venerdì 13 agosto 2010

La mummia del comunismo

Il Tempo

Fidel Castro compie 84 anni e festeggia pubblicando un libro: "La vittoria strategica". I castristi duri e puri ormai esistono solo in due posti: a Cuba e nel nostro Paese.




Ognuno è certamente padrone di festeggiare il suo compleanno come vuole. Fidel Castro, che di anni oggi ne compie ottantaquattro, ha deciso di farlo rovesciando sui cubani, al prezzo di 22 dollari l'una, sessantamila copie di un librone di 900 pagine. Che egli ha scritto tra una terapia e l'altra cui è sottoposto per un tumore diagnosticato nel 2006. È la sua nuova autobiografia, inneggiante a "La vittoria strategica" della lotta da lui condotta dal 1956 al 1959 contro il regime di Fulgencio Batista. Con tutti i problemi che hanno, e dai quali forse speravano di poter uscire liberandosi di Castro, i poveri cubani non troveranno certamente sollievo nel mattone cartaceo di quello che si sente ancora un mito vivente. Tanto meno si sentiranno consolati dall'annuncio che questo librone non potrà esaurire la loro pazienza. Seguirà infatti un altro librone sulla seconda parte della vita di Castro, quella successiva alla vittoria su Batista. Saranno almeno altre 900 pagine. E non è detto che basteranno.

Dopo averli condannati per decenni a sentire i suoi interminabili discorsi, di quelli che dalle nostre parti si facevano nelle aule parlamentari solo nelle maratone ostruzionistiche mettendo a dura prova le vesciche, Castro ha deciso di condannare i sudditi alla sua altrettanto interminabile scrittura. Non avendo più forza nella voce e nei polmoni, il mito ha ripiegato sulla penna. C'è qualcuno tuttavia che mi fa ancora più pena dei poveri cubani costretti a leggersi le memorie del loro sfinito dittatore, quale deve considerarsi Fidel, nonostante il credito che riuscì a guadagnarsi, o le speranze suscitate in Patria e all'estero, con la visita di quel sant'uomo di Giovanni Paolo II a Cuba nel 1998.


Più dei cubani, costretti a sorbirsi uno degli ultimi, se non l'ultimo regime comunista di vecchio stampo, a quasi vent'anni di distanza dalla caduta del muro di Berlino, dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica e dalla certificazione del fallimento del comunismo, mi fa pena quella parte della sinistra italiana, politica e intellettuale, che continua a pascersi del mito di Fidel Castro e di quella prigione che per molti è rimasta la sua isola sotto la guida formale del fratello.


Mi fanno pena insomma i castristi cubani di casa nostra. Ma ancora di più quelli che a sinistra non sono capaci di disfarsene ritenendoli utili alle armate Brancaleone contro Silvio Berlusconi. È proprio di questi giorni, anzi di queste ore, l'occhio che il presunto segretario moderato del principale partito di opposizione, Pier Luigi Bersani, strizza anche ai castristi nostrani per allestire una coalizione da opporre al Cavaliere in caso di elezioni anticipate.


Così viene riesumata, e persino proposta a Pier Ferdinando Casini e ai più spregiudicati degli amici di Gianfranco Fini, la fallimentare Unione guidata nelle penultime elezioni da Romano Prodi. Che fu penosamente costretta dopo la rocambolesca vittoria elettorale del 2006 a reggersi per due anni sulle stampelle dei senatori a vita, fino a quando non affondò nei guai giudiziari della famiglia del guardasigilli Clemente Mastella. Una sua riedizione non avrebbe destino migliore. Ma potrebbe rifarsi con la seconda parte della nuova autobiografia di Castro, dopo avere tratto dalla prima qualche ispirazione per il suo programma, articolato magari in 900 punti. La sintesi, come si sa, non è il requisito delle compagnie pasticciate, che si perdono prima nelle parole e poi nell'anima.




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L'assalto sul terreno ereditato dalla contessa

Il Tempo

Versioni diverse nel partito sulla vendita del bene a Monterotondo. "Non furono agevolati imprenditori vicini ad An". Alla fine la spuntò un privato a un prezzo altissimo.


«La sensazione che abbiamo avuto è che An a tutti volesse vendere tranne che a imprenditori vicino al partito». Sbotta Giovanni Di Cesare, uno dei costruttori che partecipò all'asta per l'acquistò dei terreni di Monterotondo provenienti dall'eredità Colleoni. La contessa, infatti, oltre all'appartamento di Montecarlo dove ora abita il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani, ricevette anche altre proprietà. Tra cui appunto un appezzamento nelle vicinanze di Roma. Ricorda Di Cesare: «Ci fu un vero e proprio assalto. Sapevamo che la contessa aveva quel terreno e sapevamo che aveva intenzione di dismetterlo. Lo lasciò ad An. E così in molti fecero pressioni perché fosse venduto. Il partito si decise a cederlo e, di fronte alle diverse richieste, lanciò una vera e propria asta a chi offriva di più. Il prezzo lievitò in maniera inverosimile. Ovviamente gli imprenditori vicini ad An speravano di avere una corsia preferenziale ma non fu così. Quello che è incredibile è che il partito ha comprato una sede a Monterotondo per 250mila euro e la casa a Montecarlo venduta per 300mila: qualcosa non torna».


Si passò alle offerte in busta chiusa e l'asta fu vinta da un imprenditore non di Monterotondo. E qui si inserisce una variante alla storia. E l'ha raccontata poco tempo fa ad alcuni big di An Sergio Mariani. Meglio noto come Folgorino, Mariani era il vice di Fini al vertice del Fronte della Gioventù e primo marito di Daniela Di Sotto, poi divenuta moglie di Gianfranco. Mariani ha spiegato che portò al partito un altro acquirente, tra l'altro proveniente da una famiglia di destra, che fece l'offerta più alta ma venne escluso. Si tratterebbe di una proposta che arrivava da una banca. Donato Lamorte, capo della segreteria politica di Fini, non smentisce ma spiega: «Può essere che ci fosse un'offerta proveniente da un istituto di credito. Ma comunque vinse quella più alta. Un uomo portato da Mariani? È la prima volta che lo sento».


Racconta invece Roberto Buonasorte, che fu alla guida di An a Monterotondo e anche colui che presentò Fini alla Colleoni nel '92: «Quel che è sicuro è che il partito sul piano locale venne del tutto escluso. Gestirono completamente l'affare Pontone e Lamorte. noi mettemmo solo in contatto le imprese con via della Scrofa. Quello che fa impressione oggi è che allora fu seguito un metodo, l'asta in busta chiusa. Magari non con tutti i crismi dell'asta ma si andò all'offerta più alta. A Montecarlo forse è avvenuto il contrario, si è cercata l'offerta peggiore». Insomma, un giallo nel giallo. Aggiunge Buonasorte: «Un'offerta di Mariani? Non lo posso escludere ma non lo so. Nel senso che tutto avvenne a Roma. E con le buste chiuse. Di questo affare sanno tutto solo Lamorte e Pontone». I militanti di An a Monterotondo sono rimasti delusi anche per un altro aspetto. Una parte di questi terreni dovevano essere destinati alla costruzione di una scuola. L'idea originaria era proprio quella di intestarla alla nobildonna. La costruzione di quell'istituto non è mai iniziata.



Fabrizio dell'Orefice

13/08/2010





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Ha lavato la Ferrari poi è scomparso Ora Tulliani rischia la fine di Siffredi

Il Tempo

Mistero su Giancarlo, cognato di Fini: l'ultima volta visto all'autolavaggio. Poi è sparito da Montecarlo. Non è neanche nelle case a Roma. Potrebbe subire accertamenti fiscali come l'attore hard.

STAMPA Il Principato lo snobba, meglio Ramazzotti




L'ultima volta che lo hanno visto uscire i vicini di Montecarlo è stato al momento del trasloco. Esasperato da reporter e cameramen che stazionavano 24 ore al giorno sui marciapiedi di Boulevard Princesse cercando di catturare ogni sua mossa, ha fatto le valigie, le ha messe sulla sua Ferrari 458 Italia da 197 mila euro, e si è lasciato alla spalle le polemiche. Già solo quelle perché sarà difficile che non lo raggiungano invece i messi dei magistrati per consegnarli almeno un avviso di garanzia nell'ambito della rogatoria avviata dalla procura di Roma sulla vendita dell'immobile passato da Alleanza Nazionale a una serie di società off-shore basate formalmente nelle Piccole Antille.


La domanda che in questi giorni si fanno tutti quelli che stanno seguendo sui giornali la vicenda è solo una: dove è andato a finire il cognato di Gianfranco Fini. Inutile cercarlo nella residenza romana. Anzi nelle residenze. Sì perché le case intestate a Giancarlo Tulliani secondo quanto risulta a Il Tempo sono due: una a via Raffaele Conforti 80, 9 vani al piano terra, e una seconda nella stessa via, al civico 52, più piccola: 4,5 vani. Nessuna traccia del giovane in nessuno dei due condomini. Dunque il ritorno nella Capitale è escluso. La meta prescelta potrebbe essere qualunque in Europa. Con un particolare, però. Considerata la pubblicità e il fatto che il suo volto sia ormai diventato di casa, i milioni di italiani che in questo momento sono in giro per il mondo potrebbero facilmente riconoscerlo nei posti più gettonati dai concittadini, vedi Parigi o Londra. Certo con la disponibilità finanziaria che a prima vista il ragazzo può avere a disposizione non è esclusa la sua presenza in qualche resort di lusso, magari nella confinante Francia. Luoghi esclusivi e protetti da una ferrea cortina per mettere al riparo Tulliani da possibili violazioni della privacy. In fondo l'assalto mediatico che sta subendo può essere respinto solo con il massimo isolamento.

