venerdì 17 settembre 2010

Sfida delle Gallerie, Milano batte Napoli Fai e privati ora tentano la «rinascita»

Corriere della sera

Il monumento partenopeo (degradato) sfiorisce davanti
a quello meneghino. Al via un concorso per riqualificarlo



Le due Gallerie a confronto: a sinistra Napoli, a destra Milano

Le due Gallerie a confronto: a sinistra Napoli, a destra Milano


NAPOLI - Vuoi rendere la galleria Umberto I di Napoli al pari della sua gemella milanese? Cittadini e turisti, entro il 30 settembre, sono chiamati a votare per riqualificare la storica galleria


DIFFERENZA ABISSALE - Lampioni rotti, marmi degradati, pareti oltraggiate da scritte e affissioni: la differenza con la galleria Vittorio Emanuele di Milano è abissale. Le insegne dei negozi sono prive di un criterio uniforme e nelle navate manca l’illuminazione perimetrale, come quella che rende così più sicura e suggestiva, di notte, Milano.


IL PROGETTO - «Città di Partenope» è il progetto di responsabilità sociale ideato e gestito da Agrelli & Basta in comunione con la Fai, Fondo per l’Ambiente Italiano e con la delegazione di Napoli. È stato siglato un protocollo d’intesa per la progettazione e la realizzazione di interventi a favore del decoro urbano e del patrimonio artistico della città. L’iniziativa prende il via dal 5° censimento nazionale «I Luoghi del Cuore», per sensibilizzare gli italiani a difendere i luoghi dimenticati o in pericolo di degrado. I riflettori di «Città di Partenope» sono ora puntati sulla Galleria Umberto per ridare lustro al monumento, segno del crocevia storico napoletano.


Napoli, buio in Galleria


COME VOTARE - Tutti i cittadini possono far concorrere il «luogo del cuore» con altri luoghi segnalati in tutta Italia. Rispetto alle mete più votate a livello nazionale, il Fai si impegnerà a sensibilizzare gli enti competenti e si interesserà attivamente per «salvarle». In alcuni casi è previsto anche un intervento diretto e un contributo economico. Per questo motivo è stato coinvolto anche l’Ordine degli architetti di Napoli che ha ratificato con «Città di Partenope» un accordo per la promozione dell’iniziativa. Chi è poco esperto di internet potrà votare anche nelle filiali Intesa Sanpaolo o presso l’Ufficio anagrafe di Città di Partenope (via Toledo, 256) dove si possono ritirare anche i moduli per la raccolta firme.


Violetta Luongo
17 settembre 2010




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Rimini: uccide la nipote con la balestra e si ammazza con una freccia al torace

Corriere della sera


Il corpo di Monica Anelli ritrovato dal marito. Lo zio ha anche tentato di far esplodere il palazzo



MILANO
- Monica Anelli, avvocato riminese di 40 anni, è stata trovata uccisa davanti nell'ingresso della sua abitazione a Rimini, dal marito che rientrava. La donna è stata trafitta, pare, con una freccia scoccata da una balestra. Ad ucciderla è stato lo zio, che si è poi tolto la vita. Secondo una prima ricostruzione Monica Anelli sarebbe rientrata dal lavoro poco prima delle 13, incontrando nell'androne di casa l'aggressore, con il quale avrebbe discusso prima di essere raggiunta al collo dalla freccia di una balestra. La squadra mobile che indaga sul delitto, aveva sin dall'inizio ipotizzato motivi familiari alla base dell'omicidio e aveva iniziato le ricerche dello zio della vittima, Stefano Anelli, il cui corpo è stato poi trovato in serata. Il suo cadavere era sulle colline riminesi, nell'auto con la quale l'uomo si era allontanato dalla città. Anelli si è tolto la vita conficcandosi nel torace una freccia scoccata dalla stessa balestra con cui aveva ucciso la nipote. Anelli si è tolto la vita conficcandosi nel torace una freccia, non si sa ancora se scoccata con la stessa arma usata per uccidere la nipote. Ingegnere molto conosciuto in città, Stefano Anelli, scrittore e pittore per hobby, da qualche tempo aveva comportamenti anomali, tali da pregiudicare anche i rapporti con i familiari.

Rimini, il delitto della balestra

L'ASSASSINO VOLEVA FAR ESPLODERE IL PALAZZO - Lo zio della vittima avrebbe anche tentato di provocare un'esplosione nel palazzo per cancellare le tracce dell'omicidio e simulare un incidente. È questa l'ipotesi a cui stanno lavorando le forze dell'ordine. Il marito infatti avrebbe trovato, al suo ritorno, la casa invasa dal gas. Si ipotizza che l'assassino abbia staccato i tubi per far saltare in aria il palazzo e cancellare così le tracce del delitto. Per innescare l'esplosione aveva lasciato una candela accesa nell'appartamento. Solo dopo aver colpito la donna con un dardo, mentre stava tentando di scappare per le scale, Anelli sarebbe rientrato in casa per mettere in atto il proposito di farla esplodere con il gas, ma i vigili del fuoco sono riusciti a bloccarne la fuoriuscita.

LO ZIO ABITA NELLA STESSA PALAZZINA - Monica Anelli abitava in quella casa insieme al compagno, un artigiano della zona. Nella stessa palazzina, di proprietà della famiglia, solo un altro appartamento sfitto ed uno dove viveva lo zio paterno insieme alla compagna moldava. La vittima e lo zio, secondo quanto emerso, sarebbero stati in buoni rapporti, anche se gli inquirenti stanno cercando di capire, attraverso i parenti, se erano essere emersi screzi di varia natura fra i due. I genitori di Monica, invece, si trovavano in Val d'Aosta per un breve periodo di vacanza. Erano partiti nei giorni scorsi propri insieme a lei (seconda di tre figlie) ed al compagno. Loro, poi, erano tornati qualche giorno fa per riprendere il lavoro, lasciando i genitori a godersi la montagna. Monica, avvocato civilista, li assisteva in una causa per l'eredità della nonna che aveva creato qualche tensione in famiglia. Che gli investigatori stanno ora analizzando attentamente.


Redazione online
17 settembre 2010





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Io, finanziere tra i libici, vi racconto la nostra missione»

Corriere della sera


Il maresciallo Boccassini: mai successo prima un episodio come quello del motopesca. Tre volte intimato l'alt


Il peschereccio Ariete mitragliato dai libici
Il peschereccio Ariete mitragliato dai libici
ROMA - Domenica sera, quando i suoi compagni sono rientrati dopo la sparatoria in mare, lui era nella base di Sabratha. «Erano molto provati, ma soprattutto sorpresi perché una cosa del genere non era mai accaduta. Sto lì da sette mesi, cioè dall’inizio della missione. E posso assicurare che prima di adesso una cosa del genere non era mai accaduta. Sfido chiunque a smentirmi». Il maresciallo della Guardia di Finanza Cosimo Boccassini ha 44 anni, vive a Molfetta, ma all’inizio dello scorso anno ha fatto domanda per andare all’estero. Ed è stato mandato in Libia. Ora è uno dei dieci «tecnici» che escono in pattugliamento con i militari della guardia costiera locale in base al trattato bilaterale che il governo italiano ha siglato con il colonnello Gheddafi. 

La sua missione terminerà alla fine di ottobre. Sono circa trecento le istanze presentate al Comando Generale dai finanzieri che vogliono partire e dunque si è deciso che l’avvicendamento scatti ogni sei mesi. Che cosa è accaduto? «I miei compagni mi hanno riferito che era stato intercettato il peschereccio e gli è stato intimato per tre volte di fermarsi. I libici hanno chiesto ai colleghi di parlare alla radio in italiano per cercare di convincerli a farsi identificare, altrimenti avrebbero usato le armi. So che loro hanno cercato di dissuaderli, ma non c’è stato verso e per questo hanno deciso di farsi da parte, come prevede il regolamento». 

Lei non crede che fosse meglio rimanere?
«Non possiamo farlo visto che le motovedette sono ormai libiche a tutti gli effetti e la responsabilità delle operazioni, come prevedono gli accordi, è di loro competenza. Noi agiamo di supporto, siamo semplici osservatori e li aiutiamo nella gestione dei mezzi, ma questo è tutto». 


Non intervenite neanche se c’è necessità di effettuare soccorsi in mare?
«Ma certo che lo facciamo, il contrario sarebbe assurdo. Se vengono avvistate barche con migranti interveniamo e aiutiamo i libici ad assisterli, soprattutto se ci sono donne e bambini». 


Quante volte è accaduto?
«Pochissime. Del resto le rotte sono cambiate, dalla Libia non parte quasi più nessuno perché gli scafisti hanno capito che è troppo rischioso. So che a Zwarah si ammassavano gli stranieri che volevano abbandonare l’Africa, ma ormai hanno cambiato zona. Salpano dalla Tunisia o più frequentemente dall’Egitto”» 


Che armi utilizzano i militari libici?
«Kalashnikov e fucili mitragliatori». 


Lei esclude che si tratti di armamenti italiani?
«Con la massima certezza: abbiamo provveduto personalmente a smontare le dotazioni prima di portare le motovedette in Libia. Del resto noi possiamo salire a bordo soltanto senza armi e in abiti civili, proprio perché operiamo in uno Stato estero. E’ la garanzia che abbiamo di poter pretendere che anche da noi accada sempre la stessa cosa». 


