sabato 4 settembre 2010

Israele, i rabbini fustigano il cantante peccatore

Repubblica

Quella della flagellazione è un'antica pratica caduta in disuso: ma un rabbino molto controverso, Amnon Yitzhak, l'ha rimessa in pratica (almeno a livello rituale) e diffusa in un video online causando polemiche in Israele

Sul sito web del rabbino il video della flagellazione avvenuta nei giorni scorsi (e di cui qui vediamo solo la parte saliente) di un cantante che si è sottoposto di buon grado alla punizione per espiare "i suoi trascorsi peccaminosi" negli anni di gioventù in cui era laico

Il video mostra tre rabbini (tra cui Yitzhak) mentre sono assorti a compulsare i testi sacri dai quali desumono l'autorità morale di percuotere il penitente. Dopo aver pronunciato la formula di rito, un rabbino consegna al figlio uno staffile di pelle di toro e di asino. Nell'utilizzarlo, gli spiega, non dovrà sentirsi in colpa "essendo solo uno strumento del volere divino"

La telecamera non mostra direttamente le 39 staffilate, anzi l'immagine che si riflette sulla vetrina indica che si è trattato di una flagellazione puramente simbolica, che non ha arrecato alcun danno fisico
La stampa ortodossa ha preso le distanze dalla cerimonia, anche con un pizzico di ironia: qualcuno ha definito quella di Yitzhak una 'sado-sinagoga'

La Cassazione: "Basta con i 'vaffa' Meglio dire 'non infastidirmi'"

Il Giorno

Gli ermellini hanno varato una sorta di 'ingiuriometro':  per stabilire se una parolaccia sia o meno offensive si deve guardare "alla personalità dell’offeso e dell’offensore e al contesto"


Roma, 4 settembre 2010 


Volano troppi ‘vaffa' tra la gente, constata la Cassazione che, oltre a sanzionare l’offesa, consiglia: se dovete reagire ad un torto ricevuto, anzichè mandare a ‘quel paese' qualcuno, ditegli ‘non infastidirm'. La Suprema Corte prende spunto dall’ennesimo caso di ingiuria, registrato in questo caso a Civitavecchia, per stilare un ‘ingiuriometro', una specie di misuratore dell’ingiuria.


Piazza Cavour prende atto
che in certe situazioni, "come in politica", è difficile "eliminare i toni accesi e le espressioni pesanti", specie se ci si trova in un"contesto di polemica", ma data la quantità di parolacce che si scambiano le persone"ai fini di accertare se sia leso il bene protetto dall’art. 594 c.p. occorre fare riferimento ad un criterio di media convenzionale".

Tradotto in forma meno giuridica, per stabilire se un ‘vaffa' o un’altra parolaccia siano o meno offensive si deve guardare"alla personalità dell’offeso e dell’offensore e al contesto nel quale la frase ingiuriosa sia stata pronunciata".

 Tutto nasce da un ricorso portato in Cassazione da Angelo C., un 50enne di Civitavecchia che, dopo una lite con Giancarlo A., lo aveva liquidato con un ‘vaffa'. Multato per ingiuria dal Tribunale di Civitavecchia nel marzo 2009, Angelo ha fatto ricorso in Cassazione facendo notare che il vocabolo, "ormai di uso comune ha perso la sua efficacia offensiva" pur rimanendo una espressione maleducata. La Quinta sezione penale - sentenza 30956 - ha bocciato la linea difensiva.


Nelle motivazioni gli ‘ermellini' hanno fatto presente che le parolacce assumono una valenza più o meno offensiva a seconda del contesto in cui ci si trova. "Se vengono pronunciate nei confronti di un insegnante che fa una osservazione o di un vigile che dà una multa, - hanno rilevato - assumono carattere di spregio". Più tolleranza se il turpiloquio avviene in un contesto ‘ioci causà o tra soggetti in posizione di parità, insomma "in situazioni che non richiedono manifestazione di specifico rispetto".


Applicando l"ingiuriometro'
al caso in questione, la Cassazione ha ritenuto che il ‘vaffa' pronunciato da Angelo C. costuisce una ingiuria a tutti gli effetti tale da"attaccare e offendere l’onore e il decoro". La situazione consigliava, invece, di"porre fine alla discussione con il ricorso ad una espressione tipo ‘non infastidirmì", conclude piazza Cavour.





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Identificata la lanciatrice di cuccioli

Corriere della sera

La polizia avrebbe rintracciato la protagonista del video: è una minorenne. A girare il filmato è stato il fratello



Un'immagine del video
Un'immagine del video
MILANO - Ha provocato un'ondata di sdegno a livello mondiale. Ma ora la ragazza che – in un video urtante – veniva ripresa mentre uccideva sei cuccioli di cane lanciandoli in un fiume, uno per uno, gioendo a ogni lancio tra i guaiti terrorizzati degli animali, ha un nome e un volto. Anche se la polizia bosniaca – che è convinta di averla identificata – per ora non ha voluto comunicarli, visto anche che la giovane è minorenne. A fornire agli agenti della città di Bugojno, nella Bosnia centrale, l’aiuto determinante sarebbero stati, secondo quanto riporta l'agenzia di stampa Ap, i suggerimenti forniti da gruppi animalisti del Paese, che si sono giovati anche dell'aiuto delle nuove tecnologie. Su blog, forum e social network come Facebook, infatti, dopo la pubblicazione del video erano apparsi decine di gruppi di condanna nei confronti del gesto della ragazza, che chiedevano a chiunque avesse idea dell’identità della ragazza di parlare con le autorità. E anche attraverso i consigli giunti di lì la polizia bosniaca potrebbe essersi messa sulle tracce della ragazza, i cui genitori ora rischiano di pagare una multa di 5mila euro per «trattamento crudele di animali». Una «punizione» che – c’è da scommettere - molti, in Rete, troveranno troppo lieve. 



IL FILMATO - A girare il video, secondo quanto riferito da Velimir Ivanisevic, a capo di un gruppo animalista di Sarajevo, sarebbe stato il fratello della ragazza. Che non sarebbe la misteriosa Katja Puschnik, una giovane che ha pubblicato un video di scuse sulla Rete. E proprio quanto accaduto alla «vera» Katja – costretta, dopo la diffusione del suo nome, a creare un sito in cui chiarisce di non essere la «lanciatrice di cuccioli», viste le minacce ricevute – ha spinto alcuni blogger a interrogarsi sulla reazione, anche violenta, della Rete di fronte al video. Chris Matyszczyk, su CNet, cita un post di Reddit, che chiede alle persone di riflettere sul potere di lanciare «linciaggi on line» che possono diventare estremamente pericolosi. «Quali sono le probabilità che ora questa ragazza» – il cui nome, pur coperto per ora dalla polizia, probabilmente apparirà su vari siti in tempi rapidi – «possa essere presa di mira, anche fisicamente, perché è stata rintracciata?»


Davide Casati
04 settembre 2010



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Corea del Sud, prende la patente dopo 960 tentativi

La Stampa

Ha dato l'esame una volta al giorno, cinque giorni la settimana per tre anni.
La Hyundai l'ha voluta come testimonial




SEOUL

Cha Sa-soon è una 69enne esile, riservata e con i piedi per terra. La tipica signora che ci si aspetterebbe di incontrare in un piccolo villaggio sperso tra le montagne della Corea del Sud. Eppure, da un anno a questa parte, questa donna è diventata una vera e propria celebrità nel paese, e pian piano si sta facendo conoscere in tutto il mondo, tanto che il “New York Times” dedica a lei il "Staturday Profile" di questa settimana. La sua fama deriva da un record molto particolare: Ms. Cha ha preso la patente di guida dopo 960 tentativi.

La donna ha sempre invidiato chi sa guidare, ma solo verso i 60 ha deciso di provarci anche lei. «Qui se perdi il bus, devi aspettare due ore. E’ davvero frustrante», ha spiegato ai giornali.

