lunedì 30 agosto 2010

In aumento i senzatetto italiani

Libero






Cresce il numero dei senzatetto in Italia e quello che più allarma è che aumenta contestualemente anche la percentuale dei clochard italiani. Secondo Mario Furlan, fondatore e presidente dell'associazione City Angels, "a breve il 40% dei clochard di Milano sarà italiano". Colpa della crisi economica e della disoccupazione.

Pranzo di fine estate - Intanto nel capoluogo lombardo proseguono le iniziative degli "angeli" e dell'amministrazione comunale. Oggi duecento senzatetto hanno pranzato al ristorante "Da Gennaro" di via San Raffaele, a pochi passi dal Duomo, insieme all'assessore comunale alle Politiche Sociali, Mariolina Moioli, e all'assessore provinciale alla Sicurezza, Stefano Bologni. Un piatto di pasta al pomodoro, uno di risotto alla milanese, arrosto con patate e una fetta di torta.

City Angels e il Comune, nonostante le temperature siano ancora estive, pensano già a come affrontare l'inverno: "Il freddo è la vera emergenza - ha detto Furlan - dobbiamo convincere i senzatetto a spostarsi dalla strada ai dormitori, i posti ci sono, ma in molti non ci vogliono andare". Il Comune, come spiegato dall'assessore Moioli, pensa già al "Piano Freddo" e ha trasformato il dormitorio di viale Ortles in un vero e proprio centro di accoglienza. Ai disoccupati verrà inoltre messo a disposizione uno sportello-lavoro aperto proprio all'interno del centro.

30/08/2010





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Delitto di Garlasco, "C'è chi conosce il killer di Chiara "

Libero





Di Cristiana Lodi

«È verosimile pensare che un avvocato sappia chi è il vero assassino di Chiara Poggi. Questo professionista, di conseguenza, sa anche che Alberto Stasi è innocente. Lo liberi dall’incubo».
Professore Angelo Giarda, il delitto di Garlasco è un mistero buio al centro della cronaca italiana, ormai da tre anni. Giornali e televisioni hanno dedicato e dedicano titoli a nove colonne e dibattiti. Per il suo assistito è arrivata la sentenza di assoluzione in primo grado lo scorso 17 dicembre, ma adesso ci sono tre appelli depositati per la Corte d’assise d’appello di Milano. L’assassino non è ancora stato scovato. Questa sua dichiarazione è molto rilevante oggi.


«Anzitutto una premessa necessaria e doverosa. La difesa di Alberto Stasi: ossia il sottoscritto e i colleghi avvocati Giuseppe e Giulio Colli, prende atto dei tre atti d’appello presentati dai pubblici ministeri di Vigevano, dal difensore della famiglia Poggi che si è costituita parte civile e dal sostituto procuratore generale di Milano, dottoressa Laura Barbaini. Questa difesa ne rispetta i contenuti e le intenzioni che saranno affrontati durante il processo, però…».


Però?
«Anche noi in tutto questo tempo abbiamo scrupolosamente esaminato la dinamica dei fatti. E ci siamo convinti che a uccidere Chiara non sia stato Alberto. Ho difeso dei colpevoli, sa? Ma mai e poi mai, sapendo che il mio cliente era responsabile, ho chiesto l’assoluzione. Qui, oggi, abbiamo di più: esiste la certezza che il nostro assistito  era a casa nei momenti in cui veniva consumato l’omicidio. Siamo convinti che questo ragazzo sia innocente, perciò davanti alla Corte d’assise d’appello di Milano motiveremo il nostro rispettoso ma fermo dissenso agli appellanti. E faremo anche di più».


Cosa significa “faremo di più”? Lei è un famoso avvocato, ordinario di diritto processuale penale all’Università Cattolica. Professore, è il maestro di almeno due generazioni di addetti ai lavori. Un padre del diritto. Chi la conosce sa bene che lei è pronto a tutto pur di salvare un innocente, anche se non è un suo cliente. Quando sferra l’attacco della difesa e in aula si alza bonario e solenne, incute soggezione perfino ai giudici. E alla fine vince. Cosa vuol dire adesso, con questo “ faremo di più”?
«Dico che l’estraneità di Alberto Stasi all’omicidio di Chiara Poggi è provata».


Da cosa è provata?
«Dalla condotta da lui tenuta la mattina del 13 agosto 2007, quando era a casa a scrivere la tesi di laurea al computer e/o a guardare per pochissimi istanti quelle foto di signorine seminude. E ancora: la sua innocenza si evince da lui che telefonava sul telefono fisso di casa Poggi e sul cellulare della fidanzata, senza muoversi mai da casa fino alle 13, 24. Solo a quell’ora va da Chiara e trova quel che ha sempre detto di avere trovato. Questa sua condotta non viene minimamente intaccata dagli argomenti esposti finora dagli appellanti. Sono stati portati solo  dati di contorno. Oltre a essere contraddittori e opinabili, essi non fanno perdere di rilievo alle prove con le quali è stato accertato il comportamento tenuto da Stasi quella mattina. Il suo alibi resta inscalfibile. Ma non finisce qui, perché si potrebbe fare di più, dicevamo».


In che senso?
«Dato l’enorme clamore giornalistico e la risonanza mediatica innescati da questo fatto delittuoso, dato che Chiara quella mattina ha aperto (in pigiama) la porta a una persona che conosceva, è verosimile credere che chi ha commesso il delitto si sia rivolto a un professionista per avere una consulenza, un aiuto. Succede. Ed è comprensibile che accada in casi come questi. Plausibile, dunque, pensare che qualche professionista, a conoscenza di fatti precisi, sia oggi nelle condizioni di fornire indicazioni utili al caso».


Cioè fare il nome dell’assassino?
«Non l’ho detto. Questa difesa sa benissimo che l’avvocato è tenuto al segreto professionale. Ma sottolinea anche che il superamento del segreto stesso non integra l’articolo 622 del Codice penale tutte le volte in cui questo avvenga per giusta causa: cioè per evitare la condanna a un innocente».


Intende dire che un avvocato, essendo a conoscenza del vero autore dell’omicidio di Chiara, potrebbe essere in grado di giurare sull’innocenza di Alberto Stasi, senza però incolpare qualcuno?
«Dico che non si può arrivare al punto di sollecitare il professionista a violare il segreto e a rivelare chi è stato, anche se ciò non costituirebbe reato; però si può chiedere di parlare a chi è a conoscenza di fatti che escludono la responsabilità di un imputato. Lanciamo dunque l’appello: chi è in grado di evitare la condanna a un innocente si decida a uscire dal riserbo. Esistono precedenti illustri nella storia della cronaca giudiziaria».


Quali?
«Mi viene in mente l’avvocato professore Giandomenico Pisapia. È stato uno dei più autorevoli e famosi professionisti italiani, praticamente il Padre del nuovo processo. Il prof era pronto a tutto pur di salvare un innocente. E un giorno piombò in aula davanti alla Corte d’assise di Milano: capitò 35 anni fa. “Un caso senza precedenti negli annali della giustizia”, ricordo che titolava così il Corriere della Sera. Pisapia telegrafò al presidente della Corte, annunciando il suo intervento.

Il caso, famoso all’epoca, era l’omicidio del benzinaio di Piazzale Lotto (Milano). Per il delitto, a scopo di rapina, si giudicava tale Pasquale Virgilio: “Fermate il processo, state condannando un innocente”, tuonò il penalista. E poi  testimoniò in aula, sotto giuramento, di avere ricevuto la confessione del vero colpevole. Non poteva rivelarne il nome, senza mancare al segreto professionale.

Ma sottolineò: «Mi ha rivelato fatti e circostanze tali da escludere che l’attuale imputato sia colpevole”. Fu creduto sulla parola e nemmeno il pubblico ministero osò chiedere la condanna per Pasquale Virgilio. Due anni più tardi, i responsabili dell’omicidio di piazzale Lotto furono catturati e confessarono davanti al magistrato Gerardo D’Ambrosio. Un precedente esemplare e illustre. Invitiamo dunque chi sa a fare la stessa cosa, oggi, per Alberto Stasi innocente».


Il 21 dicembre si torna in aula. Il fidanzato di Chiara è rinviato a giudizio per la detenzione di video pedopornografici. Quando comincerà invece l’altro procedimento per l’omicidio?
«Ancora non è stata fissata l’udienza. Il processo sarà celebrato davanti alla Corte d’assise  d’appello di Milano e ci saranno sei giudici polari più due togati. Si farà in camera di consiglio secondo la previsione di legge». E a porte chiuse.


30/08/2010





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Salerno, i Nas sequestrano 200mila confezioni di conserve di pomodoro

Il Mattino


 

SALERNO (30 agosto) - Duecentomila confezioni di conserve di pomodoro per un valore di mercato che si aggira intorno ai 200mila euro sono state sequestrate in un deposito dell'agro sarnese nocerino dai carabinieri del Nas di Salerno.

I militari hanno scoperto che in un deposito all'ingrosso di conserve di pomodoro si svolgeva l'attività di rietichettatura di prodotti italiani che in origine erano destinati ai mercati esteri. Gli accertamenti eseguiti dai carabinieri del nucleo campano in collaborazione con il personale medico dell'Asl di Salerno hanno permesso di accertare che nell'azienda c'erano oltre 75 mila barattoli di conserve di pomodoro dai quali erano state rimosse le etichette, in lingua straniera, presumibilmente per apporvi indicazioni diverse da quelle originali, posticipando anche la data di scadenza, prevista per i primi mesi del 2011. Il tutto senza autorizzazioni del marchio proprietario del prodotto.


Altre 131 mila bottiglie di passata di pomodoro sono state invece rinvenute stoccate in un piazzale antistante l'azienda. I prodotti erano esposti ai raggi solari e quindi alle temperature elevate registrate in questi giorni, con una modalità, quindi, di conservazione del tutto inadeguata a garantire la salubrità del prodotto e la sua idoneità alimentare.


