mercoledì 25 agosto 2010

Gli sparano nella testa: trova proiettile dopo anni

di Redazione

Per oltre cinque anni ha vissuto con un proiettile conficcato nella nuca. Non si è accorto di nulla finché i medici a cui si è rivolto a causa di un mal di testa gli hanno trovato il proiettile intrappolato tra cranio e cute



 

BerlinoPer oltre cinque anni ha vissuto con un proiettile conficcato nella nuca, ma non si è accorto di nulla fino a quando i medici a cui si è rivolto a causa di un forte mal di testa gli hanno trovato un proiettile calibro 22 intrappolato tra il cranio e la cute. La storia è quella di un polacco di 35 anni residente in Germania, che durante i festeggiamenti di capodanno di alcuni anni fa fu colpito da un proiettile vagante, senza rendersene conto perchè troppo ubriaco.


L'incredibile scoperta Alcuni giorni fa l’incredibile scoperta, effettuata dai medici della città tedesca di Bochum a cui l’uomo si era rivolto per farsi asportare quella che credeva fosse una cisti. Di fronte alle inequivocabili radiografie l’uomo si è ricordato di quando, durante una festa di capodanno in cui l’alcol scorreva a fiumi, avvertì un colpo dietro la testa. Un ricordo sbiadito tuttavia, tanto che l’uomo non ricorda neppure se si trattasse del capodanno del 2004 o di quello del 2005. "Ci ha detto di ricordare che avvertiva mal di testa, ma che non era nulla di così forte da richiedere l’intervento di un medico", ha raccontato uno dei medici citato dalla Bbc. Secondo quanto dichiarato dagli esperti balistici della polizia il proiettile, rimosso dalla testa dell’uomo venerdì scorso, potrebbe essere stato sparato in aria conficcandosi poi nella testa durante la discesa. L’uomo, residente in Germania da diversi anni, resterà in ospedale ancora per alcuni giorni.





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Iervolino come Totò nella «Livella» Chiusa un'ora nel cimitero di Vasto

Corriere della sera

Il sindaco di Napoli ha trovato i cancelli chiusi,
era lì per deporre dei fiori sulla tomba del marito



Totò e Rosetta Iervolino

Totò e Rosetta Iervolino


NAPOLI - Disavventura per il sindaco di Napoli, Rosetta Iervolino, che ieri sera è rimasta chiusa per oltre un’ora nel cimitero di Vasto, in Abruzzo. Il sindaco di Napoli si era recato nella cittadina in provincia di Chieti per deporre dei fiori sulla tomba del marito. Qualche minuto prima delle 18, è suonata la consueta sirena che avverte dell'imminente chiusura del cimitero. Il primo cittadino di Napoli ha tentato di raggiungere l'uscita ma erano già stati chiusi i cancelli di entrambi gli ingressi, quello di via del Cimitero e l’altro in via dei Conti Ricci. Proprio come Totò nella poesia «La Livella» in cui il Principe della risata, fantasticando sulle ingiustizie di un mondo in cui c'è «chi ten' tutto e chi nun ave niente» (chi ha tutto e chi niente), si dimenticò dell'orario di chiusura del camposanto e «rimanett' rinchius priggiuniero, muort' e paura, annanz' e candelott'» (rimase imprigionato all'interno, morto di paura, davanti alle candele). A nulla è valsa la telefonata della prima cittadina di Napoli al numero del comando della polizia municipale.


TELEFONATA ALLA POLIZIA - Utilizzando il cellulare, la Iervolino ha telefonato alle forze dell’ordine, chiedendo loro di rintracciare il custode del cimitero. operazione che ha richiesto circa un'oretta. Per far uscire il sindaco dal cimitero è dovuta infine sopraggiungere una pattuglia di agenti del commissariato.


APERTA UN'INCHIESTA - Oggi il sindaco di Vasto, Luciano Lapenna, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta interna per verificare eventuali inadempienze da parte del personale comunale. Inoltre, sempre Lapenna ha fatto una telefonata all’illustre collega scusandosi per lo spiacevole episodio.


Redazione online
25 agosto 2010




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Tumori, asportato un sarcoma dell'utero di 23 chili

Corriere della sera

La paziente, un'argentina di 54 anni, sta bene.
Quando è entrata in ospedale pesava 140 chili,
quando è uscita ben 35 in meno


Tumori, asportato un sarcoma dell'utero di 23 chili

La paziente, un'argentina di 54 anni, sta bene.
Quando è entrata in ospedale pesava 140 chili, quando è uscita ben 35 in meno



MILANO - Pesava 140 chili e quando è uscita dalla sala operatoria ne aveva persi 35: dal suo utero i medici hanno rimosso un tumore gigante di 23 chili. Un caso unico al mondo, a detta degli stessi esterefatti chirurghi. L'intervento record è avvenuto nell'ospedale Gandulfo di Lomas de Zamora, a 40 km da Buenos Aires, all'inizio di agosto, ma le autorità sanitarie locali lo hanno reso noto solo qualche giorno fa. La paziente, una donna argentina di 54 anni, madre di tre figli, è già stata dimessa ed è a casa in buone condizioni, anche se dovrà sottoporsi a rigorosi controlli per identificare eventuali sequele della malattia.



COME UN BIMBO DI QUATTRO ANNI - «Nella letteratura medica un tumore si definisce gigante quando pesa almeno quattro chili. Abbiamo sentito casi anche 12 chili, ma non ci risultano precedenti come questo» ha dichiarato Oscar Lopez, che ha coordinato l'intervento durato quattro ore. Il tumore estratto è un sarcoma, un tumore maligno ad alto rischio di metastasi, ma la signora per il momento non mostra segni di diffusione della malattia. La massa che le si era formata all'interno dell'utero, ha aggiunto Lopez «ha le dimensioni di un bambino di quattro anni. Mai visto nulla del genere in 34 anni di carriera». I medici hanno riferito che l'addome della paziente aveva iniziato a gonfiarsi in maniera costante da circa un anno e mezzo. Negli ultimi periodi aveva grandi difficoltà, non poteva quasi urinare o chinarsi e la sua mobilità era estremamente ridotta. L'équipe di chirurghi è intervenuta asportando il tumore, l'utero e le ovaie della donna. La successiva biopsia ha confermato che il tumore era un sarcoma.


INTERVENTI ESTREMI - «Difficile dire se siano mai stati asportati sarcomi dell'utero di questo peso, anche perchè in letteratura scientifica di solito non si riporta il peso» osserva Vittorio Quagliuolo, responsabile della sezione Chirurgia dei Sarcomi dell'Istituto Clinico Humanitas IRCCS di Rozzano (Milano). «Quello è che certo è che i sarcomi del retroperitoneo solitamente sono molto voluminosi e in certi casi possono raggiungere e superare (anche se non di molto) i 20 chili, come mi è già capitato di vedere. Tumori così grossi vengono asportati con interventi chirurgici molto complessi, che possono comportare anche il sacrificio degli organi vicini come rene, intestino, milza, coda del pancreas. Nel caso della donna argentina, sicuramente si tratta di un tumore che è cresciuto lentamente e ha permesso agli organi vicini di adattarsi alla nuova situazione (un po' come accade, in misura decisamente inferiore, anche in gravidanza), fino a quando la paziente ha avuto impedimenti nelle azioni di tutti i giorni e si è rivolta ai medici».



Donatella Barus
(Fondazione Veronesi)
25 agosto 2010




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L'onorevole ha paura di perdere la pensione

Il Tempo

Il vero motivo per evitare il voto anticipato: In Parlamento c'è un partito "trasversale" che non vuole fare a meno del vitalizio. Per il privilegio basta una sola legislatura.


C'è un partito trasversale che a dispetto di strategie politiche, interessi di partito e finanche dell'obbedienza al leader di riferimento, ha una sola priorità: i fatti propri. Il che tradotto significa arrivare al traguardo per intascare quella che è la massima ambizione per ogni parlamentare soprattutto di prima nomina: il vitalizio. Completare la legislatura significa assicurarsi il massimo dei privilegi che spettano a un parlamentare.


Bastano infatti solo cinque anni per maturare il diritto alla pensione. La normativa è stata modificata nella scorsa legislatura ma continua ad essere notevolmente vantaggiosa. Le regole ora in vigore stabiliscono che per aver diritto al vitalizio occorrono 5 anni di mandato effettivo. Non si possono riscattare gli anni mancanti ma si possono cumulare quelli di più legislature. Il che significa che chi ha alle spalle un altgro mandato può stare tranquillo mentre i debuttanti si sentono vacillare la poltrona. Il vitalizio oscilla tra il 20% e il 60% dell'indennità parlamentare in base agli anni maturati.


Lo stipendio di un parlamentare è di circa 12.000 euro lordi. Quindi in ballo ci sono bei soldi ai quali è difficile rinunciare. Per questo l'ipotesi di elezioni e quindi dell'interruzione della legislatura sta seminando il panico tra i parlamentari di prima nomina, circa 250 novizi che vedono messo a rischio l'ambito privilegio. A costoro non interessa la ragion politica di Berlusconi o di Bossi, non interessano i mal di pancia di Fini ma solo e unicamente il proprio futuro. 


Un futuro dalla prospettiva brevissima, solo un altro paio di anni, ma che ora sta diventando incerto. A temere sono soprattutto quelli che in Transatlantico vengono additati come dei «miracolati». Ovvero quei debuttanti senza alcuna esperienza politica, senza un radicamento sul territorio, senza una forza propria ma che in virtù dell'attuale legge elettorale, sono legati a filo doppio al gradimento del segretario, del leader politico. I giovanissimi soprattutto sono a rischio.