Per tre anni, a partire dall’aprile del 2005 , Cha Sa-soon ha sostenuto l'esame una volta al giorno per cinque giorni la settimana. Dopo di che ha rallentato un po’ il ritmo, ma senza mai perdersi d’animo. Ed è stata proprio questa incredibile tenacia a conquistare la Corea.
«Quando ha finalmente superato l'esame, siamo usciti tutti fuori ad abbracciarla in preda all’euforia - racconta Park Su-yeon, la sua istruttrice di guida - mi sono liberata da un peso enorme sulle spalle. Non abbiamo mai avuto il fegato di dirle di smettere perché si stava umiliando». L’insegnate ha poi aggiunto che la signora dovrebbe accontentarsi di aver raggiunto l’obiettivo, senza mettersi davvero alla guida di una macchina. Anche se, per confortare gli automobilisti coreani, c’è da dire che il vero tallone d’Achille della neo patentata era la teoria, nella quale è stata bocciata 954 volte. «Sapeva leggere e scrivere i termini, ma non era per niente in grado di capirli» ha spiegato la Park .
La notorietà per la 69enne è arrivata l’anno scorso, quando si è iniziata a spargere la voce di una donna che aveva tentato l’esame più di 700 volte. Televisioni e giornali allora si sono subito messi sulle tracce di quella che all'iinizio aveva tutta l'aria di una leggenda metropolitana. Così la celebrità ha fatto irruzione nella vita della donna, fatta di un piccolo monolocale e molte ore passate in autobus per raggiungere il mercato dove ha un banco di frutta e verdura.
Una volta presa la patente, a maggio di quest'anno, perfino la Hyundai, casa automobilistica leader nel paese, si è interessata al caso, dando alla gente la possibilità di pubblicare sul proprio sito messaggi di congratulazioni per la neo patentata. Invito che migliaia di persone hanno raccolto in tutto il paese. A inizio agosto, sull’onda del successo dell’iniziativa, la ditta ha regalato a Cha una macchina da 16 mila dollari e l’ha ingaggiata per il suo ultimo spot televisivo.



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In Toscana la propaganda Coop alleva i consumatori a scuola

di Marco Gemelli

In alcuni istituti del Senese è la catena di supermercati a tenere i corsi di educazione alimentare. Portando i bimbi a far la spesa nei suoi negozi




Firenze - Piccoli consumatori crescono. Specie se viene loro insegnato fin da bambini come (e soprattutto dove) fare la spesa. Ma per essere sicuri che vadano nel supermercato "giusto", quale migliore occasione che accompagnarli direttamente tra gli scaffali insieme alle maestre? É quanto accade in Toscana, con i corsi di "Educazione alimentare" che ogni anno la Coop tiene nelle scuole pubbliche. Un progetto che quest’anno celebra il trentesimo anniversario e si avvale di un protocollo d’intesa con il ministero della Pubblica istruzione.

Eppure, la modalità con cui si svolgono i corsi ha suscitato perplessità tra alcuni genitori. Il casus belli, in particolare, è la rituale "visita guidata" nei supermercati Coop prevista nel pacchetto: a detta dei genitori, infatti, dietro le buone intenzioni dei corsi - educare alla corretta alimentazione e al consumo consapevole, studiare i prodotti e le etichette, imparare a rispettare l’ambiente - si celerebbe una forma di pubblicità, neppure troppo occulta. Una sorta di propaganda, insomma, per indirizzare e condizionare fin da piccoli i bambini verso la Coop come luogo privilegiato dove fare la spesa una volta diventati più grandi.

"Si tratta di menti delicate e facilmente plasmabili - sostiene Adriano Fontani, padre di un bambino di una scuola della provincia di Siena, che sull’argomento ha scritto una lettera al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, al governatore toscano Enrico Rossi e all’Ufficio scolastico regionale - che riconoscendosi nell’autorità dell’insegnante imparano presto dove andare a fare la spesa".
In effetti, i corsi di "Educazione ambientale" prevedono sempre che i bambini vengano accompagnati un giorno nel locale negozio Coop a fare la spesa con le maestre e un’animatrice della catena di grande distribuzione.

A far storcere il naso ai genitori, poi, c’è il peculiare ruolo della Coop nel contesto toscano: nel senese, ad esempio, la cooperativa è infatti abbondantemente la catena più diffusa (quasi "monopolista" con il 78% del mercato) nel settore alimentare e grande distribuzione. Certo, ai bambini delle scuole non vengono affatto raccontate tutte le "vicinanze" politiche della Coop - da sempre legata al colore politico che in Toscana governa ininterrottamente dal 1945 - ma tanto basta per sollevate perplessità quando il supermercato, unico tra le maggiori catene italiane della grande distribuzione, fa proseliti nelle scuole.

"Un’educazione alimentare davvero disinteressata, semmai - continua il genitore che ha sollevato il caso - dovrebbe essere fatta dentro le scuole dalle aziende sanitarie, che peraltro sono organizzate a tal fine. Invece tanti istituti del senese privilegiano i corsi della Coop". Da qui l’idea, a metà strada tra la provocazione e la proposta: "Dato che di pubblicità si tratta, al limite, perché non regolamentarla con una sponsorizzazione?

Nell’ambito dell’autonomia scolastica e nell’ottica della filosofia di una scuola sempre più simile a un’azienda - aggiunge Fontani - se si vuole che la Coop continui a tenere i corsi nelle scuole si chieda al supermercato di pagare le scuole per questa sua "propaganda commerciale" con cui guadagna nuovi clienti e condiziona fin da piccoli i futuri consumatori. Vista la carenza cronica di finanziamenti, ciò potrebbe avvenire senza versamenti in denaro ma direttamente con materiali utili, ad esempio, per uso didattico o per le pulizie".

E se finora nessuna scuola toscana ha mai avanzato questa proposta alla Coop, dal supermercato rispondono sottolineando come nel corso degli incontri con gli studenti venga insegnato solo a fare la spesa in maniera più economica, ecologica e rispettosa di una sana alimentazione.
La vicenda, intanto, raggiunge le stanze della politica: "L’iniziativa in sé va anche bene - sottolinea il consigliere regionale Tommaso Villa (Pdl) - ma è discutibile la scelta esclusiva del "partner" commerciale. Invito i vertici delle altre catene, in primis il presidente di Esselunga Bernardo Caprotti, che già più volte si è reso disponibile a far sentire la propria voce, a chiedere di fare altrettanto".




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Problemi di cuore», il bimbo di due anni smette di fumare

Il Mattino


NAPOLI (3 settembre) - Ardi Rizal, il bimbo indonesiano di due anni protagonista di un video choc che lo ritraeva mentre fumava una sigaretta dopo l'altra, ha smesso grazie ad una breve terapia.





«Ha smesso di fumare e non chiede più sigarette. Ma ha bisogno di un ambiente diverso per non riprendere il vizio» ha dichiarato Arist Merdeka Sirait, presidente della Commissione nazionale per la protezione dell'infanzia, che ha spiegato come la dipendenza dal fumo in età prematura possa portare numerosi problemi alla salute.

In Indonesia più del 60% della popolazione fuma e i baby-fumatori sono in aumento, per questo motivo il governo indonesiano ha deciso di effettuare maggiori controlli e restrizioni sulla vendita delle sigarette.

Le immagini di Ardi, che aveva fumato la sua prima sigaretta a 18 mesi, avevano invaso la rete pochi mesi fa e il video choc in cui il piccolo indonesiano fumava aveva impressionato l'opinione pubblica.




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A Misano spunta l'orologio sul casco di Valentino: «Diamoci una sveglia»

Il Mattino

 

MISANO (4 settmbre) - Arriva la sveglia a Misano. E' quella che Valentino Rossi ha disegnato sul suo nuovo casco. Un modo per fare autoironia, in perfetto stile del Dottore. Sul circuito di casa il pilota di Tavullia suona la carica. Serve una scossa, per lui e per il suo team, entrato in una sorta di torpore.




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Caso Marrazzo: riesumata la salma del pusher Gianguerino Cafasso

Il Messaggero

Prelevati dal corpo campioni per la perizia medico legale



 

ROMA (4 settembre) - È stata effettuata oggi la riesumazione del corpo di Gianguerino Cafasso, il pusher dei trans coinvolto nell'inchiesta sul caso Marrazzo. L'uomo era seppellito nel cimitero di Cicerale, comune in provincia di Salerno. L'equipe, guidata dal professore Giovanni Arcudi, docente all'Università di Tor Vergata di Roma, ha effettuato i prelievi dei liquidi biologici necessari alla perizia medico-legale che chiarirà le cause della morte di Cafasso. L'uomo era deceduto, nel settembre dello scorso anno, in un albergo di Roma, a causa, ufficialmente, di una overdose da speedball, sostanza formata da percentuali di eroina.

Il via libera del gip alla riesumazione era arrivato al termine di un'udienza
tenutasi il 21 luglio scorso, su iniziativa degli avvocati Valerio Spigarelli e Marina Lo Faro, difensori del maresciallo dei carabinieri Nicola Testini. Il militare è accusato di omicidio premeditato, insieme con i colleghi Luciano Simeone e Carlo Tagliente, in relazione alla morte di Cafasso ed indagato per il presunto ricatto ai danni dell'ex Governatore del Lazio Piero Marrazzo. I risultati della perizia dovranno essere illustrati nell'udienza davanti al Gip, già fissata per il 28 settembre, ma non è escluso che l'udienza possa slittare di alcuni giorni.

Monica Gregorio, legale della famiglia Cafasso
è convinta che la perizia servirà a fare chiarezza : «Abbiamo piena fiducia nel lavoro che attende il professor Arcuri. Il lavoro dei periti servirà a fare chiarezza, una volta per tutte, sui motivi che hanno causato la morte di Gianguerino Cafasso».




