sabato 7 agosto 2010

Attacco alla superpetroliera Star Ecco il kamikaze con la foto sul pc

Corriere della sera

Un messaggio di rivendicazione con il militante che l'obbiettivo sul display del computer

Attacco alla superpetroliera Star
Ecco il kamikaze con la foto sul pc


L'immagine della rivendicazione
L'immagine della rivendicazione
MILANO - Il presunto attentatore Ayyub Al Tayshan indica una foto con la superpetroliera giapponese Star attaccata nelle acque dello stretto di Hormuz il 28 luglio. Un’immagine che illustra il documento di rivendicazione, diffuso via Internet, dalle Brigate Abdullah Azzam. Nell’attacco la nave ha riportato danni alla fiancata ma non tali da comprometterne la sicurezza. Tuttavia l’operazione terroristica ha messo in allarme le forze di sicurezza nell’area del Golfo. Gli 007 vogliono, infatti, scoprire da dove è partito il barchino esplosivo lanciato contro la Star: a bordo, secondo il comunicato, c’era proprio il kamikaze Al Tayshan.

Il testo sul web con la rivendicazione dell'attacco
Il testo sul web con la rivendicazione dell'attacco
GRUPPO MISTERIOSO - Le Brigate Azzam, che hanno rivendicato l’attentato, sono un gruppo misterioso. In passato hanno agito nel Sinai, ma non è chiara la loro matrice: si è ipotizzato che il nucleo sia composto da egiziani, da militanti provenienti dal Golfo e yemeniti. Da oltre un anno, nei forum jihadisti si discute sulla necessità di riaprire il fronte marittimo con azioni nell’Oceano Indiano e in Mar Rosso. A spingere per incursioni navali affidate a kamikaze è Al Qaeda nella penisola arabica, fazione con base nello Yemen e in Arabia Saudita. Questa stessa cellula ha attaccato nel 2000 la nave americana Cole (17 le vittime) e due anni dopo la petroliera francese Limburg (1 morto). L’episodio della “Star” conferma la presenza di una cellula in una regione sensibile quale è lo Stretto di Hormuz. Ed è probabile che nelle prossime settimane i terroristi riproveranno a lanciare attacchi. Magari rendendo più efficaci i loro barchini, poiché quello impiegato contro la superpetroliera ha di fatto fallito la missione. Secondo gli esperti l’esplosivo non era molto potente oppure l’ordigno non ha funzionato. Tanto che inizialmente si è sostenuto – con un po’ di azzardo – che la nave fosse stata centrata da un’onda anomala. Anche in occasione del complotto del “Cole” i qaedisti avevano avuto problemi. Un primo tentativo effettuato contro la nave “The Sullivans” (gennaio 2000) era fallito a causa del naufragio del gommone su cui era stata sistemata una potente carica.

Guido Olimpio
07 agosto 2010

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Enorme isola di ghiaccio si stacca dalla Groenlandia

Libero




Un'enorme isola di ghiaccio si è staccata dalla costa nord-occidentale della Groenlandia e si sta spostando verso sud, lungo lo Stretto di Nares. Il blocco è il più grande mai staccatosi dalla Groenlandia dal 1962, avendo una superficie quattro volte superiore a quella di Manhattan.

"L’isola ha una superficie di 260 km/quadrati e uno spessore pari a metà dell’Empire State Builduing -  ha spiegato Andreas Muenchow, professore di scienze oceaniche e ingegneria presso l’università del Delaware - L'acqua immagazzinata in questa isola di ghiaccio potrebbe far mantenere il flusso dei fiumi Delaware e Hudson per più di due anni; oppure potrebbe rifornire tutti i rubinetti pubblici degli Stati Uniti per 120 giorni". Secondo lo scienziato è difficile però dire se l'evento sia da collegare al surriscaldamento climatico, visto che le registrazioni nelle acque della zona sono iniziate nel 2003: "Non si può dire, nè dire il contrario".

Gli scienziati americani e canadesi che hanno osservato il fenomeno grazie alle immagini satellitari avevano previsto la "frattura" del Petermann Glacier. Non è chiaro adesso quali saranno le sorti del blocco di ghiaccio che si è staccato: potrebbe sciogliersi e "alimentare i rubinetti pubblici degli Stati Uniti per circa quattro mesi" - come esemplificato dagli scienziati - oppure rimanere "gelato" o frantumarsi nel mezzo dello Stretto, con il rischio di ostacolare con la navigazione.

