domenica 8 agosto 2010

Napoli, pignorati i biglietti Metronapoli La società non ha risarcito anziana utente

Il Mattino

 
di Luigi Roano

NAPOLI (8 agosto) - Pignorati i biglietti di Metronapoli perché la società che gestisce metro e funicolare non ha pagato il risarcimento danni, circa 75mila euro, a un’anziana signora che le ha fatto causa. I fatti risalgono al 2005, la sentenza è di 72 ore fa, da allora P.C. non esce più di casa, in quanto menomata nel fisico e impaurita.

A difendere l’anziana donna è l’avvocato Vincenzo Cadavero - una sorta di Robin Hood che sta facendo vedere i sorci verdi anche al Comune, ha ottenuto l’ingiunzione di pagamento per una ditta che prepara pasti ai nomadi che Palazzo San Giacomo non paga da 36 mesi - e che immediatamente ha chiesto e ottenuto il pignoramento della somma.

L’atto è stato notificato e concretizzato il 6 agosto alla Corte di Appello «Ufficio unico ufficiali giudiziari» ricevuta 2315. Ma cosa è accaduto un lustro fa? La causa civile fra Metronapoli e P.C di 82 anni risale al 2005 all’epoca la signora di anni ne aveva 77. Si è tenuta innanzi al tribunale civile in persona del giudice monocratico Nicola Mazzocca nella cui sentenza è molto ben specificata la fattispecie: «La domanda - di risarcimento danni, si legge nella sentenza - merita accoglimento, risulta infatti provato attraverso l’intero quadro istruttorio che P.C. in prossimità della fermata della metropolitana collinare in Piazza Medaglie d’Oro, per effetto di una improvvisa e violentissima frenata perdeva la presa con l’apposito sostegno e cadeva in terra riportando una lesione che rendeva necessario il ricovero presso l’ospedale Cardarelli a causa di una frattura transverticale del collo del femore».


Queste le conclusioni del giudice, nella sostanza la signora si è rotto il femore perché nel corso del suo viaggio sulla metro c’è stata una brusca frenata che le ha fatto perdere l’equilibrio. Di qui il sì al risarcimento danni. Che viene quantificato in questo modo: «Relativamente al danno biologico dalla stessa lamentato deve osservarsi che come evidenziato dal medico nella sua relazione, che questo giudicante condivide, in quanto frutto di accurata e motivata relazione, sono residuati postumi consistenti in esiti di trauma contusivo». Il linguaggio si fa meno burocratico: «Avuto riguardo all’età deve riconoscersi la soma di 51mila 364 euro». Si arriva quindi alla soma di quasi 75mila euro conteggiando anche il danno morale».

Il 6 agosto, l’avvocato Cadavero fa scattare il pignoramento: «In forza e in virtù della sentenza l’intimata non ha ottemperato - si legge nell’atto - la Metronapoli spa aderisce al consorzio unico Campania che si occupa della gestione dei biglietti, conseguentemente Metronapoli percepisce gli utili derivanti dalla vendita dei biglietti pertanto è interesse di P.C. procedere al pignoramento di tutte le somme e proventi dovuti dal consorzio unico Campania». Cosa succede adesso? Metronapoli decide di pagare e allora la vertenza viene a cadere. Sembrerebbe che la società che gestisce la metro cittadina abbia in qualche modo tentato una riconciliazione offrendo una somma più bassa da quella stabilita dal Tribunale. E ci sarebbe stato un rifiuto.


Quindi ora Metronapoli potrebbe decidere di alzare l’offerta o più probabilmente opporsi al pignoramento. Resta il fatto che una donna di 82 anni da cinque non esce più da casa per i postumi di un incidenti occorsole in un treno di Metronapoli.





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La truffa della banca, tracce sui computer «Cacciapuoti è fuggito in Colombia»

IL Mattino

di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (8 agosto)

Non solo una voce, ma anche una traccia telematica. Che porta in Colombia, probabile buen retiro di Raffaele Cacciapuoti, il grande indagato nell’inchiesta sulla Banca meridionale popolare. Tracce on line che attestano un passaggio in Sudamerica, una probabile permanenza del sedicente promotore di un business milionario. Si è fatto vivo spesso la scorsa settimana, usando il computer.

Uno sguardo su Napoli - la terra che voleva risanare creando un nuovo istituto di credito all’insegna della finanza solidale - attraverso il proprio computer. Ed è probabilmente nel suo recente soggiorno colombiano, che Raffaele Cacciapuoti ha studiato e messo a punto la propria strategia difensiva: presentarsi spontaneamente in Procura, magari accompagnato da un avvocato.

Una mossa per molti versi scontata, da definire a stretto giro. Bussare alle porte della Procura per raccontare la storia di un progetto su cui sono in corso indagini, magari dopo aver lanciato messaggi sinistri a ex fiduciari, calibrando bene le dichiarazioni da rendere ai pm. Mosse al buio, mentre a Napoli va avanti l’inchiesta sulla sparizione del fondo del comitato promotore della Bpm, con milioni di sottoscrizioni finiti chissà in quale circuito. Appropriazione indebita, ricettazione, reato quest’ultimo contestato a Cacciapuoti sulla scorta del ritrovamento di una ventina di assegni ritenuti sicuramente falsi.

Indaga il pool criminalità economica, specialisti in campo. Vicenda coordinata dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli, affidata al pm Francesco Raffaele. Si parte dalle sottoscrizioni degli ottocento e passa soci di Cacciapuoti, quelli cioé che avevano contribuito con dazioni di denaro (da un minimo di duemila euro a salire) al sogno di creare una nuova banca nel Mezzogiorno. In un mese e mezzo di indagini, ci sono i primi riscontri concreti: non tutti hanno messo sul piatto soldi veri.

Al di là dei tanti risparmiatori che hanno realmente versato danaro cash (e che oggi a buon diritto chiedono giustizia), c’è chi si è limitato a firmare semplici promesse di pagamento. Sono sottoscrizioni potenziali, che non spostano quattrini, ma servono a far crescere un circuito autoreferenziale. Sottoscrizioni comunque utili ad attirare nuove adesioni e alimentare una bolla speculativa.

Si dava molto da fare, Raffaele Cacciapuoti. Tanto che oggi si lavora a ritroso, a voler studiare le mosse dei finanzieri della sezione di Pg della Procura, al seguito del colonnello Enzo Del Vecchio. E, scavando nel passato, ci si imbatte nel primo comitato promotore della mai nata Bmp, quando il progetto di vivificare la raccolta del credito a Napoli era solo in nuce. Via San Pasquale a Chiaia, al numero 38: da qui partono le prime mosse di un progetto che ha via via intercettato i favori di una parte della borghesia che conta. Fioccano denunce e in Procura si studiano le mosse: lo spulcio degli atti sequestrati nello studio legale (condiviso da Cacciapuoti con un civilista) di via Santa Brigida e del suo appartamento di Chiaia; ma anche il riscontro con alcune testimonianze.

Probabile che nei prossimi giorni saranno ascoltati sindaci ed esponenti del consiglio di amministrazione (che vanno ritenuti al momento estranei alle ipotesi finora battute dalla Procura) del comitato promotore della Bpm, anche per distinguere «vittime» e beneficiari della voragine finora riscontrata. Decisiva la risposta dei conti correnti sequestrati, che risultano «in sofferenza» e «movimentati».

Da qui potrebbero emergere possibili contatti con soci, sponsor o fiduciari di Cacciapuoti, prossimi interlocutori di un’inchiesta priva di battute d’arresto. Vicenda giudiziaria che attira segnalazioni e racconti tutti da verificare. Come la testimonianza di un gruppo di imprenditori milanesi, che ricordano di aver trascorso una giornata in barca con Cacciapuoti in giro per il golfo di Napoli, tra champagne, lusso ostentato e varie facilities che non ottennero però l’effetto sperato. Niente sottoscrizioni dal nord per la banca meridionale, niente soldi padani per il credito partenopeo, a leggere le denunce sul caso Bmp.





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Casa Montecarlo, Fini: «Nulla da temere Io non strillo contro magistrati comunisti»

Il Messaggero

Il presidente della Camera ricostruisce tutta la vicenda «Sorpresa e disappunto per locazione a Giancarlo Tulliani»

ROMA (8 agosto) - «In quasi trenta anni di impegno parlamentare non ho mai avuto problemi di sorta con la giustizia e non ho assolutamente niente da nascondere, né tantomeno da temere per la vicenda monegasca. Pertanto, chi spera che in futuro io sia costretto a desistere dal porre il tema della trasparenza e della legalità nella politica è meglio che si rassegni»: lo afferma Gianfranco Fini in una lunga nota nella quale parla nei dettagli della vicenda della casa di An a Montecarlo.

«Un'inchiesta della magistratura accerterà se sulla vicenda della casa a Montecarlo sono state commesse irregolarità
o violazioni di legge - dice Fini - E' la ragione per cui mi sono fino ad oggi limitato ad affermare "Ben vengano le indagini". A differenza di altri non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti...».

«Sorpresa e disappunto per la locazione a Giancarlo Tulliani».
«La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite» dice Fini a proposito del fatto che Giancarlo Tulliani, fratello della sua compagna Elisabetta, abbia in locazione l'appartamento. «La vendita dell'appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al notaio Aureglia Caruso e sulla natura giudica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla - scrive Fini - Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa e il mio disappunto possono essere facilmente intuite».

