mercoledì 4 agosto 2010

Capitali in Liechtenstein Talpa: "E' italiano l'evasore più ricco"

Quotidianonet

Lo rivela in un’intervista Heinrich Kieber, la gola profonda che ha venduto al fisco tedesco e ad altri 12 Stati i dischetti con i dati riguardanti i titolari dei conti in nero della LGT Treuhand, la Fondazione fiduciaria che custodiva i depositi





Powered by ScribeFire.

Cassazione, si al licenziamento se si lede immagine azienda

IL Secolo xix

«I comportamenti tenuti dal dipendente nella sua vita privata ed estranei all’esecuzione della prestazione lavorativa» non possono essere motivo di licenziamento a meno che questi possano «incidere negativamente sull’immagine del datore di lavoro».

Lo ribadisce la Cassazione che ha chiesto una nuova pronuncia sul reintegro a lavoro, predisposto dalla Corte d’appello di Napoli, di un cuoco campano, licenziato dalla società in cui lavorava, dopo che la Guardia di Finanza aveva trovato nella sua auto, che si trovava all’interno dell’area di parcheggio aziendale, 4,5 Kg di tabacco di contrabbando.

Impugnato il licenziamento, il giudice del lavoro lo aveva confermato ma la Corte d’appello di Napoli aveva predisposto il reintegro del cuoco, perché il tabacco si trovava nell’auto «proprietà privata del lavoratore e non nei locali aziendali», quindi l’episodio riguardava la «sfera privata del dipendente» non l’attività lavorativa. La Suprema Corte, però, ha annullato la sentenza, con rinvio, chiedendo una nuova pronuncia della Corte e una verifica ulteriore della condotta del lavoratore.

«I comportamenti tenuti dal dipendente nella sua vita privata ed estranei all’esecuzione della prestazione lavorativa - è scritto nella sentenza n.17969 - sono irrilevanti, a meno che essi non siano di natura tale da far ritenere il dipendente inidoneo alla prosecuzione del rapporto, specie allorchè, per le caratteristiche o per la peculiarità di questo, la prestazione lavorativa richieda un ampio margine di fiducia, ovvero possa incidere negativamente sull’immagine del datore di lavoro».





Powered by ScribeFire.

Giappone: ultracentenari scomparsi. Mancano 26 persone all'appello

Libero





Sono almeno 26, in 11 prefetture diverse, gli ultracentenari giapponesi che, ritenuti ancora in vita in base ai registri delle amministrazioni locali, risulterebbero invece irreperibili agli indirizzi denunciati alla pubblica amministrazione.

Una prima stima preliminare è stata annunciata, nella giornata di oggi, dai responsabili dei Governi locali dell'arcipelago, sulla scia dei recenti casi eclatanti dei due anziani ritenuti i più longevi di Tokyo, un uomo che si pensava avere 111 anni, ritrovato mummificato nel suo appartamento, e una donna, di 113 anni, di cui si sono perse le tracce.

Misteri di ogni tipo continuano dunque ad avvolgere la scomparsa dei presunti ultracentenari.  Alcuni non hanno parenti reperibili per verificare la residenza o la reale cronologia degli spostamenti, altri sono stati denunciati come scomparsi dai familiari e, nella maggior parte dei casi, i figli, quasi tutti sulla settantina, dichiarano di non avere più notizie dei propri genitori, avendo, ormai da tempo, interrotto i rapporti diretti.

La presunta donna più longeva di Tokyo, la 113enne Fusa Furuya, è, da ieri, al centro di forsennate ricerche dell'amministrazione pubblica e dei media che hanno documentato che, al posto dell'abitazione in cui si riteneva avesse abitato fin dal 1986 con il figlio, è stato trovato un campo incolto.
L'allarme per l'anziana è scattato dopo la scoperta della truffa ai danni dello Stato, architettata dai familiari di Sogen Kato, il presunto uomo più vecchio di Tokyo con 111 primavere alle spalle e ritrovato, invece, la scorsa settimana in stato di mummificazione avanzata nel suo appartamento.

L'uomo probabilmente è deceduto intorno al 1978, ma i parenti hanno nascosto il decesso e continuato a incassare la pensione. E' proprio in seguito a questi episodi, che hanno stimolato un acceso dibattito nazionale sulla sorte degli anziani e sullo stato delle relazioni familiari nel Paese, che il Ministro della Sanità nipponico, Akira Nagatsuma, ha lanciato un censimento urgente per rintracciare fisicamente almeno le persone con più di 110 anni.

04/08/2010





Powered by ScribeFire.

Ahmadinejad, le prime immagini dopo l'attentato fallito

Repubblica

Il presidente iraniano ha parlato in diretta tv subito dopo l'attentato (smentito dalle autorità iraniane), tenendo il discorso previsto: Ahmadinejad non sembrava scosso e ha parlato oltre un'ora

Bolzano, confessione choc: «A 10 anni costretto a far sesso con una suora»

Il Mattino

Ha 40 anni e ha denunciato l'abuso al vescovo che sta facendo
chiarezza su casi di pedofilia: «Quel giorno finì la mia infanzia»


 

BOLZANO (4 agosto) - Sarebbe stato molestato sessualmente da una suora quando aveva dieci anni ed era alunno di un istituto religioso altoatesino: tra le segnalazioni arrivate alla curia di Bolzano nell'ambito dell'iniziativa anti-pedofilia, c'è anche quella - come scrive l'Alto Adige - di un uomo, oggi quarantenne, che ha raccontato di aver subito violenza sessuale da un'istitutrice.

All'epoca - racconta l'uomo al giornale - nessuno gli aveva creduto, ma dopo che la diocesi ha invitato i fedeli a raccontare gli abusi subiti, l'uomo ha preso coraggio e ha denunciato l'episodio, sul quale ora si stanno facendo verifiche. Una suora, la sua istitutrice, che, quando l'uomo era un bambino di appena dieci anni, lo avrebbe costretto ad avere un rapporto sessuale completo. «Quel giorno - afferma - morì la mia infanzia». L'ordine religioso in cui sarebbe avvenuta la violenza sessuale esiste ancora. Il reato, se realmente commesso, ormai è caduto in prescrizione. Il referente indipendente Werner Palla, nominato dal vescovo Karl Golser per verificare i presunti casi di pedofilia, si sta occupando del caso.





Powered by ScribeFire.

Padova, "Negro vai fuori da qui" Sindacalista cacciato dal cantiere

Il Mattino di Padova

Niang Boubacar si era presentato assieme a un collega nel cantiere di via Dante, dove la ditta «R.C. snc» di Forlì sta nuovamente eseguendo i lavori di pavimentazione. E' stato scacciato in malo modo dal titolare. La Fillea-Cgil accusa: offese razziste e volgari, pronta una denuncia

di Nicola Cesaro

I sindacalisti Niang Boubacar e Marco Benati
I sindacalisti Niang Boubacar e Marco Benati


PADOVA.

Gli ha urlato dietro «Taci negro, vai fuori di qui», ed è scoppiata la bagarre. Teatro dell'attacco razzista è stato ieri mattina il cantiere di via Dante, nel tratto che porta a Ponte Molino. Erano le 11 quando i due sindacalisti Niang Boubacar e Sebastiano Grosselle, della Fillea Cgil, hanno fatto tappa nell'area di lavoro dell'impresa «R.C. snc» di Forlì. La società romagnola è impegnata nel rifacimento della pavimentazione della via, realizzata malamente l'anno scorso e contestata dal Comune di Padova. Nel cantiere lavoravano cinque operai, diretti dal responsabile Claudio Rossi, padre del titolare dell'impresa forlivese. E' a lui che Boubacar e Grosselle hanno chiesto il permesso di entrare nel cantiere: «Si trattava di una semplice visita di controllo del progetto "Io lavoro sicuro", avviato da un mese e mezzo - spiega Grosselle - Il capo-cantiere si è subito opposto vivacemente alla nostra richiesta e se l'è presa minacciosamente con il collega Boubacar».