07/08/2010




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Crisi delle vocazioni tra le suore: asilo delle murialdine rischia la chiusura

Corriere della sera

A Borgo Sabotino, l'istituto religioso in difficoltà per mancanze di personale: arrivano 2 insegnanti laiche

alle porte di latina, DOPO 50 ANNI DI ATTIVITA'
Crisi delle vocazioni tra le suore: asilo delle murialdine rischia la chiusura


Latina, l'istituto delle murialdine che ospita l'asilo
Latina, l'istituto delle murialdine che ospita l'asilo
LATINA - Murialdine, orsoline, benedettine: in Italia è ancora importante il ruolo rivestito dai religiosi, in questo caso parliamo di suore, nel campo dell'educazione. Scuole di ogni ordine e grado che, lentamente, rischiano però di scomparire.
FAMIGLIE IN LISTA D'ATTESA - L'età avanzata e il crollo delle vocazioni rischiano di cancellare per sempre molti istituti storici, in particolare le scuole dell'infanzia. E' il caso dell'asilo che da cinquant'anni veniva gestito dalla suore murialdine a Borgo Sabotino, piccolo centro nei pressi di Latina, dove per generazioni gli abitanti della zona hanno passato i primi anni della loro vita. E dove le richieste di iscrizione sono ancora molte: una settantina, per settembre 2010, le famiglie in lista d'attesa.


LA DENUNCIA - A sollevare il caso il vicepresidente del consiglio provinciale Renzo Scalco, che ha inviato una missiva al commissario prefettizio del comune di Latina Guido Nardone e per conoscenza al presidente della Provincia, alla dirigente dell'Usp Maria Rita Calvosa, e ai consiglieri regionali pontini, «per sensibilizzare circa la situazione di grave disagio venutasi a creare nella scuola per l'infanzia di Borgo Sabotino».
«Allo stato attuale ci sono ben 68 richieste di altrettante famiglie - scrive Nardone - che intendono, come tutti gli anni, iscrivere i loro piccoli di età compresa dai 3 ai 5 anni, nell'istituto. La popolazione si vedrebbe privata di un servizio essenziale». Dopo questa segnalazione, l'ufficio scolastico ha fornito due insegnanti che garantiranno l'orario mattutino ed un paio di bidelli.


I giochi dell'asilo nel cortile delle murialdine a Borgo  Sabotino
I giochi dell'asilo nel cortile delle murialdine a Borgo Sabotino
DA SCUOLA A CASA DI RIPOSO - Le scuole gestite dai religiosi in convenzione con gli enti locali stanno lentamente scomparendo, trasformandosi di fatto in ricoveri per anziani religiosi. Lo stesso accadrà probabilmente per la bella struttura pontina, circondata dal verde e a due passi dal mare. Anche se per il prossimo anno scolastico, seppur a mezzo servizio, l'asilo sopravviverà.
Michele Marangon
06 agosto 2010



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Turchia, il villaggio che boicotta la tv: "Meglio i tramonti"

La Stampa

La scelta condivisa da tutte le famiglie. Il sindaco: «Rovina i rapporti umani»


MARTA OTTAVIANI
ISTANBUL

Il villaggio di Senyuva sorge a pochi chilometri dal Mar Nero, fra foreste fitte e piantagioni di tè. La sera si vede solo la luce del fuoco a illuminare la piazza principale, dove tutti gli abitanti si ritrovano a cantare e a ballare. Di una televisione nemmeno l’ombra, perché la comunità ha deciso di metterla drasticamente al bando.

La notizia ha occupato le prime pagine dei giornali della Mezzaluna, cedendo il passo una volta tanto alle tensioni politiche. La motivazione? L’apparecchio rovina le relazioni umane, non solo a Senyuva, ma in tutta la valle di Sal. Poco lontano, i «colleghi» del villaggio Camlihemshin, che da tempo seguono le notizie solo via radio, stanno pensando di seguire il loro esempio. «Ognuno ha scelto liberamente di non tenere più la televisione in casa - ha spiegato Atilla Guneri, capo del villaggio di Senyuva -. Passiamo la nostra giornata come facciamo da generazioni. Rievochiamo i nostri avi, manteniamo vive le nostre tradizioni, cantiamo e balliamo. Quando il tempo è buono guardiamo tutti insieme il tramonto e mangiamo all’aperto davanti al fuoco».