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Il figlio di Sakineh: «Nuova condanna a 99 frustate per mia madre»

Corriere della sera

Frattini: «Per salvarla pronto a incontrare il ministro degli Esteri iraniano, Morraki»



MILANO - Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione, ha subito una nuova condanna, questa volta a 99 frustate. La denuncia arriva dal figlio Sajjad Ghaderzadeh, che ha diffuso una lettera aperta datata 3 settembre ma diffusa solo ora. Il giovane fa riferimento a un articolo pubblicato dal London Times il 20 agosto, in cui appare una foto della madre. «Per ragioni sconosciute, il London Times ha pubblicato, invece della foto di mia madre, quella di un'altra donna che non indossa il velo», spiega Sajjad.

«Non siamo in grado di incontrarla dal giorno della sua intervista in tv - continua. - Secondo informazioni giunteci dalle donne che sono state rilasciate la scorsa notte dal carcere femminile, la pubblicazione di questa foto ha dato alle autorità carcerarie una scusa per aumentare il loro accanimento contro mia madre». «È stata convocata dal giudice che si occupa della cattiva condotta in carcere - aggiunge Sajjad - ed è stata condannata a 99 frustate sulla base della falsa accusa di diffondere la corruzione e l'indecenza, diffondendo quella foto di una donna senza velo che si presume erroneamente che sia lei».


FRATTINI - Sulla vicenda interviene anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini: «La vicenda di Sakineh dovrebbe e potrebbe essere per l'Iran un'opportunità per riavviare il dialogo - dichiara il responsabile della Farnesina in un'intervista a "Qn". - E se servisse, non sarei affatto contrario a incontrare il ministro degli Esteri Mottaki, anche tra pochi giorni a New York, a margine dell'Assemblea generale dell'Onu». Frattini afferma che, per salvare la vita di Sakineh, «abbiamo pensato che in questa fase fosse opportuno far sentire la nostra voce anche come esecutivo.

Non per puntare il dito contro il governo iraniano ma per chiedergli un gesto di clemenza». «Solo chi non conosce Paesi come l'Iran - è la convinzione del ministro - può pensare che la minaccia di sanzioni potrebbe salvare la vita a questa donna». Invece, riflette il capo della diplomazia italiana, «se mossi da una prospettiva strategica, gli iraniani hanno mostrato di sapersi muovere anche dialogando con l'Occidente», perché «l'Iran rivendica il suo ruolo di potenza regionale ma non può sopportare il peso di un isolamento che rischia di essere politico, economico e anche umanitario nel caso non vi fosse la conversione di questa condanna»


04 settembre 2010




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Predoni di datteri violano il simbolo di Capri: con mazzuole e pinze ai Faraglioni

Il Mattino


 

CAPRI (4 settembre) - Denunciati dai carabinieri della motovedetta di Capri tre pescatori di frodo mentre estraevano datteri sotto i Faraglioni. I militari della motovedetta comandati dal maresciallo Ferdinando Varriale in collaborazione con i colleghi del nucleo subacqueo nel corso di una operazione notturna nello specchio d'acqua della baia di Marina piccola hanno colto in flagranza i tre marinai che muniti di mazzuole, pinze e altre attrezzature distruggevano la roccia dei faraglioni per estrarre i datteri di mare ed immetterli sul mercato per la vendita a ristoratori, malgrado la sia somministrazione proibita dalla legge.

I carabinieri della motovedetta dopo aver sequestrato ben sei chili di datteri, e tutte le attrezzature in possesso dei pescatori di frodo , hanno denunciato in stato di libertà i tre. Si tratta di persone residenti a Castellammare tutte già note alle forze dell'ordine.




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Strage di Bologna, Carlos rilancia la pista della Cia e del Mossad

Quotidianonet



Lettera dello 'Sciacallo' al nostro giornale: "Se mi estradano dirò la verità". Secondo il terrorista l'ex moglie Magdalena Kopp può confermare le sue parole


Bologna, 4 settembre 2010





"Voglio raccontare la mia verità in Italia. Sono pronto a dire tutto ciò che so sull’attentato alla stazione di Bologna davanti a un magistrato italiano". Firmato, Ilich Ramirez Sanchez, ossia 'Carlos lo sciacallo', il più famoso terrorista del mondo. Carlos, 61 anni, venezuelano, sta scontando l’ergastolo in Francia (per vicende francesi) ma ora chiede di parlare davanti a un tribunale italiano per dire ciò che sa sulla bomba che il 2 agosto 1980 uccise 85 persone e ne ferì più di 200.

Per quella strage sono stati condannati in via definitiva i tre neofascisti Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini. Ma per lo Sciacallo loro sono innocenti. L’ha già detto, in passato, in alcune interviste ai giornali, sostenendo che i veri colpevoli sono i servizi segreti americani e israeliani. Ora il terrorista fa un ulteriore passo avanti.

Dopo aver letto un articolo del Resto del Carlino che lo riguardava, inviatogli dal suo avvocato milanese Sandro Clementi, ha deciso di scrivere una lettera che, tramite il collega bolognese Gabriele Bordoni, è stata recapitata al nostro giornale. La missiva, scritta nel carcere di Poissy, reca la data del 15 agosto.

"Egregio signore — scrive Carlos a Clementi — ho letto l’articolo... Io riconfermo tutte le mie dichiarazioni che riguardano l’attentato alla stazione di Bologna di 30 anni fa. Ho lottato contro i veri terroristi, i terroristi di Stato, fin da quando avevo 14 anni".

La procura di Bologna ha tuttora aperta l’inchiesta bis sulla strage per far luce sulla cosiddetta pista palestinese, indicata dalla commissione Mitrokhin (l’attentato fu una ritorsione palestinese perché l’Italia aveva arrestato Abu Saleh, il capo del Fplp in Italia).

Carlos era appunto in stretti rapporti con i palestinesi e il 2 agosto 1980 un suo uomo, Thomas Kram, era a Bologna. Il magistrato italiano Enrico Cieri, titolare dell’indagine, l’ha sentito come persona informata sui fatti nell’aprile 2009 a Poissy. Carlos gli ha spiegato: "La bomba non l’hanno messa né i rivoluzionari né i fascisti. Quella è roba della Cia e del Mossad, i servizi italiani e tedeschi lo sanno bene. L’Italia è una colonia degli Stati Uniti". Poi, però, al momento di fornire ulteriori dettagli, si è fermato: "Voglio parlare davanti a una Commissione parlamentare in Italia". Stop.
Adesso, però, lo Sciacallo è pronto a fare di più. Scrive: "Voglio confermare tutte le mie dichiarazioni sull’argomento davanti a un tribunale italiano, in Italia". Letto fra le righe, come spiegano i due avvocati, è pronto a fornire i dettagli mai detti finora. Ed è pronto a farlo non davanti a una commissione parlamentare (come pure preferirebbe), ma davanti ai magistrati. Non è finita, nel chiudere la lettera aggiunge un particolare nuovo e importante: "La mia ex moglie, Magdalena Cecilia Kopp, può confermare in un tribunale italiano le informazioni che mi ha fornito 30 anni fa su Thomas Kram e Bologna". Dunque, l’ex moglie Kopp saprebbe molte cose. La Kopp, dopo aver tradito il terrorista, è in Germania e collabora da tempo con la giustizia tedesca, ma non con quella italiana. Cosa farà ora?

"Carlos è un inquinatore — dice l’avvocato Clementi — ma sui fatti di Bologna ha sempre avuto una posizione chiara e sono convinto che gli elementi li abbia". Ora la parola passa ai magistrati italiani, che potrebbero chiedere l’estradizione (improbabile) o sentirlo per rogatoria, in Italia. Lo Sciacallo attende. Firmato: "Vostro nella Rivoluzione, Carlos".

di GILBERTO DONDI

Napoli, al test con orologio "modello 007" aspirante-medico scoperto ed espulso

Il Mattino


 

NAPOLI (4 settembre) - Ai test di medicina spuntano i carabinieri che scoprono il tentativo di truccare l'esame d'ammissione da parte di un aspirante-medico che con l'aiuto di un orologio-telefonino si faceva dare le risposte dal padre, presente all'esterno di Monte Sant'Angelo con un furgoncino. Ma i militari del nucleo operativo diretto dal colonnello Mario Cinque hanno scoperto il trucco, insospettiti dalla presenza del mezzo. Un auricolare collegato a un orologio "modello 007" e nel trambusto generale lo studente faceva ascoltare al padre le domande e si faceva comunicare le risposte. Il ragazzo è stato espulso e padre e figlio denunciati.

