venerdì 27 agosto 2010

Le carte segrete di Oriana sul web

di Matteo Sacchi

Per poco meno di trentamila dollari si possono acquistare manoscritti, lettere e appunti. L’erede: "Sembrano autentici"



 

Le carte più personali e private di Oriana Fallaci in vendita on line al modico prezzo di 28985 dollari e 99 centesimi. Una raccolta che spazia dai lavori preparatori di Un Cappello Pieno di Ciliege, ai suoi carteggi pieni di insulti verso chi osava farla arrabbiare, passando dai piccoli appunti a margine degli articoli di giornale oppure dai dossier che archiviava su determinati argomenti per poi riutilizzarli in seguito.


Fantascienza? No, l’annuncio è comparso sul sito AbeBooks.com ad opera di un libraio canadese che ha pubblicizzato così l’incredibile lotto di documenti ed è subito rimbalzato Sul sito italiano di Dagospia. Non solo, sulla vetrina virtuale della M. Benjamin Katz, Fine Books/Rare Manuscripts dedicata a questo lotto compare un’immagine fotografica che rappresenta un dattiloscritto diviso per punti, più volte sottolineato e con un titolo vergato a mano in pennarello nero: «Schiavi a Livorno» (tema che ritorna in uno dei capitoli di Un Cappello Pieno di Ciliege). 


Abbiamo fatto vedere il documento a Paolo Klun che è stato il segretario della giornalista proprio nella fase di rilettura e correzione del romanzo. Quanto alle procedure per impedire fughe di notizie e incartamenti: «Oriana era maniacale, quando voleva che ci liberassimo di qualche stesura che non le piaceva la procedura era scientifica. Tritavamo i fogli poi li buttavamo in sacchetti di celofan chiusi con degli elasticoni verdi. Quindi non mi sembra che si possa parlare di fogli di quel tipo.


Quanto al resto... Oriana viveva in un mare di carta chi può garantire che parte di quell’oceano non sia stata sottratta? Gli appunti che ho potuto vedere sembrano un preparatorio per un Cappello pieno di ciliege, non è però qualcosa che io ricordi. Ma la scritta a mano dell’intestazione sono quasi sicuro sia di Oriana e il suo modo di scrivere e sottolineare a più colori assomiglia terribilmente al suo... Che dire?».


Quanto al venditore di libri e manoscritti rari Benjamin Katz è ovviamente circospetto sul percorso che ha portato nelle sue mani kili e kili di carte appartenute, a suo dire, ad Oriana Fallaci. Raggiunto al telefono nel suo ufficio di Toronto così racconta: «Io li ho ricevuti da un libraio americano del quale mi sento impegnato a tutelare la privacy... Un collega che non essendo specializzato in questo tipo di prodotti ha preferito rivolgersi a me. Quanto alla loro provenienza vengono sicuramente dall’appartamento della signora Fallaci a New York. 


Durante la ristrutturazione, per come mi è stato dato di capire la storia, devono essere stati inscatolati e poi hanno preso un’altra strada». Quanto al fatto che le carte di Oriana prima di essere destinate ai vari archivi in cui si trovano, quello in partenza della Regione Toscana, quello dell’Università di Boston e quello della Rcs, siano state attentamente catalogate ed un ammanco del genere sia difficilmente spiegabile, Katz non sa darsi spiegazioni però sull’autenticità dei faldoni non ha dubbi:


«C’è di tutto, dattiloscritti con appunti, lettere, documenti, appunti presi a mano e i suoi materiali di ricerca per i romanzi, non ho dubbi sull’autenticità, sono cose scritte o appartenute alla giornalista, insomma sono i personals files, 22,5 kili (50 pounds) di personal files». Alla nostra richiesta, però, di mandarci altre immagini oltre a quella che campeggia sul sito Kantz si è trincerato dietro a uno strano: «Questa l’ho scattata mentre inventariavo i documenti ora non ho un’altra macchina digitale con me...». 


Eppure sull’autenticità è possibilista anche Edoardo Perazzi il nipote della scrittrice e suo erede universale: «Dalla descrizione sembrano essere carte e documenti di Oriana». Per lui però se sono originali sono spariti prima della morte della scrittrice: «Sono sicuro che non sono stati trafugati dagli archivi e non provengono nemmeno dai faldoni che sono stati lasciati a me. Quello che non è stato catalogato è depositato al sicuro a New York. Oriana aveva fatto l’inventario e poi il back up e poi ancora il back up del back up. 


La casa è stata svuotata subito. Tutto è possibile ma se è sparito qualcosa secondo me è successo prima». E dunque? E dunque Edoardo Perazzi ha subito attivato il suo avvocato: «Gli ho dato mandato di scoprirne la provenienza anche se, data la situazione, temo di non poterci fare nulla, in Canada il concetto di incauto acquisto nella giurisprudenza quasi non esiste». E sulla stessa linea la collaboratrice di una vita di Oriana Daniela di Pace: «Le carte di Oriana erano infinite. Penso che possano essere uscite da quella casa anche prima della sua morte... Venire a capo della faccenda mi pare complicatissimo. L’unica certezza che ho è che di sicuro non sono in nessun modo legate ai documenti e ai libri che vennero affidati a Monsignor Fisichella».


Ma in effetti qualche dubbio sul fatto che la casa di New York della Fallaci, e il suo contenuto sia sempre stata efficacemente protetto si potrebbe averlo, lo stesso Perazzi ammette: «comunque la documentazione è enorme, la gente non si rende nemmeno conto di quanto ha prodotto Oriana». La giornalista italo-americana Mary Giuffré, poi, pubblicò il 24 febbraio del 2009 un articolo su AmericaOggi (il quotidiano degli italiani Usa) denunciando il degrado della sua townhouse al 222 A sulla 61th street, nel cuore dell’Upper East Side: «Sabato notte e per tutta la giornata seguente, al 222 A sulla 61th street, l’ingresso di casa Fallaci, è rimasto spalancato...». Già allora ci si chiese chi avesse aperto quella porta e perché, senza risposta. Eppure Perazzi è tassativo: «Puttanate. L’appartamento a quel punto era vuoto da un pezzo e in ristrutturazione... l’articolo fu pura speculazione».