Quanto incide quello che è accaduto nel vostro rapporto con i marinai libici?
«C’è sempre stata collaborazione e non credo che le cose cambieranno anche perché sin dall’inizio loro ci hanno assicurato che è stato un terribile incidente. Noi viviamo in una base confortevole – basti pensare che si tratta di un ex villaggio vacanze – e non abbiamo mai avuto problemi. Sono certo che continuerà così».


Fiorenza Sarzanini
17 settembre 2010



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Taroccato l'amaro San Marzano di Borsci L'azienda :«Segnalate la truffa via mail»

Corriere del Mezzogiorno


Continuano le contraffazioni dello storico elisir tarantino
Per avvisare la società scrivere a borsci@borsci.com



Lo stabilimento della Borsci

Lo stabilimento della Borsci


TARANTO - Continuano i casi di concorrenza sleale nei confronti della Borsci Liquori, l’azienda tarantina che produce da oltre 170 anni il famoso Elisir San Marzano. Dopo numerosi plagi riguardanti l’uso del marchio e di altri elementi distintivi dell’etichetta già denunciate dall’azienda distillatrice, ora gli artefici del liquore contraffatto continuano a ledere il brand, mettendo in giro nuove voci denigratorie: una vera e propria strategia messa a punto per danneggiare la nota reputazione della Borsci che affermerebbe che il prodotto non è più quello di una volta.

L’AZIENDA - «E’ assolutamente falso - dichiara Giuseppina Borsci, direttore commerciale della società – il prodotto si ottiene oggi con le stesse metodologie e le stesse materie prime utilizzate nel passato, oltretutto acquistate dagli stessi fornitori! E’ sempre mio cugino Egidio il liquorista e responsabile della produzione che ne segue direttamente le varie fasi di approntamento e verificarne il risultato finale, esattamente come ha sempre fatto! Questa voce - continua - è messa in giro evidentemente da chi aveva immesso sul mercato dei prodotti che tentavano di assomigliare al nostro Elisir ed oggi, con il ritorno dell’Originale, si vedono precludere la possibilità di continuare la loro attività di plagio».

IL CONSIGLIO - «Consigliamo ai nostri consumatori - continua Borsci - di pretendere negli esercizi pubblici che l’Elisir S. Marzano sia versato davanti a loro nel bicchiere o sul gelato e di accertarsi che la bottiglia si presenti integra cioè con il tappo non manomesso, perché non è da escludere che qualche ristoratore possa voler smaltire le scorte di altre referenze anche nonostante una esplicita richiesta di Elisir S.Marzano». Nei casi in cui ci si dovesse rendere conto di trovarsi di fronte ad un possibile prodotto contraffatto, la portavoce dell’azienda consiglia di chiamare, anche anonimamente, il numero 099 4730335 o di segnalare il caso con una mail a borsci@borsci.com.Queste segnalazioni potranno servire a mandare del personale di fiducia dell’impresa che accerti tali comportamenti corretti e perseguibili penalmente.

Laura Migliaccio
16 settembre 2010





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Afghanistan, ucciso militare italiano in scontro a fuoco con i ribelli

Il Messaggero

Ferito un secondo militare. Appartengono entrambi alle forze speciali. In 24 ore hanno perso la vita sei soldati Isaf



ROMA (17 settembre) - Due militari delle forze speciali italiane sono rimasti feriti oggi da colpi di arma da fuoco durante un'operazione per la cattura di alcune persone che avevano piazzato poco prima un ordigno lungo una strada. Le prime notizie parlavano di condizioni non preoccupanti, ma nel pomeriggio uno dei due italiani è morto in seguito alle ferite riportate. Lo scontro a fuoco è avvenuto nel distretto di Bakwa, nella provincia di Farah.

I due militari sono stati feriti entrambi a una spalla, uno più gravemente.
Le loro condizioni - avevano detto in un primo momento dal comando del contingente italiano ad Herat - non destavano preoccupazione.

Per i militari italiani tutto è cominciato stamani, quando un aereo senza
pilota Predator italiano, mentre sorvegliava dall'alto l'area a est di Farah, ha avvistato lungo la strada che conduce a Delaram alcune persone intente a posizionare un ordigno sotto il manto stradale. Sempre il Predator ha "seguito" gli attentatori e segnalato il luogo dove questi si erano rifugiati.

Subito è scattata l'operazione finalizzata alla loro
cattura alla quale ha preso parte la task force 45, vale a dire gli uomini delle forze speciali italiane. A bordo di un elicottero Ch 47, scortato da due Mangusta, i commandos si sono portati sul posto ma proprio in questa fase - non è chiara se quando l'elicottero è atterrato, oppure era ancora in volo - due militari sono stati raggiunti da colpi di armi da fuoco leggera, presumibilmente Kalashnikov. Immediatamente soccorsi i due, un ufficiale e un militare di truppa, sono stati ricoverati all'ospedale militare da campo di Farah.

In 24 ore uccisi sei soldati Isaf.
Un altro militare della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf) è stato ucciso nel sud dell'Afghanistan, portando a cinque il numero dei soldati stranieri uccisi nelle ultime 24 ore. Che diventano sei con il militare italiano. In un comunicato, l'Isaf precisa solo che il soldato è deceduto durante un attacco degli insorti. Poco prima l'Isaf aveva dato la notizia di un altro soldato ucciso, sempre nel sud. Salgolo a 19 gli uomini della Coalizione internazionale morti dall'inizio di settembre.

Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha rivolto un appello al popolo afghano ad andare a votare domani nelle elezioni parlamentari. «Ci auguriamo che il nostro popolo in tutto l'Afghanistan, in ogni angolo, in ogni città e in ogni provincia vada nei rispettivi seggi elettorali a votare per i suoi candidati», ha dichiarato Karzai in una conferenza stampa a Kabul. «Il voto porterà maggiore stabilità al Paese», ha aggiunto Karzai, facendo appello anche ai talebani, «che sono figli del Paese» perché vadano a votare.





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Corsa nella notte multato Marrazzo

Il Tempo

L'ex governatore del Lazio Piero Marrazzo


Di corsa nella notte in zona Due Ponti, a Roma: l’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo è stato fermato dall’equipaggio di una volante della Polizia di Stato, insospettito dalla sua guida veloce a bordo di una Lexus: l’auto è stata bloccata in via Bruno Bruni intorno alle 23,30.


SENZA DOCUMENTI - Marrazzo, al momento di esibire i documenti della vettura, non aveva con sé il libretto di circolazione né il tagliando assicurativo: per questo motivo è stato multato per 76 euro (38 più 38 per le due infrazioni al codice della strada). L’ex presidente della Regione Lazio ha potuto lasciare il luogo poco dopo la mezzanotte.





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Bimbi spaventati da donna in burqa. Scoppia la polemica

Libero








Mentre in tutta Italia si discute se sia giusto o meno vietare il velo integrale alle donne islamiche, nel piccolo paese di Sonnino, in provincia di Latina, scoppia un vero e proprio caso per una mamma in burqa. La donna, di nazionalità marocchina, ha spaventato i bambini della scuola materna frequantata dal figlio. Alcuni hanno riferito alle loro mamme di non voler andare in classe perché intimoriti dalla "maestra nera". L'abito di colore scuro indossato dalla donna è la versione più ortodossa del velo, il modello che lascia passare la luce solo dalla retina sugli occhi.

Le mamme italiane, preoccupate per i loro piccoli, sono intenzionate a promuovere una raccolta firme per trovare una soluzione condivisa, "naturalmente rispettosa di tutti": "Niente contro di lei  fuori dalla scuola è liberissima di indossare ciò che vuole ma chiediamo che dentro la scuola si faccia riconoscere".

17/09/2010





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Le Iene provocano Vespa e il conduttore: «Ma vai al diavolo»

Il Mattino


NAPOLI (17 settembre) - Tornano Le Iene e ricominciano a far infuriare i vip. Prima vittima del programma di Italia 1 dopo la pausa estiva il conduttore Bruno Vespa, reo di aver fatto un complimento inappropriato alla scrittrice Silvia Avallone al Premio Campiello. In occasione della premiazione dell'autrice di Acciaio per il suo esordio letterario, il giornalista era rimasto stregato dalla mise rivelatrice della 26enne biellese, tanto di invocare l'intervento del regista della manifestazione: «Prego la regia di inquadrare lo spettacolare décolleté».








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Il figlio di don Sante Sguotti non frequenta l'ora di religione

Il Mattino di padova


Niente ora di religione per il figlio del prete-papà: i genitori di comune accordo hanno deciso così. Il bimbo, che frequenta la scuola dell'infanzia, è nato dalla relazione tra l'ex parroco di Monterosso e una parrocchiana. "Non so chi insegna, preferisco non correre rischi" ha detto Sguotti

di Gianni Biasetto


Don Sante, Tamara e il loro figlio
Don Sante, Tamara e il loro figlio


ABANO. Niente ora di religione per il figlio di Sante Sguotti. Il piccolo, nato dalla relazione tra l'ex parroco di Monterosso e la parrocchiana Tamara Vecil, ha da poco compiuto quattro anni e frequenta la scuola per l'infanzia di Albettone, nel Vicentino. A decidere di non far frequentare al bimbo l'ora di religione sono stati di comune accordo i genitori. «Se conoscessi a fondo chi insegna religione a nostro figlio potrei anche decidere di lasciarlo partecipare».