La ricostruzione di Fini, punto per punto.
«Secondo molti - dice Fini - la rilevanza che il caso ha assunto dovrebbe spingermi a chiarire rapidamente, senza attendere interrogatori e rogatorie internazionali, alcuni punti non facilmente comprensibili per l'opinione pubblica. Premesso che il caso è diventato tale per l'ossessiva campagna mediatica dei giornali berlusconiani, che fingono di ignorare che la vicenda non ha ad oggetto soldi o beni pubblici, ma solo la gestione di una eredità a favore di An., sento comunque il dovere di fare chiarezza per ciò di cui sono a conoscenza». Fini ricapitola quindi la situazione, punto per punto.
1)
«L'appartamento di Montecarlo (peraltro di modeste dimensioni) fu valutato, quando venne in possesso di An, circa 450 milioni di lire e per tale valore fu regolarmente iscritto a bilancio. La stima fu fatta dalla società che amministra il condominio ed è stata spontaneamente esibita agli inquirenti insieme con gli altri documenti richiesti.
2)
Chi ebbe modo di visitare l'appartamento, l'On. Lamorte e la Sig.ra Marino, mia segretaria particolare, riferirono che esso era in condizioni fatiscenti, inabitabile senza cospicue spese di ristrutturazione.
3)
Non corrisponde al vero che siano state avanzate a me o, per quel che mi risulta, all'amministratore Sen Pontone o ad altri proposte formali di acquisto.
4)
Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l'appartamento, notoriamente abbandonato da anni.
5)
Verificato dagli Uffici di An che l'offerta di acquisto era superiore al valore stimato (trecentomila euro a fronte di quattrocentocinquanta milioni di lire) e in ragione del fatto che il bene rappresentava unicamente un onere per An (spese di condominio ed altro), autorizzai il Sen. Pontone alla vendita come accaduto altre volte in casi analoghi.
6)
Solo per restare nell'ambito dell'eredità Colleoni, alcuni terreni a Monterotondo, un appartamento ad Ostia ed uno in Viale Somalia a Roma furono venduti in tempi diversi con le medesime modalità. In nessuna occasione, a partire dalle assemblee nazionali convocate secondo statuto per l'approvazione dei bilanci, alcun dirigente di An contestò o sollevò perplessità« sulle avvenute vendite essendo evidente che la "giusta battaglia" cui faceva riferimento il testamento consisteva nel rafforzamento del partito anche attraverso nuovi introiti finanziari e non certo attraverso l'utilizzo di terreni o appartamenti (specie se all'estero) non necessari all'attività politica.
7)
La vendita dell'appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al Notaio Aureglia Caruso e sulla natura giudica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla.
8)
Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite».





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Il legale di Tulliani: «Paga un affitto di oltre 1.500 euro»

Corriere della sera

L'«inquilino» va in vacanza: non ne posso più


MONTECARLO

Una pazienza infinita, domande su domande. E risposte che scivolano via come acqua sull'impermeabile. Mezz'ora al telefono e non c'è una sola goccia che si fermi. Ci dica almeno questo, avvocato: per l'affitto dell'appartamento a Montecarlo quanto paga il signor Tulliani? Di più o di meno di 1.500 euro al mese? «Direi proprio di più» si lascia sfuggire Michele Giordano, uno dei legali di Giancarlo Tulliani.


Ecco la goccia. Quella «cifra congrua» annunciata nei giorni scorsi e mai rivelata nel dettaglio. Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta - la donna che divide la sua vita con il presidente della Camera Gianfranco Fini - per il suo appartamento monegasco sborsa ogni mese «più di 1.500 euro» oltre alle spese che «non sono alte perché qui da noi non c'è portineria», dice Annie Bessero, la signora del piano di sopra.


Palais Milton è al numero 14 di Boulevard Princess Charlotte. L'appartamento «dello scandalo», come ormai lo definiscono gli altri condomini, è al piano rialzato. Sono fra i 60 e 70 metri quadrati ristrutturati e in una zona (vicino alla stazione) dove a parità di metri e di stabile le agenzie immobiliari firmano contratti che partono da un minimo di 2.500 (più spese) a un massimo che varia molto a seconda che la casa sia nuova o no e che ci sia, oppure no, la terrazza, la piscina, il giardino, la portineria o tutte queste cose assieme. Ora: si tratta di capire cosa significa «più di 1.500 euro» prima di ipotizzare un eventuale prezzo di favore. Certo è che la cifra non ha niente a che vedere con le chiacchiere di condominio che parlavano di 1.000, qualcuno anche di 300 euro mensili.


Casa Tulliani ha come «benefit» soltanto un piccolo balcone che si affaccia sulla parte interna del palazzo e che da ieri ha le tapparelle perennemente abbassate. «Non ne posso più di questa pressione assurda, è uno stress continuo» ha confessato lui ai pochi che gli hanno parlato in questi ultimi giorni. E ha fatto le valigie. Ha lasciato Palais Milton per un periodo di vacanza. Insomma: via da questa casa, dai giornalisti che suonano giorno e notte al suo citofono, dai vicini che lo guardano con sospetto e, soprattutto, via da una storia che ha sempre più l'aspetto delle sabbie mobili. Non sa bene nemmeno lui, Tulliani, se essere più arrabbiato o più dispiaciuto per quello che sta succedendo. È infuriato perché non ha più pace. Né lui né la ragazza (fidanzata?) che rispondeva al citofono fino a due giorni fa con un italianissimo «sì, chi è?» e alla parola giornalista replicava in francese: «Non parlo italiano, buongiorno» («Il suo diritto alla privacy è stato calpestato» lamenta Giordano). Ma di sicuro Tulliani non è meno irritato se pensa al fronte politico aperto in Italia a partire dalla vendita dell'appartamento. 


Alleanza nazionale che lo cede alla «Printemps Ltd», la Printemps che lo vende alla «Timara Ltd» e Giancarlo Tulliani che alla fine ci vive in affitto e segue i lavori di ristrutturazione. «Tutto regolare e lo dimostreremo» giurano i legali del ragazzo. Che però ha scelto la consegna del silenzio e da quando è scoppiato il caso è uscito dall'appartamento soltanto se aveva la certezza certissima che fuori non ci fossero giornalisti. La polizia è di casa, ormai, a Palais Milton: la chiamava lui finché c'era, l'hanno chiamata altri condomini ieri. «Non si può filmare», «non si può fotografare», «non si può oltrepassare quel punto lì», «non si possono suonare i citofoni». All'ultimo divieto non crede nemmeno l'agente che lo annuncia: «Vietato stare fermi sul marciapiede, diritto che spetta solo ai monegaschi». Tocca fare avanti-indietro.


Giusi Fasano
08 agosto 2010

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Chiarimento Necessario

Corriere della sera

Chiarimento Necessario

An, Fini e la vicenda della casa di Montecarlo


(l. fo.) Un'inchiesta della magistratura accerterà se sulla vicenda della casa di Montecarlo, lasciata in eredità ad Alleanza nazionale dalla contessa Anna Maria Colleoni e finita a Giancarlo Tulliani (fratello della compagna di Gianfranco Fini), sono state commesse irregolarità o violazioni della legge. Ma la rilevanza che il caso ha assunto dovrebbe spingere il presidente della Camera e gli amministratori del partito a chiarire in tempi rapidi (non aspettando interrogatori e complicate rogatorie internazionali) alcuni punti oscuri, difficilmente comprensibili da parte dell'opinione pubblica.


In particolare ci sono tre interrogativi che meritano una risposta.
1) A chi è stato venduto l'appartamento di Montecarlo ereditato dalla convinta sostenitrice della destra? Gli atti parlano di società offshore, la «Printemps Ltd», la «Janson Directors Ltd» e la «Timara Ltd» con sede nelle Piccole Antille, dietro cui si nasconde un misterioso compratore che almeno Francesco Pontone, delegato da Fini alla firma dell'atto di vendita, dovrebbe conoscere.

2) Perché Alleanza nazionale ha accettato un prezzo, 300.000 euro, che, anche tenendo conto delle spese di ristrutturazione, è sensibilmente inferiore a quello che tutti gli esperti di mercato nel Principato ritengono giusto?

3) Come si è verificata l'«inspiegabile coincidenza» (il copyright è sempre di Francesco Pontone, uno degli amministratori dei beni di Alleanza nazionale) dell'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte abitato, alla fine della girandola delle società offshore, dal fratello della compagna dell'onorevole Fini, Giancarlo Tulliani? 


Il presidente della Camera non ha ritenuto finora di chiarire la situazione perché si considera bersaglio di una campagna, alimentata dai giornali legati al premier, determinata dalla sua rottura con Berlusconi. Uno stato d'animo comprensibile alla luce di alcuni paragoni minacciosi, avanzati da esponenti del Pdl, con il trattamento riservato all'ex direttore dell'Avvenire, Dino Boffo. Ma in politica i doveri verso gli elettori e i cittadini contano più degli stati d'animo e delle reazioni all'ostilità degli ex alleati. Un gesto di chiarezza è sempre più necessario.


08 agosto 2010

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La casa di An a Montecarlo, scatta l'indagine sui soci occulti

Corriere della sera

Con la rogatoria i pm vogliono conoscere l'assetto delle società acquirenti



La casa della discordia a Montecarlo
La casa della discordia a Montecarlo
ROMA

Caccia ai soci occulti delle due società offshore che hanno avuto un ruolo nell'acquisto dall'associazione An dell'appartamento di Montecarlo affittato al fratello di Elisabetta Tulliani, la compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini. La rogatoria internazionale per il Principato di Monaco si è arricchita nelle ultime ore di un'ulteriore richiesta: il procuratore Giovanni Ferrara e l'aggiunto Pierfilippo Laviani vogliono sapere dai colleghi monegaschi, nel caso in cui ne siano a conoscenza, l'assetto (e le partecipazioni) - oltre ai nomi degli amministratori - della «Printemps Ltd» e della «Janson Directors Limited», le società con sede nel paradiso fiscale delle isole Santa Lucia, ai Caraibi, che compaiono nel rogito dell'immobile di Boulevard Charlotte 14 redatto davanti al notaio Nathalie Aureglia-Caruso il 15 ottobre 2008. Nell'atto, tra l'altro, è stato specificato che la casa «è stata pagata in contanti» (300 mila euro), ma questo non significa che nelle casse del sodalizio che gestisce il patrimonio dell'ex partito siano finite banconote: è solo la prova che il versamento è stato fatto in un'unica soluzione, fosse anche con un assegno.