Infine, i carabinieri hanno potuto accertare l'assoluta mancanza di documentazione commerciale relativa alla provenienza dei prodotti sequestrati, per i quali sono ancora in corso accertamenti. Il titolare del deposito è stato denunciato per detenzione di prodotti alimentari in cattivo stato di conservazione e acquisto di merce di provenienza sospetta.





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Neymar lo dribbla e il difensore gli sfila i pantaloncini

Il Mattino


NAPOLI (30 agosto) - Disavventura per il numero 11 del Santos, Neymar. Il giocatore è rimasto in mutande in mezzo al campo: tutta colpa del difensore del Goias che gli sfila i pantaloncini con agganciandoli con le scarpette.








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Morta a 99 anni la vedova di Giorgio Perlasca

Il Mattino di Padova


Nerina Del Pin a gennaio avrebbe compiuto 100 anni



Il prossimo 8 gennaio avrebbe compiuto cent’anni. Nerina Del Pin, 99 anni, vedova del «Giusto delle Nazioni» Giorgio Perlasca (il quale, a Budapest, tra il 1944 e il 1945, salvò dalla deportazione oltre 5 mila ebrei), si è spenta ieri all’Opera Immacolata Concezione alla Mandria. Il primo agosto scorso era stata colpita da un ictus.

I funerali dovrebbero essere celebrati mercoledì nella chiesa di Sant’Alberto. Nerina Del Pin verrà sepolta nel cimitero di Maserà, dove già riposa il marito, scomparso il 15 agosto 1992.

A Enzo Biagi, che l’aveva intervistata per «Il Fatto», aveva detto: «Per tutti è un eroe. Per me è solo mio marito, il mio unico amore. Sono gelosa di lui anche adesso che è morto. Sulla sua tomba tanti ebrei lasciano biglietti di ringraziamento». Dopo aver visto la fiction su Perlasca, trasmessa da Raiuno (ben 11 milioni di spettatori), strinse le mani, commossa, all’attore Luca Zingaretti: «Tu sei il mio Giorgio».
(c.bac.)
 
(30 agosto 2010)




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Love Parade, il video che incolpa la polizia

Il Tempo

Gli organizzatori del festival techno di Duisburg dove sono morti numerosi giovani tra cui un'italiana hanno diffuso un documentario che punta il dito sulle forze dell'ordine.


Duisburg, il video degli organizzatori della Love Parade che  incolpa la polizia tedesca


Sono in rete le immagini riprese da sette telecamere a circuito chiuso a Duisburg il 24 luglio scorso, quando nel corso della Love Parade sono morte travolte dalla folla in fuga 21 persone, tra cui l'italiana Giulia Minola. L'organizzatore dell'evento, Rainer Schaller, ha diffuso il video  per evidenziare le colpe della polizia, che formando tre cordoni ha indotto la gente ad accalcarsi nel tunnel dove si è consumata la tragedia.


LE RESPONSABILITÀ - Sotto accusa e definito "inspiegabile" dalla voce fuori campo è soprattutto il terzo cordone, quello che ha bloccato l'entrata principale. Nel filmato, che fornisce tutte le immagini girate dalle numerose telecamere, viene ricordato come anche i pompieri, in una lettera ufficiale, si fossero opposti a questa misura, che secondo Schaller costituisce la causa principale del disastro. Il video non è composto solo dalle immagini prese dalle telecamere ma propone anche una serie di deduzioni ottenute da testimonianze, documenti ufficiali e ricostruzioni fornite dalla stampa. In un'intervista rilasciata a Der Spiegel prima della pubblicazione del video, l'organizzatore della Love Parade non si è comunque sottratto alle sue responsabilità: "Porto una responsabilità morale - ha detto Schaller -. Se l'evento non si fosse svolto non ci sarebbero stati morti. In ogni caso sarà la legge a stabilire di chi è la colpa".




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Stuprata da 5 donne per punizione

Corriere della sera

Aveva «soffiato» il fidanzato di una di loro, violenze e saccheggio davanti agli occhi del figlio di 2 anni



Francia sotto choc per l'episodio avvenuto in un paesino della Piccardia


MILANO - Un caso stile «Arancia meccanica» scuote la Francia. Cinque ragazze, quattro delle quali minorenni, sono state incriminate per lo stupro di una donna di 29 anni nella regione della Piccardia, commesso nel corso di una spedizione punitiva per una rivalità amorosa. E’ quanto si è appreso da fonti giudiziarie francesi.


LA RICOSTRUZIONE - La più anziana del gruppetto, 27 anni, rimproverava alla vittima di averle soffiato il fidanzato. E’ stata messa in detenzione provvisoria, insieme con una ragazza di 16 anni. Le altre tre - dai 14 ai 17 anni - sono state messe sotto controllo giudiziario, due in un centro educativo. Sono accusate di aver seviziato la loro vittima per molte ore, nella notte tra il 19 e il 20 agosto, nella città di Saint-Quentin. La donna di 29 anni ha successivamente subito una violenza sessuale con un oggetto.


DAVANTI AL FIGLIOLETTO - Il suo appartamento è stato sottoposto a un "autentico saccheggio", secondo una fonte giudiziaria. Il figlio della vittima, due anni, si trovava all’interno dell’appartamento al momento dei fatti. Le cinque ragazze incriminate devono rispondere di stupro di gruppo, furto e violenze aggravate.

(Fonte: Apcom)


30 agosto 2010



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Wikipedia svela l'assassino di «Trappola per topi», l'ira dei familiari della Christie

Corriere della sera

Fan ed eredi della giallista hanno firmato una petizione per rimuovere l'informazione dal sito web



MILANO - Questa volta quelli di Wikipedia rischiano di averla fatta propria grossa: d’accordo che sul web si trova di tutto, ma svelare uno dei segreti meglio custoditi in quasi sessant’anni di storia del teatro inglese è stato davvero un brutto colpo per gli appassionati. L’enciclopedia online ha, infatti, rivelato l’identità dell’assassino di «Trappola per Topi», la pièce di Agatha Christie che va in scena ininterrottamente dal 1952, scatenando le ire non solo dei fan ma anche della stessa famiglia della famosa giallista, che hanno firmato una petizione per rimuovere il commento incriminato, anche se finora l’iniziativa sembra essere senza speranza di successo.

LA RIVELAZIONE - Per la verità, nella pagina di Wiki dedicata a «Trappola per topi», viene riferito che la celebre opera «è conosciuta per il suo finale contorto» e che agli stessi spettatori a teatro viene chiesto di mantenere il segreto sull’identità dell’assassino, una volta terminato lo spettacolo, per non rovinare la sorpresa a coloro che non lo hanno ancora visto. Ma continuando la lettura, ecco il colpo che non ti aspetti, ovvero il nome dell’omicida che compare così all’improvviso, senza alcuna avvisaglia o indicazione «di pericolo» (noi però non vi diciamo chi è, casomai aveste in programma un viaggetto nell’West End).


«Mia nonna si arrabbiava sempre se le trame dei suoi libri o dei suoi lavori venivano rivelate nelle recensioni – ha spiegato a “The Independent on Sunday” Matthew Prichard, nipote della Christie, nonché proprietario dei diritti di “Trappola per Topi” dall’età di nove anni - e non credo che quanto successo sia diverso. Credo si tratti di una decisione infelice e porterò la questione all’attenzione del produttore, Sir Stephen Waley-Cohen.


E’ un peccato che una pubblicazione come questa, se posso definirla così, possa potenzialmente rovinare il divertimento di chi va a vedere la commedia e vuole provare ad indovinare l’identità dell’assassino». La posizione di Wikipedia è riassunta nel commento affidato da un portavoce al "Daily Mail": «Il nostro obiettivo è quello di raccogliere e riferire conoscenze e, in questo caso, è estremamente facile evitare di sapere la verità sull’omicida: basta non leggere quella parte. Chiedere a Wikipedia di non rivelarla sarebbe come chiedere a un libraio di rimuovere le copie di “Trappola per Topi” dagli scaffali, perché qualcuno potrebbe prendere il libro e andare a leggere la fine».


Simona Marchetti
30 agosto 2010





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Strage in Slovacchia, 15enne spara, uccide 6 persone e si suicida

IL Mattino

  

BRATISLAVA (30 agosto) - Sei persone sono state uccise e altre 19 ferite da un ragazzino di 15 anni che ha sparato con un mitra in un quartiere della capitale slovacca Bratislava. Il fatto è avvenuto nel quartiere di Devinska Nova Ves, all'estrema periferia nord-ovest di Bratislava.

I testimoni. Il folle gesto sarebbe stato compiuto da un 15enne, secondo quanto riferito da alcuni quotidiani locali. La tv slovacca TA3 ha però detto che non c'è conferma che lo sparatore suicida sia un tossicodipendente di 15 anni. Potrebbe trattarsi invece, riferisce la stessa tv, di un uomo di 50 anni. Secondo quanto raccontano alcuni testimoni l'aggressore che, oltre al mitra era in possesso anche di un fucile a pallettoni, è apparso ubriaco e drogato. I soccorritori hanno confermato che fra i feriti c'è anche un bimbo di cinque anni. Tuttora ignoto il movente. Subito dopo la sparatoria l'assassino si sarebbe tolto la vita.

Tre feriti in fin di vita. Tre dei 14 feriti sono in condizioni gravi e sono stati sottoposti ad interventi chirurgici, secondo quanto ha riferito Dominika Sulkova, portavoce dei servizi medici. Alla sparatoria era presente anche un bambino di tre anni, ha aggiunto, ma per fortuna è rimasto illeso. Le autorità hanno avvertito i residenti della zona a rimanere chiusi in casa con le finestre chiuse.