«Purtroppo - spiega l'ex sacerdote - non essendo sicuro di come viene trattata la materia preferisco non correre rischi. Non intendo, ad esempio, che il bimbo cresca con la convinzione dell'esistenza del demonio. Una figura che, come spesso viene descritta non soltanto nelle scuole, mette inquietudine ai bambini. E' giusto che sappia che esiste il male, ma questo può essere rappresentato in molti altri modi».

Lei è stato per anni alla guida di una parrocchia, le sarà anche capitato di insegnare la dottrina cristiana ai bambini, come pensa di spiegare questa materia a suo figlio? «Per adesso mi limito a parlare con lui della Bibbia - risponde Sguotti - A volte ci mettiamo a commentare alcuni episodi. Cerco di farlo nel modo più comprensivo possibile. Penso che per un bimbo della sua età sia sufficiente».

Da prete a camionista, a compagno e padre di famiglia impegnato nell'educazione dei figli. Com'è cambiata in questi ultimi anni la sua vita?
«Innanzitutto devo dire che è cambiata in positivo. Non pensavo che la paternità mi rendesse così felice. Un conto è sentirtelo dire, altra cosa è viverlo come sto facendo in questo periodo. E' una realtà che ti impegna ma che è davvero sublime».

Dover arrivare alla fine del mese e mandare a scuola un figlio con lo stipendio di un operaio oggi non è certamente facile? «Mi preoccupa soprattutto la crisi che sta attraversando anche il settore edilizio dove lavoro come camionista. Certo, far bastare uno stipendio di poco più di mille euro non è facile. Anche perché la casa di Lovolo in cui abitiamo non è ancora del tutto sistemata. Tamara ha il suo daffare come casalinga, ora in famiglia siamo in quattro. Con noi vive infatti anche la giovane che la mia compagna ha avuto dalla precedente relazione. Comunque non mi lamento, c'è chi sta peggio di noi».


(17 settembre 2010)




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Violentò la nipote, suo figlio lo uccide Il corpo dell'uomo bruciato e sotterrato

Corriere del mezzogiorno


L'83enne condannato per abusi sessuali e poi scarcerato
La confessione: «Gli ho tolto la vita a mani nude»



Fabio Abis, il dirigente della squadra mobile che ha arrestato l'omicida

Fabio Abis, il dirigente della squadra mobile che ha arrestato l'omicida


TARANTO - Ha ucciso l’anziano padre che era stato condannato a sei anni di reclusione per abusi sessuali nei confronti di una nipote, picchiandolo e bruciandone il cadavere. Un uomo di 44 anni di Mottola (N. D.) è stato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria dagli agenti della Squadra Mobile di Taranto, diretti da Fabio Abis, per omicidio volontario aggravato e distruzione e occultamento di cadavere. I resti della vittima, di 83 anni, sono stati trovati nelle campagne di Mottola su indicazione dell’omicida che ha reso piena confessione al termine di un lungo interrogatorio in questura.

L'OMICIDIO - Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’omicidio risalirebbe al 27 luglio scorso. Quel giorno il 44enne era andato a prendere il padre, che aveva ottenuto la revoca degli arresti domiciliari, da una casa di cura per anziani di Grottaglie. Lo ha accompagnato in un’abitazione di sua proprietà a Mottola e ha avuto con il genitore una violenta discussione culminata nell’omicidio. Il 44enne sospettava che il padre avesse fatto delle avances anche a sua figlia. Un tarlo fisso che lo aveva sconvolto tanto da indurlo a uccidere il padre.

L'AGGRESSIONE - L’anziano è stato ucciso a mani nude e poi bruciato in un vecchio serbatoio di eternit, dov’è stato lasciato per 12 ore. Il fermo è stato disposto dal pm della Procura di Taranto Raffaele Graziano, che si è recato sul luogo del ritrovamento del cadavere insieme al medico legale Marcello Chironi

LA VICENDA - L’anziano ucciso dal figlio a Mottola era stato sottoposto agli arresti domiciliari il 9 dicembre 2009 con l’accusa di aver abusato ripetutamente della nipotina di 13 anni. In carcere finì invece la madre della ragazzina, una donna di 38 anni, che secondo gli investigatori avrebbe organizzato gli incontri ricevendo in cambio manciate di denaro. Il 13 luglio scorso il gup del Tribunale di Taranto Valeria Ingenito aveva condannato con il rito abbreviato a sei anni di reclusione l’anziano e a sei anni e otto mesi la madre della ragazzina, quest’ultima accusata di induzione e favoreggiamento della prostituzione ai danni della figlia. Fu proprio il 44enne fermato oggi per l’omicidio del padre a presentare una denuncia, dopo aver notato che l’anziano padre si era invaghito della nipote 13enne che quasi quotidianamente riceveva in casa e con la quale talvolta si appartava in un garage. Si scoprì così che la madre della ragazzina era complice e riceveva piccole somme di denaro. Nell’abitazione dell’anziano la polizia trovò numerose confezioni di viagra. La madre della tredicenne è attualmente rinchiusa nel carcere di Lecce.


Redazione online
17 settembre 2010




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Il Papa a Londra, 5 algerini arrestati: «Volevano uccidere il Pontefice»

Corriere della sera


Gli islamisti arrestati «perché sospettati di commissione, preparazione o istigazione ad atti di terrorismo»






MILANO
- L'anti-terrorismo britannico ha arrestato a Londra cinque persone di origine algerina che volevano uccidere il Papa. I cinque secondo il quotidiano Daily Telegraph sono tutti estremisti islamici lavorano come netturbini e sono stati arrestati all'inizio del turno di lavoro. I cinque avevano preso servizio nell'area di Westminster, dove il Papa è atteso nel pomeriggio. Di qui la rapidità dell'azione delle forze di sicurezza. La polizia ha spiegato che si sospetta che i cinque fermati - rispettivamente di 26, 27, 36, 40 e 50 anni - stessero preparando un attentato contro Benedetto XVI. Perquisizioni sono in corso in un ufficio nel centro della capitale e in alcune abitazioni nelle parti nord ed est della città. Scotland Yard ha riferito che i cinque sono stati fermati «perché sospettati di commissione, preparazione o istigazione ad atti di terrorismo». La Bbc ha riferito che i cinque sono stati bloccati alle 5.45 del mattino e che in questo momento sono sotto interrogatorio. Il blitz sarebbe scattato dopo una soffiata alla polizia. L'itinerario della visita del Papa e il dispositivo di sicurezza predisposto non hanno subito variazioni. Benedetto XVI è stato informato degli arresti ed è tranquillo riferiscono fonti vaticane. «Siamo pienamente fiduciosi nella polizia, non è necessario cambiare il programma» ha detto il portavoce vaticano, Padre Federico Lombardi.

Il Papa in Gran Bretagna

DIALOGO - In mattinata, Benedetto XVI ha incontrato i leader di altre religioni al St. Mary's University College di Londra. La «collaborazione» e il «dialogo fra religioni», ha affermato il pontefice, richiedono «il rispetto reciproco, la libertà di praticare la propria religione e di compiere atti di culto pubblico, come pure la libertà di seguire la propria coscienza senza soffrire ostracismo o persecuzione, anche dopo la conversione da una religione a un'altra». Il Papa ha posto speciale enfasi sull'importanza del dialogo e della collaborazione con i seguaci di altre religioni». «E perché sia fruttuoso - ha aggiunto -, occorre reciprocità da parte di tutte le componenti in dialogo e da parte dei seguaci delle altre religioni». Benedetto XVI ha poi voluto ricordare ai religiosi che insegnano nelle scuole cattoliche inglesi di non deviare dai dettami del magistero. «La presenza dei religiosi nelle scuole cattoliche è un forte richiamo all’ampiamente discusso carattere cattolico, che è necessario per me in ogni aspetto della vita scolastica». Poi, lasciando per un attimo il tono formale del discorso ufficiale al mondo della scuola, il Santo Padre ha anche confidato un particolare della sua biografia. «Io stesso da giovane - ha detto - sono stato educato dalle "Dame Inglesi" e devo loro un profondo debito di gratitudine». Per il Pontefice, «il contenuto dell'insegnamento dovrebbe essere sempre in conformità con la dottrina della Chiesa». Ma, ha tenuto ad aggiungere, «la vita di fede può essere effettivamente coltivata solo quando l'atmosfera prevalente è di una fiducia rispettosa e affettuosa» e dunque, ha concluso, «confido che questo possa continuare ad essere un segno distintivo delle scuole cattoliche in questo Paese».

Viaggio a Edimburgo


BENEDETTI GLI IMPIANTI DEI GIOCHI - Attraversando sulla «papamobile» il campus del St Mary's University College di Londra, Benedetto XVI ha anche visitato gli impianti sportivi dell'Università, che hanno ottenuto la qualifica di «Campo di addestramento» per le Olimpiadi di Londra del 2012 e che sono già stati scelti dalla squadra del Sudafrica come propria base nel periodo dei Giochi.

«GRAZIE AI LACI» - Al St Mary's University College, Benedetto XVI ha anche espresso gratitudine agli organismi promossi dalla Chiesa inglese per lottare contro il fenomeno degli abusi sessuali sui minori. Si tratta di laici che «il cui impegno - ha detto - è quello di garantire che le nostre scuole assicurino un ambiente sicuro per i bambini e i giovani». Il Papa ha rivolto loro oggi «una particolare parola di apprezzamento» al termine del discorso al mondo della scuola. «La nostra responsabilità verso coloro che ci sono affidati per la loro formazione cristiana non richiede - ha scandito - nulla di meno».