La notizia ha destato la curiosità di molti, anche perché proviene da una Turchia segreta, di cui non si parla mai, terra di confine, stretta fra il blu cobalto del Mar Nero e il verde delle montagne, estesa fra le province di Rize e Artvin, dove la gente vive di pesca e agricoltura, festeggiando un raccolto particolarmente abbondante e quando una barca nuova solca il mare. Terra di minoranze un tempo e ancora oggi abitata da quello che è rimasto dei gruppi etnici presenti sul territorio da secoli, in tutto poche migliaia di persone, che ogni giorno combattono una dura battaglia per conservare le loro tradizioni e fare i conti con i più giovani, che decidono di lasciare un ambiente naturale incontaminato alla volta della grande città.

Questa è la terra della gente del Mar Nero, lontana dai Turchi che abitano la costa Egea, dalle popolazioni dell’Anatolia e dalle fiumane di turisti che ogni anno invadono il Paese della Mezzaluna sempre più numerose, ma che ignorano questo paradiso non ancora perduto. Turchi, greci del Ponto, georgiani, laz ed hemshili entrambi di origine caucasica. Tutti con la loro lingua, il loro cibo, le loro danze, le loro tradizioni, il loro territorio, custodito come uno scrigno prezioso, che non deve cadere in mani sbagliate. E dove la religione non rappresenta necessariamente un elemento di classificazione, se si pensa che i laz sono ormai quasi tutti convertiti all’Islam ma vengono considerati i più grandi bevitori del Paese e che nei loro villaggi spesso di una moschea non si vede neanche l’ombra.

Gli abitanti di Senyuva non sono nuovi alle proteste. Qualche anno fa si erano persino opposti all’arrivo dell’elettricità, sbattendo fuori le autorità, basite, dal loro territorio e aggiungendo che potevano continuare a usare torce di legno e lampade a olio. La rete elettrica alla fine fu portata a termine, dopo un’ardua contrattazione per fare interrare i cavi e con la supervisione della gente del luogo perché la loro amata valle non venisse deturpata. Qui l’unica cosa che rompe il paesaggio naturale sono le 150 yayla evi, le tipiche case in pietra a un piano solo, dove vivono le famiglie che controllano il territorio, per un totale di circa 500 persone.

Imitare lo stile di vita dei grandi centri o venire meno alle proprie tradizioni è fuori discussione. Qui l’identità è una medaglia da portare ben visibile sulla giacca e che si esprime in vari modi, dall’abbigliamento alla personalità. Quindi se i laz sono degli allegroni con i capelli rossi e gli occhi azzurri, sempre pronti a fare baldoria e ad alzare il gomito, gli hemshili sono gente di montagna, con grandi giacche marroni e i pantaloni con il cavallo che arriva alle ginocchia.
Chi si avventura in queste valli viene accolto cordialmente, purché accetti le regole. Lo sapevano benissimo gli abitanti di Israele che, fino a quando i rapporti fra Ankara e Gerusalemme non sono degenerati, ogni anno a migliaia sceglievano la regione di Artvin per le loro vacanze, in piena controtendenza con i flussi turistici e soprattutto in gran segreto, come se non pubblicizzare queste terre fosse un tacito patto fra loro e la gente che le abita.

La Turchia lo ha saputo solo quest’anno, quando le prenotazioni sono calate dell’80%, e gli abitanti hanno accusato l’esecutivo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan di averli mandati sul lastrico con la sua politica estera sempre più anti-israeliana. Storie di camminate, vita frugale e sere davanti al fuoco nella foresta. Dove chi arriva deve accettare di diventare tessera di un mosaico in cui gli unici colori ammessi solo il blu e il verde con le loro sfumature.




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Le Dolomiti? Solo con il ticket: Arriva anche la tassa sul pic-nic

di Marino Smiderle

L’ha proposta il sindaco di Calalzo: "Basta col tutto gratis, faremo pagare 5-10 euro per usare tavoli e barbecue".

Ma già ora si paga



 

Ma allora ditelo. Dite che volete tener lontani i turisti fai-da-te dalle splendide Dolomiti e che avete intenzione di trasformarle in residence a pagamento. Ditelo con una certa chiarezza, magari mettendo bene in evidenza le tariffe applicate, così almeno gli illusi amanti della montagna gratis eviteranno con cura di lamentarsi per i prezzi di sdraio e ombrelloni della non lontana concorrenza adriatica.
La polemica va avanti da anni. Da quando è stato deciso, per razionalizzare, o scoraggiare, il traffico e la sosta, di introdurre pedaggi salati un po’ ovunque. Ma l’ultima goccia, quella che ha fatto traboccare il vaso della pazienza degli appassionati, è stata l’idea di una tassa sui pic-nic lanciata dal sindaco di Calalzo, Luca De Carlo: dai 5 ai 10 euro per usare tavoli campestri e barbecue. Pochi euro, per carità, non è questo il punto. Quanto basta, però, per dichiarare guerra al turismo mordi e fuggi: «Un turismo di rapina -sostiene- di cui la montagna non ha più bisogno». «L’epoca del tutto gratis deve finire - è la motivazione di De Carlo - lascia traffico e rifiuti e non fa differenza in redditività: alle nostre Dolomiti non serve».

