giovedì 19 agosto 2010

Assenteisti da record. I 400 giorni a Cuba dello statale in malattia

Libero





Di Chiara Buoncristiani - Quarantatrè anni,  agente della polizia provinciale di Latina a 1300 euro al mese di stipendio, Carlo P. ha collezionato in sei anni oltre 400 giorni di assenza per malattia. Con un particolare decisivo: tutti i certificati medici sono arrivati via fax direttamente dall’Avana. Nell’isola di Fidel  l’agente passa regolarmente i suoi trenta giorni di ferie. Poi ci pensano timbro e firma  dell’autorità sanitaria cubana a garantire che Carlo sia impossibilitato a riprendere un volo diretto in Italia  per venti, quaranta o anche  sessanta giorni.

Come dire, per ogni epidemia c’è un vaccino, il problema nasce solo se il virus muta. Per l’assenteismo endemico degli impiegati statali c’è stata la cura  Brunetta, con le visite fiscali e i controlli incrociati, terapia buona per costringere all’effecienza un bel numero di fannulloni.  Poi però è arrivato Carlo P. e ha messo in crisi il sistema con le sue malattie “cubane”. Per i colleghi della Provincia pontina l’agente P. è ormai il nemico pubblico numero uno.


C’è chi lo immagina sdraiato al sole con sigaro nella destra e bicchiere di rum nella sinistra e chi, più concretamente, ha cominciato a raccogliere “prove” da sottoporre all’attenzione del presidente della Provincia Armando Cusani. Nel 2004 sono stati 40 i  giorni di assenza forzata dal lavoro. Un centinaio tra il 2005 e il 2006. Una settantina nel 2007 e altri cento tra il 2008 il 2009. Creative le cause di malattia: si va dalla rottura di un dito all’infezione, dal colpo ricevuto alla nuca fino all’influenza esotica. Una salute così fragile e cagionevole che lo scorso anno, al ritorno dai Caraibi, Carlo P. fu sottoposto a visita collegiale - quella cui sono chiamati i  dipendenti che per due anni di seguito si  ammalano per più di un mese - per verificare se fosse ancora  idoneo a fare l’agente. Risultò  idoneo.


Il massimo però è stato raggiunto quest’anno, quando sulla scrivania di Cusani è arrivato il secondo certificato consecutivo per ipertensione arteriosa.  «Ho dovuto scegliere se invocare  l’intervento di qualche luminare della medicina per evitare che il dipendente si ammali sempre», commenta Cusani, «o far scattare tutti i possibili meccanismi di verifica. Ma visto che le sue malattie non sono mai né gravi, né cronico-regressive ho scelto la seconda strada».


Per niente semplice mandare una visita fiscale ai Caraibi. La legge Brunetta prevede che il controllo per certificati inviati durante le ferie sia immediato con tanto di ispettore  nel luogo della vacanza, ma non arriva a contemplare che la località da visitare si trovi oltreoceano. E allora la Provincia di Latina, che per ironia della sorte fu la prima a firmare il protocollo Brunetta per le pubbliche amministrazioni sta cercando di agire su due fronti. «Come prima azione abbiamo reiterato all’ambasciata italiana presso Cuba la richiesta per la visita fiscale. Lo avevamo fatto anche lo scorso anno, ma le autorità dell’Habana  si sono dimostrate “refrattarie”  a causa dei rapporti non troppo buoni con l’Italia che da sempre denuncia il mancato rispetto dei diritti umani a Cuba», spiega Cusani. Che nel frattempo ha presentato un esposto alla Procura e depositato alla magistratura un dossier con la sequenza di richieste di ferie e certificati di malattia.  «Quando rientrerà dai Caraibi lo convoco subito perché sono molto curioso», conclude il presidente della Provincia, «vorrei davvero capire se ha bisogno della benedizione di qualche santo o se è solo molto furbo».

19/08/2010






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Perugia, inchiesta sul patrimono immobiliare di Elisabetta Tulliani

Quotidianonet

"Aperto un fascicolo modello 45", quello che contiene notizie che potrebbero tramutarsi in ipotesi di reato, con conseguente iscrizione nel registro degli indagati. L'anticipazione è del settimanale "Panorama"




Perugia, 19 agosto 2010 - La procura di Perugia ha appena avviato un'inchiesta sul patrimonio di Elisabetta Tulliani, la compagna del presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini. Ne dà notizia il settimanale Panorama, in un articolo sul numero in edicola da domani, venerdì 20 agosto.

Nel capoluogo umbro, secondo Panorama, è stato aperto un fascicolo «modello 45», cioè quello che contiene notizie che potrebbero tramutarsi in ipotesi di reato, con conseguentI iscrizioni sul registro degli indagati.

Alla base dell'iniziativa giudiziaria sono le dichiarazioni rilasciate da Luciano Gaucci, ex proprietario del Perugia Calcio (per il cui fallimento era finito sotto processo con l'accusa di bancarotta fraudolenta), e che dal 1997 al 2004 è stato legato a Elisabetta Tulliani. Gaucci sostiene che molti dei beni appartenenti alla ex compagna le furono «intestati fiduciariamente».

fini-tulliani


E proprio a Panorama il 12 agosto aveva dichiarato: «Se la procura di Perugia ritiene illecito il mio patrimonio e lo ha sequestrato, perché non fa la stessa cosa anche con i beni che ho affidato alla mia ex compagna? O, almeno, perché non le chiede di dimostrare l'origine della sua ricchezza».





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Blitz su nave attivisti diretta a Gaza: militari Israele arrestati per furti a bordo

IL Messaggero

 

TEL AVIV (19 agosto) - Almeno quattro militari israeliani sono stati arrestati in questi giorni nell'ambito delle indagini sul furto di computer e telefonini di attivisti filo-palestinesi che erano a bordo della flottiglia attaccata il 31 maggio scorso mentre cercava di rompere il blocco della Striscia di Gaza. Un blitz finito nel sangue con l'uccisione di 9 attivisti turchi.

In manette sono finiti in particolare un tenente,
comandante di una delle unità dei reparti d'elite intervenuti nel cruento abbordaggio, accusato - rivela oggi il giornale Yediot Ahronot - dalla polizia militare israeliana di aver rubato fra 4 e 6 computer portatili, nonché un soldato - che lo avrebbe aiutato a piazzare parte del maltolto - e almeno altri due militari, coinvolti nell'acquisto della refurtiva.

I primi due sono in arresto, anche se le
responsabilità del soldato (che secondo il suo legale avrebbe capito solo dopo la vendita d'aver avuto a che fare con materiale ricettato e che comunque ha raccontato tutto agli investigatori denunciando l'ufficiale) appaiono minori. Mentre gli altri sarebbero per ora in stato di fermo e sotto interrogatorio.

L'indagine comunque è ancora in corso e non si
escludono ulteriori sviluppi, ha riferito al giornale una fonte della procura militare. «L'inchiesta è appena agli inizi - ha detto la fonte -, ma se quello che sembra sarà provato si tratta di una vicenda imbarazzante e vergognosa. Questi soldati non comprendono il valore dell'uniforme che indossano».

Commenti improntati a sdegno e a preoccupazione
per il proliferare di scandali nei ranghi delle Forze Armate sono riecheggiati intanto anche da parte di esponenti politici israeliani, soprattutto di opposizione. Accuse di furti a bordo della flottiglia erano state avanzate dai reduci fin dal loro rilascio. Un'attivista italiana aveva denunciato
anche l'uso della sua carta di credito avvenuto dopo che questa era stata confiscata con i suoi effetti personali dai militari.





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Addio al suonatore di cornamusa che sfidò i tedeschi in Normandia

Corriere della sera

Morto Bill Millin, che suonò sotto il fuoco nemico


AVEVA 88 ANNI

Bill Millin sbarca in Francia
Bill Millin sbarca in Francia
«Millin, Berretti blu», urlava ne Il giorno più lungo l'attore Peter Lawford che impersonava Lord Lovat, il comandante dei commandos britannici sbarcati in Normandia. E il suonatore di cornamusa Bill Millin, che nel film era addirittura interpretato dal cornamusista ufficiale della Regina madre, Leslie de Laspee, marciava avanti e indietro sulla spiaggia battuta dai proiettili delle mitragliatrici tedesche suonando Blue Bonnets over the Border (Berretti blu oltre la frontiera, una melodia tradizionale scozzese) mentre i soldati applaudivano o gli urlavano «Buttati giù, maledetto pazzo».