L'obiettivo dei magistrati è evidente. La denuncia dei due esponenti de «La Destra» di Francesco Storace che ha portato all'apertura dell'inchiesta ipotizza una truffa nei confronti di tutti i militanti dell'Msi prima - e di An poi - per la cessione dell'abitazione a un prezzo apparentemente ben al di sotto di quelli di mercato (gli immobiliaristi ritengono che valesse almeno quattro volte tanto). E per capire se l'operazione nasconda il tentativo di favorire colui che adesso la utilizza, c'è la necessità di verificare se nelle due società offshore ci sia qualche personaggio direttamente (o indirettamente) collegato a Giancarlo Tulliani.


Al Palazzo di giustizia nel frattempo è stato esaminato l'atto di successione nel quale è specificato il valore dell'immobile nel momento in cui è deceduta la nobildonna Anna Maria Colleoni, il 12 giugno del 1999: all'epoca fu quantificato in un milione e mezzo di franchi francesi, che al cambio faceva (più o meno) 450 milioni delle vecchie lire. Un altro dato di cui tenere conto alla luce del passaggio di proprietà al centro delle verifiche, avvenuto appunto per 300 mila euro: una mini-rivalutazione (anch'essa sospetta) rispetto a nove anni prima. Negli ambienti giudiziari, almeno per il momento, non si ipotizza che la compravendita sia stata utilizzata per creare fondi neri: gli inquirenti non hanno preso in considerazione questa possibilità perché le riserve di denaro così accantonate solitamente vengono investite per eseguire ulteriori operazioni al di fuori dei canali ufficiali. E questo non sembra il caso.


I tempi della rogatoria internazionale non saranno comunque brevi. Ammesso che dal Principato di Monaco si risponda positivamente alla richiesta di Ferrara e Laviani, è prevedibile che una risposta non arrivi prima di settembre. Solo allora, nel caso in cui si rendesse necessario, partirebbero le convocazioni per gli interrogatori come «persone informate sui fatti» di tutti coloro che hanno avuto un ruolo nella vicenda.


Un ulteriore fronte è stato nel frattempo aperto dai legali di Giancarlo Tulliani. Gli avvocati Michele Giordano, Carlo Guglielmo Izzo e Adriano Izzo hanno segnalato al Garante della Privacy, Francesco Pizzetti, alcuni episodi in cui è stata lesa la sfera della riservatezza del loro cliente. Una decisione è attesa entro la fine del mese: la pratica è stata già istruita ma l'acquisizione dei documenti richiede tempo.


Flavio Haver
08 agosto 2010

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Tutta la verità su Montecarlo

Il Tempo

Intervista esclusiva de Il Tempo al senatore Caruso: "Ero nel Proncipato con Pontone". "Tulliani? Incredibile". "Fini sapeva". "Per la casa ci arrivò un'offerta di sei milioni di franchi".


Il senatore del Pdl, Antonino Caruso

Senatore Antonino Caruso, quando si imbatte nell’eredità della contessa Colleoni?
«Fine del 2000 inizio del 2001, quando sono iniziate le procedure per l’accettazione dell’eredità della signora».

 Lei cosa faceva?
«Ero già senatore, stavo in commissione giustizia, che poi ho presieduto dal 2001 al 2006».

E in quale veste se ne occupava?
«Il senatore Franco Pontone, amministratore del partito, mi chiese di dargli dei consigli e assistenza, lo affiancai. Lo feci per spirito di servizio nei confronti del partito».

Qual è la sua professione?
 «Avvocato civilista».

 L’uomo giusto al posto giusto.
«Sono materie che ho sempre trattato. Sono di mia competenza».

Andiamo avanti. Cosa fece con Pontone? Quali furono i vostri primi atti sull’eredità Colleoni?
«Pontone mi mise in contatto con il notaio di fiducia di An, che seguiva tutte le questioni del partito su quel versante, dalla più modesta delle procure da rilasciare, alla compravendita degli immobili».

Come si chiama il notaio?
«Mario Enzo Romano. Presi contatto con lui, redassi l'accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario così come prescritto dalla legge e avviammo le operazioni di inventario».

 Lei prese prima visione di una lista?
«Come si fa in questi casi, si parte dalle volontà testamentarie e poi cercando di avere una lista della spesa, cioè delle cose di cui bisogna occuparsi».

Ricorda a quanto ammontava il valore complessivo del lascito?
«Mi pare che nella prima dichiarazione di successione - poi ce ne fu una integrativa - fosse di circa due miliardi di vecchie lire».

Cosa c'era nella lista?
«Due appartamenti a Roma. Quello dove abitava in viale Somalia e quello di via Paisiello ai Parioli, che all'epoca era affittato. Un bell'appartamento, ben arredato. La signora non era ricca, o meglio era senz'altro benestante, aveva tanti beni, appartamenti e quant'altro, ma viveva in maniera direi modesta, come si poteva desumere anche vedendo la sua casa. E credo che l'affitto dell'appartamento di via Paisiello fosse il suo reddito quotidiano».

Oltre ai due appartamenti a Roma cos'altro c'era?
 «Terreni e un altro appartamento a Monterotondo. Terreni che a mia memoria non erano di grande qualità dal punto di vista reddituale, erano terreni agricoli, coltivati. Poi c'era una casa del mare a Ostia».

E la casa a Montecarlo.
 «Sì, poi la casa a Montecarlo».

C'era liquidità?
«Sì, c'erano dei conti correnti. E investimenti in titoli di Stato. I classici risparmi di tutti gli italiani in quel momento».

A questo punto, presa visione della lista il bravo avvocato e il bravo tesoriere che fanno?
«Insieme al notaio è stato fatto l'inventario formale, la lista dei beni immobili e dei beni mobili. Quindi abbiamo trascorso un po' di giorni nella casa di viale Somalia in particolare, insieme al notaio, per inventariare anche i mobili e gli oggetti della contessa Colleoni. Che erano un po' lo spaccato della sua vita quotidiana. La signora era morta in ospedale, assistita da un'amica. La casa di viale Somalia era l'ultima in cui aveva abitato».

Cos'ha pensato quando ha visto un lascito così importante da parte di un cittadino a un partito? Qual è stata la sua reazione?
 «Non mi sono stupito più di tanto. Perché, non in questa dimensione, ma c'erano stati altri piccoli lasciti da parte di altri militanti. An era l'erede del Movimento sociale italiano e l'opinione che io mi ero fatto frequentando Ignazio La Russa e Pinuccio Tatarella, amici personali prima di tutto, è che quel partito fosse una straordinaria comunità umana. Era assolutamente naturale che chi non avesse figli o eredi diretti, una famiglia, vedesse nel partito, nel nucleo politico che frequentava la sua vera famiglia. Lasciare le proprie sostanze, piccole o grandi che fossero, in questa chiave non mi sembrava una cosa innaturale. Certo, l'ultima erede del condottiero Bartolomeo Colleoni, l'entità, la varietà delle cose, hanno rappresentato un unicum, almeno per quanto riguarda An».

Lei andò a visitare le case insieme a Pontone?
«Quella di viale Somalia dove, come le dicevo, sono rimasto personalmente insieme al notaio a fare l'inventario dei beni. E poi ho visto quella di Montecarlo».

Cosa c'era nella casa di viale Somalia?
 «É la storia politica della signora Colleoni. La contessa conservava una collezione nutritissima del Secolo d'Italia e de Il Tempo. Oltre ad altri giornali, c'erano anche numerose copie di Repubblica. Tutti chiodati, ben conservati e sottolineati. La signora forse guardava poca televisione, ma era una lettrice attenta e cercava di fare, per dirla in maniera pomposa, della elaborazione politica, almeno per come sembrava dagli articoli che ritagliava e dalle chiose che vi poneva accanto».

Storia interessante.
«Sì, fa riflettere soprattutto oggi che c'è una disaffezione verso la politica, come una persona che non aveva alcuna ambizione di carriera politica, ma era semplicemente appassionata all'idea di elaborare tesi sulla costruzione di vita della collettività, cioè la politica».

Com'era arredata la casa di viale Somalia?
«Modestamente. C'era qualche sintomo di piccole manie. Aveva delle scatolette ricolme di bottoni. Sì, la signora aveva un'originale collezione di bottoni».

Argenteria, ceramiche preziose?
«Non in maniera particolare. Non era la casa di Alì Babà. Era una casa direi ordinaria, modesta, di una persona che la viveva intensamente. Quella per la contessa non era una casa ma una fortezza».

Fotografie? Effetti personali?
«Di tutto di più. Fare queste operazioni, l'inventario dei beni dopo una morte, diventa un inevitabile viaggio nella vita di una persona. Di quella persona si vedono le cose di tutti i giorni, le banalità, le piccole manie, i ritagli di giornale».

Poi lei e Pontone siete andati a Montecarlo.
 «Presi il contatto non ricordo se con l'ambasciata o il consolato italiano a Montecarlo, ma poco cambia. Volevo che mi indicassero un notaio di loro fiducia. Non volevo assolutamente avventurarmi in mezzo a leggi che non conoscevo. Mi sembrava non sufficiente il fatto di informarmi attraverso gli strumenti usuali, volevo un punto di riferimento autorevole e competente. Mi diedero l'indirizzo del notaio Aurelia, fissammo un appuntamento e insieme al senatore Pontone andammo a trovarlo. Ci spiegò che cosa bisognava fare, quali tasse pagare, tempi e modi, ci fece da chaperon, molto utile, con tutti i vari personaggi che si muovevano intorno alla casa a Montecarlo».

