiano egiziano.

LA REALTA' - L'immagine originale, catturata dalla Associated Press, racconta tutta un'altra storia. Al centro della foto compare Obama, che è il vero protagonista dello scatto assieme al presidente palestinese Abbas e a quello israeliano Netanyahu. Poco più lontano s'intravede il re di Giordania Abdallah e infine, molto defilato compare anche Mubarak. A scoprire per primo la magagna del quotidiano egiziano è stato il blogger Wael Khalil che ha subito denunciato l'inganno sul suo sito web (http://waelk.net/) pubblicando sia l'immagine originale sia quella taroccata. Rapidamente la notizia si è diffusa e sono montate le polemiche. Il movimento «Gioventù del 6 aprile», gruppo di opposizione che contesta apertamente la leadership autoritaria di Mubarak ha accusato il quotidiano di essere fazioso e poco professionale. Quindi ha commentato lapidario: «Ecco a cosa si è ridotto il nostro regime corrotto».


Francesco Tortora
18 settembre 2010





Powered by ScribeFire.

Vigili fanno posteggiare dove poi danno le multe

di Redazione


Multe occulte e preordinate durante le partite di calcio a Marassi. Sembrerebbe proprio così, almeno secondo quanto ci segnalano due nostri lettori. I tifosi che, in motorino, si recano allo stadio, verrebbero indirizzati a parcheggiare in posti non autorizzati da alcuni vigili urbani e poi verrebbero multati. E, negli ultimi mesi, le multe agli appassionati di Genoa e Samp sarebbero fioccate a decine, se non a centinaia.

«Nel marzo scorso - racconta Giovanni De Luca - mi sono recato a vedere la Samp con la mia Vespa. Nei pressi dei distinti lato Sud ho notato che c'era qualche buco libero e ho provato a posteggiare lì la mia moto. Ero insieme a un mio amico. A un certo punto un vigile urbano ci ha chiamato, ci ha detto di non posteggiare lì i nostri mezzi a due ruote e ci ha chiaramente indicato dei parcheggi, su strisce bianche, in via Ponticelli. Il cantunè ci ha detto di stare tranquilli, perché in quel luogo si poteva posteggiare».

«Abbiamo seguito tali direttive e non abbiamo fatto caso ad alcun cartello di divieto, anche perché, appunto, stavamo andando a parcheggiare dentro le strisce bianche. Quando siamo tornati in via Ponticelli a fine partita, le moto erano dove le avevamo lasciate e non c'erano né avvisi, né alcunché sui sellini e sui parabrezza». Ciò nonostante qualche settimana fa i due tifosi doriani si sono visti arrivare a casa due multe per divieto di sosta. La «bolletta» è di 38 euro più altri 7,14 euro per spese procedurali di notifica. Nel verbale è assente ogni indicazione del numero civico di via Ponticelli, corrispondente al luogo dove era stata elevata la contravvenzione.

«Come noi - spiegano i tifosi - altri giovani precari e non certo ricconi, possono avere subito lo stesso torto. Può essere che a fine partita qualcuno abbia rubato il pre-avviso della multa. Può anche essere che la contravvenzione sia stata accertata da un vigile urbano differente dal primo. Ma non possiamo accettare che chi va allo stadio sia tartassato in questo modo».
I doriani hanno quindi scritto anche al sindaco Marta Vincenzi. «Speriamo nell'intervento della Signora Vincenzi perché il solito malcostume di facile finanziamento per le casse del Comune non si riversi, almeno, a danno dei tifosi che lavorano tuta la settimana per andare poi a godersi qualche minuto di relax durante le partite delle nostre squadre».




Powered by ScribeFire.

Signor Presidente noi non archiviamo

di Massimo De Manzoni


Nemmeno le ultime rivelazioni del Giornale, alle quali oggi aggiungiamo un altro significativo tassello, hanno indotto il presidente della Camera a cambiare la sua strategia sulla vicenda dell’appartamento monegasco: zitto anche di fronte all’inquietante doppia firma (del «cognato» Giancarlo Tulliani?) sul contratto d’affitto. Un silenzio pesantissimo. Tanto che persino Antonio Di Pietro, certo non tenero con il Giornale che accusa di «dossieraggi», ieri è stato costretto a confessare: «Fini doveva rendere noti tutti i passaggi della casa di Montecarlo. Probabilmente non può farlo, ma se c’è qualcosa che non va bene è opportuno che i cittadini sappiano quello che non va bene».