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Protezione negata, le accuse di Spatuzza

Corriere della sera

Ricorso al Tar: «Mantovano doveva astenersi»
E su Schifani: avrebbe messo i contatto i Graviano con Dell'Utri-Berlusconi. La replica del presidente: indignato


E su Schifani: avrebbe messo i contatto i Graviano con Dell'Utri-Berlusconi. La replica del presidente: indignato


Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza
Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza
ROMA - Il presidente della commissione ministeriale che ha negato la protezione al pentito di mafia Gaspare Spatuzza, il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano, doveva astenersi da ogni pronuncia perché in precedenza aveva già «bocciato» il collaboratore di giustizia. Di più: aveva accusato pubblicamente i magistrati di «palese violazione di legge» raccogliendo le dichiarazioni dell'ex mafioso sul conto di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri oltre il limite dei sei mesi dal primo verbale imposto dalla legge. Lo disse a novembre del 2009, Mantovano, e il 15 giugno 2010 ha firmato il provvedimento di esclusione di Spatuzza dal programma di protezione, proprio con la motivazione delle accuse fuori tempo massimo.


Non poteva, dicono ora i difensori del pentito nel ricorso contro la delibera della commissione depositato sabato nella cancelleria del Tribunale amministrativo regionale del Lazio. C'erano «gravi ragioni di convenienza» per astenersi dopo aver preso una pubblica posizione tanto chiara, sostengono gli avvocati Valeria Maffei, Adriano Tolomeo e Sergio Luceri. Citano l'articolo 51 del codice di procedura civile nonché altre leggi e sentenze da cui si desume - a loro avviso - l'illegittimità della scelta fatta dalla commissione.



L'onorevole Mantovano - esponente del Popolo della libertà proveniente da Alleanza nazionale, che nelle recenti divisioni all'interno di quella componente s'è schierato al fianco di Berlusconi - presiede un organismo di cui fanno parte alcuni esponenti delle forze dell'ordine e due magistrati della Procura nazionale antimafia. Questi ultimi erano favorevoli alla protezione del pentito, mentre tutti gli altri si sono dichiarati contrari. Ma che autonomia potevano avere i rappresentanti di polizia, carabinieri, guardia di finanza e Direzione investigativa antimafia - chiedono i legali di Spatuzza nel loro ricorso - dopo un'anticipazione di giudizio tanto esplicita del sottosegretario del ministero dal quale dipendono funzionalmente in materia di contrasto al crimine organizzato?



Dubitando che gliene restasse molta, i difensori del pentito domandano al Tar se quella decisione sia stata presa legittimamente. Loro pensano di no e credono che sia assurda - e forse incostituzionale - una norma che fa dipendere dal parere di un organo amministrativo la protezione di un collaboratore di giustizia del quale ben tre Procure più la Direzione nazionale antimafia hanno certificato l'attendibilità e l'utilità alle indagini.



I magistrati hanno chiesto una cosa e il governo l'ha negata, con motivazioni che i legali contestano anche nel merito. A loro avviso, infatti, c'erano tracce delle dichiarazioni sui mandanti occulti delle bombe mafiose anche in alcuni verbali di Spatuzza precedenti a quelli in cui nomina Berlusconi e Dell'Utri. Inoltre il pentito ha spiegato di aver inizialmente taciuto per timore di conseguenze personali, visto che Berlusconi era divenuto capo del governo proprio nei giorni in cui l'ex «uomo d'onore» aveva cominciato i suoi interrogatori; per i suoi difensori sarebbe una sorta di esimente dall'eventuale non rispetto dei termini previsti dalla legge, assimilabile alla «legittima difesa».


Nonostante sia stato depositato l'altro ieri, gli avvocati Maffei, Tolomeo e Luceri hanno tempo fino alla fine di settembre per aggiungere altri motivi al loro ricorso. Ed entro quella data potrebbe essere fissata l'udienza davanti al Tar per decidere se confermare o meno l'estromissione di Spatuzza dal programma di protezione. Una decisione tecnico-giuridica dagli evidenti riflessi politici. Perché da quando ha chiamato in causa Berlusconi e Dell'Utri - «all'inizio del 1994 Giuseppe Graviano mi disse che grazie a loro ci eravamo messi il Paese nelle mani» ha detto - il collaboratore che s'è autoaccusato per la strage di via D'Amelio facendo riaprire le indagini sull'omicidio del giudice Borsellino è diventato oggetto di un'aspra contesa. Non solo tra maggioranza e opposizione, ma anche all'interno della maggioranza dopo il distacco dei «finiani» dalle posizioni del premier.
Nella sentenza d'appello che ha condannato Dell'Utri a sette anni di carcere per concorso in associazione mafiosa le dichiarazioni di Spatuzza non hanno pesato, giacché la corte ha ritenuto provata la colpevolezza dell'imputato fino al 1992 e non dopo. Ma solo le motivazioni del verdetto diranno se i giudici hanno ritenuto inattendibile il pentito, oppure semplicemente non riscontrate le sue dichiarazioni. Non è una differenza di poco conto.



Anche perché nel frattempo è arrivato un attestato di credibilità verso il collaboratore da parte del giudice che ha condannato tre suoi ex complici per l'omicidio di Giuseppe Di Matteo, il bambino figlio del pentito che svelò i nomi dei killer della strage di Capaci. E l'ex mafioso ha fatto ulteriori dichiarazioni sui rapporti tra mafia e politica. Le ultime - secondo alcune anticipazioni dell'Espresso - chiamerebbero in causa il presidente del Senato Renato Schifani, che avrebbe avuto un ruolo nel contatto dei Graviano con Dell'Utri e Berlusconi.



Schifani s'è detto «indignato ma sereno» per le indiscrezioni sul contenuto dei verbali di Spatuzza, ha smentito ogni ipotesi di collusioni e ha assicurato la «massima disponibilità con l'autorità giudiziaria qualora decidesse di occuparsi della questione». I magistrati della Procura di Palermo si apprestano a interrogare nuovamente il pentito, per avere chiarimenti e particolari riguardo all'ipotetico ruolo della seconda carica dello Stato nelle rete di relazioni tra Cosa nostra e i nuovi referenti politici dopo le stragi del 1992. 


Giovanni Bianconi
30 agosto 2010



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Un vicentino nullatenente con la Ferrari nel garage: ora è nel mirino del Fisco

di Redazione


Per sette anni aveva dichiarato un reddito imponibile pari a zero o di poche centinaia di euro. Oltre alla Ferrari 348, il 40enne vicentino è riuscito a comprarsi un’altra vettura di grossa cilindrata e una casa



 

VicenzaPer sette anni aveva dichiarato un reddito imponibile pari a zero o di poche centinaia di euro, ma intanto un quarantenne vicentino finto nullatenente si godeva una Ferrari 348, riuscendo ad acquistare nel 2004 un’altra vettura di grossa cilindrata e una casa, a distanza di pochi mesi l’una dall’altra.
Nel mirino del Fisco L’uomo è finito nel mirino dell’Agenzia delle Entrate di Thiene (in provincia Vicenza) e l’operazione di controllo si è conclusa con l’adesione del contribuente all’invito al pagamento di 127mila euro che erano risultati sottratti all’Erario. La scoperta è avvenuta grazie all’incrocio tra i dati riguardanti gli acquisti di autovetture di grossa cilindrata e quanto indicato dal contribuente nella dichiarazione dei redditi. Gli ispettori hanno rideterminato - tramite la procedura di accertamento sintetico, il cosiddetto redditometro - il reale imponibile del contribuente, che risultava anche proprietario di una city car, di due moto di grossa cilindrata e di una quota di quasi 10mila euro in una società di nuova costituzione. In pratica, nel triennio 2004-2006, l’uomo aveva nascosto al fisco redditi per circa 300mila euro. Dalle indagini è emerso poi che il "nullatenente" aveva movimentato denaro da conti esteri verso l’Italia per circa 155 mila euro senza segnalarli nella dichiarazione ai fini del monitoraggio fiscale.




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Sydney, scala un grattacielo In manette 'l'uomo ragno'

Quotidianonet


Alain Robert, 48 anni, è stato arrestato dopo aver scalato, tra gli applausi, il Lumiere Building, alto 57 piani. Il suo agente pubblicitario: "Speriamo esca presto così brindiamo con lo champagne"








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Israele volò con i sei giorni del falco

di Francesco Perfetti


Fu la guerra lampo del giugno 1967 a dare inizio alla scalata al potere di Menachem Begin Il quale vinse puntando sullo spirito nazionalistico guadagnandosi l’appoggio dei giovani



 

Nel maggio 1977, dieci anni dopo la conclusione vittoriosa della cosiddetta «Guerra dei sei giorni», la storia politica di Israele subì una svolta fondamentale. Le elezioni portarono al potere il leader del partito di destra, Menachem Begin, il quale formò un governo che interruppe un trentennio di egemonia laburista. Il suo partito, il Likud, nato nel ’73, come accertarono studi statistici e politologici, era stato votato soprattutto dalle più giovani generazioni. Il successo di Begin e del suo partito, destinato a inaugurare una nuova egemonia che - soprattutto su alcuni temi come quello dei confini dello Stato - dura tuttora, non era dovuto soltanto agli effetti della guerra vittoriosa o alle polemiche, giuste o sbagliate che fossero, che avevano investito i laburisti e ne avevano messo in crisi l’immagine. Era anche, quel successo, il frutto dell’emergere di un filone intellettuale e ideologico le cui radici affondavano lontano nel tempo.


Begin, infatti, non era un uomo politico «nuovo». Nato a Brest-Litovsk nel 1913, aveva ben presto deciso di dedicarsi all’attività sionista a tempo pieno e nel 1944, da poco giunto in Palestina con l’armata polacca, aveva guidato - alla testa dell’Irgun, un gruppo militare considerato dagli inglesi terrorista - la rivolta ebraica contro i britannici. Era guidato da una convinzione precisa, che si riallacciava a una visione romantica della libertà quale si era realizzata con le rivoluzioni francese e americana e che aveva ispirato gran parte del cosiddetto risveglio delle nazionalità del secolo XIX.