La scoperta.
Tante, troppe antenne sul veicolo hanno fatto partire i controlli: i carabinieri hanno così scoperto che il padre dell'aspirante medico riusciva a comunicare le risposte ai test attraverso un sofisticato sistema di comunicazione via radio.

Orologio hi-tech.
Al polso del ragazzo c'era infatti un orologio hi-tech in grado di captare l'audio della sala; il padre, dall'interno del furgoncino, agganciava il segnale e comunicava tempestivamente al figlio le risposte corrette al test. Una truffa vera e propria che gli è costata una denuncia.




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Google ci spia, lo spot del gelataio cattivo

Repubblica


Un gelataio con le sembianze dell'amministratore delegato di Google Eric Schimdt e l'aspetto malefico del Grinch, che offre i suoi prodotti ai bambini in cambio dei loro segreti. E' questa l'ultima campagna pubblicitaria realizzata dagli attivisti americani di Consumer WatchDog, con lo scopo di mettere in guardia gli utenti dal "Grande Fratello" Google e per spronare il Congresso a prendere provvedimenti a tutela della privacy.

Un prodotto su 10 va in tasca ai ladri

Il Tempo


Fenomeno in crescita: il furto incide per il due per cento sul fatturato medio di un supermarket. A farne le spese i minimarket e tutti i negozi alimentari con superfice inferiore a 1.500 mq.


Supermercato


Una mano che afferra rapidamente una forma di parmigiano o una confezione di carne. Un veloce sguardo attorno per non rischiare di essere notati e il «pezzo» rubato scivola in fondo al carrello della spesa o nella tasca della giacca e resterà lì fino al ritorno a casa. Un pezzo ogni dieci dei prodotti venduti tra gli scaffali dei supermercati, secondo una recente indagine della Coldiretti, sarebbe oggetto di taccheggio.

Roma è tra le città dove il fenomeno dei furti alimentari nella grande distribuzione organizzata è in aumento ed è arrivato ad incidere, dati della Confesercenti provinciale, per circa il 2% del fatturato medio di un supermercato. La mano lesta, sempre più spesso, appartiene ad anziani, ladri a volte per necessità che con il carovita faticano ad arrivare a fine mese. Le tecniche per accaparrarsi generi alimentari e non senza pagare sono le più diverse. C'è chi studia i turni del personale anti-taccheggio (laddove è presente) e agisce di conseguenza.

Chi si avvicina al prodotto con decisione, lo afferra e lo getta nel carrello della spesa opportunamente coperto da un panno. Chi, ancora, si riempie le tasche dei pantaloni o della giacca o si dirige verso un angolo nascosto del supermercato, lascia cadere a terra la scatola e nasconde il contenuto. Se scoperto, si giustificherà simulando magari un'amnesia o puntando il dito contro la crisi e chiederà, quasi sempre, di non avvertire figli o parenti e tanto meno la polizia, sperando in questo modo di farla franca.

Fatto sta che le grandi catene, stanche dei continui furti perpetrati ai loro danni, hanno iniziato ad organizzarsi e a reagire: qualcuna, scusandosi in anticipo con la clientela, chiede di lasciare carrelli e borse all'ingresso e arriva perfino ad anticipare possibili controlli nelle borse personali delle signore, una volta superata la cassa. L'unica vera arma, però, per limitare i furti, sembra essere l'installazione di sistemi di sicurezza, costosi in realtà tanto che quasi esclusivamente i locali di superfici superiori ai 1.500 mq. (quindi ipermercati) riescono anche nella Capitale a far fronte all'investimento; ai «piccoli» resta l'alternativa di avere personale molto attento e vigile.

Eppure la differenza, in termini di risultati, si vede. Uno studio dell'Università Bocconi di Milano, per conto della Federdistribuzione, ha effettuato un'indagine su 10 insegne di eccellenza della grande distribuzione per analizzare il fenomeno dei furti. Emerge che dal 2006 al 2008 (ultimi dati disponibili), per ogni punto vendita di superficie superiore ai 1.500 metri quadrati preso in esame, che aveva investito fino a 370 mila euro l'anno in sistemi anti-taccheggio, i furti annui sono passati dai 494 del 2006 ai 387 del 2008, quindi sensibilmente diminuiti. Al contrario per i «piccoli» supermercati, dai 196 furti annui per punto vendita registrati nel 2006 si è passati ai 248 di due anni dopo. Segno inequivocabile di un fenomeno in aumento, se non contrastato.




Damiana Verucci
04/09/201



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Al supermercato come in banca

Il Tempo



Sos furti: varchi elettronici, telecamere e detective in borghese tra gli scaffali. Sulla merce le "etichette magnetiche" non bastano più. Si chiede ai clienti di lasciare le borse negli armadietti.


Supermercato


Manca solo il metal detector all'ingresso e la porta girevole. Tra poco al supermercato si dovrà entrare uno alla volta, come in banca. I piccoli furti tra gli scaffali sono in aumento e le aziende corrono ai ripari. Forse il controllo elettronico all'ingresso sarà pure l'ultima utopistica spiaggia, ma nell'attesa le catene della grande distribuzione si organizzano come possono per contrastare il fenomeno.

Cancelletti automatici in entrata, tornelli a rilevamento acustico in uscita, imbustamento dei prodotti acquistati in altri negozi per evitare di verificare lo scontrino alla cassa. Sono solo alcuni dei rimedi messi in atto dai marchi più conosciuti. E ancora sigilli di sicurezza adesivi alle cerniere di zaini e borsoni e perfino un servizio anti-taccheggio all'interno del punto vendita. Ormai telecamere a circuito chiuso e le classiche etichette magnetiche sui prodotti «sensibili» non bastano più. «Non bisogna essere morbidi con i ladri - racconta Daniele R., responsabile della sicurezza al Panorama del centro commerciale Roma Est - per evitare che negli ambienti della bande organizzate si diffonda l'idea che qui da noi è facile rubare». Negli ipermercati il «pattugliamento» in borghese è d'obbligo.


Troppi sono gli angoli nascosti dove il furbetto di turno si rintana furtivo per intascarsi il bottino lontano da occhi indiscreti. Gli insospettabili «detective» si aggirano tra i reparti fingendosi clienti, con un occhio spulciano la merce e con l'altro seguono i movimenti del tipo losco di turno. Poi ci sono gli armadietti, che ricordano le cassette di sicurezza degli istituti bancari. «Invitiamo il cliente a depositare la borsa - dice Simone, che lavora come "imbustatore" al Carrefour della Bufalotta - ma non possiamo obbligarlo». Gli effetti personali sono immuni da ogni controllo, ed è proprio su questo che fanno affidamento molti finti clienti: «Entrano con la borsa vuota e la usano come busta della spesa. Peccato che non pagano». Proprio per questo c'è anche chi ha pensato di chiedere la collaborazione della clientela più affezionata per effettuare controlli sul contenuto delle borse.


È il caso di Cts Supermercati, che ha sperimentato il metodo per venti giorni, distribuendo un volantino nel quale spiegava che l'iniziativa era nata per «stroncare il fenomeno dei furti» ed evitare così di «aumentare i prezzi di vendita». «L'idea non è piaciuta - spiega il presidente della società, Giorgio Trombetta - ha suscitato così tante polemiche che è stata prontamente abbandonata». All'Ipercoop non ci provano nemmeno. «Non abbiamo armadietti - spiega Orazio Passante, responsabile della sicurezza - e non obblighiamo nessuno ad aprire la borsa». Linea dura sì ma con un presupposto diverso. «Per noi il cliente è sempre una persona per bene». I ladri ringraziano.



Alessio Liverziani
04/09/2010




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In Giappone avvistato il ''pesce Shrek''

Repubblica


E' stato avvistato nelle acque dell'isola Sado, in Giappone, un esemplare di circa 30 anni di Semicossyphus reticulatus, un pesce dal curioso aspetto molto comune nelle coste giapponesi. L'esemplare in questione ha però catturato l'attenzione dei sub per la sua particolare somiglianza con l'orco verde protagonista della saga di Shrek tanto da essere subito soprannominato "pesce Shrek"

a cura di Benedetta Perilli

Minatori cileni, il sussidio scopre le tresche: mogli e amanti alla cassa

IL Messaggero


di Mario Ajello


Non soltanto i rosari benedetti dal Papa. In aiuto ai trentatrè minatori cileni, intrappolati a settecento metri di profondità e giustamente commiserati dal mondo intero, arrivano anche i sussidi statali alle famiglie. Al momento di ritirare i soldi, però, non trentatrè consorti ma oltre un centinaio di signore (due o tre per ogni minatore) si sono presentate allo sportello, dicendo di avere diritto a quei denari perchè legate all'uno o all'altro dei tanti lavoratori prigionieri del sottosuolo.

