martedì 7 settembre 2010

E' morta Marcella Di Folco Presidente del movimento trans

Il Resto del carlino

Si è spenta all'ospedale di Bentivoglio a 67 anni. Per anni fu anche consigliere comunale a Bologna ed ebbe una parte in Amarcord, il film di Fellini

MARCELLA DI FOLCO
MARCELLA DI FOLCO

BOLOGNA, 7 SETTEMBRE 2010


E' morta per un male incurabile all'ospedale di Bentivoglio, Marcella Di Folco.

Nata a Roma nel 1943, negli anni ‘60 aveva lavorato al Piper di Roma e iniziò la carriera di attrice, lavorando anche con Federico Fellini nel film Amarcord, e poi con Rossellini, Petri, Sordi ed altri. Tra gli anni Settanta ed Ottanta inizia il periodo più critico, Marcella entra in crisi con la propria identità. Nell`agosto del 1980 si opera a Casablanca. L`anno prima era nato il movimento italiano transessuali con lo scopo di ottenere una legge che autorizzasse il riconoscimento anagrafico di chi cambiava sesso, movimento a cui Marcella partecipò attivamente fino all`approvazione della legge nell`aprile del 1982.
 

Nel 1986 si trasferisce a Bologna, città che frequentava da anni, come tutta l`Emilia-Romagna. Nel 1988 nasce il Mit a Bologna e viene eletta presidente. Attivista nel partito radicale, fin dai tempi della legge, sull`aborto, nel 1990 viene eletta consigliere circoscrizionale del quartiere Saragozza mettendosi in luce per le politiche sociali, soprattutto per gli anziani.
 

Nel 1995 viene eletta consigliere comunale nella lista dei verdi, prima trans al mondo a raggiungere questo traguardo. Nel 2000 ottiene dall`allora ministro per le Pari Opportunità Katia Belillo l`istituzione della commissione per l`identità di genere, oggi sospesa.

’Non e’ facile annunciare la perdita di una grande persona e non e’ semplice comunicare il vuoto che lascia - si legge in una nota del Mit - le parole e i discorsi hanno un loro limite, affidiamo ai pensieri, alle emozioni, ai ricordi tutto quello che e’ stata Marcella Di Folco. Compagna, amica, sorella, mamma di tutte/i noi, il Mit perde la leader maxima, la sua traccia essenziale resta indelebile nella storia della nostra associazione e del movimento tutto. Il coraggio con cui ha dedicato la sua intera vita alla dignita’ e ai diritti di tutte e tutti indistintamente, rende difficile l’elaborazione della sua perdita. Il Mit, il movimento Lgbt, la politica e la cultura tutta perdono oggi una loro parte importante’’.






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La strage dei cercatori di funghi: un altro morto nel vicentino

IL Messaggero


 

ROMA (7 settembre) - Ormai si rischia di perdere il conto. Sono una ventina i cercatori di funghi morti da fine luglio. L'ultima notizia è di oggi. Un uomo di 82 anni disperso da ieri sulla piana di Marcesina è stato ritrovato senza vita. Abitava ad Enego, in provincia di Vicenza e si era alllontanato verso le 18 dal rifugio sopra Grigno dove soggiornava con la moglie. Secondo una prima ricostruzione dei soccorritori, la vittima deve aver perso l'orientamento e non è riuscito a trovare la strada del ritorno. A quel punto è stato colto da un malore che non gli ha lasciato scampo.

Per i funghi si preannuncia in settembre da record grazie alla pioggia estiva che ha creato condizioni ottimali. Si registrano così frenetiche attività di ricerca e con esse si moltiplicano i rischi che hanno provocato numerose vittime, soprattutto per cadute nei dirupi. E così questa estate verrà tra l'altro ricordata per le tante, troppe persone che sono morte cadendo in dirupi o in scarpate mentre facevano una passeggiata in località di montagna in cerca di funghi.

E' accaduto a Badia a Taona, nel Pistoriese, a Gerola Alta (Sondrio), nei boschi di Bema in Valtellina, in Alto Adige, a Valgoglio (Bergamo), in Valle Seriana, sulle Alpi Apuane, a Bergiola, a Massa Carrara, a Montefalco in Toscana, a Pistoia.

L'alto numero di morti e feriti ha fatto lanciare un appello alla prudenza da parte del personale del Soccorso Alpino ai cercatori di funghi. «Nelle escursioni si devono calzare scarpe adatte al terreno - raccomanda Pietro Bartolini, capo stazione del Soccorso Alpino di Morbegno - e quando si va nei boschi è bene essere almeno in due».




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Muore a 125 anni: aveva lavorato e digiunato fino ai 100

Il Messaggero


 

RIAD (7 settembre) - Vissuto nell'arco di tre secoli, con ben 300 parenti, considerando solo i figli e i nipoti, e 11 pellegrinaggi alla Mecca alle spalle, è morto in Arabia Saudita, all'età di 125 anni, uno degli uomini più anziani del regno. Abdallah Muhammad al-Thamali, i cui funerali sono stati celebrati oggi a Taif.

Thamali ha vissuto i suoi primi 15 anni nel 1800, si legge sul sito web del quotidiano saudita "Okaz", cento anni nel secolo scorso e dieci in questo e ha visto succedersi al trono ben tre sovrani sauditi. Thamali è morto per «debolezza generale accompagnata da patologie croniche, benché sia riuscito a lavorare e a digiunare fino ai 100 anni compiuti», hanno spiegato fonti mediche. Thamali aveva fatto tutti a piedi gli 11 pellegrinaggi alla Mecca, partendo dalla città di Taif e percorrendo circa 90 chilometri fino ai luoghi santi.

La longevità è di casa nel regno: Hasan al-Omri, originario della provincia meridionale dell'Asir, ha compiuto 130 anni, ma rispetto a Thamali ha “solo” 160, tra figli e nipoti. E Omri sembra non avere alcuna intenzione di abbandonare la professione che lo tiene occupato da 90 anni, quella di muezzin. «Faccio il richiamo alla preghiera da quando avevo 40 anni e non per denaro o per lo stipendio - ha detto - ma per essere ricompensato nell'Aldilà».




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Wikileaks, venti di rivolta contro Assange

Corriere della sera

Militanti contro il fondatore: «Accuse di stupro fondate»



MILANO - C'è maretta a WikiLeaks, l'organizzazione che tramite il web diffonde notizie top secret e che nelle ultime settimane si è guadagnata l'attenzione dei media ufficiali grazie alla diffusione di 77 mila documenti sulla guerra afghana, su cui sono arrivo altri 13 mila files riservati, oltre che del dossier giudiziario sul cosiddetto mostro di Marcinelle Mark Dutroux. Una parte dei membri che contribuiscono al funzionamento della macchina del sito ha scaricato il suo portavoce, l'australiano Julian Assange, fondatore, volto e mente dell'organizzazione, accusato di stupro in Svezia. Accuse che Assange si è limitato a liquidare come frutto di una torbida manovra del Pentagono per screditarlo e impedirgli di ottenere la cittadinanza in Svezia, la cui legislazione prevede un' elevata tutela della libertà d'informazione che gli permetterebbe di difendersi dalla giustizia americana.

LE CRITICHE AD ASSANGE - Birgitta Jonsdottir, attivista di WikiLeaks nonché membro del Parlamento islandese, in un'intervista al Daily Beast , si è fatta interprete dei malumori di una parte dei collaboratori del sito, e ha chiesto ad Assange di fare un passo indietro, lasciando l'incarico di portavoce. La Jonsdottir non vede alcuna cospirazione dietro le accuse di molestie mosse da due donne svedesi nei confronti di Assange.

«Non sono arrabbiata con Julian ma la situazione gli è chiaramente sfuggita di mano» ha osservato. «Queste sono questioni private che non hanno nulla a che vedere con WikiLeaks. Gli ho chiesto con forza di concentrarsi sui suoi problemi giudiziari e di lasciare che sia qualcun altro a portare avanti la nostra causa». La Jonsdottir non usa mezzi termini. «Qualcuno doveva dirlo, non importa se verrò estromessa per questo. Quello che m'interessa è WikiLeaks e io mi considero un'amica di Julian. 

Ma i buoni amici sono le persone che hanno il coraggio di dirti se la tua faccia è sporca. Non ci dovrebbe essere una sola persona a parlare per WikiLeaks, ma più voci» ha proseguito la donna. L'indagine nei confronti di Assange, inizialmente archiviata, è stata riaperta pochi giorni fa. La Jonsdottir, che conosce lo svedese, dice di aver letto documenti e articoli di stampa ma di non aver trovato traccia di alcun complotto. «Non c'è nessuna ragione per dubitare – o essere certi - della sincerità delle due donne che hanno mosso le accuse nei confronti di Assange» ha affermato, ribadendo di voler essere neutrale senza voler sminuire la gravità di quanto denunciato. 

Ma un'idea sulla vicenda se l'è fatta: a suo avviso, le accuse potrebbero essere il frutto di un malinteso culturale all'interno di quello che sembra essere «un classico triangolo amoroso». «Julian – ha concluso la parlamentare islandese – sa essere brillante in molti modi, ma non ha grande capacità di relazione ed è il tipico australiano un po' maschilista». 