Finzione cinematografica? No, tutto autentico. E il vero Bill Millin, che attraversò indenne la spiaggia normanna di Sword (una foto famosa di quel giorno lo mostra di schiena mentre sta scendendo dal mezzo da sbarco con la spiaggia sullo sfondo), è morto nel Devon a 88 anni il 17 agosto, ricordato oggi da un lungo articolo sul Daily Telegraph.

SUONANDO SOTTO IL FUOCO - La brigata dei commandos di Lovat aveva il compito, dopo lo sbarco, di andare verso il fiume Orne e prendere contatto con i paracadutisti inglesi che avevano conquistato i ponti sul fianco sinistro dello schieramento alleato. Pochi chilometri, ma una distanza lunghissima da percorrere sotto il fuoco nemico. Millin, con la sua cornamusa e il suo gonnellino con il tartan dei Cameron Highlanders, se li fece quasi tutti suonando Hieland Laddie e The Road to the Isles in piedi tra i soldati, visibilissimo anche per i tedeschi che sparavano da tutte le parti (la cornamusa fu danneggiata dalle schegge ma restò utilizzabile).

«Non dimenticherò mai il lamento della cornamusa di Bill - disse molti anni dopo il veterano Tom Duncan -. E' difficile da descrivere l'effetto che faceva. Ci tirava su il morale e aumentava la nostra determinazione. Ne eravamo orgogliosi e ci ricordava la patria e i motivi per i quali stavamo combattendo, per le nostre vite e per quelle dei nostri cari». In serata Millin, che allora, nel 1944, aveva 22 anni, chiese ad alcuni prigionieri tedeschi perchè non gli avessero sparato e quelli gli risposero che pensavano fosse un pazzo per cui non valeva la pena sprecare proiettili.


DALLA NORMANDIA A LUBECCA - Scozzese di Glasgow, Millin aveva incontrato Lord Lovat, il capo ereditario del clan Frasier e discendente di una lunga dinastia di combattenti scozzesi, nel 1941, quando erano entrambi nei commandos, le truppe speciali che compivano incursioni «mordi e fuggi» nell'Europa occupata dai tedeschi: il Lord gli offrì di diventare il suo attendente ma lui rifiutò e così divenne il cornamusista personale (il piper) del comandante. In quel ruolo si fece un bel pezzo di guerra, dalla Normandia all'Olanda e fino a Lubecca, una delle più importanti città tedesche conquistate dall'esercito britannico.

Alla fine del conflitto se ne tornò alla vita civile. Ma la sua cornamusa (che ora, dice il Telegraph, si trova al National War Museum di Edinburgo) risuonò ancora nel 1995 ai funerali di Lord Lovat, il suo capo, che dopo la guerra era anche diventato, per un po', il suo datore di lavoro. D'altronde il legame tra i due era fortissimo, cementato dalla comune origine. Un esempio? Il ministero della Guerra, dopo le forti perdite subite dai suonatori di cornamuse nella prima guerra mondiale, aveva proibito il loro impiego sui campi di battaglia. «Ah, ma quello è il ministero della Guerra inglese - disse Lovat . Tu ed io siamo scozzesi, per noi non vale». E Millin se ne partì per la Normandia.


Redazione online
19 agosto 2010



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Giro di escort - Assessore leghista si dimette gestiva un sito di squillo

Antidoping, la procura sequestra le analisi

La Nazione

Gli uomini della pg della Forestale hanno preso i documenti sia all'ufficio Palio che all'UnireLab


Siena, 19 agosto 2010 - Il tormentone degli otto cavalli trovati "non negativi" alle previsite al Ceppo e poi "scagionati" dalle nuove analisi dell’UnireLab di Milano, si arricchisce di un nuovo capitolo. Il giorno del Palio dell’Assunta, infatti, i documenti relativi agli accertamenti sulle provette di sangue effettuati dall’Università di Pisa sono stati sequestrati. Un atto compiuto dalla Forestale, attraverso gli uomini della sezione di polizia giudiziaria del procura, su disposizione del sostituto procuratore Mario Formisano che già in passato si è occupato della Festa, a partire dal caso di Amoroso, il cavallo del Bruco morto nel 2004. Gli agenti si sono recati in Comune, all’Ufficio Palio, dove è conservato l’esito delle analisi condotte con il metodo "Elisa", test molto simile a quello per rilevare la gravidanza. Non solo.


L’inchiesta si è allungata fino a Milano, all’UnireLab, dove erano state inviate alcune provette per svolgere riscontri che non hanno il carattere dell’ufficialità, come è stato ricordato da palazzo pubblico, ma sono servite a calmare le acque. Perché, è ormai noto, l’esito del riscontro comunicato ai proprietari degli otto cavalli, fra cui Già del Menhir e Lampante, era negativo. Ossia, tutto a posto. Anche l’esito degli accertamenti-bis è stato sequestrato dalla magistratura. Unirelab, per inciso, "è una società di intera proprietà dell’Unire, istituita nel 2003. Alla stessa — si legge nel sito — sono state affidate le attività di analisi antidoping sui cavalli da corsa, precedentemente gestite da Unire. Offre una serie di servizi diagnostici ai privati, a partire dai controlli tossicologici su cavalli, a quelli genetici e sulle cause di morte".

Viene naturale chiedersi come mai sia scattato il sequestro: qualcuno ha presentato un esposto? Oppure si tratta di un accertamento d’iniziativa della magistratura che, magari, ha un respiro più ampio? Certo è che la scelta del giorno è stata perfetta perché lunedì la testa dei senesi sarebbe stata concentrata solo sulla Carriera dell’Assunta. E, magari, il sequestro dei documenti riguardanti gli otto cavalli, poteva passare inosservato. Così come la "visita" milanese. Viene da pensare che si vogliano confrontare i due accertamenti. Il primo svolto a Pisa con un metodo, spiegava il sindaco alle prove all’alba dei cavalli, "talebano in quanto consente di avere risposte in tempi rapidi per la Festa anche se possono esserci poi dei falsi positivi in quanto rilevano nel sangue sostanze in sospensione ma che non hanno alcun effetto per quanto riguarda l’alterazione dello stato generale dell’animale".

Meglio insomma eliminare in via precauzionale i "sospetti", non facendoli partecipare alla Tratta, piuttosto che correre dei rischi. Una prudenza che alcuni giudicano eccessiva ma finalizzata alla salvaguardia della Festa. "Si cerca uno zuccherino in una petroliera", ama ripetere infatti il professor Giulio Soldani che dirige il dipartimento di Clinica veterinaria convenzionato (la giunta ha approvato lo schema il 12 maggio scorso) con palazzo pubblico per il test sulle provette di sangue prelevate al Ceppo ai cavalli in età da Piazza. L’invio a Milano di altro materiale ematico, analizzato con metodi differenti, scagiona solo virtualmente i proprietari. Nel senso che l’ordinanza numero 42 del 13 maggio 2010 "recita che le eventuali richieste di analisi di revisione... dovranno essere formalizzate dal proprietario del cavallo al Comune entro 5 giorni dalla comunicazione dei risultati delle analisi di prima istanza. Trascorso tale periodo questi ultimi si considerano accettati da tutte le parti".

Passaggio, insomma, che chiude il cerchio e può discolpare oppure confermare la positività, ufficialmente e definitivamente, dei cavalli chiamati in causa. I proprietari — ecco un altro tassello — possono richiedere a proprie spese verifiche di revisione da svolgere "presso strutture accreditate diverse da quelle responsabili delle analisi di prima istanza, indicate dall’amministrazione comunale". Un rompicapo dove adesso ha messo gli occhi anche la procura della repubblica. Ma per cercare cosa? Non è da escludere che si vadano a ricercare anche analisi e contro-analisi di Palii precedenti.


Laura Valdesi




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Pazzo per figlia del capo Arrestato tre volte in quattro giorni

Quotidianonet

La storia del 25enne è cominciata quasi per caso nel dicembre 2009, durante la cena aziendale che gli aveva fatto incontrare la figlia 22enne del suo, allora, datore di lavoro di Fara Olivana



Bergamo, 19 agosto 2010 - La figlia del suo ex capo è davvero diventata un'ossessione visto che, per la terza volta in appena quattro giorni, è tprnato in carcere con l'accusa di stalking. Neppure il processo e le successive 48 ore trascorse in cella, sono bastati a farlo desistere dal suo obiettivo.
Così, I.S.K., ivoriano 25enne di Verdello, nel pomeriggio di mercoledì 18 agosto, appena lasciato il carcere di via Gleno, è tornato nuovamente a colpire, ignorando le raccomandazioni e le imposizioni della legge, ubbidendo solo alle cieche leggi del cuore, tornando a ripresentarsi sotto la casa dell'amata.
La storia del 25enne è cominciata quasi per caso nel dicembre 2009, durante la cena aziendale che gli aveva fatto incontrare la figlia 22enne del suo, allora, datore di lavoro di Fara Olivana. L'ivoriano non conosce nè il nome nè l'età della ragazza che gli ha fatto perdere la testa, nè ha mai avuto occasione di parlarle. Ha cercato invece di incontrare il padre per chiedere la sua mano, secondo la tradizione del suo Paese d'origine.
E dopo il primo episodio, domenica sono scattate di nuovo le manette perchè l'uomo non ha rispettato un ordine di allontanamento. "Ero andato dal padre per scusarmi" - si è giustificato - . Così si sono aperte di nuovo le porte del carcere con un divieto di dimora in provincia di Bergamo. Il giudice lo interrogherà di nuovo venerdì.