Insomma, un esercito di fidanzate segrete, di amanti, di concubine è venuto allo scoperto. Sono scoppiate anche risse fra loro e le mogli ufficiali o, nei casi migliori, ci si è limitati a spiacevoli faccia a faccia fra queste e quelle «Io sto con tuo marito da dieci anni, non lo sapevi?». I matrimoni, si sa, sono sempre molti affollati. L'amore di uno dei minatori è stato rivendicato addirittura da quattro donne. L'uomo avrebbe una moglie ufficiale con cui non vive ma da cui non ha mai divorziato, una convivente, la madre di un bambino nato da una relazione occasionale e una signora che sostiene essere la sua amante. Secondo Alexandre Dumas, «il matrimonio è una catena così pesante che, a portarla, bisogna essere almeno in tre». Il minatore cileno ha fatto poker. E sarà gustoso vedere come verrà accolto (tre lo tengono e una lo mena?) quando tornerà in superficie.




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Le scarpe in stile ''Ritorno al Futuro''

Repubblica


Come nel film di Steven Spielberg, ecco il modello che si allaccia da solo. La Nike ne ha depositato il brevetto

a cura di Pierluigi Pisa

Il Tar del Lazio: «Stop all'aumento dei pedaggi in tutta Italia»

Corriere della sera

Accolto il ricorso proposto dal Movimento difesa del cittadino



ROMA - Lo stop agli aumenti dei pedaggi autostradali deve essere esteso a tutta l'Italia. Lo ha deciso la I sezione del Tar del Lazio, presieduta da Giorgio Giovannini, accogliendo un nuovo ricorso contro l'aumento dei pedaggi, in questo caso proposto dal Movimento difesa del cittadino e presentato dall'avvocato Gianluigi Pellegrino.

LA VICENDA - Il primo settembre scorso il Consiglio di Stato, respingendo il ricorso della Presidenza del Consiglio che chiedeva il ripristino degli aumenti bloccati dal Tar del Lazio nel luglio scorso, aveva osservato che lo stop dei rincari non era da estendere a tutto il territorio nazionale. Secondo la IV sezione del Consiglio di Stato l'ordinanza con la quale il Tar del Lazio il 29 luglio scorso ha bloccato l'aumento dei pedaggi autostradali «deve essere interpretata nel senso di riferirsi non all'intero territorio nazionale, ma solo ai singoli segmenti stradali interessanti gli ambiti spaziali degli enti territoriali ricorrenti». Il ricorso al Tar Lazio era stato presentato oltre che dalla Provincia di Roma e da quella di Rieti, dalla provincia di Pescara e da alcuni comuni dell'hinterland romano.


04 settembre 2010





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Nudo vietato ai mormoni il web aggira il divieto

Ferrari, il mistero delle 458 che vanno a fuoco

Repubblica


Cinque casi in varie parti del mondo. A incendiarsi sarebbe il collante della paratia che protegge il passaruota dal calore dei collettori di scarico. Nel video un caso in Cina (YouTube)

Donna Assunta contro Fini "Offende la memoria di Almirante"

Quotidianonet


Tutti in attesa del discorso di Mirabello. La Russa: Il governo va avanti". Bocchino: "Dopo non sarà più lo stesso". Urso: "Aspettiamo che Berlusconi ricucia"


Roma, 4 settembre 2010



La presenza e l’intervento di Gianfranco Fini domani a Mirabello sono “peggio di una provocazione. E’ una cosa ridicola. Poteva andarsene da un’altra parte ma a Mirabello no. Lo considero un’offesa alla memoria di mio marito e alla coscienza delle persone di destra che hanno consentito a Fini di arrivare dov’è arrivato. Vuole sapere la verità? Mi fa pena”. Lo dice Assunta Almirante al Riformista. E se qualcuno azzardasse un saluto romano? “Non so - risponde - se Fini meriterà di essere salutato romanamente, fascistamente”.


 LA RUSSA: IL GOVERNO VA AVANTI - “Delle novità potrebbero venire dal discorso di Fini a Mirabello e dalla risposta di Berlusconi ma il quadro non cambia: il Governo, il Pdl e la maggioranza hanno indicato delle priorità scegliendo tra i punti del programma. Non sono da discutere nel merito”. Lo dice Ignazio La Russa, ministro della difesa e coordinatore del partito al Giornale. Sui cinque punti, tra cui giustizia e federalismo, Silvio Berlusconi chiederà la fiducia dei finiani.
Il Governo, assicura, andrà avanti: “Conosco bene Fini e credo che lui non abbia pensato nemmeno per un momento” a coalizzarsi con il centrosinistra. “E’ il Presidente della Camera, restano più di due anni di legislatura. Può succedere di tutto e io credo che le ipotesi di fine legislatura siano lontane”.


BOCCHINO: DOPO NON SARA' PIU' LO STESSO - "Sarà un discorso non scontato, rilevante ai fini del prosieguo della legislatura, ma non traumatico. Dire che Mirabello rappresenterà un passaggio che farà si che il PdL il giorno dopo non sarà più quello che è stato fin ad adesso è una buona previsione", dichiara il Capogruppo FLI alla Camera, Italo Bocchino a LA7.


"Bisogna fare chiarezza - prosegue Italo Bocchino - non si può stare in questa situazione. Gianfranco Fini non annucerà nuovo partito ma non si tornerà indietro: si indicherà un percorso con modi e tempi". Bocchino ha anche polemizzato su alcune battute del premier. "Non ero io quello dello ius primae noctis". E rivolgendosi alla collega Nunzia De Girolamo (Pdl) e le ricorda "le famose battute" del premier sul diritto di letto tirate fuori dal leader del Pdl durante le riunioni di partito.



Battute "che sicuramente ricordi, no?"
aggiunge Bocchino. "Ma dai- è la replica della deputata- non tiriamo in ballo queste cose: ti sfido a trovare un parlamentare che non faccia battute sessiste. Tu compreso". Bocchino prende la palla al balzo: "non credo proprio che le mie battute siamo paragonabili, mai detto nulla comunque- conclude- sullo ius primae noctis".


URSO: BERLUSCONI RICUCIA - "Aspettiamo che il presidente del Consiglio, che è anche il presidente del nostro partito, ricucia lo strappo che ha determinato quando ha deciso di cacciare Gianfranco Fini, l’altro fondatore, l’altro leader, il rappresentante di milioni di italiani di destra, dal partito che insieme hanno fondato". Lo ha detto il viceministro allo Sviluppo economico, Adolfo Urso, a Pescara, annunciando la partecipazione di gruppi di simpatizzanti abruzzesi alla festa di Mirabello.


"Pensiamo che questo strappo - ha sottolineato Urso - non solo possa essere, ma debba essere ricucito, perche’ e’ quello che vogliono gli italiani che votarono sulla scheda Berlusconi e Fini".




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Lago d'Iseo, morti entrambi i fratellini

Corriere della sera


In arresto cardiaco erano stati tirati fuori dall'acqua
da una turista tedesca e da un pensionato


a Marone (Brescia) - i due piccoli erano scivolati dalla rampa-scivolo per le barche



Il lago d'Iseo
Il lago d'Iseo
MILANO - È morta nella notte, agli Ospedali Riuniti di Bergamo, la bimba di 8 anni originaria del Burkina Faso ricoverata da venerdì pomeriggio in condizioni disperate, dopo essere scivolata nel lago d'Iseo a Marone, nel Bresciano, insieme al fratellino di sei anni. Il piccolo era stato ricoverato all'ospedale di Brescia ed è morto dopo poche ore, mentre la sorellina era stata portata in elicottero ai Riuniti, dove i medici hanno tentato il possibile per salvarla. All'inizio sembrava che le sue condizioni di salute stessero migliorando, invece nella notte si sono ulteriormente aggravate per i danni cerebrali causati dall'asfissia da annegamento. La ragazzina è deceduta alle 2.

I soccorsi

LA RICOSTRUZIONE - Erano circa le 16 quando i due fratellini si sono avvicinati alla discesa in cemento utilizzata per calare in acqua le imbarcazioni. A tradire i due bambini sono state con ogni probabilità le alghe che hanno reso il cemento particolarmente scivoloso. Abocut, sei anni, dopo essere scivolato in acqua, è finito ad una profondità di circa 4 metri, mentre la sorellina, Zenabo, è rimasta più vicina alla riva. L'allarme è stato dato da una coppia di turisti tedeschi. Una donna è riuscita a prendere la bambina e a praticarle il massaggio cardiaco. È stato invece un pensionato che dalla propria abitazione ha sentito le urla del turista tedesco a scendere e a recuperare il bambino. C'è stato anche l'intervento di un medico che stava pescando nei paraggi e che ha praticato il massaggio cardiaco al piccolo. Poco dopo sono arrivati i sanitari del 118 che hanno portato i bambini negli ospedali di Brescia e di Bergamo. Sembrava che entrambi reagissero positivamente alle operazione di rianimazione, ma le loro condizioni sono poi peggiorate. Abocut e Zenabo sono morti a poche ore di distanza l'uno dall'altra.