Il senegalese, 42 anni e dal 2001 attivo in Fillea (da cinque anni è funzionario a tempo pieno), conferma: «Mi ha urlato dietro di non entrare nel cantiere, dandomi del "negro" e invitandomi a tornarmene a casa. Gli ho spiegato che la sua impresa lavorava grazie ai soldi pubblici, quelli versati dai cittadini e pure da me. E che io sono in Italia ormai da anni, perfettamente integrato». Dal racconto del funzionario senegalese, Rossi avrebbe ricordato come gli extracomunitari non sono abituati a versare le tasse.

I due sindacalisti hanno immediatamente contattato Marco Benati, segretario della Fillea, che in pochi minuti è giunto sul posto: «L'impresario si è reso anche protagonista di un grottesco teatrino - racconta Benati - Ha chiesto agli operai se volevano ascoltarci, con fare da "padre padrone", e poi ci ha cacciati via per l'ennesima volta, sostenuto da uno dei suoi dipendenti». Quest'ultimo si è lasciato andare ad altri epiteti di matrice razzista.

La scena è scorsa sotto gli occhi dei vigili urbani, presenti sul posto per evitare il passaggio di automobili e biciclette lungo il cantiere. «Hanno identificato i due lavoratori responsabili delle offese - aggiunge Boubacar - Noi abbiamo chiesto anche l'intervento della Questura. Ora, una volta che conosceremo i nomi di queste persone, procederemo a depositare una denuncia penale». Decine di persone si sono assiepate sotto i portici di via Dante, incuriosite dai toni accesi che arrivavano dal cantiere. I tre sindacalisti hanno abbandonato via Dante e i lavoratori hanno ripreso la posa dei sanpietrini.

Benati chiede ora un segnale immediato dal Comune: «Molti cittadini hanno assistito al comportamento di un lavoratore voluto dal Comune e colpevole di un atteggiamento degno della massima condanna. Questo episodio va in controtendenza con la sensibilità dimostrata negli ultimi tempi dall'amministrazione comunale, che ha messo in atto una valida campagna di sensibilizzazione contro il razzismo: ecco perché il Comune, dopo aver investito tanto, non può tollerare un episodio del genere».

(04 agosto 2010)




Powered by ScribeFire.

Se questa è una paga

Corrieredelmezzogiorno

Se questa è una paga - Questo è il bonifico che l'Inps ha versato, come prestazioni temporanee, per il mese di luglio a Gennaro Esposito, ex operaio Fincantieri che, tra l'altro, è uno degli artefici, insieme ad altri due ex colleghi, dell'opera di pulizia volontaria sull'arenile stabiese. 73 euro, questo è il magrissimo guadagno ricavato dallo stato di mobilità, per chi non ha più un posto di lavoro. Ma come si vive con 73 euro al mese? Il caso di Gennaro non sembra essere isolato purtroppo, anzi, nella sua situazione ci sarebbero anche tanti altri operai e ex operai che ormai non sanno più come fare fronte alle spese giornaliere, anche le più irrisorie (ph. G. Manzo)






Powered by ScribeFire.



Anche i graffiti artistici sono un reato

Corriere della sera

«Ogni disegno altera l'estetica del bene». Motivazioni a sorpresa dietro il verdetto di proscioglimento



MILANO

Puoi anche essere un novello Picasso, e con i graffiti magari nobilitare davvero qualunque ammasso di mattoni o volgare insegna pubblicitaria. Ma già solo il fatto che il graffitare modifichi la fisionomia estetica (bella o brutta che sia) legittimamente scelta dal proprietario di quella superficie, integra il reato di imbrattamento. A sorpresa, nascosto dietro un verdetto di proscioglimento che il 12 luglio si era limitato a rilevare un difetto di querele, il principio che mette al bando anche i graffiti "artistici" si materializza ora nelle motivazioni - a metà tra questione giuridica e dibattito culturale - della sentenza del Tribunale di Milano su uno dei più noti writers della "Street Art", Daniele Bros Nicolosi, 29 annui, imputato d’aver imbrattato un muro del carcere di San Vittore, una pensilina della Metropolitana e la facciata di uno stabile.

A fare la differenza non è tanto la risposta scelta, quanto il modo di porre la domanda. Per il giudice Guido Piffer, infatti, la questione non è affatto se i graffiti possano essere o meno "arte", e se Bros possa o no trarre la propria legittimazione artistica dall’aver esposto opere nel 2007 a Palazzo Reale: il reato non si può misurare su una pretesa patente di "natura artistica dell’opera d’arte, stante l’impraticabilità di una tale categoria" troppo legata all’indefinibile coscienza sociale di un certo momento storico. Ciò che invece rileva sul reato di imbrattamento (chiarito dalla Cassazione nel 1989 come lo «sporcare l’aspetto dell’estetica o la nettezza del bene senza che il bene nulla abbia perduto della sua funzionalità »), per il giudice è piuttosto «la tipologia della cosa su cui ricade la condotta» di chi fa i graffiti: «la fisionomia estetica e la nettezza attribuite al bene da chi ne ha legittimamente la disponibilità, per quanto magari opinabili come del resto opinabile è lo stesso valore estetico dei graffiti realizzati».

Bros, il re della «street art»

Se dunque qualcuno realizza un disegno («magari da taluno apprezzato») sulla facciata di un palazzo appena rinnovata dai proprietari «secondo i criteri estetici che più aggradano loro, non potrà negarsi che la facciata è stata "deturpata" e "imbrattata" in quanto ne è stata alterata la forma estetica e la nettezza legittimamente scelte per quel bene dai suoi proprietari». E lo stesso accade se si disegna su una pensilina della Metropolitana, quand’anche il graffito faccia concorrenza a Raffaello e la pensilina sia orribile. Sostenere (come fa la difesa di Bros) che il graffito artistico possa costituire imbrattamento soltanto se realizzato «su opere di interesse storico-artistico o su monumenti», per il giudice è una contraddizione viziata da uno speculare «criterio assai vago ed estensivo»; e si risolve in «una arbitrarietà che rischia di avallare forme di indebita prevaricazione ai danni di chi non ha prestato il proprio consenso alla modifica della forma estetica e alla compromissione della nettezza del bene legittimamente scelta».

Graffiti sotto accusa

A salvare i Picasso-graffitari, secondo il giudice, può essere solo il caso in cui «il bene sia lasciato sudicio o in rovina dal proprietario», perché lì sarebbe «problematico configurare l’imbrattamento di ciò che è già deturpato». La legge in vigore all’epoca (meno severa di quella del 2009) prevedeva la procedibilità d’ufficio solo per imbrattamenti nel "centro storico", quale non è corso Lodi (dov’era la pensilina Mm): ci voleva la querela, ma laMm non l’ha sporta. Il carcere di San Vittore è in centro e la procedibilità è d’ufficio, ma qui Bros si giova della più favorevole prescrizione pre legge Cirielli: reato estinto. E il palazzo? La proprietà si è accordata con Bros e ha ritirato la querela.

Luigi Ferrarella
04 agosto 2010



Powered by ScribeFire.

Il tesoriere di An: «Tulliani in quella casa? Una coincidenza»

Corriere della sera

«Secondo la perizia vale 300 mila euro»

Il caso - Pontone e l’appartamento al fratello della compagna di Fini

Il tesoriere di An: «Tulliani in quella casa? Una coincidenza»

«Secondo la perizia vale 300 mila euro»

Francesco Pontone
Francesco Pontone
ROMA — L’olandese Bastiaan Anthonie Izelaar, amministratore delegato della società offshore «Printemps Ltd», con capitale di appena mille dollari e sede in un paradiso fiscale ai Caraibi, che acquistò l’11 luglio 2008 la casa di Montecarlo ora abitata da Giancarlo Tulliani — il "cognato" di Gianfranco Fini —e lasciata in eredità ad An dalla contessa Anna Maria Colleoni, «si trova in Malesia in vacanza con moglie e figli e tornerà solo tra una quindicina di giorni », dice un suo amico che vive nel Principato. Così, in attesa che Izelaar, insieme al socio James Walfenzao, olandese come lui e «adesso forse a Miami», possa fornire qualche chiarimento sull’operazione immobiliare di due anni fa, parla ora Francesco Pontone, all’epoca tesoriere di Alleanza nazionale, cioè l’uomo che il giorno del rogito a Montecarlo era lì con loro davanti al notaio monegasco per concludere l’atto di compravendita in rappresentanza del suo partito.