Un altro attivista di WikiLeaks, che ha parlato sotto la condizione dell'anonimato, ha fatto sapere che nelle ultime settimane Assange ha resistito a diversi tentativi messi in atto all'interno del sito affinché lasciasse i suoi incarichi a seguito delle indagini. Una protesta che sarebbe culminata, pochi giorni fa, con una sorta di sciopero, che ha comportato il blocco dell'operatività del sito, ufficialmente per ragioni tecniche. «Era un modo per spingere Julian a ripensare la situazione: i nostri tecnici gli hanno mandato un messaggio». 


Elvira Pollina
07 settembre 2010




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Molfetta, «no, tu non puoi entrare» Parco giochi vietato a bambino down

Il Messaggero

La denuncia dei genitori, la giustificazione della direzione:
«Il 35% di questi ragazzi ha malformazioni o è minorato»



   

MOLFETTA - «Tu non puoi entrare!». Così, domenica scorsa, al varco per le attrazioni di un parco di divertimenti a Molfetta, un ragazzino affetto dalla sindrome di Down, di 14 anni, di Andria, è stato bloccato. A fermarlo è stato l'addetto allo sbigliettamento, dopo avere fatto passare gli amici dell'adolescente il quale ha raggiunto in lacrime i suoi genitori, una insegnante e un avvocato di Andria.

Lo rendono noto i genitori stessi che hanno deciso di presentare una denuncia nei confronti dei rappresentanti legali del parco. La decisione è stata presa dopo che la coppia ha parlato col direttore del parco di divertimenti, secondo il quale il ragazzino non poteva entrare perchè «il 35% delle persone Down sono cardiopatiche o minorate psichiche e a quelle attrazioni costoro non possono accedere».

Inutili i tentativi dei genitori del quattordicenne di spiegare che il figlio non ha cardiopatie nè altre malattie. La coppia col ragazzino ma anche gli amici del piccolo e i loro genitori hanno così lasciato il parco e avviato iniziative legali contro la discriminazione subita.




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Una vita da precario, insegno da trent’anni: mai stato di ruolo»

Corriere del Mezzogiorno

Ciro Busiello, supplente a 69 anni suonati


Ciro Busiello
Ciro Busiello

NAPOLI — Una carriera da record: in trent’anni ha insegnato a centinaia e centinaia di alunni in decine di scuole di tutta la provincia di Napoli, ha conquistato cinque abilitazioni, è ancora in servizio alla rispettabile età di 69 anni ed è il professore più anziano d’Italia. Una carriera da record ma paradossale: perché Ciro Busiello non ha mai avuto la cattedra, è tuttora un precario. «E non è il peggio— dice lui— perché l’anno prossimo, compiuti i 70, da precario dovrò andare in pensione e non avrò più di 700 euro al mese». Come è possibile che dopo tanto tempo Busiello non sia in ruolo? 

E come è riuscito a restare in servizio oltre i 65 anni? Andiamo per ordine. «Dopo qualche supplenza nel ’77 — racconta il prof — e dopo aver insegnato in qualche scuola parificata di Napoli, dall’86 ho lavorato più o meno stabilmente nella scuola statale. Nel 2006, finalmente, sarebbe toccato a me entrare in ruolo ma, un mese prima del tanto sospirato evento, sono stato depennato dalle graduatorie provinciali definitive perché nel corso dell’anno scolastico avrei compiuto 65 anni, età in cui i professori di ruolo vanno in pensione, ameno che non presentino domanda per insegnare altri due anni». 

Nel frattempo Busiello partecipa a ben cinque concorsi. «Tutti superati. Al primo, purtroppo, la cattedra mi sfuggì perché non ebbi il massimo dei voti. Ai successivi invece non me l’assegnarono perché avevo più di 40 anni. Però ottenni tutte le relative abilitazioni, per due classi di concorso delle medie e tre delle superiori». Facendo un ulteriore passo indietro, all’insegnamento Busiello è arrivato dopo vari anni da architetto. Dapprima a Napoli, «come disegnatore negli studi a 150 lire l’ora negli anni ’60, ma qui— sostiene— non c’è l’humus adatto per la professione». 

Poi aMilano, lasciando in Campania moglie e figlio: «Dopo una settimana trovai lavoro in una multinazionale. Successivamente tornai perché le cose nella vita non andavano molto bene: iniziavano a pagare male e i capi cominciarono a farmi ostracismo quando fondai il sindacato in azienda con alcuni colleghi. Mi proposero di andare in Iran, ma laggiù già soffiavano venti di guerra, lo Scià stava per essere cacciato… Insomma, nel ’77 cominciai a fare l’architetto a Napoli. Lavoravo soprattutto nella ristrutturazione di appartamenti e negozi. Ahimé, con il terremoto dell’80 si fermò tutto. Io, che ero già separato, cominciai a tentare i concorsi e a vivere con lo stipendio da insegnante».



E con la speranza di ottenere l’agognata cattedra. Nel 2006 arriva invece la doccia fredda, la cancellazione dalle graduatorie in barba alla legge secondo la quale i precari possono restare fino a 70 anni. «Un collega di Roma già in pensione— racconta il prof — mi aveva messo in guardia e mi indirizzò a un avvocato». Scattò così il ricorso al Tar del Lazio, che poi gli ha dato ragione.
 
«Il Provveditorato, che aveva ignorato le mie proteste, mi ha fatto perdere un anno di lavoro e di stipendio. E non mi hanno immesso in ruolo». Negli uffici scolastici dicono che tutto dipende dal cervellone elettronico nazionale di Latina, che rigetta automaticamente il nome di Busiello a causa della data di nascita. Ma non è questo l’unico torto subito dal professore: nella classifica provvisoria del 2004, per esempio, gli avevano sottratto 12 punti. 

«Anziché avanzare, indietreggiavo. Feci ricorso». Oggi Busiello attende di sapere dove finirà. «Nel 2009-2010 ho insegnato disegno e storia dell’arte in due scuole: un liceo scientifico a Somma Vesuviana e un istituto professionale a Portici. Quest’anno chissà». Poi la pensione da precario, confortato magari dal sapere che il figlio Stefano, professore di matematica e musicista, è di ruolo. E dalla voglia di battersi ancora, anche da pensionato, per la «sua» cattedra. Intanto cosa dice ai colleghi più giovani? «Se sono abbastanza giovani— conclude Busiello— suggerisco loro di andare via dall’Italia. Questo è un paese vecchio, immobile, in cui la politica non consente il ricambio: qui il figlio di un operaio non diventerà mai presidente».

Angelo Lomonaco
06 settembre 2010





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La lapide che ricorda l'arrivo di Garibaldi? Ripulita solo ora per le celebrazioni

Corriere del Mezzogiorno


Dopo la denuncia del corrieredelmezzogiorno.it, 4 mesi
e un'interrogazione parlamentare l'intervento del Comune



La lapide di Garibaldi tra le auto
La lapide di Garibaldi tra le auto

NAPOLI – Sembrava dovesse rimanere nell’oblio per chissà ancora quanto tempo, la stele commemorativa dell’ingresso di Giuseppe Garibaldi in città se le celebrazioni in atto per il 150° anniversario dell' Unità d'Italia non avessero fatto luce sul monumento abbandonato e reso fatiscente dal degrado. Pochi mesi fa la denuncia dalle pagine del corrieredelmezzogiorno.it circa lo stato increscioso del monumento di rilievo storico nazionale svilito nella funzione di memoria storica dalla presenza di due cassonetti della nettezza urbana a ridosso e cumuli di rifiuti che l’avvolgevano; in questi giorni finalmente è avvenuta l’operazione di ripulitura. 

La stele situata all’altezza dell’ingresso della circumvesuviana di corso Garibaldi è stata ripulita; liberata dai cassonetti e dalla spazzatura che l’avvolgevano intorno, ora è possibile osservare il manufatto nella sua forma originaria e leggere la targa dedicata dai napoletani al loro «liberatore»: “Per questa via nel VII settembre MDCCCLX entrando solo ed inerme Giuseppe Garibaldi congiunse Napoli all’Italia”

L’ITER PARLAMENTARE - Ci sono voluti 4 mesi e un’interrogazione parlamentare, la 4-07273 dalla quale è scaturita una più ampia indagine sulla «conservazione dei monumenti celebrativi del risorgimento italiano», presentata dall’onorevole Elisabetta Zamparutti (Pd) e sostenuta da 5 esponenti radicali, per ridare dignità al monumento di rilievo nazionale. Consegnata al Ministro per i beni e le Attività Culturali, Sandro Bondi l’iter della richiesta risulta attualmente ancora in corso; tuttavia spostati i cassonetti qualche metro più in là, la stele è nuovamente riapparsa nella sua integrità originaria, lapide compresa; sebbene rimane nei fatti praticamente invisibile tra le auto che continuano a parcheggiare in sosta vietata davanti all’ opera commemorativa.

QUEL 7 SETTEMBRE 1860 – Oltre la stele celebrativa dell’entrata in città del generale dei “due mondi” presente in corso Garibaldi, altre targhe evocative dei fatti di quel 7 settembre 1860 sono ancora visibili in città: dello stesso giorno infatti la targa esposta all’ingresso di Palazzo Salerno - già palazzo della prefettura - a pochi passi da palazzo reale: «Io ero ben sicuro di avere questa cordiale ed affettuosa accoglienza dalla popolazione napoletana ed è perciò che con pochi uomini e male armati sbarcai in Marsala per venire ad abbattere la tirannia del governo borbonico» e la targa posta a memoria del celebre annuncio dell’ annessione del Regno delle Due Sicilie a quello d’Italia, avvenuto dal balcone di Palazzo Doria d’Angri nei pressi di quella che a ricordo dell’avvenimento sarà chiamata appunto col nome di “piazza sette settembre” adiacente via Toledo : «Il VII settembre MDCCCCLX innanzi a questa casa il popolo napoletano acclamò in Giuseppe Garibaldi liberatore, l’Unità d’Italia».

