martedì 10 agosto 2010

Il presidente della Camera non cede

Corriere della sera

L'amarezza per le parole degli ex «colonnelli» e i dissidi con la compagna Elisabetta


ROMA

Ieri mattina gita all'isola di Giannutri
con immersione subacquea. Ieri sera visione del tramonto al bordo della piscina della villa affittata ad Ansedonia. Nel mezzo, per Gianfranco Fini, molti episodi dal sapore amaro.

Per il presidente della Camera ieri era il giorno dopo le sue risposte sulla casa di Montecarlo, ereditata da An e finita in affitto al fratello della sua compagna Elisabetta Tulliani. Fini non ha ricevuto sorprese. Richiesta di dimissioni da parte del portavoce del Popolo della libertà, Capezzone. Cicchitto che ricorda: «Per questioni che presentavano anomalie simili a quelle che emergono in questa vicenda il centrosinistra e alcuni finiani hanno sistematicamente richiesto le dimissioni, in alcuni casi ottenendole». E, più dolorose, le parole degli ex «colonnelli» Matteoli («Sarà difficile ora continuare a occupare un ruolo di garanzia, ad ogni passo gli contesteranno questa storia») e di La Russa («Certe affermazioni di Fini si commentano da sole»). Ancora, Roberto Buonasorte, della Destra: «Sarebbe interessante sapere quante case di dimensioni simili e nello stesso periodo siano state vendute a Montecarlo a un prezzo vicino a quello ottenuto da An nel 2008».


«Dimissioni? Non vuole neanche sentire la parola», dicono i collaboratori più stretti del presidente. Lui è sicuro di aver chiarito quello che c'era da chiarire. Certo, nel ritiro sulla collina di Ansedonia, Fini si sente meno bene di come avrebbe sperato qualche settimana fa. Mentre da parte berlusconiana si insiste molto sulla divisione fra finiani moderati e disponibili al dialogo e finiani irriducibili come Bocchino e Granata, si tratta di vedere gli sviluppi delle inchieste giornalistiche e come il Pdl le cavalcherà. E per ottenere cosa.

Insomma, la sensazione, nell'ambiente del presidente, è che occorrerà studiare mosse diverse in una partita imprevedibile. Con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha scelto di non dire nulla sul «caso Montecarlo». «Vediamo che succede...», si prepara uno degli uomini chiave dello staff di Fini. Un tema lanciato da ieri contro Fini è il parallelo con il caso Scajola, che si dimise da ministro per la storia della casa con vista Colosseo pagata meno del prezzo di mercato. Fini rifiuta ogni paragone, ripete che qui non ci sono interessi pubblici in gioco.

Fini, per ora, decide di non fare passi indietro su uno dei terreni che hanno contraddistinto lo scontro con Berlusconi, la legalità. Così, manda un messaggio agli organizzatori della commemorazione del giudice Scopelliti, ucciso dalla mafia diciannove anni fa. Ai giovani di «Ammazzateci tutti» e della Fondazione Scopelliti scrive che nella testimonianza di Scopelliti, «incorruttibile e coerente servitore dello Stato può continuare a specchiarsi l'Italia migliore, quella dei cittadini onesti che amano il proprio Paese e ne difendono incondizionatamente i principi di giustizia e legalità». E aggiunge che l'esempio di Scopelliti può dare un senso efficace e concreto alle speranze dei giovani «in un futuro libero dalla corruzione, dal giogo della criminalità organizzata e fondato sui diritti di libertà e dignità dei cittadini».


Questo agosto porta più d'un motivo di amarezza al presidente della Camera. Motivi che sconfinano negli affetti personali. La storia della casa di Montecarlo ha aperto un dissidio con la compagna Elisabetta, perché al centro di tutto c'è il fratello di lei, Giancarlo, che secondo la ricostruzione di Fini prima si fece avanti per far comprare l'appartamento a una società di sua conoscenza e poi diventò inquilino dell'appartamento stesso.


Poi, ci sono - come già detto - le parole di fuoco degli ex uomini di fiducia. Per Fini, su questo ha parlato il deputato nisseno Fabio Granata: «Le parole di molti ex colonnelli che a Fini devono tutto sono semplicemente indegne. La Russa e Matteoli hanno toccato il fondo. Andrebbe almeno onorata la memoria comune». Dice Granata che Fini ha però un elemento che lo riporta alla serenità: «Se Fini fosse stato dedito ai poteri, non avrebbe rotto con Berlusconi e non avrebbe rotto su legalità e patriottismo. Fini era il numero due del partito più potente d'Italia, se avesse coltivato qualche interesse, avrebbe avuto autostrade davanti...».


Nella giornata difficile un motivo di soddisfazione è stata la notizia uscita dalla Procura di Roma, secondo cui, al momento, non c'è ragione di convocare Fini nell'inchiesta, per truffa aggravata, sulla casa di Montecarlo. Prima i giudici vogliono ottenere le carte su vendite e affitto.


Adesso la speranza del presidente della Camera è che l'estate porti un po' di oblìo. L'obiettivo è arrivare in un clima meno avvelenato fino al 5 settembre, quando è prevista la sua prima uscita pubblica alla festa di Mirabello (Ferrara), che sarà anche la «prima» in piazza di Futuro e libertà e sulla quale Generazione Italia, l'associazione guidata da Bocchino, sta testando la sua capacità organizzativa.


Andrea Garibaldi
10 agosto 2010





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Iran: i pasdaran ora hanno «Lo squalo»

Corriere della sera

La milizia iraniana rivela di essere pronta costruire copie del velocissimo motoscafo britannico Bladerunner 51

sarebbero riusciti ad impossessarsi di un esemplare ancorato in sudafrica


Il Bladerunner 51
Il Bladerunner 51
MILANO - La marina dei pasdaran iraniani inizierà a costruire copie del Bladerunner 51, un supermotoscafo veloce di progettazione britannica. Ad affermarlo il comandante Alì Fadavi: sarà interessante capire se davvero Teheran è in grado di riprodurlo.


LA VICENDA - La storia del Bladerunner 51 ha i contorni dell’intrigo. Tutto comincia nel 2005 quando il motoscafo – realizzato da una società inglese – attira l’attenzione degli iraniani. In grado di raggiungere i 120 chilometri orari, profilo filante, sembra il battello ideale per gli attacchi a sciami concepiti dai pasdaran. Ossia formazioni di motoscafi e mini-sommergibili pronti a intercettare unità più grandi. Teheran cerca di acquistare il Bladerunner ma l’intervento del governo britannico blocca l’accordo. Gli iraniani ci riprovano quattro anni dopo. Nel 2009 il motoscafo si trova nel porto sudafricano di Durban e viene caricato sul Diplomat, mercantile con bandiera di Hong Kong ma di proprietà iraniana.

Si muove la diplomazia statunitense che chiede al Sudafrica di fermare la spedizione. Le autorità locali prendono tempo e poi lasciano partire il Diplomat sostenendo che il fax con la richiesta ufficiale Usa non è mai arrivato. Furiosi, gli americani mobilitano le forze speciali. Non escludono un abbordaggio in alto mare. Poi più nulla. Lunedì il comandante Alì Fadavi ha precisato che gli iraniani sarebbero riusciti a portare il Bladerunner in patria eludendo la caccia di un’unità da guerra statunitense. L’obiettivo è di dotare il motoscafo, dopo adeguate modifiche di missili e siluri, per trasformarlo in un temibile «squalo» armato. In questi anni Teheran ha rastrellato sul mercato vedette veloci russe, nord coreane e italiane. In particolare i pasdaran sono entrati in possesso di alcuni esemplari e dei progetti del Levriero, un motoscafo in dotazione alla nostra Guardia di Finanza.


Guido Olimpio
10 agosto 2010





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Il «signor Giancarlo» tentato di lasciare la casa di Montecarlo

Corriere della sera

Il pressing di amici e parenti per cercare di chiudere il caso


MONTECARLO - All'improvviso inospitale. La casa tanto voluta, ristrutturata e arredata con la stessa cura che le riserverebbe il proprietario, è diventata tutto a un tratto un posto da cui fuggire. Per adesso solo qualche giorno ma Giancarlo Tulliani, dicono persone che gli sono vicine, avrebbe l'intenzione di lasciarla. O almeno: sarebbe tentato dai consigli di amici e parenti che a questo punto, come lui, vedono in quell'appartamento una fonte infinita di guai.
I suoi 60-70 metri quadrati in affitto nel Palais Milton di Boulevard Princesse Charlotte sono diventati così chiacchierati che forse è meglio mollare la presa, deve aver pensato in questi ultimi giorni il fratello di Elisabetta Tulliani.

Quella benedetta sistemazione monegasca è comoda dal punto di vista logistico, è vero. È nuova e piacevole, certo. Costa tanto ma non una fortuna, sì. Però non è più l'appartamento tranquillo e anonimo che Giancarlo ha amato finora. Adesso c'è da tener conto quantomeno dell'«assalto mediatico» come lo chiamano i suoi avvocati, poi ci sono le tensioni con la sorella e il presidente Fini. E, cosa non secondaria, ci sono anche gli italiani che vivono a Montecarlo: a forza di vedere le foto di Palais Milton pubblicate sui giornali o riprese dalle televisioni hanno imparato in molti la via, il numero civico e le finestre, per così dire, «sott'accusa». E di tanto in tanto vedi passare qualcuno che indica con il dito l'ingresso, il citofono o che fa il giro sul retro per vedere da vicino il balcone della «casa dello scandalo», secondo la definizione dei condomini del palazzo. Ecco, pure i condomini. Anche quelli da ora in poi guarderanno Tulliani associandolo a chissà quale intrigo politico-giudiziario italiano.


