giovedì 9 settembre 2010

Caso Sakineh: l'ambasciatore iraniano si scontra con Diaco a «Unomattina estate»

Corriere della sera


Il presentatore: non vi vergognate di lapidarla? La replica: e allora voi perché non liberate tutti i detenuti?

 

video

 

MILANO - Il caso Sakineh continua a far discutere soprattutto in Italia. E sale ancora la tensione politica tra Italia e Iran. Sakineh Mohammadi Ashtiani «è stata condannata per aver partecipato all'efferato omicidio del marito in concorso con altre persone» e se si fanno pressioni sull'Iran affinchè annulli la pena di morte comminata a Sakineh, «allora tutti i Paesi» responsabili di queste pressioni «dovrebbero liberare i propri detenuti». Parola dell'ambasciatore iraniano in Italia Seyed Mohammad Ali Hosseini, intervistato a «Unomattina Estate» da Pierluigi Diaco e Georgia Luzi, dopo la sospensione della condanna alla lapidazione inflitta alla donna per adulterio. 

 

L'AMBASCIATORE IRANIANO - «In Iran - ha affermato l'ambasciatore - vige la totale indipendenza del potere giudiziario da quello politico. L'esecuzione della sentenza è stata sospesa ed è in corso il riesame del processo». E alla domanda di Diaco se come uomo non provasse vergogna di fronte alla possibilità di lapidare una donna, Hosseini ha parlato dell«'efferato omicidio» per cui Sakineh «è stata condannata». Alle obiezioni del giornalista, che ha sottolineato che nelle democrazie occidentali le donne che commettono gravi reati vengono punite con il carcere, che ha una funzione riabilitativa, e non con la lapidazione, che lede e offende la dignità della persona, l'ambasciatore ha risposto che «se l'Iran deve annullare la pena di morte a Sakineh, condannata per un grave reato, allora tutti i Paesi che hanno fatto pressioni sulle autorità iraniane dovrebbero liberare i propri detenuti».

Redazione online
09 settembre 2010

 

 

11 settembre, il video inedito

Il Tempo


Il National Institute of Standards and Technology ha diffuso di recente alcune immagini inedite sull'attacco alle torri gemelle.


video

L'esercito dei clochard

Il Tempo


Per molti di loro non è una scelta. E i malati di mente vanno curati. La proposta del Campidoglio Trattamento assistenziale obbligatorio al posto del Tso. Bisogna realizzare strutture dove poterli aiutare per 6 mesi.



«I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca... Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull'asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell'umanità».


Così la scrittrice Margaret Mazzantini nel libro «Zorro» edito da Mondadori, tira dritto allo stomaco raccontando la scelta e la vita di un clochard. Ma se non fosse una scelta? Se il vivere su un marciapiede, farsi i bisogni addosso, mangiare nei cassonetti fosse una conseguenza di una psiche «abbandonata»? Parte forse da qui la proposta avanzata l'altro ieri al ministro dell'Interno, Roberto Maroni, del sindaco Alemanno e dell'assessore capitolino alle Politiche sociali, Sveva Belviso, di rivedere a livello nazionale la legge sul «trattamento sanitario obbligatorio» e che, probabilmente, dovrebbe anche cambiare il nome in «trattamento assistenziale obbligatorio».


«Attualmente per tutte quelle persone che hanno degenerazioni psichiatriche - spiega la Belviso - è previsto un trattamento sanitario obbligatorio di sette giorni prorogabile ad altri sette. A decidere è ovviamente lo psichiatra della Asl». In otto mesi, da gennaio ad agosto, dai dati forniti dall'assessorato alle Politiche sociali, le persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio sono state 946. «Di queste solo una minima percentuale riguarda i senza tetto, o meglio - precisa l'assessore capitolino - i clochard. Chi vive in famiglia può contare sia su segnalazioni tempestive di manifestazioni del malessere psichiatrico sia su un'assistenza continua una volta terminato il trattamento obbligatorio.


Invece, i clochard, vivendo in strada, non hanno nessuno né prima, per segnalare eventuali disagi, né dopo per garantire la continuità della cura somministrata obbligatoriamente nelle strutture per un massimo di 15 giorni. Questo significa, per molti di loro - continua la Belviso - interrompere l'assunzione dei farmaci necessari ed annullarne gli effetti dopo solo pochi giorni. Per questo, la nostra proposta è quella di allungare i tempi in modo da garantire un'assistenza obbligatoria in strutture realizzate ad hoc». Strutture «aperte» dove curare i clochard con accertate patologie psichiatriche degenerative e laddove «è la patologia a portare una persona a vivere in strada e dunque non si tratta di una libera scelta - continua l'assessore -


Sei mesi sono un tempo indicato dai medici per riequilibrare una mente disagiata, poi spetterà ovviamente alla persona decidere se tornare a vivere in strada oppure no». A Roma i barboni «stabili» o storici sono circa 500. Si tratta di quelle persone praticamente «adottate» dai quartieri, quelle che mentre tutto cambia, restano dove sono, con i loro stracci e le loro bizzarrie. Poi ci sono gli altri, quelli che magari si fermano per qualche mese o per qualche anno o che preferiscono cambiare zona. «In tutto - afferma ancora la Belviso - possiamo dire che a Roma vivono circa mille persone intese come veri e propri clochard.


Molti di loro rifiutano l'assistenza anche breve, come ad esempio nel periodo invernale e per questo nelle giornate particolarmente fredde apriamo le stazioni della metropolitana perché rifiutano anche di andare nelle strutture riscaldate provvisorie. Ovviamente nessuno andrà mai a prendere con la forza questi clochard per sottoporli ad assistenza obbligatoria. La nostra proposta mira ad ottenere strumenti più efficaci per curare le persone che non hanno la capacità psicologica di farlo da soli né qualcuno che può farlo per loro. Il nostro obiettivo è renderli liberi di scegliere la loro vita come meglio credono e quindi anche di tornare a vivere in strada».


Susanna Novelli
09/09/2010




Powered by ScribeFire.

Afghanistan: incriminati 5 soldati Usa, uccidevano civili per divertimento

Corriere della sera


I militari sono finiti sotto processo: «Ammazzavano a casaccio e collezionavano le dita dei morti come trofei»



Altri sette soldati avrebbero insabbiato gli omicidi


Tre dei soldati incriminati: da sinistra a destra Michael  Wagnon, Jeremy Morlock e Adam Winfield (dal Guardian)
Tre dei soldati incriminati: da sinistra a destra Michael Wagnon, Jeremy Morlock e Adam Winfield (dal Guardian)
MILANO - Un nuovo scandalo ha colpito l'esercito americano in Afghanistan. Cinque soldati Usa sono stati incriminati per aver ucciso civili in Afghanistan per quello che era ormai diventato una sorta di «macabro sport». «Uccidevano a casaccio e collezionavano le dita dei morti come trofei», scrive il quotidiano britannico Guardian citando investigatori e documenti legali. Cinque dei militari del cosiddetto «kill team» rischiano la pena di morte per aver ucciso tre uomini afghani per puro divertimento in distinte «esecuzioni a casaccio» nel corso di quest'anno. Altri sette soldati avrebbero insabbiato gli omicidi e picchiato una recluta che avrebbe denunciato gli assassini.



LE ACCUSE - Secondo il «Guardian», che riprende un servizio del quotidiano dell'esercito Usa «Army Times», le accuse nei confronti del sergente Calvin Gibbs, 25 anni, e dei suoi complici, sono le più gravi di crimini di guerra emerse dal teatro di guerra afghano. Secondo gli investigatori Gibbs e gli altri del «kill team», membri di una unità di fanteria basata a Ramrod nella provincia meridionale di Kandahar, avevano cominciato a parlare di uccidere civili lo scorso novembre.

Altri soldati hanno detto agli investigatori penali dell'esercito che Gibbs si era vantato di averla fatta franca in Iraq dove aveva fatto cose analoghe ed aveva detto che sarebbe stato molto facile «lanciare una bomba a mano contro qualcuno e ucciderlo». Gibbs avrebbe formato il «kill team» con quattro altri soldati: Jeremy Morlock, Michael Wagon, Adam Winfield e Andrew Holmes. Tutti negano le accuse. Il primo obiettivo sarebbe stato Gul Mudin, ferito in gennaio con una granata e finito a fucilate in un campo di papaveri vicino al villaggio di La Mohammed Kalay. La seconda vittima, Marach Agha, fu ucciso il mese successivo. In maggio toccò a Mullah Adahdad. Secondo l'«Army Times», almeno un soldato aveva collezionato dita dei morti come «ricordo» e alcuni di loro si fecero fotografare con i cadaveri.