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Casa An, Feltri insiste: «I finiani parlano di dossier, dicano la verità»

Il Messaggero


ROMA (19 agosto) - «I finiani dicano come stanno effettivamente le cose e piantiamola lì. Se viceversa continuano a liquidare questa storia come frutto di dossieraggio e killeraggio, non arriveranno mai a capo di niente e rimarrà il sospetto che sotto ci sia del losco».

L'esortazione a dire la verità sull'appartamento di An
arriva dal direttore del Giornale Vittorio Feltri, secondo cui Gianfranco Fini «oltre al problema della casa a Montecarlo ha quello dell'inaffidabilità dei collaboratori di cui si circonda, gente che non è neppure in grado di capire quanto legge sul Giornale e nei lanci d'agenzia e risponde a vanvera alle nostre osservazioni».

Nel suo editoriale Feltri torna sull'intervista,
pubblicata ieri, all'imprenditore Giorgio Mereto, che avrebbe affermato di aver visto il presidente della Camera nell'appartamento di Montecarlo. Intervista smentita da Mereto e la cui registrazione audio è ora pubblicata sul sito web del quotidiano. Il direttore del Giornale parla di «documento inoppugnabile» e accusa l'entourage di Fini di «non smentire né confermare, limitandosi a discettare sulla scorta e su bazzecole del genere che non inficiano la sostanza dell'intervista»
.
«Noi non stiamo cercando un assassino», scrive Feltri.
Vogliamo solo verificare se il presidente della Camera conosceva quell'appartamento per esserci stato oppure se, come dice lui, non se n'è mai occupato eccetto nell'occasione in cui ha firmato la procura a vendere per una cifra irrisoria. Strano - conclude - che non si avverta l'esigenza di maggiore chiarezza e si insista nel dipingere la redazione del Giornale come un manipolo di manganellatori».




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Il berlusconismo è slogan e editti Vergogna per non averlo capito prima»

Corriere della sera

FareFuturo: «Il berlusconismo è killeraggio. Proviamo senso di colpa che però non prevede il silenzio»



l'affondo sul sito della fondazione di fini. Granata: A settembre una forza politica


L'editoriale di Rossi sul sito  di FareFuturo
L'editoriale di Rossi sul sito di FareFuturo
MILANO - «Nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non coincida con il dossieraggio e con i ricatti, con la menzogna che diventa strumento per attaccare l'avversario e distruggerlo». È questo l'affondo di FareFuturo. Il duro editoriale di Filippo Rossi, pubblicato sul sito della fondazione vicina a Gianfranco Fini, arriva all'indomani dell'appello a «non tradire il mandato elettorale» lanciato dal presidente del Consiglio ai «finiani moderati» e alla vigilia del vertice del Pdl. Rossi accusa il berlusconismo di nutrirsi «di propaganda stupida e intontita, di slogan, di signorsì e di canzoncine ebeti da spot pubblicitario».



«SENSO DI COLPA» - «Eravamo convinti - scrive il direttore del periodico - che fosse un semplice dibattito politico, il confronto tra due idee di centrodestra, e che tutto potesse scorrere nei canali della democrazia interna a un partito». Certezze in base alle quali, spiega la fondazione vicina al presidente della Camera, «abbiamo difeso per anni Berlusconi, sperando nella sua capacità di spiccare il volo e diventare un grande politico, uno statista». Per questo motivo, Rossi ammette: «Il pensiero corre ai sensi di colpa per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa. E oggi che gli editti toccano da vicino, è fin troppo facile cambiare idea. Oggi ha ragione chi dice: perché non ci avete pensato prima? Non c'è una risposta c- prosegue l'editoriale - che non contempli un pizzico di vergogna. Un vergogna che, però, non prevede ora il silenzio, il ripetersi di un errore».


«QUESTIONE DI DEMOCRAZIA» - Per Farefuturo, dunque, la questione, non è più soltanto politica: «È una questione di civiltà. Di democrazia. E di libertà», si legge sul suo periodico online. «Questioni forse più grandi di noi - continua l'articolo - che impongono una scelta difficile. Intendiamoci, tutto questo poi non impedisce la "politica", non impedisce di trovare accordi per governare il paese. Si parla d'altro. Si parla di qualcosa di più. Perchè quello che abbiamo visto in questi ultimi tempi, tra documenti di espulsione e attacchi sguaiati alle istituzioni che sembrano concepite come proprietà privata e non come bene pubblico, relazioni internazionali di dubbio gusto e killeraggi mediatici, per non parlare delle questioni etiche trasformate in propaganda di partito, ecco, tutto questo dimostra che c'è una distanza culturale prima di tutto. E che la scelta a questo punto - conclude Rossi - è se stare o meno dalla parte di una politica che si possa dire davvero laica e liberale».



«FINI ESPULSO» - È scontro intanto sull'appello di Berlusconi ai «finiani moderati». «Noi siamo leali con gli elettori, con Gianfranco Fini e con Silvio Berlusconi. Sinora a tradire, a strappare il patto con gli elettori sono stati quelli che hanno deciso di escludere Fini dal Pdl» è l'attacco del fianiano Adolfo Urso. Al quale ha prontamente replicato Jole Santelli. «Fini non è mai stato espulso da nulla». Il problema politico è - sostiene la deputata Pdl Santelli - di capire se gli aderenti a Fli vogliono o meno rispettare l'impegno con gli elettori: programma di governo e sostegno a Berlusconi come Presidente del Consiglio. Ha ragione Della Vedova: il resto sono chiacchiere».



NUOVA FORZA POLITICA - Nel frattempo, il deputato Fli Fabio Granata annuncia: «A settembre costruiremo attorno a Gianfranco Fini il profilo di una forza politica modernissima ma intrisa di Memoria Storica. Culturalmente consapevole ma popolare. Una forza in grado di progetti lungimiranti all'altezza del modello Italiano». «Le categorie politiche del '900 basate sulla contrapposizione radicale di destra e sinistra - scrive Granata sul prossimo numero de Gli Altri - hanno esaurito la loro funzione. Siamo in una fase di trasformazioni e passaggi. Si tratta di porre le basi di un progetto ambizioso che sappia affrontare la sfida della modernità senza rifugiarsi nel passato delle radici, guardando al futuro che certo è vitale solo se è consapevole della propria storia».



Redazione online
19 agosto 2010



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Cossiga, l'addio tra parenti e amici

Il Tempo


I funerali privati a Sassari: un lungo applauso ha accolto il feretro del presidente emerito. Stamattina cerimonia nella chiesa romana di S. Carlo al Corso con gli amici più cari. L'omelia: "Francesco picconava per amore".


FOTO L'ultimo saluto  

MESSAGGIO La lezione del Presidente

STORIA Gladiatore della Fede Anticipatore della Grande Riforma





I funerali di Francesco Cossiga

In migliaia per l'ultimo saluto al Presidente emerito Francesco Cossiga. I funerali sono stati celebrati nella chiesa di San Giuseppe a Sassari, esequie in forma strettamente privata, così come richiesto dall'ex Capo dello Stato, ma che non hanno impedito a una moltitudine di cittadini di partecipare alla messa funebre. Avvolto nel tricolore e nella bandiera dei Quattro Mori, il feretro è stato accolto da un lungo applauso.


PICCHETTO D'ONORE Nel picchetto d'onore, oltre a uomini della Brigata Sassari, dei Granatieri di Sardegna, da incursori del Comsubin per la Marina, da operatori del Gis per l'Arma dei Carabinieri e da operatori del Nocs per la Polizia di Stato, c'erano anche i paracadutisti della Brigata Folgore (compresi incursori del nono Reggimento d'assalto). La salma dell'ex presidente era partita con un C130 dall'aeroporto di Ciampino alla volta di Alghero, dopo che questa mattina alle 7.30 erano state celebrate le sacre esequie nella chiesa di San Carlo in via del Corso, a Roma. A questa cerimonia erano presenti i parenti stretti e pochi intimi.