 
Certo tra le mete possibili potrebbe essere presa in considerazione anche un paradiso fiscale. Magari anche esotico. In fondo lui vivendo a Montecarlo ne conosce i meccanismi e i ritmi e potrebbe essere tentato di bissare. Così la sua destinazione prima di sparire dalla circolazione potrebbe anche essere stata anche qualche piccola isola caraibica. Lì gli amici non gli mancano sicuramente. Fu lui infatti, almeno così si desume dalla nota di Granfranco Fini con la quale spiega il suo punto di vista sulla vicenda, a prodigarsi per trovare il compratore della casa di Montecarlo. Compratore che si celò proprio dietro una società con sede a Santa Lucia, isola delle Piccole Antille, considerato una delle patrie delle società off-shore. Ipotesi da tenere in considerazione. Ma nessuna certezza. Per ora potrà motivare l'assenza con le vacanze. Alla fine dovrà ricomparire.



Filippo Caleri

13/08/2010





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Cossiga sta meglio: riesce a respirare da solo Striscione choc degli anarchici: "Buona agonia"

di Redazione

Il bollettino medico del policlinico Gemelli di Roma porta buone notizie: "Il miglioramento delle condizioni di Cossiga ha consentito la riduzione dei supporti artificiali alle funzioni vitali principali". Nelle prossime 48 ore sarà possibile valutare più precisamente l’evoluzione del quadro clinico




Roma - Il bollettino medico del policlinico Gemelli di Roma porta buone notizie. Il presidente emerito Francesco Cossiga sta meglio. "Il miglioramento delle condizioni del presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga - si legge nel bollettino del Gemelli - ha consentito la riduzione dei supporti artificiali alle funzioni vitali principali". A lasciare inorriditi è uno striscione choccante esposto questa mattina dagli anarchici alla metro Garbatella di Roma. Sul telo c'era scritto: "Buona agonia Kossiga".

Cossiga sta meglio Il miglioramento delle condizioni del presidente emerito ha consentito la riduzione dei supporti artificiali alle funzioni vitali principali. E' presente una ripresa del respiro spontaneo, anche se assistito meccanicamente. Si è iniziata una prudente e graduale sospensione dei farmaci sedativi. Nelle prossime 48 ore sarà possibile valutare più precisamente l’evoluzione del quadro clinico. Il presidente Cossiga è sempre ricoverato nel Centro di rianimazione del policlinico Gemelli.

Lo striscione choc Un atto che chocca e lascia inorriditi. Senza parole. Questa mattina alcuni anarchici che fanno parte del gruppo Cafiero hanno esposto uno striscione contro il presidente Cossiga. "Quando muore un assassino (con le esse di SS) noi ricordiamo le vittime Giorgiana Masi e Francesco Lorusso - si legge sullo striscione - buona agonia Kossiga". In basso solo la firma: una A cerchiata.





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Bollate, preso uno dei due evasi

Coriere della sera

è stato trovato in un appartamento in viale fulvio testi.
Pasquale Pagana aveva lasciato una lettera di scuse.
Aveva già compiuto una rapina tentandone un'altra



MILANO- È stato arrestato Pasquale Pagana, 35 anni, uno dei due detenuti evasi l'altro ieri dalla caserma della Polizia penitenziaria del carcere di Bollate. L'uomo, prima di evadere, aveva lasciato una lettere di scuse indirizzata alla direttrice del carcere, Lucia Castellano. «Mi rendo conto che questo le creerà grossi problemi. Ma ho problemi più urgenti che devono essere affrontati e risolti».

L'ARRESTO- Pagana è stato trovato in un appartamento in viale Fulvio testi. Era a casa della suocera con la moglie. Lo hanno arrestato gli agenti del commissariato Greco Turro che da qualche ora controllavano il palazzo. Quando la polizia ha cercato di entrare in casa, l'uomo si è barricato. I poliziotti hanno dovuto usare un piede di porco per sfondare. Poi l'evaso si è consegnato. Pagana, nella sua breve latitanza, secondo quanto appurato dagli investigatori, aveva commesso una rapina in una farmacia in viale Suzzani rubando 500 euro. Pagana, prima del colpo nella farmacia che ha fornito indicazioni per la sua cattura, aveva tentato un'altra rapina in un negozio di compravendita di oro e gioielli, ma era scappato.

Pasquale Pagana nella foto segnaletica della polizia
Pasquale Pagana nella foto segnaletica della polizia

L'EVASIONE- L'uomo insieme con Pasquale Romeo, anche lui 35 enne, erano addetti alle pulizie della caserma agenti del carcere che si trova all'esterno della struttura e hanno scavalcato una recinzione. Intorno alle 9 di mercoledì mattina, hanno approfittato della poca sorveglianza, e sono scappati. Una volta fuori hanno fermato un'automobilista e lo hanno costretto a scendere. Pagana, ha anche lasciato una lettera in cui chiedeva scusa per il gesto e lo attribuiva al fatto che il tribunale di sorveglianza avesse respinto, qualche giorno fa, una richiesta di misura alternativa al carcere. Cioè l'affidamento in comunità.


Redazione online
13 agosto 2010





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Lo sfogo di Daniela: tutta colpa di Elisabetta

di Paolo Bracalini

Ambientazione: Circolo Canottieri Lazio, Lungotevere Flaminio, un luogo storico della destra romana. Daniela Di Sotto, ex moglie di Gianfranco Fini, è da anni socia di quel Circolo. Non solo, è anche presidente del Lazio Calcio a cinque, tifosissima dei biancoazzurri, presenza fissa sulle tribune dell’Olimpico insieme alla crème dell’ex An, Fini compreso, almeno una volta. Il Montecarlo-gate è appena scoppiato, ma non ancora deflagrato. È uscito lo scoop sul Giornale, ma gli altri quotidiani, quelli della borghesia beneducata, aspettano circospetti, prima di riprenderlo, per capire che aria tira e se è proprio il caso di farlo.

È una serata di inizio agosto, primissimi giorni del mese. Insieme all’ex lady Fini, seduti sulle poltrone di una delle terrazze del Circolo, tra una brezza serale e un bicchiere di vino bianco ghiacciato, c’è un gruppo di amici, persone conosciute da tempo, amici della Lazio. Inevitabile, dopo il terzo bicchiere e l’amena compagnia, che il discorso viri, senza malizia alcuna, sulla vicenda che riguarda l’ex marito di Daniela e la di lui compagna, Elisabetta Tulliani. Quel che pensa della faccenda l’ex moglie di Fini è facile ipotizzarlo, forse un senso di fastidio per la situazione in cui si è andato a cacciare l’ex marito ed ex leader di An, forse qualche pensiero non proprio d’amore verso la nuova donna, protagonista insieme al fratello di una vicenda poco chiara di case, rogiti, società off-shore e (s)vendite immobiliari.

Ma la curiosità di sentirlo uscire dalle sue labbra fa aguzzare le orecchie di vicini e lontani da quell’informale consesso serale, affacciato su un Tevere arso dalla calura agostana. E dunque la Tulliani, si diceva, una donna molto abile sicuramente, una «professionista» dell’arrampicamento sociale, una «con il pelo sullo stomaco», basta pensare che «è riuscita a stare con uno come Gaucci quando aveva 25 anni», questo il pensiero in sintesi della Di Sotto, raccolto da orecchie (in)discrete. Si può intuire, malgrado la separazione che indurisce i cuori, un moto di solidarietà per il difficile momento attraversato dall’ex marito, non per colpa sua - pensa probabilmente l’ex moglie - ma per la scaltrezza di qualcuno che ha abusato della sua fiducia. Molti giornali la cercano, in queste ore, la Di Sotto. Che preferisce non parlare pubblicamente di quel pasticciaccio. Ne avrebbe di cose da dire. Meglio confidarle soltanto agli amici.




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Amici, suocera, cognato: è da 16 anni che Gianfry piazza i suoi alla Rai

di Gian Maria De Francesco

Roma

L’interessamento di Gianfranco Fini per i destini televisivi delle società partecipate dalla «suocera» Francesca Frau e dal «cognato» Giancarlo Tulliani non rappresenta un’eccezione. È da quando - nel lontano 1994 - il leader della destra italiana ha messo piede nel Palazzo che in un modo o nell’altro le sorti (e gli uomini e le donne) della tv pubblica gli stanno particolarmente a cuore.

È l’aprile di sedici anni fa, il centrodestra ha da poco vinto le elezioni e il presidente di Alleanza Nazionale non perde tempo. «I professori - dichiarò da Giovanni Minoli a Mixer - debbono andare a casa entro quindici giorni perché ormai sono delegittimati». Un inequivocabile avvertimento al Cda guidato da Claudio Dematté. Il suo primo atto è l’«inserimento» di Mauro Miccio nel Cda presieduto da Letizia Moratti. Ma il primo governo Berlusconi ha una durata troppo breve perché la strategia lottizzatoria possa estrinsecarsi.

Tuttavia nel cosiddetto periodo della «traversata nel deserto» (1995-2001), quello del centrodestra confinato all’opposizione, Fini balza ugualmente agli onori delle cronache. Si mette in evidenza per la difesa di Clemente Mimun, allora direttore del Tg2 «puntato» dalla sinistra. E poi inizia a raccogliere attorno a sé un côté di intellighenzia che il suo ex portavoce Francesco Storace all’epoca descriveva così: «Alla Rai si sono avvicinati tutti, ma i nomi non li faccio, siamo diventati perfino i difensori dei giornalisti di sinistra, quelli bravi. Da Michele Santoro a Lucia Annunziata, passando per il mio amico Sandro Curzi». E nel 2000, desideroso di poter catechizzare gli italiani all’estero, ottiene un notevole successo per un esponente dell’opposizione, conseguendo la nomina del fido Massimo Magliaro alla guida di Rai International.

Ma è solo dopo le trionfali elezioni del 2001 vinte da Berlusconi che Gianfranco Fini può nuovamente inebriarsi con il profumo del potere. E di quanto sia rilevante e influente il peso di An in Rai non fa mistero. Il primo vero atto, infatti, non è una nomina, ma uno squadernamento (attività che a Fini è sempre ben riuscita): manda infatti a monte l’accordo per la designazione di Carlo Rossella alla presidenza della Rai. Ma di quel periodo si ricorda meglio l’irresistibile ascesa dei «ragazzi di via Milano», gli ex redattori del Secolo d’Italia assurti agli onori del vertice della tv pubblica. Mauro Mazza diventa direttore del Tg2, Bruno Socillo del Giornale Radio, Gennaro Malgieri entra nel consiglio di amministrazione, Guido Paglia va alle relazioni esterne.