Napoletano, 83 anni, in Parlamento da sette legislature, il senatore non accetta l’idea di passare per un intrallazzatore. «Se Pontone e An, come credo, sono una cosa sola — dice — ebbene allora garantisco che non v’è stata alcuna raccomandazione a favore di Giancarlo Tulliani, mai Gianfranco Fini venne da me a dirmi che in quella casa a Monaco ci doveva andare ad abitare Tulliani. Anche perché dal giorno in cui la vendemmo, l’11 luglio 2008, per me quella casa divenne un capitolo chiuso». Vicenda intricata, quella della casa di Montecarlo: il presidente della Camera ha già querelato il Giornale. E ieri la sua compagna, Elisabetta Tulliani, ha annunciato di voler adire le vie legali per un altro articolo del quotidiano di Vittorio Feltri: «Non risponde assolutamente a verità — scrivono i suoi legali — l'affermazione secondo la quale la signora Tulliani sarebbe stata denunciata dall'imprenditore Luciano Gaucci per appropriazione indebita». I beni mobili e immobili della Tulliani—secondo gli avvocati—sono stati tutti acquistati «con i ricavi di una vincita all'Enalotto» e con i risparmi della sua famiglia.

Ma torniamo alla casa di Boulevard Princesse Charlotte 14, nel cuore del Principato: sala, due camere, cucina, bagno e balcone. Giancarlo Tulliani assicura che sono solo 45 metri quadri: è possibile, Pontone? E possibile che An l’abbia venduta per soli trecentomila euro? Secondo i valori di mercato sarebbe dovuta costare almeno il quintuplo, se non di più: «Solo esagerazioni. Ma voi lo sapete com’era fatta davvero quella casa? — obietta il senatore — C’è scritto chiaro nel rogito: quella casa era un rez-de-chaussée, un piano terra sul retro, senza vista su niente, di appena 40-45 metri quadri, altro che balcone, aveva solo un terrazzino, anzi lo chiamerei un angolino di terrazzo. E poi costava parecchio al partito, ogni mese avevamo tante spese di condominio: insomma, meglio venderla. Così ordinammo una perizia e il valore indicato era quello: 300 mila euro ». Già, ma perché venderla a una società offshore? Chi c’era dietro alla «Printemps»? «Non c’era nessuno, sicuramente non c’era An, che bisogno avremmo avuto di venderci una casa già nostra?—taglia corto l’onorevole — Io comunque dovevo fare cassa e non è vero che in via della Scrofa, prima di quel giorno, per la casa di Montecarlo c’erano arrivate offerte milionarie. Trovatemi le raccomandate: io non ne ho viste in giro, vi assicuro ».

Poi, però, in quella casa — che passa stranamente da una società offshore all’altra, dalla «Printemps» alla «Timara», tutte con sede nello stesso paradiso fiscale di Saint Lucia — ci va ad abitare, in affitto, proprio il fratello di Elisabetta Tulliani, la compagna di Gianfranco Fini. Quantomeno una coincidenza singolare, non trova? «Ma chi è Tulliani? Per me resta un estraneo — s’inalbera per un attimo Pontone — io ho scoperto solo un paio di mesi fa che quello era il cognome della signora Elisabetta. Certo, l’ammetto, la coincidenza è particolare. Inspiegabile anche per me».

Fabrizio Caccia
04 agosto 2010



Powered by ScribeFire.

Libano-Israele, abbattutto l'albero della contesa

Corriere della sera

Beirut: «Nuova aggressione».
E Gerusalemme riunisce il gabinetto di sicurezza dopo gli scontri




GERUSALEMME

Le truppe israeliane hanno abbattuto un albero al confine con il Libano. Lo hanno riferito testimoni. Martedì il tentativo di portare a termine questa operazione aveva scatenato gli scontri con i militari libanesi, che hanno causato quattro morti, tre libanesi e un israeliano.

BEIRUT - Ma il Libano risponderà, nel caso di una nuova «aggressione» israeliana. Lo ha affermato un portavoce dell’esercito, in seguito alla diffusione della notizia che nuove truppe israeliane si sono schierate al confine: cioè le nuove unità e carri armati spiegati per abbattere un albero al confine. «Un messaggio chiaro» secondo la radio militare, che ha diffuso la notizia.

GERUSALEMME - Intanto il gabinetto di sicurezza israeliano si riunirà mercoledì mattina per discutere delle ripercussioni dei violenti scontri a fuoco che hanno provocato la morte di almeno quattro persone, «Il gabinetto di sicurezza si riunirà mercoledì mattina per discutere delle conseguenze degli attacchi e della responsabilità del governo libanese», ha affermato un responsabile dello stato ebraico che ha richiesto l’anonimato. «È infatti ovvio che il governo libanese sia doppiamente responsabile: l’attacco contro i nostri soldati si è prodotto mentre si trovavano in territorio israeliano e, in secondo luogo, sono stati i soldati libanesi ad aprire il fuoco, cosa che ha costretto gli israeliani a reagire», ha aggiunto la fonte.

Un portavoce militare di Beirut ha confermato che due soldati libanesi, di 31 e 39 anni, sono rimasti uccisi negli scontri di martedì, mentre altre quindici persone sono rimaste ferite. Lo stato ebraico, da parte sua, ha riferito che il tenente colonnello Dov Harari, 45 anni, ha perso la vita negli stessi incidenti, mentre un altro ufficiale è rimasto seriamente ferito. Israele e il Libano si sono attribuiti reciprocamente la responsabilità delle violenze, le più sanguinose alla frontiera tra i due paesi dalla guerra del 2006 tra l’esercito israeliano e il movimento sciita libanese Hezbollah. Il comandante del settore del nord di Israele, il generale Gadi Eisencott, ha affermato che i soldati dello stato ebraico sono caduti in «un’imboscata» dei libanesi.


Redazione online
04 agosto 2010





Powered by ScribeFire.

La banca fantasma, parla Cacciapuoti «Il truffato sono io, temo per la mia vita»

Il Mattino

L'ideatore della Popolare del Meridione dal suo nascondiglio
«Mi sono fidato e mi hanno tradito. Pronto a risarcire tutti»


 

NAPOLI (4 agosto) - «Dove mi trovo? Non posso dirlo, non mi sento al sicuro. Mi rifarò vivo al momento giusto. quando avrò fatto chiarezza in questa vicenda. Non sono un delinquente. E allora si vedrà che di tutto questo maledetto imbroglio io sono soltanto una vittima. Me ne sono andato perchè temo per la mia vita». Raffaele Cacciapuoti, 44 anni, fondatore e presidente della Banca Popolare del Meridione, messo sotto accusa da soci e sottoscrittori dell'Istituto (che gli contestano la sparizione di 8 dei 10 milioni di euro raccolti dalla banca tra oltre 800 sottoscrittori), racconta al Denaro (oggi in edicola) la sua verità.

«Innanzittutto - spiega - non è vero che c'è un ammanco di 8 milioni di euro. Il buco ammonta a molto meno, forse a un quarto». La fuga? «Ho ricevuto delle minacce. E poi ho bisogno di tempo e calma per valutare la mia posizione anche sotto il profilo giudiziario».

Raffaele Cacciapuoti si dice pronto a collaborare con i magistrati. «È nel mio interesse - dice - Io non sono un imbroglione. Non ho nè truffato nè rubato. Dico di più: laddove dovessero verificarsi degli ammanchi sono il primo ad essere disponibile a risarcire eventuali sottoscrittori che non si vedono le quote intestate».

«Voglio collaborare - aggiunge - per spiegare come sono andate le cose. E dimostrare che anche io sono stato truffato. Ho preparato una memoria difensiva in cui spiego con prove documentate e non chiacchiere come sono andate le cose. Ho incaricato i miei legali di fare il punto della situazione, prima di presentarmi in Procura e parlare con i magistrati».

«Sono stato imprudente - dice ancora Caccuapuoti - mi sono fidato di persone sbagliate, ho fatto delle confessioni a chi non dovevo. Hanno utilizzato la mia buona fede e poi mi hanno gettato in pasto ai lupi come capro espiatorio. La situazione è poi degenerata quando alcuni attori di questa vicenda, invece di chiudersi a riccio ed impegnarsi per trovare una soluzione, hanno preferito dare tutto in pasto ai giornali, facendomi passare come un imbroglione. Ma ai magistrati racconterò tutto».