Canada o non Canada, vendita on line o non vendita on line, furto o smarrimento, quel che è certo è che i documenti restano impubblicabili senza l’autorizzazione degli eredi. Come spiega l’avvocato Niccolò Rositani, uno dei maggiori esperti italiani sul copyright: «Esiste un diritto patrimoniale e uno morale sugli scritti inediti di un autore. Nessuno può pubblicarli senza l’autorizzazione degli eredi. E Canada, Italia e Stati Uniti hanno sottoscritto sia gli accordi di Berna che quelli di Ginevra che regolano questo tipo di questioni...»





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Le tombe spogliate al cimitero Maggiore

Repubblica

In vista delle esumazioni di ottobre, un migliaio di tombe al campo 20 del cimitero Maggiore sono state liberate da tutti i monili in bronzo, rame, ottone, accaio. Portafiori, portaritratti, statue e suppellettili sono spariti. Il Comune di Milano ha inviato lettere ai cittadini (molte però sono arrivate in ritardo) in cui si fa riferimento solo al ritiro degli effetti personali o alla possibilità di trasferire gli oggetti su altre tombe. Molti parenti dei defunti sono arrivati al cimitero e hanno trovato le tombe totalmente spoglie, scatenando le proteste agli uffici comunali

Il giallo delle tombe riguarda in particolare il fatto che - come raccontato nel video con le testimonianze raccolte dall'associazione Sos racket e usura - sono rimaste sulle lapidi solo le statue in gesso, che non hanno un valore commerciale: sono tutte danneggiate, come a verificare di che materiale fossero. Madonne con le mani mozzate, statue di santi decapitate o scheggiate. "Tutto regolare - spiegano dal Comune - tutte le famiglie potevano ritirare i propri oggetti"


 

Il “circo” Gheddafi sbarca a Roma Il leader libico arriva con 30 cavalli

IL Messaggero

di Eric Salerno

ROMA (27 agosto) - La prima volta, oltre un anno fa, scese dall’aereo mostrando sul petto la foto di Omar el Mouktar, l’eroe della resistenza libica impiccato dai colonialisti italiani. Lunedì sera, per festeggiare il secondo anniversario della firma dello storico “Trattato di amicizia”, Muammar el Gheddafi, in Italia da domenica sera per la sua terza visita, ha scelto una dimostrazione sportiva-folkloristica, quasi “militare”. 



Con i suoi cavalli e cavalieri darà l’assalto amichevole alla caserma dei carabinieri “Salvo d’Acquisto” a Tor di Quinto, sulle rive del Tevere. Il ruolo dell’Arma nella repressione della popolazione libica fin dai primi giorni dell’invasione del 1911 è storia nota e ben documentata anche se probabilmente giacciono negli archivi dei Carabinieri fascicoli ancora segreti che potrebbero riempire molte lacune nella conoscenza delle vicende tragiche di quegli anni. 



Sarà il premier Silvio Berlusconi ad accompagnare il leader libico nella caserma dove avranno luogo i festeggiamenti ufficiali. In sella a trenta cavalli - dovrebbero arrivare a Roma con un volo speciale - si esibiranno gli eredi di quei cavalieri che dettero molto da torcere alle forze coloniali italiane. Saranno seguiti, in segno di nuova amicizia, dal Carosello dei carabinieri con le sue storiche figure: losanghe al trotto, spirali al galoppo, valzer delle quadriglie, archi di sciabole e carica finale dei 120 destrieri italici. Premier, ospite d’onore e invitati passeranno poi a una cena ufficiale per rompere il digiuno del Ramadan.



L’odio di pochi anni, dunque, fa è diventato quasi amore. Ma la conferma arrivata ieri dall’ambasciatore di Tripoli che presto sui passaporti libici appariranno in filigrana le immagini di Gheddafi e Berlusconi mentre firmano il Trattato (altre pagine racconteranno numerose vicende legate alla storia della Libia e al suo leader) è stato definito “sconcertante dal presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, e “inquietante” da Leoluca Orlando (Idv) che parla di accordo “scellerato che affida alla Libia, paese che da sempre ignora e calpesta i diritti umani, la gestione di veri e propri campi di concentramento per gli immigrati”.



Gheddafi piazzerà la sua famosa tenda beduina nella residenza dell’ambasciatore di Tripoli sulla Cassia, una scelta più discreta di quella villa Doria Pamphili dove si era accampato un anno fa suscitando la rabbia di molti residenti della zona e un lavoro extra per i servizi di sicurezza italiani. Le polemiche, così, si sono spostate altrove.



La Lega Nord vede con sospetto la crescente partecipazione della Libia in Unicredit. E da altre parti si è puntato il dito su un presunto cointeresse tra Gheddafi e Berlusconi in Nessma Tv, l’emittente araba guidata dal finanziere franco-tunisino Tarek Ben Ammar, amico e partner d’affari del premier italiano. A spiegare e difendere la posizione di Tripoli è intervenuto l’ambasciatore Gaddur. «Abbiamo strumenti e società che investono in tutto il mondo: la Libyian Investments Authority (Lia), la Libyian Arab Foreign Investments (Lafico), la Banca centrale libica. In Italia abbiamo investimenti nella Fiat, che c’entra Berlusconi? Abbiamo investimenti nell’Eni, che c’entra Berlusconi? Anche nella Juve, una squadra anti-Berlusconi». 



E ancora: «Noi vediamo l’Italia come un mercato di un paese con il quale abbiamo un buon rapporto. Perché non sfruttare le opportunità di investimento che ci sono? Noi entriamo in questo mercato rispettando le leggi italiane, non vogliamo forzarle o aggirarle».



Lunedì pomeriggio, prima della cerimonia nella caserma dei carabinieri, Gheddafi dovrebbe assistere assieme a Berlusconi a un mini-convegno sui rapporti tra i nostri due Paesi presso l’Accademia libica e alla presentazione di una mostra fotografica sulla storia della Libia da prima dell’invasione italiana fino alla firma del Trattato di Amicizia.





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Giostra negata, in un parco divertimenti, a una bimba down

Libero







Accesso negato per una bimba di 8 anni a una giostra in uno dei parchi divertimenti d’Italia, Gardaland. La gita per la famiglia di Aldo Aceto, sostituto procuratore a Pescara dal 1990 al 2008 e oggi giudice penale e del lavoro al tribunale di Larino, si è trasformata in un dispiacere per via del divieto alla bimba. La notizia è stata pubblicata dal “Centro” di Pescara.


