domenica 12 settembre 2010

Oggetti smarriti, nuovo regolamento: restituzione più veloce e arriva Internet

IL Messaggero



di Elena Panarella

ROMA (12 settembre) - Dagli ombrelli alle dentiere, dai computer ai cellulari, ma anche chiavi, reggiseni, documenti e macchine fotografiche: sono migliaia gli oggetti che ogni giorno vengono dimenticati o smarriti su treni, stazioni, taxi o in giro per la città. Oggetti il cui numero sale clamorosamente nel periodo delle vacanze e che finisce sui banconi dell’Ufficio oggetti smarriti di circonvallazione Ostiense, gestito dalla Polizia Municipale, diretta dal comandante Angelo Giuliani.

Nel 2009 i reperti rinvenuti sono stati 6.184, di cui 2.623 restituiti.
Nei primi sei mesi del 2010 il numero degli oggetti ritrovati è arrivato a 3.181, quelli già restituiti 1.038. Più o meno all’anno viene riconsegnato ai legittimi proprietari il 50 per cento delle cose raccolte un po’ ovunque.

Visti i numeri e la grandezza di una città come Roma è in arrivo un nuovo regolamento
. Le vecchie norme erano ormai superate (le ultime delibere risalgono al 1914 e ad alcune modifiche del 1991). Nel 1913 ci fu un vero e proprio passaggio di consegne. A gestire il servizio era infatti il Monte dei Pegni (costo della prestazione 4.500 lire all’anno). Il Comune con una delibera del ’14 internalizzò il servizio con una spesa di 3.500 lire all’anno (andando quindi a risparmiare). Ma all’epoca il numero delle cose ritrovate non arrivava certamente alle cifre di oggi.

E così il 28 luglio scorso il nuovo regolamento è stato approvato in Giunta
, trasmesso alle Commissioni competenti (quella della Sicurezza e quella del Personale) e in questi giorni arriverà nei Municipi per poi tornare in Consiglio per l’approvazione definitiva (entro settembre).

«Per snellire la burocrazia gli uffici competenti avranno un nuovo regolamento
che velocizzerà l’iter di riconsegna degli oggetti ritrovati prima della scadenza dei termini», spiega il presidente della Commissione Sicurezza, Fabrizio Santori. Gli oggetti di scarso valore (se nessuno li richiede) saranno devoluti ad enti o associazioni senza scopo di lucro, quelli in cattivo stato distrutti. Superati i limiti di tempo, alcuni oggetti potranno essere dati in uso agli uffici comunali. Mentre quelli che superano un determinato valore saranno messi all’asta (pubblica), una volta venduti il ricavato andrà a finire nelle casse del Comune per essere investiti per la cittadinanza.
«Questo servizio mette in luce l’onestà dei romani (più di seimila oggetti all’anno trovati e consegnati agli uffici preposti e il 50% riconsegnato ai proprietari con procedure severe e con tanto di verbali) - conclude Santori - Ecco perché questo servizio va fatto conoscere sempre meglio ai cittadini. Nel sito internet del Comune alle pagine della polizia municipale c’è un elenco di oggetti ritrovati che viene aggiornato costantemente».

Secondo la Rfi, la società del gruppo Ferrovie, dopo il telefonino l’accessorio che più si dimentica è l’ombrello
: anche di chiavi ce ne sono infiniti mazzi, seguiti dai portafogli con relativo denaro. Sugli interregionali comune è il ritrovamento di libri scolastici mentre sugli accelerati spesso si trovano invece valigie e borsoni colme di prodotti abbandonati da extracomunitari in fuga dai controllori. Videocamere e macchine fotografiche digitali abbondano invece sui convogli delle metropolitane (Linea A e B) e sui treni diretti all’areoporto, dove non mancano drappelli di smemorati.





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Prende un'anguria in faccia a velocità incredibile: boom di click sul web

IL Mattino


NAPOLI (12 settembre) - In un solo giorno ha totalizzato migliaia e migliaia di visualizzazioni su YouTube. Parliamo di un video molto particolare, che riguarda una incredibile gara di 'lancio di angurie' con una enorme fionda. La gara, di per sè divertente, prende però una brutta piega quando la concorrente, una ragazza, per un 'incidente', prende una botta tremenda beccandosi un'anguria in pieno viso. La giovane, dapprima stordita, si arrabbia poi quando scopre che, a causa dell'inconveniente, deve abbandonare la gara.








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Tira una scarpa al premier greco

Repubblica


Ennesima scarpa lanciata come forma di protesta, stavolta contro il primo ministro greco George Papandreu. Un medico 49enne, appartenente a un circolo ultraconservatore greco, ha lanciato la sua scarpa al passaggio del premier senza colpirlo durante l'apertura di un'esposizione internazionale a Salonicco. Il gesto è scaturito dalla rabbia crescente in questi giorni nei confronti della politica di austerità adottata dal governo socialista per combattere il grave deficit pubblico nazionale. L'uomo è stato arrestato insieme ad altre due persone

Gli opportunisti dell'oltraggio religioso

Repubblica


Due uomini, vicino a Ground Zero, strappano le pagine del Corano

IL Fratello di Elisa Claps: la Chiesa custodisce un segreto

Libero






Sul caso di Elisa Claps i conti non tornano. Oltre a Daniele Restivo, qualcun'altro è coinvolto nell'omicidio della ragazza scomparsa il 12 settembre del 1993 davanti alla chiesa della Trinità (dove il cadavere della giovane è stato ritrovato lo scorso 17 marzo). Qualcuno legato alla Chiesa, forse proprio un prete. Altrimenti non si spiegano le contraddizioni del vescovo, i silenzi,  le mezze verità che ancora oggiaccompagnano la storia di Elisa.