- Il personaggio/ Parla il suocero «Se sapessi dov'è manderei l'Interpol»
- L'indagine/ Sequestrati i conti del patron. La rabbia degli investitori




Powered by ScribeFire.

Tasse locali, il federalismo parte dalla casa: è stangata

Quotidianonet

Imposta del 20 o del 25% sui canoni. Nuovo tributo sull’acquisto. Confedilizia: "Le locazioni non rendono niente". Gli inquilini: "E' un regalo ai ricchi"



MILANO, 4 agosto 2010

DALLA CEDOLARE secca sugli affitti con aliquota al 25% alla stretta per chi affitta in nero. Dalla devoluzione ai Municipi degli incassi sulle imposte sugli immobili alla tassa unica per i Comuni. Sono queste le principali novità contenute nell’ultima bozza del decreto sul federalismo municipale, composta da 8 articoli, che approderà oggi in Consiglio dei ministri dopo essere stata esaminata al preconsiglio di ieri sera. Con il varo del decreto si conclude la prima tornata del processo attuativo del federalismo. La partita riprenderà a settembre con le Regioni.

LA CEDOLARE secca sugli affitti, in base alle decisioni di ieri sera, arriva da subito: ai applicherà dal 2011 ma sarà su base volontaria. Il nuovo tributo avrà un’aliquota del 25% (tranne per i contratti a canone agevolato nei centri ad alta densità abitativa, dove il prelievo sarà al 20%), assorbendo anche le imposte di bollo e registro, ma il proprietario potrà decidere di mantenere la vecchia modalità di tassazione Irpef. Raddoppiano inoltre le sanzioni per chi non dichiara le abitazioni in affitto.


La nuova imposta comunale sugli immobili, invece, si fa in due: oltre al prelievo sul possesso (non della prima casa) con aliquota da definire, è previsto che i Municipi incasseranno anche un tributo sulle compravendite che sarà del 3% sulle prime case e del 7% sulle seconde. I Comuni, secondo l’ultimo testo sul federalismo municipale, potranno modificare le aliquote dal 2017. A questo si aggiunge una imposta municipale facoltativa che, dopo aver ascoltato i cittadini in un referendum, i Comuni potranno decidere per incorporare gli attuali prelievi sull’occupazione del suolo pubblico e su insegne e cartelloni pubblicitari. La cedolare al 25% provoca già dubbi e critiche sia dai proprietari immobiliari, sia dai sindacati degli inquilini. I primi temono un aumento delle tasse, mentre i secondi chiedono sgravi anche per gli affittuari. Per la Confedilizia, la confederazione con più iscritti fra i proprietari immobiliari, la cedolare al 25% «rischia di fallire l’obiettivo di aprire il mercato della locazione, consentendo solo ai Comuni di far cassa».

IL SUNIA invece ritiene che «sarebbe un regalo ai proprietari più ricchi» e non risolverebbe «la vera emergenza», ossia la riduzione dei canoni di locazione. I sindacati degli inquilini premono anche per una tassazione differenziata sui canoni calmierati, che di fatto sarebbe già prevista dalla bozza. L’aliquota appare troppo alta per i proprietari. «Chi sta lavorando al decreto — osserva il presidente di Confedilizia Corrado Sforza Fogliani — ignora che la redditività della locazione è oggi a livello zero. Non si può spiegare diversamente una cedolare al 25%, ben differente dal livello di tassazione degli affitti in Europa».

di ELENA COMELLI





Powered by ScribeFire.

Uccise il fratello: la condanna è definitiva ma lui è sparito

Bresciaoggi

IL «DELITTO DEL FORNO».

La Cassazione ha respinto il ricorso della difesa: 24 anni per l'omicidio di Walter Cominelli
Irreperibile il condannato Claudio Cominelli, cercato inutilmente dalle forze dell'ordine dopo la sentenza Nel 2007 la corte d'assise lo aveva assolto dall'accusa, opposto il giudizio della corte d'assise d'appello

04/08/2010








Powered by ScribeFire.

La condanna del Fisco: è giusto che le lucciole paghino tutte le tasse

di Annamaria Bernardini De Pace

Una sentenza tributaria consolida la giurisprudenza in materia.

Se tutte pagassero le tasse lo Stato recupererebbe 2 miliardi l'anno


 

Da qualche tempo, le commissioni tributarie italiane stanno consolidando una giurisprudenza, in linea peraltro con il pensiero della Corte comunitaria, secondo la quale i proventi da prostituzione sono fiscalmente imponibili. Il problema da ultimo è emerso quando è stata sottoposta ad accertamento una signora che conduceva un alto tenore di vita ed era diventata titolare di un significativo patrimonio, senza avere mai dichiarato una qualsiasi capacità reddituale.

La signora si difendeva riconoscendosi sì prostituta abituale, ma sostenendo che i soldi da lei incassati, ogni volta e nel tempo, dovevano intendersi come una sorta di risarcimento del danno, richiesto al cliente e da lui versato, per il pregiudizio alla dignità che deriva dal vendere il proprio corpo. Con straordinaria faccia tosta, dunque, concludeva che, non essendo le somme risarcitorie - per legge - soggette a tassazione, l'Agenzia delle Entrate non poteva pretendere nulla.

I Giudici tributari le hanno risposto, con un logico, lineare e solido ragionamento giuridico:
a) il compenso del cliente, è un prezzo richiesto in forza di un preciso accordo. Cioè la prostituta si obbliga a fare qualcosa (o più cose...) in cambio di un importo che non è dunque un regalo, ma il preciso oggetto di una pattuizione. Tanto che il Cliente non ha, subito dopo o nel tempo, e una volta avvenuta la prestazione, il diritto di chiederne la restituzione, come potrebbe essere in caso di donazione.


b) La Corte di Cassazione ha in passato stabilito che «la prestazione impagata di meretricio» configura l'ipotesi di stupro a carico del cliente insolvente. Di conseguenza, se il cliente paga, c'è consenso tra lui e la prostituta - sul prezzo e sull'attività svolta - e dunque c'è un rapporto contrattuale e non risarcitorio. Secondo il nostro Codice, si configura un rapporto contrattuale quando si contratta fino all'accordo il costo della prestazione; quando ci sono la causa e l'oggetto della prestazione stessa (nella fattispecie, intuibili se non evidenti) e c'è una forma, non necessariamente scritta, bastando, in questi casi, la libera volontà espressa oralmente, anche sinteticamente. L'offesa al buon costume e l'illiceità del contratto vengono superati dalla volontà consenziente delle due parti in questione.


c) Chi esercita professionalmente e abitualmente la prostituzione, produce dunque redditi da lavoro autonomo: prevale il lavoro personale della prestatrice d'opera; non c'è vincolo di subordinazione a chi le richiede il servizio; il compenso è liberamente pattuito; la prostituta si assume gli oneri e il rischio connessi all'attività che svolge.

Per tutti in Italia l'attività economica personale produttiva di reddito, è soggetta a tassazione. Tale è l'attività di una prostituta, e perciò è giusto che, finalmente, anche queste signore così impegnate paghino le tasse.

Sembra che in Italia le donne che vendono prestazioni sessuali siano almeno 70.000; che le sexy transazioni producano circa 90 milioni di euro al mese (ma quanto copulano gli italiani?) e che tra questi dati manchino tutti i contratti occasionali (cioè delle non professioniste abituali), i dati dei prostituti uomini, trans ed escort. Vogliamo aggiungere anche quelli relativi alle cosiddette «ragazze immagine», che non si fatica a immaginare dove possano arrivare?

A questo punto, quasi raddoppia l'ipotesi di incasso per il nostro Fisco che, con oltre due miliardi di euro l'anno in più, potrebbe offrire note interessanti al bilancio dello Stato. Ecco che l'Agenzia delle Entrate (mai definizione è stata così puntuale) potrebbe cominciare a pretendere che si indaghi su tutte le persone prive di reddito ma proprietarie di immobili non ereditati, gioielli e barche. Quantomeno, da un'altra prospettiva, emergerebbe che non sempre le prostitute sono sfruttate, visto che proprio dallo sfruttamento degli uomini, e delle loro ingovernabili debolezze, molte donne acquisirebbero la dignità di contribuenti. Così riscattando la loro posizione sociale, sia che lavorino per la strada, sia che frequentino case e camere importanti.