Redazione online
17 settembre 2010




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Roma Capitale, sì del governo Nasce l'Assemblea Capitolina

Il Messaggero


Il sì è arrivato all'unanimità nonostante la frenata di Bossi
Consiglieri ridotti da 60 a 48, i municipi da 19 a 15



ROMA (17 settembre) - Il Consiglio dei ministri ha approvato oggi all'unanimità il decreto su "Roma Capitale". Il via libera è arrivato nonostante le perplessità dei leghisti e in particolare del leader Umberto Bossi.

Il provvedimento, previsto dalla legge sul federalismo fiscale, stabilisce che Roma capitale è un ente territoriale i cui confini sono quelli del comune di Roma. Dispone poi una speciale autonomia, statutaria, amministrativa e finanziaria nei limiti stabiliti dalla Costituzione alla città.

Il provvedimento, che attribuisce un nuovo status alla città di Roma, sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale domani, appena in tempo per il 140esimo anniversario della breccia di Porta Pia. Una coincidenza simbolica fortemente voluta dal sindaco, Gianni Alemanno, che lunedì in Campidoglio darà la cittadinanza onoraria al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

L'approvazione del primo decreto per Roma capitale è il «primo passo necessario e importante per fare in modo che la nostra città abbia una governance adeguata non solo al ruolo di capitale d'Italia ma anche al valore internazionale della città», ha commentato il sindaco.

«Oggi è un passaggio politico molto importante», dice Alemanno. Che sottolinea in particolare come il parere positivo della commissione bicamerale sul Federalismo fiscale sia arrivato con il voto positivo di Pdl, Lega, Fli e anche Pd, il solo voto contrario dell'Idv e l'astensione di Udc ed Api. Il sì bipartisan, secondo il sindaco della capitale, è «un viatico molto forte per questo percorso».

Dal Consiglio comunale trapela però il malcontento per la riduzione a 48 dei consiglieri della nuova Assemblea capitolina (ora sono 60): troppo pochi, concordano maggioranza e opposizione, per una città di quasi tre milioni di abitanti. Malumori bipartisan emergono anche sulla riduzione dei municipi a 15. I capigruppo di Pdl, Pd e Udc in Consiglio comunale concordano nel lamentare un problema di adeguata rappresentanza per una città che ha più del doppio degli abitanti di Milano. Ma Alemanno assicura: «C'è l'impegno a rivedere il numero con la riforma del Codice delle autonomie».

Nel merito, l'ultima stesura del testo sullo status di Roma capitale è «la più virtuosa», secondo Alemanno, ed è la base necessaria per avviare il lavoro sul secondo decreto, che prevederà poteri, funzioni amministrative e patrimonio (è stato rimandato anche il discorso sulle indennità).

Intanto i presidenti di Regione e Provincia Renata Polverini e Nicola Zingaretti esprimono la loro soddisfazione per il via libera al primo decreto e già guardano al secondo, il cui iter si preannuncia più complesso vista la più ampia diversità di vedute. E in effetti le opposizioni in Parlamento sottolineano che sarà sul secondo testo che si misurerà la tenuta della maggioranza. Anche perchè, aggiungono, il primo decreto ha disegnato solo la cornice, sancito uno status: «una prima parzialissima attuazione della Costituzione», secondo il Pd, un «decreto patacca», per l'Idv, un «barattolo vuoto» per l'Udc. La sostanza, concordano tutti, deve ancora arrivare.





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Rubò identità a un bambino morto Adesso il deuptato si dimette

Corriere della sera

David Garrett ha ammesso di aver usato la tecnica di Il giorno dello sciacallo: aveva presi i dati da una lapide

Nuova Zelanda - Per ottenere un falso passaporto 26 anni fa


David Garrett (da Nzherald.co.nz)
David Garrett (da Nzherald.co.nz)
MILANO - In Nuova Zelanda un deputato si è dimesso dal partito conservatore Act dopo aver ammesso di aver rubato l'identità di un bambino morto per ottenere un falso passaporto 26 anni fa. David Garrett, sapendo che gli organi d'informazione stavano indagando sul suo passato, ha rivelato in Parlamento di essersi procurato il passaporto usando un metodo descritto nel romanzo Il giorno dello sciacallo.

DA UNA LAPIDE - Garrett, che si era affermato in politica invocando politiche di legge e ordine, aveva ricavato i dettagli personali dalla lapide di un bambino di 2 anni, usandoli per ottenere un certificato di nascita, che ha poi allegato alla domanda di passaporto insieme con una sua foto. Ha assicurato di non aver mai usato il documento e di averlo poi distrutto. Il suo più grande rimpianto, ha aggiunto, è che la pubblicità sul caso ha riaperto le ferite emotive della famiglia del piccolo. La polizia aveva arrestato Garrett nel 2005 dopo aver scoperto la frode mentre indagava su simili falsificazioni da parte di due agenti segreti israeliani, che avevano rubato identità di bambini morti per procurarsi passaporti neozelandesi. Garrett era stato rilasciato senza incriminazione e i dettagli del caso erano rimasti finora sconosciuti



(fonte: Ansa)

17 settembre 2010




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Violato il codice che protegge i contenuti hd: ora i film si potranno copiare

Corriere della sera


Decodificato l'HDCP, il software che gestisce la trasmissione di dati sul cavo HDMI

lo ha confermato una FONTE DELLA INTEL


Un cavo HDMI
Un cavo HDMI
MILANO - Ora lo avrebbe confermato anche la stessa Intel. Secondo quanto riferisce il sito della tv Usa Fox un portavoce del maggiore produttore mondiale di chip ha confermato che il codice che gestisce l'HDCP (la sigla sta per High-bandwidth digital content protection, protezione dei contenuti digitali a banda larga) vale a dire il software che impedisce la copia di film e altri contenuti in alta definizione è stato compromesso.

FILM COPIABILI - Un brutto colpo per i produttori di contenuti, in primis le major hollywodiane che si erano battute a lungo perché i nuovi contenuti in alta definizione fossero incopiabili senza autorizzazione del possessore dei diritti d'autore. L'HDCP infatti è un software che gestisce il passaggio di dati attraverso (di solito) un tipo specifico di cavo l'HDMI (anche quest è una sigla e sta per high digital multimedia interface) codificando i flussi audio e video che vengono trasferiti da un dispositivo ad un altro, (solitamente un decoder o un lettore Blu-ray, verso un televisore o anche un amplificatore) impedendo che durante il tragitto nessuno (neanche chi ha acquistato legittimamente un disco blu-ray) possa copiarli e salvarli su un dispositivo di memoria senza il permesso del detentore del copyright.
L'aggiramento della protezione HDCP consente in linea teorica ad utenti malintenzionati in possesso di uno specifico software la possibilità di creare un numero illimitato di copie di film in blu-ray identici all'originale.

SCENARI FUTURI - Una volta che il software HDCP è stato compromesso è in linea di principio possibile costruire un chip che montato su congegni come tv, decoder e lettori blu-ray permetta di renderli liberi di copiare ogni contenuto accessibile con gli stessi. Una possibilità che al momento la stessa Intel ritiene remota soprattutto per gli alti costi industriali. Ma che sarebbe decisamente un brutto colpo per i broadcaster che hanno investito in sistemi proprietari (si pensi in Italia al Mysky per esempio) per permettere la visione e la registrazione, ma non la duplicazione a piena risoluzione dei contenuti in alta definizione.


Redazione online
17 settembre 2010



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Mazara, giallo su armi motovedetta Sospeso il comandante libico

Il Messaggero



PALERMO (16 settembre) - C'è anche un giallo delle armi nella vicenda del peschereccio Ariete mitragliato dalla vedetta libica. Alle discordanze nella ricostruzione dei fatti ora si aggiungono i primi esiti degli accertamenti tecnici eseguiti dai carabinieri del Ris di Messina, al lavoro per preparare la perizia balistica delegata dalla Procura di Agrigento, che parlano di fori di 10 millimetri esplosi da armi fisse in dotazione alla motovedetta libica.

Intanto il comandante della motovedetta libica che ha sparato domenica scorsa al peschereccio italiano «è stato sospeso dal servizio e messo sotto interrogazione». Lo annuncia una nota del Ministero degli esteri libico riferendo che «la commissione speciale istituita per indagare sullo spiacevole incidente ha iniziato il suo lavoro».

Un particolare, quello delle armi fisse, centrale, che tra l'altro, solo apparentemente, non coinciderebbe con la ricostruzione ufficiale del caso riportata nel rapporto steso due giorni fa dal Viminale. Ma la Guardia di finanza, che a suo tempo ha ceduto per conto dell'Italia sei unità navali a Tripoli, assicura che le imbarcazioni sono state disarmate prima della consegna e che «i colpi esplosi in direzione del peschereccio italiano provenivano da armi portatili di bordo, non montate su supporto fisso, di proprietà della Guardia Costiera libica». Armi di calibro modesto, che potrebbero essere usate anche con supporti temporanei, come un bipiede.