Redazione online
03 settembre 2010(ultima modifica: 04 settembre 2010)



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La valle afghana dove ora regna la pax italiana

di Gian Micalessin



A Bala Mourghab, nel Nordovest del Paese, i nostri alpini e gli alleati sono riusciti a sconfiggere i talebani che taglieggiavano gli abitanti. Nei villaggi hanno ricostruito i pozzi e riaperto i mercati. Anche il generale Petraeus li ha elogiati: "Hanno compiuto uno sforzo tremendo"



 

"Ci sparavano da quei tre tetti a cupola, i proiettili ci sibilavano tra le orecchie, mordevano i parapetti della trincea... allora ho dato ordine di aprire il fuoco con le mitragliatrici e due minuti dopo non si è più sentito uno sparo". La chiamano "Operazione Buongiorno", ma dura da 5 mesi e di giornate calde come quella il Maresciallo Luca Antonacci ne ha vissute tante. Anche perché, per settimane, la madre di tutte le battaglie si è combattuta qui attorno all’avamposto Cavour.

Qui il caporal maggiore Roberta Zimbaro, una 26enne calabrese con già in tasca i galloni di Miss Trincea ha vissuto il battesimo del fuoco. "Avevo tanta paura e non capivo niente... per vincerla mi son piegata sulla mitragliatrice e non ho mollato il grilletto fin a quando non se ne sono andati". Qui il 3° reggimento Taurinense, gli alpini della Task Force Nord, come li chiamano al comando Isaf, riscoprono la guerra dei bisnonni, la guerra di 90 anni fa tra le cime delle Dolomiti trasformati in alveari di roccia sanguigna.

Al maresciallo Antonacci e al suo plotone il 2010 riserva la sabbia vermiglia dell’Afghanistan. Una sabbia fine come il talco, una polvere da spalare e respirare, sudare e odiare. Ma questa cima nuda e torrida non è il nemico. E non lo è il sudore versato per trasformarla in gruviera di gesso sottile. Il nemico è altrove. È laggiù, duecento metri più sotto, tra l’argilla di Qibchack, tra le case di fango impastato dove, fino a qualche settimana fa, insorti e talebani giocano a nascondino tra le abitazioni abbandonate, scaricano bordate di missili e razzi verso l’alveare germogliato sopra le loro teste.

Per anni Qibchack è solo una delle tante insidie disseminate tra i picchi di Bala Mourghab. I soldati italiani arrivano in questa valle nell’agosto del 2008, occupano un ex cotonificio diroccato, costruiscono le prime fortificazioni. Da allora non conoscono pace. Il dispiegamento studiato per aprire i collegamenti tra le provincie occidentali e quelle settentrionali apre invece un nuovo fronte. Talebani, trafficanti di armi e signori della droga considerano quest’angolo d’Afghanistan a un pugno chilometri dal Turkmenistan il loro santuario.

E non tollerano intrusi. In breve l’ex cotonificio e gli altri avamposti diventano il bersaglio preferito per missili, razzi e lanciagranate. Neppure le offensive della Folgore e dell’esercito afghano della primavera 2009 riescono a estendere il controllo a più di due chilometri dalla base. Lo scorso aprile l’arrivo di una compagnia americana offre al colonnello Massimo Biagini, comandante del 2° reggimento alpini, l’opportunità per lanciare l’offensiva sempre rinviata.

"Con l’appoggio degli americani e dell’esercito afghano abbiamo ripulito la valle metro dopo metro, villaggio dopo villaggio... ora la "bolla" di sicurezza sotto il nostro controllo si estende per venti chilometri da nord a sud lungo il corso del fiume Mourghab". Quella bolla di venti chilometri, quelle trincee rispuntate dal passato, quei villaggi dove in pochi mesi sono tornate a vivere oltre 7.000 persone sono l’orgoglio del colonnello.

Lui li indica uno a uno distendendosi dal ciglio della trincea, mostrandoli a quel gigante da due metri per 130 chili dell’ onorevole Guido Crosetto, l’imponente sottosegretario alla difesa volato fin qui per vedere di persona i successi dei suoi soldati. Per il generale americano David Petraeus, il rude comandante di Isaf incontrato a Kabul l’operazione Buongiorno si riassume in tre semplici parole: "a tremendous effort". Quello "sforzo tremendo" visto dal cuore di questo intreccio di trincee e bunker è ancora più sorprendente.

Qui si bivacca nel cuore della montagna, qui la vita è branda e fucile, scatolette e sabbia, solitudine e turni di guardia. Qui, a 45 gradi all’ombra, l’alpino diventa vedetta afghana, vigila sui villaggi "liberati", tiene a distanza il nemico talebano, disegna scarpata dopo scarpata, vetta dopo vetta quell’intreccio ridondante che gli americani chiamano "strategia antinsurrezionali" e noi italiani "semplice buon senso".

Il colonnello Biagini lo riassume in tre parole: "sicurezza, governabilità ricostruzione". "Abbiamo ripulito i villaggi uno dopo l’altro, dall’avamposto Cavour siamo scesi quattro chilometri più a sud, ma la supremazia su un terreno dove abbiamo trovato 72 trappole esplosive e respinto 70 attacchi si conquista anche garantendo sicurezza e benessere. In ogni villaggio riconquistato abbiamo assunto artigiani e manovali, abbiamo ricostruito pozzi e mercati. Ci è costato 180 mila dollari e tanta fatica, ma con quei soldi e quel sudore abbiamo garantito il primo spicchio di stabilità e pace. E per Bala Mourgah e i suoi abitanti è stato, credetemi, un vero "buongiorno".




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Alla Rai i concorsi non finiscono proprio mai

di Marco Zucchetti

Ha già 1.600 giornalisti ma ne arruola altri con un bando farsa. Nonostante i conti in rosso Viale Mazzini si prepara all’ennesima infornata di reporter. E pone anche condizioni assurde: porte aperte solo ad under 36 non abitanti nel Lazio



 

No, 11.387 dipendenti non posson bastare. Un po’ li voglion perché sono precari. Un po’ li voglion perché ancor non san cosa vuol dir fare il redattore. Matta. Mamma Rai è proprio matta perché ha di nuovo carenza di affetto ed è pronta ad adottare figli e figliastri a tappeto, con un bando di selezione di personale giornalistico. Nonostante la crisi, i conti che si sono travestiti da contesse e lo spettro di esuberi, ricollocazione e mobilità interna.


Se ne mormorava da mesi, dall’accordo con Usigrai, e finalmente ecco comparire il bando-salvagente, in grado di convertire in contratti a termine i sussidi di disoccupazione dei precari iscritti all’Albo dei giornalisti professionisti. Precari che non hanno né colpa né peccato e meritano di avere delle chance in un mondo - quello dell’informazione - che vive un periodo di vacche anoressiche. Il nodo, semmai, è che il carrozzone di viale Mazzini è sì un ente pubblico, ma non un ente assistenziale. In soldoni, con i bilanci in rosso e il foltissimo parco-dipendenti che si ritrova, siamo sicuri che la Rai possa permettersi di dispensare contratti a cuor leggero?


È di soli tre anni fa l’approvazione di un piano aziendale che spergiurava di «razionalizzare il personale». Ma la sensazione è che la Rai di oggi somigli all’Iri, alle poste e alla scuola pubblica di ieri: una costosa valvola di sfogo del malcontento sociale e della disoccupazione del ceto medio. Troppi giornalisti a spasso? Forza, venite da mammà.


Il problema è che con oltre undicimila dipendenti, 1.600 dei quali giornalisti, forse l’organico della Radio Televisione di Stato è saturo. E forse dati come quelli del bilancio 2009, con un passivo di 62 milioni di euro e un crollo delle entrate pubblicitarie di 199 milioni (quasi il 17%), suggerirebbero meno munificenza. Anche se poi, a ben vedere, di fronte ai cachet delle star i contratti a tempo determinato per i redattori da dislocare nelle sedi regionali lasciano il tempo che trovano. Un tempo di burrasca, comunque.


Al di là della contestabile campagna acquisti (aperta anche - e questo è un ritorno al passato - ai parenti dei dipendenti attuali), rimane poi sul tavolo un’altra questione. Ossia la sciatteria del bando, vero specchio del Paese. Innanzitutto per quanto riguarda l’età, poiché tra i requisiti per l’ammissione alle prove selettive c’è la «data di nascita non anteriore al 01/07/1974». Ohibò, il cronista è come lo yogurt, ha la data di scadenza.