Quali personaggi?
«L'amministratore del condominio, persona palesemente molto introdotta nell'ambiente monegasco. C'era anche un architetto che mi pare svolgesse delle funzioni tra il mediatore immobiliare e l'arrangiatore di cose».

L'azzeccagarbugli della situazione.
«Eh, insomma...c'era anche un'altra figura, un consigliere giuridico, la persona che presta assistenza e consulenza in questi affari. Nessuno in Francia compra una casa senza questa figura».

Arrivati a Montecarlo che fate?
 «Vediamo la casa. Tenuta più o meno con lo stesso concetto di viale Somalia. Una casa non grande, nemmeno microscopica come si è detto. Non sono un geometra ma tra i sessanta e settanta metri quadri ci sono».

É in una bella zona?
«Se uno pensa alla casa con l'affaccio sul golfo di Montecarlo...non è quella. È una casa in una palazzina d'epoca, credo si chiami palazzo Milton, un appartamento al piano rialzato, verso l'interno ha una piccola loggia molto graziosa. Una casa gradevole nel centro di Montecarlo. Cinque minuti a piedi dal casinò. Un tempo era un albergo, il Shakespeare Milton».

Quanto poteva valere?
«Non ricordo cosa mi disse il notaio. Finiti gli adempimenti dell'eredità, mi disinteressai della cosa. In epoca successiva, alla fine del 2001, io ero presidente della Commissione giustizia in Senato, mi telefonò una persona per chiedermi se ci interessava vendere l'appartamento. Ora non ricordo chi fosse e per chi lavorasse, mi disse che secondo lui poteva facilmente trattare la casa per sei milioni di franchi francesi».

Al tasso di cambio del 2001 sono circa un milione di euro. Rivalutazione esclusa. Informò Pontone?
«Informai Pontone. Gli chiesi cosa voleva fare, lui mi disse che non c'era un interesse a vendere la casa in quel momento».

Pontone ha fama di essere un tesoriere dal braccino corto. Le sembra possibile che abbia venduto un immobile a Montecarlo per una cifretta?
 «Pontone è sempre stato molto economo, attento alle spese e questo è un indubbio merito. Quando decidemmo di andare dal notaio a Montecarlo, arrivammo in aereo da Roma a Nizza. Poi da Nizza a Montecarlo ci sono vari modi per arrivarci: elicottero, auto a noleggio, taxi e autobus».

 Pontone quale mezzo scelse?
«Naturalmente l'autobus».

Giunti in autobus a Montecarlo che fate?
«Arrivammo proprio davanti alla casa e la vedemmo da fuori. Avevamo appuntamento con il notaio, ma scoppiò un temporale inaudito e trovammo riparo dentro una concessionaria d'automobili. A Montecarlo le autorimesse non vendono Autobianchi, questa vendeva Bentley, Rolls Royce, Jaguar, Ferrari».

Il meglio su quattroruote. Continuiamo il racconto.
«Sì, il meglio. Rimanemmo lì, al riparo dal temporale e Pontone era sempre più preoccupato per il tempo che passava. Temeva che il notaio potesse pensare che volevamo saltare l'appuntamento o che se ne andasse via».

E a quel punto che succede?
«Pontone è sempre più agitato. Alla fine decide di comprare un ombrello per ripararci dalla pioggia e poter arrivare al poco distante studio del notaio. Sparisce. Lo vedo confabulare con il garagista. Poi torna da me. È tutto rosso in viso: il tizio gli aveva venduto un ombrello griffato per una cifra che costava quanto un viaggio! Più volte con Pontone al tavolo del ristorante abbiamo scherzato su questo episodio».

Pontone agiva grazie a una procura generale firmata dal presidente di An Gianfranco Fini. É credibile che Fini non fosse informato di tutto quel che faceva?
«Fini era da sempre l'unico ad esser informato di tutto. Lo dico perché lo so, Pontone lo ha sempre detto e ripetuto: rispondo al presidente e tanto basta. Questo è nel costume di An. Anche i cosiddetti colonnelli, li ho sempre visti estranei al problema dell'amministrazione del partito, forse colpevolmente, ma estranei».

Erano dunque due persone che si occupavano della gestione del partito: il tesoriere Pontone e il presidente Fini.
«E l'onorevole Donato Lamorte. Io ho frequentato in maniera intensa due persone in An: Ignazio La Russa e Altero Matteoli. Dall'uno o dall'altro non ho mai avuto occasione di intuire che si stessero occupando di qualcosa vicina ai quattrini del partito. Se non, per entrambi, in termini di protesta per le poche risorse che venivano assegnate da Roma in occasione delle iniziative politiche del territorio».

Qual è stata la sua reazione quando ha visto che la casa a Montecarlo era stata affittata al cognato di Fini?
«Mi sono domandato perché non l'avesse presa in affitto un altro».

Lei attende ancora una risposta.
«Me la sono data da solo. Mi sembra una cosa che ha dell'incredibile. Nulla vieta al cognato del presidente Fini di innamorarsi di quella casa e affittarla. Nulla vieta che la possa acquistare. L'unica condizione è che la acquisti o affitti a un prezzo equo e alla luce del sole. E quel prezzo senz'altro non è congruo, è una bestemmia, non può essere quello di trecentomila euro, noi sappiamo che con quei soldi si comprano cento metri quadri alla periferia di Roma. Anche il fatto che la casa sia stata venduta, in sé non è una cosa scandalosa, semmai è scandaloso che sia stata venduta molti anni dopo».

Perché Fini tace? Io trovo questo silenzio stupefacente. Lei?
 «Abbozzo un'ipotesi banale: non sa cosa dire. Forse si rende conto che questa è una scivolata non facilmente giustificabile. Perché in effetti se ci fossero state delle ragioni - e Fini sa esporre bene le sue ragioni, in maniera convincente - l'avrebbe fatto senz'altro. Forse davvero non ce ne sono».

 Che ne è degli altri beni della contessa Colleoni?
«Desumo dall'esame dell'ultimo bilancio che gli appartamenti di viale Somalia e di Ostia siano stati venduti. Mentre quello a Monterotondo e quello di Roma ai Parioli sono ancora di proprietà di An».

A quanto sono stati venduti?
«Non ne ho proprio idea. Sono vendite risalenti al 2002-2003. Su tutte queste questioni a settembre bisognerà fare un file di sintesi per fare chiarezza e dare elementi utili al partito, che vanno doverosamente illuminati».

Secondo lei la contessa Colleoni cosa penserebbe di questa vicenda?
 «Non so se le contesse di lungo lignaggio possono permettersi il lusso di incazzarsi, se così fosse, s'incazzerebbe».


Mario Sechi

08/08/2010





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Mio figlio Oleg, l'assassino per i medici non era un violento»

Corriere della sera

«In casa mazze e coltelli. Stava con la donna sbagliata. Gli psichiatri mi avevano detto che non era matto»


La polizia mostra la foto di Oleg, il pugile assassino
La polizia mostra la foto di Oleg, il pugile assassino
 
MILANO

Gli occhi piccoli si fermano a fissare il vuoto. Davanti agli agenti, alla portinaia del suo palazzo, di fronte a ogni domanda sui misteri del suo Oleg. Il pugile assassino. 

Larisa, 49 anni, ha il fisico minuto avvolto in una tuta di maglina e i capelli corti di un castano chiarissimo. Le sue mani piccole, che stringono i manici di un borsone riempito in fretta e furia con i vestiti per suo figlio detenuto, ancora tremano quando oltrepassa il portone di casa. Sono le nove e mezza, suo figlio è in carcere da 13 ore: «Mi hanno detto che devo portare i vestiti, credo sia a San Vittore».

Lo sguardo vola verso l'angolo tra viale Gran Sasso e il grande e trafficato viale Abruzzi, dove Oleg Fedchenko, venerdì mattina, ha colpito come fosse un sacco da palestra una 41enne filippina scelta a caso tra la folla. «Ha visto cos'ha fatto? Indietro non si può tornare», parole che restano sospese mentre solleva quel borsone dentro al taxi che l'aspetta pochi metri più in là.

Per la polizia, per il magistrato, Oleg il puglie ha colpito in preda alla follia. Pazzia fatta di botte e frasi sconnesse, di odio e bestemmie. Larisa è in Italia da 10 anni, da 8 mesi convive con un pilota d'aereo di origini americane, «che però è sempre all'estero». Fa la cameriera nel ristorante di un albergo a due passi dalla stazione Centrale di Milano. Con i soldi ha sempre mantenuto il figlio, gli pagava la palestra, le poche uscite la sera.


Nelle sue parole, con quell'accento duro ricordo delle sue origini ucraine, ci sono i ricordi, le passioni, i dubbi di una madre che ha scoperto l'inimmaginabile: «Non era matto. Nessuno mi ha mai detto che poteva essere violento. I medici lo hanno visitato, gli hanno dato delle pastiglie. Oleg non le prendeva, ma s'era ripreso». 

Però c'è quella telefonata alla polizia, venerdì mattina pochi secondi prima del massacro: «Venite, mio figlio è impazzito, può fare del male a qualcuno». Larisa sospira, chiude gli occhi: «Da due giorni non mangiava, non dormiva. Era strano. Quando è uscito in strada era una furia. È grande e grosso, poteva far male a qualcuno. A me? Mai, neppure uno schiaffo». Alla polizia ha sventolato un certificato medico, l'abilitazione al pugilato agonistico, rilasciato da un medico sportivo autorizzato dall'Asl di Milano solo il 26 giugno scorso: «Come poteva non essere sano? Oleg è un salutista, tiene al suo fisico, non beve, non fuma, non si droga. Vuole fare il pugile». In un vecchio referto medico, il figlio ha invece raccontato di aver assunto, abusato, di steroidi e stupefacenti: cannabis e popper, la droga sintetica inalata da piccole boccette di vetro. 

