domenica 15 agosto 2010

Salvatore, a piedi da Milano a Cefalù

Corriere della sera

Fermato sull'Aurelia muratore 50enne siciliano: «Ho
fatto un voto per rivedere i miei figli dopo il divorzio»


ROMA - «Nomen omen», direbbero i romani antichi. E mai locuzione latina sarebbe più centrata perchè Salvatore, che di cognome fa Glorioso, muratore siciliano emigrato a Milano, è stato fermato ieri con una gigantesca croce di legno sulle spalle - alta 4 metri, larga 2, pesa 25 chili - mentre camminava sulla superstrada Aurelia, nei pressi di Torrimpietra-Aranova, a nordest della Capitale. Gli agenti della polizia stradale, sorpresi e incuriositi, gli hanno offerto acqua e panini in una vicina stazione di servizio, poi lo hanno lasciato ripartire.

PELLEGRINAGGIO - Salvatore sta percorrendo - in una sorta di pellegrinaggio penitenziale - gli oltre mille chilometri da Milano a Cefalù. Tutti a piedi, trascinando la sua grossa croce in legno: per non rischiare di cadere a terra sfinito dalla fatica, ha pensato bene di applicare al suo personale strumento di passione un paio di rotelle: una trovata che non è piaciuta ai vigili urbani di un paese prima del Po.
Lo hanno fermato e multato perché non indossava il giubbetto catarifrangente e gli hanno sequestrato la croce, considerata «mezzo mobile» per via delle ruotine sull’asse più lungo. Pagato il dissequestro, il pellegrino (partito da Milano, dove emigrò trent’anni fa) si è rimesso in strada, con l’Urbe come meta intermedia prima di arrivare a Cefalù, dove è nato. 


Croce in superstrada


RIVEDERE I FIGLI -
La durissima penitenza di Salvatore — che in media copre ogni giorno circa 25 chilometri, scarpinando — è nata quando il cinquantunenne muratore ha deciso di fare un voto: «Un voto — ha spiegato sabato agli agenti della Polstrada sull’Aurelia — per incontrare i miei figli che non vedo più dal giorno del divorzio».
Glorioso è ripartito trascinando la croce e camminando al contrario del senso di marcia, esattamente come prevede il codice della strada. Semmai ora è la stanchezza a farsi sentire: «Ho il ginocchio infiammato. E dormo all’addiaccio». Redazione romana

15 agosto 2010



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Patrimonio dello stato

Nell’ambito delle attività propedeutiche all’attuazione del "Federalismo Demaniale", l’Agenzia, al fine di garantire la massima trasparenza circa la reale consistenza del patrimonio pubblico gestito, ha ritenuto opportuno procedere alla pubblicazione di un elenco contenente i beni del Patrimonio dello Stato*, ad eccezione di quelli in uso alle Pubbliche Amministrazioni, di quelli appartenenti al Demanio Storico Artistico, nonchè di quelli situati nelle Regioni a statuto speciale e nel Comune di Roma.



ENTRA

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Una impopolare scelta di civiltà

Repubblica


CI VOLEVANO fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d'America sono costruiti sulla libertà di praticare "qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo".


In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della "zona Bush" e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un'economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della "triangolazione" inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l'opposto.


Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.


Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall'altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell'America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l'occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.


Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che "come cittadino e come Presidente - si noti la precedenza data alla parola cittadino - credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione". Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.


Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da "una questione strettamente locale" come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell'11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l'opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all'unanimità - evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo - una mozione per bloccare il "Centro Cordoba", come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.


Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'"iftar", il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l'erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson duecentoventi anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s'intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l'intolleranza e l'odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. "Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l'America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo".


Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa "città sulla collina" che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un'America pre 11 settembre 2001 e un'America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al "dopo". Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin ("una provocazione" ha chiamato quel centro islamico), domandano "perché una moschea proprio lì" e coloro che, come Obama, chiedono: "Perché non lì?" visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.


Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l'accusa di fare molto "simbolismo", come fu il celebre discorso all'Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime "collaterali", cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di "sacrilegio".


E l'economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s'inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell'America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari. (15 agosto 2010)




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Una s di meno digitata sul Gps e il pellegrino sbaglia strada

Repubblica

Centinaia di persone che vogliono andare alla più famosa Lourdes sbagliano a scrivere il nome sul satellitare e si ritrovano a Lourde, 93 abitanti e nemmeno un negozio


dal nostro inviato ANAIS GINORI


PARIGI - Meglio l'antico bastone del pellegrino che il tecnologico navigatore satellitare. Per la festa dell'Assunta, la piccola città di Lourde, nei Pirenei, è sommersa di credenti che hanno smarrito la retta via. Non hanno perso la fede, ma le indicazioni stradali. Sono pellegrini che vogliono andare al famoso santuario di Lourdes ma dimenticano di digitare sul Gps della macchina la 's' finale della città.


Percorrono così chilometri per trovarsi nel posto sbagliato. L'errore è così frequente che a Lourde capita quasi ogni giorno di incontrare automobilisti in cerca della grotta di Bernadette. "Questo è il periodo nel quale abbiamo più visitatori" ironizza il sindaco Robert Amblard. Le autorità regionali gli hanno suggerito di chiamare in altro modo il paesino, che ha solo 93 abitanti. "Non se ne parla" ha replicato lui. La gente del paese, aggiunge, ormai ci ha fatto l'abitudine, un po' anche ci ride.


Al loro arrivo, i pellegrini non si accorgono subito di aver sbagliato. Anche Lourde, infatti, ha un santuario della Vergine. La statua è incastonata in una roccia dalla quale sgorga una sorgente. Ma questa Madonnina ha fatto soltanto un miracolo, nel lontano 1892. C'è di che rimanere delusi. Gli automobilisti se ne vanno allora rapidamente, anche perché il paesino non offre nessuna altra attrazione, neanche un negozio. "A noi questo pellegrinaggio non da fastidio - spiega Amblard - quando ce lo chiedono facciamo anche vedere la strada giusta, su una cartina stampata ovviamente".


A sbagliare per colpa del Gps non sono soltanto gli stranieri ma persino cittadini francesi che evidentemente non sanno come si scrive il nome la città mariana. "Anche prima del Gps c'era qualcuno che veniva da noi per errore  - ricorda Alain Brugeilles, abitante di Lourde - ma con il navigatore satellitare c'è stato un aumento esponenziale di automobilisti fuori strada". Per fortuna, i pellegrini smarriti devono fare solo una piccola deviazione. Lourdes, quella vera, si trova a soli 90 chilometri di distanza.