LAPIDI E TARGHE CELEBRATIVE; VERE O PRESUNTE? – Tante sono dunque le lapidi e targhe celebrative, erette ed esposte in tutto il meridione in onore del generale italiano; talune vere, altre “presunte” –sulla questione alcuni storici “ironicamente” affermano che per essere presente in ogni casa che espone il celebre – “Qui dormì Garibaldi ” – al valoroso Generale , sarebbero occorsi ben due anni di visite nei palazzi più in vista del Centro-Sud italia. Ma la storia insegna che il fenomeno si sparse un po’ ovunque, poichè avere una lapide ricordo del passaggio di Garibaldi nel proprio paese era considerata una questione di prestigio e di vanto per l’intera comunità.

Antonio Cangiano
06 settembre 2010




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Garibaldi lascia il cavallo ed entra a Napoli in treno. Quel binario è «triste e solitario»

Corriere del Mezzogiorno


Il 7 settembre del 1860, la Bayard, prima ferrovia italiana, aveva a bordo il passeggero illustre



Quel che rimane della ferrovia Bayard: questo il punto dove arrivò Garibaldi
Quel che rimane della ferrovia Bayard: questo il punto dove arrivò Garibaldi


NAPOLI - Garibaldi alla conquista di Napoli. Ventuno anni dopo la grande inaugurazione della prima ferrovia d’Italia, il 7 settembre del 1860, la Bayard ha a bordo un passeggero davvero illustre: Giuseppe Garibaldi.

SCENDE DA CAVALLO E PRENDE IL TRENO - Per l’ultimo tratto della conquista del Regno, infatti, l’eroe lascia il suo quadrupede per i più comodi cavalli a vapore. Il mitico generale arriva alle 13.30 ed è accolto dal prefetto Liborio Romano e da una folla plaudente (la solita). Trova una città relativamente tranquilla - l’ordine pubblico, come è noto, era stato affidato ai camorristi di Tore ‘e Crescenzio - ed è probabilmente il primo caso di conquista di una città in treno.

LA LAPIDE - A ricordare l’evento è una lapide finora mal ridotta e che le celebrazioni del centocinquatenario hanno salvato dell'incuria. La scritta sul marmo è sistemata su una colonna di piperno usata per appoggiarvi i cassonetti dei rifiuti, dinanzi alla Circumvesuviana, a pochi passi da quel che resta dell’antica stazione: un rudere abbandonato al degrado. Sul marmo, tra l’altro, c’è scritto che «…entrando solo ed inerme, Giuseppe Garibaldi congiunse Napoli all’Italia». 

Nel pomeriggio dello stesso giorno si affaccerà dal balcone centrale di Palazzo Reale per il suo primo discorso: «…Il primo bisogno dell’Italia era la concordia, il secondo l’unità della grande famiglia italiana…». E anche se i borbonici si erano quasi arresi e mancava poco più di un mese all’incontro di Teano, di concordia nella nascente Italia, proprio come oggi, non se ne vedeva tanta.


BINARIO «TRISTE E SOLITARIO» - Un pezzo di quel che resta dei binari, malamente seppelliti dal caotico sviluppo urbanistico, potrebbe essere recuperati insieme con ciò che rimane della stazione ottocentesca, anche per ricordare l’opera di monsieur Bayard de la Vingtrie. Dismessa ad inizio Novecento, l’antica struttura fu gravemente danneggiata dalle bombe nel 1943, quindi, negli anni del dopoguerra fu sede del Dopolavoro ferroviario e vi fu costruito il cinema «Italia», poi, con il terremoto del 1980, l’inizio della fine.

QUEL RUDERE DI TUFO TRA LE GIOSTRE - Oggi, nell’area dei binari ci sono un campo di calcio e delle giostre, mentre la parte centrale dell’edificio (transennata perché a rischio crollo) conserva quasi del tutto il piano terra, mentre l’ala sud è l’unica che è stata sistemata ed ospita la XX Municipalità. Il resto è il grande rudere di tufo, di proprietà comunale che, secondo quanto annunciato anni fa, dovrebbe essere oggetto di un progetto di recupero per trasformare ciò che rimane della prima stazione d’Italia in un museo ferroviario, con un punto d’informazione per i turisti diretti nell’area vesuviana, ed un percorso di collegamento sotterraneo che conduca alla circumvesuviana e alla metropolitana. Museo che dovrebbe affiancarsi o subentrare a quello di Pietrarsa, oggi poco valorizzato.

IL PROGETTO DI ALDO LORIS ROSSI - Un progetto per la stazione borbonica di via dei Fossi in realtà esiste già ed è firmato da uno dei più noti ed apprezzati architetti napoletani, il professor Aldo Loris Rossi (insieme con Emiliana Gentile), e il ministero dei Beni culturali avrebbe già stanziato 700mila euro, ai quali si dovrebbero aggiungere altri 500mila euro dai fondi della Provincia, mentre non è ancora chiaro dove sarebbero recuperati i restanti due milioni e passa di euro per finire i lavori. Il timore è che a fronte dei soliti annunci, la Stazione Bayard e il monumento che ricorda l’arrivo di Garibaldi facciano la fine del resto del quartiere, ovvero continuino a languire nel degrado.

Antonio Emanuele Piedimonte
06 settembre 2010
(ultima modifica: 07 settembre 2010)




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L'Fbi rilancia la caccia a James Bulger, criminale con la passione per Napoleone

Corriere della sera


Potrebbe nascondersi tra i siti storici in Europa. Avvistato a Taormina. Responsabile di almeno 19 omicidi

WANTED: Due MILIONI DI DOLLARI


James J. Bulger e la sua compagna Catherine Greig in una  vecchia immagine
James J. Bulger e la sua compagna Catherine Greig in una vecchia immagine
WASHINGTON
– Nel manifesto dei super-ricercati dell’Fbi James J. Bulger è appena sotto l’icona di Osama Bin Laden. La scheda con i suoi dati, oltre che in inglese, è in francese, italiano, tedesco e spagnolo. Questo perché il criminale potrebbe nascondersi in Europa, attratto dai siti storici e dalla speranza di passare inosservato. 

Nato nel 1929, Bulger è stato un killer del crimine organizzato a Boston ed è abbastanza vecchio da aver trascorso tre anni rinchiuso ad Alcatraz, l'isola prigione oggi attrazione turistica. Per l’Fbi, che ha offerto una taglia di due milioni di dollari, è responsabile di almeno 19 omicidi. In fuga dal 1995, l’assassino vive la latitanza insieme alla sua compagna, Catherine Greig, 59 anni. Amano molto gli animali e i lunghi viaggi. Gli investigatori, in primavera, hanno inviato agli studi di chirurgia plastica e ai dentisti le foto dei due ricercati nella speranza che qualche dottore li abbia visti. Bulger – è il sospetto – si forse “rifatto” il volto e, inoltre, si sottopone alla pulizia dei denti con una frequenza superiore al normale. L’Fbi, in passato, ha fatto girare la voce (e foto elaborate al computer) nelle librerie.

AVVISTAMENTI - Il killer è un grande lettore di testi su Napoleone e il secondo conflitto mondiale, con il pallino per le battaglie celebri. Ecco perché l’Europa può essere una meta del bandito. I poliziotti, però, non escludono alcun quadrante, visto che Bulger si è spesso mosso tra Usa, Canada e Messico. L’ultima segnalazione “solida” risale a 8 anni fa, quando è stato avvistato in pieno centro a Londra. Nel 2007 un video amatoriale sembrava aver colto Boulger a Taormina: in realtà era un turista. 

Poi, nel marzo di quest’anno, la proprietaria di un campeggio in North Carolina avrebbe riconosciuto la coppia di latitanti a bordo di un lussuoso “motor home”, un camper grande quanto un bus. E seguendo questa traccia gli investigatori non hanno escluso che l’omicida e la sua amica si fossero diretti verso il territorio canadese. All’Fbi di Boston, l’ufficio responsabile delle indagini sul killer, è arrivato da pochi giorni un nuovo responsabile, Richard Deslauriers. Veterano del Bureau, appena insediatosi, ha chiarito ai suoi uomini quale sia la missione principale: prendere Bulger. La caccia all’uomo dei mille volti


Guido Olimpio
07 settembre 2010



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Ho paura per gli appalti del porto» I timori rivelati a un amico giudice

Corriere della sera

Aveva bloccato gli investimenti sospetti di famiglie napoletane. Era intervenuto per evitare che immobili di pregio finissero in mani non pulite


Il personaggio - L'amministratore-pescatore che aveva vinto le sfide per il mare pulito


DA UNO DEI NOSTRI INVIATI



POLLICA (Salerno) - Il mare pulito, la raccolta differenziata, i vincoli ambientali. Aveva vinto tutte le scommesse, Angelo Vassallo. I riconoscimenti di Touring e Legambiente sono come trofei che Acciaroli e Pioppi vincono praticamente a ogni estate. Qui le correnti marine giocano a favore, ma conta anche la logica con cui si è lavorato agli impianti di depurazione, come alla raccolta dei rifiuti e al piano regolatore. Tutta opera di Vassallo in quindici anni di governo comunale, interrotto solo per pochi mesi tra il 2004 e il 2005, quando se ne andò a fare il consigliere provinciale a Salerno, ma poi tornò, pilotando la sfiducia a chi l'aveva sostituito così come ne aveva pilotato l'elezione.
Era un sindaco di quelli che decidono e agiscono, e i risultati gli hanno sempre dato ragione. Alle ultime elezioni nelle cinque frazioni di Pollica non c'è stato nessuno capace di mettere insieme una lista che gli contendesse i voti, e lui ha vinto senza rivali.