Si sa, avventurarsi ad agosto per queste strade panoramiche è un incubo. Le code sono interminabili e le cartoline che si ammirano dal finestrino non bastano a calmare automobilisti e residenti. Tanto vale dissuadere i turisti giornalieri, «quelli che arrivano al mattino e si fermano fino a sera, approfittando dei nostri punti fuoco, trovando tutto gratis e lasciando al territorio solo i loro rifiuti al momento di andarsene. Sulle spiagge venete si spendono decine di euro per ombrelloni e lettini, si pagano parcheggi e bar. Dalla montagna invece si pretende che tutto sia gratuito».

Tutto gratuito? Già, la tradizione montanara vorrebbe fosse così, ma in Cadore è stata smontata da tempo. Volete fare un giro alle Tre Cime di Lavaredo? I depliant turistici sono parchi di dettagli sulle tariffe applicate. Sì, perché per arrivare al rifugio Auronzo occorre pagare un primo pedaggio da 20 euro per le auto, che si riducono a 18 se avete la moto ma salgono a 30 se siete camperisti. Per arrivare fino a 90 euro per i pullman. Resta l’opzione/bicicletta, ma dovete avere fiato e gambe.

Non bastano invece neanche fiato e gambe per l’ascensione al Monte Piana, sede di uno straordinario museo storico all’aperto della Grande Guerra: lì c'è proprio il divieto di passaggio per le due ruote. Per arrivarci occorre prima svenarsi per il parcheggio e poi sborsare 5 euro a testa per ottenere un passaggio sulla jeep-navetta, se decidete di tornare a piedi, oppure 8 euro se optate per l’andata e ritorno. Più o meno le tariffe adottate, a titolo di pedaggio/parcheggio, per attraversare la stupenda val Genova.
Inutile cercare di discutere con i casellanti di montagna, che ricordano tanto il gabelliere del film Non ci resta che piangere, dove a Troisi e a Benigni veniva sistematicamente chiesto un fiorino ad ogni passaggio.

Per cercare di ridurre al minimo le spese cadorine converrebbe consultare il vademecum ad hoc predisposto da Patrizio Roversi e Syusy Blady, i due coniugi turisti per caso, i quali avvisano che se deciderete di entrare al rifugio Auronzo per mangiare i vostri panini dovrete pagare una tassa di tre euro. Sempre meglio che ordinare dal menu della casa un piatto di polenta e capriolo. «Costa come l’uranio», avvertono. 

Chi vive da quelle parti, però, sta dalla parte del sindaco di Calalzo. A cui dà manforte il primo cittadino di Cortina, Andrea Franceschi: «Il nostro territorio - sostiene - è preso d’assalto, soprattutto in particolari periodi dell’anno, anche da chi lascia molto poco. Condivido l’idea di aprire una discussione sul caso perché sarebbe corretto che i costi venissero assorbiti da chi utilizza le strutture».






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Afghanistan, 10 medici fucilati nel bosco Talebani: spiavano, li abbiamo uccisi noi

Il Messaggero

La polizia: erano due americani, sei tedeschi e due afgani
Ong cristiana: probabilmente erano nostri membri


 

ROMA (7 agosto) - Dieci medici sono stati uccisi ieri nella provincia nord-orientale: lo ha comunicato oggi il capo della polizia provinciale, Aqa Noor Kintoz, specificando che i cadaveri sono di due americani, sei tedeschi, tra cui tre donne, e due afghani che tornavano da un viaggio nei distretti di Karan e Menjan al confine con il Pakistan. I talebani, che hanno rivendicato l'uccisione dei medici, parlano invece di 9 persone, tra cui 4 donne, specificando che la strage è avvenuta venerdì scorso.

L'attacco contro il gruppo è avvenuto in una zona boscosa del distretto di Kuran Wa Munjan.

Un responsabile locale, che ha chiesto di non essere identificato, ha detto alla stampa che «tutti gli stranieri uccisi erano medici e che uno di essi, americano, lavorava nell'ospedale oculistico di Kabul». Il generale Kintoz ha chiarito che la spedizione era stata organizzata senza che la polizia ne fosse a conoscenza. Due interpreti afghani sono morti, ma un terzo è riuscito a fuggire nella boscaglia.