Ne è convinto anche il fratello, Gildo, che oggi lo ha ribadito durante durante la manifestazione organizzata in occasione dell’anniversario dell’omicidio. «Non faccio nessuna crociata contro la Chiesa, ma alcuni uomini di Chiesa devono spiegare il perché di tanti silenzi e tante mezze verità sul ritrovamento del cadavere di mia sorella», ha detto Gildo Claps.

Claps, in particolare, si è rivolto al vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo, chiedendo di rivelare «qual è il segreto da custodire così gelosamente tanto da fornire agli investigatori versioni sul ritrovamento che contraddicono palesemente con i fatti e le certezze». Il fratello maggiore di Elisa ha fatto quindi riferimento ai lavori svolti nel 1996 nel sottotetto della chiesa della Trinità: «Abbiamo certezza che in quel periodo alcuni lavori sono stati effettuati proprio in corrispondenza del corpo di Elisa, è ridicolo pensare che nessuno abbia mai visto niente».


Se dal punto di vista delle indagini sull’omicidio «i tasselli del mosaico sono a posto» in quanto tutto porterebbe ad individuare in Danilo Restivo l’assassino di Elisa, ci sono, secondo Gildo Claps, «responsabilità precise sul primo ritrovamento a cui bisogna dar conto». Il fratello maggiore di Elisa ha infine fatto un appello a chi «per viltà, ignavia o sudditanza al potere, non ha parlato pur sapendo. La verità - ha aggiunto - deve venire fuori, è un dovere civile di coraggio - ha concluso - verso una città intera che ha il diritto di sapere».

12/09/2010




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Wanna Marchi ricomincia da un menù

La Stampa


L'ex televenditrice in carcere per truffa chiede di lavorare in un ristorante. E si dà alla pittura




NICCOLO' ZANCAN
INVIATO A BOLOGNA


Menù di venerdì a pranzo: penne al pomodoro, bistecca di manzo, insalata e frutta di stagione. «La Wanna è in forma, combatte, resiste, sta tenendo un comportamento ineccepibile.

Fisicamente è identica a quando è entrata in carcere. Stesso peso, stessa faccia. Per il resto, è cambiata moltissimo». L’avvocato Liborio Cataliotti ha visto Wanna Marchi dieci giorni fa. E anche questa breve lettera che abbiamo ricevuto in redazione, sostiene, è un segno tangibile del cambiamento interiore «della Wanna». «Gentilissimo signor Niccolò Zancan, la ringrazio molto per l’interessamento che ha dimostrato nei miei riguardi. Volevo dirle che non intendo rilasciare nessuna intervista, né a lei e nemmeno alle decine di giornalisti che mi scrivono. Non ritengo sia né il luogo né il momento per farlo. Quando uscirò, perché comunque un giorno uscirò, valuterò io se e con chi parlare. Con stima. Wanna Marchi».

Le notizie sono due. La prima è che la signora Marchi ci concede la sua stima sulla fiducia (non essendoci mai conosciuti), e ce la concede dopo aver passato gli ultimi anni a detestare la categoria: «Signor giudice, sono perseguitata giorno e notte da questi...». La seconda è che la regina delle televendite urlate, «La strega della tv», come nel libro di Stefano Zurlo, sceglie il silenzio. Non strilla. Non piange più. Non parla nemmeno. Non cerca microfoni, lei che avevo ammesso - pentendosene amaramente - telecamere e taccuini al suo processo.

La signora Wanna Marchi è in fase riflessiva. Da 543 giorni è rinchiusa nel carcere bolognese della Dozza, dopo la condanna definitiva a 9 anni e 6 mesi per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e all’estorsione. Riflette e legge. Gli ultimi tre titoli scelti nella biblioteca della sezione femminile sembrano evocativi. «Ritratto di signora», «Il barone rampante», «Uno, nessuno e centomila», Henry Jeams, Calvino e Pirandello. Quando non legge, dipinge paesaggi bucolici, frequenta i laboratori di cucina e ceramica, ma - soprattutto - aspetta. Con la figlia Stefania Nobile, travolta dagli stessi guai e rinchiusa nella stessa cella. Con l’amicizia ricambiata di un’altra detenuta altrettanto famosa, Annamaria Franzoni. «Si sono conosciute perché Annamaria spesso è incaricata di distribuire il cibo», dice una voce dal carcere.