I nove colpi di pistola che gli hanno esploso in faccia l'altra notte raccontano però che se non aveva avversari aveva nemici, e dei peggiori. Il suo modo di amministrare, la sua politica che aveva fatto di questo territorio un'isola felice due spanne più su di tutte le altre località marine della Campania (nemmeno Capri e Positano hanno il mare che c'è qui) potrebbero aver finito con l'attrarre interessi di gente pericolosa, investitori di denari guadagnati illecitamente o, peggio ancora, aspiranti pretendenti dei milioni di euro in arrivo per completare i lavori del porto, un'altra opera per la quale il sindaco si era impegnato a fondo, e pure stavolta con risultati concreti. 


È una delle piste seguite nelle indagini, anche se non la sola. Ma il grande affare di Pollica è lì, nel porto e negli investimenti turistici, ristoranti e alberghi. E se Vassallo ha pagato per aver detto no a chi non ragiona con la carta bollata ma con le pistole, è difficile pensare che queste cose non c'entrino. Anche perché lui recentemente aveva cominciato a preoccuparsi proprio per qualcosa legato agli appalti del porto, e lo aveva confidato a un amico magistrato.

Occasioni per farsi qualche nemico, sicuramente ce ne erano state. Vassallo era uno che se vedeva qualcosa di storto si metteva di mezzo per raddrizzarla. Aveva fatto così con un paio di ristoranti rilevati da famiglie napoletane delle quali aveva smesso di fidarsi, ed era arrivato a farli chiudere - temporaneamente - per violazioni amministrative. Poi c'è la storia di una serie di immobili prestigiosi, sempre nella zona del porto, finiti all'asta, e pure quelli adocchiati dallo stesso gruppo di imprenditori venuti da Napoli. Pare che il sindaco si fosse mosso con decisione per evitare che se li accaparrassero.



Si esponeva, questo è sicuro. Ci era abituato. Lo faceva da sempre, solo che prima le questioni in cui si infilava non erano pericolose. Il mare, per esempio. Era la sua vita perché prima di mettersi in politica faceva il pescatore e un po' continuava ancora a farlo. E più di una volta in mare ci si è infilato letteralmente: per raccogliere una a una le buste di plastica che qualche diportista a corto di senso civico buttava giù dalla barca.
La sua fissa era il rispetto dell'ambiente, e si vantava di aver portato nelle cinque frazioni che amministrava la raccolta differenziata a livelli altissimi. Una volta espose un manifesto enorme per indicare il confine tra il suo territorio e quello del paese successivo, dove i rifiuti si accumulavano in strada e lui temeva che qualcuno pensasse di essere ancora a Pollica.

Per lui la politica era stare sul campo, e infatti in Comune ci andava ma lo si vedeva molto di più in giro per il paese. Diceva che un buon amministratore deve stare con i suoi concittadini e recentemente aveva cominciato anche a essere deluso del suo partito, il Pd. Tanto da arrivare a dichiarare una profonda ammirazione per la Lega. In una intervista rilasciata poche settimane fa al Corriere del Mezzogiorno lo disse apertamente, e non sembrava nemmeno tanto una provocazione: 

«Qui solo la Lega può risolvere i problemi, perché è un partito che sta in mezzo alla gente, che sa intercettarne le esigenze». Gli piaceva il federalismo «perché i diritti dei cittadini devono essere gestiti dagli enti più vicini». Il Pd non lo convinceva più e guardava a Vendola: «Mi sembra un tipo concreto». Ma già c'era qualcosa che lo stava allontanando dalla politica: «Tra un po' non la farò più». Aveva deciso di ritirarsi. Gliel'hanno impedito.


Fulvio Bufi
07 settembre 2010



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Il sindaco ucciso: «Aveva denunciato forze dell'ordine corrotte»

Corriere della sera

«Ci sono sue lettere scritte sia al comando provinciale, sia al comando centrale a Roma, senza alcuna risposta»




ROMA
- «Mio fratello, prima di essere ammazzato, mi aveva detto che personaggi delle forze dell'ordine erano in combutta con personaggi poco raccomandabili. Ci sono delle lettere scritte sia al comando provinciale, sia al comando centrale a Roma senza alcuna risposta». Il fratello conferma che Angelo Vassallo è stato lasciato solo. 
 
LE PISTE - Lo ha dichiarato a Sky Tg24 Claudio Vassallo, il fratello del sindaco di Pollica ucciso domenica sera nel Cilento. «Mio fratello è stato lasciato solo, abbandonato. Le piste da seguire secondo me - ha aggiunto Vassallo - sono o gli interessi sul porto o i problemi che ci sono stati questa estate con la droga ad Acciaroli. Lui ha chiesto aiuto alle forze dell'ordine e non glielo hanno dato».

07 settembre 2010





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Scampia, i clan minacciano i vigili urbani durante il sopralluogo alla discarica

IL Mattino

  

NAPOLI (7 settembre) - I clan non tollerano intrusioni di campo nelle attività illecite, specialmente poi se si tratta di rifiuti tossici. Ecco allora che nel pieno dell’incendio alla discarica del campo rom di Cupa Perillo a Scampia, due vigili urbani incaricati di verificare il tipo di rifiuti incendiati nell’ambito di una operazione a largo raggio disposta dal comando, sono stati minacciati da due malviventi comparsi a bordo di una moto. Chiarissimo il messaggio: andate via o incendieremo tutto, voi più cercate e noi più diamo fuoco. Attraverso le targhe si cerca di risalire ai proprietari delle moto ma nessun dubbio sulla matrice camorristica dell’intimidazione.




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Napoli, la banca fantasma: Cacciapuoti in fuga mandò qualcuno in casa sua

Il Mattino


NAPOLI (7 settembre) - C’è un giallo nel giallo nella vicenda Cacciapuoti, il patron della Banca popolare del Meridione, l’istituto fantasma al centro di un colossale raggiro ai soci.
Cacciapuoti, fuggito all’estero e - a detta dei legali - in procinto di presentarsi in Procura - avrebbe consegnato a una terza persona le chiavi della sua casa di via Chiaia. Forse un consulente finanziario, di sicuro una figura di sua fiducia. Con quale scopo?

È il punto su cui si concentra ora l’attività degli investigatori che puntano a chiarire se il mister X non avesse ricevuto il mandato di portare via dall’abitazione di Cacciapuoti eventuali documenti compromettenti. Un fatto è certo: la circostanza sarebbe stata rivelata agli uomini della Guardia di Finanza dalla stessa moglie del patron della BpM, Roberta Zicari, al corrente che le chiavi di casa erano a disposizioni anche di un’altra persona.




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Sakineh, Iran: "Da Italia e Francia notizie false"

di Redazione


Il ministero degli Esteri attacca Roma e Parigi: "Si sono lasciati coinvolgere, ma un caso di sospetto omicidio non deve diventare una questione politica o di diritti umani". La donna è accusata di adulterio e complicità nell'omicidio del marito: rischia la lapidazione




Teheran - Continua la vicenda Sakineh. A parlare, stavolta, è il ministero degli Esteri iraniano, che, attraverso il suo portavoce Ramin Mehmanparast, sostiene che le notizie riguardanti la donna che rischia la lapidazione. "Alcuni dirigenti occidentali", ha detto, "compresi i ministri degli Esteri di Francia e Italia, si sono lasciati coinvolgere nel caso, ma purtroppo sulla base di informazioni sbagliate"

La donna è accusata di adulterio e complicità nell'omicidio del marito e il caso ha portato a una grande mobilitazione internazionale e il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini sta tentando la via diplomatica per salvare la donna. Ma Mehmanparast ha spiegato che la procedura giudiziaria relativa alle due accuse rivolte a Sakineh è ancora in corso e che "Il caso di una sospettata di omicidio non deve diventare una questione politica o di diritti umani. Invece che supportare un sospettato di omicidio, l’attenzione dovrebbe essere dedicata ai familiari delle sue vittime".

Frattini ha precisato che non sono in discussione le relazioni diplomatiche con Teheran, nonostante abbia annunciato la mobilitazione dell’esecutivo sul caso e abbia chiesto alla Repubblica Islamica un atto di clemenza per la donna, 


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Casa di Montecarlo Pontone in Procura

Il Tempo


L'ex tesoriere di An sarà chiamato a testimoniare. Andrà davanti ai magistrati il 14 settembre e portà dire chi gli ha indicato il compratore.