«Il fatto che l'imbarcazione fosse stata data alla Libia dall'Italia non vuol dire - precisa il procuratore di Agrigento Renato di Natale - che si trattasse di armi italiane. Anzi gli accordi tra i due Stati lo escludono. Ma sul punto cercheremo di fare chiarezza». La Guardia di Finanza, che sulla motovedetta aveva sei uomini, continua a negare che sull'imbarcazione fossero presenti armi italiane. Dal rapporto dei finanzieri a bordo dell'imbarcazione nordafricana, inoltre, emerge che la Centrale Operativa del Comando generale, informata di quanto stava avvenendo, avrebbe «ordinato ai militari di astenersi da qualsiasi comportamento attivo».

Sulla vicenda del motopesca i pm hanno aperto un'inchiesta a carico di ignoti per tentativo di omicidio plurimo e ogni particolare è fondamentale per accertare cosa è avvenuto domenica sera nel Golfo della Sirte.

Intanto, i componenti dell'equipaggio del peschereccio sono tornati a casa, a Mazara del Vallo. La brutta esperienza vissuta è ancora fresca. Lo si percepisce chiaramente dai toni ancora concitati del comandante Gaspare Marrone, che, insieme ai suoi dieci uomini, era a bordo dell'Ariete. L'imbarcazione, crivellata sul fianco sinistro, da oltre 50 colpi di mitra, è ormeggiata a Porto Empedocle sotto sequestro.

«Abbiamo raccontato tutta la verità - dice Marrone -. I colpi di mitragliatrice sono durati per circa tre ore a intervalli di un quarto d'ora-venti minuti, poi la motovedetta ci ha per così dire "scortati" per un'altra ora, finché non siamo usciti dalle acque che i libici considerano di loro pertinenza».





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Napoli, truffa degli assegni postali clonati conti prosciugati, parte l'inchiesta

Il Mattino



NAPOLI (17 settembre) - Assegni clonati, ecco un nuovo e inquietante filone truffaldino che prende corpo a Napoli: tutto nasce dalla denuncia alla Polizia postale di Napoli di un ex carabiniere, Francesco Ferrara, che si è visto prosciugare il conto di ben sessantacinquemila euro. La cifra è stata incassata da una persona che ha compilato l’assegno clonato incassandolo sotto falsa identità. Si è poi accertato che si trattava di una polacca che dopo aver preso i soldi in ufficio postale di Roma ha fatto perdere le tracce. Altra denuncia per un ammontare di cinquemila euro è stata presentata da una donna.





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Amplessi rumorosi vietati in condominio o scatta la maxi-multa

Quotidianonet


Nel Teramano un sindaco ha firmato l'ordinanza che prevede una sanzione fino a 500 euro. La norma in realtà punta a far cessare gli abusi vocali di clienti e ‘lucciole' che consumano sesso negli appartamenti a luci rosse

Martinsicuro (Teramo), 17 settembre 2010


Vietati amplessi rumorosi nei condomini. Il sindaco di Martinsicuro (Teramo), Abramo Di Salvatore, si fa paladino di tutti coloro che sono stanchi di subire rumori molesti tutti i giorni e a tutte le ore, specie di notte.

 Il disturbo della quiete negli spazi condominiali diventa così punibile amministrativamente con una sanzione che arriva a 500 euro e che carabinieri e vigili urbani sono chiamati a far rispettare. L’ordinanza sindacale punta soprattutto a far cessare gli abusi vocali di clienti e ‘lucciole' che consumano sesso negli appartamenti a luci rosse.


Diventa essenziale la collaborazione con gli amministratori di condominio con i quali Di Salvatore ha avuto un incontro per spiegare l’ordinanza sindacale. Saranno loro a poter raccogliere le varie segnalazioni e ad inoltrarle a polizia locale e forze dell’ordine.

agi





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Montecarlo, "la Tulliani mi dava indicazioni sui lavori"

Libero







Dopo l’intervista pubblicata su Il Giornale, la Procura di Roma, che indaga sulla famosa casa di Montecarlo, potrebbe dover rivedere il suo calendario di interrogatori. Il quotidiano di Feltri ha, infatti, parlato con Luciano Garzelli, imprenditore edile del principato che assicura di aver ristrutturato l’appartamento in Boulevard Princesse Charlotte dopo che An l’aveva venduto a una società fiduciaria. L’uomo ha confessato che erano Elisabetta Tulliani e un architetto di Roma a dargli indicazioni sui lavori.


Secondo Garzelli, poi, ci sarebbero state delle “anomalie”. Il prezzo di acquisto dichiarato è di 300mila euro ma per l’imprenditore, noto immobiliarista monegasco, l’appartamento varrebbe almeno un milione di euro, forse di più. Altra stranezza riguarderebbe i materiali della ristrutturazione e l’arredo. “Mi dissero che avrebbero portato tutto da Roma. E in effetti hanno portato loro la cucina e tutti i materiali: questo è anomalo per degli affittuari”.

L’imprenditore ha detto di essere pronto a raccontare tutti i dettagli della vicenda al magistrato, qualora dovesse essere convocato. Intanto, l’intervista è sui tavoli del procuratore Giovanni Ferrera e del suo aggiunto Pierfilippo Laviani che stanno indagando sulla possibilità che, dietro alla vendita di quell’appartamento lasciato in eredità ad An, si nascondesse in realtà un’operazione per favorire il fratello di Elisabetta Tulliani. Nei prossimi giorni dovevano essere interrogati il deputato del Pdl Donato Lamorte e Rita Marino, segretaria particolare dell’allora leader di An, Gianfranco Fini. I due fecero un sopralluogo dopo la donazione dell’immobile da parte della nobildonna romana. Attraverso le loro confessioni, i pubblici ministeri vogliono definire lo stato in cui era l’appartamento prima della vendita.


16/09/2010





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Il compagno Gianfranco in piazza con Veltroni e Saviano

di Redazione


Roma

Il Fini versione «maanchista» non poteva che rendere omaggio a Veltroni, il detentore del copyright del «ma anche». Il presidente della Camera, il prossimo 25 settembre, sarà a Pollica assieme all’ex leader del Pd per parlare di legalità. Sul palco della cittadina in provincia di Salerno dove i primi di settembre è stato assassinato il sindaco Angelo Vassallo, ci sarà anche Roberto Saviano. Una liaison non casuale quella tra Fini e Veltroni che suggellano la loro amicizia, e forse politicamente qualcosa di più, attraverso le loro strutture: la Scuola Democratica per Veltroni; Generazione Italia per Fini. Un evento, quello del 25, che ha mandato in brodo di giuggiole l’ala liberal dei finiani, tanto che il Secolo d’Italia dell’ex rautiana Perina alla prossima kermesse ha dedicato perfino la prima pagina. Chiaramente esultante il finian-dipietrista Granata, quello disposto a sposarsi con Vendola pur di cacciare il premier da palazzo Chigi: «Questa è una manifestazione della bella politica. Tutti noi dobbiamo recuperare un linguaggio univoco anche oltre agli arresti. Serve piena fiducia nelle istituzioni che combattono concretamente le mafie, magistratura in primis».

Con molto meno clamore, guarda un po’, il Secolo d’Italia informa dei risultati conseguiti da questo governo, in materia di criminalità organizzata proprio nella provincia di Salerno: nel 2009, 14.979 persone arrestate e denunciate; 7.594 nei primi sei mesi del 2010; beni sequestrati nel 2009 per un valore di 38 milioni; per un valore di 5 milioni quelli confiscati nei primi sei mesi del 2010; infine dieci latitanti arrestati, di cui tre inseriti nella lista dei 100 più pericolosi. Anche questa è bella politica.

Tuttavia, nell’attesa di spartirsi con Veltroni i sinistri applausi, Fini il calcolatore si premura anche di dire qualcosa di destra. Così, tanto per non spegnere del tutto la flebile fiammella che arde ancora negli animi dei suoi supporter, l’ex leader di An saluta la nuova legge francese che vieta di indossare in luoghi pubblici burqa e niqab come «non solo giusta ma opportuna e doverosa». Una dichiarazione-assist per il sarcasmo della Padania che così ha commentato: «Fini s’è messo un altro anfibio ai piedi. Due non gli bastavano per tenere i piedi ora qui e ora là. Il leader di Futuro e libertà ha tolto il velo alla sua categoria protetta. Quella degli usi e costumi extracomunitari».

Di certo, condivisa realmente o meno, la posizione di Fini in merito al burqa ha fatto piacere alla moderata finiana Souad Sbai, paladina dei diritti delle donne islamiche. Molto meno al falco Granata che nel gennaio scorso dichiarava: «Sono contro il divieto del burqa che è un falso problema e che riguarda un numero irrisorio di persone. Non si può con una legge intervenire per risolvere una questione di natura culturale»


(Ansa, 26 gennaio 2010).



