lunedì 9 agosto 2010

Tragedia Circum, il macchinista segnalò anomalia mezz'ora prima

IL Mattino

C'era un «cuneo» lungo la massicciata della linea parallela
Sicurezza, agli atti dossier firmato da 23 conducenti
«Nessuna speculazione ma servono più controlli»


  
di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (9 agosto) - Avrebbe segnalato un’anomalia mezz’ora prima dell’incidente. E lo avrebbe fatto con una telefonata, destinata a finire agli atti dell’inchiesta sul disastro ferroviario di venerdì mattina. Un retroscena che vede protagonista ilconducente, al momento unico indagato per il deragliamento del treno Circum all’altezza di Gianturco.

È un comunicato stampa a firma dell’avvocato Sergio Cosentini a rimescolare le carte di un’inchiesta ancora allo stato iniziale e a svelare un antefatto inedito: mezz’ora prima dello scontro - intorno alle 10,30 - il macchinista Giancarlo Naso avrebbe telefonato alla direzione delle ferrovie, per segnalare la presenza di un dosso fuori posto, su un tratto di strada non lontano dal luogo dell’incidente. «Una anomalia sulla linea dispari tra Poggioreale e Gianturco» (quindi non quella percorsa dall’Etr deragliato) che viene indicata dalla difesa con un obiettivo preciso: evidenziare scrupolo e attenzione del conducente con una ventennale esperienza alla guida dei convogli ferroviari. 



Inchiesta in corso, senza sosta il lavoro degli agenti del vicequestore Pasquale Trocino, ora tocca ai periti. Si comincia questa mattina, con l’autopsia sul corpo del 71enne Giuseppe Marotta, mutilato e ucciso dopo il crash infernale. Saranno presenti - oltre ai consulenti del pm Giuseppina Loreto - anche i legali della famiglia della vittima, l’avvocato del conducente e, con ogni probabilità, anche i rappresentanti della Circum, in vista di una possibile costituzione nel corso del procedimento giudiziario. Atti irripetibili, mentre in Procura si studia una strategia di ampio respiro per fare chiarezza sull’emergenza sicurezza.



E non si parte da zero. Anzi: agli atti c’è già una denuncia con ventitré firme in calce. Nomi di macchinisti, di responsabili della sicurezza, di sindacalisti che parlano chiaro: c’è un problema sicurezza che investe la rete ferroviaria, ma anche la gestione interna ai convogli. Viaggi a rischio, un elenco di criticità raccontate da chi conosce macchine e binari, da chi convive con scelte manageriali e strategie aziendali. Emergenza sui treni, il dossier è stato spedito in Procura. 



Oggi, il primo firmatario della denuncia accetta di parlare con il Mattino. Si chiama Nello Romano ed è il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Parla a nome dei macchinisti, ragiona alla luce dei punti indicati nel dossier, partendo da una premessa: «Nessuna intenzione di speculare sulla tragedia di venerdì mattina a Gianturco, ma solo la speranza che venga al più presto potenziato il sistema di controlli a beneficio di personale e passeggeri.


La nostra è una denuncia che investe buona parte del servizio pubblico su ferro, elencando una serie di criticità su cui sono in corso le indagini del pm Giovanni Corona: si va dalla presenza di un solo macchinista a bordo, alla mancanza di sistemi di controllo elettronico su tutta la rete ferroviaria (Circum inclusa, ndr)». Fascicolo coordinato dal pool che indaga su colpe professionali - sezione affidata al procuratore aggiunto Rosario Cantelmo - la stessa cioè destinata ad assorbire l’inchiesta sul disastro della Circumvesuviana. Facile capire la strategia investigativa: puntare ad accertamenti di ampio respiro, che dalla sciagura di venerdì mattina - un morto e 58 feriti - faccia chiarezza sulla sicurezza a bordo: cosa accade se il conducente avverte un malanno? Chi protegge i passeggeri da disattenzioni o episodi accidentali? 



Intanto, l’attenzione resta concentrata proprio sull’incidente di Gianturco. Massima attenzione agli esiti della perizia sulla scatola nera, utili a stabilire la velocità del treno deragliato, ma anche eventuali guasti tecnici sul convoglio. Si parte dalla mancanza di sistemi di sicurezza elettronici su un tratto di ferrovia giudicato a rischio, intervallato da una galleria e da una curva a gomito. Un tratto difficile, tra dossi sporgenti, mancanza di dissuasori elettronici, probabili segnalazioni rimaste inascoltate.





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I pm a caccia di chi stabilì il valore della casa di Montecarlo

Il Mattino

  
di Massimo Martinelli

ROMA (9 agosto) - Ci sono un paio di certezze, nella testa dei magistrati romani che indagano sulla strana cessione della casa di Montecarlo. La prima è che nessuno di loro intende accontentarsi delle risposte evasive che di solito vengono date alla richiesta di informazioni giudiziarie, cioè alle rogatorie: «Alla fine dovremo farci un giretto ai Caraibi» dice a mezza bocca uno degli inquirenti impegnati nelle indagini. 



Il secondo convincimento, invece, si riferisce al fatto che in questa storia, fin da quando fu stabilito il valore dell’immobile, c’era qualcosa di sospetto.«C’è da ritenere - spiega ancora l’investigatore - che questa compravendita sia stata falsata sin dall’origine, attribuendo all’immobile un valore di un milione e mezzo di franchi francesi». «Si tratta di un valore - prosegue - pari a 450 milioni delle vecchie lire, che era molto al di sotto della quotazione di mercato. Almeno questa è la cifra che abbiamo trovato negli atti acquisiti nella sede di An».



Adesso, secondo le prime informazioni raccolte dal Nucleo di Polizia tributaria della Gdf, sembra che ad attribuire quel valore di mercato all’appartamento della discordia sia stato uno studio professionale di Montecarlo che si occupa della gestione condominiale di queste residenze dorate. Lo studio è già stato individuato e gli investigatori hanno immediatamente riscontrato alcuni elementi di sospetto sulla sua attività. Ad esempio, si tratta dello stesso studio professionale che amministra un altro stabile a poca distanza, in Rue du Gabian numero 7, dove all’epoca della compravendita avevano sede alcune società gestite da uno dei professionisti che figurano anche tra i rappresentanti della Printemps ltd, la fiduciaria delle Antille che acquistò per prima l’immobile da An. In altre parole, gli investigatori sospettano che chi fece la valutazione di quei settanta metri quadrati (più dieci di terrazzo) in Boulevard Princesse Charlotte, conosceva già chi avrebbe acquistato. E forse volesse favorirlo.