Per troppi giorni giornalisti con telecamere e taccuini hanno fatto domande su quel giovanotto del piano rialzato. «Ma perché? Cos'ha fatto? - si chiede ogni volta la signora Annie, quella del piano di sopra, la sola ormai che risponda al citofono - Da me è venuto durante i lavori di ristrutturazione. Si è presentato, si è scusato per l'eventuale disturbo, ricordo che era con una bella bionda. Ho chiesto poi a un altro vicino se sapeva chi fossero gli affittuari dell'appartamento e lui mi ha detto "È gente della televisione italiana"».
Chiacchiere, voci, ipotesi e collegamenti incontrollabili. Sul «signor Tulliani» ormai si dice di tutto. E questo non piace nemmeno un po' a quel ragazzo sicuro di sé e finora signor nessuno fra gli italiani residenti in questa città.


Quindi si cambia. O almeno ci si pensa seriamente provando a seguire i consigli di chi lo vorrebbe lontano da Palais Milton. I prossimi giorni decideranno per lui. Dipenderà da che piega prenderà in Italia il fronte politico aperto sulla storia di questo appartamento, dipenderà dal proseguimento della vicenda dal punto di vista giudiziario e, soprattutto, dall'umore nel rientrare a casa dopo questa breve pausa anti-giornalistica. Giancarlo Tulliani per adesso è in vacanza e ci rimarrà ancora per qualche giorno. Dove non è dato saperlo, né lui intende replicare a questo quel dettaglio che lo chiama in causa in tutta questa faccenda. La sola cosa che vorrebbe, questo sì, è ridiventare anonimo. Magari in un'altra casa, lontano dal numero 14 di Boulevard Princesse Charlotte.


Giusi Fasano
10 agosto 2010





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Solo per super-ricchi: ecco la Bugatti spruzzata d'oro

Corriere della sera

La celebre azienda Mansory presenta un modello da mille e una notte. Il prezzo? Solo su richiesta




MILANO

La supercar toccata da Re Mida: la celebre azienda Mansory lascia nuovamente di stucco i patiti del tuning di lusso con la Bugatti Veyron Linea Vincerò d'Oro. Se già la versione base del bolide Bugatti 16.4, il più potente e veloce al mondo con i suoi 407 chilometri all'ora, costa 1,31 milioni di euro, la personalizzazione realizzata dall'elaboratore svizzero raggiunge il culmine con un modello da mille e una notte. Il prezzo? Solo su richiesta. Fibra di carbonio e alluminio dorato sono le caratteristiche della Bugatti Veyron Linea Vincerò d'Oro preparata da Mansory. La colorazione dorata è stata infatti usata un po' dappertutto: sui cerchi in lega, le maniglie, la griglia frontale, gli specchietti. Inoltre: una spruzzata d'oro anche per i profili sul tetto e intorno al tappo del serbatoio. Scintillanti pure gli inserti del 16 cilindri: i sedili (con un'illuminazione LED), le portiere e parti del volante. Sono decorate dal metallo prezioso anche poco spettacolari dettagli come gli ugelli lavafari. Le luci diurne sono a LED e la lettera V (per Vincerò) è stilizzata all'interno della calandra.


Ecco la Bugatti spruzzata d'oro

Rispetto alla Bugatti Super Sport da 1100 CV è stato inoltre modificato l'intero frontale (più marcato), i parafanghi, il diffusore (in carbonio), il cofano anteriore (più corto). Tutte le componenti sono realizzate in fibra di carbonio tramite una speciale tecnica per offrire un effetto ancora più abbagliante. Mansory non rivela nessun prezzo. La vettura dovrebbe restare un modello unico. Il cliente che ha richiesto la personalizzazione arriverebbe dagli Emirati Arabi. Top secret, ovviamente, l'identità.


Elmar Burchia
10 agosto 2010



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Steward Usa perde la testa per la rabbia/ Video insulta i passeggeri e fugge sulla pista

Il Mattino

NEW YORK (10 agosto) - Innervosito da un passeggero irrequieto che non voleva restare seduto dopo l'atterraggio a New York, uno steward ha perso la testa, ha insultato attraverso la radio di bordo tutti i presenti, ha azionato uno scivolo e si è gettato fuori dall'aereo. Lo riferiscono vari media Usa.
Steven Slater, 39 anni, ha cominciato a perdere le staffe quando un passeggero del volo Pittsburgh-New York della compagnia low cost Jet Blue, si è alzato per recuperare il suo bagaglio a mano, subito dopo l'atterraggio, mentre l'aereo era ancora in movimento.



Si è avvicinato per farlo sedere ma la valigia, che si trovava nel vano sopra il sedile, lo ha colpito alla testa. A quel punto ha preteso le scuse del passeggero che però per tutta risposta lo ha insultato. Slater ha perso totalmente il controllo, ha afferrato la radio di bordo e ha insultato tutti i presenti.




Poi ha afferrato una lattina di birra, ha azionato l'apertura degli scivoli e si è buttato attraverso uno di questi sulla pista da dove è corso al parcheggio dove aveva lasciato l'auto. Arrivato a casa nel Queens è stato fermato dalla polizia.



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Non c'è più pollo fritto? E io sfascio tutto. Video-choc dagli Usa

Il Mattino


COLUMBUS, USA (10 agosto) - È possibile essere in preda a una crisi di astinenza da pollo fritto? A giudicare da quello che ha combinato una donna a Columbus in Ohio, parrebbe proprio di sì. La notizia che il take-away aveva terminato le tanto agnognate crocchette di pollo provoca nella cliente una reazione furibonda e distruttrice, tanto è vero che alla fine frantuma il vetro della cassa.

L'episodio, filmato dalle telecamere di sorveglianza di un McDonald's, documenta tutto. Una donna di 25 anni si ferma allo sportello del take away della catena, chiede del pollo ma l'addetta allo sportello le dice che è finito. A quel punto esplode l'ira della donna che inizia a tirare pugni alla dipendente, in preda a uno scatto d'ira che non si placa neppure dopo l'intervento del responsabile. Alla fine la donna prende un oggetto e spacca la vetrata. La 25enne è stata poi identificata e arrestata per vandalismo.









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L'uomo ombra che inguaia Fini

IL Tempo

Segreti e prodezze di Giancarlo, il fratello della Tulliani. Dopo l'avverntura con la Viterbese, nel 2004 torna a Roma e si butta nel settore immobiliare.


Le prime tracce pubbliche di Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta compagna di Gianfranco Fini, risalgono al 1999. Luciano Gaucci, imprenditore romano con il pallino per il calcio, che aveva comprato la Viterbese nel 1998, si trova nella stagione successiva con la squadra in C1. Un campionato importante per non mettere uno di famiglia a vigilare. Così Giancarlo si trova catapultato al comando, diventa vicepresidente a soli 22 anni, di una squadra che diventa anche un caso mediatico. Gaucci che conosce i meccanismi della comunicazione assolda una donna, Carolina Morace, per guidare la panchina.


Cronisti e reporter arrivano nella città dei Papi da tutta Europa per intervistare la prima donna allenatore d'Italia. E Giancarlo comincia ad assaporare il gusto della notorietà e del potere. La Porsche Carrera blu, parcheggiata allo stadio ogni domenica che la squadra gioca in casa, ne fanno l'uomo più invidiato della città. In alcuni casi, però, anche il più odiato. I tifosi sono uguali dappertutto e Tulliani che altro non è che il braccio operativo e il vigilante di Gaucci all'interno della società si aliena le simpatie di giocatori e tifosi quando applica gli ordini, a volte considerati troppo punitivi, del presidente.


Le tensioni toccano l'acme quando i giocatori disertano in massa un ritiro forzato imposto da Gaucci, in un albergo di Vitorchiano. Con Giancarlo a braccia conserte in attesa, vana, della squadra restano solo allenatore e massaggiatori. Lo strappo è duro. E a poco a poco il solco tra Tulliani e la tifoseria si amplia. La città è piccola e di lui comincia a girare anche un nomignolo: «Elisabbetto». Ovvio il riferimento al fatto che la sua posizione non sia dovuta a meriti speciali ma solo alla vicinanza della sorella al patron Gaucci. Il dileggio cittadino si sfoga anche contestando il suo look troppo snob: gilet della Fay sul completo grigio quando siede in panchina.


Insomma il feeling tra il vicepresidente che abita in un appartamento di 100 metri quadrati nel quartiere medievale di San Pellegrino (comprato da Gaucci e a lui concesso in comodato) finisce presto. Chiusa la parentesi societaria, il fratello di Elisabetta torna a Roma e nel 2004 si butta nel settore immobiliare. Con il padre Sergio è, secondo la ricostruzione de Il Tempo sulla base delle visure societarie, tra i soci fondatori della Wind-Rose international srl, costituita il 4 dicembre 2004 per esercitare l'attività di intermediazione immobiliare sia in Italia sia all'estero. Comprare case ma non solo.