Certo, nessuno come i giornalisti sa essere acido, ma esiste un senso nel porre questo paletto o questo limite un senso non ce l’ha? In altre parole: un precario di 37 anni perché dovrebbe essere tagliato fuori? Tanto valeva imporre canoni come la taglia di reggiseno superiore alla terza o un peso non superiore agli 80 kg. Non è un’azienda per vecchi, questa Rai. Che poi in video ricompaiano puntualmente protagonisti del mesozoico allergici alla pensione, è un dettaglio. In questo giro di assunzioni le rughe e le stempiature non sono ben accette neppure se sei nato il 30 giugno del ’74.


Ma a far discutere è soprattutto un’altra discriminante, che in queste ore fa temere un caos di ricorsi al Tar: ovvero il «razzismo» anti-laziale. Già, perché alla selezione può accedere chi risiede in 18 Regioni e nelle due Province autonome di Trento e Bolzano. Esistono però poco meno di sei milioni di figli della serva esclusi: i residenti del Lazio. Il motivo è la «non recettività» della sede laziale e il fatto che chiunque venga assunto possa poi in futuro chiedere il trasferimento nella sede di residenza. Il problema è che in questo modo un laziale non può entrare in Rai nemmeno se è disposto a finire al tg regionale del Friuli. C’è già chi parla di cavillo anticostituzionale e di discriminazione territoriale, poiché sarebbe bastato dichiarare impossibile l’assunzione nella sede regionale, permettendo però ai laziali di presentarsi per altre sedi.


D’altronde Mamma Rai è fatta così: tanto buona e tanto generosa, ma proprio non riesce a non combinare casini appena si muove.




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Colletta per ricomprare la casa di Montecarlo»

di Alberto Giannoni


Milano

Altro che provocazione, la colletta per ricomprare la casa di Montecarlo ha fatto breccia nelle tasche - e a quanto pare anche nel cuore - di tanta gente. Parlamentari certo, ma anche vecchi militanti, che hanno dato 50 o 100 euro. Manca solo l’ultimo sforzo, 50mila euro, e Mirabello - sede della festa dei finiani - è il posto giusto per provarci.

Ne è convinto Massimo Corsaro, deputato del Pdl, e da come lo spiega si capisce che non cerca l’incidente. «No, non è una provocazione, perciò ho chiesto agli organizzatori il permesso di mettermi lì con un gazebo, tutto regolare. E chiedo proprio ai finiani in buonafede di darci una mano. Non c’entra la polemica, c’entra la nostra storia».

Sì, ha molto a che fare con la memoria e l’identità della destra l’iniziativa che una decina di parlamentari pdl provenienti da An ha lanciato meno di un mese fa: la sottoscrizione per ricomprare quella casa del Principato che il partito ricevette in eredità da una nobildonna e che fu poi svenduta a una società off shore, per finire a un inquilino tutto speciale: il «cognato» del presidente della Camera Gianfranco Fini.

La colletta ha sfondato, in meno di un mese sono arrivate centinaia di adesioni. È sorpreso anche lui, il promotore. Quello di Corsaro è un nome storico della destra milanese. Militante da sempre, partito da consigliere di circoscrizione negli anni Ottanta, passato poi in Comune, in Regione, ed è arrivato a fare il relatore alla Finanziaria. «Nella nostra storia - spiega - c’è una matrice comune, a noi e a chi oggi sta con Fini.

Questa matrice comune sono anche i lutti, il dolore dei ragazzi che sono morti con noi, quando facevamo politica e non sapevamo se saremmo tornati a casa la sera, altro che Parlamento e governo. Una storia che ci è costata tanto. Abbiamo deciso di voltare pagina, tutti d’accordo su proposta di Fini. Di porre fine a quel partito ma di conservarne la storia e il patrimonio, documentale oltre che materiale, in una fondazione che lo conservasse vivo anche dentro la nuova storia che è il Pdl. Scoprire che intanto accadeva questa cosa che oggi ha bisogno di chiarimenti...».

È questo che gli ex An non perdonano a Fini: «Io credo che dovrebbe dimettersi - riflette Corsaro - non per la casa ma perché non si vuole riconoscere più nel suo partito. Lui insegnava che chi non cambia idea è uno scemo. Sarò scemo, ma su immigrazione, sicurezza, bioetica e famiglia io non cambio idea, credo d’essere coerente. Eppure questa vicenda della casa è più importante anche degli incarichi prestigiosi, perché chi aveva la massima responsabilità nel conservare quel patrimonio deve chiarire se ha fatto il possibile».

Dunque Mirabello: «Se saranno d’accordo - conclude Corsaro - andremo lì per trovare gli ultimi 50mila euro. Il nostro obiettivo è arrivare a 400mila. Il problema è l’interlocutore. Chiederemo alla prima società a chi ha venduto la casa, e a questa offriremo un guadagno del 33% in due anni. La casa sarà donata alla fondazione An».




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Batiscafo avvista l’oro degli zar

La Stampa


Sui fondali del Lago Baikal i sub hanno trovato tracce del tesoro perduto dall'ammiraglio Kolchak


MARINA VERNA


Sul fondo ghiaioso del Lago Baikal qualcosa luccica. Lingotti d’oro? Forse. D’altronde, ce ne dovrebbero essere 180 tonnellate, quella parte del tesoro imperiale russo che l’ammiraglio zarista Aleksandre Kolchak doveva mettere in salvo dai bolscevichi. Certamente sparito, forse affondato nel lago dopo un deragliamento del treno su cui viaggiava lungo un ramo secondario della Transiberiana. Uno dei misteri appassionanti della rivoluzione russa, che potrebbe davvero essere risolto: dopo tre anni di ricerche e centinaia di immersioni, là dove era già stato localizzato qualche frammento di treno, adesso qualcosa brilla. Più che una sorpresa, una conferma delle ipotesi.

Dal 2008 la Fondazione per la tutela del Lago Baikal programma e finanzia una spedizione internazionale di scienziati che si immergono con un batiscafo a tre posti - Mir 1, lo stesso nome della stazione spaziale russa - per studiare l’ecosistema di quella che è la più grande e più profonda riserva d’acqua dolce della Terra, dal 1996 Patrimonio dell’Umanità sotto la tutela dell’Unesco. Come missioni collaterali, i sub cercano l’eventuale presenza di idrocarburi e i relitti di vagoni ferroviari d’epoca zarista.

Le prime immersioni, nel 2008, portarono al ritrovamento di alcune ruote di treno, che per foggia e materiale potevano risalire agli Anni 1910. Nel 2009 il sottomarino scandagliò i fondali più profondi, quelli che sfiorano i 1600 metri, senza trovare tracce di oro. A 700 metri di profondità, però, c’erano frammenti di vagoni e scatole di munizioni in uso ai «bianchi» nella guerra civile russa. Recuperi interessanti, ma non ancora sufficienti a convincere gli scettici che lì vicino potessero esserci anche i lingotti e le monete perdute.

Le immersioni sono riprese anche quest’estate. E, verso la cinquantesima con il nuovo minisommergibile, Mir 2 - quello usato nel 2007 per piantare la bandiera russa nel fondale sotto il Polo Nord - ecco il ritrovamento che ha spinto il direttore della Fondazione a fare all’agenzia Ria Novosti questa dichiarazione ufficiale: «Il minisottomarino russo Mir 2 ha trovato sul fondo del Lago Baikal, a una profondità di 400 metri vicino a Capo Tolsty, un certo numero di oggetti metallici luccicanti che potrebbero essere il leggendario oro degli zar perso durante la guerra civile russa. Gli esploratori hanno tentato di afferrarli utilizzando il braccio automatico del batiscafo, ma la ghiaia mista al fango del fondale ha reso impossibile l’operazione». Unica consolazione: adesso si conosce l’esatta posizione del presunto tesoro. La stagione delle ricerche è conclusa, per la prossima puntata si dovrà aspettare l’estate 2011: l’inverno si avvicina e il lago resta ghiacciato per mesi.

Le riserve d’oro dello zar, come tutti i tesori perduti, hanno alimentato leggende e fantasie e intrigato pure Hugo Pratt. Si dice ammontassero a 505 tonnellate di lingotti e monete e fossero conservate in quella che allora si chiamava Pietrogrado. Scoppiata la Prima guerra mondiale, metà fu trasferita in una banca di Kazan, la capitale del Tatarstan. Di lì l’ammiraglio Kolchak le trasportò a Omsk, in Siberia, dove c’era il quartier generale delle truppe bianche. Ma i bolscevichi avanzavano e una parte fu caricata su uno dei 28 vagoni che, carichi di munizioni, viaggiavano in direzione di Irkutsk, sul Lago Baikal. Dopo la sconfitta di Kolchak, quando l’Armata rossa entrò in possesso del tesoro, mancavano 180 tonnellate. Dov’erano finite?