OMELIA "Una preghiera per me, si ricordi di pregare per me", raccomandava il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, ai sacerdoti e agli amici quando li salutava. Lo ha raccontato, durante l'omelia, il rosminiano don Claudio Papa, amico e  confidente di Francesco Cossiga, che nella Chiesa di San Carlo al Corso, questa mattina, ha officiato le esequie del presidente emerito della Repubblica. Questa mattina alle 7.30 la bara con la salma di Francesco Cossiga era davanti l'altare della Chiesa San Carlo al Corso di Roma, avvolta nel tricolore e nella bandiera sarda dei quattro mori, come  aveva disposto il senatore a vita. 



Nei primi banchi c'erano i figli Giuseppe e Anna Maria, i familiari, i collaboratori del presidente e gli amici più intimi. Nessun picchetto d'onore, nessuna corona di fiori e nessuna autorità, solo due vasi di rose rosse vicino la bara. Alle sacre esequie erano presenti pochissime persone con le lacrime agli occhi per la commozione. Una celebrazione sobria per un ex Capo di Stato che, come ha ricordato Don Claudio Papa durante l'omelia, "ha coltivato la fede in Cristo con una pratica costante, diceva il rosario ogni giorno. La fedeltà alla Santa Messa domenicale è stata per lui punto di riferimento, pertanto è necessario avere «fiducia nella sua  resurrezione".





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Sbarco di clandestini da uno yacht

La Stampa

Gli immigrati sono curdi


Sono sbarcati da uno yatch di lusso, i clandestini arrivati nella notte sulla costa ionica Reggina, a Riace. A raccontarlo sono stati gli stessi immigrati, sentiti dalle forze dell’ordine. Tutti sono stati concordi nel dire che l’ imbarcazione sulla quale hanno viaggiato per almeno 6 giorni dopo essere partiti dalla Turchia, era lussuosa. Il natante, una volta arrivato ad una cinquantina di metri dalla riva, si è fermato ed uno scafista ha raggiunto a nuoto la terra. Quindi ha steso un cavo grazie al quale ha poi effettuato il trasbordo degli immigrati a bordo di un gommone senza motore.

Nel gruppo di immigrati ci sono 51 uomini, 36 donne e 35 bambini, una decina dei quali con meno di due anni. Le loro condizioni sono complessivamente buone, anche se un uomo, due bambini ed una donna incinta sono stati portati nell’ospedale di Locri perchè disidratati. Sono tutti di etnia curda provenienti da vari Paesi: Iraq, Afghanistan, Siria e Turchia. A dare l’allarme sono stati alcuni automobilisti dopo avere visto gli immigrati camminare sulla statale 106. Una volta rintraccianti, i migranti sono stati condotti in una struttura messa a disposizione dal Comune di Camini dove sono stati rifocillati dai volontari della protezione civile. Le forze dell’ordine non escludono che il gruppo potesse essere più numeroso e che altri immigrati possano essersi allontanati dalla zona dello sbarco prima del loro arrivo.

“Chiediamo all'Alto Commissario di vigilare sul diritto alla protezione internazionale, soprattutto in merito ai nuclei familiari con minori, dei profughi curdi sbarcati nella zona di Riace e intercettati stamani lungo la SS 106. Sia in Iran che in Iraq, Afganistan e Siria sono in corso drammi umanitari e persecuzioni. Il rischio è che si tenti in ogni modo di ignorare i loro diritti e di deportare quanti più profughi possibile. E' importante evitarlo e assicurare ai rifugiati corrette procedure in presenza di rappresentanti dell'Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite”. Lo scrivono, in una lettera urgente inviata questa mattina a Navi Pillay, Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, e ad Antonio Guterres, Alto Commissario Onu per i Rifugiati, i co-presidenti dell’Ong‘EveryOne’ Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau.

Gli attivisti, che hanno contattato anche la portavoce dell’Unhcr Laura Boldrini, chiedono inoltre al Ministero dell’Interno e al Governo italiano di attenersi alle procedure internazionali in materia di diritti umani e di considerare significativamente i serissimi rischi corsi dai profughi nell’eventualità di un rimpatrio forzoso nei rispettivi Paesi d’origine, conferendo loro la debita protezione umanitaria.




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Colombia, italiano condannato a 15 anni per pedofilia

Quotidianonet

L'uomo, 75 anni, è ingegnere di Udine; era stato arrestato nel marzo 2009, con l'accusa di abusato di due ragazzini 14enni nella sua casa a Cartagena. Dovrà affrontare un altro processo per la morte di un 15enne

Un bambino spaventato
Un bambino spaventato


Roma, 19 agosto 2010 - Paolo Pravisani, un cittadino italiano di 75 anni, è stato condannato in Colombia a 15 anni di carcere con l’accusa di pedofilia. Lo riporta il sito web del giornale colombiano El Heraldo. Secondo il tribunale che lo ha condannato, lo scorso anno Pravisani ha abusato sessualmente di due ragazzini di 14 anni nella sua casa di Cartagena, situata nell’esclusivo quartiere Crespo.

Il 23 febbraio 2009, uno dei due ragazzini morì apparentemente a seguito di una overdose di cocaina, dopo essersi recato nella casa di Pravisani. L’italiano, attualmente rinchiuso nel carcere di Ternera, a Cartagena, è stato riconosciuto colpevole anche di induzione alla prostituzione e pedopornografia.


Pravisani, condannato anche ad una multa di 56 milioni di pesos (circa 28.000 dollari) e all’espulsione dal Paese al termine della pena, deve affrontare ancora un altro processo in corso per la morte nel suo appartamento a Cartagena di un altro bambino di 15 anni, Yesid Torres Tovar.


Pravisani, ingegnere aeronautico ed ex pilota acrobatico di Udine, era stato arrestato dalle autorita’ colombiane nel marzo del 2009.




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Garlasco tre anni dopo "Mia figlia Chiara uccisa da Alberto"

La provincia pavese

A 3 anni dall’assassinio avvenuto il 13 agosto 2007 la famiglia ancora nel dolore. La mamma di Chiara Poggi: "Assolto, ma non cambio idea". "Dice di averci cercato per un riavvicinamento e non è vero". "La nostra battaglia non è finita, continua col nuovo processo". Il legale di Stasi: "Parole sgradevoli"

Alberto Stasi
Alberto Stasi


GARLASCO
. «L’hanno assolto, ma non cambiamo idea. A uccidere mia figlia Chiara è stato Alberto Stasi. E comunque la battaglia non è finita. C’è ancora il processo d’appello». Rita Poggi ha gli occhi lucidi, ma un’incrollabile determinazione: oggi sono tre anni che è morta sua figlia, ci saranno due messe per ricordarla. Alberto, il fidanzato di Chiara assolto in primo grado, ha detto che vorrebbe riabbracciare i suoceri mancati. «Però non ci ha mai cercati».

Poche parole sofferte, come sempre quando parla del ragazzo che i Poggi consideravano “un terzo figlio”. Ma lo sguardo di Rita si fa più duro, citando il fidanzato della figlia mentre parla sotto il portico di casa. Passa un ’ombra di rammarico, o di rimprovero. Intervistato dopo l’assoluzione, Alberto ha detto di voler riallacciare rapporti coi Poggi, interrotti poco dopo il delitto. Sono passati otto mesi, «ma non c’è stato nessun contatto, né diretto né indiretto», diceva ieri Rita, in una mattina piovosa d’a gosto.

Diversa da quella assolata di tre anni fa, quando Chiara è stata ammazzata. «Chi l’ha uccisa deve essere trovato - ripete oggi sua madre - Non solo per noi, soprattutto per lei. Mia figlia merita giustizia». Passa il tempo, e gli ultimi tre anni sono stati lunghissimi, fitti di sofferenza, con un processo durato dieci mesi. Ma nello stesso tempo sembra ieri, dice Rita, quando una telefonata l’ha raggiunta in montagna. Le hanno detto che sua figlia era morta, e niente sarebbe più stato come prima. «Il dolore non non si attenua mai. Anzi. Perché è una cosa contro natura sopravvivere a un figlio».

Si cerca di sorridere, di chiedere agli altri come va, sembrare forti e sereni. Ma dentro c’è l’inferno, perchè tutto si deve fare senza Chiara. Mangiare, dormire, lavorare, festeggiare Natale e compleanni. Ma bisogna andare avanti, dicono Rita e il marito Giuseppe, perché la vita continua e c’è un altro figlio in casa: Marco, 22 anni. E perché la battaglia per sapere chi ha ucciso Chiara non è finita.