Per tutti, una lussuriosa e lussuosa quadratura del cerchio. Sempre che le signore non vengano obbligate a esibire il repertorio completo e aggiornato della Clientela...





Powered by ScribeFire.

Il ritratto Quei tre tordi che si credono aquile anti-Cav

di Redazione

La maturità è arrivata, si profila la vecchiaia e Gianfranco Fini, 58, Ciccio Rutelli, 56, Pierferdy Casini, 55, sono sempre più delle anime in pena. Hanno avuto tanto e al di là dei meriti. Nulla è più diseducativo che mietere senza avere seminato: si perde il senso della realtà. È quanto succede ai tre. Sono dei tordi ma si considerano delle aquile e si sentono sottovalutati. Delusi, incolpano Berlusconi, l’estraneo che li condanna al ruolo di comparse. Così, i tre sparvieri mancati vaneggiano di allearsi.
A parte che non è chiaro cosa possano fare unendo le loro debolezze, ci vuole una dose da cavallo d’ingratitudine per prendersela col Cav.

Senza di lui, dei tre si sarebbe da anni perduta la memoria. Col rimescolamento delle carte seguito al crollo della prima Repubblica, Fini e il Msi avrebbero avuto le ore contate. Solo la mano tesa del Cav gli ha prolungato la vita. Idem per Casini, che senza la sponda berlusconiana si sarebbe inabissato assieme alla Dc. Rutelli che, diversamente dagli altri due si è schierato a sinistra, è diventato un personaggio opponendosi al Cav, ma con una certa grazia che gli ha permesso di tenere i piedi in due staffe rendendolo interessante a fasi alterne. Questo però lo sanno anche le pietre. Più istruttivo, invece, ripercorrere le carriere del trio all’ombra del berlusconismo.

Fini nel ’94 era il capetto nostalgico di un partitello neofascista. Contro il Msi c’era da decenni l’ostracismo che lo escludeva dai vivi. La leadership di Gianfri era ballerina. Come oggi, era antipatico, musone e tendente al padreternismo. Di lì a poco lo avrebbero sgambettato e sarebbe finito alle ortiche. Per uscire dalle secche, Fini si candidò nel ’93 a sindaco di Roma contro Cicciobello Rutelli, l’attuale amor suo. Che un leader di partito ambisse a fare il capo di una giunta cittadina la dice già lunga sulle sue magre prospettive.

Ebbe però in quella occasione un’inaspettata botta di sedere. A dargli il tocco, ovviamente virile, fu proprio il Berlusca, il quale dichiarò che, se avesse votato a Roma, lo avrebbe senza dubbio preferito a Cicciobello. Era la proposta di un’alleanza e fu la svolta. Col Cav, i missini cambiarono pelle e nome. Il neofascismo finì in soffitta e gli aennini divennero ministri e sottosegretari. Ma già pochi anni dopo, nel ’99, Gianfri si era montato il capino e stimava che il Berlusca, al quale doveva la luce che lo irradiava, gli facesse ombra. Ebbe così la genialata di allearsi con Mariotto Segni e presentarsi con lui alle Europee in concorrenza con il Polo. Voleva i suoi spazi, diceva smanioso.

Ebbe invece una lezione: i due insieme raccolsero il 10,3 dei voti contro il 15,7 della sola An nelle politiche del ’96. Bastonato, Fini rientrò all’ovile e cambiò strategia. Negli anni successivi, anziché tradire platealmente il benefattore, cominciò a mettergli i bastoni tra le ruote. E non gli andava bene la Lega, e Tremonti non gli piaceva, e questo e quello. A ogni querulaggine si beccava una poltrona. Col secondo governo Berlusconi (2001-2005) ebbe la vicepresidenza del Consiglio, col terzo (2005-2006) la guida della Farnesina, col quarto - l’attuale - la presidenza della Camera.

Il resto lo sapete. Da un paio d’anni, libero da An, confluita nel Pdl, Fini gioca per sé. Fa il «destra moderna», è intimo di D’Alema, strizza l’occhio a sinistra e sdottora come Di Pietro. In nome della legalità, moraleggia sul Cav ma si tiene il trono di Montecitorio che il brigante gli ha donato. Si batte per la libertà di stampa contro la legge sulle intercettazioni ma querela i giornali che gli chiedono lumi sulla casetta monegasca. Ora, rotti i ponti con il passato - quello più remoto e il prossimo - affida il suo futuro alla tresca con Casini e Rutelli.

Pierferdy nel ’94 era un democristianone di seconda fila. Allevato dal doroteo Bisaglia, alla sua morte si era appollaiato sulle esili spalle di Forlani. Travolto costui da Mani pulite, Casini evitò di naufragare con la Dc di Martinazzoli spogliandosi momentaneamente delle penne del tordo per fare il salto della quaglia in grembo al Cav. Si inventò prima un partitino con Mastella dal nome roboante di Centro cristiano democratico. Poi lo fuse con un ectoplasma analogo, il Cdu del filosofo vaticano Buttiglione.

Ne scaturì la mitica Udc che era la coda del Polo di centrodestra. Surclassando Fini nella veste di rompiscatole, riscattò il suo ruolo di parente povero. Accettò, come cosa dovuta, la presidenza della Camera e lasciò il ruolo di incendiario al suo vice Follini. All’Udc non andava bene niente. Non la destra, alla quale doveva le poltrone, perché puntava al centro. Non la politica economica del governo perché mirava ai cittadini - scapoli e ammogliati - e non alle famiglie, frusto cavallo di battaglia dc. Non i toni garibaldini del Berlusca perché escludevano gli inciuci alla democristiana.

Soprattutto non gli garbava il Cav che gli sbarrava la strada. Quale non si sa. Fu così che i tre «ini» - Follini, Casini, Fini - trovarono un comune terreno di intesa nel mettere i bastoni tra le ruote al capo. Ma quello invece di schiattare, fioriva. Il primo ad avere una crisi di nervi fu Follini che passò al Pd. Casini resistette ma in un crescendo di minacce che infastidirono molti dei suoi seguaci. Stufi delle sue paturnie, uscirono in diversi dall’Udc per accasarsi nel Pdl: i Fontana, i D’Antoni, Baccini, Giovanardi, Rotondi, ecc. Quando il partito si ridusse all’osso, Pierferdy piantò il Cav sperando di ridurre l’emorragia e trovare - grazie al gesto - più comprensione a sinistra. E lì sta, convinto che molti del Pd, per la sua insipienza, e altri del Pdl - con l’occhio all’anagrafe del Berlusca - finiranno per aderire alla sua anemica creatura che al momento però veleggia sul sei per cento.

Il terzo tordo è Rutelli. Uno, nessuno e centomila. Debutta pannelliano con venature liberali. Diventa verde e alleato di Democrazia proletaria. Da mangiapreti si trasforma in baciapile. La sinistra lo adotta e lo candida contro il Cav nel 2001. Si rompe le ossa, crea la Margherita, è tra i fondatori del Pd e appoggia Veltroni. Inquieto, quando arriva Franceschini se ne va con l’idea di allearsi con Casini e costituisce una microentità, detta Alleanza per l’Italia, che nelle ultime amministrative o europee, non ricordo, ottiene buoni risultati nelle enclave appenniniche, tra i pescatori di telline e, secondo alcuni studiosi, in qualche convento di suore conquistate dalla faccia di bravo ragazzo del brizzolato Piacione.
L’evanescenza è il comune denominatore delle tre figure descritte.

Vogliono la fine del Cav ma senza di lui - giova ripeterlo - non esisterebbero. Fini e Casini perché sue creature. Cicciobello perché, in mancanza, non avrebbe altro da proporre. Se si mettono insieme, come pare vogliano, si eliderebbero a vicenda. Un cattolico voterebbe Casini o Rutelli, ma non Fini. Un uomo di destra, purché moderna, si prende Fini ma non Casini o Rutelli. Idem un comunista deluso. Ex liberali, ex socialisti, ex missini li snobberebbero tutti e tre. Restano i confusi che potrebbero trovare le anime gemelle nei tre confusionari. Ma una trimurti di piccoli leader - come si sa - non ne fanno uno intero. Inoltre - l’alleanza tra Fini e Segni insegna - le ammucchiate improvvisate non raggiungono mai la somma dei voti dei partiti da soli. Ergo: auguri ragazzi.