«La bambina non può salire su questa giostra», avrebbero detto gli addetti all’ingresso dell’attrazione, spiegando il divieto con la disabilità della bambina, che però poche ore prima aveva fatto la stessa giostra senza problemi. «A mia figlia è stato impedito di salire perché down», ha commentato Aceto, che è anche presidente di un’associazione, Pianeta Down, a tutela delle persone affette dalla stessa sindrome della bimba. Poi il padre della piccola ha aggiunto: «Mia figlia è stata discriminata perché la sua patologia invalidante è visibile rispetto ad altre e questo è vergognoso».
 

La responsabile del parco divertimenti, con cui Aceto ha chiesto di parlare dopo l’accaduto, ha riferito che la prassi prevede che gli accompagnatori di disabili debbano ricevere all’ingresso una brochure di colore verde che elencherebbe, nel percorso del parco, le strutture accessibili o non. Ma sul “Centro” si legge: «Nessuno ci ha detto nulla, il ticket è stato pagato regolarmente e il personale, essendo la struttura privata, dovrebbe limitarsi a dare indicazioni all’utenza, ma non può impedire a nessuno di salire o meno su una giostra – poi Aceto ha concluso - Su questa vicenda andrò a fondo anche in sede civile in modo da indurre a eliminare il pregiudizio, fonte di odiose discriminazioni. E questo a beneficio di tutti, non solo di mia figlia».




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Tullianos saga, le bugie di Elisabetta

Libero






Lei, Margherita Cialdea, ha 83 anni ma ha una memoria di ferro. E sarà uno dei testimoni che presenzierà a settembre davanti al pubblico ministero di Perugia, Antonella Duchini, circa l’indagine penale sui beni della famiglia Tulliani. Infatti la Procura sta indagando sul patrimonio intestato alla compagna di Fini, ai genitori e al fratello di lei.


A sentire Luciano Gaucci, ex fidanzato della donna, le proprietà oggi esibite dai Tulliani sarebbero state acquistate con soldi versati dall'imprenditore, denari che oggi Gaucci rivorrebbe indietro. Secondo i magistrati, oltretutto, il gruzzoletto proverrebbe essere uscito dalle casse del Perugia Calcio, di cui Gaucci è stato presidente dal 1991 fino al fallimento del 2005.


Sulle pagine del settimanale  Panorama, si spiega come Gaucci lamenti che i beni comprati ai bei tempi della love story alla compagna Elisabetta sono stati pagati tutti in contanti e la stessa Margherita Cialdea, che ha venduto loro un terreno e ha intascato 60milioni di lire dalla vendita del terreno di Capranica Prenestina, lo sa bene. Ma non è tutto. Il settimanale oltre al racconto dell’arzilla vecchietta, cita anche altri testimoni oltre a una sfilza di affari immobiliari tutti a beneficio dei Tulliani, ovviamente pagati  cash. E Gaucci stesso dice: «Pagavo col contante anche parte degli stipendi dei miei 3.500 dipendenti».


Insomma: la Procura sta lavorando per capire come e da chi sono state pagate le proprietà oggi intestate ai Tulliani, in particolare quelle acquistate tra il ’98 e il 2004 considerato che, all’epoca, nei contratti di compravendita non era precisata la modalità di pagamento.


Ma a mettere nei guai Elisabetta ci pensa anche il titolare della ricevitoria in cui dice di aver giocato la schedina del Superenalotto che la avrebbe fatto vincere il famoso "capitale" che le avrebeb permesso di comprare tutto ciò che possiede: «La Tulliani non dica balle, la schedina del Supernalotto da due miliardi l’ha vinta Luciano Gaucci nel mio bar tabacchi. Mi ha fatto diventare la ricevitoria più ricca d’Italia: giocava fino a 300 milioni alla settimana con la segretaria Barbara che mi portava le puntate in contanti». Nell’intervista di Gianluigi Nuzzi, Francesco Basilisco oggi pensionato ma ex titolare della tabaccheria di fiducia di Gaucci, interviene in veste di testimone ponendo, forse, la parola fine ai dubbi su chi ha giocato veramente la schedina del Supernalotto che ha portato la vincita di 2,2 miliardi.


E la risposta offre diversi possibili scenari: se la scheda vincente è stata giocata dall’ex Patron del Perugia, significa che la Tulliani ha mentito sostenendo il contrario e diventa plausibile che tutto il suo patrimonio immobiliare giunga dall’ex compagno.

27/08/2010





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Le piazze i trucchi, il call center, il take-away

IL Mattino

NAPOLI (27 agosto) - Non solo Scampia. Non solo «case celesti». Non solo il «bronx» di San Giovanni a Teduccio e non solo il rione Traiano, dalla parte opposta della città. Ci sono quartieri che sembrano costruiti apposta per lo spaccio della droga, prima e florida azienda della città, e altri che proprio perché senza «etichetta», moltiplicano gli affari dei clan. Ecco il dossier droga. Ecco come avviene lo spaccio, come si organizzano le piazze, come si evitano i blitz delle forze dell’ordine. Che comunque continuano e smantellano i porticati, i ballatoi i rifugi degli spacciatori, e riportano la presenza dello Stato nei quartieri dell’illegalità, come è accaduto anche ieri con l’operazione dei carabinieri alla «cese celesti» di Secondigliano.



Le case celesti. La piazza di spaccio è una delle più floride del quartiere di Secondigliano. Qui si vende a ogni ora del giorno e della notte cocaina, eroina e coubret. Vedette in moto perlustrano il perimetro su via limitone d'Arzano mentre altre sono fisse ai lati del complesso. Lo spaccio avviene da uno scantinato che attraverso un foro di circa 30 centimetri di diametro comunica con un ballatoio dotato di un unico ingresso. Lo spacciatore si introduce all'interno dello scantinato passando dal portone di una delle scale del condominio e scende ai piani inferiori attraverso una cancellata in ferro che richiude dietro di sè (ieri rimossa). La via di fuga è assicurata attraverso una delle molteplici porte che dagli scantinati riconducono alle scale di servizio del condominio...



I quantitativi. La sostanza stupefacente viene venduta confezionata in cilindretti di materiale plastico in dosi da un grammo. Il colore è diverso a seconda della sostanza: bianco per l'eroina, rosso/arancione per la cocaina, verde per il kobret. Il prezzo è quello ormai standard nelle piazze di spaccio della zona: 13 euro a dose, indipendentemente dal tipo di sostanza.
Le «piazze» sono elastiche, cambiano a seconda delle azioni di contrasto che si ritrovano a fronteggiare. Sono una piccola società organizzata: esiste il «Capo piazza», che la gestisce in seconda linea, non tocca soldi ne droga. 