L’anno prossimo, probabilmente in gennaio o febbraio, inizierà il processo d’appello a Milano. I Poggi saranno ancora parte civile contro Alberto Stasi, in aula tutti e tre a ogni udienza come è successo a Vigevano. «Abbiamo sempre fiducia nella giustizia e in chi la amministra. Ma sul colpevole non cambieremo mai idea, anche se c’è stata una sentenza a favore di Alberto». Oggi è l’a nniversario del delitto, il terzo. «E purtroppo ci saranno altri anniversari. Ogni anno, tutta la vita». Di Chiara custodiscono i ricordi. «Sono quel che resta di lei, una spina nel cuore ma anche un conforto». Pochi mesi dopo il delitto i Poggi sono rientrati in via Pascoli. «In questa casa Chiara è morta, però abbiamo vissuto tanti momenti belli insieme. Per questo ci abitiamo ancora». Fra poco partiranno per il Trentino, perché ci andavano sempre con lei. Tranne l’estate di tre anni fa quando Chiara non è partita per stare con Alberto.



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I luoghi d'amore della "Bela Rosin" e re Vittorio

La Stampa



La relazione


TORINO - Re Vittorio Emanuele II e Rosa Vercellana, alias "Bela Rosin", si conobbero nel 1847 a Racconigi (14 anni lei, 27 e 4 figli lui). Dopo molti incontri segreti la relazione divenne pubblica, suscitando forte scandalo. La Vercellana ebbe due figli dal re: Vittoria ed Emanuele. Nel 1869 i due si legarono con un matrimonio morganatico.







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Il mio patto segreto con Natta Ma poi Francesco mi deluse"

La Stampa

De Mita: Cossiga un grande, però alla fine dal Colle consumò solo vendette



FEDERICO GEREMICCA
ROMA

Di Cossiga bisognerebbe conoscere e raccontare l’intero percorso politico, non solo gli ultimi due anni al Quirinale. Invece è stata creata una figura quasi mitologica, completamente alterata». E infatti, se potesse, Ciriaco De Mita li tirerebbe via con un colpo di spugna, quegli ultimi due anni: non solo perché li considera i peggiori, ma anche in ragione dei tanti rimproveri che dovette subire in quei quasi 24 mesi. «Bel colpo aver mandato questo matto al Quirinale», gli dicevano mentre le picconate del Presidente sgretolavano la Dc.

E non avevano tutti i torti ad avercela con lui, visto che fu appunto De Mita - a quel tempo potentissimo segretario Dc - il gran regista dell’ascesa di Cossiga al Colle: unico Presidente della storia repubblicana eletto al primo scrutinio. È anche per questo (oltre che per la storica rivalità che ha sempre diviso tutti i grandi capi democristiani) che oggi parla con qualche difficoltà dell’«amico Francesco»: quegli ultimi due anni al Quirinale, infatti, hanno rischiato di cancellare per sempre oltre mezzo secolo di impegno comune. Ma è una testimonianza, quella di De Mita, che (anche se non autorizzata) vale la pena di riportare.

Cossiga dunque la deluse, Presidente?
«La delusione non è una categoria della politica. Così come il pentimento. Il pentirsi delle cose avvenute, è inutile: ha senso pentirsi se puoi in qualche modo correggere quel che hai fatto».

E l’elezione di Cossiga non la si poteva correggere. «Per rispetto della verità e di Francesco stesso, bisognerebbe parlare di lui senza ipocrisie. Io lo conobbi nel 1954 e posso dire di lui che è stato un cattolico e un democristiano perbene, colto, moderno, attento alle novità. Una figura che resterà per sempre nella storia della Democrazia cristiana e del Paese».

Quegli ultimi due anni, però...
«Quegli ultimi due anni li passò, purtroppo, a consumare vendette. Essendosi fatto l’idea che il popolo lo seguisse nelle sue esternazioni, si lasciò andare. E diventò di una cattiveria a volte insopportabile. Ogni giorno ne aveva per qualcuno. Pensi che una volta mi incontrò e mi disse “Certo non dormirai la notte per quel che hai fatto in Irpinia col terremoto...”. Sono passati vent’anni ma ancora me lo ricordo».

Eppure, dicevamo, fu lei a costruirne l’elezione, no? «In verità il mio candidato era Andreotti. Ma i comunisti mi dissero no, e poiché il cosiddetto “metodo De Mita” prevedeva un’intesa larghissima sul nome del nuovo presidente, rinunciai».

E puntò su Cossiga.
«Spadolini mi disse che a Craxi stava bene. E quando ne parlai a Natta, allora segretario Pci, mi disse che si poteva tentare. Ma ad una condizione: che tenessi segreto il nostro accordo. Cosa che fece anche lui, naturalmente: non si fidava, e temeva problemi nel partito. Pensi che fino all’ultimo tenne all’oscuro del patto anche Chiaromonte e Napolitano, i capigruppo di allora, che intanto - con mio grande imbarazzo - insistevano perché prendessi contatto con Natta...».

Comunque l’operazione andò in porto. Che Presidente è stato poi Cossiga? «Un buon Presidente, per i due terzi del suo mandato. Poi, un Presidente incommentabile».


Con il merito, però, di aver intuito in anticipo i problemi che la fine del comunismo avrebbe creato alla Dc.
«E questa è un’altra panzana, parte di quella mitologia di cui le dicevo all’inizio. Tutti noi, nell’89, sapevamo che le cose sarebbero cambiate. Alla conclusione della Festa dell’Amicizia dissi testualmente “la caduta del Muro complicherà i nostri problemi, piuttosto che risolverli”».

Dunque non fu un anticipatore?
«Per certe cose senz’altro sì. Anche lui, per dire, avvertì in tempo la necessità di riformare il nostro sistema istituzionale. E da Presidente, nella seconda metà degli Anni 80, pose apertamente il problema. Solo che non fu conseguente».

In che senso?

«Nel senso che in occasione di una delle crisi del governo Andreotti (1989-1992, ndr) fu proprio lui a chiedere che i partiti la risolvessero trovando, però, un accordo anche sulle riforme da varare. Solo che poi diede ugualmente il via libera al governo, anche se nel programma di riforme non si parlava affatto».

E perché, secondo lei?
«Non saprei. Sulle ragioni della mutazione di Cossiga nella parte finale del settennato, ne girano tante...».

Una, per dirla fuori dai denti, è il manifestarsi di una vena di ironica follia.
«Cosa alla quale non saprei se credere. Altri, per esempio, sostengono che temesse certe minacce di Bettino Craxi».

Addirittura?
«Pare per certi rapporti con Licio Gelli. Mai dimostrati».

Una leggenda.
«Che nacque, credo, alla fine degli Anni 70, all’epoca della tentata nomina di Cesare Golfari a presidente della Cassa di Risparmio delle province lombarde. Cossiga era capo del governo, e poiché c’erano resistenze sulla nomina di Golfari, qualcuno dice che gli consigliò di andare a parlarne con Gelli».

Episodio credibile? «Non so. Ma Golfari non fu nominato e il suo nome, invece, comparve poi nella lista P2, con la quale non c’entrava niente».


Uno dei tanti misteri che hanno circondato la figura di Cossiga, insomma. «Che Francesco stesso, nell’ultima fase, alimentò. Del resto, c’era poco da fare».

In che senso? «Non ascoltava nessuno, ce l’aveva con noi della Dc e ci attaccava sempre, in ogni modo, a torto o a ragione. Anche a me fece passare una brutta mezz’ora...».

Perché?
«Un giorno mi chiamò dal Quirinale e mi disse che voleva nominare uno dei miei fratelli giudice della Corte Costituzionale. Io gli spiegai che non mi pareva il caso, immaginando le polemiche che si sarebbero scatenate. Allora Cossiga scelse Giuliano Vassalli, che però era ministro in carica. Io feci una nota per avanzare qualche perplessità, visto che si indeboliva la compagine di governo. Cossiga se la prese e, per tutta risposta, fece sapere che ero arrabbiato perché volevo la nomina di mio fratello! Ma ormai lasciamo stare... Meglio ricordare il resto. E cioè la storia di un grande democristiano sardo, onesto, moderno e colto. Un pezzo di Italia da non dimenticare».