Redazione online
09 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Preti contro comunisti a Carrara In ballo c'è un pezzo di spiaggia

Corriere della sera


Rifondazione vuole togliere la concessione a due istituti religiosi: "Affittano ombrelloni come i bagni commerciali"



LA CHIESA: UN SERVIZIO PER I POVERI E I DISABILI


Don Camillo e Peppone
Don Camillo e Peppone
CARRARA Da una parte ci sono i comunisti, dall’altra i preti e le suore. Disputa dal sapore antico anche se, stavolta, don Camillo e Peppone sono stati sostituiti dalla modernità e dagli ultimi bagni e tintarelle di un’estate balneare ancora da godere nonostante i capricci del tempo. Al centro del contendere ci sono 120 metri di spiaggia più o meno libera, fronte mare, gestiti da sempre da due istituti religiosi, Regina Pacis e la Colonia Diocesana. Qui, da decenni, si organizzano colonie per i più poveri e diseredati e anche per persone disabili e il laicissimo Comune di Carrara, terra di anarchici, socialisti e comunisti, ha sempre firmato senza problemi le concessioni per queste «opere di bene». Il problema che adesso, secondo Rifondazione comunista che è presente in consiglio comunale, il tratto di spiaggia sarebbe stato trasformato più o meno in un bagno privato a pagamento a prezzi super concorrenziali: 600 euro a stagione contro i 1100 della media degli stabilimenti vicini. Il consigliere di Rifondazione, Piero Marchini, ha deciso di chiedere in commissione consiliare (ma probabilmente ci sarà anche un’interrogazione in consiglio comunale) di non rinnovare le concessioni ai religiosi e di trasformare il tratto di litorale nella terza spiaggia libera di Marina di Carrara.
«Da ormai quattro anni la Colonia diocesana affitta ombrelloni a chiunque paghi – spiega Marchini – e di fatto, soprattutto in alta stagione, si è trasformata in una sorta di stabilimento balneare a pagamento, contravvenendo alla funzione sociale che ha sempre avuto e occupando un tratto di litorale pubblico. Tutto questo avviene in una situazione di privilegio perché gli istituti religiosi hanno convenzioni agevolate e pagano meno tasse e in questo caso tolgono spazio alla vicina spiaggia libera». Marchini ha chiesto al sindaco che si ripensi alla concessione. «A Marina di Carrara abbiamo solo tre spiagge libere – dice il consigliere – che con la crisi sono diventate insufficienti ad ospitare tutta la richiesta. Dunque apriamone un’altra». La richiesta ha subito diviso il mondo politico carrarese e soprattutto la sinistra. Il Pd, per bocca del consigliere Fabio Felici (area cattolica) si è dichiarato assolutamente contrario. Favorevole invece il socialista Pietro Giorgieri che è anche il proprietario del Lunezia, uno dei bagni costretti a subire «la concorrenza sleale» di preti e suore. «Non ci sembra giusto mascherare un’attività a fine di lucro in un’opera pia – dice -. Dunque ha ragione Rifondazione anche perché la Colonia diocesana è esentata da pagar Ici, Iva, paga la tassa nettezza urbana solo 20 % e concessione demaniale al minimi».



E la Chiesa? Don Guido Ceci parroco di Monzone, un paesino della vicina Lunigiana (la terra di Bagnone e della supervincita fortunata al Superenalotto) è il direttore della Colonia diocesana. Con i giornalisti non parla volentieri ed è indignato dalla reazione dei politici. «La nostra è una casa vacanze dove possono di andare al mare persone che non avrebbero la possibilità – spiega -. Prima di fare questi attacchi i politici dovrebbero dimostrare più moralità». Mentre il fronte di «falce e secchiello”» affila le armi, il sindaco di Carrara Angelo Zubbani (socialista) cerca di stemperare le polemiche. «Sono contro ad espropri proletari – dice – e non toglieremo certamente noi le concessioni agli istituti religiosi che hanno sempre agito legittimamente secondo norme e leggi. Però possiamo discutere se è possibile ottenere un po’ di litorale per allargare la spiaggia libera del Comune o farne un’altra attrezzata. Civilmente e senza scontri dal sapore dei romanzi di Guareschi».


Marco Gasperetti
09 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Fisco in agguato, la strategia anti-Diego Deve all'Erario oltre 30 milioni

Il Mattino


 

NAPOLI (9 settembre) Se Maradona viene a Napoli, deve aggirare il rischio che il fisco gli pignori gioielli e altri «beni mobili», più i probabili regali di un certo valore e i proventi di eventuali sponsorizzazioni. È questa l’ombra che grava sulla venuta a Napoli dell’ex «Pibe de oro» per festeggiare i suoi cinquant’anni, il prossimo 30 ottobre. Lo spiega l’amministratore delegato di Equitalia Polis, Benedetto Mineo.


«Maradona sa bene cosa rischia con il fisco quando torna in Italia, è stato già ”pizzicato” due volte», afferma. I debiti contratti da Maradona con l’erario italiano, accumulati nei suoi sette anni di vita vissuta in maglia azzurra, tra scudetti, entusiasmi e gloria, ammontano a oltre 30 milioni di euro. Ma se, com’è stato annunciato, si tratterà di una festa del cuore e di sport, senza alcun compenso per Diego, allora non scatterebbe alcuna misura. E intanto Maradona e Bagni fanno sapere di esser pronti a devolvere in beneficenza l’incasso.




Powered by ScribeFire.

Quel che Fini non sa di Montecarlo

IL Tempo


 "Tulliani ha saputo solo dell'abitazione e il prezzo era congruo". Noi abbiamo fatto un viaggio nel paradiso immobiliare e... La verità di Gianfranco a confronto con le regole del mercato nel Principato.



L'edificio in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo, dove  si trova  l'appartamento abitato da Giancarlo Tulliani 


Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l’appartamento, notoriamente abbandonato da anni». Così scrive Gianfranco Fini l’8 agosto al quarto degli otto punti della nota diffusa per spiegare la vicenda della casa di Montecarlo. Un mese di silenzio, a parte le accuse di lapidazione alla povera Ely lanciate dal pulpito di Mirabello, e poi il 7 settembre riapre bocca sull'argomento in casa di Mentana al tg de La7: «quelli che dicono che mi hanno visto a Montecarlo lo provino», «ho la coscienza a posto». «Al senatore Pontone (tesoriere di An che sarà sentito dai pm, ndr) dissi io vendi perché l'offerta era congrua. Sono state vendute tante proprietà immobiliari». «Crede che a Montecarlo sia difficile sapere di una casa in vendita? Non è certo una metropoli». «Giancarlo Tulliani non ha saputo da me».

«Mi disse che c'era chi era interessato a comprarla, tutto qua». Tutto qua? Più parla, più si contorce il presidente della Camera. Prima ci dice che praticamente il cognato aveva fatto da mediatore per la vendita dell'appartamento, poi che non è stato lui a dire a Giancarlo della casa della contessa. E già viene il mal di testa a ragionare sulla «inspiegabile coincidenza», come l'aveva definita con imbarazzo il povero Pontone. Il malessere aumenta quando Fini ci vuol far credere che nel paesello del Principato appena una casa viene messa in vendita lo sanno subito tutti.

E per l'appunto quella dell'eredità Colleoni. Non serve essere un esperto del mercato immobiliare per sapere che uno dei business più floridi in casa Grimaldi è proprio quello del mattone. Montecarlo non sarà New York eppure le stime più recenti parlano di uno stock immobiliare residenziale di quasi 20.000 unità.

Va detto che a Monaco non esiste una statistica pubblica delle transazioni immobiliari: se si vendono le azioni di una off-shore non rimane traccia. Sull'annuario delle imprese attive nel real estate risultano comunque registrate 494 società, in grandissima parte agenzie immobiliari. E se si clicca sul sito Internet della Camera Immobiliare di Monaco (www.chambre-immo.monte-carlo.mc) cercando un appartamento di tre stanze in vendita solo in questi giorni compaiono ben 298 risultati.

Il Principato di Monaco è del resto suddiviso in tre centri urbani: Monaco, la capitale; Montecarlo, famosa per la piazza del Casino e per le prestigiose vie commerciali; Fontvieille, che si estende dietro la rocca di Monaco e che ospita il porto per yacht, molti complessi turistici e lo stadio. Altro che paesello. Non solo. Selezionando casualmente una delle offerte, spunta un delizioso bilocale di 55 metri quadri, secondo piano, con piccolo terrazzo in Boulevard del Moulins, proprio a due passi dalla casetta di Tulliani. Il prezzo? 1.750.000 euro.

E oggi il mercato è ingessato per colpa della crisi mentre nel 2008, quando la casetta della contessa è stata ceduta a Printemps, era ai massimi. Eppure da Mentana Fini ha tafazzianamente insistito sulla congruità del prezzo di vendita dell'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte. Quei 300mila euro che non bastano nemmeno per comprare un monolocale. Se è vero, come sostiene il presidente, che non è un problema mettere sul mercato un immobile a Montecarlo, chiunque venda dovrebbe chiedere almeno una perizia e più offerte. Quantomeno - nel caso di Fini - per evitare imbarazzi nel partito, visto che il bene era di proprietà di Alleanza Nazionale.

Ai fini penali (ma non a quelli politici) è indifferente che il presidente della Camera sia stato o meno nella casa di Montecarlo. Così come non è fuori dalla legge effettuare una compravendita con una società off-shore. Il discorso cambierebbe se il valore delle transazioni fosse avvenuto a prezzi palesemente diversi da quelli di mercato e con il raggiro dell'interposizione fittizia: in quel caso la Procura dovrebbe agire d'ufficio per truffa aggravata.