Diventano appannaggio finiano anche RaiSport con Fabrizio Maffei e i diritti sportivi con Paolo Francia. Quest’ultimo, però, ha vita breve nell’incarico perché commette un imperdonabile errore: contraddire il capo. Dall’alto infatti arriva l’ordine di acquisire i diritti dei campionati mondiali di sci da Media Partners. La richiesta è esorbitante, circa 8,5 milioni di euro all’anno. Francia rifiuta e Fini non la prende bene, silurandolo. Il nuovo direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo, ottiene in consiglio l’approvazione di un contratto biennale da 3,8 milioni e il fatturato per Media Partners, società fino ad allora in difficoltà, triplica.

Ma non è l’unico caso in cui il nome di Fini viene citato dalle cronache di quel periodo. Il suo portavoce Salvo Sottile viene «beccato» dal pm voyeur Woodcock con qualche valletta al ministero degli Esteri. Fini, dispiaciuto e rammaricato come oggi per Tulliani, non esita a farne subito a meno. Eppure il sottosegretario Santanché ha raccontato di recente che fu il numero uno di An a «inaugurare Vallettopoli» inserendo nei programmi Rai «Fanny Cadeo e Angela Cavagna, soprannominata “la tetta della destra”».

E, per dirla tutta, anche nelle intercettazioni dell’ex direttore di RaiFiction Agostino Saccà con le quali si pensava di imbarazzare il premier c’è un nome che ricorre un paio di volte. Indovinate quale? «Hanno fatto un provino a un certo Petrella che interessa a Fini personalmente, che ha chiamato Fini personalmente», si confidò al telefono l’ex dirigente. In un’altra intercettazione si lamenta dell’asse An-centrosinistra (è la Rai di Prodi, ndr) che consente al dg Cappon di procedere spedito alle nomine: «avranno avuto una benedizione di Fini».

La cronaca recente, dopo che Fini, reinsediatosi Berlusconi, bloccò per mesi le nomine Rai pur di assicurare a Mauro Mazza la direzione di Rai1, non sorprende. Un milione e mezzo di euro alla At Media della «suocera» Francesca Frau per lo spazio Per capirti su Rai1 (ora bloccato). E una serie di pressioni su Guido Paglia per ottenere un minimo garantito per il giovane Tulliani nonostante non fosse iscritto nell’elenco dei fornitori Rai. Tre titoli minori venduti a Rai Cinema e sogni di gloria richiusi nel cassetto.




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Montecarlo, Fini al Giornale: "Delirio diffamatorio"

di Redazione

l portavoce del presidente della Camera smentisce il Giornale: "E' l'ennesima dimostrazione di un delirio diffamatorio che ha portato Feltri ad abdicare ai doveri minimi del giornalista"



 
Roma - "Quanto pubblicato oggi dal Giornale è l'ennesima dimostrazione di un delirio diffamatorio che ha portato Feltri ad abdicare ai doveri minimi del giornalista". E' quanto dichiara Fabrizio Alfano, portavoce del presidente della Camera Gianfranco Fini, smentendo lo scoop del quotidiano diretto da Vittorio Feltri in cui si racconta come il presidente della Camera abbiae partecipato alla scelta dell’arredamento della casa di Montecarlo al centro delle ultime polemiche politiche.

La smentita di Fini "Pur di denigrare il presidente Fini, Feltri propone ricostruzioni fantasiose basate su improbabili racconti di personaggi che si celano dietro l'anonimato - ha spiegato il protavoce di Fini - in questo modo la calunnia diventa notizia, e la realtà un dettaglio trascurabile. Il tribunale accerterà la grave diffamazione, e il consiglio dell'Ordine dei giornalisti la violazione delle regole deontologiche". Fini e la Tulliani, ha scritto oggi il direttore Feltri nel suo editoriale, "hanno arredato il quartierino scegliendo e acquistando in un negozio di Roma i mobili che poi sono stati spediti a Montecarlo. Abbiamo recuperato la fattura della cucina e di altri arredi e raccolto la testimonianza dell’uomo che ha trattato l’affare direttamente con la coppia".




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Fini e la "cara cognatio"

Il Messaggero

di Mario Ajello


C’è il cognato, Giancarlo Tulliani, anzi: «Elisabetto». C’è il cognatismo, tipico fenomeno da Italietta politica e no. C’è la cognatite, che è una malattia endemica, molto casereccia. E insieme a tutto questo, c’è la ”cognatio”. Che nel linguaggio degli antichi romani aveva un significato metaforico di «compartecipazione», ma assai più spesso, in senso peggiorativo, era un’espressione che voleva intendere «complicità».

Gli storici dell’antichità narrano che nella consuetudine della solidarietà parentale rientrava la partecipazione alla «cara cognatio»: una festa di parenti, alla quale solo i cognati potevano intervenire e in cui ci si preoccupava di rinsaldare la solidità del gruppo. La «cara cognatio» si svolgeva in diverse stagioni dell’anno, compresa quella di fine estate.

E dunque, si attende per le prossime settimane il ritorno in Italia del cognato «Elisabetto» e chissà se, nell’accoglierlo alla «cara cognatio» dentro la villa d’Ansedonia, Fini - per restare in una dimensione da antica Roma - si presenterà travestito da leone del Colosseo. Il quale prima, a colpi di zampate, graffia la splendente Ferrari del cognato, e poi se lo mangia vivo. Bevendo infine il suo sangue da una coppa di champagne, presa da uno di quei preziosi servizi di cristallo che - assicurano i bene informati - fanno parte a loro volta dell’eredità lasciata ad An dalla contessa Colleoni e non finiti a Montecarlo o in una società off-shore dei Caraibi. Ed è un peccato, perchè laggiù si sarebbero salvati dall’ira di Gianfranco.




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I mobili inchiodano Fini

Libero





Ha scelto i mobili insieme alla sua compagna. Secondo le informazioni di Libero, Gianfranco Fini si sarebbe impegnato in prima persona l’anno scorso per arredare l’appartamento in Boulevard princesse Charlotte a Montecarlo. Quindi la difesa esposta domenica scorso, nella quale il presidente di Montecitorio respingeva le accuse affermando il suo "disappunto" nell'apprendere che Giancarlo Tulliani, suo "cognato", vive in una casa venduta da An nel 2008 a una società off-shore. Ci sarebbero infatti le ricevute datate 2009 a riprova del fatto che i mobili della casa sarebbero stati acquistati a Roma e spediti da lì nel Principato, in presenza di Gianfranco Fini.

La fattura d’acquisto è intestata alla Tulliani, ma in almeno due occasioni la ex di Gaucci è stata accompagnata dal Fini. Era l’anno scorso, e al centro arredamento Castellucci di Castellucci Maria Teresa srl (i fornitori abituali dei Tulliani fin da prima del colpo di fulmine fra Elisabetta e il presidente della Camera) un paio di volte Gianfranco e Elisabetta avevano comprato insieme i mobili da impacchettare e inviare nell’appartamento abitato da Giancarlo Tulliani.

All’inizio tutti negano, anche dal negozio, poi però il muro di omertà mostra le prime crepe e qualche dipendente inizia a parlare. "Un bel giorno, su una smart nera arriva lui, in jeans e giubbotto avion, insieme a Elisabetta", afferma un dipendente che pretende di restare anonimo. Si parla di una cucina fatta su misura. A questo punto emerge che “non era un segreto” l’appartamento monegasco per la ditta di mobili perché le spedizioni erano motivate per "la casa di Fini a Montecarlo". E non era un segreto nemmeno per Gianfranco Fini.

Stefano Garzelli, titolare dell'azienda di ristrutturazione Tecab, che ha svolto i lavori nell'appartamento di Boulevard princesse Charlotte, conferma che c'era un rapporto diretto fra Giancarlo Tulliani e la società Timara Ltd, proprietaria dell'immobile. D'altra parte, come ha spiegato Fini, fu proprio il "cognato" a indicargli il "misterioso" interessato all'acquisto della casa lasciata in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni ad Alleanza Nazionale "per la giusta causa".

Querela - "Delirio diffamatorio" pur "di denigrare il presidente Fini". Fabrizio Alfano, portavoce della Terza carica dello Stato, attacca e annuncia querele per "la grave diffamazione" che "accerterà il Tribunale" perché si "propongono ricostruzioni fantasiose basate su improbabili racconti di personaggi che si celano dietro l'anonimato: in questo modo la calunnia diventa notizia, e la realtà un dettaglio trascurabile".



Continuiamo a raccogliere le firme contro Fini. La casa a Montecarlo venduta da An a una società off-shore, poi affittata al cognato. Le pressioni in Rai per far lavorare i familiari. Gianfranco Fini chiede legalità per gli altri, noi chiediamo le sue dimissioni.

Spedite la vostra firma a : finiacasa@libero-news.it
Fax: 02 99966273
Redazione: Viale Majno, 42 – 20129 Milano

13/08/2010





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Venezia, è Giorgia la prima donna gondoliera. Superato l'esame di voga

IL Messaggero

La ventiquattrenne è madre di due bambini
La sua speranza poter avere una licenza tutta sua


 

VENEZIA (13 agosto) - Dopo un anno trascorso tra lezioni teoriche e prove pratiche, la 24enne Giorgia Boscolo è riuscita a coronare il suo sogno, quello di diventare la prima gondoliera di Venezia.
La giovane, sposata e madre di due bambini, era già stata ammessa alla scuola
per sostituti gondolieri nei mesi scorsi, ma solo superando ieri l'ultima prova di voga ha conquistato il diritto di essere iscritta "a ruolo", ovvero nell'elenco di quanti possono ufficialmente professare l'antico mestiere del remo. La speranza per Giorgia è di poter ottenere la licenza, per ora nelle mani di 425 colleghi. In attesa di una gondola e di una licenza tutta sua, la giovane mamma potrà sostituire alla voga nei canali della città lagunare un gondoliere con licenza e lavorare negli "stazi" dei traghetti.