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Fini si è già dimesso

Libero




Gianfranco Fini, di fatto, ricopre la carica di presidente della Camera a titolo onorifico perché a Montecitorio, a presiedere i lavori, va con estrema parsimonia. D’altra parte avrà altro da fare: per esempio, dirigere un partito, il suo partito nuovo di zecca.  I numeri non possono essere smentiti, sono pubblici e ufficiali, e a volerli online, per la trasparenza, è stato proprio Fini. E emerge che il presidente è un assenteista.  101 sedute nel 2010, per un totale di 527 ore e 47 minuti. L’ex leader di An ha presieduto a un terzo delle riunioni (34) per un totale di 45 ore seduto sulla poltrona che non vuole lasciare per nessun motivo, anche se ha perso l’appoggio della maggioranza che lo ha eletto. Le cifre sono eloquenti. Fini assolve le sue funzioni meno di 7 ore al mese, e meno di 6 se si considera anche agosto, quando i deputati godono del riposo. In pratica lavora in un mese come un impiegato in una giornata lavorativa. Lavoro ridotto, ma busta paga completa e ben più cospicua dei normali lavoratori.


Anche in questo caso, Fini predica bene ma razzola male. Ha preteso – giustamente! – la censura dei cosiddetti “pianisti”, quelli che votavano per il collega assente, definendo la pratica “immorale” ed eliminandola introducendo un sistema di votazione con le impronte digitali. Ma per lui, tutto questo non vale. E sempre guardando i numeri, da quando è presidente della Camera, dal 2008, questo è l’anno in cui Fini ha totalizzato la percentuale minore di presenze. Non che prima fosse uno stakanovista: nel 2008,  il 70%, nel 2009, un po’ meno del 50%. Nell’ultimo anno, però, il presidente ha trovato poco tempo da dedicare alla sua mansione principale.


Avrà altro da fare. I maligni diranno che fra i suoi impegni ci sono le ricerche immobiliari. Esagerano. Fini, le case, non perde tempo a cercarle, se le ritrova in eredità.

19/08/2010




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La casa a Montecarlo? Un paradiso in saldo

IL Tempo

Da Capri alla Florida: prezzi elevati per ville e loft. Nel Principato 20 mila euro a mq ma An la regalò. Listini immobiliari: le quotazioni delle residenze più esclusive.


Trecentomila euro. Sarà stato pure da ristrutturare, pieno di muffa e senza vista mare ma l’appartamentino di Giancarlo Tulliani vale almeno il doppio, fino a due milioni. È il refrain degli esperti del mattone che non possono credere alla cifra pagata in contanti ad Alleanza Nazionale nel luglio di due anni fa dalla Printemps Ltd per la casa al Palais Milton, poi finita in affitto al cognato di Fini.

Nel 2008 le quotazioni attorno a boulevard Princesse Charlotte potevano infatti raggiungere un massimo di 28 mila euro al metro quadrato. Un noto immobiliarista monegasco ci mostra anche il rogito di un appartamento della zona fatto all'incirca nello stesso periodo: due locali, 70 metri quadri, vista aperta, garage. Ebbene, fra prezzo di acquisto, intermediazione e notaio la compravendita è stata conclusa per 1,82 milioni. Solo dopo la crisi, e la casetta ereditata da An era già volata in paradiso (fiscale), il mercato ha subìto un forte raffreddamento scendendo a quota 15-20 mila euro al metro quadrato.


Che il prezzo sia stato da saldo lo conferma anche il confronto con il listino immobiliare della Costa azzurra e delle altre mete gettonate dal jet set internazionale. Da Cannes a Cap d'Antibes, da Capri a Porto Cervo, da Miami alla Grande Mela. Il Tempo ha tracciato una mappa delle tariffe di appartamenti o loft dalla metratura simile a quella di casa Tulliani. Il confronto dimostra che i conti non tornano. E il costo dell'appartamentino di Giancarlo, nel casino di Montecarlo, è un dettaglio importantissimo.

Perché – ci fa notare un altro esperto di real estate - se il valore delle transazioni fosse avvenuto a prezzi palesemente diversi da quelli di mercato e con il raggiro dell'interposizione fittizia, allora la Procura dovrebbe agire d'ufficio per truffa aggravata. Partiamo proprio dal Principato: a Monaco è più difficile della norma comprare un appartamento nuovo e non solo per le ridotte dimensioni del principato «grande» 1,97 chilometri quadrati. Lo si capisce anche navigando sul sito Internet montecarlo.realestate.com che riunisce le venti agenzie più importanti della rocca.

Prendendo in esame l'offerta dell'usato, il sito offre 367 immobili in vendita. Il più caro costa 52 milioni di euro ed è un palazzo di sei piani ristrutturato per un totale di 770 metri quadri di superficie totale. Non viene fornita quella abitabile ma supponendo che sia la stessa si ottiene un prezzo al metro quadro di 67.500 euro. L'appartamento più economico costa 380mila euro per 17 metri quadri (pari a 22.350 euro al metro quadro), seguito da opportunità a 600mila euro (per 22 mq). Per i bilocali si parte da 890mila euro per 46 metri quadri e per i trilocali vicini al casinò e alle spiagge da 1,03 milioni per 70 metri quadri (14.700 euro al metro quadro).

Allargando l'obiettivo alla Costa azzurra, le zone più costose attualmente sono quelle al confine con l'Italia, Beaulieu Sur Mer, Cannes – dove stanno realizzando residenze accanto al Carlton hotel, sulla Croisette – e Port-Grimaud, nei pressi di Saint Tropez, nel cui entroterra si trovano le offerte meno care. A Cannes, in particolare, con 400mila euro si possono trovare grandi bilocali o piccoli trilocali (dai 60 ai 70 mq) nella fascia centrale di Rue d'Antibes o nelle strade all'interno della Croisette (almeno 200 metri), ma anche a Basse Californie e, per stare più vicini al mare, a Palm Beach (senza affaccio).

Circa il 30% dell'offerta si piazza comunque tra 6mila e 8mila euro al metro quadro e circa il 20% sopra gli 8mila euro. Ma sulla Croisette non si scende sotto i 10mila al metro. Prezzi più accessibili nella vicina Spagna afflitta dalla crisi immobiliare e dove il Parlamento ha approvato di recente una restrizione alla legge sulle costruzioni alle Baleari e, in particolare, a Maiorca e Ibiza. Qui le ville esclusive mantengono prezzi elevati da due a 20 milioni di euro mentre le tariffe degli appartamenti di due o tre camere, in condomini con piscina e nelle vicinanze di spiagge, vanno da 200mila a 350mila euro. Dalla Croisette alle ramblas per investire in un appartamentino esclusivo ci vogliono dunque più dei trecentomila euro pagati ad An dai soci misteriosi del trust caraibico.

E in Italia? A Capri le transazioni immobiliari oscillano dai 10 fino agli oltre 20mila euro al metro. Sul sito Capriimmobiliare.it fra le varie offerte spunta un «un grazioso appartamento panoramico di circa 70 mq composto da salotto, cucina, camera matrimoniale, camera singola, 3 bagni e portico. Ampia cantina. Ristrutturato». Prezzo: 750.000 euro. Mentre per «65 metri quadri, a pochi minuti dal centro, salottino/pranzo, piccolo angolo cottura, 2 camere da letto, bagno, piccolo terrazzo porticato» si devono pagare 850.000 euro.

Leggermente più economica, la vicina Ischia dove la fascia di prezzo più frequentata è quella che va dai 300mila euro, fino a un massimo di 350mila euro. Importi con cui si possono acquistare immobili indipendenti di media qualità e di circa 100 metri quadri. Nelle sei località di riferimento dell'isola la forchetta delle quotazioni va dai 3mila ai 6mila euro al metro quadrato. Zone più care sono Sant'Angelo dove l'offerta è scarsa e la forbice delle quotazioni parte da 2.500 euro al metro e tocca punte anche di 10mila euro al metro quadro per aree panoramiche immerse nel verde.

Ci si devono invece scordare i prezzi da saldo in Versilia, a Forte dei Marmi, dove le quotazioni partono da 10mila euro al metro quadrato per toccare punte di 20mila euro. Idem a Porto Cervo dove il turismo è calato sensibilmente ma i prezzi no: sul motore di ricerca www.immobiliare.it gli appartamenti in vendita di circa 70 metri quadrati, con o senza vista mare, non costano meno di 400mila euro e la cifra cambia poco anche se ci si sposta nelle zone vicine, come Liscia di Vacca dove un appartamento «al primo piano con 2 bagni, 2 camere da letto con finiture di pregio in fase di ultimazione, con garage incluso» viene offerto a 450mila euro.

Facendo la stessa ricerca per una casetta a Portofino spunta un «appartamento mq.70 in corso di ristrutturazione, ingresso indipendente, così composto: 2 camere, bagno, cucina e bel salone con poggiolata. Soleggiatissimo. 2 posti auto. Possibilita´ di acquisto al grezzo o finito. Occasione unica». Sarà, ma costa 1.300.000 euro. Meglio allora traslocare in America che sente il peso della crisi immobiliare: oggi a Miami per un appartamento di 50 mq a South Beach si può spendere tra i 250 e i 300mila dollari, mentre per 100 mq in città ne bastano 220mila.