Basta infatti poco per essere depennato dalle prime postazioni, quelle blindatissime, nella lista elettorale, per essere fuori. Si può veder tramontare la propria stella per motivi che nulla hanno a che vedere con la politica. Nessuno dei novizi vuole ripercorrere quei travagliati giorni in cui i nomi in lista entravano e uscivano nel giro di pochi minuti.



«Chi mi assicura che in caso di nuove elezioni io non venga sostituito con la velina o stellina di turno? O con un volto telegenico?» E poi: «Ma il segretario sarà davvero rimasto contento o l'ho deluso e mi vuole sostituire?» Questi gli interrogativi che serpeggiano in Transatlantico e si moltiplicano i pettegolezzi sulle possibili nuove entree e sugli sponsor. Sono questi i giorni in cui si creano cordate, si fanno patti e alleanze, esplodono invidie e rancori.

I giovanissimi si stringono attorno a quelli che considerano più forti nel partito. Mai come in questa estate c'è stato un intreccio di telefonate e le cronache sui giornali, gli scandali giudiziari, sono stati seguiti con scrupolosa attenzione. Tutti alla ricerca spasmodica di capire i nuovi equilibri. Non è un caso quindi che Berlusconi negli ultimi due vertici a Palazzo Grazioli, dai quali è uscito il documento con i cinque punti sui quali verrà chiesta la fiducia ai finiani, ha mandato un messaggio chiaro ai parlamentari del Pdl: nessuna paura, tutti confermati.



Il presidente del Consiglio ha avuto sentore delle preoccupazioni che serpeggiano tra i deputati e così ha voluto rassicurarli. Qualcuno infatti potrebbe essere tentato di saltare il fosso e migrare con chi invece è contrario alle elezioni anticipate. Spostamenti di parlamentari magari andando a ingrossare il drappello dei finiani, è ciò che si teme nel Pdl. E quelli alla prima nomina sono i più fragili, i più facili da convincere. Per questo Berlusconi ha lanciato il messaggio a tutto il partito di serrare le fila, di restare compatti assicurando che non ci sarà un rimescolamento delle carte in tavola in caso di un nuovo ricorso alle urne. Ma soprattutto ha invitato tutti a partecipare alla riconquista del territorio, a partecipare a un'ennesima campagna porta a porta.


Laura Della Pasqua
25/08/2010




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Travaglio stregato da Betty, "femme fatale" dei no Cav

di Andrea Cuomo

Maestrino di doppiopesismo: invoca le femministe per difendere la compagna del presidente della Camera, ma insultava la Carfagna e la Gelmini con battute da caserma


Roma - Qualche mese fa gli fu attribuito un amorazzo (poi smentito) con la soubrette brasiliana e mora Ana Laura Ribas. Ma l’ultimo flirt di Marco Travaglio è una bionda: niente meno che Elisabetta Tulliani. Gianfranco Fini si tranquillizzi, la passionaccia del giornalista torinese per la di lui compagna non ha nulla di fisico: gli è che ella è il settebello al tavolino degli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo.

Che volete? È lo stesso Travaglio ad averlo ammesso lunedì sera alla trasmissione In onda su «La 7»: «Fa più opposizione Bocchino, o Granata, piuttosto che Bersani». Il Pd latita, ci si deve arrangiare. Mesi fa era già toccato a Patrizia D’Addario, la escort glorificata da Santoro in diretta tv. Bionda (tinta?) anche lei.

Leggete cosa scrive Travaglio nella rubrica Il Guastafeste pubblicata su A, in edicola oggi. «Elisabetta Tulliani ha il grave difetto di essere la fidanzata di Fini, che a sua volta ha il grave difetto di dissentire da Berlusconi». Ed ecco la toccante descrizione della vita di Betty nei pur non disprezzabili lidi di Ansedonia: «Non passa giorno senza che la compagna del presidente della Camera venga massacrata da giornali e riviste di gossip, sbattuta in prima pagina con tutta la sua famiglia, comprese le due bambine, di due anni e mezzo e di dieci mesi, spiata, pedinata, paparazzata, sbertucciata».

Piccola pausa, per asciugarsi le lacrime e poi di nuovo all’assalto: «Una caccia all’uomo, anzi alla donna, che fa ribrezzo e dovrebbe interessare il Garante della privacy. Ma soprattutto dovrebbe far insorgere le femministe, se esistono ancora: anzi le donne tutte, femministe e non». Infine: «Che si sappia, non risultano reati a suo carico, e nemmeno se ne risultassero si giustificherebbe un simile linciaggio. Non ha rubato, non ha mafiato, non ha truffato». Ci sarebbe invero, un fratellino un po’ spregiudicato, ma: «Siccome la responsabilità è personale, nulla autorizza nessuno a massacrare Elisabetta».

E pensare che il 18 agosto, sul Fatto, Travaglio non aveva nascosto quale idea si fosse fatto della Tulliani parlando dell’ex fidanzato Luciano Gaucci: «Spara a zero contro Elisabetta, accusata tra l’altro di essersi messa con lui per interesse. Notizia sconvolgente: si pensava che la ragazza fosse caduta ai suoi piedi rapita dalla bellezza statuaria da bronzo di Riace». Stesso trattamento già riservato alla ministra Mara Carfagna, della quale disse che «è una signora che compare da anni negli abitacoli di tutti i tir dei camionisti italiani». E che dire dell’intervista di Travaglio alla finta Mariastella Gelmini imitata da Caterina Guzzanti e disegnata come una sprovveduta arrivata al ministero con un book fotografico? Le femministe tanto care a Travaglio non hanno nulla da dire?

Un doppiopesismo che non piace nemmeno a Carlo Vulpio, collega e amico di Travaglio, che gli scrisse anche la prefazione di un libro. Vulpio, che nel 2009 fu candidato (non eletto) alle Europee per l’Idv di Di Pietro, parla di «solenne stupidaggine» e si chiede: «Non capisco perché per Elisabetta Tulliani, compagna di un signore che è la terza carica dello Stato (...), Travaglio invochi una privacy che a tutti gli altri personaggi pubblici i mass media (giustamente) non riconoscono e di cui proprio lui (non sempre giustamente) non ha mai tenuto conto». Forse perché Travaglio preferisce le bionde. Ma solo quelle che gli fanno comodo.




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Farefuturo, guru e memoria corta: quando ineggiavano a Berlusconi

di Massimiliano Lussana


Mellone e Rossi ora guidano la guerriglia anti Silvio. Ma fino a poco fa sul Secolo lo paragonavano a Obama



 

Filippo Rossi e Angelo Mellone sono i due dioscuri del pensiero finiano, i guru di Farefuturo, poeti del sito web futurista che dispensa ogni giorno pillole di neoantiberlusconismo doc. Più muscolare Rossi, non solo fisicamente, nonostante alcuni anni passati come portavoce al fianco di Claudio Scajola, che non è propriamente la quintessenza della politica muscolare; più intellettuale, non solo fisicamente, Mellone (a proposito, è meno alto e longilineo di come l’ho descritto nei giorni scorsi, come ha fatto notare il sito Dagospia e, essendo io un piccoletto, non mi permetterei mai di ironizzare sulla statura altrui). Insomma, una sorta di gatto e di volpe del pensiero finiano che, con alcuni articoli su Farefuturoweb, a tratti fanno passare Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio come mammolette berlusconiane, malate di moderatismo.

Eppure, un viaggio nella produzione letteraria di Rossi&Mellone sul Secolo d’Italia rivela che, fino a qualche anno fa, le idee dei futuristi non erano così nette, anzi. A partire dal «governo Bocchino», il simpatico esecutivo teorizzato nei giorni scorsi da Italo, che sa molto di Prima Repubblica. Il 28 febbraio 2008, sull’organo di An, Filippo Rossi affidava il suo pensiero alla recensione di un libro che «va regalato a chi vomita nostalgia spacciandola per cultura politica», titolandola:

«Chi può rimpiangere la Prima Repubblica?». La dedica del direttore del web futurista era «a tutti quelli che si sono dimenticati cosa sono stati per l’Italia la partitocrazia, il consociativismo, le convergenze parallele, la mediazione continua, il tirare a campare, i governi che cadevano con la frequenza di mele marce, il voto di scambio, il sistema di potere dc, la corruzione e chi più ne ha più ne metta...». E molti dei punti citati sembrano quasi un riassunto di questi giorni.

Aiutiamo Filippo a ricordare. Sempre con un suo intervento, sempre sul Secolo d’Italia, 24 febbraio 2008. Bellissimo articolo, Rossi difende la semplificazione politica: «Quando i partiti si fondono, come sta succedendo, in grandi movimenti a vocazione maggioritaria, la politica non è più obbligata ad attardarsi nella difesa delle strutture burocratiche. Si liberano energie positive, e la contabilità politichese diventa passione politica. Solo chi non ha capito questa svolta epocale, gli Storace, i Casini, i Pannella, si attarda a difendere vessilli che non riescono più a muoversi, ormai indifferenti al vento della storia». Se fossi uno del Pdl che vuole fare un manifesto contro Futuro e libertà, userei queste parole. Del resto, per Rossi (15 ottobre 2008) «Berlusconi ha riconosciuto in Obama uno come lui: uno per niente legato a una politica vecchia. Una politica che non ha più niente a che fare con la politica del fare».

Ma ce n’è pure per i possibili alleati nel terzo polo e nella nuova maggioranza sognata dai finiani, a partire da Francesco Rutelli: «Se non l’avessero già chiamato Cicciobello, a Rutelli andrebbe bene il parallelo con Ken, il compagno di Barbie che assomiglia a Big Jim, ma possiede dei lineamenti un po’ più aggraziati e meno machisti» (Angelo Mellone sul Secolo). E sull’idea della moralità, sacrosanta categoria dell’etica, elevata a categoria della politica?