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Evasione dell'Avvocato, Margherita e quella multa che lei non vuole pagare

di Redazione


La figlia di Gianni Agnelli non ha intenzione di versare la sua quota (la metà) della sanzione da 100 milioni dell’Agenzia delle Entrate. L'accertamento conseguenza indiretta della causa ereditaria avviata contro la madre



 

Margherita Agnelli, la figlia dell’avvocato, che ha ricevuto in eredità beni superiori ai 1.500 milioni di euro, di cui una parte provenienti da conti esteri, non avrebbe alcuna intenzione di pagare la multa (ridotta) di 50 milioni che il Fisco le contesta. Mettiamo in fila le notizie. Moglie e figlia dell’Avvocato, Margherita e Marella, hanno ricevuto un verbale a luglio da parte dell’Agenzia delle entrate che le intimava di pagare la scontata (in termini di sanzioni) ammenda di 50 milioni per chiudere le pendenze derivanti dalle evasioni dell’Avvocato. A settembre del 2009 il Fisco italiano se la prendeva anche con l’accomandita di famiglia (in cui le signore non partecipano) per una vecchia questione del 1998. Che, facendo due banali conti, sarebbe dovuta essere straprescritta.


Le due vicende, superficialmente messe insieme, valgono un centinaio di milioni. La cifra è ragguardevole. Ma il malloppo sottratto negli anni lo sembra anche di più: le signore hanno infatti ereditato 600 milioni occultati al Fisco e l’accomandita si è presa l’onere di un accertamento su 1,4 miliardi di possibile evasione. Attilio Befera, numero uno dell’Agenzia (che tra poco dovrebbe andare in pensione e probabilmente essere sostituito dal brillante Luigi Magistro) si porterebbe così a casa un centinaio di milioni: in un caso grazie alle evidenze difficilmente negabili (il caso di Marella e Margherita) e nell’altro senza andare ad una complessa discussione giudiziaria (il caso dell’accomandita).


Ma qualcosa sembra non filare per il verso giusto. Margherita, la figlia dell’Avvocato che ha praticamente ereditato tutto il patrimonio del padre (tranne la strategica quota nella Fiat), non avrebbe intenzione di riconoscere il suo debito. Ricapitolando: 100 milioni è il debito complessivo, di cui solo la metà in capo alle due persone fisiche, alle due signore. Margherita avrebbe fatto sapere di non avere alcuna intenzione di pagare per un’evasione di cui lei non si è resa complice. Dobbiamo a questo punto fare un passo indietro.


Margherita è in forte contenzioso con la madre Marella e con una buona parte della famiglia, poichè rivendica l’esistenza di un presunto patrimonio che le sarebbe stato occultato. Perciò, è la tesi di Margherita non avvalorata da alcun tribunale, ci sarebbero delle sostanze ingenti dell’Avvocato finite in mani terze e sottratte così all’asse ereditario. Tanto per dare il clima: la stessa Margherita è stata denunciata per estorsione (l’indagine è in mano ad un pm tosto come il milanese Fusco) dall’avvocato Gamna (che le fece siglare il vantaggioso accordo ereditario) perchè avrebbe richiesto allo stesso Gamna di testimoniare il falso e cioè dell’esistenza di un patrimonio occultato. In questo quadro Margherita non avrebbe alcuna intenzione di pagare la quota di 25 milioni di multa fiscale di sua spettanza (la metà dei 50 milioni). Tanto più che all’indomani della morte di Gianni Agnelli, fu la sola Marella a firmare le dichiarazioni fiscali dell’avvocato (in cui non c’era traccia dei 600 milioni esteri) e dunque a certificare il falso. Il fisco basa il suo accertamento proprio su questa provvista. Grazie alla denuncia di estorsione fatta da Gamna si ha la prova per tabulas dell’esistenza di questi 600 milioni. Il punto debole, per Margherita è che pur non avendo firmato la dichiarazione dei redditi era da tempo a conoscenza della provvista estera e l’ha inoltre completamente incamerata in sede di divisione ereditaria.


A differenza della madre che per il fisco italiano (ironia della sorte) è sostanzialmente nulla tenente, Margherita ha però un bel patrimonio alla luce del sole italiano (si pensi alle sole case e quadri) e non sarà per lei facile riuscire a sottrarsi completamente agli obblighi fiscali che le nascono dalla pesante eredità ricevuta.




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I servizi segreti seguono la pista che porta ai Caraibi

di Stefano Zurlo


Tante, troppe coincidenze. Gli stessi nomi che tornano a migliaia di chilometri di distanza. E il sospetto che il pasticcio della casa di Montecarlo possa portare lontano, molto lontano gli investigatori. Così da tempo, a sentire l’agenzia il Velino, Guardia di finanza e servizi segreti hanno deciso di chiarirsi le idee sulla strana vendita dell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte 14. E vogliono togliersi una volta per tutte il dubbio che la Printemps, la società off-shore che comprò l’immobile da An, e la sua gemella Timara oggi proprietaria dell’appartamento, non siano collegate attraverso l’ancora misteriosa proprietà ad una storia più grande. Una storia in cui i segugi delle Fiamme gialle e gli 007 sospettano anche il riciclaggio e l’evasione fiscale sullo sfondo del gioco online. Un intreccio complesso e a tratti non ancora decifrato, ma che pone qualche domanda agli investigatori che ritrovano gli stessi personaggi da una parte all’altra del mondo.


Per raccapezzarsi, bisogna partire dalla data, ormai famosa, dell’11 luglio 2008: quel giorno An vende, o meglio svende il quartierno a una società off-shore dei Caraibi, la Printemps di Santa Lucia. Per il venditore, ovvero per An, nello studio del notaio monegasco Louis Aureglia si presenta il senatore Francesco Pontone, per la Printemps una coppia formata da James Walfenzao e Bastiaan Izelaar. Walfenzao: è lui l’uomo chiave o uno degli attori dell’operazione. È un professionista caraibico, specializzato nella costituzione di trust, fiduciarie e società costruite col metro della riservatezza. Walfenzao, con Izelaar, è dunque uno dei protagonisti del giallo dell’estate.


Ma a migliaia di chilometri di distanza, rieccolo, Walfenzao ricompare ai Caraibi come amministratore per conto di Francesco Corallo di parte del capitale dell’Atlantis, un colosso mondiale del gioco d’azzardo che nel 2004 è sbarcato anche in Italia, nel campo del gioco online. Curioso, perché Corallo è da sempre vicino ad An, e ancora prima al Msi; l’Atlantis quando arriva in Italia si affida come procuratore ad Amedeo Laboccetta, oggi parlamentare Pdl ma per lungo tempo vicino ad An e a Gianfranco Fini.
Insomma Walfenzao, più ubiquo di padre Pio, gioca sul mappamondo fra Montecarlo e le Antille Olandesi. Anzi, per la precisione, l’isola di Saint Marteen dove, combinazione, nel 2004 proprio Laboccetta, che da quelle parti è di casa e ai Caraibi vorrebbe essere addirittura seppellito, porta Fini, seguita da Daniela Di Sotto, in quel periodo ancora sua moglie, e dal suo uomo di fiducia Francesco Proietti.


Fini, fra un’immersione e l’altra, trova pure il tempo di andare a cena al ristorante di Corallo, l’imprenditore che, come accennato, è il socio forte della potentissima Atlantis. Corallo, secondo Marco Lillo del Fatto quotidiano, è stato messo due volte sotto inchiesta e due volte archiviato per traffico di droga e riciclaggio. Insomma, è incensurato a differenza del padre Gaetano, catanese, condannato a 7 anni e mezzo per associazione a delinquere, coinvolto a suo tempo nell’inchiesta che mirava a far luce sul tentativo della mafia catanese, quella del boss Nitto Santapaola, di impadronirsi di alcuni casinò.


Come si vede, ci sono in questa storia monegasca alcune coincidenze e suggestioni che portano molto lontano. Ben oltre i 70 metri quadri di boulevard Princesse Charlotte. Ed è questa la pista che battono Guardia di finanza e Servizi. L’ipotesi, tutta da dimostrare, è che la Printemps sia stata costituita da soggetti italiani, o loro prestanomi, che intrattengono rapporti di concessione con i Monopoli. È appunto, o potrebbe essere, il caso dell’Atlantis che, attraverso la sua controllata italiana, invade con le sue macchinette il territorio italiano e ha come suo referente, fino al 2008, proprio Laboccetta.


Del resto l’Aisi, il servizio segreto interno, ha nel mirino le società che nel nostro Paese sono titolari del gioco online, compreso il poker, anche se hanno la sede legale all’estero. L’obiettivo istituzionale, naturalmente, è la lotta al riciclaggio e all’evasione fiscale e il lavoro prevede uno screening a tappeto degli operatori del settore. Così, ma il condizionale è d’obbligo, la storia dei Tulliani, della cucina e dei mobili potrebbe, sia pure indirettamente, rimandare a scenari molto più complessi.




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Tulliani, le off-shore e i 1.600 euro d’affitto

di Redazione

Le carte segrete di Montecarlo: ecco il conto bancario su cui il cognato di Fini ha depositato centinaia di migliaia di euro Il giallo delle utenze all’indirizzo del regista delle operazioni ai Caraibi e del pagamento dei lavori di ristrutturazione




Gian Marco Chiocci
- Massimo Malpica

Tulliani e Timara Ltd, Timara Ltd e Tulliani. Si intrecciano pericolosamente i destini della società off-shore proprietaria dell’immobile di Montecarlo e l’inquilino eccellente che attraverso il cognato-presidente della Camera sponsorizzò prima la (s)vendita della casa donata ad An dalla contessa Colleoni e poi si ritrovò lui stesso nelle condizioni di andare ad abitare al 14 di Boulevard Charlotte. I destini (e i sospetti) si alimentano in relazione ai risvolti inquietanti sulla ristrutturazione del noto appartamento. Nessuno, però, ha parlato. Nemmeno il celebre syndic Michele Dotta, amministratore di quel prestigioso palazzo e della stragrande maggioranza degli immobili nel Principato, custode dunque dei segreti di migliaia di inquilini, seppe o volle dare delucidazioni al riguardo.