Tra le attività anche «la prestazione di consulenza per consentire agli acquirenti l'acquisizione dei più convenienti mezzi finanziari per l'acquisto e la ristrutturazione degli immobili e ciò attraverso l'individuazione sia del tipo di di finanziamento più idoneo sia dell'ente erogatore» a questo si aggiunge la consulenza immobiliare. Insomma consigli per consentire a un compratore la migliore strategia per acquistare una casa. Un settore nel quale Giancarlo resta poco. Il 29 maggio del 2009, sei mesi dopo la costituzione, Giancarlo cede la sue quote (il 45% del capitale sociale) a una subentrante: Elisabetta Tulliani attuale proprietaria delle quote. Un business che non regala grandi soddisfazioni. L'ultimo bilancio depositato della società è quello del 2008, chiuso con una perdita di 14.563 euro.


Un particolare va sottolineato. Il bilancio 2009, che secondo la legge dovrebbe essere (se approvato) depositato entro il 30 giugno, non c'è. Una facoltà concessa solo se il documento contabile che registra l'attività dell'esercizio non viene approvato dall'assemblea dei soci. In questo caso però i soci sono solo due: padre (Sergio Tulliani) e figlia (Elisabetta). Sta di fatto che Giancarlo lascia il settore immobiliare. I suoi interessi si spostano verso la fiction.



Il giovane Tulliani riesce a entrare nel 2008 con la At media (altra azienda di famiglia nella quale la mamma Francesca Frau ha il 51% del capitale) nei corridoi della Rai. In portafoglio nonostante l'arrivo in un settore complesso con conoscenze da neofita ottiene contratti di produzione per circa due milioni di euro. Un business destinato a crescere. Ma qualcosa si mette di traverso. Un ostacolo che prende le sembianze del direttore delle relazioni esterne dell'azienda di stato, Guido Paglia amico di lunga data del presidente della Camera, Gianfranco Fini.



Ed è proprio lui, Fini, che fornisce un aiutino al giovane cognato. La segreteria di del presidente della Camera procura a Giancarlo un appuntamento con Paglia. L'incontro avviene a settembre del 2008. Il giovane ancora inesperto del settore viene invitato a dissuadere dall'affrontare un mestiere difficile come la produzione di programmi, soprattutto in un momento di crisi economica. Nonostante questo, Paglia gli procura appuntamenti con professionisti affermati come Giancarlo Leone per anni deus ex machina di Rai Cinema. Che gli spiega quanto è difficile lavorare in Rai, le selezioni e l'albo dei fornitori. Quello che non capisce Paglia e che Tulliani non chiede, pretende. E qualche mese dopo è lo stesso Fini a chiedere al direttore Rai di assicurare un minimo garantito al giovane. Impossibile. Per il suo «no» però Paglia perde l'amicizia di Fini. Ma Tulliani ottenne comunque i lavori.



Filippo Caleri
10/08/2010






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Milionario sommerso dai debiti diventa rapinatore di edicole

Corriere della sera

È il proprietario di Villa Fracastoro in Foro Buonaparte

Tenta due assalti in poche ore ma viene arrestato.
Gestiva matrimoni ed eventi per vip



MILANO- C'era in strada soltanto l'uomo dai tre nomi, domenica mattina, tra le sette e le otto, di questi tempi poi. Il farmacista di via Canonica, il dottore camerunense Tchatchoung, che aveva tentato di rapinare, ha chiamato la polizia e fornito l'identikit. L'hanno trovato subito. Inutile il blando travestimento (cappellino con visiera di color scuro, occhiali da sole), inutile aumentare il passo. «Sì», ha detto l'ex ricchissimo Charles Thomas Adrian W., «sono io».

Già che c'era, ha confessato un altro colpo, qualche minuto prima, a un'edicola, pure quello andato male. Forse non è il suo mestiere. In fondo l'uomo dai tre nomi, pieno di debiti, nella vita ha fatto altro: per esempio gestire con la mamma Villa Fracastoro, in Foro Buonaparte, tre piani liberty a due passi dal Castello Sforzesco e dal parco Sempione. La villa, dove abitano, ha ospitato mostre d'arte, debutti in società di rampolli milanesi, matrimoni, feste sfarzose; infine è caduta in disgrazia. Coi proprietari.


«Non scriva niente!», urla la mamma; dice «guardi, sono distrutta», ricorda che «l'altra mattina mica sapevo cosa andava a fare, sennò lo fermavo». È un dialogo ostico. Lei sta su in alto, alla finestra, parla piano e le macchine fanno rumore, per capirsi bisogna aspettare il semaforo rosso, qualcuno però se ne accorge e, malefico, sgasa apposta. Ma scusi, non può scendere un attimo? «Non mi fido». Signora, dicono non abbiate più un soldo, dicono che ci sia in ballo un causa, dicono che perderete il palazzo, è vero? «Falsità!». Il figlio a novembre farà cinquant'anni. Ha già qualche precedente, ha già combinato guai, ha già fatto altre rapine, è un pezzo che gli gira male. Sta in carcere, gli hanno nominato come legale l'avvocato Claudio Soverino. A prenderlo è stata la pattuglia della polizia «Duomo bis».

Non pare vi sia stato un particolare piano criminale, all'origine. Detto del travestimento, lo svizzero di nascita (a Losanna) e italiano di cittadinanza ha agito senza complici, senza un mezzo di trasporto, senza niente. L'edicola, all'angolo con via Quintino Sella, dista da Villa Fracastoro appena 370 metri.

Domenica, nell'edicola, il venditore, uno sveglio settantacinquenne, stava sistemando i giornali. L'uomo dai tre nomi è arrivato, ha mostrato un coltellino, ha ordinato di consegnargli le schede telefoniche. L'edicolante l'ha spinto via e l'altro è scappato. Ieri, in edicola, era di turno un ecuadoriano. «Meno male che se n'è andato: finiva male, gliele suonava», dice, a conferma che l'età biologica del 75enne è quella di un ragazzino.

Sfumata la conquista dell'edicola, Charles Thomas Adrian ha ripiegato su una delle poche farmacie aperte. In via Canonica, appunto. È entrato, ha chiesto delle aspirine, e sempre sventolando il coltellino ha preteso gli euro in cassa. Il dottor Tchatchoung, 38 anni, se n'è fondamentalmente fregato, è uscito, ha tirato fuori dal camice il cellulare, ha composto il 113. Per la cronaca, in cassa c'erano 100 euro.

Negli ultimi tempi, l'uomo dai tre nomi non aveva fatto mistero della disastrosa situazione economica, ripetendo che a rovinarlo sono stati un antiquario e un immobiliarista. Comunque: nell'elenco di protesti ci sono assegni da 26 mila euro, 7.800, 6.800 euro, 9 mila, 5.300, 8.900 euro...
In un altro agosto, quello del 1993, la famiglia W. era al mare, a Forte dei Marmi.

Complice un tunisino che aveva lavorato come tuttofare, una banda aveva svaligiato la villa: erano scomparsi gioielli e 21 quadri di '400 e '600, il portinaio era stato selvaggiamente picchiato. Oggi il portinaio non c'è, o non risponde al citofono, tutto sporco. Nell'atrio pacchetti di cracker, sacchi di pattumiera, fiori morti. Nel cortile un'antica Citroën CX25 con le gomme a terra. Alla finestra la mamma che sbircia.


Andrea Galli
10 agosto 2010

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Tiene film porno per 6 anni: ora deve pagare 26.000 euro

Il Secolo xix

Noleggiare un film pornografico e dimenticarsi di restituirlo può trasformare una scherzosa serata a luci rosse tra amici in un debito da incubo. Ne sa qualcosa un ventiseienne spezzino che, sei anni fa, utilizzò il tesserino in una videoteca del centro, del circuito Video Vip, per ritirare il film.
Non un film qualunque, ma “Rocco e suo fratello”, che non è il sequel del capolavoro neorealista di Luchino Visconti, ma una pellicola molto meno impegnata, realista a suo modo, come i fan di Rocco Siffredi ben sanno. Adesso per quel dvd mai più restituito al giovane spezzino è stato presentato un conto salato: una ingiunzione di pagamento di ben 26 mila euro da pagarsi entro trenta giorni, pena pignoramenti o sequestri vari.

L’amante di film porno è sbiancato in volto quando il postino gli ha recapitato la raccomandata: forse gli sarebbe costato meno invitare nel suo salotto di casa Rocco Siffredi e ammirare dal vivo le performances dello stallone abruzzese con qualche sua partner. Sicuramente quello spettacolo domestico avrebbe registrato il “tutto esaurito” tra gli amici, che avrebbero gradito senz’altro di più rispetto all’algida serata davanti al teleschermo.
Allo smemorato non è rimasto altro da fare che chiedere consiglio al suo avvocato e questi gli ha prospettato una transazione che sicuramente farà scendere di molto le pretese del titolare della videoteca. Sono frequenti infatti i casi di ricorsi davanti al giudice di pace per fatti analoghi e i clienti smemorati se la cavano sempre con multe da non oltre un migliaio di euro, oltre naturalmente la parcella dell’avvocato.
Non è dato sapere invece che fine abbia fatto il dvd di “Rocco e suo fratello”: o è rimasto in un cassetto a fare polvere oppure è passato talmente spesso dal videolettore da usurarsi definitivamente. Certamente 26 mila euro per un film porno, seppur d’autore, sembrano un tantino eccessivi da pretendere. Sarebbe divertente chiedere un commento a Rocco Siffredi e a suo fratello. Che non è un suo parente.
Ovviamente, in città la notizia comincia a circolare e subito è scattata la “caccia” allo sventurato cliente.