Ai medici che lo hanno visitato dopo l'arresto ha detto che aveva smesso di drogarsi ma che in palestra «usava punture di anabolizzanti». Le parole di mamma Larisa si fermano, le risposte si fanno meno decise, come se d'improvviso quel ragazzo in una cella d'isolamento con un braccio ingessato e le mani coperte di bende non fosse più figlio suo: «Non so, cosa posso sapere? Ma no, no, non era violento». In casa aveva anche un grosso coltello con la lama di 32 centimetri, insieme ad un altro a farfalla: «Non ho mai visto quell'arma, con il coltello più piccolo a volte lo vedevo giocare, faceva le mosse, come si fa con le arti marziali. Era un appassionato». E ancora, Oleg il pugile aveva una mazza da baseball nel porta ombrelli di casa: «No, quello era un regalo degli amici, analizzatela, non è mai stata usata. Mai».

Il suo corpo esile si stringe quando si parla di Emlou, la vittima del massacro: «Aveva figli? Oddio...». Le braccia si aprono e iniziano a gesticolare quando invece si parla di Annete, la bella fidanzata lettone di sette anni più grande di Oleg: «Stavano assieme da un anno. Non mi è mai piaciuta. Era più grande, non era per lui». Suo figlio ha detto che lei voleva farle lasciare Annete? «Parliamoci chiaro, avrei preferito che si lasciassero - racconta la madre -. Quella ragazza aveva qualcosa di strano. A volte litigavano, lui si agitava, e avevo paura che tornassero i problemi di tre anni prima. Ci voleva tranquillità con Oleg».

Lei, la bionda hostess arrivata da Riga, dopo il delitto s'è presentata a casa di Oleg: «Dov'è? Dovevamo andare a vedere i delfini». Poi venerdì sera, dopo essere stata ascoltata dagli inquirenti, è tornata in Questura: «Sto cercando la mamma di Oleg, a casa non c'è. Le devo parlare». Mamma Larisa era nel suo bilocale, ma non ha mai aperto. Annete ha lasciato anche il numero di cellulare alla portinaia: «Abbiamo parlato - ha raccontato la madre -, vuole sapere come sta Oleg. Lui le vuole bene». 

Cesare Giuzzi
08 agosto 2010

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Russo muore durante la gara finale di sauna

La Stampa

Tragedia durante una competizione finlandese di resistenza al calore della sauna. I due finalisti, un russo e un finlandese, sono colassati e sono stati portati all'ospedale. Il primo non è sopravvissuto. I 110° C hanno avuto effetti devastanti anche sulla loro pelle che si è letteralmente sciolta. Immagini davvero impressionanti.




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La vera storia dei bronzi di Riace

La Stampa

Finora si era creduto che venissero da lontano. Ma lo scrittore Mimmo Gangemi è convinto che siano stati forgiati a Kaulonía, in Calabria. E spiega perché




MIMMO GANGEMI

CAULONIA


Vezzii, Vezzii» urlavano festosi i Brettii, dall'alto d'una collinetta a ridosso di Kaulonía, durante il compiersi dell'agonia della grande bireme romana, che colava a picco in uno sfasciume di legname. Mentre si dibatteva tra i flutti, avevano parteggiato per la dea Afrodite, e quindi per il mare che Poseidone, per accontentare la figlia di Zeus, in un niente aveva infuriato da schiaffeggiarne le fiancate con spallate di onde possenti. I marinai sui due ordini di remi avevano provato ad affondare le pale a pescare acqua, nel tentativo di tagliarla dell'angolazione che desse un impatto sopportabile.

Troppo alte, però, le dune su cui si trascinava il mare. La bireme vi si inerpicava, sbatteva di prua, ripiombava giù con un tonfo, risaliva in cima, ricadeva. Dai legni, scricchiolii di assi, come contorti gemiti. La resa infine a Poseidone, che l'accolse nel suo ventre. Inghiottiti nave e marinai, il mare aveva finito di sfogare la rabbia sulle lunghe distese di sabbie e addosso alle pareti del promontorio di Corynthus. Vezzii era, per i Brettii, la dea della bellezza, l'Afrodite cui era dedicato il grande tempio di Kaulonía. Che i romani, approdati con la bireme, avevano appena spogliato delle statue bronzee dei due maestosi guerrieri, piantati su basamenti e sempre lì a memoria di Brettio. Erano gli ultimi guardiani della città, abbandonata da dopo la sconfitta di Annibale.

Fin qui la leggenda giunta ai giorni nostri. È invece storia che i Brettii erano ciò che rimaneva dei Greci arrivati dall'Acaia, o da Crotone, anch'essa achea, e fondatori di Kaulonía, tra l'VIII e il VII secolo a. C., essendosi le due popolazioni integrate lungo gli anni - ne sono prova le molte monete brettie trovate nel sito. Dopo la disfatta di Annibale, con cui s'erano alleati, i Greci-Brettii erano schiavi di Roma. E di nuovo Brettii da quando, per scampare alle rappresaglie, s'erano ritirati sulle alture. Apposta, nel ratto dei bronzi, avevano parteggiato per il mare e gioito alla sua vittoria: meglio in braccio a Poseidone, i due eroi giganti, che a decoro di Roma.

Leggenda è pure quella che riporta le origini di Kaulonía ai tempi della guerra di Troia: l'amazzone Cleta, nutrice della regina Pentesilea, navigò alla volta di Troia dopo aver saputo che la sua padrona lì era stata uccisa da Achille; la nave fu dirottata da una tempesta e dovettero approdare nei luoghi attorno a Capo Corynthus, dove fondarono la città di Cleta e dove furono raggiunti da altri Troiani scampati alla distruzione. Le regine che si succedettero ebbero tutte il nome Cleta. L'ultima Cleta fu uccisa dagli achei Crotoniati. Con il giavellotto - l'arma dei vili, perché scagliata da lontano - nel condurre all'attacco le sue amazzoni, mentre il cielo consumava il giornaliero miracolo di squagliare la notte e il mare s'adagiava carezzevole sulla sabbia. Il figlio, Caulon, diede poi il suo nome alla città.

C'è da credere che ad amazzoni e troiani corrispondessero gli indigeni - gli Enotri, antenati dei Brettii. Per i Greci, infatti, i forestieri erano tutti barbari, tranne i Troiani - questi solo meno barbari degli altri, però. Essersi imbattuti, nei dintorni della futura Kaulonía, in un popolo con un certo livello di civiltà li dovette sorprendere, e convincere che si trattasse dei discendenti dei Troiani.

Tornando ai due bronzi affondati assieme alla bireme e ai romani e attribuendo alla leggenda lo spunto di verità d'obbligo, non è una bestemmia riconoscere nelle due statue sottratte i Bronzi di Riace e la loro realizzazione nelle officine bronzee di Kaulonía da parte di artisti magno greci del luogo. L'ipotesi è suffragata da dati che la rendono plausibile quanto le tante altre esistenti - sul punto c'è tutto e il contrario di tutto, quindi, di fatto, il buio, con gli studiosi che le ipotizzano realizzate in Magna Graecia, in Grecia, a Roma addirittura, le collocano a Locri Epizefiri, a Taranto, nell'agorà di Atene, ad Argo, in posti imprecisati della Grecia, le attribuiscono a Fidia, alla scuola di Fidia, a Pitagora di Reggio, a Pitagora di Samo, a Mirone, ad Alkamenes, ad Agelada di Argo, a un anonimo artista magno greco, a uno attico, a uno peloponneso.

Kaulonía, perché, di recente, durante gli scavi estivi condotti dalle due università di Pisa, è emersa un'officina bronzea, comprensiva di fornace per la fusione databile VI, V secolo a.C., di grande pregio artigiano, come testimoniano i reperti trovati: rami di alloro e di ulivo, lamine di rivestimento delle labbra, ciglia; e riccioli di barba e ciocche di capelli, simili a quelli dei due guerrieri, quasi che un barbiere si fosse applicato di forbice per sfoltire e modellare. Kaulonía, perché ricca, nelle zone interne, di miniere di rame e il bronzo è una lega costituita per oltre il 90% da rame. Kaulonía, perché dentro il santuario esistevano una serie di templi di cui restano elementi decorativi di grande raffinatezza, su tutti, i gocciolatoi, a forma di teste di leone, collocate a giro sulla cornice in alto. Il più grande è quello dorico, dedicato ad Afrodite, con il tetto in tegole di marmo pario e con i segni, nel colonnato antistante il mare, dell'esistenza di piedistalli a cui sono stati strappati due grandi statue, come nella leggenda.

Kaulonía, perché il mare di Riace, nei cui fondali è avvenuto il ritrovamento, è lì, a un tiro di schioppo. Kaulonía perché, partendo dal presupposto che i bronzi fossero stati depredati per portarli a Roma, non si spiegherebbe l'affondamento della nave nelle acque vicino a Riace, e vicino a Kaulonía, fuori rotta rispetto a un percorso dalla Grecia e da Locri, e invece plausibile se fossero partite da Taranto, da Metaponto, da Crotone e, appunto, da Kaulonía. Kaulonía, perché splendeva di civiltà - coniava monete in argento! - e simili capolavori camminano di pari passo con la grandezza di un popolo. Kaulonía perché, di fronte alle tenebre delle teorie più disparate, è un posto credibile quanto gli altri. Per similitudine, mi viene in mente il mastro Mico della mia adolescenza. Egli, di fronte alle ritrosie di una donna di facili costumi, «tutti sì e io no?» protestò, non credendo d'insidiarla con mani tentacolari che la rovistavano ovunque.