In ogni caso, la strada maestra che la procura di Roma intende seguire è quella di interrogare prima di tutto come testimoni i protagonisti della compravendita: da una parte Francesco Pontone, l’amministratore del patrimonio di An che su delega di Gianfranco Fini, firmò il rogito come venditore. Dall’altra i soci della società fiduciaria Printemps Ltd, con sede nell’isola di Santa Lucia ai Caraibi, che però avrebbe come rappresentanti legali alcuni professionisti con studio a Montecarlo. Com’è noto, infatti, le società fiduciarie vengono costituite con lo scopo di mantenere celata il più possibile la reale identità dei soci. Ma per legge devono avere un rappresentante legale (un avvocato o un commercialista) che deve fare da interfaccia tra i soci e le istituzioni (il fisco o la magistratura) senza tuttavia avere l’obbligo di rivelare il nome dei reali proprietari della società che amministra. Questo potere di mantenere l’anonimato cade però - almeno in Italia - di fronte alla richiesta di un magistrato di rivelare l’identità dei soci reali. 



Ebbene, secondo indiscrezioni, i magistrati romani avrebbero già individuato i rappresentanti legali della Printemps ltd e si preparano a chiedere loro la lista dei soci. L’unico intoppo potrebbe arrivare dalle norme previste dagli accordi internazionali: vale a dire che i rappresentanti legali della Printemps Ltd potrebbero eccepire che per le leggi in vigore nelle Antille (alle quali è soggetta la società acquirente) non è previsto che i magistrati possano chiedere l’identità dei soci di una fiduciaria. E’ per questo che i magistrati non escludono fin da adesso la possibilità di organizzare una trasferta in quei paesi, per sollecitare di persona le autorità competenti al fine di dare un volto e uno nome a chi sborsò trecentomila euro per acquistare un appartamento che, secondo molti, vale almeno il quadruplo.


E ancora, i pm vogliono fare chiarezza anche sulla singolare coincidenza che ha portato Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, a stipulare un contratti di affitto per la stessa abitazione. Il contratto sta per essere inviato in procura dalla ”Conservation des Hypothèques” del Principato; ma a piazzale Clodio, subito dopo il senatore Pontone, potrebbe essere convocato proprio lui, il fratello di Elisabetta Tulliani. E mentre l’inquilino eccellente si presenta in procura, gli uomni della Finanza piotrebbero essere inviati a Montecarlo per raccogliere le testimonianze dei suoi vicini di casa, compreso quello che afferma di aver offerto un milione e mezzo di euro per quella casa, prima che venisse ceduta a prezzo ribassato alla alla Printemps Ltd.





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Brasile, sgarbo all'Italia L'ex terrorista Battisti può tornare in libertà

Quotidianonet

La possibilità si potrebbe applicare a tutti i detenuti stranieri, condannati in altri Paesi e in attesa di estradizione in Brasile. Quindi anche all'italiano condannato all'ergastolo, in attesa della decisione del presidente Lula

BRASILIA, 9 agosto 2010 


La Corte Costituzionale brasiliana (ovvero il Supremo Tribunal Federal) potrebbe presto deliberare la possibilità di concedere la libertà condizionale ai detenuti stranieri condannati in altri Paesi, in attesa di estradizione in Brasile.


Fra questi quindi potrebbe rientrare anche l’ex terrorista rosso Cesare Battisti, condannato all'ergastolo in Italia, in carcere a Brasilia in attesa di una decisione a suo riguardo del presidente Luiz Inacio Lula da Silva.


I giudici hanno dibattuto a lungo su varie opzioni: la libertà provvisoria, con monitoraggio elettronico e ritiro del passaporto (quando il caso è complesso e una sentenza definitiva può arrivare dopo molto tempo), la detenzione domiciliare o invece il carcere fino alla decisione definitiva sull’estradizione da parte del potere esecutivo.


E alla fine hanno deciso che la scelta verrà presa caso per caso. In tutto i detenuti stranieri in attesa di estradizione dono 73, ma il caso più noto - e spinoso - resta quello di Cesare Battisti, che si trascina da oltre due anni, senza che ci siano per ora segnali di una presa di posizione da parte del presidente Lula.


Le nuove misure potrebbero precludere a un rilascio (almeno temporaneo) di Battisti. Il tribunale federale lascerebbe così il presidente Lula libero di ripassare la responsabilità dell’estradizione al suo successore, che assumera’ l’incarico dal gennaio del 2011.



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Russia in fiamme, mortalità raddoppiata a Mosca. Emergenza in un sito nucleare

Il Messaggero

Nella capitale obitori pieni. Le autorità: allarme colera,
è la peggior canicola in mille anni. Medici: situazione di guerra


ROMA (9 agosto)

Anche le autorità russe sono state costrette ad ammettere che a Mosca la mortalità è aumentata a causa della prolungata ondata di caldo e fumo nocivo sprigionato dagli incendi di foreste e torbiere. «Il tasso di mortalità a Mosca è raddoppiato recentemente - ha detto in una conferenza stampa il capo del dipartimento sanitario dell'amministrazione della capitale, Andrei Seltovski - Normalmente, a Mosca muoiono 360-380 persone al giorno, mentre attualmente sono circa 700».


Nei giorni scorsi una dirigente dell'ufficio anagrafe del Comune aveva riferito che il tasso di mortalità nel mese di luglio era aumentato del 50% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso, con quasi 5.000 decessi in più. Seltovski ha riconosciuto anche che gli obitori cominciano ad essere quasi pieni: su 1.500 posti disponibili, 1.300 sono già occupati. Seltovski ha aggiunto, senza fornire numeri, che sono aumentate le telefonate ai pronto soccorso. Secondo il quotidiano Kommersant venerdì scorso è stato toccato il record di 10.147 chiamate, quasi il doppio del giorno precedente), nonché di ricoveri (del 20%). Rinviati negli ospedali anche tutti gli interventi non urgenti.



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I medici lavorano in condizioni di guerra. Il giornale di opposizione Novaia Gazeta, quello della giornalista uccisa Anna Politkovaskaia, sostiene che le ambulanze lavorano praticamente in condizioni di guerra, senza impianti di condizionamento e con temperature interne che talvolta raggiungono i 50 gradi. «Qualche volta i nostri dottori svengono - scrive Novaia Gazeta citando un medico - La routine quotidiana è la cosa più dura per noi. Nessuno dei centri medici ha acqua potabile per i team di emergenza. La acquistiamo noi stessi per rinfrescare i pazienti».


Stato di emergenza intorno al centro di trattamento e stoccaggio dei rifiuti nucleari di Maiak della città di Ozersk, nella regione di Celiabinsk, sugli Urali, contro la propagazione degli incendi nella zona: lo ha decretato il capo dell'amministrazione locale Viktor Trofimshuk il 6 agosto scorso, secondo quanto reso noto solo oggi dalla stressa amministrazione. Trofimshuk presiederà domani una riunione di emergenza per coordinare gli sforzi dei servizi coinvolti.