Secondo uno studio dell'Istituto Superiore di Sanità, le morti sono diminuite negli ultimi anni, passando dalle 40-45 degli anni Settanta alle 7-10 dei giorni nostri. Che cosa si può fare per abbassare ancora di più il rischio? «Dipende dal luogo in cui ci si trova - risponde Emiliani -. In casa meglio spegnere il televisore, staccare la spina e l'antenna, in auto chiudere finestrini e porte. In montagna informarsi sempre delle condizioni meteorologiche prima di fare gite o escursioni, se si è sorpresi da un temporale scendere di quota o trovare un rifugio chiuso, non sotto gli alberi. Se si sta in un luogo all'aperto mettersi accucciati. Al mare non rimanere in acqua durante il temporale»


Decalogo

Mariolina Iossa

15 agosto 2010



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Gruber? Una belva. Giorgino lo tolsi dal Tg serale»

Corriere della sera

Mimun: Borrelli su di me ha esagerato, sono pentito di averlo trattato con i guanti bianchi


ROMA

Clemente Mimun, anche lei scrive un libro di memorie...

«Per le memorie c'è tempo. Solo appunti che riordino per divertimento».

Peschi un episodio. Ma che abbia il sapore della politica
«Una certa edizione del Tg1 delle 20. Preparo la scaletta a uso interno a metà pomeriggio. Mi chiama alle 17.30 un leader della sinistra, che non nomino perché ora conta poco: "Come mai la mia dichiarazione non appare nel Tg di stasera"? Alla Rai succede. Gente che riferisce ai partiti. Si arriva alle proteste anticipate a Tg ancora non trasmesso. Io rispondo: "Faccio finta di non aver mai ricevuto questa telefonata"».


A chi affiderà questo librino, diciamo, di appunti?
«Preferirei un piccolo editore. Vedo troppi storici Rai improvvisati che raccontano una loro non-verità. Per esempio Giulio Borrelli ha esagerato. Mi ha tirato in ballo perché sono stato in Rai poi in Mediaset per tornare in Rai... Dimentica che lui è arrivato da "l'Unità", più che organico al partito. Che poteva contare sulla protezione di Roberto Morrione, gran professionista che, lui sì, avrebbe meritato di dirigere il Tg1, ma anche militante Pci, poi Pds e Ds, infine Pd. Che alla direzione del Tg1 lo mise D'Alema. Mi dispiace di averlo trattato sempre con i guanti bianchi».


In quale occasione, Mimun?
«Da direttore conquistai personalmente un'intervista a Bush nel 2002. La passai a lui come corrispondente. Sono stato uno sciocco. Ora ha scritto quel libro perché è a un passo dalla pensione e poiché molti del tg1 hanno trovato posto in Parlamento. Si sarà detto: non si sa mai...».


Nel suo futuro libro di appunti chi citerà del Tg1?
«Per esempio Lilli Gruber. Indubbiamente brava. Mi è simpatica perché è una belva e non fa niente per nasconderlo. La portai io al Tg1. Mi chiamò al tempo della nomina di Bruno Vespa alla direzione. Non ci avevo mai preso nemmeno un caffè prima. A Vespa l'idea piacque. Lilli lo ricompensò dopo, capeggiando la rivolta al Tg1 contro di lui.

Ricordo con divertimento, durante l'ultimo conflitto iracheno, cosa disse di colleghi e colleghe inviati, li massacrò. 

Con meno divertimento ricordo quando definì "resistenza" quella irachena e "mercenari" i poveri Quattrocchi e compagni. Protestarono tanti, anche da sinistra. Quando tornò da Baghdad trovò un mio mazzo di fiori, finì in diretta a "Domenica in" con standing ovation. Le chiesero: qual è stata la prima cosa che ha fatto? Rispose: riabbracciare mio marito. Però aveva trascorso con lui, che è un collega, tutto il periodo. Lilli ha l'istinto del giornalismo e insieme della scena».

Però urge un ricordo positivo verso qualcuno, a questo punto.
«Vincenzo Mollica. Gli proposi prima una vicedirezione al Tg2 e poi al Tg1. Rifiutò sempre: "Ti prego, preferisco fare ciò che faccio". Unico in tutta la Rai. Scoprii che guadagnava una miseria rispetto ad altri colleghi. Lo nominai caporedattore. Comunque la Rai è piena di ottimi operatori, montatori, maestranze varie che lavorano senza guardare alla politica».



In quanto ai giornalisti, ce ne saranno di bravi...
«Penso ai molti che ho lanciato: Stefano Campagna, Valentina Bisti, Luigi Monfredi. Alla grande capacità di Claudio Fico. Ho avuto feeling professionale con Riccardo Colzi, ora tornato al Tg3 di Bianca Berlinguer. Gente che lavora. Non divi».


In quanto ai conduttori, accusati proprio di divismo?
«Se guardo Francesco Giorgino, mi chiedo se ci sia un suo gesto privo di un calcolo. Dirigevo il Tg2, lui era a Sanremo per un Dopofestival. Mi vide e mi salutò in diretta: ecco Mimun, un grande direttore, speriamo venga presto da noi... Mi vergognai per lui. Poi, quando ero al timone del Tg1, lui che era sempre stato di centrodestra, in un momento politicamente complicato, in un'intervista prese le distanze da Berlusconi e attaccò la mia gestione. 


Non ebbi dubbi: io lo avevo portato all'edizione delle 20 e io di lì lo tolsi. Fui tormentato da decine di telefonate. Mi dicevano: è pentito, va perdonato. Dal cinema. Dai vertici aziendali. Dalle alte sfere del mondo della comunicazione del Vaticano. Parliamo di una persona che ha scritto un manuale di giornalismo e non ha messo in copertina una foto di McLuhan. Ma di se stesso».

Ci sarà un episodio non «politico», per finire...
«Ma sì. Al Tg2 chiedo l'elenco dei precari per assumerne uno bravo. Trovo il nome di Enrico Lucci, già bravissima Iena. Lo chiamo, lui viene. Gli propongo un'assunzione dicendogli: tu adesso hai la fama e un po' di soldi, ma chissà quanto dura, io ti posso garantire meno riflettori però un contratto a vita. Lui ci pensa un giorno e mi dice no, non se la sente di accettare poi mi chiede: "Clemente, per favore, facciamo che non sono mai venuto qui, altrimenti mi tolgono dall'elenco dei precari Rai...". Fantastico, sincero, autentico».


Paolo Conti
15 agosto 2010



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Scontro tra Firenze e Roma sul David "Appartiene allo Stato", "No, è nostro"

La Stampa

Il ministero attacca: il Comune non ha la proprietà della statua.
Il sindaco Renzi: "Carte chiare".
In gioco 8 milioni di euro l'anno




FIRENZE

È disputa patrimoniale a distanza tra il ministero dei Beni culturali e il Comune di Firenze sulla proprietà del David di Michelangelo. Appartiene allo Stato, secondo una dettagliata relazione scritta dagli avvocati dello Stato Maurizio Raugei e Luigi Andronio per conto del ministero. Replica immediata del sindaco Matteo Renzi: «Con buona pace degli avvocati romani, i documenti inoppugnabili in possesso dell’ amministrazione comunale e dello Stato sono chiari: il David è della città di Firenze».