È duro ammetterlo, ma per una volta l’ex Pm ha detto cose sensate: i cittadini hanno diritto di sapere se la terza carica dello Stato ha detto la verità o ha raccontato agli italiani una montagna di bugie. È il motivo per il quale stiamo conducendo questa inchiesta. E - dopo quasi due mesi di giustificazioni smentite dai fatti prima, minacce di querele poi e infine mutismo assoluto - è sempre più forte il dubbio che Fini non possa raccontare come stiano effettivamente le cose. Che non sia cioè in grado di spiegare come mai un appartamento lasciato in eredità al suo partito sia stato venduto (ignorando altre offerte d’acquisto ben più vantaggiose) a una cifra che tutti gli esperti interpellati stimano essere un quarto o un quinto del suo valore. Perché sia stato ceduto a una società domiciliata in un paradiso fiscale.

Perché ora, dopo aver seguito in prima persona i lavori di ristrutturazione, vi abiti il «cognato». Se Giancarlo Tulliani sia «solo» un inquilino in affitto oppure, come molti, troppi indizi indurrebbero a credere, sia il vero proprietario dell’immobile.
Una faccenduola piuttosto imbarazzante, come si vede, malgrado i moltissimi nuovi e interessati protettori di Fini si affannino a sminuirla, anche e soprattutto su quei giornali fino a non molto tempo fa inclini a massacrare l’ex leader di An. Ma è il tributo da pagare all’uomo sul quale si punta per azzoppare il governo, prospettiva di fronte alla quale tutto il resto passa in secondo piano.

Protetto dal muro di gomma della gran parte dei mass media, Fini può dunque giocare a fare il muto di Montecarlo; aspettando e sperando che a togliergli le castagne dal fuoco sia alla fine quella magistratura da lui vistosamente corteggiata da un po’ di tempo a questa parte. Qualora la Procura di Roma dovesse, come qualcuno già mormora, archiviare l’inchiesta per truffa aggravata aperta quest’estate, il presidente della Camera ritroverebbe di colpo la parola per tentare di uscire alla Travaglio dall’imbarazzante situazione: «Visto? Non c’è reato. Quindi non è successo nulla».

E invece non è così. La questione non è mai stata (o almeno non prevalentemente) giudiziaria, bensì etica. Da (ex) leader di partito Fini ha l’obbligo di fugare il sospetto di aver disposto a suo vantaggio di un bene che apparteneva a tutti gli iscritti. Da presidente della Camera deve convincere gli italiani, ai quali ha impartito per mesi lezioni di legalità e moralità, di non averli presi per il naso: né sull’affaire monegasco, né sui ricchi contratti Rai della famiglia Tulliani. Come dimostrano i sondaggi e l’incredibile quantità di messaggi arrivati al Giornale, sono fatti sui quali i cittadini non sono disposti a mettere una pietra sopra. E noi non archiviamo.




Powered by ScribeFire.

Un altro documento lega Tulliani ai paradisi fiscali

di Redazione


«Société Timara Ltd (Mr Tulliani)». Fa una certa impressione leggere l’intestazione della lettera che Michel Dotta, l’amministratore del condominio del Palais Milton, quello dove vive il fratello della compagna di Fini, invia all’inquilino-cognato del presidente della Camera per chiedere di saldare le spese condominiali. Il syndic Dotta, personaggio di elevatissima caratura nel Principato, anziché fare riferimento al fratello di Elisabetta lo mette fra parentesi, rivolgendosi nero su bianco alla società off shore proprietaria della casa.





Powered by ScribeFire.

Supermercati La spesa è cara grazie al monopolio della Coop

di Redazione

Fare la spesa in maniera oculata per risparmiare si può, ma non a Genova. È dal risultato della ricerca svolta in 926 punti vendita in 62 città italiane dall’associazione di consumatori «Altroconsumo», che ha considerato anche i supermercati di Savona e La Spezia. Alla fine in Liguria, diversamente che in altre regioni, emerge un dato piuttosto allarmante: il risparmio massimo che si può ottenere è limitato, frutto, certamente della scarsità di concorrenza, visto che esiste di fatto il monopolio di alcuni marchi (vedi Coop con i vari iper).

Comunque l’analisi dei consumatori parte dall’evidenziare quanto spenda all’anno ogni famiglia italiana per vivere, considerando l’acquisto di prodotti alimentari freschi e confezionati, prodotti per l’igiene della persona e della casa. In media ogni nucleo familiare spende circa 6.300 euro, e scegliendo i prodotti più convenienti, è possibile ridurre i costi di 1.622 euro.

Non così a Genova, dove, in media, ogni famiglia spende 6.454 euro all’anno, potendo contare su una riduzione della spesa di 784 euro al massimo, diversamente per esempio, da quelle milanesi, che in media spendono meno (6.290 euro circa ogni anno) potendo assicurarsi un risparmio di ben 1.214 euro, (...)





Powered by ScribeFire.