«La peggior canicola in mille anni»: così il direttore del servizio meteo russo Aleksandr Frolov ha definito l'ondata di caldo torrido che investe la Russia europea da oltre un mese. «Né noi né i nostri antenati sono stati testimoni di un tale fenomeno in mille anni, dalla fondazione del nostro Paese - ha detto in tv - E' un fenomeno unico che non trova precedenti negli archivi». Anche San Pietroburgo, intanto, ha registrato un record assoluto nelle temperature, con 37,1 gradi sabato scorso, dopo i 38,2 di Mosca il 29 luglio.


Le autorità russe temono ora un'ondata di epidemie, in particolare di colera. «Temiamo l'importazione del colera dal sud est dell'Asia, dal Pakistan, dove la situazione non è buona - ha detto il capo medico-sanitario Ghennadi Onishenko - I servizi sanitari hanno rafforzato il controllo delle malattie infettive a causa di alcuni segnali, come il moltiplicarsi di casi di gastroenterite acuta e il deterioramento della qualità dell'aria in 52 delle 83 regioni russe. Prendiamo delle misure per organizzare il controllo del cibo ed esigiamo la fornitura di acqua potabile laddove si siano ridotte le fonti di alimentazione».


Comune di Mosca: no a stato di emergenza.
Il Comune di Mosca non intende proclamare lo stato di emergenza nella capitale: lo ha annunciato oggi il vice sindaco Vladimir Resin in una conferenza stampa. «Non ci sono fondamenti per imporre lo stato di emergenza - ha detto - La situazione, pur rimanendo difficile, resta sotto controllo. Spero che riusciremo ad affrontare la situazione». La capitale, da oltre un mese colpita da un'ondata di caldo torrido, è invasa da mercoledì scorso da una nuvola di fumo acre altamente pericoloso per la salute, sprigionato dagli incendi di foreste e torbiere che da oltre due settimane devastano la regione di Mosca e gran parte della Russia europea. L'introduzione dello stato di emergenza comporta, tra l'altro, il pagamento doppio del personale.




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Il boomerang di An

Il Tempo

Il presidente non chiarisce aspetti decisivi della vicenda. I dubbi: che ruolo ha avuto nell'affare il fratello della sua compagna? Perché il compratore è ignoto? Il prezzo: basato su una vecchia stima.


Se la contessa Colleoni fosse viva, dopo aver letto la nota di Gianfranco Fini sulla casa di Montecarlo avrebbe esclamato: «Siamo alle comiche finali». È la frase che il leader di Alleanza nazionale riservò alla svolta del predellino di Silvio Berlusconi e all’idea di fondare un nuovo partito del centrodestra italiano. La vicenda dell’appartamento di An nel Principato passerà alla storia nel guinness dei fiaschi politici.

Ho letto con attenzione la nota del Presidente della Camera e, francamente, stento ancora a credere ai miei occhi. Non so chi abbia consigliato Fini, ma raramente mi è capitato di vedere qualcosa di più politicamente disastroso. Un boomerang. Fini offre una ricostruzione e una serie di valutazioni sulla vicenda che non diradano alcuna ombra e, semmai, creano un imbarazzo istituzionale senza precedenti. Cercherò di procedere con un certo ordine nel disordine totale con cui è stata presentata da Fini la vicenda. Chiedo ai lettori di avere la pazienza di seguirmi, ne vale la pena.


1.La stima dell’appartamento.
Fini spiega che fu iscritto a bilancio per la somma di 450 milioni di lire. Non indica la data di carico, ma è certamente da collocare prima dell’adozione dell’euro. Dunque la valutazione dell’immobile, per quel che ne sappiamo, è di un’era geologica fa e non tiene conto dei valori espressi dal mercato con la moneta unica. Anche i sassi sanno che quei valori in Europa sono praticamente raddoppiati subito dopo l’avvento dell’euro.


2.Lo stato dell’appartamento.
Fini cita le visite fatte dall’onorevole La Morte e dalla sua segretaria, la signora Marino. Dimentica quelle più che ufficiali fatte per conto del partito dal suo tesoriere, Francesco Pontone e dal senatore Antonino Caruso. Quest’ultimo, intervistato ieri da Il Tempo, spiega che «è una casa in una palazzina d’epoca, un appartamento al piano rialzato, verso l’interno ha una piccola loggia molto graziosa. Una casa gradevole nel centro di Montecarlo. Cinque minuti a piedi dal casinò».«Un tempo era un albergo, il Shakespeare Milton». Fatiscente? Per chi? E da quando in qua le valutazioni immobiliari si fanno fare alla segretaria personale?


3. Le offerte per l’acquisto.
Fini dice che non vi era alcuna offerta alternativa. Il senatore Caruso racconta un’altra storia: An aveva la possibilità di vendere quell’appartamento per una valutazione pari a 6 milioni di franchi, pari a circa un milione di euro con il cambio dell’epoca, dunque senza rivalutazione. Caruso informò Pontone, il quale rispose che la casa in quel momento non era in vendita.


4. Il ruolo di Giancarlo Tulliani.
Fini svela che fu il fratello di Elisabetta a mettere in contatto i compratori della casa con il partito. È un passaggio delicatissimo che non avrei mai voluto leggere e che apre scenari imprevedibili. La prima cosa che avrei fatto al posto di Fini è chiedermi: chi compra? E per quale scopo? Il lascito della contessa Colleoni non era nella disponibilità personale di Fini, ma in quella collettiva di An. Perché il fratello della Tulliani si interessa alla casa? E chi lo ha informato dell’esistenza di quel bene nel bilancio del partito? Sono domande alle quali per ora non c’è alcuna risposta e lo stesso Fini pare non essersele poste.


5. Il prezzo della vendita.
Fini spiega che era un buon affare perché l’offerta era di trecentomila euro. Facciamo un po’ di conti. La casa era iscritta a bilancio per 450 milioni di lire, cioè circa 230 mila euro. L’iscrizione a bilancio è priva di rivalutazione e An si accontenta di un guadagno pari a 70 mila euro. Chiunque possiede un bene immobile con il passaggio all’euro ha rivalutato il valore del cespite. Se non lo fa, è come minimo un incapace. La vendita della casa a Montecarlo non è un buon affare, è un disastro economico e non credo sia frutto della volontà del tesoriere Francesco Pontone.


6. L’eredità Colleoni.
Fini spiega le successive alienazioni dell’eredità Colleoni. Non aggiunge niente di nuovo, ma in realtà c’è un elemento politicamente spesso: fa una chiamata di correo per gli altri dirigenti del partito che non si sono opposti alla cessione degli immobili. Vedremo cosa risponderanno gli ex parlamentari di An. Faccio solo notare che il tesoriere Pontone ha sempre detto: «Rispondo al Presidente e tanto basta». Non è mai emersa una gestione collettiva del patrimonio, del bilancio. La gestione di An era riconducibile a tre persone: Gianfranco Fini, Francesco Pontone e Donato Lamorte.