L'edificio in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo, dove  si trova  l'appartamento abitato da Giancarlo Tulliani


L'inchiesta sulla casa a Montecarlo affittata da una società off shore a Giancarlo Tulliani, il cognatino di Gianfranco Fini, entra nel vivo: il senatore Francesco Pontone, ex tesoriere di Alleanza nazionale, secondo quanto risulta a Il Tempo verrà chiamato il 14 settembre ad andare dai magistrati della Procura di Roma per raccontare la sua verità sulla vendita dell'appartamento a una società off shore con sede nell'isola di Santa Lucia, nel paradiso fiscale delle piccole Antille.


Pontone è uno dei protagonisti della vicenda. Il tesoriere di An, infatti, agiva grazie a una procura generale del presidente del partito Gianfranco Fini: ogni atto firmato da Pontone era autorizzato dal presidente del partito, compresa la vendita dell'abitazione monegasca, frutto del lascito miliardario della contessa Anna Maria Colleoni.


Il caso di Montecarlo dunque entra nel vivo anche nelle aule giudiziarie. Dopo una denuncia degli esponenti de La Destra di Francesco Storace l'inchiesta ha preso il via. Gianfranco Fini a Mirabello si è dichiarato sereno sui risultati dell'indagine, sulla quale in ogni caso aleggiano non pochi dubbi:


1. Perché il tesoriere di An vende la casa a Montecarlo a una società off shore?
2. Perché nell'intermediazione - come detto anche da Fini nella sua nota di precisazione sul caso - compare Giancarlo Tulliani e le sue conoscenze a Montecarlo?
3. Perché l'abitazione nel Principato passa a una seconda società off shore con sede sempre nelle piccole Antille?
4. Perché l'abitazione dopo questi due passaggi nel paradiso fiscale improvvisamente diventa l'abitazione in affitto del cognato di Fini?


La magistratura deve solo chiarire gli aspetti legali della vicenda, cioè se vi sia stata elusione-evasione fiscale, riciclaggio o altri reati connessi alla transazione. La testimonianza di Pontone però è molto importante più che dal punto di vista giudiziario, sotto l'aspetto politico: il senatore infatti potrà finalmente chiarire chi gli ha indicato il compratore, perché ha agito con assoluta certezza, senza neppure chiedersi chi fosse il compratore. È un aspetto della vicenda ancora insoluto. E riguarda molto da vicino l'operato dell'allora presidente di An, Gianfranco Fini, e del suo entourage.


Pontone, come ha fatto capire più volte, non ha mai agito di sua iniziativa, ma sotto l'occhio vigile del leader di An. Giancarlo Tulliani, il cognato di Fini che abitava (o abita?) a Montecarlo, a oltre un mese dallo scoppio della vicenda non ha mai fornito alcuna spiegazione ufficiale. Fini si è limitato in tutto questo periodo a una sola nota in otto punti che non ha fatto luce sui buchi neri della vicenda e addirittura è riuscito a peggiorare la situazione, laddove ha espresso il suo stupore nell'apprendere che quella abitazione era nella disponibilità di Tulliani. Pontone, un galantuomo partenopeo, avrà modo di spiegare alla magistratura cosa è successo.


Resta da chiarire un aspetto di tutta questa vicenda che è cruciale: chi sta dietro le società off shore (Printemps Ltd e Dimara Ltd), quali nomi si celano dietro i due trust costituiti nel paradiso fiscale delle piccole Antille poco prima della compravendita dell'appartamento? Il nocciolo del caso Montecarlo sta tutto qui: la verità è custodita in una cassaforte di un ufficio nell'isola di Santa Lucia, nel Mar dei Caraibi. Servirebbe una rogatoria. Non per scoprire chissà quale verità giudiziaria, ma per appurare una volta per tutte se dietro quelle società off shore ci sia una manina di famiglia.



È l'ombra che finora il leader di Futuro e Libertà non si è riuscito a diradare e questo resta il mistero più grande di questa storia italiana, di una famiglia italiana e della politica italiana. A Mirabello Fini ha glissato, non è entrato nell'argomento, non ha mai citato il cognato, né la casa di Montecarlo, ha solo parlato di «infamia» per commentare le notizie riportate da tutti i giornali. Nessuna parola di solidarietà è venuta dall'ex presidente di Alleanza nazionale nei confronti del suo tesoriere, quel Francesco Pontone che per suo conto e in suo nome per anni ha amministrato il patrimonio di Alleanza nazionale. E un lascito di due miliardi di vecchie lire della contessa Anna Maria Colleoni.


La verità giudiziaria in questa vicenda è assai meno fondamentale della verità politica. Da Pontone l'opinione pubblica si attende quest'ultima, la giustizia, quella delle carte bollate può fare il suo corso, ma la storia ha altre vie e determina altre storie e giudizi da parte di un tribunale più grande: quello degli elettori. 

Pi. Ar.




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Il tema di Sarah: voglio fuggire da qui. A casa litigo sempre

Corriere della sera

La madre a Napolitano: mandate più agenti



MILANO - Risposte semplici, secche. Ognuna è un tassello da aggiungere al puzzle incompleto di questa storia.


Il test psicoattitudinale è dell'anno scorso. Sarah Scazzi l'ha finito in pochi minuti. Che rapporto hai con tua madre? «Conflittuale». Se hai un problema personale con chi ne parli? «Con l'amico del cuore». Per me vivere ad Avetrana è: «Non vedo l'ora di andare via». Poi altre domande sulla scuola, gli amici, il tempo libero, i sogni nel cassetto. «Mi piacerebbe lavorare come cameriera sulle navi da crociera», dice la risposta che guarda il futuro. Quanti amici/amiche hai? «Più di 4», chiarisce come se quel 4 fosse un 400. Ciò che mi manca di più è: «L'affetto di mio fratello», l'amatissimo Claudio irraggiungibile perché vive e lavora in provincia di Milano. La più grande passione è: «Gli animali», rivela Sarah a quei pochi che non lo sapessero. Perché chiunque abbia avuto a che fare con lei anche solo un giorno lo sa: gli animali sono la sua felicità, la cosa, per dirla con le sue parole, nella quale «io e mia madre siamo uguali».



Le insoddisfazioni e i tormenti dell'adolescenza, la ritrosia a rispettare le regole, tipica dei suoi 15 anni, e le piccole-grandi incomprensioni quotidiane, hanno compromesso il rapporto madre-figlia. Almeno così sembra a leggere il tema «La mia famiglia e io», pubblicato ieri sul sito del Tgcom. «Non vado molto d'accordo con i miei genitori - scriveva qualche mese fa la ragazzina scomparsa dal 26 agosto -, specialmente con mia madre che si chiama Concetta e ha circa 49 anni. Ci litigo ogni giorno, anche per stupidaggini. Ma su una cosa siamo uguali: tutte e due amiamo molto gli animali. Infatti abbiamo un cane e sei gatti: tre stanno a casa ad Avetrana e tre a casa al mare».


In un altro passaggio del compito Sarah racconta che «mia madre è molto fredda, forse perché è stata adottata da mio nonno Cosimino. Lui mi raccontava sempre delle storielle quando ero più piccola, ma con il passare degli anni ha perso questa abitudine. Mio padre si chiama Giacomo. Ha circa 54 anni e vive a Milano ma scende qui ad Avetrana ad ogni festa. Lui è tutto l'opposto di mia madre. Poi c'è mio fratello Claudio (...) Io sono molto attaccata a lui perché mi ascolta sempre e mi dà dei buoni consigli. (...) Con mio fratello sono molto dolce. Mia madre è testimone di Geova perciò non vuole che io faccia religione a scuola. Il mio sogno è comprare una grandissima casa e portarci dentro tutti gli animali abbandonati per le strade perché mi dispiace vederli così».


A Claudio sembra di vederla mentre porta a casa un altro cucciolo raccolto per strada. Lui è certo che le parole contro la madre siano «le classiche reazioni di ribellione ai genitori che hanno tutti gli adolescenti» e anche quel «Non vedo l'ora di andar via da Avetrana» non sposta una virgola: Sarah non è scappata volontariamente, è convinto. Così com'è convinto che i satelliti militari o magari quelli di Google abbiano ripreso qualcosa o qualcuno che può servire alle indagini lungo il tratto di strada in cui Sarah è scomparsa: «Che ci aiutino, per favore» chiede.


Un appello, ieri, l'ha fatto anche sua madre direttamente al presidente Napolitano: «Sono una mamma disperata. Vi supplico, mandate più uomini per cercare la mia Sarah». Il Commissario straordinario del governo per le persone scomparse fa sapere di aver «attivato tutti i canali necessari», gli inquirenti controllano anche il più piccolo dettaglio. Eppure niente: dove c'era Sarah c'è soltanto il vuoto, come il posto in prima fila della sua classe, la II A dell'Alberghiero di Maruggio. Ieri il nuovo anno scolastico è partito dalla sua assenza. Il prof ha chiamato il suo nome facendo l'appello. Ed è stato vuoto una volta ancora. 