La rivendicazione dei talebani: li abbiamo uccisi noi. Dopo il ritrovamento dei cadaveri, i talebani hanno annunciato di avere ucciso nove missionari cristiani, accusandoli di star svolgendo attività di spionaggio. «Si erano persi - ha detto il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid - quando una nostra pattuglia li ha trovati: hanno cercato di scappare e sono stati uccisi. Erano dieci, di cui nove stranieri. Cinque degli stranieri erano uomini e c'erano quattro donne. L'ultimo era un afghano. Avevano bibbie in dari, carte, sistemi Gprs, facevano una mappa delle posizioni dei combattenti talebani».

Ong cristiana: forse erano nostri membri.
I responsabili dell'organizzazione umanitaria cristiana International Assistance Mission (Iam) ha detto che probabilmente i medici uccisi erano molto probabilmente loro membri. «E probabile - si dice in un comunicato datato da Kabul - che si tratti di un gruppo che partecipava ad una operazione sul terreno di carattere oftalmologico», uno dei settori in cui dal 1966 opera la Iam, che è registrata come ong in Svizzera e Afghanistan. Il gruppo, si dice ancora, «era stato in Nuristan (provincia orientale afghana al confine con il Pakistan) su invito delle comunità locali.
La polizia ha ritrovato i cadaveri vicino a tre fuoristrada crivellati di colpi.

Dopo aver completato il loro lavoro medico l'equipe stava rientrando a Kabul. Se le notizie di cui disponiamo sulla loro morte fossero confermate, saremmo costretti a rilevare che si tratta di una uccisione insensata di persone che non hanno fatto altro che servire i poveri. Alcuni degli stranieri coinvolti hanno lavorato per decenni spalla a spalla con gli afghani. Questa tragedia ha un impatto negativo sulla nostra capacità di continuare a servire il popolo afghano come l'Iam fa da 44 anni e speriamo che l'episodio non fermi il nostro lavoro di cui beneficiano ogni anno oltre 250.000 afghani».





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L’intervista 4 - Clemente Mastella

di Paola Setti

Clemente Mastella disse un giorno: “Per me l’odore di centro è piacevole come quello delle braciole”. Cosa dice il suo fiuto onorevole?
«Mi dice che questo polo...».
Il terzo polo.
«Magari sarà il secondo».
Dice?
«Chissà. Comunque per ora non esiste».
Non esisterà, però grazie a Fini, Casini e Rutelli alla Camera il centrodestra non ha più la maggioranza.
«Questa area di responsabilità nazionale sta assieme in difesa, mica per scelta. Non hanno una linea comune, se Fini non fosse uscito dal Pdl non si sarebbero mai trovati».
Loro dicono che tanto per cominciare si sono trovati sulla legalità, astenendosi sulla fiducia a Caliendo.
«Ma va’, quella è stata solo la prima occasione. Anzi, se mai il tema ha creato maggior tensione».
Giustizialisti contro garantisti.
«Io mi dimisi quando finii sotto inchiesta, ma il problema è che i tempi della magistratura sono troppo lunghi e nessuno ti ripaga degli anni persi».
Lei è all’europarlamento. Fosse stato alla Camera come avrebbe votato?
«Io avrei evitato il voto, o lo avrei fatto a settembre».
Cosa cambia?
«Questa crisi della legislatura ha colto tutti di sorpresa. Sono tutti in apnea».
Berlusconi vuole elezioni anticipate a pieni polmoni.
«Berlusconi rischia di farsi estromettere, di non essere più l’interlocutore di quest’ultima fase della legislatura. Se non saprà gestirla è fottuto, cadrà nel precipizio».
Addirittura?
«Più va avanti a farsi logorare in parlamento, magari perdendo la maggioranza pure al Senato, più i giochi non dipenderanno da lui».
Quindi?
«La tregua non esiste, questo deve essere chiaro: Berlusconi non ha più tempo, deve decidere in un mese».
Decidere che?
«Se rinegoziare con Fini».
Scherza?
«No, perché i tempi e l’esito di elezioni anticipate non sono scontati. Certo se sceglie di rinegoziare deve sapere che non può farlo solo con Fini: sarà costretto a farlo anche con l’Api di Rutelli e l’Udc di Casini».
Una catena d’affetti che non si può spezzare.
«Se si metterà alla guida di un governo di transizione di questo tipo, però, Berlusconi dovrà accettare il fatto di essere un premier dimezzato».
Certo Fini non è in ottima posizione, visti i guai monegaschi...
«Sulla casa di Montecarlo aspettiamo l’esito dell’inchiesta».
E Mastella in tutto questo come si colloca?
«Chiamiamola “ideologia territoriale”, io alzo la bandiera del Mezzogiorno».
Un altro Bossi del Sud
«Non si tratta di contrapporsi alla Lega, è più competizione. Il Sud è ai margini, ma le elezioni le vinci o le perdi sul Sud e su quell’area grigia che aveva pensato di starsene serena cinque anni e che invece adesso si ritrova perplessa a guardare questa crisi».
Non è che si sta preparando a tradire il Pdl con la Balena bianca?
«Sono alleato fedele del Pdl. Certo è che...».
Ecco, ora arriva il ricatto.
«Macché ricatto, rispetto».
Rispetto?
«Dico solo che il Pdl a livello locale dovrebbe essere un po’ meno arrogante. Noi alle ultime regionali abbiamo portato centomila voti nonostante tutte le mazzate che ci hanno dato, non è mica da tutti, sa?».
Lei è entrato in parlamento nel 1976, di crisi se ne intende.
«Governo De Mita».
Anno 1989.
«Prima che lo fregassero, lo avvertii: Gava ti tradirà. Non mi credette».
E Gava tradì.
«Allora De Mita mi disse: “Tu vedi questi due architrave? Ecco, me ne è mancato uno”. E io risposi: “Ma tu non lo tenevi”, nel senso di non lo avevi».
Un po’ come è successo fra Berlusconi e Fini?
«Fini e il Pdl ora, Rutelli e il Pd prima. È la crisi dei cofondatori».
Dovuta a cosa?
«È come nell’automobilismo: la mescola delle gomme era sbagliata, e la natura non la salti. Ecco, serve una nuova mescola, o nuove gomme».