7. I paradisi fiscali.
Fini dice di non sapere nulla sulla "natura giuridica della società acquirente". Chiunque vende un bene - e Pontone vendeva grazie a una procura generale firmata da Fini - prende due o tre informazioni sul compratore. Lui no. La casa di Montecarlo viene ceduta a una società off-shore, con sede nel paradiso fiscale delle Piccole Antille. Passa poi ad un’altra società off-shore e infine, magicamente, diventa l’abitazione monegasca in affitto di Giancarlo Tulliani. Visto che non c’è la risposta, ripetiamo la domanda: chi c’è dietro queste società?


8. Il cognato in affitto.
È la parte più incredibile della nota di Fini. In sostanza, il presidente della Camera dice di aver saputo dalla Tulliani, «qualche tempo dopo» che «il fratello Giancarlo aveva in locazione l’appartamento». Chiosa finiana: «La mia sorpresa e il disappunto sono facilmente intuibili». Sorpresa? Disappunto? I lettori a questo punto si chiedono ben altro: quando ha saputo Fini del cognato in affitto? Non si è chiesto Fini come mai il cognato prima si faccia parte diligente per vendere la casa a Montecarlo e poi ne diventi l’affittuario? Perché Fini non ha sollevato il telefono e invitato Tulliani a levare il disturbo da una casa che era parte del patrimonio di An e dunque poteva mettere in grave imbarazzo il Presidente della Camera?Non siamo di fronte a un problema di «legalità». La politica - e Fini lo sa meglio di tutti - non è tutta riconducibile al codice civile e penale. Questa storia mostra ben altro. Politicamente, Fini è nei guai.


Mario Sechi

09/08/2010





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San Giovanni Rotondo: fallito furto nella notte alle reliquie di San Pio

di Redazione

Capelli, una garza che avvolgeva il costato insanguinato e un paio di guanti: questo il contenuto della tomba del frate minore cappuccino nel cimitero della città pugliese. Ladri bloccati dal vetro antisfondamento


 
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San Giovanni Rotondo

Un tentativo di furto di alcune reliquie di San Pio da Pietrelcina. Lo ha impedito il vetro antisfondamento che ricopre una teca incastonata in un altare. È accaduto nella notte in una cappella del cimitero di San Giovanni Rotondo che ospita le tombe di numerosi frati minori cappuccini. Le reliquie custodite nella cappella sono costituite da alcuni capelli, una garza che avvolgeva il costato insanguinato e un paio di guanti. I resti del frate con le stimmate sono dallo scorso 19 aprile nella chiesa inferiore del Santuario a lui dedicato, ideato dall’architetto Renzo Piano, dopo il trasferimento dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie.




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Vedevano poco o nulla, a Venezia i body scanner finiscono in magazzino

Corriere della sera

Interrotta la sperimentazione all'aeroporto Marco Polo dove erano entrati in funzione per i voli verso gli scali degli Usa


Roberto Maroni prova i body scanner a Venezia il 26 marzo 2010  (archivio)

Roberto Maroni prova i body scanner a Venezia il 26 marzo 2010 (archivio)


VENEZIA I body scanner dell’aeroporto Marco Polo di Venezia sono stati smontati e giacciono malinconicamente in magazzino. La sperimentazione per i controlli di sicurezza sui viaggiatori diretti negli Stati Uninti è terminata proprio nel momento di massimo traffico estivo. Dalle postazioni monitor degli scanner in dotazione, che erano stati messi in funzione alla fine dello scorso marzo, l’immagine che appariva dei passeggeri non è risultata adeguata: non c’era sufficiente dettaglio per consentire agli addetti alla security dell’aeroporto e alle forze di polizia un alto livello di vigilanza. Per questo, dalle prime settimane di luglio i body scanner non sono più stati utilizzati. La sperimentazione dovrebbe ripartire in settembre, con l’eventuale utilizzo di apparecchi più efficaci che permettano di gestire meglio i flussi di viaggiatori e siano più utili ai controlli anti-terrorismo. Tra il mese di maggio e lo scorso mese di luglio i passeggeri diretti negli Stati Uniti sono stati 34.700 con destinazione New York, 11.500 per Philadelphia, 11.248 per Chicago, 10.112 alla volta di Los Angeles e 8.800 per San Francisco.


A Venezia i controlli venivano eseguiti a campione sui passeggeri, che peraltro potevano anche rifiutarsi (e nel caso si procedeva con la perquisizione «tradizionale» e il metal detector). Sui monitor degli addetti all’accesso alle porte d’imbarco, si vedeva solo la sagoma del passeggero e un’area più scura nel caso ci fosse stato un oggetto sospetto. Il modello di scanner sperimentato — o meglio i due modelli, perché ce n’era uno fisso ai varchi per i voli verso gli Stati Uniti (costo: 60 mila euro) e uno mobile (costo: 38 mila euro)—era inedito in Italia. E si differenziava da quelli installati a Fiumicino e a Malpensa - più precisi nel definire il corpo, anche a dispetto della privacy - perché la strumentazione voluta era di tipo «passivo»: senza alcuna emissione di onda o energia, rilevava le onde millimetriche emesse naturalmente dal corpo umano. Non c’era problema di presunti danni alla salute né di privacy, visto che l’immagine sul monitor, pur corrispondendo alla persona in transito, risultava stilizzata, senza rendere visibili le parti intime.


Con questa tecnologia, gli eventuali oggetti nascosti sotto i vestiti dovrebbero essere rivelati tramite la differenza di calore, con un sistema teoricamente più efficace del normale metal detector. L’esperienza veneziana, di fatto, l’ha bocciato. I body scanner erano stati installati al Marco Polo su decisione del ministero dell’Interno, che aveva messo a disposizione dell’Enac due milioni di euro per coprire la sperimentazione. Anche a Fiumicino e Malpensa sono installate le strumentazioni, ma si tratta di apparecchi ben più sofisticati, prodotti dai due colossi americani «General Electrics» e «L3 Communication » (costano 120 mila euro a scanner). L’Italia è stata uno dei Paesi europei più rapidi ad accettare la sperimentazione dopo il fallito attentato alla vigilia dello scorso Natale sul volo Klm da Amsterdam a Detroit, che aveva riportato nuovamente l’allarme internazionale per la sicurezza negli scali.

Ma.Gal.
09 agosto 2010



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Un proiettile di kalasnikov al figlio di Massimo Ciancimino

Corriere della sera

«Una vigliaccata. Non renderò più interrogatori e chiederò il ritiro del mio libro "Don Vito"»

LETTERA MINATORIA INDIRIZZATA A vITOANDREA, 5 ANNI

Un proiettile di kalasnikov al figlio di Massimo Ciancimino



PALERMO - Una lettera di minacce con un proiettile di kalasnikov indirizzata al figlio di Massimo Ciancimino, Vitoandrea di 5 anni, è stata recapitata questa mattina nell'abitazione palermnentana di via Torrearsa, dove risiede la famiglia Cincimino.