Powered by ScribeFire.

E' morto Giovanni Ventura protagonista delle "trame nere"

IL Mattino di Padova

Aveva 65 anni e viveva a Buenos Aires. Da tre anni soffriva di una forma di distrofia muscolare progressiva. Venne condannato e poi assolto con Franco Freda per la strage di piazza Fontana a Milano e ritenuto responsabile per una lunga serie di bombe sui treni. Editore neofascista, protagonista dagli anni Sessanta delle trame nere, era originario di Piombino Dese. L'ultima volta in Italia nel 2007, ai funerali del fratello.

di Cristina Genesin

Giovanni Ventura


PADOVA.

È spirato, nel letto della sua casa di Buenos Aires, in Argentina. Giovanni Ventura dormiva, lunedì mattina, quando la morte lo ha sopraffatto. Accanto a lui, prima condannato e poi assolto per la strage di piazza Fontana, la seconda moglie e il figlioletto adottivo che lo hanno assistito nei tre anni della sofferta e dolorosa malattia, una forma di distrofia muscolare progressiva che ne aveva devastato il fisico atletico prima riducendo in carrozzella, poi costringendolo a vivere con la possibilità, ultimamente, di muovere soltanto gli occhi.

«L'odissea di mio fratello è durata vent'anni» ricorda commossa la sorella Mariangela Ventura, che vive e lavora a Castelfranco Veneto, il paese d'origine. Ma Giovanni, deceduto a 65 anni, era nato nel Padovano a Piombino Dese. E nella città del Santo era avvenuta la sua formazione politica che, dopo la laurea in Filosofia e l'adesione all'Azione Cattolica e al Movimento sociale, lo aveva convertito alla militanza nel movimento di estrema destra di ispirazione neonazista Ordine Nuovo, la cui cellula padovana era guidata da un piccolo editore, Franco Freda. Un editore conosciuto tra politica e lavoro: Ventura all'epoca gestiva la libreria «Ezzelino» sempre a Padova.

Era il 16 gennaio 1979 quando si era rifugiato in Argentina, all'epoca stretta nella morsa della dittatura comandata dal generale Videla: aveva eluso la sorveglianza della polizia ed era scappato da Catanzaro, dove aveva l'obbligo di risiedere, durante uno dei vari gradi di giudizio. «Aveva una limitazione territoriale, non era in carcere - ricostruisce la sorella Mariangela - Immediatamente individuato, fu arrestato su richiesta dell'autorità giudiziaria italiana e trascorse 6 anni in carcere nel paese sudamericano». Condannato e poi assolto per la strage di piazza Fontana che segnò l'avvio della cosiddetta «strategia della tensione», Giovanni Ventura fece dell'Argentina la sua nuova patria anche sotto il nuovo regime. E qui formò una famiglia, continuando a fare il libraio e gestendo con altri soci il ristorante-pizzeria «il Filò».

Nel frattempo era arrivata l'assoluzione definitiva da quella strage: Freda si era trasferito a Brindisi dove aveva ripreso il vecchio mestiere, Ventura aveva preferito restare oltreoceano.
Ieri pomeriggio si è svolto il funerale: è stata sepolto nella capitale argentina. Non tornerà in Italia, a Castelfranco, dove Ventura era venuto in visita, l'ultima volta, nel 2007 in occasione del funerale del fratello Angelo. Era già malato e si muoveva a fatica sulla sedia a rotelle.

Nel 2005 la Cassazione deposita le motivazioni dell'ultima sentenza sull'eccidio alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano di 36 anni prima: «...Il giudizio circa la responsabilità di Freda e Ventura in ordine alla strage di piazza Fontana non può che essere uno: la risposta è positiva...» scrivono i giudici. Venerdì una messa in suffragio nella chiesa della Pieve di Castelfranco.

(04 agosto 2010)




Powered by ScribeFire.

Deceduto il poeta Luciano Erba

Corriere della sera

Una grande voce della poesia contemporanea. Esordì nel 1951 con la raccolta «Linea K»

Aveva 88 anni

Deceduto il poeta Luciano Erba


Luciano Erba
Luciano Erba
Una grande voce della poesia contemporanea, quella di Luciano Erba, si è spenta improvvisamente martedì sera a Milano. Nato 88 anni fa, nel 1922, nel capoluogo lombardo, laureato all’Università Cattolica nel 1947 e in quegli anni vicino al gruppo dei cattolici del dissenso, tra cui Camillo Maria De Piaz e David Maria Turoldo, poi frequentatore del cenacolo milanese del Blu Bar con Anceschi, Sereni, Dorfles, Chiara, Bo e molti altri autori e intellettuali, Luciano Erba fu poeta e critico sapiente e ironico, capace nella vita di una riservatezza discreta e distaccata che si riverberava nel tratto realistico ma insieme «geroglifico» ed ermetico della sua parola poetica. Una parola che, sia scoprendo nella vita quotidiana i segni dell’inquietudine metafisica, sia ritraendo le atmosfere più rarefatte e atemporali della metropoli, sapeva evocare concretamente una realtà fatta di oggetti e «sublimi frammenti» (come scrisse di lui Stefano Prandi), eppure ne illuminava l’aura illusoria e vertiginosamente inconcepibile (come recita la poesia Un cosmo qualunque:
«Abitano mondi intermedi
spazi di fisica pura
le cose senza prestigio».

ESORDIO - Dopo l’esordio nel 1951 con la raccolta Linea K per Guanda, seguirono negli anni Cinquanta opere come Il prete di Ratanà per Scheiwiller, fino alla raccolta Il male minore pubblicata da Mondadori nel 1960, che raccoglie parte della prima produzione del poeta. Vennero nei decenni successivi altre importanti raccolte come Il nastro di Moebius uscita per Mondadori nel 1980, Il tramviere metafisico per Scheiwiller nel 1987, L’ippopotamo (Einaudi 1989) e L’ipotesi circense (Garzanti, 1995), fino alla pubblicazione più recente, Negli spazi intermedi (Scheiwiller, 1998) e all’Oscar Mondadori che raccoglie le Poesie 1951-2001, a lui dedicato nel 2002.

Ida Bozzi
03 agosto 2010



Powered by ScribeFire.

Beni comprati grazie ai soldi dell’Enalotto»

di Redazione e Adriano Izzo*


Non risponde assolutamente a verità l’affermazione secondo la quale la signora Tulliani sarebbe stata denunciata dall’imprenditore Luciano Gaucci per appropriazione indebita. Altrettanto falsa e diffamatoria è l’affermazione secondo la quale il Gaucci, poco prima di fallire e di partire per Santo Domingo, avrebbe intestato una ingente quantità di beni immobili e mobili (case, appartamenti, quadri di valore e auto di lusso) alla signora Tulliani e ai suoi familiari.

In primo luogo, tra la signora Tulliani e il signor Gaucci è pendente soltanto una controversia civile dinanzi al Tribunale ordinario di Roma per l’accertamento della titolarità di un complesso di beni immobili e mobili. Nessuna denuncia per appropriazione indebita è stata proposta dal signor Gaucci nei confronti della signora Tulliani, né è pendente altro procedimento penale a carico di quest’ultima per i fatti in questione.

In secondo luogo, l’articolo pubblicato su il Giornale di domenica scorsa, contenente ampi stralci dell’atto di citazione dell’imprenditore Gaucci nei confronti della signora Tulliani, è incompleto e non imparziale, perché riporta soltanto la versione dei fatti fornita dall’imprenditore Gaucci, senza menzionare le argomentazioni addotte dalla signora Tulliani nel medesimo giudizio a sostegno delle sue ragioni. La nostra assistita intende fare definitivamente chiarezza sull’argomento e, al riguardo, ribadisce quanto già ampiamente affermato e provato nell’ambito del giudizio civile pendente nei confronti del signor Gaucci.