Una strada portava a Praga ma quando, nel 1945, i sovietici ebbero accesso agli archivi cecoslovacchi, trovarono informazioni su molte cose, tranne che su quell’oro. Così sono continuate le leggende. La prima è la più semplice: il treno deragliò in un punto imprecisato della costa e finì in acqua con i suoi 28 vagoni. La seconda immagina che i soldati bianchi in fuga davanti ai rossi con i sacchi di oro in spalla siano morti congelati sul lago - dove la temperatura arriva a -60° - e, arrivato il disgelo, siano scivolati in acqua col loro carico. La terza ipotizza che l’ammiraglio abbia mandato l’oro in Giappone in cambio di armamenti. O anche negli Stati Uniti - dov’erano stati ordinati centinaia di treni - e magari pure in Gran Bretagna, a garanzia di prestiti serviti a vari scopi, compreso un tentativo di convincere i mongoli a combattere contro la Terza Internazionale.

Finita la guerra, Stalin ordinò la caccia al tesoro, ma non si trovò nulla e la sospese. Le ricerche ricominciarono dopo la Seconda Guerra Mondiale, con nuovi mezzi, ma neppure quelli sortirono risultati. Adesso la Mir 2 - un gioiello per acque profonde fabbricato in Finlandia negli Anni 80 e usato per tutte le esplorazioni degli abissi - promette di avere più successo. Se lo avrà, si aprirà una nuova caccia al tesoro. A contenderselo, saranno la Russia, i discendenti di Nicola II e i Paesi che avevano prestato denaro all’imperatore e non hanno mai potuto chiederglielo indietro.




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Indagine sui soldi versati al capo del Consiglio di Stato

Corriere della sera


Dai pm di Perugia sospetti su 250 mila euro Una nuova lista dei clienti di Anemone



PERUGIA - Nuove ristrutturazioni nelle abitazioni e negli uffici di clienti potenti, altre operazioni bancarie sospette. La pausa estiva non ha fermato l'inchiesta della Procura di Perugia sulla gestione dei Grandi Eventi. E dopo una recente segnalazione di Bankitalia gli accertamenti si concentrano su 250 mila euro versati lo scorso anno da un famoso avvocato sul conto corrente del giudice Pasquale de Lise, il presidente del Consiglio di Stato che all'epoca guidava il Tar del Lazio. In vista del verdetto della Corte di Cassazione - che a fine mese si pronuncerà sulla competenza dei pubblici ministeri umbri - gli investigatori hanno acquisito ulteriori elementi relativi al filone d'indagine che riguarda l'ex procuratore aggiunto Achille Toro e a quello sull'ex responsabile dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. Mentre il tribunale dei ministri conferma la validità degli indizi raccolti nei confronti dell'ex titolare dei Trasporti Pietro Lunardi accusato di corruzione insieme all'arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe e definisce «corroborata la prospettiva accusatoria». L'atto, necessario per trasmettere al Parlamento la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, è già stato definito «puramente formale», dal difensore Gaetano Pecorella.


I soldi e il genero
Sono almeno una decina gli «avvisi» trasmessi dall'ispettorato della Banca d'Italia sul conto di de Lise e di suo genero Patrizio Leozappa, avvocato che aveva rapporti stretti con numerosi indagati tra i quali il Provveditore Angelo Balducci e lo stesso Anemone, tanto che si occupò del sequestro della piscina del Salaria Sport Village dove, secondo gli indagati, doveva avere «un ruolo di supporto», come gli chiedevano al telefono. Il professionista ha ricevuto somme di importi piuttosto modesti, ma ritenuti «interessati» dagli inquirenti poiché provengono da personaggi che hanno avuto un ruolo negli affari della «cricca».

Il giudice dovrà invece spiegare per quale motivo un famoso legale esperto di diritto amministrativo nel luglio scorso abbia depositato direttamente sul suo conto un assegno di 250.000 euro. All'epoca de Lise era presidente del Tar del Lazio e in questa veste si occupò di numerosi ricorsi su appalti pubblici. Nel giugno scorso è stato invece nominato alla guida del Consiglio di Stato nonostante il suo nome fosse finito agli atti dell'inchiesta per il ruolo rivestito nel 2005, quando era consigliere giuridico di Lunardi. Fu proprio lui ad istruire la pratica per la concessione del finanziamento da 2 milioni e mezzo di euro a Propaganda Fide, la Congregazione per l'evangelizzazione che appena un anno prima aveva venduto allo stesso Lunardi un palazzetto al centro di Roma stimandolo, dice l'accusa, almeno un terzo del valore.

I magistrati vogliono adesso scoprire per quale motivo il giudice abbia ricevuto quei soldi. E lo fanno tenendo conto che il genero era diventato punto di riferimento per gli imprenditori che miravano a ottenere ragione in sede amministrativa. Tra le telefonate che gli investigatori stanno riesaminando c'è pure quella del 26 febbraio 2008 quando il costruttore Emiliano Cerasi, titolare dell'impresa Sac, telefona al provveditore Fabio De Santis. Annotano i carabinieri: «Con tono preoccupato lo informa di aver saputo che la Giafi di Valerio Carducci intende presentare ricorso per la gara del nuovo Teatro di Firenze». Poi aggiunge: «Ho saputo che utilizza l'avvocato Izzo che è molto pericoloso, molto ... specialmente in Consiglio di Stato ... quindi io metterò Patrizio».


L'appunto su «Berlusconi»
La maggior parte dei nomi erano già contenuti nella cosiddetta «lista Anemone», l'elenco dei lavori svolti dalle aziende del Gruppo e trovati nel computer di Daniele Anemone, fratello dell'imprenditore arrestato e ora tornato in libertà. Ma su quel «listino» di circa cento voci, trovato dalla Guardia di Finanza tra i file custoditi nel computer del commercialista Gazzani, i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi hanno già disposto ulteriori accertamenti. Non contiene infatti alcuna data né importo, però potrebbe essere l'indice delle ristrutturazioni effettuate e non pagate direttamente dai beneficiari. Ci sono riferimenti precisi a Scajola, che ottenne i soldi per l'acquisto dell'appartamento con vista Colosseo, oltre alla ristrutturazione gratuita. È citato anche il generale dei servizi segreti

Francesco Pittorru al quale sono state intestate due case comprate per ordine di Anemone. In entrambi i casi si è accertato che le fatture da decine di migliaia di euro per il rifacimento dei loro immobili furono emesse a carico del Sisde e pagate con i soldi destinati al rifacimento della nuova sede degli 007 in piazza Zama, a Roma. E adesso si è scoperto che una parte dei lavori per il ministro fu affidata alla «Medea» società di Anemone gestita per un periodo da Mauro Della Giovampaola, delegato alla missione G8 anche lui finito agli arresti nella prima fase dell'inchiesta.

Uno dei nomi citati nella nuova lista è «Berlusconi», senza nessun altro riferimento e ora si sta cercando di stabilire se si tratti di Paolo, il fratello del premier che attraverso una delle sue aziende si occupò di una parte dei lavori a La Maddalena in vista del vertice G8 oppure se ci si riferisca a qualche intervento effettuato a Palazzo Chigi. Del resto le imprese di Anemone avevano ottenuto grazie all'interessamento di Balducci l'appalto per la manutenzione degli stabili di diverse istituzioni. Un affare da milioni di euro che sembra aver scatenato numerosi appetiti. In una delle telefonate intercettate la segretaria di Scajola avvisa proprio Balducci che «il ministro Brambilla vuole farsi assegnare la delega per gestirli».


Toro e i testimoni
Personaggio chiave dell'indagine continua ad essere, secondo i magistrati, l'ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro indagato per concorso in corruzione e rivelazione di segreto d'ufficio. Agli atti dell'indagine c'è un verbale che viene ritenuto «importante» per confermare le «soffiate» arrivate agli indagati. È quello di Massimo Sessa, uno dei dirigenti delle Infrastrutture che nel gennaio scorso partecipò insieme a Balducci ad un incontro organizzato a casa dell'avvocato romano Edgardo Azzopardi, l'amico della famiglia Toro accusato di aver ottenuto da Camillo Toro, figlio del magistrato, le notizie sull'inchiesta in corso.

Sessa ha confermato la circostanza, pur cercando di minimizzare. «Effettivamente - ha dichiarato - quella mattina parlammo delle indagini in corso a Roma. Ricordo che Balducci era molto preoccupato sia perché stava male, sia perché temeva gli sviluppi degli accertamenti». All'epoca i protagonisti immaginavano di aver i telefoni sotto controllo e così utilizzavano un linguaggio in codice. Lo fa Azzopardi quando, proprio in quei giorni, contatta Manuel Messina, collaboratore di Anemone e lo avvisa: «Piove». L'interlocutore si agita: «Non mi dire... pesantemente? Piove parecchio?». La risposta è lapidaria: «Speriamo che non ti piova dentro casa perché... piove tanto».


Fiorenza Sarzanini
04 settembre 2010



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