La sollevazione ebraica, in questa ottica, era percepita da lui come una combinazione fra il destino degli ebrei nella storia e le leggi della rivolta. In un suo bel saggio dal titolo I mastini della terra. La destra israeliana dalle origini all’egemonia (I libri di Icaro, Lecce, pagg. 404, euro 13), arricchito da una presentazione di Sergio Romano, un giovane studioso del sionismo, Paolo Di Motoli fa notare come nel pensiero di Begin confluissero diversi motivi derivati dal nazionalismo europeo (in particolare polacco, italiano e ceco) e come vi si fondessero «i valori romantico-messianici del XIX secolo con i valori “oscuri” del nazionalismo integrale».


Padre ispiratore di Begin, e quindi del Likud, era stato un personaggio poliedrico, Vladimir Zeev Jabotinski, un agitatore politico e nazionalista fervente, profondamente anticomunista, che nel 1925 aveva elaborato la piattaforma programmatica del cosiddetto «sionismo revisionista» che postulava la necessità di una «revisione» della politica del movimento sionista, allora guidato da Chaim Weizmann. In sostanza, egli sosteneva che si dovesse recuperare lo spirito originario del profeta del sionismo, Theodor Herzl il quale, a suo parere, era stato «tradito» proprio da Weizmann. E che Herzl e Weizmann esprimessero due visioni diverse, pur nell’ambito di un medesimo orizzonte politico, è, a ben vedere, ovvio se solo si consideri il fatto che la prima si era sviluppata nel clima del liberalismo nazionale austro-ungarico, mentre la seconda portava in sé i geni di un liberalismo progressista di matrice britannica.


Proprio Weizmann sarebbe stato, nel 1948, il primo presidente di quello Stato di Israele che Jabotinsky non fece in tempo a vedere, essendo morto nel 1940. E, per alcuni decenni, appunto fino alla «svolta» rappresentata dalla «Guerra dei sei giorni», Israele parve realizzare in concreto, dal punto di vista politico-istituzionale, ma anche dal punto di vista economico-sociale, un originale e sorprendente esperimento lib-lab. Ma alla creazione dello Stato di Israele avevano contribuito anche gli eredi di Jabotinsky, in particolare Begin proprio con le attività di guerriglia dell’Irgun.


Una volta costituito lo Stato di Israele, Begin continuò a portare avanti le sue idee che, recuperando le tesi di Jabotinsky e il suo stesso militarismo intriso di tradizionalismo, postulavano l’aspirazione a un «Grande Israele» esteso sulle due rive del Giordano. Lo fece attraverso la lotta politica e i partiti di cui fu creatore o animatore. Il primo, da lui creato nel 1948 subito dopo la proclamazione dello Stato dalle ceneri dell’Irgun, si chiamò Herut, ovvero il partito della libertà. All’interno del mondo ebraico progressista quella formazione politica non piacque e destò preoccupazioni per il suo radicalismo.


Al punto che, quando Begin decise di effettuare una visita negli Stati Uniti per presentare il suo partito, il New York Times pubblicò una lettera firmata da autorevoli personalità del mondo ebraico, come Albert Einstein e Hannah Arendt, che non esitava a definire l’Herut «un movimento politico vicino nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nel profilo sociale ai partiti nazisti e fascisti».
Naturalmente non era vero, ma l’Herut faticò a trovare una sua legittimazione politica. In seguito, alla metà degli anni Sessanta, dalla sua fusione con i nazional-liberali, nacque un’altra formazione politica che assunse il nome di Gahal, un acronimo per indicare il blocco Herut-liberali. Infine, negli anni Settanta, venne fondato da Begin insieme con Ariel Sharon il Likud, protagonista della svolta politica del 1977.


Si trattò di una svolta che, mettendo in un canto l’egemonia laburista, ha finito per caratterizzare gli avvenimenti successivi di Israele fino ai nostri giorni. Lo studio di Paolo Di Motoli, equilibrato e ben documentato, contribuisce a chiarire come la destra israeliana abbia un ben definito e definibile albero genealogico dove si ritrovano insieme, fra gli altri, Jabotinsky, Begin, Shamir, Netanyahu. Un albero genealogico che ha alle sue origini gli ideali romantici di popolo, terra e sangue, tipici del nazionalismo quale si sviluppò nell’Europa centrale e orientale: un nazionalismo, per usare le parole del grande storico Zeev Sternhell, «volkista, culturale, religioso e immerso nel culto di un passato eroico». Un nazionalismo, insomma, i cui seguaci, ben a ragione, per la loro strenua difesa di Erez Israel, possono essere definiti «i mastini della terra».




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Rissa in sala parto, Fazio: chiedo scusa Due medici sospesi e uno licenziato

Il Messaggero

Il ministro al policlinico di Messina: mai più fatti del genere,
punizioni esemplari. Il marito: spero che non sia presa in giro


 

MESSINA (30 agosto) - Due medici sospesi in via cautelativa e la risoluzione del contratto come assegnista per un terzo. Sono i provvedimenti disciplinari annunciati dall'assessore alla Sanità della Regione siciliana, Massimo Russo, per la lite nella sala parto del policlinico di Messina. Intanto il ministro della salute Fazio ha chiesto scusa per quanto accaduto.

Medici puniti.
Uno dei due medici sospesi è il direttore dell'unità operativa di Ostetricia e Ginecologia, professore Domenico Granese, per «omessa vigilanza». Il medico è sospeso dall'incarico ma non dalla professione, e continuerà a lavorare in ospedale. È stato invece completamente sospeso dall'attività uno dei due medici che sarebbe stato protagonista della rissa: Vincenzo Benedetto. L'assessore Russo ha sottolineato che la sua posizione dovrà essere valutata anche perché «le buone ragioni che forse ha avuto non possono essere espresse con la violenza». Questi due provvedimenti cautelari sono stati confermati dal direttore generale del policlinico Giuseppe Pecoraro. Il terzo medico per cui sono stati adottati provvedimenti è Antonio De Vivo che secondo l'assessore «era un assegnista che non può prestare assistenza pubblica ed era quindi un abusivo». «Per lui - ha aggiunto Russo - il rettore mi ha annunciato che attuerà la risoluzione del contratto e sarà fuori dall'Ateneo». L'assessore ha annunciato anche che chiederà «severità e inflessività ai presidenti degli Ordini dei medici di Messina e Reggio Calabria». «Avvieremo un'azione civile - ha concluso Russo - per danni all'immagine».

Le scuse del ministro
. «Chiedo scusa alla signora e alla famiglia a nome dei medici e della Sanità per quello che è successo, e lo dico da medico». Lo ha affermato il ministro alla Salute, Ferruccio Fazio, dopo aver incontrato Laura Salpietro, la puerpera che ha partorito nel policlinico di Messina mentre due medici litigavano in sala parto. «La mia è stata una visita di solidarietà alla signora, al piccolo Antonio e a suo marito - ha aggiunto Fazio -. Ho trovato la signora bene. Ho cercato di darle parole di speranza e soprattutto ho cercato di ribadirle che le istituzioni sono vicine a lei e alla sua famiglia in questo momento».

Mai più episodi così.
«È difficile assistere ad una cosa del genere. Io non sono qui per fare indagini nè per stabilire dei nessi, che non so quanto siano importanti, queste cose non devono succedere». Ha aggounto il ministro Fazio. «Se queste cose succedono accadono anche perchè avvengono in un humus e in un contesto particolare - ha aggiunto il ministro -, qui stiamo parlando di parti. La media Ocse accettabile di cesarei è di non oltre il 25%. In Italia siamo a una media del 38% ma in regioni come la Lombardia, la Toscana, il Veneto e l'Emilia Romagna, sono sotto il 30%, mentre nel 2009 la Sicilia era al 52% e la Campania oltre al 60%. Devo dire - ha sottolineato Fazio - che in Sicilia l'assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, ha emanato dei provvedimenti recenti per ridurre questo fenomeno. La proliferazione dei cesarei può essere anche dovuta a forme di non trasparenza».

Servono punizioni esemplari.
«Io in questo mi associo all'opinione pubblica», ha aggiunto il ministro, rispondendo alle domande dei giornalisti che gli chiedevano se fosse anche lui «indignato come l'opinione pubblica» per la lite in sala parto dei due medici al policlinico di Messina. Secondo Fazio occorrono «punizioni esemplari a chi si è reso partecipe e protagonista di questi episodi».

Laura Salpietro non ha ancora potuto vedere il proprio figlio nato quattro giorni fa
nella sala parto del policlinico di Messina, dove poco prima due medici avevano litigato tra loro. Lo ha reso noto la cognata della paziente, Cettina Molonia, sottolineando che sono in attesa di conoscere quali siano «i veri danni subiti dal bambino». «Ieri è stata tolta l'intubazione e respira da solo - ha aggiunto - ma la situazione rimane molto critica perchè non sappiamo se ci sono stati danni cerebrali. La verità sul suo stato di salute si scoprirà tra un paio d'anni. Mia cognata il bambino non l'ha ancora visto, fisicamente sta meglio, ma emotivamente...».

«È una presa in giro all'italiana: da domani si spegnerà l'informazione su questo caso e la vicenda sparirà del tutto».
Lo ha detto Matteo Molonia, marito della puerpera Laura Salpietro ricoverata nel policlinico di Messina assieme al figlio neonato, dopo aver visto arrivare il ministro della salute Ferruccio Fazio all'ingresso del reparto di Ostretricia e Ginecologia del nosocomio. Molonia ha aggiunto che «è però importante che il ministro sia qui». «Se è arrivato Fazio - ha chiosato Molonia - vuol dire che è successo qualcosa di importante qui dentro, e che il problema non è soltanto il mio».