Dal Principato, intanto, i pm romani aspettano ancora la documentazione richiesta tramite rogatoria internazionale. Tra gli atti relativi alla compravendita della casa e alla composizione delle due società caraibiche protagoniste dei passaggi di proprietà è atteso anche un documento che accerti il valore dell'appartamento prima dei lavori di ristrutturazione. Quella della casa di Montecarlo «è una vicenda che quando sarà chiara farà ridere», ha detto Gianfranco a Mentana l'altra sera. Ci prepariamo alle comiche.



Camilla Conti
09/09/2010




Powered by ScribeFire.

Omicidio Vassallo, ucciso da sette colpi Patto tra 'ndrangheta e camorra

IL Mattino


 

SALERNO (9 settembre) - L'autopsia sul cadavere del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, confermerebbe i dati emersi subito dopo il ritrovamento del corpo all'interno dell' Audi station wagon grigio metallizzata ed in particolare che la vittima dell'agguato è stata raggiunta da sette dei nove proiettili complessivamente sparati. L'esame autoptico è durato oltre tre ore ed è stato eseguito nell'obitorio dell'ospedale di Vallo della Lucania dal prof. Francesco Vinci, associato presso l'Università di Bari e direttore responsabile del Centro Balistica Forense.


All'autopsia hanno assistito anche il procuratore della Dda di Salerno, Franco Roberti, ed i sostituti Valleverdina Cassaniello e Rosa Volpe, nonchè i carabinieri del Racis di Roma, del Ros e del Nucleo investigativo del reparto operativo del comando provinciale di Salerno. Dei sette colpi andati a segno, uno avrebbe centrato al cuore Angelo Vassallo. Ora per il medico legale ci sono 40 giorni di tempo per redigere la perizia che conterrà anche gli esiti della ricostruzione tridimensionale delle traiettorie, utile a definire con maggiore certezza la dinamica del delitto. Troverebbe conferma anche l'ipotesi dell'impiego di una sola pistola, una calibro 9 per 21, che ha sparato a distanza ravvicinata.




Powered by ScribeFire.

Australia, malato di cancro dichiara amore alla moglie E' il video più cliccato

Quotidianonet


Nella settimana scorsa il filmato è stato visto 750mila volte, malgrado nelle intenzioni dell’autore fosse rivolto solo ad amici e familiari


Sydney, 9 settembre 2010 - E' il video più cliccato sul web, e anche il più toccante. Lo ha girato un malato di cancro che tramite il web dichiara il suo amore per la moglie. Successo giustificato solo in parte per i cameo di una star di Hollywood e di un primo ministro.


Nella settimana scorsa il filmato è stato visto 750mila volte, malgrado nelle intenzioni dell’autore fosse rivolto solo ad amici e familiari. Kristian Anderson vive a Sidney, in Australia, e gli è stato diagnosticato un tumore al fegato. Si sta sottoponendo a pesanti cicli di chemioterapia, ma la scoperta della malattia ha avuto un effetto devastante sulla moglie Rachel e i giovani figli, Cody e Jakob.


Dopo la diagnosi Rachel è stata costretta a tornare al suo impiego di insegnante prima del previsto, dato che il marito è un libero professionista. Proprio grazie alla sua abilità come video editor, l’uomo ha realizzato un filmato per il compleanno della donna, per ringraziarla per il suo sostegno. Un video ispirato a una scena di Love Actually, uno dei film favoriti della coppia, in cui Keira Knightley riceve una “serenata silenziosa” da un ammiratore che le mostra cartelli con delle scritte. E il video ha spopolato sul web.


GUARDA IL VIDEO

“Ho bisogno di te come ho bisogno di una terapia contro il cancro” e “Senza di te, la vita semplicemente non funziona” sono alcune delle frasi contenute nella dedica di Kristian alla moglie.


Con l’aiuto di un’emittente radiofonica di Sidney, ha contattato l’attore Hugh Jackman e alcuni giorni dopo ha ricevuto un allegato di posta elettronica da un suo collaboratore, in cui Jackman diceva: “Ti ama, Rachel”. E dato che la moglie è neozelandese, l’uomo è anche riuscito a procurarsi un video messaggio del primo ministro John Key che le augura buon compleanno.


Sono le uniche parole che si possono ascoltare nel filmato, che ha per sottofondo il brano ‘Marry Me’ (Sposami) dei Train. Kristian lo ha mostrato a Rachel quando erano soli a casa.


“Davvero bello. E’ finito e mi scendevano le lacrime dal viso. E’ stato semplicemente meraviglioso”, ha raccontato la donna.


Visto che i loro genitori vivono lontano, Kristian ha pubblicato il video su internet di modo che lo potessero vedere. Ma il passaparola lo ha trasformato in una ‘hit’. Da 45 amici a 700mila persone in sei giorni, ha spiegato l’uomo. Che sta sfruttando l’inattesa pubblicità per sensibilizzare le persone sulla loro salute. “Ho aspettato troppo per andare dai medici”, il suo rammarico, “Se avessi agito prima, quando per la prima volta ho pensato che qualcosa non andasse, ora avrei potuto avere soltanto il cancro all’intestino e sarebbe stato più facile da curare. Ma non l’ho fatto e si è propagato al fegato”.





Powered by ScribeFire.

Svelato il progetto: "Così sarà la moschea di Firenze"

La Nazuine


Ecco la prima idea di progetto: "Sarà integrata con la tradizione fiorentina"




Firenze, 9 settembre 2010 - Dieci archi delimitano la parte frontale del loggiato di ingresso. Un grande rosone e altri sei archi incorniciano il portone di accesso alla grande sala della preghiera. Sullo sfondo svettano due minareti.

 

Il sogno della comunità musulmana parte da qui, da un rendering (“solo uno schizzo” lo definisce l’imam Izzedin Elzir) che svela come potrebbe essere la futura moschea di Firenze. Nessun gioco di cupole dorate, nessun colore acceso dai toni visibilmente arabeggianti, nessuna torre che svetta sul profilo cittadino equiparando o addirittura scavalcando i monumenti simbolo di Firenze: il luogo di preghiera sognato dai musulmani ormai diventati cittadini fiorentini ricorda vagamente nella facciata le basiliche toscane, a partire da S. M. Novella.

 

"La filosofia del futuro progetto sarà quella di mantenerne la struttura in piena integrazione con la tradizione fiorentina", spiega l’architetto David Napolitano, incaricato dal presidente della comunità islamica di fare una bozza di disegno da presentare tra qualche settimana al sindaco di Firenze in un incontro ancora non fissato. "Nei nostri precedenti appuntamenti – confessa Elzir -, Renzi ci ha accusato di non avere ancora niente in mano di concreto. In realtà noi vorremmo realizzare la moschea nel rispetto del volere di Firenze e dei fiorentini, aspettando dunque i tempi e le richieste della città. Ma se vuole qualcosa di concreto, gli porteremo questo ‘schizzo’ ".

 

Nella volontà della comunità, sottolinea l’architetto Napolitano, la moschea non avrà nessun tratto esotico o pseudoarabo. Niente che possa suscitare polemiche o essere un motivo di imbarazzo all’interno dell’architettura fiorentina. Niente che possa provocare polemiche come le controversie politiche e legali che hanno creato tante tensioni in Svizzera.

 

"Anche il minareto non è indispensabile - spiega l’architetto Napolitano -: se l’idea dà fastidio o fa paura a qualcuno, possiamo non farlo. Il corano ci indica delle prescrizioni da rispettare, come la grande sala della preghiera, il muro della qibla e la nicchia sacra dove si trova l’imam, tutti orientati verso la Mecca. Nei secoli la struttura si è arricchita di fontane, sale per le abluzioni, locali antistanti la sala principale, porticati. Ma anche il minareto non è una prescrizione rigorosa: laddove non son presenti, il muezzin sale sul tetto per annunciare la preghiera"

 

La moschea fiorentina non assomiglierà dunque alle moschee di altre città come Roma o Segrate, ma più alle chiese fiorentine. "Sarà un luogo di culto creato come profonda riflessione che si allarga a tutto il mondo religioso e alla cultura sacra – dice Napolitano -. Un luogo aperto a tutta Firenze per incontri culturali, religiosi, fruibile da tutti tranne che nei momenti dedicati alla preghiera musulmana".

 

Non esiste ancora alcun progetto, sottolinea l’architetto: "Senza un luogo definito, senza una tempistica, né planimetrie o volumetrie è impossibile per noi realizzarlo. Ma questi disegni sono la nostra proposta per Firenze, perché questa città possa produrre una moschea di alta qualità architettonica, integrata nel contesto in cui si trova, un esempio di cui ogni fiorentino sia orgoglioso nel mondo, un modello di apertura religiosa. Non una cittadella islamica o un ghetto, ma un patrimonio di Firenze".


di MANUELA PLASTINA





Powered by ScribeFire.

Barbareschi nei guai: l'attore-deputato deve demolire piscina abusiva a Filicudi

IL Messaggero

 

LIPARI (9 ettembre) - Il parlamentare Fli Luca Barbareschi dovrà demolire la piscina nella sua villetta nell'isola di Filicudi nelle Eolie e ripristinare i luoghi come all'origine. Lo prevede l'ordinanza di demolizione firmata dai funzionari comunali.