LA LETTERA - Nella lettera, scritta a caratteri cubitali, si legge: «Le colpe dei padri infami e traditori ricadranno sui figli. Lei e i suoi complici siete stati avvisati da troppo tempo. Lei e i suoi amici magistrati sarete la causa di tutto». Per Massimo Ciancimino è una «vigliaccata». «Non renderò più interrogatori - ha detto - e chiederò anche il ritiro del mio libro "Don Vito" dal commercio». Proprio questa mattina Ciancimino Junior era atteso in Procura.


09 agosto 2010



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Tullianeide

IL Tempo

Elisabetta e la famiglia tra immobili, politica, tv e squadre di calcio.

La notorietà arriva nel 1997 quando incontra l'imprenditore e patron del Perugia, Luciano Gaucci.


Una famiglia normale quella dei Tulliani. Di quelle nella quale un padre con uno stipendio un po’ sopra la media, da funzionario dell’Enel e una madre casalinga decidono di investire nel futuro della figlia iscrivendola, dopo le scuole medie, in una delle scuole con più alto lignaggio della Capitale: il collegio Nazareno. Retta elevata ma trampolino di lancio per l'inserimento nelle rete di relazioni della «jeunesse dorée» capitolina e non solo. Parte da questa centralissima piazza romana la carriera sociale di Elisabetta Tulliani, attuale compagna del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Che ieri dopo un lungo silenzio ha espresso la sua posizione sull'affaire dell'estate e cioè la vendita della casa di Montecarlo (donata ad Alleanza Nazionale dalla contessa Colleoni) successivamente affittata al fratello di Elisabetta: Giancarlo Tulliani. Una figura che la seguirà sempre come un'ombra nella sua scalata. Ma andiamo con ordine.

Diploma linguistico alla mano ottenuto nei primi anni '90 Elisabetta si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza e arriva alla laurea, la stessa che le consente di esercitare la professione forense. Poche le informazioni sul suo curriculum. Sul suo sito internet (elisabettatulliani.it) non si trova nulla di più che una pagina iniziale con su scritto: coming soon (sto arrivando).


La svolta arriva nel 1997 con l'incontro di Luciano Gaucci, imprenditore romano e patron del Perugia calcio. Gaucci confessa in un'intervista a Panorama: «Ci siamo innamorati... le ho dato tutto, sia a lei sia alla famiglia». Già quest'ultima comincia a materializzarsi e ad affiancare da quel momento la crescita della Tulliani nel bel mondo. Dove arriva lei a un'incollatura si presenta anche il fratello e non solo. Nei sette anni in cui resta con Gaucci Elisabetta diventa presidente della Sambenedettese calcio ed entra nel cda del Perugia, il fratello Giancarlo nel 1999, a soli 22 anni, fa il suo ingresso nel cda della Viterbese, dove un anno dopo diventa vicepresidente. Sotto l'occhio lasco del patron il giovane Tulliani si muove con destrezza al punto da far dire a Gaucci: «Mi piacerebbe vedere i bilanci di allora. Ero un furbetto ma io non ero un cretino».


Elisabetta però lavora anche per suo padre. Nel 2001 Gaucci che frequenta gli ambienti politici romani con una certa dimestichezza si muove per candidare Sergio Tulliani nel collegio elettorale di Viterbo per le imminenti politiche. Non ci riesce. Ma Elisabetta non molla e ci riprova anche nel 2004, con un particolare, questa volta la candidatura è per se stessa. E anche questa volta non c'è niente da fare. Niente seggio e dopo qualche mese anche la storia con l'imprenditore romano finisce. Le resta un patrimonio non indifferente. Case soprattutto, ma anche gioielli e quadri comprati con una vincita al Superenalotto, nel 2000, da 2,2 miliardi di lire. Un passaggio questo oggetto di contenzioso con Gaucci che sarebbe stato, a suo dire, il legittimo beneficiario del montepremi poi girato in dono alla compagna. I giudici ristabiliranno la verità. Ma intanto Elisabetta con Gaucci ha scoperto di essere dotata di un discreto fiuto per gli affari. Messo all'opera con l'appoggio della famiglia, che torna ancora una volta a intrecciarsi nella sua vita.


Nel 2004, infatti, fonda la Wind Rose International con padre e fratello. Una società che opera a livello internazionale nella compravendita, costruzione, intermediazione, valorizzazione e locazione di beni immobili. Soprattutto di prestigio. Due sedi: una a Roma (via di Val Cannuta) e una a Long Island City, New York. Oltre a un meeting point a via Sardegna a due passi da via Veneto, sempre a Roma.


All'attività legata all'immobiliare si affianca nel 2007 un altro vecchio amore. Elisabetta dopo aver tentato la carriera giornalistica è diventata una donna di spettacolo. Nello stesso anno partecipa, ad esempio, alla trasmissione Uno Mattina e al varietà Tintarella di Luna con Barbara Chiappini e Fabrizio Rocca. Poi stop ancora una volta. Ma i Tulliani in senso lato, la famiglia, non abbandona Viale Mazzini. Dopo l'uscita di Elisabetta arrivano contratti di produzione di format televisivi per una società che porta alla famiglia. Di nuovo lei. Onnipresente. Le trasmissioni sono prodotte dalla At, la Absolute television media. Il 51% della società è in capo a Francesca Frau, mamma di Elisabetta. Alcuni di quei programmi non riscuotono grandissimo successo ma sono comunque ben remunerati e suscitano qualche rumore, e il primo dissidio tra Berlusconi e Fini, quando sono messi ben in evidenza su Il Giornale di Vittorio Feltri.


Siamo alle ultime ore di una Tullianeide che parte da lontano, da quella piazza del Nazareno, dove la giovane Tulliani muoveva i primi passi nel mondo delle relazioni importanti. E ancora una volta è un altro componente della sua famiglia, ancora una volta il fratello, a mettersi sulla scia della sorella. È lui che affitta la casa di Montecarlo di Bd. Princesse Charlotte dopo aver aiutato il proprietario, Alleanza Nazionale, a trovare il compratore (la società off shore a St. Lucia alle Piccole Antille caraibiche). Senza dirlo però al cognato Fini. Una mancanza di tatto che fa dire allo stesso Fini: «Ho appreso con disappunto che Giancarlo Tulliani era l'affittuario».



Filippo Caleri

09/08/2010





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Il racket dei defunti colpisce ancora Video denuncia gli ospedali milanesi

La Stampa

Salme «vendute» dagli infermieri al cartello delle imprese di pompe funebri, approfittando del dolore dei familiari ancora sconvolti

 


Un video choc, che mostra in azione infermieri e addetti delle pompe funebri negli ospedali mentre danno vita al cosiddetto racket del caro estinto, è stato realizzato dai membri di un’associazione, a Milano, che si sono finti parenti di pazienti prossimi al decesso. Il documento, realizzato dall’associazione Sos Racket e usura, già al centro di clamorose denunce, mostrato in anteprima all’ANSA, è stato poi diffuso questa notte su Internet.