Le «vedette». Sono sul tetto dell'edificio, affacciati a una finestra, appiedate o motomontate. Hanno il compito di indicare a gran voce l'arrivo o la presenza di forze dell'ordine con un vocabolario preciso: «Vattenn», «carmela», «Celestina» (quest’ultima dal colore dell’auto civetta. E c’è il capovedetta...



Il telelavoro. Al Rione Traiano, i carabinieri hanno scoperto in una piazza di spaccio attrezzata con un complesso sistema di micro-telecamere wireless che, oltre a riprendere l'esterno della struttura per prevenire eventuali irruzioni ed essere collegato «in rete» con altre piazze affiliate, veniva utilizzato dal capopiazza per controllare, comodamente seduto nella poltrona della propria abitazione, l'interno dei locali utilizzati per lo spaccio (distanti qualche chilometro), con l’obiettivo di verificare la produttività dell'«azienda» e la correttezza degli spacciatori dipendenti, ignari del sistema di ripresa interna...



Il «take-away».
Come nei fast food. Il metodo consente acquisti rapidi di droga senza nemmeno dover scendere dall'automobile. Il cliente si avvicina alla piazza di spaccio con la propria autovettura e viene incanalato in un percorso prestabilito, al termine del quale giunge ad uno sportello (realizzato mediante una finestra blindata dotata di piccole aperture). Qui dopo aver pagato, ottiene la merce pattuita e riparte lasciando il posto al cliente successivo, a sua volta in coda. Velocità e discrezione.



Il call center. Il servizio è riservato ai clienti affezionati per i quali si provvede alla consegna nel luogo indicato dal cliente, 24 ore su 24, previa telefonata ad un centralino predisposto all'interno della piazza di spaccio dove si danno il cambio gli addetti alla risposta...



Minori e disabili. C’è un vero e proprio sistema di economia democratica nella gestione dell’azienda droga, in particolare a Scampia. Anche per ridurre le spese, le vedette delle piazze di spaccio vengono scelte sempre più spesso tra i minorenni (soprattutto tra i minori di anni 14, quindi non imputabili) o tra i disabili.





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Piantagione di marijuana in parco pubblico al Rione Traiano: Comune sotto inchiesta

IL Mattino

 
di Paolo Barbuto

NAPOLI (27 agosto) - Una piantagione di marijuana in un parco pubblico del Comune di Napoli è stata scoperta ieri mattina dalla polizia municipale. Le piante si trovavano all’interno del parco di via Romolo e Remo conosciuto come «parco della Cavea» e, purtroppo, abbandonato da anni.
Il sito è protetto da alti muri di contenimento e poderosi cancelli che, in qualche modo, sono stati violati. Al centro dell’area verde di 2000 metri quadrati, che è interamente ricoperta da rovi e arbusti, è stata ripulita una larga fetta: ben curata e coltivata ha prodotto numerose piante di marijuana.
I vigili, per adesso, indagano contro ignoti. Nella procedura è coinvolto, però, anche il Comune di Napoli che risulta proprietario di quel terreno e che potrebbe essere ritenuto responsabile di omissione di controllo di controllo.



I fatti risalgono a ieri mattina quando una pattuglia dell’unità operativa di Soccavo, al comando del tenente Giovanni Galliano, ha intercettato un ragazzo giovanissimo in atteggiamento sospetto. Alla vista dell’auto di servizio il ragazzo ha cominciato ad allontanarsi velocemente in direzione di via Romolo e Remo, alle spalle dell’impianto sportivo che si trova in zona.



Giunto in fondo alla strada il ragazzo, di corporatura esile, è riuscito ad infilarsi tra le sbarre della cancellata che protegge il parco pubblico abbandonato. Pensava di aver seminato gli agenti che, invece, lo avevano seguito ed avevano individuato l’accesso. Uno degli agenti è riuscito a percorrere la stessa strada del ragazzo infilandosi a malapena tra le sbarre; gli altri hanno chiamato rinforzi e poi hanno individuato un luogo dove scavalcare il muro di recinzione per andare in supporto al collega.





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I ferri di Clauberg, il ginecologo mostro.

YouTube: ''Spot subliminali pro-fumo''

Repubblica

Un team di ricercatori neozelandesi denuncia: sul web 7 filmati su 10 sarebbero confezionati ad hoc per incitare il consumo di sigarette. Ma i colossi del tabacco smetniscono

di Daniela Accadia

 

Canada, il presunto terrorista che cantava al talent show

Repubblica

La polizia canadese ha arrestato tre persone a Ottawa e Toronto con l'accusa di formare una cellula terroristica e pianificavano la costruzione di una bomba con un controllo a distanza

Uno dei tre uomini, Khuram Sher, secondo quanto raccolto dal quotidiano Toronto Star avrebbe fatto il provino per partecipare al talent Canadian Idol. Durante il provino, disponibile su YouTube, Sher ha cantato 'Complicated' di Avril Lavigne senza successo: è stato scartato


L'ex segretaria: "In ricevitoria mandava sempre me"

di Redazione

La Delduca era stretta collaboratrice di "Lucianone": "Mi affidava i contanti per il Superenalotto. Dopo mi confidò: 'Ho vinto due miliardi'"


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica



Roma - Barbara Delduca, la segretaria di Luciano Gaucci?
«Sono io».


È il Giornale.
«Ah, ecco».


Senta. Sta seguendo la telenovela Gaucci-Tulliani?
«Certo, come no. Vi sto leggendo».


Bene. Il settimanale Panorama ha intervistato il tabaccaio di via Merulana dove nel 1998 venne giocata la famosa schedina del superenalotto che fruttò due miliardi e duecento milioni di lire.
«Certo».


Ecco. A un certo punto il tabaccaio Francesco Basilico...
«Che conosco bene..».


Dice che questa schedina, che costava tanto, la giocò la segretaria di Gaucci, cioè lei.
«Se dice così è vero».