Il parlamentare dovrà eseguire i lavori entro 90 giorni
in quanto avrebbe realizzato abusivamente la piccola piscina, avrebbe ampliato vani, creato porte e finestre non previste nei progetti e avrebbe realizzato movimenti terra senza il parere della forestale in area sottoposta a vincolo idrogeologico. La zona della villetta inoltre è sottoposta a vincolo sismico. L'attore potrà presentare ricorso al Tar.




Powered by ScribeFire.

Fidel mette in soffitta il castrismo: «Modello economico inadatto a Cuba»

IL Messaggero


 

L'AVANA (9 settembre) - Dopo due mesi dalla sua ricomparsa in pubblico, Fidel Castro parla per la prima volta sulla situazione di Cuba per dire che il modello socialista introdotto da lui nel 1959 non è più appropriato al Paese. «Il modello economico cubano non è più adatto a noi». È stata questa l'unica frase pronunciata dal “Lider Maximo” su Cuba che da anni con gravi problemi economici. Il leader è stato intervistato dal giornalista Jeffrey Goldberg per il mensile statunitense “The Atlantic” e ha risposto in questo modo alla domanda se il modello economico di Cuba, l'unico paese comunista dell'America Latina, si potesse ancora esportare in altri paesi.


Questo è il primo riferimento che fa l'ex presidente, 84 anni, alla situazione del Paese da quando è ricomparso in pubblico lo scorso 7 luglio, dopo quattro anni di assenza per malattia. Nelle sue apparizioni pubbliche Fidel ha parlato sul rischio che esiste, secondo lui, di una guerra nucleare tra gli Stati Uniti e l'Iran.



Un anno dopo essere arrivato alla presidenza, Raul Castro, 79 anni, ha promesso nel 2007 «cambi strutturali», ammettendo che lo stipendio medio, di circa 20 dollari mensili, non è più sufficiente, e l'opposizione ha chiesto da allora l'attuazione di questi cambiamenti. Nella prima sessione parlamentare di quest'anno, tenutasi ad agosto, Raul ha annunciato che il governo continuerà ad affidare in gestione piccoli negozi ai loro dipendenti, andando dunque oltre le botteghe di barbiere, ma senza puntare ad una vera economia di mercato. Nell'annunciare l'aumento del numero dei liberi professionisti e la riduzione dei lavoratori statali, Raul Castro ha definito queste decisioni un «cambio strutturale» per rendere il sistema socialista «sostenibile» nel futuro. 



Il governo di Raul sta studiando, «senza fretta», un «aggiornamento del modello economico cubano retto dalle categorie economiche del socialismo e non del mercato», ha dichiarato ai giornalisti il ministro dell'Economia Marino Murillo. «Rimarrà la pianificazione centralizzata. La proprietà non sarà consegnata ai dipendenti». Lo Stato cubano controlla il 90% dell'economia, dopo che, nel 1959, con il trionfo di Fidel Castro e la cacciata del dittatore Fulgencio Batista, la proprietà privata fu abolita.




Powered by ScribeFire.

Palermo, i Nas si fingono pazienti e scoprono sette falsi dentisti

Quotidianonet


Si sono seduti sulla poltrona da dentista, hanno raccontato il proprio mal di denti e quando il falso dentista gli ha aperto la bocca hanno tirato fuori il tesserino di carabinieri. Chiusi sette ambulatori e denunciate 11 persone


Palermo, 9 settembre 2010



Si sono finti pazienti, sono entrati nella sala d’attesa dello studio dentistico e con altre persone hanno atteso il turno per essere sottoposti a visita. Sedutisi sulla poltrona da dentista, hanno raccontato il proprio mal di denti; poi, quando il falso dentista gli ha aperto la bocca per visionare il cavo orale, hanno tirato fuori il tesserino di carabinieri del Nas. Stessa scena in sette ambulatori.
Così, nell’ambito di un complessa operazione, sono stati scoperti sette falsi dentisti (sei odontotecnici e uno in possesso solo di licenza media inferiore) che da tempo esercitavano la professione a Palermo e in comuni della provincia, come Casteldaccia, Ficarazzi e Partinico, senza aver nessun tipo di abilitazione.
Alle pareti titoli di studio mai conseguiti, corsi per diplomi di specializzazione mai frequentati, costosissimi macchinari odontoiatrici di ultima generazione e impianti di video sorveglianza installati all’ingresso degli studi medici. I Nas hanno apposto i sigilli a sette studi odontoiatrici, sequestrati insieme alle apparecchiature, per un valore complessivo circa 5 milioni 800 mila euro. Due laboratori odontotecnici sono stati raggiunti da provvedimento di sospensione dell’attività da parte dell’autorità amminitrativa.
Undici le persone denunciate all’autorità giudiziaria. Mentre sono 256 le fiale di anestetico detenute illegalmente negli studi medici controllati. Sono tuttora in corso accertamenti per chiarire se i falsi dentisti fossero anche evasori totali. Adesso i Nas studiano le cartelle cliniche per identificare i pazienti e avvisarli che chi li ha curati, magari per anni, non poteva farlo.
AGI




Powered by ScribeFire.

Churchill sul Lario come spia-turista

Avvenire




Note spese dettagliatissime, corrispondenza riservata con gli obbedienti e muti «angeli custodi» che l’Intelligence Service gli aveva messo al fianco per proteggerlo da sguardi e interrogativi indiscreti. Dalle carte dell’Archivio di Winston Churchill, conservato a Cambridge, in Inghilterra, emergono valide prove dell’atteggiamento circospetto tenuto dallo statista britannico durante il suo viaggio in Italia, avvenuto esattamente 65 anni fa, nel settembre del 1945. Un dossier inedito, che ci fornisce, per la prima volta, anche preziose informazioni sul tenore del rapporto che si instaurò tra il leader conservatore e i fidatissimi uomini della sua scorta.


Fu una ben strana vacanza quella che Winston Churchill compì nella Penisola, per ristorarsi dopo aver vinto una guerra e perso le elezioni. Tanto per cominciare il tour fu pagato dalla Corona, ossia dal contribuente inglese. Cosa che non sarebbe mai accaduta se si fosse trattato di un viaggio privato. Ospite a Villa Donegani di Moltrasio, sul lago di Como, l’uomo col sigaro fece tutto fuorché riposarsi. È vero che ritrasse alcuni paesaggi ad acquerello, il suo hobby preferito, ma si trattava di una copertura della sua «missione di Stato»: quella di dare la caccia al suo compromettente epistolario con Benito Mussolini.


Un carteggio esplosivo, iniziato negli anni Trenta e forse continuato anche negli anni della guerra, nel quale il Duce e Churchill trattavano segretamente forme ardite di collaborazione tra le proprie nazioni. Che sir Winston non fosse giunto sul Lario principalmente per dipingere acquerelli, lo dimostrano molte circostanze e testimonianze raccolte nel corso di questi ultimi decenni: una tra tutte, il fatto che l’ex premier britannico fosse piombato in Italia, a soli quattro mesi dalla fine del conflitto, sotto il falso nome di «colonnello Warden», e protetto da una guardia scelta di pretoriani che impedirono ogni contatto diretto dello statista conservatore con la popolazione e con i giornalisti, questi ultimi sviati in mille modi.


Per tre settimane, Churchill, che era accompagnato dalla figlia Sarah e dal medico personale, Lord Moran, oltre che dall’imponente staff di sicurezza, si dedicò a visitare molti paesi rivieraschi, da Cernobbio a Menaggio, con una puntata verso il lago di Lugano e una visita a sorpresa nella residenza di Venegono dell’industriale Guido Donegani, proprietario di quella «Villa delle rose» nella quale si era installato sul lago di Como. Nella tarda mattinata di lunedì 3 settembre, un paio di giorni dopo essere giunto sul Lario, Churchill approdò in motoscafo a Menaggio.


Una rara sequenza di scatti fotografici ci mostra il natante durante le fasi di attracco alla darsena privata di villa «Porto lieto e sereno». Winnie giunse nella località del Centro Lario per interrogare un personaggio, a proposito dell’eventualità che segmenti preziosi della ricercatissima documentazione, sottratta a Mussolini quando fu arrestato il 27 aprile 1945, potessero essere rimasti in loco: l’uomo che egli incontrò era il tenente colonnello Luigi Villani, comandante del Circolo della Guardia di Finanza di Menaggio.


Villani sapeva molte cose, perché aveva capitanato la resistenza locale, e quasi certamente doveva conoscere anche la sorte delle carte del Duce. In ogni caso, l’ex premier inglese riuscì a mettere le mani sui documenti top secret, che bruciò la sera stessa nel caminetto di Villa Donegani. Il dossier di Cambridge ci svela illuminanti dettagli di quelle misteriose giornate. Ad esempio, apprendiamo per la prima volta l’identità di coloro che, per la vicinanza allo statista, avevano inevitabilmente scoperto il vero scopo di quel viaggio e dei frenetici spostamenti compiuti sul lago di Como.