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Decumani, pallonata decapita la statua di Gesù tra le braccia di Sant'Antonio

Corriere del Mezzogiorno

Il danno sulla facciata di San Lorenzo Maggiore
Il sagrato diventa campo per i piccoli senza altri spazi




NAPOLI - Un tiro sferrato con forza su un campo di calcetto improvvisato - come tanti in un quartiere dove mancano del tutto strutture ludico-ricreative per bambini - un tonfo secco e giù sul selciato rotola la testa del povero bambino Gesù, già indebolita dalle piogge, sradicata violentemente dal resto del corpo. Accade sul sagrato della basilica trecentesca di San Lorenzo, in pieno centro storico.


CAMPO DI CALCETTO IMPROVVISATO - Le statue poste all'ingresso principale della Basilica di San Lorenzo Maggiore raffiguranti san Francesco d'Assisi e sant'Antonio da Padova sono opere d'arte realizzate nel XVIII secolo. La facciata ospita le due state dei santi a cornice del portale gotico opera della collaborazione tra artisti locali e maestri toscani; sostenuti dagli antichi cardini sono ancora presenti gli originali battenti lignei trecenteschi. Il sagrato della chiesa purtroppo è spesso scelto quale campo di calcetto improvvisato da ragazzini del luogo che non esitano tra l'altro a tirare in una porta immaginaria con una energia tale capace di decollare la testa di una preziosa statua.



IL PRECEDENTE DI SAN GAETANO - «Anche la statua di San Gaetano, che si trova poco distante, durante il periodo natalizio perse per lo stesso motivo uno dei quattro putti - oggi restaurato - che coronano il basamento. La testa del bambino Gesù parte integrante della scultura posta all'esterno della Basilica francescana dopo l'incresioso avvenimento è ritornata nuovamente nei locali della soprintendenza. Le attende un restauro; un procedimento che si spera a breve riporterà il capo del bambino sul corpo acefalo accanto al Santo di Padova».



IL SOGNO DI UNO SPAZIO RICREATIVO PROTETTO - «Per il momento è soltanto un'idea - tiene a precisare Ilaria Monti, consulente addetta all'immagine e comunicazione del Complesso Monumentale San Lorenzo Maggiore - ma nelle ipotesi dell'ente gestito dalla comunità francescana nell'ambito del più ampio progetto di riqualificazione del quartiere, si sta pensando di ricavare uno spazio adatto per accogliere i bambini e permettere loro di giocare in tutta sicurezza. Del resto, il concetto di «bene culturale» si è evoluto prestando maggiore attenzione all'aspetto della fruizione e al senso di appartenenza che lo lega alla comunità».



Antonio Cangiano
09 agosto 2010
(ultima modifica: 10 agosto 2010)





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Gb, primo trapianto di trachea su un bambino con le sue staminali

Corriere della sera

I medici hanno prelevato cellule dal suo midollo osseo per poi iniettarle in un donatore italiano: operazione riuscita

tre precedenti interventi erano falliti


MILANO

Un intervento pioneristico è stato eseguito e concluso con successo su un bambino inglese di 11 anni: gli è stata ricostruita la trachea usando le sue stesse cellule staminali. È il primo intervento di questo genere su un bambino. Ciaran, questo il suo nome, è nato con la stenosi tracheale di un lungo segmento, patologia che rende la trachea molto stretta. Per porre fine ai suoi problemi, i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra hanno prima prelevato cellule staminali dal suo midollo osseo per poi iniettarle in un donatore di trachea, trovato in Italia. Quindi hanno trapiantato l'organo, permettendo così alle staminali di trasformarsi in cellule del suo stesso corpo. L'obiettivo dei medici era di evitare eventuali problemi di rigetto. Tutto è andato bene. I dottori infatti hanno riscontrato il ripristino del flusso di sangue.


I PRECEDENTI - L'intervento è stato necessario visto il fallimento e le complicazioni dei precedenti cui era stato sottoposto il bambino. Il primo all'età di due anni e mezzo gli aveva ricostruito le vie aeree, ma lo stent (struttura metallica cilindrica) utilizzato gli aveva eroso l'aorta. Dopo di che ha subito altri due interventi, finché otto mesi fa non si è ripresentato lo stesso problema dello stent, che ha causato un massiccio sanguinamento. Così i dottori hanno optato per le cellule staminali, con lo stesso tipo di intervento sperimentato per la prima volta in Spagna nel 2008 su una donna. Ciaran è stato il primo bambino nel mondo a subire un trapianto di trachea con staminali autologhe. (Fonte: Ansa)

10 agosto 2010

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Sposi nella casa di Giulietta sbagliati i cartelloni in inglese

Corriere della sera

«Sposami a Verona», i promo sbagliati e poi corretti con fogli posticci. L’ira dell’assessore: «Colpa della ditta incaricata»


VERONA - Come si traduce in inglese «peso el tacon del buso»? Magari spiegarlo ad un turista straniero non sarà proprio semplice, ma l’evidenza del detto, tutto veronese, sarà stata palese a chi ha passeggiato per Piazza dei Signori a Verona. Un grande pannello pubblicizzava ai turisti stranieri la possibilità di fare di Verona il proprio nido d’amore, la città nella quale proclamare il proprio «sì». Il progetto è piuttosto noto: «Sposami a Verona» cambia la città e la rende non più il simbolo dell’amore tragico alla Romeo e Giulietta di Shakespeare, ma quello dell’amore con il lieto fine, alla Letters to Juliet per capirsi. Non a caso il Comune si è molto impegnato in questo senso offrendo la possibilità, alle coppie pronte al grande passo, di sposarsi in alcuni tra i luoghi più belli di Verona.

A questo scopo ha realizzato un sito, in cinque lingue (che non sempre funziona), perché l’amore non conosca confini, e per chi il sito ancora non l’ha visto alcuni pannelli nei quali si pubblicizza l’iniziativa. Una campagna in grande stile con un piccolo neo però: la traduzione in inglese dei pannelli è imperfetta. Ci sono alcuni grossolani errori che potrebbero far sorridere qualche purista della lingua di Shakespeare. Nel sito e sui manifesti si legge «merry» invece di «marry», ad esempio. Per fortuna i tecnici di palazzo Barbieri se ne accorgono e, a fine aprile, inviano alla ditta che li realizza la corretta ortografia del testo. «In data 26 aprile - precisa l’assessore ai Servizi demografici Daniele Polato - gli uffici dell’assessorato ai Servizi demografici avevano già comunicato alla ditta Consulting Image Art Studio le correzioni all’errata traduzione in inglese del testo inviatole in lingua italiana per promuovere sui totem esposti in piazza dei Signori, a titolo gratuito, l’iniziativa Sposami a Verona».

Lo scambio di mail tra le parti va a buon fine e il testo viene corretto ed esposto. Solo che l’azienda incaricata, invece, di realizzare un nuovo pannello opta per sovrapporre agli errori, delle toppe, della stessa plastica bianca, con le parole scritte correttamente. Tutto bene fino quando qualcuno non se ne accorge. E così realizza il proverbio: c’è il buso, il tacon e pure la grande irritazione dell’assessore Polato al quale dopo aver investito tanto in questo progetto pare quasi di sentirli i risolini dei turisti nei confronti dei solito italians. Perciò l’assessore chiarisce infastidito: «L’infelice quanto economica modalità scelta per apportare le correzioni è dovuta esclusivamente alla responsabilità della ditta in questione, che risponderà al Comune per l’eventuale danno di immagine».

Samuele Nottegar
10 agosto 2010

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Chiusa ad Amburgo la moschea dove pregava Moahmed Atta

IL Secolo xix

Agenti davanti alla sede della moschea
È stato chiuso l’edificio di Amburgo adibito a moschea e reso tristemente celebre in tutto il mondo perché lì andava a pregare Moahmed Atta, il capo del gruppo di terroristi suicidi che compirono gli attentati dell’11 settembre 2001 contro New York e Washington. La chiusura è stata decisa dalle autorità della città portuale del nord della Germania perché il luogo di culto continua ad avere legami con gruppi islamici combattenti in Pakistan e Afghanistan e a reclutare fondamentalisti destinati alla Jihad, la «Guerra Santa». La moschea «Taiba», in passato chiamata «Al-Quds» (Gerusalemme, in arabo), oltre che da Atta era stata frequentata da diversi dei 18 complici con cui l’egiziano attaccò le Torri Gemelle per conto di Al Qaida dopo aver studiato in un’università di Amburgo negli anni Novanta.


Nonostante il cambio di nome, la moschea e l’annessa associazione nel quartiere St.Georg è rimasta per anni sotto attenta osservazione dell’antiterrorismo tedesco fino alla chiusura di ieri. «Riteniamo che la moschea abbia sostenuto il terrorismo per anni», ha dichiarato in conferenza stampa il numero due dei servizi segreti interni della città-regione Amburgo, Manfred Murck. Il blitz, hanno precisato fonti ufficiali del ministero dell’Interno della Regione di Amburgo, è scattato poco dopo l’alba: i poliziotti hanno recintato e perquisito l’edificio assieme alle abitazioni di quattro responsabili dell’associazione culturale arabo-tedesca omonima, la «Taiba, Arabisch-Deutscher Kulturverein», messa al bando (ha tra i 20 e i 30 aderenti, secondo le autorità).


Il luogo di culto si trova in un spoglio edificio e l’ingresso è accanto a quello di una palestra di fitness: per accedere ai locali adibiti alla preghiera si deve salire una scala male illuminata. Alla preghiera del venerdì vi si radunavano con regolarità tra le 200 e le 250 persone, marocchini, bosniaci, russi e anche «molti tedeschi». Amburgo, seconda città della Germania, ospita una rilevante comunità musulmana. Il numero degli «Jihadisti» viene stimato dagli 007 amburghesi in 45.