Ma lei se la ricorda quella giocata?
«Guardi, io per il dottore, giocavo sempre le schedine. Scendevo in quella tabaccheria di via Merulana, giocavo quel che c’era da giocare, non una ma cinque-sei schedine, e poi tornavo al lavoro. Lavoravo per il dottore, mai lavorato per conto della signorina Elisabetta Gaucci, e me ne guarderei bene... Io ero dipendente sua, lo sono stata per quindici lunghi anni, mi occupavo delle sue cose personali e dunque ero la persona di fiducia cui affidare schedine e soldi per giocare il superenalotto. Ribadisco: ogni volta che sono andata alla ricevitoria, lì al tabaccaio, l’ho fatto per Gaucci. Mica lavoravo per Elisabetta, io».


Mediamente quante volte al mese giocava il «dottore»?
«Di media… vediamo… almeno due volte a settimana. Lui (Gaucci, ndr) mi componeva delle schedine, mi dava i soldi e io andavo a giocarle sempre lì».


Ma quella schedina in particolare?
«Se Francesco, il tabaccaio, dice così, è andata effettivamente così. Ripeto: ne ho giocate così tante che non posso ricordarmele tutte. Non posso sapere se di nascosto prima o dopo che giocavo io per lui, poi lui, da solo, scendeva a giocare ancora. Non lo so, tutto può essere. Ma se Francesco dice che la schedina vincente era tra quelle che ho giocato io, è andata così. Il tabaccaio ovviamente se la ricorda meglio perché la schedina vincente l’ha lavorata nella sua tabaccheria. Però ricordo che…».


Che cosa?
«Che di questa vincita miliardaria se ne parlò molto in azienda quando si diffuse la notizia che il dottore aveva vinto al Superenalotto».


Lei era la portafortuna di Gaucci...
«Ma no, ero solo la sua segretaria particolare e basta. Si fidava di me».


È vero che Gaucci era un accanito giocatore?
«Accanito accanito direi di no. C’è stato, però, un periodo in cui, insomma, il dottore ha giocato abbastanza insistentemente. Dopo che lui ha vinto quei due miliardi rammento che ha giocato altre tre o quattro settimane e poi ha rallentato».


Il tabaccaio fa presente che lei scese in tabaccheria con un mucchio di contanti in una borsa...
«Può essere, certo. Di solito, però, se le cifre da versare erano consistenti procedevo al pagamento attraverso assegni. Non è che il dottore giocava cifre così enormi che c’era bisogno di una valigia».


Tre milioni di lire nel 1998.
«E allora sarà stato che effettivamente in quel caso pagai in contanti. Son passati tantissimi anni, non ricordo benissimo ogni soldo speso per conto del dottore. Avete idea di quanti versamenti facevo ogni giorno per lui? Ora che ci penso se la vincita è uscita di sabato, e di solito il venerdì ero io che giocavo le schedine per il dottore, allora potrebbe essere andata così anche quella volta...». 


Ma se la schedina l’ha giocata lei, Gaucci l’avrà ringraziata con un bel cadeau...
«Guardate: Luciano Gaucci era una persona che i regali te li faceva tutti i giorni, era unico, un imprenditore e un datore di lavoro straordinari. Non troverete un dipendente che è uno che vi parlerà male di lui anche se poi, da Gaucci, è stato licenziato. Era talmente tanto generoso che non c’era bisogno dell’occasione particolare per fare un regalo. Qualche giorno dopo la vincita mi prese da parte e mi confidò d’aver vinto al Superenalotto».


Lui, non Elisabetta.
«Mi disse che lui aveva vinto al Superenalotto».


Anche lei, Barbara, a un certo punto ha subìto l’ostracismo da parte della famiglia Tulliani come riferito da altri dipendenti del gruppo Gaucci?
«Assolutamente. Io ho avuto sempre rapporti cordiali con Elisabetta Tulliani così come con le precedenti compagne del dottore. Per quindici anni sono stata sempre al fianco del dottore: da questo punto di vista, niente da dire».





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Bambini prendono a calci un immigrato tra l'indifferenza e le risate degli adulti

Corriere della sera

L'episodio in spiaggia a Civitanova Marche
La vittima è un venditore ambulante bengalese



La spiaggia di Civitanova Marche
La spiaggia di Civitanova Marche
MILANO - Lo hanno circondato mentre si riposava su una sdraio in riva al mare. Poi lo hanno insultato e preso a calci. La vittima è un giovane venditore ambulante bengalese. Gli aggressori, cinque bambini sui 10-11 anni. E' successo sulla spiaggia di Civitanova Marche, in provincia di Macerata, tra le risate dei genitori dei piccoli bulli.


LA TESTIMONIANZA - A raccontarlo è una cronista dell'Ansa, Paola Lo Mele, che ha assistito alla scena mentre era al mare nella cittadina marchigiana. «Il ragazzo bengalese si era appena fermato a riposare sotto un ombrellone dello stabilimento balneare Golden Beach, quando i bambini lo hanno circondato e insultato, sferrando calci alla sdraio sulla quale era seduto» racconta la giornalista. «Alzati da qua, vattene, questa è proprietà privata!» hanno detto al giovane immigrato. Poi gli insulti: «Amigo, vai a vendere fuori da qua. Questa roba l'hai rubata». Il tutto sotto gli occhi di un gruppo di adulti, molto probabilmente i genitori, seduti a pochi ombrelloni di distanza. Questi ultimi - ricostruisce la cronista - non solo non sono intervenuti ma hanno anche riso del comportamento dei figli. «Sono stati molto cattivi» è stato l'unico commento del bengalese che appariva turbato e che non ha però voluto sporgere denuncia.


LE REAZIONI - E' dispiaciuto dell'episodio il proprietario dello stabilimento, Fausto Colotto. Al telefono da Civitanova, racconta di non essersi però accorto di nulla. «Conosco i bambini dello stabilimento da sempre e mi sembra molto strano» dice rammaricato. Come lui sembrano non aver notato niente nemmeno i bagnanti della spiaggia, più volte interrogati dai giornalisti intervenuti sul posto. Solo martedì Civitanova Marche era entrata nelle cronache nazionali per la profanazione della tomba di Maria Letizia Berdini, la donna uccisa nel 1996 da un sasso dal cavalcavia. «I due episodi vanno però tenuti distinti» precisa il sindaco Massimo Mobili. Interpellato dal Corriere, nega anche che nella cittadina si stiano insinuando fenomeni di razzismo e di bullismo: «Questo sarebbe in assoluto il primo caso».