Trentadue detenute. Wanna Marchi, nata a Castel Guelfo di Bologna il 2 settembre del 1942, è un po’ la madre di tutte. E mentre legge, riflette, dipinge e consola, aspetta buone notizie. A giorni la figlia dovrebbe essere ammessa agli arresti domiciliari per motivi di salute. Soffre di anemia, la domanda è al vaglio del giudice di sorveglianza. Ottenuto questo primo risultato («Per la Wanna è la cosa più importante»), l’ex regina delle televendite potrà pensare a se stessa. Non che non ci avesse già fatto un pensierino, per la verità.

A Natale aveva chiesto un permesso premio, ma le era stato negato perché ritenuto prematuro. Ora invece non dovrebbe mancare molto al giorno in cui rivedrà la luce. Spiega l’avvocato Cataliotti: «Wanna Marchi è in carcere dal 5 marzo 2009. Prima aveva fatto 11 mesi e 22 giorni ai domiciliari. Poi c’è l’indulto di tre anni. Inoltre ha diritto alla liberazione anticipata, che nel suo caso comporta altri sette mesi di sconto di pena. In sostanza: ha già fatto sei anni e due mesi.

Dunque è nelle condizioni di chiedere l’ammissione al lavoro esterno». Pare che ci sia già un dossier allo studio degli educatori del carcere, con un’ipotesi concreta: cameriera in un ristorante della zona. L’ultimo lavoro di Wanna Marchi prima dell’arresto.

A tempi d’oro vendeva creme sbraitando in televisione, prometteva guarigioni e miracoli, prendeva in giro il suo pubblico, guadagnandoci tantissimo. Nel 2002 il gip aveva disposto il sequestro preventivo di dodici proprietà, fra terreni e appartamenti in mezza Italia: valore 40 milioni di euro. «Ma alla fine la condanna ha stabilito un risarcimento di 2 milioni e 200 mila euro comprese le spese legali - spiega l’avvocato Cataliotti - e anche la truffa è stata ridimensionata. Inizialmente era ipotizzata ai danni di 305 mila persone, ma alla fine sono state 60 quelle risarcite.

La verità è che troppa pressione mediatica le si è ritorta contro». Wanna Marchi vittima della sua stessa arma: la televisione. Ecco perché adesso è molto più prudente.
In rete restano centinaia di video. Quello del pianto con le scuse - ritenuto poco convincente nei commenti - è stato visto 44.840 volte. Mentre si registrano 119.677 contatti per «Wanna Marchi e le donne pelose», definito «strepitoso». E’ un crescendo impressionante di urla: «Allucinante! Non vi dico gli odori! Avete presente gli yeti? Quando la donna non è una donna, quando la donna è una bestia!».

Il circo di Wanna è finito da un pezzo. Il figlio fa l’antiquario. Il nipote lavora in un ristorante di Cesena. Il fratello a giugno è stato condannato per riciclaggio - 4 anni e 6 mesi - dal Tribunale Commissariale di San Marino.

Wanna Marchi intanto ha vinto il concorso di pittura del carcere. «Ha talento», spiega il pittore Lino Marra, che da 5 anni come volontario lavora con le detenute della Dozza. Dice che i quadri servono per arrivare alla consapevolezza di sé: «Io cerco di liberare il loro paesaggio interiore. La Wanna ha un buon gusto pittorico, un segno fresco e immediato». Dipinge campagne e orizzonti: sembrerebbe una specie di nostalgia. Ma forse, invece, è il futuro che l’aspetta.

Il suo compagno Francesco Campana è stato condannato a tre anni per la stessa associazione a delinquere. Salvato dall’indulto, non ha fatto un giorno di carcere. Abita sempre nella villa di Castel del Rio, a 25 chilometri da Imola, l’ultima residenza di Wanna Marchi. Al telefono Campana è gentile: «Wanna sta portando avanti la sua battaglia con molta dignità, non pensavo riuscisse a farcela. La vedo sei volte al mese. Non mi fa pesare la mia libertà, e io non l’abbandonerò mai».

Di persona Campana è meno loquace. Calzoncini grigi, capelli bianchi, urla: «Vattene o sguinzaglio il cane!». In paese dicono che sia lui il custode del tesoro della signora Marchi. Forse, maldicenze. Ma di sicuro sul crinale di questa collina placida, con il prato all’inglese, gli ulivi e le palme, una Marcedes e una Smart parcheggiate sulla ghiaia, c’è un piccolo paradiso che attende il ritorno a casa della strega della tv.




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Casarotto, gravi danni cerebrali Non è operabile, speranze flebili

Quotidianonet


Una Tac effettuata ha evidenziato gravi danni a livello cerebrale e i dottori hanno deciso di non operare, le speranze di una ripresa sono deboli. Il Suv con cui si è scontrato era in movimento e non parcheggiato


Udine, 11 settembre 2010


Sono ormai del tutto svanite le speranze di una ripresa di Thomas Casarotto, il 20enne vicentino di Schio rimasto ieri vittima di un terribile incidente sulle strade del Giro del Friuli.

L’ospedale di Udine, nel primo pomeriggio, ha emesso un nuovo bollettino che non lascia spazio ad alcuna speranza. Una Tac effettuata ha evidenziato gravi danni a livello cerebrale e l’equipe medica, di concerto con i genitori dello sfortunato corridore, ha deciso per il momento di non intervenire con alcuna operazione chirurgica.