Né contraddicono Kaulonía, le analisi sulla «sabbia di fusione» utilizzata, e che era presente all'interno dei bronzi: che sembri quella di Argo non prova nulla, non esistendo una documentazione stratigrafica dei suoli e delle cave intorno al Mediterraneo. A parte che indagini geologiche pare abbiano evidenziato grandi affinità tra le terre di Argo e quelle di Kaulonía.
Comunque sia, le rovine dell'achea Kaulonía, alleata di Crotone e ostile a Locri, meritano d'essere visitate. È una camminata nella storia, e nella natura sfolgorante dell'alto Ionio reggino, dove il sole si erge dalle acque.

Kaulonía è stata operosa e attiva dal VII secolo al II a.C., nel massimo splendore contava diecimila abitanti, sviluppava, attorno all'area del santuario, un impianto di città dalle gradevoli e lineari geometrie, con case a uno o due piani, disposte in file parallele, arterie principali e secondarie diritte e ortogonali, marciapiedi e portici, inoltre, impianti termali, la rete idrica, sistemi di drenaggio, una cinta muraria torrita. Si estendeva su quasi cinquanta ettari. Dal sito, emergono di continuo nuovi tesori. Altri li conserva il tratto di mare che, dopo aver sconfitto la bireme romana, ha inghiottito il Capo Coryntus, o Punta Stilo. La moderna cittadina di Caulonia, già Castelvetere, è quindici chilometri più a Sud. Ne ha usurpato il nome, che spettava a Monasterace.





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Franco Freda: «Ventura? Un miliziano che ha inferto gravi perdite al nemico»

IL Messaggero

«Abbiamo combattuto contro il male estremo della democrazia, altri porteranno avanti la nostra battaglia»

di Gigi Bignotti

TREVISO (7 agosto) - Una violenta invettiva contro lo Stato e la democrazia con accenti neonazisti e antisemiti da lasciare interdetti. Questo è stato il ritorno di Franco Freda nel "suo" Veneto per rendere omaggio a Giovanni Ventura, l’altro "uomo delle trame nere", divorato dalla Sla e morto lunedì a Buenos Aires. Il 69enne ex terrorista Freda, ideologo della "strategia della tensione", s’è presentato elegantissimo in giacca e cravatta blu.

Accompagnato dalla sua assistente Anna Valerio, è arrivato davanti alla chiesa della Pieve pochi minuti prima dell’inizio della messa. È venuto dalla Puglia (dove fa l’editore) fino a Castelfranco Veneto, per assistere in totale silenzio alla celebrazione seduto in quinta fila: «Erano decenni che non andavo in chiesa - attacca appena uscito, quasi a giustificarsi - ma la famiglia Ventura ha scelto questo luogo per ricordarlo e io, come ospite, mi sono adeguato anche se sono pagano e profondamente anticlericale. Infatti non condivido nulla di quello che ha detto il celebrante».

Come ricorda Giovanni Ventura?
«Ricordo? (segue una pausa di oltre un minuto, ndr) Col silenzio. Se invece mi chiede un giudizio e una valutazione della sua opera dico che è stato un grande miliziano che ha combattuto dietro le linee nemiche una battaglia contro il male estremo della democrazia. Giovanni ha inferto gravi perdite al nemico con le nostre milizie».

Eravate grandi amici o soltanto camerati?
«Non credo interessi il legame sentimentale che avevo con lui quanto le battaglie che ho condiviso per sconfiggere il nemico comune, la democrazia. La parola "camerata" non mi appartiene, ma se usata in senso bellico, allora mi va bene: eravamo camerati in quel senso ma è meglio dire miliziani».

Secondo l’ultima sentenza dei magistrati di Cassazione con Ventura avete organizzato e guidato a Padova «il gruppo eversivo di Ordine Nuovo».
«Lei parla di magistrati, per me sono "minus-strati". Non c’è modo per esprimere il mio disprezzo per chi ha redatto quella sentenza "morale e storica" per noi che eravamo stati assolti in via definitiva già nel 1987 (per la "strage di Piazza Fontana" ma condannati a 15 anni per altri 21 attentati e Freda anche per l’istigazione all’odio razziale, ndr). Nessuno può essere condannato dopo una sentenza definitiva».

Quindi la giustizia si è accanita contro di voi?
«Giustizia? Conosco solo quella che Platone definiva "ordine e armonia" (oggetto della sua tesi di laurea in Legge conseguita a Padova a metà anni Sessanta, ndr) ma in giro non ne vedo. Vedo invece tanti minus-strati che svolgono una funzione, lo fanno dai tribunali e poi molti continuano come deputati, anzi come senatori. L’autorevolezza del sistema giudiziario è sotto gli occhi di tutti, non serve esprimere lo sdegno. Avessero potuto mi avrebbero attribuito anche l’uso di armi nucleari. Magari... È una battuta (si affretta a precisare, beffardo, ndr)».

È vero che non si è ancora arrivati alla verità sulle stragi di Stato?
«Chi formula tali teoremi parla di verità, ma in realtà non la cerca, vuole solo coltivare il proprio interesse. Io fin dall'adolescenza mi sono riconosciuto in un’idea del mondo radicalmente ostile alla democrazia, ovvero all'egualitarismo, ossia al cristianesimo, dunque alla modernità e alla decadenza: ora spero di avere due eredi (non precisa quali, ndr) che porteranno avanti la mia battaglia che è stata anche quella di Ventura».

"Piazza Fontana" ha segnato la vita a lei e a Ventura.
«Ci ha imposto 14 anni di clausura, a Giovanni poco meno, ovvero ci ha costretti a una guerra di posizione sulla linea del fronte antidemocratico: ora lui ci ha lasciati, ma altri continueranno la nostra battaglia...».






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Tartaglia innocente, il colpevole è solo Silvio

di Paolo Del Debbio

Le motivazioni dell’assoluzione: a scatenare l’attentatore, incapace di intendere e di volere, sarebbero stati il discorso di Berlusconi e il clima di scontro a Milano.

Precedente pericoloso: chi si troverà in situazioni simili si sentirà giustificato


 
Subito dopo che Berlusconi si era beccato la statuetta in testa qualche politico si distinse sostenendo che un po’ se l’era cercata, vedi Rosy Bindi e Antonio Di Pietro. Forse la pensa un po’ così anche il giudice che ha assolto Massimo Tartaglia.
Il Tartaglia è stato assolto perché incapace di intendere e di volere. Ieri Repubblica ha pubblicato pezzi delle motivazioni di questa assoluzione scritte dal magistrato Luisa Savoia che si è occupata del caso. La situazione dello scagliatore di statuette «sarebbe stata acutizzata dal contenuto dei discorsi ascoltati»: si riferisce al comizio di piazza Duomo cui parteciparono vari politici del Pdl e fu concluso da Silvio Berlusconi. Ma non basta.

Il comizio «ha determinato una situazione di conflittualità che ha avuto effetti scatenanti di impulsi etero aggressivi da parte di Tartaglia» in effetti era incapace di intendere e di volere però la causa scatenante è stato il contesto che lo ha condizionato a tal punto da scagliare la statuetta. Al perito elettronico Tartaglia è saltata la valvola. Ma sotto a quella valvola, nel circuito c’era il Cavaliere che, da ora in poi, potrà essere additato anche come reo di scatenare la follia. È vero, nel comizio della discesa in campo nel ’94 citò «L’elogio della follia» di Erasmo da Rotterdam ma mai avrebbe pensato di avere un seguace nel perito Tartaglia.

In Italia non è assolutamente una novità prendere il contesto nel quale si svolgono i reati come un elemento scagionante per chi i reati ha commesso. Quando sono le condizioni sociali nelle quali è vissuto il poveretto che ora è delinquente, quando sono le condizioni economiche, quando l’educazione che il delinquente ha ricevuto, ed ora il contesto politico esacerbato dal clima conflittuale creato da Berlusconi che per un pelo non è perito sotto i colpi del perito. C’è sempre una scusa, una scusante, insomma una spiegazione valida che scagiona il reo. Per la vittima c’è sempre tempo. Se però in una sentenza entra il clima politico come determinante una situazione che scagiona un pazzo da ciò che ha commesso ci sono un po’ di cose su cui riflettere ma in particolare due.

La prima. Se il Tartaglia era pazzo chi non doveva essere in quella piazza il giorno di Santa Lucia era per l’appunto il Tartaglia, non Berlusconi. E chi ha sbagliato non è Berlusconi che ha detto quello che ha detto (tra l’altro cose assolutamente civili) ma chi non ha controllato Tartaglia. Era in cura presso qualche struttura? Poteva circolare tranquillamente dove voleva senza controllo alcuno? Non c’è nessuno che è responsabile di tutto questo?
La seconda. Se non è guarito nel frattempo, ora chi lo controlla? Non c’è un tasso di pericolosità sociale nel suo essere a piede libero di cui dovrebbe preoccuparsi qualcuno e non il giudice ovviamente? Siamo tutti tranquilli così? Se non andrà più a comizi di Berlusconi o di suoi seguaci che creano un clima criminogeno se ne starà buono?

Queste sono domande che in Italia ci dobbiamo fare spesso perché troppi in Italia sono a piede libero senza controllo e commettono reati, omicidi, stupri ai danni di cittadini inerti e incolpevoli di alcunché.
Ma certamente ci preoccupa anche lo spirito che non vorremmo fosse dietro alle righe delle motivazioni di questa sentenza e che attribuiscono a Berlusconi la creazione di un clima incivile ed esagitato. Perché questo vorrebbe dire interpretare in modo assolutamente arbitrario fatti politici e farli divenire parte sostanziale del giudizio. Un fatto francamente inaccettabile.