Nel marzo dello scorso anno un gruppo di militanti che aveva frequentato la moschea aveva fatto notizia facendosi localizzare al confine tra Pakistan e Afghanistan mentre si recava ad un campo di addestramento per «guerrieri di Dio». Con la chiusura di «Taiba» si è voluto anche togliere un simbolo agli ambienti dell’estremismo islamico, ha sottolineato il capo del coordinamento antiterrorismo di Amburgo, Lothar Bergmann. «Una sedicente associazione culturale sfruttava il nostro stato di diritto democratico, senza vergogna, per reclutare gente da mandare alla `guerra santa´», è stata poi una delle motivazioni della chiusura data dal ministro dell’Interno della città-regione Amburgo, Christoph Ahlhaus.


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Islam, mossa del parroco: "Ramadam in parrocchia" Ma è polemica a Gallarate

di Redazione


La comunità islamica di Gallarate celebrerà il ramadan in parrocchia sotto un tendone bianco costruito nel cortile del vecchio oratorio. Il parroco: "Offro lo spazio per incentivare il dialogo fra religioni"


 
Varese - Celebrerà il ramadan in parrocchia la comunità islamica di Gallarate, sotto un tendone bianco costruito nel cortile del vecchio oratorio. Il parroco del rione di Arnate, come riporta oggi Il Giorno, ha messo infatti a disposizione uno spazio dietro la chiesa dei Santi Nazario e Celso, normalmente adibito a parcheggio per le auto dei fedeli, dove da questa sera fino al 10 settembre i musulmani potranno ritrovarsi per la preghiera del mese sacro. E' il terzo anno consecutivo che la parrocchia offre lo spazio, anche per "incentivare il dialogo fra religioni e culture diverse".


Il ramadam in parrocchia "Ci hanno chiesto un luogo dove pregare - ha spiegato il prevosto di Gallarate monsignor Franco Carnevali - e mi sembra giusto che chi ha la necessità di pregare possa ritrovarsi. Gli anni scorsi non si è verificato nessun problema e abbiamo deciso di riproporre l’iniziativa". A Gallarate quella della mancanza di un’area destinata agli islamici è una questione aperta dal 2005, quando il comune decise di chiudere uno stabile adibito a moschea con la motivazione di norme igienico-sanitarie non idonee. Un provvedimento che scatenò accese polemiche, con i musulmani che per protesta si ritrovarono a pregare davanti al palazzo municipale. "Sono contento dell’aiuto della chiesa - ha sottolineato il portavoce della comunità islamica Hamid Khartaoui - ma purtroppo dopo tanti anni non abbiamo ancora un luogo di culto definitivo".




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Napoli, banca fantasma: trovato l'assegno della maxitruffa

Il Mattino

 
di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (10 agosto) - Lo hanno sequestrato ieri mattina, era depositato in una cassaforte di una banca pugliese, la «federiciana di Andria». Un assegno, la probabile chiave di volta di un’indagine che punta a fare chiarezza sul progetto di creare a Napoli la Banca popolare meridionale.

Ieri mattina il blitz in terra pugliese della Guardia di Finanza
. L’acquisizione di un assegno di sette milioni e rotti di sterline, il corrispettivo di otto milioni e passa di euro, vale a dire la cifra utile per convincere Bankitalia a dare il via libera alla Banca popolare meridionale. Riscontri, nuovi elementi sul caso che punta a fare chiarezza sulle manovre economiche di Raffaele Cacciapuoti, il patron di un progetto capace di mettere in moto oltre ottocento sottoscrizioni.

La storia è nota e ogni giorno si arricchisce di nuovi tasselli
, seguendo le mosse degli inquirenti: mancano otto milioni di euro, la somma delle sottoscrizioni, soldi coperti per qualche giorno da un assegno sospetto. Da ieri, quell’assegno è stato sequestrato. Acquisito agli atti di un’inchiesta condotta dalla sezione criminalità economica del procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli e dal pm Francesco Raffaele.

Cosa racconta quel ticket finito agli atti dell’inchiesta napoletana?
Probabili tracce sulle mosse del 44enne napoletano, il target (per ora funambolico) del caso Banca popolare meridionale. Era su un conto corrente intestato allo stesso Cacciapuoti, un assegno di una banca inglese del tutto scoperto. Inchiesta in corso, mentre gli uomini della sezione di pg al seguito del colonnello Enzo Del Vecchio mettono a segno altre mosse. Ieri, il primo contatto con la famiglia di Raffaele Cacciapuoti. La Finanza ha infatti fatto visita in casa del promoter (che risulta da tempo fuori Napoli) e ha ascoltato la moglie del 44enne napoletano. Un breve colloquio, primo atto formale di un’inchiesta che punta a definire ruoli e responsabilità di una colossale voragine, che vede centinaia di vittima.

Altro tassello decisivo è arrivato ieri mattina da Roma.
Bankitalia ha mandato la lista di tutti i sottoscrittori che hanno aderito al comitato promotore della costituenda banca popolare meridionale. Nomi, cognomi e impegnative. Gli inquirenti vogliono sapere chi ha fatto cosa: chi ha promosso il progetto e con quale spirito, chi ha fatto da volano al sogno di un azionariato popolare che doveva coincidere con la nascita di una nuova banca. E soprattutto vogliono sapere che fine hanno fatto i soldi delle sottoscrizioni.

Grande fibrillazione in Procura, a dispetto della paralisi di metà agosto.
Si lavora per identificare e passare poi ad ascoltare i più stretti collaboratori di Cacciapuoti. Ci sono nomi di persone che per anni hanno sostenuto la scalata (poi abortita) del sedicente promotore, scavando solchi di credibilità negli ambienti professionali napoletani. Inchiesta in corso, bocche cucite, anche se non è difficile dopo giorni di tam tam intuire le mosse degli inquirenti. Convocare in Procura i grandi sponsor, i grandi soci di Cacciapuoti, ascoltare la loro versione e poi valutare l’opportunità di procedere a nuove iscrizioni.

Usare il bisturi, anche alla luce dei messaggi lanciati on line da Cacciapuoti
, che in alcune interviste si è detto pronto a tornare a Napoli e a consegnare un dossier difensivo. Pronto a fare nomi e indicare responsabilità dei responsabili del buco milionario, quanto basta ad elettrizzare gli ex promotori della banca dal volto umano sognata per il mercato meridionale. Grandi contatti, c’è chi si dice pronto ad anticipare i tempi, a presentarsi in Procura e raccontare la propria versione dei fatti. Ce n’è abbastanza per rendere torrida l’estate della finanza ballerina, dei soldi spariti e dei dossier difensivi che rischiano di incrociarsi sullo stesso punto, sul tavolo del pm che indaga sul crac di una banca mai nata.




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Cimiteri troppo pieni? Ora il 'caro estinto' può diventare un diamante

Quotidianonet

La proposta di una società svizzera che realizza diamanti dalle ceneri dei defunti: "E' un nuovo modo per elaborare il lutto". I costi? Da 3500 a 15mila euro

Milano, 10 agosto 2010 -



Nei cimiteri italiani non c’è spazio a sufficienza per tumulare i morti? Trasformateli in diamanti. È la proposta di una società svizzera che realizza diamanti dalle ceneri dei defunti.

Trasformare un caro morto in un diamante, secondo la responsabile marketing "può essere un modo per risolvere la mancanza di spazio nei nostri cimiteri, ma anche - continua - per ritrovare un modo di elaborare il lutto che abbiamo un pò perso. Il diamante permette di mantenere quel contatto con la memoria che abbiamo un pò perso rispetto a quando i cimiteri erano al centro del paese: ora sono relegati in periferia, un pò nascosti, e sono quasi sempre deserti, desolati. Il diamante, invece, - conclude la manager - consente di portare sempre con sè un qualcosa di tangibile legato a chi non c’è più, ma anche di poterlo condividere con le altre persone, per esempio portando il diamante legato a una collanina".

A livello mondiale, l'azienda realizza circa 800 diamanti all’anno, ma da quando è nata la società, nel 2004, i clienti italiani sono stati solo cinque. I defunti da trasformare in diamanti vengono soprattutto da Germania, Austria e Svizzera. L’azienda ha la sua sede principale a Coira, in Svizzera, nel cantone dei Grigioni, ed è arrivata in Italia nel gennaio del 2009.

 I costi vanno da un minimo di 3.500 euro per un diamante di un quarto di carato, che corrisponde a circa 4 millimetri di diametro, a un massimo di 15mila euro per un diamante da un carato, cioè circa 6 millimetri e mezzo di diametro.


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I volti e le storie dei medici uccisi in Afghanistan

La Stampa

KABUL. Sono stati resi noti i nomi delle dieci persone uccise in Afghanistan, dove si trovavano al servizio di una organizzazione umanitaria cristiana, la International Assistance Mission (IAM). Il gesto è stato rivendicato sabato dai talebani, ma risalirebbe ad almeno due settimane fa. Per due settimane il gruppo aveva lavorato nei villaggi della zona portando avanti un progetto oculistico, e stava tornando verso Kabul quando un commando di militanti ha sparato sui loro fuoristrada costringendoli a fermarsi. I medici sono stati fatti scendere dai loro mezzi, sono stati messi in riga e sono stati fucilati.