C’è sempre Mellone, sul Secolo d’Italia dell’11 dicembre 2002: «Chi, tra un girotondo e l’altro (o magari colto da estremismi puritani), si illude di poter ridurre e semplificare la dialettica politica a uno scontro tra buoni e cattivi, tra il Bene e il Male, vuol dire che ha capito ben poco della politica (...) La morale quando entra in contatto con la politica si trasforma e prende le sembianze del moralismo (...) e non è troppo chiedere che il moralismo resti una cattiva tentazione della porta accanto (a quella del potere)». Perfetto, ma forse era meglio spiegarlo anche a chi si è astenuto nel voto sulla sfiducia a Caliendo.

Ma il meglio, Mellone l’ha dato in un epico articolo (Attenti ai “politicamente modificati”) del 23 giugno 2002, sempre sul quotidiano di An, in cui il più lucido dei pensatori finiani metteva in guardia rispetto al rischio dello «strano incrocio che si aggira nel laboratorio di Montecitorio, uno strano incrocio alchemico fra l’uomo e il camaleonte: l’Opm, l’organismo politicamente modificato. La sua caratteristica è quella di inseguire il potere ad ogni costo, cambiando pelle ideologica, alleati e governi con la stessa regolarità con cui il simpatico rettile cambia colore».

Esempi? «Un’ondata virale di nuovi centri». Ma, soprattutto, il «transpolitico» melloniano, ad esempio, può esercitarsi nell’«ibridazione tra tradizioni politiche inconciliabili (ma tutto può il biopolititech)» o può «sfogarsi nell’Opm cambiacasacca, nelle alleanze improponibili (vi dice qualcosa Di Pietro+Rifondazione+ecc.?), nei ribaltoni, negli inciuci, nel rimangiarsi la propria appartenenza, nel dare valore prossimo allo zero all’identità, eccetera. Il trait d’union di questa patologia, come si diceva, è il potere. La sua conquista, o ancora meglio, il suo mantenimento».
Grande ritratto, vi ricorda qualcuno e qualcosa?




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Ma quella rivista non rappresenta i cattolici"

di Andrea Tornielli


Monsignor Rino Fisichella prende le distanze da Famiglia Cristiana: "Editoriale tendenzioso, il problema non è il premier". Poi spiega: "Le sparate non c'entrano con la politica, che è bene comune"




«È lecito che Famiglia Cristiana formuli certi giudizi, anche se questo appare del tutto tendenzioso. Quello che non è corretto è attribuirli al mondo cattolico...». Monsignor Rino Fisichella sta trascorrendo qualche giorno di vacanza in montagna prima dell’autunno «caldo» durante il quale dovrà mettere in piedi, dal nulla, il Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, neonato dicastero che Benedetto XVI ha voluto affidargli. L’arcivescovo, dopo 15 anni, lascerà anche l’incarico di cappellano di Montecitorio, attività che lo ha trasformato nella guida spirituale di molti parlamentari di entrambi gli schieramenti, e in quest’intervista con il Giornale interviene su alcuni dei temi dell’estate politica, dal ruolo e dal disagio dei cattolici al federalismo.

Monsignore, Famiglia Cristiana in queste ore ha accusato Berlusconi di aver spaccato il mondo cattolico. Che cosa ne pensa?
«Penso che un giornale possa formulare giudizi, anche se questo su Berlusconi appare del tutto tendenzioso, dato che in altri momenti storici - ad esempio quando Moro e Fanfani fecero il centrosinistra - ci fu una divisione dei cattolici. Non mi sembra che il problema sia Berlusconi, il problema sono i programmi. In ogni caso non è corretto né giusto far credere che questo giudizio sia stato formulato dal mondo cattolico. 


I cattolici sono una galassia e si sbaglia pensando di interpretarne il pensiero basandosi su un’editoriale di Famiglia Cristiana o anche su un’analisi formulata da una sottocommissione preparatoria della Settimana Sociale. I vescovi stessi sono chiamati ad esprimersi sull’istanza etica di un programma elettorale, un po’ meno sui singoli interventi che non sono di nostra competenza. Ad esempio non si è detto nulla sul pacchetto sicurezza in quanto tale ma si è parlato, molto, soltanto del decreto riguardante le espulsioni. Poi però magari si tace sul fatto che l’immigrato viene trattato come merce di scambio».

Le ultime settimane sono state un’escalation di divisioni, faide, insulti...
«Stiamo ancora attraversando una fase di cambiamento che dura ormai da troppo tempo e che finisce per logorare il Paese. L’impossibilità di fare delle reali riforme finisce per allontanare i cittadini dalla politica e dalle istituzioni. Manca una visione d’insieme. Quando alle uscite polemiche e alla gara a chi la spara più grossa: non credo che questo abbia realmente a che fare con la politica, la quale invece si basa sulle scelte a favore del bene comune e della vita e non sulle battaglie verbali o sulla pura gestione del potere».

Più d’uno, in questi giorni, ha parlato dei «disagio dei cattolici». In che cosa consiste?
«Beh, abbiamo vissuto nel passato anche recente stagioni così diverse e così drammatiche da non doverci spaventare per il momento di oggettiva confusione e debolezza che attraversa l’Italia. Più che parlare di disagio, credo sia necessario rafforzare la convinzione nei cattolici ad assumersi responsabilità politiche che non possono essere demandate ad altri».

Non crede che i cattolici siano in questo momento un po’ emarginati dalla scena politica?
«Non credo siano emarginati, non credo siano ininfluenti. Al contrario, ritengo l’impegno dei cattolici determinante per il progresso del Paese. Bisogna essere miopi per non accorgersi che ci sono tanti uomini e donne che magari non si vedono spesso in Tv, ma che s’impegnano per il bene comune e sono coerenti con la loro fede». 


Il direttore Feltri si è detto sicuro che arriverà il «soccorso cattolico» di Casini al governo. Condivide?
«Non intendo entrare nel merito delle strategie politiche. Posso però dire che evidentemente, là dove c’è l’esigenza di dare delle risposte significative al Paese in un momento di crisi, la presenza dei cattolici non è mai venuta meno. Non è discriminando le posizioni dei cattolici né tantomeno ricorrendo all’insulto che si può pensare di fare il bene dell’Italia».


Nei giorni scorsi il cardinale Bagnasco ha spiegato che il federalismo non dovrà disgregare. Il suo giudizio?
«Mi sembra che la riforma sia al vaglio del Parlamento, ci sarà un confronto e un dibattito. Bisogna mantenere fermo il principio dell’unità, dell’identità che si è rafforzata in questi ultimi 150 anni e che non può essere umiliata. Bisogna fare in modo che il federalismo favorisca lo sviluppo di quelle zone del Paese più carenti di strutture. Anche qui, non voglio e non posso entrare in questioni tecniche. 


Mi limito però a ricordare che i cattolici non sono affatto nuovi a queste sensibilità, a meno di dimenticare figure come Rosmini, Gioberti e lo stesso Tocqueville, il quale, parlando della democrazia americana, elogiava il contributo dato dai cattolici all’unità del Paese nella diversificazione degli Stati. La sussidiarietà, la valorizzazione della società e delle sue istanze, fanno parte della dottrina sociale della Chiesa».


Dopo l’uscita di Fini dal Pdl in molti ormai parlano di elezioni. Come vede il ricorso alle urne in questo momento?
«Domanda legittima, ma la risposta deve essere data nelle sedi competenti e soprattutto da chi riveste il ruolo istituzionale per poterla dare. Io mi limito ad auspicare, da cittadino, che si recuperi il senso di responsabilità e che si cerchi finalmente di dare quelle risposte che il Paese attende».


Se l’arcivescovo dovesse indicare due di priorità?
«Vista l’emergenza educativa che vive l’Italia, mi auguro che davvero si mettano in atto strumenti che garantiscano la libertà di educazione. Un altra emergenza riguarda la famiglia e la necessità di introdurre il quoziente familiare».




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Assegni d’oro per i politici

IL Tempo

Ecco le regole: fino a 10 mila euro al mese agli ex parlamentari. I vitalizi partono da un minimo del 20% dell'indennità fino al 60%. L'età minima è 65 anni ma sono previsti sconti.


«Le elezioni anticipate non servono al Paese». In questi giorni sono in molti a ripeterlo. Numerosi parlamentari di entrambi gli schieramenti adesso vogliono occuparsi della crisi e delle riforme. Niente urne, è il momento di governare. «Ce lo chiedono gli italiani», dicono. A chiederlo, in realtà, potrebbero essere anche le loro tasche. Deputati e senatori eletti per la prima volta nell'aprile del 2008 rischiano, infatti, di non raggiungere la ambitissima pensione da parlamentare.


Il rimborso previdenziale scatta, infatti, solo dopo cinque anni di mandato. Serve un'intera legislatura per poter trascorrere una vecchiaia serena grazie ai generosi «assegni vitalizi» concessi dallo Stato. Ma cosa rischiano di perdere questi onorevoli, se non venissero rieletti? Il regolamento della Camera approvato dall'Ufficio di Presidenza il 30 luglio 1997, prevede che ogni deputato versi mensilmente una quota dell'8,6 per cento (pari a 1006,51 euro) della propria indennità lorda per il pagamento degli assegni vitalizi. Lo stesso discorso vale per Palazzo Madama: tutti i senatori versano ogni mese 1032,51 euro (anche in questo caso l'8,7 per cento dell'indennità).