In gioco, oltre il valore inestimabile della statua, esposta nella Galleria dell’Accademia, ci sono gli introiti della vendita dei biglietti ai turisti: circa 8 milioni di euro ogni anno. I due legali del ministero hanno ricostruito la storia del David partendo da un primo punto: il Comune di Firenze, che nasce in epoca granducale, tra il 1771 e il 1783, non può essere considerato l’erede diretto della Repubblica fiorentina che nel 1504 pagò i 400 fiorini per saldare il debito contratto con Michelangelo dagli operai dell’opera del Duomo e dai Consoli dell’Arte della Lana che lo avevano commissionato per la cattedrale. Si tratterebbe, dunque, di un’eredita tra Stati, fino alla riunificazione nel Regno d’Italia «che - scrivono i legali - non lascia spazio alla sopravvivenza di alcuna autonomia locale».

C’è un altro passaggio che, secondo i due avvocati, taglia definitivamente la testa al toro: quando il David fu trasferito nel 1872 dall’arengario di Palazzo Vecchio all’Accademia, il Comune non avrebbe rivendicato alcuna proprietà. Per quanto riguarda l’atto del 1871 che certificava il passaggio di proprietà al Comune dell’intero Palazzo Vecchio e di tutte le statue presenti nell’arengario, nella loro relazione i due legali citano un rogito notarile del 9 novembre 1871 con il quale si procedeva alla consegna del solo edificio del Palazzo «con tutti i suoi annessi, infissi ed affissi e con tutti gli oggetti mobili tassativamente indicati in apposito inventario sottoscritto dalle parti». Ma sia nella legge delega, sia nel verbale di consegna «non si parla affatto della statua del David che pur aveva assunto nel frattempo enorme valore anche simbolico».

È assolutamente certo, invece, che il David sia di proprietà del Comune, il sindaco Renzi. «Per sostenere il contrario - dice - non basta arrampicarsi sugli specchi e credo che un Ministero tutto potrà fare tranne che ignorare una disposizione di legge, aggrappandosi alle dichiarazioni di un delegato comunale. Certo, questo Governo è capace di sorprenderci su tutto, ma spero non varcheranno almeno questo limite. Detto questo, visto che è Ferragosto, eviterei polemiche sterili». Poi, Renzi lancia un invito al dialogo:

«Le Istituzioni - dice - non bisticciano come bambini, ma trovano le soluzioni più opportune. Chiederò al ministro Bondi un incontro, appena sarà rientrato in Italia, per fare il punto su tutte le questioni ancora aperte nei rapporti tra Firenze e il Governo centrale: dal David ai Grandi Uffizi, dal Maggio alla Pergola fino alla legge speciale, che, se torniamo a votare, sicuramente ci riprometteranno come in tutte le passate campagne elettorali». Cauta, sugli ultimi sviluppi, la sovrintendente del Polo museale fiorentino, Cristina Acidini, che dice: «seguo con attenzione l’evolversi della vicenda». Intanto, dal parlamentare del Pdl Gabriele Toccafondi arriva un appello al dialogo e ad evitare scontri tra istituzioni.




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La mia Sophia Loren diva dietro le sbarre"

La Stampa

L'ex direttrice del carcere racconta l'arresto dell'82:
«Le detenute in coda le chiedevano raccomandazioni»



GRAZIA LONGO

Una diva non si smentisce mai. Neppure dietro le sbarre. È una Sophia Loren in jeans, maglietta bianca ma «sempre con tacchi vertiginosi e lunghe ciglia finte» il premio Oscar che per 17 giorni, nel 1982, diventa una detenuta qualsiasi nella prigione di Caserta. Le responsabilità fiscali che la inducono a costituirsi saranno poi attribuite al suo commercialista, ma per oltre due settimane l’attenzione dei mass media di tutto il mondo è concentrata sulla sua «semplice cella di pochi metri quadri con mobili di dotazione ministeriale, un piccolo televisore e niente altro». Soprattutto quando mille rose rosse, indirizzate a Sofia, invadono l’intero carcere.

Il ritratto della Ciociara che al suo ingresso consegna «un grosso bracciale rigido istoriato, un raffinato anello di brillanti ed un vistoso medaglione» ma rassicura subito i secondini con un «non vi preoccupate: è tutta roba falsa, oggi loro non lo porta più nessuno», è tratteggiato nel libro «Donne cancelli e delitti», Edizioni Guida. Uno spaccato sulla detenzione femminile di Liliana De Cristoforo, 63 anni, per più di 30 direttore di istituti penitenziari. 


Con sensibilità, sostenuta dall’esperienza maturata nel tempo, l’autrice offre vari ritratti di donne. Dalla moglie di un marito-padrone che lo uccide a colpi accetta dopo decenni di soprusi, alla maestra di scuola che lava il disonore di un figlio illegittimo ammazzando l’uomo che l’ha illusa, passando per una nigeriana clandestina e un transessuale condannato per violenza sessuale. Drammi, tormenti e passioni si incrociano con le pagine dedicate a Sophia Loren che diventa, suo malgrado, star indiscussa anche dietro le sbarre.

«All’ora prevista per l’arrivo, il personale, di solito carente, era tutto presente; anche quello che aveva terminato il proprio turno, anche quello con turno diverso e quello in ferie. Erano tutti lì, in trepidante attesa del grande evento. Ancora maggior fermento tra le detenute, informate dalla Rai dell’arrivo dell’illustre ospite». Eccola allora Sophia in un «semplice tailleur di lanetta leggera verde marcio Valentino. Fui colpita dalla sua magrezza e dalla statura accentuata dai tacchi altissimi che le consentivano di sovrastare tutti almeno di un palmo».

Ma chi si aspetta la prorompente vitalità della «pizzaiola» resta deluso. C’è solo una signora di 48 anni attonita e smarrita «per la perdita di un bene primario: la libertà». Eppure è sempre lei, il sexy symbol italiano che ha conquistato il mondo. Del resto, ancora due mesi fa il sito inglese Askmen, ha messo al top delle dive nel nostro Paese più amate e desiderate dagli gli uomini proprio Sophia Loren, seguita da Monica Bellucci, fanalino di coda Elisabetta Canalis. Il fascino e la fierezza le conferiscono «un contegno altero e regale mitigato dall’esigenza pratica di scendere dal trono». 


Sophia Loren è di poche parole ma gentile con tutti. Non si lamenta e non avanza richieste particolari. Anche se i giornali di tutto il pianeta favoleggiano sulle condizioni principesche in cui è relegata. E così si narra che va a pranzo al ristorante, che incontra il marito Carlo Ponti ogni giorno e che quando mangia in carcere le vengono serviti menù degni di una regina. «I giornalisti mi ossessionavano con una domanda martellante - rievoca Liliana De Cristoforo - «Cosa mangia la Loren?». Interpellai la madre superiora. «Cosa vuole che mangi?» rispose. «Non vede com’è magra? Ieri ha preso un uovo sodo, insalata e frutta».