Solo lunedì prossimo i verbali che attestano la promozione di Giorgia a gondoliera effettiva saranno resi noti ufficialmente,
ma già oggi c'è qualcuno pronto a gioire per la conquista da parte di una donna di una professione sino ad ora esclusivo dominio maschile. «Sono felice per Giorgia - dice Aldo Rosso, ex presidente dell'Ente gondola - sono entusiasta per lei ma anche un pizzico per me, perché questo evento accosta la mia presidenza ad un fatto straordinario, la prima donna ufficialmente gondoliere».





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Montecarlo, c'è la prova che Fini mente Lui querela. Noi pubblichiamo le carte

di Redazione

Due ex dipendenti di uno storico negozio di Roma ricordano l’acquisto: "Fini venne alcune volte, firmò anche autografi".


Il portavoce dell'ex leader di An: "Delirio diffamatorio, è calunnia", ma il Giornale conferma tutto.

Le
testimonianze che smascherano le bugie di famiglia.

 

Il pensiero di Berlusconi: si deve dimettere.


Oltre 50mila firme (1-2). Aderisci (il modulo)




Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Roma

Chi ha arredato la casa di Montecarlo, quell’appartamento ereditato da An e finito in affitto a Giancarlo Tulliani dopo esser stato svenduto a una finanziaria off-shore? Abbiamo scoperto che a seguire acquisti e progettazione, in un negozio di mobili della capitale, è stata Elisabetta Tulliani. Accompagnata, in almeno due occasioni, dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Parliamo del 2009, quando la controversa cessione da An alla Printemps era già cosa fatta. E i lavori di ristrutturazione della casa erano prossimi a iniziare. 


Tra le mille segnalazioni a margine dell’inchiesta del Giornale sull’affaire immobiliare monegasco, diverse puntavano nella stessa direzione: a ovest della capitale. Dove ha sede un grande centro arredamenti, uno storico negozio alle porte di Roma. Lì in tanti, anonimi, giuravano di aver visto la terza carica dello Stato insieme alla compagna dietro le vetrine del negozio. Tante «soffiate», niente di più. Sufficienti, però, a indurci a cercare qualche riscontro.


Al telefono risponde uno degli impiegati. La domanda è secca: «Elisabetta Tulliani o Gianfranco Fini sono tra i vostri clienti?». Qualche secondo di silenzio, poi: «No, guardi, niente da dire». Insistiamo: «Quindi smentite?». «Eh, no, non smentiamo, non confermiamo, niente da dire». Qualche ora dopo riproviamo. Stavolta almeno la voce ha un nome, «sono Davide Russo, sì, lavoro qui, dica». Replichiamo la domanda, e la prima risposta è la stessa.


«Non abbiamo niente da dire, ci dispiace». Poi dopo una pausa arriva un distinguo: «Guardi, la nostra azienda non ha fatto consegne o spedizioni per conto di Fini a Montecarlo». Vero che da giorni non si parla d’altro, ma la giustificazione preventiva suona curiosa e porta a galla un’altra domanda: «Niente spedizioni vuol dire che invece Fini o la sua compagna hanno fatto acquisti da voi?». Silenzio, di nuovo. «Ci dispiace, nulla da dire». La titolare è in vacanza, non reperibile. I dipendenti abbottonatissimi. E la «pista del mobilio» sembra destinata a restare chiusa in un cassetto, almeno il negozio è adatto allo scopo.


E invece, a sorpresa, il giorno dopo qualcuno ci contatta. Si presenta con nome e cognome, dice che è un ex impiegato, proprio di quel negozio, ha una storia da raccontare, chiede di mantenere l’anonimato, ma assicura: «Sono pronto a confermare con chiunque tutto quello che so, e che so perché ho visto». Ci chiede di incontrarlo, ma prima del rendez-vous la riunione si allarga. Perché anche un altro ex dipendente dello stesso negozio si fa avanti per dire la sua. Due versioni, manco a dirlo, che raccontano la stessa storia. E aprono nuovi dubbi su quanto Gianfranco Fini ha detto riguardo all’affaire della casa di Montecarlo. Ecco cosa i due testimoni dicono di aver visto.


«Era marzo del 2009 - racconta il primo - quando per la prima volta notai quella cliente, nel negozio, una bella signora, ma non la riconobbi». «Io sì, era Elisabetta Tulliani», interviene il secondo. Che spiega come «non era una novità vederla. I Tulliani sono vecchi clienti dell’azienda. Negli anni ’90, vennero a fare acquisti anche con l’ex fidanzato della signorina, Luciano Gaucci». «Poco dopo quella prima volta, le visite cominciarono a farsi frequenti - spiegano - ed Elisabetta, credo tra aprile e maggio, venne in negozio più volte: da sola, con la scorta e la bimba, con i genitori. Fece una serie di preventivi per una casa.


E a quel punto l’azienda cominciò a mettersi in moto per trovare uno spedizioniere disposto a curare un trasporto, delicato e riservato, a Montecarlo. Questo perché c’erano da mandare su non solo i mobili da comprare, ma anche materiali, come maioliche e altro, a quanto si diceva destinati a una ristrutturazione della casa da arredare». Le telefonate per trovare un trasportatore furono «diverse», raccontano i due ex impiegati del centro arredi, che rimarcano come «si parlava apertamente di una casa di Tulliani a Montecarlo, non era un segreto di Stato, lì in azienda».


E poi? «Un bel giorno, forse un sabato - continuano - su una Smart nera arriva lui. Gianfranco Fini, in jeans e giubbotto avion, insieme a Elisabetta». Non passa inosservato. «Ovviamente c’è chi gli ha chiesto l’autografo, chi voleva stringergli la mano», spiegano i due ex dipendenti. In quell’occasione il presidente della Camera e la compagna «parlarono con la proprietaria», raccontano, «ma poi uno degli arredatori che collaboravano col negozio fece, per loro, il progetto di una cucina, tra l’altro mi sembra che Fini nell’occasione gli autografò anche un libro, e di certo si è parlato abbastanza apertamente del fatto che quella cucina doveva andare fuori, doveva andare nella residenza all’estero, quella dei preventivi di cui abbiamo detto».


«Per tutti - proseguono - la percezione era che questi mobili, questi lavori erano per casa loro, e che questa casa era all’estero. Tant’è che le richieste, le telefonate per la spedizione, venivano apertamente motivate per “la casa di Fini a Montecarlo”. Va detto che Fini non ha mai comprato nulla direttamente, cioè, fatture e conferme d’ordine erano tutte a nome Tulliani».


Ci fu anche un problema, «un attrito», raccontano i due, «relativo al prezzo degli elettrodomestici per la cucina, prezzo che non andava bene alla coppia, e ci fu un rallentamento della trattativa». Dopo quella visita, tornò un po’ di volte la Tulliani da sola, per la progettazione di altri ambienti. «Veniva con le piantine, e un paio di volte con un tipo che forse era il suo architetto personale», spiegano ancora gli ex dipendenti.


E Fini? «Tornò anche lui, io almeno l’ho visto un’altra volta», spiega uno dei due. «Anche io mi ricordo bene una seconda visita, ma credo sia venuto anche in altre occasioni», conferma l’altro: «Quella che ricordo io penso sia stata nel giorno in cui discussero con la proprietaria la chiusura della trattativa, l’acquisto, insomma». Sul periodo della seconda visita i due testimoni oculari non sono del tutto concordi. Per il primo era «estate-autunno», per il secondo «ottobre-novembre», sempre nel 2009. «Di certo ricordiamo bene che le telefonate agli spedizionieri erano di questo tenore: “C’è da fare una spedizione molto delicata a Montecarlo per la terza carica dello Stato”».


Il problema era sentito, tanto che, raccontano i due, «spesso anche agli autisti di Tir di grandi aziende, con cui c’era rapporto di fiducia, venivano fatte interviste per sapere se erano disponibili a fare quel trasporto». A Montecarlo? «Sicuramente all’estero. Senza dubbi. Ma in azienda tutti parlavano di Montecarlo. Onestamente non era un segreto, e se lo era lo sapevamo in tanti, comunque.


Per capirci, bisognava trovare anche delle squadre di montaggio esperte, non solo portare i mobili. Perché per esempio ci risulta che montando la cucina, rispetto al progetto, emersero delle piccole difformità», rivelano i due ex dipendenti del negozio. Che ricordano come non fu solo la cucina a viaggiare, insieme ai materiali per la ristrutturazione: «Comprarono altri mobili. Certamente delle porte scorrevoli, molto costose e particolari, fatte su misura». E Giancarlo Tulliani? «Mai visto», rispondono in coro. Sorpresa. Il disappunto, invece, può attendere.





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Due esibizionisti molestano ragazzini: 44enne rischia d'essere linciato

Quotidianonet

Nel primo caso a denudarsi è stato un 44enne francese che è scampato per un pelo alla rabbia dei genitori. A Enna  denunciato un 70enne che adescava bambine dal balcone




ROMA, 13 agosto 2010

Due casi di molestatori a danni di ragazzini, a enna e nel Teramano. Sulla spiaggia di Giulianova un francese di 44 anni, Stephane Daniel Romary, ha rischiato di essere linciato dai genitori di un gruppo di ragazzine di età compresa tra gli 8 e i 10 anni, che lo osservavano mentre nudo in spiaggia si toccava i genitali.

L’uomo che, a quanto pare, aveva già fatto altre "esibizioni" del genere in altre spiagge della costa teramana, è stato salvato grazie all’intervento di alcuni carabinieri della locale compagnia che transitavano nella zona. Infatti un genitore aveva notato il gruppetto di ragazze ed aveva pensato ai soliti venditori di spiaggia, ma quando si è avvicinato si è trovato di fronte a ben altra scena: un uomo con i pantaloncini abbassati che si toccava e teneva bene in mostra i suoi genitali.

Dopo lo stupore iniziale la mamma di una delle ragazze di solo 8 anni ha dato l’allarme ed in pochi secondi l’uomo è stato letteralmente accerchiato da tutti gli altri genitori dei minori. È stato arrestato con l’accusa di atti osceni aggravati in quanto commessi in luogo pubblico frequentato da minori.