A due anni di distanza dal maxi blitz avvenuto a Milano, che decimò gli infermieri delle camere mortuarie degli ospedali, viene di nuovo riportata alla luce la truffa aggravata ai danni di chi ha perso un familiare. Con una videocamera nascosta, i cittadini hanno ripreso infermieri che dispensare «consigli» sulle migliori imprese di pompe funebri a cui affidarsi. Il collegamento tra questi «portavoce» e il cartello delle aziende è evidente: i video testimoniano con chiarezza il lavoro irregolare degli addetti, indebitamente presenti nelle strutture sanitarie, responsabili a loro volta di fornire informazioni non veritiere sulla Legge e sulle procedure, approfittando del momento di debolezza del potenziale cliente. L'inchiesta documenta la situazione all'Humanitas di Rozzano, nell’hinterland milanese, e presso l'ospedale San Donato del capoluogo lombardo.

«C’è una mia zia che non sta bene. I miei cugini sono su in corsia, dicono che è questione di ore...». Con queste parole i finti parenti avvicinavano gli infermieri delle camere mortuarie, e prima ancora che finissero di spiegare venivano portati in uffici e indirizzati sull'impresa di pompe funebri da chiamare. In un caso, in un ospedale dell’hinterland a sud di Milano, il paramedico, in pieno orario di lavoro, si è tolto il camice e ha perfino accompagnato il finto parente direttamente nell’ ufficio dell’impresa mortuaria. Ogni volta, naturalmente, i costi erano di mille o duemila euro superiori a quelli della tariffa minima. E in più di un’occasione i becchini si sono spacciati per «ditte appaltatrici» dell’ospedale o addirittura del Comune.

L’inchiesta è partita dalla segnalazione, nei mesi scorsi, di due imprese di pompe funebri, che hanno contattato l’associazione denunciando che il sistema non era cambiato e che a Milano i morti vengono ancora venduti. «È rimasto tutto come prima - dice Frediano Manzi, presidente di Sos Racket e usura - Il racket del caro estinto, che ha mostrato legami criminali e procedure da guerra commerciale, è sempre lì che incombe sulla testa dei cittadini in un momento di bisogno e difficoltà. E nessuno lo riesce a stroncare».

Un’indagine che fece scalpore, con arresti e denunce nel settore, venne realizzata proprio a Milano nel settembre scorso e portò all'arresto di diverse persone coinvolte nel raggiro. Le linee imposte dalla Regione Lombardia prevedono il divieto assoluto di offrire i propri servizi all'interno dell'ospedale: nessuna impresa ha esclusive o appalti di servizi e anche la vestizione della salma è affidata esclusivamente al personale della camera mortuaria.

Tivoli, maxi sequestro in un magazzino cinese: "Vestiti per bebè tossici"

di Redazione

Merce contraffatta made in China partiva da un magazzino vicino Roma e veniva venduta nei mercati ambulanti di tutta Italia.

Sequestrato a Tivoli un magazzino di oltre 6mila metriquadri con merce tossica


 

Roma

Abbigliamento e calzature da uomo, donna e bambino realizzati con materiali tossici, bavaglini e tutine per neonato che contenevano sostanze cancerogene come il cromo esavalente. Merce contraffatta made in China, che partiva da un magazzino vicino Roma e veniva probabilmente venduta nei mercati ambulanti di tutta Italia. La polizia municipale di Roma ha sequestrato oggi in via Consolini a Tivoli un magazzino di oltre 6mila metriquadri con merce di abbigliamento dannosa e tossica per la salute, utilizzato da diverse società gestite da cinesi.

Maxi blitz contro il made in China Nove i cinesi denunciati, sei uomini e tre donne tra i 37 e i 52 anni. Il magazzino aveva subito un sequestro preventivo lo scorso aprile. Nell’esaminare la merce la municipale aveva notato che molti prodotti, come i bavaglini e le tute per i neonati, emanavano un odore forte e nauseabondo, probabilmente dovuto al tipo di coloranti impiegati. Nei mesi successivi è stato infatti accertato che per la realizzazione erano stati utilizzati materiali tossici, tra i quali cromo esavalente, sostanza cancerogena, in concentrazioni notevolmente superiori ai limiti consentiti. Oggi è così scattato il sequestro penale e la denuncia dei cinesi. Le indagini della municipale continuano per scoprire dove l’abbigliamento



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Afghanistan, una vedova frustata in piazza e uccisa I talebani: "Era adultera"

di Redazione

Una vedova 48enne punita dagli estremisti islamici che controllano la regione occidentale di Badghis.

Colpevole di avere una "relazione illecita" e di essere rimasta incinta ha subito 200 frustate e poi uccisa.

L'uomo ha ricevuto una forte multe




Kabul - Voleva rifarsi una vita dopo la morte del marito. Una vedova afgana di 48 anni è stata messa a morte dai talebani nella provincia occidentale di Badghis per aver avuto "una relazione illecita" ed essere rimasta incinta. Lo hanno reso noto responsabili amministrativi locali. Il responsabile per la sicurezza della provincia, Abdul Jabar, ha indicato che la donna, prima di essere uccisa a colpi d’arma da fuoco, è stata punita in pubblico con 200 frustate.

Liberato l'uomo L’uomo, che in teoria aveva promesso di sposare la donna, è stato catturato dai talebani, ha precisato Jabar, ma poi "è stato rimesso in libertà dopo aver pagato una forte somma ai comandanti locali". La drammatica vicenda è stata confermata anche da fonti talebane secondo cui la punizione è stata decisa durante una riunione di un consiglio di giustizia tribale. La donna aveva due figli emigrati in Iran per lavoro. Quando erano al potere tra 1996 e 2001, gli estremisti talebani lapidavano e frustavano quanti trovati a compiere atti sessuali fuori dal matrimonio.





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Fini si difende: "Non ho nulla da nascondere"

di Gian Marco Chiocci

L'ex leader di An dà la sua versione in una nota di otto capitoli.

Punto per punto, tutto quello che non ha ancora chiarito




Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Hanno affittato l’appartamento di Montecarlo a suo «cognato» e a sua insaputa. Meraviglioso. Epico. Gianfranco Fini ha aspettato undici giorni, ma alla fine c’è riuscito: ha fatto peggio di Scajola. La figuraccia mediatica dell’ex ministro con casa al Colosseo pagata «a sua insaputa» da Anemone non può non far pensare agli otto «chiarimenti», diciamo così, che il presidente della Camera alla fine ha concesso sull’histoire della casa monegasca. Ereditata dal partito, svenduta a una finanziaria off-shore, da questa rivenduta a un’altra finanziaria off-shore. E, alla fine del circo, affittata a un prezzo misterioso dal «mister X» nascosto dietro al muro di finanziarie proprio al fratello della sua compagna Elisabetta. Quando Fini l’ha scoperto s’è pure arrabbiato, o almeno così dice nella sua nota giustificativa, dove non spiega con chi avrebbe manifestato il suo «disappunto». Che tristezza.