Alessia Rastelli
arastelli@corriere.it
26 agosto 2010(ultima modifica: 27 agosto 2010)



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Motivi di «pravasy

Corriere del Mezzogiorno

Nell’ufficio postale di via Monteoliveto si ritirano le raccomandate. Con una raccomandazione tutta speciale: «Per motivi di pravasy - scrive un impiegato - si prega gentilmente rispettare la distanza tra sportello e la fila d'attesa». Pravasy? Proprio così. In tutto il mondo la privacy è un diritto da tutelare, nel nello slang postale di Monteoliveto l'unico valore è il diritto di «pravasy»! (ph. S. Marotta)








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Parla la donna del gatto nel cassonetto: ''Chiedo scusa''

Repubblica


Coventry: Mary Bale, la donna che aveva gettato un gatto nel cassonetto della spazzatura, accerchiata da fotografi e giornalisti accenna nervosamente a qualche scusa e diffonde un comunicato stampa



Su «Dagospia» Pure papà Sergio era nel business dell’immobiliare

di Redazione

Anche Tulliani padre aveva il pallino dell’ intermediazione immobiliare. Lo rivela il sito Dagospia che descrive la sorprendente parabola di Sergio Tulliani, impiegato Enel dalle straordinarie entrature: negli anni Ottanta stabilisce buoni rapporti con Frank Stella, fondatore della Niaf, e grande elettore dei Bush.




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I legali: «I redditi sono esatti» E la ricchezza resta un mistero

di Redazione

Riceviamo e pubblichiamo la nota di precisazione a firma dei legali della famiglia Tulliani
In nome e per conto della famiglia Tulliani, i sottoscritti avvocati Carlo e Adriano Izzo intendono smentire categoricamente, ai sensi dell’articolo 8 della legge n. 47/48 e successive modifiche, le affermazioni contenute nell’articolo pubblicato in data odierna (ieri, 26 agosto, ndr) sulla pagina n. 2 del quotidiano Il Giornale, intitolato «Sul litorale romano - La villetta abusiva del “clan” che Sabaudia vuole abbattere», a firma del giornalista Stefano Vladovich, nonché quelle contenute nell'articolo pubblicato sempre in data odierna (ieri, 26 agosto, ndr) sulla pagina n. 3 dello stesso quotidiano, intitolato «I Tulliani? Nel 2005 quasi nullatenenti», a firma dei giornalisti Stefano Vladovich e Andrea Cuomo. (...)


In merito all’articolo riguardante «la villetta», si fa presente che trattasi di un'unità immobiliare, sita nel Comune di Sabaudia, facente parte di un villino quadrifamiliare, acquistata nel 1992 da Sergio Tulliani e Francesca Frau dal precedente proprietario e realizzata a suo tempo con regolare permesso di costruzione rilasciato dal Comune di Sabaudia.
L’immobile è stato oggetto di un modesto ampliamento volumetrico consistito nella creazione di una tettoia aperta e di un vano e non, come riferito nell’articolo, nella creazione di sette vanni rispetto ai tre preesistenti.


Tale ampliamento è stato regolarmente condonato nel 1995 con il pagamento delle relative sanzioni pecuniarie e non è mai stato oggetto di provvedimenti di demolizione - peraltro neanche ipotizzabili nel futuro - da parte del Comune, che, tra l’altro, riscuote regolarmente l’Ici parametrata alla attuale consistenza volumetrica, riportata anche in Catasto.
Alla luce di tali elementi - che i signori Tulliani sono pronti a dimostrare con la relativa documentazione - non si vede a che titolo si parli nell’articolo di «villetta abusiva del clan», con un titolo chiaramente amplificato e diffamatorio, tenuto conto che l’unità non è abusiva ed è di proprietà esclusiva di Sergio e Francesca Tulliani.


Quanto alle dichiarazioni dei redditi, premesso che trattasi di documenti riservati coperti dalla legge sulla privacy, si fa presente che esse rispecchiano e fotografano correttamente la situazione reddituale e patrimoniale dell’epoca dei soggetti interessati. Si aggiunge, inoltre, che le fantasiose valutazioni miliardarie pubblicate da Il Giornale sull’attuale consistenza del patrimonio dei Tulliani sono assolutamente prive di fondamento in quanto una documentata stima - che si è pronti ad esibire in tutte le competenti sedi - contiene la valutazione dei beni posseduti dai Tulliani in valori assolutamente coerenti con le disponibilità finanziarie della famiglia acquisite con la nota vincita all’Enalotto, vincita conseguita inoppugnabilmente - come dimostrano senza ombra di dubbio i documenti già trasmessi a codesto quotidiano - esclusivamente dalla signora Elisabetta Tulliani.


Alla luce di quanto sopra, i sottoscritti legali ritengono di aver smentito documentalmente le fantasiose ricostruzioni del quotidiano Il Giornale, riservandosi comunque le iniziative legali, sia in sede civile che penale, per la tutela delle buone ragioni dei propri assistiti contro una campagna mediatica assolutamente priva di fondamento.


La risposta

Prendiamo atto delle precisazioni degli avvocati della famiglia Tulliani. Partiamo dalla villetta di Sabaudia: siamo lieti che gli avvocati ci informino che l’ampliamento del 1995 sia stato condonato. Il problema è che un consigliere comunale del comune pontino ci assicura che quel condono non è stato ancora visionato. La richiesta è ferma dal 1995.


Quanto all’ammontare dell’ampliamento, risulta chiaramente dalla visura catastale in nostro possesso (e pubblicata in alto) che la consistenza dell’unità immobiliare sita in via Caterattino, piano T1, interno 3 e intestata a Frau Francesca e Tulliani Sergio è passata da 3,5 a 7 vani il 24 marzo 1995. Se non bastasse, ecco il raddoppio della rendita catastale, che passa da 997.500 lire (515,17 euro) a 1.995.000 lire (1030,33 euro). Più chiaro di così.


Sulle dichiarazioni dei redditi nessuna smentita, anzi una conferma. I legali dicono infatti che «esse rispecchiano e fotografano correttamente la situazione reddituale e patrimoniale dell’epoca dei soggetti interessati». La nostra intenzione era né più né meno questa. Quanto alle «fantasiose valutazioni miliardarie (...) sull’attuale consistenza del patrimonio dei Tulliani», i nostri lettori sono in grado di farsi un’idea sulla congruità di questo patrimonio con una vincita, pur importante, di poco più di un miliardo di lire. Nessuna parola, da parte dei legali, sul fatto che Francesca Frau nel 2005 abbia dichiarato 0 euro e successivamente sia diventata titolare di un’impresa capace di farsi pagare 1,4 milioni di euro uno spazio televisivo dalla Rai. Illegale magari no, ma certo strano. Una delle tante cose strane di questa vicenda.