E a Enna un pensionato di 70 anni si mostrava nudo sul balcone di casa a tre bambine e le invitava esplicitamente a compiere con lui atti sessuali. È accaduto a Enna, dove l’anziano è stato denunciato dalla polizia per atti osceni aggravati dalla presenza di minori. Le bimbe, figlie di vicini di casa, per rientrare dovevano passare davanti alla sua abitazione, e da alcuni giorni l’uomo le attendeva per esibire i genitali e dire oscenità. Una delle ragazzine molestate, di 10 anni, ha infine telefonato al 113 e sul posto è arrivata una ‘volantè. Le famiglie hanno poi sporto formale denuncia contro il pensionato.





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Attrice ucciso da killer del suo stesso clan E' stato attirato in trappola da un amico

Il Mattino

Il nipote di Carmela Attrice voleva diventare "capopiazza" a Scampia
e si dava molto da fare. Condannato dai vertici degli scissionisti


  
di Giuseppe Crimaldi

NAPOLI (13 agosto) - Lo hanno attirato con untranello nel luogo in cui non si sarebbe mai aspettato di essere ucciso, quel lotto TB di via Ghisleri, a due passi dall’Oasi del Buon Pastore. Si fanno più nitidi i contorni dell’omicidio di Francesco Attrice, assassinato nel primo pomeriggio di mercoledì nel cuore di Scampia.

Prende sempre più corpo l’ipotesi già avanzata a poche ore da quel delitto, e cioè che i mandanti dell’omicidio siano da ricercare negli uomini del clan degli scissionisti, lo stesso gruppo criminale al quale la vittima era vicino. Un regolamento di conti interno, insomma. Attrice sarebbe caduto in una trappola.


Una persona della quale si fidava ciecamente gli ha dato appuntamento in via Ghisleri, con una scusa. Ma sul posto la vittima ha trovato i killer. Un appuntamento con la morte, insomma.


Ma perché qualcuno voleva la sua eliminazione? Le indagini dei carabinieri del comando provinciale guidato dal colonnello Mario Cinque, coordinate dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, prendono in esame la possibilità che nell’ambito di un più generale riposizionamento all’interno del clan degli scissionisti, Francesco Attrice ambisse ad assumere un ruolo di vertice, aspirando a divenire «capopiazza», gestore cioè di una delle varie zone di Scampia nelle quali si vende la droga.


La cosa non avrebbe però trovato il consenso dei vertici della cosca. E di fronte alla sua ostinazione, ai ripetuti tentativi di acquisire spazi (forse proprio all’interno dell’Oasi del buon pastore) si sarebbe deciso di eliminarlo.


Ieri, intanto, polizia e carabinieri hanno messo a segno due colpi importanti nella lotta allo spaccio che avviene proprio nella zona in cui Attrice è stato ucciso. Sei chili di cocaina e tre di eroina sono stati sequestrati dai carabinieri della compagnia Stella (diretta dal capitano Pier Carmine Sica); la droga era nascosta nella cucina di una donna - arrestata - all’interno del forno che aveva un doppio fondo che si apriva con un telecomando.


Gli agenti del commissariato Scampia (diretti dal primo dirigente Michele Spina) hanno invece sequestrato oltre un chilo di cocaina all’interno del lotto Tb. La droga era stata nascosta dietro a un battiscopa delle scale condominiali.





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Il potere dietro le sbarre

La Stampa

La rivista americana "Foreign Policy" ha stilato la lista dei prigionieri più influenti del mondo



FRANCESCA PACI
ROMA

Cos’hanno in comune l’ex patron della Yukos, la donna minuta che sfida il regime birmano, l’avvocato cieco tanto temuto da Pechino, la mente terrorista all’origine del primo attentato al World Trade Center e il più celebre dei detenuti palestinesi? Sono tutti in prigione, d’accordo. Ma non è l’unica similitudine. Almeno non secondo la prestigiosa rivista americana Foreign Policy che nel numero di agosto mette in copertina le loro cinque facce sotto il titolo «The World's Most Powerful Prisoners», i più potenti prigionieri del mondo.

«Chiunque può dissentire dalla nostra lista perché non ci siamo basati su una ricerca scientifica, ma abbiamo selezionato una rosa di nomi che, sebbene in prigione, continuano a essere primi attori in patria e sulla scena internazionale» spiega al telefono dall’ufficio di Washington il direttore esecutivo Blake Hounshell. Nessun parallelo semantico tra l’attività economica di Mikhail Khodorkovsky e quella parajihadista dell’egiziano Omar Abdel-Rahman, il famigerato sceicco cieco. Solo la comune capacità di diventare icone globali: «C’erano molti possibili candidati, dovevamo sceglierne cinque. Ci siamo concentrati su quelli che dalle quattro mura di una cella riescono a esercitare un notevole potere, anche solo simbolico, sulla propria comunità, al punto da essere universalmente conosciuti».



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I cinque prigionieri più potenti al mondo



Qualcuno, come Huang Guangyu, è in verità più noto all’estero che in patria dove più d’uno ammetterebbe d’ignorarne il nome. L’oligarca russo Khodorkovsky non suscita affatto l’ammirazione dei connazionali che al contrario, sotto sotto, sono addirittura soddisfatti di veder punita l’arroganza dell’un tempo re degli intoccabili. La coraggiosa Aung San Suu Kyi è piuttosto al di sopra delle contraddizioni, ma cosa dire di Abdel-Rahman che, pare, continua a comunicare dal carcere con la Gamaa al-Islamiyah, il temibile gruppo terrorista egiziano responsabile di numerosi attentati, compreso quello del 1997 a Luxor?

Eppure, insiste Hounshell, è proprio lo sceicco cieco a sintetizzare meglio il potere conferito dall’esempio, soprattutto se negato: «L’idea non è stabilire se Abdel-Rahman sia un modello negativo. L’aspetto interessante della sua vicenda è che a diciassette anni dall’arresto rimanga un modello influente per i terroristi che ancora s’ispirano a lui». Solo poche settimane fa la sedicente cellula qaedista Brigades of Abdullah Azzam gli ha «dedicato» l’attentato a una petroliera giapponese in transito nel golfo persico.

Piaccia o meno, la provocazione di Foreign Policy non ha nulla a che vedere con il giudizio etico. Il potere, al pari del successo, non è sinonimo di bene. Basta pensare a quando, alla fine del 2001, pochi mesi dopo gli attentati dell’11 settembre, Time indicò in Osama bin Laden l’uomo dell’anno. Ai tanti che discussero l’opportunità di dedicare la copertina al demone delle Torri Gemelle, il direttore della rivista ricordò il significato extra-merito del riconoscimento, assegnato perfino all’Ayatollah Khomeini quando, nel 1980, risultò indiscutibilmente il personaggio di maggior impatto mediatico.

La morale? Aung San Suu Kyi ha perso la libertà per essersi messa di traverso alla feroce giunta birmana. Khodorkovsky e Huang Guangyu perché, con mezzi leciti o illeciti, hanno sfidato il potere centrale di Mosca e Pechino. Il leader della milizia Tanzim Marwan Barghouti paga per le violenze della seconda Intifada e lo sceicco cieco per le vittime innocenti uccise direttamente o per emulazione. Eppure, al di là delle loro diversissime storie, ne raccontano a Foreign Policy una comune: nessuna prigione in fondo può riuscire a contenere il carisma del prigioniero. Semmai lo amplifica.




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E morto Vincenzo Bianchi, il generale della Finanza che lottò contro la P2

Corriere della sera

Al centro dei fatti giudiziari più importanti del Paese negli anni '80: dallo scandalo dei petroli a quello della Loggia


Aveva 82 anni

È morto Vincenzo Bianchi, il generale della Finanza che lottò contro la P2


Vincenzo Bianchi (dal web)
Vincenzo Bianchi (dal web)
MILANO
- È morto a Civitavecchia all'età di 82 anni il generale di corpo d'armata della guardia di Finanza Vincenzo Bianchi. Nato a Tolfa (Roma), laureato in Giurisprudenza, fu insignito dell'onorificenza di Grand'Ufficiale dell'«Ordine al Merito della Repubblica Italiana» e della medaglia d'oro al merito di lungo comando e della croce d'oro al merito di servizio. Il generale Bianchi è stato al centro dei fatti giudiziari più importanti del Paese negli anni Ottanta: dallo scandalo dei petroli a quello della P2, contribuendo anche all'arresto di Lucky Luciano.

 
LA PERQUISIZIONE ALLA P2 - Nel 1981 Bianchi, quando era ancora colonnello, balzò agli onori della cronaca perché fu lui che coordinò le perquisizioni nelle possibili sedi della loggia massonica P2. Bianchi era l'uomo di fiducia dei pm Turone e Colombo che in lui conoscevano la lealtà istituzionale. Un episodio in particolare, dimostra quanto era delicata quell'operazione: con la perquisizione ancora in corso Bianchi ricevette via radio una chiamata del generale Orazio Giannini, comandante della Guardia di finanza. E negli elenchi della P2 c'era anche il nome di Orazio Giannini e, come scrisse il giornalista Gianni Barbacetto su Diario, anche quello «del suo predecessore, il generale Raffaele Giudice, come quello del capo di stato maggiore della Finanza, il generale Donato Lo Prete. E il comandante delle Fiamme gialle di Arezzo, e una folla di generali, colonnelli, maggiori...». Il generale è considerato un simbolo di fedeltà istituzionale.

Redazione online
13 agosto 2010



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Fini arredò la casa di Montecarlo» La replica: «Delirio diffamatorio»

Corriere della sera

Su alcuni quotidiani: «Lui e Elisabetta si sono occupati del mobilio». Feltri: «Ora rinunci a Montecitorio»


MILANO

Il Giornale
attacca ancora il presidente della Camera Gianfranco Fini. In prima pagina campeggia il titolo: «La prova: Fini mente». «Altro che sorpresa e disappunto - si legge nel catenaccio - perché il cognato abita lì: la casa monegasca l’hanno arredata la Tulliani e l’ex leader di An. Che al mobilificio firmava autografi». Fini e la Tulliani, scrive il direttore Vittorio Feltri nel suo editoriale, «hanno arredato il quartierino scegliendo e acquistando in un negozio di Roma i mobili che poi sono stati spediti a Montecarlo.