Non paga, la direttrice del carcere si rivolge direttamente all’attrice. «Le chiesi se intuisse perché tutti mi chiedevano cosa mangiasse. “Perché pensano che una diva non possa fare a meno di aragoste, caviale e altre raffinatezze” mi rispose con un sorriso ironico. Il cibo è l’indice dello status symbol delle persone, quello che distingue i ricchi dai comuni mortali». L’attrice trascorre le giornate chiusa in cella «a leggere i giornali, guardare la televisione e rispondere alle centinaia di lettere che riceveva ogni giorno. 


«Mi sono costituita per poter mettere piede nel mio Pese» mi disse, «per poter venire a fare visita a mia madre che è ormai anziana e non può viaggiare facilmente». In realtà pare ci fosse in ballo il progetto di un film per un compenso di mezzo miliardo di lire e qualche maligno disse persino che e che aveva venduto l'esclusiva della sua esperienza in prigione ad una rivista americana per 400 milioni di vecchie lire. Ma non era vero. In carcere Sophia parlava pochissimo, «ma le altre detenute volevano incontrarla. Acconsentì a conoscerle durante l’ora d’aria».

Il cortile si trasforma così in un palcoscenico ideale dove la stella del cinema viene sottoposta a un serrato interrogatorio sulla sua vita privata e personale. «Le chiesero di tutto: dalla raccomandazione per lavorare nel cinema alla garanzia per un prestito bancario, dalle curiosità sul mondo dello spettacolo a quelle circa il prezzo di gioielli e abiti firmati. Molte riuscirono ad ottenere un dono: una radiolina portatile, un mangianastri, una camicetta di seta, un foulard griffato, occhiali da sole o una cintura».

Alla fine, il 5 giugno 1982, Sophia Loren viene scarcerata. Sono solo le 6,20 del mattino, ma all’esterno l’attendono oltre 100 giornalisti, fotografi e tele operatori venuti dal Giappone, dall’America e da mezza Europa. «Mi hanno trattata bene - sorride Sofia di fronte alle telecamere -, ma nessuno poteva evitare che udissi in continuazione il tonfo delle porte che si chiudono dietro di te e tu non hai le chiavi». E via, verso il suo destino da diva.




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Tulliani, c’è la pista dei conti americani

Il Tempo

La società immobiliare di famiglia aveva una sede anche in provincia di New York. Cene e incontri con la comunità italiana negli Usa.


«Follow the yellow brick road», cantava la stella di Holliwood Judy Garland nel film il Mago di Oz. Seguite la strada di mattoni gialli. Chissà se l'ha mai ascoltata quella canzone, il giovane Giancarlo Tulliani. Lui e la sua famiglia di mattoni - anzi di mattoncini - se ne intendono almeno a giudicare dal piccolo tesoretto immobiliare messo su negli anni insieme al papà impiegato dell'Enel Sergio, alla mamma casalinga Francesca Frau e alla sorella Elisabetta. La strada dei mattoncini dei Tullianos, come ormai è stato ribattezzato il clan imparentato con il presidente della Camera, non porta solo verso Montecarlo ma si allunga dall'altra parte dell'oceano, negli Stati Uniti. I Tulliani amano l'America: Elisabetta ha dichiarato in più interviste di aver conosciuto Gianfranco Fini ad una festa organizzata dall'ex ambasciatore Usa a Roma, «un amico di vecchia data dei miei genitori».

Così come ha ostentato in pubblico i rapporti con la comunità italoamericana. In particolare, ricorda Panorama nel numero di questa settimana, con Franck D. Stella, potentissimo fondatore della Niaf (la fondazione che rappresenta i nostri connazionali negli States) e grande amico dell'ex di Ely, Luciano Gaucci. Tanto che alla vigilia della battaglia per le presidenziali del 2000 fra George W. Bush e Al Gore, i Tulliani invitarono i coniugi repubblicani Stella a Viterbo per il match della Viterbese, squadra ai tempi lasciata dall'innamorato Gaucci nelle mani della fidanzata e del suo fratellino. In mezzo alla partita comparve a sorpresa sugli spalti dello stadio un gigantesco striscione con scritto «The italian people for Bush for president». E poi, dopo novanta minuti di sano calcio tricolore, via tutti a celebrare i due ospiti d'onore in trattoria da «Nando al pallone».

 
Le amicizie dei Tulliani con ambasciatori e lobby degli italoamericani a New York danno respiro internazionale al business dei mattoncini di Sergio, Francesca, Ely e Giancarlo. Non è infatti un caso che la Wind Rose International Real Estate, la società di famiglia fondata nel 2004 per entrare nel mercato degli immobili di prestigio, vantasse pubblicamente sul sito internet «contatti ad alto livello, sia politico che sociale, in Italia e nel mondo» e soprattutto avesse basato una delle sue sedi proprio negli Usa.

Per la precisione a Long Island City, provincia di NY, nella suite 411 al 27/28 di Thompson Avenue. Così come non è un caso che tutte le società dei Tullianos siano state battezzate con nomi inglesi: oltre alla Wind Rose (rosa del vento), anche la Giant Entertainment e la Absolute Television Media. Un tocco «international», magari esibito dallo stesso Giancarlo come biglietto da visita per entrare nel giro giusto di Montecarlo, che riporta i Tullianos sulla pista americana.

Folgorato dal più ruspante Gaucci sulla via di New York, negli ultimi anni il clan di Elisabetta ha del resto potuto coltivare le relazioni intercontinentali sfruttando le conoscenze istituzionali del nuovo e assai più blasonato fidanzato di Ely. Il presidente della Camera, nonché ex ministro degli Esteri, ha incontrato proprio di recente l'attuale presidente del Niaf, Joseph Del Raso, con cui si è intrattenuto a cena lo scorso 9 giugno in un ristorante di via Veneto di fronte all'ambasciata.


Del giovane Tulliani, intanto, in questi giorni non c'è traccia. Dopo lo scatto all'autolavaggio con la fidanzata griffata e la Ferrari insaponata sembra sparito nel nulla. E c'è già chi scommette che per evitare i paparazzi e soprattutto stare alla larga dal cognato imbufalito, Giancarlo sia volato negli amati Stati Uniti magari per bussare alla porta di Frank Stella il giorno di Ferragosto e chiedere asilo: «Do you remenber the striscion of Viterbese?».



Camilla Conti

15/08/2010





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FareFuturo: Feltri si muove su commissione contro Fini e la butta in caciara

IL Mattino

ROMA (14 agosto)


Ffwebmagazine (www.ffwebmagazine.it), il periodico on line della Fondazione Farefuturo, continua oggi a chiedere spiegazioni al direttore del Giornale, Vittorio Feltri.«Vittorio Feltri continua a girarci intorno. Con il suo editoriale di oggi (in cui fra l'altro ci definisce "ultras", e speriamo lo faccia con ironia volontaria, visto il pulpito) non chiarisce di un grammo quella che ieri abbiamo definito la sua "smentita".