I beni mobili e immobili indicati dal signor Gaucci nell’atto di citazione sono stati acquistati con denaro proprio della signora Tulliani e della sua famiglia. In particolare, l’acquisto dei suddetti beni è avvenuto con i ricavi di una vincita all’Enalotto e con gli ulteriori risparmi dei genitori della signora Tulliani. Di tale circostanza la nostra assistita ha fornito ampia prova documentale, dimostrando, in particolare, che la vincita all’Enalotto era di sua esclusiva pertinenza e che, addirittura, dopo l’incasso della somma, una parte cospicua di essa, esattamente Lire 1.100.000.000 (unmiliardoecentomilioni), è stata messa a disposizione del signor Gaucci con l’espresso incarico di provvedere a gestirla in proficui investimenti nell’interesse della medesima. Tale somma non è mai stata restituita dal signor Gaucci, con la conseguenza che la signora Tulliani si è trovata costretta a svolgere apposita domanda di restituzione nel giudizio civile in corso.
*legali di Elisabetta Tulliani

Prendiamo atto della precisazione di Elisabetta Tulliani, che però diverge dagli atti depositati presso la VIII sezione del Tribunale civile di Roma e riprodotti fedelmente dal Giornale. Non spetta a noi né alla signora Tulliani pronunciarsi sulla vicenda, ma a un giudice.





Powered by ScribeFire.

Scatole cinesi per far sparire la casa a Montecarlo

di Redazione

C’è un Paese reale, le sue decisioni, i suoi bisogni. Poi c'è quello virtuale, fatto di salotti, giornali, ambizioni personali, cioè quello che va in scena in queste ore nelle aule del parlamento e nelle stanze della politica. Il primo Paese chiede stabilità, certezze, senso di responsabilità in chi lo governa. Lunedì ci sarà, per esempio, un'asta di Bot, i titoli di Stato che finanziano il debito e tengono in piedi la baracca. I mercati internazionali ci guardano e stanno per decidere se rinnovare la fiducia nell'azienda Italia oppure mollarci come è successo per la Grecia. E che vedono? Un Gianfranco Fini che tradisce il voto dei suoi elettori e si allea con Casini, Rutelli e Lombardo per far cadere il governo o meglio per tenerlo in ostaggio a vita e impedirgli di lavorare. Non è certo uno scenario che invita all'ottimismo. Ma a Fini questo non interessa, a lui interessa solo il Paese virtuale.

In sintesi la vicenda è la seguente. Oggi alla Camera si vota la mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, sospettato dalla magistratura di far parte della fantomatica P3. Ora, non solo la P3 non esiste, ma nessuna delle accuse ha trovato riscontro. Pdl e Lega hanno deciso di votare contro, Fini e i suoi no. Non solo. Fini ha stretto un patto con Casini, Rutelli e Lombardo, governatore della Sicilia, ex democristiano, ex Udc, quando gli conviene alleato con Berlusconi, altre volte avversario. Parliamo di quattro politicanti di professione. Mai un giorno di lavoro, una vita strapagata con soldi pubblici e passata a brigare nei retrobottega della politica per fregare avversari, amici ed elettori. Potere fine a se stesso. Elettori, da pochi a zero.

I quattro si sono messi insieme per ricostituire la Democrazia cristiana. Grazie al fatto di essere arrivati in Parlamento con i loro partitini trainati (Casini a parte) da Berlusconi e Veltroni, dispongono insieme di una ottantina di deputati. E li gettano nella mischia sperando di ottenere qualche vantaggio personale. Oggi, nel voto su Caliendo, nella migliore tradizione democristiana, si asterranno. Ciò consentirà al sottosegretario di non essere sfiduciato, al governo di non cadere, ma dimostrerà che Berlusconi non ha più la maggioranza assoluta alla Camera, che è di 316 deputati.
Con questo giochino centrista infatti i lealisti Pdl più Lega scendono a circa 300, e il voto di oggi lo certificherà.

Obiettivo? Far rosolare ancora un po' Berlusconi per poi, quando avranno brigato ancora un po' con Bersani e soci, farlo cadere e insediare un governo tecnico. La salvezza sta nel Paese reale, cioè nelle urne, che i quattro vogliono evitare a tutti i costi perché sanno benissimo di non avere alcuna possibilità di vincere le elezioni. Basta intrighi e inciuci. Bisogna tornare al voto, subito. Maroni ieri ha messo lì una data: ottobre. E non a caso. Speriamo che Berlusconi rompa gli indugi. Il coraggio certo non gli manca.



Powered by ScribeFire.

Piazza Venezia, riapre lo storico balcone da dove Mussolini arringava le folle

Corriere della sera

Lo rende noto il ministero dei Beni Culturali. Il sottosegretario Giro prima frena e poi dice: «Non c'è norma che vieta l'apertura»


DOPO L'APERTURA DEL MUSEO
Piazza Venezia, riapre lo storico balcone da dove Mussolini arringava le folle


La facciata di Palazzo Venezia che ospita il famoso  balcone

ROMA - Il balcone di mussoliniana memoria, dal quale il Duce dichiarò guerra a Francia e Inghilterra il 10 giugno 1940, potrebbe riaprire a settembre. Raccontano fonti del ministero dei Beni culturali che, una volta ultimati i lavori della facciata di palazzo Venezia, si potranno riaprire quelle finestre da dove il Duce arringava la folla. Ma il sottosegretario Giro pur confermando la nota del ministero frena: «Non è stata presa in considerazione l'ipotesi di una riapertura del balcone di palazzo Venezia. È una ipotesi a cui non abbiamo pensato». E aggiunge: «Effettivamente non c'è una norma che vieti l'apertura del balcone di palazzo Venezia»

Il cortile interno di Palazzo Venezia, sede del Museo  omonimo e della Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte

DA BELEN A GHEDDAFI - I tempi non sono certi ma dovrebbe essere dopo l'estate. Per qualche settimana il balcone è diventato lo sfondo di una pubblicità in cui spiccava il sorriso di Belen Rodriguez. E si racconta che Muammar Gheddafi, proprio li sotto, nella sua prima visita ufficiale in Italia si sia voluto fermare con la sua limousine e abbia aperto il tettuccio per rivolgersi ad ampi gesti ai turisti.

DOPO L'APERTURA DEL MUSEO, ORA IL BALCONE - Per i romani palazzo Venezia è un luogo per ritrovarsi. A volte l'appuntamento per il popolo della notte è «sotto il balcone», ed è sottinteso che si tratti del balcone di Palazzo Venezia. Dopo la riapertura del museo Nazionale di Palazzo Venezia che ospita mostre importanti il grande pubblico ha potuto ammirare le stanze del Gran Consiglio - si chiamava in realtà sala del Pappagallo perchè il Papa vi custodiva creature esotiche come i pappagalli - e quella del Mappamondo, l' ufficio di Mussolini, che vi stabilì la sede del governo nel 1929. Per la mostra «Il Potere e la Grazia» a palazzo Venezia sono arrivati anche Silvio Berlusconi e, per il Vaticano, il cardinal Bertone. Ma finora il balcone è rimasto inaccessabile. Dai tempi di Mussolini.

Mussolini arringa le folle dal balcone di Palazzo Venezia  (Foto Istituto Luce)

PALAZZO VENEZIA - Edificio ambito dai potenti, fu costruito nel 1455 - 1467 su commissione del cardinale veneziano Pietro Barbo, che in seguito divenne papa con il nome di Paolo II. In diversi periodi successivi fu utilizzato, oltre che come residenza papale, come ambasciata della Repubblica di Venezia, da cui il nome del palazzo. Dal 1797 passò in proprietà agli austriaci, divenne sede dell'ambasciata austriaca e dal 1916 passò allo Stato italiano. Durante gli anni del fascismo, Mussolini ne fece la sede del proprio quartier generale, nella sala del mappamondo dove la luce non veniva mai spenta a significare che il governo non riposava mai. Dal balcone del palazzo Mussolini arringava la folla nelle occasioni più importanti, come nel 1940 quando, dichiarando la guerra alla Francia e al Regno Unito, decretò l'entrata in guerra dell'Italia.

Redazione online
03 agosto 2010

Powered by ScribeFire.