Abbiamo recuperato la fattura della cucina e di altri arredi e raccolto la testimonianza dell’uomo che ha trattato l’affare direttamente con la coppia». Nelle pagine interne Il Giornale pubblica anche l’intervista a un vicino monegasco, anonimo, che sostiene di aver visto «Gianfranco Fini di persona nel palazzo, in compagnia di una bella ragazza bionda vestita molto bene, li ho incrociati nell’androne... Era qualche mese fa intorno a Natale...». Quindi, conclude Feltri, per Fini ora «la rinuncia alla poltrona più alta di Montecitorio è quantomeno opportuna». Dello stesso tenore l'apertura di Libero di Maurizio Belpietro che titola: «I mobili inchiodano Fini».

 
LA REPLICA - «Quanto pubblicato oggi da Il Giornale è l`ennesima dimostrazione di un delirio diffamatorio che ha portato Feltri ad abdicare ai doveri minimi del giornalista». Fabrizio Alfano, portavoce del presidente della Camera Gianfranco Fini risponde a Feltri: «Pur di denigrare il presidente Fini - spiega la nota del portavoce -, Feltri propone ricostruzioni fantasiose basate su improbabili racconti di personaggi che si celano dietro l'anonimato: in questo modo la calunnia diventa notizia, e la realtà un dettaglio trascurabile. Il tribunale accerterà la grave diffamazione, e il Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti la violazione delle regole deontologiche». L'ennesimo capitolo della querelle Feltri-Fini giunge proprio nel momento in cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lancia un appello ad abbassare i toni ed evitare gli scontri.

Redazione online
13 agosto 2010




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Il Ramadan sull'iPhone

Repubblica

Sono migliaia le applicazioni per smart phone e tablet dedicate ai musulmani che osservano il mese sacro del digiuno e della preghiera 

di Ermanno Accardi

La casa più antica del Regno Unito

Repubblica

E' stata trovata nei pressi di Scarbourough, sulla costa nord-orientale dell'Inghilterra: gli archeologi hanno datato la costruzione attorno all'8.500 Avanti Cristo 

di Ermanno Accardi

Sergej lo stakhanovista che supera Stakhanov

Repubblica

Sorpassato il record del leggendario minatore russo: estratte 170 tonnellate di carbone in una notte. Come premio un giorno di permesso  

dal nostro corrispondente NICOLA LOMBARDOZZI

 

MOSCA - C'era una volta il mito di Stakhanov, eroe dell'Unione Sovietica e modello da seguire per tutti i lavoratori del mondo, almeno nell'ottica dei loro dirigenti: instancabile e votato alla produzione. Ma anche disinteressato ad ogni elementare rivendicazione come quella per una maggiore sicurezza, il diritto al riposo o almeno ad una paga decente. La nuova Ucraina del presidente Yanukovich, che ha cancellato la rivoluzione arancione sull'onda della nostalgia dei tempi che furono, ha finalmente trovato un suo emulo. 

Un nuovo eroe del lavoro che ha sbriciolato il record che consegnò Stakhanov alla leggenda e fece entrare il termine "stakanovista" in tutti i dizionari del pianeta. Si chiama Sergej Scemuk, ha 38 anni e da più di venti lavora come "abbattitore" nella miniera Novodzerzhinskaja nella regione del Donbass. Con il suo martello pneumatico e con due assistenti, ha estratto in una sola notte 170 tonnellate di carbone. Sessantotto in più di quelle prodotte, tra la meraviglia dell'Urss e gli applausi di Stalin, da Aleksej Stakanov la notte del 31 agosto del 1935, poche decine di chilometri più in là, nella miniera Tsentralnaja-Irmino segnalata su tutti i libri di storia delle scuole sovietiche.
 

Celebrato da giornali e tv, Scemuk ha brillato per falsa modestia: "Devo ammettere che il mio martello pneumatico è molto più leggero e maneggevole di quello che usava Stakhanov negli anni Trenta". Con la sua performance ha prodotto l'equivalente del quantitativo minimo di oltre venti minatori. Quando qualcuno gli ha fatto notare che questo risultato potrebbe presto far alzare per tutti la quota obbligatoria di carbone giornaliero, è rimasto perplesso: "Sì è vero. Qualcuno dice che così ci scaviamo la fossa da soli ma i miei compagni sono contenti del mio successo".

Come premio ha ricevuto un giorno di permesso per godersi in tv la partita nel campionato locale della squadra di calcio della miniera. E una cifra una tantum in busta paga di circa 500 euro, più o meno la metà dello stipendio mensile. Non è molto per uno che ha regalato un gran colpo di immagine per la nuova presidenza ucraina consentendole di glorificare i minatori filo russi che tanti meriti hanno avuto nel ribaltone elettorale di marzo. E soprattutto distogliendo l'attenzione dalla grave situazione della sicurezza e dei bassi salari in tutta la regione carbonifera. 




Niente a che vedere con gli onori che l'Unione Sovietica del 1935 concesse al suo predecessore Stakhanov dopo l'impresa di quella notte d'agosto. Gli furono consegnati 220 rubli, che allora erano più di due stipendi mensili; una casa di tre stanze, ammobiliata con tappeti e un pianoforte a coda; un voucher per una vacanza al mare con la moglie in Crimea; due abbonamenti a vita a tutte gli stadi, cinema e teatri della sua città. 

E, soprattutto, l'iscrizione in automatico al Partito senza passare dall'esasperante indottrinamento ideologico di un anno, obbligatorio per tutti gli altri. La propaganda stalinista sfruttò al meglio il personaggio con l'obiettivo dichiarato di sconfiggere la proverbiale indolenza del lavoratore russo. E con lo scopo, più nascosto, di scoraggiare ogni sorta di lamentela sul posto di lavoro: solo sacrificio e produzione per la causa del Socialismo. Bollate come "invidia dei capitalisti" le rivelazioni, mai smentite, di giornali americani che parlavano di bluff, di record costruito con intere squadre di minatori che lavoravano per l'eroe. Stakhanov finì la sua esistenza depresso e semi alcolizzato, lui uomo d'azione, in un ufficio di Mosca con una lunghissima targhetta d'ottone: "Capo del settore per l'emulazione socialista presso il commissariato del Popolo per l'estrazione del carbone".

Una sola cosa non gli fu concessa: chiamarsi con il suo vero nome, Aleksandr. Nel giorno del record, il corrispondente locale della Pravda aveva scritto per sbaglio Aleksej. In pochi giorni la complessa burocrazia sovietica cambiò tutti i suoi documenti per adeguarli alla svista del giornale. Pravda vuol dire verità e la verità di Stalin non ammetteva smentite.



(13 agosto 2010)

Multa di 100 euro per le parolacce

di Redazione

A Varallo Sesia nuova iniziativa del sindaco dopo le sagome con i vigili di cartone e il no al burkini



Vercelli - A Varallo Sesia non si devono dire parolacce: il sindaco, rilevando che «l’uso di pronunciare bestemmie e ingiurie» è diventato «troppo comune», ha emesso un’ordinanza che prevede multe fino a cento euro per i maleducati.

Il tutto «ai fini della tutela, della tranquillità, della sicurezza e dell’ordine pubblico»: il turpiloquio, a Varallo Sesia, non può trovare posto anche perchè, come si puntualizza a Palazzo Civico, il suo simbolo religioso, il Sacro Monte, è stato riconosciuto Patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Non è la prima volta che il sindaco di Varallo, Gianluca Bonanno (che è anche deputato della Lega Nord), si segnala per originalità: il «Manuale di separazione» consegnato ai neo-sposi, i cartelloni «Varallo paese non islamizzato», il «divieto di burkini» nei fiumi e nei torrenti, i vigili di cartone sulle strade per intimidire gli automobilisti, sono sono alcune delle iniziative che, nel recente passato, hanno portato la ridente località turistica della Valsesia sulle pagine dei giornali.

Questa volta nel mirino c’è la blasfemia. «Purtroppo - dice - l’uso di pronunciare bestemmie e ingiurie di contenuto triviale nei confronti della religione cattolica, dei suoi simboli e delle persone da essere rappresentate e venerate è diventato troppo comune e si pone come un fenomeno altamente diseducativo». I cento euro di multa saranno raddoppiati «se la bestemmia o l’ingiuria verranno pronunciate in presenza di minori».




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Casa Montecarlo, Fini e Tulliani scelsero i mobili

di Gian Marco Chiocci

Due ex dipendenti di uno storico negozio di Roma ricordano l’acquisto: "Il presidente della Camera venne alcune volte, firmò anche autografi".


Le testimonianze che smascherano le bugie di famiglia.

Il pensiero di Berlusconi: si deve dimettere, ha tradito gli elettori.

Oltre 50mila firme (1-2). Aderisci (il modulo)


Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Roma
- Chi ha arredato la casa di Montecarlo, quell’appartamento ereditato da An e finito in affitto a Giancarlo Tulliani dopo esser stato svenduto a una finanziaria off-shore? Abbiamo scoperto che a seguire acquisti e progettazione, in un negozio di mobili della capitale, è stata Elisabetta Tulliani. Accompagnata, in almeno due occasioni, dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Parliamo del 2009, quando la controversa cessione da An alla Printemps era già cosa fatta. E i lavori di ristrutturazione della casa erano prossimi a iniziare.

Tra le mille segnalazioni a margine dell’inchiesta del Giornale sull’affaire immobiliare monegasco, diverse puntavano nella stessa direzione: a ovest della capitale. Dove ha sede un grande centro arredamenti, uno storico negozio alle porte di Roma. Lì in tanti, anonimi, giuravano di aver visto la terza carica dello Stato insieme alla compagna dietro le vetrine del negozio. Tante «soffiate», niente di più. Sufficienti, però, a indurci a cercare qualche riscontro.

Al telefono risponde uno degli impiegati. La domanda è secca: «Elisabetta Tulliani o Gianfranco Fini sono tra i vostri clienti?». Qualche secondo di silenzio, poi: «No, guardi, niente da dire». Insistiamo: «Quindi smentite?». «Eh, no, non smentiamo, non confermiamo, niente da dire». Qualche ora dopo riproviamo. Stavolta almeno la voce ha un nome, «sono Davide Russo, sì, lavoro qui, dica». Replichiamo la domanda, e la prima risposta è la stessa. «Non abbiamo niente da dire, ci dispiace».