E continua a non illuminarci su un punto, peraltro abbastanza semplice: la raccolta di firme per "mandare a casa" la terza carica dello Stato - con una sorta di farsesco golpe a mezzo stampa - si poggia sulla questione della casa di Montecarlo? Sì o no? O è piuttosto una questione tutta politica, un modo per far pagare il dissenso al traditore Gianfranco Fini? Una epurazione pubblica che si serve di uno "scandalo" rattoppato con rivelazioni che sconfinano sempre più nel ridicolo, tra cucine Scavolini e testimoni anonimi?

E' così difficile rispondere? C'è poco da discutere: la questione di Montecarlo non rientrava, ieri, fra le tre ragioni per cui Fini dovrebbe dimettersi. E dunque, è stata "derubricata" a "questione di galateo". Il direttore del Giornale è maestro nel "buttarla in caciara", come si dice a Roma. Ma così facendo dimostra che il rigore preteso da chi ha la sventura di finire nel mirino di Feltri (e del suo referente politico), pare essere un optional sulle colonne del Giornale».

«Direttore - conclude Ffwebmagazine - ci risponda, ci aiuti a capire. Perché ai nostri occhi quella per le dimissioni del presidente della Camera ha tutto l'aspetto di una battaglia politica "su commissione", in cui la vicenda monegasca ha la funzione del classico "paravento". Ci risponda, anche per quei suoi lettori che (ma è solo un'ipotesi) forse non gradiscono essere strumentalizzati, quando non addirittura presi per i fondelli».




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Lezioni di «guida» a una passeggera sull'aliscafo per Capri

IL Mattino

 
di Pino Taormina

NAPOLI (15 agosto) - «Donna, tutto si fa per te...», diceva una vecchia canzone popolare. Ma il comandante di un aliscafo che collega Napoli con Capri, probabilmente, ha esagerato. Perché quello che ha fatto va ben oltre il normale rito delle gentilezze e del bon ton che pur si devono a una damigella. È mercoledì 11 agosto, sono da poco passate le 13,15. Il video postato su YouTube mostra una ragazza seduta comodamente nella cabina di pilotaggio di un aliscafo di linea in navigazione. Sì, uno Snav che collega il capoluogo partenopeo con l’Isola Azzurra. Con a bordo poco meno di cento passeggeri.

La bella passeggera si chiama Maria Rosaria Federico, fa la fisioterapista con l’hobby della musica e risiede a Capri. E sul sito di videosharing più famoso al mondo - ormai il nuovo modello di televisione aperta, seguita da una platea sempre meno spettatrice passiva e sempre più protagonista attiva - la fanciulla ha un canale tutto suo in cui impazza tra canzoni e lezioni di make-up. Non è la prima volta che si affaccia sulla feritoia di Internet, sventolando il suo fazzolettino elettronico.




«Sono una pendolare da anni, mi è venuta voglia di chiedere al comandante come si fa a guidare un aliscafo e lui mi ha fatto entrare nella cabina», racconta candidamente al telefono. Semplicemente. A dirsi è facile. Ma il problema è un altro. «Ma cosa avrei combinato da meritare simile attenzione?», dice quasi compiacendosi. In fondo distinguersi tra milioni di utenti è un compito che richiede impegno, creatività e tempo. «La sicurezza? Ma nel video si vede benissimo, è tutto sotto controllo. Conosco da anni il comandante, lui è bravissimo, davanti a noi non c’era nessuno. E io sono brava».

La giovane caprese, figlia di un professionista, spiega: «Quando posso entro nella cabina, e mi faccio spiegare qualcosa». Nel video (che si chiama «Mery al comando della Snav» ed è visibile su ilmattino.it e dura 3 minuti e 32 secondi)la ragazza si fa riprendere da un’amica mentre prende lezioni di navigazione seduta nella plancia di comando. A un certo punto, la ragazza prende il telefono e prova persino a scherzare: «May day, may day». Per carità, sbotta chi le sta a fianco, non dirlo neanche per scherzo: «Proprio in questa bella giornata?!!». Per carità. Nelle varie simulazioni (si spera) di contatto-radio con la Guardia costiera, emerge che a bordo ci sono 92 passeggeri. «E se si accorgono che sto pilotando io?», si sente nel video. «Ma dai - la rassicura - e come fanno?».

Certo, a voler essere solo per un attimo magnanimi, il comandante ci fa persino un po' simpatia, come l'Alberto Sordi che ne «Il Vigile» proprio non riesce a fare il proprio dovere con la sensuale Sylva Koscina. «L’istruttore» dà spiegazioni apparentemente banali: se devi andare a destra vai a destra... se devi andare a sinistra... brava così sempre con manovre piano piano... La ragazza ascolta e sorride: «Stiamo andando a Capri, ma non so a che ora arriviamo perché sto guidando io». E giù risate. La mano della donna è sul joystick del comando... L'amica che riprende tutto fa una panoramica sul golfo e - rassicurante - non si vedono imbarcazioni all’orizzonte. Ma chi va per mare sa bene che i pericoli sono di ogni tipo.


Certamente il comandante dell'aliscafo aveva la situazione sotto controllo: buona visibilità e la percezione che c’erano tutti i margini per rimediare a eventuali gesti improvvisi e potenzialmente pericolosi da parte delle ragazza «al comando» della nave. Ma resta il video con tutte le inevitabili polemiche che genererà sulla sicurezza e sui pericoli della navigazione apparentemente violata nel golfo di Napoli.




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Sull'alloggio Fini ha scritto il falso. Perché?

di Massimo De Manzoni

La nota dell’ex leader di An suona come una confessione: cita la data del rogito tra le società off-shore di cui aveva giurato di non sapere nulla



 

Gianfranco Fini fa filtrare all’agenzia Ansa, tramite fonti della presidenza della Camera, che giudica irrilevanti, le notizie sui mobili desti­nati a Montecarlo pubblicate dal Giornale . Fa addirittura lo spiritoso sull’acquisto di un porta­ombrelli. Ci fa piacere che la terza carica dello Stato abbia ritrovato il buonumore che ultimamente sembra­va aver perduto, ma temiamo che il suo stato d’animo sia frutto di un equivoco. Il Giornale infat­ti ha intervistato uno dei dipendenti della Castel­lucci Arredamenti che, con nome e cognome, rife­risce delle visite del presidente della Camera e del­la sua compagna Elisabetta Tulliani al mobilifi­cio, dei loro colloqui con il designer, del fatto che si parlava espressamente di arredi destinati a una residenza di Montecarlo.

Oggi aggiungiamo altri particolari che confermano la veridicità di questa testimonianza. All’ultimo momento Fini e signora hanno cam­biato idea, dirottando la cucina in altra magione, come lascia capire la nota passata all’Ansa? Si so­no forse accorti che era troppo grande per l’appar­tamento di Boulevard Princesse Charlotte, come inopinatamente sostiene Benedetto Della Vedo­va (ma che ne sa lui? Non stava con Pannella ai tempi in cui lo stato maggiore di An faceva sopral­luoghi nel principato di Monaco? Ci si è recato in seguito? Quando? Con chi? E chi gli ha aperto la porta? Mah...)?. Questo al momento non lo sap­piamo. Sappiamo però la cosa che conta e cioè che nel 2009, un anno dopo che la casa lasciata in eredità ad An dalla contessa Colleoni era stata ven­duta a una società off- shore e Fini, come giura per iscritto, non ne aveva saputo più «assolutamente nulla», lui e la Tulliani parlavano davanti a testi­moni di acquistare arredi per un’abitazione a Montecarlo.