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Montecarlo, la delega di Fini: l'ipotesi fondi neri

di Redazione



Sul contratto con la società offshore c'è la firma di Pontone, autorizzato dall'allora leader di An.

I magistrati lavorano anche all'ipotesi di creazione di fondi neri. 

Scontro tra Raisi e La Russa. La denuncia de La Destra




Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica

Montecarlo

Ecco il documento che smentisce le truppe finiane, imbarazzate quanto e più del loro capo, sulla vicenda del­la casa monegasca, ereditata da An, venduta a una finanziaria off-shore e da questa a un’altra, e infine affittata al «cognato» di Gianfranco Fini, Giancarlo Tulliani. Che, da parte sua, non ha ancora detto quanto pa­ga di pigione per il quartierino all’estero.

Nel botta e risposta di ieri tra il depu­tato finiano Enzo Raisi e il ministro del­la Difesa Ignazio La Russa, il primo ha puntato il dito sul secondo, sostenen­do che è una «barzelletta» pensare che La Russa «che era amministratore dele­gato del partito» all’epoca della cessio­ne sostenga di non saperne nulla. E il secondo ha invitato Raisi a far pubblica­­re l’atto sul Secolo d’Italia . Per sedare la baruffa,la copia dell’attola pubblichia­mo noi. Come già rimarcato su queste pagine martedì scorso con abbondan­za di dettagli, quell’atto depositato presso la conservatoria del Principato venne rogitato l’11 luglio del 2008 a Montecarlo, nello studio del notaio Paul-Louis Aureglia.

Che nella prima pagina annota come «sia comparso» per concludere l’affare, come vendito­re, Francesco Pontone, senatore di An, poi del Pdl e ora di Fli. E annota pure come mai Pontone (la cui firma ben leg­gibile è sull’ultima pagina del contrat­to, accanto a quelle di Izelaar e di Wal­fenzao per conto della finanziaria off­shore Printemps, vedi sotto) era lì ad agire «in nome e per conto» di An. Non perché ce l’avesse mandato il «colon­nello- Ad»La Russa,ma«in virtù –si leg­ge nell’atto – dei poteri generali che gli sono stati conferiti, in particolare allo scopo di disporre dei beni sociali, dal signor Gianfranco Fini, in qualità di presidente della suddetta associazio­ne, ai sensi di una procura generale ri­cevuta da Mario Enzo Romano, notaio in Roma, il primo dicembre 2004».