Poi dopo una pausa arriva un distinguo: «Guardi, la nostra azienda non ha fatto consegne o spedizioni per conto di Fini a Montecarlo». Vero che da giorni non si parla d’altro, ma la giustificazione preventiva suona curiosa e porta a galla un’altra domanda: «Niente spedizioni vuol dire che invece Fini o la sua compagna hanno fatto acquisti da voi?». Silenzio, di nuovo. «Ci dispiace, nulla da dire». La titolare è in vacanza, non reperibile. I dipendenti abbottonatissimi. E la «pista del mobilio» sembra destinata a restare chiusa in un cassetto, almeno il negozio è adatto allo scopo.

E invece, a sorpresa, il giorno dopo qualcuno ci contatta. Si presenta con nome e cognome, dice che è un ex impiegato, proprio di quel negozio, ha una storia da raccontare, chiede di mantenere l’anonimato, ma assicura: «Sono pronto a confermare con chiunque tutto quello che so, e che so perché ho visto». Ci chiede di incontrarlo, ma prima del rendez-vous la riunione si allarga. Perché anche un altro ex dipendente dello stesso negozio si fa avanti per dire la sua. Due versioni, manco a dirlo, che raccontano la stessa storia. E aprono nuovi dubbi su quanto Gianfranco Fini ha detto riguardo all’affaire della casa di Montecarlo. Ecco cosa i due testimoni dicono di aver visto.

«Era marzo del 2009 - racconta il primo - quando per la prima volta notai quella cliente, nel negozio, una bella signora, ma non la riconobbi». «Io sì, era Elisabetta Tulliani», interviene il secondo. Che spiega come «non era una novità vederla. I Tulliani sono vecchi clienti dell’azienda. Negli anni ’90, vennero a fare acquisti anche con l’ex fidanzato della signorina, Luciano Gaucci». «Poco dopo quella prima volta, le visite cominciarono a farsi frequenti - spiegano - ed Elisabetta, credo tra aprile e maggio, venne in negozio più volte: da sola, con la scorta e la bimba, con i genitori.

Fece una serie di preventivi per una casa. E a quel punto l’azienda cominciò a mettersi in moto per trovare uno spedizioniere disposto a curare un trasporto, delicato e riservato, a Montecarlo. Questo perché c’erano da mandare su non solo i mobili da comprare, ma anche materiali, come maioliche e altro, a quanto si diceva destinati a una ristrutturazione della casa da arredare». Le telefonate per trovare un trasportatore furono «diverse», raccontano i due ex impiegati del centro arredi, che rimarcano come «si parlava apertamente di una casa di Tulliani a Montecarlo, non era un segreto di Stato, lì in azienda».

E poi? «Un bel giorno, forse un sabato - continuano - su una Smart nera arriva lui. Gianfranco Fini, in jeans e giubbotto avion, insieme a Elisabetta». Non passa inosservato. «Ovviamente c’è chi gli ha chiesto l’autografo, chi voleva stringergli la mano», spiegano i due ex dipendenti. In quell’occasione il presidente della Camera e la compagna «parlarono con la proprietaria», raccontano, «ma poi uno degli arredatori che collaboravano col negozio fece, per loro, il progetto di una cucina, tra l’altro mi sembra che Fini nell’occasione gli autografò anche un libro, e di certo si è parlato abbastanza apertamente del fatto che quella cucina doveva andare fuori, doveva andare nella residenza all’estero, quella dei preventivi di cui abbiamo detto».

«Per tutti - proseguono - la percezione era che questi mobili, questi lavori erano per casa loro, e che questa casa era all’estero. Tant’è che le richieste, le telefonate per la spedizione, venivano apertamente motivate per “la casa di Fini a Montecarlo”. Va detto che Fini non ha mai comprato nulla direttamente, cioè, fatture e conferme d’ordine erano tutte a nome Tulliani».

Ci fu anche un problema, «un attrito», raccontano i due, «relativo al prezzo degli elettrodomestici per la cucina, prezzo che non andava bene alla coppia, e ci fu un rallentamento della trattativa». Dopo quella visita, tornò un po’ di volte la Tulliani da sola, per la progettazione di altri ambienti. «Veniva con le piantine, e un paio di volte con un tipo che forse era il suo architetto personale», spiegano ancora gli ex dipendenti.

E Fini? «Tornò anche lui, io almeno l’ho visto un’altra volta», spiega uno dei due. «Anche io mi ricordo bene una seconda visita, ma credo sia venuto anche in altre occasioni», conferma l’altro: «Quella che ricordo io penso sia stata nel giorno in cui discussero con la proprietaria la chiusura della trattativa, l’acquisto, insomma». Sul periodo della seconda visita i due testimoni oculari non sono del tutto concordi. Per il primo era «estate-autunno», per il secondo «ottobre-novembre», sempre nel 2009. «Di certo ricordiamo bene che le telefonate agli spedizionieri erano di questo tenore: “C’è da fare una spedizione molto delicata a Montecarlo per la terza carica dello Stato”».

Il problema era sentito, tanto che, raccontano i due, «spesso anche agli autisti di Tir di grandi aziende, con cui c’era rapporto di fiducia, venivano fatte interviste per sapere se erano disponibili a fare quel trasporto». A Montecarlo? «Sicuramente all’estero. Senza dubbi. Ma in azienda tutti parlavano di Montecarlo. Onestamente non era un segreto, e se lo era lo sapevamo in tanti, comunque. Per capirci, bisognava trovare anche delle squadre di montaggio esperte, non solo portare i mobili. Perché per esempio ci risulta che montando la cucina, rispetto al progetto, emersero delle piccole difformità», rivelano i due ex dipendenti del negozio. Che ricordano come non fu solo la cucina a viaggiare, insieme ai materiali per la ristrutturazione: «Comprarono altri mobili. Certamente delle porte scorrevoli, molto costose e particolari, fatte su misura». E Giancarlo Tulliani? «Mai visto», rispondono in coro. Sorpresa. Il disappunto, invece, può attendere.





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Ecco come i trafficanti umani bucano i confini tra America e Messico

Corriere della sera

La dogana statunitense mostra le foto dei trucchi escogitati dalle gang


Da ottobre saranno schierati anche i soldati della Guardia Nazionale



Un uomo «truccato» da sedile per sfuggire ai controlli (Us Customs and Border Protection)
Un uomo «truccato» da sedile per sfuggire ai controlli (Us Customs and Border Protection)
NEW YORK - Giovedì il presidente americano Barack Obama ha ribadito che la sicurezza del confine tra Stati Uniti e Messico è una «priorità» della sua amministrazione. E da ottobre, insieme alla Border Patrol, saranno schierati anche i soldati della Guardia nazionale. Poche centinaia di uomini che hanno un valore più che altro simbolico dopo le aspre polemiche sulla mancanza di sicurezza.

FRONTIERA - Per proteggere la lunga frontiera servono però uomini e mezzi, ben superiori a quelli messi in campo. Non solo per l’ampiezza del territorio, ma anche per la furbizia dei trafficanti di clandestini e stupefacenti. La dogana statunitense ha diffuso alcune foto per mostrare i trucchi escogitati dalle gang per far «bucare» i controlli. Immigrati «travestiti» da sedile, clandestini nascosti nel motore, droga infilata in nascondigli ingegnosi. I trafficanti inventano, i poliziotti sventano. Una lotta senza fine.


Confine Usa, i trucchi degli immigrati Confine Usa, i trucchi degli immigrati Le foto dei clandestini fermati


Guido Olimpio
13 agosto 2010



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Codice della strada, si parte Da oggi in vigore tutte le novità

Repubblica

Codice della strada




IL TESTO INTEGRALE



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Ecco il Grande fratello Google Ci scheda per la pubblicità

Repubblica

Gli identikit conservati un anno e mezzo in 450mila server. Chi va in rete viene inseguito da inserzioni dedicate. Esiste un'operazione per disattivare il tracciamento ma è a carico dell'utente. Gusti, orientamenti sessuali e religiosi  

di FABIO TONACCI e MARCO MENSURATI

 

ROMA - Google ci spia. Traccia e registra i nostri movimenti sulla rete. Vede quello che cerchiamo, vede quello che leggiamo o guardiamo. Sa dove siamo. Conosce i nostri interessi, anche quelli che vogliamo tenere nascosti. Controlla il contenuto e i destinatari delle nostre email. Pochi lo sanno, qualcuno lo sospetta, quasi tutti lo ignorano, ma è proprio così. Ci spia. E poi ci scheda, conservando la mole di informazioni che ci riguardano in un database per un anno e mezzo. Otto italiani su dieci che usano Internet sono finiti nei database di Google.


Più riesce a conoscerci, più specifica, corrispondente ai nostri gusti e quindi efficace sarà la pubblicità che ci farà trovare sui siti che visitiamo. Per i cervelloni del marketing è semplicemente behavioral advertising, pubblicità personalizzata. I difensori della privacy, invece, usano un termine più sinistro: profiling. Profilazione degli utenti. Ormai lo fanno quasi tutti i più grossi operatori del web. Ma nessuno in maniera capillare quanto il gigante di Mountain View. Ma quante informazioni riesce a raccogliere il colosso della rete?


LE MANI SULLA RETE


Secondo una ricerca dell'Università californiana di Berkeley, Google Inc (23,6 miliardi di dollari di fatturato nel 2009) è in grado di controllare e tracciare i movimenti di chi usa Internet sul 88,4 per cento della rete. Direttamente, attraverso i suoi siti cult, come il motore di ricerca, il servizio di posta elettronica (gmail. com), Youtube, Google Maps, Picasa. Ma anche indirettamente, grazie a quei software gratuiti usati da milioni di bloggers, gestori di siti e aziende. Ad esempio Google Analytics - l'applicazione che permette di conteggiare il traffico di un portale - o AdSense, il servizio di inserzioni pubblicitarie. Risultato: il database di Google è il più vasto oggi esistente, e anche quello che contiene il maggior numero di informazioni su un utente unico.