Qualche nome si coglie dalle note spese: il maggiore Ogier, il luogotenente Rogers, il brigadiere Edwards. Ancora: sia il sergente Arthur Bright, addetto alla mensa di Villa Donegani, sia l’autista di Churchill, Windmill, che guidava una vettura chiara scoperta, ricevettero, al loro ritorno a Londra, copie autografate dell’autobiografia giovanile dello statista. Non meno interessanti le tracce del successivo soggiorno che sir Winston compì a Villa Pirelli di Pieve Ligure, splendida residenza a picco sul mare situata circa venti chilometri a est di Genova.


Anche questo non è un caso. L’industriale Alberto Pirelli, così come Donegani, era stato emissario del Duce nelle trattative segrete con l’Inghilterra, nel 1939-40. Il 28 settembre 1945, il colonnello Purves, che aveva intrattenuto Churchill durante la permanenza sul litorale ligure, inviò all’ex primo ministro una lettera con allegate due fotografie. Erano scatti ripresi a Villa Pirelli, dove Winnie aveva preso ispirazione per uno dei suoi acquerelli. Le ambientazioni gli erano rimaste talmente care da desiderare qualche immagine per i futuri abbozzi. Il 22 ottobre, rientrato a Londra dopo un’ultima tappa in Costa Azzurra, Churchill volle ringraziare personalmente Purves in questa missiva anch’essa inedita: «Caro colonnello, sono lietissimo di aver ricevuto le due fotografie prese alla Villa Pirelli. Molte grazie.


Ho molto apprezzato le mie vacanze marine e, come lei sa, le sono molto grato della sua ospitalità. Purtroppo, al mio ritorno sono stato messo alle corde da un brutto raffreddore, ma ora sto meglio. La prego di accettare l’acclusa copia di The world crisis quale souvenir della mia visita a Genova». Il 16 gennaio 1946, da Bolzano, Purves così risponde all’ex premier: «Rimarrà sempre impresso nella mia memoria il ricordo delle ore in cui ho avuto il privilegio di accompagnarla».


Le note spese, allegate al fascicolo, sono curiose, perché vi sono documentate anche le minuzie: come le somme di 250 e 450 lire fornite alla signora Oliver, una componente del seguito, rispettivamente per parrucchiere e rossetti. Altre 300 lire servirono per riparare gli occhiali della signora, o per acquistarne di nuovi, mentre Churchill ricevette mille lire in contanti per le sue piccole spese, esclusi pennelli, colori e cornici, per i quali sborsò oltre cinquemila lire in un negozio di via Brera, a Milano.


Ogni cosa doveva essere giustificata, perché – come si è visto – il viaggio di Churchill era a spese dello Stato. Se fosse stata una normale vacanza, il governo non l’avrebbe certo pagata. Tanto è vero che il Tesoro reclamò la restituzione dei denari anticipati che Churchill aveva con sé, al suo rimpatrio: ventimila franchi francesi, l’equivalente di cento sterline dell’epoca.
Roberto Festorazzi




Powered by ScribeFire.

Consiglieri assunti (ma assenti) Dal Comune stipendi e gettoni

Corriere della sera


Palermo spende tre milioni l'anno, un terzo per rimborsare le aziende



Per ogni seduta incassano 156 euro lordi, i loro colleghi di Padova 45


Palazzo delle Aquile, a Palermo
Palazzo delle Aquile, a Palermo


Assumereste qualcuno sapendo che resterà assente 26 giorni al mese? Eppure c'è chi lo fa. A Palermo. Purché il fortunato, si capisce, sieda nel Consiglio comunale: sarà il municipio, infatti, a pagare tutte le assenze. Più i gettoni di presenza, ovvio. Per un totale, tenetevi forte, di tre milioni l'anno. Una somma pazzesca. Da aggiungere a quella non meno folle (altri 2 milioni e mezzo) per i consiglieri delle circoscrizioni. Le quali hanno 750 dipendenti e costano all'indebitatissimo Comune quasi 20 milioni l'anno. Per capirci: sei volte più di quanto è stato complessivamente distribuito con l'8 per mille nel 2008 alle 808 associazioni di volontariato italiane che tappano tutti i buchi dello Stato sociale.


La denuncia è del Giornale di Sicilia. Che con una dettagliatissima inchiesta di Giancarlo Macaluso dimostra con chiarezza accecante che tutte le autocritiche, tutti i buoni propositi, tutte le promesse, tutti i solenni giuramenti intorno ai tagli dei costi della politica erano aria fritta. Bla bla bla. Soprattutto in certe realtà del Mezzogiorno. Come appunto Palermo. Città a larga maggioranza berlusconiana dove però l'impegno berlusconiano a governare «col buonsenso del buon padre di famiglia», come sa lo stesso Cavaliere costretto a tappare le spaventose voragini nel bilancio delle municipalizzate (si pensi all'Amia, la società che si occupa della catastrofica nettezza urbana, salvata l'anno scorso col regalo di 80 milioni di euro nel decreto «milleproroghe »), viene quotidianamente disatteso. Ma andiamo con ordine. Partendo dai gettoni ai consiglieri comunali.


Ogni eletto alla Sala delle Lapidi incassa 156 euro lordi a seduta per un massimo di 21 sedute al mese: totale 3.276 euro. Direte: teoriche, mica si possono riunire (tolti i sabati e le domeniche) quasi tutti i giorni! E invece sì: oggi un consiglio, domani una commissione, dopodomani una missione... Eppure, come spiega il cronista, paradossalmente «il problema non è tanto il costo, quanto la scarsissima produttività di un'Aula che per mesi è rimasta paralizzata». Totale dei gettoni pagati in un anno stando all’ultimo bilancio: 2.024.000 euro.


Volete un paio di paragoni? A Torino, città assai più grande, il gettone di presenza (e il limite massimo scende a 19 sedute) cala a 120 euro. A Padova precipita a 45 euro e 90 centesimi (meno di un terzo), le sedute del consiglio in tutto il 2009 sono state 24 e il costo complessivo, commissioni comprese, è stato di 72.383 euro. Un ventottesimo rispetto al capoluogo siciliano. C’è chi dirà: ma lì la città è più grande! Facciamo un rapporto col numero di abitanti: quei gettoni ai consiglieri sono costati nel 2009 a ogni cittadino padovano 34 centesimi. A ogni palermitano 3 euro e passa. Nove volte di più. Senza contare le spese esorbitanti dei rimborsi.


Stando alle regole, palazzo delle Aquile alle aziende danneggiate da dipendenti che si assentano dal lavoro perché impegnati con le attività municipali (sommando le due retribuzioni) risarcisce non solo lo stipendio, ma anche gli oneri previdenziali. E parliamo di cifre grosse. Spiega Macaluso che mediamente ogni consigliere «gode dei permessi per le attività in commissione, le missioni, le sedute d'aula e altri impegni istituzionali» per «26 giorni al mese. Praticamente tutto l'anno».


Va da sé, come dicevamo, che all’idea di assumere qualcuno sapendo che marcherà visita 26 giorni al mese ogni imprenditore risponderebbe: non sono mica un baccalà. Bene: Palermo sembrerebbe piena di baccalà. Che hanno preso in azienda dipendenti, di un po' tutti i partiti, destra e sinistra, «dopo» la loro elezione a palazzo delle Aquile. Alcuni casi? Ninni Terminelli «risulta assunto a tempo indeterminato alla Asem dal primo giugno del 2009 come "addetto alla esecuzione di progetti". E per i primi sei mesi di (non) lavoro il Comune ha rimborsato alla società 18 mila 322 euro e 13 centesimi, media mensile lorda di 2.600 euro».

Ivan Trapani, impiegato alla Fenapi (Federazione nazionale autonomi piccoli imprenditori) «nel 2009 è costato alla casse del Comune 1.522 euro al mese». Vincenzo Tanania, assunto come «dirigente full time» dalla società cooperativa a responsabilità limitata «Kappaelle Comunicazioni & Eventi» nel marzo del 2010, è costato «il primo mese 4.832 euro, a maggio 4.058 e a giugno 5.314». Stefania Munafò, impiegata alla coop «Cosev arl», una media mensile di 2.054.


Andiamo avanti? Per le assenze da gennaio a dicembre del 2009 di Giuseppe Milazzo, il Comune ha rimborsato all’Amia 22.520 euro. Per quelle di Fabrizio Ferrandelli, alla Banca Popolare Sant’Angelo, 34 mila. Per quelle di Rosario Filoramo alla Uisp (Unione italiana sport per tutti) 51.774. Totale annuale dei rimborsi alle aziende che hanno la sventura di avere a busta paga un consigliere comunale: 950 mila euro. Quanto basta perché il cronista del quotidiano palermitano, con un pizzico di malizia dovuta alla scoperta in questi anni di troppi scandali e troppi furbetti, suggerisca ironico: «A volere dare un consiglio un po' truffaldino, vi suggeriamo un trucco nel caso in cui non abbiate un lavoro e siate diventati consiglieri. Rivolgetevi a un imprenditore amico o a una cooperativa e fatevi assumere». Non che sia stato accertato «che la pratica sia in uso a Palermo», precisa. Però...