LAVORI IN CORSO (GRATIS)
A forza di scavare siamo arrivati a contattare un preziosissimo testimone: Stefano Garzelli, figlio del più grande costruttore di Montecarlo, presente fisicamente nell’appartamento dei misteri per conto della società Tecabat incaricata di rimettere a posto l’immobile acquistato a un prezzo stracciato dalla Ltd Printemps e che a sua volta lo alienò alla società «gemella» Timara Ltd, attuale proprietaria. Garzelli jr ha rivelato che esisteva «un rapporto diretto» fra Giancarlo Tulliani e la Timara Ltd; che nel cantiere Tulliani era sempre presente e diceva la sua su come dovevano essere fatti gli interventi; che il compenso finale ammontava a 100mila euro ma non ricordava a chi era stato fatturato, se a Timara o a Tulliani. Luciano Garzelli, papà di Stefano, ricevette incarico dall’ambasciatore Mistretta di cercare una soluzione ai problemi immobiliari dei Tulliani. L’imprenditore ha riferito che non solo Giancarlo, ma anche la sorella Elisabetta, mise becco sui lavori; che non si interessò più alla ristrutturazione perché i Tulliani avevano deciso di portare loro i materiali dall’Italia (cucina, arredi, piastrelle, eccetera); che alla fine passò la pratica a una società minore, la Tecabat, dove il figlio per l’appunto lavorava; e infine ha rimarcato come non sia normale che dei semplici affittuari portino «dall’Italia» i materiali per la ristrutturazione, posto che proprio sui materiali insiste il maggior guadagno per le società di restauro.


RESTAURO MADE IN ITALY
Il titolare della Tecabat, Rino Terrana, a cui Garzelli jr faceva riferimento, parlando col Giornale ha complicato la vita a Giancarlo Tulliani: ha ammesso che i 100mila euro del restauro la sua società li ha fatturati personalmente alla Timara Ltd e non al cognato di Fini. A sentire più imprese edili del Principato «non è normale» che i materiali per i lavori vengano portati dall’Italia; «non è normale» che una società monegasca di ristrutturazione accetti questa opzione svantaggiosa, a meno che non abbia ricevuto raccomandazioni importanti cui è impossibile dire di no; «non è normale» che siano gli stessi residenti a Monaco a far arrivare dall’Italia i materiali; non è normale ma è «fattibile» che prima di prendere possesso dell’immobile un inquilino possa mettersi d’accordo con il proprietario dell’appartamento accollandosi l’onere delle spese dei materiali e della ristrutturazione, che successivamente scalerà dalle rate del canone mensile. Quest’ipotesi, purtroppo per Tulliani, si scontra con l’ammissione del proprietario della Tecabat che afferma d’aver fatturato 100mila euro alla Timara e non a Tulliani. Appare dunque singolare che la Timara Ltd, che acquistò la casa messa in vendita da An (su segnalazione del cognato di Fini) dalla gemella Printemps Ltd, si accolli pure le spese della ristrutturazione dando carta bianca su tutto ai Tulliani. A ciò occorre aggiungere che Garzelli senior al Giornale ha detto di essere in possesso delle mail di un architetto romano che per conto dei Tulliani lo contattava ripetutamente proprio in merito ai lavori da effettuare nel famoso appartamento.


IL CANONE DA 19.200 EURO
Ma c’è di più: nel contratto d’affitto che il giovane Tulliani ha firmato il 30 gennaio 2009 verrebbe fuori che il canone annuo versato dal cognato di Fini alla Timara Ltd è assolutamente fuori mercato: appena 19.200 euro l’anno, e cioè solo 1.600 euro al mese. Per una cifra del genere a Monaco farebbero la fila da Ventimiglia. Di più. Per ottenere la residenza a Montecarlo si seguono due strade: o si ha un’attività professionale nel Principato, oppure occorre avere una garanzia bancaria solida che attesti l’indipendenza economica per vivere nel posto più caro al mondo. Dalla sua carta di soggiorno numero 053961 rilasciata il 20 febbraio 2009 risulterebbe che abbia optato per la seconda strada, che da queste parti significa un versamento cospicuo (dai 300 ai 400mila euro cash) vincolato alla banca per tutta la durata della sua residenza.


IL NUMERO DEL TESORO

Il conto numero 175-69-00017-1570-900001, acceso presso la Companie Monegasque de Banque, potrebbe ora essere messo sotto controllo dalla guardia di finanza. E allora, sui risvolti a dir poco curiosi della ristrutturazione, le domande si sprecano: a quale titolo l’affittuario Tulliani durante i lavori si comportava come il padrone dell’immobile? Che tipo di «rapporto diretto» c’è - per usare l’espressione usata da Garzelli jr – fra Tulliani e la Timara? Posto che la Tecabat ha fatturato alla Timara Ltd, chi ha pagato i materiali arrivati dall’Italia visto che secondo Garzelli senior i Tulliani insistettero per portarli personalmente? Se esiste un accordo fra Timara (proprietario) e Tulliani (affittuario) secondo cui quest’ultimo si accolla le spese dei lavori a fronte di un successivo sconto sull’affitto, perché la Tecabat fattura a Timara e non direttamente all’inquilino? Eppoi.


LE UTENZE OFF-SHORE

Tulliani ha girato alcune delle sue utenze personali al 27 avenue Princesse Grace, e più precisamente all’attenzione di James Walfenzao, l’amministratore della società off-shore Printemps Ltd che l’11 luglio, nello studio del notaio Aureglia, formalizzò l’atto d’acquisto dell’appartamento della Colleoni alla presenza del senatore di An Francesco Pontone. Perché lo fece? Perché venne formalizzata questa «deviazione» posto che Tulliani era già residente a Montecarlo da nove mesi? E infine. Giancarlo Tulliani è a conoscenza che Walfenzao era l’amministratore della Jason Ltd che controlla sia la società che ha comprato l’appartamento dove tuttora abita, sia quella che grazie al suo interessamento presso Gianfranco Fini riuscì ad accaparrarsi l’appartamento da un milione e mezzo di euro spendendone solo 300mila?




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Enzo Tortora 25 anni dopo: una pagina buia della giustizia italiana

Corriere della sera


Condannato a dieci anni per traffico di stupefacenti e associazione per delinquere di tipo mafioso

 

 ROMA - Sono passati 25 anni da quel 17 settembre 1985, quando Enzo Tortora fu condannato con una sentenza dal tribunale di Napoli a dieci anni di reclusione per associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. L'inchiesta nei riguardi di Tortora - che divise il Paese tra innocentisti e colpevolisti e alimentò il dibattito sul «pentitismo» - era cominciata nei premi mesi del 1983, quando due pentiti della Nuova camorra organizzata (Nco) di Raffaele Cutolo indicarono Tortora, «quello di Portobello», quale appartenente alla Nco con l'incarico di corriere di droga. 

 

 LA VICENDA - Tortora fu arrestato all'alba del 17 giugno 1983 in un albergo di Roma, ma fu portato in carcere in tarda mattinata, solo quando - secondo i difensori - fotografi e cineoperatori furono pronti a ritrarre l'imputato in manette. Fin dal primo momento Tortora si disse innocente. Dopo sette mesi di detenzione, l'imputato ebbe gli arresti domiciliari. Fu quindi eletto eurodeputato radicale il 17 giugno 1984. Il 20 luglio 1984 tornò in libertà e annunciò che avrebbe chiesto al Parlamento europeo di concedere l'autorizzazione a procedere nei suoi riguardi che fu data il 10 dicembre. Dopo il suo rinvio a giudizio, il 4 febbraio 1985, arrivò la sentenza di condanna di primo grado. Il 15 settembre 1986, la Corte di appello di Napoli rovesciò il verdetto: assoluzione con formula piena, e i pentiti furono giudicati non credibili. «È la fine di un incubo», disse il presentatore. L' innocenza dell'imputato fu confermata il 13 giugno 1987 dalla Corte di cassazione. Meno di un anno dopo, il 18 maggio 1988, Enzo Tortora morì per un cancro ai polmoni. 



(fonte: Ansa)

17 settembre 2010

 

La madre di Sarah contro tutti Ombre anche sul marito

Corriere dells sera


Veleni e sospetti nella famiglia della ragazza sparita


DAL NOSTRO INVIATO AVETRANA (Taranto) — L'ultimo avvistamento ballerino, forse il millesimo, chissà, viene da Imperia alle cinque della sera: «Era qui, è certo, certissimo». Un carabiniere che dal 26 agosto butta sudore a cercarla in queste campagne salentine, dove l'estate ancora morde, allarga le braccia: «Possibile che tutti la vedono e nessuno la ferma?». Già, tutti la vedono, Sarah, dopo una mezza dozzina di trasmissioni tv, eppure non si trova, e all'angolo di casa, in Vico Secondo Verdi, c'è la sua foto su un cartellone tirato su dai vicini per contare le ore di angoscia e silenzio e attesa: ne mancano poche alle seicento. Sarah popola le notti di mamma Concetta, notti senza lacrime, perché non piange mai questa donna cui un'infanzia troppo dura ha strappato la mimica e gelato il cuore, abituata a seppellire le emozioni da quand'è bambina.