Tant’è:visto,si (s)venda.La Russa sa­rà anche stato primus inter pares e più primus di Fini, in quel 2008. L’assem­blea del partito che approvò il bilancio dell’anno avrà certamente avuto un ge­nerale attacco di distrazione. Ma l’ affai­re monegasco viene perfezionato dalla firma del senatore finiano Pontone, for­te della procura a lui conferita dal lea­der Fini. Finiano pure lui, ça va sans di­re .E così il colpo di coda dei fedelissimi di Gianfranco è una bella, quasi tenera prova di autodifesa offensiva. Che pur­troppo, smentita dalle carte, finisce in autogol.

Lo sforzo non è mancato. E non si è impegnato il solo Raisi. La collega Fla­via Perina, onorevole direttore del Seco­lo d’Italia , di fronte al rumoroso silen­zio del presidente della Camera, in un’intervista a Repubblica straparla di dossieraggi alla Pecorelli e di documen­ti tenuti nei cassetti dal Giornale . Certa­mente senza sapere che l’inchiesta giornalistica – come dimostrerà l’in­chiesta giudiziaria avviata dalla procu­ra di Roma, che indaga per truffa aggra­vata e, da ieri,ipotizza anche la creazio­ne di fondi neri dietro quella vendita – è stata lavorata, a fatica, solo alla fine di luglio. 

E dunque non è degno di nota, per gli esponenti di Fli, in che modo la casa di boulevard Princesse Charlotte 14 sia fi­nita affittata proprio al fratello di Elisa­betta Tulliani, compagna di Fini. Ed è la cosa più normale del mondo che un partito politico alieni una proprietà im­mo­biliare vendendola a una società off­shore con sede ai Caraibi, dove l’acqua è certo più trasparente delle operazio­ni finanziarie. Tanto da far sospettare ai pm romani che dietro quei rimbalzi si possano celare fondi neri.D’altra par­te, se persino Raisi sostiene che si tratti di un solare stratagemma per evitare che i finanzieri bussino a casa dell’ac­quirente, il venditore (cioè An) dovreb­be sapere chi è il reale proprietario, quello che si nasconde dietro alle socie­tà Printemps e Timara.

Anche conside­rando che l’affare per il partito non è stato fruttuoso. Il Giornale ha rivelato che alcuni per comprare quella casa ar­rivarono a mettere sul piatto 1,5 milio­ni di euro. E An rifiutò. Perché? Un det­taglio confermato dal parlamentare Antonio Caruso, che nel 2001 ricevette una proposta di 6 milioni di franchi francesi (un milione di euro) da uno studio notarile. E vidimato da una si­gnora che abita nel Palais Milton (il pa­lazzo che ospita la casa di Tulliani), che a SkyTg24 ha raccontato di un inquili­no a cui, in risposta a una proposta di acquisto dell’appartamento per un mi­lione di euro, sarebbe stato detto che «è stato venduto a un personaggio della televisione italiana».

Sarà una coinci­denza che Tulliani, di mestiere, abbia fatto anche il produttore televisivo? E un altro vicino di casa del «cognato» di Fini, Fabrizio Torta, ha aperto le porte della sua abitazione alle telecamere di Sky , spiegando che il suo appartamen­to, 60 metri quadri, è gemello di quello ereditato e poi venduto da An, che an­che lui l’ha ricevuto per successione ereditaria. E, soprattutto, che gli agenti immobiliari che hanno fatto una stima della sua casa hanno calcolato come va­lore fino a 30mila euro a metro quadro. Questo vorrebbe dire, trasferendo le ci­fre al piano di sotto, che An vendendo a 300mila euro ha fatto beneficenza. Ma a chi?






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Tutte le carte che accusano Fini

di Alessandro Sallusti

La vicenda della casa di Montecarlo lasciata in eredità ad An e finita nella disponibilità del cognato di Gianfranco Fini si arricchisce di nuovi particolari che aggravano la posizione politica (su quella giudiziaria sta indagando la procura di Roma) del presidente della Camera. Il quale si ostina a non spiegare, alimentando dubbi sulla trasparenza dell'operazione, per nulla incalzato dalla stampa moralista e giustizialista (Repubblica in prima fila) che per mesi ha posto sotto assedio Berlusconi sulle sue attitudini sessuali e che invece pare indifferente a quelle immobiliari dell'ex leader di An.

Il documento che pubblichiamo oggi prova che la cessione dell'immobile a una finanziaria di un paradiso fiscale è stata fatta su delega di Fini. Ma come, il paladino della legalità dà il via libera a una operazione che puzza da lontano di evasione fiscale e truffa e se ne sta zitto aspettando che passi la buriana? Quello che sorprende è che solo una piccola parte dei leader politici ne chiedano le dimissioni, e che lui non le dia spontaneamente, per il fatto e in sé e per coerenza rispetto alle posizioni giustizialiste espresse di recente fuori e dentro il Parlamento.