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Farefuturo minaccia: faremo concorrenza a "Repubblica"

di Redazione

«Repubblica e il Fatto stanno a Berlusconi come il Giornale e Libero stanno a Fini». E con questo, signori, i giochi sono fatti. Con un’improvvisa accelerazione, nella placida calura di un sabato d’agosto, le menti di «Farefuturo» si sono lasciate alle spalle l’ultimo pezzo di coerenza che il pensatoio di (presunta) destra ancora conservava. Arrivando a rivalutare le campagne di odio anti Cav di Mauro e Travaglio Ffwebmagazine, il periodico della fondazione presieduta da Gianfranco Fini, si è posto più a sinistra della stampa di sinistra. Chapeau. «Anzi, Repubblica e il Fatto - scriveva ieri Domenico Naso - sono molto più corretti nei confronti del premier di quanto non lo siano i giornalisti a penna armata di Libero e Giornale». Ottimo. Ma all’articolista finiano non basta dire quanto sono scarsi gli altri. Ci tiene anche a dire quanto sono bravi loro. «La stampa finiana non ha mai usato lo stesso metodo. Mai. Il Secolo d’Italia - chiosa Naso -, ad esempio, avrebbe potuto dedicare la sue sedici pagine quotidiane ad un attacco simile nei confronti del premier. Eppure non l’ha mai fatto. Mancano gli argomenti, forse? Sinceramente, no. Pensate solo per sessanta secondi a quante cose non certo lusinghiere il Secolo d’Italia o Ffwebmagazine avrebbero potuto scrivere». Certo che, messa così, sembra proprio una minaccia... Di concorrenza sleale ai giornali anti Cav.



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Denuncia prima del dramma

Il Mattino

«Circum? Degrado e zero sicurezza»

Questa mail è giunta in redazione poco prima che si sapesse del deragliamento del treno Non è certo l'unica, ma è singolare sia la coincidenza sia il tema trattato, quello della sicurezza. È ovvio che quanto denunciato e documentato dal lettore con un filmato debba essere motivo di riflessione.





Gentile redazione del Mattino, volevo segnalare il cattivo funzionamento della Circumvesuviana, ancora molto arretrata rispetto a altri sistemi di trasporto in Campania.

Tanti i problemi: nelle feste comandate, Natale, Capodanno etc, il servizio inizia alle 8 del mattino e termina alle 13. In più nel mese di agosto le corse dei treni feriali vengono sospese, costringendo a lunghe attese..per non parlare dei fatto che i nuovi treni, quelli con aria condizionata e piu silenziosi, sono rarissimi e dominano ancora convogli sporchi, rumorosi e soprattutto con i vetri oscurati da vari grafitti "artistici" che rendono impossibile guardare il paesaggio fuori..penso ai turisti.

Ma questo è niente rispetto alla vera nota dolente secondo me: la sicurezza. Sono all'ordine del giorno, rapine, scippi, molestie... questo perchè i varchi della Circumvesuviana sono scarsamente controllati. In nessuna città d'italia ho visto un sistema di trasporto in cui esiste sempre un varco "libero", una scappatoia per chi non vuole pagare il biglietto.

In nessuna città d'italia ho visto, e mi riferisco alla stazione della vesuviana di piazza Garibaldi, una persona (quasi sempre un giovane che si vede che è tossicodipendente) che è fissa accanto alla biglietteria e chiede alla persone intente ad acquistare il biglietto di dargli qualche spicciolo, ovvero il resto, tutto questo con un vigilante della polizia privata che sta lì impassibile e tollera tutto questo, quelli che controllano i biglietti poi se la prendono per lo più con donne anziane, extracomunitari..soggetti deboli e in realtà non pericolosi..

Ho documentato lo stato di abbandono della stazione centrale della Circum con un video, in cui si vede che chiunque può accedere gratis ai treni.

Napoli (6 agosto)




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Arrestato il ladro delle Fiat Uno

IL Secolo xix

Ne ha rubate dieci in poche settimane. Ora è in carcere, con una malattia della pelle contagiosa, e non si sa ancora dove si farà lunedì l’udienza di convalida.

IL FURTO è la sua passione. Da quando era minorenne che rubava gli stereo nelle auto, sono passati lustri. Ora che M.M., spezzino, ne ha quasi cinquanta, il raptus di sgraffignare qualcosa ce l’ha ancora nel sangue. Da qualche settimana si era specializzato in furti di vetture, ma non auto a caso: si era messo in testa di rubare Fiat Uno, quello vecchie oramai fuori produzione.

L’ultimo colpo, però, gli è costato caro ed è finito per l’ennesima volta dietro le sbarre. Anche perchè la Uno su cui aveva messo gli occhi era di uno sgargiante verde pisello che non poteva passare inosservata.

Da qualche tempo i carabinieri venivano subissati di denunce di furti d’auto patiti soprattutto dagli abitanti della zona del centro città e dei quartieri di Migliarina e Mazzetta. Furti che avevano una ben precisa caratteristica: le auto sparite erano tutte Fiat Uno. Così una vera e propria task force dell’Arma si è messa in azione per cercare di intercettare il ladro.

Come in tutte le cose, per arrivare ad un risultato serve un pizzico di fortuna. Nel caso, una Fiat Uno verde pisello parcheggiata in via Bologna. Quando l’ha vista un maresciallo dei carabinieri della stazione di mazzetta si è ricordato che proprio quella mattina una donna spezzina aveva denunciato il furto di un’auto di quel colore. Ai militari è bastato controllare la targa attraverso il terminale per scoprire che si trattava proprio della stessa vettura.

Così hanno deciso di aspettare per vedere se qualcuno andava a “ritirala”. L’attesa non è stata lunghissima: nel primo pomeriggio di venerdì hanno notato una vecchia conoscenza, M.M. appunto, che stava camminando tranquillamente sul marciapiede. I carabinieri, che erano in borghese, non hanno avuto difficoltà nel seguirlo senza essere notati. Quando è arrivato all’altezza della punto M.M. ha tirato fuori una chiave - risultata poi falsa - ed ha aperto l’auto come se posse il proprietario. Una volta nell’abitacolo ha cercato di mettere in moto ma gli uomini della benemerita lo hanno subito bloccato.

Il ladro è stato arrestato con l’accusa di ricettazione e condotto in carcere. La convalida è stata già fissata per domani ma difficilmente avverrà in tribunale: l’uomo ha una malattia della pelle contagiosa e non può essere portato in aula, ammenochè non di debba procedere - subito dopo - alla disinfestazione. I magistrati stanno cercando di capire come si possa risolvere il problema.





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Non solo lettere, l'ufficio postale entra in salotto"

Quotidianonet

Intervista a Massimo Sarmi, ad di Poste: "A casa personale con computer per spedire raccomandate e pagare bollettini". La sperimentazione comincerà da Prato


Roma, 8 agosto 2010


«Il postino c’era già prima dell’Unità d’Italia, c’è ancora oggi e ci sarà pure in futuro. Certo, bisogna adeguarsi ai tempi. Noi lo stiamo facendo e i risultati si vedono». Massimo Sarmi, dal 2002 amministratore delegato di Poste Italiane, snocciola i numeri «di un successo italiano» nato dalla volontà di «guardare al futuro, senza dimenticare la vocazione di sempre, ossia la comunicazione tra le persone». 

Con lettere e cartoline che si usano sempre meno il futuro delle Poste è a rischio?
«Lo sarebbe se ci fossimo limitati a gestire l’esistente. Noi invece ci mettiamo al passo con i tempi e, anzi, cerchiamo pure di anticiparli». 

In che modo?«Abbiamo presentato un piano per rendere più capillare la distribuzione della posta in vista della completa liberalizzazione del mercato dal prossimo gennaio. Inoltre, tra circa un mese partiremo con una sperimentazione che pensiamo rivoluzionerà il rapporto tra cittadini e Poste Italiane». 

Il sabato, però, il postino non busserà più.
«E’ vero, da gennaio sarà così, ma gli altri giorni le consegne si allungheranno fino alle ore 20». 

Ci sarà il problema di giornali e riviste in abbonamento che sono recapitate il sabato.«Con la Federazione degli editori stiamo studiando come non interrompere quel tipo di servizio». 

Qual è l’aspetto più innovativo del piano?
«Credo che il primato spetti ai servizi su misura: la possibilità per i cittadini di concordare il giorno in cui recapitare la corrispondenza, il ritiro a domicio della posta registrata. Il sabato resterà la consegna di telegrammi e raccomandate». 

Cosa avete in serbo con la nuova sperimentazione?«Un salto nel futuro. Doteremo 12mila postini di uno speciale computer con cui sarà possibile fare al proprio domicilio una serie di operazioni. Dalle più semplici, come ricevere una lettera, alle più complicate, come spedire una raccomandata, pagare un bollettino in contanti o con il bancomat. Più o meno tutto quello che si può fare in un ufficio postale». 

Dove lo sperimenterete?
«Nella zona di Prato e partirà nei prossimi mesi». 

Qualcuno sostiene che le Poste stanno perdendo la loro vocazione originaria.«Restare ancorati al concetto di consegna delle lettere con l’avvento di internet e dei messaggini telefonici sarebbe stato un suicidio. La prova è ciò che è accaduto negli altri paesi». 

Che cosa intende?«In Olanda ormai la posta si consegna solo tre volte a settimana, le poste inglesi sono fallite, in Usa il personale è stato ridotto, in Austria si chiudono uffici ogni giorno». 