«Non le avrete, le lacrime di mia zia Concetta, anche se le tv non fanno che chiedergliele», sibila con rabbia Valentina Misseri, 28 anni, la più adulta delle cugine di Sarah, quella sposata e con più sale in zucca, venuta da Roma a dare una voce infine plausibile a questa famiglia umile, forse problematica, vivisezionata dalle telecamere e studiata dal Racis come un coleottero inverosimile. Le relazioni degli analisti dei carabinieri stanno arrivando sul tavolo della Procura: parleranno di vittime, naturalmente, ma vittime forse «disfunzionali», che stanno sotto il microscopio, perché qualche coordinata del buco nero che ha ingoiato Sarah Scazzi magari passa proprio dalle parti della casa azzurrina di Vico Secondo Verdi. Dai corridoi di quella casa, dalla cameretta di questa figlia quindicenne spalancata e offerta tante volte ai fotografi e alle dirette tv, Concetta guarda il fondo dell'abisso. Pallida sotto i capelli rosso henné, si presenta per l'ennesima volta in caserma, accompagnata dalla sorella maggiore, Cosima. Ogni pomeriggio ormai è lì, e questo è naturale, certo, per una madre che non trova più la figlia. Però Concetta si tira dietro ombre e fantasmi. Sola contro tutti, questa mamma tre giorni fa ha chiesto di indagare su chi era in casa sua quel 26 agosto — quando Sarah è uscita per andare al mare con la cugina Sabrina, svanendo nel nulla in 12 minuti e 488 metri di percorso — perché qualcuno potrebbe averne comunicato le mosse a chi l'ha presa: e dunque, in una scena a metà tra dramma familiare e reality, mandata da tutte le tv e poi ripetuta in caserma e in Procura, ha puntato l'indice sul marito Giacomo, il papà di Sarah, sulla romena che fa da badante al nonno infermo, persino su Sabrina, che non era in Vico Verdi ma aspettava Sarah a casa sua.

La ragazza sparita a Taranto

Difficile capire. Claudio, fratello maggiore di Sarah, sceso da Milano per passare alla «Vita in diretta», perde la pazienza: «Beh? Dopo settimane che non ti trovano tua figlia puoi dire qualunque cosa!». Valentina, pura boccata di buonsenso, sospira: «Mia zia dorme poco, i pensieri sono tanti...». E nella notte insonne di mercoledì Concetta ha visto un tipo strampalato — un balengo di paese che passa metà del tempo a fare l'autostop per non andare mai da nessuna parte — l'ha visto che bussava alla sua porta, parlottava con Giacomo, chissà di che, e pure questo forse deve essere andata a raccontare in caserma, come se in quei conciliaboli si celasse una pista che potesse riportarle Sarah e le fosse negata. «Zia Concetta e zio Giacomo vanno d'accordissimo, i giornali scrivono un sacco di sciocchezze», giura Valentina. Ma i corridoi di Vico Verdi sono scuri come le anime inquiete che li abitano. Giacomo scuote la testa, «mi sembra tutta una favola», vorrebbe dire un incubo, ma con le parole non è bravo. La badante Maria, subito linciata da qualche giornale, abbassa gli occhi, ripete un mantra: «Io sono perbene, sto nel giusto». Ma non c'è esorcismo per scacciare le ombre, specie certe ombre che nascono lontano, com'è per mamma Concetta, «tipa strana», la canzonavano già i compagni delle medie, quasi quarant'anni fa. «Tipa strana», perché quando ha cinque anni, tra le catapecchie di via Solferino ad Avetrana non c'è da scialare, c'è sudore nei campi e fatica in Germania se tutto è perduto, e lei, ultima di quattro fratelli, finisce in adozione dagli zii ricchi e senza figli: «perché proprio io?» è la domanda della sua vita. Cosimino, il nonno di Sarah benestante e malato cui bada Maria la rumena, non è il suo vero papà, era suo zio.


Cresce senza una coccola, la madre di Sarah, perché in questo paese con troppi figli e scarse speranze nessuno ha insegnato le coccole alla sua mamma vera, Oronza, e alla sua mamma adottiva, Nena. Quelle stesse coccole che vorrebbe Sarah, lei non sa nemmeno da che parte si cominci a farle. «Dai, manda un messaggio caloroso alla tua bambina», la incita una cronista tv a caccia d'emozioni. «Su, mandale un bacio», azzarda un'altra. «Non mi sembra il caso...», abbassa gli occhi Concetta, che baci alla figlia non ne ha dati granché neanche di persona, e forse per farsi perdonare, forse per riempire questi vuoti, spalanca diari e cassetti, sicché taccuini e telecamere registrano e spiattellano di Sarah persino l'emozione del primo reggiseno, i cuoricini della prima cotta, i palpiti del primo giorno da signorina: tutte le emozioni negate in quelle vite finiscono in televisione, in un rovesciamento osceno di verità e finzione. «Anche Sarah non piangeva mai, solo una volta, cinque anni fa, allora ha pianto tanto, non so perché», dice Valentina. Fa l'elenco di un giorno di delirio, uno di questi ultimi: otto trasmissioni tv in sedici ore, quasi tutte dalla cameretta della cugina, comunque finisca più nulla sarà come prima quaggiù. «Sì, è un set, ma, credimi, lo facciamo per Sarah», giura. Poi piange. E sono le prime lacrime di questa storia.


Goffredo Buccini
17 settembre 2010



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Ho pagato quattro sicari per ucciderlo»

Corriere della sera

Anziano soffocato nel letto. Simulata una rapina, poi l'arresto della moglie

Treviso Il delitto di un imprenditore nella sua villa di Conegliano.

MILANO — «Un omicidio eseguito con modalità da far rabbrividire», dice il questore di Treviso Carmine Damiano. Lei, invece, dicono lo abbia raccontato come se stesse parlando di un film. «Sono stata io, sì. L'ho fatto uccidere perché non ne potevo più di lui» avrebbe esordito nella sua lunga confessione. «L'ho chiesto ai miei vecchi amanti, in cambio gli avrei dato 200 mila euro. E sono stata a guardare la scena mentre lui moriva». 

Laura De Nardo, 61 anni, mentre viene portata via dai poliziotti di Treviso
Laura De Nardo, 61 anni, mentre viene portata via dai poliziotti di Treviso
Laura De Nardo, 61 anni, ha rivisto il suo «film»
seduta davanti al magistrato Barbara Sabattini, al questore, al capo della quadra mobile di Treviso, Riccardo Tumminia, e alla sua psichiatra Paola Miotto. «Li ho guardati mentre lo ammazzavano», ha ripetuto a se stessa più che a loro, seguendo un filo di ricordi ancora tutti da verificare. «L'hanno prima stordito con un bavaglio imbevuto di solvente e poi l'hanno finito con un cuscino schiacciato in faccia». 

 La vittima era suo marito (seconde nozze), si chiamava Eliseo David e aveva 71 anni, imprenditore in pensione. Mercoledì verso mezzanotte qualcuno lo ha sorpreso a letto, narcotizzato e soffocato nella sua villa di Campolongo, quartiere popoloso di Conegliano. All'una e mezza di notte la telefonata al 113: «C'è stata una rapina, hanno ucciso mio marito» ha detto lei con il tono concitato di chi è appena uscito da un incubo. Alla polizia ha raccontato di essere stata aggredita mentre si trovava in giardino, che degli sconosciuti hanno ucciso suo marito, che hanno legato e imbavagliato lei e che si era poi liberata grazie all'arrivo di Sally Tonon, la figlia quarantenne che lei ha avuto dal suo primo matrimonio.

Sally Tonon, la figlia che la De Nardo ha avuto dal precedente marito affogato in Australia
Sally Tonon, la figlia che la De Nardo ha avuto dal precedente marito affogato in Australia
La storia della rapina regge poco, pochissimo.
Sono troppi i dettagli che non tornano: nessun segno di scasso, in disordine un solo cassetto, nessuna traccia di colluttazione, gli oggetti di valore lasciati tutti al loro posto. La pista dei rapinatori violenti si perde nel giro di poche ore. E allora si comincia a scavare in ogni dettaglio che non torna. Lei inciampa in mille contraddizioni e alla fine confessa. Ma anche la confessione ha più di un punto oscuro. La donna è in cura al centro di salute mentale della Usl 7. Sembra lucida soltanto a tratti. Ma gran parte dei dettagli che racconta combaciano con la ricostruzione dell'omicidio fatta dagli inquirenti.
Eliseo David, 71 anni, ucciso nel suo appartamento a Treviso
Eliseo David, 71 anni, ucciso nel suo appartamento a Treviso

 


Così nella notte ce n'è abbastanza per arrestare lei e fermare altre tre persone fra le tante sentite nel commissariato di Conegliano: sono tre dei quattro che lei definisce «miei amanti» e sembra abbiano avuto un ruolo nell'omicidio anche se le modalità e le complicità fra loro e la donna sono ancora da accertare. Così com'è da chiarire il movente. Nella cantina della villa di Campolongo è stato trovato un flacone dello stesso solvente usato dagli assassini per stordire Eliseo David prima di soffocarlo. Uno dei fermati sarebbe un artigiano che di recente avrebbe eseguito lavori nella casa dell'omicidio.





Giusi Fasano
17 settembre 2010




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