Giusi Fasano
07 settembre 2010




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Fini, il cugino e gli assegni: forse rimborsi di An

di Gian Marco Chiocci



Il verbale del parente del presidente della Camera che curava l'ufficio gadget accusato da una militante di aver incassato i fondi del partito: "Magari una volta o due... Non ricordo"



Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica

 

Roma
-
Eccola qui la versione data in tribunale da Roberto Iannarilli, il «cugino» di Fini (in realtà cugino di Daniela Di Sotto, ex moglie del presidente della Camera), sul pasticciaccio degli assegni spiattellato da una militante di An che, per qualche anno, ha lavorato all’ufficio gadget del partito di via della Scrofa. Ana Maria Lutescu sostiene di aver versato per anni assegni sul conto corrente privato di Iannarilli, anche se erano intestati ad An o alla direzione nazionale di An, e dunque «girabili» solo se firmati dal tesoriere, il senatore Francesco Pontone.

Iannarilli (che ha detta della donna si qualificava in banca come «cugino di Fini») depone il 28 maggio del 2009. Ricorda poco, ma alla resa dei conti non esclude (quasi) niente. Si presenta al giudice come «responsabile dell’ufficio immagine del partito», e spiega: «Avevo un ufficio al primo piano dove mi occupavo di tutta la propaganda del partito», in via della Scrofa. E ricorda di essere anche stato amministratore unico della «M6, Master Servizi Italiani srl», che «si occupava di vendita all’ingrosso di oggettistica». 

Il pm chiede se gli «è mai capitato di gestire direttamente o indirettamente eventuali finanziamenti destinati al partito in assegni o denaro contante». Iannarilli taglia corto: «No, assolutamente mai perché c’è un segretario amministrativo che si occupa di questo, noi non eravamo titolati». E alla domanda della parte civile, su chi avesse questo potere di firma, replica sicuro: «Certo che lo so, il senatore Pontone», l’uomo a cui Fini da sempre ha delegato la firma per vendere e incassare, tanto che è lui che firma la cessione della casa di Montecarlo.

Nell’interrogatorio le sorprese non mancano. La Lutescu nella lettera che ha innescato il procedimento aveva sollevato il sospetto che Iannarilli avesse più volte incassato soldi - sotto forma di assegni intestati ad An, e non alla M6 srl o all’ufficio immagine, riferibili allo stesso «cugino» - sul suo conto personale, non potendolo fare come da lui stesso ammesso. E invece quando l’interrogatorio punta sulla questione, Iannarilli appare incerto nelle risposte. La Lutescu versava soldi sul suo conto, aveva un mandato per versarli?, chiede il pm. «No, no, se l’ha fatto l’ha fatto ed io non lo so», risponde all’inizio Iannarilli. 

Che poi però apre uno spiraglio: «Se è successo sinceramente è una cosa, non lo so come è successo, poi sono passati 15 anni, se è successo non lo so, forse una volta, due, non lo so». Insomma, riprende il pm, «non lo esclude del tutto». «Può darsi pure - risponde Iannarilli - che, non so, le abbia detto “vai a versare questo assegno per piacere”, ma sinceramente non me lo ricordo, dico proprio la verità guardi, cioè gli assegni sicuramente li giro io perché è ovvio non poteva nemmeno girarli la signora eventualmente». Ma gli assegni, a meno che non fossero intestati alla srl di cui Iannarilli era amministratore, non poteva girarli nemmeno lui. 

Il pm vuol evitare l’ambiguità e incalza: «Quindi lei esclude che le siano stati girati degli assegni che erano intestati ad Alleanza nazionale?». Iannarilli prima ipotizza che si potesse trattare di una «federazione che ha comprato dei gadget e possa aver mandato un assegno (...), ma è la federazione, non è An», e alla nuova richiesta del pm su eventuali assegni «indirizzati ad An e alla direzione nazionale» Iannarilli ribadisce: «C’è un segretario amministrativo che si occupava di questo, cioè nessuno poteva firmare assegni di Alleanza nazionale perché non sarebbero stati validi». 

E nega, ancora, quando è l’avvocato di parte civile a domandare se «è mai accaduto che assegni intestati in favore di An siano stati incassati o versati sul suo conto». Testuale: «Devo rispondere no per forza, è talmente evidente». Poi le cose cambiano quando è l’avvocato della Lutescu che mostra a Iannarilli un assegno, intestato ad An, chiedendogli se è sua la firma sulla girata. «La firma - risponde il cugino dell’ex moglie di Fini - non mi sembra la mia sinceramente, in ogni caso 245mila lire che Alleanza nazionale (...) può essere seimila cose, un rimborso spese per l’aereo, un rimborso spese, questo può essere seimila cose». 

Nuova domanda: «La firma di girata è sua?». Iannarilli replica: «Non me la ricordo (...) Alleanza nazionale è intestato, potrebbe essere un rimborso spese». Il legale insiste: «Cioè un assegno intestato ad An e c’è la sua firma dietro?». «La girata non lo so di chi è sinceramente, io non firmo proprio così, boh, non lo so», spiega l’uomo dei gadget di An, «cugino» pro tempore di Fini. Tocca al giudice intervenire: «Siccome è collegata alla diffamazione, al capo di imputazione, la domanda è questa. 

Se è vero che assegni a favore di An o di Msi sono stati poi versati sul suo conto corrente personale». Ci si aspetterebbe un no, ma Iannarilli sceglie una risposta più, come dire, «articolata»: «Allora guardi parliamo del 1995, io non posso sapere che è successo, le faccio un esempio. Io ci ho una società, io faccio il commercialista, ho una società dove se l’amministratore anticipa dei soldi poi se li riprende, ma questo è regolare, quindi cosa ne posso sapere se è successo e il motivo per cui è successo, quando c’è l’anticipazione dei soci il ritorno indietro è ammesso dalla legge». 

La situazione si fa delicata. Il giudice insiste: «Sono stati versati assegni a favore di An o Msi sul suo conto personale dalla signora?». Al posto di Iannarilli risponde la parte civile: «Il problema è se sono stati firmati da Lamorte, se ci sono state delle sottrazioni a noi non interessa». Insomma, l’interrogatorio vira improvvisamente. Poiché Lamorte aveva querelato la Lutescu, che nella lettera-denuncia spedita a Fini accennava a un assegno girato proprio da Lamorte e da lei versato sul conto di Iannarilli, la parte civile invita a occuparsi solo della presunta diffamazione legata a quel singolo assegno.


La cui firma di girata, che per la Lutescu era di Lamorte, quest’ultimo aveva disconosciuto. Così ancora il giudice legge la parte della missiva «incriminata», e sul punto Iannarilli nega, e la butta sul complotto: «È falso, tra l’altro come fa a sapere qual è il mio conto? A ricordarsi qual è il conto? Cioè tutte queste cose sinceramente, tutte queste fotocopie lasciano dubitare di una preparazione». Ma alla fine, se Iannarilli nega la girata di Lamorte, non esclude invece che la Lutescu versasse assegni sul suo conto: «Può darsi che è andata qualche volta». Il giudice assolverà la donna sottolineando che l’unico che poteva sentirsi diffamato era Iannarilli. Che, però, non l’ha mai querelata.

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it






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Napoli, spazzini in ferie: strade sporche E alla pulizia provvedono i negozianti

Il Mattino



NAPOLI (7 settembre) - Turni ferie sbagliati e una valanga di certificati medici per gli spazzatori. Risultato: strade sporche e cumuli di rifiuti ovunque. Il primo giorno di rientro vero in città, Napoli si è svegliata all’insegna dell’immondizia dilagante. Al punto che i commercianti sono stati costretti a una pulizia fai da te degli spazi antistanti ai loro esercizi. All’Asìa summit dei responsabili: conti alla mano, è vero: turni sbagliati e malattie a raffica. Corsa ai ripari per evitare il bis oggi. Tanto più che con lo stop alla derattizzazione i rischi igienici aumentano.




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Napoli, Parentopoli al Comune un sindacalista il regista della truffa

IL Mattino

di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (7 settembre) - È un sindacalista assunto nell’organico del Comune la «mente» della Parentopoli emersa a Palazzo San Giacomo. La cricca, nel mirino degli inquirenti, accedeva a case e posti di lavoro grazie a un giro di legami familiari. Con lui sarebbero coinvolti un paio di dirigenti comunali, un assistente sociale e una donna ucraina ma cittadina napoletana a tutti gli effetti, tanto da scalare nel giro ha un lavoro nel welfare e vive in un’ambitissima casa del Comune in pieno centro storico.




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Francia: nuovi fast food con menu per musulmani Minaccia di boicottaggio

di Fausto Biloslavo



Arrivano 22 nuovi fast food con menu per musulmani: tacchino invece del maiale. Insorge l'Ump, il partito di Sarkozy: "Boicottiamo la catena". Molti denunciano una "discriminazione al contrario", perché nei fast food halal il menù è solo islamico


 
In nome dell’islamicamente corretto una catena francese di fast food sforna hamburger rigorosamente halal, per soli clienti musulmani. Carne trattata secondo i precetti dell’Islam, tacchino affumicato al posto della pancetta e così via è il nuovo affare del menù rispettoso del Corano lanciato in grande stile da Quick, una catena d’Oltralpe con 346 fast food. I vecchi e un po’ malsani hamburgher alti un palmo, delizia di grandi e piccini, di pura carne «infedele» rischiano di passare in seconda fila.