Le gravi condizioni in cui versa Casarotto si possono dunque definire ancora una volta stabili, anche se le speranze di una ripresa si fanno sempre più flebili.

Nel frattempo, la Procura di Tolmezzo (Ud) ha indagato per lesioni personali colpose l’autista del Suv con cui si è scontrato Casarotto, che è stato iscritto sul registro degli indagati.

Secondo le prime ricostruzioni, l’uomo, un 64enne di Monfalcone, era in movimento con il suo veicolo e non parcheggiato, come inizialmente era stato detto.

agi





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L'aziendina" di Fini vale 500 milioni di euro

di Stefano Zurlo


Ecco tutti gli affari che ruotano attorno al presidente della Camera: lo zoccolo duro sono gli immobili controllati dal fedelissimo Lamorte, una settantina. Il quotidiano "Il Secolo d’Italia" incassa un milione e mezzo di soldi pubblici. E intanto i Tullianos, tra la Rai e Montecarlo.... ? 

 

L'ex An Giorgio Bornacin: "C'era chi voleva quella casa, ma il partito mi disse di no"




È la Gianfranco Fini spa. L’impero di famiglia,intesa co­me Fini trattino Tulliani, per­ché il destino del co- fondatore del Pdl è strettamente legato a quello di Elisabetta, la sua com­pagna, e del fratello Giancarlo. La Fini spa,l’aziendina di fami­glia, per usare il linguaggio di Silvio Berlusconi, è in realtà una potente lobby con interes­si che spaziano dagli immobili - quelli dei Tulliani ma soprat­tutto le case di An - al mondo editoriale, con la presenza del Secolo d’Italia , e alla Rai dove la famiglia Tulliani aveva mes­so­piede stipulando alcuni son­tuosi contratti. Un’aziendina, che se si sommano paziente­mente tutte le voci e si conteg­gi­ano ancheisoldi del finanzia­mento pubblico, vale a spanne almeno 500 milioni di euro. Ci­fre di tutto rispetto, ancora più importanti nel momento in cui Futuro e libertà prende il largo e taglia i ponti, tutti i pon­ti, con il Pdl.


Il patrimonio immobiliare di An
Si tratta di un grappolo di 70 immobili, fra cui la storica se­de di Via della Scrofa a Roma, raggruppati in due società: Im­mobiliare Nuova Mancini srl e Italimmobiliare srl. L’ammini­stratore unico è Donato La­morte, fedelissimo di Fini. Il va­lore? Fra i 300 e i 400 milioni di euro, secondo stime approssi­mative. Insomma, il mattone dà carburante sufficiente per far viaggiare il convoglio, appe­na partito, di Futuro e libertà. L’obiettivo di Lamorte è creare una fondazione entro l’anno prossimo. Intanto si può regi­strare l’avanzo di gestione: al 31 dicembre 2008 è stato pari a 10 milioni 333.573 euro. Nume­ro cui vanno aggiunti quelli del finanziamento pubblico: un quarto di quelli incassati dal Pdl, ovvero 160 milioni e spic­cioli nel 2006 e ben 174 milioni nel 2008. Dunque, i finiani han­no incamerato in due tranche 82 milioni e seicentomila euro.


Il patrimonio dei Tulliani
Il pasticcio della casa di Mon­te­carlo insegna che c’è un lega­me, con il sistema dei vasi co­municanti, fra il patrimonio del partito e quello nella dispo­nibilità dei Tulliani. L’apparta­mento di boulevard Princesse Charlotte arriva al partito dal­l’eredità della contessa Anna Maria Colleoni e oggi è abitato, con un contratto d’affitto di cui non si riesce a conoscere l’im­porto, da Giancarlo Tulliani. Ma in fondo, per quanto strate­gico, e nel Principato anche un centimetro quadrato vale oro, il quartierino monegasco è so­lo un pezzetto del tesoretto dei Tulliani.

Il quartier generale della coppia Giancarlo-Elisa­betta è in un complesso resi­denziale nel quartiere di Val Cannuta a Roma, in via Confor­ti. Qui fra il ’98 e il 2010 Elisabet­ta e il fratello hanno comprato cinque appartamenti, otto ga­rage, cinque soffitte, un villino con annessa piccola autori­messa. Niente male per i fratel­li che fino al ’98, dodici anni fa, in via Conforti non avevano nulla. Ma l’elenco dei beni non finisce in via Conforti. E com­prende alcuni terreni, come quello che si estende per 2,5 et­tari a Casaprota, in provincia di Rieti, e un altro a Capranica Prenestina, leggermente più piccolo.

E poi altri apparta­menti, come l’attico di via Sar­degna, box, posti auto e mac­chine di prestigio: per la preci­sione due Porsche, un’Audi, una Minimorris, una Merce­des, tutte acquistate in un auto­salone della via Appia e intesta­te a Elisabetta. E tele a firma di maestri del Novecento come Guttuso, De Chirico e Campi­gli. L’elenco minuzioso di que­sti beni - in parte sovrapponibi­li a quelli di vai Conforti - non viene dai Tulliani, come al soli­to abbottonati, ma da Luciano Gaucci, l’ex fidanzato di Elisa­betta, che sostiene di averli in­testati alla famiglia della fidan­zata «per salvaguardare par­zialmente il proprio patrimo­nio» prima della bufera giudi­ziaria che ha investito l’ex pa­tron del Perugia.