Quale? Noi pensiamo sia la stessa ricevuta in eredità da An, venduta a società off-shore e poi data in affitto al fratello del­la compagna di Fini. Lo stesso appar­tamento che Fini e la Tulliani fre­quentano con una certa assiduità, co­me alcuni inquilini ci avevano già detto e come conferma clamorosa­mente l’intervista che pubblichia­m o oggi. Se il presidente della Came­ra ha invece altri recapiti a Montecar­lo, ce lo faccia sapere. E magari, visto che c’è, ne approfitti per dare qual­che altra risposta ai quesiti che Il Giornale (ma ultimamente anche qualche altro quotidiano, fra cui per­sino La Repubblica ) gli ha rivolto. Perché questa non è un’inchiesta su una cucina Scavolini e neppure su una culla o un portaombrelli. Quel che Fini finge di non capire è ch e Il Giornale sta semplicemente verificando se sulla casa nel Princi­pato il presidente della Camera ab­bia detto la verità oppure, come mol­ti indizi portano a credere, abbia mentito agli italiani.

Il mobilificio è un tassello importante, ovvio. Ma in questi venti giorni ne abbiamo tirati fuori molti altri. Ricapitoliamoli. L’appartamento è stato venduto a 300mila euro dopo che erano state lasciate cadere offerte superiori al milione: perché? Su indicazione di Giancarlo Tulliani la cessione è avve­nuta a favore di una società off-sho­re creata appositamente appena 20 giorni prima: chi era il vero compra­tore che si voleva occultare con que­sto sistema? Come mai lo stesso T ul­liani ha seguito i lavori di ristruttura­zione? E come è possibile che alla fi­ne risulti proprio lui l’affittuario? Quanto p aga ? Quando, precisamen­te, Fini ha appreso con «sorpresa e disappunto» che il cognato abitava lì? In questi giorni dall’inchiesta del Giornale ?

Oppure molto prima, co­me rivelano le numerose testimo­nianze che lo collocano più volte in quell’edificio negli ultimi dieci me­si, sempre in compagnia di Elisabet­ta Tulliani e, talvolta, anche di Gian­carlo? Il presidente della Camera ci spie­ghi. Ci spieghi anche, se può, quel che lui stesso ha scritto nella celeberri­m a nota difensiva in 8 punti di dome­nica scorsa e che suona come un’in­volontaria confessione. Afferma, n e­ro su bianco, la terza carica dello Sta­to: «La vendita dell’appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al notaio Aureglia Caruso e sulla na­tura giuridica della società acquiren­te e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla».

Bene, que­sto è semplicemente falso. L’appartamento di Boulevard Prin­cesse Charlotte fu ceduto da An alla società Printemps l’ 11 luglio 2008 nello studio del notaio Paul-Louis Aureglia . Il 15 ottobre 2008 la casa dell’eredità Colleoni passò, davanti a un altro notaio ( Aureglia Caruso , per l’appunto), dalla Printemps alla società «gemella», con sede nello stesso edificio dello stesso paradiso fiscale, che poi l’affitterà al «cognati­no ». Fini, secondo le sue parole, non poteva saperlo. Eppure lo scrive. Lui, di suo pugno. Visto che ora ha recu­perato favella e persino un po’ di umorismo, ci svela l’arcano, per favo­re? Attendiamo fiduciosi.




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Camera Gianfranco il presidente più assenteista: in Aula 6 ore al mese

di Redazione

Troppo impegnato. Troppo impegnato a fare il controcanto al premier e cofondatore con lui del Pdl, Silvio Berlusconi, per svolgere a pieno regime il suo ruolo, quello di presidente della Camera dei deputati. Proprio così: le presenze in aula di Gianfranco Fini sono inversamente proporzionali all’acuirsi dello scontro interno al Pdl. E così, cifre alla mano, ecco il dato che non ti aspetti: sino al 6 agosto del 2010 il presidente è stato presente appena 45 ore su 527 complessive di lavori. Che in soldoni vuol dire che ha presieduto sì e no sei ore al mese, anzi qualcosina in meno.

Parlano le statistiche che diligentemente il presidente Fini - lui che più di una volta ha tuonato contro gli assenteisti - ha voluto on line, sul sito della Camera dei deputati. Del resto, basta guardare il numero di sedute presiedute per rendersi conto che tra il 2009 e il 2010 l’attività parlamentare di Gianfranco Fini ha avuto un crollo verticale. Se nel 2009 la media era di una decina al mese, nel 2010 è andato decisamente giù in picchiata: appena due a gennaio, cinque a febbraio, solo tre ad aprile. Il risultato finale è appunto di appena 45 ore, nemmeno due giorni.





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La zia gli lasciò tutto ma Fini non venne neanche al funerale"

Il nipote della Colleoni, Paolo Fabri: "Noi parenti non l'abbiamo mai visto. Ha tradito la volontà di Anna Maria e di tutti i militanti"



«Il testamento fu scritto nel 1997, quando Anna Maria seppe di essere malata, ma soprattutto quando era ancora fermamente convinta che l’onorevole Fini avrebbe determinato la svolta per il partito che per troppo tempo era stato tenuto ai margini delle politica che conta. In un certo senso aveva previsto giusto. L’ascesa di Alleanza nazionale e dell’onorevole Fini è nota a tutti. Comunque, dalla clinica inviò al notaio Spadaro il suo testamento olografo, su suggerimento di un suo stretto conoscente. 

Alle amiche aveva confidato il contenuto del testamento, ma, quando mi anticiparono le ultime volontà della zia, non volevo crederci. Anche i suoi effetti personali furono spediti al notaio Spadaro. Mentre io personalmente mi sono occupato delle sue esequie e della successiva tumulazione nella tomba di famiglia a Monterotondo, cerimonia alla quale non partecipò nemmeno un esponente politico di An. Francamente pensavo avrebbe lasciato parte del suo patrimonio a una fondazione a tutela dei gatti randagi e una borsa di studio ai figli meritevoli dei membri del partito. 

Con l’apertura e pubblicazione del testamento ebbi invece la conferma delle voci: Alleanza nazionale, nella persona del suo presidente Gianfranco Fini, era stata nominata erede universale. Non penso che preferì il partito ai nipoti e ai gatti. Penso che avesse un ideale che aveva inseguito per tutta la vita, ma non era riuscita a raggiungere, e volesse dare il suo estremo, tangibile, determinante contributo per “la buona battaglia”».