I rivali francesi di McDonald hanno deciso di lanciare 22 fast food esclusivamente halal non a caso durante il Ramadan, il mese di digiuno islamico dall’alba al tramonto. Le vendite stanno raddoppiando, ma la polemica impazza, sia a destra che a sinistra. In molti denunciano una «discriminazione al contrario», perché nei fast food halal il menù è solo islamico. A parte la carne di maiale, proibita dall’Islam, il sapore dell’hamburger musulmano sembra non essere granché diverso da quello cristiano. Quello che cambia è la macellazione. Il bovino deve morire dissanguato con un taglio secco della giugulare e la carne va trattata senza sostanze impure, a cominciare dall’alcol. Halal è un termine arabo che significa lecito, l’opposto di haram, che rappresenta le proibizioni dell’Islam.


L'idea di servire hamburger musulmani è iniziata a gennaio con un progetto pilota in solo 8 fast food francesi. A fine febbraio il sindaco di Roubaix aveva lanciato la prima pietra denunciando la catena Quick nella sua città per «discriminazione», nei confronti dei non musulmani. La società si è giustificata spiegando che per mantenere la «purezza» della carne islamica non si può mescolare con altri piatti «impuri» nello stesso locale. In realtà c’è dietro anche un discorso economico sull'organizzazione delle forniture. Sulla faccenda erano intervenuti alcuni deputati dell'Ump, il partito di governo in Francia, proponendo un boicottaggio della Quick.


Negli ultimi giorni, con il lancio in grande stile dei fast food halal, la polemica è esplosa. Marine Le Pen ha bollato l'operazione come «uno scandalo». La figlia del famoso leader dell'ultra destra francese sostiene «che i clienti versano una tassa alle organizzazioni islamiche di certificazione». Per esporre il marchio halal nei fast food dev'essere presente alla macellazione della carne un esperto islamico, che certifichi, a pagamento, la liceità del trattamento.


L’assurdo è che sheik Al Sid Sheik, assistente alla moschea di Parigi, ha già contestato la purezza halal degli hamburger francesi. Tutti gli altri ingredienti del fast food, a cominciare dalla maionese e dell'olio per friggere le patatine dovrebbero venir certificati con il timbro dell’islamicamente puro. Per non parlare del fatto che con l’hamburger halal il cliente può ordinarsi una birra, severamente proibita dal Corano.


Nella laica Francia, dove sono molte sentite e dibattute le battaglie pro o contro il velo, anche la sinistra storce il naso di fronte ai fast food con il menù solo musulmano. Stephane Gatignon sindaco ambientalista di Sevran, sobborgo di Parigi, dove non vivono solo musulmani, sostiene «che tutti devono trovare i loro piatti preferiti». I francesi doc, soprattutto più anziani, che vivono in aree ad alta densità islamica, si lamentano di non trovare più la carne di maiale o i giornali nella loro lingua, che vanno cercati con la lente fra quelli scritti in arabo. Anche i musulmani più attenti temono una specie di effetto boomerang. La polemica sul fast food halal rischia di aggiungersi alle proteste per le moschee e al pericolo dell'espansione dell'Islam in Europa. Un altro nodo del contendere è che la Quick, seconda catena di fast food in Francia, è controllata al 94% da una banca di stato.


A molti sembra una contraddizione proibire il velo a scuola ed allo stesso tempo investire in ristoranti popolari con menù esclusivamente islamico. La catena Quick probabilmente farà spallucce alle polemiche e guarderà solo ai conti di un attraente mercato. In Francia vivono circa 5 milioni di musulmani. Il business dell’halal nel 2010 si aggirerà attorno ai 5,5 miliardi di euro, il 22% in più rispetto all’anno scorso.

www.faustobiloslavo.eu




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Gianfry indossa la toga Sulla casa di Montecarlo ammicca agli amici pm

di Stefano Zurlo


Iniziative ufficiali, abboccamenti e persino fuori onda formato lapsus. Pochi mesi, continui fuochi d’artificio. C’è un Fini che ammicca alle toghe e al loro sindacato, c’è un Fini che ironizza a ruota libera con un Procuratore sul Cavaliere e c’è un Fini che ormai si sovrappone alle toghe, le evoca e le invoca come una stampella alla propria azione. Domenica, a Mirabello, Fini, il Fini che non risponde alle inchieste del Giornale, il Fini che evita le più elementari domande sulla casa di Montecarlo, il Fini muto sul capitolo Tulliani, si è addirittura buttato nelle braccia dei giudici: ha benedetto le indagini e ha invocato punizioni esemplari per i giornalisti che lo scomodano.


Il Cavaliere contro le toghe, Fini in toga. Qualcuno forse, all’inizio, l’avrà scambiato per un gioco delle parti: aggressivo il premier, ecumenico il Presidente della Camera. Ma col tempo si è capito che proprio sul fronte della giustizia si stava consumando una lacerante divisione fra il fondatore e il cofondatore del Pdl. Il 6 novembre scorso, Fini, “spiato” da una telecamera, parla a ruota libera del Cavaliere con il procuratore capo di Pescara Nicola Trifuoggi: «L’uomo confonde il consenso popolare con una sorta di immunità». Trifuoggi chiosa sobriamente: «Voleva fare l’imperatore romano».


Potrebbe essere solo una battuta, anche se dalle parti di Arcore e del Pdl non la prendono molto bene. Ma quel piccolo incidente rivela tutta la distanza che separa ormai i due. Se Berlusconi dice ai magistrati che indagano sulla protezione civile, «vi dovete vergognare», lui lo corregge seccamente: «No». Quel che conta, naturalmente, è il controcanto, il puntiglioso smarcamento, la presa di distanza quasi esibita, al di là dei temi, pur complessi. E’ sempre il Presidente della Camera a piantare una bandierina dopo l’altra, sempre nel segno di una polemica sotterranea con Berlusconi.


Così si cimenta con un’ovvietà: le riforme non possono andare contro l’autonomia dei magistrati; poi, nel frangente strategico in cui da Palermo il pentito Gaspare Spatuzza parla dei presunti rapporti fra i fratelli Graviano e Berlusconi, lui spiega che il controverso concorso esterno, il reato che nel codice non c’è, non si tocca. E ancora una volta quel che importa è il messaggio che inevitabilmente quella dichiarazione mette in moto.


Certo, Fini ammorbidisce quella e altre esternazioni, diluisce e stempera, ma poi torna alla carica. E l’Anm se ne rende perfettamente conto; il numero uno Luca Palamara alla vigilia di un incontro con Fi afferma: «Il quadro politico è mutato». Così un appuntamento rituale con il Presidente della Camera si trasforma nel laboratorio di un nuovo rapporto fra le toghe e un pezzo del centrodestra. Il tutto nel mezzo di una querelle senza fine che tocca tutti i nodi da sciogliere: dal processo breve alle intercettazioni.

Ora i colonnelli finiani compiono un altro passo: un viaggio nelle procure italiane per capire i problemi concreti della giustizia. Ancora una volta le coincidenze sono sospette: il ministro Angelino Alfano promette stanziamenti per la giustizia e immediatamente parte il tour dei Granata, dei Bocchino, dei Lo Presti. Fini vuole tessere la sua rete e così dà il suo biglietto da visita ai Pm che da anni conducono la danza intorno ad Arcore. Facile avventurarsi in dietrologie sui futuri equilibri del postberlusconismo. Del resto i contatti sono istituzionali, ma Fini ha anche ottime entrature in quel mondo tradizionalmente schierato contro la coalizione di centrodestra. L’avvocato Carlo Izzo, il legale dei Tulliani, è il cognato del presidente della corte d’Appello di Roma Giorgio Santacroce. Ma questa volta Fini può andar fiero del cognato.




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In una foto tutto il dolore dei profughi di Peshawar

di Andrea Indini


Lo scatto di Mohammad Sajjad fa il giro del mondo. Ritrae un bimbo di 2 anni che da giorni vive in uno dei tanti campi allestiti nelle strade di Azakhel: gli occhi vivaci, un biberon vuoto e le mosche attorno al viso



Peshawar - Alcuni hanno ancora la forza di sorridere. Altri, invece, si caricano di un dolore che sembra un macigno da portare su quelle spalle tanto magre e scarne. Ma tra tutte gli scatti che nelle ultime settimane hanno impietosito l'Occidente una più di tutte riesce a raccontare il dramma che sta vivendo in queste settimane il Pakistan. Reza Khan ha solo due anni: gli occhi vivaci tradiscono lo squallore del campo profughi in cui è stato accolto dopo le violenti alluvioni

Una terribile storia Le acque si sono ritirate da diverse settimane dal nord e dal centro del Paese, lasciando milioni di persone senza tetto in mezzo a sterminati campi di fango, colture devastate e borghi e villaggi cancellati dalla mappa, ma le piene continuano a minacciare la bassa valle dell’Indo, nalla provincia meridionale di Sind. Il piccolo Reza fa parte di queste anime che lottano ogni giorno tra la vita e la morte. Mohammad Sajjad dell'agenzia Ap l'ha fotografato in tutta la sua fragilità: succhia da un biberon vuoto mentre le mosche gli tormentano il viso. Da giorni il piccolo vive in uno dei tanti campi allestiti nelle strade di Azakhel, non lontano da Peshawar. Nel giro di pochi giorni la foto di Sajjad è rimbalzata in tutti gli angoli del mondo diventando così il simbolo di una tragedia disumana. 