Gaucci chie­de la restituzione di case, box e auto, i Tulliani sostengono di aver comprato da altri, Gaucci risponde di aver dato loro 3,1 miliardi di lire cash. Oltre a me­tà della famosa vincita azzecca­ta al Superenalotto. I giudici stanno studiando gli incarta­menti e cercano di capire se al­l’origine delle fortune dei Tul­liani ci sia un peccato origina­le. Certo se il patrimonio di An vale almeno 300 milioni di eu­ro, quello dei Tulliani, per quanto minato da Gaucci, do­vrebbe superare i 20 milioni di euro. In ogni caso, i Tulliani al gran completo, padre, madre e figli, sono presenti nello stato di famiglia di Gianfranco Fini.


Viale Mazzini
La famiglia Tulliani si è data da fare nell’immobiliare ma era sbarcata pure in Rai. La si­gnora Francesca Frau, la mamma di Giancarlo ed Elisa­­betta, nel 2009 aveva realizza­to con la At media un exploit spuntando un contratto da 1,5 milioni per uno spazio al­l’interno del programma Fe­sta italiana . Il clamore della Tulliani story non le ha giova­t­o e il contratto non è stato rin­novato. Anche Giancarlo ha provato a sbarcare in Rai, ma senza troppa fortuna. Il suo programma Italian Fan Club Music Awards si è fermato al 6 ,8 per cento di share. E la car­riera televisiva si è inceppata allo stesso punto. Natural­mente, alcuni amici di Fini so­no presenti in Rai: fra gli altri Gabriella Buontempo, la mo­glie di Italo Bocchino, con la Goodtime enterprise, e il de­putato Luca Barbareschi, at­traverso la Casanova multime­dia.


La sanità
Se oggi si parla dell’apparta­mento di Montecarlo e dei contratti Rai della signora Frau, il capitolo sanità riman­da­ al passato prossimo e preci­samente al 2007. La moglie, or­mai separata, di Fini Daniela Di Sotto viene convocata in Procura per l’accreditamento lampo concesso, nel 2005, dal­la giunta Storace alla Panigea Poliambulatorio Cave. Si trat­ta di un centro diagnostico che ha fra i suoi soci forti pro­prio la Di Sotto e con lei Fran­cesco Proietti Cosimi, ex segre­tario di Fini e oggi deputato di Futuro e libertà, e Patrizia Pe­scatori, moglie del fratello del leader di An Massimo Fini che, fra parentesi, della Pani­gea è stato direttore sanitario. In un’intercettazione, dispo­sta da Henry John Woodcock e poi trasmessa alla magistra­tura romana, Daniela Di Sotto racconta a Proietti Cosimi di aver ottenuto in soli sette gior­ni l­’accreditamento per la riso­nanza e la tac. Un record.


Il Secolo d’Italia
Il giornale diretto da Flavia Perina, finiana di ferro, è gesti­to da una srl ma è controllato da An con una quota due par­tecipazione del 97 per cento. Nel 2008 ha incassato oltre 1,5 milioni di euro come giornale del Pdl. Qualche giorno fa, la Perina ha deciso una volta per tutte il divorzio dal Pdl. Anche il matrimonio di carta è finito. E il finanziamento?


Il gioco d’azzardo
C’è un legame, per quanto esi­le, fra gli interessi della lobby finiana e i Caraibi. Qui ha sede la Atlantis World Group di Ja­mes Walfenzao, società fortis­sima nel gioc­o d’azzardo e pre­sente in Italia nei business del­le slot machine e dei videopo­ker attraverso la controllata Bplus. Il referente italiano del­l­’ Atlantis è Amedeo Laboccet­ta, deputato oggi schierato con Berlusconi ma per molto tempo assai vicino a Fini. A Walfenzao fanno invece capo la Printemps e la Timara, le due società off­shore che com­paiono nel carosello dell’ap­partamento di Montecarlo.





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C’era chi voleva quella casa ma il partito mi disse di no"

di Redazione


Il senatore Pdl Giorgio Bornacin, ex An: "A Sanremo mi fecero una proposta per l’alloggio di Montecarlo e la girai al partito: risposero che non era in vendita"

 

Eccone un altro. Dopo gli inquilini di palais Milton a Montecarlo, al 14 di boulevard Princesse Charlotte, e dopo il riscontro del parlamentare del Pdl Antonino Caruso, che ha confermato di aver ricevuto una proposta d’acquisto per quella casa, ora anche il senatore Giorgio Bornacin ritrova la memoria. In questo botta e risposta col Giornale ricorda la proposta che alcuni sanremesi gli fecero per mettere le mani sull’appartamento che An ereditò dalla Colleoni. Bornacin girò la richiesta ai vertici amministrativi del partito, che come negli altri casi risposero che l’immobile (dove ora vive il «cognato» di Fini) non era in vendita.