Cina: doppio fiocco azzurro per i baby panda

Repubblica

Parto gemellare nel parco di Ya'an, nella provincia dello Sichuan: i due cuccioli hanno passato, per precauzione, le prime ore della loro vita in incubatrice sotto gli occhi attenti di mamma Shuixiu

L'aragosta gialla: una ogni 30 milioni

Repubblica

Il crostaceo color del sole è stato pescato nella baia di Narragansett a Rhode Island, negli Usa. Gli esperti spiegano che solo uno su 30 milioni di esemplari possiede questo colore. Denny Ingram, il pescatore che ha raccolto l'animale dalle acque della baia, ha detto che lo terrà solo per esposizione

La vita segreta di Caravaggio a Roma

Il Messaggero

A metà dicembre in mostra i documenti dell'Archivio di Stato


 
di Fabio Isman

ROMA (3 agosto) - Nessuno possiede più documenti su Caravaggio: circa 70. «Cadevano letteralmente a pezzi e non ci davano un euro per i restauri», dice Eugenio Lo Sardo, direttore dell’Archivio di Stato di Roma; «da anni, nessuno li studiava». Anche se la crisi economica («100 mila euro di debiti ogni 12 mesi») è spaventosa «e forse ci obbligherà a chiudere», l’Archivio ha rimesso a posto quelle carte: le hanno studiate in otto, guidati da due funzionari, Orietta Verdi e Michele Di Sivo; da metà dicembre, una mostra racconterà la Vita dal vero di Caravaggio a Roma, e le sorprese non mancheranno. Farsele dettagliare tutte adesso, non si può; ma già solo le prime destano grande rumore.

«Pensiamo di aver individuato in una Faustina, padre spagnolo e madre napoletana, vedova di un pittore non molto noto, Lorenzo Carli sposato a 19 anni che le aveva dato quattro figli, la modella che Caravaggio usa per la Santa Caterina d’Alessandria, ora a Madrid, Museo Thyssen, e per la Giuditta nella scena con Oloferne che è a Palazzo Barberini; lei, doveva avere tra i 26 e i 27 anni», dicono Lo Sardo e i due curatori. Poi raccontano una storia intricata, fatta di due barbieri che abitano a un passo dal palazzo del cardinal Del Monte, primo mecenate del maestro, che è Palazzo Madama, attuale sede del Senato; uno dei due vede spesso il pittore a casa della (giovanissima) vedova, «di cui, peraltro, sappiamo tutto: anche che si sposò senza dote, e con l’aiuto di Santa Caterina della Rota. Viveva a 100 metri da qui, in via di Sant’Agostino; e un barbiere, a Pozzo delle Cornacchie, davanti al palazzo del Cardinale». Sempre lo stesso, piccolissimo, fazzoletto della città.

E’ l’affascinante storia di una ricerca approfondita; che, come tale, regala sempre sorprese. «Per esempio», spiega Di Sivo, «la faccenda dello stupro di Artemisia Gentileschi: è da intendere non come oggi; all’epoca, era una promessa di matrimonio non mantenuta; dopo 10 mesi di rapporti con una donna vergine, peraltro consenziente, l’abbandono veniva qualificato così».

Con lui e Orietta Verdi, in Archivio dal 1978, sui documenti di Caravaggio hanno lavorato «giovani o non più giovani: tutti tra i 30 e 36 anni, bravissimi; sono ricercatori formatisi qui, cui noi cerchiamo di dare un po’ di lavoro, almeno quattro soldi». Le povertà stringono la cinghia; ma davvero anche il cuore; ha quasi un sapore di ingiustizia. «Se dovremo chiudere, sbarreremo la porta anche a numerosi uffici del Senato, che sono sopra noi»: perché addirittura Sant’Ivo alla sapienza, tra i massimi tesori di Borromini, è in condominio, e l’Archivio divide i propri 50 chilometri di scaffali tra due sedi, l’altra è a Galla Placidia. In questi chilometri, troppo poco sfruttati, c’è davvero tutto: dall’omicidio di Giordano Bruno, alle storie d’ogni artista vissuto a Roma; «le carte di Michelangelo sarà dal 1980 che nessuno le studia più».

L’esposizione si farà anche grazie a un discreto numero di sponsor «trovati uno a uno»: la Federazione Tabaccai, Land Rover, la Banca d’Italia, un difficile accordo con Arcus, altri ancora. Ma torniamo a Caravaggio: «Con i documenti, vorremmo esporre 20 dipinti, suoi e non solo, riferiti a questre vicende».

«Calvesi non è più riuscito a leggere il nome, incerto, sul pagamento per la Deposizione che è in Vaticano»: ecco cosa produce l’impossibilità d’un restauro. Anche l’allestimento della Sala Alessandrina, sparito, è da reinventare. Seguono le storie di bastonate; denunce per il porto di pugnale; di ferraioli (mantelli) portati via e restituiti; il processo intero cui Caravaggio fu sottoposto; l’ultimo contratto di affitto a Roma. E lui che rompe un soffitto in via di San Biagio, solo perché era un intemperante? «Ma no: per avere più luce, pratica soltanto un foro». Tutti documenti che sono stati corretti e trascritti, per non equivocare: come spesso, purtroppo, accade.




Powered by ScribeFire.

Tutti devono contribuire alla guerra santa" Gli al Shabab taglieggiano la popolazione

Repubblica

I finanziamenti dalla penisola araba sono diminuiti e le casse  sono vuote: i radicali islamici legati ad Al Qaeda impongono il pizzo a commercianti e imprenditori, saccheggiano le case e chiedono "un obolo" fuori dalle moschee

 di DANIELE MASTROGIACOMO

 



Le casse degli al Shabab sono vuote. I radicali islamici somali hanno bisogno di soldi per sostenere la loro jihad. I grossi, anonimi finanziatori della penisola araba sono diventati più cauti. Si espongono meno. I controlli sono diventati più serrati e di ogni versamento rimane una traccia che potrebbe essere compromettente. Così, con i forzieri a secco, dirigenti e semplici militanti jihadisti si aggirano nelle città della costa e del centro, invitando negozianti e uomini d'affari a versare il loro obolo. "Tutti devono contribuire alla guerra santa", hanno fatto sapere attraverso messaggi lanciati con i megafoni dentro e fuori Mogadiscio e con manifesti che hanno affisso nei quartieri che controllano.

Per convincere i più riottosi, in mattinata un ufficiale del gruppo legato ad Al Qaeda si è presentato, Ak-47 e bandiera nera del gruppo in mano, nel grande mercato di Bakara e ha ordinato a tutti i gestori dei negozi ancora in attività - nonostante le sparatorie quotidiane e i violenti scambi di colpi d'artiglieria -  di consegnare 150 mila dollari a testa. Cifra consistente visto che a Mogadiscio la maggioranza degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno. Nelle regioni che gli al Shabab hanno conquistato, come Afgoya e Baidoa, si sono rivolti direttamente alle famiglie. Hanno frugato nelle case, arraffato gli oggetti di valore e imposto a tutte le donne e gli uomini di togliersi anelli e collane.

Mohamed, un farmacista del mercato di Bakara, racconta che gli è stato chiesto un contributo di 200 mila dollari. "Non so come posso sborsare un cifra simile - dice - Ma nessuno osa opporsi a un ordine degli al Shabab. Sappiamo bene come potrebbero reagire. Ci hanno detto che dal nostro mercato vogliono ottenere almeno un milione di dollari. Già ora, ogni mese, ci tolgono 30 dollari a testa. Loro lo chiamano contributo alla causa, per noi è un vero taglieggio". Peggio dei signori della guerra che, alla fine degli anni Novanta, imponevano i pedaggi ai bambini che andavano a scuola. Per la jihad si ricorre a tutto. Anche al pizzo.
 La colletta proseguirà ogni venerdì dentro le moschee. Da questa settimana i miliziani vigileranno gli ingressi e le uscite dei luoghi di preghiera dove si presenteranno con scatole di cartone. I fedeli saranno invitati a lasciare qualcosa. Soldi o gioielli. Qualcosa di valore, da barattare o vendere. Pochi si rifiuteranno. "Abbiamo sentito dire che gli al Shabab presto controlleranno anche il commercio dei porti e dell'aeroporto", racconta Hussein Alì, un imprenditore che si occupa di import ed export di Mogadiscio. "Per ogni spedizione o affare chiederanno una percentuale. Chi non paga non potrà più lavorare".