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Melfi, Fiat reintegra 3 operai licenziati Giudice: comportamento antisindacale

di Redazione

Il giudice del lavoro ha annullato il licenziamento di tre operai dello stabilimento di Melfi della Fiat: "E' antisindacale". Poi ha ordinato l’immediato reintegro dei tre nel loro posto. Fiom all'attacco: "La Fiat ha cercato di reprimere le lotte a Pomigliano d’Arco e a Melfi




Potenza - Il licenziamento di tre operai dello stabilimento di Melfi della Fiat (due dei quali delegati della Fiom), deciso dall’azienda il 13 e 14 luglio scorso, ha avuto carattere di "antisindacalità" ed è quindi stato annullato dal giudice del lavoro, che ha ordinato l’immediato reintegro dei tre nel loro posto. La notizia è stata confermata dal segretario regionale della Basilicata della Fiom, Emanuele De Nicola, secondo il quale "la sentenza indica che ci fu da parte della Fiat la volontà di reprimere le lotte a Pomigliano d’Arco e a Melfi e di 'dare una lezione' alla Fiom".


La decisione del giudice I tre operai - Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino (entrambi delegati della Fiom) e Marco Pignatelli - furono licenziati perché, durante un corteo interno, secondo l’azienda bloccarono un carrello robotizzato che portava materiale ad operai che invece lavoravano regolarmente. In seguito prima alla sospensione, l’8 luglio scorso, e poi al licenziamento dei tre operai vi furono a Melfi scioperi e proteste. I tre operai licenziati - uno dei quali si è sposato cinque giorni fa - occuparono per alcuni giorni il tetto della Porta Venosina, un antico monumento situato nel centro storico di Melfi: vi fu anche una manifestazione promossa dalla Fiom-Cgil. Secondo De Nicola, "la sentenza dimostra che le lotte democratiche dei lavoratori non hanno nulla in comune con il sabotaggio. Il teorema 'lotte uguale eversione o sabotaggio' è stato di nuovo smontato e ci aspettiamo le scuse di quanti vi hanno fatto riferimento, a cominciare da personalità istituzionali o rappresentanti degli imprenditori. Speriamo - ha concluso il dirigente lucano della Fiom - che la Fiat torni al tavolo per discutere dei temi che stanno a cuore ai lavoratori, a cominciare dai diritti e dai carichi di lavoro".





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Castro avverte Obama: "Cautela, è un miracolo se non l'hanno già ucciso"

di Redazione

Il lìder màximo invita Obama a trattare "con estrema cautela" con l'Iran sul nucleare. Poi lo avverte: "E' un miracolo che non abbiano ancora tentato di ucciderlo". Sulla sua salute: "Mi sono completamente rimesso"




L'Avana - "E' un miracolo che non lo abbiano ancora ucciso". Il consiglio per il presidente americano Barack Obama arriva, inaspettatament, dal lìder màximo. Fidel Castro dispensa consigli alla Casa Bianca invitandola a trattare con il presidente iraniano Ahmadinejad "con estrema cautela".

Il consiglio di Castro Castro ha nuovamente esortato il presidente cubano, Barack Obama, a non attaccare l’Iran, ma gli ha anche consigliato di agire "con estrema cautela" perché è "un miracolo che non abbiano ancora tentato di ucciderlo". Ne ha parlato in un’intervista concessa al canale venezuelano Telesur, registrata sabato, il giorno in cui si è presentato alla sessione straordinaria da lui richiesta del Parlamento cubano, in cui ha detto di essersi "completamente rimesso", ma ha anche messo in guardia il mondo che è "sull’orlo di una guerra nucleare". Il lìder màximo ha anche parlato delle tensioni nate nelle ultime settimane tra la Colombia e il Venezuela (dopo le accuse dell’ex presidente colombiano, Alvaro Uribe, a Caracas di collaborare e coprire l Farc). Secondo Castro non esiste "la benché minima possibilità" che la Colombia attacchi il Venezuela. Castro ha anche fatto riferimento alla recente clamorosa iniziativa di Wikileaks, che ha pubblicato oltre 92mila file segreti del Pentagono sulla guerra in Afghanistan: "A Wikileaks bisognerebbe fare una statua".





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Montecarlo, ecco quello che deve chiarire Fini

di Redazione


 

Gianmarco Chiocchi
Massimo Malpica


1) Il «disappunto»
Gianfranco Fini ritiene che possano essere «facilmente intuiti» la «sorpresa» e il «disappunto» provati quando seppe dalla sua compagna che l’inquilino della casa venduta da An a Montecarlo era Giancarlo Tulliani. Quando, esattamente, venne a saperlo? E al di là del disappunto, prese provvedimenti o chiese spiegazioni a qualcuno all’interno del partito? Se sì, a chi, posto che Pontone e Lamorte sostengono di non sapere nemmeno che ci fosse quell’inquilino?


2) Stop all’affitto
Perché, sempre considerato il suo disappunto, Fini non ha manifestato a Giancarlo Tulliani l’opportunità di rescindere, per opportunità, il suo contratto di affitto con il proprietario dell’immobile? E perché ora, in nome della trasparenza, non prova a convincere il «cognato» a rendere pubblica la dinamica occulta di quella transazione che lui stesso avrebbe favorito, nonché le condizioni del suo contratto di affitto e i suoi eventuali rapporti con le numerose società coinvolte, la Jaman Director Ltd, la Printemps Ltd, la Timara ltd e la Jason Sam, quest’ultima una società monegasca in cui lavorano fianco a fianco Tony Izelaar e Suzi Beach, rispettivamente rappresentanti di venditore e acquirente nella cessione della casa tra Printemps e Timara?


3) Tulliani «mediatore»
Restando al ruolo giocato da Giancarlo Tulliani, in che anno e in che mese il fratello della compagna di Fini lo avrebbe contattato per proporgli un acquirente per quell’appartamento, grazie «alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo»? E Fini, appreso dell’autocandidatura di Tulliani a mediatore, chi ha incaricato in An per seguire la questione della compravendita e rapportarsi, presumibilmente, con lo stesso Tulliani? Fu Tulliani a indicare il prezzo per concludere l’affare? E quali sono gli «uffici di An» che verificarono la congruità della cifra e consigliarono Fini di dare il via libera?


4) La smentita del senatore Pdl
Fini ha negato di aver mai ricevuto offerte «formali» per l’acquisto di quella casa, e a quanto sostiene il presidente della Camera, nemmeno il tesoriere Francesco Pontone ne avrebbe mai ricevute. A parte le testimonianze contrarie che arrivano dagli altri inquilini sentiti dal Giornale e intervistati da SkyTg24, c’è anche il racconto di Antonino Caruso. Il senatore del Pdl, che era membro del comitato dei garanti del patrimonio di An, ha raccontato che fece un sopralluogo ad hoc nel Principato proprio per la casa ereditata da Anna Maria Colleoni. Caruso sostiene di aver ricevuto, per il tramite del notaio che poi rogiterà l’atto di vendita alla Printemps, Paul Louis Aureglia, un’offerta di acquisto per un milione di euro, e parliamo di 9 anni fa. Sembrerebbe di certo un affare migliore della cessione per 300mila euro datata 2008. Se il senatore Caruso non mente, può Fini spiegarci in che cosa consiste secondo lui il requisito della «formalità» dell’offerta?


5) Mai stato in quella casa?
Diversi inquilini della casa al civico 14 di boulevard Princesse Charlotte sostengono di aver visto Gianfranco Fini, insieme alla compagna Elisabetta Tulliani, all’interno dell’androne del palazzo monegasco, in tempi recenti, e comunque prossimi alla famosa vendita di quell’appartamento. Il presidente della Camera, a proposito dei sopralluoghi, nella sua risposta citava solo il tesoriere Donato Lamorte e la sua segretaria particolare, Rita Marino. Altri esponenti del partito, però, visitarono certamente quella casa, come Pontone e lo stesso Caruso. Per evitare ogni equivoco, Fini può dirci se è mai stato personalmente, da solo o con la compagna, a quell’indirizzo del Principato di Monaco?


6) Il giallo della data
Nella sua risposta Gianfranco Fini accenna alla compravendita, e dice che è stata perfezionata il 15 ottobre 2008, davanti al notaio Nathalie Aureglia Caruso. Notaio e data riguardano invece il successivo atto di compravendita tra le società off-shore Printemps e Timara, atto del quale Fini sostiene di non sapere niente. Come mai, dunque, cita quella data e quel nome, relativi come detto a una vendita di cui è lo stesso Fini a specificare di non sapere «assolutamente nulla»?


7) Inviti Pontone a chiarire
Se Fini della vicenda non sa nulla più del poco che ha detto, se Giancarlo Tulliani preferisce continuare a non parlare, perché almeno non invita il senatore Francesco Pontone, che era presente al rogito, visto che l’atto notarile porta la sua firma leggibile in calce, a raccontare chi era, quel giorno di inizio luglio di due anni fa, il vero acquirente della casa, anche se coperto dalla presenza della società off-shore Printemps ltd, con sede a Castries, Saint Lucia?


8) Chi pagò i lavori?
Prima del trasloco nella casa monegasca di boulevard Princesse Charlotte, 14, Giancarlo Tulliani avrebbe supervisionato personalmente i lavori di ristrutturazione, come conferma il titolare dell’impresa di ristrutturazioni Tecab, Stefano Garzelli, che si occupò del cantiere. Fini, avendo appreso con disappunto che nella casa era andato a vivere il «cognato», si è informato dalla sua compagna o da altri di chi abbia sostenuto il costo di quei lavori?