È oggettivamente difficile navigare senza finire mai in quello che per tanti è semplicemente un colorato motore di ricerca, veloce, intuitivo e dal motto rassicurante "non essere cattivo". Lo slogan fu scelto personalmente dai due fondatori, gli ex studenti universitari di Stanford Sergey Brin e Larry Page, e forse è da aggiornare, vista l'aggressiva "politica di annessione" avviata dai suoi manager. Google Inc acquista società, aumenta i servizi, si sta proponendo in pratica come lo sportello unico per i nostri bisogni online. E ora è anche sui telefonini. Con Admobile sta invadendo il settore delle applicazioni pubblicitarie per cellulari. Android, il suo sistema operativo che consente l'accesso veloce a Internet, è utilizzato su un telefonino su tre negli Stati Uniti. Ma i soldi Google Inc li fa sempre nello stesso modo: vendendo pubblicità.



SEMPRE INTERCETTATI

Repubblica ha assistito in diretta alla "profilazione", grazie a Matteo Flora, esperto di sicurezza su internet a capo di TheFool, una società che offre servizi anti-schedatura. Abbiamo navigato per 10 minuti come farebbe un qualsiasi utente: abbiamo visitato il sito di Repubblica, abbiamo letto un articolo che parlava di Berlusconi, poi la notizia del passaggio di Mourinho al Real Madrid, siamo passati su un sito di vendita di automobili, abbiamo visto un'intervista al regista James Cameron, poi abbiamo controllato il nostro conto in banca e spedito un messaggio a un amico su Facebook. Su un altro computer - dotato di un software in grado di fare il profiling - abbiamo potuto vedere con gli occhi di Google.



Risultato: al numero 4344222, identificativo del browser (il software di navigazione, in questo caso Explorer), era associato il nostro nome e cognome, carpito al momento dell'accesso a Facebook. Poi una lista di parole: Berlusconi, Repubblica, sinistra, politica, opposizione, Bersani, banca (e il nome del nostro istituto), Inter, Mourinho, Real Madrid, calcio, sport, film, cinema, Avatar, 3d, Cameron, avventura, automobile (e l'indicazione di un modello specifico da noi più volte cliccato), utilitaria, usato. Classificate per importanza.
"Google personalizza gli annunci in base ai nostri reali interessi - spiega Matteo Flora - ecco quindi che la pubblicità non è più una scocciatura, ma diventa persino utile. E remunerativa per chi te la propone.


Per cui un utente che naviga abitualmente su siti di automobili, si troverà sparsi ovunque annunci di vendita di auto, anche su portali che non c'entrano niente con quel settore". Tecnicamente quindi Google è una mega concessionaria di pubblicità che è riuscita a risolvere una volta per tutte l'antico problema del target, quello su cui generazioni di venditori hanno sbattuto la testa. Tutto a discapito però della nostra privacy.
 "È il prezzo che paghiamo per i costosi prodotti che Google distribuisce gratuitamente - spiega ancora Flora - con la navigazione di fatto offriamo inconsapevolmente dati personali e dati sensibili riguardanti, ad esempio, l'orientamento sessuale, la salute, la religione che nemmeno i servizi segreti più intrusivi potrebbero avere". Come se fossimo tutti intercettati, 24 ore su 24.


LA DIFESA


L'azienda di Mountain View, la società con la migliore reputazione al mondo secondo la rivista americana Forbes, non ci sta a essere considerata la versione finora più compiuta del Grande Fratello orwelliano. "Noi non spiamo nessuno - dice Marco Pancini, European Senior Counsellor di Google - è vero che registriamo la navigazione degli utenti per creare un elenco personalizzato di categorie di interesse, ma tutto avviene in maniera anonima. I profili sono associati a un codice numerico, mai a un nome e un cognome, come indichiamo nella sezione "privacy" del nostro sito. Volendo poi si può decidere di disattivare il tracciamento, facendo il cosiddetto opt-out.


E ci sono software scaricabili che bloccano la profilazione". Tutto ciò però rimane a carico dell'utente, e chi non è esperto difficilmente si cimenta in queste operazioni. Google inoltre non chiede mai esplicitamente il consenso alla raccolta e al trattamento dei dati. Lo fa e basta. Altro punto debole: la certezza dell'anonimato. Come abbiamo documentato durante la dimostrazione di Flora, scoprire l'identità di qualcuno che durante la navigazione accede al proprio account di posta elettronica o di Facebook è molto semplice. "La nostra azienda controlla che i profili rimangano anonimi, separati dagli account registrati. Non facciamo mai l'incrocio dei dati", risponde Pancini. Ma chi controlla i controllori?


I DUBBI DEI GARANTI

Sul web è esploso il business del tracciamento. I database diventano merce preziosa per chi opera in un settore - quello della pubblicità online - che muove 23 miliardi di dollari all'anno. Un'inchiesta del Wall Street Journal dimostra che navigando sui 50 siti più popolari negli Stati Uniti, ci si ritrova con il computer infestato da 3.180 files specifici per la profilazione.



Cookies, FlashCookies e i neonati Beacon: software invisibili capaci in alcuni casi di stilare l'età, il sesso, il codice postale, il reddito, lo stato civile, le condizioni di salute dell'utilizzatore. Spie digitali usate soprattutto da Google, Microsoft e QuantCast Corporation, ma anche da una miriade di piccole aziende che hanno fiutato l'affare e si sono specializzate nella raccolta e nella vendita all'ingrosso dei nostri segreti, in stock da 50-100 mila profili. Un mercato che frutta miliardi di dollari.


Proprio per il timore di rimanere indietro in questa corsa, Google Inc avrebbe potenziato la profilazione dei suoi utenti, come pare dimostrare un documento riservato di sette pagine del 2008 - pubblicato sempre dal quotidiano americano - dal quale si deducono i dubbi dell'azienda e le proposte per rimodulare le strategie nel settore della pubblicità.


Non è un caso quindi che un rapporto di Privacy International, l'organizzazione no profit inglese che si occupa di monitorare gli attacchi alla privacy lanciati da governi e aziende, metteva già nel 2007 Google al primo posto della classifica dei "cattivi di Internet". "Non chiede l'autorizzazione al trattamento dei dati, ha accesso a informazioni personali che vanno oltre il traffico online, come hobby, impieghi lavorativi, numeri di telefono. Raccoglie i report delle ricerche fatte attraverso la sua Toolbar senza specificare per quanto li conserverà", scriveva tre anni fa. Google non ha mai smentito quel rapporto.


Le autorità internazionali stanno prendendo coscienza del problema. Negli Stati Uniti la Commissione Federale per il Commercio propone di obbligare i progettisti di browser a inserire meccanismi di bloccaggio del tracciamento. Semplici, intuitivi e facili da attivare. In Canada e in Australia le commissioni parlamentari per la privacy hanno avviato indagini su Google. In Germania il governo sta valutando se proibire Analytics, usato dal 13 per cento dei domini tedeschi.


Google utilizza le informazioni sugli utenti solo a scopi promozionali, ma cosa succederebbe se finissero nelle mani sbagliate? Magari in quelle poco pulite di servizi segreti deviati? O in quelle di un'azienda concorrente alla nostra, in grado di corrompere un funzionario o un semplice dipendente di Google?


LE RELAZIONI PERICOLOSE


La letteratura, in merito, è piuttosto confusa e piena di storie e retroscena che finiscono per smarrirsi in quel terreno ambiguo che confina quasi sempre con il mondo torbido degli 007 e degli scandali diplomatici. Il caso di uso distorto di questi dati pare essere quello che ha portato all'uscita temporanea di Google dal mercato cinese (dopo che gli hacker governativi erano riusciti ad impossessarsi di una grossa quantità di informazioni sui dissidenti). Ma un esempio ancora migliore lo si ricava analizzando il caso americano.


Google "is in bed with the Cia", ovvero "va a letto" con la Cia, dichiarò l'ex spia Robert David Steele nel 2006, allarmando la comunità di Internet. Steele aveva appena abbandonato l'incarico di reclutatore clandestino proprio per conto della Cia. Accusava e accusa ancora oggi Google di condividere informazioni private con i servizi segreti americani. Steele fa anche un nome: Rick Steinheiser, responsabile dell'ufficio ricerche e sviluppo di Google.


Sarebbe lui l'uomo di collegamento con i servizi. Un rapporto, secondo quanto ricostruito da Steele, nato nel 1998. Google era appena nata e in difficoltà economica, in quel momento avrebbe ricevuto finanziamenti dalla Cia. Gli intrecci però non finiscono qui. Nel 2004 Rob Painter, direttore del reparto tecnologie di In-Q-Tel, un'azienda che sviluppa tecnologie per conto della Cia, è diventato a sorpresa Senior Federal Manager di Google.


"Ci spia tutti - ribadisce Steele raggiunto da Repubblica - nonostante la buona reputazione che ha presso l'opinione pubblica. Purtroppo non troverete nessun altro che parli di questo. Tutto quello che avrete sono domande senza risposta". E domande, scorrendo la storia commerciale del colosso californiano, ne vengono parecchie. Perché Google ha venduto di recente alcuni server alla Cia e alla National Security Agency?


E perché ha fornito ai servizi segreti americani "Intellipedia", un software che permette di gestire e consultare via web un enorme database usato dalle spie di tutto il mondo? Da Mountain View arrivano solo risposte di circostanza. Secondo Steele, anche i ripetuti attriti pubblici tra la multinazionale e il dipartimento di Giustizia americano, su questioni di privacy e mancanza di collaborazione, sarebbero solo una mossa mediatica per salvare la faccia dell'azienda.


NESSUNA AUTORIZZAZIONE


"Chiunque voglia trattare dati personali e dati sensibili - spiega l'avvocato milanese Gianluca Gilardi, specializzato in relazioni industriali e privacy - ha l'obbligo di chiedere l'autorizzazione all'utente, specificando anche lo scopo del trattamento. Google non lo fa". Non solo. Sfugge alla nostra giurisdizione: "L'azienda è in California, risponde alle leggi americane. Non può dirci dove sono fisicamente i database. Non lo sanno neanche loro. I nostri profili sono polverizzati su 450 mila server sparsi in tutto il mondo. Ora magari sono a Singapore, tra un minuto saranno in Russia". Sempre e comunque nelle mani di Google.

  (13 agosto 2010)