SVla-AnCu



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Il bambino resuscitato dalle carezze

di Lorenzo Amuso

Jamie, uno dei due gemellini nati di sole 27 settimane, era stato dichiarato morto dai medici. Ma la madre ha continuato a stringerlo a sé e chiamarlo per nome. Dopo due ore il risveglio



 

Londra - I genitori si ostinano a definirlo un miracolo. Un dono divino. Ma forse, molto più laicamente, si è trattata di un’affrettata diagnosi. Una colpevole svista medica che avrebbe potuto causare un danno irreparabile se l’amorosa ostinazione della madre non avesse raddrizzato il destino segnato del proprio figlio. Se non lo avesse «resuscitato», come lei stessa ora afferma, ancora emozionata. Una favola con un happy ending che giunge da Sydney. Protagonisti una coppia di giovani sposi, i coniugi Ogg, Kate e David. 


Alla ventisettesima settimana di gravidanza Kate è costretta a correre in ospedale, è tempo di partorire. Un parto prematuro, travagliato. Nascono due gemelli, Jamie e Emily. Ma Jamie, che al momento della nascita pesava solo poco più di 900 grammi, dopo qualche istante muore. O almeno sembra morire. Questo il responso dei medici che però acconsentono alle richieste dei genitori di tenere stretto a loro, per qualche momento, il figlio. Un’intimità familiare per vivere il lutto.


Ma dopo un paio di ore Jamie dà i primi segni di vita. Impercettibili reazioni agli stimoli della madre. Accorrono gli ostetrici della struttura ospedaliera. Scettici, gelano gli sguardi speranzosi dei genitori: si tratta di normali reazioni nervose. Ma Kate insiste, gli porge qualche goccia di latte sulle labbra, lo stringe a sé. Fino a quando il neonato si sveglia dal torpore. Due ore di black-out prima di darsi alla vita, regalarsi il primo vero respiro. Una rinascita per i suoi genitori, ancora increduli non meno che contenti. 


Che si definiscono «i più fortunati al mondo» ai cronisti accorsi per ascoltare la loro incredibile storia. Un lieto fine che - secondo Kate – è spiegabile grazie alle terapie «pelle a pelle» madre-figlio, la quale aiuterebbe i bambini malati a guarire. Una cura che in Australia è conosciuta come il «tocco del canguro». In attesa di riscontri scientifici, nient’affatto urgenti visto l’esito felice della vicenda, si registra l’ottimo stato di salute di cui gode il piccolo, che adesso magia e cresce regolarmente. 


«Le sue piccole braccia e gambe cadevano giù senza rispondere agli stimoli, non si muoveva – il ricordo della mamma -. Io l’ho stretto a me e ho iniziato a parlargli, chiamandolo per nome, dicendogli di sua sorella e dei progetti per il futuro della nostra famiglia». Alle prime reazioni del bimbo, ecco le repliche sbrigative dei medici, che insistono con la versione dei riflessi incondizionati. Una giustificazione che non scoraggia la madre, che grida al miracolo quando vede Jamie aprire gli occhi per la prima volta.


«Ha aperto gli occhi e ha mosso la testa – ha spiegato la signora Ogg -. Ho fatto chiamare i dottori ma ancora nessuno mi credeva». Fino a quando si sono dovuti arrendere all’evidenza, di fronte al presunto miracolo, oppure errore diagnostico. Il padre di David in un’intervista alla tv australiana non ha potuto non ringraziare la perseveranza della moglie: «Siamo i genitori più fortunati del mondo. Kate ha agito d’istinto, se non l’avesse fatto, ora Jamie probabilmente non sarebbe qui».





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Il tabaccaio: "Fu Gaucci a giocare la schedina" E l'ex segretaria: "In ricevitoria mandava me"

di Redazione

Il titolare della ricevitoria racconta: "Quel giorno del 1998 mi consegnò i numeri la sua segretaria. Poi l’ex patron del Perugia andò a incassare". Conferma anche l'ex segretaria, Barbara Delduca: "Mi affidava i contanti per il Superenalotto. Dopo mi confidò: 'Ho vinto due miliardi'




 

Pubblichiamo l’intervista firmata da Caris Vanghetti, pubblicata su Panorama oggi in edicola, a Francesco Basilico (nella foto sotto), amministratore della Fortuna 93 società che possedeva la ricevitoria di via Merulana 266 a Roma. Qui il 2 maggio del 1998 fu giocata la schedina del Superenalotto la cui vincita di 2,2 miliardi è ancor oggi contesa dall’ex patron del Perugia calcio Luciano Gaucci e dalla sua compagna dell’epoca, Elisabetta Tulliani. Il signor Basilico spiega come ad aver giocato la schedina e ad aver poi presumibilmente incassato la vincita in denaro sia stato, tramite la sua segretaria, proprio Gaucci.


Basilico, lei era il tito­lare della ricevitoria di via Merulana 266?
«No, io ero l’amministra­tore della Fortuna 9 3 (la s o­cietà che possedeva l a rice­vitoria, ndr ), ora c’è un’al­tra gestione. Io ho vendu­to il locale dopo averlo te­nuto dal 1993 al 2004».


Si ricorda di Luciano Gaucci?
«Sì, Gaucci h a comincia­t o a venire nel ’98, quando è nato il Superenalotto. Lui amava giocare, è un “cavallaro” e l o s a tutta Ro­m a che era uno che gioca­va parecchio».


Quanto giocava al Supere­nalotto?
«Il primo giorno mi ha giocato 28 milioni di lire. C’era anche mia sorella, i o l’ho riconosciuto e lei mi ha chiesto: ma chi è que­sto che gioca così tanti sol­di? E i o l e dissi: i l presiden­te del Perugia calcio».


Come glieli pagò quei 28 milioni?
«In contanti».


E poi e venuto altre volte?
«Veniva sempre, allora i l Superenalotto era solo il sabato. Poi hanno messo anche il mercoledì. Lui giocava entrambi i concorsi tutte le set­timane? Sì, tutte le settimane».


E mediamente quanto gioca­va?
«In quel perio­do giocava molti milioni, dipendeva... Certe volte mi diceva che andava in studio, buttava la penna a casaccio e poi gio­cava i numeri dove veniva lo scarabocchio».