Ma vediamo la nota di chiarimenti che non chiariscono dell’ex presidente di An, ieri finito su Dagospia in una foto che lo immortala, a Napoli, in compagnia di Elisabetta Tulliani, del «cognato» Giancarlo e di Amedeo Laboccetta, già responsabile in Italia del gruppo Atlantis, proprietario di diversi casinò ai Caraibi, e per cui lavora anche James Walfenzao, che comprò poi la casa di Montecarlo per conto della Printemps. Foto del 4 luglio 2008, sette giorni prima che il senatore Francesco Pontone siglasse quell’atto di vendita. Fini esordisce spiegando che finora è stato zitto per non interferire nelle indagini della Procura di Roma. «È la ragione per cui mi sono fino ad oggi limitato ad affermare “ben vengano le indagini”. A differenza di altri non ho l’abitudine di strillare contro i magistrati comunisti». Già la premessa non è delle migliori. Che c’entrano i magistrati comunisti? L’indagine della procura è partita solo dopo che il Giornale aveva rivelato l’affaire immobiliare monegasco. E comunque Fini doveva dare risposte a fatti certi, documentati, dimostrati, sui quali non ha mai parlato. Prima di vergare la sua versione in otto punti. Eccola.


1) La valutazione? d’annata
L’appartamento di Montecarlo (peraltro di modeste dimensioni) fu valutato, quando venne in possesso di An, circa 450 milioni di lire e per tale valore fu regolarmente iscritto a bilancio. La stima fu fatta dalla società che amministra il condominio ed è stata spontaneamente esibita agli inquirenti insieme con gli altri documenti richiesti.
Val la pena di ricordare che la valutazione a cui fa riferimento Fini, che corrisponde a circa 232mila euro, risale a quanto lui stesso dichiara poco dopo l’apertura del testamento, ossia intorno al 2000, e considerando l’andamento dei prezzi immobiliari nel Principato appare comunque sottostimata.


2) La topaia monegasca
Chi ebbe modo di visitare l’appartamento, l’On. Lamorte e la Sig.ra Marino, mia segretaria particolare, riferirono che esso era in condizioni fatiscenti, inabitabile senza cospicue spese di ristrutturazione.
Molti finiani, in questi giorni, per deprezzare la casa, hanno descritto l’appartamento come una topaia, anche se nella primavera del 1999 non solo era abitabile, ma anche abitato: Anna Maria Colleoni vi trascorse le vacanze di Pasqua. Poteva essere sporco, trascurato. Ma le «scatolette di Simmenthal» abbandonate in giro, citate da Pontone, non giustificano il prezzo di svendita a cui An alienò il bene. E ancora: Fini, citando come «testimoni» Donato La Morte e Rita Marino, sottintende di non aver mai visitato l’appartamento? Eppure ci sono inquilini di quel palazzo che al Giornale hanno dichiarato di aver visto in tempi recenti il presidente della Camera, insieme alla Tulliani, nell’androne dell’edificio.


3) Le offerte «fantasma»
Non corrisponde al vero che siano state avanzate a me o, per quel che mi risulta, all’amministratore Sen. Pontone o ad altri proposte formali di acquisto.

Nessuno ha mai scritto che sono state «avanzate proposte» d’acquisto a Gianfranco Fini. Più testimoni, invece, (compresi alcuni inquilini, intervistati venerdì scorso da SkyTg24) riferiscono di numerosi tentativi fatti negli anni nei confronti dei tesorieri Lamorte, all’inizio, e di Pontone poi. C’è anche chi è arrivato a proporre un milione e mezzo di euro. «Ogni volta chiamavamo e ci veniva risposto che al momento il partito non vendeva. Ci hanno rimandato di anno in anno», raccontano. E il parlamentare del Pdl Antonio Caruso, membro del comitato dei garanti del patrimonio, che curò inizialmente la pratica dell’eredità e che andò a Montecarlo, venne tempo dopo contattato dallo studio del notaio Aureglia che gli comunicò che c’erano persone disposte a offrire 6 milioni di franchi francesi (quasi un milione di euro) per l’appartamento: «Ne parlai subito con Pontone, non ne ho più saputo nulla». Forse per Fini quest’offerta non è abbastanza «formale».


4) Tulliani? Un procacciatore
Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l’appartamento, notoriamente abbandonato da anni.

Ed eccolo qui, l’inquilino dal nome ingombrante. Fini cita suo «cognato», però, solo come procacciatore d’affari. Evidentemente l’offerta segnalata da Tulliani ha fatto centro, laddove le altre (perché non abbastanza formali?) erano sempre state respinte o lasciate cadere. Ma c’è di più: Tulliani avrebbe «segnalato una società» interessata all’acquisto nel 2008, spiega Fini. La data è generica, ma restringiamo il campo con gli elementi certi. La finanziaria off-shore acquirente, Printemps Ltd, viene costituita il 30 maggio 2008. La compravendita si perfeziona l’11 luglio. In 41 giorni, dunque, la Printemps (o chi vi si nasconde dietro) nasce ai Caraibi, si interessa dell’appartamento di Montecarlo, individua chissà come Giancarlo Tulliani come «mediatore», e quest’ultimo a sua volta informa Fini della proposta, che immaginiamo «formale». Perché Fini, come vedremo, concede il placet. Va da sé che la Printemps venderà a sua volta a una società gemella, Timara Ltd, che affitterà a Tulliani. Vista così, più che mediatore il «cognato» sembra l’inquilino designato.


5) Ok, il prezzo è giusto
Verificato dagli Uffici di An che l'offerta di acquisto era superiore al valore stimato (300mila euro a fronte di 450 milioni di lire) e in ragione del fatto che il bene rappresentava unicamente un onere per An (spese di condominio ed altro), autorizzai il Sen. Pontone alla vendita come accaduto altre volte in casi analoghi.

La notizia, clamorosa, è quella anticipata dal Giornale: Fini autorizzò Pontone alla vendita dell’appartamento di Montecarlo a una società creata nel paradiso fiscale di Santa Lucia (a rischio riciclaggio per l’Ocse). La notizia, comica, è che per Fini, pardon, per gli «uffici di An» non meglio precisati, l’affarone sarebbe stato vendere la casa a un prezzo (300mila euro) ovviamente superiore al valore stimato una decina di anni prima (450 milioni di lire). Poco importa che la cifra fosse enormemente inferiore sia ai prezzi di mercato che a quelle offerte dai potenziali acquirenti respinti. La bolletta del condominio doveva scottare molto. 