L'importo dell'assegno pensionistico varia poi a seconda degli anni di mandato svolti. Il 23 luglio 2007, volendo tagliare le rendite dei parlamentari, si è stabilito che per gli onorevoli eletti per la prima volta a decorrere dalla XVII legislatura (quella in corso) la somma mensile varierà da un minimo del 20 per cento ad un massimo del sessanta per cento dell'indennità. Questo significa che nel caso in cui si andasse a votare prima della fine della legislatura, deputati e senatori non rieletti, dovrebbero rinunciare alla pensione minima pari a 2486,4 euro al mese. Tanto spetta agli onorevoli per cinque anni di lavoro. Mica male. Un tempo era anche peggio. Fino al 2007 l'importo dell'assegno andava da un minimo del 25 per cento a un massimo dell'80 per cento dell'indennità. E chi è stato eletto prima del 2008 conserva ancora questo trattamento.



Questo significa che per una sola legislatura di lavoro si ottiene una pensione pari a 3108 euro lordi di vitalizio (il 25%), per 10 anni di mandato la somma sale a 4725 euro (il 38%), fino ad arrivare agli 8455 euro (l'80%) di chi è stato membro del parlamento per 30 anni o più. Questi dati sono sufficienti per capire da dove viene la cifra esorbitante che figura nei bilanci di Camera e Senato alla voce «Vitalizi». L'importo totale nel 2009 è stato di 138,2 milioni di euro per le pensioni degli ex deputati e di 81,2 milioni di euro per quelle degli ex senatori.



Considerando che i contributi versati ammontano a 11 milioni 835 mila euro per i rappresentanti di Montecitorio e a sei milioni 100 mila euro per quelli di Palazzo Madama, la casse del parlamento hanno raggiunto, per quel che riguarda lo scorso anno, un deficit pari a 126 milioni per la Camera e 75 milioni per il Senato. Chi lo ha pagato? Naturalmente noi, dal momento che i bilanci in rosso vengono poi alimentati da trasferimenti del Tesoro. Deputati e senatori hanno, quindi, un trattamento pensionistico di tutto rispetto. Anche il fattore età merita di essere approfondito. Ufficialmente il requisito minimo per accedere agli assegni previdenziali è il raggiungimento del sessantacinquesimo anno d'età. A conti fatti, però, questa norma vale solo per chi è stato eletto per la prima volta alle politiche del 2008.

Tutti gli altri, ancora una volta a seconda degli anni di mandato svolti, usufruiscono di «sconti» notevoli. Vincolati ai sessantacinque anni coloro i quali hanno all'attivo una sola legislatura. Poi un anno di «sconto» per ogni anno di incarico oltre i cinque. Per i più «fortunati» è addirittura possibile arrivare alla pensione quando sulla torta ci sono soltanto cinquanta candeline: sono i deputati che sono stati eletti prima del '96 e hanno al loro attivo venti anni di contributi.



Ai senatori va anche meglio: a loro, se sono stati eletti prima del 2001, bastano 15 anni di versamenti previdenziali. Un tempo era anche possibile il riscatto volontario degli anni mancanti. Poi, secondo quanto stabilito dall'Ufficio di Presidenza il 23 luglio 2007, «i periodi di versamento dei contributi coincidono necessariamente con gli anni effettivi di mandato». Certo dare un'occhiata alle pensioni degli ex onorevoli in questi tempi di crisi non è proprio salutare.



Tra gli ex ministri, ad esempio, c'è chi, come Franco Nicolazzi (segretario del Partito Socialista Democratico Italiano, parlamentare dal 1963 al 1990, ministro dell'industria nel 1979 e poi ministro dei lavori pubblici sino al 1987) riceve ogni mese dallo Stato 9947 euro in virtù dei suoi 35 anni di versamenti. Stefano Rodotà, giurista ed ex presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali, venti anni di versamenti, ha una pensione pari a 8455 euro al mese. Tra i giornalisti con il vizio della politica che figurano nell'elenco degli ex onorevoli anche Eugenio Scalfari (eletto deputato come indipendente tra le liste del Psi nel 1968) e Rossana Rossanda (alla Camera durante la IV e la V legislatura per il Pci e Il Manifesto): a loro vanno 3108 euro al mese.



Nadia Pietrafitta
25/08/2010


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Stangata da Consob sui parenti di De Benedetti

di Marcello Zacche'


Multa di 3,5 milioni per sette persone: hanno comprato azioni Cdb Web Tech facendo uso di informazioni riservate. Tra i condannati mezza famiglia acquisita: la figliastra dell’editore di Repubblica, suo marito e i cognati



 


Milano - Nell’estate del 2005, quella delle scalate ad Antonveneta e Bnl dei cosiddetti «furbetti del quartierino», c’erano anche altri furbetti che si muovevano, felpati, intorno a Piazza Affari. Quindi qui non si parlerà di Consorte, Fiorani o Ricucci. Ma di un’altra storia, finora inedita e di altri furbetti, finora nell’ombra, che si sono portati a casa illecitamente quasi un milioncino di euro. Non è tanto. Ma fa impressione che questi sei soggetti (più una società amministrata da uno di loro), siano riconducibili, in un modo o nell’altro, a Carlo De Benedetti, editore del gruppo Espresso-la Repubblica tramite il controllo dell’impero finanziario Cofide-Cir. 

Sia chiaro: l’Ingegnere non è coinvolto nelle operazioni di cui la Consob ha trovato evidenze di reato. Ma tutto ruota intorno a lui. Così la Consob ha multato con 3,5 milioni i 6 soggetti, tra i quali ci sono Una Donà dalle Rose, figlia di primo letto dell’attuale moglie dell’Ingegnere Silvia Monti; suo marito Alessio Nati; la cognata dell’Ingegnere Renata Cornacchia e suo marito Augusto Girardini. Più altri tre imprenditori, clienti di Nati nella Banca Intermobiliare, la finanziaria della famiglia Segre, da sempre broker di fiducia di De Benedetti.

I sei sono stati sorpresi, processati e multati per insider trading, cioè per aver utilizzato informazioni privilegiate e riservate per comprare e guadagnare in Borsa. In altri termini, investire sapendo di aver un guadagno sicuro. Il sogno di molti italiani. Realizzato con la frode. È un reato penale, per il quale la Consob ha senz’altro segnalato gli estremi alla Magistratura. Ma questa e un’altra storia.

Quella che invece si può ora raccontare risale a quando, appunto nel luglio del 2005, la società Cdb Web Tech (una holding di investimenti fondata da Carlo De Benedetti che compare come acronimo nel nome stesso, Cdb), nata sulla scia della new economy, decide di varare un fondo per destinare risorse al salvataggio di imprese in difficoltà. L’operazione, secondo quanto ricostruito e documentato dai segugi della Consob, viene decisa in una riunione del 13 luglio a Milano, presenti manager di Cdb e l’advisor (Mediobanca). Il cda approva la delibera il successivo 28 luglio e ne comunica gli estremi al mercato, con un comunicato in cui si dice che è stato conferito al presidente della società, De Benedetti, «l’incarico di valutare le modalità per avviare un’attività d’investimento in realtà industriali in difficoltà». Si trattava del famoso fondo a cui avrebbero poi dovuto aderire grandi nomi della finanza italiana, da Montezemolo a Della Valle, fino addirittura a Silvio Berlusconi. Poi non se ne fece nulla.

Ma l’annuncio fece schizzare i titoli di Cdb. E i furbetti hanno agito: tra il 13 e il 28 luglio del 2005, Donà dalle Rose, Cornacchia, Girardini, Nati, Alberto Gianni, Daniele Dolci e Davide Colaneri (tramite la Ca.Bim. srl di cui era amministratore) hanno comprato titoli per cifre comprese tra i 75mila e i 556mila euro, rivendendoli dopo la diffusione del comunicato con un profitto variabile tra i 25 e i 180mila euro a testa, per un totale di quasi 800mila euro.

Ma la Consob se n’è accorta notando, in particolare, l’attività svolta su tali transazioni dalla Banca Intermobiliare, per la quale, tra l’altro, Nati lavorava come «relationship manager». E per la Consob è stato Nati a fornire le informazioni a Colaneri, Dolci e Gianni, imprenditori romani suoi clienti in Bim. Nati, secondo la Consob «conosceva o poteva conoscere in base ad ordinaria diligenza il carattere privilegiato dell’informazione». E così anche per gli altri familiari acquisiti dell’Ingegnere, Donà dalle Rose (ha acquistato per 264mila euro, lievitati in pochi giorni a 342mila); Cornacchia (110mila euro investiti, 34mila di profitto) e Girardini (267mila euro, divenuti 370mila).

I 3,5 milioni di multa decisa dalla Consob corrispondono, per ciascuno, al doppio del profitto realizzato, sommato con la somma confiscata che, sempre per ciascuno, è pari al controvalore realizzato con la vendita. Per tutti, inoltre, la sanzione accessoria da 4 a 6 mesi di perdita dei requisiti di onorabilità.





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Sulle tracce perdute dei paesi fantasma

La Stampa

La nostra penisola pullula di borghi carichi di storia, ma completamente abbandonati da decenni. Oggi sono diventati la meta di un turismo alternativo e clandestino



FEDERICO TADDIA

Craco, una cinquantina di chilometri da Matera, è un po' la bandiera di un'Italia che c'era, ma che non c'è più: un suggestivo intreccio di case in pietra arroccate sulla roccia, che guarda la piana sottostante ostentando il proprio stato di vuoto e desolazione. Un set cinematografico a cielo aperto, tanto da essere scelto da Mel Gibson come sfondo dell'impiccagione di Giuda nel film «The Passion». E meta obbligata per i sempre più numerosi turisti che escono dai classici itinerari per andare alla scoperta dei cosiddetti «paesi fantasma»: paesi disabitati, condannati all'abbandono dall'uomo o dalla natura.