Cos’era, cosa rappresentava, il fascismo prima, il Msi poi e infine Alleanza nazionale per sua zia?
«Il fascismo non lo ha vissuto pienamente, aveva 9 anni nel 1943, ma attraverso le esperienze del padre Guardino Colleoni, che fu gerarca fascista e non cambiò mai bandiera. Morì quando Anna Maria aveva solo 24 anni. Il Movimento sociale italiano era nel sangue della zia. Aveva un’ammirazione profonda per Giorgio Almirante e per le sue capacità oratorie, ma soprattutto per la sua onestà e coerenza politica. Alleanza nazionale rappresentava lo sdoganamento, la liberazione dalla nostalgia del fascismo, di idee e principi ai quali Anna Maria rimase fedele tutta la vita: Dio, patria e famiglia».

È vero che Anna Maria era amica di Almirante, di Romualdi e tanti altri pezzi grossi del partito? Se sì, può raccontarci qualche episodio?
«Non mi risulta che fosse amica né di Almirante, né di altri pezzi grossi del partito. Li avrà conosciuti, ma non aveva rapporti di frequentazione o amicizia. Era però fiera dell’incontro con l’onorevole Fini che mi raccontò personalmente e di cui hanno parlato tutti i giornali, anche se riportando frasi in romanesco che mi risulta difficile immaginare uscite dalla bocca di mia zia».

Era davvero così «innamorata» di Fini come raccontano a Monterotondo?
«Se per amore si intende fiducia e fedeltà, sì, penso che fosse innamorata di ciò che Fini rappresentava e lo ha dimostrato».

Quel che sta emergendo con la vicenda di Montecarlo (svendita a prezzi stracciati, società off-shore, affitti segreti al cognato di Fini) stride pericolosamente con la buona battaglia a cui si riferiva sua zia, o no?
«La vendita a prezzi stracciati avrebbe di fatto danneggiato gli iscritti ad An, fornendo risorse inferiori a quelle possibili. Ma non noi. Perché, anche se pochi, i soldi sono stati effettivamente versati e messi nel bilancio del partito. Diciamo una “buona battaglia” parziale».

Secondo lei ci sono gli estremi per impugnare il testamento e tornare in possesso dei beni?
«Né io né mia sorella abbiamo mai avuto la possibilità di incontrare l’onorevole Fini, che non fu nemmeno curioso di conoscere i nipoti di questa santa donna. I nostri rapporti sono stati solo con i senatori Pontone e Caruso. Quest’ultimo fu il relatore della legge che abrogò con effetto retroattivo l’articolo 600 del Codice civile (presidente del consiglio D’Alema), norma in base alla quale avremmo potuto impugnare allora il testamento.

Impediva infatti ad associazioni non riconosciute (non solo partiti politici, ma anche sette pseudo religiose e più o meno fanatiche) la possibilità di ricevere lasciti ereditari. A tale proposito voglio richiamare le posizioni espresse all’epoca dal notaio Angelo Busani, di Milano, sulle pagine del Sole 24 Ore e riprese in questi giorni dal quotidiano Libero. Il senatore Pontone ci propose allora un accordo in base a una stima, che oggi appare ridicola, del patrimonio che io e mia sorella, anche per rispetto alle volontà della zia, accettammo.

Certo è che hanno ancora efficacia due articoli del codice, il 647 e 648, che impongono il rispetto dell’onere imposto dal de cuius per l’erede. In questo caso una “buona battaglia” che non può sicuramente essere una battaglia personale, ma collettiva. Sia io sia mia sorella aspettiamo gli sviluppi della situazione e non escludiamo alcuna azione a tutela della memoria della zia e dei nostri diritti».

È vero che siete stati voi a indicare l’appartamento di Montecarlo al partito perché nel lascito non era stato inserito? Ci può ricordare come andò?
«Il testamento non elencava alcun bene, ma dichiarava Alleanza nazionale erede universale. Ovviamente il senatore Pontone, a nome del partito, ci chiese un dettagliato e preventivo elenco delle proprietà che sapevamo essere nella disponibilità di Anna Maria. Poi hanno fatto inventari, visure, accertamenti, sopralluoghi».

La vicenda del gatto Piumina di sua zia. È vero che lei fu «costretto» ad accollarselo perché il partito non lo voleva?
«Il partito forse non sapeva e comunque non si interessò minimamente dell’esistenza di Piumina. Penso di avere disposto secondo le volontà di Anna Maria affidandola alle amorevoli cure del conte Valentini di Montalfina».

Conferma quel che ha già detto al Giornale sull’appartamento di sua zia, che lei voleva acquistare, e che il partito non volle venderle perché «promesso» a un parlamentare?
«Il Giornale ha riportato la notizia che volevamo acquistare la casa dei Parioli, ma questo non corrisponde al vero, volevamo acquistare la più modesta casa di viale Somalia. Casa nella quale viveva Anna Maria e nella quale erano tutti i suoi ricordi, documenti, fotografie e cimeli di famiglia. Ma era già stata impegnata, a favore di chi non so».

Crede che sua zia se oggi fosse ancora in vita si accoderebbe all’ondata di migliaia di italiani che chiedono le dimissioni di Fini?
«Io ho sempre creduto nei suoi stessi ideali, in una “destra vera e leale”. Sono pronto a continuare la sua “buona battaglia”».

Che impressione le fa vedere il «cognato» di Fini nell’abitazione che fu di sua zia?
«Fortunatamente, io personalmente, non l’ho mai visto».




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Il diktat del centro arredi. "Della vendita di quei mobili dovete parlare solo con i magistrati"

di Redazione

«Il cliente a me m’ha chiesto, tu devi rispondere a una semplice domanda: m’hai venduto dei mobili? Ok. Allora domanda. Mi hai consegnato, ti sei interessato di una consegna? Anzi, non interessato, mi hai fatto una consegna, hai pagato un trasportatore? No». Così Davide Russo, il testimone-dipendente di Castellucci, riassume il senso della «parola d’ordine» che uno dei vertici del centro arredi avrebbero fatto circolare dopo che quei progetti e quegli arredi per una casa all’estero dei clienti «vip» Tulliani e Fini erano diventati scottanti.

Una raccomandazione ricevuta anche venerdì, quando ormai Russo aveva deciso di raccontare al Giornale quello di cui era stato testimone, dall’amministratore dell’azienda, Paolo Spano. «Non si parla con i giornalisti, se poi ci chiamano i magistrati diremo la verità su questi mobili», il diktat. Che poi, nell’eventuale faccia a faccia con i pm, la linea non cambia troppo: «Ok la vendita. E dopo la vendita, possiamo aver fornito numeri telefonici e contatti per trovare lo spedizioniere, ma non abbiamo trasportato niente, noi direttamente».

La conseguenza paventata è una querela ai sensi della «legge sulla privacy», e la linea «interna» alla fin fine è la stessa del comunicato ufficiale del negozio. Che sorvola appunto sulla vendita dei mobili e sulla progettazione di ambienti, e rimarca solo la propria estraneità da eventuali spedizioni a Montecarlo. Così quella storia, l’aver arredato la «casa di Fini a Montecarlo», che per mesi era stata una medaglia da esibire con clienti e fornitori, una vicenda praticamente di pubblico dominio, dal 28 luglio era diventata top secret.