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Muore per la puntura di un calabrone Caserta, inutile corsa verso l’ospedale

Il Mattino

 

CASERTA (30 agosto) - Un dopo cena come tanti. Nella tranquilla frazione di Sommana di Caserta, a due passi dal borgo di Casertavecchia. Antonio Rivetti, 40 anni operaio edile sposato senza figli, era sotto il portico della sua abitazione a prendere il fresco. È stato un attimo. La puntura di un calabrone.

Si è sentito subito male e la disperata corsa in ambulanza verso l’ospedale di Caserta è stata inutile. È morto mentre i sanitari del pronto soccorso cercavano di rianimarlo adottando tutte le terapie utili in questi casi. La moglie non ha più lacrime per piangere: «Era sereno, stavo riordinando la cucina, ho sentito le sue grida di aiuto. Sono subito accorsa, ho chiamato i vicini. Poi l’attesa dell’ambulanza che mi è sembrata interminabile. Non ci posso credere, non può essere vero».


Nella piazzetta di Sommana il giorno dopo gli anziani sulla panchina non parlano d’altro. Voce bassa, occhi segnati dalla commozione: «È cresciuto qui - dice Pasquale - lo conoscevamo tutti. Un grande lavoratore, un bravo ragazzo. Era un soggetto allergico, ma chi poteva immaginare una fine del genere. Era stato punto altre due volte dagli insetti. Gonfiori, malesseri ma niente di grave per fortuna. Ora invece».


Via Conte Landolfo è una stradina piccola e leggermente in salita che dalla piazzetta porta verso la montagna. L’abitazione di Antonio è a poche centinaia di metri, subito dopo un rinomato ristorante. Un portone in ferro su cui ora campeggia il manifesto a lutto. Oltre si apre una corte di quelle antiche. Di fronte c’è l’abitazione della famiglia Landolfo con un piccolo portico che precede di qualche metro l’ingresso. Un’anziana inquilina racconta nei dettagli quel che è successo: «Ho sentito urlare, non capivo cosa succedeva. Poi la moglie di Antonio urlava «aiutatemi, aiutatemi». È accorsa subito gente. Antonio era disteso su una sedia sdraio, con le braccia dietro la nuca. Il calabrone lo ha punto proprio sotto un’ascella. Una cosa assurda».


Il via vai di parenti e amici si fa più intenso. Sono in tanti a stringersi intorno al dolore della famiglia Rivetti. I genitori dell’operaio abitano a due passi, nella stessa strada. Per loro un dolore insopportabile per una tragedia inspiegabile.


Claudio Coluzzi




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Sparate ai randagi» Ordine del sindaco di Altavilla ai carabinieri

Il Mattino

AVELLINO (29 agosto) - Sembra impossibile ma è proprio vero, il sindaco di Altavilla Irpina ordina ai carabinieri di uccidere i cani randagi...
Luigi La Monaca - Giornalista. Entra nel link del Comune.


http://www.comune.altavillairpina.av.it/ev/images/Ordinanza%20abbattimento%20cane.pdf











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Caso Setola, contromossa della Procura Sì rito al immediato: subito a processo

Il Mattino


 

NAPOLI (30 agosto) - La bufera innescata dal ricorso del boss dei Casalesi, Giuseppe Setola, alla Corte di Giustizia europea ha sortito un primo effetto. La procura di Napoli, infatti, non è rimasta immobile ed ha deciso di giocare d’anticipo.

Così la Dda ha chiesto e ottenuto il decreto di giudizio immediato a carico di Setola e dei suoi presunti «fedelissimi» per otto omicidi. Tra gli imputati, oltre a Setola, anche elementi del calibro di Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia, Massimo Amatrudi, Carlo De Raffaele, Ferdinando Russo, John Loran Perham, Davide Granato. Per tutti un processo sprint che salta a piè pari la fase preliminare.


La prima udienza è già in programma per il 5 novembre. A firmare il decreto per il giudizio immediato il capo del pool che indaga sul cartello dei Casalesi, il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho.




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Ora l'Ue fa l'elogio dei prodotti falsi

di Domenico Ferrara



In uno studio pubblicato da un quotidiano brutannico si legge che "i beni contraffatti e venduti a basso costo possono promuovere l'azienda che li crea". Peccato che provichino danni per miliardi



 


Chi l'avrebbe mai detto di trovare nell'Unione Europea il miglior sponsor della contraffazione. Sembra un'esagerazione, eppure, a giudicare dalle conclusioni dell'ultimo rapporto sul tema, non lo è. «Acquistare prodotti di marca contraffatti è una cosa positiva»: questa la rivelazione principale ricavata a spese dei cittadini comunitari. Ma non è l'unica. «I beni contraffatti possono effettivamente promuovere l'azienda che li crea, facendo conoscere le nuove collezioni a un pubblico più ampio». Conclusioni rivoluzionarie quelle contenute nella relazione riportata dal quotidiano britannico Daily Telegraph e co-scritta da un consigliere della Home Office, il dipartimento britannico per il controllo dell'immigrazione.

Conclusioni che sfatano una serie di inutili preoccupazioni. Come quelle relative alla qualità dei materiali usati per la fabbricazione dei prodotti contraffatti, alla loro legittimità e a chi realmente trae profitto dalla loro vendita. Tutte spazzate via. Da chi non si sa però. Dispiace per le case di moda ma, secondo il rapporto, le perdite nel settore dovute alla contraffazione sarebbero ampiamente esagerate «perché la maggior parte di coloro che acquistano prodotti falsi non avrebbe mai pagato per l'originale». Come a dire: ringraziate chi compra l'imitazione del vostro prodotto, altrimenti, coi prezzi che avete, vi scordereste anche quello.

Ne è certo il professor David Wall, co-autore della relazione e consulente al governo in materia di criminalità, secondo il quale «ci sono prove che la vendita a basso costo aiuti effettivamente le grandi marche, accelerando il ciclo di sensibilizzazione al marchio. Dobbiamo concentrarci piuttosto sul commercio di farmaci contraffatti - ha continuato Wall - parti di aeromobili non sicure, e altre cose che creano danni reali ai cittadini». D'accordo sul fatto che ci siano altri settori sui quali porre attenzione, ma non si può nemmeno chiudere un occhio su un fenomeno illegale che, secondo gli ultimi dati Censis, vale in Italia oltre 7 miliardi di euro: una sua eventuale sconfitta garantirebbe circa 130mila posti di lavoro aggiuntivi.

Nonostante il governo di Londra abbia deciso di non criminalizzare i consumatori, il mercato della contraffazione nel Regno Unito è stato stimato in un valore di 1,3 miliardi di sterline e fino a tre milioni di consumatori ogni anno acquistano le merci contraffatte. Difficile dunque andare a spiegare alle grandi marche che dovrebbero essere felici se vedono qualcuno camminare con al braccio una loro borsa falsa. Impossibile. Infatti già diverse case di moda hanno fatto sentire la loro voce.

«La contraffazione è presa molto seriamente - ha commentato un rappresentante di Burberry -. Quando il caso è provato, spingeremo sempre per il massimo della pena». «La vendita di merce contraffatta è un reato grave - ha dichiarato un portavoce di Louis Vuitton - i cui fondi vanno alle organizzazioni criminali a spese di consumatori, aziende e governi». Per la verità anche quest'ultimo aspetto sarebbe smentito dal rapporto dell'Ue, secondo cui la contraffazione di marchi di lusso non finanzia né il terrorismo né la criminalità organizzata.

Con buona pace delle forze dell'ordine, invitate a non sprecare tempo a cercare di fermare i contrabbandieri. Inoltre, se le conclusioni del rapporto si estendessero ad altri settori, come quello agroalimentare dove il falso Made in Italy prodotto in Cina genera danni per 100 miliardi di euro, la sostanza aumenterebbe ancor più di peso. E pensare che proprio l'anno scorso l'Ue aveva creato l'Osservatorio sulla contraffazione e la pirateria che avrebbe dovuto lottare contro il fenomeno. E ora quale sarà il suo compito?




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Così mi sono convertita»

Corriere della sera

«Il mio fidanzato adesso mi dice: finalmente ti sei coperta»



Parla una delle giovani che hanno assistito al discorso del Colonnello
«Così mi sono convertita»

ROMA — «Il mio ragazzo mi ha detto: finalmente ti sei coperta, prima per strada ti guardavano tutti...». Ha gli occhi verdissimi e ride, Rea Beko, 27 anni. Esce con il chador nero dall’accademia libica di via Caldonazzo. Sembra felice: «Mi sento purificata, ora faccio il digiuno, rispetto il Ramadan». Telecamere e microfoni la inseguono, ma lei sale muta sul pullman di «Hostessweb». 


Più tardi, però, ha voglia di parlare, di raccontare il suo giorno più lungo davanti a Gheddafi. «Il Colonnello — dice — è come uno di quei saggi antichi a cui si rivolgevano i cavalieri prima di andare in battaglia. Un saggio che dà consigli...». Laureata in scienze sociali all’università La Sapienza, frequenta un master in politiche pubbliche: «Il mio sogno è diventare sindaco di Roma», dice scherzando ma mica poi tanto. 


Rea è nata a Tirana, Albania, ma vive in Italia da quando ha 15 anni. Papà imprenditore, mamma stilista, lei lavora come promotrice finanziaria. «Cominciai a leggere il Corano fin da piccola — racconta la biondissima neomusulmana — Prima ero cristiana ortodossa, ma in realtà tutte le religioni mi hanno sempre interessato, il buddismo, l’induismo, il cristianesimo, ho letto molto, ho studiato molto, forse perché sono nata in un Paese in cui non era così facile professare apertamente il proprio culto. 