Paesi perduti, spesso non segnati neppure dalle carte geografiche, che il napoletano Antonio Mocciola ha visitato e raccontato nella guida «Le vie nascoste» (Giammarino Editore). «Da sempre sono affascinato da questi luoghi che fotografano un'Italia remota - spiega Mocciola - e da anni appena posso vado ad esplorare ciò che l'uomo prima ha costruito e poi ha abbandonato. Una sorta di turismo clandestino, dove spesso ti trovi costretto ad ignorare divieti di accesso e ad imparare a convivere con luoghi dove non esiste un bar, non trovi nessuno a cui chiedere informazioni e anche il navigatore satellitare entra in crisi. Ma ognuno di questi paesi ha una storia, ha una memoria: ed ho cercato di cogliere quello che è rimasto di quella storia e di quella memoria».


Se smottamenti, alluvioni e, infine, il terremoto del 1981, hanno decretato lo sgombero definitivo di Craco, la mano dell'uomo è stata decisiva nella morte di un altro simbolo dei «paesi fantasma», Casal Venosto, in provincia di Bolzano. Un paese completamente sommerso nel 1950, per la costruzione di una diga finalizzata alla produzione di energia elettrica che portò all'unione tra il Lago di Resia e il Lago di Mezzo. Il borgo fu ricostruito più a monte, ma tra quelle 163 case inabissate per sempre ancora oggi dal lago emerge il campanile della Chiesa di Santa Caterina.


«E' uno dei simboli della Val Venosta - commenta Mocciola. Sembra quasi una bandiera bianca alzata, una sorta di resa dell'uomo davanti al progresso. Però il campanile sembra anche voglia sbeffeggiare chi non è riuscito a cancellare un pezzo di storia. Ma non è l'unico paese sotto ad un lago: basti pensare a Stramentizzo, borgo trentino affogato il 24 giugno del 1956 e traslocato sul vicino altopiano di Scaves. O Fabbriche di Careggine, 32 case nel cuore della Garfagnana, evacuate dopo la costruzione della diga di Vagli ma che tornano protagoniste ogni 10 anni circa, quando l'invaso viene svuotato davanti a migliaia di persone e il borgo intatto ricompare alla luce del sole».


Le vie nascoste percorse da Mocciola sono tante e tutte suggestive. Alcune più note, come l'esempio di archeologia industriale di Argentiera (Sassieri), insediamento urbano che all'apice della vitalità della miniera aveva visto fino a duemila abitanti, e che nel 1943 al termine dell'attività estrattiva fu velocemente abbandonato, lasciando come traccia il villaggio di un tempo e una spiaggia argentata per la presenza di polveri residue.

Oppure come Roscingo Vecchio, un borgo incantato in provincia di Salerno, che il 15 ottobre del 2000 ha visto morire la sua ultima abitante, Teodora Lorenzo, detta Zi' Dorina. Proprio il tam-tam mediatico di questa scomparsa ha però ridato vita alla riscoperta di questo paese, svuotato in parte per gli smottamenti idrogeologici e in parte per il richiamo della Roscigno nuova, sicuramente più anonima ma più comoda da vivere. Una fontana in funzione, un ufficio della Pro Loco, un piccolo museo, un pittoresco personaggio che è andato a vivere tra le vecchie case, oggi accolgono i turisti in questa che viene definita la «Pompei del 900».


«Riscoprire questi paesi ha un doppio valore - commenta Mocciola. Il primo è di rispetto nei confronti del nostro passato, di chi ha faticato per costruirli per abitarci e per rendere vivibile il territorio: credo che puntellare un palazzo in rovina sia un bellissimo atto d'amore. Il secondo è legato ai risolti possibili per nuove forme di turismo, come per esempio gli alberghi diffusi o l'ospitalità sostenibile». Ed è quello che succede a Pentedattilo, in provincia di Reggio Calabria, insediamento urbano nato sotto cinque rocce, completamente abbandonato al crollo delle montagne. Oggi un'associazione di giovani ha deciso di togliere quelle vecchie case all'incuria e alla malavita, organizzando festival, facendo corsi sulla cultura locale e riaprendo piccole botteghe per rilanciare l'arte e l'artigianato locale.


Per chi crede nelle utopie invece la meta ideale è Campomaggiore Vecchio (Potenza): costruito agli inizi dell'800 come città ideale dal conte visionario Teodoro Rendina, doveva ospitare 1600 abitanti, e ognuno doveva fare un mestiere diverso per rendere il nucleo completamente indipendente. Ma nel 1885 un grave movimento franoso costrinse le 1525 anime ad abbandonare il paese e il loro sogno. Da società ideale a società fantasma il passo fu davvero breve!




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Ora la pacifica Svizzera chiede il ritorno del boia: stupri e pedofilia omicida

di Fausto Biloslavo


Il governo elvetico, su iniziativa dei parenti di una ragazza violentata e uccisa, autorizza la raccolta di firme per un referendum che reintroduca la pena di morte abolita 68 anni fa. Solo per stupri e pedofilia omicida. Almeno per ora



 


Prima il voto popolare contro i minareti, e dieci anni fa quello per il carcere a vita ai pedofili, ma adesso uno sparuto gruppo di svizzeri ha chiesto un referendum per reintrodurre la pena di morte. Nei cantoni elvetici prendono più sul serio che da noi la democrazia diretta. Ed il governo federale è molto rigoroso sul diritto al referendum. Ieri l'esecutivo svizzero ha dato il via libera alla raccolta di firme per la pena capitale pubblicando la richiesta sulla Gazzetta ufficiale. I promotori avranno tempo fino al 24 febbraio 2012 per raccogliere le 100mila firme necessarie.
Fa un po' accapponare la pelle leggere sul sito federale la proposta per la «Pena di morte in caso di assassinio in concorso con abusi sessuali». In pratica i promotori chiedono il boia per chi ammazza e per di più stupra la vittima oppure violenta dei bambini. «La pena capitale dovrà essere eseguita tre mesi dopo la condanna - si legge nella richiesta del referendum - Il tribunale fissa modalità e data dell'esecuzione».

I promotori dell'iniziativa sono sette familiari e amici di una ragazza svizzera che è stata violentata e uccisa. Quattro settimane fa hanno presentato la domanda per il referendum, che formalmente era ineccepibile, ed è stata approvata. Marcel Graf è una specie di portavoce del «Comitato per la pena capitale». La raccolta di firme avverrà soprattutto via internet: «In questo modo la speranza è che l'iniziativa si allarghi da sola» sostengono i promotori. Secondo Graf il ritorno al patibolo «è giusto e logico. Solo la pena capitale permette di ristabilire la dignità della vittima E soprattutto evita che il crimine si ripeta». 

I sostenitori ci tengono a sottolineare che non fanno parte di alcun gruppo politico. Dieci anni fa la Svizzera aveva votato per l'internamento a vita dei criminali sessuali, pedofili violenti e refrattari alla terapia. Nel 1985 un referendum per la pena di morte contro i trafficanti di droga non aveva raccolto il numero necessario di firme. Questa volta i promotori sembrano molto decisi, anche se raggiungere l'obiettivo delle 100mila firme non significa che si farà il referendum.

A quel punto il parlamento di Berna dovrà esprimersi se l'iniziativa è anticostituzionale o se lede i trattati internazionali firmati dalla Svizzera contro la pena di morte. Molti giuristi sono convinti che il referendum non passerà mai. Georg Muller, però, professore di diritto pubblico fa notare che «l'esame del contenuto dell'iniziativa interviene troppo tardi. Quando 100mila persone hanno firmato la pressione sul Parlamento è troppo grande» per fare marcia indietro.

Da quasi 70 anni il boia non esegue sentenze di morte in Svizzera. L'ultima è stata quella di un militare nel 1944. In realtà la pena capitale è rimasta nella legge di guerra elvetica fino al 1992. Amnesty international ha ovviamente alzato gli scudi facendo notare che in Europa solo la Bielorussia pratica ancora la pena di morte. Graf, il portavoce dei promotori del referendum, non ha dubbi: «Omicidio e abuso sessuale lasciano tante tracce. Con le tecniche d'inchiesta moderne è impossibile che venga condannato un innocente». Sull'efficacia dell'iniziativa fa spallucce: «Se riusciremo ad evitare una sola vittima ne sarà valsa la pena».




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Anche Ely vuole diventare invisibile

Il Tempo


Gli avvocati della Tulliani hanno chiesto il sequestro delle foto di Oggi che replica: "Fu lei a proporci l'esclusiva". Cancellati dai blog i video con l'ex fidanzato Luciano Gaucci.



Querele, smentite e ora pure una richiesta di sequestro. I legali dei Tulliani sono scatenati. Ieri se la sono presa con il settimanale Oggi che «nelle scorse settimane ha fornito alle agenzie di stampa foto che ritraggono il presidente Fini con la famiglia Tulliani insieme alle figlie minori. Foto pubblicate spesso da Oggi e da altri quotidiani anche online». Ebbene, secondo l'avvocato Michele Giordano, «tale pubblicazione e la loro riproposizione costituiscono illecito. Riguardano foto private del presidente e famiglia – prosegue l'avvocato – riservate ed in luogo privato di cui non si è mai autorizzata la pubblicazione. Si è già provveduto alla richiesta di sequestro».

Le foto incriminate sono quelle del battesimo della piccola Martina, primogenita della coppia Fini-Tulliani. Nella suggestiva cornice di Casino dell'Aurora Pallavicini, a Roma, la famiglia era stata immortalata al gran completo con tanto di suoceri, cognato e fidanzata del cognato (quella dell'autolavaggio) del presidente della Camera. Tutti in posa per lo scatto di rito. Ebbene, secondo quanto ha scritto sullo stesso settimanale Umberto Brindani, fu la stessa Ely a proporre al giornale l'esclusiva del battesimo.