Senatore Bornacin, che cosa sa della casa monegasca?
«So quello che ho letto sui giornali, e so anche che tanti anni fa Donato Lamorte mi parlò di questo immobile dicendomi che era un lascito di una simpatizzante del Msi. Andai anche a vedere la casa, su suggerimento dello stesso Lamorte. Presi come occasione un incontro che avevo con degli amici dell’Automobile Club di Monaco e un bel giorno di primavera visitai l’appartamento, in una bella zona, elegante, centralissima».


Si ricorda a quando risale la proposta?

«Sono passati tanti anni, se mi chiede giorno e mese non so dirglieli. Sicuramente fu un anno e mezzo, due anni dopo che Lamorte e altri del partito avevano visionato la casa monegasca. Ribadisco: c’erano persone di Sanremo interessate ad acquistare l’immobile, mi chiesero d’interessarmi col partito, cosa che feci. Ma la risposta fu che il partito non voleva alienare l’immobile».


Con chi parlò della proposta d’acquisto avanzata da questi sanremesi?

«Con Donato, e soprattutto con il senatore Pontone, che reputo un uomo onesto e a cui mi lega una buona e lunga amicizia. La risposta fu no, non si vende. La stessa risposta che mi risulta sia stata data ad altri che hanno avanzato proposte d’acquisto».


Che idea si è fatto della vicenda di Montecarlo?

«Grida vendetta al cospetto di Dio e vi spiego perché. La mia vita nel Movimento sociale è stata caratterizzata da un impegno politico e finanziario personale. Tante volte, ma tante, per aiutare il partito ho contribuito con il mio denaro a mandare avanti la baracca. Ho dato sangue e sudore per l’Msi e per An. E come me altri simpatizzanti, iscritti, esponenti di partito e non. Tutti quelli che hanno messo denaro proprio nel partito e oggi vedono che il patrimonio di quello stesso partito è gestito così, restano senza parole. Ecco perché volevo organizzare una manifestazione a Montecarlo davanti alla casa del cognato, della contessa Colleoni. Ho provato con gli amici del Pdl di Ventimiglia, ma le autorità monegasche ci hanno fatto sapere che se solo ci provavamo ci avrebbero arrestati. Solo per questo abbiamo desistito».


I suoi rapporti con Fini?
«Lo conosco da trent’anni, gli sono stato amico fedele fino a quando, per motivi a me incomprensibili, ha iniziato a dire e fare cose altrettanto incomprensibili. Nel 1974, insieme ad Anderson, c’incaricò di predisporre la piattaforma per i decreti delegati. In trent’anni abbiamo anche discusso ma poi, da amici, ci siamo sempre chiariti. Fino a quando...».


Fino a quando?
«Fino a quando in quest’uomo è avvenuto un cambiamento radicale, dalla mattina alla sera. Una cosa incredibile, non era più lui. Non credevo alle mie orecchie quando lo sentivo parlare del Corano nelle scuole, rinnegare le battaglie sull’immigrazione clandestina, prendere posizioni personali sulla legge del fine vita. Ma io ho rotto con lui definitivamente allorché, avendo già strane idee in testa, un bel giorno mi chiama e mi dice: “Ciao vecchio, come va? Senti una cosa, Maurizio (Gasparri, ndr) è passato con Berlusconi, se hai un minuto perché non passi alla nostra riunione?”.

 La “nostra riunione” era quella dei finiani, per questo l’ho interrotto subito per dirgli: “Senti Gianfranco, andiamo al sodo. Se vuoi che venga alla tua riunione ti dico di no perché non condivido nulla, ma nulla, di quello che andate proponendo. Se invece lo desideri, fra tre giorni sono a Roma, ti vengo a trovare alla Camera e parliamo faccia a faccia, così ti dico tutto quello che penso. Ci conosciamo da trent’anni, certe cose è bene che ce le diciamo in faccia”. Lui mi ha risposto “Sì sì, giusto, ti chiamo io, sicuro”. Secondo voi mi ha più chiamato?».




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E morto Pietro Calabrese

Corriere della sera


Aveva diretto il «Messaggero», Panorama e la «Gazzetta dello Sport». Ha raccontato in un libro la malattia come fosse quella del suo «amico Gino»



Pietro Calabrese
Pietro Calabrese
MILANO- Aveva raccontato la sua lunga malattia in un libro che uscirà prossimamente. Ma Pietro Calabrese non ha fatto in tempo a vederne la pubblicazione. È è morto nella clinica Paieia di Roma. Firma di punta del giornalismo italiano, ex direttore del Messaggero, di Panorama, della Gazzetta dello Sport, Calabrese, nato a Roma l’8 maggio del 1944, aveva 66 anni. Lui stesso ha raccontato quasi ogni settimana, sul Magazine del Corriere della Sera, la sua malattia come fosse quella del suo «amico Gino». E l’ha descritta in un libro in pubblicazione il prossimo 29 settembre che non è riuscito a vedere in libreria. Di genitori siciliani, Calabrese iniziò all’ Ansa, prima alla redazione notiziari per l’estero e poi alla redazione di Parigi. Dove tornò anni dopo come corrispondente del Messaggero, giornale che ha attraversato fino alla direzione. Per il quotidiano romano ha lavorato anche a Bruxelles e poi come responsabile delle pagine culturali per lasciarlo quando diventò responsabile delle pagine cultura e spettacoli dell’ Espresso.