Ma Dio è inspiegabile, non mi potete adesso chiedere di Dio, non è un cielo che si illumina all’improvviso». Il suo abbraccio all’Islam, così, è arrivato alla fine di un percorso, cominciato un anno fa con le lezioni di Corano del raìs e proseguito con i viaggi in Libia, ospite di Gheddafi insieme ad altre hostess come lei: «Ma voi sbagliate a fare distinzioni — avverte Rea —. Cristiani e musulmani, siamo tutte persone, anche la mia amica Clio Evans, hostess e attrice mezzo inglese e mezzo romana, è venuta in Libia a trovare Gheddafi. Anche a lei il Colonnello ha regalato una collanina d’oro con il suo ritratto, ma Clio è rimasta cristiana. E non per questo non siamo più amiche». 


Fabrizio Caccia
30 agosto 2010



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I capricci di Sua Maestà da Tripoli

Corriere della sera


Compiaciuto tra i suoi 30 cavalli berberi più belli di quelli di Ben Hur, le amazzoni di scorta con rimmel antisommossa e le sue 500 ninfette italiane prese a nolo, «Papi» Muammar benedice l'amico Silvio e tutto il popolo italiano: questa sì è un'accoglienza da Re! E chissà che anche stavolta, tra le seguaci conquistate dalla sua oratoria e da un pacco di fruscianti bigliettoni, non spunti fuori qualche convertita all'Islam...



Diciamo la verità: era cominciata male, tra Gheddafi e gli italiani. Prima il fastidio delle polemiche sulla cacciata dei nostri connazionali buttati fuori dopo la rivoluzione. Poi lo strascico del rancore per la nostra occupazione coloniale che gli aveva fatto istituire la Giornata della Vendetta. Poi i seccanti sospetti su un suo coinvolgimento in certi episodi terroristici. Poi i missili contro Lampedusa e la rivendicazione della sovranità sulle Tremiti. Per non dire di certe parole di Oriana Fallaci: «Oltre ad essere un tiranno è un gran villanzone». Peggio: «È clinicamente stupido». Peggio ancora: «È senz'altro il più cretino di tutti». Screanzata. Più ancora di Indro Montanelli, che lo aveva bollato come «un sinistro pagliaccio». Più di Reagan, che lo chiamava: «Il cane di Tripoli».



Vabbè, pietra sopra. Tutto cancellato dal rapporto con l'amico Silvio. Lui, Muammar, l'aveva detto già nel lontano 1994: «Io e Berlusconi siamo fatti per intenderci, in quanto rivoluzionari. Prevedo per lui grandi successi nella gestione dello Stato, così com'è stato nella gestione del Milan. La sua personalità è apparsa all'orizzonte cambiando tutto da cima a fondo». Certo, il Cavaliere non ha accettato tutti i suoi consigli su come risolvere le grane parlamentariste. L'anno scorso in Campidoglio, ad esempio, aveva detto: «Il partitismo è un aborto della democrazia.



Se me lo chiedesse il popolo italiano gli darei il potere. Annullerei i partiti, affinché il popolo possa prendere il loro posto. Non ci sarebbero più elezioni e si verificherebbe l'unità di tutti gli italiani. Basta destra e sinistra. Il popolo italiano eserciterebbe il potere direttamente, senza rappresentanti». Quindi, all'università «La Sapienza», aveva spiegato che questa è l'essenza della democrazia: «Demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie». Aristotelico.



Allora, alle «letterine» affittate perché ascoltassero a ottanta euro l'una il sermone maomettano, aveva rivelato: «Sapete che al posto di Gesù crocifissero un suo sosia?». Questa volta, tra i sorridenti inchini e gli ossequiosi salamelecchi dei nostri uomini di governo solitamente ostili, diciamo così, a certi discorsi, è andato oltre: «L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa». Lo dicesse l'imam di una sgangherata moschea di periferia sarebbe scaraventato fuori tra strilli di indignazione. Lo dice lui? Spallucce. È la politica, bellezza.



Così è fatto, «Papi» Muammar: adora essere circondato da cammelli, cavalli e puledre. Il tutto con una sobrietà che in quattro decenni di potere è diventata leggendaria. Oddio, diciamo la verità: il Colonnello si muove nel solco di una storia antica. È un secolo che gli italiani dalla Libia si aspettano cose spropositate. Basti ricordare come, per eccitare la fantasia dei lettori prima della conquista, l'inviato de «La Stampa» Giuseppe Bevione scriveva che laggiù c'erano «ulivi più colossali che le querce» e che l'erba medica poteva «essere tagliata 12 volte all'anno» e che i poponi crescevano «a grandezze incredibili, a venti e trenta chili per frutto». Va da sé che, con questi poponi alle spalle, il re beduino della Jamahiriyya non poteva essere da meno.



Il suo piccolo Paese, disse un giorno Igor Man, «gli è sempre andato stretto». Detto fatto, si è sempre mosso alla grande. Come quando si presentò al vertice dell'Unione africana ad Addis Abeba facendosi precedere da 15 lussuosissime auto blu personali fatte sbarcare da aerei giganteschi e scandalizzò tutti con due valigie («Un regalo del nostro leader ai capi di Stato africani», spiegarono i diplomatici) piene d'oro zecchino. O quando, sceso a Roma con la solita corte di 300 attaché, pretese che gli montassero una tenda di 60 metri quadrati a Villa Pamphilii con 12 poltrone dai piedi dorati, lampade, divanetti, tavoli e «grandi incensieri per profumar l'ambiente».



O quando inaugurò un pellegrinaggio attraverso Swaziland, Mozambico, Malawi, Zimbabwe e Kenia presentandosi in Sudafrica con due Boeing 707 in configurazione Vip, un jet più piccolo d'appoggio, un gigantesco Antonov russo con a bordo due autobus di lusso da 46 posti, sessanta auto blindate e 400 guardie del corpo armate fino ai denti di kalashnikov. Più, piccolo dettaglio regal-pastorale, un container frigorifero di agnelli macellati.



Potevano i figli di tanto padre non seguirne l'esempio? No. Ed ecco Hannibal e Moutassem sgommare in Costa Smeralda al volante di una Ferrari a testa fino a far saltare i nervi del giardiniere della spettacolare villa presa in affitto, furibondo per la quotidiana raccolta di cocci delle bottiglie di champagne millesimato buttate dalla finestra. Ecco il conto preteso per via giudiziaria (la famiglia si era dimenticata di pagare) dall'hotel Excelsior di Rapallo per una vacanza di Al Saadi, detto l'Ingegnere: 392 mila euro per sei settimane. Ecco lo stesso Al Saadi, capricciosamente deciso a «giocare al calciatore professionista», affittare Villa Miotti a Tricesimo: 13 mila euro al mese. Spiccioli per un uomo che, volendo farsi insegnare qualche trucco sul palleggio, raccontò Emanuela Audisio su Repubblica, ingaggiò per gli allenamenti un trainer personale esclusivo: Diego Armando Maradona. Costo: 5 milioni di dollari. 


Anche queste cose però, diciamo la verità, finiscono per annoiare. Ed è così che il despota tripolino, un bel giorno, ha deciso di commissionare alla Tesco Ts di Torino un'auto disegnata da lui medesimo. Possibile? Parola dei costruttori dei due prototipi: «Durante la realizzazione di questa macchina, l'équipe tecnica di Tesco Ts ha seguito alla lettera le idee del designer, il Leader, per produrre la vettura perfetta secondo la sua visione». E come poteva essere la vettura perfetta, per sua maestà Muammar? Rifiniture in marmo. Un capriccio è un capriccio. Se no che gusto c'è ad essere il leader di una Jamahiriyya Popolare e Socialista?


GIAN ANTONIO STELLA
30 agosto 2010



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Cavalli, amazzoni e Gheddafi Ma nel ridicolo cade l'opposizione

Il Tempo

I benpensanti trovano ridicoli i preparativi che circondano il Raìs. I caroselli e le donne preposte alla sua sicureza sono motivo di attacchi. Invece di ragionare sul colonnello come fattore di stabilità in Africa si preferisce liquidarlo come una volgare macchietta.



La visita di Gheddafi in Italia è uno spettacolo. Non mi riferisco alla nota eccentricità del colonnello. Il vero show è quello che ci sta offrendo l’intellighentsia del Belpaese, soprattutto quella aristo-progressista (ma non solo) che non riesce a trattenere il suo nobile disgusto per la visita del leader libico. Basta leggere "Repubblica", organo ufficiale del bon ton democratico, per capire che lo sbarco di Gheddafi è indigeribile.

Nella testa dei benpensanti, di qualche leghista e degli utopisti in servizio permanente effettivo in questo momento rumoreggia un vespaio di domande. Come si permette quel beduino del deserto di accamparsi con la sua tenda? Come osa far galoppare i suoi cavalli? Con quale faccia può pretendere di farsi accompagnare dalle amazzoni? Come può il rais farsi ricevere da centinaia di ragazze, neanche fosse il Cavaliere di Arcore? Come può immaginare di brandire nella culla del cattolicesimo il Corano, citare il Profeta e invitare alla conversione all’Islam? Sfacciato! Ah, quale sublime arabesco di interrogativi, quale fino lavoro d’uncinetto culturale si prepara nei salottini della parte più colta, elegante, soffice e svolazzante del nostro Paese sottoposto all’invasione beduina. Il colonnello per loro è un sottoprodotto della cultura del Nord Africa, un bifolco in tenda.


Mi pareva di ricordare che tra i radical chic fosse in auge ben altra scuola pensiero. Ricordo vagamente che dopo l’11 settembre 2001 vi fu una levata di scudi contro il Cavaliere che osò dire che, in fondo, quella occidentale era una cultura superiore. Apriti cielo, diluviarono gli «ooooohhhh…», si gridò allo scandalo e allo sfregio ideologico per quel che aveva detto il Cav vestito da cow boy. Ma le cose cambiano e il relativismo di ieri è una retromarcia culturale oggi. La superiorità antropologica della sinistra trova il suo campo d’applicazione scientifico nell’accoglienza riservata a Gheddafi. Quando governa parla e rende onore a tutti i dittatori, partecipa fieramente a bombardamenti d’ogni sorta, va a braccetto con esponenti di un movimento politico che è anche terroristico (vedi alle voci D’Alema e Hamas), ma appena torna nella posizione naturale di spettatrice - l’unica che riesce a mantenere a lungo - ecco riemergere lo snobismo da tartina e terrazza. Il doppiopesismo applicato alle relazioni internazionali è qualcosa di esilarante e tragico nello stesso tempo. Tollerano che l’Iran di Ahmadinejad stia all’Onu, dica cose terribili su Israele e gli ebrei e costruisca la bomba atomica, ma lo spietato Gheddafi, l’amico di Silvio, non riescono a sopportarlo.