D’altra parte le «raccomandazioni» del centro arredi di via Aurelia a Roma non intaccano nemmeno una virgola di quanto raccontato dal Giornale e dal testimone. Che ancora ieri ha ribadito di non sapere chi, alla fine, si occupò di portare arredi e materiali per la ristrutturazione dell’appartamento alla destinazione finale, oltreconfine. Pur confermando che quei progetti curati personalmente da Elisabetta Tulliani accompagnata, in due occasioni almeno, dal presidente della Camera, erano per una casa all’estero in via di ristrutturazione.

«Non vedo l’ora di poter ripetere a un giudice quello che ho sentito e che ho visto, anche in relazione alla cucina di cui avete pubblicato fattura e disegni».

Intanto potrebbe essere un avvocato a raccogliere ancora una volta lo sfogo e la verità di Davide Russo, e non solo la sua. Dopo Ferragosto gli stessi esponenti della Destra che presentando l’esposto sulla casa di Montecarlo (ereditata da An e svenduta a società off-shore) hanno innescato l’inchiesta dei pm romani, daranno il via a una serie di indagini difensive, nominando un avvocato di fiducia.
Che potrà, appunto, svolgere un’inchiesta parallelamente a quella dei pm, come previsto dal codice. Il primo passo annunciato è appunto la raccolta di testimonianze, e tra i primi a essere ascoltati potrebbero esserci i vertici del centro di arredamenti Castellucci, nonché i dipendenti che avrebbero, lavorando lì, seguito l’evoluzione della progettazione dell’arredo per quella casa.


GMC-MMO



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Casa di Montecarlo: Fini un habitué "Era qui pure a novembre coi Tulliani"

di Stefano Filippi

Il manager Care, imprenditore emigrato nel Principato: "L’ultima volta ho incrociato il presidente della Camera, la compagna e Giancarlo nell’androne.

Ci fermammo a chiacchierare per un quarto d’ora. Lui sembrava soddisfatto del sopralluogo nell’appartamento".

 Il diktat del centro arredi: "Della vendita di quei mobili dovete parlare solo con i magistrati".

L'erede della Colleoni: "La zia gli lasciò tutto ma lui non venne neanche al funerale".

Campagna "Fini dimettiti": aderisci


 

La «sorpresa» e il «disappunto» di Gianfranco Fini nell’apprendere che la casa di Montecarlo venduta da An era abitata dal cognato? «Ho incrociato il presidente della Camera in Boulevard Princesse Charlotte 14, ho chiacchierato a lungo con lui ed era piuttosto soddisfatto della casa da cui usciva». Luciano Care è un imprenditore italiano che vive da 13 anni a Monaco dove gestisce una società di import-export. Ha molti amici nel Principato, tra cui un vicino di Giancarlo Tulliani. Ed è uno dei numerosi monegaschi che negli scorsi mesi ha visto Fini presso l’appartamento. Care ha anche chiacchierato con lui: era durante il ponte del primo novembre 2009, un anno dopo i passaggi dell’immobile attraverso società off shore e poche settimane prima che iniziasse la radicale ristrutturazione.

Lei conosce bene quello stabile.
«Certamente. È un edificio piuttosto vecchio, rimesso un po’ a posto alla monegasca. Di recente hanno rifatto l’ingresso a mattonelle bianche e nere ed è privo di ascensore. Si trova a fianco del palazzo di Radio Montecarlo che ora è stato trasformato nel Novotel con un grande parcheggio sotterraneo, a poca distanza dalla stazione ferroviaria. È una zona che si è notevolmente rivalutata con la presenza del nuovo albergo e del residence accanto».

Gli atti notarili attestano che l’alloggio è passato di mano per 330mila euro. Un affare?
«Un grandissimo affare. Quello è il valore di 10 anni fa, prima che fosse introdotto l’euro. Quando ho letto di quella somma, pensavo si trattasse della valutazione fatta al momento del testamento. Si tratta di quello che a Monaco chiamano un “pièce”, una cinquantina di metri quadrati scarsi con sala, angolo cottura, camera, bagno. Dieci anni fa poteva valere due milioni di vecchi franchi francesi. Se poi, come avete raccontato voi del Giornale, è stata fatta una radicale ristrutturazione, indubbiamente il compratore aveva fiutato un affare d’oro».

I lavori sono costati sui 100mila euro.
«Non faccio fatica a crederlo. Il mio amico che abita in zona ricorda che l’impresa ha aperto il cantiere lo scorso gennaio e ha finito a giugno. Tulliani e la sua compagna sono entrati a luglio. Gli operai erano quasi tutti italiani, pochi parlavano francese».

Frequentando Palais Milton, le è capitato di incrociare il presidente della Camera?
«L’ultima volta è stato agli inizi del novembre 2009 e in quell’occasione non mi pareva che l’onorevole Fini fosse così meravigliato, anzi era molto rilassato e disponibile».

Ricorda la data precisa?
«Era durante il ponte dei morti, quando Monaco è piena di italiani in vacanza».

Fini era solo?
«No, con la signora Elisabetta e il cognato. Stavo accompagnando a casa il mio amico quando li abbiamo visti uscire. Ci siamo stretti la mano, un contatto che ricordo molto bene».

Come mai?
«Era una mano ruvida, quasi di un muratore o di una persona che svolge lavori manuali. Mi sono stupito perché mi aspettavo la mano morbida di un manager o di un intellettuale. Comunque il presidente Fini era in gran forma, un bella figura, alto, con un bel giubbotto nero da aviatore, sportivo ma anche molto elegante».

Che cosa vi siete detti?
«Lei sa che la caratteristica del Principato è quella della riservatezza... Abbiamo chiacchierato un quarto d’ora. Gli ho parlato delle condizioni e degli interessi di noi italiani immigrati nel Principato, e gli ho chiesto che faccia qualcosa per noi. Alla fine l’ho ringraziato: complimenti presidente, tenga duro! Ricordo che mentre parlavamo sul marciapiede davanti al portone della palazzina è passata una ragazza in motorino che l’ha riconosciuto subito e anche lei gli ha urlato “Gianfranco non mollare”».

Fini aveva la scorta?
«No e la cosa mi ha sorpreso molto. Mi aspettavo che uno come lui, presidente della Camera, avesse un codazzo di guardie del corpo. Invece erano soltanto loro tre sull’uscio di casa».

Che impressione le fece la terza carica dello Stato?
«Mi è sembrata una delle tante famiglie borghesi italiane che trascorre un fine settimana a Monaco in tutta tranquillità».

Ma l’abitazione di Boulevard Princesse Charlotte non era ancora abitabile, la ristrutturazione è cominciata poche settimane dopo e i mobili sono stati ordinati a gennaio.
«Saranno andati a fare l’ultimo sopralluogo prima dei lavori. Oggi potrei dire che Tulliani avrà fatto vedere alla sorella e all’onorevole Fini come intendeva risistemare l’alloggio».


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