Quanto ai consigli circoscrizionali, sono otto e hanno 750 dipendenti (dei quali 41 funzionari e 109 istruttori) che si aggiungono a tutti gli altri «comunali». I quali sono, comprese le municipalizzate (siete seduti? tenetevi forte) un esercito di circa 21 mila persone. Costo degli addetti alle sole circoscrizioni: 19 milioni e mezzo di euro. Una cifra spropositata. Alla quale va aggiunto il costo dei 120 consiglieri e degli otto presidenti. Citiamo l'inchiesta parola per parola: «In gettoni di presenza se ne va un milione e 710 mila euro (cifra inserita nel Peg anche per il 2011 e il 2012).

Ciascun consigliere, infatti, percepisce 96 euro lordi a seduta» (contro i 60 dei «pari grado» torinesi, il doppio dei «comunali» padovani) «per un massimo del 50% dell'indennità che spetta al loro presidente, poco meno di 2.500 euro. Per cui al lordo ciascuno di essi percepisce 1.222 euro, al netto della ritenuta del 23% siamo a un netto di 950 euro al mese naturalmente maturati per intero. Figurarsi se c’è una circoscrizione che almeno non convochi tredici consigli al mese...».


Per non dire «degli oneri aggiuntivi che, come nel caso dei consiglieri comunali (ma in dimensioni più ridotte), si riferiscono ai rimborsi da effettuare alle aziende private per le assenze dal servizio del dipendente che sia anche consigliere di circoscrizione ». Un solo esempio? «Mariano D’Angelo, vicepresidente della terza circoscrizione, 7.971 euro di rimborsi all’Enel per le assenze dal servizio da aprile a giugno del 2008, altri 6.926 da ottobre a dicembre dello stesso anno e ancora 10 mila da ottobre a dicembre 2009...». Totale dei rimborsi a lui e agli altri: 850 mila euro. Dodici volte quel che costa l’intero consiglio comunale padovano. E meno male che avevano promesso di tagliare...


Gianantonio Stella
09 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Bonanni, denunciata 24enne: è la figlia di un pm

di Redazione

Dopo l'aggressione al segretario della Cisl alla festa del Pd, è stata denunciata Rubina Affronte, 24enne fiorentina figlia del pm Sergio Affronte: fa parte del centro sociale Askatasuna. Incastrata dalle foto del blitz. Bonanni: "Potevano ammazzarmi"






Torino - Quello che ora la politica teme più di tutto è un autunno davvero caldo. Dopo la brutale aggressione al segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, alla Festa del Pd di Torino è stata denunciata per lancio di oggetti pericolosi, danneggiamento aggravato e accensioni pericolose la giovane identificata ieri nel corso della contestazione. "Ci hanno proprio provato a farmi male - spiega Bonanni in un'intervista alla Stampa - se mi prendevano in faccia, con quel bengala, mi ammazzavano". La ragazza denunciata è la figlia di un pm.


La ragazza denunciata Secondo le immagini scattate durante il blitz di ieri pomeriggio, sarebbe stata una ragazza a lanciare il fumogeno che ha raggiunto il giubbotto di Bonanni poco prima che lasciasse il palco. Altre persone che hanno partecipato alla contestazione sono in via di identificazione. La ragazza, Rubina Affronte, 24enne fiorentina, come rileva la Stampa oggi, è figlia del pm Sergio Affronte, in servizio alla procura di Prato. Il pm non smentisce: "Per deontologia e per correttezza, la mia risposta è no comment". La giovane, che farebbe riferimento al centro sociale Askatasuna, è già stata denunciata in passato per invasione di terreni ed edifici.


Il Pdl: "Verso un autunno caldo" "Si comincia con i grillini che volevano impedire a Dell’Utri o a Schifani, e domani non si sa a chi altri, di esprimersi; si prosegue con Di Pietro che li giustifica e li incoraggia, spiegando che bisogna 'zittire' gli avversari; si arriva ai gruppuscoli che ieri potevano ferire molto gravemente Raffaele Bonanni". Il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, denuncia "la deriva pericolosa" degli ultimi giorni: "Quando si percorrono queste strade scivolose, non si sa mai come e dove si possa andare a finire".

Secondo Capezzone, "consapevolmente o no", c'è chi sottovaluta questa deriva o pensa - peggio ancora - di poterla cavalcare: "E' un errore drammatico. Un piccolo gruppo, ma organizzato e desideroso di puntare sulla violenza, può sempre tentare di approfittare di queste zone grigie, magari sperando in un incidente, in una reazione delle forze dell’ordine, in una situazione di caos. E' bene che tutti siano consapevoli di questo. Non bastano le parole di denuncia dell’uno o dell’altro episodio. Occorre lavorare - conclude - per isolare i violenti, e anche tutti quelli che, con l’uno o l’altro pretesto, pensano di poterli giustificare, incoraggiare, usare".





Powered by ScribeFire.

E Di Pietro "scarica" Gianfry

IL Tempo


 Il leader dell'Idv: Su montecarlo fini deve spiegare. Dossieraggio: "Chi fa politica sa che può essere oggetto di attacchi".


Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro


«Gatta ci cova». Antonio Di Pietro diventa per un giorno Vittorio Feltri e si unisce alla lista di quelli che hanno più di un dubbio sulla estraneità di Gianfranco Fini all'affaire Montecarlo. Il leader dell'Italia dei valori parla a Repubblica.tv e va giù duro con il presidente della Camera. È convinto che Fini sia stato vittima di un «dossieraggio», ma aggiunge sornione: «Chi fa politica lo sa che può essere oggetto di attacco, anche a me è capitato. Fini non ha "chiuso il cerchio", e siccome non è scemo... gatta ci cova».

Per il leader di Fli, continua Di Pietro, sarebbe «facile farla finita: basta dire "la casa di Montecarlo è di proprietà di..."». Perché, allora, si domanda, non spiega come stanno le cose? Una cosa è certa, rincara: Fini non può dire di non sapere. E, rimettendosi per un attimo nei panni di pubblico ministero, Di Pietro si lancia anche nella ricostruzione di quello che può essere successo quando il caso è esploso. «La prima cosa che ha fatto quando ha letto il Giornale», ha ipotizzato, «sarà stata chiamare il cognato e chiedere».

Dunque la soluzione del «mistero» era lì, a portata di telefono. Per cui non ci sono altre spiegazioni sul silenzio di Gianfranco: «Se non lo dice è perché non lo può dire». La tesi di Di Pietro non è nuova: chi fa politica deve essere pronto a dare spiegazioni esaurienti, e il presidente della Camera finora non lo ha fatto. «Anche a me è capitato», sottolinea, rievocando l'inchiesta giornalistica de «il Giornale» di due anni fa.

Anche in quel caso sotto osservazione speciale c'erano immobili entrati e usciti in modi sospetti dal patrimonio dell'Idv. Ma, ha sottolineato Di Pietro, «quando mi hanno accusato io mi sono sempre difeso mettendo le carte sul tavolo, sono andato dal giudice. Fini, invece, non ha ancora chiuso il cerchio». La conclusione è in tipico dipietrese: «Va bene il dossieraggio, ma chi fa politica non può non sapere che può essere rivoltato come un calzino». Ma il leader Idv ne ha avuto anche per il discorso di Mirabello.

«Quello che dicevo io ieri, oggi lo afferma anche il numero due del Pdl che, nonostante abbia firmato quelle leggi ad personam, oggi sostiene di aver sbagliato tutto. Però dice anche rinnoviamo la fiducia a Berlusconi. Ma allora che c'ho scritto io, Giocondo?». La presa di distanza da Berlusconi, insomma, sembra tardiva. «Il vero pentito è quello che si mette il cilicio», ha rincarato. «Io non faccio sconti a Fini, mandi a casa Berlusconi. Deve essere coerente, altrimenti è furbacchione pure lui». Insomma, Tonino non ci sta a trasformare il leader Fli in una costola della sinistra: «Oggi tutti stanno a leccare la faccia a Fini, ma dove stava lui, su Saturno?»




Francesco Alfani
09/09/2010




Powered by ScribeFire.

Sorrento e la costiera, inglesi in fuga I tour operator: «Troppi pericoli»

Il Mattino

  

SORRENTO (9 settembre) - Caro sindaco, così non va: se a Sorrento non verrà garantita più sicurezza, i turisti inglesi saranno indotti a evitarla. Firmato Simon Sharpe, manager dell’agenzia Thomson, partner delle strutture ricettive di Sorrento e dintorni con all’attivo circa mezzo milione di presenze all’anno. Un allarme in piena regola dopo gli episodi di violenza evidenziati con grande rilevo secondo Sharpe dalla stampa britannica. Il console inglese Michael Burgoyne ridimensiona: Sorrento resta una meta ideale per i miei concittadini.




Powered by ScribeFire.

Se dire "scrofa" è reato: quante sentenze bestiali

di Nino Materi



Nei tribunali italiani ogni giorno si discutono centinaia di cause con al centro epiteti animaleschi. Le interpretazioni dei giudici risultano però discordanti. Ecco alcuni esempi divertenti



 

Scusate, ma perché dare del «ciuccio» a uno scolaro di Palermo è reato, mentre dare dell’«asino» a un alunno milanese no? Non sarà mica che il vero «somaro» è il giudice? Scherzi a parte e con tutto il rispetto per l’«eccellentissima corte», non si spiega infatti come mai - a parità di epiteto equino - il maestro palermitano sia stato condannato a risarcire mille euro alla parte offesa (vale a dire ai genitori del bimbo - diciamo così - un po’ duro di comprendonio), e invece l’insegnante milanese sia stato assolto con formula piena.