Ma poi le foto non le piacquero e lady Fini negò l'autorizzazione a pubblicarle. «Per blandirla, – ricorda sempre Brindani – le regalammo un album di battesimo, con una scelta delle immagini migliori (peraltro scattate da uno dei più grandi fotografi italiani): riuscimmo a farla infuriare ancora di più, perché non trovò la confezione di suo gusto». Con il gran «casino» di Montecarlo quella foto, una sola di 95 scatti, è diventata una notizia, «e ora il diritto di cronaca a mio avviso prevale sul diritto alla privacy. Sempre che di privacy si possa parlare per una storia che non è mai stata così pubblica», sottolinea lo stesso giornalista di Oggi nel suo blog.

Certo, a Elisabetta devono essere saltati i nervi. Come per il video sulla soap con l'ex fidanzato Gaucci, fatto sparire dopo i servizi impietosi di Striscia la Notizia nel 2007 ma riapparso in queste settimane sul sito youtube dove fa il pieno di visitatori. Non solo. Vari blogger sarebbero stati raggiunti da una mail dell'avvocato della Tulliani: «In forza del provvedimento del Garante per la Protezione dei dati personali – scrive il legale – Vi chiedo di voler provvedere a non rendere più indicizzabile attraverso i motori di ricerca, notizie ed immagini riguardanti la mia Assistita con riferimento alla sua trascorsa relazione sentimentale con il signor Gaucci».


Ironia del destino. Lei che amava così tanto essere al centro dell'attenzione tanto da finire anche in tv oggi si nasconde. «Apparirò poco, quando la mia presenza accanto a Gianfranco sarà necessaria e quando me lo chiederà lui, preferisco non espormi», aveva già annunciato al popolo italico alla sua prima uscita pubblica nelle vesti di fidanzata ufficiale, a una sfilata di Gattinoni, a Roma, nel gennaio 2008. Anche il suo sito ufficiale «elisabettatulliani.it» è bloccato su una pagina color petrolio dove campeggia la scritta coming soon, «a presto».




Camilla Conti
25/08/2010




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La foto di famiglia a Fini non piace

IL Tempo


I Tulliani chiedono il sequestro del ritratto pubblicato dal  settimanale Oggi. Un'immagine allegra e innocua ma per la sacra famiglia c'è violazione della privacy. Fini, prima che il cognatino venisse pizzicato nel Principato in affitto, diceva solennemente che "di libertà di stampa non ce n'è mai troppa".


La copertina di Oggi che ritrae Gianfranco Fini con Elisabetta  Tulliani, le due figlie e la sua famiglia


L’Italia tra pochi mesi s’appresta a festeggiare i 150 anni della sua unità. Le istituzioni faranno molta retorica e, in questi momenti, ringrazio il cielo di avermi dato l’opportunità di fare questo bellissimo mestiere, quello del cronista. Nel mio taccuino ci sono un paio di fatti che hanno molto a che fare con il carattere della nazione. Vediamoli. La famiglia Tulliani tramite i suoi legali chiede il sequestro della foto che il settimanale Oggi ha pubblicato in copertina la scorsa settimana. Cosa c’è di sbagliato in quell’immagine?



Cosa c’è di sconveniente? Dov’è l’errore? Quale orrendo segreto sarebbe stato rivelato? Nessuno, l’immagine che riproponiamo ai lettori de Il Tempo - affinché abbiano strumenti per giudicare - è assolutamente innocua, un’allegra e felice famiglia che sorride di fronte al flash del fotografo in una posa ufficialissima, se volete un po’ kitsch e pomposa, ma ne abbiamo visto tante e questa non aggiunge niente di nuovo all’iconografia del potere. Il viso dei minori - secondo regola deontologica - è stato oscurato, Elisabetta sorride, il fratello Giancarlo in versione pre-Montecarlo nights pure Fini è un tenero compagno che sorride ed è contento di figurare nello stato di famiglia dei Tulliani.

È certificato (è proprio il caso di usare questa parola) che si tratta di una lieta immagine, ma no, per la sacra famiglia c'è violazione della privacy. Ma davvero? Caro presidente Fini, ma come? Lei che ha difeso la libertà di stampa, Lei che ha incarnato il Presidente della Camera senza macchia e senza paura, Lei che si scagliava contro la legge sulle intercettazioni del Cav, Lei che agli inizi del luglio di quest'anno – prima che il cognatino venisse pizzicato nel Principato in affitto – diceva solennemente «di libertà di stampa non ce n'è mai troppa», riscuotendo l'applauso peloso del progressismo elegante, colto e salottiero, oggi lascia che i Tulliani – ai quali non mi pare estraneo - promuovano un'operazione di censura che neppure il Cavaliere nero...


Prima lezione: gli italiani quando sono al potere invocano la libertà di stampa solo quando gli fa comodo. Mentre i Tulliani chiedevano di cancellare un'immagine ritenuta scomoda dalle pagine dei quotidiani e dai siti internet, Famiglia Cristiana, settimanale dei paolini, diceva che Berlusconi usa il «metodo Boffo» contro chi dissente. Chi legge Il Tempo sa quanto il direttore di questo giornale sia attento e puntuale riguardo alle questioni della Chiesa, quanto importante sia per noi la sua presenza nella società, quanto sia stata difesa a spada tratta – e l'abbiamo fatto come pochi e certamente meglio dei fogli cattolici o sedicenti tali – la figura di Joseph Ratzinger, il nostro Papa, dagli attacchi sullo scandalo della pedofilia.



Bene, detto questo, Famiglia Cristiana dimentica un paio di cose. La notizia del caso Boffo non fu pubblicata per primo da Il Giornale, ma da Panorama, di cui allora era direttore Maurizio Belpietro e io ero vicedirettore e capo della redazione romana. Quella notizia, cari colleghi di Famiglia Cristiana, allora non fu smentita. Non vi fu alcuna reazione. Era solo diverso il contesto, il clima politico, il tono del linguaggio, il giornale su cui fu pubblicato, ma il fatto in sé allora non fu mai rettificato o smentito.

Altro piccolo appunto, a futura memoria: come mai Boffo ha lasciato la direzione del quotidiano della Cei, Avvenire? Se io credo in una battaglia, se penso che non abbia ombre, mi batto per vincere e non mollo mai, soprattutto se faccio parte di un'istituzione che ha duemila anni di storia e credo nella forza della fede. Così non è stato.


Seconda lezione: nella comunità cattolica in troppi hanno dimenticato quel che disse Gesù: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Nel frattempo la Fondazione Fare Futuro prosegue la sua battaglia revisionista. Ora tra gli intellettuali finiani c'è la scoperta dei valori liberali. Non male per ha una storia che affonda le sue radici nella Repubblica sociale. I cervelloni del pensatoio finiano accusano Berlusconi di aver tradito le icone di Reagan e la Thatcher per Putin e Gheddafi.



Servirebbe un intero manuale di relazioni internazionali e uno di geopolitica per spiegare loro che il leader russo e quello libico sono due fattori di stabilità fondamentali per il mondo contemporaneo. Senza di loro, cari amici della Nuova Destra, il mondo sarebbe decisamente più instabile. Né il presidente russo né il colonnello libico sono due stinchi di santo, ma non è con i buoni sentimenti che si fa politica estera.



Gli Stati Uniti – quelli di Reagan, fondamentali per l'affermazione della democrazia in Occidente e la fine del comunismo in Unione Sovietica – attraverso la Cia finanziarono in Europa e Centro America operazioni coperte che farebbero impallidire queste anime candide, ma non per questo possiamo dire che la buonanima di Reagan è stata una disgrazia per l'umanità. Putin e Gheddafi sono per l'Italia semplicemente indispensabili: fornitori di energia (gas e petrolio), giocatori sul mercato finanziario globale, partner commerciali del nostro sistema imprenditoriale. Che dovrebbe fare Berlusconi? Buttare tutto all'aria e lasciare il nostro Paese senza gas e petrolio in inverno e qualche banca che serve le imprese senza capitale tutto l'anno?

Terneza lezione: la destra finiana tradisce la propria storia, quasi si vergogna delle proprie radici e finisce per usare simboli e storie che non le appartengono. Si chiama furto ideologico. Ecco, cari lettori, tre episodi della nostra cronaca, tre eventi della schizofrenia dello Stivale, tre moventi per continuare a farsi del male senza un perché, tre immagini della nostra centocinquanteria disunità. Viva l'Italia.




Mario Sechi
25/08/2010




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E Tulliani "imbarazza" il Principato

IL Tempo

I professionisti monegaschi si lamentano e temono una nuova caccia agli evasori.


Non si può certo parlare di incidente diplomatico, ma il caso Tulliani sta mettendo in imbarazzo la comunità italiana a Montecarlo. Ma anche i monegaschi che non si stanno interessando alla vicenda ma non amano la pubblicità. «Quando sarà finita questa storia quel ragazzo qui in Riviera ci verrà solo in vacanza, il rinnovo della residenza se lo scorda», scommettono alcuni dei consulenti immobiliari ed esperti fiscali che abbiamo contattato in questi giorni rivolgendo loro le domande che avremmo voluto fare al cognato di Fini e che invece sono rimaste ancora senza risposta.


A mal digerire il clamore creato attorno all'affitto dell'appartamento di Palais Milton sono soprattutto i nostri connazionali che hanno scelto la Rocca per vivere e lavorare. Stufi dei giornalisti che per troppi giorni con telecamere e taccuini hanno fatto domande su quel giovanotto del piano rialzato di boulevard Princesse Charlotte. Una vera colonia di professionisti, imprenditori, commercianti e uomini d'affari: nel 2001 ci fu addirittura lo storico sorpasso all'anagrafe: l'ultimo censimento della popolazione rivelò infatti che gli italiani residenti erano, per la prima volta dalla fondazione del Principato, più numerosi dei monegaschi.