Tornato al Messaggero, era stato nominato caporedattore centrale e poi vicedirettore unico. Nel gennaio 1996 aveva chiesto l’aspettativa per assumere la carica di presidente del Comitato promotore delle Olimpiadi del 2004 e in questa veste era stato anche consulente dell’allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli. Per la Capitale era poi tornato a lavorare quando sindaco era Walter Veltroni, per abbandonare il ruolo con l’arrivo di Gianni Alemanno. Del Messaggero è stato infine direttore dal giugno del 1996 fino alla nomina in Rai nel 1999. Dopo un passaggio alla divisione multimediale del Gruppo Rcs, diventa direttore di Capital nel 2001, ma l’anno dopo viene scelto per andare a dirigere la Gazzetta dello Sport al posto di Candido Cannavò. In quell’occasione, che riassunse cosi’ la sua idea di giornalismo: «Emozione. Ecco la nostra arma. Se riusciamo a raccontare con imparzialità ma con emozione abbiamo vinto"» Si dimette dopo due anni per passare alla direzione di Panorama, che lascia poi nel 2007 a Maurizio Belpietro. La malattia arriva all’improvviso. E’ lui stesso a parlarne, nell’autunno del 2009: ne scrive sul Magazine del Corriere, commuovendo i lettori con la storia di Gino . E la racconta in un libro, che non ha fatto in tempo a vedere pubblicato (esce il 29 settembre).

12 settembre 2010



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La scuola «appaltata» alla Lega Il marchio del sole su banchi e cestini

Corriere della sera

Il sindaco di Adro: il paese mi segue Per poter acquistare gli arredamenti i 6.400 residenti si sono autotassati



ADRO (Brescia) - Il Sole delle Alpi compare ossessivamente riprodotto sulle finestre, agli ingressi, sugli arredi e persino sui contenitori dell'immondizia; il nastro dell'inaugurazione è verde e l'edificio da ieri aperto al pubblico è intitolato a Gianfranco Miglio. Non siamo però nella scuola quadri della Lega Nord, bensì nel nuovo istituto di Adro, scuola pubblica che da quest'anno ospita 650 alunni di materne, elementari e medie. Siamo ad Adro, il comune bresciano salito alla ribalta la primavera scorsa quando il sindaco Oscar Lancini, «padre padrone» di una giunta monocolore leghista, annunciò che avrebbe lasciato digiuni i figli della famiglie non in regola con il pagamento della mensa.

Lancini, leghista a tutto tondo, non solo adesso ribadisce quella promessa ma ieri ha presentato alla comunità la nuova scuola elementare comunale che è in pratica un «tempio» consacrato all'immaginario del Carroccio. Al momento da Adro - paese di 6.400 abitanti circondato dai vigneti della Franciacorta - non si registrano reazioni di sdegno, proteste, prese di distanza. E una ragione c'è: la nuova scuola è stata costruita non solo con una spesa di zero euro per le casse pubbliche ma addirittura con il generoso contributo degli abitanti che si sono «tassati» per acquistare i banchi, i mobili e tutti gli arredi dell'edificio. «Un tempo si diceva che bisognava lavorare per ultimare la chiesa - commenta il sindaco Lancini - in questi mesi io e i miei concittadini lo abbiamo fatto per ultimare la scuola. In tempi di ristrettezze finanziarie abbiamo fatto un miracolo».


Il «miracolo» ha funzionato così: il comune di Adro ha ceduto gratuitamente a una ditta privata le vecchie scuole, consentendo di trasformare la costruzione in appartamenti; in cambio però ha chiesto alla stessa ditta di realizzare la nuova scuola. Che così è nata senza alcun esborso per le finanze pubbliche. Restavano da acquistare gli arredi per aule, uffici e mensa. Il problema è stato risolto con un bando pubblico, con il quale è stato chiesto alle famiglie di Adro di versare contributi volontari per coprire il fabbisogno. Obiettivo ampiamente raggiunto tanto che in cassa sono rimaste alcune migliaia di euro e a ogni donatore è stata intitolata un'aula.
Un trionfo dell'intera comunità, insomma, che però Lancini ha deciso di festeggiare in maniera «muscolare», timbrando ogni angolo della nuova scuola con il simbolo della Lega Nord, intitolando l'edificio a Gianfranco Miglio e facendo ampio uso del colore verde.



Di più: i crocefissi nelle aule di Adro non sono semplicemente appesi al muro ma «imbullonati». «Li abbiamo fissati con le viti - precisa Lancini - perché a nessuno venga in testa di toglierli o di coprirli. Viviamo in uno stato laico ma la nostra religione non si discute, neppure in una scuola frequentata per il 7% da immigrati».
Apoteosi ieri mattina, con il taglio del nastro (verde) e gli interventi del parlamentare bresciano Davide Caparini (Lega Nord) e dell'assessore regionale Monica Rizzi (Lega Nord). Qualche parola spesa per giustificare l'invasione di soli delle Alpi da parte delle autorità? Neanche mezza. D'altro canto questo è il paese dove anche le panchine della piazza riproducono il sole delle Alpi, dove una delle strade del centro si chiama via Padania e dove il comune aveva fatto approvare due delibere (annullate poi dalla magistratura) che escludono i residenti extracomunitari da contributi sociali o per il pagamento dell'affitto.