Sembra di stare in una commedia di Molière, il "Tartufo ovvero l’impostore", una comica fiera dell’ipocrisia che va avanti da decenni ed impedisce al Paese di essere non dico normale, ma capace di fare un serio dibattito sulla sua politica estera. Un’opposizione realista quando ha il potere e idealista quando non è nella stanza dei bottoni non concede diritto di cittadinanza a idee che non abbiano la lingua biforcuta. Gheddafi è un capo di Stato con un passato terribile e governa la Libia con il pugno di ferro, ma invece di ragionare su di lui come fattore di stabilità in un continente minacciato dal terrorismo e dalla guerra civile permanente (vedi cosa accade in Somalia) si preferisce a bassi fini di politica interna liquidarlo come una volgare macchietta.


Il doppiopesismo continuerà per lungo tempo a contaminare il nostro dibattito pubblico. Avevo titolato la prima pagina del nostro giornale venerdì scorso con un gioco di parole - "Auto & Cammello" - per dire che Marchionne e Gheddafi sarebbero stati il bersaglio imminente della macchina da guerra progressista: Marchionne è stato regolarmente lapidato (ultimo ieri Eugenio Scalfari che nel sermone domenicale su Repubblica ha definito il suo discorso a Rimini come «reazionario») e Gheddafi processato. È facile fare gli idealisti con i posti di lavoro, il gas e il petrolio degli altri. Vale sempre il vecchio detto: chi critica i consumi ha già consumato.


Mario Sechi
30/08/2010




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Ore e ore sotto il sole per 80 euro: la giornata delle hostess di Gheddafi

Corriere della sera

Giovani, carine, disoccupate e abbagliate dalla promessa di un futuro radioso in Libia, magari col matrimonio



ROMA - Per almeno la metà delle 536 ragazze selezionate dall’agenzia hostessweb, l’incontro-dibattito a sfondo religioso programmato con  il leader libico Muammar Gheddafi si è trasformato in ore di attesa. Giunte in pullman al civico 8 di via Cortina D’Ampezzo intorno alle 12.30, le ragazze hanno prima affrontato le lungaggini dei controlli della sicurezza. Sotto il sole delle prime ore del pomeriggio, disposte in una lunga fila nell’area interna dell’accademia culturale libica, hanno dovuto mostrare disciplina e obbedienza alle guardie libiche addette ai controlli, per ottenere il lasciapassare.  E non tutte ce l’hanno fatta. Dopo il «sì» del body scanner e l’abbandono fuori della porta dell’accademia dei  portafogli, dei cellulari e finanche delle sigarette, alcune sono state rispedite al mittente, mentre circa 500 sono entrate.


Solo duecento di loro, però, sono rimaste all’interno ad attendere la lezione di Corano. La sala riunioni, troppo piccola, ha suggerito  infatti agli organizzatori di dividere l’incontro in due tranche. Non prima di aver ammonito tutte però, di evitare la stampa assiepata fuori, e di  non raccontare i dettagli degli accordi economici con l’agenzia intermediaria, pena l’esclusione dalle liste di hostessweb, e la rinuncia alla paga. Ma oltre all’ammonimento, anche una promessa: «Per chi si mostrerà interessata al Corano, questa è l’occasione di farsi avanti – ha spiegato Alessandro – ci saranno infatti nuovi incontri e nuove opportunità di guadagno. Le ragazze che durante l’incontro si mostreranno interessate, saranno infatti invitate in Libia, ad approfondire i vari aspetti della cultura libica. Per esempio, a settembre, ci sarà un evento per la festa nazionale, a cui si potrà partecipare».


E con nuove prospettive di guadagno in arrivo, la metà delle aspiranti hostess, accampate nell’atrio dell’accademia, sedute per terra e sui muretti, hanno affrontato altre ore di attesa sotto il sole, per assicurarsi intanto gli 80 euro di rimborso promessi (64 per chi fosse stata segnalata da un’amica e non fosse direttamente iscritta nelle liste dell’agenzia intermediaria). Ore spese parlando a bassa voce, senza disturbare o fare troppe domande, per non infastidire le guardie, per fare amicizia, e per capire cosa avesse spinto tante ragazze, così diverse, a condividere il pomeriggio nell’atrio libico, per terra, sotto il sole.


C'è Sabrina, 22 anni, pugliese, iscritta a Farmacia alla sapienza di Roma, bellissima, bionda, occhi azzurri: «Cosa c’entra farmacia con tutto questo? in fondo sono curiosa…». C'è Monica, laureata in scienza della formazione, senza lavoro, ma pronta a proseguire la specializzazione: spera in un lavoro precario, «non si sa mai». E poi Pamela,  22 anni, mora, occhi da cerbiatto e gambe da gazzella, ammirate dalle altre nei pantacollant neri da 13 euro, che su di lei fanno però una gran figura. Vive in uno dei grattaceli della zona «che ho sentito che vogliono abbattere, per metterci tutti nei container», spiega alle amiche. Non ha nessuna fiducia nel futuro in Italia, e si chiede se sia il caso di andare all’estero a trovare fortuna. Ha solo un diploma al turistico, e forse, se nulla cambia, si segnerà all’università a lingue, a settembre. Sedute da una parte due polacche parlano tra loro. Ma il loro desino è simile: Marta, licenziata di fresco da un ristoratore romano che le dava 30 euro al giorno in nero, ha un bambino di tre anni, è separata, e aspetta i soldi «per mettere insieme l’affitto del mese nella casa di Ponte Galeria», spiega.



Finalmente si apre la porta e le prime duecento escono con il Corano sotto il braccio. È arrivata l’ora del dibattito. Ma, appena sedute nella sala, è subito chiaro a tutte che  è meglio non fare domande scomode. D’altra parte gli organizzatori hanno avvertito: quelle a sfondo giornalistico-politico, verranno censurate. Gheddafi parla con tono sommesso, ma sicuro. Spiega a tutte che l’unica via di salvezza è il Corano. Ripete più volte: «L'ultimo profeta è Maometto. C’era scritto anche sul Vangelo, ma poi è stato modificato. Ora dunque l’unica sacra scrittura valida rimane il Corano, perché è l’unica che è arrivata a noi autentica». E prosegue: «Anche Gesù sapeva perfettamente che il nuovo profeta sarebbe stato Maometto. Hamed, per l’esattezza, che nella nostra lingua si traduce in Mohammed». E la religione islamica è l’unica e universale, alla quale bisogna convertirsi prima del giorno del giudizio: «Chi non sarà convertito entro quel giorno – ammonisce – sarà perdente».



Una ragazza chiede: «Ma allora la nostra religione è sbagliata?». «No – risponde Gheddafi-. Solo che ogni religione, anche quella cristiana cattolica,  ha avuto il suo periodo. Perché il messia Gesù era quello che precedeva l’ultimo, Maometto. Ora la religione musulmana le deve rimpiazzare tutte». Arrivano anche domande sulla lapidazione delle donne peccatrici e sulla condizione delle donne in Libia, ma su queste il Leader glissa e la sicurezza mette a tacere le coraggiose.


Intanto è pronto per tutte, alla fine del dibattito, un invito a unirsi in matrimonio con gli uomini libici e rinsaldare così il legame Italia-Libia. «In passato questo due Paesi si sono fatti la guerra - ha spiegato Gheddafi -. Ma ora i rapporti promettenti di diplomazia tra me e il capo di Stato italiano Berlusconi consentono di  mischiare le due etnie, e di procedere verso l’unità. Ma non prima, spiega che voi abbiate letto il Corano, senza preconcetti e con l’apertura mentale necessaria alla conversione». Infatti, prima di lasciare l’accademia culturale libica, già tre ragazze, entrate senza velo, lo indossano, uscendo, fiduciose nelle promesse di felicità, prosperità e, perché no, di ricchezza che un Paese diverso dall’Italia potrà assicurare loro.


Sabrina La Stella
29 agosto 2010




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In carcere mi maltrattano» Italiano muore in Francia

di Redazione


Il nostro connazionale in questi mesi di detenzione in Francia aveva scritto diverse lettere alla madre Cira raccontando anche di aver subito soprusi, maltrattamenti e di non essere stato curato quando aveva avuto la febbre molto alta. Il decesso, secondo le autorità francesi, sarebbe avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, ufficialmente «per arresto cardiaco». I familiari hanno appreso la notizia soltanto dopo tre giorni. Oggi dovrebbe essere effettuata l’autopsia e il legale della famiglia ha già chiesto che vi prenda parte un medico italiano di fiducia. A quanto pare inutilmente.

Franceschi era andato in vacanza in Costa Azzurra nel marzo scorso con alcuni amici. Il gruppo aveva deciso di trascorrere una serata al casinò ma quando Daniele si era presentato a pagare le fiches esibendo una carta di credito gli addetti avrebbero notato qualcosa di strano, tanto da indurli a chiamare la gendarmeria. Per il nostro connazionale erano scattate le manette.

Da lì in poi, mistero. Per questo l’avvocato Aldo Lasagna, legale della famiglia della vittima, fa appello alle autorità italiane e al console per cercare di arrivare alla verità. A quanto pare irta di ostacoli. La madre di Franceschi arrivata ieri a Nizza accompagnata da due parenti non ha potuto vedere la salma del figlio. Ufficialmente «perché è in corso l’inchiesta». Secondo quanto si è appreso, il vicedirettore del carcere d’Oltralpe ha riferito che Franceschi, 36 anni, è morto in cella per un infarto fulminante.