Un raro caso di disparità di giudizio, penserete voi. E invece di opposte interpretazioni «animalesche» sono pieni i tribunali italiani. Circostanza - quest’ultima - che rappresenta già un’anomalia, considerata l’assurdità di magistrati costretti a perdere tempo prezioso dietro sentenze più o meno «bestiali». Ma la legge è legge e l’ingiuria è reato da codice penale. Quindi tutti a Palazzo di giustizia per rivendicare l’onorabilità infangata per colpa di un «porco» detto al vicino durante la riunione di condominio, o di un «verme» strisciato di bocca durante il torneo di scopone scientifico al Bar Sport.


Ma attenzione, qui la giurisprudenza comincia a dare di matto peggio di una mucca pazza: mentre infatti per il tribunale di Napoli (sentenza del 1999) dare del «porco» a un uomo «non costituisce offesa all’altrui reputazione», per il tribunale di Campobasso (sentenza del 2007) dare della «scrofa» a una signora è meritevole di «condanna a un mese di reclusione più pagamento delle spese processuali». Ma porco e scrofa non appartengono alla medesima razza suina? Sì, ma non evidentemente alla stessa razza ingiuriosa.


Idem per «cane» e «cagna». Se il «cane» se lo becca (nel senso di insulto) un maschio, non c’è reato; se al contrario la «cagna» è all’indirizzo di una donna, ecco scattare la pena. Ma anche sul fronte dei volatili, l’ornitologia giudiziaria ha visioni opposte: se infatti lei dà a lui del «pappagallo», nulla quaestio; mentre se lui dà a lei dell’«uccello del malaugurio» si ritrova con la fedina penale macchiata. E passiamo ai rettili. Se una donna sibila al suo ex ragazzo, «serpente», rischia la denuncia ma non la condanna; mentre se un fidanzato cornificato dice «vipera» all’ex compagna che l’ha tradito, si ritrova - oltre che con la testa più pesante - anche con un carico pendente giudiziario sul groppone.


Vate indiscusso delle offese «caprine» è invece Vittorio Sgarbi che, dopo essere stato condannato per l’uso del termine «stronzo», ha ripiegato (forse dopo attenta consulenza zoologica-legale) su «capra»: epiteto che Sgarbi ama ripetere a raffica sulla faccia dei malcapitati che osino contraddirlo. E potrà tranquillamente seguitare a farlo, considerato che la Cassazione ha sancito che «capra» non è termine «atto a ledere l’altrui onore».


Insomma, «capra» è poco più di un belante apostrofo tra le parole «t’odio». Non così per «iena»: il destinatario della parolina poco ridens è stato infatti considerato dai giudici valdostani meritevole di un risarcimento di ben 2 mila euro. Se non volete rischiare condanne, in alternativa a «capra», ci sarebbe anche «pachiderma» che il tribunale di Palermo ha ritenuto «termine innocuo, se pure vagamente ispirato alla mole fisica della controparte». Ok, ma se il discorso sul «pachiderma» ha una sua logica, perché allora il tribunale di Messina ha pensato di condannare un uomo che si era permesso di dire «balena» alla suocera?


Ma nelle aule di giustizia anche gli «scarafaggi» non sono uguali per tutti. Tolleranti i tribunali di Ancona, Gubbio, Pescara e Piacenza con chi fa un uso troppo disinvolto del termine «bacarozzo»; molto più severi invece, in tema di «insetti», i giudici di Campobasso, Salerno e Reggio Calabria.


A fare la differenza tra un atteggiamento più o meno soft da parte dei giudici è la giurisprudenza basata sui pronunciamenti della Cassazione che - in tema di ingiurie - ha spesso precisato che «a fare la differenza è il tono e il contesto in cui un determinato termine viene adoperato». Così, se dò del «maiale» a un tifoso avversario (ma lo faccio con il il sorriso sulla bocca) la parola viene «depotenziata della sua carica offensiva»; e quindi, con un buon avvocato, ho buone possibilità di essere assolto. Al contrario, se dò del «maiale» allo stesso tifoso avversario (e lo faccio con gli occhi iniettati di sangue, magari brandendo pure una spranga), ho ottime possibilità di essere condannato. Ma, soprattutto, di finire in ospedale. Meritatamente.




Powered by ScribeFire.

Ratzinger sceglie di incontrare una donna prete

La Stampa


Attesa per l'incontro con i rappresentanti anglicani
Attacco dei media inglesi: è contro i gay e oscurantista






GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO


«Voglio incontrare tutti e non solo i cattolici». Benedetto XVI vola a Londra sulle ali dell'ecumenismo, della purificazione anti-pedofilia, del «coraggio delle donne» e della pace fra fede e ragione. Sarà «una festa gioiosa: sono molto impaziente per la mia visita al Regno Unito fra una settimana». Nel giorno dell'attacco «liberal» dell'Independent al viaggio papale per «discriminazione dei gay, abusi del clero e morale sessuale oscurantista», Benedetto XVI si rivolge direttamente «a tutto il popolo della Gran Bretagna».


All'udienza generale, il Pontefice lancia un messaggio di conciliazione e un ringraziamento collettivo:«Sono consapevole della gran quantità di lavoro svolto in preparazione della visita, non solo dalla comunità cattolica, ma da parte del governo, delle autorità locali in Scozia, a Londra e Birmingham, dei mezzi di comunicazione e dei servizi di sicurezza». Joseph Ratzinger «apprezza molto gli sforzi che sono stati fatti per assicurare che i vari eventi in programma siano davvero una festa gioiosa». E in Segreteria di Stato commentano:«Più ora i mass media alzano il tiro, più il viaggio avrà successo.

Anche in Terra Santa le critiche di tv e giornali alla vigilia hanno avuto l'effetto contrario». Adesso il pensiero di Joseph Ratzinger va soprattutto alle «innumerevoli persone che hanno pregato per il successo della visita e per una grande effusione della grazia di Dio sulla Chiesa e il popolo dell'intera nazione». Alle accuse per i preti pedofili il Papa replica che «la Chiesa non si rinnova cambiando semplicemente le strutture, ma con un sincero spirito di penitenza e un operoso cammino di conversione», altrimenti si diventa come gli eretici catari che nel XII secolo propugnavano «una riforma radicale della Chiesa, soprattutto per combattere gli abusi del clero».


Benedetto XVI celebra l’importanza del «genio femminile» al servizio del Vangelo:«La teologia può ricevere un contributo peculiare dalle donne, capaci di parlare di Dio e dei misteri della fede con la loro peculiare intelligenza e sensibilità». Quindi, «lo Spirito Santo susciti nella Chiesa donne sante e coraggiose» sul modello della vivacità culturale dei monasteri femminili del Medio Evo, contrariamente ai pregiudizi che ancora ci sono su quel tempo». Non a caso, c’è anche un incontro con una donna prete nel programma della visita in Gran Bretagna. Il Pontefice vedrà il reverendo Jane Hedges, anglicana e canonica dell’Abbazia di Westminster, impegnata nella campagna per le donne-vescovo nella Chiesa di Inghilterra.


Sarà la prima volta che il Papa stringerà la mano a una donna prete da quando ordinare donne è stato definito dalla Santa Sede «un crimine contro la fede». L’appuntamento servirà a puntare i riflettori sulle differenze e le difficoltà tra la Chiesa Anglicana e la Chiesa di Roma.«Accoglieremo il Papa come nostro ospite. Non ci sarà alcuna battaglia», assicura il decano di Westminster, il reverendo John Hall. Riguardo a uno dei grandi appuntamenti della visita (la beatificazione del cardinale Newman a Birmingham, il 19 Settembre), il Pontefice sottolinea che «questo grande inglese ha vissuto una vita sacerdotale esemplare e attraverso i suoi scritti accurati ha offerto un contributo duraturo alla Chiesa e alla società, sia nella sua terra natale che in molte altre parti del mondo». Perciò «spero e prego che sempre più persone possano beneficiare della sua dolce saggezza ed essere ispirati dal suo esempio di integrità e di santità di vita».

La fede cristiana, evidenzia, «favorisce la condivisione dei diritti umani universali».




Powered by ScribeFire.