L'invasione dei nuovi inquilini dei Grimaldi ha fatto dimenticare anche la grande paura del 2000, quando il fisco italiano aveva deciso di smantellare le residenze di comodo nel Principato ed erano state passate al setaccio le fatture inviate in Italia. A quell'epoca ci fu davvero un nomento di panico, perché le fatture monegasche non venivano più riconosciute, poi tutto è rientrato nella normalità. Sul sito Internet dell'Ambasciata d'Italia a Monaco si legge che l'allentamento della tutela francese su Monaco, seguita all'accordo franco-monegasco del marzo 2005, ha contribuito a normalizzare e ad ampliare le relazioni internazionali del Principato.



Si è dunque «aperto per Monaco un nuovo spazio di manovra in materia di adesione alle organizzazioni internazionali e, più in generale, nella gestione dei rapporti con Paesi terzi». Viene infine aggiunto che «tali conseguenze costituiscono una nuova opportunità per l'Italia, di gran lunga il Paese più importante – specie sotto l'aspetto economico – per Monaco, insieme alla Francia». Tanto che il 2 gennaio del 2006 il Consolato Generale d'Italia è stato elevato ad Ambasciata.

La strategia dettata dal principe Alberto, del resto è chiara: Montecarlo non può essere il Paese di ricchi pensionati in cerca di sole e tranquillità né la patria dei capitali in fuga, ma deve trasformarsi in una «piazza d'affari» per l'Europa dove attività commerciali, terziario avanzato e piccola industria siano strategiche. Quindi ben vengano gli ereditieri, i campioni dello sport e i divi del cinema (fanno immagine), ma soprattutto porte aperte agli imprenditori seri.



Soprattutto italiani. Il Principato non ha quindi bisogno di personaggi alla Tulliani, «faccendieri» li chiamano qui sulla rocca. Proprio adesso che in mezzo alla crisi è aumentata la stretta sulle residenze fittizie all'estero e lo scudo fiscale di Tremonti ha riacceso i riflettori sui paradisi fiscali. In una recente intervista al quotidiano locale, Nicematin, il presidente della Associazione monegasca delle attività finanziarie, Étienne Franzi ha parlato di un impatto netto dello scudo pari a 3,44 miliardi di euro.

Ricordando anche che gli italiani oggi rappresentano fra il 40 e il 60% della clientela finanziaria di Monaco. In molti temono che l'affaire Tulliani faccia ripartire la caccia ai fantasmi». Come successe dopo il caso Pavarotti: ebbe guai con il fisco mentre aveva la residenza nel Principato, altri vip si sono spaventati e si sono spostati a Londra. Cam. Con.




Camilla Conti
25/08/2010




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Si affaccia sul balcone senza velo, picchiata dal marito

Il Mattino di Padova

Maltrattamenti in famiglia a Padova. La donna presa a schiaffi e colpita con le scarpe per motivi religiosi. L'uomo, marocchino musulmano, ha malmenato pure il figlio di due anni. La signora ha chiamato i carabinieri e si è fatta accompagnare in pronto soccorso insieme al bimbo




PADOVA

Picchiata perché uscita sul terrazzo di casa senza indossare il velo: è accaduto l'altra sera, poco dopo le 23 in via Curiel. I carabinieri sono stati chiamati da una giovane donna di origini marocchine, successivamente trasportata in ospedale dove è stata medicata e giudicata guaribile in sei giorni, perché il marito - di religione musulmana - si era scagliato contro di lei e contro il loro figlio di poco più di due anni, colpevole soltanto di essersi messo a piangere vedendo la mamma in difficoltà. Il bimbo, a differenza della madre, è stato trattenuto in Pediatria in osservazione.
La donna, una volta dimessa, ha manifestato la volontà di denunciare il marito, tuttavia non l'ha ancora fatto.


L'episodio è accaduto in un appartamento in via Curiel, dove abita il fratello della donna. Lei, insieme al marito e al figlio, era venuta per qualche giorno a Padova da Torino dove abita (il marito è operaio) per stare con parenti. L'altra sera, dopo aver fatto il bucato, è uscita sul terrazzo per stendere la biancheria. Un gesto che ha scatenato l'ira del marito che prima l'ha rimproverata di essere uscita in pubblico senza il velo in testa come «consiglia» la loro religione.


Così ha preso una scarpa e ha cominciato a percuoterla in testa. Poi l'ha schiaffeggiata e le ha pizzicato le guance. Stesso trattamento (pizzicotti) ha riservato al figlio che quattro giorni prima aveva punito mettendogli il braccio sopra il fuoco perché aveva «fatto ciò che non doveva fare». A differenza dell'altra volta, tuttavia, la donna ha deciso di chiamare i carabinieri e di farsi accompagnare in pronto soccorso insieme al bimbo. (p.bar.)


(25 agosto 2010)




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Ecco la bimba appena nata che ha due padri e due madri

Quotidianonet

L'incredibile storia della piccola Rachel Maria, figlia di Sandro Sechi, assistente di Oriana Fallaci fino al 2006, e del marito americano Erik Mercer. Due le 'madri': una ha fornito l'ovulo, l'altra l'ha fatta nascere. La storia pubblicata da 'Oggi'



Boston, 24 agosto 2010 - Sandro Sechi, 40 anni, assistente di Oriana Fallaci fino al 2006, ha avuto una figlia concepita assieme al marito Erik Mercer, 41 anni, figlio di pastori protestanti, sposato nel Massachusetts (uno dei sei stati Usa che permettono le nozze gay).


Un’amica d’infanzia di Erik, Rachel Segall, ebrea praticante, sposata e madre di tre figli, si è offerta come madre surrogata, d’accordo col marito Tony. Ha messo a disposizione solo il proprio utero: gli ovuli impiantati sono di un’altra donna.


In totale, quindi, sono cinque gli adulti coinvolti nella nascita di Rachel Maria, venuta alla luce il 14 agosto a Boston. Il settimanale Oggi pubblica la foto di tutti loro nel letto dell'ospedale dopo la nascita.


"Della madre biologica abbiamo solo visto la foto da bambina e adesso", ha detto Sechi, "Per contratto è anonima, percepisce un compenso, non saprà il risultato della fecondazione assistita, non potremo incontrarla".


Ma di voi, chi è il padre? "Erik ha fecondato tre ovuli, io due. Ne sono stati impiantati tre, non sappiamo di chi".
Quando Rachel Maria sarà grande, cosa le direte? "Che ci sono tanti tipi di famiglie, e che anche la nostra si impegna a fare felici i propri figli e a insegnar loro i valori del vivere civile".


tratto da 'Oggi'




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Ladri di Storia

Il Tempo


Eroi garibaldini ancora decapitati nel 150°dell'Unità d'Italia. Anita in sella sull'impalcatura. Email denuncia di un lettore.


La statua del generale P. Roselli senza testa, sulla passeggiata  del Gianicolo (Foto GMT)


Le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia stanno per iniziare. Alle Scuderie del Quirinale è imminente la grande mostra a carattere storico ma dal forte impatto artistico, a cura di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi. Invece il Gianicolo «ottavo colle, e simbolo del Risorgimento, versa ancora in una situazione penosa», ha scritto in una email di denuncia indirizzata al nostro Direttore un affezionato lettore.

La denuncia «Roma offre al Paese il suo simbolo massimo di Italianità ridotto come il peggor cortile oscuro di una periferia anni Ottanta» accusa il lettore nel suo messaggio. «La statua di Garibaldi irriconoscibile e priva dell'adeguata illuminazione, la sua compagna Anita poggiata da 10 anni su un'impalcatura arrugginita, garibaldini di marmo menomati dai vandali, graminacee che oscurano il panorama che rende famosa la vista da più di quattro secoli».


Memoria e degrado Ieri mattina Il Tempo lo ha constatato. I monumenti sono circondati da erbacce, cartacce e bottiglie di birra abbandonate a terra dai maleducati. C'è ancora un garibaldino con la testa mozzata dai vandali, il generale Roselli. Un altro se lo sono scordato. Menotti Garibaldi è stato dimenticato dal restyling costato «700-800 euro a busto», aveva recentemente ricordato il sovraintendente comunale ai Beni Culturali, Umberto Broccoli.



E i furbi si sono portati via anche i vasi di marmo finemente cesellati sopra le colonne, «finiti ad ornare chissà quale giardino vip» se ne rammaricano i residenti. Alla faccia delle telecamere. Un pessimo biglietto da visita per i turisti americani e giapponesi, che si sono rinnamorati di Roma. Turisti «aumentati del 12 per cento nell'ultimo anno» vantava i numeri ieri mattina al Gianicolo il vicesindaco Cutrufo, mentre le motoseghe accese hanno restituito una parte di panorama offuscato dalla vegetazione infestante. Ma è solo l'inizio.

Punto di vista È innegabile: il colpo d'occhio al Gianicolo è sempre bellissimo. Soprattutto per chi, goduto il panorama, gira sui tacchi e se ne va. Gli alberi, la frescura, il respiro della storia, il cannone che spara a mezzogiorno in punto. Ma a mettersi dalla parte di famiglie e anziani la musica cambia. Ok, è bellissimo. Ma questo simbolo di Roma nel mondo nasconde pure tante insidie per chi voglia viverlo come un parco: nella gimkana di ostacoli inaspettati con cue devono fare i conti nonne che spingono il passeggino dei nipoti e pedoni.