Marco Antignano, zio di Daniele racconta i momenti concitati e dolorosi che la sua famiglia sta vivendo. La sorella Cira Antignano, intanto ha presentato un esposto informale alla Farnesina. «In questa vicenda molte cose non quadrano», spiega Antignano. «All’autopsia non potrà partecipare nessun medico di nostra fiducia, né italiano, né francese: la motivazione ufficiale è che la procedura di nomina sarebbe stata troppo complessa. In più, i tempi si sono accorciati perché l’esame autoptico, prima fissato per martedì, è stato anticipato di un giorno, a domani».

Antignano ricorda che in questi cinque mesi il nipote aveva atteso invano il processo. «C’erano state alcune udienze, sempre rimandate - dice -. Era complicatissimo andare a trovare mio nipote. Mia sorella era riuscita a entrare in carcere solo due volte, ogni volta l’avevano controllata in una maniera non solo minuziosa ma anche umiliante. Il ragazzo era tranquillo ma parlava e scriveva di soprusi, di ore di lavoro estenuante. Recentemente, si era rifiutato di lavorare oltre il dovuto in cucina. Subito dopo, se ne era pentito temendo ritorsioni. Aveva paura che lo mettessero in una cella con qualche detenuto pericoloso. Raccontava che ce l’avevano particolarmente con gli italiani, forse, diceva lui, “a causa del calcio”».

Sono state fornite, inoltre, racconta lo zio, versioni discordanti sull’ultimo giorno di vita di Daniele. «Io ho parlato con il direttore del carcere, dopo la notizia della morte, e lui mi ha spiegato che l’avevano controllato in cella alle 13,30, e Daniele stava bene. Poi, alle 17, durante il controllo seguente, l’avevano trovato morto.

All’avvocato francese che ci assiste, è stato invece detto che, siccome Daniele non stava tanto bene, l’avevano portato in infermeria e gli avevano fatto l’elettrocardiogramma. Dato che il risultato era stato negativo, l’avevano riportato in cella». «Non si può morire a 36 anni, dicendo che ha avuto un infarto fulminante, quando mio figlio non ha mai sofferto di cuore»; accusa Anna Cira Antignano, la madre, parlando ai microfoni di SkyTg24. «Gli hanno fatto qualcosa, non me lo leva dalla testa nessuno che gli hanno fatto qualcosa».




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Venezia, rogo accanto alla Basilica della Salute. Danni a un Tiziano

Corriere della sera

Fiamme nel tetto in restauro: sentiti due boati


VENEZIAUna nuvola di fumo fende il cielo di Venezia, rischiarato dalla luna. Poi si allarga, ben visibile dalle terrazze e dalle altane. E’ incendio, nei pressi della chiesa della Salute, e della Punta della Dogana, dove sorge il Museo del magnate francese Francois Pinault.


Allarme, paura. Ricordo di una notte d’inverno del 1996, quando andò a fuoco il Gran Teatro della Fenice. Questa volta è finita bene. Il rogo che, ieri sera, si è sviluppato dentro il Seminario attiguo alla Basilica, è stato spento tempestivamente. A dare l’allarme, attorno alle 22, sono stati alcuni operai/guardiani che dormivano nell’edificio, in fase di restauro. L’avvisaglia — hanno spiegato — è venuta dal crollo degli abbaini. Tre squadre di pompieri sono arrivate sul posto e, nel giro di un’ora, hanno domato le fiamme.

I danni sembrano contenuti. Mentre sono incerte le cause dell’incendio. Alcuni testimoni hanno raccontato di aver udito, attorno alle 22, il rumore di due esplosioni. E, dai primi accertamenti, risulta che il fuoco si è sviluppato in due punti diversi, nel tetto del Seminario. Se di dolo o di incidente si sia trattato non è ancora chiaro.



«Non sono state formulate ipotesi attendibili», dice il sindaco, Giorgio Orsoni, che si è recato tempestivamente sul posto. Dove sono anche arrivati il Patriarca di Venezia Angelo Scola e Vittorio Sgarbi, nuovo sovrintendente per i Beni artistici statali. Il primo cittadino di Venezia ci parla, al telefono, dalla Sagrestia della Salute, che comunica con il Seminario del Patriarcato. «Purtroppo — racconta — una tela di Tiziano ha subito danni. Non per l’incendio, ma per l’acqua delle pompe azionate dai vigili del fuoco, che è colata ai piani sottostanti».

«Per fortuna — aggiunge — il getto è di acqua dolce e non salata, che avrebbe, di sicuro, corroso il dipinto. Ciò è stato possibile grazie al nuovo sistema di rete idrica, finanziato dalla Legge Speciale. Purtroppo, non è disponibile in tutta la città». La tela di Tiziano che ha subito danni è larga tre metri e alta tre; issata a 12 metri di altezza. Gli uomini della Protezione civile hanno deciso che stamattina sarà staccata e portata via. E’ l’opera più importante, ma nella Sagrestia e nel Seminario vi sono altri quadri di valore che saranno recuperati e messi in salvo. «La situazione è sotto controllo, è andata bene», assicura il sindaco Orsoni. 


Marisa Fumagalli
30 agosto 2010




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I fans dell’ex capo di An su Facebook

di Matthias Pfaender


E sotto lo sguardo ispirato di un Gianfranco Fini che scruta pensieroso e fiero l’orizzonte, una gran caciara. Ha sete di sangue, il novello popolo finiano. Letteralmente. E il sangue in questione è quello di Berlusconi. Facebook, pagina dedicata a «Gianfranco Fini presidente». Qui i fan del numero uno di Montecitorio (in tutto 4.790, invero pochini per i numeri del web, ma ciò che difetta in quantità è compensato dal livore) pubblicano commenti, analisi, sensazioni sullo scenario politico. Il sunto del loro pensiero? «Silvio deve morire».

«Berlusconi andrebbe fucilato!» sostiene Angelo Libonati. «La statuina in faccia al nano non è stata incisiva abbastanza, ci vorrebbe qualcuno che gli rompesse il c...o al quel viscido» osserva Carmelo Guida. «Letta e Berlusconi cancelliamoli dalla politica, ripuliamo il centrodestra da questa gentaccia plurimputata e collusa con la mafia» chiosa Alfredo Rossini. E via dicendo.
Occorre fare attenzione, mentre si esplora il circolo informatico dei finani, nato con l’obiettivo, si legge con qualche difficoltà logica, di essere un «sostegno a Gianfranco Fini nel ruolo di presidente del Consiglio».

La lettura continuata degli auguri di morte al premier - non c’è davvero nient’altro, fatta eccezione per alcuni editoriali copiati dal sito di Farefuturo - ha infatti un effetto straniante: dopo un po’ sembra di essere di fronte a uno dei tanti siti anti-Cav di stampo anarcoide-sinistrorso, piuttosto che alla pagina web curata da persone che rivendicano l’appartenenza alla destra. Ma con la stessa velocità con cui Fini ha voltato le spalle a chi lo ha messo a capo della Camera, i suoi seguaci hanno fatto proprio il classico repertorio antiberlusconiano, riversandolo come se niente fosse su quel presidente del Consiglio che hanno votato, presumibilmente, per sedici anni di fila.

Schiacciato dal senso del ridicolo, lo stesso amministratore del sito ha provato a dare alla sua creatura un’appiglio di coerenza: «Perché noi credevamo che Berlusconi - ha argomentato lo scorso venti agosto - non fosse come lo dipingevano i suoi nemici: ma ora sappiamo con certezza che è anche peggio». Paolo Ottino va ancora oltre, affermando: «Io l’ho sempre saputo, eppure sono così cretino di avere fatto finta che l’evidenza non c’era». Quindi Feredica Bertelli, cui evidentemente sfugge lo spirito giustificatorio del «post», riprende il solito andazzo: «Il nano-mafioso e questo viscido fro...o di Letta spiano la gente a scopi politici.

Mandiamoli in galera!». A tal proposito sarebbe poi divertente scoprire cosa ne pensa Fini, novello paladino progressista, degli insulti omofobi utilizzati dai suoi seguaci.
Ma, del resto, che tra i frequentatori del sito il senso di coerenza con la storia presente e passata del loro leader sia scarso, è perfettamente testimoniato dalla signora Grace Lamanuzzi, che in caratteri cubitali esorta a mettere Berlusconi «a piazzale Loreto a testa in giù insieme alle sue escort, che fanno la vita da nababbe alle spalle degli italiani». Come parlare di corde in casa dell’impiccato. Mimmo Sellitto però non percepisce il grottesco e risponde gagliardo con un «Tutti a piazzale Loreto!».

Comunque, è guardando al futuro che i finiani danno il peggio. Sotto sotto consapevoli anche loro che Gianfranco difficilmente entrerà mai come premier a Palazzo Chigi, si sono già votati al tifo contro. Rosa Sigillò e Giuseppe Romano invitano tutti i «camerati» a impegnarsi «per far perdere il Pdl alle prossime elezioni». Il voltafaccia così è completo: i finiani preferiscono la sinistra al governo piuttosto che l’odiato Cavaliere; e si esaltano a pensare che «un buon cattolico - come commenta Annalisa De Santis - non voterà mai uno spietato mafioso stragista e corrotto».

Stesso pensiero, ma insulti diversi, per Sergio Raimondi, che al posto di «mafioso stragista» preferisce un «malfattore mafioso nano infame». «Attenzione - avvisa però tutti Alessandro Rossi - Berlusconi alle elezioni farà brogli a tutto spiano e si comprerà i voti». Ma, forse pentito dall’aver gettato nello sconforto i colleghi anti-Cav, il complottista di turno si accommiata con una nota di speranza: «Magari però poi perde lo stesso, e si rifugerà a Tripoli come il suo amico Bettino».




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