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Il 'Google bombing' colpisce ancora: stavolta a spese di Sarkozy

Quotidianonet

Cercando sul motore di ricerca in francese l’espressione «trou du cul» (‘stronzo' in italiano), appariva come primo risultato la pagina Facebook dell’inquilino dell’Eliseo


Parigi, 6 setembre 2010 - Dopo George W. Bush, Tony Blair e Silvio Berlusconi, anche il presidente francese, Nicolas Sarkozy, è rimasto vittima del ‘Google bombing’. Cercando sul motore di ricerca in francese l’espressione «trou du cul» (‘stronzò in italiano), appariva come primo risultato la pagina Facebook dell’inquilino dell’Eliseo.

La tecnica del «bombardamento» di Google consiste nello sfruttare l’algoritmo PageRank utilizzato dal motore di ricerca in base al quale viene attribuita importanza a una pagina in raporto a quanti link verso di essa si trovano all’interno di altri siti web.

Illustri le vittime degli hacker: Blair fu collegato alla parola «bugiardo», l’ex presidente Bush a «miserabile fallimento» come Berlusconi a «fallimento». Anche la Francia era stata già vittima di un irriverente Google bombing: chiunque cercasse sul motore di ricerca in inglese la frase «French military victories» (vittorie militari francesi, ndr) veniva indirizzato a una pagina con la scritta: «Google cannot find any French military victories, did you mean French military defeats?» (Google non riesce a trovare nessuna vittoria militare francese, intendevi dire sconfitte militari francesi?; ndr).

fonte Agi




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Sfrattata» la salma del maestro Manzi Lo denuncia la vedova Sonia Boni

IL Messaggero

Il Sindaco di Pitigliano: «nessuno vuole infangare la memoria di Manzi, troveremo una soluzione» 

 

ROMA (6 settembre) - 

«Sfrattata» la salma del maestro Alberto Manzi che è sepolta nel cimitero di Pitigliano, in provincia di Grossetto. Lo afferma la vedova del conduttore di «Non è mai troppo tardi», Sonia Boni che, come riportato oggi dalla stampa locale, dichiara di «avere saputo da un amico di famiglia che la salma di Alberto verrà riesumata il 13 settembre perché trascorsi più di 10 anni, come da ordinanza affissa all'interno del cimitero».

La signora Boni non nasconde l'amarezza per la vicenda: «Non c' è stato alcun avviso da parte del Comune nei miei confronti né alcuna attenzione per le sue spoglie benchè sia stato sindaco di quel paese. Mio marito entrerà come personaggio nei 150 anni della Storia d'Italia nel 2011, c'è un Centro studi a Bologna che lavora da anni per portare avanti la sua memoria, ci sarà una mostra a Belo Horizonte in Brasile ora ad ottobre e la Rai sta preparando una fiction sulla sua vita. Mi chiedo come può un paese dove Alberto è vissuto 13 anni e di cui è stato amministratore, essere tranquillamente sfrattato perchè non è degno nemmeno di avere un pezzo di terra per riposare in pace?».

Il sindaco di Pitigliano Dino Seccarecci, sempre secondo quanto riportato dalla stampa locale, ha precisato che «nessuno vuole infangare la memoria di Manzi» e si è impegnato a «contattare la vedova per trovare una soluzione e a promuovere nuove iniziative per ricordare questo illustre amministratore».

Il “grande orecchio” israeliano spia il mondo dal deserto del Negev

IL Messaggero


Parabole, alta tecnologia e agenti che parlano tutte le lingue per un sistema forse più potente di quelli della Cia



di Eric Salerno

TEL AVIV (6 settembre) - Possono leggere il testo di questo articolo mentre passa dal mio computer a quello del Messaggero. Possono ascoltare le conversazioni tra l’autore e il giornale. Basta una parola, come Urim - “luci” in ebraico - per mettere in guardia gli agenti che a turno vigilano su milioni di conversazioni e scambi di email alla ricerca di parole chiave. Nella Bibbia, gli urim, luci messe in sequenza, indicano per i sacerdoti la “via”.

Circondato dai campi di Kibbutz Urim, nel Negev occidentale,
un ricercatore neozelandese ha scoperto una delle più importanti basi d’ascolto del mondo. Qui, le “luci”, una sfilza di trenta antenne e parabole satellitari di grandezze diverse, consentono all’Intelligence militare di Tel Aviv e al Mossad di ascoltare conversazioni telefoniche e leggere email di «governi, organizzazioni internazionali, società straniere, gruppi politici e individui». Nemmeno i cavi sottomarini che collegano l’Europa al Medio Oriente, in particolare quello che parte dalla Sicilia, hanno segreti per gli addetti all’ascolto. Conoscono alla perfezione le lingue di mezzo mondo.


E’ da Urim che l’Intelligence militare israeliano
ha potuto seguire ogni movimento e ogni conversazione a bordo delle navi della flotilla di militanti filo-palestinesi e pacifisti diretta a Gaza e assaltata in alto mare. E’ da qui che ascoltano i colloqui tra il presidente palestinese e i suoi collaboratori. Da qui, che grazie alle parabole e a strumenti d’alta tecnologia sparsi dagli agenti del Mossad anche in Europa (esperti vicini ai servizi segreti italiani, parlano di programmi inseriti di segreto nei computer delle compagnie telefoniche), sono spesso in grado di conoscere in anticipo le mosse dei loro nemici. E anche degli amici. Perché oltre alle questioni politiche e militari, chi si occupa di “intelligence”, da sempre filtra l’etere anche alla ricerca di segreti industriali e finanziari.


Il neozelandese Nick Hager è autore di un libro, pubblicato nel 1996
sul ruolo del suo Paese - allo sprofondo nel Pacifico - insieme con Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia e Canada, nella raccolta di “intelligence”. Il sistema Echelon. Ora ha individuato ciò che ritiene sia uno dei centri d’ascolto più grandi del mondo. Forse è anche più potente, scrive, del sistema globale della Cia e dei servizi segreti britannici. Immagini satellitari su Google, spiega in un articolo pubblicato da Le Monde Diplomatique e ripreso con risalto dal quotidiano Haaretz di Tel Aviv, consentono di vedere le sagome delle parabole. Cani da guardia e agenti armati perlustrano in continuazione il perimetro della base a sud di Bersheva e che dista poche decine di chilometri dalla centrale nucleare di Dimona.


Nel suo racconto, Hager cita un ex-militare
il cui compito era di seguire le conversazioni in inglese e francese. Faceva parte della batteria di addetti al monitoraggio dei telefoni. I computer della base, gestita in parte dall’ultra segreta “Unità 8200”, sono programmati per individuare il traffico da e per particolari numeri telefonici; a seguire determinate frequente radio; a segnalare parole o combinazioni di parole chiave, come bomba, pacco etc.


Tra i successi noti dell’“Unità 8200” e di Urim,
l’intercettazione di una conversazione tra l’allora presidente Nasser e re Hussein di Giordania, il primo giorno della guerra del sei giorni nel 1967. E il colloquio tra Arafat e il gruppo di terroristi che assaltarono l’Achille Lauro nel 1985.




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Poco pubblico allo stadio: il presidente della Triestina mette le sagome sugli spalti

Il Messaggero



TRIESTE (6 settembre) - Allo stadio Nereo Rocco di Trieste gli «spettatori virtuali» hanno superato i 3.810 paganti «reali» che hanno assistito ieri a Triestina-Pescara. Nella gradinata "Colaussi", opposta alla tribuna stampa e perfettamente visibile alle telecamere, sono state infatti collocate delle gigantografie raffiguranti i tifosi di casa. Le foto ingigantite e collocate in tribuna sono state scattate in occasione di massimo afflusso nello stadio della Triestina.




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Prete innamorato lascia la comunità Il vescovo: sofferenza e rispetto

Corriere della sera

Don Romano Frigo ha comunicato la sua «situazione» al vescovo e ai parrocchiani di Cervarese Santa Croce


PADOVA - Un sacerdote padovano ha chiesto al vescovo Mattiazzo di abbandonare la comunità di Cervarese Santa Croce, dove era parroco, perché «innamorato di una giovane del paese». Il caso di don Romano Frigo è diverso da quello di altri sacerdoti della Diocesi di Padova, che hanno abbandonato la parrocchia dopo non poche polemiche (come don Sante Sguotti, oggi ridotto allo stato laicale dopo aver ammesso di avere avuto un figlio) o don Paolo Spoladore (il prete cantante sospeso dopo la causa per il riconoscimento della paternità). 

Don Romano Frigo sarebbe andato a vivere in una comunità assieme ad altri sacerdoti mentre il vescovo ha già provveduto a nominare un nuovo parroco, don Mattia Biasiolo. «Le notizie apparse in questi giorni - scrive la Diocesi in un comunicato - suscita sofferenza nell’intera comunità diocesana, ma richiama anche al senso di responsabilità». «Don Romano Frigo, prete diocesano, con onestà, ha chiesto al vescovo un periodo di riflessione sulle proprie vicende personali», si legge in una nota della curia. La Curia esprime «sofferenza in quanto situazioni personali delicate (...) ledono la sensibilità delle persone coinvolte, senza coglierne appieno i travagli umani e spirituali. 

Senso di responsabilità in quanto a don Romano Frigo va riconosciuta la stima per un servizio pastorale portato avanti con generosità, impegno e dedizione nella comunità di Cervarese Santa Croce a lui affidata; ma anche la correttezza - di aver comunicato con trasparenza - ai superiori e alla comunità - la necessità di un periodo di riflessione seria sulla propria vita e il proprio ministero».



06 settembre 2010




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