Tra un marciapiedi assassino e l'inciampo di un sampietrino saltato via e finito proprio in mezzo alla strada. Ce lo fanno vedere i residenti. Come Luciana, trasteverina di piazza San Cosimato, 80 anni suonati, che ci ha accompagnato davanti al monumento di Anita, ancora sopra i ponteggi. Il monumento fu realizzato dal nonno di Rutelli. «Er Cicorione» ricordava il nomignolo affibbiato all'ex sindaco, da quando si vantò di essere uno del popolo solo perché mangiava «pane e cicoria».



Come Luciana sono tanti i romani che al Gianicolo ci passano l'estate. Ieri mattina abbiamo parlato con Mimmo, i nonni nostalgici Nina e Vittorio, il ciclista che si lamenta della pista che non c'è, e le teenager Federica e Laura e Gabriele ed Elena, 18 e 19 anni, oggi solo amici, domani forse chissà, che invece il Gianicolo lo vedono bellissimo, perché quando si è giovani e belli tutto il resto passa in secondo piano. Ma per chi non ha più 20 anni è tutta un'altra storia. E, soprattutto, un'altra fatica.

Gli imprevisti «Guardi qua, sono saltati tutti i sampietrini e io come faccio a oltrepassare questa buca con il passeggino» fa notare una nonna, Rosa. Prende in braccio il nipotino di quattro mesi. E prova di nuova a spingerlo. Ma niente, non ci riesce. E magari succedesse solo al Gianicolo. Non va meglio a Trastevere. «Se scende da San Cosimato, qui sotto a via del Moro, via Di Benedetta è tutto dissestato - continua Rosa - e camminare per gli anziani o passare con la carrozzina è uno strazio».



Si lamenta della pista ciclabile che non c'è invece Luigi De Carli, 44 anni, che lavora alle Poste. «Devo zigzagare tra gli alberi abbassando anche la testa se non voglio essere colpito» racconta. Nina e Vittorio, invece, portano a spasso il nipotino Samuel. E ricordano i bei tempi in cui sui prati del Gianicolo i romani ci facevano i picnic. «Quarantadue anni fa venivamo anche noi a mangiare. E quando si tornava a casa non restavano rifiuti». Tutto diverso oggi.



«Adesso, invece, anche potendo farlo, chi se la sentirebbe di sedersi sul prato, sporco com'è» dicono. La colpa è anche dei maleducati, che gettano a terra ogni genere di rifiuti. Persino davanti al momumento dell'eroe dei Due Mondi in piazza Garibaldi ci sono bottiglie vuote di birra. Mimmo invece ci porta davanti ad una panchiaa per uso comitiva.



«Ci potrebbero stare seduti almeno sei persone - dice -. Invece è divelta da chissà quanto e poggia in un equilibrio precario». E l'orizzonte? «Hanno iniziato a potare ma c'è ancora tanto da fare. E questo grosso albero sul viale di Villa Corsini è caduto da anni ma è ancora lì». E occhio se si cammina con sandali o infradito. «Meglio camminare guardando in basso - suggerisce Mimmo - perché le cornici di marmo che circondano gli alberi sono saltate via e ci si potrebbe inciampare».



Grazia Maria Coletti
25/08/2010




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Il coraggio di costruire

Corriere della Sera


Le nazioni, le famiglie e le squadre di calcio provano nostalgia per il passato prossimo. Hanno l’impressione che, prima, tutto andasse bene. Se non proprio bene, comunque meglio. L’Italia non fa eccezione. Dopo un’estate meteorologicamente incomprensibile e politicamente cattiva, dove la mondanità ha i sorrisi da Photoshop e il tormentone è la battuta di due ragazze sulla spiaggia di Ostia, è normale guardare indietro con rimpianto. Non siamo solo ripetitivi: siamo bloccati. Litighiamo per le stesse cose, nello stesso modo, con le stesse persone. L’Italia non è stata mai perfetta. Ma quasi sempre era un’imperfezione ottimista.
Nell’estate 1960 le Olimpiadi di Roma segnavano la consacrazione di un Paese che ce l’aveva fatta: quindici anni dopo una sconfitta umiliante, l’Italia faceva registrare un aumento del Pil — si tenga saldo, ministro Tremonti — del 8,3%. Mina cantava «Il cielo in una stanza» e quella stanza si poteva affittare: lo stipendio di un operaio era di 47 mila lire al mese e un giorno di pensione sull’Adriatico costava 600 lire. A Roma, quell’estate, si svolsero le Olimpiadi. David Maranis, premio Pulitzer, scrive: «Furono i Giochi che cambiarono il mondo ». Sponsorizzazioni e televisioni, russi e americani, spie e competizioni, doping e rivoluzioni, gli occhiali da sole di Livio Berruti, i piedi nudi di Abebe Bikila e la sfrontatezza di un pugile diciottenne, Cassius Clay, il futuro Mohammed Ali, la prima pop star sportiva della storia. E l’Italia era lì, tramonti romani e gente in festa, teatro di tutto questo.
Non era il paradiso. Era il solito purgatorio: ma le anime, allora, sognavano. Nel 1960 transitarono ben tre governi — Segni 2, Tambroni 1, Fanfani 3 — ma i politici, mentre litigavano, facevano: leggi, case, autostrade. Migrazioni interne, idee nuove, il cardinale Ottaviani che attaccava i socialisti «novelli anticristi». Neppure i drammatici scontri di Genova — centomila manifestanti contro il congresso del Movimento sociale italiano — riuscirono a cambiare l’umore nazionale, raccontato da Gabriele Salvatores nel suo film «1960» attraverso immagini televisive del tempo (sarà fuori concorso il 5 settembre alla Mostra del Cinema di Venezia).
Il buonumore delle nazioni è una cosa seria. Non dipende solo dal fatto di vivere in tempo di pace: questa è una fortuna di cui godiamo da tempo, ma l’apprezza solo chi ha più di settant’anni, e ricorda la guerra in casa. L’umore nazionale non è neppure soltanto una questione di potere d’acquisto. Da cosa dipende, allora? Semplice: dalla sensazione d’essere dentro una storia che va avanti.
Senza questa capacità narrativa, una comunità non vive: sopravvive. Magari si diverte, spende e spande per mascherare incertezza e delusione. Ci sono abitudini italiane che hanno l’aria d’essere tattiche consolatorie. Penso alle ubique allusioni sessuali (pubblicità in testa), non seguite da un’altrettanto strabiliante esuberanza sessuale; all’ossessione per qualsiasi gadget o al fatto che metà dei maschi adulti siano diventati gourmet, gli altri ciclisti e giardinieri (la libido prende strade strane).
L’Italia 0 si sentivadel 1960 una protagonista in cammino. I genitori faticavano pensando: i nostri figli staranno meglio. Nell’Italia del 2010 sappiamo tutti — padri, madri, figli — che la nuova generazione precarizzata starà peggio, e già ha bisogno di aiuto (per la macchina, per la prima casa). È un ribaltamento innaturale: la nazione che lo accetta è nei guai. 


La lettera: «Scrivo al mio Paese» di Walter Veltroni


25 agosto 2010



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A 160 all'ora, l'auto decolla e si schianta contro pilastro. Salvo

IL Mattino

SUGARCREEK TOWNSHIP (24 agosto) - Un incidente incredibile, così come il fatto che il protagonista, un 19enne dell'Ohio, gli sia sopravvissuto. Già, perché guardando il video, filmato da una pattuglia della polizia, al ragazzo alla guida dell'auto che corre, esce di strada e poi decolla per schiantarsi contro un pilone dell'autostrada, si sarebbero date poche chance

La macchina sembra disintegrarsi contro la colonna, uno scontro davvero impressionante.








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Vecchio militante del Msi zittito da Bocchino e i suoi

di Redazione

Caro Direttore,

le scrivo per segnalare quanto accaduto sulla pagina Facebook di Generazione italia, dove basta esprimere la propria opinione, senza offendere nessuno, sulla casetta del Principato, per essere cancellati subito e venire quindi inibiti dal poter fare qualsiasi altro commento. Inviterei i lettori a provare. Io l’altroieri ho solo scritto «Credo sia giusto che il “cognatino” restituisca la casetta di Montecarlo». Dopo due minuti il mio intervento è stato cancellato e il mio nominativo rimosso.

Sono stato militante del Fronte del Gioventù e del Msi negli anni in cui si moriva per difendere le proprie idee. Ho avuto Fini segretario nazionale del Fdg e Almirante nel Msi. Sono stato eletto a Napoli nelle fila del Msi quando avevo appena compiuto 18 anni; le mie lacrime di gioia ed emozione, al momento del mio insediamento, furono accolte dall’allora sindaco di Napoli Valenzi, del Pci, che mi consegnò una targa quale il più giovane consigliere circoscrizionale d’Italia.

Ho visto amici e militanti perdere la vita in quegli anni, quindi se quella casa è stata donata dalla contessa per difendere quelle idee, in quelle mura ci sono anche i sacrifici dei militanti d’allora. Italo Bocchino non conosce nulla di quei tempi, e quindi mi sentivo in dovere di esprimere il mio pensiero su Generazione Italia in maniera corretta e civile, avendo forse io un pochino di titolo in più. Ho quindi riprovato, tramite il profilo Facebook di un mio amico, a fare la stessa cosa, cioè a esprimere il mio parere su tutta la questione. Ma appena Bocchino e compagni leggono la parola magica «Montecarlo» ti oscurano subito.

Desidero inoltre esprimere il mio ringraziamento per il suo lavoro e per aver fatto emergere questa triste, sporca, squallida vicenda che offende noi tutti e anche la memoria dei militanti caduti.




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