6) Una vendita come tante
Solo per restare nell’ambito dell'eredità Colleoni, alcuni terreni a Monterotondo, un appartamento a Ostia e uno in viale Somalia a Roma furono venduti in tempi diversi con le medesime modalità. In nessuna occasione, a partire dalle assemblee nazionali convocate secondo statuto per l’approvazione dei bilanci, alcun dirigente di An contestò o sollevò perplessità sulle avvenute vendite essendo evidente che la “giusta battaglia” cui faceva riferimento il testamento consisteva nel rafforzamento del partito anche attraverso nuovi introiti finanziari e non certo attraverso l’utilizzo di terreni o appartamenti (specie se all’estero) non necessari all’attività politica.

Se per «medesime modalità» Fini intende l’aver dato procura a vendere a Pontone, ci siamo. Ma non risulta che case e terreni a Monterotondo, Ostia e Roma siano finiti in mano a finanziarie off-shore per poi essere abitate dal «cognato» di Fini. Quanto alla «giusta battaglia», l’osservazione di Fini è corretta, peccato che strida con la svendita a prezzo da supersaldo della casa monegasca.


7) Una data (non) vale l’altra
La vendita dell’appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al Notaio Aureglia Caruso e sulla natura giudica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla.

Ops. Ci tocca correggere il presidente della Camera, vittima di un lapsus: il rogito tra An e Printemps avvenne l’11 luglio del 2008. Fini cita una data (15 ottobre) relativa proprio al «successivo trasferimento» di cui dice di non sapere «assolutamente nulla», quello da Printemps a Timara, che poi affitta a Tulliani. Non sa nulla tranne la data, forse.


8) L’inquilino a sorpresa
Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuiti.

Se gli inquilini che lo hanno visto nel palazzo di Montecarlo con Elisabetta hanno avuto una visione, possiamo comprendere la sua sorpresa e anche il disappunto. Ma, in questo caso, se era sorpreso e seccato, Fini avrà chiesto lumi alla sua compagna e al cognato. Come mai non li condivide con noi e ci lascia al buio? E perché ha lasciato che il povero Pontone credesse a una «inspiegabile coincidenza» per giustificare quell’inquilino?





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Terreni, appartamenti e gioielli An prese tutto, ma non la gatta

di Gian Marco Chiocci

Massimo Malpica

Eredità Colleoni, qui gatta ci cova. E non solo per i misteri dell’affaire Fini-Tulliani. Nell’appartamento di Montecarlo occupato dal cognato del presidente della Camera, lei, Piumina, non ci aveva mai messo piede. Anzi, zampa. Nel patrimonio miliardario donato ad Alleanza nazionale da Anna Maria Colleoni, la sua padroncina, si faceva espressamente riferimento a lei. Al micio color ruggine, cinque anni di vita, raccattato pelle e ossa sotto casa, diventato l’ombra rossa della nobildonna nera. Ignazio La Russa, coordinatore del Pdl, se lo ricorda bene quel felino di troppo spuntato a sorpresa dal testamento: «Mi dissero che una clausola dell’eredità prevedeva che ci saremmo occupati del gatto adorato dalla contessa». Più che le fusa, al partito interessavano le mura.

E così a interessarsi del micio ereditato fu nominato l’erede, il nipote Paolo, che dalla zia aveva beccato solo i resti del tesoro, e che da An era stato trattato peggio che nel lascito allorché da Roma gli negarono persino l’acquisto dell’appartamento che era stato di Anna Maria e che il partito, a suo dire, aveva purtroppo promesso a un parlamentare amico. «Che fine ha fatto il gatto? Secondo me – racconta il nipote della contessa - ha raggiunto Anna Maria in cielo, aveva cinque anni nel 1999 quando la zia è morta...». Morto?

Ma all’apertura della busta notarile che strada aveva preso Piumina? Quella del nipote prima, eppoi del conte Valentini, discendente di tre pontefici, dimorante nell’orvietano, noto alle cronache per esser stato rapinato in casa da una banda di pastori sardi e per esser stato a lungo corteggiato dal pilota Michael Schumacher interessato ad acquistare il suo castello medievale voluto da re Desiderio in contrada Montalfina. Castello nel quale, dunque, dimorò fino ai suoi ultimi giorni il gatto non iscritto a rogito, che nessuno voleva.

Prima di tornare a frequentare definitivamente conti e marchesi, Piumina era solita trascorrere lunghi soggiorni lì vicino, sempre in provincia di Terni. A Castel Giorgio, dove la contessa aveva una bella tenuta con tanto di villino per Piumina, pulito e ordinato dai contadini che riempivano la ciotola e cambiavano la lettiera in salotto allorquando Anna Maria se ne andava in Costa Azzurra costretta com’era a mollare l’amica a quattro zampe. «È proprio così – continua Paolo - ogni qualvolta Anna Maria Colleoni partiva per il Principato o per passare qualche giorno lontano da Monterotondo, veniva qui e lasciava il micio al fattore. Poi tornava, e se lo riportava a casa».

Questo tran tran è durato cinque anni. «Quando zia è morta insieme al legato della casa mi sono accollato volentieri il micetto». Poi anche per Paolo sono iniziati i problemi e gli interrogativi. Perché sacrificare Piumina in un appartamento a Bergamo quando può continuare a scorazzare per boschi e giardini a Castel Giorgio? Così, chiacchierando col dirimpettaio, il discorso cade su Piumina. Il conte Faustino Valentini, amico personale di Anna Maria e amante dei gatti («ne aveva tantissimi...») accettò la proposta e il lascito animale. Un debito di riconoscenza verso quella gran donna di Anna Maria. Che amava i gatti quanto Alleanza nazionale. Ma la riconoscenza dei primi non è stata nemmeno lontanamente paragonabile all’irriconoscenza dei secondi.

Da Monterotondo a Montecarlo, da Montecitorio a Montalfina: quando il gatto non c’è stato più, i topi hanno iniziato a ballare negli appartamenti.




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Smascherata la cricca della Difesa

di Redazione

Figli, figlie, zie, nipoti e nuore: tutti affettuosamente insieme sotto il tetto del ministero della Difesa, grazie a un sistema di favori incrociati degno di una cricca. Il sistema in sostanza era questo: tu promuovi mio figlio al concorso x, io faccio passare il tuo al concorso y, mia moglie viene promossa al concorso x e poi io faccio assumere tuo nipote nel bando z. E così, alla fine, tra una spintarella qui e un aiutino ricambiato lì, la somma è questa: 18 tra figli e figlie, due nipoti, una nuora, quattro mogli e un fratello, tutti assunti o in procinto di esserlo in quanto vincitori di concorsi presso l’amministrazione civile della Difesa. Il meccanismo è raccontato nei particolari da una relazione riservata a cui il Giornale ha avuto accesso. Il documento è frutto del lavoro di una commissione d’inchiesta istituita dal ministro della Difesa Ignazio La Russa nel novembre dell’anno scorso, dopo una segnalazione anonima. Ed ora sulla Parentopoli del ministero indagherà anche la Procura.



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