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La Rai chiude la porta ai Tulliani

Corriere della sera

Niente contratto alla società della madre, sospesa una miniserie che avrebbe Giancarlo tra i produttori

caso tulliani

La Rai chiude la porta ai Tulliani


Elisabetta Tulliani, compagna del presidente della Camera  Gianfranco Fini, e il fratello Giancarlo
Elisabetta Tulliani, compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini, e il fratello Giancarlo
ROMA - La voce circolava da giorni ma ieri, dal settimo piano di viale Mazzini, è arrivata un'informale quanto autorevole conferma: addio a ogni contratto Rai per Francesca Frau, madre di Elisabetta e Giancarlo Tulliani. Dal prossimo autunno non lavorerà più né per Raiuno né per altre reti Rai. «Non è previsto alcun suo contratto», assicurano negli uffici tra la direzione generale di Mauro Masi e il consiglio di amministrazione.

C'è formalmente una ragione legata al palinsesto: Caterina Balivo non condurrà più «Festa Italiana», programma di punta del pomeriggio di Raiuno. Lì la società At Media (Absolute Television Media, per il 51% di Francesca Frau, fondata soltanto nel 2009) proprio nella stagione 2009-2010, aveva ottenuto un bel contratto: per assicurare in appalto esterno (in una trasmissione che nel 2008-2009 era stata interamente prodotta dalla Rai) lo spazio «Per capirti», dedicato al contrasto tra genitori e figli, aveva concordato un compenso di 8.120 euro a puntata.

Moltiplicati per le 183 puntate previste, si arriva a un milione e mezzo di euro. La Balivo traslocherà da settembre su Raidue per dare manforte al pomeriggio. La decisione originaria della fine del contratto appartiene al direttore Mauro Mazza (area Fini). Il quale ha detto ai suoi che la decisione è legata a motivi «squisitamente editoriali» proprio per il trasloco della Balivo.

Comunque sia, la At Media, a nemmeno un anno dalla sua fondazione e dopo una stagione con un ottimo contratto, da ottobre si ritroverà senza impegni con la Rai. Niente Balivo, certo. Ma sono in molti a parlare di inequivocabili «suggerimenti» arrivati dai piani alti, per motivi di palese opportunità, ai responsabili delle reti generaliste. Facile immaginare che sarà molto complicato, anche in futuro, per la At Media riaprire un dialogo con viale Mazzini. Altra questione non secondaria.

Nella sua ultima riunione il Consiglio ha rinviato la firma del contratto per la miniserie tv in due puntate «Mia madre», diretto da Ricky Tognazzi (ormai realizzato e in fase di post-produzione). La proprietà della casa produttrice era stata definita «opaca» spingendo a una approfondita indagine. Si tratta della Ellemme Group, capitale sociale di 120.000 euro che fa capo a due società londinesi. Cioè la Elmold ltd e la Art Gold ltd, con sede a Charlton Street a Londra. La presidenza della società è affidata a Massimo Ferrero, discusso ed effervescente produttore televisivo. Con una decisione che ha sorpreso molti, Rai Cinema ha già preparato un contratto che prevede un minimo garantito di 600 mila euro (considerato dagli esperti Rai abbondante rispetto a una previsione di incassi nelle sale dopo il passaggio televisivo) con una partecipazione Rai alla produzione prossima ai cinque milioni di euro.

La «opacità» era legata non solo alle due società britanniche ma anche alle voci insistenti che circolavano alla Rai, e arrivate fino al Consiglio, di una possibile partecipazione occulta di un altro partner: Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, mai titolare di un vero e proprio contratto con la Rai ma per mesi insistente sponsor di varie iniziative. Così insistente da aver causato la rottura dei rapporti pluridecennali tra Guido Paglia e Gianfranco Fini. Gli avvocati delle parti hanno recisamente smentito il collegamento Tulliani-Ferrero. Infatti l'«investigazione» avrebbe escluso ogni ombra sulla Ellemme.

Sono ore in cui la Rai ribolle di chiacchiere e pettegolezzi sui Tulliani. C'è chi sottolinea che la nomina di Paolo del Brocco ad amministratore delegato di Rai Cinema sarebbe arrivata non solo dopo l'ipotesi di contratto con Ferrero ma anche dopo l'acquisto, da parte della Rai, di tre film proposti da Federico Passa, con cui Tulliani aveva incontrato molti dirigenti Rai (incluso Paglia) chiedendo di inserirsi nel «circuito» dei diritti Rai. Ma senza alcun successo.

Paolo Conti
10 agosto 2010



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Kentucky, ritirata la denuncia di pedofilia contro il Vaticano

Il Messaggero

 

NEW YORK (10 agosto) - Tre persone che sostengono di essere state vittime di preti pedofili nel Kentucky decenni fa hanno ritirato la loro denuncia contro il Vaticano. Il caso del Kentucky, di fatto quindi chiuso ma per il quale manca ancora la firma del giudice per l'archiviazione, è uno dei tre di più alto profilo contro il Vaticano in tribunali degli Stati Uniti. Ieri nuove accuse di abusi compiuti da una suora in Alto Adige negli anni Sessanta.





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Di Pietro: 'Spiegazioni tardive Fini dica a chi andò la casa' E Berlusconi mobilita i suoi

Quotidianonet

Il leader dell'Idv: "Il presidente della Camera non è un alleato potenziale, vuole prendere il posto di Berlusconi. Noi invece di cincischiare dovremmo andare al voto"

Roma, 10 agosto 2010 -


«Le spiegazioni di Fini sono tardive e anche insufficienti. Se lestesse cose le avesse dette il primo giorno avrebbe evitato una brutta figura e un mese di gogna mediatica. Allora magari erano sufficienti. Ma oggi non possono certo bastare...». Il ledaer dell’Idv Antonio Di Pietro parla con la consueta franchezza. E invita il presidente della Camera a fare chiarezza al 100% «prima che lo faccia la magistratura».
 

Cos’è che non la convince, onorevole Di Pietro?
«Credo nella sua buona fede, credo che la ricostruzione sia plausibile, ma proprio per questo è necessario che Fini chiuda il cerchio: è impensabile che ancora oggi dica di non sapere chi è l’italianissimo proprietario di quella società schermo che ha acquistato l’immobile».
 

Quindi secondo lei Fini sapeva a chi era venduto l’immobile.
«Se anche non sapeva, e ammettiamolo pure, se anche è stato raggirato, e può capitare, una volta che la vicenda è finita sui giornali e Berlusconi che l’ha usata per attaccarlo, di certo Fini avrà chiamato la compagna e il cognato e avrà preteso di sapere subito chi c’è dietro quella società. Lo deve dire pure a noi..».
 

Perchè lei afferma che il proprietario è italianissimo?
«Perchè non siamo nati ieri. E poi non è stato lui stesso a dire che la società offshore gliela ha presentata il Tulliani? E andiamo, chiudiamo il cerchio e poi potremo fare una valutazione del suo comportamento...».
 

Secondo lei si possono ipotizzare responsabilità penali?
«Da ex pm direi che da un punto di vista penale non c’è niente. Certo in ipotesi c’è da valutare se quello nel contratto è il prezzo effettivamente pagato dalla finaziaria, perchè se fosse stato incassato un prezzo più alto senza poi denunciarlo nel bilancio di An si potrebbe far scattare l’ipotesi di finaziamento illecito».
 

Resta il problema politico. Quanto reggerà la maggioranza?
«Poco, è chiaro. E il Pd si tolga dalla testa l’idea di pensare a governi tecnici e alleanze improbabili. Sarebbe cecità strategica. Se anche mettessero in piedi un governo tecnico che portasse avanti la legislatura otterremmo il solo risultato di ridare un pò di fiato agli epigoni della Balena bianca della Prima Repubblica e regalare a Berlusconi una nuova vittoria. E’ la premessa che è errata. Fini non è un alleato potenziale. Fini per definizione non si potrà mai alleare alla sinistra. Vuole solo logorare Berlusconi, mettere il crisi la sua leadership per predere il suo posto. Lui non glielo permetterà e, dato che non ci sono i numeri, si andrà ad elezioni. E noi invece di cincischare dovremmo cogliere al volo le contraddizioni insite nelle destre e presentarci davanti agli elettori».
 

Anche con questa legge elettorale?
«Vorrei tanto ma tanto andare a votare con una legge elettorale diversa e con una legge che garantisca la pluralità di informazione. Ma Berlusconi non lo permetterà mai. E allora invece di sognare l’impossibile, scelgo di battermi».
 

C’è spazio per una nuova alleanza tra voi e il Pd?
«Purchè scelga. Noi siamo contrari alle ammucchiate, agli amori di grupo. Noi siamo alternativi ai figli della Balena bianca. Se ne facciano una ragione. Se sarà così, al momento in cui si andarà al voto, le intese si troveranno...» 

di Alessandro Farruggia





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Bimba obbligata all'ora di religione Scuola risarcirà famiglia di atei

Il Mattino di Padova

Negate le lezioni alternative all'ora di religione a una bambina di 8 anni delle elementari: il tribunale di Padova ha condannato il Ministero dell'Istruzione e l'istituto Vivaldi. Il ricorso promosso dall'Uaar (l'Unione degli atei), già protagonista della battaglia anti-crocefisso. Il preside si difende: "Nessuna discriminazione. Non ho i soldi per il corso-bis"

di Enrico Ferro

Il leader dellUaar Giorgio Vilella
Il leader dell'Uaar Giorgio Vilella

PADOVA. L'ora alternativa alla religione è un diritto che deve essere garantito. L'ha stabilito il tribunale di Padova, condannando il Ministero dell'Istruzione e l'istituto comprensivo Vivaldi a risarcire un'alunna. Dopo la battaglia sul crocifisso, un'altra vittoria dell'Uaar. L'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti ha sostenuto la famiglia di una bambina che frequenta l'elementare Zanibon nella vicenda giudiziaria sorta per risolvere il «gap» formativo.