Paradossalmente l'unico partito a difendere Fini dovrebbe essere il Pdl, garantista per statuto. In effetti è così anche se Berlusconi è stato il primo a sfiduciare il presidente della Camera, non per motivi giudiziari ma politici. Fini infatti, da tempo, non è più espressione della maggioranza che lo ha eletto, anzi fa politica attiva a favore dell'opposizione. Ma Fini non può più avere la fiducia neppure del Pd, se hanno senso le parole pronunciate l'altro giorno in aula dal capogruppo Franceschini.
Il quale, riferendosi al sottosegretario Caliendo, ha sostenuto che un uomo delle istituzioni deve farsi da parte, come accade all'estero, anche se solo viene pizzicato a mettere in nota spese una scatola di sigari.

Ora è ovvio che fare pasticci con una casa del partito, brigare con finanziarie estere, intervenire come sostengono testimoni, per fare avere appalti Rai alla suocera è ben più grave che fumarsi gratis un cubano. Franceschini dovrebbe essere quindi il primo a porre il problema, dando seguito ai suoi principi e alle sue dichiarazioni sull'inaccettabile silenzio del presidente.

Fini quindi in teoria è già sfiduciato e se la politica non fosse cosa seria, lo sarebbe anche nei fatti. Ha perso la fiducia del Pdl, dei due terzi dei suoi uomini ex An, il rispetto del Pd e di Di Pietro che lo stanno usando come un cameriere per tenere viva la chimera del ribaltone. Non gli auguro di essere a breve mollato anche da una famiglia, i Tulliani, che dove ha messo tenda ha combinato disastri. Gli è rimasta la solidarietà interessata di Casini e di Lombardo, uno inquisito per mafia. Come ultima arma sta usando il suo giornale, Il Secolo (pagato da tutto il Pdl) per accusare noi di dossieraggio, confondendo case a Montecarlo, trasmissioni tv e paradisi fiscali con veline di carta. Ridicolo, oltre che patetico.




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Vince 10mila euro al Gratta&Vinci ma non ha codice fiscale: niente soldi

ILMessaggero

 

ROMA (6 agosto)

Ieri pomeriggio a Massarosa (Lucca) un ragazzo russo ha acquistato un biglietto del Megamiliardario al bar tabacchi Montramito sulla via Sarzanese. Grattando ha trovato la combinazione vincente da 10 mila euro ma non ha potuto incassare la vincita in banca, come spiega Ennio Verniani, titolare della ricevitoria.

«Il ragazzo - racconta Verniani - ha comprato un Gratta&Vinci e ci ha mostrato la vincita. Così, come da routine, abbiamo comunicato i dati che ci chiede in questi casi la Lottomatica, ossia le generalità del vincitore che abbiamo tratto dal suo passoporto». Il russo è andato «alla Banca Intesa di Viareggio per incassare la somma. La banca gli ha chiesto il codice fiscale. Ma lui, non essendo italiano, non può averlo. Un suo amico ha provato ad incassare la cifra ma anche questo non è stato possibile, perchè ormai la vincita era registrata a suo nome. Così è tornato da noi a chiederci aiuto. Ci siamo rivolti all'associazione dei tabaccai, ma per ora non sappiamo cosa fare».



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Io, truffata dai Tango Bond''

Repubblica


"150 mila euro mai rimborsati, li rivedrò tra 30 anni". Parla Eugenia Tamburrino, risparmiatrice che ha investito nei tango bond argentini 
Intervista di Fabio Tonacci - riprese di Stefano Cipullo

Usa, autobus sale su un tir: 2 morti

Repubblica

L'incidente sulla autostrada nei pressi di Saint Louis: l'autobus, che andava troppo veloce, è letteralmente "salito" sulla motrice. Due le vittime, decine i feriti

Napoli, deraglia il treno: un morto e 30 feriti

Repubblica

Gb, senza cintura: la polizia gli sfonda il finestrino

Repubblica

La brutta avventura di un 70enne inglese che non si ferma all'alt: gli agenti lo inseguono e, dopo averlo fatto accostare, colpiscono per 15 volte il vetro della sua auto fino a mandarlo in frantumi. Infine lo strascinano fuori dal veicolo. Robert Whatley ha denunciato l'aggressione e, grazie a questo video, i poliziotti sono stati tutti sospesi. Ma la multa l'ha pagata: 300 sterline per guida senza cintura e per aver ignorato lo stop

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