A Miami Beach i prezzi sono scesi solo del 6-8% rispetto alla media del -40% nel Financial district. Oppure c'è l'Egitto, dove per un bilocale possono bastare 70mila euro e il costo della vita è molto più basso. Per altri, invece, il sogno del buen retiro si può realizzare in Brasile. Qui il permesso turistico vale per soli 180 giorni in un anno e la persona che intende passarci, ad esempio, otto mesi l'anno deve richiedere un visto di permanenza. Bisogna però fare in fretta perché la moneta locale sta crescendo moltissimo e il Brasile non resterà conveniente a lungo. Anche in Thailandia, con poco più di 200 euro al metro quadrato a Phuket, si trovano buone occasioni. Idem per la più vicina Croazia dove i prezzi oscillano da un minimo di 1.200 a un massimo di 2.000 euro al metro quadro mentre in Marocco a Marrakech il rallentamento del mercato ha abbassato i listini fra gli 850 e i 2.100 euro al metro quadro.

Sul fronte dei prezzi la classifica del low cost vede sorprendentemente sul podio la perla dei Caraibi, Santo Domingo, dove i prezzi degli immobili stanno scendendo del 15% all'anno e una casa costa fra i 750 e i 1.100 euro al metro quadro. Chissà quanto costa la casa dell'esule Luciano Gaucci che dal 2005 vive (lui dice «in affitto») in una villetta color pastello, a due piani, nella lottizzazione di Bavaro Beach, a 20 chilometri da Punta Cana, sulla parte orientale dell'isola dominicana. Di certo, nel ballo del mattone fra cognati vecchi e nuovi per ora chi ci ha guadagnato è sempre lui: il desaparecido Giancarlo Tulliani.



Camilla Conti
18/08/2010


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Iraq, l'ultima brigata da combattimento torna negli Usa: fine virtuale della guerra

Il Messaggero


NEW YORK (19 agosto) - Con oltre dieci giorni di anticipo rispetto al calendario stilato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la guerra in Iraq, durata circa sette anni e mezzo, è virtualmente finita. Secondo la Nbc, l'ultima brigata da combattimento ha superato durante la notte la frontiera che separa l'Iraq dal Kuwait, oltre sette anni dopo l'inizio della guerra, il 20 marzo 2003, che ha portato al rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Fonti dell'amministrazione Obama hanno però precisato che la missione di combattimento cambierà natura solo «dal 31 agosto, quando le brigate rimaste saranno riconvertite in forze di assistenza» alle truppe irachene.

Ad oggi, secondo le stesse fonti, i militari Usa stanziati in Iraq sono 56.000 e solo a fine mese scenderanno come previsto a 50.000.
Una guerra, quella in Iraq, decisa dall'allora presidente Usa George W. Bush, convinto che Hussein possedesse armi di distruzione di massa (che non sono poi state mai trovate). Una guerra che ha portato a spaccature in Europa, visto che la Gran Bretagna ha combattuto al fianco degli Stati Uniti, mentre paesi come la Francia hanno guidato quello che si può definire un "fronte del no".

Bush aveva dichiarato la fine dei combattimenti in Iraq il primo maggio del 2003,
in un famoso discorso, quello della "Mission Accomplished" a bordo della portaerei Lincoln, al largo di San Diego in California. In realtà i combattimenti sono durati molto più a lungo, con oltre 4mila morti militari americani e decine di migliaia di vittime irachene, e tensioni fortissime nel biennio 2006-'07. Si è dovuto attendere il cosiddetto 'surgè del generale americano David Petraeus, nel 2007, per iniziare a vedere una progressiva stabilizzazione della situazione nel paese.

In base agli impegni presi da Obama,
le truppe combattenti Usa in Iraq, che a un certo momento avevano raggiunto le 150mila unità circa, devono lasciare il paese entro la fine di agosto 2010. Il ritiro di tutti i militari è in calendario entro la fine del 2011. Obama ha deciso il ritiro dall'Iraq anche per rafforzare l'impegno americano in Afghanistan, l'altra guerra degli Stati Uniti in questi anni, dove i militari Usa e Nato sono attualmente 150mila circa. Secondo un giornalista della Nbc 'embedded' (cioè che viaggia insieme a militari in Iraq) la brigata combattente che per ultima ha lasciato l'Iraq è la 4/a Stryker. Secondo la rete televisiva, «una volta che tutti questi militari sono usciti dal Paese, l'operazione Iraqi Freedom, quella da combattimento in Iraq, è terminata».




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Ha un tumore ai polmoni" Ma era un pisello germogliato

IL Tempo


A un americano di 75 anni era stato diagnosticato un cancro, poi un medico ha risolto il mistero. Il vegetale, ingerito, ha preso la "via sbagliata" ed è cresciuto per due mesi all'interno del suo corpo.


Un germoglio di pisello


Quella che mangiare semi può far crescere le piante nel corpo non è più una leggenda metropolitana per bambini. È successo infatti a Ron Sveden, un professore in pensione del Massachussets, Stati Uniti, nel cui polmone i medici hanno trovato un pisello germogliato. L'uomo, di 75 anni, era stato ricoverato con un polmone collassato, e i raggi X avevano trovato una massa di 12 mm che aveva tutto l'aspetto di un tumore. Le analisi successive avevano però escluso la presenza del cancro, finchè un medico ha risolto il mistero.

DIREZIONE SBAGLIATA - "Mi hanno detto che circa due mesi fa devo aver mangiato un pisello crudo che è andato nella direzione sbagliata - spiega Sveden alla Cnn - ed è germogliato grazie all'ambiente caldo e umido che c'è nei polmoni". L'intruso è stato rimosso chirurgicamente, e lo scampato pericolo ha fatto ritrovare il buonumore all'anziano professore: "Uno dei primi pasti dopo l'operazione aveva come contorno i piselli - racconta Sveden - mi sono fatto una risata e li ho mangiati. Non so se la pianta sarebbe cresciuta fino al cielo e avrei incontrato un gigante come nella favola, ma sono molto contento che quello non fosse un tumore".





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Banca fantasma, la moglie di Cacciapuoti: «Raffaele ha un dossier contro i nemici»

IL Messaggero

 
di Carla Di Napoli

NAPOLI (19 agosto) - Parla per la prima volta Roberta Zicari, moglie di Raffaele Cacciapuoti, il patron della banca fantasma, la Popolare del Meridione, che avrebbe «truffato» gli 800 investiri che fra il 2005 e il 2007 volevano diventare soci dell’istituto. «Hanno tradito mio marito - rivela la consorte di Cacciapuoti - molti amici sono diventati dei nemici. Ma mio marito tornerà in Italia con un dossier per inchiodarli alle loro responsabilità». Per la Zicari sono in ogni caso «esagerate» le cifre circolate sul crac. «Non è vero che la mia famiglia viveva nel lusso».




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La Vespa a 4 posti? A Napoli

Corriere del mezzogiorno






Bertinotti in spiaggia, auto blu in divieto di sosta

di Redazione

Anche la casta va al mare. L’ex presidente della Camera pizzicato in Liguria insieme alla moglie Lella mentre rilassano sulle spiagge di Bordighera. Intanto la loro auto blu era stata parcheggiata nell'area riservata solo alle moto e alle biciclette



 
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Imperia - Immaginate una spiaggia affollata. E immaginate che prima di fare un tuffo e di sdraiarvi sull’agognato lettino siate stati costretti a girare per quasi un’ora con la vostra auto nel tentativo di trovare parcheggio. Fatto? Bene: come la prendereste se a due passi dalla battigia trovaste una splendida auto-blu parcheggiata in divieto di sosta? E se scopriste che per di più è di un politico famoso? Come minimo rendereste pubblica la storia. Ed è esattamente quello che ha fatto un nostro lettore che, con tanto di fotografie, ha colto sul fatto a Bordighera, nel ponente ligure, l’ex leader di Rifondazione comunista ed ex presidente della Camera Fausto Bertinotti.


Nulla di grave, certo. L’auto, una Lancia blu, è posteggiata in una zona riservata a biciclette e moto, le auto dovrebbero essere off-limits. Tutte, tranne quella dell’ex terza carica dello Stato, che con la paletta in bella mostra «avvisa» i vigili che quell’auto non s’ha da multare. «E dire che umanamente – chiosa il nostro lettore furibondo – mi è pure simpatico, quando impazzava nel nostro panorama politico mi divertivo a seguire i suoi ragionamenti di vero comunista e pensavo tra me e me: “Sarà pure un comunista ma è almeno coerente, un comunista tutto d’un pezzo”». E invece l’amara sorpresa: il vip Bertinotti, quello che faceva le vacanze radical chic a Capalbio, ai bagni Caranca di Bordighera si comporta come uno qualunque. Ivi compresa, se è il caso, l’auto in divieto di sosta.