La denuncia. Secondo quanto contestato dai genitori (assistiti dagli avvocati Fabio Corvaja e Francesca Leurini del foro di Padova), pur avendo optato per lo svolgimento di attività didattiche formative e alternative all'insegnamento della religione cattolica, la giovane sarebbe stata prima costretta a rimanere comunque in classe, poi addirittura discriminata. L'anno scolastico in questione è il 2009/2010. Dall'inizio delle lezioni fino al 12 novembre 2009 la giovane - viene riferito negli atti processuali - sarebbe stata trattenuta nell'aula della propria classe durante lo svolgimento dell'ora di religione cattolica dalle 8.15 alle 10.15 del giovedì di ogni settimana. Dopo la formale diffida presentata dalla famiglia la scuola ha provveduto a trasferirla in classi parallele dove si tenevano le «normali» lezioni. Ed è a questo punto che viene contestato il «comportamento discriminatorio».


Pochi fondi. Il dirigente della elementare Zanibon, che fa parte dell'istituto comprensivo Vivaldi, si è difeso limitandosi a far notare la scarsa disponibilità economica per attivare insegnamenti alternativi. Ma a questo proposito la normativa parla chiaro: non c'è infatti discrezionalità nell'istituire o meno i corsi alternativi, ma solo nelle modalità attraverso cui giungere alla loro istituzione. Esiste anche una pronuncia del Consiglio di Stato molto chiara in merito: «La mancata attivazione dell'insegnamento alternativo può incidere sulla libertà religiosa dello studente. I legali poi nella loro relazione hanno allegato anche la documentazione che certifica lo stanziamento in favore dell'ufficio scolastico regionale del Veneto di una somma di 26 milioni di euro destinata a «spese per l'insegnamento della religione cattolica e per le attività alternative».


Violazioni. Nei primi mesi dopo l'inizio dell'anno (fino al 12 novembre 2009) il fatto che la bambina abbia dovuto assistere forzatamente all'ora di religione, rappresenta una lesione della libertà di religione. E la violazione si è protratta anche nel momento in cui si è deciso di collocarla provvisoriamente in altre classi.


La sentenza. Per tutti questi motivi il tribunale civile di Padova «accertato il carattere discriminatorio del comportamento posto in essere dall'istituto comprensivo Vivaldi, ordina allo stesso ed al Ministero dell'Istruzione la cessazione del comportamento stesso; condanna l'istituto comprensivo ed il Ministero dell'Istruzione al pagamento della somma di 1.500 euro in favore dell'alunna».


La dirigente. «L'anno in corso ci sono state delle difficoltà per molte scuole - afferma Carmela Palumbo, dirigente dell'ufficio scolastico regionale - c'è stata quindi difficoltà ad organizzare corsi alternativi. Il prossimo anno però potrebbe essere tutto più facile: abbiamo autorizzato i dirigenti scolastici a servirsi delle ore aggiuntive dei docenti di ruolo che vanno pagate dalla direzione provinciale del Tesoro. Stiamo valutando anche la possibilità di assumere supplenti ad hoc».



(10 agosto 2010)




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Telefoni, foto, viaggi e taxi Ecco i conti salati di An

Il Tempo

Dal telefono ai manifesti: i conti salati. Il bilancio 2009: più di 150 mila euro per "servizi esterni", 6 mila per la benzina.


E ora sarà battaglia sui conti. L’eco dell’affaire Montecarlo-Tulliani è tutt’altro che spenta e già si affilano le armi in vista dello scontro vero, sui bilanci di Alleanza nazionale. Da giorni, i berlusconiani stanno passando al setaccio i conti del partito. Al momento, l’analisi si è fermata al rendiconto 2009 anno in cui si svolse il congresso che ha portato allo scioglimento di An e alla confluenza nel Pdl: allora, l'intero patrimonio è stato trasferito ad un'associazione che porta lo stesso nome del partito, Alleanza nazionale, e i poteri sono andati a un comitato di gestione e a uno di indirizzo.

Nel primo, compaiono i finiani Franco Pontone e Rita Marino, segretaria personale del presidente della Camera, e il larussiano Giovanni Catanzaro. Nel secondo, presieduto dal finiano Donato Lamorte, ci sono i larussiani-gasparriani Caruso, Valentino, Gamba e Petri, gli alemanniani Biava e Leo e i finiani Raisi e Digilio: dunque, la maggioranza è filo berlusconiana. Ed è proprio questa seconda area che vuole veder chiaro sulla gestione nelle spese dei finiani e sta spulciando il bilancio, voce per voce, per verificare come siano stati utilizzati i soldi di An. Per esempio, sotto la lente d'ingrandimento i 10 milioni e mezzo di immobilizzazioni finanziarie. Di questi, tre sono crediti finanziari, e l'obiettivo del controllo è capire di che tipo di crediti si tratti.


Un altro capitolo riguarda la disponibilità liquida, la parte più cospicua del bilancio: quasi 67 milioni, conservati in depositi bancari e postali. Un punto interrogativo anche sui 14mila euro di fidejussioni e sugli oltre quattro milioni impegnati in garanzie, date o ricevute da terzi. Nel bilancio, inoltre, figurano 773mila euro provenienti da plusvalenze da alienazioni. A riguardo, in una delle recenti riunioni, sono state fatte domande precise. Risposta: provengono dall'eredità Colleoni. Il vero nodo della contesa si trova negli allegati al bilancio. A cominciare da quello numero 27. Una partita da quasi cinque milioni di euro. Esclusi il milione e 250 mila euro andati come contributo al Pdl, l'attenzione si concentra sui restanti tre milioni e rotti. Ci sono 206mila euro spesi in un anno per i telefoni: parecchio, si direbbe, visto che al partito, di fatto, dall'aprile 2009, non c'è più nessuno.


Altri 84mila euro sono andati in non meglio precisate "prestazioni occasionali". Oltre duemila euro poi per il servizio taxi e altri quasi 21mila per manutenzioni e riparazioni delle automobili. Verrà anche avanzata la richiesta di vedere le fatture per quei 27mila euro che risultano essere stati pagati per l'affitto delle sale-riunioni negli alberghi. Si profila il sospetto che questa voce inglobi l'uso da parte di Fini di una stanza in un albergo al centro di Roma per incontri privati e comunque non istituzionali: per quest'ultimi, infatti, il presidente della Camera riceve al piano nobile di Montecitorio; mentre a quelli ufficiali è destinato l'appartamento privato all'altana del palazzo. Le istanze di chiarimento comprenderanno probabilmente pure i 154mila euro per viaggi e servizi esterni. Mentre sembra chiara la questione relativa ai 138mila euro spesi per i collaboratori: si tratterebbe dei contratti di dipendenti che sono poi stati "ceduti" al Pdl, ma non ancora messi in regola nelle file di via dell'Umiltà.


I berluscones pretendono di saperne di più anche in merito ai 476mila euro classificati sotto la voce "servizi vari", dicitura ritenuta troppo generica. Sotto esame come i 26mila euro per i servizi fotografici e gli altri 13mila per i servizi di allestimenti, che non risultano però inseriti nel bilancio del congresso di scioglimento di An. A proposito, quanto è costato mettere la parola fine sul partito, il 21 e il 22 marzo 2009? Quasi due milioni e mezzo di euro, la cui gran parte è stata impiegata per l'organizzazione della manifestazione, più 26mila andati in spese "varie".


Più chiaro l'utilizzo di altri 50mila euro: con circa 26mila è stata pagata la produzione di materiali. La distribuzione risulta essere costata invece cinquemila, mentre quasi 19mila sono "partiti" in altre prestazioni e servizi. E siamo all'allegato 32, l'altro foglietto al centro delle polemiche interne e su cui si discuterà, dopo le vacanze. Sottolineata in rosso è la riga sulla quale sono riportati i seimila euro “bruciati” per carburanti e lubrificanti, che si aggiungono ai già citati 20mila per la manutenzione delle vetture. Altri 19mila sono stati usati per la cancelleria, uscita che pure ha fatto storcere il naso, considerato che i parlamentari hanno una specifica dotazione dalla Camera e dal Senato, e dunque non dovrebbero aver bisogno di penne e matite di partito.


Questi soldi vanno sommati ai 5.800 euro sborsati per l'acquisto di giornali e riviste, e agli 11.700 riguardanti spese generiche. Che sollevano quesiti come i circa 76mila euro per spese sempre generiche, ma di rappresentanza. Infine - e già nei giorni scorsi la questione ha provocato critiche non proprio sommesse - c'è il denaro per le varie campagne elettorali. Per esempio, nel febbraio 2009, sono stati dati 96mila euro ai singoli candidati per le Regionali in Sardegna; a giugno 350mila per i candidati alle Europee e 789mila a quelli delle Amministrative: verrà chiesta la lista con i nomi dei beneficiari.


Fabrizio dell'Orefice

10/08/2010





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