Claudio Del Frate
Giuseppe Spatola

12 settembre 2010





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Tir sbanda e travolge poliziotti e decine di auto

Il Mattino


MIAMI (11 settembre) - Con la loro auto erano stati fermati dalla polizia, che stava controllando i loro documenti. All'improvviso, quattro ragazzi sono stati quasi travolti da un enorme tir, il cui guidatore aveva perso il controllo del mezzo. Tutta la scena, incredibile, è stata ripresa proprio dalla videocamera sul cruscotto dell'auto dell'agente: il tir travolge il mezzo dei ragazzi, un'altra auto parcheggiata a bordo strada e la stessa vettura della polizia. Per fortuna, tutti sono rimasti illesi.







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Il pecorino sardo si fa concorrenza da solo Dietro i romeni due imprenditori isolani

Corriere della sera


I fratelli Pinna, primi produttori caseari della Sardegna,
controllano il 70,5% di Lactitalia. Il resto è della Simest



Capitale, azionisti, mission: dalla Camera di commercio di Bucarest affiorano tutti gli ingredienti di un business fratricida. Se non nei fermenti lattici (romeni) almeno negli investimenti, il pecorino dell’Est concorrente del Dop è rigorosamente italiano. Mentre pastori e allevatori, schiacciati dalla crisi dei vari comparti, manifestano con sit in e proteste locali (dalla Sardegna alla Sicilia) dai registri di Bucarest, spunta l’identikit della concorrenza. Lactitalia, società «cu raspundere limitata», specializzata in allevamento di bovini da latte, ovini, caprini, prodotti caseari e alimentari vari (ma anche investimenti e amministrazione d’immobili) che esporta latticini romeni con nome cinematografico - «La Dolce Vita» - è un mix inatteso di capitale privato e pubblico. La prima sorpresa la riservano gli investitori privati,ossia la Roinvest srl.


Se il nome è oscuro, la proprietà è illustre: l’impresa, con sede a Sassari, appartiene infatti ai primi produttori caseari della Sardegna: Andrea e Pierluigi Pinna. Nomi prestigiosi con un ruolo strategico proprio nella difesa del made in Italy. Il primo, Andrea, è vice presidente del Consorzio di Tutela del Pecorino sardo. Suo fratello, Pierluigi è consigliere dell’organismo che certifica il controllo di qualità dello stesso formaggio nostrano.

L’uno e l’altro dovrebbero difendere il prodotto dai falsi, come si legge sul sito: «Il consorzio svolge sia nel territorio di produzione che in quello di commercializzazione, funzioni di tutela, promozione, valorizzazione, informazione del consumatore e salvaguardia degli interessi relativi alla denominazione, contro ogni e qualsiasi abuso, atto di concorrenza sleale e contraffazione».

Con una quota azionaria pari al 70,5% i Pinna sono i principali azionisti di Lactitalia. Quanto all’altra fetta di azionariato, il 29,5% del capitale residuo, appartiene alla pubblica Simest, controllata dal ministero dello Sviluppo economico. Sul «pecorino di stato» tuona Coldiretti: «Ci auguriamo che il ministero ritiri la quota di partecipazione a un’impresa che imita il made in Italy e fa concorrenza sleale ai nostri imprenditori» dice Sergio Marini, presidente di Coldiretti. Insomma qui non è più la lotta al Chianti californiano, al pesto della Pennsylvania o al pomodoro cinese: il piccolo faro occupazionale rappresentato dallo stabilimento Lactitalia di Recas a 20 chilometri da Timisoara, rappresenta un affronto per pastori, e allevatori che producono a costi sempre più elevati e con margini sempre più incerti.



A parte la bile per i soci dei consorzi nello scoprire che i propri rappresentanti nominati per tutelarli investono nell’impresa concorrente (beneficiando di sovvenzioni pubbliche, di solito regionali), c’è quell’investimento pubblico in Lactitalia che, secondo i calcoli di Coldiretti, è pari a «862mila euro». Mica poco. Intanto fratelli Pinna, interpellati in proposito, non rispondono. Vuoi per gli impegni aziendali, vuoi per altri locali: «Mi spiace ma non sono in sede, partecipano alla festa patronale della Madonna di Seuni» spiegano con gentilezza dalla direzione.

Irritazione per la vicenda Lactitalia filtra anche dal ministero dell’Agricoltura: «Abbiamo istituito un gruppo di lavoro che si occupa di contraffazioni dei prodotti agricoli italiani in genere. Quanto a Lactitalia, la responsabilità non è nostra ma di chi ha gestito e gestisce il ministero dello Sviluppo. Si conferma comunque che abbiamo ragione promuovere la battaglia sull’etichettatura e insistere con l’Europa affinchè vigili sui prodotti di origine controllata e sanzioni in caso di contraffazioni».



Ilaria Sacchettoni
12 settembre 2010



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