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Fini era a Monaco mentre ristrutturavano la casa

di Massimo Malpica

Un imprenditore: "Eravamo bello stesso hotel in un week end di fine maggio del 2009". Poi racconta: "L'ho visto a bordo piscina e in giro per la città. E la sera gli ho parlato al casinò"



 

Roma - «Non sono certo al cento per cento, lo sono al centouno per cento. Gianfranco Fini in un week-end a fine maggio del 2009, o all’inizio di giugno, è stato all’hotel Hermitage di Montecarlo. Era con la compagna Elisabetta Tulliani. Lo so perché ero ospite dell’hotel anch’io, e so che era lui perché abbiamo anche parlato quando, la sera, l’ho incontrato al casinò». A parlare è Pierino Calabrese, imprenditore campano nel settore dell’abbigliamento, già socio e poi dirigente della Nocerina calcio. Un habitué del Principato e di quel lussuoso albergo.


L’Hermitage è a un passo dal celebre casinò di Montecarlo, e - sarà un caso - a due passi dal numero 14 di boulevard Princesse Charlotte, indirizzo della casa in cui, ora, abita Giancarlo Tulliani, e che a maggio del 2009 era un cantiere aperto. Proprio in quel periodo nel negozio di mobili Castellucci, stando al racconto di Davide Russo (consulente e dipendente assunto del centro arredi sull’Aurelia), Elisabetta Tulliani, in almeno due occasioni anche con Fini, lavorava a progetti per quella che gli impiegati conoscevano come «la casa a Montecarlo». Dall’Hermitage all’appartamentino di Palais Milton sono 450 metri, 5 minuti a piedi. «Io so solo che Fini si è fermato in hotel almeno una notte, che l’ho visto a bordo piscina, poi in giro per la città e poi, la sera, l’ho ritrovato al Casinò».


È sicuro che fosse lui?
«Certo. Ho riconosciuto benissimo la Tulliani, che avevo già avuto modo di incontrare molti anni fa, allo stadio». [


Allo stadio? Quale?
«Sì, allo stadio, a Nocera Inferiore, per Nocerina-Viterbese. Io ero nella cordata che aveva salvato la Nocerina, la squadra della mia città, e ricordo che insieme a Gaucci, che era il patron, c’era Elisabetta Tulliani, che credo occupasse proprio una posizione nella società di calcio laziale. Me ne ricordo perché dopo la partita Gaucci scese negli spogliatoi, e si arrabbiò molto con due giocatori della Viterbese, Califano e Battaglia, uno dei quali aveva sbagliato un rigore all’ultimo minuto, e disse che quel giorno era finito il loro campionato, e sarebbero stati messi fuori squadra».


Torniamo a Montecarlo. È certo che fosse Fini quello che ha visto?
«Certo. E quello che mi ha colpito di più è che era senza scorta. Con un mio amico commentammo proprio questo dettaglio. E anche il giorno dopo girava per Montecarlo tranquillamente. Tanto per capirci, non ero solo, e possono dire lo stesso gli amici che erano con me. Poi l’Hermitage non è una pensioncina, c’è un registro degli ospiti. Io personalmente l’ho visto la mattina in piscina, e il giorno dopo al Casinò. Dove è entrato sul tardi, intorno a mezzanotte, ha preso la consumazione, mi ha chiesto pure come andava, e gli ho detto “eh, non tanto bene, qua si perde sempre”. Gli ho risposto che l’avevo visto giocare alla prima roulette. Ha cambiato cento euro, dieci gettoni da dieci euro, e ha giocato sempre sullo stesso numero, e il perché me lo disse lui stesso, spiegandomi che giocava quel numero, credo 23 o 28, ma vado a memoria, non ricordo, perché era forse la data di nascita della madre». 


Parlaste di altro?

«No, ma ci tenevo a raccontarvelo, dopo aver sentito la smentita, oggi (ieri, ndr) al telegiornale. Io a Montecarlo sono di casa, ci vado molte volte l’anno. E sia io sia gli amici che erano con me quella volta possono confermare che Fini era lì. Non c’era niente di male, non ho niente contro di lui. Quel che faceva erano fatti suoi. Ma a Montecarlo c’è stato».



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Famiglia Cristiana consiglia film con bestemmie

di Matthias Pfaender

I Paolini criticano da anni il Cavaliere sui temi etici. Poi raccomandano ai minori pellicole blasfeme: la pellicola è stata sdoganata come "discreta" e consigliata alla visione dei "minori con adulti". Poi avverte: "Il film non riesce a fondere le parti più leggere con quelle più drammatiche"



 

Vatti a fidare dei religiosi Paolini. Dopo tante critiche sulla moralità al premier, dopo tanti appelli a una condotta ispirata dai valori cristiani, che fanno? Consigliano ai bambini dalle pagine del loro Famiglia Cristiana un film corredato di bestemmie. Un bel tranello. Un tranello oltretutto non evitabile, visto che i petardi blasfemi arrivano proprio all’improvviso: quando la trama da commedia romantica è ben avviata sui binari dell’inevitabile happy-end e il climax drammatico è già scivolato via.


Quando, insomma, ormai hai trovato la posizione comoda sul divano e hai abbandonato il telecomando sul bracciolo, perché tanto di scene scabrose da interrompere all’improvviso per non turbare orecchie e occhi dei bimbi non ce ne saranno. E invece, all’improvviso, eccole: due bestemmie. Due bestemmie pronunciate forte, con la splendida voce impostata dei doppiatori italiani. «Caro - sbotta dopo un attimo di smarrimento lei, sperando che il “moccolone” non abbia lasciato il segno nella mente vispissima dei loro figlioletti - ma hai sentito anche tu?». Certo che sì.


E dire che il film, in prima serata su Canale 5 il cinque agosto scorso, era stato sdoganato come «discreto», e consigliato alla visione dei «minori con adulti» proprio dal settimanale che più di tutti dovrebbe essere attento a tutelare le giovani orecchie italiane da bestemmie e oscenità. A questo punto, la domanda è d’obbligo: ma a che tipo di famiglie si rivolgono oggi i Paolini?


Secondo le parole vergate da don Sciortino, coriaceo direttore del settimanale fin dal 1999, a famiglie «stufe di duelli e regolamenti di conti» nella politica italiana, a famiglie soprattutto «stufe», sottolineava ieri l’editoriale Primo Piano, di sentire ogni giorno i reciproci «insulti dei politici». Ottimo. Niente di meglio, per questi nuclei familiari «che stentano a vivere - ribadiva - ogni giorno alle prese con povertà e disoccupazione», che distrarsi la sera con un buon film.


Un film che per quanto «non sempre riesca - sanciva la recensione di Famiglia Cristiana - a fondere le parti più leggere con quelle più drammatiche» in compenso offre due bei bestemmioni. Il che, considerando che la blasfemia è uno degli ultimi limiti ancora non valicati dalla tv italiana, è un valore aggiunto non indifferente. Forse, nella cavalcata verso posizioni sempre più progressiste intrapresa ormai da anni da Sciortino e compagni, rientra anche questo.


Resta ora da capire una cosa: sebbene siano ormai anni che Famiglia Cristiana attacca a muso duro il governo Berlusconi e il centrodestra in generale, solo ogni tanto qualche ministro perde la pazienza e querela (l’ultimo fu il titolare dell’Interno Maroni, che a sentirsi dare del «razzista» da Sciortino perse la pazienza); ma quando consiglia un film con degli insulti al creatore, a chi spetta la replica? In attesa delle eventuali piaghe, gli italiani si sono mossi da soli. Su internet diversi blog e forum si domandano come sia possibile che venga trasmesso un bestemmione in fascia protetta.


«Proprio una bella famiglia cristiana - commenta Francesco Torselli, consigliere comunale Pdl a Firenze, tra i primi ad accorgersi della gaffe paolina - quella seduta sul divano di casa ad ascoltare due belle bestemmie. Il giorno dopo la proiezione del film molti elettori mi hanno contattato, via mail o per telefono, denunciando lo scandalo». «Disfattista non è chi avverte del pericolo» scriveva ieri Sciortino nel suo editoriale contro la «politica degli stracci», lo stesso nel quale auspicava che un governo di unità nazionale sostituisca l’esecutivo del Cavaliere. Obiettivamente lui di disfattismo non può essere accusato. Mica ha avvertito le famiglie che si fidano di lui del pericolo. Anzi, gliel’ha consigliato in pieno.





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