Solo mezza cattedra e 600 euro al mese al miglior prof d'Italia

Corriere della sera


Quest'anno avrà 8 ore a settimana. Eppure ha rifiutato un'offerta dagli Usa: «Amo il mio Paese»



Como - premiato dal ministro Gelmini per il lavoro con le nuove tecnologie


Luca Piergiovanni, 37 anni: premiato come «miglior  insegnante d'italia», è precario con 8 ore a settimana
Luca Piergiovanni, 37 anni: premiato come «miglior insegnante d'italia», è precario con 8 ore a settimana
COMO - Professor Piergiovanni, quanto prende attualmente di stipendio? «Mah, il primo cedolino deve ancora arrivare, ma credo sarà attorno ai 600 euro netti». Seicento euro netti sono la paga che il ministero della Pubblica istruzione corrisponde a colui che il ministero stesso ha dichiarato miglior insegnante d'Italia. E ci sarebbe pure da consolarsi, perché fino a pochi giorni fa Luca Piergiovanni, docente di lettere, non poteva contare nemmeno sulle 8 ore settimanali nella scuola media di Olgiate Comasco a cui è stato assegnato dal Provveditorato agli studi di Como. Chiuse dentro la vicenda del professor Piergiovanni, 37 anni, conterraneo di un grande educatore come don Lorenzo Milani, ci sono tutte le contraddizioni che accompagnano la situazione della scuola italiana. 


L'insegnante, fino allo scorso anno in servizio alle medie di Uggiate Trevano, sempre nel Comasco, si è visto assegnare dal ministro Mariastella Gelmini un riconoscimento quale docente più brillante nel campo dell'innovazione didattica: un premio frutto di un lavoro che Piergiovanni porta avanti da anni con i suoi ragazzi, incrociando sapientemente programmi ministeriali e uso delle nuove tecnologie. Ma il ministero, alla fine dello scorso anno scolastico, ha dovuto «licenziare» il professore, che in quanto precario ha dovuto cedere il posto ad altri.



Si è corso il concreto pericolo che «il miglior insegnante d'Italia» rimanesse a spasso, poi è saltato fuori uno «spezzone» di cattedra a Olgiate ed è toccato fare buon viso a cattivo gioco. «L'ufficio scolastico provinciale - specifica il diretto interessato - mi ha detto che mi assegnerà alcune ore aggiuntive per diffondere negli istituti della zona i programmi che ho messo a punto. Speriamo in bene». Il lavoro di Piergiovanni ha attirato anche l'attenzione degli Usa e della prestigiosa università di Yale, che al professorino italiano ha offerto una collaborazione.



«In tanti - racconta - mi hanno detto che sono matto a lasciarmi sfuggire un'occasione del genere ma non è così. Intanto la collaborazione ci sarà, seppure solo via web ma poi trasferirmi in America avrebbe significato tagliare i ponti con la scuola in Italia. Sarò uno stupido, ma io in questo lavoro, qui nel mio Paese, ci credo ancora». Resta da capire come sia possibile che lo stesso ministero da un lato dica a Piergiovanni che è il più bravo di tutti, dall'altro gli decurti lo stipendio e rischi di perderne le capacità. «Io una risposta in tasca non ce l'ho - risponde il docente -, ma di sicuro devono essere rivisti i metodi di reclutamento della classe insegnante e ne deve essere svecchiata l'età. L'informatica ha cambiato le nostre vite, non è più possibile ignorarlo quando ci si deve rivolgere ai "nativi digitali" che sono gli attuali studenti. Ma pare sia ancora difficile da noi fare passare un discorso del genere».


Claudio Del Frate
09 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Quando Fini disse: "La Pivetti fa politica, lasci"

di Paolo Bracalini



Dopo il ribaltone che rovesciò Berlusconi l'allora leader di An insorse contro l'esponente leghista, presidente della Camera, per una frase pronunciata alla festa del Carroccio: "Così dimostra di non essere super partes"



 

«La terza carica dello Stato deve es­sere super partes, non può dire “ora non parlo come presidente della Ca­mera” » e dire quel che le pare, so­prattutto se poi «è stata eletta da co­loro che ritiene irresponsabili, tradi­tori e persino attentatori della demo­crazia », e se poi esprime «giudizi net­ti e così polemici senza mettere in dubbio il fatto che parla come singo­lo parlamentare o privato cittadino e non più come presidente della Ca­mera ».


Insomma una terza carica del genere, se proprio vuole fare po­litica e dare giudizi sugli altri leader, forse dovrebbe «prendere in consi­derazione anche l’ipotesi di rimettere il manda­to ». Ma chi parla qui? Brunet­ta? Cicchitto? Bossi? Capezzo­ne? Nessuno di loro, è Gian­franco Fini, anzi era, perché il tempo è galantuomo ma an­che malandrino quando si cer­ca una linea di coerenza nelle parabole di certi politici. Per catapultare Fini in una si­tuazione diametralmente op­posta a quella di oggi, con le parti esattamente invertite, bi­sogna tornare indietro di quin­dici anni, all’inizio del 1995.


Si è appena consumato il «cosid­detto » ribaltone della Lega, il primo governo Berlusconi è fi­nit­o con le dimissioni del Cava­liere, un nuovo governicchio di transizione, guidato da Lam­berto Dini, è alle porte. Nel mentre, sulla poltrona più alta di Montecitorio siede ancora una deputata della vecchia maggioranza, la leghista Irene Pivetti, che lì rimarrà fino alle successive elezioni del ’96. Qualcuno però, in quel febbra­io, chiede con forza le sue di­missioni, dopo un discorso molto partigiano della Pivetti a una festa della Lega a Milano.


La fotocopia di quel che sta ac­cadendo in questi giorni, con lo strappo di Fini a Mirabello e il suo discorso da leader politi­co, contro la maggioranza che lo ha eletto, ma sempre da pre­sidente «super partes» della Camera. Anche quella volta, molti di coloro che chiedono le dimis­sioni di Fini adesso invocaro­no l’incompatibilità dell’allo­ra presidente della Camera in quel ruolo di garanzia.


France­sco Storace, a quel tempo por­tavoce di An, spiegò come fos­se «gravissimo che la terza cari­ca dello Stato si agitasse come un capo di partito», Forza Ita­lia chiese un atto di responsabi­lità alla Pivetti, un avvocato mi­l­anese addirittura la denunciò per «tradimento del giuramen­to prestato». Tra i sostenitori delle dimissioni - scherzi del tempo - c’era anche Fini, che ora liquida come analfabeti­smo costituzionale i rilievi sul­la sua incompatibilità, da lea­der di un nuovo partito, con quella carica.


Fu proprio Fini, in una lunga nota, a spiegare perché un pre­sidente della Camera part ti­me è inaccettabile, soprattutto dopo un’esternazione molto polemica su un partito politi­co (la Pivetti quella volta criti­cò Forza Italia, così come l’al­tro giorno Fini ha dichiarato morto il Pdl attaccandone il leader). «Dovrebbe rendersi conto - ammonì Fini - che il giorno dopo aver detto cose co­sì incredibili e gravi, torna ad essere presidente della Came­ra, determinando un clima che non è in sintonia con la se­reni­tà che tutti reputano neces­saria ».


Anche perché, ad aggra­vare l’anomalia, c’era il fatto che l’attacco della Pivetti era ri­volto a quella stessa maggio­ranza che l’aveva eletta presi­dente della Camera. Curiosa­mente, l’identico paradosso che ora investe Gianfranco Fi­ni, che pure - adesso - non ci trova nulla di anomalo. In quindici anni cambiano mol­te cose, in certi casi anche le idee. Poi, a Fini, l’indignazio­ne per quello sfregio al ruolo super partes di presidente del­la Camera passò.


Alla fine, do­po aver sollecitato le dimissio­ni, Fini adottò per quell’ano­malia la battuta che fece Sgar­bi: «È come se il Papa, per anda­re a donne, si spogliasse del suo ruolo spiegando che c'era andato come Wojtyla e non co­me pontefice ». Un paradosso, come quello di un presidente della Camera che fa il capopar­tito contro la maggioranza che l’ha messo lì.Comunque,la Pi­vetti restò incollata lì per un al­tro annetto, fino allo sciogli­mento delle Camere. Lo stesso progetto, tanto per fare l’en plein delle analogie, che ha in mente Fini.




Powered by ScribeFire.

Cani e gatti, via alla vivisezione

Il Secolo xix



Lorenzo Robustelli



Gli scimpanzè, i bonobo e i gorilla si sono salvati, i cani e i gatti randagi rischiano la pelle. La nuova direttiva europea sulla vivisezione e la sperimentazione sugli animali a fini di ricerca medica obbligherà anche l’Italia, dove è proibito sin dal 1991, a consentire gli esperimenti su animali considerati da gran parte dell’opinione pubblica “intoccabili”, come i cani e i gatti. La legge fa già discutere: secondo molti, a iniziare dalle associazioni animaliste, rappresenta l’esatto contrario dei principi di base su cui, qualche anno fa, si era iniziato a lavorare: ridurre il ricorso alla sperimentazione scientifica sugli animali e le sofferenze che vengono inflitte a cavie, conigli e affini. Dopo due anni, pesanti modifiche riducono le tutele inizialmente previste per gli animali.
Questa legge, di cui pochi si dicono soddisfatti, è stata votata ieri da un’ampia maggioranza di centro, destra e centrosinistra. E qualcuno (come l’eurodeputato Francesca Balzani, del Pd) ha parlato apertamente di «compromessi arrivati in seguito a pressioni e interessi di gruppi farmaceutici».
I principi di partenza della nuova normativa restano gli stessi: innanzi tutto, obbligo per le autorità nazionali di rispettare gli animali soggetti a esperimenti, limitando al massimo le loro sofferenze.




Powered by ScribeFire.