E in Italia?
«Abbiamo proceduto a una razionalizzazione, ma gli uffici postali sono aumentati di 300 unità arrivando a 14mila. La forza lavoro è stata mantenuta a quota 150mila. E negli ultimi anni abbiamo ottenuto utili per oltre 3 miliardi». 

Sembra il miracolo della moltiplicazione di pani e pesci.«Nessun miracolo, più semplicemente Poste italiane sono diventate la più grande società di servizi che esista in Italia». 

Quindi, in Italia un’azienda pubblica può essere efficiente?
«Certo, abbiamo accettato e vinto la scommessa di essere un’azienda che agisce su un libero mercato dove si confronta con la concorrenza. Vuole qualche esempio?». 

Dica.
«La nostra piattaforma bancaria fa circa 40mila transazioni al giorno, da quando ce lo hanno permesso facciamo circa mille polizze al giorno di assicuraziono danni. I giovani sono diventati i principali clienti per la nostra rete di telefoni mobile e la previdenza complementare. Siamo all’avanguardia in tanti settori. Al punto che Paesi come Egitto, India, Albania... ci hanno chiesto di aiutarli a rinnovare il loro sistema postale». 

La morale?
«Mettendosi al passo con i tempi il postino non muore mai». 


 
di Nuccio Natoli




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Le case di An, dopo il cognato spunta l'amico

di Redazione

Il nipote della contessa Colleoni: "Volevo comprare l’appartamento ai Parioli donato da mia zia ma il tesoriere mi disse che era riservato a un parlamentare". 

Allo sbando le truppe finiane in Rai.

Il solito vizietto dei Tulliani: pure Giancarlo invoca la privacy


 

di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

«Quella casa romana noi l’avremmo comprata volentieri, perché lì dentro c’erano tutti i ricordi di una vita. Quella di zia Anna Maria, ma anche quella del­la nostra famiglia. Album di foto d’epo­ca, carteggi, lettere, documenti. Così fa­cemmo presente la nostra intenzione al senatore di An Francesco Pontone, nei giorni dell’apertura del testamento. Ma lui, rammaricato, ci spiegò che purtroppo l’appartamento era già stato promesso a un parlamentare del partito. Ma­gari era solo una scusa, chi lo sa.

Ma purtroppo, qualunque fosse il motivo, la nostra dispo­nibilità all’acquisto venne fru­strata ». Da Paolo Fabri, nipo­te di Anna Maria Colleoni, la donna che prima di morire de­cise di nominare Alleanza na­zionale come suo erede uni­versale, arriva qualche altro retroscena a margine della «conquista» del tesoretto di immobili, terreni e titoli da parte dell’ex partito di Gian­franco Fini. La casa «promessa a un de­putato », e dunque non vendi­bile agli unici parenti della si­gnora Colleoni, non è peraltro l’unico ricordo insolito di quei giorni che è rimasto in mente a Fabri, romano di na­scita, ma da anni residente a Bergamo.

Proprio nella città lombarda, infatti, l’architetto ebbe modo di prendere cono­scenza di un altro episodio che riguardava il destino di quei beni, che sua zia deside­rava fossero devoluti a finan­ziare la «buona battaglia». Quella che An, raccogliendo il retaggio del Msi, avrebbe nel­le sue speranze dovuto prose­guire sotto la sapiente guida di Gianfranco Fini, leader a cui la Colleoni era affeziona­tissima. È questo il famoso «onere» al quale, secondo i delusi del partito nato a Fiuggi e gli stes­si parenti della generosa don­na, Alleanza nazionale sareb­be stata vincolata nel momen­to in cui accettò l’eredità.

Un onere che, da quanto sta emer­gendo nelle ultime settimane, sarebbe stato interpretato in modo a dir poco elastico nel caso,per esempio, dell’appar­tamento che il partito di via della Scrofa ha ereditato a Montecarlo, al 14 del boule­vard Princesse Charlotte. Il «buen retiro» monegasco che la Colleoni comprò nel 1962 non era nemmeno inserito nel testamento con cui la don­na lasciò tutto ad An, ma una volta appreso della sua esi­stenza, il partito ha fatto vale­re il suo titolo di erede univer­sale.

Salvo poi, nel 2008, libe­rarsi per appena 300mila euro di quella casa, svenduta (300mila euro) a una finanzia­ria off-shore con sede ai Carai­bi, da questa alienata a un’al­tra finanziaria «gemella» che, infine, l’avrebbe affittata a Giancarlo Tulliani, «cognato» di Gianfranco Fini, al termine di un valzer che secondo il te­s­oriere di An Francesco Ponto­ne altro non è che una «inspie­gabile combinazione». Tra gioielli immobiliari messi in saldo e «quasi parenti» che si ritrovano inquilini, l’affaire monegasco non profuma in­somma di «buona battaglia».

Un odore che invece il nipo­te della Colleoni ricorda di aver cominciato a sentire al­meno per la lussuosa casa ro­mana dei Parioli, quella di via Paisiello che la donna affitta­va a diplomatici e manager e che era la sua fonte di reddito. «Ricordo che dopo che An ne entrò in possesso – racconta Fabri – mi capitò di parlare di quella prestigiosa residenza con l’onorevole Tremaglia, che è di Bergamo e che ho il piacere di conoscere. Mi disse che aveva l’intenzione di ospi­tare nell’appartamento di via Paisiello una sede di rappre­sentanza degli italiani all’este­ro, da sempre una delle sue battaglie.

Naturalmente mi mostrai entusiasta di questa ipotesi, perché ero certo che mia zia ne sarebbe stata con­tentissima ». E infatti la desti­nazione d’uso prevista da Tre­maglia per l’immobile parioli­no di An ereditato dalla Colle­oni non andò mai in porto. «Il partito gli rispose picche, e co­s­ì Tremaglia abbandonò a ma­lincuore il suo proposito. Fu un vero dispiacere, e un pun­to interrogativo in più sul mo­do in cui quell’eredità è stata gestita», taglia corto l’architet­to Fabri. Insomma, da un lato una ca­sa che sarebbe stata «promes­sa » al politico in cerca di un tetto. Dall’altra un’immobile negato al parlamentare che voleva farne una sede «istitu­zionale ». Sullo sfondo, la casa di Tulliani a Montecarlo, con la compravendita «coperta» dalle finanziarie off-shore per nascondere il nome del nuo­vo proprietario. Se la «buona battaglia» è già perduta, chie­dere un po’ di trasparenza per un patrimonio che era di tutto il partito forse è aspettarsi troppo.





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Quelle strane manovre di An sul patrimonio della nobildonna

di Redazione

«Malumore e senso di frustrazione» per la gestione dell’eredità Colleoni da parte della base di An. Il virgolettato non proviene dalla cronache delle polemiche politiche di questi ultimi giorni. È preso, pari pari, da una lettera che l’avvocato Marco Di Andrea, ora esponente della Destra di Storace (e autore dell’esposto-denuncia che ha portato all’attenzione dei Pm romani l’affaire della casa di Montecarlo rivelato dal Giornale) in tempi non sospetti scrisse all’indirizzo dell’allora segretario amministrativo del partito, Francesco Pontone, e per conoscenza all’allora presidente di An, Gianfranco Fini.

I tempi non sospetti sono quelli del lontano luglio 2006 quando ancora l’appartamento di Montecarlo è lontano dall’essere alienato a società off-shore. L’allora presidente del gruppo consiliare di An a Monterotondo (città dove la contessa Colleoni viveva e partecipava fattivamente all’attività politica) ben quattro anni fa non si limitava a mugugnare per il modo in cui Alleanza nazionale gestiva quel patrimonio ricevuto in eredità dalla signorina Anna Maria Colleoni, ma prendeva carta e penna per portare i dubbi all’attenzione dei vertici. La missiva che Di Andrea spedì con raccomandata in via della Scrofa (e che non ebbe mai risposta) poneva ovviamente questioni politiche, e non sollevava alcun dubbio giudiziario, considerato che le operazioni di alienazione dei fondi agricoli divenuti edificabili a Monterotondo avvennero regolarmente.

La base di An sul territorio del centro vicino Roma, come potete leggere, non aveva gradito di esser stata tagliata fuori da ogni decisione sulla destinazione di quei beni. Non perché volesse lucrarci, ma perché – nell’ottica del partito - sperava che l’edificazione su quei terreni fosse affidata a costruttori vicini ad An, e invece nella lettera si segnala come i suoli e gli immobili siano finiti «in mano a “professionisti della palazzina” e ad architetti-progettisti addirittura organici alla federazione provinciale dei Ds».

Mentre per la sede di An a Monterotondo si doveva ricorrere ad acquistare beni da terzi, invece di utilizzare gli immobili ereditati. E poi c’era il progetto elaborato da chi la generosa Colleoni aveva conosciuto, che voleva dar vita a una coop edilizia di destra: costruzioni popolari ma «modello», creazione di un centro polivalente e, infine, di un parco giochi intestato alla discendente, un desiderio espresso dalla stessa Colleoni – che non aveva figli – quand’era ancora in vita.

Sarebbe stato un modo per rispettare l’onere della «buona battaglia», o almeno per ricalcare una volontà della signorina. An invece preferì massimizzare il profitto, e vendere i terreni a circa il 30 per cento in più dell’offerta presentata dall’imprenditore «d’area». Scelta forse cinica, ma rispettabile. Peccato che invece, per l’appartamento di Montecarlo, appena due anni dopo, tutta questa voglia di «fare cassa» non c’era più, tanto da svendere la casa ereditata dalla discendente del condottiero. per pochi euro. Ecco di seguito come la lettera affrontava la questione dei terreni di Monterotondo ereditati dalla nobildonna.




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