Si ricorda la famosa gioca­ta?
«Era un venerdì».


Chi la fece?
«La segretaria d i Gaucci, Barbara. Deve sapere che la mia era una ricevitoria speciale. Infatti, non tutti gli esercizi possono accet­tare quegli importi di gio­care perché l a Sisal vuole le fideiussioni a garanzia (per evitare frodi da par­te degli eser­centi, la Sisal chiede garan­zie bancarie per il periodo the passa tra quando vengono raccolti i soldi della giocata dalla ricevitoria e quando quest’ulti­m a li accredita alla so­cietà di giochi, il lunedì, ndr )».


Gaucci era un cliente im­portante per la sua ricevi­toria? «Importantissimo. Nel gioco era u n tipo pazzo, ca­pace che ti puntava una somma stratosferica e io dovevo essere pronto. Per questo m i ero adeguato al­le sue esigenze».


A quanto ammontava quella vincita?
«Due miliardi e 214 mi­lioni d i lire (la vincita effet­tiva fu invece di 2,204 mi­liardi, ndr ). Fece un 5+1, una trentina di 5, poi un centinaio d i 4 e 7mila-8mi­la tre».


Elisabetta Tulliani dice che quella vincita l'ha fat­ta lei.
«No».


Lei come fa a esserne cer­to?
«Perché Barbara non di­pendeva d a Elisabetta Tul­liani. Barbara era l a segre­taria di Gaucci». 


Lei è sicuro che quella schedina che vinse i 2 mi­liardi era di Gaucci?
«Sì, certissimo, perché Tulliani non poteva gioca­re una schedina di 20 nu­meri, 1 9 numeri, 1 8 nume­ri, sono tanti soldi».


Quella schedina contene­va un sistema comples­so?
«Adesso non mi ricordo se quella schedina fosse da 20, 19 o 18 numeri, lui giocava così, minimo gio­cava 1 2 numeri. Allora co­stava parecchio giocare 1 2 numeri (la schedina vin­cente era composta da 14 numeri, ndr )» .


Fu pagata in contanti o in assegni?
«In contanti. M e li porto Barbara in una borsa. Poi m i ricordo che la domeni­ca mattina (il giorno suc­cessivo alla vincita, ndr ) vennero Gaucci e Tulliani. Quando seppe della vinci­ta, lui mi disse: “Sono sta­to tutta la sera in ansia”. Perché s e quella sera fosse uscito il 6, ciò avrebbe ri­dotto la sua vincita del 5+1. Poi mi ha chiesto un foglio uso bollo e una mar­ca».


Per farne cosa?
«Ah non lo so, forse per andare i n banca a incassa­re». 





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L'otto per mille si allarga Restano fuori i musulmani

Corriere della sera

L'imam: si inizi a lavorare anche con noi moderati



Intese con lo Stato Apertura a sei confessioni con il sì della Cei


ROMA - «Di resistenze vere e proprie in questi casi non ce ne sono, no, però sa come si dice in politica: esistono altre priorità...». Il senatore pdl Lucio Malan, valdese, la racconta con ironia, i disegni di legge presentati assieme al costituzionalista del pd Stefano Ceccanti arriveranno in Parlamento alla riapertura dalle ferie per ratificare le nuove intese dello Stato con altre sei confessioni religiose, materia delicata anche perché le «intese» permettono di partecipare alla ripartizione dell'otto per mille. Tra i nuovi ingressi, peraltro, non ci saranno né erano previsti i musulmani, e l'imam Yahya Pallavicini, del Coreis, non nasconde l'amarezza: «Sarebbe opportuno che si iniziasse a lavorare per riconoscere giuridicamente quei musulmani moderati che da anni si sono dimostrati interlocutori affidabili e autonomi da ogni ideologia fondamentalista».


Finora, oltre alla Chiesa cattolica, lo Stato ha riconosciuto l'Unione delle comunità ebraiche italiane, la Tavola valdese, la Chiesa evangelica luterana, l'Unione delle Chiese avventiste del 7° giorno e le Assemblee di Dio, tutte leggi approvate tra gli anni Ottanta e Novanta. Le nuove intese - già definite dal governo Prodi e sottoscritte da quello Berlusconi il 4 aprile, con relativi disegni di legge approvati dal consiglio dei ministri il 13 maggio - aggiungeranno all'elenco cristiani ortodossi, buddisti, mormoni, induisti, apostolici e testimoni di Geova. Non è ancora finita, la Lega ha già pronti una serie di emendamenti, dai matrimoni all'ora di religione «ci sono una serie di questioni che meritano approfondimento», dice il capogruppo al Senato Federico Bricolo.


I cattolici come la Cei, peraltro, negano preoccupazioni per l'otto per mille, «siamo sempre stati favorevoli all'allargamento né ci preoccupa: è una conferma del sistema stesso, nessuno potrà accusare la Chiesa di volere un abito su misura», dice il vescovo Domenico Mogavero, responsabile degli Affari giuridici della Cei. Intanto, però, su una cosa tutti quanti appaiono d'accordo: per l'Islam la faccenda è ancora tutta da impostare. Lo dice il vicepresidente pdl della Camera, Maurizio Lupi: «La libertà religiosa non è in discussione. Ma il problema è duplice: da una parte non esiste un interlocutore unico, i musulmani sono divisi tra vari soggetti; e dall'altra c'è la questione oggettivamente delicata che riguarda la regolamentazione delle attività intorno alle moschee, non sempre di culto, talvolta contaminate dall'estremismo terroristico». 


In più, aggiunge il pd Pierluigi Castagnetti, «non si può derogare sul riconoscimento esplicito, non solo implicito, della Costituzione: un riconoscimento formale che già ai tempi del tavolo aperto da Amato e fino ad oggi non è mai arrivato». Lo stesso vescovo Mogavero fa notare: «Poligamia, il ruolo della donna, l'educazione dei figli, ci sono norme e usi islamici che vanno contro i postulati fondamentali della nostra Costituzione: per questo l'impegno a rispettare la Carta è la condizione essenziale». Il tema è aperto, l'imam Pallavicini sospira: «C'è una responsabilità politica nel non voler arginare l'estremismo, le difficoltà esistono ma non è giusto che per una minoranza pretestuosamente maschilista o poligama ci vada di mezzo un milione di fedeli».

Gian Guido Vecchi
27 agosto 2010



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